Le recensioni della redazione QLibri

1087 risultati - visualizzati 1 - 50 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 22 »
Ordina 
 
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Non smettere di cercare

Dopo i fiori, il miele e i profumi, la casa editrice Garzanti si “getta” sulle pietre, dando la possibilità alla scrittrice Parenti di farsi leggere anche su carta. Questa possibilità non viene assolutamente sprecata dall’autrice lucchese che con grazie si conquista un posticino vicino alle sue colleghe di genere.

Siamo a Milano e la piccola Luna e il suo amichetto Leo stanno scoprendo, grazie al nonno di lei, l’importanza delle pietre. Con un alternarsi di presente e passato scopriremo che le pietre hanno una loro voce nascosta e solo chi ha il dono di sentirle ne può capire l’importanza.

Per il nonno Pietro, loro sono i suoi due diamanti che per trovare la luce dovranno scavare e non arrendersi e soprattutto non dovranno mai e poi mai “smettere di cercare”. Ma la vita non sembra seguire il binario che i due si sono prefissati e spesso seguire la via più semplice, sembra anche la più giusta.

Di Chiara Parenti avevo letto un eBook davvero molto divertente ed ironico; in questo romanzo invece ho trovato una scrittrice molto più matura, con una storia intensa da raccontare. Pur essendo partita con una dose non indifferente di scetticismo, la storia e le proprietà delle pietre mi hanno subito affascinata catapultandomi in un altro mondo, quello dove ““Luna, tu hai un dono”. Gli sfuggì un sospiro. “Senti le pietre, come senti le persone””.

La Parenti ci presenta una protagonista che come dice il nome, affronta varie fasi della vita. Toccherà il cielo, poi si eclisserà, ma l’importante è tornare a essere se stessi e brillare di nuovo.

Un romanzo bello da leggere, sicuramente più ideale per il genere femminile, e preparatevi, una volta iniziato sarà difficile da abbandonare. Non sono solo i colori, le dimensioni e le proprietà delle pietre a incuriosire, ma tutta la storia che ognuna di essere si porta dietro; i giacimenti, le loro origini, le terre dove sono nate e le mani che le hanno cercate. L’autrice riesce a renderle tangibili e leggendo la sua intervista a fondo pagina si comprende come sia riuscita a rendere tutto ciò possibile, perché è lei la prima a crederci.

Dimenticavo, ogni capitolo inizia con la descrizione di una pietra e delle sue proprietà..sinceramente ha fatto venire la voglia anche a me di approfondire l’argomento..

Inevitabile è la riflessione che la scrittrice manda: meglio una vita tranquilla e prevedibile con un quarzo o lasciarsi travolgere da un diamante, sapendo bene i rischi che si corrono?

Lo consiglio, ne sono rimasta piacevolmente colpita e spero di poter leggere presto altro di lei. È difficile abbandonare Luna, Leo, nonno Pietro (meraviglioso), Giada e tutti gli altri, siete stati davvero piacevoli compagni per questo viaggio di lettura e avete scaldato il cuore di una romantica.

Vi lascio con questa frase:

““Preparati, tesoro, perché da un viaggio non si torna ma come si è partiti”. Il nonno sorrise e dietro quel sorriso enigmatico intuisco che ci sono molte più cose di quante non mi abbia detto a parole. “E non preoccuparti per i bagagli, non servono a niente. Basta solo che tu dispieghi le ali, cavalcando il vento della paura. Devi mollare tutto e lanciarti nell’avventura, solo così potrai assaporare la sensazione meravigliosa della libertà. E dopo averla conosciuta, posso assicurarti che non saprai più come farne a meno””.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Il sentiero dei profumi
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    21 Dicembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Amore e morte a Barcellona

Sapete chi erano i bastaixos? Erano i cosiddetti 'scaricatori di porto', per la maggior parte schiavi impiegati per carico e scarico merci presso il porto di Barcellona e furono rappresentati persino in un bassorilievo della Cattedrale di Santa Maria del Mar perchè, nonostante la loro condizione di estrema povertà, contribuirono alla costruzione di quella immensa cattedrale trasportando sulla propria schiena le pietre provenienti dalla cava e senza ricevere alcun compenso; proprio per questo, la Cattedrale del Mare è la cattedrale dei bastaixos.
E sapete che re Martino il Giovane, malato e prossimo alla morte, per garantire che il trono rimanesse sulla stessa linea maschile legittima del casato di Barcellona, prese in moglie la giovanissima e vergine Margherita di Prades nel tentativo di avere da lei un erede; peccato però che il re, oltre che affetto da una grave malattia che gli procurava continua sonnolenza, era anche molto grasso pertanto i medici di corte suggerirono di sollevarlo con un meccanismo ad argano mentre alcune donne avrebbero provveduto ad indirizzare il suo membro nella giusta direzione.. purtropppo, ahimè, senza alcun risultato.
Ed avete idea delle tecniche utilizzate per la costruzione delle galee o per la distillazione del vino tramite un rudimentale alambicco con produzione della miracolosa aqua vitae?
Queste e tante altre curiosità sulla storia e sui costumi di vita nei territori iberici della Corona d'Aragona potranno essere soddisfatte dalla lettura de 'Gli eredi della terra': mastodontico affresco della società catalana a cavallo del XIV secolo e, in particolare, della città comitale di Barcellona, protagonista indiscussa di questo nuovo romanzo di Ildefonso Falcones che, immagino, abbia ben sperato con tale fatica di replicare il grande successo editoriale conquistato col suo primo romanzo storico 'La cattedrale del mare', di cui 'Gli eredi della terra' rappresenta il seguito.
Siamo nel 1387, 4 anni dopo il completamento della Cattedrale del Mare. E la Cattedrale è ancora una volta testimone di un tragico evento: mentre le sue campane ancora annunciano la morte del re Pietro il Cerimonioso, mentre una moltitudine di gente è ancora accalcata nella piazza principale per la celebrazione funebre attendendo l'arrivo dei nuovi nobili, coloro che avrebbero preso il governo della città, alcune grida si levano sulle altre rivolte verso Arnau Estanyol, lì presente, e denunciandolo come traditore.
Alcuni provano timorosamente ad opporsi: Arnau Estanyol è non solo uno dei più stimati notabili di Barcellona ma è anche amministratore del Piatto dei Poveri, un'istituzione di beneficenza a sostegno di tutti i bisognosi della città e a cui egli stesso partecipa in modo attivo raccogliendo l'elemosina per i poveri; ma poco valgono le qualità morali e la rispettabilità di un uomo se le accuse di tradimento gli sono rivolte da un nobile, il conte Puig, erede di quella famiglia Puig che Arnau aveva umiliato e risparmiato alla morte diversi anni prima.
Sono essi i nuovi padroni della città e nessuno osa contraddire la loro parola: solo un ragazzino di appena 12 anni, Hugo Llor, figlio di un umile marinaio deceduto in mare, si scaglierà in difesa di Arnau contro le guardie che lo circondano per dar subito seguito all'ordine di impiccaggione voluto dal nobile.
Ma cosa può una goccia di coraggio in un mare di indifferenza e paura? Hugo sarà pestato a sangue e l'ultima immagine che vedranno i suoi occhi prima di perdere conoscenza sarà il corpo penzoloni di Arnau dalla forca.
Hugo diventa quindi il successore di Arnau nel ruolo di protagonista di una storia che prende vita tra le strade di Barcellona, nel quartiere della Ribera, vicino ai cantieri navali dove Hugo ancora ragazzino lavora come aiutante di un maestro d'ascia genovese, sognando di intraprendere egli stesso quell'attività tanto apprezzata in una città come Barcellona, centro di un florido commercio mercantile.
Un sogno destinato ad infrangersi ben presto contro un muro fatto di angherie, di prepotenze ed ingiustizie che la gente più umile subisce ad opera della nobiltà e contro cui molto spesso non può difendersi in alcun modo a causa di un sistema giudiziario basato sul vassallaggio che annulla di fatto ogni diritto ai ceti più disagiati.
Ed è quel senso di disperazione che colpisce i deboli, seguito dal desiderio di vendetta e dal disprezzo verso i prepotenti da parte di quei pochi che non vogliono soccombere e rinunciare alla loro dignità di uomini, che impregna le pagine dei romanzi di Falcones.
Così come è palpabile anche la denuncia nei confronti della chiesa cristiana, sia per l'atteggiamento oppressivo e crudele verso le minoranze musulmane ed ebree - tremendo il racconto dell'eccidio nel ghetto ebraico di Barcellona nell'agosto del 1391 - sia per la corruzione dilagante in tutto l'ambiente ecclesiastico, dai conventi in cui giovani suore subiscono violenze di ogni tipo occultate nel silenzio e nell'omertà sino alle sedi vescovili e dell'alto clero dove le questioni legate alla spartizione del potere e le ambizioni terrene hanno sicuramente più rilevanza rispetto alle dispute teologiche o, peggio ancora, alle lamentele della moltitudine povera e disadattata.
Ma se tutto ciò nel primo romanzo di Falcones, 'La Cattedrale del Mare', ha il sapore della novità, del mai letto, conferendo alla trama una tensione narrativa sempre molto alta, ne 'Gli Eredi della terra', complice forse la maggiore prolissità, la carica emotiva si affievolisce e la scrittura sembra a tratti sciatta e rallentata.
E' come l'elettrocardiogramma di un moribondo, con un tracciato praticamente piatto per tutta la durata della sua agonia, lunga quasi mille pagine, con qualche picco sporadico solo nei capitoli finali.
Persino gli intermezzi erotici in cui gli amanti consumano incontri clandestini e fuggevoli, se nel primo romanzo sono ben calati nel contesto della storia arricchendo il ventaglio di emozioni suscitate nel lettore, in questo secondo romanzo appaiono chiaramente forzati e persino ridicoli nella loro banalità.
Ho concluso, perciò, la lettura di questo romanzo profondamente amareggiato e deluso nelle mie aspettative: è ormai divenuto raro da parte di un autore replicare il successo di una propria opera con dei seguiti che si dimostrino all'altezza dei primi.
Tuttavia, 'Gli eredi della terra' pecca nella sua veste romanzata in modo proporzionale a quanto invece eccelle in veste di narrazione storica. Infatti, ciò che certamente non manca in questo libro è una ricostruzione dettagliata ed estremamente minuziosa del periodo storico medievale nel capoluogo catalano: le vicende di Hugo e dei vari personaggi che gli ruotano intorno si amalgamano ed intrecciano con gli eventi più importanti, politici e religiosi, che hanno caratterizzato quegli anni. E soprattutto, pregio indiscusso dell'autore è la capacità di ricostruire su carta la città aragonese del XIV secolo con un dettaglio impressionante tanto che, se fosse possibile essere trasportati indietro nel tempo, quei luoghi, quelle strade, le antiche mura, gli orti, le bancarelle del mercato e finanche i rumori e gli odori di vino, spezie e mercanzie varie ci sembrerebbero familiari.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Avventura
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    19 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Paurosamente nella media

Trovarsi a leggere determinati autori genera sempre una sorta di attesa e di influenza positiva, soprattutto quando parliamo di grandi penne come Wilbur Smith. Tuttavia, durante la lettura de "La notte del predatore", andando avanti tra le pagine si fa gradualmente spazio l'idea di avere a che fare con un thriller spaventosamente convenzionale, che è abbastanza carente in molti aspetti in cui il suo autore aveva saputo distinguersi nelle sue precedenti fatiche.
La trama risulta coinvolgente solo in pochissimi e brevi tratti, è priva di suspance e non riesce mai ad intrigare. Sembra la versione romanzata di una serie di fatti di cronaca contemporanea. Da Wilbur ci si aspetta di meglio, e non vorrei che questo fosse solo il primo passo verso un declino che ha colpito altri grandi scrittori, tra i quali spicca Stephen King. Che Smith sia la prossima vittima della voglia di vendere a qualunque costo?
Capiamoci, "La notte del predatore" non è pessimo, ma rappresenta comunque un mezzo passo falso.

"La notte del predatore" è il terzo romanzo del ciclo che ha come protagonista Hector Cross, il capo di un'azienda di mercenari che è anche un importante socio di una società petrolifera.
Cross si appresta ad assistere all'esecuzione capitale del suo peggior nemico, Johnny Congo, pregustando una vita tranquilla con la sua fidanzata Jo Stanley e la figlia di tre anni. La rocambolesca fuga di Combo però, sconvolgerà i suoi piani tranquilli, costringendolo a rientrare in azione per proteggersi dalla sofisticata vendetta dell'evaso. Combo ha infatti come unico obiettivo quello di rovinare l'uomo che l'ha sbattuto nel braccio della morte e che ha ucciso l'unica persona alla quale avesse mai tenuto veramente.
Vi troverete di fronte ad operazioni militari in piena regola condotte da professionisti sprezzanti del pericolo, a intrighi finanziari e giudiziari, e a donne che al solo vedere il nostro protagonista saranno disposte a concederglisi senza remore, senza che lui se lo faccia ripetere due volte.
Personaggi un po' scialbi e trama non abbastanza coinvolgente.
Wilbur, che mi combini?

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Consigliato a chi ha letto...
Fan sfegatati di Wilbur Smith (forse)
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Schizofrenia globale

Il romanzo Il simpatizzante, premio Pulitzer 2016, mette il dito su una ferita ancora aperta nel cuore americano: la guerra in Vietnam. L’autore lo sa fare con intelligenza in modo critico (ma nel finale la critica si diluisce e si disperde). In realtà quello che nella prima metà è un romanzo saggio sulla guerra in Vietnam e sui suoi retroscena diventa andando avanti soprattutto un Orwell ambientato nel passato e nel presente, cioè nell’attualità. Il romanzo porta il lettore a guardare il mondo con occhi disincantati, spietati, cinici senza trovarci un’ombra di umanità.
Il romanzo parte con il bellissimo incipit: Sono una spia, un dormente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche se questo probabilmente non stupirà nessuno.
Il Capitano, l’io narrante, ci racconta di se stesso, un uomo con una natura doppia, padre europeo e madre vietnamita. Un uomo diviso dall’amore per la madre e dall’odio per il padre ( un prete che ha abusato della madre-ragazzina tredicenne). Diviso dalla sua razza che lo considera un bastardo, dai suoi parenti che lo trattano da inferiore. Ha al mondo due soli amici e un deserto affettivo e sociale da cui sa solo di voler emergere a ogni costo. “Promettimi che sarai migliore di tutti loro”, gli chiede la madre. Questo desiderio di farsi avanti è la molla che lo spinge, una molla spietata puntellata dall’odio più che dall’amore per la madre. Mai una volta il Capitano sembra muoversi all’insegna dei sentimenti. E’ sempre la sua mente divisa a dettare le regole del gioco, a suggerire cosa conviene e non conviene fare. Unica eccezione il rapporto con gli amici.
Il Capitano, fuggito dal Vietnam in America grazie a un alleato dell’esercito americano, analizza alla perfezione la società americana affetta dalla stessa schizofrenia,che affligge anche lui: l’ipocrisia ovvero la doppiezza. La società americana mostra una faccia amichevole e sorridente ma ha una mente nera e le mani sporche di sangue. Il Capitano odia questa società perché assomiglia molto a suo padre che spiegava alla gente i sermoni e la parola di Dio che non applicava. L’odio per il padre biologico si estende dalla società alla religione cattolica e alla parola di Dio (considerato una estensione del suo padre biologico). Il romanzo è pieno di citazioni religiose a scopo non religioso anzi allo scopo opposto di smontare/irridere il senso religioso. Quale ideologia potrebbe cullare l’odio per religione e per il capitalismo meglio del comunismo? Perciò il Capitano è una spia, un dormiente, un simpatizzante comunista. Lavora per il Vietnam del Sud ufficialmente ma fa la spia per il Vietnam del nord. In un certo senso per allontanarsi dal padre ne segue le orme ricalcandone la doppiezza. In fondo, gli verrà detto a un certo punto, basterebbe scegliere: tra nord e sud del Vietnam, tra capitalismo e comunismo, tra bene e male, tra essere un soldato o un amico. Ma di fatto il peccato originale del Capitano è non scegliere. Vivere nel solco di due vite vivendo sia l'una che l'altra a scapito degli affetti che non si può permettere perchè farebbero oscillare la sua identità. Unico suo lusso sono quei due amici.
Il Capitano è un Bastardo. Un Bastardo non solo dal pdv del DNA ma soprattutto dal pdv del comportamento con i suoi simili. Manda a morte i due personaggi migliori dal pdv umano del romanzo: un ufficiale gaudente e Son, il personaggio a lui più simile (come origini) ma in una versione idealista. Il Capitano è diviso anche interiormente: agisce ma ha una Coscienza, non trova piacere a tradire, spiare, uccidere. Il suo senso di colpa si esplicita nella insolita capacità di parlare con alcuni morti e fare beneficienza alla vedova.
In ogni caso avrà modo di espiare le sue colpe.
Il romanzo è intelligente, lucido, spietato. Mancano i sentimenti e gli ideali e in 500 pagine la mancanza del cuore pesa, nonostante l’autore compensi bene con la sua intelligenza brillante. Il mondo descritto è invivibile e insopportabile. Lucido il riferimento all’arte a al suo scopo didascalico e propagandistico. La visione del mondo è spietata a 360 °C. Non salva nessun uomo e nessuna ideologia. Il romanzo è freddo ma non disperato. Ha la freddezza di chi è ben consapevole che per sopravvivere occorre un coltello tra i denti ed è ben deciso a usarlo. In un certo senso una simile storia non riconcilia con il mondo e con l’umanità ma nega l’umanità. Afferma il nulla come unica cosa più importante della libertà e dell’indipendenza. Nega i sentimenti. E’ un romanzo raggelante. Forse esiste l’amicizia, ma il paio di amici che ci sono in 500 pagine non scaldano il cuore.
A me sono sembrate di troppo le ultime dieci pagine ( un po’ didascaliche) che accompagnano il lettore in modo superfluo, smorzando l’effetto del romanzo. Avrei terminato il tutto lasciando il lettore con indosso gli abiti leggeri e alla rovescia del niente, abiti che solo un Bastardo o un uomo senza faccia può indossare.
Un romanzo bello ma gelido che non riconcilia con il mondo e con la vita, anzi… Ne emerge un mondo disumano e senza speranza dato che l’unica speranza è sopravvivere. E i buoni ( Son) non ce la fanno. Ma forse non ne vale la pena.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Orwell
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
siti Opinione inserita da siti    17 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Scomode verità

Raccolta di tredici racconti pubblicati nel 1974 e ora apparsi, per la prima volta, in Italia. Si tratta di storie brevi affidate ad un narratore esterno, in pochi casi, la maggior parte invece orchestrati da una voce narrante in prima persona, femminile, rigorosamente. Sono storie intense e dolorose, sapientemente gestite da un registro stilistico sobrio, rigoroso, efficace, una scrittura che in modo asciutto racconta la realtà dei fatti, pochi, mentre va a infrangersi nel composito universo emotivo femminile fatto di sensazioni, emozioni, reazioni, ma soprattutto relazioni. La Munro è una maestra nel restituirci quel sentimento negato, offuscato, quell’universo di pensieri che agitano le nostre menti, e parlo da donna, intrecciandosi, dissolvendosi, alimentandosi, nel nostro cuore, nel nostro umano sentire, quando siamo figlie, mamme, sorelle, mogli, amanti, zie, nonne.

Ogni racconto apre una breccia temporale che procede a ritroso, si parte da un pretesto narrativo contemporaneo per andare a ripercorrere il passato: uno sguardo retrospettivo che non genera soluzioni, non porta conforto, non risolve conflitti anzi li rinnova, nell’atto stesso del raccontarli. In alcuni casi si restituisce un frammento di infanzia (“La barca trovata”, “Giustizieri”), personalmente mi sono parsi i testi meno riusciti; in altri si percepisce il peso della vecchiaia ( “Una cosa che volevo dirti da un po’”,”Marrakesh”, “Vento d’inverno”), sono quelli che ho prediletto, in altri cogliamo donne nella piena maturità ma ancora profondamente irrisolte (“Materiali”, “Come ho conosciuto mio marito”, “Perdono in famiglia”,”Dimmi se sì o no”, “La dama spagnola”, “Cerimonia di commiato”, “L’Ottawa Valley”).
Solo un racconto si focalizza su un protagonista maschile, non mi è piaciuto affatto.
Si tratta insomma della restituzione di verità nascoste, di sentimenti, spesso malsani ma così frequenti e umani, di verità scomode lasciate affiorare affinché un penna magistrale potesse coglierle, essenzialmente, senza gravarle di ulteriore peso, tantomeno di quello del giudizio. Ci ritroviamo tutte, penso. Il difficile è ammetterlo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Le altre raccolte della Munro
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    10 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Simbolismo, ironia e delirio onirico.

“Dio era morto, al pari di Marx e di John Lennon. E noi eravamo famelici” Così il protagonista dei due racconti di Murakami Haruki scritti negli anni ottanta e solo recentemente pubblicati da Einaudi con il titolo “Gli assalti alle panetterie”, allude alla caduta delle ideologie e al dissolversi dei sogni. Ciò che resta è la fame, una fame che è la manifestazione fisica del male che istiga a delinquere. “Non era la fame a spingerci a fare il male, no. Il male si trasformava in bisogno di cibo per istigarci a delinquere.” Ed è questa sensazione di vuoto, prima di piccole dimensioni, poi via via più grande fino ad raggiungere proporzioni abissali, che spinge i protagonisti a compiere il primo assalto alle panetterie. Tra croissants fragranti, appena sfornati, con il sottofondo della musica di Wagner, i due amici minacciano il panettiere, che lungi dal terrorizzarsi propone di dar loro tutto il pane che vogliono, se solo si fermano ad ascoltare la musica di Wagner. É palese l’ironia di Murakami, che oppone la magica funzione terapeutica della musica alla sciocca aggressività dell’uomo. Il male, così neutralizzato estingue la fame, il vuoto viene colmato, la fantasia rinasce.
Il secondo racconto, con al centro lo stesso protagonista, ormai sposato, si sviluppa intorno al medesimo tema del vuoto e della fame. Qui compagno nell’iniziativa di assaltare un McDonald’s non è più l’amico di cui si sono perse le tracce, ma la moglie, anche lei assalita da una fame insaziabile in una notte d’insonnia. Il vuoto, questo abisso che sembra attrarre e spaventare al contempo è rappresentato dall’immenso cratere di un vulcano che giace in fondo al mare e sul quale il protagonista si affaccia dalla barca ondeggiante su cui immagina di navigare. È questa la dimensione onirica del racconto, dovuta alla volontà e alla capacità dell’autore di tenere il lettore sospeso tra realtà e immaginazione. Anche in questo secondo racconto ogni violenza viene neutralizzata dall’appagamento di una fame apparentemente inestinguibile.
Due racconti assai suggestivi che anticipano alcuni dei temi del futuro grande Murakami. Un’edizione Einaudi assai curata soprattutto grazie alle bellissime illustrazioni di Igort, uno dei più importanti disegnatori italiani.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    10 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

"Sott'er celo de Roma"

Ero curioso di sapere come sarebbe stato leggere uno degli autori italiani contemporanei più internazionali. Quel che mi sento di dire è che, probabilmente, Donato Carrisi è uno di quegli autori fruibili da chiunque, un po' come Jeffery Deaver o Michael Connelly, per intenderci. Forse è a questo che è dovuto il suo successo.
Con "Il maestro delle ombre", Carrisi ci ripropone il frate penitenziere Marcus, in una Roma devastata dal maltempo e da un blackout.
La lettura è scorrevolissima e la trama intrigante fin dal principio, mai noiosa e carica di colpi di scena (anche se alcuni risultano abbastanza prevedibili).
Immagino che Carrisi possa essere ormai annoverato tra i grandi scrittori di thriller contemporanei, anche se forse gli manca ancora qualcosa per essere perfetto.

