Vite bruciate Vite bruciate

Vite bruciate

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Lorena, Nord-Est della Francia, zona di industria siderurgica una volta fiorente. Anni Novanta, quando la parola «globalizzazione» era ancora incomprensibile ai più. In una fabbrica, l’arroganza di un manager vanitoso provoca la protesta dei lavoratori che sfocia nell’occupazione degli stabilimenti. Potrebbe essere un’accesa vertenza sindacale e finire con un accordo, ma qualcuno vi vede un rischio maggiore. Allora un incendio può servire a bruciare tutto. A Parigi, che sembra molto lontana, si sta giocando una grossa partita. È in via di privatizzazione un colosso dell’elettronica di proprietà statale che produce armamenti. Due gruppi sono in gara per l’acquisto; il vincitore assumerà una posizione dominante nell’industria mondiale della guerra. Lo scontro senza esclusione di colpi coinvolge un ex poliziotto, che si tira dietro alcuni fantasmi del passato. Presto dovrà fronteggiare una domanda minacciosa: che c’entra l’affare di Parigi con le piccole vite bruciate in quella cittadina del Nord-Est? Fin dove arriva la combine della fabbrica d’armi? I thriller politico-finanziari della Manotti, le sue storie avvolgenti e sfuggenti come i tentacoli di un polpo intelligente, raccontano il capitalismo dal suo lato criminale. Armi, omicidi, droga, vizio, guerra, corruzione: le scorie del cosiddetto sviluppo. Ovve ro il lato criminale dell’Occidente che coincide con il capitalismo. È ciò che ne pensa l’autrice, la quale, per lunga militanza sociale e competenti ricerche accademiche di storia economica, conosce sia i capannoni delle fabbriche che le vetrate panoramiche degli uffici finanziari; nelle sue pagine acquistano vividezza sia i profili raffinati di top manager miliardari dalle vite corrotte sia le incerte sagome di operaie dalla squallida quotidianità. E questo in una prosa mordente, concreta e senza lamento, che inquadra la scena dal basso, facendo credere a chi legge di essere proprio lì.

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