Narrativa straniera Romanzi Trilogia della città di K.
 

Trilogia della città di K. Trilogia della città di K.

Trilogia della città di K.

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Quando Il grande quaderno apparve in Francia a metà anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivelava un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la Trilogia della città di K ritrae un' epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.



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Trilogia della città di K. 2020-05-08 15:30:51 Kvothe
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Kvothe Opinione inserita da Kvothe    08 Mag, 2020
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AMBRA GRIGIA: QUADERNO GRIGIO, PROVA GRIGIA, MENZO

Non è un romanzo che si può rivelare in poche righe, né un romanzo che deve essere anticipato, si deve leggere e basta. Questo non è un semplice romanzo né una semplice riflessione sulla guerra ma molto di più. E’ incredibile come sia riuscita la Kristof con uno stile secco, senza amore e diretto a raccontare e a far provare così tanto, non è affatto facile farlo. Non c’è empatia e non c’è nulla, è tutto grigio. E’ Affascinante e tagliente come una lama affilata (arrugginita). Profondo come una ferita non rimarginata che continua a riaprirsi. Letale nella sua indifferenza e grigio come il cielo. E’ un libro che non può non mancare dalla propria mente, è un libro che un può mancare dal proprio cuore, è un libro che non si può scegliere di non leggere, è un libro che non ti lascia scampo e ti lascia interdetto. Da questo romanzo ci si deve far cullare dal grigio e nient’altro, senza porsi domande. Gli stili utilizzati nelle diverse parti sono perfetti, azzeccati e incalzano il racconto con psicopatica freddezza.

Le prime due parti sono magistralmente create per farti entrare dentro il grigio.

Il grigio pervade la terza che è diversa e meno potente ma che si incastra bene con il resto del racconto anche se meno riuscita per certi versi e meno scorrevole.
Capitoli brevi come piace a me ma con tanto contenuto e con tanta crudezza.
Penso proprio che la Kristof abbia fatto un grande lavoro e che ha dato delle precise impronte in ogni sua parte.. Dallo stile dei vari capitali, alla lunghezza dei capitoli e alla varie immagini forti che ci presenta davanti.
E’ un libro che non si dimentica, per me imprescindibile e che ho amato molto. Lo consiglio vivamente

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Trilogia della città di K. 2019-05-22 09:35:45 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Mag, 2019
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Lucas & Claus: vite spezzate.

«È una società fondata sul denaro. Non c’è spazio per le domande che riguardano la vita. Ho vissuto per trent’anni in una solitudine mortale»

Tre romanzi nel romanzo o se preferite, tre grandi capitoli tra loro esattamente suddivisi che lo compongono, reggono le fila de la “Trilogia della città di k” di Agota Kristof.
Apriamo il volume e iniziamo a scorrere le prime pagine di quello che è intitolato “Il grande quaderno”. La reazione è unica: sconvolgimento, dubbio, perplessità. La durezza, la crudezza e la violenza che vi sono insite lasciano nel lettore un profondo e ineguagliabile senso di desolazione. Com’è possibile, si chiede questo, che ciò accada? Perché i due giovani protagonisti vivono questa vita priva di affetti, bontà e altruismo? Non vi sono risposte se non quella che tutto è necessario e lecito pur di sopravvivere e andare avanti. Anche un rasoio in tasca. Perché quando perdi i tuoi genitori e vivi in un contesto di guerra, non sei altro che spettatore e la morte perde quei suoi connotati di naturalità e eccezionalità per diventare abitudine. A completare il quadro, capitoli brevi e caratterizzati da una penna altrettanto dura, asciutta, pungente e che nulla risparmia a chi legge.
A questo diario redatto dai fratelli, ragazzi in età scolare che si attengono a fatti vissuti quali normali perché soltanto quelli conoscono, segue il secondo episodio intitolato “La prova” e dove, questa volta, conosciamo della vita separata dei gemelli. Sono ormai uomini adulti, questi, e sono chiamati a vivere distaccatamente anche se costantemente obbligati a convivere con un passato che li ha marchiati, che li ha resi incapaci di ogni affetto e di ogni forma di legame durevole. In questo capitolo le carte vengono magistralmente mescolate dall’autrice, il lettore si trova di fronte ad un linguaggio meno duro e asettico, ma, tuttavia, è confuso perché tanti sono gli enigmi che si susseguono e che ancora non trovano risposta.
Infine, “La terza menzogna” ha il compito di chiarire le idee, di mostrare quel che davvero è accaduto, di far luce su verità e falsità, di ricostruire il sentiero di vite spezzate.
Il tutto attraverso il filo conduttore dell’esilio, attraverso salti temporali tra presente e passato, tra età adulta e età infantile; il tutto attraverso una volontà di ricostruzione dei fatti che è affidata al conoscitore che pian piano ricompone i tasselli del puzzle narrato e che è chiamato a scegliere quella che è per lui la vera verità.
Un libro che attrae, che rapisce, che incuriosisce e che destabilizza a più riprese. Un elaborato che è un pugno nello stomaco, che invita alla riflessione e che non si dimentica anche ad anni di distanza dalla lettura.