"Il maestro delle ombre " ha inizio con il nostro protagonista, Marcus, imprigionato in una cella inusuale, il Tullanium. Ha perduto la memoria, ma lungo la sua strada troverà degli indizi che lo porteranno alla ricerca di un bambino sparito nove anni prima, indizi scritti di suo pugno, come se avesse previsto la propria amnesia. Roma, nel frattempo, è devastata dal maltempo e il Tevere minaccia di uscire dei propri argini, mentre un blackout forzato staglia ombre scure sulla capitale, preannunciando la follia che si riverserà per le strade al tramonto. Sciacallaggio, vandalismo, vendette, rancori. È in questo scenario che Marcus, insieme alla sua vecchia fiamma Sandra, dovrà seguire la scia di indizi e affrontare una serie di ostacoli non indifferenti: l'ispettore Vitali, uomo dalle oscure mansioni che si erge al di sopra delle leggi, e la Chiesa dell'eclissi, organizzazione misteriosa e senza scrupoli che vede nel blackout l'adempimento di una profezia vecchia di secoli, pronunciata dal Papa Leone X. Una profezia che nasconde misteri macabri e ancora irrisolti.

"Era la dittatura della tecnologia, pensò Vitali. La gente ne stava sperimentando le conseguenze. Ti rende l'esistenza più facile ma, in cambio, ti sottomette. Credi di averne il controllo, invece ne sei schiavo. Adesso erano liberi. Ma la libertà li spaventava. Non sapevano gestire la nuova situazione, e così diventavano un pericolo gli uni per gli altri. "

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Jeffery Deaver
Michael Connelly
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Vita93 Opinione inserita da Vita93    09 Dicembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Intra ecclesiam nulla salus

Roma, 1624. Per le sorti ed il futuro della Chiesa Cattolica è un momento delicato.
Il cielo sopra Campo de’ Fiori sembra riflettere ancora le fiamme che bruciarono Giordano Bruno all’ inizio del secolo. Nel frattempo la Chiesa ha occhi e orecchie puntati in direzione delle idee non convenzionali di un fisico e astronomo di una certa fama, Galileo Galilei. La crescente diffusione della stampa e di ideali eretici minacciano l’ integrità della Controriforma stabilita in seguito al Concilio di Trento.

In una notte fredda e buia avviene un delitto. Il corpo di un religioso viene trovato schiacciato in un torchio tipografico, nella bottega di uno stampatore. Ha la bocca piena di fogli scritti. Ed è un membro dell’ Indice, una Congregazione che funge da strumento di censura verso testi e libri ritenuti anticlericali, sobillatori.
Si capisce subito che il movente dell’ omicidio può essere religioso. Ma il periodo è turbolento, e manca poco al prossimo Giubileo. Serve l’ intervento di un inquisitore in grado di indagare nel silenzio, “ senza il chiasso dei birri “.

Uno come Girolamo Svampa, frate domenicano dal passato oscuro e dal carattere ombroso, insensibile, scontroso. Una sorta di Sherlock Holmes del Secolo di Ferro.
“ Ama dar ragione solo a sé stesso “. Lo Svampa prende le distanze dal metodo inquisitorio e dalla cultura del sospetto. Giudicare in base al sospetto equivale a commettere un peccato mortale. Soltanto il passato ha carattere di certezza, osservandolo con razionalità si possono ricostruire eventi già accaduti grazie alle prove e ai rapporti di causa ed effetto tra le coincidenze.
Il compito di aiutare Fra’ Girolamo in questa ardua impresa spetta al fedele bravo Cagnolo Alfieri, e al segretario dell’ Indice, Padre Capiferro.
E se la realtà dovesse farsi fin troppo opprimente, lo Svampa può sempre contare su una boccetta di laudano che porta sempre con sé, un composto a base di alcol e oppio capace di offuscare i pensieri più soffocanti.

L’ ambientazione dona al romanzo fascino ed originalità e compensa una trama fitta e ben congegnata ma di non immediata e facile comprensione.
Immagino che le vicende dello Svampa avranno un futuro, è evidente che la creazione di questo personaggio ha avuto una “ gestazione “ elaborata e lunga nella mente di Marcello Simoni, che con uno stile ed una scrittura raffinati ha saputo creare un protagonista forse non capace di rapire il lettore in quanto ad emotività, ma dal sicuro potenziale letterario.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Avventura
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
CortaZur Opinione inserita da CortaZur    03 Dicembre, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Sepulveda torna alla Storia e non delude.

La fine della storia - Luis Sepulveda

Un libro denso di storia, un libro che chiude una storia, che insegna la Storia e ne fa la sua protagonista.
-“...non si sfugge alla propria ombra. Non importa dove stiamo andando, l’ombra di ciò che abbiamo fatto e siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione. No, non possiamo sfuggire all’ombra di ciò che eravamo.”-

Un Sepulveda che dopo la trilogia dell’amicizia (“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare"; "Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico"; "Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza") torna a raccontare le gesta di Juan Belmonte, il personaggio con “Un Nome da torero” (titolo del precedente romanzo in cui compare), e mette fine almeno per il momento alla sua storia facendogli giocare la partita finale. Come ogni eroe che si rispetti anche il nostro, ormai ritiratosi in pensione a godersi la sua vecchiaia, deve rientrare in azione per risolvere una situazione a cui solo lui sembra in grado di porvi rimedio e, non appena accetta, la Storia invade le pagine del romanzo ed eccoci trasportati a cavallo del ‘900 trasportati da un continente all’altro.

Sepulveda è un grande scrittore e anche in questa occasione lo dimostra, i personaggi sono ottimamente scolpiti, ce li si può immaginare in carne e ossa per come sono ben descritti: l’oligarca russo grasso e imbolsito, il funzionario svizzero gracile e tremolante, gli ex agenti cileni nemesi e alter ego del protagonista, i cosacchi dipinti con le loro contraddizioni storiche e infine Victoria, che anche senza parlare brilla nelle pagine con i suoi sguardi magnificamente descritti.
Salti temporali tra un passato nostalgico e un duro presente, salti geografici tra Russia, Cile, Nicaragua e altri posti di guerriglia tutti per inseguire la protagonista indiscussa, quella Storia con cui Sepulveda sembra avere un conto aperto, quella Storia recente del suo amato Cile con a capo l’odiato Pinochet autore di crimini verso l'umanità che non si fa mai male a ricordare per quanto siano efferati e aberranti.

Il romanzo scorre via facilmente, i fatti si succedono veloci e le pagine volano via forse fin troppo velocemente; ho avuto l’impressione che a volte si tendesse a semplificare un po’ troppo a favore della narrazione in modo da non appesantirla eccessivamente che comunque porta ad un gran finale che riscatta le piccole pecche incontrate.

-“Perché alla fine tutto si può cancellare, tranne quell’ombra.”-

Una lettura consigliata perché quando il romanzo si mescola con la Storia e lo scrittore è uno come Sepulveda ne esce sempre qualcosa di buono che lascia qualcosa che sedimenta dentro.

-“...nessuno di voi due deve ringraziarmi di nulla,capo. Siamo compagni.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a tutti ma in particolare a chi ha letto Un nome da torero di Luis Sepulveda
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    01 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Dicembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

La Mafia della Costa.

La trentaseienne Lacy Stoltz, single in carriera presso la Commissione disciplinare Giudiziaria, la cd CDG, ed il collega Hugo Hatch sono chiamati, in questa nuova avventura proposta da John Grisham ad affrontare un caso senza eguali per la loro sezione. Tutto ha inizio quando un uomo, dal nome fittizio Greg Myers, mettendosi in contatto con i medesimi dichiara di voler sporgere, per poi di fatto sottoscrivere, una denuncia contro la Giudice Claudia McDover, magistrato statale chiaramente corrotto ed in contatto con Vonn Dubose, apparentemente incensurato, di fatto capo di una della bande criminali più prospere e radicate della Florida, la cd. “Mafia della Costa”. Quest’ultimo, in particolare, è colui che tiene le fila del clan indiano dei Tappacola, smuovendo per mezzo dei Casinò siti sul loro territorio, contanti, immobili nonché proventi illegali di ogni genere e consistenza. Ricavi che spartisce, in buona parte, con la sua giudice personale. D’altro canto, quale miglior modo per ottenere i propri scopi se non quello di avere una donna di legge al proprio servizio, una cinquanasettenne avida e ambiziosa che non si è fatta il minimo scrupolo nei diciassette anni di servizio (dal mandare in carcere un innocente all’intascare mazzette da sperperare con Phyllis Turban, ex compagna di specializzazione, anch’essa come Claudia con matrimoni falliti alle spalle nonché amica intima), pur di soddisfare ogni capriccio? Quarantacinque giorni hanno a disposizione i due avvocati della CDG per svolgere le indagini necessarie a sostenere l’accusa, quarantacinque giorni per raccogliere tutte le prove possibili prima dell’insabbiamento, prima che la McDover smuova i suoi legali nonché trasferisca i suoi capitali, prima che Dubose si allerti ed entri in scena.
E più i due legali vanno avanti nel dissotterrare misteri e più le circostanze si fanno pericolose. Hugo ne pagherà, a caro prezzo, le conseguenze. Ormai il vaso di Pandora è stato scoperchiato, Lacy non può far altro che andare avanti e rendere giustizia a chi per troppi anni se ne è visto privato.
Con “L’informatore”, Grisham si diletta a solleticare la curiosità de lettore con un caso che abbraccia tanto la figura degli avvocati quanto quella della corruzione dei garanti della giustizia. Seppur segua la linea classica presente nei suoi romanzi, in questo capitolo, sin dalle prime battute, constata e presuppone della colpevolezza del magistrato, tanto che l’enigma si fa avvincente ed appassiona, da un lato, per quel che riguarda il modo in cui la CDG riesce ad incastrare “i cattivi” e, dall’altro, per quel che ruota attorno alla figura dell’informatore, “talpa” che non fa altro che utilizzare Myers, e un ulteriore soggetto, quali portavoce, essendo la sua posizione talmente vicina alla McDover da non poter far altro che adottare ogni livello di prudenza. Di conseguenza, il lettore, conoscendo sin dal principio del caso da risolvere e delle problematiche relative, non viene affascinato dallo sviluppo di questo, bensì dall’azione delle varie squadre d’azione coinvolte.
Stilisticamente l’opera è rapida, si legge in meno di due giorni facendosi apprezzare tanto per l’intreccio narrativo quanto che per l’enigma. Contenutivamente risulta però essere “sottotono” rispetto agli altri scritti dell’autore, risulta cioè essere privo di quel quid pluris che generalmente lo contraddistingue.
In conclusione, una lettura piacevole, non impegnativa con cui trascorrere ore liete, ma nemmeno eccelsa ed indimenticabile.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a chi cerca un giallo giudiziario piacevole ma non eccessivamente impegnativo.
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il Labirinto degli spiriti. Il cimitero dei libri

Alicia Gris sa bene che certe ferite non risarciscono mai, sa bene che con taluni dolori non si può imparare a convivere, per quanto ci si provi. E non sono i mali fisici quelli che arrecano più sofferenza bensì quelli dell’anima. Ventisettenne, acuta, riservata, perspicace, perennemente all’erta, ella è un camaleonte, una donna cioè che è capace di rivestire ogni personaggio e che grazie alla diffidenza naturale che nutre verso ciò che la circonda, è il prototipo perfetto per lavorare all’indagine che ha quale protagonista la scomparsa del ministro Don Mauricio Valls. Ecco perché Leandro, l’uomo che l’ha tolta dalla strada e le ha insegnato tutto quello che sa, la sceglie.
Era una mattina come tante, la festa in maschera organizzata per Mercedes, la figlia dell’onorevole, era giunta al termine da poche ore, quando Don Mauricio e Vincente si accingevano a salire – e scomparire – sulla vettura di quest’ultimo. Da questo momento dei due non si ha più alcuna notizia. Alicia, affiancata – pur se mal volentieri – dal capitano Juan Manuel Vargas, dà inizio alle ricerche tenendo conto anche del fatto che da qualche settimane del collega Lomana, a sua volta investito del caso, non si ha più traccia. Tanti sono i tasselli che non combaciano, ne è ben consapevole e a tutto questo si somma un ulteriore misterioso ritrovamento: durante la perlustrazione della residenza di Valls, ben nascosto sotto un cassetto della scrivania, la coppia Gris-Vargas ritrova uno strano e raro libro intitolato “Il labirinto degli spiriti. Ariadna e il Principe Scarlatto” di Victor Mataix. Da Madrid, la scena, inevitabilmente si sposta a Barcellona.
E tanto Alicia è collegata ad una vecchia conoscenza, Fermìn Romero de Torres, nonché alla famiglia Sempere, tanto dall’indagine relativa a Valls tornano alla memoria del lettore il nome di David Martìn, il cd. Prigioniero del Cielo, dell’Avvocato Brians, di Isabella Gispert, di Fumero e di tanti altri indiscussi protagonisti di questa succosa quadrilogia.
Cosa ne è stato del politico? Perché qualcuno lo sta costringendo a vivere le sofferenze che i detenuti confinati a Montjuic hanno provato sulla loro pelle durante gli anni di prigionia? E chi è quell’uomo dal volto rivestito da una mezza maschera? Ed ancora, cos’è che di fatto lega ed unisce Valls, Salgado, David Martìn, i Sempere, Brians, una serie di ritrovati numeri indecifrabili, i libri di Mataix, Sanchis, il suo autista senza volto e tutti gli altri eroi che hanno colorato le pagine della tetralogia? Qual è il nodo per sciogliere la matassa?
Quella descritta in queste pagine è una Spagna vittima dei regimi totalitari, una Spagna dove la giustizia seguiva i suoi fini, dove i principi del giusto processo e dell’oltre ogni ragionevole dubbio, non erano ancora stati sanciti; un territorio dove la polizia poteva avvalersi della tortura pur di ottenere la confessione necessaria a chiudere il caso in oggetto d’esame. Al dato storico si sommano i luoghi e le persone, entrambi magistralmente descritti, entrambi tridimensionali, e una trama che non scontenta spingendo anzi ad andare avanti, col fiato sospeso per il desiderio di risolvere l’enigma, il mistero.
Era il 2001 quando Carlos Ruiz Zafon pubblicava “L’ombra del vento”, opera originariamente uscita in “sordina”, non acclamata dal pubblico iberico e di poi divenuto uno dei più grandi fenomeni editoriali con all’attivo ben oltre otto milioni di copie vendute nel mondo. Con “Il labirinto degli spiriti”, Mondadori, novembre 2016, siamo di fronte a quella che (probabilmente, perché in futuro, chissà) è la conclusione della tetralogia del Cimitero dei Libri dimenticati ma abbiamo anche tra le mani uno dei romanzi più belli ed avvincenti scritti dall’autore.
L’opera, infatti, è caratterizzata da un intreccio narrativo solido, magnetico, dai giusti tempi. Zafon è un maestro nel fornire indizi e rimescolare le carte così da creare quella giusta dose di suspense nel lettore che, rapito da quel che è il rebus non può che andare avanti. A questo si sommano altresì i protagonisti di questa storia, eroi “vecchi e nuovi” che arrivano, si fanno amare, si fanno odiare e salti temporali necessari per conoscere appieno delle vicende e risolvere le stesse. E se quello che vi spaventa è la mole, vi dico di non farvi intimorire. Seppur lo scritto sia composto da 815 pagine, esso scorre e si fa divorare con la velocità e facilità di un libro di 300/400 facciate, tanto che giunti alla sua conclusione la sensazione provata non è quella di pesantezza, di aver scalato una montagna, di aver concluso un’impresa titanica, bensì quella di vuoto; quel vuoto che è sinonimo di abbandono, quel vuoto che solo i libri veramente belli sono capaci di lasciare.
In conclusione, Zafon non delude, ma conquista e affascina. Zafon riesce nell’impresa più ardua di tutte; non rovinarsi con le sue stesse mani strafacendo. Mantenendo infatti l’equilibrio e rispettando quelli che sono stati gli intrecci narrativi che hanno conquistato i lettori e che lo hanno reso celebre, dà vita ad un elaborato che è un degno epilogo delle vicende ma che non preclude la possibilità, in futuro, di tornare a sognare.

«Non perda la speranza. Se ho imparato qualcosa in questo porco mondo è che il destino è sempre dietro l’angolo. Come se fosse un ladruncolo, una sgualdrina o un venditore di biglietti della lotteria, le sue tre incarnazioni più comuni. E se un giorno deciderà di andare a cercarlo – perché il destino non fa visite a domicilio – vedrà che le concederà una seconda opportunità»

«Tu sei una creatura notturna, Alicia, ma qui ci nascondiamo tutti alla luce del giorno»

«Alicia sentì che, dietro quel muro di oscurità, Barcellona aveva già fiutato le sue tracce nel vento. La immaginò aprirsi come una rosa nera e per un istante la invase quella serenità dell’inevitabile che consola i maledetti, o forse, si disse, era solo stanchezza. Ormai importava poco. Chiuse gli occhi e si arrese al sonno mentre il treno, facendosi largo tra le ombre, scivolava verso il labirinto degli spiriti»

«”Quanto le devo Miguel?”
“Glielo metto in conto. A domani alla stessa ora?”
“Se Dio vuole”.
“La vedo molto elegante. Visita di Gala?”
“Ancora meglio. Di libri”»

«La verità non è mai perfetta e non quadra mai con tutte le aspettative. La verità pone sempre dubbi e domande. Solo la menzogna è credibile al cento per cento, perché non deve spiegare la realtà, ma semplicemente dirci quello che vogliamo sentirci dire»

«Scrivo per me stessa, portando con me segreti che non mi appartengono e sapendo che mai nessuno leggerà queste pagine. Scrivo per ricordare e aggrapparmi alla vita. La mia unica ambizione è poter ricordare e capire chi sono stata e perché ho fatto ciò che ho fatto finché ne ho ancora la capacità e prima che la coscienza che già sento debilitarsi mi abbandoni. Scrivo anche se mi fa male, perché la perdita e il dolore sono le uniche cose che ormai mi tengono viva e mi fa paura morire. Scrivo per raccontare a queste pagine ciò che non posso raccontare a coloro che più amo, a rischio di ferirli e di mettere in pericolo le loro vite. Scrivo perché finché sarò capace di ricordare starò con loro un minuto in più..»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
210
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
CortaZur Opinione inserita da CortaZur    27 Novembre, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il potere della stampa scandalistica

Mario Vargas Llosa - Crocevia


L’ultimo romanzo del premio Nobel Vargas Llosa è un romanzo che mescola i generi, spaziando dall’erotico al thriller con anche un pizzico di romanzo storico e tenendo sempre presente un unico protagonista: il Perù.
In questo libro siamo a Lima, la capitale, e in particolare l’autore ci porta in un quartiere di Lima dal nome “Cinco esquinas” (particolare tipo di incrocio dove confluiscono 5 strade ) che è anche il titolo originale dell’opera. Un quartiere particolarmente famoso per essere stato teatro di uno dei crimini piu efferati accaduti nella Lima di fine anni ‘90, in piena dittatura, un quartiere centrale ma povero dal quale la storia si alimenta regalando, tra l’altro, la protagonista femminile.


Come accennato siamo in piena dittatura Fujimori, sul finire degli anni ‘90, il coprifuoco scandisce le vite dei suoi abitanti, una coppia di amiche realizza che è troppo tardi per rientrare a casa e una di loro si deve fermare per la notte; così inizia una splendida scena lesbo-erotica (la migliore) tra le due protagoniste, qualcosa che non mi aspettavo e che ha fatto spostare subito lo sguardo sotto un’altra luce e tra l’altro spiega anche la copertina!
Le due donne appartengono all’alta società di Lima, mogli di due uomini di successo i quali, loro malgrado, saranno protagonisti della storia portante del romanzo, fatta di foto rubate, ricatti e scandali architettati apparentemente dalla stampa scandalistica: potente strumento per infangare e portare avanti denigranti campagne di persuasione su avversari politici e non.


La stampa è l’altra protagonista dell’opera, e Vargas Llosa ci tiene a mettere in evidenza una stampa malata, parziale e a servizio di poco nobili cause che però è enormemente importante nelle strutture di potere di regimi autoritari come lo era quello di Fujimori, con una particolarità: qui è la stampa scandalistica a essere protagonista, come se da noi un paparazzo come “Corona” diventasse potentissimo strumento intimidatorio.


In questa opera si distinguono i tre assi portanti dell’opera di Vargas Llosa: la politica, il giornalismo e l’erotismo. Ben scritto, scorrevole, ci fa immergere nelle strade e nella vita peruviana di quel tempo e ci porta alla scoperta di un paese lontano che ha vissuto nel recente passato una dittatura di cui non conoscevo quasi nulla. Una dittatura che usava molto bene i la stampa, la quale da questa opera ne esce davvero con le ossa rotte e con ancora qualche residua speranza di redenzione.


I personaggi tratteggiati nel romanzo non sono indimenticabili, nessuno mi ha colpito particolarmente, li ho trovati un po’ superficiali con poche o nessuna virtù; lo stesso posso dire per la parte dove l’erotismo la fa da padrone: capitoli fini a se stessi che non aggiungono nulla alla storia se non qualche voyeurismo di maniera e qualche esercizio di stile più utile all’autore che alla narrazione.


L’opera nel suo complesso è valida, è pur sempre il grande Mario! Anche se mi aspettavo di più, mi aspettavo più coinvolgimento, più emozioni e invece direi che, nonostante i molti cambi di registro e i tentati colpi di scena, la storia scorre piuttosto piatta fino al gran finale che la riscatta parzialmente.


In definitiva: lontano dalle vette di Vargas Llosa ma comunque un’onesta e più che sufficiente lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Un libro consigliato se si vuole esplorare una parte di mondo meno famosa, interessante se si vuole conoscere qualcosa di quel periodo storico.
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il potere della letteratura.

“Caro Giacomo, in quest’epoca si parla tanto di adolescenti, ma si parla troppo poco con gli adolescenti. Parlare con gli adolescenti non è articolare un elenco di “devi” o “dovresti”. Non guadagna la fiducia dei ragazzi chi la cerca scimmiottando la loro adolescenza, ma chi partecipa alla loro vita, scegliendo volta per volta la giusta distanza. Solo chi vive il suo rapimento genera rapimenti e provoca destini: solo se io so che cosa ci sto a fare al mondo metto in crisi positiva un adolescente, che non vuole gli si spieghi la vita, ma che la vita si spieghi in lui, e vuole avere a fianco persone affidabili per la propria navigazione”. P. 34

Non è semplice rendere l’idea di quel che è “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’avenia, non perché l’opera sia incomprensibile o di scarso valore bensì per la molteplicità di contenuti che in essa sono racchiusi. L’autore, infatti, in queste pagine, pone al lettore, e a sua volta si auto-pone, una serie di quesiti di gran rilevanza, una serie di interrogativi che spaziano per quella che è la vita e la realtà di ciascun individuo in ogni fase della maturazione umana. E lo fa senza avere la pretesa di poter offrire soluzioni semplici perché come ben ci ricorda, la vita stessa non è semplice dunque, non può essere minimizzata, non può essere risolta facendo riferimento ad una formula matematica, ad un minimo comune denominatore da applicare al caso incontrato nel percorso di crescita interiore. A questo punto vi starete chiedendo: ma come riesce D’Avenia a far si che tutto questo abbia luogo? Come può rendere atto di questi mutamenti interiori, di questa energia che vuol uscire, dei dubbi, dei fallimenti, di questi interrogativi che immancabilmente attanagliano l’uomo? Semplice, mediante una serie di scambi di battute con niente meno che Giacomo Leoparadi.
Esatto, perché “L’arte di essere fragili”, non è un romanzo ma un vero e proprio epistolario. Simbolicamente l’opera può essere suddivisa in quattro parti così come quattro sono le componenti fondamentali dell’essenza della vita:

- L’adolescenza, o arte di sperare;
- La maturità; o arte di morire;
- La riparazione, o arte di essere fragili;
- Il morire, o arte di rinascere.

