Le recensioni della redazione QLibri

1107 risultati - visualizzati 1 - 50 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 23 »
Ordina 
 
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    23 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

L'amore ti rende vivo

Tutte le guerre sono feroci. Alcune sono più feroci delle altre. Non tutte le guerre si combattono lealmente. Alcune sfogano violenza e crudeltà sulla popolazione inerme.
Questo è quanto evoca il titolo dell’ultimo romanzo di Edna O’Brien “Tante piccole sedie rosse”.
Nel 2012 undicimilacinquecentoquarantuno sedie rosse furono messe in fila nel centro di Serajevo, per ricordare l’inizio dell’assedio della città da parte delle forze serbo-bosniache. Seicentoquarantatre sedie erano di dimensione più piccola: ognuna di esse rappresentava un bambino ucciso dai cecchini.
Un titolo, dunque, che evoca una tragedia infinita, un romanzo che parla d’amore, dell’amore sognato, tradito, deluso, dell’amore materno, dell’amore per Dio, dell’amore per la natura.
Nello sfondo di un’Irlanda verde e pacifica, provinciale e borghese si ambienta la prima parte del romanzo che ha per protagonista Fidelma, bella e amata moglie di un uomo molto più anziano, che soffoca con dolore il suo frustrato desiderio di maternità. Ed è nella sua tranquilla routine quotidiana che irrompe prepotentemente la figura di questo straniero che si presenta come guaritore in grado di compiere prodigi. Fidelma diviene Didone, la regina sedotta e ingannata. Ella dà tutta se stessa, con la speranza di avere il figlio desiderato. Ma il prezzo che è costretta a pagare la nostra Didone, la Didone dei nostri tempi, è altissimo perché il suo straniero è ben lungi dall’essere l’Enea di Virgilio. Egli è il feroce assassino di Serajevo.
La violenza genera violenza e Fidelma ne è vittima ella stessa. Perso tutto ciò che costituiva la sua vita serena, abbandona il suo paese e giunge in Inghilterra. Il viaggio nell’inferno dei diseredati costituisce la seconda parte del romanzo.
Di discriminazione sociale e razziale, di sfruttamento e precarietà è fatto il mondo di queste creature che lottano per la sopravvivenza. Alcuni ce la fanno, altri soccombono. Un tema di tragica attualità, soprattutto se si pensa alla ulteriore chiusura voluta dalla Brexit verso una politica di solidarietà.
Un romanzo duro, a tratti feroce, come può solo essere la narrazione di fatti atroci realmente accaduti, una storia che turba e sconvolge le coscienze. Per lo meno di coloro che ancora ne possiedono una.

“Casa, casa, casa. […..]Non immaginate quante parole esistano per dire «casa» e quali musiche selvagge se ne possano ricavare.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    22 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Esistono gli incidenti?

Per chi fosse alla ricerca di adrenalina, suspense e colpi di scena, posso tranquillamente dire che continuare la lettura di questa recensione e quindi la lettura del libro, è una cosa inutile.

Noah Hawley nel suo libro racconta la storia di una tragedia “Che cosa è successo nei diciotto minuti tra il momento in cui le ruote si sono staccate dall’asfalto e quello in cui l’aereo ha toccato la superficie dell’oceano? C’erano guasti meccanici?”.

Siamo in America è su un jet privato si trovano undici persone: tre fanno parte dell’equipaggio; poi abbiamo i Klipling, (una coppia molto facoltosa), la famiglia Bateman (una ricchissima famiglia), composta dai genitori David e Maggie, una bambina di nove anni e il fratellino di quattro e la loro guarda del corpo; a quest’omogeneo gruppo di ricchi si unisce Scott Burroughs, uno squattrinato pittore che stona un po’ con il resto.

Dopo soli diciotto minuti di volo l’aereo precipita e solo in due si salvano, il piccolo JJ e Scott. Le dinamiche dell’incidente o presunto tale restano ancora oscure, cosa è realmente successo su quel volo? Come mai Scott è riuscito a salvarsi? “Forse è solo un tizio che è salito sull’aereo sbagliato e ha salvato un bambino”?

“Prima di cadere” oltre che raccontarci il presente ovvero il susseguirsi degli eventi, scava anche sui singoli protagonisti, raccontandoci di ognuno di loro il passato ma soprattutto i segreti, fino all’arrivo su quel maledetto volo. Sono molte le teorie avanzate: complotto, terrorismo, arte, incidente o destino? Gli scheletri nell’armadio dei singoli passeggeri sono veramente molti. Tra le persone che si ritrovano a “indagare” risaltano sicuramente la figura dell’ingegnere Gus e l’ingestibile presentatore televisivo Bill.

Hawley cerca più volte di depistare il lettore e sicuramente lo fa arrabbiare quando mostra in maniera piuttosto realista come viene gestita la tragedia dal mondo dei media. La privacy sembra non esistere e quello che sembra ovvio alla fine potrebbe non esserlo. Quante volte da eroi si diventa sospettati?

L’autore riesce a gestire veramente bene la situazione e l’attenzione del lettore non cala pur mancando colpi di scena e situazioni adrenaliniche. In maniera posata, chiara e intrigante (questo elemento non manca) Hawley mi ha tenuto incollata alle pagine, e stiamo parlando di un libro che ne conta ben 463. L’unica pecca la posso trovare sul finale, che viste le aspettative create “si sgonfia” un pochino, questo non incide però sul fatto che l’autore che è al suo quinto libro abbia fatto un buon lavoro.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    19 Febbraio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il ritorno

Semplicemente bello, amaro, struggente, incisivo.
L'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio brucia come sale su ferite aperte, parla di figli e di genitori, di incontri ed abbandoni.

Lei non possiede un nome di battesimo ma è detta da tutti i paesani “arminuta”, la ritornata.
Scaricata come una merce da chi ha sempre considerato genitori, passata dal calore della propria casa al gelo di un focolare sconosciuto, catapultata in un mondo aberrante per lei, tredicenne vissuta tra coccole, agi e serenità.
La nuova casa è popolata da persone diverse, che parlano solo dialetto, che lottano ogni giorno con un demone chiamato miseria, che si azzuffano per due rigatoni al sugo, che condividono pochi metri quadri tra odori nauseabondi e grigiore.

Quello narrato dall'autrice è un salto nel vuoto come solo può essere lo sradicamento di un'adolescente, un evento complesso da immaginare e da rendere a parole; eppure l'effetto prodotto dalle immagini dipinte è poderoso, tanto da provocare uno stillicidio doloroso dalla prima all'ultima pagina.
La voragine emotiva narrata è generata dall'intreccio dell'assenza improvvisa e immotivata di coloro che ti hanno cresciuto e amato e dall'apparire altrettanto veloce di due persone che scopri averti generato e ceduto e di fratelli e sorelle estranei.
E' complicato parlare di temi forti e scottanti di questo tenore, sottolineando gli stati d'animo di ogni personaggio e delineando le infinite sfumature legate ad uno sguardo, ad una lacrima, ad un gesto quotidiano.
Grande prova di scrittura dell'autrice abruzzese, dotata di una penna affilata e tagliente come una lama, una scrittura sintetica che riesce ad intrappolare su di un rigo emozioni, lacerazioni e sogni infranti.
Un tema pesantissimo, come il mondo che crolla sulle fragili spalle di un'adolescente, scopre altri nervi scoperti, come le dinamiche familiari ambientate negli anni Settanta in un contesto rurale e genuino. Altro merito dell'autrice è di aver fotografato un pezzetto di Italia, contestualizzando la storia nel suo natio Abruzzo, riportando alla nostra memoria immagini in bianco e nero di una nazione tra crescita e difficoltà, dove non tutti potevano permettersi una giornata in spiaggia ed un piatto di frutti di mare.
Un'Italia di braccianti e di operai che fatica a portare il pane a tavola, che appare arida e priva di sentimenti, ma sotto una scorza dura ci sono cuori che battono per le disgrazie ed i dispiaceri che la vita porta sempre con sé.

Tante le lacrime eppure tanta dignità nel corso di tutta la narrazione, evitando la ricerca di sensazionismo ma facendo assaporare genuinità e naturalezza, senza artifici.
Un romanzo senza vincitori, c'è chi ha scelto e chi ha subito, ma tutti insieme ingrossano le fila dei vinti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    16 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un manuale in forma autobiografica

Per affrontare la lettura dell’ultimo libro di Murakami Haruki, “Il mestiere dello scrittore”, bisogna aver ben chiaro cosa si intenda per “autobiografia” al fine di stabilire se quest’opera possa a pieno titolo essere considerata autobiografica.
A questo proposito è opportuno fare riferimento al testo di Philippe Lejeune “Le pacte autobiographique”. Qui, infatti, vengono elencati gli elementi essenziali che costituiscono l’opera autobiografica. Fondamentale tra questi è la coincidenza tra narratore personaggio e autore, che propone un racconto retrospettivo di fatti che riguardano la sua vita e ne delineano la personalità.
Nel "Mestiere dello scrittore" Murakami, in realtà, osserva questa regola, pur non abbandonandosi a dettagli sulla sua vita privata, egli, anzi, ne parla solo di tanto in tanto, di sfuggita, per concentrarsi invece sulle circostanze che hanno determinato la nascita dello scrittore di fama, e sulle aspirazioni giovanili, sulla tenacia con cui l’obiettivo è stato raggiunto. Nessuno spazio per il “gossip”, dunque, in quest'opera, che si propone piuttosto come un sorta di manuale che contiene una personale visione di come si possa eventualmente diventare scrittore e in qualche caso raggiungere il successo. L’interesse di questo libro, al di là della curiosità legittima che può suscitare nel lettore ammiratore di Murakami, consiste nel quadro sociale e culturale che l’autore delinea come retroterra della sua formazione di artista.
Egli dunque inizia con il definire le qualità proprie di uno scrittore e si sofferma su cosa significhi essere romanziere, sull’importanza del linguaggio e su come migliorare lo stile per far sì che l’opera diventi un “classico”, perché solo i classici sono destinati a durare nel tempo, grazie alla loro originalità. L’originalità è infatti elemento essenziale, come l’immaginazione che, come disse Joyce, equivale alla memoria. Secondo Murakami è fondamentale per uno scrittore attingere alla memoria: “[….] non ha importanza se pensate di non aver abbastanza materiale per scrivere un romanzo, non rinunciate. Basta che spostiate di poco il vostro punto di vista, che vi ispiriate diversamente e capirete che il materiale è lì, tutto intorno a voi.”
Non mancano esortazioni a curare il fisico oltre che lo spirito, per raggiungere l’equilibrio ideale per scrivere. Molto interessanti sono le pagine dedicate alla scuola, dalle quali si evince che in Giappone i limiti dell’istituzione scolastica sono simili a quelli più volte rilevati in molti paesi europei.
È ovvio che ogni considerazione sull’arte sia in stretta relazione al mercato al quale essa si rivolge e Murakami analizza le ragioni del suo successo, non trascurando gli eventi storici e sociali verificatisi nei paesi in cui la sua popolarità si è affermata con maggiore vigore.
“Il mestiere di scrittore” può definirsi dunque un manuale autobiografico che non si limita al tema specifico inerente la scrittura, ma si estende ad aspetti interessanti per un più vasto pubblico di lettori.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Religione e spiritualità
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuti 
 
4.0
Approfondimento 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
lapis Opinione inserita da lapis    16 Febbraio, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Acta contra sextum

Difficile leggere qualcosa che lasci più nauseati, delusi, arrabbiati come leggere di pedofilia.
A meno di non leggere di pedofili che sfruttano la propria posizione di privilegio come educatori e padri spirituali, approfittando della fiducia di ignare famiglie che affidano loro i figli proprio per farli crescere in un ambiente sicuro e protetto.
A meno di non leggere di pedofili contro cui la giustizia ordinaria nulla può fare perché avvolti da un’inattaccabile rete di omertà e protezione, contraria a qualunque valore etico e morale.
A meno di non leggere “Lussuria”, la nuova, documentatissima, inchiesta con cui il giornalista de l’Espresso Emiliano Fittipaldi, dopo “Avarizia”, torna a denunciare i vizi della curia. Sotto la lente d’ingrandimento, appunto, il sesto peccato capitale.

Questo saggio parla di scandali e crimini sessuali che hanno coinvolto la Chiesa cattolica nell'ultimo ventennio e lo fa in modo semplice e rigoroso, attraverso fatti, nomi, date e immagini di documenti ufficiali. Nulla è concesso ai facili paternalismi o al morboso voyeurismo. Fittipaldi non si addentra nelle storie o in scabrosi dettagli perché ciò che vuole far emergere non sono le vicende di vittime e carnefici, ma le responsabilità delle autorità ecclesiastiche preposte a prevenire, indagare, punire.

Fittipaldi documenta i comportamenti omissivi e autoassolutori di chi ha operato sistematici occultamenti volti a salvaguardare la reputazione e il patrimonio della Chiesa piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori. Racconta di continui spostamenti di pedofili di parrocchia in parrocchia per evitare scandali e dei tentativi di corruzione per comprare il silenzio di vittime e famiglie, comportamenti apparentemente in contrasto con la nuova “linea intransigente” dichiarata da Papa Francesco, ma nei fatti premiati con prestigiosi incarichi (addirittura tre dei nove cardinali appartenenti al gruppo di porporati che consigliano il pontefice sul governo della chiesa universale sono coinvolti in controverse storie di insabbiamenti). Parla infine della distanza effettiva tra le promesse di tolleranza zero del nuovo corso bergogliano e la difficoltà di declinarla e imporla nei documenti ufficiali, che ancora oggi esonerano i vescovi dall'obbligo di denunciare i presuli alla magistratura ordinaria e di deporre o esibire documenti per aiutare il corso della giustizia civile.

Quello che sconvolge, ultimata la lettura, è il relativo silenzio da parte dei media su tali questioni. Solo la conoscenza può evitare che vittime e famiglie, per paura o per vergogna, lascino che questi crimini rimangano taciuti e impuniti. Solo l’opinione pubblica può scandalizzarsi per le omissioni, l’indifferenza, l’assenza di punizione e chiedere di più. Essendo un tema di grande attualità e importanza civile, consiglio di certo la lettura di questo testo, ricco di documenti e informazioni, per conoscere una verità di fatti e responsabilità che vanno ben oltre le dichiarazioni mediatiche.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
siti Opinione inserita da siti    15 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

QUALCOSA , TROPPO, NIENTE

Romanzo dal tono fiabesco con protagonista una principessa che si affaccia alla vita e ne scopre le complessità insite in primo luogo in lei e riflesse nei fatti, negli incontri, nelle scelte, nelle relazioni che arricchiscono, complicano, suggellano la sua crescita. Quasi un piccolo frammento di romanzo di formazione, una lettura che ritengo particolarmente adatta per i piccoli lettori dai dieci ai tredici anni, più avanti il modulo fantastico basato su elementi fiabeschi potrebbe far storcere il naso ai più grandi i quali potrebbero trovare scontate le suggestioni che lo scritto sa innescare.

Una principessa nasce e si impone alla vita e alla famiglia con strepiti e urla fin dai primi giorni: è eccessiva, le vien dato il nome “Qualcosa di troppo”, appare fin da subito in perenne conflitto con il suo universo emozionale di ben difficile gestione. È il suo percorso di crescita, la via è segnata, dovrà affrontare un prematuro dolore, la scomparsa della mamma, e imparare a canalizzare il suo io, a circoscriverlo, a conoscerlo, ad accettarlo. Chi di noi è esente da tale tirocinio formativo? Interessante iniziazione con una serie di prove da affrontare , declinate attraverso le più classiche funzioni proppiane, e l’immancabile supporto dell’aiutante magico. Tutte le situazioni richiamano le sfide che i nuovi tempi impongono ai ragazzi di oggi, sottoposti come non mai a pressioni e stimoli che innescano un’accelerazione nella crescita non corrispondente all’età anagrafica, al loro sviluppo psico-fisico, al loro benessere. Pressioni e stimoli che sono tutti sovrabbondanti, ridondanti, fastidiosi e seriali e che stanno producendo purtroppo aberrazioni all’evidenza di tutti. In particolare è presente una velata critica alla necessità di affermazione dei giovani che trova sfogo sui social, paragonati qui a lenzuola esposte al balcone e zeppe di stati d’animo, di sbandieramenti circa la pienezza del proprio vissuto, di fondo, specchio evidente di tristi solitudini. È presente inoltre la riflessione circa i pericoli dell’amore quando non vissuto dalle giovani ragazze come un sentimento di amorosa corrispondenza ma secondo moduli che attingono a profili quali la salvatrice, la dipendente , l’affermata incapace di auto affermarsi al di fuori di un rapporto a due. Utili riflessioni per un universo femminile in crescita, per instillare attraverso una lettura semplice e fresca qualche pillola di educazione all’affettività coinvolgendo allo stesso modo l’universo maschile in crescita, ancora più depauperato, secondo il mio punto di vista.

Il qualcosa che siamo noi, il troppo di cui lo riempiamo, il niente che riconduce alla piccolezza della nostra esistenza e alle bassezze di cui la nutriamo, la scomparsa della noia e la paura della solitudine sono infine spunti di riflessione adatti a tutte le età che si possono ritrovare in questo piacevole libretto snello ma estremamente curato nell’ aspetto grafico, in una forma mista sempre più in auge con la commistione dei linguaggi: il letterario e l’ iconico che si avvale, in questo caso, delle efficaci illustrazioni di uno dei più quotati fumettisti italiani, Tuono Pettinato.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Jakob Dekas

Bolzano, primavera 1999. Il Pubblico Ministero Jakob Dekas è in ferie quando viene richiamato in servizio a causa del ritrovamento, a distanza di un brevissimo lasso temporale, del corpo di due donne, venute a mancare in circostanze simili. Di fatto, entrambe erano due libere professioniste – una è una dentista, l’altra un architetto – ed entrambe erano solite partecipare a c.d. “cene sociali”, è dunque impossibile per gli inquirenti escludere un collegamento tra i due decessi. Che Dekas e la sua squadra si stiano in realtà trovando di fronte ad un omicida seriale? Questa è la domanda che pende sulle loro spalle. Come pensare diversamente, d’altra parte, quando il cadavere della Sauer – l’odontoiatra – a seguito di uno strangolamento è stato trovato riverso sul letto con evidenti segni di colluttazione, mentre quello di Claudia Von Dellemann, di anni 31, sul divano senza alcuna traccia di lotta o di difesa? Che sia veramente una ischemia la causa della morte di quest’ultima? Oppure dietro questa si cela ben altro? E cosa significa quel taglio di capelli che marca ciascuna vittima? Alla Sauer, l’assassino, li ha certamente recisi prima della morte (verosimilmente come feticcio, tanto che il ciuffo è stato recuperato in strada, in un cassonetto, poco distante dall’abitazione della donna), al contrario, a Claudia, sono stati tagliati successivamente alla dipartita ma di questi ancora non vi è traccia. Perché questa differente sequenza temporale? Perché questo “marchio”?
A complicare ulteriormente il quadro vi è anche la doppia vita condotta da Claudia, di giorno architetto e di notte prostituta di alta borgata, nonché il suo essere stata, per un periodo, compagna di avventure sessuali di Dekar stesso. Ed ancora, cosa nascondono i sintomi di quel bambino su cui la pediatra Lena è chiamata a prestare la sua opera? E l’avvocato Oliver Baumann a quale gioco sta giocando? E chi è La Murena? Qual è il suo ruolo in questa intricata matassa che l’equipe della Procura è chiamata a risolvere? E Martina Seppi, più che collega di studio della Von Dellmann, cosa nasconde?
Con “Nessuno muore in sogno”, Katia Tenti dà vita ad un giallo piacevole, sufficientemente intrigante, dai giusti tempi narrativi e di facile lettura. L’avventuriero esploratore, infatti, si troverà di fronte ad un enigma affatto scontato da risolvere, un caso cioè dove ogni tassello del puzzle si ricongiunge a quello mancante senza fretta e dove nulla è come appare, rimescolandosi, le “carte”, sino alla fine. Un secondo capitolo, questo, cioè, ove è percepibile una netta maturazione della penna dell’autrice, penna che in quest’ultima opera è molto più accattivante e fluida rispetto a “Ovunque tu vada”, primo episodio della saga.
Dal punto di vista dei personaggi devo ammettere però che il protagonista, Dekas, non è proprio fedele alla realtà. Questo è stato, forse, eccessivamente, romanzato (soprattutto sotto il profilo espressivo-linguistico), probabilmente per renderlo più appetibile al lettore. Buone le ambientazioni, caratterizzate altresì da peculiarità e abitudini che le rendono vivide e tangibili, nonché lo sviluppo dell’intrigo.
In conclusione, “Nessuno muore in sogno” si offre al grande pubblico sotto la veste di un romanzo non impegnativo eppure non scontato, ed al tempo stesso gradevole e scorrevole tanto da rendersi appetibile sia agli amanti del genere che a quelli che ne sono estranei. Una buona prova.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
siti Opinione inserita da siti    05 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