«- Morirà presto, il mio albero. Dice: Non faccia il sentimentale. Tutto muore.»

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Trilogia della città di K. 2018-04-01 05:24:51 Bipian
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Bipian Opinione inserita da Bipian    01 Aprile, 2018
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Vite spezzate

Le prime pagine della trilogia sono un pugno allo stomaco. Davvero mi è capitato raramente di leggere qualcosa di più crudo, violento e desolante.

E' la storia di un'infanzia violata di due gemelli, a causa della guerra e della perdita dei genitori.
I bambini diventano spettatori e protagonisti di un mondo crudele e spietato, dove la morte è quotidianità, l'essere umano è privato di una qualsiasi umanità, la bontà è merce rara e preziosa e l'amore non esiste.

Lo scenario è descritto nel primo libro in maniera magistrale con un linguaggio a dir poco scarno e asettico: è il diario tenuto segretamente dai gemelli, che sono troppo giovani per esprimere giudizi, si attengono solo ai fatti, che per loro sono normali.
Il loro agire, cinico e rigoroso, preso forzatamente in prestito dalle persone adulte, è perfettamente coerente con la realtà in cui sono immersi. E' la dimostrazione che la violenza genera violenza, che in regime di guerra sopravvive solo il più forte, che quando le condizioni di vita si spingono al limite, l'umanità e l'amore vengono sacrificati in nome della mera sopravvivenza.

La forza e il progredire di questo esordio verso vertici di immane brutalità valgono da soli la lettura di quest'opera. Poi i toni si stemperano nelle successive due parti, in cui vengono narrate le vite separate dei due protagonisti, ormai adulti. I capitoli si allungano, quasi a voler rappresentare il tempo dell'età adulta rispetto agli anni dell'infanzia.
I due uomini affronteranno per tutta la vita i fantasmi del passato, saranno incapaci d'amare e di essere felici, vivranno una condizione di miseria spirituale e di solitudine estrema, imparando a metabolizzare ulteriori lutti e infine perdendo gradualmente il contatto con la realtà che li circonda.

Il tema dell'esilio, caro all'autrice ungherese, fuggita e vissuta fino alla sua morte in Svizzera dopo l'invasione sovietica del'56, è il filo conduttore degli ultimi due libri, dove peraltro la narrazione a mio parere perde in coerenza e in efficacia.
Qui Agota Kristof confonde volutamente le carte, opera nel terzo libro una narrazione a ritroso, che con più salti ritorna all'infanzia dei gemelli, modificando però completamente la storia narrata nel primo libro.
L'effetto è molto destabilizzante per il lettore, che deve decidere qual è la realtà e quale la finzione (non a caso l'ultima parte s'intitola "La terza menzogna").

Il tutto rimanda a Kafka, al teatro dell'assurdo, all'espressionismo, alla musica dodecafonica, che servono egregiamente allo scopo ma possono essere molto irritanti.