Dunque D’Avenia per ogni sezione che affronta crea una serie di lettere tutte munite e caratterizzate da un proprio argomento letto in chiave leopardiana, troverete infatti all’interno dello scritto stralci de “Lo Zibaldone”, ma anche le poesie più note – quali “l’infinito” – o meno note perché ultimo frutto della composizione poetica del letterato o perché semplicemente meno apprezzate dai docenti di turno – quali “La ginestra o il fiore del deserto” – , tutti strumenti, questi, utilizzati per rivedere concetti fondamentali del vivere di ieri e di oggi. E si, l’autore de “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, non ha paura di leggere Leopardi in chiave ottimistica, o ancora meglio, realistica: rompe gli schemi e ci mostra anche quegli aspetti meno celebri della sua esistenza dedita allo studio, alla ricerca dell’amore, alla solitudine, alla ricerca del compimento.
E quel vetro che potrebbe rendere distante lo scritto da chi legge viene rotto mediante il ricollegamento a casi concreti accaduti nel corso della professione di insegnante del palermitano. Dunque, alla riflessione, segue la realtà, il vero. E tra casi di ragazzi autolesionisti, che cercano l’eccesso, che sono infelici e meditano il suicidio, ve ne sono anche altri che da quelle parole traggono riflessioni e ne inducono altrettante in chi è destinatario dei loro quesiti, perché, prendono consapevolezza, si svegliano. Tra i tanti, significativo a tal proposito è un passaggio:

«”Professore, lei dovrebbe leggere un po’ meno poesia e guardare un po’ di più il Grande Fratello”. [..] Quella frase mi colpì, non per la sua insolenza ma per la sua verità bruciante. Tradotta suonava così:”Professore, per favore può tornare nel mondo piccolo della bruttezza e non farmi sentire che esiste la bellezza? Può non costringermi a scegliere tra il nulla e l’essere? Ora che so che ci sono cose in cui la vita si sente così forte, cose così belle, devo uscire dalla mia comoda indifferenza e prendere posizione: a che punto sono del mio compimento, che cosa voglio dalla vita? Professore, può per favore evitarmi minuti di rapimento, altrimenti devo mettermi in cammino verso il compimento?” » p. 68

All’analisi dell’adolescenza è destinata circa metà dell’elaborato, questo perché gli “adolescenti non pongono domande, sono domande”; sono energia che vuol uscire, esplodere, essere destinata ad un obiettivo, e sono al tempo stesso provocatori perché pongono interrogativi a cui vogliono risposte, risposte che devono e pretendono essere semplici e risolutive quando in realtà a molte di esse è possibile rispondere soltanto con la dimensione dei forse, dell’incertezza.
Con il termine di questa fase ricca di speranza, sogni e vigore segue quella dell’esperienza, della maturità. Quella porzione di vita destinata a rendere coscienti gli interlocutori del fatto che tutto ha un inizio ed una fine, quella consapevolezza atta a cogliere gioie e dolori, fragilità e forza, successi e insuccessi, non deve essere vissuta come un qualcosa che è subito dall’uomo passivamente; poiché come vediamo nella fase della riparazione, la si può anche amare, abitare, mutare. L’adulto, che sia professore o meno, è chiamato a custodire, a riparare i più giovani, ad aiutarli con le parole proprio perché in loro è insita la fragilità. E’ punto di riferimento per quelle anime così convinte di sapere cos’è il mondo eppure capaci di cadere come un castello di carta alla prima folata di vento, ecco perché nonostante il proprio intimo fallimento, le proprie più ardue lotte, deve trasmettere il “rapimento”, l’esperienza, la saggezza. Deve essere, in ultima fase, consapevole egli per primo del fatto che essenziale è dare compimento a se stessi e alle “cose fragili” perché soltanto così possono essere salvate dalla morte, con l’amore. Solo così si può rinascere, soltanto così si può abbracciare “l’arte di essere fragili”, custodirla, farla propria, svilupparla, renderla unica.
Mi fermo qua perché come potete ben vedere, in poco più di 207 pagine, sono contenuti ragionamenti di grande valore che toccano temi talmente ampi e variegati che, continuare a parlarne potrebbe, da un lato rovinarvi il gusto della lettura, ma soprattutto, non riuscire a rendervi davvero idea di cosa questo elaborato è. La sua stratificazione è talmente vasta che le considerazioni vanno assaporate un poco alla volta onde evitare che sfumino, che evaporino nel calderone di ricchezza che avete tra le mani.
In conclusione, una conversazione con Leopardi, che non delude, che arricchisce e che è in realtà un’automeditazione atta a coinvolgere tanto i giovani quanto gli adulti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Un romanzo adatto a tutto ma da non sottovalutare. Va assaporato, letto con la mente aperta e con la volontà di riflettere altrimenti il suo contenuto può sfumare.
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
1.8
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
1.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    22 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Calma piatta

Alta e slanciata, occhi e capelli scuri e una chioma corvina.
Un viso non bellissimo ma conturbante. Fotografie in bianco e nero la ritraggono prevalentemente semisvestita, una vistosa tiara d'oro, perle e lapislazzuli sul capo, il ventre scoperto sopra una lunga gonna di leggeri veli sovrapposti.
Di buona famiglia, raggiunse il successo come danzatrice orientale per poi convolare, dopo un alternarsi di presunti spionaggio, controspionaggio e la condanna decisiva, alle nozze nere col patibolo.

Il personaggio di Mata Hari e’ misterioso, femminile e spregiudicato punto di partenza di tante rappresentazioni tra cui, recentemente, quella di Coelho. L’autore precisa l’assenza del rigore storico sebbene sia ispirato ai fatti realmente accaduti, ci prepariamo quindi a una non biografia ma ad un romanzo storico accattivante, vista la fama della nota spia.
Il testo effettivamente tocca la maggior parte degli aspetti della tumultuosa vita della donna, ma il difetto e' di forma. Proposto come lettera-confessione, e’ Mata Hari stessa l’IO narrante, necessaria diviene quindi l'osmosi tra scrittore e protagonista.

Leggo, rifletto e concludo che se per molti uomini essere una vera femmina e’ un esercizio ragionevolmente complesso, per Paulo Coelho essere una donna esotica, audace e sensuale e’ un caco senza buccia.
Il racconto sbrodola informe in una piattezza da manuale, noioso all’inverosimile. Privo di vigore narrativo e di pathos, di Mata Hari resta una donnetta dai facili costumi che si concede – svogliata - a uomini facoltosi in cambio di ricchezza e potere, sculettando false danze orientali come una qualsiasi praticante strip teaser. Non bastasse, a tratti il testo e’ anche logorroico e ripetitivo.

Se il plotone colpì Margaretha Geertruida Zelle il 15 ottobre 1917, oggi la penna di Coelho ha sepolto il fascino cangiante del suo personaggio.
A meta’ strada tra Morfeo e Ortica, un estratto di Wikipedia e’ piu’ avvincente, dettagliato e udite udite… gratuito.

Trovi utile questa opinione? 
210
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Pupottina Opinione inserita da Pupottina    21 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Vita e morte a braccetto con il sorriso

Andrea Camilleri lo conoscono tutti per i gialli della serie del commissario Montalbano, ma in pochi lo stimano per i romanzi in cui parla d'altro, ricostruisce la storia e i misteri del passato.
In LA CAPPELLA DI FAMIGLIA E ALTRE STORIE DI VIGÀTA ci propone una Sicilia arcaica, legata al folklore del passato, ma sempre contraddistinta da misteri, leggende ed occasionali o premeditati misfatti.
La Vigàta di Camilleri, paesino immaginario, ma sempre verosimile, sa parlare di usanze e costumi, che la memoria storica non ha definitivamente cancellato e che sono ancora in grado di entusiasmare il lettore, attento e alla ricerca di un qualcosa in più.
LA CAPPELLA DI FAMIGLIA è una raccolta di otto racconti, più o meno lunghi, nei quali emerge una Vigàta suggestivamente intrisa di passioni, soprusi e debolezze umane. È una raccolta variegata di tipologie umane: si passa dagli uomini arroganti e pieni di sé alle vedove inconsolabili, dagli autoritari capifamiglia o padre padrone ai genitori di Luigi Pirandello. Ci sono rituali magici, usanze storiche cadute in disuso, antiche credenze popolari, ma anche sentimenti e comportamenti che con il tempo si sono trasformati un po', ma mai nella loro essenza o del tutto.
Interessante, coinvolgente e divertente, Andrea Camilleri con il suo particolarissimo stile e la sua verve comica racconta, in questo libro, una Italia passata, ma ancora in grado di insegnare qualcosa alla generazione attuale.
LA CAPPELLA DI FAMIGLIA è un piccolo gioiello, una raccolta di racconti da avere nella biblioteca privata, da leggere e rileggere per ritrovare il buon umore o per comprendere ed abbracciare la vita con nuova consapevolezza.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
ALI77 Opinione inserita da ALI77    18 Novembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

IL POTERE DEI FIORI

Questo romanzo racchiude in sé due storie, che l’autrice riesce ad unire e a fondere in un unico racconto.
Iris e Viola sono le protagoniste del libro, due gemelle, divise quando erano piccole e che per caso si incontrano per la prima volta al Chelsea Flower Show di Londra. Al primo sguardo loro si vedono identiche e non capiscono come sia possibile una cosa del genere e rimangono incredule da quel loro incontro.
Prima di continuare, premetto, che voglio fare una recensione un po’ diversa, non raccontandovi la trama che troverete tranquillamente, ma nell’affrontare i punti di forza e quelli deboli del testo.
I fiori e i giardini sono il tema principale che l’autrice tratta nel libro, come se i fiori avessero un potere e una magia, che conduce le due ragazze a conoscere la verità sul loro passato.
L a prima parte del libro è molto lenta e poco scorrevole, è come se le vicende per capitoli rimassero statiche, senza un’evoluzione e questo mi ha messa in difficoltà nella proseguire la lettura.
Nonostante questo sono andata avanti e la cosa positiva è che l’autrice ha talento e questo si vede nello suo stile che a volte sfiora il poetico, e dalla seconda parte del libro, la storia ha iniziato a coinvolgermi.
Credo che la mia difficoltà più grande sia quella che io non ho lo stesso amore per i fiori che ha la Caboni e questo mi ha impedito di godermi a pieno la storia.
Devo dire anche che,la trama del romanzo che sono andata a leggere, è ben congeniata e attenta a creare, soprattutto nella parte finale, la giusta suspance.
Le due giovani amano i fiori e sentono di essere legate in qualche modo, ma sono distanti e non si vogliono mettere in gioco per conoscersi veramente.
Il loro rapporto è difficile a causa della lontananza, non si fidano l’una dell’altra, anche se capiscono che il loro legame è molto forte, ma non lo vogliono affrontare.
Credo che l’autrice abbia toccato in maniera delicata il tema della separazione e dei gemelli, non scadendo mai nei toni troppi dolci o in quelli troppo duri, trattando l’argomento nella giusta posizione.
I fiori, hanno un ruolo fondamentale, tutti i personaggi sono legati a loro anche se indirettamente.
Si nota molto, il gran lavoro che c’è dietro alla stesura del romanzo, una ricerca accurata e dettagliata per descrivere i vari fiori e le loro caratteristiche, per me è stato interessante leggere anche se, alcune volte, mi sembrava di essere di fronte ad un manuale e non ad un romanzo.
Ho apprezzato molto la descrizione dei luoghi, che l’autrice ci racconta con dovizia di particolari e in maniera accurata le varie ambientazioni del romanzo, è come se ci trovassimo lì.
Posso dire che sicuramente le lunghe descrizioni non stonano con la storia, ma sono parte integranti della storia.
I personaggi sono delineati e subiscono un’evoluzione nella storia, capiscono i loro errori e maturano mano a mano che i vari segreti vengono svelati.
Iris e Viola, a loro modo, sono delle vittime e si trovano a doversi confrontare con la verità della loro vita e devono anche insieme, ricostruire il loro rapporto.
Il modo di raccontare la storia non mi ha saputo coinvolgere nel modo che avrei voluto e ci ho impiegato più del necessario per terminarlo, forse non amo molto la narrazione in terza persona, che crea sempre una sorta di distacco dalla storia e dai personaggi.
Probabilmente mi sento in difficoltà io, perché, non si è creata la giusta empatia con questo romanzo e non mi aspettavo che fosse così, anche se avevo delle ottime aspettative.
Sicuramente devo riconoscere che l’autrice è bravissima, riesce a scrivere un libro in maniera quasi poetica, come dicevo prima, ma forse il problema è che al centro del libro ,sembra quasi, ci siano i fiori e le piante e non la storia di Iris e Viola.
Un romanzo che consiglio di leggere se amate i fiori, i giardini e le piante, dove l’autrice è brava a raccontare in maniera delicata e a volte intensa, la storia di due ragazze che si ritrovano dopo anni e che non riescono a riconoscersi e che oltre a capire il loro passato, devono anche imparare a conoscersi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    18 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Se Caino uccise Abele, siamo tutti figli di Caino.

In un’intervista che Marilynne Robinson concesse a nientemeno che il Presidente Obama, la scrittrice sostenne che l’ideale di democrazia si basa sulla fiducia che gli esseri umani ripongono negli altri esseri umani e nella speranza che le persone agiscano per il bene e non per il male.
Fede democratica e fede religiosa permeano tutta l’opera della Robinson. “Le cure domestiche” è il primo romanzo di questa autrice al quale fece seguito, solo dopo venticinque anni, una trilogia, più nota in Italia, “Gilead”, “Casa”, “Lila”.
In questa opera prima, premiata con il PEN/Hemingway Award nel 1982, la Robinson racconta la storia di due sorelle ancora bambine, abbandonate sulla soglia di casa della nonna da una mamma decisa a mettere fine alla sua vita gettandosi nel lago alla guida di un’auto. Di loro si prenderà cura dapprima la nonna, solerte, ma poco incline a superflue effusioni, poi, alla sua morte, le sue anziane cognate, infine la zia Sylvie. È costei la vera protagonista del romanzo, è Sylvie, col suo passato misterioso, la sua vita ribelle e vagabonda, la sua silenziosa e disperata ricerca di una pace interiore più aderente allo stato di natura, a suo agio nella diffusa penombra della casa, ma ancora più nella luce mutevole dei luoghi esterni, illuminati ora dai raggi del sole, ora dal riverbero ondeggiante dell’acqua del lago. Ed è il lago, sepolcro tranquillo e inesorabile di tante anime, ultimo rifugio del padre e di Helen, le due assenze costantemente presenti nel romanzo, ad essere, come tanto spesso nella letteratura americana, il simbolo di una fine che precede una resurrezione, quasi immagine di opera preraffaellita. L’acqua, seppure smossa o agitata da un corpo che vi si immerge, riacquista ben presto la sua immobilità. Il vagabondare di Sylvie, la sua eccentricità in una comunità legata alle convenzioni e alle apparenze, sono la causa dell’allontanamento di Lucille da Ruth. E qui emergono le due anime americane, Lucille, l’America conservatrice e perbenista, Ruth, l’America idealista.
La scelta di Ruth e di Sylvie, così lontana e diversa da quella di Lucille, è fatta di un dolore silenzioso, di ricordi sfumati, di visioni immaginifiche che le portano a sentire presenze invisibili: “Sylvie, lo sapevo, sentiva la presenza delle cose morte.” È una scelta di solitudine che le porta lontano, ma che non impedisce loro di portare con sé il proprio passato. L’America sognata dalla Robinson in questo romanzo è vicina a quella di Emerson e Thoreau, un mondo privo di orpelli, ma profondamente solitario. La famiglia che pure tanto sta a cuore alla scrittrice qui può ricomporsi solo nel vincolo affettivo tra Ruth e Sylvie. L’irrefrenabile desiderio di indipendenza e l’esigenza di vivere a contatto con una natura in cui il male e il bene trovano una armoniosa coesistenza, sono le stesse che troviamo nel Walden di Thoreau: i profumi, i suoni, ogni percezione sensitiva esprimono l’essenza divina, esprimono il desiderio di tornare simile ad Abele, lontano dalla ferocia di Caino.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Politica e attualità
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuti 
 
5.0
Approfondimento 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    18 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Camorra 2.0

Napoli che e’ bella da impazzire tra i palazzi, i musei, l’arte, le botteghe, il dialetto, l’allegria.
Sfugge al turista quello che striscia dietro, nei quartieri dove non si passeggia, nelle periferie, nell’attimo che non ha incrociato.
Esiste una realta’ di camorra cui non importa della data di nascita, sono giovani dal futuro incerto che scelgono la via piu’ facile, o l’unica che conoscono, per arrivare a Tutto e Subito.
Denaro e potere: ambizione dei piccoli.
Ragazzini che nemmeno avrebbero l’eta’ per salire in sella sfrecciano sui motorini nel centro, senza regole, senza paura. Giurano fedelta’ e omerta’ con un patto di sangue che si mischia sui polsi tagliati, accendono un cero alla Madonna e ottengono la sacrosanta benedizione della paranza. Parlano attraverso le battute a memoria dei film di gangster, imparano a governare armi su Youtube , non temono la morte se avverra’ dignitosamente in battaglia. Estorsioni, spaccio, rapine, omicidi.

“ Io per diventare bambino c’ho messo dieci anni, per spararti in faccia ci metto un secondo.”

Stiano sereni i suoi sostenitori e si rilassino i detrattori, Roberto Saviano non propone saggistica con questo ultimo libro, ma narrativa. Quindi non puo’ aver copiato. Ha scritto con quella sua penna talentuosa un romanzo appassionato e appassionante, fortemente realistico, tragico, spaventoso.
Dal passo inarrestabile scorre il fiume in piena delle vite disgraziate dei suoi protagonisti, col vigore e l'incoscienza e l'ambizione della giovinezza. Galoppa ad un ritmo serrato frustato dallo scudiscio del (comprensibilissimo) dialetto napoletano che caratterizza, ravviva, porta nel rione.
Scuote il lettore tramortito che rapito dalla miscela di trama e forma barcolla disorientato, lontano dalla sicurezza della carta e’ scaraventato a perdifiato nel mondo di mezzo. Una realta’ surreale a meta’ strada tra lettura e vita vissuta, personaggi inventati incastrati in una situazione sociale esistente.

Oggi digitando su Google “ La paranza dei bambini” si ottengono risultati riconducibili al solo Saviano, qui ci sarebbe da rallegrarsi. Se pero’ accanto si aggiunge la parola “Woodcock” o “ De Falco”, gli estremi delle labbra perdono il sostegno gravitazionale, i risultati sono cronaca.
Libero l'autore dal rigore bibliografico imposto in saggistica, lo spunto arriva dalla lettura dei fascicoli di un’inchiesta condotta dai magistrati sopra citati e che nel giugno scorso porto’ a quarantatre condanne di camorra.

Un bellissimo libro orribile, buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    12 Novembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

I buoni, i cattivi...e l'antilingua.



Estate 1992.
Bari.
Un'estate che sembra non voler arrivare mai..."fredda" non solo meteorologicamente, ma anche metaforicamente.
È l'estate delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, l'estate della mafia padrona.
Carofiglio, con il suo solito stile affascinante, sobrio, garbato, sempre in perfetto equilibrio tra forma e sostanza, tra linguaggio tecnico e "di strada", ci porta dentro una storia e ci fa toccare con mano lo sporco mondo della criminalità organizzata, con le sue strutture gerarchiche, i suoi giuramenti, qualifiche, avanzamenti di "carriera", i suoi codici e la sua giustizia interna tanto feroce quanto sommaria.
Stavolta l'autore abbandona la giurisprudenza e le aule di tribunale e ci apre le porte di una caserma dei carabinieri di Bari, dove troviamo il maresciallo Pietro Fenoglio (già protagonista di "Una mutevole verità"), uomo di grandi principi e dignità, di intelligenza vivace e profonde riflessioni filosofiche.
Un uomo ferito nella sfera sentimentale e sempre alla ricerca della "giusta misura".
E proprio il caso che si troverà a dover affrontare, ovvero il sequestro lampo del figlio di un boss locale, lo porterà a dover aprire una finestra sul labile confine tra "buoni" e "cattivi", tra "noi" e "loro", dove diventa estremamente difficile separare il bianco dal nero ed evitare d'immergersi fino al collo in quella sterminata varietà di grigi, accettando tristemente i limiti della divisa che indossa.
I criminali sono sempre tutti "brutti, sporchi e cattivi"?
Ed i buoni...sono veramente tutti "buoni"?
Fenoglio, tra una visita in Pinacoteca, la sua musica classica e un tuffo in un mare cristallino di una spiaggia ancora dormiente della costiera barese, farà i conti con un'estate di sangue e dolore.
Indubbiamente l'essere stato magistrato e sostituto procuratore nell'antimafia, rende Carofiglio particolarmente abile nel raccontare questo tipo di storie (sa di cosa parla) ed è anche molto attento a non indugiare troppo sull'aspetto truce e violento del mondo che racconta (pur presentandoci le cose così come sono), stemperandolo attraverso ciò che lui conosce ed usa molto bene..."la parola".
Carofiglio in questo romanzo fa sfoggio di differenti registri linguistici: alterna al linguaggio fluido della narrazione e dei dialoghi, interi verbali di interrogatori, scritti in quella che Calvino chiama "l'antilingua", ovvero una lingua rigorosa, lontana dai significati concreti della vita, per mantenere le distanze dal mondo reale e dalle sue brutture.
Per sopravvivere.
Ma riesce anche a mescolare molto bene realtà e finzione, invenzione e cronaca, senza che l'una prevarichi sull'altra...rendendo omaggio a Falcone e Borsellino.
Un romanzo che non mira tanto a scatenare forti "emozioni", quanto invece a generare "riflessioni"...e a costringerci, di fronte a ciò che riteniamo inaccettabile, a non girare la testa dall'altra parte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    02 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Così attuale da fare ancora più male

“Ma sono stanchi, e nervosi, e non vogliono perdere tempo, e alla fine, siccome lei esita ancora, le intimano senza garbo di sbrigarsi. Siete talmente tanti, si giustifica l’agente mentre le preme le dita nell’inchiostro. Siete come la sabbia del mare. Non finite più”.

A Melania Mazzucco viene chiesto di scrivere un libro sui profughi che arrivano o sono arrivati in Italia. Lei all’inizio non se la sente, si deve riprendere ancora dagli ultimi scritti, ma quando trova la forza per farlo, decide di scriverlo su una donna. Alla fine la trova, lei è Brigitte.

Il racconto inizia in una giornata fredda, siamo a Roma, alla Stazione Termini e Brigitte che proviene dal Congo, cammina senza meta. Non sa dove si trova e non capisce la lingua. Un incontro fortuito la incamminerà verso tutto quell’iter burocratico che ogni profugo si ritrova a seguire. Senza speranza, senza fiducia e soprattutto senza futuro. Brigitte da un giorno a un altro si è ritrovata senza niente, era una donna importante al suo paese, orgogliosa e coraggiosa. La sua vita non sarà facile ma avrà la fortuna di incontrare persone “umane”, che considerano lei e gli altri come persone e non solo come dei numeri da smistare.

La Mazzucco mostra il volto odierno dell’Italia, dell’Europa e dell’Africa. Il nostro è un paese che come sempre riesce a distinguersi soprattutto per le sue incongruenze e contraddizioni. Un’Italia che si divide in chi “da la carota e chi il bastone”. Mostra la vita di tutte quelle persone che ogni giorno troviamo nelle nostre città, nei nostri paesi e nelle nostre vite; racconta il loro passato, cosa possono aver subito e soprattutto cosa si aspettano.

