Le recensioni della redazione QLibri

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Elena72 Opinione inserita da Elena72    23 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2017
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il dolore della solitudine

“Non avere nessuno significa non avere nemmeno se stessi. Chi ti ama ti rilascia un certificato di esistenza” (p.121)

Élisabeth, sessantadue anni, un lavoro soddisfacente e una famiglia tranquilla, sente che la vita le sta sfuggendo di mano, senza emozioni, senza gioie, nel rimpianto di un amore giovanile che le ha trasmesso la passione per la fotografia; le piace sfogliare “The Americans”, di Robert Frank, “il libro più triste del mondo”: osserva i volti, gli oggetti, il paesaggio, incantata dal fascino dello scatto fotografico che pietrifica ed immortala ciò che è destinato a dissolversi.
Jean-Lino Manoscrivi, uomo mite e pacifico, “con la biro e il suo giornale e soprattutto il suo cappello”, è un amante delle corse dei cavalli che, nella monotonia della routine, gli danno un brio altrimenti inesistente; non prende mai l'ascensore, Jean-Lino, perché soffre di claustrofobia. Si incontrano così, coinquilini in un palazzo della banlieue parigina, salendo e scendendo le scale, lei fino al quarto piano per tenersi in forma, lui fino al quinto.
Sono entrambi coniugati: Élisabeth con il posato Pierre, Jean-Lino in seconde nozze con la stravagante Lydie, nonna di un pestifero nipotino, Remi, con cui Jean-Lino vorrebbe instaurare un'intesa affettuosa. Con il vicino di casa, Élisabeth ha un rapporto di cortesia -si danno del lei- ma anche di reciproca simpatia e confidenza, in una parola: di amicizia.
Per “creare legame” e vivacizzare la quotidianità, Élisabeth organizza una festa di primavera, un'occasione di condivisione per stare in allegria. Invita anche Jean-Lino e sua moglie a cui chiede la cortesia di prestarle delle sedie. Tutto procede tranquillamente, anche troppo: la festa non decolla, la conversazione languisce; Lydie, animalista convinta, chiede l'origine del pollo che è stato servito e Jean-Lino ne approfitta per fare delle battute e qualche pantomima sulle idee, a suo parere ridicole, della moglie. Terminata la serata e congedati gli ospiti, Élisabeth e Pierre, già a letto, sentono suonare il campanello: è Jean-Lino che, sconvolto, afferma di aver commesso un omicidio. Élisabeth, per curiosità, per incoscienza, ma anche per un sincero affetto nei confronti dell'amico, si lascia coinvolgere dalla richiesta di aiuto di Jean-Lino.
A questo punto il romanzo si tinge di nero: alla descrizione del crimine fanno seguito gli interrogatori e le indagini giudiziarie di cui, ovviamente, è bene non anticipare nulla per non rovinare il piacere della lettura. Una precisazione: i toni sono quelli della commedia grottesca, con situazioni paradossali in cui al dettaglio macabro si associa un sorriso.

“Babilonia”, della nota e premiata drammaturga, scrittrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza, è un romanzo a metà strada tra il filosofico e il poliziesco, un testo in cui, più dei fatti, contano i pensieri, i sentimenti, la fine analisi psicologica dei personaggi e le motivazioni consce e inconsce che li spingono ad agire. Le tematiche affrontate sono molteplici: l'ineluttabilità dello scorrere del tempo, il peso e l'influenza dei ricordi, l'incomunicabilità nella coppia vista solo come vano "tentativo di colmare la propria solitudine con un'altra solitudine", l'assurdità di un'esistenza costruita sulle illusioni e su quelli che l'autrice definisce “concetti vuoti” (creare legame, tolleranza, dovere della memoria, elaborazione del lutto); amara la riflessione sul linguaggio, sul peso e sul potere che le parole hanno di ferire in un modo più subdolo e crudele di un'arma. Parole che possono però anche consolare e conferire “un senso di appartenenza a un insieme oscuro”, come i versetti del salmo che Jean-Lino, da bambino, sentiva leggere da suo padre “Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci sedemmo e piangemmo al ricordo di Sion” (p.112). L'autrice resta sempre super partes, si limita a scattare istantanee sulla realtà, facendo propria l'affermazione del fotografo G. Winogrand "Il mondo non è affatto ordinato. E' un casino. Io non cerco mai di metterlo a posto".

“Babilonia” è un testo scritto in prima persona da una voce narrante, quella di Élisabeth, che dapprima getta le premesse della vicenda, poi ricostruisce i fatti riferendo la confessione di Jean-Lino, infine conclude riportando l'interrogatorio della polizia; ai vivaci dialoghi si alternano flashback e profonde riflessioni in una prosa efficace, incisiva, sferzante, capace di strappare un sorriso amaro di fronte alle miserie e alle follie dell'uomo.

Ho trovato questo romanzo molto avvincente, l'ho letto tutto d'un fiato; mi hanno coinvolta soprattutto i personaggi: Élisabeth, intraprendente, positiva e capace di gesti di sorprendente bontà ha catturato fin da subito la mia simpatia, mentre per Jean-Lino, carnefice e vittima di un assurdo destino, non si può che provare compassione e tenerezza; un testo che mi ha fatto riflettere sui piccoli grandi drammi che ognuno di noi vive nella monotonia di ogni giorno, drammi che rischiano di sconvolgerci l'esistenza, ma di cui, forse, talvolta sentiamo il bisogno perché, come afferma un'amica di Élisabeth, "le tragedie della vita quotidiana ti riempiono la giornata" (p. 30)





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lapis Opinione inserita da lapis    23 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Mag, 2017
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… e tre!

La bussola interna del lettore alla ricerca di un romanzo spensierato ma non banale, romantico ma non zuccheroso, giallo ma non troppo, non potrà che avere l’ago puntato sull’ultimo lavoro di Alice Basso. Per tutti gli affezionati alla saga di Vani Sarca, infatti, è da pochi giorni disponibile in libreria l’ultima esilarante avventura della cinica ghostwriter dal look dark, l’intelligenza acuta e la lingua tagliente.

Anzi, questa volta gli “scrittori-senza-nome” sono addirittura due. Perché dietro a uno dei più importanti romanzi italiani, acclamato da più di vent’anni da critica e pubblico, forse, si cela una misteriosa identità. E solo Vani, con il suo straordinario intuito empatico, può riuscire a identificarlo e farlo uscire allo scoperto. Ma ritrovarsi di fronte, come in uno specchio deformato, un altro sé, più cinico e misantropo che mai, sarà una vera sorpresa. Dalle conseguenze imprevedibili.

E' vero che le nostre debolezze le conosciamo ormai bene. Sappiamo che quella feroce scimitarra di sarcasmo la brandiamo solo per difenderci da un mondo in cui ci sentiamo sempre fuori posto. Sappiamo che standocene tappati in casa a leggere e scrivere libri ci stiamo solo proteggendo in una confortevole tana di sogni. Ma vederci all’improvviso invecchiati, delusi, soli e inaciditi, è davvero tutta un’altra faccenda. E ci domandiamo allora se è proprio questa la guerra che vogliamo combattere. O se invece varrebbe la pena provare, osare. Anche se… “Io saprei quasi osare, sapessi almeno osare che cosa”.

Questo romanzo segna sicuramente un’evoluzione e una maturazione della protagonista, chiamata a mettersi realmente in gioco. Perché adesso è arrivato il momento di decidere dove si vuole andare e magari anche con chi. Il fascinoso Riccardo che, dopo averla ferita, ora gioca tutte le sue carte per riconquistarla? O il commissario Berganza, burbero e pacato, che però sa sempre sorridere alle sue battute irriverenti e ai suoi modi un po’ strambi? Nel frattempo ci sono sempre i libri, alla cui saggezza attingere, i tanti personaggi a cui già ci siamo affezionati nei precedenti episodi e ovviamente anche una nuova indagine. Chi infatti se non una scrittrice che opera nell’ombra può aiutare la polizia a scoprire i messaggi segreti di un boss della mafia agli arresti domiciliari? Ma questa volta c’è poco da scherzare, qualcuno rischierà la vita.

La penna di Alice Basso è sempre piacevolissima. Battute al fulmicotone, piene di ironia e intelligenza. Un amore per le parole e la letteratura che si respira in ogni pagina. E soprattutto una protagonista davvero speciale, che ormai vogliamo accompagnare in ogni tappa di questo insolito e divertente viaggio.

“Le commedie romantiche le guardi per sognare. Anche i gialli li leggi per uscire dalla realtà. Per scrollarti di dosso la noia. Per vedere se c'è ancora qualcosa capace di sorprenderti, se la tua sensibilità funziona sempre, se sei in grado di emozionarti ancora per qualcosa”.
Chi questo cerca, non verrà deluso.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    20 Mag, 2017
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Allucinato

Non è difficile credere che Stefano Benni tenga dei seminari sull'immaginazione. Nel suo "Prendiluna" c'è tanta di quella fantasia da rimanere spiazzati. Forse ce n'è anche troppa; e come ben sappiamo, il troppo stroppia. Capiamoci, Benni è sempre piacevole e scorrevole da leggere ed è uno degli autori italiani che apprezzo di più, ma questa sua ultima fatica è probabile che la scorderò così come l'ho letta: rapidamente. Ho apprezzato di più la sua ultima raccolta di racconti: "Cari Mostri", che pur ospitando più esseri soprannaturali, riusciva ad essere più logica e meno forzata. Sì, perché ci sono tante forzature evidenti in questa storia, e personaggi che cambiano da un momento all'altro quando per anni hanno condotto vite all'opposto. Per non parlare dell'allucinante finale.
Ripeto, il troppo stroppia.