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Trilogia della città di K. 2018-03-15 17:15:11 martaquick
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martaquick Opinione inserita da martaquick    15 Marzo, 2018
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TRE RACCONTI PER DUE(?) PERSONE

Un racconto, anzi tre, scritti in maniera dura, asciutta e fredda, la storia di due gemelli alle prese con la guerra.
Un romanzo davvero particolare che lascia l'amaro in bocca ma anche molto di più perchè affronta l'argomento della guerra in modo quasi superficiale, ma in realtà è una presenza costante nella città, nelle persone, nell'atmosfera.
Lo stile della Kristof in questo libro è perfetto e le tre storie diverse con gli stessi protagonisti sono accattivanti, il testo scorre che è un piacere.
Quello che non è mi piaciuto del romanzo è la confusione che si ha dalla seconda parte in poi; sebbene mi siano piaciuti tutti e tre i racconti, l'ultimo l'ho trovato non all'altezza del primo, ma forse rispecchia la vita perchè molto spesso la verità non è piacevole come la menzogna. Io ho interpretato "la Terza menzogna" come l'unica vera storia di questo libro e putroppo non mi è piaciuta.
è indubbiamente un libro unico e mi spinge a leggere altre opere della scrittrice quindi ne consiglio la lettura.

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Trilogia della città di K. 2016-04-16 19:33:32 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    16 Aprile, 2016
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Nella lontana K

Interessante perdersi tra i vortici creati ad hoc da Agota Kristof tra le pagine di “Trilogia della città di K”.
Un romanzo duro, amaro, a tratti crudele, dove la tragedia non viene mai edulcorata, ma graffia come una belva furiosa. Da immagini di guerra, bombe, morte, ad immagini di annientamento psichico, di ottenebramento e sdoppiamento.
L'arma vincente è lo schema narrativo adottato, ricco di effetti destabilizzanti per il lettore, condotto attraverso un rincorrersi di sogni e realtà, un gioco degli specchi, di tunnel spazio-temporali in cui perdersi.
Una maniera alternativa per scrivere degli orrori della guerra, senza necessità di focalizzare su città e nomi precisi, perché le tragedie sono multiple e si intrecciano seguendo strade diverse.
Un romanzo sulla memoria, sulla fugacità, sulla solitudine imposta dal destino e non scelta, sull'importanza dei rapporti umani.
Grande e implacabile il senso di vuoto e desolazione che si innalza al termine del lungo viaggio.

Un impianto narrativo ad effetto, studiato dal suo incipit alla sua conclusione, orchestrato con maestria stilistica, punteggiato da istantanee destinate ad imprimersi nella pupilla e nel cuore del lettore.
Un vortice finale di speranza e disperazione avvinghiati e inseparabili.

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Trilogia della città di K. 2015-05-08 12:52:35 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    08 Mag, 2015
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“Per favore, signora..."

Atmosfere cupe, linguaggio scarno, contenuti duri e a volte scabrosi: questa è la scrittura della Kristof, pacata e rabbiosa, deprimente e mai banale.
In questa Trilogia realtà e sogno ad occhi aperti sono sapientemente intrecciati e poi sciolti - lo stesso lettore viene più volte tratto in inganno dalla fantasia dei protagonisti - e mentre i fatti emergono in tutta evidenza ci si accorge che il tentativo di alterarli non è andato a buon fine: da un destino di dolore e solitudine non si può comunque fuggire.
“Dall'altra parte della piazza, le vecchie case sono rimaste intatte. Sono restaurate, ridipinte di rosa, giallo, blu, verde”: è uno scorcio della “piccola città”, luogo che fa da sfondo a buona parte del romanzo e che con i suoi colori vivaci si associa più alla variazione cromatica di una serie di lividi che alla gioia.
Se nella prima parte si indugia quasi nell'onirico e nella perversione sessuale vissuta da occhi ingenuamente complici, nelle ultime due l'innocenza infantile ci riserva i passaggi più struggenti, raccontando infanzie spezzate:
“Vai a piangere davanti alla tua casa vuota, non è vero?”.
Per chi ha perso da bambino la strada di casa non c'è alcuna speranza (“Per favore, signora, che autobus bisogna prendere per andare alla stazione?”), e malgrado il coraggio, malgrado la volontà di andare avanti, non fosse altro che per forza d'inerzia, resterà per sempre un adulto smarrito.
La lettura del libro è agevole ma non allieta certo lo spirito: anche l'immagine suggestiva di un cielo al tramonto dai colori “radiosi e belli” lascia un retrogusto amaro.
La fine del tormento, la speranza di ritrovare la pace, arriva solo con la sarcastica negazione della vita:
“Il treno è una buona idea”.