Spiega anche come il mondo dei profughi è cambiato:

“Quando ha dovuto dirgli di no, un ragazzo marocchino lo ha maledetto, chiamandolo razzista di merda. Razzista, a lui. Capita sempre più spesso. Quando è arrivato nel 2002, e per svariati anni, ascoltavano con rispetto ciò che dicevano e si fidavano delle sue parole. Adesso credono di sapere tutto – hanno ricevuto informazioni prima di partire, e non si rassegnano ad accettare l’idea che siano false e ingannevoli”.

Brigitte è una delle tante ma la sua storia colpisce, ferisce e non si digerisce. Posso non aver apprezzato molto lo stile della scrittrice ma comunque le sue parole, anzi le parole di Brigitte, arrivano direttamente al cuore o almeno al mio. Sicuramente mi ha reso più consapevole e l’attualità del testo (Brigitte è arrivata nel 2013 e nel Post Scriptum parliamo del 2016) fa male, anche se molti ci “marciano”, altri hanno alle spalle storia come quella della protagonista e la domanda che si è formata nella mia testa e ancora non ha trovato risposta è: riusciranno a dimenticare? Potranno tornare a sorridere come una volta?

Grazie Mazzucco, “Io sono con te” racconta un periodo buio che però lascia spiragli per il futuro.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
lapis Opinione inserita da lapis    01 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Novembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Lacrime amare

“Caro Ilie, ora mamma ti racconta un fatto”. Iniziano così le email piene di vita che Mirta invia al figlio dodicenne rimasto a migliaia di chilometri di distanza, a quell’adolescente che quando ha lasciato era poco più di un bambino e che non ha potuto vedere crescere, a quegli occhi neri che l’hanno fissata inespressivi mentre lei si allontanava, alla persona che rende possibile ogni sforzo, ogni sofferenza, ogni umiliazione quotidiana. Sono lettere che rimangono senza risposta, eppure provare a raccontare è l’unico modo che rimane per cercare di fargli capire che, anche se è solo e vive in un orfanatrofio, lui una mamma ce l’ha. Una mamma che l’ha lasciato per potergli dare un futuro diverso, una mamma che sopravvive solo grazie al suo ricordo e alla speranza un giorno di ricucire la famiglia.

E allora prova a parlargli di questo strano paese in cui lavora, un paese in cui la gente sembra avere tutto tranne il sorriso, in cui la ricchezza sembra aver alzato muri tra le persone e all’interno delle stesse famiglie, in cui si paga qualcuno per prendersi cura dei propri vecchi senza rubare tempo alla propria quotidianità. Prova a raccontargli delle anziane signore che si trova ad accudire, dei loro scortesi capricci, delle loro malattie, delle loro desolate solitudini. Prova a spiegargli cosa significhi vivere pigiati in venti in un appartamento troppo piccolo, disposti ad accettare qualsiasi lavoro perché la fame non ammette orgoglio e nemmeno dignità, costretti a sentire i piedi della gente sulla faccia senza poterseli togliere di dosso.

La realtà trattata in queste pagine è una verità lacerante e straziante che si consuma a due passi da noi, la vita di tante donne costrette a partire dalla disoccupazione dilagante e dalla mancanza di possibilità, ragazze madri costrette ad abbandonare i figli a parenti o istituti, donne che si prendono cura delle nostre famiglie e delle nostre case, sapendo di avere nel cuore il dolore e il senso di colpa. Perché i pacchi pieni di vestiti, giochi e denaro non potranno mai sostituire un abbraccio, una voce, una carezza.

Le parole di Antonio Manzini fanno più di qualunque articolo di denuncia sociale perché, con una straordinaria forza empatica ed emotiva, sono capaci di farci vestire i panni di una giovane donna su cui la vita si è accanita, una giovane donna seria e buona che sa davvero cosa significhi la disperazione. E allora i piccoli problemi e le lamentele quotidiane sbiadiscono perché non possiamo più fare finta di non sapere cosa accade dietro la porta accanto. Perché questa non è finzione, purtroppo.

Complimenti a Manzini, che con questa lettura ha saputo portare all’attenzione un tema sociale così attuale e scabroso con una capacità di immedesimazione e con un’emozione che non possono lasciare indifferenti. E alla fine non si può fare altro che piangere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    29 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Niente brividi in Svezia ma tanta solitudine

Ultimo libro di Henning Mankell che nel 2015 si è dovuto arrendere a una malattia. Pur essendo stato catalogato nella categoria Gialli/Thriller/Horror, questo romanzo se ne discosta in maniera netta.

Siamo nell’arcipelago svedese, l’autunno incalza e la routine dei pochi abitanti, rimasti dopo la partenza dei turisti, viene scombussolata dall’incendio della casa del protagonista.
Lui, il dottore, è un settantenne che per un riflesso notturno è riuscito a scampare all’incendio; le cause ignote, innescano una serie di reazione che poche hanno a vedere con il brivido e la suspense.

“Nella notte, nel giro di qualche ora, la mia esistenza era cambiata a tal punto che d’un tratto mi mancava tutto. Non avevo neanche un paio di stivali di gomma completo”.

Fredrik è un uomo singolare, dottore in pensione, si è rifugiato nell’arcipelago svedese ereditato dai nonni dopo un intervento non andato bene. Non si è mai sposato ma si è trovato padre di una figlia già adulta con cui ha un rapporto molto particolare e non semplice. Ogni mattina si sveglia e s’immerge nelle fredde acque svedesi, cura malattie immaginarie e non dei suoi compaesani e ha un odio profondo per i prodotti made in China. La perdita della casa lo porterà a rivalutare la sua vita e soprattutto la sua solitudine.

Mankell ci porta nell’autunno e nel freddo svedese, in un mondo in cui ci si muove in barca ed essere proprietari di un’isola è la normalità. Una vita così diversa dalla nostra e per questo molto affascinante.
Il romanzo parla della vecchiaia e queste parole ne rendono bene il senso: “Il sole splendeva attraverso una leggera foschia che copriva la città. Mi colpì il fatto che le persone che vedevo con poche eccezioni, erano più giovani di me. Non mi era stato così chiaro: mi trovavo su un confine umano, facevo parte di quel gruppo che si stava allontanando dalla vita”.

La solitudine attira persone simili a noi, altri, che della solitudine hanno fatto il loro marchio di vita. La speranza, come ci ricorda l’autore, sta in una nuova vita.

Un romanzo introspettivo, profondo e molto svedese. Solitudine, anzianità e cambiamenti.
Per chi fosse alla ricerca del brivido dei romanzi del nord, sconsiglio questa lettura; per gli altri che invece avessero voglia di una lettura lenta che però scorre bene, scritta con un buono stile, possono affrontare queste 425 pagine senza paura.

“Era già la fine di agosto.
Presto sarebbe arrivato l’autunno.
Ma il buio non mi faceva più paura”.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.0
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    26 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il professore associato

" Ormai i libri sono così tanti che sembra non esserci quasi più spazio per il pensiero "
(Un personaggio di Marai).

Un professore associato accompagna in auto un ex docente ultracentenario a Locarno per "una specie di congresso" , "un convegno di scienziati. Chimici" di livello internazionale, tenuto più o meno segreto.
Questo è l'avvio di questo romanzo giallo, o meglio mezzo giallo.
Gli sviluppi non sono grandiosi. Vari momenti paiono non sfruttati al meglio. La tensione del lettore va e viene; ma, prima di giungere alle parti finali, soprattutto va.
Carente risulta l'approfondimento. L'aridità di fondo, poi, su di me produce un effetto...deprimente.
Personaggi come il vecchissimo ex docente e la sua decrepita ma arguta consorte risultano abbastanza riusciti; però sono quasi esclusivamente loro ad emergere dalla nebbia noiosetta che avvolge la narrazione.

La scelta di uno 'stile' antiletterario neoconformista, con termini specialistici immersi in un lessico 'qualunquista' , apporta un grave danno alla qualità della narrazione : si passa da "enontiomeri" e "catalissi" a numerose e varie mezze volgarità di bassa televisione, tali da conferire all'Io narrante (il professore associato) un degrado estetico, certo ben poco confacente all'ambiente scentifico internazionale.
Ho trovato urtante questo aspetto, tanto più perché non vi si scorge un distacco moraviano dell'autore. A risentirne è il buon gusto. Non so se sospettarne connivenza, ma certo il clima prodotto, nell'insieme, è piuttosto volgarotto.
Per fortuna, qua e là, c'è qualche colpo d'occhio descrittivo del paesaggio che rincuora in questa, per me, faticosa lettura.
Non so quanto ci sia di autobiografico. Però aspetti professionali e ambiente lavorativo dello scrittore e della voce narrante paiono coincidere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    23 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Paradise Sky in Hell's Land

Non so voi, ma quando leggo un romanzo la mia più grande gioia è quando questo ultimo riesce ad immergermi nella realtà e nelle vicende che racconta.
"Paradise sky" riesce in questa impresa che ormai è sempre più rara, soprattutto nei libri moderni.
Joe R. Lansdale mi hai davvero stupito, portandomi a considerare seriamente la lettura delle sue altre opere "western". Si è dimostrato un autore estremamente poliedrico, in grado di coinvolgere il lettore e fargli "sentire" la storia, oltre che i personaggi.

Il mondo del Lontano Ovest è già spietato di per sé, e lo è ancor di più se ti ritrovi a nascere con la pelle di colore diverso.
L'abolizione della schiavitù non ha cambiato molto, perché l'uomo è un animale ottuso.
Lo sa bene il giovane Willie, che a causa del colore della sua pelle e di uno sguardo leggermente esitante sulle curve di una donna bianca, si ritroverà a soffrire le pene peggiori che possano capitare a un uomo, a vivere un'avventura fatta di sofferenze e difficoltà. Certo, incontrerà alcuni uomini buoni, ma perlopiù si troverà di fronte gente violenta e priva di scrupoli, che lo vorrà morto per motivi che è anche difficile spiegare, forse perché sono privi di una reale consistenza e aventi uno stupido denominatore comune: quella pelle nera.
Eppure Willie, che poi cambierà il suo nome in Nat Love e infine se lo ritroverà cambiato grazie alle sue imprese in Deadwood Dick, riuscirà a cavar fuori qualcosa di buono anche da questa lunga e sfortunata serie di eventi. Ma ci riuscirà soltanto grazie al suo cuore e alla sua perseveranza.
Se sai meritarli, amore e amicizia sapranno trovarti anche nel violento e selvaggio West. E voi, vi ritroverete a osservare questa realtà con gli occhi del povero Nat, che a differenza vostra, a tutto questo dovrà trovare il modo di sopravvivere.

"Più pensavo all'orologio, più mi convincevo che Dio non fosse così amorevole. Era come un grande orologiaio: noi eravamo gli ingranaggi del suo orologio, e la terra in cui viviamo ne era la superficie scivolosa. Finito di costruirlo, e dopo averlo caricato, si è seduto e ha detto: Bene, buona fortuna figli di puttana, il mio compito finisce qui."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Meridiano di sangue (come genere)
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
68 Opinione inserita da 68    18 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il futuro è scritto nel presente, l' eterno in ogn

" Tutti vogliono possedere la fine del mondo." " Il futuro che ci attende è la trascendenza ."Non nasciamo per nostra scelta, e dobbiamo morire allo stesso modo?"
Zero K è una rappresentazione olistica al confine tra reale ed irreale, religione e scienza, contingente e trascendente, in uno scenario lunare, robotico, postmoderno, volutamente artificiale ed asettico, essenziale come il silenzio ed il grigiore che lo caratterizza, a metà tra fantascienza ed ipertecnologia, medicina e filosofia.
Jeffrey Lockhart, l' io narrante, è un individuo segnato e dalla vita e da quello che improvvisamente si trova ad affrontare. Il padre Ross, magnate della finanza, collezionista d'arte, figura controversa, con un nome falso, vuole accompagnare la seconda moglie Artis, giovane archeologa affetta da una grave malattia invalidante, nel mondo ipertecnologico di Convergence, azienda da lui stesso finanziata con sede in Kazakistan, per un addio che la sottoporrà ad un esperimento di criogenetica, ad una morte per induzione chimica in attesa di tornare in vita quando l' umanità avrà compiuto dei progressi medico-scientifici tali da permetterle una esistenza sana e forse l' eternità.
Ross vorrebbe seguirla, sottoponendosi a sua volta ad un suicidio assistito, Jeffrey è contrario, vede il fine nell' oggi, e la vita scorrere nella propria relatività ed imperfezione, ma parte comunque per un viaggio della conoscenza ( altrui e propria ) immergendosi nella virtualità di quella terra di mezzo, anticamera del futuro e dell' ignoto.
Gran parte della narrazione spazia nella pseudo-realtà del mondo di Convergence, tra architettura minimale, figure misteriose, manichini senza volto, sentinelle, monaci, cunicoli, innumerevoli porte, nessuna finestra, catacombe, schermi proiettanti immagini di morte, guerre, carestie, migrazioni, catastrofi naturali, conversazioni negate, monologhi estenuanti.
È un mondo di scienziati e predicatori ( i fratelli Stenmark ), futurologi,( Ben Ezra ) in bilico tra scienza e religione, alla ricerca del significato di una vita degna di essere vissuta nella propria finitezza e della possibile rinascita corporale e spirituale post mortem.
Si parla di metempsicosi, di trascendenza, ma anche di conservazione dei corpi, di morte indotta, crioconservazione, nanotecnologia, temi già trattati in passato ed oggi realtà, di un pugno di miliardari che autofinanziano un desiderio di fuga da un mondo segnato, cruento, destinato ad estinguersi, in nome di una purezza ideale ed estetica e di un desiderio di perfezione ed eternità.
Jeffrey ( e l' autore ) critica procedimenti che ritiene guidati da delirio collettivo, superstizione, arroganza ed autoinganno.
Il suo mondo imperfetto è agli antipodi di un futuro ( quello di Ross ed Artis ) tutto da scrivere, che fugge una fine inevitabile, ormai alle porte.
La sua è stata una infanzia incompiuta, sofferta, in una famiglia disgregata, con una madre ( Madeline ) ripetitiva, ritualistica, spesso silente, con cui condividere il tempo ed un padre assente, egocentrico, che ha sempre mirato a qualcosa di grande, stupefacente, immortale.
Jeffrey lentamente rivede la propria vita, quella iniziale zoppia per rendersi visibile agli altri, o solo a se stesso, intimidito e schifiltoso verso le case altrui e quelle vite caratterizzate da un' intimità un poco appiccicosa, con il desiderio di nascondersi, fuggire, finendo per scegliere, poi, la strada che piu' gli si addiceva, quei lavori che lo guardavano dai monitor di una scrivania, la denominazione dei quali bastava a se stesso, drogato di tecnologia.
E poi la necessità di una precarietà protratta ed il logorio di un universo sentimentale a sua volta frammentato e inconcludente.
Scopre, in questo iter temporale, che la vita è fatta di momenti ordinari ed inspirando la pioviggine dei dettagli del passato sa finalmente chi è, in una esperienza filtrata dal tempo che non appartiene a nessun altro, se non a se stesso. E Madeline era un luogo dove tornare a sentirsi sicuro, la normalità.
Convergenze per contro è una sorta di poesia dell' illusione che poco a che fare con il reale, forse è solo un inganno, una setta, li' ogni cosa succede da qualche altra parte, l' eternità è un concetto poco umano, quel " morire per vivere, poi, in eterno ".
Moriremo prematuramente, saremo conservati in un capsula negli abissi della terra, una vita sospesa, in attesa, manichinizzati, controllati, subordinati, quando e come ritorneremo, affrancati dal nostro corpo, sotto quali spoglie, con quali ricordi, certezze, speranze?
Ha la presunzione di isolarci, di guardarci dentro, in una dimensione atemporale, svuotando la mente per ascoltare il brusio del mondo, trovare l' assoluto,scevro da finitezza, materialismo, e' pura filosofia, conoscenza di se', in attesa di una cyber-resurrezione, parlando una neo-lingua purificata.
Ma Cio' che non sappiamo ci rende umani, il tempo in cui non siamo vivi e' infinito, ciò che non ha inizio non ha neanche una fine e tra quelle stanze asettiche, fredde, ipnotiche, si ha la sensazione di essere in un non luogo.
Ormai la tecnologia è un mostro smisurato, divenuta una forza della natura che non siamo più in grado di controllare, e ciò che è utilitario diventa totalitario.
La vita si alimenta di imprevisti, ripetizioni, gestualità, semplici oggetti, acquisisce un senso nella propria fine, e lo sguardo su queste imperfezioni genera amore.
La seconda parte del romanzo è ambientata in una New York senza volto, rumorosa, variopinta, affollata, multilingue, e li' Jeffrey rivive il proprio viaggio, ricorda, analizza, ricerca, ritorna al passato, si riappropria di una percezione mancata. Ha una relazione con Emma, psicologa dell' infanzia, ed è una vicinanza che mantiene la propria distanza, e diventerà lontananza, inevitabilmente, per l' incapacità di svelare la propria storia ed essenza e per un ritorno obbligato nel mondo di Convergence, in un viaggio di completamento.
Finiamo con il chiederci se il desiderio di possedere la fine del mondo abbia un senso ed un fine.
La risposta è ovvia e sta in quell' essere piacevolmente avvolti dalle grida di stupore e di meraviglia di un bambino, pur menomato e sofferente, di fronte all' inimitabile spettacolo cromatico della luce solare che, talvolta, si irradia tra le rumorose strade di New York.
In fondo questo è il semplice senso dell' esistere, il vivere e il morire, nella finitezza e nell' imperfezione di ogni istante.
Romanzo che affronta temi di attualità, noti da tempo, e lo fa adeguando il linguaggio alla narrazione, alternando descrizioni glaciali e postmoderne a momenti di commozione e profondo intimismo, affrescando mirabilmente il nostro mondo, intrecciando e confondendo trama e personaggi, tempi e luoghi, interiorità ed esteriorità, in quel caos che è la follia di un futuro già programmato ma inverosimile, in cui il progresso scientifico e tecnologico a fini umanitari è confuso e sostituito dall' afinalistico senso di onnipotenza ed eternità dato dal potere e dal denaro.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
siti Opinione inserita da siti    14 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Una boccata d'ossigeno

L’ultimo lavoro di Stefano Benni è una conferma dello spessore intellettuale di questo narratore comico dotato di potente immaginazione e votato alla filosofia. È la conferma di quanto l’immaginazione possa essere una risorsa alla quale attingere per sopravvivere nel quotidiano. È lo sguardo attento di un uomo verso le mostruosità dilaganti della e nella nostra epoca. Uno sguardo ironico, divertito, divertente.

Due ragazzi, Pin e Alina, due mondi contrapposti che entrano in contatto attraverso una bottiglia magica, mescolandosi, confondendosi, sintetizzando sogno e realtà. Lui ha un babbo “Jep” e vive nel Diquadanoy; lei soggiorna, rapita , nel college di rieducazione “Hapatia”, nel mitico mondo Diladalmar. Il suo compagno è il gatto Wifi, la sua specialità è entrare in altri mondi (non per niente ambisce a diventare scrittrice). Riconosciuti? Moderni Pinocchio e Alice nel paese delle meraviglie.
L’input narrativo è una richiesta d’aiuto attraverso il classico messaggio nella bottiglia. Il resto non lo posso raccontare. Preparatevi ad un viaggio, ad un’avventura, ad un continuo rispecchiamento delle aberrazioni del mondo contemporaneo. Gusterete la fine e intelligente parodia di un mondo ipercinetico, supertecnologico, aperto alla musica di Justin Biberon (sic), teso a distruggere i sogni e la fantasia. Rimescolate le vostre letture, preparativi a ritrovare Jules Verne e i suoi mondi immaginari, Pinocchio e Alice, Raperonzolo, Edgar Alla Poe, Zanna Bianca, Moby Dick e tanti altri. Vi sono anche la cucina crudelista e il Monster Chef e pure la biblioteca borgesiana!
Non mi resta che augurarvi un buon viaggio nel regno della fantasia impreziosito dalle illustrazioni di Luca Ralli e Tambe , un bel corredo. Ho goduto di una lettura bella, fresca, divertente e dal linguaggio arguto.

Consigliato a tutti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
a tutti
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    12 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Dentro il tunnel dell'adolescenza