CHEZ KRULL

Scritto nel 1938 e dato alle stampe l’anno successivo,”La casa dei Krull”, torna ora in lingua italiana grazie ad Adelphi che continua a ripubblicare le opere del belga. Il romanzo oggi parrebbe quasi profetico rispetto alle sfide inclusive richieste alle nostre entità statali, ma prima alle nostre menti e ai nostri cuori, dai continui flussi migratori, dal cosmopolitismo crescente, dalla stessa globalizzazione. Eppure , preferisco darne una lettura prettamente letteraria e non politica, geopolitica, antiamericana, non c’è bisogno … all’occorrenza basta guardare casa nostra. O meglio entriamo a casa dei Krull accompagnati da un cugino tedesco che sta arrivando in taxi e che con la sua presenza, con la sua condotta o più semplicemente con il suo sguardo lungo, mette a repentaglio delicati equilibri consolidati nel tempo eppure fragili come un vetro filato.
I krull sono dei crucchi, abitano in un paese del nord della Francia, in una dimora al limitare dell’abitato, lungo una triste prospettiva scandita dalle chiuse di un canale navigabile. Possiedono un emporio e Cornelius, il capofamiglia, ha un laboratorio annesso nel quale si dedica all’intreccio del vimini. È la moglie a gestire la merceria che viene frequentata, insieme alla mescita per la compravendita di alcolici al banco, soprattutto dalle mogli dei cavallanti, i quali con le loro famiglie vivono in chiatte semigalleggianti al limite della società. I vicini di casa dabbene preferiscono servirsi altrove. La famiglia si completa di tre figli: un giovane laureando in medicina e due ragazze, dedite al cucito e allo studio del pianoforte. L’arrivo del cugino Hans, figlio del fratello di Cornelius, rompe la monotonia di una casa nella quale tutto pare essere cristallizzato e coincide, dopo poco tempo, con il barbaro assassinio di una ragazzina. In un crescendo di tensione la famiglia si ritrova coinvolta nell’omicidio, vero capro espiatorio di una comunità che fatica ad integrare il diverso. Protagonista assoluta della rappresentazione- lo scritto vive di una teatralità necessaria e assai funzionale- è la gente, quell’insieme di identità indefinite capace di tutto, cui fa da contraltare proprio il giovane Hans che con il suo fare disinvolto, con la sua superiorità mentale, con la sua furbizia da mascalzone, mantiene integra la propria identità schierandola apertamente non dalla parte del decoro civile. Paradossalmente sarà colui che, a conti fatti, uscirà integro da una vicenda capace di sconvolgere un’intera famiglia, quella dei suoi parenti più prossimi. Al contrario il cugino, suo coetaneo, schiacciato da un vissuto di inadeguatezza, dovrà ricostruire la propria identità, forse già scritta …
Essenziale, perfetto, lucido, spietato, il romanzo si attesta come l’ennesima prova di bravura nella quale i tratti incisivi sono i movimenti scenici , gli ambienti perfettamente descritti, la fusione di questi due elementi usati indirettamente per rappresentare pensieri, emozioni, tensioni, silenzi , rumori , tutti fondamentalmente sospetti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    03 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

L'involuzione della specie

Il passo non troppo incisivo, schematico, asciutto che caratterizza la penna di molti autori giapponesi contemporanei si imprime anche su questo romanzo di Shuichi Yoshida, autore di successo in patria.
La trama e’ piuttosto semplice , un nucleo di sospetti che si conta sulle due dita, un’assenza piuttosto drastica di suspense.
Chi cerca il poliziesco canonico, auspicando nel modus operandi di scrittori occidentali , sappia che in questo volume di giallo trovera’ poco piu’ che la copertina. Resta una lettura scorrevole, che utilizza il delitto come espediente per parlare d’altro.
Trovo che il nucleo del libro sia piu’ che altro sociologico, una disamina della societa’ contemporanea giapponese. Ne emerge, in conformita’ peraltro con quello che avviene in tanti altri Paesi, una panoramica piuttosto inquietante . Giovani che all’aggregazione preferiscono l’isolamento, comunicando e conoscendosi attraverso chat e gruppi virtuali. L’autore parla di un impoverimento dei valori, dove la gogna mediatica non conosce vergogna e l’apatia della gente impera.
Il fenomeno e’ amplificato da Yoshida attraverso la contrapposizione della vecchia generazione alla nuova. La madre affranta dal dolore inginocchiata di fronte ad un altarino , il vecchio padre che non ha la forza di alzare la serranda della piccola bottega di barbiere e non si dà pace. Non puo’ trovare un senso a quella sua bambina che frequentava sessualmente sconosciuti incontrati su internet. Alle risatine di scherno della gente inclemente e malvagia che col pettegolezzo rifiuta di assecondare il dolore della sua tragica perdita. Monta la rabbia sempre piu’ folle per quel ragazzo viziato che l’ha maltrattata, abbandonata al buio. A cui l’anziano piegato dalla fatica e dal pianto chiede null’altro che una sola, misera, sacrosanta parola di scusa, ma torna al mittente l’ennesimo ghigno sprezzante.

Diffuso come thriller, io credo la sua forza sia invece umana, nella sua accezione negativa.
Senza lode e senza infamia, fa pensare e non sono pensieri incoraggianti quelli sull’involuzione della specie. Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    01 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

“La vita non assomiglia affatto agli scacchi”

“La vita non assomiglia affatto agli scacchi [......] . La vita è come il poker o la briscola: il giocatore può essere un campione, può essere un brocco, ma vincere o perdere dipende anzitutto dalle carte che hai in mano.” Questa è solo una delle molte significative riflessioni in cui si imbatte il lettore dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, “Sempre più vicino”. Si, perché qui siamo di fronte a un’opera che, al di là della trama piacevolissima e ben costruita, al di là di una prosa impeccabile e una vena umoristica non trascurabile, apre un dibattito ampio, tanto ampio quanto doloroso.
Protagonista del racconto è Valerio, un giovane laureato in procinto di conseguire una seconda laurea, desideroso di costruirsi una vita autonoma e economicamente indipendente, anche per segnare le distanze da un padre grossolano ed egoista che lo aveva allevato senza particolari tenerezze dopo l’abbandono di una madre egocentrica e superficiale. Valerio non è il solo giovane intorno al quale si dipana la storia: accanto a lui troviamo Simon, l’amico storico, l’amico di sempre, aspirante scrittore, ed Elena e Viola. Ognuno di loro rappresenta, in modo diversificato, la difficoltà di essere giovani nel mondo contemporaneo. Ed è infatti questo il punto centrale del romanzo. Siamo di fronte a una generazione a cui è stata tolta la speranza di un futuro, a cui è negato coltivare un sogno. Ciò perché l’eredità ricevuta dai più vecchi non ha saputo fornire le basi per un avvenire stabile e economicamente sicuro. E qui si imporrebbero considerazioni di carattere politico, sociale e culturale di non poco interesse. Lo scetticismo del personaggio Valerio nei confronti degli studi che si accinge a completare è, per esempio, sicuramente indice di quella sfiducia ormai diffusa tra i giovani nell’utilità dell’istruzione, con grave danno per la società nel suo insieme.
È con grande abilità che Montanari costruisce intorno a questo tema centrale una storia dai risvolti noir, che avvince e diverte, che consente al lettore di “vedere” al di là della lettura. E infine, nella migliore tradizione del romanzo picaresco, perché in definitiva la storia di Valerio altro non è che la storia di una crescita e, in quanto tale, una crescita dolorosa, ogni capitolo è preceduto da un sommario degli eventi che seguiranno. Proprio come, uno tra tanti, nel Tom Jones di Henry Fielding,

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
210
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    30 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

On the other side

"Il passaggio" rappresenta l'ennesima avventura di Michael Connelly e del suo ormai pensionato detective Harry Bosch.
Con un ritmo incalzante e una trama abbastanza coinvolgente e interessante, Connelly riesce a ridare un po' di brio al suo personaggio più rappresentativo, dopo le ultime uscite abbastanza deludenti.
I personaggi sono caratterizzati molto bene e riescono a suscitare sia empatia che disprezzo (nel caso dei soggetti negativi della storia). Soprattutto i due protagonisti, Bosch e l'avvocato Haller, contribuiranno a rendere vivo il contesto e la storia nella quale si muovono, che non va mai per le lunghe e tiene il lettore incollato alle pagine. Certo, non si tratterà di un racconto originalissimo, ma con la miriade di storie che ci sono in giro quanti autori possono vantare questo diritto?

Bosch si è quasi rassegnato alla sua vita da pensionato: la sua unica occupazione è rimettere in sesto una vecchia Harley Davidson e cercare di entrare nelle grazie della figlia ormai prossima al diploma. Peccato che quando il dovere chiama, Bosch non sia capace di ignorarlo.
Quando il fratellastro e rinomato avvocato Mickey Haller gli offre un lavoro, ovvero scagionare un suo cliente che ritiene accusato ingiustamente dell'omicidio di una donna, Bosch si mostra palesemente contrario, almeno all'inizio. In una vita intera, si era sempre trovato dalla parte dell'accusa, e passare alla difesa era considerato un vero e proprio tradimento, sia dalla sua coscienza che dai suoi ex colleghi. Ma quando si ritrova a osservare i dettagli del crimine e nota più di un particolare sospetto, comincia a farsi strada la prospettiva che un assassino si trovi a piede libero a discapito di un innocente, e perciò l'anima del detective torna a farsi sentire. Si rimetterà in carreggiata, sfoggiando sul campo tutte le sue grandi capacità di deduzione e la sua esperienza, seguendo una scia di morte e misteri che sembrano legati da un unico filo conduttore.
Ritmo serrato e una storia che susciti un buon interesse sono ingredienti fondamentali per un buon thriller, e stavolta Connelly ci è piaciuto.

"Lascia perdere, Haller, questa storia imbarazzante. Qualsiasi avvocato di difesa dice quello che stai dicendo tu. Non c'è cliente che non sia innocente. Sono trent'anni che sento la stessa solfa ogni volta che entro in un'aula di tribunale. Ma sai una cosa? Non c'è una sola persona che mi pento di aver ficcato in galera. Eppure tutti in un momento o nell'altro si dichiarano innocenti."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Jeffery Deaver
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
CortaZur Opinione inserita da CortaZur    29 Gennaio, 2017
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un giallo sociale, divertente e amaro.

Torto marcio - A. Robecchi

Un giallo che va oltre i soliti confini del romanzo di genere, una fotografia della Milano che non esce sulle copertine patinate delle riviste e delle persone, i cosidetti ultimi, che la popolano.
Non ho letto i libri precedenti di Robecchi, quelli della serie con Monterossi protagonista arrivata al quarto capitolo, e dopo aver letto quest’ultimo mi è venuta una irrefrenabile voglia di recuperare le precedenti puntate.

La trama gira intorno a tre storie principali che partono separate per poi, in qualche modo contorto, intrecciarsi e portare al gran finale. Abbiamo il gruppo investigativo della questura guidato dai sovrintendenti Carella e Ghezzi che indagano sugli omicidi che stanno impazzando nella Milano di oggi, abbiamo il famoso autore televisivo, amante di Bob Dylan, Monterossi che insieme al suo fidato amico Oscar cercano un anello di inestimabile valore e infine abbiamo un gruppo di ragazzi appartenenti ad un collettivo comunista che si batte per il diritto alla casa. Questi sono i tre filoni di cui sopra: il primo, quello che racconta di Carella e Ghezzi, è il filone più esilarante che mi ha fatto molto divertire e mi ha letteralmente trascinato nella lettura del romanzo. Un’armonia tra i personaggi, una splendida complicità e un’ottima divisione dei ruoli con alcune sorprese che lasciano il segno come la splendida signora Rosa. Andando avanti nel romanzo si ha il piacere di visitare una Milano di periferia, dove vivono i vinti, coloro per i quali la scala sociale non ha preso la direzione sperata, le persone che combattono per cose basilari come il diritto di avere un tetto sotto al quale vivere. Ed è proprio questo il particolare merito del romanzo, e cioè di portare in superficie un annoso problema di cui non si parla mai abbastanza e che spesso rappresenta terreno fertile per movimenti e politici populisti. In questa maniera Robecchi porta il suo racconto oltre i confini del giallo trasformandolo anche in una sorta di denuncia sociale.
Inoltre abbiamo un ottimo racconto delle tecniche di investigazione con le procedure rese molto realistiche e descritte in maniera precisa, niente super uomini che risolvono tutto da soli ma un lavoro di squadra che mostrato così sembra quasi uno spot per arruolarsi in polizia dato che sembra molto stimolante pur senza inventarsi nessuna sofisticata diavoleria, purtroppo sappiamo che la realtà non è così ed è molto più prosaica.

Spostando la lente dal gruppo investigativo a Monterossi cambia molto il registro letterario infatti le atmosfere cambianno e si allegeriscono, il protagonista è un affascinante autore televisivo in perenne conflitto con se stesso e in continua ricerca di dischi di Bob Dylan; ciò nonostante resta costante la critica al sistema giornalistico della TV della sofferenza, per capirci quella TV di cui la nostra Barbara D’urso è leader e di cui spesso ci vergogniamo per la estrema cinicità e mancanza totale di buon gusto e sensibilità. Una critica mai velata e sempre precisa che mostra un dietro le quinte molto verosimile di tali programmi abbastanza discutibili.

In definitiva il romanzo Torto marcio è veloce, simpatico e ti porta facilmente alla dipendenza in quanto riesce a instaurare fra il lettore e i personaggi un solido legame, un’affezione particolare. La costruzione della trama e gli incastri creati sono efficaci e funzionali alla scorrevolezza del testo; le battute tra i protagonisti, gli equivoci e i momenti di divertimento sono molti e ben sparsi nel testo, comunque ben bilanciati con i momenti di tensione e suspance che fanno accelerare il racconto in maniera decisa. Una bella prova che a detta di molti fa toccare un nuovo picco alla produzione letteraria dell’autore.

Sono estremamente soddisfatto per la scoperta di questo autore e ne consiglio vivamente la lettura anche a chi non è amante del genere ma cerca semplicemente una buona e intelligente storia da leggere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Agli amanti dei gialli Sellerio e a chi vuole iniziare ad amarli
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Letteratura rosa
 
Voto medio 
 
1.0
Stile 
 
1.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
1.0
ALI77 Opinione inserita da ALI77    25 Gennaio, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

UN ROMANZO CON POCHE IDEE

Landon, è il protagonista di questa storia, un bravo ragazzo, semplice, che si è trasferito a New York per seguire la sua ragazza, Dakota, che lo ha prontamente lasciato per vivere la sua vita. Nothing more-Dopo di lei, non è un libro, ma una serie di pensieri e riflessioni che Landon fa sulla sua vita, su quanto la grande mela, sia diversa dal suo piccolo paese d’origine, di quanto gli manchi la sua famiglia. Si divide tra l’amore per la sua ex, o forse è solo desiderio, e l’attrazione per Nora, un’amica della sua coinquilina. Detta così potrebbe anche sembrare una storia, solo che la nostra Anna Todd, continua per tutto il libro a raccontare di come Landon si senta spaesato nella sua nuova vita, di quanto sia indeciso nella sfera privata, di quanto abbia sofferto nel suo passato quando nessuno lo considera. Questo personaggio non ha un’evoluzione, ma subisce tutto quello che gli succede, alcune volte mi sono chiesta se questo ragazzo sia vero, se possa esistere veramente. Mi sembrava surreale, tutto in questo libro sembra finto, senza alcun senso. L’autrice non ha idee, ma prende un personaggio già presente nella sua serie più famosa “After” e lo riprende sperando di avere lo stesso successo dei precedenti libri. Quello che più mi ha spaventato è lo stile della Todd, semplice, anzi semplicissimo quasi elementare, mi sembrava di leggere una serie di pensierini così basilarI, che non mi aspetto in un romanzo. Sono veramente queste, le storie che le adolescenti vogliono leggere? Criticare non fa mai bene, ma qui ci sono veramente molti punti deboli, prima di tutto il libro è noioso, Landon è anche simpatico a tratti, ma rimane fermo non tentando di cambiare la sua vita. In molti punti l’autrice ci parla del caffè, di quanti caffè si bevono i protagonisti, di cosa fanno durante il giorno, di cosa mangiano, insomma il nulla. Anna Todd, non sa coinvolge il lettore, non lo rende partecipe della vita dei protagonisti, ma questo rimane ai margini solo come spettatore, freddo e distante. Inevitabile è stato anche trovare nel testo, il riassunto o comunque dei cenni che rimandano ad “After” , che a mio avviso sono inutili e non arrichiscono la storia. Landon, alcune volte, in poche pagine ripete gli stessi concetti e pensieri, la storia si arena e non prosegue. Il protagonista non sa scegliere, tra l’ex e Nora, l’amica della sua coinquilina. L’ex ragazza, è un’ oca giuliva che vuole avere la sua libertà, ma allo stesso tempo è gelosa di Landon e non lo vuole lasciare andare. Mentre Nora,è una donna sicura di sé che fa colpo su Landon,che lo attrae fisicamente, ma non si capisce ancora se tra loro può nascere qualcosa di importante .La narrazione è pesante anche perché la storia è raccontata unicamente dalla parte di Landon e forse avrebbe aiutato la doppia versione da parte di un altro personaggio. Questo dovrebbe essere un romance ma non c’è nessun elemento che lo possa far assomigliare ad un testo d’amore. Inoltre, l’impaginazione è orribile, caratteri grandi, margini larghi, alcuni errori nel testo, ripetizioni che appesantiscono il libro. Verso la fine del romanzo la storia inizia a prendere forma, ma per capire qualcosa in più bisognerebbe leggere il seguito. Credo che questo romanzo sia partito da una buona idea che poi si è stata sviluppata male.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    24 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 24 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

E per cena... coniglio!

E sì, è proprio insopportabile questo gaucho insopportabile!
Non conoscevo Bolano e perciò non sapevo cosa aspettarmi. Il primo racconto è breve e molto carino e parla della fascinazione dell’amico Jim per i mangiafuoco. Fascinazione che porta a una situazione particolare e forse paradossale ma interessante. Segue il racconto che dà il nome alla raccolta. Sembrerebbe una storia biografica con la figura del protagonista, Pereda, padre di Bebe il letterato di successo, che il lettore immagina sia il padre di Bolano. La storia sembra vera e plausibile, ci sono anche riferimenti al famoso default argentino. Ci sono anche però elementi particolari. Per esempio la pampa dove va a stare Pereda è piena di conigli. Questi conigli sono creature curiose e non fifone come vorrebbe la loro fama. Corrono a vedere la vacca (non hanno mai visto una vacca), sembra che vadano incontro alle persone, sono più curiosi che spaventati, finiscono spesso in padella. Naturalmente la base dell’alimentazione della popolazione locale è il coniglio. Ma il punto che mi ha fatto scervellare sulla possibilità dell’esistenza di un simile coniglio, è quando Bebe porta nella pampa il suo editore a fare un giro a cavallo e un coniglio gli salta al collo azzannandolo e ferendolo in modo preoccupante compiendo un salto in alto di almeno un paio di metri.
Il racconto successivo è carinissimo, con un’indagine topo-poliziesca. Anche lì per capire che il poliziotto era un topo mi ci è voluto. Ho passato un po’ di tempo a meditare sulle strane abitudini poliziesche argentine e sulla stranezza di quei crimini ascrivibili quasi sempre a serpenti e predatori. Ma a parte il topo il racconto è molto avvincente così come l’indagine la cui conclusione temo sia legata a considerazioni sulla razza topina generali e non a semplice divertimento. Mi pare ci siano delle frecciate al sistema di polizia argentino distribuite in vari racconti. Come ci sono frecciate e anche sciabolate rivolte al mondo della cultura e dell’editoria. Cultura? Forse la parola non è appropriata. L’autore dà sfoggio di tutta la sua insopportabilità nella descrizione dei colleghi scrittori e del sistema editoriale.
“Gli scrittori attuali non sono più, come bene faceva notare Pere Gimiferrer, dei signorini pronti a fulminare la rispettabilità sociale e tanto meno un branco di disadattati ma gente che viene dalla classe media e dal proletariato ed è decisa a scalare l’Everest della rispettabilità, desiderosa di rispettabilità.
Sono biondi e bruni figli del popolo di Madrid, sono gente di classe medio-bassa che spera di finire i suoi giorni nella classe medio-alta. Non rifiutano la rispettabilità la cercano disperatamente. Per raggiungerla devono sudare molto. Firmare libri, sorridere, fare viaggi in posti sconosciuti, sorridere, fare i pagliacci nei programmi di cronaca rosa, sorridere molto, soprattutto non mordere la mano che dà loro da mangiare, presenziare alle fiere del libro e rispondere di buon grado alle domande più cretine, sorridere delle peggiori situazioni, fare la faccia intelligente, controllare la crescita demografica, ringraziare sempre.”
In fin dei conti è tutto folklore, l’uomo di cultura si è trasformato in opinionista scritturato dai talk show televisivi, il bene e il risparmio sono intimamente legati, la velocità delle immagini ha la meglio sulla durata e Borges è stato crocefisso. Viva Letelier e l’Allende e tutto il romanzo d’appendice!
“E’ nel romanzo d’appendice la salvezza del lettore (e tra parentesi, dell’industria editoriale). Chi l’avrebbe mai detto. Sempre lì a pontificare su Proust, sempre lì a studiare le pagine di Joyce appese a un filo e la risposta era nel romanzo d’appendice. Ah, il romanzo d’appendice. Ma siamo pessimi a letto e probabilmente faremo un altro passo falso. Tutto porta a pensare che non ci sia via d’uscita”.
Nel caso qualche editore volesse leggersi la raccolta, mi raccomando: cave coniglio. Non sia mai che ne saltasse fuori uno direttamente dalle pagine del libro per azzannarlo alla gola. Dopo questa lettura non mi meraviglio più di niente!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    20 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

zzzzzzz...