Prendiluna è una ormai vecchia gattara, maestra di italiano in pensione. Una notte un vecchio gatto ormai morto, di nome Ariel, le appare sottoforma di fantasma e le comunica che se non troverà dieci Giusti a cui affidare i suoi dieci gatti, il mondo finirà.
Nel frattempo due ex alunni della maestra che ora sono chiusi manicomio, Dolcino e Michele, hanno avuto un sogno in cui sono venuti a conoscenza della Missione di Prendiluna. Hanno scoperto che lei incontrerà Dio una volta conclusa l'opera, e anche loro vogliono incontrarlo per dirgliene quattro. "Se vuoi trovare qualcuno, cerca chi lui sta cercando", per cui, partono alla ricerca di Prendiluna.
Avanzeremo quindi con loro in questo viaggio fatto di ironia, allusioni sessuali ed evidente denuncia alla società tecnologica dei tempi moderni, che chiude il proprio mondo nel ristretto schermo di uno "Smartafone". Si scontreranno con una strana setta, gli Annibaliani, che hanno come capo Chiomadoro, un uomo dal passato misterioso.
In conclusione posso dire, a malincuore, che non è proprio il miglior lavoro di Benni.

"Ogni notte è meravigliosa quando torni vivo da un campo di battaglia, o esci da un ospedale, o lasci una prigione, bella è la gioia degli scampati, dei guariti, dei salvi, anche se sarà breve."

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    19 Mag, 2017
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“Niente istiga alla violenza quanto un tacito diss

Tacere o rendere manifesto il proprio dissenso fu il dilemma che si pose Sandor Marai nel vivere e subire gli eventi storici che travolsero il suo paese a partire dal maledetto giorno in cui Hitler portò a compimento l’esecrabile disegno dell’Anchluss. In questo intenso libro di memorie e considerazioni dal titolo “Volevo tacere”, Marai opta per un resoconto obiettivo dei fatti, ricostruisce la storia dell’Ungheria, analizzando le cause che impedirono il vero progresso del paese dalla fine dell’impero austroungarico, cause da rinvenire nella mancata riforma agraria che lasciò il paese in un immobilismo economico di tipo feudale, per troppo tempo. Marai ripercorre le vicende della Repubblica dei Consigli, che si era formata con Bela Kun dopo la caduta dell’impero, rievoca l’intervento dell’esercito controrivoluzionario di Horthy che d’autorità ripristinò la monarchia e stabilì un regime autoritario. Ciò al fine di offrire al lettore quelle basi necessarie per capire quanto sia stata travagliata la storia di questo paese, già prima dell’ annessione dell’Austria alla Germania. Marai si sofferma con un chiaro sentimento di profonda nostalgia su quanto felice fosse nel momento dell’Anschluss la sua condizione di intellettuale, giornalista e scrittore di successo, accolto con entusiasmo nei salotti della Budapest che contava, ignaro di ciò che il destino andava preparando per il suo paese. Eppure l’Ungheria conobbe un periodo di anomala tranquillità proprio quando tutt’intorno infuriava la guerra. Il nazismo tuttavia minò gradualmente ogni libertà di pensiero e di opinione, rendendo gli organi di stampa mezzi di informazione pilotata. La vera tragedia dell’Ungheria inizia dunque, secondo le memorie di Marai, con la dichiarazione di guerra alla Unione Sovietica, e, in seguito, agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. E qui si inserisce un bel ritratto di Laszlo Bardossy, che all’epoca governava il paese, un uomo che aveva sorpreso Marai anni prima per la sua cultura e che era sembrato un sincero liberale. Gli eventi tuttavia trasformarono anche lui, come molti altri in un collaborazionista del regime nazista. Ma il tragico destino dell’Ungheria non avrebbe avuto termine con la caduta di Hitler. L’Unione sovietica impose il suo regime con altrettanto spietato rigore, attaccando quella classe borghese già abbastanza fustigata. Qui Marai si lascia andare ad un’analisi interessante sulle cause che hanno individuato proprio nella borghesia il bersaglio della destra populista prima e della sinistra rivoluzionaria poi. “I detrattori desiderosi di annientare la borghesia portavoce dello squadrismo intellettuale, politico ed economico prima fascistoide e poi comunista, rappresentavano il borghese come nelle vignette satiriche: un grassone dalle dita inanellate…” “Il borghese veniva attaccato da ogni parte, in maniera aperta o velata, come se non fosse altro che uno sfruttatore e un difensore del sistema capitalista. C’è da credere che questi fustigatori della borghesia non avessero mai sentito parlare di come la borghesia europea si è formata, di come ha sviluppato il suo mondo e il suo pensiero, delle grandi esperienze dell’umanesimo e del Rinascimento.” Ed è con rincrescimento che Marai osserva come con il tempo il termine borghese si fosse trasformato in epiteto ingiurioso. Egli conclude queste osservazioni con un auspicio: “ è mia convinzione che, nel mondo massificato, il sistema di produzione capitalistico potrà offrire una vita soddisfacente agli individui e alla collettività soltanto stringendo un’alleanza umanista con il socialismo.” Una realtà da cui siamo ancora molto lontani.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    16 Mag, 2017
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Tutto è vanità, parola di Schopenhauer


Houellebecq dedica questo breve saggio a quello che considera uno dei suoi maestri. Pur avendo tradito Shopenhauer lasciandosi attirare dal positivismo di Compte, sente per Schopenhauer un affetto e una ammirazione non paragonabili. Quasi che con Compte ci fosse un legame oggettivo e freddo, puramente ideologico, e con Schopenhauer un legame affettivo e profondo. Pure il pensiero di Schopenhauer gli suscita simpatia e il lettore (ignorante e indegno di commentare il saggio nel mio caso) può intuire le sue ragione. Schopenhauer è un asceta della filosofia, è una persona con una profonda onestà intellettuale, uno che cercava la verità a scapito anche dell’originalità, cosa inusuale in una persona estremamente intelligente. Inoltre la sua stessa filosofia è ascetica, con questa condanna della volontà di vivere, tacciata come assurda e irragionevole.
Perciò tutte le cose legate alla volontà di vivere, cioè possibili oggetti del suo desiderio, ad esempio ricchezza e fama, sono aborrite e considerate fuorvianti. Tutto è vanità. La filosofia di Schopenhauer è accostata al buddismo ma, in effetti alcuni mistici cristiani forse hanno perseguito un annullamento della propria volontà (in quella di Dio) non del tutto dissimile. Certo, a un letterato come Houellebecq, piace anche il ruolo dell’arte nella filosofia di Schopenhauer come strumento di conoscenza. L’artista guarda l’oggetto in modo del tutto distaccato dalla volontà, quindi lo contempla in modo disinteressato con una ingenuità che non è concessa all’uomo comune. Schopenhauer distingue nettamente il sublime dall’allettante. Il sublime presuppone il distacco dalla volontà. Addirittura S. considera non riconducibile ad arte l’horror o la letteratura erotica o nelle arti visive la pornografia o l’immagine erotica o mangereccia che incentivano la volontà di fruire di questi beni. Invece tutto può essere bello perché bello significa semplicemente che tutto può essere oggetto di contemplazione. Anzi, probabilmente il bello non deve essere troppo allettante per poter restare tale.
Carino il tentativo del filosofo di definire ciò che rende l’esistenza un po’ più sopportabile.
Un grande sollievo, dice Shopenhauer è l’intelletto. Perché se è vero che un cretino si accontenta dei piaceri sensuali, è anche vero che ci vuole intelletto anche per godere più a fondo di quelli e comunque al cretino i piaceri dello spirito sono preclusi. E’ anche vero che l’uomo oscilla tra il dolore e la noia e se il cretino si annoia più facilmente perché è meno portato alla speculazione, cioè ad auto intrattenersi, è anche vero che sente meno la gioia e il dolore (più frequente della gioia).
A un certo punto Shopenhauer sembra esitare. Gli viene il dubbio che il cretino sia più felice perché nelle sua limitatezza di vedute si accontenta del piatto di pasta e di piaceri più accessibili. Risolve la questione come farebbe, o così pare, il profano dicendo: sia pure ma nessuno gli invidierà tale felicità.
Lasciando perdere Schopenhauer e venendo a Houellebecq, purtroppo il mio giudizio sul saggio è quello del semianalfabeta della filosofia. Ho trovato il saggio allettante, spero che i due filosofi mi perdoneranno il termine, ma un po’ breve. Non mi pare un testo divulgativo perché non discute a fondo del pensiero di Shopenhauer e nemmeno un testo per filosofi che richiederebbe una discussione più spinta.
E’ un omaggio, dal mio punto di vista, a un filosofo cui Houellebecq è legato sentimentalmente. Gli piace non tanto il suo pensiero o meglio non solo quello, in quanto lui si dichiara Comptiano pur senza nessuna simpatia per Compte. Di Shopenhauer gli piace l’onestà estrema, il fatto che cerchi la verità e non gli applausi, forse anche il pessimismo e il distacco dal desiderio che lo fa sembrare una specie di santo laico. Gli piace il peso che dà all’arte (con alcuni tagli) e all’artista, caso raro tra i filosofi e la dignità che assume l’intuizione come strumento di conoscenza. Invece l’opposto si potrebbe dire di Nietzsche per motivi simili: un filosofo antipatico con la sua volontà di potenza eccetera.
Certo il testo è curioso: un omaggio senza altre pretese secondo me. Un omaggio soggettivo e non oggettivo legato alla simpatia tra esseri umani.