Il tema dell'adolescenza è da sempre oggetto di molteplici discussioni dalle tinte più disparate, psicologiche ma anche sociali con inclinazioni politiche, filosofiche e immancabilmente religiose.
Argomento focale di diverse opere, siano esse romanzi, film o trattati di carattere scientifico-formativo, desta un interesse mai calante nelle varie generazioni forse in virtù della sua immutabilità, come se le sue peculiarità fossero immuni al passare del tempo, al progresso tecnologico e all'evolversi della società.
L'adolescenza rimane lì, sempre al suo posto, un tunnel nel percorso di vita individuale che tutti dovranno percorrere, chi magari imboccando l'uscita agevolmente, chi invece smarrendosi nei suoi mille anfratti, nelle deviazioni improvvise che conducono in una spirale labirintica di autodistruzione.
"Come se le cose potessero andare in una direzione sola, e gli anni ti conducessero fino alla stanza in fondo al corridoio in cui ti aspetta la tua inevitabile identità: embrionale, pronta a rivelartisi. Che tristezza rendersi conto che a volte laggiù non ci si arriva proprio. Che a volte si vive tutta la vita svolazzando qua e là a pelo d'acqua mentre gli anni passano, senza essere baciati da quella fortuna."
E non vi nascondo che leggere questo libro ora, a 44 anni, è stato molto utile perchè mi ha offerto una possibilità unica: ha rallentato le lancette del mio orologio, mi ha aiutato a svincolarmi dal ritmo frenetico con cui ci muoviamo ogni giorno, presi da mille impegni e mille difficoltà, concedendomi la possibilità di riflettere su quella che è stata la mia adolescenza e, soprattutto, quella che sarà ora l'adolescenza di mia figlia. Un ritorno al passato per poter meglio affrontare l'immediato futuro.
Credo sia proprio questo il punto di forza del romanzo di Emma Cline, non la trama, non la scabrosità della vicenda descritta, peraltro ispirata ad un fatto realmente accaduto, ma i pensieri che passano per la testa di Evie, la protagonista quattordicenne, e che non muoiono tra le pagine del libro nell'indifferenza di chi legge ma, al contrario, contagiano e scuotono il lettore inducendolo alla riflessione.
Complice una pregiata opera di traduzione, questo libro sembra un bluff ma nell'accezione positiva del termine: nonostante il titolo e la copertina ammiccante, che riporta alla memoria i pruriti adolescenziali della birbantella Melissa P., nonostante sia la prima esperienza letteraria dell'autrice, peraltro giovanissima, il romanzo di Emma Cline si distingue per la qualità della prosa e dei contenuti, espressi con uno stile di scrittura maturo, arricchito da metafore originali ed estremamente efficaci nella rappresentazione della realtà emotiva della protagonista.
Durante la lettura, ho più volte temuto che l'adolescenza di Evie si riducesse e degenerasse in una descrizione dalle sfumature erotiche dei sogni, dei turbamenti tipici della sua età.
Timore che si è rivelato infondato perchè l'autrice è stata ben attenta nel riportare, quasi come in un diario personale, le sensazioni vissute giorno per giorno dalla protagonista ed elaborate dal suo inconscio, dandoci poi evidenza delle loro conseguenze sulla personalità di Evie, come hanno influenzato le sue scelte ed il suo comportamento.
E il sesso, la scoperta del sesso, è sicuramente uno degli aspetti importanti ed imprescindibili del periodo adolescenziale, sarebbe sciocco volerlo ignorare; ma i primi, incerti, confusi, improvvisi impulsi sessuali di Evie non si assoggettano alle regole dettate dal dio commercio alimentando pagine di esplicito erotismo.
Bensì il sesso viene trattato con la stessa lucida profondità di analisi adottata per passare al setaccio, sotto una lente di ingrandimento, gli altri scompigli tipici di una ragazza nel pieno del trambusto adolescenziale: la sensazione di inadeguatezza, di inferiorità, di invisibilità sociale, come se si diventasse trasparenti agli occhi del mondo, e dei ragazzi soprattutto, la cui attenzione è desiderata più per una sorta di egoistica rivalsa che per reale bisogno affettivo:
"A quell'età, il desiderio era spesso un atto di volontà. Uno sforzo tremendo per smussare gli spigoli più ruvidi e deludenti dei ragazzi dandogli la forma di persone che potevamo amare. A distanza di anni avrei capito questo: quant'era impersonale e disorientato il nostro amore, che mandava segnali in tutto l'universo sperando di trovare qualcuno che desse accoglienza e forma ai nostri desideri."
E cresce così il disagio interiore, un vuoto dell'anima che si allarga progressivamente e che non trova argini in ciò che sino a qualche anno prima era stato un punto fermo, una certezza: la famiglia, la serenità della casa, sgretolata dopo il divorzio dei genitori e la madre troppo impegnata nel tentativo di ricostruirsi una propria vita per accorgersi dei cambiamenti nella vita della figlia, e l'amicizia con Connie, che sembrava eterna, immortale, sempre presente, giorni interi trascorsi insieme, nottate accovacciate sotto le coperte, crollando poi rovinosamente alla notizia del trasferimento in un'altra città per proseguire gli studi.
Si sente sola Evie, e non trova rifugio neanche in se stessa, perchè lei non sopporta quella situazione, non vuole essere emarginata, vuole sentirsi viva, vuole essere amata, non vuole soccombere alla monotonia e all'anonimato di un'esistenza ai confini del mondo che conta, gente che ha successo, ricchezza e fama, quello stesso mondo in cui anche sua nonna era riuscita a conquistarsi un posto riservato grazie alla sua carriera di attrice.
"Mia madre sarebbe stata via tutto il giorno, l'alcol mi aiutava a stenografare la mia solitudine. Era strano che ci volesse così poco per provare sensazioni diverse, che ci fosse un metodo per ammorbidire la massa incrostata della mia tristezza."
E quando un giorno per caso intravede lei, Suzanne, alla guida del suo branco di ragazze, ne rimane subito affascinata: il suo carisma, il suo incedere spavaldo e sbarazzino, quasi ferino, trasuda sicurezza, ansia di distruggere ciò che sembra permanente, e disprezzo verso i comuni mortali, essere insignificanti uniformati da una vita piatta e inutile, pura sopravvivenza.
L'attrazione è gravitazionale, Suzanne è il sole che avvolge Evie nella sua orbita trascinandola via dal buco nero in cui si sentiva imprigionata.
Suzanne è la risposta a tutte le sue domande, è il suo modello, è la prova vivente che il suo sogno di donna non sia solo utopia.
Tutto il resto non conta: poco importa se Suzanne vive insieme ad altri ragazzi e ragazze in un ranch ai margini della città sotto la guida di un certo Russell, aspirante cantante; poco importa se si nutrono con gli avanzi recuperati dalla spazzatura o da quanto riescono a rubare nei supermercati, se dormono ammucchiati in stanze fatiscenti o sul prato intorno alla baracca dopo essersi riempiti di alcol e droghe.
Poco importa se Russell costringerà Evie ad una sorta di iniziazione sessuale, poco importa se verrà donata da Russell come fosse un giocattolo all'amico Mitch in cambio di un favore, un contratto con una casa discografica.
E poco importa se Russell, in preda alla rabbia per il favore non ricevuto, diventerà il mandante dell'omicidio di Mitch nella sua residenza che si concluderà invece con lo sterminio assurdo e sanguinario di persone innocenti.
Tutto ciò non conta agli occhi di Evie, ormai incapaci di distinguere il bene dal male; gli stessi concetti di bene e male perdono significato nel suo mondo il cui nucleo è divenuto Suzanne.
"Suzanne e le altre ragazze non erano più in grado di elaborare certi giudizi, il muscolo inutilizzato del loro ego era diventato flaccido ed inutile. Era passato un sacco di tempo dall'ultima volta che avevano occupato un mondo in cui il bene ed il male esistevano in senso reale. Qualunque istinto avessero mai avuto - una debole fitta allo stomaco, un rodimento di ansia - era diventato impossibile da ascoltare. Non che stessero cadendo da chissà quali altezze: sapevo che il semplice fatto di essere una ragazza a questo mondo ti riduceva la capacità di credere in te stessa. I sentimenti sembravano qualcosa di totalmente inaffidabile, come balbettii sconnessi ricavati da una tavoletta per le sedute spiritiche."
Ho volontariamente omesso di specificare che Evie ha 14 anni nel 1969 e vive in California: il luogo ed il tempo sono ininfluenti, a mio parere.
Evie potrebbe avere 14 anni ora, e potrebbe essere mia figlia; è una ragazza che rivive in tutte "Le ragazze", come si evince dalla scelta appropriata del plurale nel titolo del libro.
Tanto più in una società come quella attuale, globalizzata ed esposta nella vetrina di Facebook, in cui l'apparire, l'emergere e il prevaricare sugli altri diventa un'esigenza, come se fosse l'unico modo per acquisire una propria individualità.
Quante Suzanne ci sono oggi in giro? Quanti elementi catalizzatori, devianti per i ragazzi?
E noi, genitori, abbiamo mai preso coscienza di ciò? Trainati dalla frenesia della vita quotidiana, sollevati dalla rapida e progressiva indipendenza acquisita dai nostri ragazzi, ci siamo mai preoccupati di avvicinarci al loro mondo? Li vediamo cambiare, giorno dopo giorno, ma fino a che punto siamo certi che la nostra Evie non sia sotto la scia di una Suzanne?
Adolescenza: un problema dei ragazzi, e dei genitori dei ragazzi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    12 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Al ritmo malinconico dei The Fray

Bellissimo il titolo dell’ultimo romanzo di Alessandro Piperno: “Dove la storia finisce”, che altro non è che la traduzione del titolo di un brano cantato da Isaac Slade, musicista della band dal suggestivo nome The Fray, che in italiano evoca il significato di rissa, zuffa, litigio. Come sempre il titolo di un’opera ci indirizza verso una chiave di lettura che forse più ci avvicina a ciò che l’autore ha voluto rappresentare. La canzone, infatti, esprime la sofferenza e la difficoltà di coppie che non riescono a conciliare le loro esistenze. Ma questo è solo uno dei temi affrontati in questo bel libro.
È il ritorno, dopo sedici anni di assenza, di Matteo, uomo volubile e superficiale al punto da contrarre più matrimoni, non tutti legalmente riconosciuti, a scatenare una crisi profonda nelle famiglie che aveva abbandonato e che avevano faticosamente trovato un equilibrio. Sono i due figli soprattutto a essere sconvolti da questa intrusione paterna, al punto che anche il loro rapporto con i rispettivi compagni viene rimesso in discussione. Tutto ciò in un ambiente alto-borghese di cultura ebraica.
Ogni personaggio si trova a fare i conti con una parte di sé rimasta a lungo repressa e nascosta. Ed è Martina quella che forse soffre di più, perché non riesce ad accettarsi per quello che è, non riesce ad affrontare la sua latente diversità.
La storia è raccontata con quel realismo che deriva da una conoscenza approfondita degli ambienti e delle situazioni. I personaggi, le famiglie sono le stesse che costituiscono una parte rilevante della nostra società. I fatti narrati assumono un carattere di normalità, se considerati in relazione agli eventi ai quali assistiamo oggi. Dunque la drammaticità delle relazioni, il logorio dei rapporti affettivi, trovano una soluzione e una fine solo quando interviene la Storia, quella con la S maiuscola, la Storia di tutti, non più del singolo individuo. È infatti nel tragico evento descritto nelle ultime pagine del romanzo, che il dramma del singolo viene superato dal dramma collettivo. Quasi a ricordare che ciascun individuo vive nella Storia, dalla quale non può né deve prescindere.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti di viaggio
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    10 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ei fu Bisanzio

Citta’ dalla storia millenaria Costantinopoli, ultimo avamposto romano alle porte dell’Oriente, affascinate ed amena, controversa , bellissima e decadente, ancora oggi – chissa’ per quanto – coabitata da Occidente ed Oriente in un connubio forse inquieto ma eppure plausibile.

In turco si definisce hüzün, e’ quel velo malinconico che ammanta la citta’, la grandiosita’ di un passato di cose perdute che non torneranno. Il canto triste ed esotico della musica tradizionale, una scenografica mattina di nubi e pioggia sul Bosforo mentre i pescatori seri e concentrati attendono protetti da una cerata. Ed i gabbiani si alzano in volo sul mare, bianchi e grigi come la massa acquosa e fluttuante di sotto ed il cielo umido e minaccioso lassu’, indifferenti allo spettacolare profilo di Santa Sofia.
Sono emozioni avvolte da un’aura di mistero che colei che nacque Bisanzio stringe ancora oggi al petto, nonostante tutto.

“ I segreti di Istanbul” e’ un prezioso contributo offerto da Corrado Augias alla citta’ e a tutti coloro che la vogliano visitare, o l’abbiano gia’ fatto. Lontano dall’asciutto incedere di una guida turistica, meno rigido della pura saggistica, il volume offre una ricostruzione storica fitta ma non lineare ed una serie di aneddoti curiosi o leggendari che contribuiscono a rendere la meta piu’ affascinante ed al tempo stesso a chiarircene le origini . Si comincia da Viale dell’Indipendenza, animato e moderno, per poi soffermarsi a lungo nella Cattedrale di Santa Sofia, il maestoso emblema della citta’ vecchia. L’ippodromo, oggi cosi’ immenso e vuoto, eppure testimone di un affondo nell’antico Impero Romano.
Con l’avvento della cultura ottomana si passa ad un nuovo capitolo, dove Augias affronta il potere dei sultani, ma anche i loro punti deboli. Immancabili le pagine dedicate all’harem, epicentro erotico di ogni mente maschile tra schiave, cortigiane e predilette .
La nascita del Cristianesimo, che proprio qui a Nicea, non molto distante da Istanbul, codifico’ la sua dottrina con la prima stesura della professione di fede cristiana, il Credo.
Nell’antica societa’ maschilista spiccarono alcune donne estremamente potenti, l’autore non puo’ non argomentarle : Teodora la misteriosa, che dalla miseria popolare ascese al trono di Giustiniano. Due secoli dopo sara’ la volta di Irene la sanguinaria, che nel novembre del 786 venne prelevata da un vascello sulla sponda anatolica del Bosforo per sposare alcuni giorni dopo, nel piu’ grande sfarzo, l’erede al trono di Bisanzio. Venendo a tempi piu’ recenti, come non soffermarsi sull’Orient Express e le tante curiosita’ di colui che fu icona del lusso e dei primi grandi spostamenti di lungo raggio verso luoghi inesplorati, seducenti e fiabeschi.

Il percorso e’ curioso ed amabile, approfondito e ben scritto fino all’ultimo capitolo : Tramonto sul Bosforo.
E si torna in copertina, al cielo rosso di sera, con quel profilo nero che si staglia all’orizzonte.
Buona lettura.




Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Vita93 Opinione inserita da Vita93    10 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

E tutto era finito

Sono passati quattro anni dai fatti de “ La verità sul caso Harry Quebert “. Quattro lunghi anni da quel 2008 che aveva visto Marcus Goldman, astro nascente della letteratura americana, scoprirsi detective improvvisato in un caso di omicidio che coinvolgeva un suo vecchio professore universitario nonché maestro di vita.
Joel Dicker rispolvera il personaggio principale del fortunato romanzo che lo ha fatto conoscere al grande pubblico e anche stavolta, ne “ Il libro dei Baltimore “, emerge la figura del protagonista-scrittore capace di portare alla luce vecchie verità, segreti inconfessabili in una sorta di catarsi liberatoria.
Perché si comincia a vivere soltanto quando “ smettiamo di rivangare il passato “.

Al centro della lente di ingrandimento c’ è quella che è stata una grande famiglia, quella dei Goldman.
C’ erano i Goldman di Montclair, New Jersey, di cui fanno parte Marcus e i propri genitori; una tranquilla famiglia della classe media.
E poi c’ erano i Goldman di Baltimore, capitanati dall’ avvocato zio Saul, dalla dottoressa zia Anita e dai cugini di Marcus, Hillel e Woody. Quattro elementi che sembrano appartenere ad un’ altra specie, disinvolti, venerati, facoltosi, eleganti, troppo ineguagliabili per essere invidiati.
L’ enigmatico romanzo inizia nel 2004, quando lo zio Saul chiama Marcus pregandolo di recarsi urgentemente a Baltimore. Manca un mese alla Tragedia.
Otto anni dopo, nel 2012, Marcus decide di raccontare la storia della propria famiglia, di tornare alle origini dell’ infanzia e dell’ adolescenza, alle vacanze trascorse con i cugini nelle numerose e sfarzose residenze dei Goldman di Baltimore. Fino al giorno della Tragedia. Chiarire cosa si intende con il ricorrente termine “ Tragedia “ è il compito di Marcus, del romanzo e di conseguenza del lettore.

“ Il libro dei Baltimore “ ha molti punti di contatto con la precedente opera che aveva decretato il successo di Dicker.
Innanzitutto il medesimo interesse verso il passato. “ Non c’ è presente senza passato “, come in un gioco a livelli in cui per muoversi verso le tappe successive, verso il futuro, è necessario aver completato i passaggi precedenti.
Anche se qui dovrei parlare di passati, al plurale, dato che l’ autore conferma la predisposizione ad affrontare storie che si dipanano su varie epoche narrative temporalmente intrecciate.
Rimane, come già detto, la figura dello scrittore che scopre la verità. Cambia totalmente la materia di analisi. Il primo romanzo, un giallo in piena regola, affrontava la risoluzione di un omicidio. Questo romanzo invece non è un poliziesco, è una saga familiare lunga più di venti anni.

In più di un’ occasione ho avvertito il peso narrativo della giovane età di Dicker, un autore sicuramente promettente come dimostrano i numerosi successi conseguiti, ma a mio avviso ancora in cerca di una propria identità letteraria.
Una buona prosa e la capacità indubbia di intrattenere il lettore si scontrano con dialoghi non sempre all’ altezza, spesso eccessivamente carichi di emozioni e sentimenti forzati o pronunciati da personaggi vagamente stereotipati ( difetti che, in minor parte, affliggevano anche “ La verità sul caso Harry Quebert “ ).
Che un ramo familiare, i Goldman di Baltimore, sia formato da un famoso avvocato, da una stimata dottoressa, da un ragazzino che a dieci anni tiene testa a presidi e insegnanti dimostrando profonde conoscenze storiche e politiche, dall’ altro ragazzino dotato di un fisico tale da poter eccellere in qualsiasi sport, e che vanno ad aggiungersi ad uno scrittore affermato e ad una celebre cantante, mi è parso fin troppo eccessivo.

Attenzione però, perchè capita di non percepire le cose come sono in realtà, è uno dei temi principali della lettura. Dicker è bravo a coinvolgere il pubblico in situazioni che almeno in parte abbiamo tutti vissuto e che salvano il testo da una stroncatura che a tratti, nella miriade di argomenti abbozzati degni delle soap opera pomeridiane, parrebbe inevitabile.

“ Il libro dei Baltimore “ si salva perché è scorrevole, ha ritmo, anche se meno interessante e accattivante del primo romanzo. Si salva perché parla della bellezza eterna dell’ adolescenza e di quelle promesse di commovente fedeltà che facciamo da ragazzini e che poi a volte scopriamo di non poter mantenere a causa degli adulti che siamo diventati. Si salva perché parla dei mali che si possono annidare nelle famiglie quando l’ invidia e i segreti hanno il sopravvento, quando l’ orgoglio non vuole sentire ragioni e si prendono decisioni di cui poi ci pentiamo per sempre. Si salva perché ci ricorda che solo il fatto di accettare che ognuno è responsabile e artefice della propria esistenza, è un primo passo verso la serenità.
Si salva perché se ho letto 587 pagine in soli 6 giorni, un motivo deve pur esserci.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
ALI77 Opinione inserita da ALI77    07 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

UN VIAGGIO VERSO LA VITA

“Ci proteggerà la neve” è il nuovo romanzo di Ruta Sepetys che con la sua scrittura e la sua storia mi ha emozionato, un racconto pieno di coraggio e di speranza.
Siamo nel 1945 e la Prussia è invasa dalla Russia, nel libro le voci narranti e così i protagonisti sono quattro: Joana, giovane lituana scappata dal proprio paese e da una colpa che non sa dimenticare, Florian un misterioso ragazzo che ha una missione da compiere, Emilia giovane polacca incinta e Alfred ufficiale tedesco che crede ancora nella Guerra e negli ideali tedeschi.
Mano a mano che la storia va avanti capiamo i segreti dei vari personaggi, l’autrice è brava a svelare a poco a poco le loro vita e a tenere il lettore con il fiato sospeso.
Joana, Florian e Emilia si incontrano nel corso della storia e il loro unico obiettivo è quello d’imbarcarsi in una nave che attraverso il Mar Baltico e lì porti nella Germania orientale in una zona non occupata, questa nave rappresenta la libertà, una via di fuga verso la salvezza.
A viaggiare con loro ci sono anche una donna gigante, un calzolaio, una ragazza cieca e un bambino di sei anni, tutto il gruppo conta su Joana e sul suo aiuto come infermiera ma anche sul suo carisma nel non arrendersi mai.
Alfred invece è un ragazzo tedesco di soli diciassette anni che crede al Fuhrer e alla sua pazzia, non ha nessun dubbio e cerca di servire la patria come un bravo soldato, anche se lui nasconde un passato che non ci aspettiamo.
Ogni personaggio ha la propria personalità che esce nel corso della storia, chi sembra più fragile, chi poi invece si scopre forte ma nonostante le differenze che ci possono essere, tutti i profughi in fuga cercano di farsi coraggio e forza tra di loro per cercare di sopravvivere.
L’autrice è riuscita a descrivere in maniera vivida e molto realista l’enorme disagio e difficoltà che i nostri ”profughi” hanno incontrato nel loro percorso per la salvezza, affrontando, il freddo pungente, l’inverno, le temperature sotto lo zero,la neve, il poco cibo e le ferite.
Non so immaginare cosa abbiano provato le persone durante la guerra, quanta paura avranno avuto di non riuscire a sopravvivere e se credevano davvero che un giorno sarebbe tornata la pace.
In quel periodo la Prussia però si trovava con un duplice pericolo: da una parte c’era i tedeschi che stavano avanzando e che imprigionavano le persone nei ghetti o nei campi di concentramento e dall’altra i sovietici che mandavano la gente nei gulag o in Siberia.
L’unico modo per salvarsi era attraversare il mare.
Come accade oggi non riesco a pensare a quanta paura possano avere i profughi ad attraversare il mare e il nulla davanti a loro, non avendo la certezza di riuscire ad arrivare a terraferma.
La storia è interessante, piena di segreti e di misteri sui protagonisti oltre che molto appassionante, i capitoli brevi aiutano moltissimo a rendere scorrevole la lettura, che risulta essere semplice ma piena di descrizioni accurate e precise.
Nonostante il libro sia romanzato, si base su alcuni fatti realmente accaduti e forse poco conosciuti, la nave su cui i protagonisti salgono e dove Alfred è arruolato è la “Wilhelm Gustloff”, a molti non dirà nulla questo nome, ma quando questa affonda nel gennaio del 1945 porta con sé in mare circa 15000 persone e la maggior parte non riuscirà a sopravvivere.
E’ forse uno dei naufragi più catastrofici della storia e furono tre siluri russi ad affondarla.
La “Wilhelm Gustloff”, fa parte come altre navi, “dell’Operazione Annibale” che aveva lo scopo di salvare migliaia di rifugiati, soldati e feriti dall’attacco dell’esercito russo.
Una guerra senza esclusione di colpi, piena di sofferenza e di devastazioni che non lascia spazio a nulla, atroce, crudele e senza nessun senso.
Joana, Florian, Emilia e Alfred hanno un loro passato, dei ricordi, dei rimpianti e delle persone care che hanno lasciato o che hanno dovuto abbandonare e sperano un giorno di poterle rivedere e di ritornare nelle loro case anche se in realtà queste forse non esisteranno più.
Questo romanzo mi ha spiazzato, devastato, incuriosito e soprattutto emozionato, una storia che ho sentito veritiera fin dall’inizio e soprattutto piena di speranza verso il futuro, verso una nuova vita.
La trama non mi aveva coinvolto molto pensavo che la storia prendesse un’altra via invece sono stata piacevolmente sorpresa, quello che mi ha colpito di più è la scrittura dell’autrice fluida, scorrevole e con uno stile unico nel descrivere la storia e i personaggi.
Questo libro è un omaggio a tutti i profughi e le vittime di quel naufragio, è una testimonianza per ridare loro la giusta importanza e dignità e per non dimenticare mai.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
gli altri libri dell'autrice
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    04 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Connessioni impreviste

““Perché la meraviglia è imperfetta?” Lui la fissa, in attesa. Lei si chiede se dovrebbe cercare una risposta accurata, o cavarsela con una battuta; alla fine parla senza riflettere.“Perché non dura””.

Siamo in Provenza, l’autunno incalza e Milena Migliari non demorde e continua a preparare i suoi gelati, la stagione turistica è finita, ma lei è sempre lì nel suo laboratorio della gelateria “La Merveille Imparfaite”, creare nuovi gusti è una necessità, non può farne a meno. Un blackout mette a rischio il suo lavoro quotidiano, quando la disperazione sta per coglierla, arriva un’ordinazione imprevista e lei parte con il suo furgoncino.
Il gelato va consegnato in una villa di proprietà di Nick Cruickshank, la rockstar dei Bebonkers.

Milena è una donna perfezionista, istintiva, vive in un mondo fuori dalla realtà e la sua passione sono i gelati, non quelli classici ma quelli creati di volta in volta da lei, al punto che lo stesso gusto la volta dopo non può avere il solito sapore. La sua vita è a un bivio, la sua compagna vuole avere un bambino da lei.

Nick è paranoico, bisognoso di affetto e di attenzione, è alla continua ricerca di se e alla soglia del suo terzo matrimonio e di un concerto con la sua band, sono molte le domande che si pone.

Con le sue 366 pagine “L’imperfetta meraviglia” di Andrea De Carlo racconta, nell’arco di pochi giorni, la storia dell’imperfezione, di come dal passato e dai nostri errori possiamo imparare molto e come un incontro può sconvolgere le nostre esistenze.
Di come possiamo essere cosi simili e così “sbagliati”. Di come molte volte è la vita che decide per noi, ma noi possiamo metterci del nostro perché “La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare sogni altrui”.

Un libro che va assaporato e ascoltato, fra una cucchiaia di gelato e un accordo rock non sarà semplice capire come mai questa storia che sembra dire così poco, in realtà racconta tanto. Sembra banale, prevedibile e lenta ma la mente non se ne stacca, non molla, torna sempre al libro e quando sei quasi all’arrivo, vorresti fermarti per non farla terminare, per poterla gustare ancora un po’.

Non conosco De Carlo come scrittore ma ho letto che questo libro è un po’ fuori dal suo genere. Non potendo fare un confronto con gli altri posso dire che con questo mi ha conquistata, mi ha tenuta incollata alle pagine e seppur convinta che il contenuto non sia di altissimo livello, le emozioni che ne sono scaturite sono invece molto intense.

