Saggistica Salute e Benessere Testamento biologico: ordinamenti giuridici a confronto
 

Testamento biologico: ordinamenti giuridici a confronto Testamento biologico: ordinamenti giuridici a confronto

Testamento biologico: ordinamenti giuridici a confronto

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Da sempre, parlando di cura, ci si ritrova considerare e a valutare lo spettro della morte, ma oggi analizzare la questione relativa ad essa nell’ottica di “fine voluta di una sofferenza irrimediabile” è ormai una questione dalla portata sempre più imponente, e proprio a partire da questa premessa ha iniziato a svilupparsi quel ramo delle discipline scientifiche definito bioetica. Muovendosi da questo contesto concettuale, l’autrice ci presenta una visione dello stato dell’arte relativo a queste tematiche: in una panoramica che spazia geograficamente e nel tempo, mette in luce i passaggi attraverso i quali la cosiddetta “buona morte” viene vista, studiata e giudicata (considerata ammissibile o al contrario inaccettabile) sulla scena della medicina e del diritto internazionale.

Recensione della Redazione QLibri

 
Testamento biologico: ordinamenti giuridici a confronto 2012-12-21 23:12:12 cuspide84
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cuspide84 Opinione inserita da cuspide84    22 Dicembre, 2012
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DIRITTO DI VIVERE E DIRITTO DI MORIRE

Premessa: questa recensione mi sta molto a cuore, in quanto tratta l’argomento che è stato oggetto della mia tesi; riconosco la difficoltà di entrare in sintonia con determinati argomenti, pertanto cercherò di essere il più sintetica e chiara possibile.
Ringrazio inoltre la Redazione per avermi dato la possibilità di confrontarmi con questo testo.

Questo libro parla sostanzialmente del testamento biologico, ovvero un atto, o meglio una sorta di dichiarazione, con cui una persona (maggiorenne e capace di intendere e di volere) è in grado di esprimere la propria opinione in ordine ai trattamenti sanitari cui vorrebbe, o non vorrebbe, essere sottoposta, qualora, in futuro, dovesse trovarsi nell'impossibilità di poterla esprimere personalmente al proprio medico curante; si affrontano il cambiamento evolutivo avvenuto nel rapporto medico-paziente (da rapporto paternalistico, in cui il medico era l’unico che decideva in nome e per conto del malato, alla c.d. "alleanza terapeutica", in cui anche il paziente ha un ruolo attivo), le normative europee e statunitensi in materia e si citano la nostra Costituzione e i casi più famosi a livello giudiziario.

Mi rendo conto che la materia sia talmente ampia da non poter essere in alcun modo riassunta in settanta pagine scarse (la mia tesi, che non ha affrontato tutto, era di 493 pagine), ma ho alcuni appunti da fare: in primis sarebbe necessario introdurre l’argomento parlando dell'eutanasia, del suo significato etimologico e storico, al fine di contestualizzare il concetto nel tempo e nello spazio, spiegando le sue origini e le sue varie tipologie per avere un quadro ben chiaro; parlare del caso Welby e del caso Englaro per l’Italia mi pare riduttivo e quasi banale: si, è vero che a livello giudiziario sono i più importanti, ma ci sono decine e decine di altri casi nazionali che non hanno avuto luce a livello televisivo, ma che devono essere citati, quantomeno per riconoscere l’esistenza e la lotta affrontata anche da queste persone; riferirsi solo alla legislazione vigente negli Stati Uniti è poco quando si affronta un argomento di tale portata: dove mettiamo l’esperienza dell’Australia che ben prima dell’Olanda ha riconosciuto ai pazienti la possibilità di rifiutare trattamenti sanitari non desiderati? Infine parlare di DAT senza dire cosa esse siano (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento), dando per scontato che il lettore sappia di cosa si stia scrivendo, e non approfondire la questione della mancata entrata in vigore di determinate normative riconosciute a livello europeo, mi sembra piuttosto strano per un autore che decide di affrontare un tale argomento con un tale titolo.

In conclusione: il saggio non è scritto assolutamente male, ma ritengo che sia una lettura adatta a chi abbia "masticato" qualcosa della materia, altrimenti citazioni di leggi e numeri vari andrebbero a perdersi nella spiegazione di concetti, si utili e azzeccati, ma non esaustivi; inoltre credo che un saggio debba essere uno scritto "super partes", ovvero debba descrivere e spiegare un argomento in maniera del tutto oggettiva e possibilmente esauriente; in questo testo compaiono delle conclusioni (che fanno molto tesi e poco saggio) che sembrano condannare l'eutanasia come un qualcosa di assolutamente contrario alla vita, di cui si dice valga la pena di essere vissuta... ora... nessuno più di me è contrario a non vivere la vita, nessuno più di me non comprende le persone che si tolgono la vita (e qui purtroppo ne so qualcosa a livello personale), ma fermiamoci un attimo a pensare... è vita quella di una persona che vive in stato vegetativo, che è aiutata nelle sue funzioni corporali e funzionali da macchine, che vive attaccata a un respiratore, senza il quale morirebbe, che viene nutrita tramite un sondino e che, quando è fortunata, è ancora in grado di comunicare attraverso l'uso di un computer (sempre che ne abbia le capacità economiche)? Qui non si parla di essere credenti o meno, qui si parla di dignità nel vivere e dignità nel morire. Pensateci e fatemi sapere la vostra opinione al riguardo.

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A chi è interessato all'argomento, anche se a mio parere si trovano dei testi molto più esaustivi.
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