Il detective in pensione Bill Hodges viene chiamato sulla scena di un delitto per una consulenza. Si tratta dell'invito fatto dall'amico Pete, ex compagno di squadra, più per curiositò che per dare una mano alle indagini. Una madre, infatti ha ucciso la figlia paralizzata dal collo in giù e si è suicidata. Caso chiuso. La figlia è una delle vittime di Mr Mercedes, un folle che si è gettato su una folla di disoccupati con l'auito facendo danni rilevanti. Alcuni anni dopo ha cercato di farsi esplodere ad un concerto gremito di ragazzine. Ridotto ad un vegetale da Hodges e dalla sua banda di investigatori dilettanti adesso si trova nell'ospedale cittadino ed apparentemente è innoquo. Buona parte di questi fatti sono successi nei volumi precedenti.
Veniamo a "fine turno". Ossessionato da Brady, Hodges ha la sensazione che in qualche modo abbia messo lo zampino anche in questo atto, dopotutto il suicidio, assieme all'informatica sono una delle sue fisse. Si prende del tempo per indagare e trova una Z scritta su un muro ed uno Zappit. Si tratta di un giochino elettronico piuttosto datato e poco coerente con le padrone di casa. Tanto basta per far partire le indagini, scoprire l'esistenza di un progetto di induzione al suicidio del maggior numero di adolescenti possibili, l'individuazione dei complici piò o meno consapevoli di esserlo e la scoperta dell'ideatore di tutto questo.
Le ragioni per cui ho deciso di chiamare questa recensione ZZZZZZZ sono diverse. Innanzitutto perchè questa è la lettera che viene lasciata come firma sui luoghi dei delitti.
Poi, perchè il modo in cui le vittime sono indotte al suicidio mi ricorda il rumore delle zanzare che ti ossessionano durante la notte. Sempre lì fino a diventare a momenti un suono di fondo di cui quasi ci dimentichiamo e a momenti qualcosa che ci manda al manicomio.
Infine, perchè alcune delle scene che avrebbero dovuto dare maggiore tensione a me sono sembrate piuttosto soporifere. Troppe descrizioni, troppi pensieri da parte dei protagonisti, tanto da far passare la voglia di sapere come va a finire.
A parte questo, nel complesso il libro mi è piaciuto abbastanza. Le indagini di Hodges sono credibili, precise e rigorose anche quando si accorge che il colpevole più incredibile piano piano sta diventando quello più plausibile. La scelta di fare del suicidio degli adolescenti uno dei protagonisti avrebbe potuto rivelarsi piuttosto antipatica. Dopotutto questo non è un saggio, ma un libro di svago. E' stato inserito talmente bene nel contesto da non dare fastidio e l'idea di fornire il numero del telefono in aiuto ai potenziali suicidi probabilmente è una furbata, ma chissà per qualcuno può essere stato un servizio pubblico.
Visto il contenuto delle ultime pagine suppongo che, come annunciato, questo sia veramente l'ultimo volume su mr Mercedes. Consiglio di leggere anche i due precedenti, perchè i personaggi e i fatti sono talmente tanti che conoscere il passato aiuta ad apprezzare di più il presente.
Nel complesso la trilogia mi è piaciuta, però condivido il parere di quanti dicono che King stia perdendo lo smalto. Ancora un buon scrittore, ma quello di vent'anni fa era un'altra cosa.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    20 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Non del tutto soddisfatta

Terzo atto della saga “Le Sette Sorelle” e pur non avendo letto gli altri, la Riley non mi lascia in “balia delle onde”, ma subito mi fa entrare nella storia. Le Sorelle sono tutte figlie adottive di Pa’ Salt, il quale le ha trovate ognuna in un luogo diverso. Dopo tutti questi anni d’idillio ad Atlantis (Svizzera), alla morte del padre (molto sospetta), ogni sorella ha ricevuto una lettera e delle coordinate per risalire alle proprie origini. Questa volta tocca alla “Sorella Ombra” ovvero a Asterope (nome legato alla costellazione delle Pleiadi) ma da tutti chiamata Star.

Star ha un rapporto di dipendenza reciproca con la sorella CeCe, al punto che pur avendo quasi trent’anni oltre a vivere insieme, dormono ancora nella solita camera. Le parole di Pa’ Salt, sono chiare, vuole che Star prenda in mano la sua vita anche perché “La quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro”.

Star decide di seguire il consiglio e il primo indizio la porta davanti l’ingresso di una libreria che vende libri antichi e appena varcata la soglia, si trova davanti lo stravagante Orlando. Il secondo indizio è un nome, Flora MacNichol, cosa avranno in comune le due?

La Riley alterna passato e presente, se da una parte siamo nel 2007 con Star e il suo cambiamento interiore per uscire finalmente dall’ombra, dall’altro siamo nel 1909 e stiamo per conoscere la storia di Flora anche lei vissuta per molto tempo nell’ombra.

Sicuramente alle appassionate della saga, il mio voto avrà fatto un po’ storcere il naso, ma posso dire che la valutazione è motivata. Inizialmente l’approccio al romanzo è stato molto positivo, questa “Sorella” proprio mi piaceva; amante dei libri, della botanica e della cucina, davvero molte affinità con la sottoscritta. Ma quando andiamo a togliere queste passioni, quello che rimane è una ragazza che non ha mai vissuto la sua vita pur avendo ventisette anni. Una donna che fino a quel momento ha sempre condiviso tutto con la sorella e “di punto in bianco” decide di staccarsi da lei rimanendo però ambigua e senza mai affrontare di petto la situazione. Star si nasconde dietro gli altri, si espone poco in prima persona e se adesso non è la sorella a decidere per lei, ci pensano gli altri. Non ho visto il salto “dall’ombra alla luce” così netto. Amo le protagoniste schiette, le ambiguità non sono per me. Per quanto riguarda poi Flora, la mia delusione è stata quasi maggiore. Una donna che è sempre vissuta nell’ombra e ne ha passate molte, nel momento in cui doveva veramente far vedere di che pasta era fatta cede al compromesso e preferisce chiudere gli occhi invece di affrontare la realtà.

Se avessi dovuto valutare solo la prima parte del romanzo, il voto sarebbe stato sicuramente più alto. Parliamo di un romanzo di ben 640 pagine, che fino a metà mi aveva incantato e incuriosito. La Riley era riuscita a creare quell’atmosfera giusta che mi piaceva, con tutta quella campagna inglese sullo sfondo e il profumo dei libri antichi. Ma a un certo punto il suo saltare dal passato al presente invece di aggiungere, toglieva, lasciandomi insoddisfatta. Alcuni anni fa lessi “Il giardino degli incontri segreti” e rispetto a quello sicuramente la scrittrice è maturata ma manca ancora qualcosa.

A Hollywood hanno già deciso che questa diventerà una serie Tv, fossi in lei mi sentirei un po’ condizionata e probabilmente lo è anche lei..

Dopo oltre 600 pagine tira via sul finale. Partita bene ma arrivata male. Se ancora ci fosse qualche dubbio sulle protagoniste..alla semplice domanda di una giornalista che gli chiedeva quale personaggio preferisse, la Riley ha risposto Orlando e Mouse…strano perché le protagoniste erano ben altre.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Un pubblico femminile.
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantascienza
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    20 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Cyra e Akos

Tutti i pianeti della galassia sono attraversati dalla corrente. Essa scorre attraverso ogni fiore che sboccia nel ghiaccio donando la sua luce a testimonianza del suo potere. Thuvhe è uno dei Pianeti che compongono il sistema stellare; è un luogo abitato da due popolazioni tra loro rivali, i pacifici Thuvhesiti, cultori dei fiori del silenzio, e gli Shotet, guerrieri di origine nomade. Tra gli abitanti di questa realtà esistono i cd “predestinati”, coloro cioè che sono muniti di fati. Questi ultimi hanno un significato estremamente particolare poiché, con il loro essere, sono in grado di mutare le vite e le sorti dei rispettivi proprietari.
Cyra Noauvek shotet, sorella di Ryzek, nonché Akos Kereseth, thuvhesita, lo sanno molto bene. Entrambe ne hanno subito gli effetti; il giovane, venendo rapito in tenera età dalla casa natia, sita in Hessa, insieme al fratello Eijeh, e la ragazza essendo condannata, a causa – oltretutto – del suo dono, a diventare lo strumento di tortura per eccellenza del fratello, il quale vuole in ogni modo evitare che il suo “percorso”, con esito infausto, si realizzi. Ma non sono solo i fati a renderli speciali; sono anche i loro doni a contraddistinguerli dalla massa. E se Cyra ha la capacità di percepire il dolore e di infliggerlo col tocco delle proprie mani, Akos è in grado di interrompere il flusso della corrente e dunque di dare sollievo all’intima sofferenza della stessa.
Cyra è piegata dal senso di colpa, non vorrebbe utilizzare il suo potere quale arma, ne tantomeno vorrebbe servire lo shotet per scopi meschini ed oscuri, ma è anche ben consapevole della propria incapacità ed impossibilità a sottrarvisi. Il maggiore sa dove far leva per ottenere i suoi servigi, sa esattamente quali tasti toccare per placare ogni animo ribelle della consanguinea. Ed è proprio quando le sorti sembrano aver fatto il loro corso, che le carte delle medesime vengono a rimescolarsi. Dall’incontro dei due protagonisti, nulla sarà più come prima, alcunché sarà così scontato e/o immutabile e l’avventura avrà inizio…
Con “Carve the mark. I predestinati”, torna in libreria con un’opera piacevole, contraddistinta da un’idea di partenza buona e ben strutturata, Veronica Roth, autrice della celebre saga di Divergent. La stessa è caratterizzata da uno stile semplice e dalla tanto amata alternanza di narrazione (peculiarità che abbiamo già rilevato essere propria della penna di molteplici scrittrici contemporanee, Roth compresa), elementi questi che rendono, almeno nella prima sezione dello scritto, la lettura farraginosa. La storia prende campo e si sviluppa pienamente soltanto a partire dai 2/3 del volume e cioè dal momento in cui, superate le premesse, entriamo nel vivo delle vicende.
Per quanto i presupposti per riuscire vi siano, mi duole dover dire che lo scritto non brilla particolarmente per originalità essendo intriso di tratti che inevitabilmente lo ricollegano a pellicole cinematografiche e/o pubblicazioni contemporanee (e passate). Taluni tratti comuni sono innegabili, infatti. L’americana, inoltre, non si stacca dalla tipologia di personaggi adolescenziale, – che si concentra nuovamente nei 16/17 anni – né dal binomio povertà/ricchezza, con la quale l’abbiamo conosciuta, sminuendo così in parte quella crescita che poteva percepirsi nella sua penna. Se infatti dal punto di vista descrittivo e narrativo questa risulta maturata, il carattere dell’età, la riconsacra al pubblico più giovane, ed è un peccato, perché Akos (in particolare) e Cyra si fanno amare dal pubblico.
Comunque, nel complesso il testo si fa apprezzare, incuriosisce, cattura, funziona. Non può definirsi una lettura indimenticabile, ma certamente è adatta a chi cerca un libro semplice, solido, di facile scorrimento, e con cui trascorrere qualche ora lieta.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Consigliato a chi ha letto...
si = a chi ama il genere e/o cerca un romanzo leggero con cui trascorrere qualche ora in tranquillità;
no = a chi preferisce opere più concrete
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    19 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

De Luca.

Bologna. Il corpo di Mantovani Stefania in Cresca, classe 23 agosto 1922, viene rinvenuto privo di vita nell’appartamento usato dal marito, Mario, per le serate da scorribande con amici e “amiche”. Del caso viene investito l’ex commissario De Luca, il quale partito da Roma, si ritrova a lavorare per i servizi e a dirimere un mistero molto più oscuro ed intricato di quel che potevasi pensare ab initio.
Di fatto, il poliziotto, si riscopre di fronte un delitto non isolato, un omicidio – e non un suicidio come potevasi pensare – cioè, collegato ad altri decessi le cui indagini sono state archiviate con inspiegabile rapidità. Ma chi aveva interesse a far cadere nell’oblio dette morti? Qual è inoltre il ruolo di quella voce tanto suadente quanto roca e profonda di Claudia/Franca, personaggio femminile tanto affascinante quanto enigmatico? E quello del Fiorentino Giannino? Può davvero fidarsi, De Luca, di questo ragazzone-ragazzino, manipolato e sfruttato dai servizi eppure furbo e con gli scrupoli morali e l’allegria di un bambino che frigge di fronte ad un giocattolo nuovo?
Con “Intrigo italiano. Il ritorno del Commissario De Luca”, Carlo Lucarelli dà vita ad un giallo sottile, lineare privo di particolari colpi di scena e dall’epilogo intuibile, ma al tempo stesso accattivante e fluente. L’autore, infatti, ben mixa le componenti storiche con quelle del caso che, snodandosi negli anni ’50, è munito di tutte le caratteristiche necessarie per rendere concrete le vicende e permettere al lettore di sentirsi parte integrante di quella fase. Sulla scia del periodo Fascista, giunto a conclusione ma non ancora dimenticato e per questo oggetto di reminescenze su chi per ragioni di sopravvivenza non aveva potuto sottrarsi dal farne parte, De Luca in primis, e sulla scia della guerra Fredda, ove spie russe si connubiano perfettamente con quelle americane ed italiane, i fatti si faranno sempre più incalzanti per risolversi ,infine, in quello che è un vero e proprio intrigo tutto italiano.
Stilisticamente la penna di Lucarelli non delude risultando essere munita di quella verve magnetica che gli è propria. Lo scrittore riesce inoltre a dar vita ad un testo che è perfettamente leggibile da tutti, tanto da chi conosce dell’ex commissario, quanto da chi vi viene in contatto per la prima volta
In conclusione, non indimenticabile ma certamente da leggere. Una buona prova.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    16 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

A ciascuno la propria verità

Orhan Pamuk è il cantore per eccellenza della terra turca, tutte le sue opere traggono ambientazione e linfa dalle tradizioni e dalla cultura di cui lui stesso esprime tutte le sfaccettature.

L'ultimo romanzo porta in scena padri e figli, mutuando il tema dai testi classici del mondo occidentale e da quello orientale, intrecciando la vita reale con quella fiabesca e leggendaria come solo la penna di questo autore riesce.
Padri e figli uniti e divisi dal destino, si ritrovano e si perdono al ritmo di una danza crudele, illusione e consapevolezza come due facce di una medaglia, vendetta e tragedia, disgrazia accidentale o cecità fatale.
L'incursione nella narrazione dei miti letterari di tutti i tempi non può mancare, con l'apporto di una carica di magia e di saggezza, con tante immagini che ben si adattano alle epoche moderne.

Lo strano scherzo del destino riservato ad un padre e figlio della Turchia del ventesimo secolo, sembrano ricalcare le orme di un passato tragico condiviso da altri protagonisti che la mano di Pamuk porta sulla scena con estrema naturalezza, creando un'amalgama passato-presente, leggenda e realtà, consona e tangibile.

Il costrutto narrativo è ottimamente congegnato e nonostante la prima parte del romanzo sia scandita da un ritmo lento, esplode poi in una cavalcata di intrecci ed eventi che donano pathos e legano il lettore alle pagine fino all'epilogo, dove tutto prende forma e significato.
Belle ed intense le pagine pregne di riflessioni e paralleli sui rapporti umani, siano essi uomo e donna, madre e figlio, padre e figlio.

Ancora una volta Pamuk ha dato un volto alla sua terra, anzi più di uno, cantando la vita dell'ingegnere Cem diviso tra essere figlio alla ricerca di un padre ed essere un padre alla ricerca di un figlio; eppoi lei, la donna dai capelli rossi, amante e madre, gioia e dolore, lacrime e sorrisi, figura enigmatica inizialmente destinata a svelarsi con intensità struggente.

Pur non raggiungendo le vette de “Il mio nome è rosso”, questo è un buon romanzo, dai molteplici contenuti e spunti di riflessione per chiunque cerchi sostanza in una lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Non smettere di cercare

Dopo i fiori, il miele e i profumi, la casa editrice Garzanti si “getta” sulle pietre, dando la possibilità alla scrittrice Parenti di farsi leggere anche su carta. Questa possibilità non viene assolutamente sprecata dall’autrice lucchese che con grazie si conquista un posticino vicino alle sue colleghe di genere.

Siamo a Milano e la piccola Luna e il suo amichetto Leo stanno scoprendo, grazie al nonno di lei, l’importanza delle pietre. Con un alternarsi di presente e passato scopriremo che le pietre hanno una loro voce nascosta e solo chi ha il dono di sentirle ne può capire l’importanza.

Per il nonno Pietro, loro sono i suoi due diamanti che per trovare la luce dovranno scavare e non arrendersi e soprattutto non dovranno mai e poi mai “smettere di cercare”. Ma la vita non sembra seguire il binario che i due si sono prefissati e spesso seguire la via più semplice, sembra anche la più giusta.

Di Chiara Parenti avevo letto un eBook davvero molto divertente ed ironico; in questo romanzo invece ho trovato una scrittrice molto più matura, con una storia intensa da raccontare. Pur essendo partita con una dose non indifferente di scetticismo, la storia e le proprietà delle pietre mi hanno subito affascinata catapultandomi in un altro mondo, quello dove ““Luna, tu hai un dono”. Gli sfuggì un sospiro. “Senti le pietre, come senti le persone””.

La Parenti ci presenta una protagonista che come dice il nome, affronta varie fasi della vita. Toccherà il cielo, poi si eclisserà, ma l’importante è tornare a essere se stessi e brillare di nuovo.

Un romanzo bello da leggere, sicuramente più ideale per il genere femminile, e preparatevi, una volta iniziato sarà difficile da abbandonare. Non sono solo i colori, le dimensioni e le proprietà delle pietre a incuriosire, ma tutta la storia che ognuna di essere si porta dietro; i giacimenti, le loro origini, le terre dove sono nate e le mani che le hanno cercate. L’autrice riesce a renderle tangibili e leggendo la sua intervista a fondo pagina si comprende come sia riuscita a rendere tutto ciò possibile, perché è lei la prima a crederci.

Dimenticavo, ogni capitolo inizia con la descrizione di una pietra e delle sue proprietà..sinceramente ha fatto venire la voglia anche a me di approfondire l’argomento..

Inevitabile è la riflessione che la scrittrice manda: meglio una vita tranquilla e prevedibile con un quarzo o lasciarsi travolgere da un diamante, sapendo bene i rischi che si corrono?

Lo consiglio, ne sono rimasta piacevolmente colpita e spero di poter leggere presto altro di lei. È difficile abbandonare Luna, Leo, nonno Pietro (meraviglioso), Giada e tutti gli altri, siete stati davvero piacevoli compagni per questo viaggio di lettura e avete scaldato il cuore di una romantica.

Vi lascio con questa frase:

““Preparati, tesoro, perché da un viaggio non si torna ma come si è partiti”. Il nonno sorrise e dietro quel sorriso enigmatico intuisco che ci sono molte più cose di quante non mi abbia detto a parole. “E non preoccuparti per i bagagli, non servono a niente. Basta solo che tu dispieghi le ali, cavalcando il vento della paura. Devi mollare tutto e lanciarti nell’avventura, solo così potrai assaporare la sensazione meravigliosa della libertà. E dopo averla conosciuta, posso assicurarti che non saprai più come farne a meno””.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Il sentiero dei profumi
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
1.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
1.0
lapis Opinione inserita da lapis    02 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Più che caos, calma assoluta

In tutta onestà mi trovo un po’ in imbarazzo nello scrivere questo commento sull’ultimo romanzo di Patricia Cornwell, da qualche settimana disponibile in libreria. Infatti, sebbene sia il primo thriller che leggo di questa autrice, ovviamente mi era nota la sua fama e l'enorme successo di critica e pubblico che da vent’anni riscuotono i romanzi con protagonista Kay Scarpetta. Mi sono quindi avvicinata a questa lettura con una certa aspettativa, mista alla curiosità di fare la conoscenza con questa famosissima anatomopatologa che tanti anni fa ha dato il via a un nuovo tipo di letteratura giallistica, fatto di camici e analisi di laboratorio, da allora imitatissimo.

Perché imbarazzo quindi? Perché purtroppo devo dare testimonianza di un’esperienza di lettura assai faticosa e poco coinvolgente, a tratti francamente noiosa.

La storia fatica ad ingranare, anzi probabilmente sarebbe meglio dire che non ingrana mai. Dopo duecento pagine di innumerevoli dettagli sulle modalità con cui allestire la strumentazione per l’analisi della scena del crimine, la nostra conoscenza sugli omicidi è di fatto la stessa fornita dalla lettura della quarta di copertina. Senza contare poi i minuziosi particolari relativi alla famiglia della protagonista che risultano vagamente inutili, se non irritanti. A che pro, ad esempio, elencare tutte le automobili disponibili nel garage del marito? Possibile inoltre che le uniche caratteristiche di tutti i famigliari di Kay Scarpetta siano l’essere intellettivamente prodigiosi, straordinariamente belli o incommensurabilmente ricchi? Davvero non c’era nient’altro da dire che ci permettesse di conoscerli meglio ed entrare in sintonia con loro?

E’ evidente che tra me e la famiglia Wesley-Scarpetta non sia nata una particolare simpatia ma credo che ciò dipenda essenzialmente dalla totale mancanza di umanità che i personaggi hanno mostrato nel corso delle pagine. “Buoni” e “cattivi” hanno fatto la loro parte seguendo un copione piuttosto prevedibile, ma a rendere così difficile la lettura non è stata la trama non particolarmente avvincente ma il fatto che la storia non abbia mai lasciato trapelare i sentimenti, il carattere, le motivazioni, la vita di nessun personaggio. E allora rimangono solo bustine di plastica contenenti prove da cui ricavare la verità, ma senza la componente umana ad animare la storia di chi persegue il male e di chi lo combatte, poco resta alla lettura.