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Elena72 Opinione inserita da Elena72    15 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Mag, 2017
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il fascino della natura

Otto racconti compongono quest'opera di esordio (2002) di A. Doerr, vincitore del Premio Pulitzer nel 2015 con “Tutta la luce che non vediamo” e ora nelle librerie italiane con “Il collezionista di conchiglie”.
La prima caratteristica che colpisce e cattura in questa raccolta è l'ambientazione: dal reef del Kenya ai boschi di conifere del Montana, dalle coste oceaniche del Maine alla lussureggiante vegetazione della Tanzania, Doerr trasferisce il lettore in luoghi affascinanti e carichi di suggestioni. Il paesaggio è sempre in primo piano nella narrazione, le descrizioni incantano e gli animali sorprendono per la loro facoltà di comunicare con l'uomo e svelare, a chi li sa ascoltare, messaggi e segreti. Gli elementi naturali assumono un significato simbolico, rappresentano un momento di passaggio, sono l'emblema della morte e della rinascita. La natura si fa specchio dei sentimenti degli uomini, della loro sofferenza e del loro desiderio di essere liberi, felici, in armonia con ciò che li circonda. I protagonisti dei racconti sono colti nel momento della crisi, in procinto di attuare un cambiamento radicale della loro esistenza, nell'atto di compiere quella metamorfosi che li farà rinascere creature nuove, consapevoli di aver finalmente trovato la strada giusta da seguire. I personaggi di Doerr sono quasi sempre in viaggio, alla ricerca di qualcosa o qualcuno che li possa appagare, che possa dare un senso alle loro vite e colmare il profondo senso di solitudine in cui si trovano.
I racconti sono tutti molto coinvolgenti, la prosa è ricca di immagini, suoni, colori, profumi, suggestioni. In alcuni testi prevalgono le descrizioni e l'introspezione del personaggio (ad esempio in “Certi treni”e in “Un garbuglio presso il fiume Rapid”), in altri a questi elementi si aggiunge l'azione che coinvolge il lettore in rocamboleschi viaggi e nell'incontro di bizzarri personaggi (come in “Così ci raccontavamo la storia di Griselda” e ne “Il 4 Luglio”).
Mi hanno particolarmente coinvolta tre storie. La prima è quella di Dorotea, adolescente protagonista del racconto “Certi treni”; la ragazza, insieme ai genitori, lascia l'Ohio per approdare sulle coste del Maine dove il padre spera di trovare un lavoro e riscattarsi socialmente. Lì, a contatto con l'oceano, Dorotea scopre e affronta le prime delusioni, si appassiona alla pesca, ma soprattutto ha la possibilità di stupirsi di fronte ad una manciata di sabbia in cui si nasconde un brulicare di vita; i sensi di Dorotea si acuiscono: “Il silenzio le sale nell'orecchio come un'onda e si frange in un arcobaleno di rumori minuscoli: un richiamo di civetta, il suono flebile di risa al falò, i pini che scricchiolano, cicale che stridono, riposano, stridono. Roditori che frusciano tra i rovi. Ciottoli che tintinnano. Foglie che dondolano. Perfino le nuvole che marciano. E sotto, il mormorio del mare avvolto nella nebbia. Questo è davvero un mondo pieno. Trabocca.” (p. 104). Doerr ha la capacità di far sentire il lettore parte di un mondo naturale magico, misterioso, affascinante e perfetto in cui è l'uomo l'elemento negativo, quello che guasta l'armonia.
Il secondo racconto ad avermi colpita è “Il guardiano”: in una terra sconvolta dall'orrore dalla guerra, la Liberia, Joseph, prima ladro e poi anche assassino, dopo aver perso sua madre è costretto a fuggire nell'Oregon dove trova lavoro come guardiano in una ricca tenuta. Lì scoprirà un altro orrore, più subdolo, ma altrettanto devastante: la spietatezza e l'indifferenza degli uomini che lo faranno sentire un escluso, un reietto. Joseph viene licenziato, non ha più nulla per cui vivere, ma quando niente sembra più avere un senso, Joseph pianta dei semi, come faceva sua madre, sul terreno nel quale aveva seppellito i cuori di alcuni capodogli spiaggiati, orrendamente mutilati da chi ne doveva smaltire le carcasse. Il desiderio di riscatto non lo abbandona: in una notte in cui lui stesso si sente senza speranza, salva una ragazza che vorrebbe morire annegandosi nell'oceano. I frutti delle sue piantine, due meloni, gustati insieme a Belle, la ragazza che ha salvato, sono una bellissima immagine finale: il simbolo di due vite che rinascono alla speranza.
Infine l'ultimo, splendido racconto: “Mkondo”. Questo termine significa corrente, flusso, ma è anche il gioco che Maima, in Tanzania, faceva fin da bambina: Maima segue un percorso, una strada, fino alla fine e poi fa un passo in più, va oltre, qualunque sia il pericolo, qualunque sia l'ostacolo. Ward, un ricercatore dell'Ohio, giunge in Tanzania per trovare un fossile, si imbatte in Maima e ne resta affascinato. Maima lo corrisponde, lo sposa, si trasferisce in America dove lui continua a lavorare in un museo di storia naturale. La ragazza, relegata in un ambiente chiuso ed asfittico, deperisce come una pianta senza luce, come le poiane incatenate che lei tenta di tenere in cantina, nonostante le lamentele dei vicini. Passano gli anni, Maima e Ward vedono inaridire anche il loro rapporto fintanto che la giovane donna, ormai fotografa affermata, sceglie di tornare in Tanzania. Ward, infelice senza di lei, deciderà di fare anche lui il suo Mkondo, il suo passo oltre le certezze: la andrà a raggiungere in quei luoghi selvaggi ed incontaminati, potrà sentirsi di nuovo vivo e ritroverà l'amore, senza dover dire una parola, con un fiore in mano.

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Vita93 Opinione inserita da Vita93    12 Mag, 2017
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" Capo, credo di aver risolto il caso "

Con un misto di curiosità e colpevole ritardo mi sono avvicinato a questa breve raccolta di racconti che ha rappresentato il mio primo incontro con uno scrittore leggendario per qualità e prolificità, Georges Simenon.
Nel 1938 circa Simenon è già una figura di spicco della letteratura francese, quando decide di alleggerire il tono noir e drammatico che da sempre lo aveva contraddistinto per dedicarsi alle vicende tanto poliziesche quanto simpatiche e giocose dell’ Agenzia O.

Il capo ufficiale di questa rispettata agenzia investigativa è l’ impassibile Torrence, ex ispettore della Polizia giudiziaria ed ex braccio destro per ben quindici anni del celebre commissario Maigret.
Ma ormai il buon vecchio Torrence dà il meglio di sé solo a tavola, e il ruolo del detective acuto e deduttivo è affidato al giovane Emile che dietro il fisico allampanato, i capelli rossi e gli occhiali tartarugati nasconde notevoli doti investigative.
Completano il quadro la segretaria Berthe e, in un ruolo marginale, l’ esperto in pedinamenti nonché ex borseggiatore Barbet.

I racconti raccolti nel libro sono quattro : “ Le tre barche della caletta “, “ La fioraia di Deauville “, “ Il biglietto del métro “ ed “ Emile a Bruxelles “.

Quattro avventure all’ insegna di indagini frizzanti tra giovani mogli allegre e conturbanti, esclusive località turistiche, città affollate, preziosi oggetti scomparsi, omicidi irrisolvibili per tutti tranne che per Emile e improvvisati colpevoli da assicurare alla giustizia.
Il tutto senza troppo affaticarsi, preoccupandosi tra una ricerca e l’ altra di trovare il tempo necessario per godere di una tavola ricca di specialità culinarie e generose dosi alcoliche.

La lettura scorre rapida e nonostante la leggerezza delle situazioni affrontate è indice della irrisoria facilità di comunicazione di Simenon, in attesa di affrontare sue letture più impegnative che già mi attendono sulle mensole sempre più affaticate dalla piacevole e massiccia presenza di libri.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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lapis Opinione inserita da lapis    08 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Mag, 2017
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Grande fratello sanguinario

Telecamera 1. Un ascensore di cristallo a forma di diamante scende lentamente lungo i diciannove piani di un lussuosissimo resort californiano, Manderley. Mancano pochi giorni all’inaugurazione e l’efficiente direttrice Tessa controlla dal vetro che sia tutto a posto. Ma è solo un’illusione.

Telecamera 2. Una goccia di sangue risalta sulla soffice moquette bianca della stanza 717. Dietro la porta del bagno, un cadavere sgozzato. Sarà solo il primo.

Telecamera 3. Mentre il catering allestisce una scintillante piramide di flûte da champagne e uno chef francese sbraita, cercando l’ingrediente perfetto per rendere speciale la sua coulis di ciliegie, un uomo imbrattato di sangue si muove non visto tra i corridoi. Quanto tempo passerà prima che si accorgano di essere tutti in pericolo?

Il romanzo d’esordio della scrittrice statunitense Gina Wohlsdorf si distingue indubbiamente per originalità, in particolare per quanto riguarda la tecnica narrativa adottata. L’autrice sceglie di raccontare una storia d’amore e terrore attraverso le diverse prospettive offerte dalle telecamere di sicurezza di un hotel, addirittura suddividendo spesso le pagine in più colonne per mostrare accadimenti simultanei.

Un mosaico di immagini e voci che si susseguono velocemente, in un crescendo adrenalinico, raccontato in prima persona da un narratore misterioso, che tutto sa e osserva. Le febbrili attività del personale, ignaro del pericolo in cui si trova. Il cuore in tumulto di Tessa, alla prese con l’arrivo di Brian, un amore di gioventù tornato dal passato per ricordarle qualcosa che credeva di aver dimenticato. E le macabre e sanguinose mosse di uno spietato killer. A rincorrersi lungo le pagine, una domanda: di chi è questa voce?

Il mistero, in fondo, è tutto racchiuso in questo interrogativo. Perché, non si inganni il lettore, in questo romanzo non vi sono indizi da raccogliere o assassini da identificare. E anche il finale, in tutta sincerità, non potrà che lasciare un po’ deluso il tipico amante dei gialli classici che, arrivato all’ultima pagina, si aspetterà di trovare tutte le risposte. Qui le spiegazioni saranno purtroppo stiracchiate, al limite della credibilità.

Sebbene la serie omicida in uno spazio chiuso possa far pensare ad uno degli enigmi di Agatha Christie, il romanzo si ispira più al genere horror, come testimonia l’omaggio a Daphne du Maurier nella scelta del nome dell’hotel o, più semplicemente, il conteggio finale dei pezzi umani e del sangue versato. Il suo punto di forza è il ritmo davvero serrato e la suspense assicurata. Ciò che manca, invece, al di là degli scricchiolii della trama, è quella componente di tensione psicologica e spessore umano capace davvero di mozzare il respiro e far perdere un battito al cuore. Il risultato finale è un’opera tutto sommato avvincente e scorrevole, una miscela di amore, paura e macabro umorismo di cui però, a mio avviso, si sono perse le giuste dosi degli ingredienti. Il gusto finale è così confuso da risultare un po' insipido.