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Trilogia della città di K. 2014-12-19 22:40:16 Riccardo76
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Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    20 Dicembre, 2014
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UN MONDO, IN UN MONDO, IN UN MONDO……

In una qualunque città K, martoriata da una guerra qualsiasi, ci sono due gemelli che vivono le più grandi atrocità che la guerra e l’occupazione possano “offrire”. La freddezza e la piattezza dei personaggi, il punto di vista praticamente univoco dei due fratelli, rendono il romanzo abbastanza singolare e sicuramente originale sin dalle prime battute. Il punto di vista cambia continuamente fino alla fine del racconto, rendendo la storia ancora più interessante. La crudezza e la violenza alla quale i gemelli sono sottoposti è a tratti insopportabile, ma credo non troppo lontana dal vero. Si percepisce la sensazione che si può vivere dopo grandi lutti, grandi sofferenze, una sensazione di alienazione e di distacco dalla realtà, è un romanzo freddo e “aggressivo”, molto forte.
L’unione quasi simbiotica dei fratelli sembra quasi surreale da principio, ma il dolore e la violenza che devono vivere può giustificare questa vicinanza, quasi a volersi far forza l’un l’altro. La nonna che se ne prende cura è una figura altrettanto surreale, un iceberg arcigno e insensibile, almeno per quello che ci è dato sapere dal romanzo e quindi dal punto di vista utilizzato per raccontarlo. Ma certo si può trovare una “giustificazione” a tutto questo, c’è una guerra, si soffre e l’animo umano può deteriorarsi.
La stessa guerra trasforma una unione simbiotica in una dissociazione radicale e quasi schizofrenica, due vite separate a cercare due strade differenti verso la sopravvivenza. La storia si fa via via più articolata e meno lineare, si fa fatica a non essere travolti da una logica che è sempre sul filo del rasoio, si confondono realtà, immaginazione e credo anche malattia.
E’ sicuramente un libro da leggere, che lascia alquanto sconcertati, ma fa riflettere sulle ferite che possono essere inflitte alle menti e ai cuori di poveri bimbi costretti a vivere i drammi e le violenze delle guerre, di faide e tragedie famigliari. Non voglio entrare troppo negli avvenimenti raccontati in questo romanzo per non rischiare di rovinare il piacere della lettura, e per non fornire una chiave di lettura personale che potrebbe condizionare il vostro giudizio su questa opera. Posso solo dirvi che si fa fatica a staccarsi dalla lettura, almeno questa è stata la mia esperienza.

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Trilogia della città di K. 2014-09-26 11:44:05 diogneto
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diogneto Opinione inserita da diogneto    26 Settembre, 2014
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non c'è due senza tre... ma forse questa volta era

La scrittura fredda di Agota Kristof ti congela piano piano le vene fino ad arrivare a farti respirare nuvole di brina!
La vicenda dei gemelli durante l'occupazione, la liberazione e la nuova "occupazione" della città di K. ti porta a toccare con mano gli orrori della quotidianità della guerra. Lontana dal fronte la vita procede solo con scaltrezza e dolore, la morte diventa compagna di vita e il dolore si mescola al cibo di fortuna raccolto nelle giornate di lavoro.
La lontananza dai genitori, i gemelli sono affidati alla nonna, lascia vuoto lo spazio emozionale emotivo dei gemelli che si amplia, ancora di più, durante il secondo libro dove, la "prova" che i gemelli devono superare, sembra insormontabile.

Il terzo libro sembra una rilettura dei primi due in chiave psicologica mostrandone le paure, le follie e le scelte come frutto della mente dei gemelli o del gemello.... alla fine, per me, rimane un inutile appendice a due libri che, già di per se, regalano dolore e gelo a sufficienza!