Pur essendo di fondo un romanzo ben scritto, che denota un certo mestiere, non mi sento davvero di consigliarlo se non ai seguaci della famosa dottoressa, curiosi di conoscere l’ultima sua avventura. Per tutti gli altri, credo sinceramente che vi siano thriller migliori, probabilmente anche attingendo alla precedente produzione di quest’autrice.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    21 Dicembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Amore e morte a Barcellona

Sapete chi erano i bastaixos? Erano i cosiddetti 'scaricatori di porto', per la maggior parte schiavi impiegati per carico e scarico merci presso il porto di Barcellona e furono rappresentati persino in un bassorilievo della Cattedrale di Santa Maria del Mar perchè, nonostante la loro condizione di estrema povertà, contribuirono alla costruzione di quella immensa cattedrale trasportando sulla propria schiena le pietre provenienti dalla cava e senza ricevere alcun compenso; proprio per questo, la Cattedrale del Mare è la cattedrale dei bastaixos.
E sapete che re Martino il Giovane, malato e prossimo alla morte, per garantire che il trono rimanesse sulla stessa linea maschile legittima del casato di Barcellona, prese in moglie la giovanissima e vergine Margherita di Prades nel tentativo di avere da lei un erede; peccato però che il re, oltre che affetto da una grave malattia che gli procurava continua sonnolenza, era anche molto grasso pertanto i medici di corte suggerirono di sollevarlo con un meccanismo ad argano mentre alcune donne avrebbero provveduto ad indirizzare il suo membro nella giusta direzione.. purtropppo, ahimè, senza alcun risultato.
Ed avete idea delle tecniche utilizzate per la costruzione delle galee o per la distillazione del vino tramite un rudimentale alambicco con produzione della miracolosa aqua vitae?
Queste e tante altre curiosità sulla storia e sui costumi di vita nei territori iberici della Corona d'Aragona potranno essere soddisfatte dalla lettura de 'Gli eredi della terra': mastodontico affresco della società catalana a cavallo del XIV secolo e, in particolare, della città comitale di Barcellona, protagonista indiscussa di questo nuovo romanzo di Ildefonso Falcones che, immagino, abbia ben sperato con tale fatica di replicare il grande successo editoriale conquistato col suo primo romanzo storico 'La cattedrale del mare', di cui 'Gli eredi della terra' rappresenta il seguito.
Siamo nel 1387, 4 anni dopo il completamento della Cattedrale del Mare. E la Cattedrale è ancora una volta testimone di un tragico evento: mentre le sue campane ancora annunciano la morte del re Pietro il Cerimonioso, mentre una moltitudine di gente è ancora accalcata nella piazza principale per la celebrazione funebre attendendo l'arrivo dei nuovi nobili, coloro che avrebbero preso il governo della città, alcune grida si levano sulle altre rivolte verso Arnau Estanyol, lì presente, e denunciandolo come traditore.
Alcuni provano timorosamente ad opporsi: Arnau Estanyol è non solo uno dei più stimati notabili di Barcellona ma è anche amministratore del Piatto dei Poveri, un'istituzione di beneficenza a sostegno di tutti i bisognosi della città e a cui egli stesso partecipa in modo attivo raccogliendo l'elemosina per i poveri; ma poco valgono le qualità morali e la rispettabilità di un uomo se le accuse di tradimento gli sono rivolte da un nobile, il conte Puig, erede di quella famiglia Puig che Arnau aveva umiliato e risparmiato alla morte diversi anni prima.
Sono essi i nuovi padroni della città e nessuno osa contraddire la loro parola: solo un ragazzino di appena 12 anni, Hugo Llor, figlio di un umile marinaio deceduto in mare, si scaglierà in difesa di Arnau contro le guardie che lo circondano per dar subito seguito all'ordine di impiccaggione voluto dal nobile.
Ma cosa può una goccia di coraggio in un mare di indifferenza e paura? Hugo sarà pestato a sangue e l'ultima immagine che vedranno i suoi occhi prima di perdere conoscenza sarà il corpo penzoloni di Arnau dalla forca.
Hugo diventa quindi il successore di Arnau nel ruolo di protagonista di una storia che prende vita tra le strade di Barcellona, nel quartiere della Ribera, vicino ai cantieri navali dove Hugo ancora ragazzino lavora come aiutante di un maestro d'ascia genovese, sognando di intraprendere egli stesso quell'attività tanto apprezzata in una città come Barcellona, centro di un florido commercio mercantile.
Un sogno destinato ad infrangersi ben presto contro un muro fatto di angherie, di prepotenze ed ingiustizie che la gente più umile subisce ad opera della nobiltà e contro cui molto spesso non può difendersi in alcun modo a causa di un sistema giudiziario basato sul vassallaggio che annulla di fatto ogni diritto ai ceti più disagiati.
Ed è quel senso di disperazione che colpisce i deboli, seguito dal desiderio di vendetta e dal disprezzo verso i prepotenti da parte di quei pochi che non vogliono soccombere e rinunciare alla loro dignità di uomini, che impregna le pagine dei romanzi di Falcones.
Così come è palpabile anche la denuncia nei confronti della chiesa cristiana, sia per l'atteggiamento oppressivo e crudele verso le minoranze musulmane ed ebree - tremendo il racconto dell'eccidio nel ghetto ebraico di Barcellona nell'agosto del 1391 - sia per la corruzione dilagante in tutto l'ambiente ecclesiastico, dai conventi in cui giovani suore subiscono violenze di ogni tipo occultate nel silenzio e nell'omertà sino alle sedi vescovili e dell'alto clero dove le questioni legate alla spartizione del potere e le ambizioni terrene hanno sicuramente più rilevanza rispetto alle dispute teologiche o, peggio ancora, alle lamentele della moltitudine povera e disadattata.
Ma se tutto ciò nel primo romanzo di Falcones, 'La Cattedrale del Mare', ha il sapore della novità, del mai letto, conferendo alla trama una tensione narrativa sempre molto alta, ne 'Gli Eredi della terra', complice forse la maggiore prolissità, la carica emotiva si affievolisce e la scrittura sembra a tratti sciatta e rallentata.
E' come l'elettrocardiogramma di un moribondo, con un tracciato praticamente piatto per tutta la durata della sua agonia, lunga quasi mille pagine, con qualche picco sporadico solo nei capitoli finali.
Persino gli intermezzi erotici in cui gli amanti consumano incontri clandestini e fuggevoli, se nel primo romanzo sono ben calati nel contesto della storia arricchendo il ventaglio di emozioni suscitate nel lettore, in questo secondo romanzo appaiono chiaramente forzati e persino ridicoli nella loro banalità.
Ho concluso, perciò, la lettura di questo romanzo profondamente amareggiato e deluso nelle mie aspettative: è ormai divenuto raro da parte di un autore replicare il successo di una propria opera con dei seguiti che si dimostrino all'altezza dei primi.
Tuttavia, 'Gli eredi della terra' pecca nella sua veste romanzata in modo proporzionale a quanto invece eccelle in veste di narrazione storica. Infatti, ciò che certamente non manca in questo libro è una ricostruzione dettagliata ed estremamente minuziosa del periodo storico medievale nel capoluogo catalano: le vicende di Hugo e dei vari personaggi che gli ruotano intorno si amalgamano ed intrecciano con gli eventi più importanti, politici e religiosi, che hanno caratterizzato quegli anni. E soprattutto, pregio indiscusso dell'autore è la capacità di ricostruire su carta la città aragonese del XIV secolo con un dettaglio impressionante tanto che, se fosse possibile essere trasportati indietro nel tempo, quei luoghi, quelle strade, le antiche mura, gli orti, le bancarelle del mercato e finanche i rumori e gli odori di vino, spezie e mercanzie varie ci sembrerebbero familiari.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Avventura
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    19 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Paurosamente nella media

Trovarsi a leggere determinati autori genera sempre una sorta di attesa e di influenza positiva, soprattutto quando parliamo di grandi penne come Wilbur Smith. Tuttavia, durante la lettura de "La notte del predatore", andando avanti tra le pagine si fa gradualmente spazio l'idea di avere a che fare con un thriller spaventosamente convenzionale, che è abbastanza carente in molti aspetti in cui il suo autore aveva saputo distinguersi nelle sue precedenti fatiche.
La trama risulta coinvolgente solo in pochissimi e brevi tratti, è priva di suspance e non riesce mai ad intrigare. Sembra la versione romanzata di una serie di fatti di cronaca contemporanea. Da Wilbur ci si aspetta di meglio, e non vorrei che questo fosse solo il primo passo verso un declino che ha colpito altri grandi scrittori, tra i quali spicca Stephen King. Che Smith sia la prossima vittima della voglia di vendere a qualunque costo?
Capiamoci, "La notte del predatore" non è pessimo, ma rappresenta comunque un mezzo passo falso.

"La notte del predatore" è il terzo romanzo del ciclo che ha come protagonista Hector Cross, il capo di un'azienda di mercenari che è anche un importante socio di una società petrolifera.
Cross si appresta ad assistere all'esecuzione capitale del suo peggior nemico, Johnny Congo, pregustando una vita tranquilla con la sua fidanzata Jo Stanley e la figlia di tre anni. La rocambolesca fuga di Combo però, sconvolgerà i suoi piani tranquilli, costringendolo a rientrare in azione per proteggersi dalla sofisticata vendetta dell'evaso. Combo ha infatti come unico obiettivo quello di rovinare l'uomo che l'ha sbattuto nel braccio della morte e che ha ucciso l'unica persona alla quale avesse mai tenuto veramente.
Vi troverete di fronte ad operazioni militari in piena regola condotte da professionisti sprezzanti del pericolo, a intrighi finanziari e giudiziari, e a donne che al solo vedere il nostro protagonista saranno disposte a concederglisi senza remore, senza che lui se lo faccia ripetere due volte.
Personaggi un po' scialbi e trama non abbastanza coinvolgente.
Wilbur, che mi combini?

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Consigliato a chi ha letto...
Fan sfegatati di Wilbur Smith (forse)
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Schizofrenia globale

Il romanzo Il simpatizzante, premio Pulitzer 2016, mette il dito su una ferita ancora aperta nel cuore americano: la guerra in Vietnam. L’autore lo sa fare con intelligenza in modo critico (ma nel finale la critica si diluisce e si disperde). In realtà quello che nella prima metà è un romanzo saggio sulla guerra in Vietnam e sui suoi retroscena diventa andando avanti soprattutto un Orwell ambientato nel passato e nel presente, cioè nell’attualità. Il romanzo porta il lettore a guardare il mondo con occhi disincantati, spietati, cinici senza trovarci un’ombra di umanità.
Il romanzo parte con il bellissimo incipit: Sono una spia, un dormente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche se questo probabilmente non stupirà nessuno.
Il Capitano, l’io narrante, ci racconta di se stesso, un uomo con una natura doppia, padre europeo e madre vietnamita. Un uomo diviso dall’amore per la madre e dall’odio per il padre ( un prete che ha abusato della madre-ragazzina tredicenne). Diviso dalla sua razza che lo considera un bastardo, dai suoi parenti che lo trattano da inferiore. Ha al mondo due soli amici e un deserto affettivo e sociale da cui sa solo di voler emergere a ogni costo. “Promettimi che sarai migliore di tutti loro”, gli chiede la madre. Questo desiderio di farsi avanti è la molla che lo spinge, una molla spietata puntellata dall’odio più che dall’amore per la madre. Mai una volta il Capitano sembra muoversi all’insegna dei sentimenti. E’ sempre la sua mente divisa a dettare le regole del gioco, a suggerire cosa conviene e non conviene fare. Unica eccezione il rapporto con gli amici.
Il Capitano, fuggito dal Vietnam in America grazie a un alleato dell’esercito americano, analizza alla perfezione la società americana affetta dalla stessa schizofrenia,che affligge anche lui: l’ipocrisia ovvero la doppiezza. La società americana mostra una faccia amichevole e sorridente ma ha una mente nera e le mani sporche di sangue. Il Capitano odia questa società perché assomiglia molto a suo padre che spiegava alla gente i sermoni e la parola di Dio che non applicava. L’odio per il padre biologico si estende dalla società alla religione cattolica e alla parola di Dio (considerato una estensione del suo padre biologico). Il romanzo è pieno di citazioni religiose a scopo non religioso anzi allo scopo opposto di smontare/irridere il senso religioso. Quale ideologia potrebbe cullare l’odio per religione e per il capitalismo meglio del comunismo? Perciò il Capitano è una spia, un dormiente, un simpatizzante comunista. Lavora per il Vietnam del Sud ufficialmente ma fa la spia per il Vietnam del nord. In un certo senso per allontanarsi dal padre ne segue le orme ricalcandone la doppiezza. In fondo, gli verrà detto a un certo punto, basterebbe scegliere: tra nord e sud del Vietnam, tra capitalismo e comunismo, tra bene e male, tra essere un soldato o un amico. Ma di fatto il peccato originale del Capitano è non scegliere. Vivere nel solco di due vite vivendo sia l'una che l'altra a scapito degli affetti che non si può permettere perchè farebbero oscillare la sua identità. Unico suo lusso sono quei due amici.
Il Capitano è un Bastardo. Un Bastardo non solo dal pdv del DNA ma soprattutto dal pdv del comportamento con i suoi simili. Manda a morte i due personaggi migliori dal pdv umano del romanzo: un ufficiale gaudente e Son, il personaggio a lui più simile (come origini) ma in una versione idealista. Il Capitano è diviso anche interiormente: agisce ma ha una Coscienza, non trova piacere a tradire, spiare, uccidere. Il suo senso di colpa si esplicita nella insolita capacità di parlare con alcuni morti e fare beneficienza alla vedova.
In ogni caso avrà modo di espiare le sue colpe.
Il romanzo è intelligente, lucido, spietato. Mancano i sentimenti e gli ideali e in 500 pagine la mancanza del cuore pesa, nonostante l’autore compensi bene con la sua intelligenza brillante. Il mondo descritto è invivibile e insopportabile. Lucido il riferimento all’arte a al suo scopo didascalico e propagandistico. La visione del mondo è spietata a 360 °C. Non salva nessun uomo e nessuna ideologia. Il romanzo è freddo ma non disperato. Ha la freddezza di chi è ben consapevole che per sopravvivere occorre un coltello tra i denti ed è ben deciso a usarlo. In un certo senso una simile storia non riconcilia con il mondo e con l’umanità ma nega l’umanità. Afferma il nulla come unica cosa più importante della libertà e dell’indipendenza. Nega i sentimenti. E’ un romanzo raggelante. Forse esiste l’amicizia, ma il paio di amici che ci sono in 500 pagine non scaldano il cuore.
A me sono sembrate di troppo le ultime dieci pagine ( un po’ didascaliche) che accompagnano il lettore in modo superfluo, smorzando l’effetto del romanzo. Avrei terminato il tutto lasciando il lettore con indosso gli abiti leggeri e alla rovescia del niente, abiti che solo un Bastardo o un uomo senza faccia può indossare.
Un romanzo bello ma gelido che non riconcilia con il mondo e con la vita, anzi… Ne emerge un mondo disumano e senza speranza dato che l’unica speranza è sopravvivere. E i buoni ( Son) non ce la fanno. Ma forse non ne vale la pena.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Orwell
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
siti Opinione inserita da siti    17 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Scomode verità

Raccolta di tredici racconti pubblicati nel 1974 e ora apparsi, per la prima volta, in Italia. Si tratta di storie brevi affidate ad un narratore esterno, in pochi casi, la maggior parte invece orchestrati da una voce narrante in prima persona, femminile, rigorosamente. Sono storie intense e dolorose, sapientemente gestite da un registro stilistico sobrio, rigoroso, efficace, una scrittura che in modo asciutto racconta la realtà dei fatti, pochi, mentre va a infrangersi nel composito universo emotivo femminile fatto di sensazioni, emozioni, reazioni, ma soprattutto relazioni. La Munro è una maestra nel restituirci quel sentimento negato, offuscato, quell’universo di pensieri che agitano le nostre menti, e parlo da donna, intrecciandosi, dissolvendosi, alimentandosi, nel nostro cuore, nel nostro umano sentire, quando siamo figlie, mamme, sorelle, mogli, amanti, zie, nonne.

Ogni racconto apre una breccia temporale che procede a ritroso, si parte da un pretesto narrativo contemporaneo per andare a ripercorrere il passato: uno sguardo retrospettivo che non genera soluzioni, non porta conforto, non risolve conflitti anzi li rinnova, nell’atto stesso del raccontarli. In alcuni casi si restituisce un frammento di infanzia (“La barca trovata”, “Giustizieri”), personalmente mi sono parsi i testi meno riusciti; in altri si percepisce il peso della vecchiaia ( “Una cosa che volevo dirti da un po’”,”Marrakesh”, “Vento d’inverno”), sono quelli che ho prediletto, in altri cogliamo donne nella piena maturità ma ancora profondamente irrisolte (“Materiali”, “Come ho conosciuto mio marito”, “Perdono in famiglia”,”Dimmi se sì o no”, “La dama spagnola”, “Cerimonia di commiato”, “L’Ottawa Valley”).
Solo un racconto si focalizza su un protagonista maschile, non mi è piaciuto affatto.
Si tratta insomma della restituzione di verità nascoste, di sentimenti, spesso malsani ma così frequenti e umani, di verità scomode lasciate affiorare affinché un penna magistrale potesse coglierle, essenzialmente, senza gravarle di ulteriore peso, tantomeno di quello del giudizio. Ci ritroviamo tutte, penso. Il difficile è ammetterlo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Le altre raccolte della Munro
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    10 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Simbolismo, ironia e delirio onirico.

“Dio era morto, al pari di Marx e di John Lennon. E noi eravamo famelici” Così il protagonista dei due racconti di Murakami Haruki scritti negli anni ottanta e solo recentemente pubblicati da Einaudi con il titolo “Gli assalti alle panetterie”, allude alla caduta delle ideologie e al dissolversi dei sogni. Ciò che resta è la fame, una fame che è la manifestazione fisica del male che istiga a delinquere. “Non era la fame a spingerci a fare il male, no. Il male si trasformava in bisogno di cibo per istigarci a delinquere.” Ed è questa sensazione di vuoto, prima di piccole dimensioni, poi via via più grande fino ad raggiungere proporzioni abissali, che spinge i protagonisti a compiere il primo assalto alle panetterie. Tra croissants fragranti, appena sfornati, con il sottofondo della musica di Wagner, i due amici minacciano il panettiere, che lungi dal terrorizzarsi propone di dar loro tutto il pane che vogliono, se solo si fermano ad ascoltare la musica di Wagner. É palese l’ironia di Murakami, che oppone la magica funzione terapeutica della musica alla sciocca aggressività dell’uomo. Il male, così neutralizzato estingue la fame, il vuoto viene colmato, la fantasia rinasce.
Il secondo racconto, con al centro lo stesso protagonista, ormai sposato, si sviluppa intorno al medesimo tema del vuoto e della fame. Qui compagno nell’iniziativa di assaltare un McDonald’s non è più l’amico di cui si sono perse le tracce, ma la moglie, anche lei assalita da una fame insaziabile in una notte d’insonnia. Il vuoto, questo abisso che sembra attrarre e spaventare al contempo è rappresentato dall’immenso cratere di un vulcano che giace in fondo al mare e sul quale il protagonista si affaccia dalla barca ondeggiante su cui immagina di navigare. È questa la dimensione onirica del racconto, dovuta alla volontà e alla capacità dell’autore di tenere il lettore sospeso tra realtà e immaginazione. Anche in questo secondo racconto ogni violenza viene neutralizzata dall’appagamento di una fame apparentemente inestinguibile.
Due racconti assai suggestivi che anticipano alcuni dei temi del futuro grande Murakami. Un’edizione Einaudi assai curata soprattutto grazie alle bellissime illustrazioni di Igort, uno dei più importanti disegnatori italiani.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    10 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

"Sott'er celo de Roma"

Ero curioso di sapere come sarebbe stato leggere uno degli autori italiani contemporanei più internazionali. Quel che mi sento di dire è che, probabilmente, Donato Carrisi è uno di quegli autori fruibili da chiunque, un po' come Jeffery Deaver o Michael Connelly, per intenderci. Forse è a questo che è dovuto il suo successo.
Con "Il maestro delle ombre", Carrisi ci ripropone il frate penitenziere Marcus, in una Roma devastata dal maltempo e da un blackout.
La lettura è scorrevolissima e la trama intrigante fin dal principio, mai noiosa e carica di colpi di scena (anche se alcuni risultano abbastanza prevedibili).
Immagino che Carrisi possa essere ormai annoverato tra i grandi scrittori di thriller contemporanei, anche se forse gli manca ancora qualcosa per essere perfetto.

"Il maestro delle ombre " ha inizio con il nostro protagonista, Marcus, imprigionato in una cella inusuale, il Tullanium. Ha perduto la memoria, ma lungo la sua strada troverà degli indizi che lo porteranno alla ricerca di un bambino sparito nove anni prima, indizi scritti di suo pugno, come se avesse previsto la propria amnesia. Roma, nel frattempo, è devastata dal maltempo e il Tevere minaccia di uscire dei propri argini, mentre un blackout forzato staglia ombre scure sulla capitale, preannunciando la follia che si riverserà per le strade al tramonto. Sciacallaggio, vandalismo, vendette, rancori. È in questo scenario che Marcus, insieme alla sua vecchia fiamma Sandra, dovrà seguire la scia di indizi e affrontare una serie di ostacoli non indifferenti: l'ispettore Vitali, uomo dalle oscure mansioni che si erge al di sopra delle leggi, e la Chiesa dell'eclissi, organizzazione misteriosa e senza scrupoli che vede nel blackout l'adempimento di una profezia vecchia di secoli, pronunciata dal Papa Leone X. Una profezia che nasconde misteri macabri e ancora irrisolti.