““Ecco la meraviglia imperfetta”. Lui sorride ancora. “Al grado più alto di perfezione che l’imperfezione potrebbe mai raggiungere””.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
180
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    04 Ottobre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Colpa e libertà

Andrea Molesini esordisce nel 2010 con “Non tutti i bastardi sono di Vienna”.
Da qualche settimana è stato pubblicato un nuovo romanzo che sembra voler percorrere ancora una volta il sentiero della Storia utilizzando un pretesto narrativo per affrontare un viaggio a ritroso nel tempo e nella coscienza di un uomo che alle soglie degli ottant'anni tira le somme di una vita.

Quando le pagine scorrono e manca il definirsi di un costrutto narrativo solido, sorge il dubbio di una carenza di base oppure si evidenzia la fretta di mandare in stampa un lavoro che non nasce da una vena genuina e ben congegnata.
La narrazione parte lentamente e fatica a decollare, la figura del maturo protagonista cela un segreto ed un passato complicato, cela una storia da raccontare e da comprendere.
In questo romanzo si avverte l'intento dell'autore di sondare in maniera più decisa l'aspetto psicologico rispetto a quello storico.
L'approfondimento storico è totalmente assente, ma ciò non costituirebbe un pecca se il fulcro fosse sostenuto da una narrazione corposa , definita e viva.
Il romanzo si propone inoltre di intrecciare due piani temporali e due anime, una di ieri ed una di oggi, un uomo protagonista di un'intervista ed uno scrittore che vuole conoscere un uomo e scrivere di lui. Da qui nascono due storie, due sentieri di vita, o meglio di tutto ciò leggiamo solamente un timido abbozzo.
Se “La solititudiine dell'assassino” vuole essere un romanzo sulla colpa, uno sentimenti più affilati e amari, possiamo dire che non riesce a farla vivere e toccare al lettore.
Se vuole cantare la libertà, le sue forme ed il suo agognato raggiungimento, non riesce a darne la misura.

La storia del protagonista, l'anziano Carlo, porta con sé ombre e misteri, un uomo che ha scontato per decenni una pena chiuso tra quattro pareti spoglie di una cella; eppoi in piena senilità arriva la libertà, arriva una persona che vuole ascoltarlo e capire chi sia.

Consapevoli che non tutte le opere possiedono le stesse caratteristiche e lo stesso vigore narrativo, ci auguriamo di tornare a leggere un prossimo romanzo dell'autore.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    03 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 03 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Amelia Sybil Mel e il fascino inquietante di Migue

Attraverso tre personaggi femminili, Marcela Serrano affronta con il suo ultimo romanzo “Il giardino di Amelia” temi molto interessanti, alcuni di carattere sociale, altri di interesse politico, senza tralasciare quelli più specificamente letterari. Un intento, il suo, portato avanti con una semplicità narrativa che rende l’opera di facile lettura. Non si tratta certamente di un capolavoro, ma vale la pena considerare i punti più salienti del romanzo dai quali possono scaturire interessanti riflessioni.
La storia si dipana apparentemente intorno al personaggio di Miguel, giovane mandato al confino durante la dittatura di Pinochet per la sua attività contro il regime. In realtà intorno a lui emergono figure di donne portatrici di principi e valori che sembrano coincidere con quelli conservatori delle classi più abbienti, mentre in realtà esprimono idee solidamente sostenitrici dell’emancipazione femminile.
Amelia la signora proprietaria de La Novena, latifondo nel quale Miguel trova rifugio e ospitalità nei momenti più drammatici del suo confino, è una ammiratrice di Elizabeth Gaskell, autrice di un romanzo”Mary Barton” pubblicato nel 1848, che possiamo giustamente annoverare tra i romanzi di carattere sociale. Quello che a prima vista potrebbe sembrare un dettaglio insignificante diviene, a mio avviso, un importante spunto di riflessione. I dialoghi infatti tra Miguel e Amelia vertono spesso su questioni sociali, sulla differenza di classe imperante ai tempi di Pinochet, sul conservatorismo sprezzante delle classi abbienti. Eppure Amelia si sente spiritualmente vicina a Mary Barton, le cui vicende la portano a prodigarsi per i più deboli, così come è nello stesso rapporto tra Mary e suo padre che Amelia rivede in parte la sorte toccata al suo genitore, relegato nell’angolo più remoto del suo cuore durante la sua giovinezza. E qui subentra un altro tema, affrontato nuovamente verso la fine del romanzo, e cioè il tema del perdono. “ In nome di chi o che cosa si può negare la benevolenza del perdono?”
E il perdono distinguerà Amelia, anche quando si sentirà tradita da Miguel e per causa sua subirà le torture del regime. Qui, ovviamente, si potrebbe discutere sulla opportunità di confessare un crimine o un reato commesso, se questo travolge persone innocenti. Qui la politica mostra il suo lato più feroce, poiché pone innanzi l’eventuale salvezza di molti contro la salvezza di un singolo innocente. La scelta non è solo difficile, è drammatica e coinvolge la coscienza del singolo. Difficile giudicare.
Altre due donne, Sybil, cugina di Amelia, con la quale Miguel viene a contatto dopo la sua fuga a Londra, e Mel, figlia di Amelia, subiscono il fascino inquietante e un po' ambiguo di questo giovane.
Proprio Mel, nel tentativo di capire meglio la personalità di Miguel, gli chiederà: “ Sei sempre di sinistra?” E lui: “È difficile smettere di essere di sinistra, una volta che lo sei stato. È una questione chimica, direi. Appoggio tutte le cause giuste, tutte, senza distinzioni. E mi scende una lacrima ogni volta che sento L’Internazionale, non so se mi spiego.” L’ambiguità, tuttavia, permane.
Dal punto di vista più specificamente letterario, la Serrano si affida a diverse tecniche narrative: il racconto procede in terza persona, quando l’autrice vuole mantenere le distanze dai personaggi e dare un’ illusione di imparzialità nel racconto dei fatti, mentre la narrazione di Miguel in prima persona fa sì che il linguaggio si adegui al personaggio, e faccia uso di termini anche volgari, rivelando un aspetto intimo, più nascosto del carattere. Infine i fatti ci giungono filtrati attraverso gli occhi e il giudizio di Mel, della quale risalta la spiccata femminilità. Tutto ciò per offrire al lettore una narrazione quanto più imparziale, basata su diversi punti di vista.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    02 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Alice, una di noi...



Immaginate di avere a disposizione una tavolozza di colori...
Vi siete mai chiesti che cosa possa nascere dalla fusione di giallo e rosa?
Ebbene...la risposta io ce l'ho: i libri di Alessia Gazzola con protagonista Alice Allevi!
Una sfumatura che lei ha saputo creare sapientemente mescolando una giusta dose di ingredienti gialli, ben calibrati e incastrati a dovere (sulla base di una evidente competenza tecnica in materia di medicina legale), ed una pioggerellina di gocce rosa, una sfumatura di rosa che non è né quella shokking tipica della chick lit, né quella tenue e pallida dei romanzi romantici...ma una nuance tutta sua, moderna, non stucchevole, che riflette benissimo l'incarnato di tante donne, donne che ritrovano nella protagonista un po' di se stesse, delle loro paure, della loro confusione, sogni, mancanze e ambizioni.
In questo nuovo e, pare, ultimo capitolo della serie, ci ritroviamo con Alice, la più simpatica specializzanda in Medicina legale, alle prese con un nuovo caso: quello dell'omicidio di un noto e stimatissimo psichiatra, nonché suo professore universitario.
Alice denota una grande mancanza di precisione e affidabilità, dovuta al suo essere pasticciona, distratta, un po' sognatrice, ma in compenso ha spiccate doti investigative (alimentate dalla sua grande curiosità) che mette al servizio del buon Calligaris, ispettore di polizia che, ormai, si avvale della sua perspicacia e collaborazione durante le indagini.
Anche in questo romanzo, come negli altri, la storia gialla fa da veicolo per trasportarci nel cuore di Alice, nella sua vita privata, nelle sue altalene sentimentali, sempre in bilico fra due uomini: uno dolce e attento, ma troppo innamorato del suo lavoro di reporter e della sua vita nomade (a cui proprio non riesce a rinunciare), e l'altro tremendamente attraente, passionale, libertino e troppo innamorato di se stesso.
Ma stavolta Alice dovrà scegliere, dovrà fare i conti con la chiusura di un ciclo di vita, che coincide anche con il termine della sua specializzazione: presto non sarà più "un'allieva" e dovrà imparare a guardarsi dentro e venire a patti con i suoi sentimenti, ma sopra ad ogni cosa dovrà imparare a "stare con se stessa".
La Gazzola riesce sempre a farsi leggere tutto d'un fiato, a farti sorridere, divertire ed emozionare, con una scrittura semplice, leggera, fresca e non banale.
Forse...se è vero che questo romanzo è la "conclusione" della storia di Alice...avrei voluto un finale più "finale", meno aperto...ma, nello stesso tempo, questo lasciare i contorni non definiti, mi fa ben sperare in una possibile, quanto desiderata, futura continuazione.
Io ci conto davvero!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Manuela Vitale Opinione inserita da Manuela Vitale    02 Ottobre, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un bellissimo mix fra intrighi e azione

Valerio Massimo Manfredi è uno storico, scrittore, archeologo e mille altre cose che solamente pronunciando il suo nome sembra che le sabbie dei tempi si spostino verso di me. Già famosissimo per opere come “Alexandros” (trilogia del 1998), “Le Idi di Marzo” (2008), “L'ultima Legione (2002) e “Lo scudo di Talos” (1988), anche stavolta ci presenta un libro che ci riporta al mondo degli antichi romani. Avendo già letto qualche suo romanzo (in particolare “Le Idi di Marzo” e “Lo scudo di Talos”), mi aspettavo da quest'ultima pubblicazione, Mondadori, grandi cose. E senz'altro ne sono rimasta soddisfatta.
Ritengo doveroso fare una premessa sul romanzo storico: ormai, è ben difficile leggere di veri scrittori storici, molti si proclamano tali senza esserlo nemmeno lontanamente. Quindi, lasciarsi sfuggire Teutoburgo sarebbe un gran peccato.
Il modus scrivendi di Manfredi è impeccabile, mantiene alta la tensione narrativa (tranne che per un piccolo calo fra la divisione delle due parti del libro), regala descrizioni di luoghi e oggetti (come la grandiosa descrizione dell'ara pacis) magnifiche.
La storia inizia in Germania, introducendoci nella sua natura selvaggia e presentandoci i due protagonisti: Wulf e Armin. I due sono nientemeno che i figli del re Sigmer, ma, a causa della loro curiosità, si troveranno circondati da soldati romani. Catturati, saranno usati come ostaggi ma, ben presto, il comandate della truppa romana, Tauro, darà loro una sconcertante notizia: andranno a Roma per essere educati. E così sarà.
Così, pian pian, Wulf e Armin diventeranno Arminius (diretta latinizzazione del nome) e Flavus (latinizzando da una caratteristica di Wulf, i suoi capelli biondi).
Voglio sottolineare questa parte perché trasformare il nome dei due protagonisti indiscussi è senz'altro difficile ma Manfredi se l'è cavata egregiamente, facendo corrispondere la loro romanizzazione con il conseguente cambiamento del nome.
Tornando ai nostri giovani protagonisti, ormai giunti a Roma e già stregati dalla sua bellezza, i due si troveranno a dover fronteggiare un duro addestramento con un maestro inaspettato ma saranno anche catapultati nella parte oscura della bella città. Infatti, nonostante la pax che ormai regna grazie alla potenza di Augusto, ci sono intrighi e sussurri di uomini e donne che fanno presagire un pericolo in avvicinamento. C'è una donna a Roma che ha nelle sue mani la vita e la morte della così faticosamente e sanguinosamente conquistata pax, la bella signora. Purtroppo, la signora è bella ma altamente imprudente e Arminius e Flavus saranno coinvolti nel suo intrigo, dovendo compiere una scelta non facile.
Dopo aver quasi rischiato la vita, i due fratelli avranno una lauta ricompensa ma l'onore comporta sempre un onore: saranno separati, violeranno l'antico giuramento di non lasciarsi mai. Dopo viaggi lunghissimi in paesi strabilianti come l'Egitto, dopo il ritorno in terra madre, i due fratelli, ormai cambiati, si ritroveranno e scopriranno che il vento a Roma è mutato: dopo la disgraziata morte dell'erede di Augusto, il trono imperiale è conteso fra Tiberio e Germanico e bisognerà scegliere con chi schierarsi.
Ma come dimenticare delle proprie origini? Non si può dimenticare la terra da cui si proviene, la propria patria, il proprio orgoglio. Per quanto la scelta sia dura, Arminius la fa e torna ad essere Armin, Armin il condottiero. Sarà colui che guiderà la battaglia di Teutoburgo, 9 d. C., e sconfiggerà l'esercito invincibile, fermando la strada che non finisce mai ma il prezzo da pagare c'è per ogni cosa.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consiglio vivamente questo libro, è un avventura unica per cui vale la pena perderci il sonno. Intenso, affascinante, intrigante, avventuroso, perfettamente calato nella realtà romana, Manfredi ha scritto ancora un'opera immortale.
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
lapis Opinione inserita da lapis    18 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Effetto farfalla

Esiste un momento della vita, inatteso e imprevedibile, capace di travolgere in un istante l’intera esistenza e condurla fuori dai binari. Una telefonata, una parola detta troppo in fretta, un gesto d’orgoglio che, all’improvviso, diventano un fiammifero sfregato in una foresta di sterpi secchi. I sentimenti si incendiano. Le fondamenta vanno in frantumi. E nulla dopo potrà essere più come prima.

Per Raphael, famoso scrittore alle prese con un blocco di creatività e le difficoltà quotidiane di padre single, questo momento arriva una sera di fine agosto quando la curiosità di conoscere i segreti della donna che ama lo porta a una scoperta che forse non è in grado di sopportare. Una fotografia, un’immagine terrificante, che, una volta rivelata, innescherà una serie di eventi, concatenati e inarrestabili, che finiranno per travolgere tutto.

Per Marc, invece, ex-eroe della squadra antirapina parigina, quel momento è arrivato tanti anni fa, quando la morte della moglie ha mandato in pezzi la sua vita. E quando l’amico Raphael gli chiede aiuto per ritrovare la fidanzata Anna, improvvisamente scomparsa, anche il destino di Marc finirà risucchiato in questa avventura. Una rocambolesca corsa contro il tempo per ritrovare Anna e scoprire una verità sepolta nelle pieghe del passato. E capire così chi è davvero la ragazza di Brooklyn, questa figura ambigua e misteriosa che si ricomporrà nel corso nelle pagine attraverso rivelazioni, incontri e testimonianze che ogni volta rimetteranno in discussione ogni certezza.

Vorrei dire altro di questa trama ma sarebbe impossibile senza rischiare di lasciarsi sfuggire qualcosa di troppo e rovinare il piacere di scoprire da sé tutte le tracce, gli indizi e i colpi di scena che l’autore ha saputo disseminare lungo tutto il percorso.

Con “La ragazza di Brooklyn”, Guillaume Musso si riconferma un abile narratore, capace di calamitare l’attenzione dei lettori grazie ad uno stile sempre accattivante e ad una sapiente e furba miscela di ingredienti: l’azione mozzafiato, il fascino misterioso dei “cold-case”, i sentimenti, l’attualità dell’ambientazione americana alle prese con le elezioni presidenziali. Rispetto ai precedenti elaborati, ho apprezzato la scelta dell’autore di abbandonare gli elementi magici e paradossali e le note più tipicamente romantiche, muovendosi nella dimensione e nelle dinamiche di un vero e proprio thriller. Un’indagine giocata su un duplice binario. Da un lato il poliziotto, che indaga secondo i metodi tradizionali, con mestiere ed intuizione. Dall’altro lo scrittore, un uomo comune ritrovatosi per caso a rivestire i panni dell’eroe, che fa una ricerca diversa, usando la sua sensibilità artistica per leggere i sospettati, cercando la storia che si nasconde dietro ciascuno di essi. Ed è proprio questa, a mio avviso, la carta vincente del libro, riuscire a dare vita a una serie personaggi umani e credibili, capaci di stagliarsi dalle pagine e prendere voce per raccontarci i loro dubbi, le loro paure, i loro rimpianti. E, soprattutto, il punto di rottura che ha trasformato in un istante le loro vite.
Si può morire da eroi o diventare assassini, rimanere schiacciati nell’abisso del dolore o trovare la determinazione per combattere con le unghie e ricostruirsi da zero. La vita ti può condurre su qualunque binario ma la storia vale la pena di essere raccontata. E letta.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    17 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 17 Settembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Sandra & Julian

E’ già trascorso un anno e mezzo dagli avvenimenti di Dianium; un anno e mezzo che per Sandra è una vita intera. Il piccolo Julian, detto Janìn, figlio della protagonista e di Santi, è nato ed è un bambino allegro e spensierato che si gode la sua infanzia tra sorrisi, giovialità e dentini che spuntano. La giovane donna ha altresì rinunciato ai piercing e alla florida chioma rossa che la caratterizzava, e tornata al moro naturale, ha trovato impiego nel negozio della sorella, uno store di abiti e bigiotteria dove è socia seppur il capitale sia stato interamente versato dalla consanguinea, ed ha acquistato un appartamento in cui crescere l’infante. Julian, l’ottantenne zelante che abbiamo conosciuto né “Il profumo delle foglie di limone” non ha lasciato la Spagna, non ha fatto ritorno dalla figlia Esther, si è stabilito in pianta stabile ai “Tre ulivi” luogo ove ha avuto modo di constatare che nonostante il colpo inflitto con la sua denuncia, la Confraternita, ha ancora degli adepti, e la venerazione nei confronti de “Il macellaio di Mauthausen”, da tutti conosciuto come Bert, ne è una prova. Ma l’anziano non ha piena consapevolezza di quanto gli ingranaggi dell’organizzazione siano ancora attivi; dovrà attendere l’arrivo di Sandra, a cui nel mentre viene depositato un bigliettino nel passeggino di Janin, scritto chiaramente riferito ai fatti di Dianium, per averne contezza.
Ma non è finita qua. Tanti sono i misteri che si celano dietro le pagine di questo nuovo e tanto atteso seguito di una delle opere più discusse degli ultimi anni. Un sospetto muove infatti l’ottantenne: e se Salva, l’amico e compagno di campo di concentramento che lo aveva indotto a recarsi in Spagna per rivelare al mondo l’esistenza della colonia nazista, non fosse morto per un collasso cardiocircolatorio bensì fosse stato ucciso per quello che aveva scoperto? E perché la Confraternita ha un così forte interesse nei confronti del figlio di Sandra? Cosa stanno pianificando le nuove leve?
Con “Lo stupore di una notte di Luce” Clara Sanchez dà vita ad un degno sequel del best seller che l’ha resa nota e consacrata al pubblico letterario; un romanzo dove la trama di per sé è abbastanza semplice e lineare ma caratterizzata da quel giusto mix di mistero e curiosità che induce chi legge ad andare sempre avanti sino a scoprire di questo. Ribadisco, la narrazione non presenta particolari caratteri di novità e/o originalità, va letta con la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un elaborato che ha nei suoi intenti quello di far rivivere la magia de “Il profumo delle foglie di limone” e al tempo stesso di approfondire le vicende senza esagerare, evitando di risultare eccessivo.
Lo stile adottato è il medesimo che già chi ha letto il precedente conosce, ovvero quello dell’alternarsi della voce narrante tra Julian e Sandra. Altra peculiarità è data dal fatto che l’autrice ripercorre passo passo e sinteticamente gli avvenimenti che hanno delineato le scorse vicende talché la lettura è agevole anche per chi si avvicina per la prima volta alla saga nonché alla Sanchez.
Infine, il linguaggio è sufficientemente elaborato, non troppo prolisso e fluente. I personaggi non sono particolarmente delineati ma arrivano, risultano concreti; in particolare Julian e la sua coscienza di non avere più vent’anni. Nel complesso una piacevole lettura, non eccelsa ma adatta a chi vuole trascorrere qualche ora in compagnia di una storia che sa farsi apprezzare.

«Di fronte alla morte, [..], i desideri smettono di avere anche solo la minima importanza» p. 11

«Si sorride perché si è felici o perché qualcuno si sbaglia del tutto e ci vorrebbe un secolo per farglielo capire» p. 228

«E il fatto è che esiste un male che è peggiore del male, lo sorpassa e si addentra in una profondità senza legge. Qualcosa che assomiglia al colore nero assoluto, che non può essere attraversato da nessun tipo di raggio. Il male assoluto camuffato da bene, che continua a regnare tra di noi quando ormai crediamo che il male in sé sia sotto controllo. Sarà possibile un giorno mettervi fine una volta per tutte? Troppo complicato per questo povero vecchio, che adesso non vuole fare altro che riposare» p. 393

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    11 Settembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Arte e Potere

“C’era un altro scienziato, suo coetaneo, di Galilei non meno perspicace.
Costui sapeva che la Terra gira,
ma aveva purtroppo famiglia.” Evtusenko

Il rumore del tempo indaga il difficile rapporto tra Arte e Potere. L’Arte, per sua natura, vorrebbe essere un unicorno libero da ogni asservimento, ma è chiaro che in certi regimi uno scrittore deve stare attento a come usa le parole e probabilmente gli sarà chiesto di partecipare alla propaganda e cose dl genere. Meno chiaro potrebbe il rapporto con il Potere quando l’Arte è la Musica, la cui lingua non è comprensibile a tutti. Eppure il Potere, soprattutto quando è arbitrio pretende di decidere che il bianco è nero riservandosi di cambiare idea. Del periodo di Stalin, delle delazioni, delle convocazioni nella grande casa già sappiamo tutto da Solgenitsin. Della difficoltà dell’artista a esprimersi e a trovare spazio ( il manicomio in cui stava il maestro) ci ha già parlato Bulgakov nel suo modo surreale, il più efficace quando la realtà diventa essa stessa surreale e impossibile. Il romanzo di Barnes racconta di un famoso musicista Dmitrij Sostakovic, diventato rappresentante di Mosca nel mondo, una persona intelligente che non amava il regime, non credeva nel regime ma che fu costretto a scendere a compromessi per vivere e per far vivere i suoi amici e famigliari perché cadere in disgrazia all’epoca non era un evento che coinvolgesse solo l’interessato. Perciò il testo è pervaso di malinconia, di senso di inutilità e di sconfitta, di quel sottile disprezzo per se stessi per i compromessi cui si è scesi, per le cose non dette, per gli amici che non si sono difesi. Ma è una discesa all’inferno perché man mano i compromessi richiesti aumentano fino a aderire (malvolentieri) sotto Chruscev, la pannocchia, al partito. Per non parlare delle dichiarazioni sottoscritte alcune delle quali tradiscono le proprie convinzioni e così via.
Interessanti le opinioni su artisti dell’epoca: Picasso che fa il rivoluzionario filo sovietico dalla poltrona di casa sua, Sartre il filosofo che offre soldi ai “convertiti”, e Nabokov (il compositore) che dall'America in cui risiede mette in difficoltà Sostakovic e cerca di fargli dichiarare quello che pensa pur sapendo cosa significhi parlare per chi sta ancora in URSS. E quell’oca di Prokof’ev di una ingenuità candida e ridicola, che mai comprese la portata della situazione, e nemmeno quello che doveva dire per far contento il Potere e che cercò sempre il compromesso.
Interessanti i mille volti del potere ambigui, accattivanti, ammiccanti, persuasivi.
Perciò il rumore del tempo non è una biografia, non è un romanzo in quanto non inventa nulla. E’ una indagine nell’animo di un uomo come tanti quanto a coraggio, non un eroe e nemmeno un cretino, un uomo che capiva la storia e le sue perversioni e storture ma non aveva la forza di affrontare la famosa pallottola nella nuca e di farla affrontare ai suoi cari. Un uomo forse debole ma non più di tanto, un uomo molto simile a noi. In più grande artista.
“Che cosa poteva contrapporre al rumore del tempo? Solo la musica che viene da dentro-la musica del nostro essere-che alcuni sanno trasformare in musica reale. E che se nei decenni a venire sarà abbastanza forte e pura e autentica da annegare il rumore del tempo, si trasformerà in mormorio della storia.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Il maestro e Margherita, Solgenitsin, il film bellissimo Le vite degli altri
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    08 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Lo stereotipo

Ero molto curioso di leggere questo romanzo, non tanto per la trama in sé (che comunque mi aveva intrigato), ma anche per valutare la penna di un autore che ultimamente vede un gran proliferare delle proprie opere in libreria. Inoltre, appartenendo a un genere che amo molto, mi interessava conoscere uno dei suoi esponenti italiani più affermati.
Massimo Carlotto con il suo "Il turista" però, non ha soddisfatto le mie aspettative.
Con uno stile abbastanza semplice e piatto, privo della suspense che un autore di questo genere dovrebbe saper creare a occhi chiusi, ci racconta una storia abbastanza stereotipata.

