Christe eleison Christe eleison

Christe eleison

Letteratura italiana

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La presentazione e le recensioni di Christe eleison, opera di Fiorella Borin. Venezia, Anno Domini 1561. Il racconto prende le mosse da una delle più atroci condanne a morte realmente eseguite nella Venezia tardo-rinascimentale: quella di padre Leon da Valcamonica, colpevole di avere ingravidato venti monache e di averne affogato i neonati. Poi entrano in scena personaggi di fantasia: il diabolico procuratore di San Marco, una ragazzina curiosa, sei malvagi pescatori, un bimbo affamato e due strane monache, i cui destini si intrecciano in modo imprevedibile fino alla catarsi finale. La storia, a tratti cupa, dura e sconvolgente, a tratti illuminata da lampi di tenera complicità, apre uno spiraglio su un’epoca in cui il diritto alla vita non era né sacro né intoccabile e, tra beffe crudeli e dubbie esecuzioni capitali, poteva accadere che un uomo valesse più da morto che da vivo.

Nata a Venezia nel 1955, laureata in psicologia, Fiorella Borin si è dedicata per qualche anno all’insegnamento di scienze umane e storia negli istituti superiori. Ha collaborato con l’Università di Padova come cultrice della materia; in seguito ha maturato qualche esperienza in seno a piccole case editrici e nelle redazioni di riviste letterarie. Attualmente collabora con un settimanale femminile del più importante gruppo editoriale italiano. Oltre duecento suoi piccoli lavori di narrativa, poesia e saggistica sono presenti in antologie e riviste; il racconto La tela di Penelope è uscito sul mensile “Vera” (settembre 1995) commentato dallo scrittore Alberto Bevilacqua. Ha pubblicato il romanzo breve Le putine del Canal Gorzone (Montedit, Milano 2002), la raccolta di racconti La Signora del Tempio Nascosto (Alberto Perdisa Editore, Bologna 2003), il racconto storico-fantastico Il bosco dell’unicorno (Tabula fati, Chieti 2004), e i sette brevi romanzi storici: Mir i dobro (Montedit, Milano 2005), La sciarpa azzurra (Era Nuova, Perugia 2005), La congiura degli Olderichi (Edizioni Cofine, Roma 2007), Lo scrivano (Montedit, Milano 2007), Il pittore merdazzèr (Tabula fati, Chieti 2007), La strega e il robivecchi (Tabula fati, Chieti 2010) e La firma del diavolo (Tabula fati, Chieti 2010). Ha vinto una novantina di primi premi in concorsi letterari nazionali e internazionali.

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Christe eleison 2011-03-07 08:48:08 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    07 Marzo, 2011
#1 recensione  -   Guarda tutte le mie opinioni

Cristo, pietà

“Venezia, 9 e 10 novembre 1561.

Mi ero assopito. Ero sprofondato in quel sonno torbido, malato, che i prigionieri conoscono bene: somiglia a una tenda bucata, che lascia filtrare qualche lampo di luce e arruffati frammenti di discorsi.”

Ambientato nell’Anno Domini 1561 in una Venezia ancor più crepuscolare, fra giorni di luce accecante e tempeste notturne, quasi a dimostrare l’ira di Dio per la totale assenza di pietà negli uomini, Christe eleison è un racconto di straordinaria bellezza che conferma ancora una volta lo straordinario talento della sua autrice Fiorella Borin.
E’ una narrazione che prende spunto da un fatto realmente accaduto e precisamente l’esecuzione, avvenuta il 10 novembre 1561 in piazza San Marco, di padre G. Pietro Leon da Valcamonica, giudicato colpevole di aver intrattenuto relazioni sessuali con una ventina di monache e di averne affogato i figli neonati. Fu un rito particolarmente atroce, poiché non bastarono trenate colpi di maglio infertigli dal boia sul collo e così fu necessario togliergli la vita sgozzandolo con un pugnale.
Su questo crudele fatto poi la Borin elabora una storia di fantasia che va oltre quella data e che è uno straordinario invito agli uomini a riflettere, affinché in loro ritorni quella straordinaria virtù che è la pietà.
La scrittura, come al solito, è particolarmente avvincente, coinvolge piano piano fino a rendere il lettore presente ai fatti, un’ombra impotente di fronte al quale scorrono le miserie umane, i fallimenti del pensiero e dell’insegnamento cristiano, ridotti ad accessori di una liturgia che trova, soprattutto, nella morte, la più dolorosa possibile, un senso di onnipotenza da un lato e di disperazione dall’altro.
Così, pur riconoscendo la colpevolezza dell’imputato, nulla giustifica la sua orrenda fine, voluta non dal caso, ma architettata con sottile perfidia dal procuratore di San Marco, che poi finirà con il pagare, e a caro prezzo, questa sua scelleratezza.
In un mondo in cui il popolo gioisce nell’assistere alle esecuzioni con cui il potere rivendica la sua onnipotenza, emergono tuttavia due figure, una monaca e un piccolo orfano, che riscattano l’umanità e lasciano un raggio di sole di speranza in un finale in crescendo e che tocca vertici sublimi.
Il racconto si è aggiudicato il premio Tabula Fati 2009 e penso proprio con ampio e sicuro merito.
Da leggere, senza ombra di dubbio.

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