"Era la dittatura della tecnologia, pensò Vitali. La gente ne stava sperimentando le conseguenze. Ti rende l'esistenza più facile ma, in cambio, ti sottomette. Credi di averne il controllo, invece ne sei schiavo. Adesso erano liberi. Ma la libertà li spaventava. Non sapevano gestire la nuova situazione, e così diventavano un pericolo gli uni per gli altri. "

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Jeffery Deaver
Michael Connelly
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Vita93 Opinione inserita da Vita93    09 Dicembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Intra ecclesiam nulla salus

Roma, 1624. Per le sorti ed il futuro della Chiesa Cattolica è un momento delicato.
Il cielo sopra Campo de’ Fiori sembra riflettere ancora le fiamme che bruciarono Giordano Bruno all’ inizio del secolo. Nel frattempo la Chiesa ha occhi e orecchie puntati in direzione delle idee non convenzionali di un fisico e astronomo di una certa fama, Galileo Galilei. La crescente diffusione della stampa e di ideali eretici minacciano l’ integrità della Controriforma stabilita in seguito al Concilio di Trento.

In una notte fredda e buia avviene un delitto. Il corpo di un religioso viene trovato schiacciato in un torchio tipografico, nella bottega di uno stampatore. Ha la bocca piena di fogli scritti. Ed è un membro dell’ Indice, una Congregazione che funge da strumento di censura verso testi e libri ritenuti anticlericali, sobillatori.
Si capisce subito che il movente dell’ omicidio può essere religioso. Ma il periodo è turbolento, e manca poco al prossimo Giubileo. Serve l’ intervento di un inquisitore in grado di indagare nel silenzio, “ senza il chiasso dei birri “.

Uno come Girolamo Svampa, frate domenicano dal passato oscuro e dal carattere ombroso, insensibile, scontroso. Una sorta di Sherlock Holmes del Secolo di Ferro.
“ Ama dar ragione solo a sé stesso “. Lo Svampa prende le distanze dal metodo inquisitorio e dalla cultura del sospetto. Giudicare in base al sospetto equivale a commettere un peccato mortale. Soltanto il passato ha carattere di certezza, osservandolo con razionalità si possono ricostruire eventi già accaduti grazie alle prove e ai rapporti di causa ed effetto tra le coincidenze.
Il compito di aiutare Fra’ Girolamo in questa ardua impresa spetta al fedele bravo Cagnolo Alfieri, e al segretario dell’ Indice, Padre Capiferro.
E se la realtà dovesse farsi fin troppo opprimente, lo Svampa può sempre contare su una boccetta di laudano che porta sempre con sé, un composto a base di alcol e oppio capace di offuscare i pensieri più soffocanti.

L’ ambientazione dona al romanzo fascino ed originalità e compensa una trama fitta e ben congegnata ma di non immediata e facile comprensione.
Immagino che le vicende dello Svampa avranno un futuro, è evidente che la creazione di questo personaggio ha avuto una “ gestazione “ elaborata e lunga nella mente di Marcello Simoni, che con uno stile ed una scrittura raffinati ha saputo creare un protagonista forse non capace di rapire il lettore in quanto ad emotività, ma dal sicuro potenziale letterario.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Avventura
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
CortaZur Opinione inserita da CortaZur    03 Dicembre, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Sepulveda torna alla Storia e non delude.

La fine della storia - Luis Sepulveda

Un libro denso di storia, un libro che chiude una storia, che insegna la Storia e ne fa la sua protagonista.
-“...non si sfugge alla propria ombra. Non importa dove stiamo andando, l’ombra di ciò che abbiamo fatto e siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione. No, non possiamo sfuggire all’ombra di ciò che eravamo.”-

Un Sepulveda che dopo la trilogia dell’amicizia (“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare"; "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico"; "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza") torna a raccontare le gesta di Juan Belmonte, il personaggio con “Un Nome da torero” (titolo del precedente romanzo in cui compare), e mette fine almeno per il momento alla sua storia facendogli giocare la partita finale. Come ogni eroe che si rispetti anche il nostro, ormai ritiratosi in pensione a godersi la sua vecchiaia, deve rientrare in azione per risolvere una situazione a cui solo lui sembra in grado di porvi rimedio e, non appena accetta, la Storia invade le pagine del romanzo ed eccoci trasportati a cavallo del ‘900 trasportati da un continente all’altro.

Sepulveda è un grande scrittore e anche in questa occasione lo dimostra, i personaggi sono ottimamente scolpiti, ce li si può immaginare in carne e ossa per come sono ben descritti: l’oligarca russo grasso e imbolsito, il funzionario svizzero gracile e tremolante, gli ex agenti cileni nemesi e alter ego del protagonista, i cosacchi dipinti con le loro contraddizioni storiche e infine Victoria, che anche senza parlare brilla nelle pagine con i suoi sguardi magnificamente descritti.
Salti temporali tra un passato nostalgico e un duro presente, salti geografici tra Russia, Cile, Nicaragua e altri posti di guerriglia tutti per inseguire la protagonista indiscussa, quella Storia con cui Sepulveda sembra avere un conto aperto, quella Storia recente del suo amato Cile con a capo l’odiato Pinochet autore di crimini verso l'umanità che non si fa mai male a ricordare per quanto siano efferati e aberranti.

Il romanzo scorre via facilmente, i fatti si succedono veloci e le pagine volano via forse fin troppo velocemente; ho avuto l’impressione che a volte si tendesse a semplificare un po’ troppo a favore della narrazione in modo da non appesantirla eccessivamente che comunque porta ad un gran finale che riscatta le piccole pecche incontrate.

-“Perché alla fine tutto si può cancellare, tranne quell’ombra.”-

Una lettura consigliata perché quando il romanzo si mescola con la Storia e lo scrittore è uno come Sepulveda ne esce sempre qualcosa di buono che lascia qualcosa che sedimenta dentro.

-“...nessuno di voi due deve ringraziarmi di nulla,capo. Siamo compagni.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a tutti ma in particolare a chi ha letto Un nome da torero di Luis Sepulveda
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    01 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

La Mafia della Costa.

La trentaseienne Lacy Stoltz, single in carriera presso la Commissione disciplinare Giudiziaria, la cd CDG, ed il collega Hugo Hatch sono chiamati, in questa nuova avventura proposta da John Grisham ad affrontare un caso senza eguali per la loro sezione. Tutto ha inizio quando un uomo, dal nome fittizio Greg Myers, mettendosi in contatto con i medesimi dichiara di voler sporgere, per poi di fatto sottoscrivere, una denuncia contro la Giudice Claudia McDover, magistrato statale chiaramente corrotto ed in contatto con Vonn Dubose, apparentemente incensurato, di fatto capo di una della bande criminali più prospere e radicate della Florida, la cd. “Mafia della Costa”. Quest’ultimo, in particolare, è colui che tiene le fila del clan indiano dei Tappacola, smuovendo per mezzo dei Casinò siti sul loro territorio, contanti, immobili nonché proventi illegali di ogni genere e consistenza. Ricavi che spartisce, in buona parte, con la sua giudice personale. D’altro canto, quale miglior modo per ottenere i propri scopi se non quello di avere una donna di legge al proprio servizio, una cinquanasettenne avida e ambiziosa che non si è fatta il minimo scrupolo nei diciassette anni di servizio (dal mandare in carcere un innocente all’intascare mazzette da sperperare con Phyllis Turban, ex compagna di specializzazione, anch’essa come Claudia con matrimoni falliti alle spalle nonché amica intima), pur di soddisfare ogni capriccio? Quarantacinque giorni hanno a disposizione i due avvocati della CDG per svolgere le indagini necessarie a sostenere l’accusa, quarantacinque giorni per raccogliere tutte le prove possibili prima dell’insabbiamento, prima che la McDover smuova i suoi legali nonché trasferisca i suoi capitali, prima che Dubose si allerti ed entri in scena.
E più i due legali vanno avanti nel dissotterrare misteri e più le circostanze si fanno pericolose. Hugo ne pagherà, a caro prezzo, le conseguenze. Ormai il vaso di Pandora è stato scoperchiato, Lacy non può far altro che andare avanti e rendere giustizia a chi per troppi anni se ne è visto privato.
Con “L’informatore”, Grisham si diletta a solleticare la curiosità de lettore con un caso che abbraccia tanto la figura degli avvocati quanto quella della corruzione dei garanti della giustizia. Seppur segua la linea classica presente nei suoi romanzi, in questo capitolo, sin dalle prime battute, constata e presuppone della colpevolezza del magistrato, tanto che l’enigma si fa avvincente ed appassiona, da un lato, per quel che riguarda il modo in cui la CDG riesce ad incastrare “i cattivi” e, dall’altro, per quel che ruota attorno alla figura dell’informatore, “talpa” che non fa altro che utilizzare Myers, e un ulteriore soggetto, quali portavoce, essendo la sua posizione talmente vicina alla McDover da non poter far altro che adottare ogni livello di prudenza. Di conseguenza, il lettore, conoscendo sin dal principio del caso da risolvere e delle problematiche relative, non viene affascinato dallo sviluppo di questo, bensì dall’azione delle varie squadre d’azione coinvolte.
Stilisticamente l’opera è rapida, si legge in meno di due giorni facendosi apprezzare tanto per l’intreccio narrativo quanto che per l’enigma. Contenutivamente risulta però essere “sottotono” rispetto agli altri scritti dell’autore, risulta cioè essere privo di quel quid pluris che generalmente lo contraddistingue.
In conclusione, una lettura piacevole, non impegnativa con cui trascorrere ore liete, ma nemmeno eccelsa ed indimenticabile.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a chi cerca un giallo giudiziario piacevole ma non eccessivamente impegnativo.
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il Labirinto degli spiriti. Il cimitero dei libri

Alicia Gris sa bene che certe ferite non risarciscono mai, sa bene che con taluni dolori non si può imparare a convivere, per quanto ci si provi. E non sono i mali fisici quelli che arrecano più sofferenza bensì quelli dell’anima. Ventisettenne, acuta, riservata, perspicace, perennemente all’erta, ella è un camaleonte, una donna cioè che è capace di rivestire ogni personaggio e che grazie alla diffidenza naturale che nutre verso ciò che la circonda, è il prototipo perfetto per lavorare all’indagine che ha quale protagonista la scomparsa del ministro Don Mauricio Valls. Ecco perché Leandro, l’uomo che l’ha tolta dalla strada e le ha insegnato tutto quello che sa, la sceglie.
Era una mattina come tante, la festa in maschera organizzata per Mercedes, la figlia dell’onorevole, era giunta al termine da poche ore, quando Don Mauricio e Vincente si accingevano a salire – e scomparire – sulla vettura di quest’ultimo. Da questo momento dei due non si ha più alcuna notizia. Alicia, affiancata – pur se mal volentieri – dal capitano Juan Manuel Vargas, dà inizio alle ricerche tenendo conto anche del fatto che da qualche settimane del collega Lomana, a sua volta investito del caso, non si ha più traccia. Tanti sono i tasselli che non combaciano, ne è ben consapevole e a tutto questo si somma un ulteriore misterioso ritrovamento: durante la perlustrazione della residenza di Valls, ben nascosto sotto un cassetto della scrivania, la coppia Gris-Vargas ritrova uno strano e raro libro intitolato “Il labirinto degli spiriti. Ariadna e il Principe Scarlatto” di Victor Mataix. Da Madrid, la scena, inevitabilmente si sposta a Barcellona.
E tanto Alicia è collegata ad una vecchia conoscenza, Fermìn Romero de Torres, nonché alla famiglia Sempere, tanto dall’indagine relativa a Valls tornano alla memoria del lettore il nome di David Martìn, il cd. Prigioniero del Cielo, dell’Avvocato Brians, di Isabella Gispert, di Fumero e di tanti altri indiscussi protagonisti di questa succosa quadrilogia.
Cosa ne è stato del politico? Perché qualcuno lo sta costringendo a vivere le sofferenze che i detenuti confinati a Montjuic hanno provato sulla loro pelle durante gli anni di prigionia? E chi è quell’uomo dal volto rivestito da una mezza maschera? Ed ancora, cos’è che di fatto lega ed unisce Valls, Salgado, David Martìn, i Sempere, Brians, una serie di ritrovati numeri indecifrabili, i libri di Mataix, Sanchis, il suo autista senza volto e tutti gli altri eroi che hanno colorato le pagine della tetralogia? Qual è il nodo per sciogliere la matassa?
Quella descritta in queste pagine è una Spagna vittima dei regimi totalitari, una Spagna dove la giustizia seguiva i suoi fini, dove i principi del giusto processo e dell’oltre ogni ragionevole dubbio, non erano ancora stati sanciti; un territorio dove la polizia poteva avvalersi della tortura pur di ottenere la confessione necessaria a chiudere il caso in oggetto d’esame. Al dato storico si sommano i luoghi e le persone, entrambi magistralmente descritti, entrambi tridimensionali, e una trama che non scontenta spingendo anzi ad andare avanti, col fiato sospeso per il desiderio di risolvere l’enigma, il mistero.
Era il 2001 quando Carlos Ruiz Zafon pubblicava “L’ombra del vento”, opera originariamente uscita in “sordina”, non acclamata dal pubblico iberico e di poi divenuto uno dei più grandi fenomeni editoriali con all’attivo ben oltre otto milioni di copie vendute nel mondo. Con “Il labirinto degli spiriti”, Mondadori, novembre 2016, siamo di fronte a quella che (probabilmente, perché in futuro, chissà) è la conclusione della tetralogia del Cimitero dei Libri dimenticati ma abbiamo anche tra le mani uno dei romanzi più belli ed avvincenti scritti dall’autore.
L’opera, infatti, è caratterizzata da un intreccio narrativo solido, magnetico, dai giusti tempi. Zafon è un maestro nel fornire indizi e rimescolare le carte così da creare quella giusta dose di suspense nel lettore che, rapito da quel che è il rebus non può che andare avanti. A questo si sommano altresì i protagonisti di questa storia, eroi “vecchi e nuovi” che arrivano, si fanno amare, si fanno odiare e salti temporali necessari per conoscere appieno delle vicende e risolvere le stesse. E se quello che vi spaventa è la mole, vi dico di non farvi intimorire. Seppur lo scritto sia composto da 815 pagine, esso scorre e si fa divorare con la velocità e facilità di un libro di 300/400 facciate, tanto che giunti alla sua conclusione la sensazione provata non è quella di pesantezza, di aver scalato una montagna, di aver concluso un’impresa titanica, bensì quella di vuoto; quel vuoto che è sinonimo di abbandono, quel vuoto che solo i libri veramente belli sono capaci di lasciare.
In conclusione, Zafon non delude, ma conquista e affascina. Zafon riesce nell’impresa più ardua di tutte; non rovinarsi con le sue stesse mani strafacendo. Mantenendo infatti l’equilibrio e rispettando quelli che sono stati gli intrecci narrativi che hanno conquistato i lettori e che lo hanno reso celebre, dà vita ad un elaborato che è un degno epilogo delle vicende ma che non preclude la possibilità, in futuro, di tornare a sognare.

«Non perda la speranza. Se ho imparato qualcosa in questo porco mondo è che il destino è sempre dietro l’angolo. Come se fosse un ladruncolo, una sgualdrina o un venditore di biglietti della lotteria, le sue tre incarnazioni più comuni. E se un giorno deciderà di andare a cercarlo – perché il destino non fa visite a domicilio – vedrà che le concederà una seconda opportunità»

«Tu sei una creatura notturna, Alicia, ma qui ci nascondiamo tutti alla luce del giorno»

«Alicia sentì che, dietro quel muro di oscurità, Barcellona aveva già fiutato le sue tracce nel vento. La immaginò aprirsi come una rosa nera e per un istante la invase quella serenità dell’inevitabile che consola i maledetti, o forse, si disse, era solo stanchezza. Ormai importava poco. Chiuse gli occhi e si arrese al sonno mentre il treno, facendosi largo tra le ombre, scivolava verso il labirinto degli spiriti»

«”Quanto le devo Miguel?”
“Glielo metto in conto. A domani alla stessa ora?”
“Se Dio vuole”.
“La vedo molto elegante. Visita di Gala?”
“Ancora meglio. Di libri”»

«La verità non è mai perfetta e non quadra mai con tutte le aspettative. La verità pone sempre dubbi e domande. Solo la menzogna è credibile al cento per cento, perché non deve spiegare la realtà, ma semplicemente dirci quello che vogliamo sentirci dire»

«Scrivo per me stessa, portando con me segreti che non mi appartengono e sapendo che mai nessuno leggerà queste pagine. Scrivo per ricordare e aggrapparmi alla vita. La mia unica ambizione è poter ricordare e capire chi sono stata e perché ho fatto ciò che ho fatto finché ne ho ancora la capacità e prima che la coscienza che già sento debilitarsi mi abbandoni. Scrivo anche se mi fa male, perché la perdita e il dolore sono le uniche cose che ormai mi tengono viva e mi fa paura morire. Scrivo per raccontare a queste pagine ciò che non posso raccontare a coloro che più amo, a rischio di ferirli e di mettere in pericolo le loro vite. Scrivo perché finché sarò capace di ricordare starò con loro un minuto in più..»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
210
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
CortaZur Opinione inserita da CortaZur    27 Novembre, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il potere della stampa scandalistica

Mario Vargas Llosa - Crocevia


L’ultimo romanzo del premio Nobel Vargas Llosa è un romanzo che mescola i generi, spaziando dall’erotico al thriller con anche un pizzico di romanzo storico e tenendo sempre presente un unico protagonista: il Perù.
In questo libro siamo a Lima, la capitale, e in particolare l’autore ci porta in un quartiere di Lima dal nome “Cinco esquinas” (particolare tipo di incrocio dove confluiscono 5 strade ) che è anche il titolo originale dell’opera. Un quartiere particolarmente famoso per essere stato teatro di uno dei crimini piu efferati accaduti nella Lima di fine anni ‘90, in piena dittatura, un quartiere centrale ma povero dal quale la storia si alimenta regalando, tra l’altro, la protagonista femminile.


Come accennato siamo in piena dittatura Fujimori, sul finire degli anni ‘90, il coprifuoco scandisce le vite dei suoi abitanti, una coppia di amiche realizza che è troppo tardi per rientrare a casa e una di loro si deve fermare per la notte; così inizia una splendida scena lesbo-erotica (la migliore) tra le due protagoniste, qualcosa che non mi aspettavo e che ha fatto spostare subito lo sguardo sotto un’altra luce e tra l’altro spiega anche la copertina!
Le due donne appartengono all’alta società di Lima, mogli di due uomini di successo i quali, loro malgrado, saranno protagonisti della storia portante del romanzo, fatta di foto rubate, ricatti e scandali architettati apparentemente dalla stampa scandalistica: potente strumento per infangare e portare avanti denigranti campagne di persuasione su avversari politici e non.


La stampa è l’altra protagonista dell’opera, e Vargas Llosa ci tiene a mettere in evidenza una stampa malata, parziale e a servizio di poco nobili cause che però è enormemente importante nelle strutture di potere di regimi autoritari come lo era quello di Fujimori, con una particolarità: qui è la stampa scandalistica a essere protagonista, come se da noi un paparazzo come “Corona” diventasse potentissimo strumento intimidatorio.


In questa opera si distinguono i tre assi portanti dell’opera di Vargas Llosa: la politica, il giornalismo e l’erotismo. Ben scritto, scorrevole, ci fa immergere nelle strade e nella vita peruviana di quel tempo e ci porta alla scoperta di un paese lontano che ha vissuto nel recente passato una dittatura di cui non conoscevo quasi nulla. Una dittatura che usava molto bene i la stampa, la quale da questa opera ne esce davvero con le ossa rotte e con ancora qualche residua speranza di redenzione.


I personaggi tratteggiati nel romanzo non sono indimenticabili, nessuno mi ha colpito particolarmente, li ho trovati un po’ superficiali con poche o nessuna virtù; lo stesso posso dire per la parte dove l’erotismo la fa da padrone: capitoli fini a se stessi che non aggiungono nulla alla storia se non qualche voyeurismo di maniera e qualche esercizio di stile più utile all’autore che alla narrazione.


L’opera nel suo complesso è valida, è pur sempre il grande Mario! Anche se mi aspettavo di più, mi aspettavo più coinvolgimento, più emozioni e invece direi che, nonostante i molti cambi di registro e i tentati colpi di scena, la storia scorre piuttosto piatta fino al gran finale che la riscatta parzialmente.


In definitiva: lontano dalle vette di Vargas Llosa ma comunque un’onesta e più che sufficiente lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Un libro consigliato se si vuole esplorare una parte di mondo meno famosa, interessante se si vuole conoscere qualcosa di quel periodo storico.
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il potere della letteratura.

“Caro Giacomo, in quest’epoca si parla tanto di adolescenti, ma si parla troppo poco con gli adolescenti. Parlare con gli adolescenti non è articolare un elenco di “devi” o “dovresti”. Non guadagna la fiducia dei ragazzi chi la cerca scimmiottando la loro adolescenza, ma chi partecipa alla loro vita, scegliendo volta per volta la giusta distanza. Solo chi vive il suo rapimento genera rapimenti e provoca destini: solo se io so che cosa ci sto a fare al mondo metto in crisi positiva un adolescente, che non vuole gli si spieghi la vita, ma che la vita si spieghi in lui, e vuole avere a fianco persone affidabili per la propria navigazione”. P. 34

Non è semplice rendere l’idea di quel che è “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’avenia, non perché l’opera sia incomprensibile o di scarso valore bensì per la molteplicità di contenuti che in essa sono racchiusi. L’autore, infatti, in queste pagine, pone al lettore, e a sua volta si auto-pone, una serie di quesiti di gran rilevanza, una serie di interrogativi che spaziano per quella che è la vita e la realtà di ciascun individuo in ogni fase della maturazione umana. E lo fa senza avere la pretesa di poter offrire soluzioni semplici perché come ben ci ricorda, la vita stessa non è semplice dunque, non può essere minimizzata, non può essere risolta facendo riferimento ad una formula matematica, ad un minimo comune denominatore da applicare al caso incontrato nel percorso di crescita interiore. A questo punto vi starete chiedendo: ma come riesce D’Avenia a far si che tutto questo abbia luogo? Come può rendere atto di questi mutamenti interiori, di questa energia che vuol uscire, dei dubbi, dei fallimenti, di questi interrogativi che immancabilmente attanagliano l’uomo? Semplice, mediante una serie di scambi di battute con niente meno che Giacomo Leoparadi.
Esatto, perché “L’arte di essere fragili”, non è un romanzo ma un vero e proprio epistolario. Simbolicamente l’opera può essere suddivisa in quattro parti così come quattro sono le componenti fondamentali dell’essenza della vita:

- L’adolescenza, o arte di sperare;
- La maturità; o arte di morire;
- La riparazione, o arte di essere fragili;
- Il morire, o arte di rinascere.