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siti Opinione inserita da siti    08 Mag, 2017
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Officina letteraria

Il volume curato da Anne Margaret Daniel, autrice di numerose monografie sull’autore e insegnante di letteratura presso la New School di New York, raccoglie gli ultimi racconti inediti dello scrittore. Si tratta prevalentemente di brevi storie e di alcuni soggetti per il cinema resi efficaci da uno stile di scrittura indubbiamente contaminato dagli interessi prevalenti all’epoca, da un vissuto problematico, ma soprattutto da uno sforzo creativo oscillante tra il pragmatico desiderio di vendere a riviste per garantire cure psichiatriche adeguate alla sua Zelda e quello più nobile di assecondare una scrittura matura capace di rivelare un’identità altra rispetto a quella congelata dai suoi più noti romanzi.
La ragione del loro essere inediti è tutta qui: il mercato editoriale non era pronto per il nuovo Fitzgerald, morì prematuramente derubato della sua nuova maturità artistica. Tacciati come scritti “insoddisfacenti”, rimandati al mittente per essere rimaneggiati ad uso e consumo del vasto pubblico, furono degne vittime di un mercato editoriale spietato incapace di andare oltre il cliché preconfezionato che si voleva attribuire all’icona degli Anni Ruggenti.
Il volume è estremamente curato e ogni racconto è preceduto da una nota introduttiva che permette di contestualizzare la genesi di ognuno di essi consentendo al contempo, grazie anche ad vasto repertorio fotografico, di ripercorrere gli ultimi anni di vita di Fitzgerald. Al lettore che conosce i suoi romanzi questi scritti consegnano una degna pietra di paragone e un tassello conoscitivo imprescindibile anche se spesso appaiono irrisolti, frammentari e a tratti involuti per cui ci si ritrova a chiedersi cosa avrebbe potuto ancora regalarci se la sua penna avesse potuto esprimersi oltre il tempo concessogli.
Alcuni racconti riflettono il senso di delusione verso il mercato editoriale e verso l’industria cinematografica, altri affrontano la malattia mentale ( da solo “Incubo – fantasia in nero- ” , ambientato in una clinica psichiatrica, vale l’intero volume), altri sono ispirati alla povertà conseguente la Grande Depressione, al razzismo, ai diritti civili.
È quasi paradossale constatare insieme allo scrittore l’assurdità insita nel mercato che lo osannava negli anni Venti come meritevole scrittore di racconti e lo pagava profumatamente mentre lui si definiva “imbrattacarte” e sorrideva del “ciarpame” che il Post pubblicava.
In sintesi : un volume per appassionati e cultori o anche per lettori curiosi.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Mag, 2017
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Bentornato Benjamin Malaussène..!!

“Io sottoscritto Benjamin Malaussène vi sfido, oggi, chiunque voi siate, ovunque vi nascondiate, quale che sia il vostro grado di indifferenza alle cose di questo mondo, a ignorare l’ultima notizia appena uscita, la notiziona che farà discutere la Francia e crepitare i social”: Georges Lapietà, uomo d’affari nonché ex ministro e consulente del gruppo LAVA, è stato rapito e sarà “restituito” al mittente soltanto a seguito della corresponsione della somma di Ventidue milioni ottocentosettemiladuecentoquattro Euro a titolo di riscatto.
Ma dove eravamo rimasti e da dove ripartono le vicende? Precisiamo innanzi tutto che il rapimento del politico è solo uno dei misteri che si susseguono nell’ultima opera di Daniel Pennac. Benjamin, che lavora ancora per le Edizioni del Taglione, casa editrice votata al vero e diretta dalla Regina Zabo, ha realizzato il suo sogno d’amore con Julie, figlia del governatore coloniale Correcon nonché giornalista d’assalto, e trascorre spensierato le sue vacanze nel Vercors ove è sita la casa di famiglia. Nei periodi in cui soggiorna a Parigi, ad accoglierlo vi è la vecchia ferramenta, luogo dove tutti i pargoli sono cresciuti. Verdun è diventata un giudice di grande fama e terrore specializzata nel diritto dello sport, mentre E’ un angelo, detta Nange, Maracuja, detta Mara, e il Signor Malaussène, detto Sigma, sono partiti con delle ONG per aiutare i popoli del quarto mondo (li riscopriamo, a tal proposito, rispettivamente in Africa, in Asia, in Sudamerica). Ed ancora, Rabdomant, commissario in pensione che vive nel sud della Francia, è stato sostituito dal genero Legendre e sta scrivendo il libro “Il caso Malaussène”, opera/trattato di filosofia del diritto che analizza l’errore giudiziario partendo dall’episodio Malaussène. Alceste, scrittore di punta delle Edizioni del Taglione, a sua volta sta scrivendo di nascosto in un fienile del Vercors un libro; un libro molto pericoloso (che ha già arrecato diversi problemi a lui e alla sua famiglia) dal titolo “Mi hanno mentito”. Ritroviamo ancora, inoltre, il cane Julius, di razza molteplice, di odore sostenuto e temperamento indipendente, che non sarà certamente il primo Julius nella vita dei Malaussène e neanche il secondo, eppure a guardarlo camminare sembra proprio lui…
Nato dalla penna di Daniel Pennac nel 1991, Benjamin Malaussène, torna in libreria con una nuova appassionante avventura. Una settima indagine, questa, che lo vede alle prese non solo con il mondo del crimine, non solo con il rapimento di Georges Lapietà ma anche con tutte quelle diavolerie di cui la modernità ha fatto voce portante. Ed è così che tra personaggi adulti ed invecchiati, colpi di scena ed ambientazioni straordinarie, il buon caro Malaussène dovrà vedersela con social, smartphone, talk show, scomparse, mazzate, forze dell’ordine e Giustizia che procedono mano nella mano in un contesto dove tutti mentono a tutti e reciprocamente, e chi più ne ha più ne metta.
Una settima investigazione non così scontata viste e considerate le ferme posizioni tenute dall’autore negli anni, posizioni che lo vedevano risolutamente convinto nel suo non voler proseguire le avventure di una della tribù più note al grande pubblico. Fortunatamente, per gli appassionati, il francese ha ceduto alle richieste e all’insistenza dei lettori che attendevano con desiderio il ritorno in libreria di questi multiformi protagonisti.
Con “Il caso Malaussène. Mi hanno mentito”, primo volume di una duologia, vi troverete di fronte ad un testo colorato, in continuo movimento, caotico; uno scenario ove la confusione regna sovrana. Irriverente, rutilante, e talvolta ai limiti del fuori tema, l’opera scorre rapida tra le mani dell’avventuriero conoscitore il quale, è condotto e guidato tra le vicende, da uno stile accattivante, teatrale, sfacciatamente goliardico.
L’enigma si articola grazie a tre protagonisti indiscussi: poliziotti, giudici e ladri. La trama si snoda quindi tra un giallo e un mistero (che fa acqua da tutte le parti) all’interno del quale si insinua Benjamin Malaussène, il capro espiatorio perfetto. In tutti i romanzi firmati Pennac ed aventi quali protagonisti questa strampalata combriccola (Il paradiso degli orchi, La fata carabina, La Prosivendola, Signor Malaussène, La passione secondo Thérèse), infatti, tema centrale delle vicende era un’inchiesta in cui i bombaroli, i rapitori e i ladri puntualmente riuscivano a farla franca a spese di Benjamin e del suo essere sempre al corrente dei fatti, volente o nolente, a causa di quell’immancabile coinvolgimento determinato da quella turbolenta famiglia che ora ritroviamo cresciuta.
In conclusione, un testo dove il caos regna sovrano, dove apparentemente non vi è una logica espositiva e dove dietro l’aspetto esilarante e ironico si celano molteplici spunti di riflessione sulla società attuale. Tra le righe si evince, in merito, un’ottima descrizione/analisi di questa e dei suoi corollari.
Adatto a chi conosce la saga e a chi non nutre remore nei confronti del “disordine” narrativo. Detta caoticità è di fatto il punto forte e debole dello scritto. Quest’ultima può indispettire chi non conosce il personaggio, può far perdere il filo e portare il lettore a chiedersi quali siano le reali intenzioni del creatore degli eventi, può dunque sdubbiarlo tanto da indurlo all’abbandono di un elaborato stilisticamente di qualità o, al contrario, può conquistarlo indiscutibilmente.