"Il turista" è un serial killer psicopatico a cui piace strangolare delle belle donne, con delle belle borse, per poi provare piacere carnale profanando i ricordi che riesce a scovare tra i loro effetti personali.
Quando un giorno a Venezia sceglie la vittima sbagliata (un'agente di un'organizzazione di mercenari), si ritroverà privato della libertà e assoldato come killer a pagamento contro la propria volontà.
In contrapposizione a questa organizzazione criminale, ci sono i servizi segreti (non meglio definiti), che ingaggeranno il protagonista Pietro Sambo per dare la caccia al turista e di conseguenza alla sua banda. Pietro, ex commissario di polizia roso dai rimorsi per aver accettato in passato una tangente ed essere stato espulso dal corpo, si troverà invischiato in una faccenda molto più grande di lui, che non è in grado di gestire.
In realtà, a giudicare dalla psicologia del personaggio, ci si chiede come sia mai potuto diventare commissario.
Un po' dilettante e poco sicuro di sé.
In questa carrellata di dettagli sulla trama, siete riusciti a cogliere qualche stereotipo? Parecchi, vero? Ovviamente ci può stare il serial killer psicopatico, (in fondo sono personaggi quasi indispensabili a rendere interessanti questo tipo di storie), ma sono davvero pochi i tratti originali di questo libro, in questi senso e in vari altri.
Pecca peggiore, è il non "incitare" il lettore a proseguire, senza concludere con scene efficaci che lo inducano a voler sapere a tutti costi come va a finire.
Per un thriller questo è un peccato grave, soprattutto quando quest'ultimo ha un finale che lascia tutto in sospeso per un sequel sicuro. La sensazione che invade il lettore, purtroppo, non è l'impazienza.

"In quella parte del mondo dove erano occulte anche le coscienze, non c'erano limiti e tutto era lecito"

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
68 Opinione inserita da 68    07 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 09 Settembre, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ebraismo tra vita, rimpianti e ricerca di un senso

Come si vive l' ebraismo all' interno della famiglia Bloch, da tempo in crisi, in cui tutti provano ad essere un qualcosa che diventa ricerca di una rappresentazione scenica migliore anziché di una vita migliore?
Washington, l' oggi, un nucleo famigliare composto da Jacob, scrittore di serie televisive, sempre sulla porta, ad aspettare, come guardasse se stesso scomparire e Julia, architetto che non ha mai costruito un edificio, moglie infelice, che progetta e sgretola in silenzio la quotidianita'.
Tre figli, Sam, adolescente critico e cervellotico, che trascorre in prevalenza il proprio tempo nel mondo virtuale di Other Life, Max, di un' empatia estrema ed alienazione autoimposta e Benjy, l' ingenuità' della giovinezza.
In mezzo quella cerimonia da celebrare, il Bar Mitzvah, l' arrivo dei parenti da Israele, un terribile suicidio all' interno della famiglia, la lunga e dolorosa malattia dell' amato cane Argo, un fortissimo terremoto che colpisce il Medio Oriente e la guerra dichiarata allo stato israeliano.
La corposita' del romanzo abbraccia presente e passato, in una interconnessione tra storia e sentimenti, vicende inesplorate e nebulose, sofferenze che ritornano, storie da raccontare, rimpianti, dolorose presenze, accompagnate da quella precisa identità ebraica, fatta di cultura, religione, tradizioni da rispettare e cerimonie da celebrare.
L' oggi ha l' aspetto tumefatto di una coppia in crisi, e parte da quel cellulare abbandonato, da messaggi inopportuni e scandalosi, dalla possibilità di un tradimento, solo intellettivo, che trascina dubbi e certezze da tempo consolidate e un epilogo che segna l' inizio di qualcos' altro.
Tutti, all' interno della famiglia Bloch, conoscono la verità, ma nessuno la rappresenta, la loro vita e' un insieme di non domande, di attese, di silenzi o solo di immaginazione.
Julia e Jacob si nascondono dietro il lavoro e la gestione della propria quotidianita', in una dicotomia profondita'-divertimento, pesantezza-leggerezza. Lei considera l' infanzia come periodo di formazione dell' animo, e lega i propri figli a regole integerrime, lui valuta i problemi con leggerezza, in un approccio ludico e spensierato.
Il loro matrimonio non funziona e sovente si fermano silenti, senza condivisione, esplorando ( insieme ) gli spazi circostanti ciascuno per conto proprio o cercando la felicità' che non hanno a spese della felicità di qualcun altro.
Sam sa che i genitori divorzieranno, ed ha scelto la malattia perché non conosce altro per rendersi visibile. La somma delle loro presenze diviene assenza, ma in fondo ognuno ha paura esclusivamente della propria solitudine.
Ed allora l' ebraismo come si pone all' interno di una vita e di una famiglia siffatta? Come affronta la contemporaneita' e quali risposte da' alle problematiche di un mondo iperconnesso, alla fragilita' dei sentimenti, alla vulnerabilità' dell' essere umano, ai nostri figli, ed al proprio passato tormentato, irrisolto, con la tragedia vissuta, il dolore della memoria, rigide tradizioni ancestrali e cerimonie identificative, oltre che precetti ben delimitati e delimitanti?
E poi vi è una questione geopolitica, lo stato di Israele, il " nemico " arabo alle porte, i conti con la propria storia ed identita', e quell' essere ebrei in patria ed a migliaia di chilometri di distanza.
Vi è un duplice piano, una discussione intra-famigliare che vede i " vecchi "(Irv) su posizioni ideologiche radicali, irremovibili, così come i quarantenni ebrei di Israele ( israeliani ) pronti a dare battaglia per la sopravvivenza del proprio stato,( Tamir ), mentre gli ebrei d' America hanno occhio critico nei loro confronti ed i propri figli dialogano a migliaia di chilometri di distanza con i problemi di una adolescenza che antepone la sfera privata, il se', l'autoriconoscimento, al centro del mondo, chiedendosi giustamente: " E se la guerra non finisse mai "?
Lo stato d' Israele vive di profonde contraddizioni, in una terra arida ma resa fertile, tra ricchezza, cultura, ipermodernismo, conservatorismo e posizioni filoamericane.
Tra le pagine traspare l' identità dell' autore, ma anche la denuncia di una ancestralita' che intralcia la modernità oltre che di un passato e di un presente vissuti in prevalenza tra rimpianti e senso di persecuzione.
La conservazione della memoria e del dolore deve lanciare un occhio al futuro, l' identità non puo' precludere la possibilità di vivere pienamente la propria esistenza.
E gli ebrei americani? " Farebbero qualunque cosa salvo praticare l' ebraismo per instillare nei loro figli un senso di identità ebraica. "
Sam ( da adolescente ) riflette sul passato, sui campi di sterminio, sulle atrocità della guerra, sugli odiati tedeschi, su quelle migliaia di corpi straziati le cui immagini ha visto e rivisto.
Ha la consapevolezza che " ...la sua vita e' inestricabilmente connessa a quella sofferenza in un' equazione esistenziale con le loro morti. Oppure e' un semplice sentimento, ma l' argomento in famiglia non è mai nominato, esplicitato, e' una non-conversazione. E cos' e' quel sentimento? Ha a che fare con la solitudine ( sua e altrui ), con la sofferenza ( sua e altrui ), con la vergogna ( sua e altrui ), con la paura ( sua e altrui )..."
Eppure " ... non e' davvero nessuna di queste cose ne' la loro somma. E' il sentimento di essere ebreo. Ma di che sentimento si tratta? ..."
Probabilmente è la fede, l' amore, il vivere nel mondo, il riconoscere l' unicita' della vita in quella sinagoga che è la nostra casa, circondati dalle persone che amiamo, dalla nostra famiglia, prima che sia troppo tardi ( per Jacob ) e si cerchi disperatamente ( dall' esterno ) di forzare quella porta che può essere aperta solo dall' interno, senza esserci accorti di avere vissuto lì dentro.
Il tema della famiglia, intesa in senso allargato, primeggia tra le pagine, insieme ad un velo di solitudine e di rimpianto, e lo scorrere inevitabile del tempo cambia e corregge il passato, indirizza il presente, prevede il futuro, che è e sarà la somma del vissuto senza possibilità' di ritorno, o di correzione, un po' amaramente, con dei rimpianti ( da parte di Jacob ) ma coscientemente, perché questa è la nostra vita.
Il ritorno di Safran Foer ci consegna un testo impegnativo, denso di sfumature, dettagli, la difficoltà sta nel creare ed incastrare una storia famigliare ( i Bloch ) all' interno di una vicenda secolare ( l' ebraismo ) con vista sull' oggi.
L' autore indubbiamente da' prova del proprio talento letterario, con una sapiente e sorprendente creativita' narrativa, intelligenza, umorismo, sarcasmo, in tratti descrittivi onirici, metatemporali, in un fluttuare di termini significanti nel contesto trattato, nell' uso del linguaggio della tradizione ebraica per riaffacciarsi, d' improvviso, sull' oggi, con dialoghi e termini della contemporaneita'.
La fusione di più elementi traccia l' uniformita' del racconto anche se talvolta si cade nella prolissita', si ripetono situazioni e contenuti che si perdono nella corposita' della storia.
Senza dubbio trattasi di un romanzo sorprendente, vivace, ben scritto, la cui lettura e' consigliata, pur nella consapevolezza della difficolta' di una recensione chiara ed esauriente di un' opera dalle attese e pretese importanti.
Buona lettura

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
siti Opinione inserita da siti    07 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Tra le righe

Erri De Luca torna alla scrittura provato dalle note vicende giudiziarie che lo hanno visto coinvolto recentemente. È pronto per dedicarsi ad essa e per veicolare su carta l’ennesima storia che dichiara non sua: un racconto di un amico scultore in bronzo, Lois Anvidalfarei, il quale, avverte l’autore, forse non riconoscerà in tutto e per tutto l’oggetto della sua narrazione. De Luca dà l’impressione di appropriarsi di uno spunto narrativo interessante per convogliare interessi, sensibilità del suo percorso di uomo e di artista, probabilmente sintetizza le proprie incertezze, i propri dubbi, o semplicemente si ritrova nelle parole di un amico che nato a Badia, in Alto Adige, ha sperimentato la chiusura della chiesa altoatesina con le sue sculture Figliol prodigo e Adamo.

Uno scultore vive nel più improbabile luogo di frontiera quale è la montagna, inadatta al reticolato, alla barriera fisica, ricca invece di passaggi naturali che nessun confine politico può cancellare, aiuta i profughi che giungono al suo villaggio nell’ attraversamento clandestino del medesimo confine ma a differenza dei suoi due amici che si dedicano a questa attività per lucro, restituisce loro, a impresa riuscita, la somma prima richiesta. Tra i suoi fortunati “viaggiatori” appare uno scrittore il quale stabilitosi all’estero fa conoscere al mondo la storia del santo traghettatore. Il clamore suscitato dalla stampa sottrae agli amici la possibilità di proseguire nei loro traffici per cui essi costringono l'amico a lasciare il luogo natio. Lo scultore va a vivere in una località marina, Napoli vicina. Lì cerca lavoro come restauratore di sculture e ottiene il restauro di un crocifisso dei primi del novecento: lo si vuole riportare allo status originario quando la nudità del Cristo era raffigurata e lo scultore aveva reso fedelmente l’usanza del crocifiggere nudi, nessun drappo a mascherare una parte del corpo che desta imbarazzi nella figura del Cristo. Lo scultore libera la statua dalla censura marmorea voluta tempo prima dalla Chiesa. Il breve racconto ricostruisce la storia della scultura e i passaggi necessari all’artista per scoprire il messaggio dell’opera originale così da riportarla fedelmente ,a restauro avvenuto, anche quando sotto il drappo appare un principio di fisiologica erezione...

I temi trattati sono tutti interessanti: la montagna, le migrazioni, la visibilità di ogni singolo essere umano, la tensione creativa, il binomio artista- opera d’arte, la fede, le religioni, eppure tutto appare solo accennato, citato, richiamato per cui, a parte la modesta tensione narrativa delle ultime pagine, tutto scorre molto velocemente senza lasciare alcuna impressione profonda. Fatto salvo che si respira un Erri De Luca invecchiato e a tratti stanco ma ancora capace sinceramente di palesarsi anche quando racconta la storia di un vecchio amico. Tra le righe c’è un uomo non più giovane che lotta ancora con i suoi dubbi ma pare aver abbandonato la tipica intransigenza giovanile.
Lo consiglio a chi apprezza l’autore anche solo per i suoi interessi, le pagine dedicate alla montagna sono le più riuscite, a chi si interessa di scultura, a chi ama semplicemente l’autore.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    01 Settembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Settembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Tommaso & Angelica

Roma. Sono passati già sette anni dall’incidente, eppure per Angelica è come se il tempo si fosse congelato. I tredici anni coincidono con quella che è la fine della sua vita da adolescente, da persona “normale”. Quel maggio del 1987 segna infatti la conclusione di quella che sarebbe altresì stata l’esistenza semplice di una studentessa modello, seria e dedita al dovere, nonché di una giovanissima e bellissima futura donna. Ma si sa, non vi è niente di più imprevedibile della vita stessa, e la ferita che la ventenne protagonista si porta dietro non è solo quella determinata dalle cicatrici che le hanno interamente deturpato la parte anteriore del corpo, risparmiandole al contrario la posteriore, ma sono quelle della psiche, dell’animo, perché Angelica è stata tradita da colei che l’ha generata, da colei che più al mondo avrebbe dovuto prendersi cura di una così giovane libellula, sua madre.
E’ il 1994, a seguito del primo anno di Legge giunto al termine, la famiglia della protagonista, composta dal padre Enrico Gottardo, avvocato, e Marinella, la domestica assunta a fronte della dipartita della coniuge, decidono di trascorrere le vacanze presso la residenza estiva sita in Borgo Gallico. Il paesino è quanto di più inaspettato vi sia per la romana, è un luogo spartano, con il minimo essenziale, un luogo da cui non si aspetta alcunché e che non ha interesse a conoscere. Eppure due figure subentrano nella sua quotidianità portando scompiglio ed obbligandola a reagire, ad affrontare la paura del suo aspetto: Tommaso Petrini, a sua volta ventenne affetto però da una forma aggressiva di retinopatia degenerativa e Giulia, quarantaduenne, sola e apparentemente strana. E mentre quest’ultima riesce a diventare la prima vera amica di Angelica, Tommaso le entra dentro, le ruba il cuore così come lei lo razzia a lui. Per la prima volta ella non ha paura della sua esteriorità, sa che l’uomo che ha accanto la ama per quello che è, la ritiene essere la persona più bella in assoluto perché grazie alle ombre che sempre più frequentemente gli impediscono di prendere cognizione di ciò che lo circonda, sa osservare col cuore, andando oltre le apparenze. Ma è proprio quando le cose sembrano andare per il verso giusto che incomprensioni e durezze della vita si abbattono sui due giovani, tutta una serie di circostanze che di fatto li portano ad allontanarsi, a compiere scelte sbagliate, ma anche a crescere..
Non vi svelo altro sulla trama di “Non aspettare la notte”, nuovo intenso romanzo di Valentina D’Urbano, mi limito semplicemente a dirvi che questo è uno di quei testi che si attaccano sulla pelle sin dalle prime pagine. E’ uno di quei libri che sin dalle prime battute è capace di lasciare il lettore col fiato sospeso, di catturarlo ed affascinarlo sempre più, uno di quegli elaborati che lasciano il segno.
Stilisticamente questo è caratterizzato da un linguaggio fluente, che si adatta ai personaggi che si intercalano nella narrazione, e dunque assumendo sfumature più giovanili quando gli interpreti delle vicende sono i ventenni e più adulte e autoritarie quando subentra la figura del padre, o ancora più dolci e “mammesche” quando al contrario viene data voce a Giulia o a Marinella. Unica pecca che ho riscontrato è la – a tratti – eccessiva fiabescosità. Giustamente l’argomento trattato non è dei più semplici quindi l’autrice ha cercato di “mitigarlo” rendendo più idilliache alcune situazioni. Comprensibile. Nel complesso, un testo che merita di essere conosciuto, che sa farsi apprezzare, uno scritto che è in grado di rievocare l’atmosfera più leggera e meno frenetica di quelli che sono stati gli anni novanta.

«La tua pelle…. È rovinata, è vero. Non ti mentirò, non ti dirò che i tuoi segni non si notano. Perché sei una ragazza intelligente e lo sai pure tu che è la prima cosa che uno guarda, quando ti vede. Ma, Angelica, c’è altro nella vita. C’è molto altro. E tu sei bella da morire. [..] Tu non sei le tue cicatrici» p. 98

«Non c’è nient’altro adesso, niente che non sia il suo respiro tra le labbra, le sue mani che la stringono, rimettono insieme i pezzi. Una disperazione che con lui si trasforma, diventa meno acuminata, un abisso che ora perde i denti e la forza, non la morde più. Il dolore si scioglie diventa rapido, diventa sollievo. [..] Si aggrappano l’uno all’altra. Si baciano come due che stanno per perdersi. E invece si sono appena trovati.» p. 183

«[..] Si lascia cadere. Non avrà più paura di lasciarsi cadere. C’è un lungo salto che dura una vita.» p. 377

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Vita93 Opinione inserita da Vita93    28 Luglio, 2016
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Scelta di Hobson

China Girl. Le indagini di Neal Carey. Capitolo due.

Il camaleontico ventiquattrenne Neal non si è ancora ripreso dagli strascichi della prima indagine, e trascorre le proprie giornate esiliato dal resto del mondo in un cottage nello Yorkshire, immerso tra letteratura ottocentesca e generose dosi di whisky.
Il riposo forzato termina con la visita di Joe Graham, un metro e sessantadue di cattiveria e astuzia, l' uomo che ha cresciuto Neal fin da adolescente, da quando suo padre era sparito e la madre faceva la prostituta. L' uomo che gli ha insegnato come pedinare una persona, come entrare e uscire da un appartamento, come avere rispetto per sé stessi. Il perfetto manuale dell' investigatore privato.
Stavolta il compito di Neal è quello di ritrovare un biochimico esperto in fertilizzanti, il dottor Pendleton, scomparso dopo aver partecipato ad un convegno alla Stanford University in compagnia di una seducente donna cinese.

La saga prosegue con un capitolo che conferma quanto di buono era stato visto nel precedente " London Underground ",ovvero un noir dalla struttura solida anche se dalla trama eccessivamente ingarbugliata, capace di divertire il lettore con un protagonista empatico e convincente, una giusta dose di ironia e scenari esotici ed evocativi.

Stavolta a farla da padrone, come è facilmente intuibile dal titolo, è la Cina della fine degli anni '70. Un popolo alla ricerca della propria identità, reduce dal Grande Balzo in Avanti iniziato con Mao nel 1957, dalla rivoluzione culturale e dalla collettivizzazione delle terre.
La parte riguardante la cultura cinese mi ha piacevolmente ricordato i romanzi di un altro scrittore che apprezzo,Qiu Xiaolong, creatore della saga dell' Ispettore Capo Chen i cui scritti sono un' ottima fonte per approfondire tradizioni lontanissime dalle nostre.

In questo caso grazie a Don Winslow ho appreso l' esistenza della Città Murata di Honk Kong, Kowloon.
Un luogo che è droga, prostituzione, laboratori illegali, violenza, cani affamati, bambini violentati e schiavizzati, gente che vive nei buchi dei muri. L' ottavo girone dell' inferno, una terra di nessuno, un labirinto senza via d' uscita nato come rifugio per i senzatetto.

Il libro risale agli inizi degli anni '90 ed intravediamo il potenziale di uno scrittore che oggi è considerato uno dei migliori esponenti del poliziesco americano contemporaneo.
" China Girl " non è esente da difetti, ma intrattiene a dovere con un' avventura dai sapori orientali che confermano anche in questo caso il proprio fascino.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Fr@ Opinione inserita da Fr@    21 Luglio, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ma che guaio che è, questo amore.

Ah, l’amore. Che cosa è davvero l’amore? Gioia, tormento, sofferenza, felicità: è tutto questo e allo stesso tempo non è niente di tutto ciò. E’ impossibile dire che cosa sia l’amore. Ognuno ha una sua idea e non riuscirà mai effettivamente a esprimerla al meglio. L’amore è una cosa del tutto personale, che ha ispirato pittori, poeti, musicisti. Ed è proprio a casa di un vecchio suonatore di mandolino che inizia la nuova avventura del commissario Ricciardi.

Il commissario Ricciardi, insieme al brigadiere Maione, deve indagare sulla morte di un ricco commerciante, assassinato con un pugno alla tempia, guarda caso proprio la modalità con cui è morto l’ultimo sfidante sul ring del pugile Vinnie Sannino, emigrato anni prima in America e ora ritornato a casa.
La trama si complica quando si scopre che Vinnie da giovane era innamorato della moglie del morto e sembra fosse partito proprio per mettere da parte un po’ di soldi per potersi costruire un futuro migliore con la sua Cettina. Tutte le prove sembrano suggerire che Vinnie sia il colpevole, ma è davvero così?

Il libro è un giallo che si legge velocemente, lo si divora, capitolo dopo capitolo. Non mancano anche alcuni tratti “horror”. Chi ha già letto altre avventure del commissario Ricciardi sa bene quale sia il suo dono (o la sua maledizione): Ricciardi percepisce gli ultimi pensieri, gli ultimi istanti, della vita di uomini e donne vittime di incidenti o omicidi. E’ questo il “Fatto” che tormenta la vita del nostro protagonista. E’ questo il “Fatto” che sembra impedirgli di avere una vita serena, normale. E’ questo il “Fatto” che sembra impedirgli di dichiararsi alla donna che ama.

L’amore ha un ruolo centrale nel nuovo libro di Maurizio de Giovanni. In alcuni passaggi mi è sembrato che l’indagine venga posta quasi in secondo piano, preferendo analizzare maggiormente i sentimenti dei numerosi personaggi coinvolti. Ma questo non è un male, anzi.
Ho amato davvero come l’autore riesca a descrivere ciò che le sue creature (non solo i protagonisti ma anche i personaggi meno importanti) provano, gioie e dolori.
Le sofferenze d’amore avvicinano personaggi tra loro distanti: dolce e struggente è la vicenda del femminiello Bambinella che chiede l’aiuto del brigadiere Maione per salvare il suo amato.
Tristezza e rabbia sono invece le fondamenta delle pene d’amore del nostro commissario Ricciardi, che sembra voglia privarsi di qualsiasi gioia nella sua vita a causa del “Fatto”. In questo romanzo Ricciardi è “conteso”da tre donne, tra loro molto diverse in aspetto e comportamento, ma tutte e tre affascinate dagli occhi verdi del poliziotto.