Dunque D’Avenia per ogni sezione che affronta crea una serie di lettere tutte munite e caratterizzate da un proprio argomento letto in chiave leopardiana, troverete infatti all’interno dello scritto stralci de “Lo Zibaldone”, ma anche le poesie più note – quali “l’infinito” – o meno note perché ultimo frutto della composizione poetica del letterato o perché semplicemente meno apprezzate dai docenti di turno – quali “La ginestra o il fiore del deserto” – , tutti strumenti, questi, utilizzati per rivedere concetti fondamentali del vivere di ieri e di oggi. E si, l’autore de “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, non ha paura di leggere Leopardi in chiave ottimistica, o ancora meglio, realistica: rompe gli schemi e ci mostra anche quegli aspetti meno celebri della sua esistenza dedita allo studio, alla ricerca dell’amore, alla solitudine, alla ricerca del compimento.
E quel vetro che potrebbe rendere distante lo scritto da chi legge viene rotto mediante il ricollegamento a casi concreti accaduti nel corso della professione di insegnante del palermitano. Dunque, alla riflessione, segue la realtà, il vero. E tra casi di ragazzi autolesionisti, che cercano l’eccesso, che sono infelici e meditano il suicidio, ve ne sono anche altri che da quelle parole traggono riflessioni e ne inducono altrettante in chi è destinatario dei loro quesiti, perché, prendono consapevolezza, si svegliano. Tra i tanti, significativo a tal proposito è un passaggio:

«”Professore, lei dovrebbe leggere un po’ meno poesia e guardare un po’ di più il Grande Fratello”. [..] Quella frase mi colpì, non per la sua insolenza ma per la sua verità bruciante. Tradotta suonava così:”Professore, per favore può tornare nel mondo piccolo della bruttezza e non farmi sentire che esiste la bellezza? Può non costringermi a scegliere tra il nulla e l’essere? Ora che so che ci sono cose in cui la vita si sente così forte, cose così belle, devo uscire dalla mia comoda indifferenza e prendere posizione: a che punto sono del mio compimento, che cosa voglio dalla vita? Professore, può per favore evitarmi minuti di rapimento, altrimenti devo mettermi in cammino verso il compimento?” » p. 68

All’analisi dell’adolescenza è destinata circa metà dell’elaborato, questo perché gli “adolescenti non pongono domande, sono domande”; sono energia che vuol uscire, esplodere, essere destinata ad un obiettivo, e sono al tempo stesso provocatori perché pongono interrogativi a cui vogliono risposte, risposte che devono e pretendono essere semplici e risolutive quando in realtà a molte di esse è possibile rispondere soltanto con la dimensione dei forse, dell’incertezza.
Con il termine di questa fase ricca di speranza, sogni e vigore segue quella dell’esperienza, della maturità. Quella porzione di vita destinata a rendere coscienti gli interlocutori del fatto che tutto ha un inizio ed una fine, quella consapevolezza atta a cogliere gioie e dolori, fragilità e forza, successi e insuccessi, non deve essere vissuta come un qualcosa che è subito dall’uomo passivamente; poiché come vediamo nella fase della riparazione, la si può anche amare, abitare, mutare. L’adulto, che sia professore o meno, è chiamato a custodire, a riparare i più giovani, ad aiutarli con le parole proprio perché in loro è insita la fragilità. E’ punto di riferimento per quelle anime così convinte di sapere cos’è il mondo eppure capaci di cadere come un castello di carta alla prima folata di vento, ecco perché nonostante il proprio intimo fallimento, le proprie più ardue lotte, deve trasmettere il “rapimento”, l’esperienza, la saggezza. Deve essere, in ultima fase, consapevole egli per primo del fatto che essenziale è dare compimento a se stessi e alle “cose fragili” perché soltanto così possono essere salvate dalla morte, con l’amore. Solo così si può rinascere, soltanto così si può abbracciare “l’arte di essere fragili”, custodirla, farla propria, svilupparla, renderla unica.
Mi fermo qua perché come potete ben vedere, in poco più di 207 pagine, sono contenuti ragionamenti di grande valore che toccano temi talmente ampi e variegati che, continuare a parlarne potrebbe, da un lato rovinarvi il gusto della lettura, ma soprattutto, non riuscire a rendervi davvero idea di cosa questo elaborato è. La sua stratificazione è talmente vasta che le considerazioni vanno assaporate un poco alla volta onde evitare che sfumino, che evaporino nel calderone di ricchezza che avete tra le mani.
In conclusione, una conversazione con Leopardi, che non delude, che arricchisce e che è in realtà un’automeditazione atta a coinvolgere tanto i giovani quanto gli adulti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Un romanzo adatto a tutto ma da non sottovalutare. Va assaporato, letto con la mente aperta e con la volontà di riflettere altrimenti il suo contenuto può sfumare.
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
1.8
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
1.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    22 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Calma piatta

Alta e slanciata, occhi e capelli scuri e una chioma corvina.
Un viso non bellissimo ma conturbante. Fotografie in bianco e nero la ritraggono prevalentemente semisvestita, una vistosa tiara d'oro, perle e lapislazzuli sul capo, il ventre scoperto sopra una lunga gonna di leggeri veli sovrapposti.
Di buona famiglia, raggiunse il successo come danzatrice orientale per poi convolare, dopo un alternarsi di presunti spionaggio, controspionaggio e la condanna decisiva, alle nozze nere col patibolo.

Il personaggio di Mata Hari e’ misterioso, femminile e spregiudicato punto di partenza di tante rappresentazioni tra cui, recentemente, quella di Coelho. L’autore precisa l’assenza del rigore storico sebbene sia ispirato ai fatti realmente accaduti, ci prepariamo quindi a una non biografia ma ad un romanzo storico accattivante, vista la fama della nota spia.
Il testo effettivamente tocca la maggior parte degli aspetti della tumultuosa vita della donna, ma il difetto e' di forma. Proposto come lettera-confessione, e’ Mata Hari stessa l’IO narrante, necessaria diviene quindi l'osmosi tra scrittore e protagonista.

Leggo, rifletto e concludo che se per molti uomini essere una vera femmina e’ un esercizio ragionevolmente complesso, per Paulo Coelho essere una donna esotica, audace e sensuale e’ un caco senza buccia.
Il racconto sbrodola informe in una piattezza da manuale, noioso all’inverosimile. Privo di vigore narrativo e di pathos, di Mata Hari resta una donnetta dai facili costumi che si concede – svogliata - a uomini facoltosi in cambio di ricchezza e potere, sculettando false danze orientali come una qualsiasi praticante strip teaser. Non bastasse, a tratti il testo e’ anche logorroico e ripetitivo.

Se il plotone colpì Margaretha Geertruida Zelle il 15 ottobre 1917, oggi la penna di Coelho ha sepolto il fascino cangiante del suo personaggio.
A meta’ strada tra Morfeo e Ortica, un estratto di Wikipedia e’ piu’ avvincente, dettagliato e udite udite… gratuito.

Trovi utile questa opinione? 
220
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Pupottina Opinione inserita da Pupottina    21 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Vita e morte a braccetto con il sorriso

Andrea Camilleri lo conoscono tutti per i gialli della serie del commissario Montalbano, ma in pochi lo stimano per i romanzi in cui parla d'altro, ricostruisce la storia e i misteri del passato.
In LA CAPPELLA DI FAMIGLIA E ALTRE STORIE DI VIGÀTA ci propone una Sicilia arcaica, legata al folklore del passato, ma sempre contraddistinta da misteri, leggende ed occasionali o premeditati misfatti.
La Vigàta di Camilleri, paesino immaginario, ma sempre verosimile, sa parlare di usanze e costumi, che la memoria storica non ha definitivamente cancellato e che sono ancora in grado di entusiasmare il lettore, attento e alla ricerca di un qualcosa in più.
LA CAPPELLA DI FAMIGLIA è una raccolta di otto racconti, più o meno lunghi, nei quali emerge una Vigàta suggestivamente intrisa di passioni, soprusi e debolezze umane. È una raccolta variegata di tipologie umane: si passa dagli uomini arroganti e pieni di sé alle vedove inconsolabili, dagli autoritari capifamiglia o padre padrone ai genitori di Luigi Pirandello. Ci sono rituali magici, usanze storiche cadute in disuso, antiche credenze popolari, ma anche sentimenti e comportamenti che con il tempo si sono trasformati un po', ma mai nella loro essenza o del tutto.
Interessante, coinvolgente e divertente, Andrea Camilleri con il suo particolarissimo stile e la sua verve comica racconta, in questo libro, una Italia passata, ma ancora in grado di insegnare qualcosa alla generazione attuale.
LA CAPPELLA DI FAMIGLIA è un piccolo gioiello, una raccolta di racconti da avere nella biblioteca privata, da leggere e rileggere per ritrovare il buon umore o per comprendere ed abbracciare la vita con nuova consapevolezza.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
ALI77 Opinione inserita da ALI77    18 Novembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

IL POTERE DEI FIORI

Questo romanzo racchiude in sé due storie, che l’autrice riesce ad unire e a fondere in un unico racconto.
Iris e Viola sono le protagoniste del libro, due gemelle, divise quando erano piccole e che per caso si incontrano per la prima volta al Chelsea Flower Show di Londra. Al primo sguardo loro si vedono identiche e non capiscono come sia possibile una cosa del genere e rimangono incredule da quel loro incontro.
Prima di continuare, premetto, che voglio fare una recensione un po’ diversa, non raccontandovi la trama che troverete tranquillamente, ma nell’affrontare i punti di forza e quelli deboli del testo.
I fiori e i giardini sono il tema principale che l’autrice tratta nel libro, come se i fiori avessero un potere e una magia, che conduce le due ragazze a conoscere la verità sul loro passato.
L a prima parte del libro è molto lenta e poco scorrevole, è come se le vicende per capitoli rimassero statiche, senza un’evoluzione e questo mi ha messa in difficoltà nella proseguire la lettura.
Nonostante questo sono andata avanti e la cosa positiva è che l’autrice ha talento e questo si vede nello suo stile che a volte sfiora il poetico, e dalla seconda parte del libro, la storia ha iniziato a coinvolgermi.
Credo che la mia difficoltà più grande sia quella che io non ho lo stesso amore per i fiori che ha la Caboni e questo mi ha impedito di godermi a pieno la storia.
Devo dire anche che,la trama del romanzo che sono andata a leggere, è ben congeniata e attenta a creare, soprattutto nella parte finale, la giusta suspance.
Le due giovani amano i fiori e sentono di essere legate in qualche modo, ma sono distanti e non si vogliono mettere in gioco per conoscersi veramente.
Il loro rapporto è difficile a causa della lontananza, non si fidano l’una dell’altra, anche se capiscono che il loro legame è molto forte, ma non lo vogliono affrontare.
Credo che l’autrice abbia toccato in maniera delicata il tema della separazione e dei gemelli, non scadendo mai nei toni troppi dolci o in quelli troppo duri, trattando l’argomento nella giusta posizione.
I fiori, hanno un ruolo fondamentale, tutti i personaggi sono legati a loro anche se indirettamente.
Si nota molto, il gran lavoro che c’è dietro alla stesura del romanzo, una ricerca accurata e dettagliata per descrivere i vari fiori e le loro caratteristiche, per me è stato interessante leggere anche se, alcune volte, mi sembrava di essere di fronte ad un manuale e non ad un romanzo.
Ho apprezzato molto la descrizione dei luoghi, che l’autrice ci racconta con dovizia di particolari e in maniera accurata le varie ambientazioni del romanzo, è come se ci trovassimo lì.
Posso dire che sicuramente le lunghe descrizioni non stonano con la storia, ma sono parte integranti della storia.
I personaggi sono delineati e subiscono un’evoluzione nella storia, capiscono i loro errori e maturano mano a mano che i vari segreti vengono svelati.
Iris e Viola, a loro modo, sono delle vittime e si trovano a doversi confrontare con la verità della loro vita e devono anche insieme, ricostruire il loro rapporto.
Il modo di raccontare la storia non mi ha saputo coinvolgere nel modo che avrei voluto e ci ho impiegato più del necessario per terminarlo, forse non amo molto la narrazione in terza persona, che crea sempre una sorta di distacco dalla storia e dai personaggi.
Probabilmente mi sento in difficoltà io, perché, non si è creata la giusta empatia con questo romanzo e non mi aspettavo che fosse così, anche se avevo delle ottime aspettative.
Sicuramente devo riconoscere che l’autrice è bravissima, riesce a scrivere un libro in maniera quasi poetica, come dicevo prima, ma forse il problema è che al centro del libro ,sembra quasi, ci siano i fiori e le piante e non la storia di Iris e Viola.
Un romanzo che consiglio di leggere se amate i fiori, i giardini e le piante, dove l’autrice è brava a raccontare in maniera delicata e a volte intensa, la storia di due ragazze che si ritrovano dopo anni e che non riescono a riconoscersi e che oltre a capire il loro passato, devono anche imparare a conoscersi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    18 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Se Caino uccise Abele, siamo tutti figli di Caino.

In un’intervista che Marilynne Robinson concesse a nientemeno che il Presidente Obama, la scrittrice sostenne che l’ideale di democrazia si basa sulla fiducia che gli esseri umani ripongono negli altri esseri umani e nella speranza che le persone agiscano per il bene e non per il male.
Fede democratica e fede religiosa permeano tutta l’opera della Robinson. “Le cure domestiche” è il primo romanzo di questa autrice al quale fece seguito, solo dopo venticinque anni, una trilogia, più nota in Italia, “Gilead”, “Casa”, “Lila”.
In questa opera prima, premiata con il PEN/Hemingway Award nel 1982, la Robinson racconta la storia di due sorelle ancora bambine, abbandonate sulla soglia di casa della nonna da una mamma decisa a mettere fine alla sua vita gettandosi nel lago alla guida di un’auto. Di loro si prenderà cura dapprima la nonna, solerte, ma poco incline a superflue effusioni, poi, alla sua morte, le sue anziane cognate, infine la zia Sylvie. È costei la vera protagonista del romanzo, è Sylvie, col suo passato misterioso, la sua vita ribelle e vagabonda, la sua silenziosa e disperata ricerca di una pace interiore più aderente allo stato di natura, a suo agio nella diffusa penombra della casa, ma ancora più nella luce mutevole dei luoghi esterni, illuminati ora dai raggi del sole, ora dal riverbero ondeggiante dell’acqua del lago. Ed è il lago, sepolcro tranquillo e inesorabile di tante anime, ultimo rifugio del padre e di Helen, le due assenze costantemente presenti nel romanzo, ad essere, come tanto spesso nella letteratura americana, il simbolo di una fine che precede una resurrezione, quasi immagine di opera preraffaellita. L’acqua, seppure smossa o agitata da un corpo che vi si immerge, riacquista ben presto la sua immobilità. Il vagabondare di Sylvie, la sua eccentricità in una comunità legata alle convenzioni e alle apparenze, sono la causa dell’allontanamento di Lucille da Ruth. E qui emergono le due anime americane, Lucille, l’America conservatrice e perbenista, Ruth, l’America idealista.
La scelta di Ruth e di Sylvie, così lontana e diversa da quella di Lucille, è fatta di un dolore silenzioso, di ricordi sfumati, di visioni immaginifiche che le portano a sentire presenze invisibili: “Sylvie, lo sapevo, sentiva la presenza delle cose morte.” È una scelta di solitudine che le porta lontano, ma che non impedisce loro di portare con sé il proprio passato. L’America sognata dalla Robinson in questo romanzo è vicina a quella di Emerson e Thoreau, un mondo privo di orpelli, ma profondamente solitario. La famiglia che pure tanto sta a cuore alla scrittrice qui può ricomporsi solo nel vincolo affettivo tra Ruth e Sylvie. L’irrefrenabile desiderio di indipendenza e l’esigenza di vivere a contatto con una natura in cui il male e il bene trovano una armoniosa coesistenza, sono le stesse che troviamo nel Walden di Thoreau: i profumi, i suoni, ogni percezione sensitiva esprimono l’essenza divina, esprimono il desiderio di tornare simile ad Abele, lontano dalla ferocia di Caino.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Politica e attualità
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuti 
 
5.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    18 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Camorra 2.0

Napoli che e’ bella da impazzire tra i palazzi, i musei, l’arte, le botteghe, il dialetto, l’allegria.
Sfugge al turista quello che striscia dietro, nei quartieri dove non si passeggia, nelle periferie, nell’attimo che non ha incrociato.
Esiste una realta’ di camorra cui non importa della data di nascita, sono giovani dal futuro incerto che scelgono la via piu’ facile, o l’unica che conoscono, per arrivare a Tutto e Subito.
Denaro e potere: ambizione dei piccoli.
Ragazzini che nemmeno avrebbero l’eta’ per salire in sella sfrecciano sui motorini nel centro, senza regole, senza paura. Giurano fedelta’ e omerta’ con un patto di sangue che si mischia sui polsi tagliati, accendono un cero alla Madonna e ottengono la sacrosanta benedizione della paranza. Parlano attraverso le battute a memoria dei film di gangster, imparano a governare armi su Youtube , non temono la morte se avverra’ dignitosamente in battaglia. Estorsioni, spaccio, rapine, omicidi.

“ Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo.”

Stiano sereni i suoi sostenitori e si rilassino i detrattori, Roberto Saviano non propone saggistica con questo ultimo libro, ma narrativa. Quindi non puo’ aver copiato. Ha scritto con quella sua penna talentuosa un romanzo appassionato e appassionante, fortemente realistico, tragico, spaventoso.
Dal passo inarrestabile scorre il fiume in piena delle vite disgraziate dei suoi protagonisti, col vigore e l'incoscienza e l'ambizione della giovinezza. Galoppa ad un ritmo serrato frustato dallo scudiscio del (comprensibilissimo) dialetto napoletano che caratterizza, ravviva, porta nel rione.
Scuote il lettore tramortito che rapito dalla miscela di trama e forma barcolla disorientato, lontano dalla sicurezza della carta e’ scaraventato a perdifiato nel mondo di mezzo. Una realta’ surreale a meta’ strada tra lettura e vita vissuta, personaggi inventati incastrati in una situazione sociale esistente.

Oggi digitando su Google “ La paranza dei bambini” si ottengono risultati riconducibili al solo Saviano, qui ci sarebbe da rallegrarsi. Se pero’ accanto si aggiunge la parola “Woodcock” o “ De Falco”, gli estremi delle labbra perdono il sostegno gravitazionale, i risultati sono cronaca.
Libero l'autore dal rigore bibliografico imposto in saggistica, lo spunto arriva dalla lettura dei fascicoli di un’inchiesta condotta dai magistrati sopra citati e che nel giugno scorso porto’ a quarantatre condanne di camorra.

Un bellissimo libro orribile, buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
210
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    12 Novembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

I buoni, i cattivi...e l'antilingua.



Estate 1992.
Bari.
Un'estate che sembra non voler arrivare mai..."fredda" non solo meteorologicamente, ma anche metaforicamente.
È l'estate delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, l'estate della mafia padrona.
Carofiglio, con il suo solito stile affascinante, sobrio, garbato, sempre in perfetto equilibrio tra forma e sostanza, tra linguaggio tecnico e "di strada", ci porta dentro una storia e ci fa toccare con mano lo sporco mondo della criminalità organizzata, con le sue strutture gerarchiche, i suoi giuramenti, qualifiche, avanzamenti di "carriera", i suoi codici e la sua giustizia interna tanto feroce quanto sommaria.
Stavolta l'autore abbandona la giurisprudenza e le aule di tribunale e ci apre le porte di una caserma dei carabinieri di Bari, dove troviamo il maresciallo Pietro Fenoglio (già protagonista di "Una mutevole verità"), uomo di grandi principi e dignità, di intelligenza vivace e profonde riflessioni filosofiche.
Un uomo ferito nella sfera sentimentale e sempre alla ricerca della "giusta misura".
E proprio il caso che si troverà a dover affrontare, ovvero il sequestro lampo del figlio di un boss locale, lo porterà a dover aprire una finestra sul labile confine tra "buoni" e "cattivi", tra "noi" e "loro", dove diventa estremamente difficile separare il bianco dal nero ed evitare d'immergersi fino al collo in quella sterminata varietà di grigi, accettando tristemente i limiti della divisa che indossa.
I criminali sono sempre tutti "brutti, sporchi e cattivi"?
Ed i buoni...sono veramente tutti "buoni"?
Fenoglio, tra una visita in Pinacoteca, la sua musica classica e un tuffo in un mare cristallino di una spiaggia ancora dormiente della costiera barese, farà i conti con un'estate di sangue e dolore.
Indubbiamente l'essere stato magistrato e sostituto procuratore nell'antimafia, rende Carofiglio particolarmente abile nel raccontare questo tipo di storie (sa di cosa parla) ed è anche molto attento a non indugiare troppo sull'aspetto truce e violento del mondo che racconta (pur presentandoci le cose così come sono), stemperandolo attraverso ciò che lui conosce ed usa molto bene..."la parola".
Carofiglio in questo romanzo fa sfoggio di differenti registri linguistici: alterna al linguaggio fluido della narrazione e dei dialoghi, interi verbali di interrogatori, scritti in quella che Calvino chiama "l'antilingua", ovvero una lingua rigorosa, lontana dai significati concreti della vita, per mantenere le distanze dal mondo reale e dalle sue brutture.
Per sopravvivere.
Ma riesce anche a mescolare molto bene realtà e finzione, invenzione e cronaca, senza che l'una prevarichi sull'altra...rendendo omaggio a Falcone e Borsellino.
Un romanzo che non mira tanto a scatenare forti "emozioni", quanto invece a generare "riflessioni"...e a costringerci, di fronte a ciò che riteniamo inaccettabile, a non girare la testa dall'altra parte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    02 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Così attuale da fare ancora più male

“Ma sono stanchi, e nervosi, e non vogliono perdere tempo, e alla fine, siccome lei esita ancora, le intimano senza garbo di sbrigarsi. Siete talmente tanti, si giustifica l’agente mentre le preme le dita nell’inchiostro. Siete come la sabbia del mare. Non finite più”.