«[..]Ascoltate i ragazzi senza scoraggiarli. In fondo adesso tocca a loro. Lasciare che si godano le loro illusioni, senza dirgli che sono le erbe aromatiche di cui è cosparso il grande abbacchio finanziario» p. 34

«La prospettiva immensa e silenziosa che si apre sull’intero massiccio ha fatto di me, uomo da asfalto e da decibel, un amante del silenzio, del cielo e della pietra. Julie e io abbiamo regalato questo paesaggio ai bambini per tutti gli anni della loro crescita. L’immensità si addice all’infanzia, che è ancora abitata dall’eternità. Passare le vacanze a oltre mille metri di altitudine e a ottanta chilometri da qualunque città significa alimentare i sogni, aprire le porte alle storie, parlare con il vento, ascoltare la notte, entrare in contatto con gli animali, dare un nome alle nuvole, alle stelle, ai fiori, alle erbe, agli insetti e agli alberi. Significa dare alla noia la sua ragione di essere e di durare» p. 41

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Mag, 2017
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“Lo Stagno delle annegate”

Jules credeva di essere riuscita a lasciarsi il passato alle spalle, una volta per tutte. Non avrebbe mai pensato di dover far ritorno a Beckford per far fronte alla morte di Nel, la sorella con cui da anni non aveva alcun rapporto, rinvenuta priva di vita nel fiume. E per di più non può abbandonare Lena, la nipote quindicenne – e problematica – che, visti i rapporti pregressi con la consanguinea, non aveva ancora avuto modo di conoscere.
Tante sono le circostanze da chiarire. Nel è sempre stata un’ottima nuotatrice, il fatto che si sia buttata dal promontorio non convince, a maggior ragione in considerazione di ciò che l’ha costantemente legata a questo luogo. Ella, infatti, non solo si è sempre sentita un tutt’uno con l’acqua come se vi fosse tra lei e questo elemento un vincolo indissolubile, un richiamo irresistibile, ma è stata anche affascinata, sin dal primo momento, dal mistero che si cela dietro al canale.
Quest’ultimo, detto anche “Stagno delle annegate” è stato il palcoscenico nonché il teatro ove sono stati rinvenuti i corpi di molteplici donne morte in circostanze misteriose, presuntivamente per suicidio, di fatto anche per omicidio (basti pensare ai rituali che avevano quali protagoniste supposte streghe). Nel, a tal proposito, aveva dato avvio ad una ricerca serrata atta a risolvere il mistero, un’analisi, con tanto di foto e riprese dal promontorio, che avrebbe costituito parte integrante del libro che avrebbe di lì a poco pubblicato. Che la ricostruzione di questi decessi possa aver infastidito qualcuno? Che in realtà dietro queste morti accidentali si nasconda un assassino? La stessa Louise Whittaker sembra godere di svariati motivi per non apprezzare le parole della romanziera amatoriale, per non approvare il suo lavoro. Katie, sua figlia, non è altro, di fatto, che una delle vittime dello stagno. E la strampalata fattucchiera Nickie, a cui nessuno vuol credere per i suoi precedenti penali, cosa sa in realtà? Qual è il segreto che ciascun personaggio nasconde dietro la facciata del perbenismo? E perché Julia rinnega così tanto il suo trascorso? Cosa l’ha traumatizzata? Qual è il ruolo nella vicenda di Robbie Cannon fantasma dei tempi dell’adolescenza?
“Dentro l’acqua” segna il ritorno in libreria di Paula Hawkins autrice nota al grande pubblico per “La ragazza del treno”, successo planetario ancora oggi oggetto di discussione e acclamazione.
Con questo nuovo scritto ella ci propone un giallo piacevole, ben scritto, ma non particolarmente originale, un testo che grazie all’alternanza di più voci narranti e flash back tra ieri e oggi, riesce comunque ad invitare chi legge a proseguire nello scorrimento del volume.
Certo, lo stile è e resta quello de “La ragazza del treno”, tanto da un punto di vista narrativo, quanto proprio a causa di questo denominatore comune di voler mutare gli io parlanti, quanto grazie a questa protagonista, Julia, con un vissuto problematico e caratterizzato dal non accettarsi perché in sovrappeso, con una inclinazione all’alcool come Rachel, quanto ad uno sviluppo della trama intuibile, alla lunga.
In conclusione, “Dentro l’acqua” si presta ad una lettura rapida e non impegnativa risultando essere adatto, seppur non possa gridarsi al capolavoro, a chi ama il genere e a chi ha apprezzato l’impostazione presente nel tomo antecedente. Chi al contrario non ha stimato l’opera che ha reso celebre l’inglese, difficilmente riuscirà a gradire questo nuovo elaborato.

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si= a chi cerca un giallo non impegnativo e di facile lettura nonchè a chi ha apprezzato "La ragazza del treno"
no= a chi cerca letture di sostanza e gialli classici
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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    28 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2017
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Realtà o fede (politica)?

Nel suo romanzo Barnes affronta il problema del processo al leader di un paese comunista dopo la caduta del regime. L’ex leader Pektanov è processato e l’accusa è guidata da Solinsky, il cui padre era stato alleato e poi avversario politico di Pektanov. La condanna al padre di Solinsky era stata soprattutto l’allontanamento. Niente di tutto quello che accadeva in altri regimi simili: l’avversario si era infatti dedicato felicemente all’apicoltura dopo la cacciata dal partito.
Devo dire che il romanzo è ben scritto, interessante, i dialoghi arguti e ironici.
Il libro per il tema e una vaga somiglianza nella struttura si affianca a un altro romanzo, Buio a mezzogiorno, che è di ben altra statura per la bellezza e la profondità e l’estrema onestà intellettuale dei contenuti, per cui risente dell’inevitabile confronto.
Per quanto si potrebbe condividere l’idea di fondo, implicita e non espressa chiaramente, che gli intellettuali non salveranno il mondo né cambieranno la natura dell’uomo, e che i sistemi politici che si inventeranno avranno sempre al loro interno chi si fa i propri interessi e simili magagne, tuttavia questo argomento non dovrebbe essere sufficiente ad assolvere i grandi crimini/difetti strutturali di un regime ma solo quelli minori. A mio parere, il processo contro Pektanov risente della debolezza degli argomenti dell’accusa, debolezza che trovo poco accorta in un grande scrittore come Barnes. I fatti contestati sono alcuni troppo insignificanti (questioni da pochi spiccioli ) e altri evidentemente falsi. In modo un po’ troppo evidente: ad esempio l’accusa di essere responsabile dell’omicidio della sua stessa figlia. In periodi di purghe e delazioni si potevano trovare argomenti ben più solidi con i quali confrontarsi e di cui far parlare i personaggi.
Ma, nonostante questo, il libro è certamente interessante.
-Dunque permettimi di darti un piccolissimo consiglio, perché, vedi, noi gli abbiamo dato salsicce e cose più elevate. Voi nelle cose più elevate non credete, però gli negate anche le salsicce. Nei negozi non ne è rimasta nemmeno l’ombra. E allora che gli date a sta gente?
- Gli diamo libertà e verità-. Parole che nella sua bocca risuonarono tronfie, ma era ciò in cui credeva e allora perché non dirle ad alta voce?
-Libertà e verità!- ripetè Pektanov con tono di scherno. –Perciò sono queste per voi le cose elevate! Date alle donne la libertà di uscire dalle cucine e marciare in Parlamento per dire quella verità che non ci sono salsicce nei negozi. Ecco cosa vi dicono le donne. E questo lo chiamate progresso?
Non so, Barnes è sicuramente un intellettuale, una persona intelligente. Devo dire che però Koestler affiancando il cuore al cervello raggiunge delle profondità di pensiero infinitamente superiori. Ciò non toglie che un libro non banale e a tratti pieno di ironia sia sempre apprezzabile, anche se avrei voluto vedere una ricerca un po’ più “vera” date le capacità di Barnes.

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Buio a mezzogiorno
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    26 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Aprile, 2017
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Ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do...

E’una buia notte di pioggia tra i tornanti, i tergicristalli faticano a sgombrare il vetro.
Patrick ferma la macchina per soccorrere l’auto incidentata.
Lei lo riconosce, lo avvisa di non andare.
Lui apre il baule, scopre con orrore quello che non avrebbe mai immaginato. Chiama i soccorsi e riparte. Sparira’. Spariranno tutti.

Wulf Dorn ci ha abituato ad inquietanti thriller psicologici, in questo ultimo lavoro decide di sperimentare qualcosa di diverso, di cui si dichiara molto soddisfatto nelle note finali. Io no.
L’incipit e’ veramente eccellente, degno del miglior Stephen King. Poi pero’ non c’e’ ombra di Stephen e neppure di King.
Non basta lanciare una bomba narrativa, va poi seguita la sua traiettoria, deve avere una destinazione del medesimo calibro. Evidentemente incapace di sostenere la sua creatura, l’autore si appoggia alla realta’, che ben sappiamo essere spesso peggiore dell’invenzione. Ma passi l’imbastire il corpo del libro su un fatto reale, qui si tratta di abuso. Non bastassero le tragedie che ci bersagliano giornalmente dalla cronaca, ne Gli Eredi troviamo una sorta di proclama contro gli orrori del mondo, piu’ che un impianto di fiction.
Il testo scorre ma mi ha annoiata e nauseata, lo stesso effetto che ormai avverto leggendo un quotidiano qualunque. Sara’ pure etico l’intento, ma io cercavo evasione: se la scritta Wulf Dorn lampeggia altrove a caratteri fluo degni del peggior casino’ di Las Vegas, questo thriller e’ un cero in un involucro rosso dallo stoppino troppo corto.
Manca d’impatto, debole, privo di suspense, la parte finale e’ un castello di carte ammuffite raccattate alla meno peggio e impilate davanti a un phon acceso.

Herr Dorn, squadra che vince non si cambia, torni a scrivere quel che sa scrivere molto bene.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    24 Aprile, 2017
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Uccello in gabbia, vola via

Lansdale mi piace, e un bel po'. Il suo modo di scrivere ha un non so che di unico. Il suo stile è semplice eppure efficace, ironico, e le pagine scorrono via come il vento. Certo, 220 pagine non sono tantissime, ma questo libro l'ho letteralmente divorato.
In fin dei conti, quella di "Io sono Dot" non è certo una storia sorprendente né troppo intricata, eppure, raccontando la vita quotidiana di una semplice ragazza di diciassette anni, Lansdale è riuscito a tenermi incollato alle pagine. E' anche in questo che si valuta un buono scrittore.