Leggere un libro di de Giovanni si rivela sempre un piacere. Mi sono avvicinata ai romanzi di questo autore leggendo un’altra sua serie (“I bastardi di Pizzofalcone”); tuttavia è proprio con la lettura delle indagini di Ricciardi che lo stile di Maurizio de Giovanni mi ha stregata. E’ uno stile piacevole, non complicato, ma allo stesso tempo sempre impeccabile. Ogni personaggio ha la sua “parlata” e l’autore passa sapientemente da uno stile all’altro.
Probabilmente anche l’ambientazione ha avuto il suo ruolo nel farmi appassionare tanto: la Napoli degli anni ’30, anche sotto la pioggia di un autunno alle porte, ha un grande fascino. Un fascino che l’autore riesce a presentare senza alcuna difficoltà, sottolineando anche la sua affezione alla città natia.
Quindi, che dire se non buona lettura? :)

“Un pensiero solo avevo in testa, commissa’. Una sola faccia, una sola persona. Una voce, un sorriso, una pelle, una bocca che mi ossessionavano e mi davano pace insieme; inferno e paradiso, dolore e gioia. Un pensiero di quelli che sta dietro agli altri in ogni istante e a un certo punto ti sembra di non sentirlo più, invece è sempre lì. Un pensiero solo. Cettina è questo per me, commissa’. Il respiro. […] Cettina non è mia, commissa’. Cettina sono io. Cettina è ogni battito del mio cuore, ogni mio respiro. Ogni speranza e ogni ricordo. […] Ho sognato che bussavo e che Cettina veniva ad aprire riconoscendo la bussata mia, quella di quando non ero ancora partito. Ho sognato che mi baciava e piangeva per l’amore e per il tormento, e che io pure piangevo. E ho sognato che rientravo per le strade che conosco bene, perché io sono partito, commissa’, ma non me ne sono mai andato.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato sicuramente a chi ha letto le precedenti avventure del commissario Ricciardi; lo consiglio anche a chi non ha mai letto un altro dei romanzi della serie. Si potrebbe avere qualche difficoltà nel capire i riferimenti ai fatti trattati negli altri libri... ma sarà proprio questa voglia di capire l'intreccio che vi spingerà a leggere anche gli altri racconti! ;)
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
pirata miope Opinione inserita da pirata miope    07 Luglio, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

NOSTALGIA

“La sostanza del male” dell’esordiente Luca D’andrea, ci viene detto, è diventato ancora prima di uscire un caso internazionale: sarà infatti pubblicato in ben trenta paesi. Leggendolo però solo in un secondo momento ho preso in considerazione le qualità effettive del giallo: infatti seguendo il racconto fin dalle prime pagine ho iniziato a sentire nostalgia, una profonda nostalgia, della mia lingua madre, dell’italiano, quell’idioma antico di secoli, innervato tutto nelle sfumature lessicali e sintattiche, che, dicono i pessimisti, è destinato a scomparire a favore di una sorta di una koinè/ lingua comune che ha come base l’inglese. Non mi si fraintenda, D’Andrea non è scorretto e il suo thriller per gli amanti del genere non ha grossi difetti, tuttavia, non è certo una novità, il suo è un italiano standard, senza storture creative, coniato già per essere tradotto in inglese ed abbracciare il ricco mercato anglosassone. Detto questo, do atto al libro di seguire le regole base del buon prodotto editoriale: lo sfondo è il Betterbach, una gigantesca gola, in un piccolo centro nel Sud Tirolo, ove si sente “il peso del tempo”e ove i mostri preistorici paiono essere sopravvissuti. Il mistero di un efferato crimine lì avvenuto molti anni prima sprigiona una sorta di fascino malefico che spinge il protagonista Jeremiah, un autore televisivo newyorkese, giunto lì in vacanza con la famiglia a penetrare i segreti del microcosmo e a disseppellire verità scomode. Come ci si attende, la necessità di scendere letteralmente nei recessi della terra per capire provoca quasi lo sfaldamento dell’idillio domestico pronto però a rinsaldarsi una volta rimosso il mostro e ristabilito l’ordine. Non male in definitiva, ma tutto come previsto.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    06 Luglio, 2016
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Se tieni per te le cose,non sembrano poi così vere

Curiosa coincidenza: solo qualche settimana fa mi è capitato tra le mani "La vita perfetta" di Renée Knight, ora "La vita felice" di Elena Varvello.
Due storie diverse sicuramente, due stili altrettanto differenti, il primo ricade nel genere thriller psicologico il secondo ha i connotati tipici del noir italiano; ciò che mi ha incuriosito, però, è l'assonanza nel titolo, un titolo che è un desiderio, un anelito e forse un'utopia.
In entrambi i romanzi, infatti, vengono raccontate due vite, storie di famiglie felici, apparentemente perfette, che inaspettatamente vengono travolte da un destino beffardo e spietato, tanto radicale è il cambiamento che porta, trasformando un clima di serenità familiare in un'atmosfera densa di angoscia, paura e disperazione.
Elia è un ragazzo di 16 anni, vive con la sua famiglia a Ponte, un paesino sperduto tra i monti e circondato da boschi che sembrano quasi averlo isolato dal resto del mondo:
'La valle stretta, una miniera di pirite abbandonata, un fiume serpeggiante, torrenti, un vecchio ponte in pietra in una gola, un altro a due corsie sopra le rapide del fiume e boschi tutt'intorno. E lo stabilimento cinto da un muro di mattoni, il fumo delle ciminiere.'
Non certo il posto migliore in cui un ragazzo di 16 anni potrebbe veder realizzate le proprie aspirazioni, quali prospettive potrebbe offrire per il suo futuro un posto del genere?
Ma è il luogo in cui Elia è nato e cresciuto, non ha tanti amici ma non è un problema per lui, è sempre stato un tipo introverso e solitario, i suoi coetanei spesso gli sembrano infantili.
Poi ci sono suo padre e sua madre, lo adorano e non gli hanno mai fatto mancare niente. Insomma una famiglia felice, una vita come tante altre.
Sino a quel giorno, il giorno in cui lo stabilimento chiude e tutti coloro che vi lavorano vengono licenziati in tronco: tra questi il padre di Elia, Ettore Furenti, il pilastro della sua famiglia.
Tutto inizia da quel giorno ed Elia, ora adulto, a distanza di anni ripercorre il ricordo di quel periodo della sua vita, tramutatasi repentinamente in una vita tormentata, sgretolata da un destino che sembrava essersi accanito contro loro.
In questo viaggio a ritroso nella sua memoria lo accompagna il senso di colpa, la convinzione che se fosse stato solo più coraggioso avrebbe potuto evitare il peggio, avrebbe potuto salvare il padre dal baratro della follia e la famiglia dalla rovina. Ma ha preferito rimanere in silenzio, così come la madre ha preferito non vedere: entrambi hanno scelto di ingannare se stessi di fronte all'evidenza pur di non perdere quella felicità divenuta ormai solo illusione, sperando che fosse solo un senso di disagio momentaneo e non una voragine profonda quella creatasi nella mente di Ettore Furenti.
'Se tieni per te le cose, non sembrano poi così vere'.
La madre di Elia non riesce e non vuole guardare in faccia la realtà, piuttosto si convince che l'uomo a lei accanto sia sempre lo stesso, l'uomo da sempre amato e con cui avrebbe voluto trascorrere il resto della sua vita; ma Elia sa, Elia ha notato che suo padre ora è un uomo diverso.
'A volte penso che avrei dovuto dirle di mio padre ma cosa avrebbe detto lei, mia madre, la donna che ci amava? Che cosa avrebbe fatto? Avevo già provato ed era stato inutile.
Non ne sapevo niente, allora, dei modi in cui l'amore può manifestarsi, nè della forza con cui può spingerci in un angolo e toglierci il respiro'.

Ecco, il silenzio: il silenzio è zavorra per l'anima.
Ogni qualvolta manteniamo nascosti i nostri sentimenti e soffochiamo la voce dell'anima lasciando che le nostre emozioni muoiano all'interno le impediamo di innalzarsi verso nuovi orizzonti, preferiamo mantenerci bassi evitando pericoli, scansando novità e cambiamenti piuttosto che prendere il volo, rischiando anche di cadere, ma con la certezza che una vita nuova, vera, vale molto più di una vita apparentemente felice, perchè ormai compromessa, ormai contagiata profondamente dalla menzogna, dall'inganno e dalla disperazione.

Elena Varvallo è un'autrice per me nuova ma è stata una piacevole sorpresa: ho ritrovato in lei la parte migliore di Ammaniti, quella che ho apprezzato tantissimo nei suoi primi romanzi "Ti prendo e ti porto via" e "Come Dio comanda", soprattutto per l'impeccabile descrizione degli stati d'animo dell'adolescente Elia, quasi tangibili per quanto ben esposti.
I "silenzi" di Elia si percepiscono chiaramente, così come si avverte forte il suo rimorso per non aver dato voce alle sue sensazioni, ai suoi timori.
E le emozioni sono soffocate quasi come le parole usate dall'autrice che nel suo romanzo adotta uno stile asciutto, essenziale ma non per questo meno efficace: periodi poco dispersivi e termini sapientemente calibrati per raggiungere il lettore al primo impatto, senza necessità di ulteriori chiarimenti o divagazioni.
Uno stile, devo ammettere, perfettamente in sintonia con la storia ed adeguato a rappresentarne la tragicità senza inutili digressioni in modo che colpisca il lettore nel breve spazio di circa 200 pagine, lasciandogli poi il tempo per riflettere, metabolizzare.
'La vita felice. La vita che ci resta, è solo questo, e che non va sprecata.'

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    06 Luglio, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ho visto cose...

Visionario.
Qualsiasi opinione si abbia di Philip K. Dick, non si può negare che sia questo l'aggettivo che lo definisce meglio (e che nella letteratura, anche di genere, sembra attagliarsi a lui più che a chiunque altro).
In questa biografia, Emmanuel Carrère racconta il “dietro le quinte” di questa visionarietà, a partire dalla sfera familiare nella quale il giovane Philip cresce: una gemella, Jane, che muore pochi giorni dopo la nascita per ignoranza della madre (che non aggiunge allo scarso latte materno alcun altro nutrimento per i due neonati); una famiglia ben presto smembrata, con il padre che accetta il divorzio e sparisce dalla vita del figlio.
Accadimenti di vita, questi, che contribuiscono a definire una personalità forte ma in disequilibrio. A risentirne saranno soprattutto le capacità affettive di Dick: nel rapporto con le donne, pare afflitto da una specie di sindrome del “buon samaritano” nella quale cambierà di continuo il proprio ruolo (a volte sarà il compassionevole tutore della compagna di turno, altre volte colui che ha estremo bisogno di cure). Fino a quando alcuni episodi accaduti nella primavera del 1974 lo proietteranno in una fase a suo modo “mistica”, che lo accompagnerà, tra alti e bassi, sino alla morte (avvenuta nel marzo 1982).

Alla fine della lettura, l'impressione è che la vita reale di Dick sia molto più ordinaria di quella virtuale, di quella, cioè, costruita dalla sua mente. Cosicché, la parte più interessante della biografia pare essere quella che svela l'ispirazione delle sue opere:
- chiunque ha letto “La svastica sul sole” – la distopia postbellica nella quale è l'Asse (Germania, Giappone) ad aver vinto la seconda guerra mondiale e non il contrario – sa, ad esempio, che uno dei protagonisti del romanzo è l'I Ching, testo di riferimento per conoscere l'insegnamento taoista: sessantaquattro esagrammi indicano, a chi consulta il libro, la via da percorrere. Ciò che forse non sa è che lo stesso Dick era davvero convinto del “potere” dell'I Ching, tanto da utilizzarlo in alcuni snodi della trama per decidere come proseguire. Si spiega così che questo libro – il primo grande successo di Philip K. Dick, vincitore del premio Hugo per la fantascienza – non sembra seguire una vera e propria trama, ma si fa apprezzare soprattutto per la particolare atmosfera;
- analogamente, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” (il libro che ha ispirato il celeberrimo film “Blade Runner”) trova origine nella riflessione del matematico Alan Turing, che nel 1950 si interrogherà sul futuro dell'intelligenza artificiale e sull'elemento discriminante di questa intelligenza da quella umana. Turing introdurrà l'idea di un test che Dick svilupperà meravigliosamente nel libro, facendo risaltare negli androidi la mancanza di empatia e raggiungendo un effetto che va oltre ogni incasellamento nella letteratura “di genere”, come Carrère sottolinea:
“E' strano trovare nelle pagine di uno scrittore di fantascienza, peraltro dallo stile piuttosto sciatto, brani memorabili, che non solo fanno venire i brividi, ma che ci danno anche la sensazione di aver intuito qualcosa di essenziale, di basilare. Di aver intravisto un abisso che è parte integrante del nostro essere e che nessuno aveva mai sondato prima. Uno di questi brani è contenuto in 'Ma gli androidi sognano pecore elettriche?' ed è quello in cui viene descritto il grido d'orrore di chi scopre di essere un androide. Un orrore assoluto, irrimediabile e inconsolabile, a partire dal quale ogni cosa diventa spaventosamente possibile.”

Una biografia non eccelsa, dunque, ma piena di spunti interessanti: scritta nel 1993, si affianca ad altre biografie di Philip Dick scritte nello stesso periodo – anche sull'onda del successo che i suoi libri pian piano ottenevano – e che forse varrà la pena consultare, per trovarvi conferma o smentita di quanto dice Carrère. Molte parti del saggio, infatti, riportano intime riflessioni di Dick. Da dove può averle ricavate il biografo? Se si pensa che egli stesso, nella nota di chiusura, ammette che tra le fonti del saggio c'è anche la propria immaginazione, la tentazione di prendere il tutto con le pinze è giustificata. Fermo restando che la mente di Philip K. Dick sembra materiale assolutamente “scivoloso” per qualunque biografo.

Un'ultima curiosità: la frase che dà il titolo alla biografia proviene da un altro capolavoro dello scrittore, “Ubik”, nelle cui pagine si assiste ad una magistrale “inversione” tra mondo dei vivi e mondo dei morti. Forse il suo libro migliore, al quale – ad un certo punto della sua crisi mistico-esistenziale – Dick si affiderà come fosse una novella Bibbia, come se in esso vi sia il senso di tutta la sua particolare esistenza.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
i libri di Philip K. Dick... o comunque a chi ha familiarità con la fantascienza.
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    05 Luglio, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Codice d'onore

Ci sono valori e principi imprescindibili che costituiscono il codice d’onore di ogni individuo rispettabile. Eppure esistono casi in cui trasgredire può divenire una necessità.
Nella storia passata, come in quella presente e contemporanea, abbiamo assistito a eventi che hanno trascinato il mondo in guerre, persecuzioni, stragi che hanno annientato generazioni e generato grande dolore.
Si è molto discusso sulla opportunità di ubbidire a ordini aberranti, in virtù del fatto che dovere di un soldato è l’obbedienza. Si è giunti alla conclusione più o meno unanime che ignorare simili ordini sia non solo opportuno, ma dovere di ogni soldato coscienzioso.
Cosa dire poi della diserzione, atto di codardia che lascia ad altri responsabilità che non si sente di assumersi? Come valutare questa decisione quando essa sia stata maturata dopo aver assistito a un susseguirsi di ingiustizie, di punizioni immeritate, e aver realizzato di essere costretti a combattere per un fine che non si condivide, per una patria che non è la propria e che ti perseguita? Pur rimanendo la diserzione un atto ignobile nella sua essenza, ad esso si può talvolta concedere qualche attenuante. È questo il motivo per cui il lettore è portato a guardare costantemente con simpatia al personaggio del giovane Lerner, protagonista del romanzo “Acciaio contro acciaio” di Israel Joshua Singer, pubblicato per la prima volta nel 1927.
Lerner, infatti, ebreo polacco, trovatosi coinvolto nella catastrofe della prima guerra mondiale, arruolato nelle fila dell’esercito russo, stanco delle sopraffazioni subite, rifiuta di continuare una guerra che non capisce e diserta, affrontando una serie di rischi e pericoli che possono costituire una minaccia anche per la famiglia dello zio Reb Baruch Yosef che lo ospita. Il destino di Lerner è quello di molti ebrei vissuti in quell’epoca e in quella zona di Europa ambita dalla Russia da un lato e dalla Germania dall’altro. La peregrinazione di Lerner, dunque, lo pone di fronte a molteplici minacce e lo porta a contatto con moltitudini di diseredati, poveri lerci individui, avvezzi a traffici di ogni genere. È un mondo degradato e privo di speranza, quello descritto da Singer in questo romanzo: un’umanità preda di loschi individui che non esitano a farne oggetto di guadagno. Lerner e Gitta, la giovane cugina che lo ama sin dall’infanzia, sono gli unici che si dedicano disinteressatamente ai più deboli.
Con grande sensibilità Singer descrive le figure femminili, spesso prostitute costrette a umilianti esibizioni, talvolta giovani oneste e abusate come la stessa Gitta.
È la storia del primo ventennio del novecento che fa da sfondo a questo romanzo ed emerge chiaramente il contrasto con il popolo tedesco e la diffidenza per il popolo russo. Nelle ultime pagine la rivoluzione del ’17. Per Lerner è la speranza di una vita migliore.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
68 Opinione inserita da 68    04 Luglio, 2016
Ultimo aggiornamento: 29 Luglio, 2016
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Vite dissolte e rinascite complicate...

" Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo."
L' incipit di un famosissimo classico letterario potrebbe costituire tema e sinossi di questo romanzo d' esordio della giovane scrittrice americana Julia Pierpont.
Oltre un' apparente " normalita' ", una calma e dosata famigliarita', una quotidianità salvata e protratta, si nasconde una scoperta inattesa, un turbinio emozionale, una vita parallela, un nuovo inizio che condizionerà presente e futuro, forse per sempre.
Ed allora " pensavamo di vivere un intermezzo, dopo questo e prima di quest' altro, e invece è' stato l' intermezzo a durare."
New York, una famiglia dell' oggi, lui, Jack, artista affermato, lei Deborah, ex ballerina, che ha rinunciato alla danza per amore. Due figli, Simon, quindicenne scapestrato ed in preda alle prime pulsioni erotico- sentimentali, e Kay, undicenne con un desiderio di indipendenza che è' in prevalenza richiesta di amore figliale.
D' improvviso un pacco recapitato, una scatola, prove schiaccianti, inconfutabili, contenenti un vortice di incredulita' e cruda verità' , la rivelazione di un tradimento ( quello di Jack ), di una vita parallela, fino ad ora nascosta, e di altro, a ridefinire la propria quotidianità.
I fatti, tangibili, oggettivi, si susseguono, la vita, stravolta, sembra essersi fermata, almeno quella dell' io più' profondo, ed allora di che cosa abbiamo realmente bisogno in questi momenti?
I nostri figli semplicemente di amore, anche se lasciano intendere il contrario. Simon crede di sapere gestire la situazione da solo, "senza la sorella troppo piccola, la madre troppo stupida, e suo padre che era il problema ", inserito nella spietata crudeltà' dei social, tra amori adolescenziali, adulti, coetanei, vicini curiosi, altro da se'.
A undici anni Kay è' troppo piccola, ferita, e " vorrebbe semplicemente restare sempre così', sempre di quella età ". Ha un rapporto speciale con il padre, non ne capisce esattamente la colpa, sarebbe disposta anche a perdonarlo.
Deborah è una donna ferita, scossa, incredula, le cui certezze vanno in frantumi, si aggrappa ai propri figli, cerca di scappare per preservarli, ma fugge anche da se stessa e scopre un oggi che forse non le è mai appartenuto e che tra se' ed il posto in cui vive " c' e' ancora quella lastra di vetro che ci mostra il proprio riflesso, nei luoghi più' oscuri, dove abbiamo paura ".
Jack e' il responsabile del disastro, inconsapevole, egoista, con l' incostanza e l' insondabile svagatezza dell' artista, e si trova d' improvviso sottratto a qualsiasi ovvia certezza, sradicato dalla propria insipienza, come " un personaggio al quale si fa guardare il mondo, la vita che andrà avanti, dopo che è morto. "
Ed allora " Come si fa a dimenticare qualcosa in posti dove il tempo non cambia mai, e dove le stagioni sono tutte uguali?
C'è un tempo interiore, che riflette stati d' animo, sentimenti, occasioni perse, ritrovate, dilatato ed intristito dai ricordi di quello che fu, che è trascorso e se ne è andato, o semplicemente è rimasto dentro di noi, che siamo cambiati, ma che lottiamo con la furia degli anni che scorrono nella apparente calma di un quotidiano che non ci appartiene.
Ci accompagna un nembo di occasioni perdute, di false speranze, un flusso interiore ininterrotto e la certezza che quello che è' stato, lontano da qualsiasi speranza, non tornerà. Ma " ogni cosa diventa cupa semplicemente perché le loro vite erano cupe ".
La vita è un foglio bianco riempito dal passaggio del tempo, e delle stagioni, e senza accorgersene scorre implacabile nel flusso di ricordi e speranze che lentamente rallentano, ingrigiscono, spariscono nella quotidianità.
Gli anni si susseguono, i fiocchi di neve somigliano a scheletri di qualcos' altro, le notti prosciugano i cieli illividiti, le porte dei drugstore si spalancano con un sibilo impercettibile, quella palla lanciata in avanti ricade più' veloce, i numeri diventavano troppo grandi senza un vago rapporto con il tempo e ciò' che lo misura, la gente ci vede diversi, cambiati, si stupisce, noi continuiamo a spostarci, a partire, a ritornare, in parte dimentichiamo, inconsapevoli dello scorrere delle stagioni, uguali a se stesse, mentre la sofferenza declina, anestetizzati nell' oggi e proiettati in un incerto domani.
Alla fine ci dissolviamo, per sempre, d' improvviso, nel complicato mare della vita che racchiude storie e sentimenti.
Al di là di una vicenda classicamente famigliare, il racconto racchiude storie individuali, nate da un nucleo disgregato e che navigano nel proprio io ferito e smarrito, alla ricerca di una propria dimensione e stabilita'.
I protagonisti ondeggiano tra passato e futuro, in un presente che lentamente ma inesorabilmente dimentica il vissuto, camminano in un contesto spazio-temporale che tampona e guarisce le più' atroci ferite e sofferenze.
Interessante la struttura narrativa, un filo dei sentimenti diacronico, una narrazione condensata in poche pagine di pura cronaca, essenziale, telegrafica, inserita e contrapposta ad una storia che per la maggior parte è flusso di coscienza ed elaborazione di sentimenti, sofferenze, speranze, attese, rimpianti, fughe, ritorni.
È una scrittura che si avvale di dialoghi fitti, di tocchi d' autore, di piani narrativi trasversali, a tratti eccessivamente complessa in quel turpiloquio di interrelazioni non sempre nitide, un po' confusionarie e stereotipate ( nelle figure descritte ), ma la costruzione narrativa e' funzionale all' idea del romanzo.
Nel complesso trattasi di un buon esordio letterario.
Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
1087 risultati - visualizzati 1 - 50 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 22 »

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

La donna dai capelli rossi
Valutazione Utenti
 
4.3 (2)
La voce nascosta delle pietre
Valutazione Redazione QLibri
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il labirinto degli spiriti
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
5.0 (1)
L'arte di essere fragili
Valutazione Redazione QLibri
 
4.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli assalti alle panetterie
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
L'informatore
Valutazione Redazione QLibri
 
3.0
Valutazione Utenti
 
3.3 (1)
La paranza dei bambini
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
3.8 (1)
Le cure domestiche
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
5.0 (2)
Una cosa che volevo dirti da un po'
Valutazione Redazione QLibri
 
4.3
Valutazione Utenti
 
4.1 (2)
Crocevia
Valutazione Redazione QLibri
 
3.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La spia
Valutazione Redazione QLibri
 
1.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il marchio dell'inquisitore
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)