A Melania Mazzucco viene chiesto di scrivere un libro sui profughi che arrivano o sono arrivati in Italia. Lei all’inizio non se la sente, si deve riprendere ancora dagli ultimi scritti, ma quando trova la forza per farlo, decide di scriverlo su una donna. Alla fine la trova, lei è Brigitte.

Il racconto inizia in una giornata fredda, siamo a Roma, alla Stazione Termini e Brigitte che proviene dal Congo, cammina senza meta. Non sa dove si trova e non capisce la lingua. Un incontro fortuito la incamminerà verso tutto quell’iter burocratico che ogni profugo si ritrova a seguire. Senza speranza, senza fiducia e soprattutto senza futuro. Brigitte da un giorno a un altro si è ritrovata senza niente, era una donna importante al suo paese, orgogliosa e coraggiosa. La sua vita non sarà facile ma avrà la fortuna di incontrare persone “umane”, che considerano lei e gli altri come persone e non solo come dei numeri da smistare.

La Mazzucco mostra il volto odierno dell’Italia, dell’Europa e dell’Africa. Il nostro è un paese che come sempre riesce a distinguersi soprattutto per le sue incongruenze e contraddizioni. Un’Italia che si divide in chi “da la carota e chi il bastone”. Mostra la vita di tutte quelle persone che ogni giorno troviamo nelle nostre città, nei nostri paesi e nelle nostre vite; racconta il loro passato, cosa possono aver subito e soprattutto cosa si aspettano.

Spiega anche come il mondo dei profughi è cambiato:

“Quando ha dovuto dirgli di no, un ragazzo marocchino lo ha maledetto, chiamandolo razzista di merda. Razzista, a lui. Capita sempre più spesso. Quando è arrivato nel 2002, e per svariati anni, ascoltavano con rispetto ciò che dicevano e si fidavano delle sue parole. Adesso credono di sapere tutto – hanno ricevuto informazioni prima di partire, e non si rassegnano ad accettare l’idea che siano false e ingannevoli”.

Brigitte è una delle tante ma la sua storia colpisce, ferisce e non si digerisce. Posso non aver apprezzato molto lo stile della scrittrice ma comunque le sue parole, anzi le parole di Brigitte, arrivano direttamente al cuore o almeno al mio. Sicuramente mi ha reso più consapevole e l’attualità del testo (Brigitte è arrivata nel 2013 e nel Post Scriptum parliamo del 2016) fa male, anche se molti ci “marciano”, altri hanno alle spalle storia come quella della protagonista e la domanda che si è formata nella mia testa e ancora non ha trovato risposta è: riusciranno a dimenticare? Potranno tornare a sorridere come una volta?

Grazie Mazzucco, “Io sono con te” racconta un periodo buio che però lascia spiragli per il futuro.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
lapis Opinione inserita da lapis    01 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Novembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Lacrime amare

“Caro Ilie, ora mamma ti racconta un fatto”. Iniziano così le email piene di vita che Mirta invia al figlio dodicenne rimasto a migliaia di chilometri di distanza, a quell’adolescente che quando ha lasciato era poco più di un bambino e che non ha potuto vedere crescere, a quegli occhi neri che l’hanno fissata inespressivi mentre lei si allontanava, alla persona che rende possibile ogni sforzo, ogni sofferenza, ogni umiliazione quotidiana. Sono lettere che rimangono senza risposta, eppure provare a raccontare è l’unico modo che rimane per cercare di fargli capire che, anche se è solo e vive in un orfanatrofio, lui una mamma ce l’ha. Una mamma che l’ha lasciato per potergli dare un futuro diverso, una mamma che sopravvive solo grazie al suo ricordo e alla speranza un giorno di ricucire la famiglia.

E allora prova a parlargli di questo strano paese in cui lavora, un paese in cui la gente sembra avere tutto tranne il sorriso, in cui la ricchezza sembra aver alzato muri tra le persone e all’interno delle stesse famiglie, in cui si paga qualcuno per prendersi cura dei propri vecchi senza rubare tempo alla propria quotidianità. Prova a raccontargli delle anziane signore che si trova ad accudire, dei loro scortesi capricci, delle loro malattie, delle loro desolate solitudini. Prova a spiegargli cosa significhi vivere pigiati in venti in un appartamento troppo piccolo, disposti ad accettare qualsiasi lavoro perché la fame non ammette orgoglio e nemmeno dignità, costretti a sentire i piedi della gente sulla faccia senza poterseli togliere di dosso.

La realtà trattata in queste pagine è una verità lacerante e straziante che si consuma a due passi da noi, la vita di tante donne costrette a partire dalla disoccupazione dilagante e dalla mancanza di possibilità, ragazze madri costrette ad abbandonare i figli a parenti o istituti, donne che si prendono cura delle nostre famiglie e delle nostre case, sapendo di avere nel cuore il dolore e il senso di colpa. Perché i pacchi pieni di vestiti, giochi e denaro non potranno mai sostituire un abbraccio, una voce, una carezza.

Le parole di Antonio Manzini fanno più di qualunque articolo di denuncia sociale perché, con una straordinaria forza empatica ed emotiva, sono capaci di farci vestire i panni di una giovane donna su cui la vita si è accanita, una giovane donna seria e buona che sa davvero cosa significhi la disperazione. E allora i piccoli problemi e le lamentele quotidiane sbiadiscono perché non possiamo più fare finta di non sapere cosa accade dietro la porta accanto. Perché questa non è finzione, purtroppo.

Complimenti a Manzini, che con questa lettura ha saputo portare all’attenzione un tema sociale così attuale e scabroso con una capacità di immedesimazione e con un’emozione che non possono lasciare indifferenti. E alla fine non si può fare altro che piangere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    29 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Niente brividi in Svezia ma tanta solitudine

Ultimo libro di Henning Mankell che nel 2015 si è dovuto arrendere a una malattia. Pur essendo stato catalogato nella categoria Gialli/Thriller/Horror, questo romanzo se ne discosta in maniera netta.

Siamo nell’arcipelago svedese, l’autunno incalza e la routine dei pochi abitanti, rimasti dopo la partenza dei turisti, viene scombussolata dall’incendio della casa del protagonista.
Lui, il dottore, è un settantenne che per un riflesso notturno è riuscito a scampare all’incendio; le cause ignote, innescano una serie di reazione che poche hanno a vedere con il brivido e la suspense.

“Nella notte, nel giro di qualche ora, la mia esistenza era cambiata a tal punto che d’un tratto mi mancava tutto. Non avevo neanche un paio di stivali di gomma completo”.

Fredrik è un uomo singolare, dottore in pensione, si è rifugiato nell’arcipelago svedese ereditato dai nonni dopo un intervento non andato bene. Non si è mai sposato ma si è trovato padre di una figlia già adulta con cui ha un rapporto molto particolare e non semplice. Ogni mattina si sveglia e s’immerge nelle fredde acque svedesi, cura malattie immaginarie e non dei suoi compaesani e ha un odio profondo per i prodotti made in China. La perdita della casa lo porterà a rivalutare la sua vita e soprattutto la sua solitudine.

Mankell ci porta nell’autunno e nel freddo svedese, in un mondo in cui ci si muove in barca ed essere proprietari di un’isola è la normalità. Una vita così diversa dalla nostra e per questo molto affascinante.
Il romanzo parla della vecchiaia e queste parole ne rendono bene il senso: “Il sole splendeva attraverso una leggera foschia che copriva la città. Mi colpì il fatto che le persone che vedevo con poche eccezioni, erano più giovani di me. Non mi era stato così chiaro: mi trovavo su un confine umano, facevo parte di quel gruppo che si stava allontanando dalla vita”.

La solitudine attira persone simili a noi, altri, che della solitudine hanno fatto il loro marchio di vita. La speranza, come ci ricorda l’autore, sta in una nuova vita.

Un romanzo introspettivo, profondo e molto svedese. Solitudine, anzianità e cambiamenti.
Per chi fosse alla ricerca del brivido dei romanzi del nord, sconsiglio questa lettura; per gli altri che invece avessero voglia di una lettura lenta che però scorre bene, scritta con un buono stile, possono affrontare queste 425 pagine senza paura.

“Era già la fine di agosto.
Presto sarebbe arrivato l’autunno.
Ma il buio non mi faceva più paura”.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.0
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    26 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il professore associato

" Ormai i libri sono così tanti che sembra non esserci quasi più spazio per il pensiero "
(Un personaggio di Marai).

Un professore associato accompagna in auto un ex docente ultracentenario a Locarno per "una specie di congresso" , "un convegno di scienziati. Chimici" di livello internazionale, tenuto più o meno segreto.
Questo è l'avvio di questo romanzo giallo, o meglio mezzo giallo.
Gli sviluppi non sono grandiosi. Vari momenti paiono non sfruttati al meglio. La tensione del lettore va e viene; ma, prima di giungere alle parti finali, soprattutto va.
Carente risulta l'approfondimento. L'aridità di fondo, poi, su di me produce un effetto...deprimente.
Personaggi come il vecchissimo ex docente e la sua decrepita ma arguta consorte risultano abbastanza riusciti; però sono quasi esclusivamente loro ad emergere dalla nebbia noiosetta che avvolge la narrazione.

La scelta di uno 'stile' antiletterario neoconformista, con termini specialistici immersi in un lessico 'qualunquista' , apporta un grave danno alla qualità della narrazione : si passa da "enontiomeri" e "catalissi" a numerose e varie mezze volgarità di bassa televisione, tali da conferire all'Io narrante (il professore associato) un degrado estetico, certo ben poco confacente all'ambiente scentifico internazionale.
Ho trovato urtante questo aspetto, tanto più perché non vi si scorge un distacco moraviano dell'autore. A risentirne è il buon gusto. Non so se sospettarne connivenza, ma certo il clima prodotto, nell'insieme, è piuttosto volgarotto.
Per fortuna, qua e là, c'è qualche colpo d'occhio descrittivo del paesaggio che rincuora in questa, per me, faticosa lettura.
Non so quanto ci sia di autobiografico. Però aspetti professionali e ambiente lavorativo dello scrittore e della voce narrante paiono coincidere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    23 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Paradise Sky in Hell's Land

Non so voi, ma quando leggo un romanzo la mia più grande gioia è quando questo ultimo riesce ad immergermi nella realtà e nelle vicende che racconta.
"Paradise sky" riesce in questa impresa che ormai è sempre più rara, soprattutto nei libri moderni.
Joe R. Lansdale mi hai davvero stupito, portandomi a considerare seriamente la lettura delle sue altre opere "western". Si è dimostrato un autore estremamente poliedrico, in grado di coinvolgere il lettore e fargli "sentire" la storia, oltre che i personaggi.

Il mondo del Lontano Ovest è già spietato di per sé, e lo è ancor di più se ti ritrovi a nascere con la pelle di colore diverso.
L'abolizione della schiavitù non ha cambiato molto, perché l'uomo è un animale ottuso.
Lo sa bene il giovane Willie, che a causa del colore della sua pelle e di uno sguardo leggermente esitante sulle curve di una donna bianca, si ritroverà a soffrire le pene peggiori che possano capitare a un uomo, a vivere un'avventura fatta di sofferenze e difficoltà. Certo, incontrerà alcuni uomini buoni, ma perlopiù si troverà di fronte gente violenta e priva di scrupoli, che lo vorrà morto per motivi che è anche difficile spiegare, forse perché sono privi di una reale consistenza e aventi uno stupido denominatore comune: quella pelle nera.
Eppure Willie, che poi cambierà il suo nome in Nat Love e infine se lo ritroverà cambiato grazie alle sue imprese in Deadwood Dick, riuscirà a cavar fuori qualcosa di buono anche da questa lunga e sfortunata serie di eventi. Ma ci riuscirà soltanto grazie al suo cuore e alla sua perseveranza.
Se sai meritarli, amore e amicizia sapranno trovarti anche nel violento e selvaggio West. E voi, vi ritroverete a osservare questa realtà con gli occhi del povero Nat, che a differenza vostra, a tutto questo dovrà trovare il modo di sopravvivere.

"Più pensavo all'orologio, più mi convincevo che Dio non fosse così amorevole. Era come un grande orologiaio: noi eravamo gli ingranaggi del suo orologio, e la terra in cui viviamo ne era la superficie scivolosa. Finito di costruirlo, e dopo averlo caricato, si è seduto e ha detto: Bene, buona fortuna figli di puttana, il mio compito finisce qui."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Meridiano di sangue (come genere)
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
68 Opinione inserita da 68    18 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il futuro è scritto nel presente, l' eterno in ogn

" Tutti vogliono possedere la fine del mondo." " Il futuro che ci attende è la trascendenza ."Non nasciamo per nostra scelta, e dobbiamo morire allo stesso modo?"
Zero K è una rappresentazione olistica al confine tra reale ed irreale, religione e scienza, contingente e trascendente, in uno scenario lunare, robotico, postmoderno, volutamente artificiale ed asettico, essenziale come il silenzio ed il grigiore che lo caratterizza, a metà tra fantascienza ed ipertecnologia, medicina e filosofia.
Jeffrey Lockhart, l' io narrante, è un individuo segnato e dalla vita e da quello che improvvisamente si trova ad affrontare. Il padre Ross, magnate della finanza, collezionista d'arte, figura controversa, con un nome falso, vuole accompagnare la seconda moglie Artis, giovane archeologa affetta da una grave malattia invalidante, nel mondo ipertecnologico di Convergence, azienda da lui stesso finanziata con sede in Kazakistan, per un addio che la sottoporrà ad un esperimento di criogenetica, ad una morte per induzione chimica in attesa di tornare in vita quando l' umanità avrà compiuto dei progressi medico-scientifici tali da permetterle una esistenza sana e forse l' eternità.
Ross vorrebbe seguirla, sottoponendosi a sua volta ad un suicidio assistito, Jeffrey è contrario, vede il fine nell' oggi, e la vita scorrere nella propria relatività ed imperfezione, ma parte comunque per un viaggio della conoscenza ( altrui e propria ) immergendosi nella virtualità di quella terra di mezzo, anticamera del futuro e dell' ignoto.
Gran parte della narrazione spazia nella pseudo-realtà del mondo di Convergence, tra architettura minimale, figure misteriose, manichini senza volto, sentinelle, monaci, cunicoli, innumerevoli porte, nessuna finestra, catacombe, schermi proiettanti immagini di morte, guerre, carestie, migrazioni, catastrofi naturali, conversazioni negate, monologhi estenuanti.
È un mondo di scienziati e predicatori ( i fratelli Stenmark ), futurologi,( Ben Ezra ) in bilico tra scienza e religione, alla ricerca del significato di una vita degna di essere vissuta nella propria finitezza e della possibile rinascita corporale e spirituale post mortem.
Si parla di metempsicosi, di trascendenza, ma anche di conservazione dei corpi, di morte indotta, crioconservazione, nanotecnologia, temi già trattati in passato ed oggi realtà, di un pugno di miliardari che autofinanziano un desiderio di fuga da un mondo segnato, cruento, destinato ad estinguersi, in nome di una purezza ideale ed estetica e di un desiderio di perfezione ed eternità.
Jeffrey ( e l' autore ) critica procedimenti che ritiene guidati da delirio collettivo, superstizione, arroganza ed autoinganno.
Il suo mondo imperfetto è agli antipodi di un futuro ( quello di Ross ed Artis ) tutto da scrivere, che fugge una fine inevitabile, ormai alle porte.
La sua è stata una infanzia incompiuta, sofferta, in una famiglia disgregata, con una madre ( Madeline ) ripetitiva, ritualistica, spesso silente, con cui condividere il tempo ed un padre assente, egocentrico, che ha sempre mirato a qualcosa di grande, stupefacente, immortale.
Jeffrey lentamente rivede la propria vita, quella iniziale zoppia per rendersi visibile agli altri, o solo a se stesso, intimidito e schifiltoso verso le case altrui e quelle vite caratterizzate da un' intimità un poco appiccicosa, con il desiderio di nascondersi, fuggire, finendo per scegliere, poi, la strada che piu' gli si addiceva, quei lavori che lo guardavano dai monitor di una scrivania, la denominazione dei quali bastava a se stesso, drogato di tecnologia.
E poi la necessità di una precarietà protratta ed il logorio di un universo sentimentale a sua volta frammentato e inconcludente.
Scopre, in questo iter temporale, che la vita è fatta di momenti ordinari ed inspirando la pioviggine dei dettagli del passato sa finalmente chi è, in una esperienza filtrata dal tempo che non appartiene a nessun altro, se non a se stesso. E Madeline era un luogo dove tornare a sentirsi sicuro, la normalità.
Convergenze per contro è una sorta di poesia dell' illusione che poco a che fare con il reale, forse è solo un inganno, una setta, li' ogni cosa succede da qualche altra parte, l' eternità è un concetto poco umano, quel " morire per vivere, poi, in eterno ".
Moriremo prematuramente, saremo conservati in un capsula negli abissi della terra, una vita sospesa, in attesa, manichinizzati, controllati, subordinati, quando e come ritorneremo, affrancati dal nostro corpo, sotto quali spoglie, con quali ricordi, certezze, speranze?
Ha la presunzione di isolarci, di guardarci dentro, in una dimensione atemporale, svuotando la mente per ascoltare il brusio del mondo, trovare l' assoluto,scevro da finitezza, materialismo, e' pura filosofia, conoscenza di se', in attesa di una cyber-resurrezione, parlando una neo-lingua purificata.
Ma Cio' che non sappiamo ci rende umani, il tempo in cui non siamo vivi e' infinito, ciò che non ha inizio non ha neanche una fine e tra quelle stanze asettiche, fredde, ipnotiche, si ha la sensazione di essere in un non luogo.
Ormai la tecnologia è un mostro smisurato, divenuta una forza della natura che non siamo più in grado di controllare, e ciò che è utilitario diventa totalitario.
La vita si alimenta di imprevisti, ripetizioni, gestualità, semplici oggetti, acquisisce un senso nella propria fine, e lo sguardo su queste imperfezioni genera amore.
La seconda parte del romanzo è ambientata in una New York senza volto, rumorosa, variopinta, affollata, multilingue, e li' Jeffrey rivive il proprio viaggio, ricorda, analizza, ricerca, ritorna al passato, si riappropria di una percezione mancata. Ha una relazione con Emma, psicologa dell' infanzia, ed è una vicinanza che mantiene la propria distanza, e diventerà lontananza, inevitabilmente, per l' incapacità di svelare la propria storia ed essenza e per un ritorno obbligato nel mondo di Convergence, in un viaggio di completamento.
Finiamo con il chiederci se il desiderio di possedere la fine del mondo abbia un senso ed un fine.
La risposta è ovvia e sta in quell' essere piacevolmente avvolti dalle grida di stupore e di meraviglia di un bambino, pur menomato e sofferente, di fronte all' inimitabile spettacolo cromatico della luce solare che, talvolta, si irradia tra le rumorose strade di New York.
In fondo questo è il semplice senso dell' esistere, il vivere e il morire, nella finitezza e nell' imperfezione di ogni istante.
Romanzo che affronta temi di attualità, noti da tempo, e lo fa adeguando il linguaggio alla narrazione, alternando descrizioni glaciali e postmoderne a momenti di commozione e profondo intimismo, affrescando mirabilmente il nostro mondo, intrecciando e confondendo trama e personaggi, tempi e luoghi, interiorità ed esteriorità, in quel caos che è la follia di un futuro già programmato ma inverosimile, in cui il progresso scientifico e tecnologico a fini umanitari è confuso e sostituito dall' afinalistico senso di onnipotenza ed eternità dato dal potere e dal denaro.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
siti Opinione inserita da siti    14 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Una boccata d'ossigeno

L’ultimo lavoro di Stefano Benni è una conferma dello spessore intellettuale di questo narratore comico dotato di potente immaginazione e votato alla filosofia. È la conferma di quanto l’immaginazione possa essere una risorsa alla quale attingere per sopravvivere nel quotidiano. È lo sguardo attento di un uomo verso le mostruosità dilaganti della e nella nostra epoca. Uno sguardo ironico, divertito, divertente.