Dot, come dicevo, è una semplice ragazza di diciassette anni, che vive una vita abbastanza stentata in una roulotte insieme a sua madre, sua nonna e suo fratello minore Frank. Suo padre è uscito di casa per comprare le sigarette cinque anni prima, e non ha fatto più ritorno. Dot lavora come cameriera al "Dairy Bob", dove serve la cena ai clienti seduti in macchina, sfrecciando su un paio di pattini. E' così che guadagna da vivere per sé e per la sua famiglia. Non è certo uno status invidiabile, eppure Dot ha dalla sua un carattere forte, talvolta fin troppo scontroso e diffidente, temprato dalle difficoltà affrontate fin da quando era piccola.
Eppure, è determinata a non fare gli stessi errori di sua madre e sua sorella, che hanno annullato sé stesse in nome di un "amore" rivolto a un fuggiasco e a un violento ubriacone. Dot vede per sé un futuro diverso, e l'arrivo di suo zio Elbert le darà quella spinta e quel sostegno di cui aveva sempre avuto bisogno ma che non aveva mai ricevuto. Conoscerà l'amore, quello vero, l'amicizia, e metterà alla prova sé stessa come non aveva mai fatto prima di allora.
Dot non si rassegna alla mediocrità, non accetta di accontentarsi di quello che il mondo le ha messo davanti dalla nascita. Lei proverà ad avere qualcosa in più e sa che per averlo dovrà lottare, sgomitare, sanguinare.
Ma in fondo, non è quello che proviamo a fare tutti?

"Penso che siamo tutti responsabili di ciò che facciamo. Non è colpa degli altri. Non è sempre colpa della genetica, e di come ci hanno fatto crescere, perché ci sono tante persone nate in contesti orribili, che hanno subito ogni sorta di torti e non per questo sono diventate spregevoli. Scegliamo di essere quel che siamo. Diventiamo quel che vogliamo essere."

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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2017
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"Tutto come dentro un sogno"

Recentemente è stato pubblicato in Italia "Tocca l'acqua, tocca il vento" di Amos Oz, grandissimo scrittore israeliano.
Si tratta di un'opera dei primi anni '70, agl'inizi carriera dell'allora giovane autore. Il grande ritardo della nostrana operazione editoriale non mi stupisce affatto in quanto siamo di fronte a un testo minore che solo parzialmente soddisfa le aspettative di chi ama gli scritti di Oz. In queste quasi duecento pagine succede poco; si filosofeggia "sul rapporto fra male politico e male metafisico" e su altre questioni più o meno filosofiche, senza però scendere in profondità inesplorate, benché qua e là si possa raccogliere qualche perla di saggezza, come "Il vero pericolo è sempre interiore" , capace di farci riflettere.
Aleggia un'atmosfera fiabesca, tanto che si può appunto parlare di 'realismo fiabesco', definizione basata su un paradosso linguistico (in campo artistico, le frontiere giungono persino al 'realismo isterico' di certa letteratura americana).
Questa scelta però non mi pare del tutto riuscita perché sembra annacquare una vicenda che inizia in un momento fra i più tragici del '900 , non l'invasione tedesca della Polonia, e si dipana fin oltre il dopoguerra, con digressioni fantasiose che smorzano la scorrevolezza della lettura. Diciamo che è riuscito meglio R. Benigni nel cinema con "La vita è bella".

Un orologiaio ebreo appassionato di matematica e di musica fugge dalle atrocità della Storia, lasciandosi dietro la moglie. Lui scappa fra boschi e foreste fino a raggiungere le agognate terre d'Israele (un po' com'è realmente successo al grande scrittore Aharon Appelfeld). Lei parallelamente vive altre peripezie. Non raccontiamo altro, meno che mai il finale.

Il vero pregio del libro è la scrittura, melodiosa ed evocativa, che già preannuncia la bellezza dello stile del miglior Oz, la sua capacità di cogliere poeticamente la realtà e di spalancare porte tramite l'intuizione di immagini colte nelle loro autenticità nel descrivere qui "la potenza della musica o la quiete dei boschi", nell'aggiungere "silenzio al silenzio". "Tutto come in punta di dita. Tutto come dentro un sogno".

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letteratura israeliana
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    18 Aprile, 2017
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L'amore non salva e non ripara, ma accoglie.



Forse dovrei smetterla di leggere libri che mi sconquassano...
Ed invece torno sempre qui, in queste letture che mi sbriciolano in mille pezzi.
Daria è figlia di una madre "per caso", una madre tiepida che non brilla certo per istinto materno.
O forse è semplicemente ferita e nasconde dell'irrisolto.

"A mamma importava poco di me. Madre per caso. Madre perché tutte, prima o poi,  hanno figli. Madre purtroppo. Madre nonostante."

Lei, invece, all'età di 25 anni non vuole nient'altro se non un figlio...ma non riesce, non arriva.
È giovane, potrebbe ancora aspettare, provare, crederci...ma il suo desiderio si fa urlo, non riesce ad ignorarlo e quindi, con il marito Andrea, adottano Giada, di appena sei mesi.
("Quando sei venuta a prendermi era perché volevi una bambina o perché mi volevi bene?")
Giada, all'età di 25 anni (la stessa in cui Daria ha sentito forte il bisogno di maternità) ha però un'altra esigenza che le urla dentro: andare alla ricerca delle proprie origini.
Ma s'incaglia, s'inceppa e si arrende ai fantasmi che si nascondono dietro la parola "abbandono".
Chiede scusa e se ne va. Per sempre.
E il mondo di Daria finisce.
Si lascia travolgere, sommergere, inghiottire dal dolore, perché le sembra l'unico modo per restare in contatto con sua figlia, per non perderla davvero.
Quella figlia che l'aveva salvata e che credeva di aver salvato.

Questa è una storia di dolore e di perdita, di morte e della sua elaborazione, ma anche una storia sull'importanza delle origini come fattore fondamentale per poter avere e mantenere una propria identità, per trovare una collocazione nel mondo.
È una storia sull'amore che, per quanto immenso, non ricuce lo strappo di un abbandono.
L'amore non salva e non ripara...ma accetta, accoglie, soccorre.
Ma l'amore è anche necessario, ed è tutto quello che resta, dopo.

La scrittura è asciuttissima, frammentata: capitoli brevi, paragrafi brevi, brevi frasi.
A volte si riavvolge su se stessa, per sottolineare la tragicità di un momento, di un pensiero, di una parola.
Tutto ridotto all'osso, come se l'autrice non volesse mettere troppe parole fra te e il dolore, per fartelo arrivare prima, così...nudo, pulito, al netto di tutto il superfluo.
Per quanto mi riguarda è arrivato a destinazione in tutta la sua potenza.
Ed ora, raccolgo i pezzi e vado avanti...

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Gialli, Thriller, Horror
 
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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    18 Aprile, 2017
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Politica, sesso, soldi gli ingredienti onnipresent

Le mani su Parigi - Dominique Manotti

Libro appartenente al genere francese chiamato POLAR (poliziesco-noir) scritto da una maestra di lungo corso come la Manotti ed edito in Italia per la seconda volta da Sellerio (prima edizione di Tropea 2007) e tradotto da Daniele Barzaghi.

1985, Una vendita di armi all’Iran durante la guerra con l’Iraq, un aereo che scompare, prostitute d’alto bordo che fanno da tramite fra potere politico e faccendieri di ogni risma, banchieri mediorientali, giornalisti politici dal ricatto facile, la polizia politica e la brigata criminale che si affrontano in un duello che lascia sul terreno molti morti.
Trama fitta di personaggi e accadimenti, ambientato in un contesto storico molto ben descritto e delineato dove Dominique Manotti, insegnante di Storia contemporanea e attivista politica, intesse un complesso e impegnato romanzo sulla Francia all’epoca di Mitterand. Un noir di denuncia verso una società corrotta e scorretta, vincitore del premio Roman Noir al festival di Cognac e del premio Mystère della critica.

Protagonista positiva della storia Noria Ghozali una poliziotta magrebina, giovane, non bella e con i capelli sempre legati in una crocchia alla quale affidano i casi più noiosi ma che inaspettatamente si ritrova coinvolta in un caso che farà tremare le fondamenta delle istituzioni francesi: una puttana di lusso viene trovata morta, uccisa da un proiettile alla gola. Cosa hanno a che fare i missili con questo omicidio?

Nel romanzo tra i vari personaggi spicca questa poliziotta araba che si potrebbe assurgere a simbolo di riscatto degli immigrati di seconda generazione provenienti dalle banlieu e determinati ad avere successo in quello che fanno, da contraltare fa Bornand e il sistema politico francese sempre più corrotto, farraginoso e fuori da un vero controllo dove basta avere un po’ di potere per riscuotere enormi tornaconti personali e sentirsi intoccabili.

La Manotti scrive abilmente con uno stile incisivo e asciutto, ricco di dettagli e informazioni da memorizzare per seguire il filo e gli sviluppi delle vicende. Forse la quantità di informazioni e di intrecci rende la trama un attimo complicata con alte probabilità di perdere il filo del discorso. Inoltre lo spessore dei personaggi è minimo, in quanto non vengono assolutamente approfonditi eccezion fatta per la poliziotta araba. Un susseguirsi di eventi a ritmo frenetico che alla fine lascia ben poche emozioni al lettore.

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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    17 Aprile, 2017
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E' tutto niente ragazzi, è tutto niente.