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Trilogia della città di K. 2014-09-08 08:17:56 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    08 Settembre, 2014
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Effetti collaterali: amaro in bocca e senso di sma

Questa è la trilogia del terrore, del dolore e della rassegnazione, nello stesso ordine in cui li ho citati.
L'impatto iniziale è tremendo; ci ritroviamo sin dalla prima pagina catapultati in un paese di frontiera nel mezzo di una guerra qualsiasi, non meglio individuata ma, come tutte, senza vinti né vincitori, solo vivi o morti.
Periodi brevi, gelidi, asettici, completamente ripuliti da ogni traccia di sentimento o di emozione e per questo sicuramente più efficaci nel descrivere le brutture maggiori, le violenze fisiche e psicologiche a cui due gemelli sono sottoposti sin da piccoli durante la loro permanenza in questo paesino, abbandonati dalla madre alla custodia della nonna che li accoglie amorevolmente come 'figli di cagna'.
Uno stile di scrittura duro, senza pietà, così come duri ed aridi diventano i due gemelli che si allenano alla fame, al dolore, all'offesa per non dover più piangere, per non dover più soffrire.
Persino la morte della madre tornata per riprenderli e portarli via con lei non li scuote più di tanto e la scena viene descritta con la stessa freddezza del resoconto di un'autopsia:

"L'ufficiale va a sedersi sulla camionetta ed accende il motore. In questo preciso istante avviene un'esplosione nel giardino. Subito dopo vediamo nostra Madre a terra. L'ufficiale corre verso di lei. Nonna vuole allontanarci. Dice:
-Non guardate! Rientrate in casa!
L'ufficiale bestemmia, corre sulla camionetta e parte a tutta velocità. Guardiamo nostra Madre. Le viscere le escono dal ventre. E' tutta rossa. Anche il bambino. La testa di nostra Madre penzola nel buco provocato dalla granata. I suoi occhi sono aperti, ancora umidi di lacrime'
Nonna dice: -Andate a cercare il badile!
Posiamo una coperta sul fondo del buco, vi corichiamo sopra nostra Madre. Il bambino è sempre stretto a lei. Li avvolgiamo in un'altra coperta, poi riempiamo il buco.
Quando nostra cugina torna dalla città, domanda:
-E' successo qualcosa?
Diciamo:
-Sì, una granata ha fatto un buco in giardino."

Il secondo racconto è quello del dolore: il dolore della separazione tra i due gemelli, il dolore della perdita della donna amata, dell'amico più caro e di un figlio desiderato e mai avuto. Il terrore adesso si è trasformato in angoscia, in paura, in solitudine... gli orrori della guerra, sinora assorbiti con impassibile freddezza, vengono fuori lentamente mostrando il lato più umano e fragile dei protagonisti.
Infine l'ultimo racconto è quello della rassegnazione, pessimistica rassegnazione di fronte alla tragica realtà della vita che nessuna menzogna, nessun tentativo di mascheramento potrà mai celare del tutto:
"la vita è di una inutilità totale, è nonsenso, aberrazione, sofferenza infinita, invenzione di un Non-Dio di una malvagità che supera l'immaginazione".

Nota a margine: il secondo racconto, 'La prova', è una prova anche per il lettore, nel senso che si ha la sensazione di perdersi, di non aver capito, di aver tralasciato alcuni particolari... gli stessi protagonisti del primo racconto, i due gemelli, si confondono, si uniscono per poi dividersi nuovamente... sarà 'La terza menzogna' a chiarire tutto. O quasi tutto.

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Trilogia della città di K. 2014-08-21 12:23:37 Minuscola
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Minuscola Opinione inserita da Minuscola    21 Agosto, 2014
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a metà

Un libro che mi è piaciuto a metà. Ho faticato a capire la seconda parte, ma avevo intuito che la prima era invenzione. La terza parte mi ha rivelato il tutto. Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma l'ho trovato complicato. Troppo strano in alcuni punti e troppo atemporale. Senza tempo, senza connessione soprattutto all'inizio.
La scrittura non mi è piaciuta affatto, non amo lo scrittore che annuncia chi parla "nonna dice" epoi "io dico". Inoltre il testo è formato da frasi brevi, costituite da: soggetto, verbo. A volte il complemento. No, troppo semplice scrivere così!
Ero curiosa di sapere e l'ho concluso, ma non è il mio genere.

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