Due ragazzi, Pin e Alina, due mondi contrapposti che entrano in contatto attraverso una bottiglia magica, mescolandosi, confondendosi, sintetizzando sogno e realtà. Lui ha un babbo “Jep” e vive nel Diquadanoy; lei soggiorna, rapita , nel college di rieducazione “Hapatia”, nel mitico mondo Diladalmar. Il suo compagno è il gatto Wifi, la sua specialità è entrare in altri mondi (non per niente ambisce a diventare scrittrice). Riconosciuti? Moderni Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie.
L’input narrativo è una richiesta d’aiuto attraverso il classico messaggio nella bottiglia. Il resto non lo posso raccontare. Preparatevi ad un viaggio, ad un’avventura, ad un continuo rispecchiamento delle aberrazioni del mondo contemporaneo. Gusterete la fine e intelligente parodia di un mondo ipercinetico, supertecnologico, aperto alla musica di Justin Biberon (sic), teso a distruggere i sogni e la fantasia. Rimescolate le vostre letture, preparativi a ritrovare Jules Verne e i suoi mondi immaginari, Pinocchio e Alice, Raperonzolo, Edgar Alla Poe, Zanna Bianca, Moby Dick e tanti altri. Vi sono anche la cucina crudelista e il Monster Chef e pure la biblioteca borgesiana!
Non mi resta che augurarvi un buon viaggio nel regno della fantasia impreziosito dalle illustrazioni di Luca Ralli e Tambe , un bel corredo. Ho goduto di una lettura bella, fresca, divertente e dal linguaggio arguto.

Consigliato a tutti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a tutti
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    12 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Dentro il tunnel dell'adolescenza

Il tema dell'adolescenza è da sempre oggetto di molteplici discussioni dalle tinte più disparate, psicologiche ma anche sociali con inclinazioni politiche, filosofiche e immancabilmente religiose.
Argomento focale di diverse opere, siano esse romanzi, film o trattati di carattere scientifico-formativo, desta un interesse mai calante nelle varie generazioni forse in virtù della sua immutabilità, come se le sue peculiarità fossero immuni al passare del tempo, al progresso tecnologico e all'evolversi della società.
L'adolescenza rimane lì, sempre al suo posto, un tunnel nel percorso di vita individuale che tutti dovranno percorrere, chi magari imboccando l'uscita agevolmente, chi invece smarrendosi nei suoi mille anfratti, nelle deviazioni improvvise che conducono in una spirale labirintica di autodistruzione.
"Come se le cose potessero andare in una direzione sola, e gli anni ti conducessero fino alla stanza in fondo al corridoio in cui ti aspetta la tua inevitabile identità: embrionale, pronta a rivelartisi. Che tristezza rendersi conto che a volte laggiù non ci si arriva proprio. Che a volte si vive tutta la vita svolazzando qua e là a pelo d'acqua mentre gli anni passano, senza essere baciati da quella fortuna."
E non vi nascondo che leggere questo libro ora, a 44 anni, è stato molto utile perchè mi ha offerto una possibilità unica: ha rallentato le lancette del mio orologio, mi ha aiutato a svincolarmi dal ritmo frenetico con cui ci muoviamo ogni giorno, presi da mille impegni e mille difficoltà, concedendomi la possibilità di riflettere su quella che è stata la mia adolescenza e, soprattutto, quella che sarà ora l'adolescenza di mia figlia. Un ritorno al passato per poter meglio affrontare l'immediato futuro.
Credo sia proprio questo il punto di forza del romanzo di Emma Cline, non la trama, non la scabrosità della vicenda descritta, peraltro ispirata ad un fatto realmente accaduto, ma i pensieri che passano per la testa di Evie, la protagonista quattordicenne, e che non muoiono tra le pagine del libro nell'indifferenza di chi legge ma, al contrario, contagiano e scuotono il lettore inducendolo alla riflessione.
Complice una pregiata opera di traduzione, questo libro sembra un bluff ma nell'accezione positiva del termine: nonostante il titolo e la copertina ammiccante, che riporta alla memoria i pruriti adolescenziali della birbantella Melissa P., nonostante sia la prima esperienza letteraria dell'autrice, peraltro giovanissima, il romanzo di Emma Cline si distingue per la qualità della prosa e dei contenuti, espressi con uno stile di scrittura maturo, arricchito da metafore originali ed estremamente efficaci nella rappresentazione della realtà emotiva della protagonista.
Durante la lettura, ho più volte temuto che l'adolescenza di Evie si riducesse e degenerasse in una descrizione dalle sfumature erotiche dei sogni, dei turbamenti tipici della sua età.
Timore che si è rivelato infondato perchè l'autrice è stata ben attenta nel riportare, quasi come in un diario personale, le sensazioni vissute giorno per giorno dalla protagonista ed elaborate dal suo inconscio, dandoci poi evidenza delle loro conseguenze sulla personalità di Evie, come hanno influenzato le sue scelte ed il suo comportamento.
E il sesso, la scoperta del sesso, è sicuramente uno degli aspetti importanti ed imprescindibili del periodo adolescenziale, sarebbe sciocco volerlo ignorare; ma i primi, incerti, confusi, improvvisi impulsi sessuali di Evie non si assoggettano alle regole dettate dal dio commercio alimentando pagine di esplicito erotismo.
Bensì il sesso viene trattato con la stessa lucida profondità di analisi adottata per passare al setaccio, sotto una lente di ingrandimento, gli altri scompigli tipici di una ragazza nel pieno del trambusto adolescenziale: la sensazione di inadeguatezza, di inferiorità, di invisibilità sociale, come se si diventasse trasparenti agli occhi del mondo, e dei ragazzi soprattutto, la cui attenzione è desiderata più per una sorta di egoistica rivalsa che per reale bisogno affettivo:
"A quell'età, il desiderio era spesso un atto di volontà. Uno sforzo tremendo per smussare gli spigoli più ruvidi e deludenti dei ragazzi dandogli la forma di persone che potevamo amare. A distanza di anni avrei capito questo: quant'era impersonale e disorientato il nostro amore, che mandava segnali in tutto l'universo sperando di trovare qualcuno che desse accoglienza e forma ai nostri desideri."
E cresce così il disagio interiore, un vuoto dell'anima che si allarga progressivamente e che non trova argini in ciò che sino a qualche anno prima era stato un punto fermo, una certezza: la famiglia, la serenità della casa, sgretolata dopo il divorzio dei genitori e la madre troppo impegnata nel tentativo di ricostruirsi una propria vita per accorgersi dei cambiamenti nella vita della figlia, e l'amicizia con Connie, che sembrava eterna, immortale, sempre presente, giorni interi trascorsi insieme, nottate accovacciate sotto le coperte, crollando poi rovinosamente alla notizia del trasferimento in un'altra città per proseguire gli studi.
Si sente sola Evie, e non trova rifugio neanche in se stessa, perchè lei non sopporta quella situazione, non vuole essere emarginata, vuole sentirsi viva, vuole essere amata, non vuole soccombere alla monotonia e all'anonimato di un'esistenza ai confini del mondo che conta, gente che ha successo, ricchezza e fama, quello stesso mondo in cui anche sua nonna era riuscita a conquistarsi un posto riservato grazie alla sua carriera di attrice.
"Mia madre sarebbe stata via tutto il giorno, l'alcol mi aiutava a stenografare la mia solitudine. Era strano che ci volesse così poco per provare sensazioni diverse, che ci fosse un metodo per ammorbidire la massa incrostata della mia tristezza."
E quando un giorno per caso intravede lei, Suzanne, alla guida del suo branco di ragazze, ne rimane subito affascinata: il suo carisma, il suo incedere spavaldo e sbarazzino, quasi ferino, trasuda sicurezza, ansia di distruggere ciò che sembra permanente, e disprezzo verso i comuni mortali, essere insignificanti uniformati da una vita piatta e inutile, pura sopravvivenza.
L'attrazione è gravitazionale, Suzanne è il sole che avvolge Evie nella sua orbita trascinandola via dal buco nero in cui si sentiva imprigionata.
Suzanne è la risposta a tutte le sue domande, è il suo modello, è la prova vivente che il suo sogno di donna non sia solo utopia.
Tutto il resto non conta: poco importa se Suzanne vive insieme ad altri ragazzi e ragazze in un ranch ai margini della città sotto la guida di un certo Russell, aspirante cantante; poco importa se si nutrono con gli avanzi recuperati dalla spazzatura o da quanto riescono a rubare nei supermercati, se dormono ammucchiati in stanze fatiscenti o sul prato intorno alla baracca dopo essersi riempiti di alcol e droghe.
Poco importa se Russell costringerà Evie ad una sorta di iniziazione sessuale, poco importa se verrà donata da Russell come fosse un giocattolo all'amico Mitch in cambio di un favore, un contratto con una casa discografica.
E poco importa se Russell, in preda alla rabbia per il favore non ricevuto, diventerà il mandante dell'omicidio di Mitch nella sua residenza che si concluderà invece con lo sterminio assurdo e sanguinario di persone innocenti.
Tutto ciò non conta agli occhi di Evie, ormai incapaci di distinguere il bene dal male; gli stessi concetti di bene e male perdono significato nel suo mondo il cui nucleo è divenuto Suzanne.
"Suzanne e le altre ragazze non erano più in grado di elaborare certi giudizi, il muscolo inutilizzato del loro ego era diventato flaccido ed inutile. Era passato un sacco di tempo dall'ultima volta che avevano occupato un mondo in cui il bene ed il male esistevano in senso reale. Qualunque istinto avessero mai avuto - una debole fitta allo stomaco, un rodimento di ansia - era diventato impossibile da ascoltare. Non che stessero cadendo da chissà quali altezze: sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa. I sentimenti sembravano qualcosa di totalmente inaffidabile, come balbettii sconnessi ricavati da una tavoletta per le sedute spiritiche."
Ho volontariamente omesso di specificare che Evie ha 14 anni nel 1969 e vive in California: il luogo ed il tempo sono ininfluenti, a mio parere.
Evie potrebbe avere 14 anni ora, e potrebbe essere mia figlia; è una ragazza che rivive in tutte "Le ragazze", come si evince dalla scelta appropriata del plurale nel titolo del libro.
Tanto più in una società come quella attuale, globalizzata ed esposta nella vetrina di Facebook, in cui l'apparire, l'emergere e il prevaricare sugli altri diventa un'esigenza, come se fosse l'unico modo per acquisire una propria individualità.
Quante Suzanne ci sono oggi in giro? Quanti elementi catalizzatori, devianti per i ragazzi?
E noi, genitori, abbiamo mai preso coscienza di ciò? Trainati dalla frenesia della vita quotidiana, sollevati dalla rapida e progressiva indipendenza acquisita dai nostri ragazzi, ci siamo mai preoccupati di avvicinarci al loro mondo? Li vediamo cambiare, giorno dopo giorno, ma fino a che punto siamo certi che la nostra Evie non sia sotto la scia di una Suzanne?
Adolescenza: un problema dei ragazzi, e dei genitori dei ragazzi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    12 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Al ritmo malinconico dei The Fray

Bellissimo il titolo dell’ultimo romanzo di Alessandro Piperno: “Dove la storia finisce”, che altro non è che la traduzione del titolo di un brano cantato da Isaac Slade, musicista della band dal suggestivo nome The Fray, che in italiano evoca il significato di rissa, zuffa, litigio. Come sempre il titolo di un’opera ci indirizza verso una chiave di lettura che forse più ci avvicina a ciò che l’autore ha voluto rappresentare. La canzone, infatti, esprime la sofferenza e la difficoltà di coppie che non riescono a conciliare le loro esistenze. Ma questo è solo uno dei temi affrontati in questo bel libro.
È il ritorno, dopo sedici anni di assenza, di Matteo, uomo volubile e superficiale al punto da contrarre più matrimoni, non tutti legalmente riconosciuti, a scatenare una crisi profonda nelle famiglie che aveva abbandonato e che avevano faticosamente trovato un equilibrio. Sono i due figli soprattutto a essere sconvolti da questa intrusione paterna, al punto che anche il loro rapporto con i rispettivi compagni viene rimesso in discussione. Tutto ciò in un ambiente alto-borghese di cultura ebraica.
Ogni personaggio si trova a fare i conti con una parte di sé rimasta a lungo repressa e nascosta. Ed è Martina quella che forse soffre di più, perché non riesce ad accettarsi per quello che è, non riesce ad affrontare la sua latente diversità.
La storia è raccontata con quel realismo che deriva da una conoscenza approfondita degli ambienti e delle situazioni. I personaggi, le famiglie sono le stesse che costituiscono una parte rilevante della nostra società. I fatti narrati assumono un carattere di normalità, se considerati in relazione agli eventi ai quali assistiamo oggi. Dunque la drammaticità delle relazioni, il logorio dei rapporti affettivi, trovano una soluzione e una fine solo quando interviene la Storia, quella con la S maiuscola, la Storia di tutti, non più del singolo individuo. È infatti nel tragico evento descritto nelle ultime pagine del romanzo, che il dramma del singolo viene superato dal dramma collettivo. Quasi a ricordare che ciascun individuo vive nella Storia, dalla quale non può né deve prescindere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti di viaggio
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    10 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ei fu Bisanzio

Citta’ dalla storia millenaria Costantinopoli, ultimo avamposto romano alle porte dell’Oriente, affascinate ed amena, controversa , bellissima e decadente, ancora oggi – chissa’ per quanto – coabitata da Occidente ed Oriente in un connubio forse inquieto ma eppure plausibile.

In turco si definisce hüzün, e’ quel velo malinconico che ammanta la citta’, la grandiosita’ di un passato di cose perdute che non torneranno. Il canto triste ed esotico della musica tradizionale, una scenografica mattina di nubi e pioggia sul Bosforo mentre i pescatori seri e concentrati attendono protetti da una cerata. Ed i gabbiani si alzano in volo sul mare, bianchi e grigi come la massa acquosa e fluttuante di sotto ed il cielo umido e minaccioso lassu’, indifferenti allo spettacolare profilo di Santa Sofia.
Sono emozioni avvolte da un’aura di mistero che colei che nacque Bisanzio stringe ancora oggi al petto, nonostante tutto.

“ I segreti di Istanbul” e’ un prezioso contributo offerto da Corrado Augias alla citta’ e a tutti coloro che la vogliano visitare, o l’abbiano gia’ fatto. Lontano dall’asciutto incedere di una guida turistica, meno rigido della pura saggistica, il volume offre una ricostruzione storica fitta ma non lineare ed una serie di aneddoti curiosi o leggendari che contribuiscono a rendere la meta piu’ affascinante ed al tempo stesso a chiarircene le origini . Si comincia da Viale dell’Indipendenza, animato e moderno, per poi soffermarsi a lungo nella Cattedrale di Santa Sofia, il maestoso emblema della citta’ vecchia. L’ippodromo, oggi cosi’ immenso e vuoto, eppure testimone di un affondo nell’antico Impero Romano.
Con l’avvento della cultura ottomana si passa ad un nuovo capitolo, dove Augias affronta il potere dei sultani, ma anche i loro punti deboli. Immancabili le pagine dedicate all’harem, epicentro erotico di ogni mente maschile tra schiave, cortigiane e predilette .
La nascita del Cristianesimo, che proprio qui a Nicea, non molto distante da Istanbul, codifico’ la sua dottrina con la prima stesura della professione di fede cristiana, il Credo.
Nell’antica societa’ maschilista spiccarono alcune donne estremamente potenti, l’autore non puo’ non argomentarle : Teodora la misteriosa, che dalla miseria popolare ascese al trono di Giustiniano. Due secoli dopo sara’ la volta di Irene la sanguinaria, che nel novembre del 786 venne prelevata da un vascello sulla sponda anatolica del Bosforo per sposare alcuni giorni dopo, nel piu’ grande sfarzo, l’erede al trono di Bisanzio. Venendo a tempi piu’ recenti, come non soffermarsi sull’Orient Express e le tante curiosita’ di colui che fu icona del lusso e dei primi grandi spostamenti di lungo raggio verso luoghi inesplorati, seducenti e fiabeschi.

Il percorso e’ curioso ed amabile, approfondito e ben scritto fino all’ultimo capitolo : Tramonto sul Bosforo.
E si torna in copertina, al cielo rosso di sera, con quel profilo nero che si staglia all’orizzonte.
Buona lettura.




Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Vita93 Opinione inserita da Vita93    10 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

E tutto era finito

Sono passati quattro anni dai fatti de “ La verità sul caso Harry Quebert “. Quattro lunghi anni da quel 2008 che aveva visto Marcus Goldman, astro nascente della letteratura americana, scoprirsi detective improvvisato in un caso di omicidio che coinvolgeva un suo vecchio professore universitario nonché maestro di vita.
Joel Dicker rispolvera il personaggio principale del fortunato romanzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e anche stavolta, ne “ Il libro dei Baltimore “, emerge la figura del protagonista-scrittore capace di portare alla luce vecchie verità, segreti inconfessabili in una sorta di catarsi liberatoria.
Perché si comincia a vivere soltanto quando “ smettiamo di rivangare il passato “.

Al centro della lente di ingrandimento c’ è quella che è stata una grande famiglia, quella dei Goldman.
C’ erano i Goldman di Montclair, New Jersey, di cui fanno parte Marcus e i propri genitori; una tranquilla famiglia della classe media.
E poi c’ erano i Goldman di Baltimore, capitanati dall’ avvocato zio Saul, dalla dottoressa zia Anita e dai cugini di Marcus, Hillel e Woody. Quattro elementi che sembrano appartenere ad un’ altra specie, disinvolti, venerati, facoltosi, eleganti, troppo ineguagliabili per essere invidiati.
L’ enigmatico romanzo inizia nel 2004, quando lo zio Saul chiama Marcus pregandolo di recarsi urgentemente a Baltimore. Manca un mese alla Tragedia.
Otto anni dopo, nel 2012, Marcus decide di raccontare la storia della propria famiglia, di tornare alle origini dell’ infanzia e dell’ adolescenza, alle vacanze trascorse con i cugini nelle numerose e sfarzose residenze dei Goldman di Baltimore. Fino al giorno della Tragedia. Chiarire cosa si intende con il ricorrente termine “ Tragedia “ è il compito di Marcus, del romanzo e di conseguenza del lettore.

“ Il libro dei Baltimore “ ha molti punti di contatto con la precedente opera che aveva decretato il successo di Dicker.
Innanzitutto il medesimo interesse verso il passato. “ Non c’ è presente senza passato “, come in un gioco a livelli in cui per muoversi verso le tappe successive, verso il futuro, è necessario aver completato i passaggi precedenti.
Anche se qui dovrei parlare di passati, al plurale, dato che l’ autore conferma la predisposizione ad affrontare storie che si dipanano su varie epoche narrative temporalmente intrecciate.
Rimane, come già detto, la figura dello scrittore che scopre la verità. Cambia totalmente la materia di analisi. Il primo romanzo, un giallo in piena regola, affrontava la risoluzione di un omicidio. Questo romanzo invece non è un poliziesco, è una saga familiare lunga più di venti anni.

In più di un’ occasione ho avvertito il peso narrativo della giovane età di Dicker, un autore sicuramente promettente come dimostrano i numerosi successi conseguiti, ma a mio avviso ancora in cerca di una propria identità letteraria.
Una buona prosa e la capacità indubbia di intrattenere il lettore si scontrano con dialoghi non sempre all’ altezza, spesso eccessivamente carichi di emozioni e sentimenti forzati o pronunciati da personaggi vagamente stereotipati ( difetti che, in minor parte, affliggevano anche “ La verità sul caso Harry Quebert “ ).
Che un ramo familiare, i Goldman di Baltimore, sia formato da un famoso avvocato, da una stimata dottoressa, da un ragazzino che a dieci anni tiene testa a presidi e insegnanti dimostrando profonde conoscenze storiche e politiche, dall’ altro ragazzino dotato di un fisico tale da poter eccellere in qualsiasi sport, e che vanno ad aggiungersi ad uno scrittore affermato e ad una celebre cantante, mi è parso fin troppo eccessivo.

Attenzione però, perchè capita di non percepire le cose come sono in realtà, è uno dei temi principali della lettura. Dicker è bravo a coinvolgere il pubblico in situazioni che almeno in parte abbiamo tutti vissuto e che salvano il testo da una stroncatura che a tratti, nella miriade di argomenti abbozzati degni delle soap opera pomeridiane, parrebbe inevitabile.

“ Il libro dei Baltimore “ si salva perché è scorrevole, ha ritmo, anche se meno interessante e accattivante del primo romanzo. Si salva perché parla della bellezza eterna dell’ adolescenza e di quelle promesse di commovente fedeltà che facciamo da ragazzini e che poi a volte scopriamo di non poter mantenere a causa degli adulti che siamo diventati. Si salva perché parla dei mali che si possono annidare nelle famiglie quando l’ invidia e i segreti hanno il sopravvento, quando l’ orgoglio non vuole sentire ragioni e si prendono decisioni di cui poi ci pentiamo per sempre. Si salva perché ci ricorda che solo il fatto di accettare che ognuno è responsabile e artefice della propria esistenza, è un primo passo verso la serenità.
Si salva perché se ho letto 587 pagine in soli 6 giorni, un motivo deve pur esserci.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
1107 risultati - visualizzati 1 - 50 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 23 »

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

Tante piccole sedie rosse
Valutazione Redazione QLibri
 
3.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Le nostre anime di notte
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Commedia nera n.1
Valutazione Utenti
 
3.0 (1)
Magari domani resto
Valutazione Utenti
 
4.3 (1)
L'arminuta
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
5.0 (1)
Prima di cadere
Valutazione Redazione QLibri
 
3.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il mestiere dello scrittore
Valutazione Redazione QLibri
 
4.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Lussuria
Valutazione Redazione QLibri
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Intrigo italiano
Valutazione Redazione QLibri
 
3.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Qualcosa
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
3.9 (2)
Sempre più vicino
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La casa dei Krull
Valutazione Redazione QLibri
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Altri contenuti interessanti su QLibri