Due uomini si incontrano in questo libro, e si parlano.
Mauro Corona e Luigi Maieron, il primo scrittore e l'altro musicista.
Ciò che li accomuna e fa da collante alla loro amicizia domina ed occupa interamente la copertina del libro: la montagna, avvolta nel candore della neve, la cui bianca monotonia è interrotta solo da impronte, orme di piedi dirette verso l'alto, in salita.
Perchè quella montagna, il Col Nudo, la punta più alta delle Prealpi venete, è sempre stata dinanzi ai loro occhi sin dall'infanzia: sono cresciuti alla sua ombra, affascinati dalla sua imponenza e rapiti da quella vetta meravigliosa.
Inevitabile cedere al richiamo di quella scalata, un'impresa necessaria nonostante il rischio, malgrado i pericoli, per inseguire un sogno: raggiungere la vetta significava scoprire un mistero, 'Cosa c'era lassù? La luce del primo mattino, il vuoto, il cielo'.
Ma sono tante le storie da raccontare, non solo storie di scalatori e di imprese ai limiti del possibile ma soprattutto storie di vita quotidiana, di uomini e donne dalla tempra più dura della roccia carsica, gente povera, semplice, montanari, la cui esistenza è stata esemplare perchè ricca di quei valori e virtù così rari nella società di oggi.
E' la montagna che si racconta attraverso le storie dei suoi abitanti e tenta di educarci alla vita, al reale valore della vita, attraverso le parole dei due autori.
Ed è bellissimo ascoltarla, perchè si esprime con parole semplici, intrise di saggezza popolare, con parole che lasciano il segno, che pesano nell'anima e si fanno sentire senza dissolversi come fumo.
Racconta di donne caparbie, coraggiose, che seppur schiacciate dalla violenza fisica e psicologica di una mentalità gretta e fortemente misogina hanno saputo opporsi trasformando la disperazione in una silenziosa e dignitosa reazione.
Racconta di uomini che non si sono arresi quando il destino li ha privati di tutto; uomini che non hanno comunque rinunciato alla vita ma si sono aggrappati ad essa, con le unghie, guadagnando giorno dopo giorno la risalita, imparando ad apprezzare la ricchezza delle piccole cose.
Perchè è vero: "Si può vivere con poco, quasi niente, considerando quel poco quasi troppo."
E' un modo di pensare in forte contrapposizione alla tendenza attuale che esalta l'io, che sottomette "l'etica del fare all'estetica dell'apparire"; viviamo in un mondo in cui tutti vogliono primeggiare, in cui tutti hanno bisogno di sopraffare gli altri per sentirsi gratificati creando inevitabilmente rancori, invidie e nemici.
"Tutti i malanni dell'era moderna sono generati da trappole che ci vengono imposte e che in qualche modo accettiamo di assecondare. La trappola dell'amore, la trappola del desiderio, della ricchezza, del successo. In pratica la trappola dell'apparire: se ci vengono a mancare queste cose cadiamo annientati."
Bisognerebbe invece imparare ad arrivare secondi, imparare 'ad accordare il proprio comportamento con quanto batte nel proprio cuore' e non con quello che piace agli occhi degli altri, bisognerebbe imparare a difendere la propria posizione piuttosto che conquistare posti nella classifica del 'più', il più bello, il più potente, il più ricco.
Questa è la filosofia di vita che la montagna vuole trasmetterci, fatta di concetti semplici e non pensieri astrusi e contorti, come quelli dei grandi pensatori di oggi che non riescono ad aiutare il prossimo con ciò che dicono e che predicano solo per vanità e successo.
"Se parti per un viaggio non darti aspettative, vai e basta; se ami una persona non aspettarti per forza la ricevuta di ritorno. E' tutto precario e provvisorio, la vita è questa. Ed è anche la sua meraviglia, ma possiamo vederla soltanto uscendo dalla grotta del nostro narcisismo, del pensare che tutto ci sia dovuto."

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Belmi Opinione inserita da Belmi    15 Aprile, 2017
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Bello ma esageratamente lento

“Papà è rimasto fermo e silenzioso a studiare l’armadio per un tempo infinito. Lo ricordo perché a me scappava la pipí, ma non volevo andare a farla perché a quel punto, a furia di vedere sparire la gente, avevo paura che uscito dal bagno non avrei trovato più nessuno”.

Ercole è un ragazzino torinese di quattordici anni, la vita gli ha fatto mancare tanto ma gli ha anche donato una sorella, Asia, su cui poter contare. Un’infanzia costellata da delusioni lo porta a fare scelte che condizioneranno la sua vita. Un amore che nasce, uno che ricompare, un padre a cui badare e la vita che cambia e spesso noi, non siamo pronti a seguirne tutte le sue evoluzioni.

Fabio Geda racconta una storia che può essere simile a molte altre “In fondo, l’unico vero problema che io e Asia abbiamo mai avuto, quand’eravamo piccoli, erano gli agguati delle persone che cercavano di aiutarci; perché di fatto la nostra vita era così polverosa e irregolare che fare in modo che non se ne accorgesse nessuno era impossibile”, quello che lo contraddistingue è lo stile e il punto di vista che l’autore decide di seguire.

“Se penso a quante cose avevamo da dirci e a come evitavamo accuratamente di dirle c’è da non crederci. È straordinaria la nostra capacità di fare finta di niente, di soffocare le domande; perché per quanto non sapere possa farci stare male, c’è sempre la possibilità che la risposta possa farci stare peggio”.

Una storia davvero molto triste e dura che però vista con gli occhi di un adolescente fa un effetto diverso. Gli escamotage per non farsi trovare e vedere dalle “persone di cuore” mettono in luce come spesso il bene che gli altri vorrebbero per “noi” non è poi quello che “i più piccoli” cercano.

Ho apprezzato il protagonista anche se la sensazione di "lentezza" accompagna tutta la lettura. Altra cosa che personalmente non ho apprezzato è la scelta di non evidenziare la differenza fra un discorso diretto e uno indiretto, Geda non fa distinzione e se questo all’inizio può contraddistinguere il suo stile alla fine stanca il lettore o almeno me.

Il testo, a parte queste cose che ho evidenziato, è comunque piacevole e interessante. Ricordo che il protagonista è un adolescente e come tale il linguaggio scelto dall’autore fa riferimento a quell’età.

Vi lascio con questa frase:

“Sapevo di avere Viola alle spalle, le sentivo il fiato e intravedevo gli spruzzi del remo nell’acqua. E sapevo che non mi sarei dovuto voltare a cercarla. Procedevamo allo stesso ritmo, negli occhi la partenza, che quella la si conosce sempre, e nel respiro una quieta fiducia, come quella di certe anime scalze mentre risalgono i fiumi in cerca della sorgente”.

Buona lettura!

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    14 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Aprile, 2017
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A ferro e sangue

Jo Nesbø, uno degli autori di crime più acclamati, fa il suo ritorno insieme al suo personaggio più amato: Harry Hole. La fama che avvolge lo scrittore norvegese non è un caso, perché senz'altro è molto abile nel tenere in tensione il lettore, molto bravo a gestire lo svolgersi di situazioni intricate senza contraddizioni e non scadendo troppo nel banale.
"Sete" è un thriller che scorre in maniera molto piacevole e non si risparmia su colpi di scena perlopiù inaspettati.
Dunque, il famigerato autore norvegese e il suo caro Harry Hole fanno il loro rientro in scena, e non deludono le aspettative.

Harry Hole sembra avere ormai chiuso con la dura vita del detective. Omicidi macabri e sanguinosi sembrano non essere rimasti altro che un ricordo: è sposato con la donna che ama, Rakel, e insegna alla scuola di polizia. Dopo tanta sofferenza ha trovato finalmente la pace in una vita tormentata oltre ogni dire. Eppure, per Harry Hole, vivere questa felicità è come camminare sul ghiaccio scricchiolante, e la paura che questa finisca e di finire nell'acqua gelida è sempre presente e angosciante.
Difatti, i peggiori incubi di Harry torneranno a tormentarlo e uno di questi ha un nome: Valentin Gjertsen. L'uomo che non è riuscito a catturare, l'unico che gli sia sfuggito nei lunghi anni di una carriera gloriosa è uscito dal suo nascondiglio e inizia a mietere vittime tra giovani donne in tutta Oslo. Sui corpi delle vittime, oltre ai segni di violenza sessuale, delle ferite profonde provocate dai morsi di una dentiera di ferro affilato. In cosa si è trasformato Gjertsen?
Harry Hole è costretto a rimettersi in gioco, a riunire una squadra che lavori in parallelo alla polizia per frenare l'onda di terrore che sta travolgendo Oslo. Una Oslo prigioniera nelle grinfie del "Vampirista".

"Se vuoi essere ricordato come un buon re hai due possibilità. Essere il re dei bei tempi, avere la fortuna di sedere sul trono in anni di buoni raccolti, oppure essere il re che guida il Paese fuori dai tempi di crisi. E se non sono tempi di crisi puoi fingere, provocare una guerra e dimostrare al paese in quale profonda crisi precipiterebbe se non entrasse in guerra. In questo caso bisogna dipingere il diavolo più brutto di quello che è. Può anche essere una guerra piccola, l'importante è vincerla."

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Thriller scandinavi
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Aprile, 2017
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Un De Giovanni diverso ed è solo l’inizio…

Il professore Marco Di Giacomo e il suo assistente Brazo, specializzati in Storia delle religioni, non sono proprio il fiore all’occhiello dell’Università di Napoli. In particolare, il professore è stato più volte ridicolizzato per le sue idee e le sue ricerche un po’ fuori dagli schemi. Come se i problemi per i due non fossero già molti, gli viene anche affibbiato come compito quello di scortare, in giro per Napoli, la giornalista tedesca Ingrid. Visto che i due non sono molto “pratici” in questioni di donne, il professore decide di coinvolgere anche la nipote, Lisi.

I quattro si ritrovano partecipi di fatti che metteranno le loro vite su binari diversi.

De Giovanni inizia questo nuovo ciclo, abbandonando completamente lo stile dei precedenti. La storia parte veramente bene, con la presentazione dei vari protagonisti e devo dire che Di Giacomo e Lisi occupano subito un posto d’onore nelle mie simpatie, anche il resto del gruppo non è da meno. Se l’inizio è veramente alla grande, durante la lettura, la frenesia di andare avanti un po’ diminuisce anche a causa della trama, che per gran parte del libro lascia un po’ allo sbando il lettore, non riuscendo bene a capire da chi bisogna guardarsi le spalle e da chi no.

Tutto questo smarrimento nel finale viene un po’ ridimensionato e qualcosa ci viene svelato e soprattutto riviene accesa la curiosità e la voglia di sapere come la storia procederà. Si, questo è solo l’inizio e la fine non lascia molte idee sul continuo.

“I Guardiani”, per aiutare il lettore che si vuole avvicinare a questo nuovo testo, ha qualche similitudine con i libri di Dan Brown; non abbiamo il Professore Langdon ma Di Giacomo e gli altri, sono una super squadra di specialisti di culti religiosi. Il problema per il lettore più razionale sarà quello di aprire la mente perché gran parte del libro segue “schemi” non consueti (con l’aggiunta del paranormale). Culti religiosi, una Napoli insolita e molto ignoto sono gli ingredienti di questa nuova avventura di De Giovanni che ha tutti i requisiti per diventare una serie davvero interessante.

