K. K.

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Saggistica

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Di che cosa parlano le storie di Kafka? Sono sogni? Sono allegorie? Sono simboli? Sono cose che succedono ogni giorno? Non si può dire che le innumerevoli risposte si siano rivelate, alla fine, del tutto soddisfacenti. Questo libro segue un'altra via: non già dissipare il mistero, ma lasciare che venga illuminato dalla sua stessa luce. Kafka scrisse tre romanzi incompiuti, non soltanto perché mancavano ancora alcuni episodi. Piuttosto, era come se fossero stati concepiti per prolungarsi indefinitamente, anche oltre il loro autore. Capire quei romanzi implica ripercorrerli e proseguirli. E implica anche mescolarsi al corso, al movimento, alla fisiologia di quelle storie. Sino al punto di trovarsi in un mondo costituito quasi solo dai suoi scritti.

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K. 2019-07-01 16:27:27 siti
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siti Opinione inserita da siti    01 Luglio, 2019
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Pubblicato per la prima volta nel 2002, il saggio in questione vive in un'edizione riveduta e illustrata del 2005 ed è inserito in un'opera di grande respiro che si nutre di pubblicazioni difficili da collocare per genere, materia trattata, suggestioni derivanti dal coacervo culturale che intrecciano e al quale si ispirano. Un saggio? Ecco il dubbio si presenta anche per “K.”, lo definirei piuttosto una interessante prova di esegesi letteraria sulla scorta di una lettura del mondo che contraddistingue l'opera e l'attività culturale di Calasso alla ricerca delle commistioni tra sacro e profano, tra storia e religione, tra culture e generi letterari. Il fatto che si tratti dell'interpretazione dell'opera di Kafka, sfuggente nel suo simbolismo, fa di questo scritto una lettura interessante e una base d'appoggio per eventualmente riprendere in mano non solo la trilogia ma anche i racconti e gli scritti di matrice autobiografica a partire dai diari. L' edizione del 2005 è poi una coccola per il lettore più interessato perché arricchita dai disegni di Kafka che con pochi tratti di china nera fissano in altra forma l'immaginario che già le sue parole avevano costruito nella nostra mente. Tratti stilizzati che ripercorrono luoghi noti, schizzi compulsivi che richiamano appunto i luoghi dei romanzi e non solo, intesi come spazi fisici ma anche come i topoi mai nella sua opera riconducibili a loci ameni. Suscitano la stessa inquietudine che vibra e percuote ogni sua pagina letteraria e non.
Suddiviso in quindici capitoli il testo di Calasso procede per nuclei tematici spesso isolando particolari contenuti principalmente nei romanzi per affrontare, a partire da essi, puntigliose disamine che trascendono l'opera stessa e si riagganciano alla biografia sulla scorta dell'uso sapiente delle pagine dei diari. Al lettore un sentimento di spaesamento iniziale, un appagamento successivo nel recuperare le atmosfere note e le sensazioni provate di fronte all'opera del praghese. Parallelismi fra i romanzi, fra gli stessi personaggi dei romanzi, fra i luoghi in essi rappresentati, un primo focus su “Il processo” e “Il castello”, un assaggio de “Il disperso” sufficiente per avvallare la tematica dell'estraneità e per inserire l'inserto erotico, e poi , via via , un procedere a scandagliare gli abissi del particolare: personaggi, conversazioni, spazi, ansie, paure, prigioni, catene in un claustrofobico ritrovarsi nelle stesse dichiarazioni rese nei diari su se stesso, la sua famiglia, le donne, e il processo di scrittura. Un 'ampia sezione è dedicata ai testi brevi, da “Il verdetto”, primo racconto risalente al 1912 a “La tana” passando per “Nella colonia penale” e l'immancabile ”La metamorfosi”. Riconosco che questi capitoli centrali mi hanno affascinata: l'intreccio fra vita e scrittura giunge al suo apice. Ho necessità estrema ora di leggere gli scritti autobiografici: confessioni, diari, lettere, consapevole del monito kafkiano che recita come un mantra “Non si deve prendere tutto per vero, lo si deve prendere solo per necessario”.

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