Uno stile ben leggibile, ironico e divertente ma anche molto dettagliato e minuzioso, qui si vede bene il gran lavoro che ha fatto l’autore, perché gli argomenti trattati non sono proprio semplici e la cura al dettaglio non può passare inosservata. Un buon inizio, con molta curiosità per il seguito.

Buona lettura!

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Romanzi autobiografici
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    13 Aprile, 2017
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Un’autobiografia come romanzo horror triste e dive

Un’autobiografia insolita quella che ci propone Michele Mari, con il titolo “Leggenda privata”. Dichiaratosi costretto da una non meglio identificata Accademia dei Ciechi a scrivere la storia della sua vita, l’autore si premura di avvisare i committenti e i lettori che il suo sarà un romanzo dell’orrore, “un romanzo triste/angosciato e dunque caratterizzato da una certa quota di divertimento e di virtuosismo.” Egli infatti afferma di essere nato “da un amplesso abominevole” tra un padre in parte Mosè in parte John Huston e una madre spesso vista come un ultracorpo talvolta triste, talvolta sorridente, talvolta urlante. È così che Mari inizia il suo racconto, che prosegue rievocando le umili origini dei nonni paterni emigrati dalla Puglia verso il nord d’Italia, e descrivendo con spirito critico ma pieno di malcelata ammirazione l’impegno eccezionale del padre Enzo a divenire un grande e noto designer. La personalità paterna dominante nell’ambito familiare viene vista dall’autore in età adolescenziale come incompatibile con il carattere della madre le cui fragilità saranno d’ostacolo a un’unione duratura. Il racconto non concede nulla al patetico, pur lasciando trasparire una certa sofferenza giovanile. Mari riesce a creare una serie di personaggi tra il fantastico e il grottesco, ai quali non dà nomi precisi, ma che definisce con originalità Quello dalle Orbite Vuote o Quello che Gorgoglia o anche Quello che Biascica, tutti membri dell’Accademia dei Ciechi. Ma il suo cuore di adolescente è preso da una giovane cameriera vista e ammirata alla Trattoria Bergonzi che egli definisce quella “cum quej sokkol” colpito da quei talloni rosei divenuti per lui un sex-symbol. Della ragazza non sa il nome vero: egli la chiama “Donatella-Ivana-Loretta”. Le sue fantasie erotiche si alternano a incubi fantastici che si ripetono lungo tutta la sua vita. Il racconto e, in senso più lato, la letteratura è il mezzo per demistificare le paure dell’inconscio. Il vocabolario di Mari è opportunamente diversificato: dalle espressioni dialettali dei nonni, al linguaggio colto e ricercato, risultato di studi letterari e di frequentazioni intellettuali con personaggi del calibro di Montale, Buzzati, Jannacci e Gaber. Originale e inattesa è la conclusione del racconto, che trasforma legittimamente l’autobiografia in romanzo. Molto belle le fotografie tratte dall’album di famiglia dell’autore, che aiutano a immaginare l’atmosfera e l’ambiente in cui si sono svolti i fatti narrati, e che ci danno altresì un’idea di quale potesse essere realmente il carattere dei personaggi.

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Romanzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    05 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Aprile, 2017
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I lombriconi.

Adele, pochi giorni ai diciotto anni, è sola in quella sala parto. Bianca, la bambina che porta in grembo da nove mesi, sta per nascere e tra le due sa che non potrà che esserci un breve ed unico saluto. Dopo quel lieve contatto, quel lesto “rendez vous” di appena 20 minuti, le loro strade si separeranno definitivamente. Non hanno che quei 1200 secondi da trascorrere insieme. E’ tutto quel che è a loro concesso.
Dora, trent’anni, insegue quella maternità come se fosse la sua unica ragione di vita. Insegnante di lettere, coniugata con Fabio e portatrice di Handicap a causa di quell’arto mancante, ella è schiacciata dal vuoto di quell’assenza. Due solitudini, quelle dell’adolescente e della donna matura, messe a confronto; imparagonabili, forse, così identiche, di fatto.
Zeno, lo studente di liceo classico e una madre in depressione da accudire, è nato narratore, non protagonista. Egli non è destinato a vivere una sua vita bensì, quella degli altri. Suo compito è, assistere, aiutare, osservare, riportare, essere la colonna portante di quegli attori già pronti a salire in scena. Manuel, amico di sempre, e da sempre, del liceale, è uno spacciatore. La sua strada si è brutalmente separata da tutto e da tutti, lui che è cresciuto curando quella donna che lo ha creato dalle ferite fisiche, e mentali, che quel padre tossico e violento immancabilmente le arrecava, adesso non desidera altro che denaro e riscatto.
E c’è un quartiere che si trova nei pressi della città di Bologna, un quartiere di casermoni, di povertà, soprannominato “I lombriconi”, un luogo dove vite al limite si intercalano tra loro, cercando di sopravvivere, credendo in un domani, anche se questo domani non c’è, perché sono tutti, inesorabilmente, nati per perdere. Non esiste una seconda chance, una possibilità di redenzione. Cos’ha la vita da offrire loro? Cosa loro possono offrire all’esistenza stessa? Vi è, poi, una vita perfetta? Si? No? Dov’è quel confine da cui si può affermare con assoluta certezza che ha inizio la compiutezza della medesima?
Con una penna forte, diretta e che nulla risparmia al lettore, Silvia Avallone, stupisce, conquista, semplicemente spiazza. Per tematiche. Per stile. “Da dove la vita è perfetta” è un testo doloroso, che ti arriva dentro, che ti fa stringere il cuore, un elaborato che nel suo insieme tratta una serie di problematiche non scontate ed anzi di grande impatto sociale. Tra le sue pagine troverete la solitudine, l’abbandono, la maternità non voluta in contrapposizione a quella desiderata, la sconfitta dell’impossibilità di scegliere diversamente, l’impotenza di poter cambiare le proprie vite, l’amarezza, l’attesa, la rinuncia, la complessità del rapporto genitori-figli e figli-genitori, bambini cresciuti troppo in fretta e costretti a prendersi carico di responsabilità troppo grandi, giovani che schiacciati dai doveri sono finiti con l’intraprendere il sentiero errato perché non hanno guide, non conoscono, né vedono altre vie in quella ricerca disperata di una fuga, e troverete ancora l’egoismo per quel desiderio che dirompente acceca e travalica tutto, perfino la ragione, nonché, la consapevolezza che perfino il dolore diventa sopportabile se giustificato dalla necessità di far del bene a quella creatura che ha formato quel “noi”, plurale, dalla volontà indiscussa di volerle garantire un futuro. Questo e molto altro ancora è, “Da dove la vita è perfetta”. Uno scritto ove l’autrice si supera, e si dimostra apprezzabilmente maturata.

«”Siamo, come si dice, arrivati ad un punto di non ritorno”. “Allora non ritorni” le disse semplicemente. “Non ritorni dove sa già che non troverà niente. Cambi strada. Vada altrove”.» p. 137

«Perché pensi che le torri, i cortili non siano interessanti? Li hai mai guardati, hai preso appunti? Finché non le metti nero su bianco, le cose, non le vedi. E poi, chi te l’ha detto che ti deve venire facile? Niente di più falso. Pensa che una volta ci ho impiegato un mese a scrivere una frase. Perché volevo che fosse perfetta e non lo era mai» p. 187

«Quando qualcuno ti abbandona, e lei lo sapeva bene, ti lascia in eredità un vuoto. Che rimane li, tra le costole, e non c’è modo di mandarlo via. Però, le disse. Tu avrai una vita intera per costruirci intorno delle cose belle. Sai, io non conto niente alla fine. E’ il mondo dove andrai ad abitare che conta. Un giorno ripasserò di qui, tra cinque, sei anni, te lo prometto. E la bambina più bella che vedrò giocare anzi non la più bella, la più felice, penserò che sei tu.» p. 305

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Vita93 Opinione inserita da Vita93    03 Aprile, 2017
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Fango

Periferia romana. Un concentrato di persone, odori, immagini. Decine di zone industriali e palazzi grigi dove a storie di dignità, sopravvivenza e riscatto fanno da contraltare degrado e abbandono.
Una banda di quattro modesti criminali ha deciso di rapinare una banca per fare il colpo grosso. Per svoltare.
Sembra un colpo facile, tutto è stato preparato nei minimi dettagli. Ma qualcosa va storto e le sirene dei carabinieri arrivano più in fretta del previsto.
Nel frattempo un ingegnere, un onorevole, un generale dell’ esercito e il direttore generale di un ente pensionistico si accordano per risolvere a modo loro un problema che affligge il paese.
Ovvero il problema delle pensioni. O meglio, dei pensionati. Ce ne sono talmente tanti da aver superato di gran lunga il numero dei lavoratori e da rappresentare un freno all’ economia. Serve un taglio netto, una scrematura. Qualcuno in grado di selezionarli in base a specifici requisiti, e qualcun altro in grado di eliminarli.

Antonio Manzini, celebre per la serie del vicequestore Rocco Schiavone, mescola noir, tragedia e comicità in questo interessante e concitato romanzo datato 2007.
Il linguaggio mi ha in parte ricordato Ammaniti, mentre i personaggi principali mi hanno fatto tornare in mente il personaggio de “ Lo Zingaro “ del celebre ed emozionante film “ Lo chiamavano Jeeg Robot “, un altro delinquente di periferia alla costante ricerca del botto, del colpo grosso.

Le tematiche affrontate con ironia tragica da Manzini sono molto più profonde di quanto lo stile vagamente splatter e grottesco potrebbe lasciar supporre.
Emerge un curioso scontro tra generazioni. Tra quella dei lavoratori, di età compresa tra i 30 e i 50 anni, e quella degli anziani pensionati descritti nel libro come beati egocentrici, approfittatori.
Come se i giovani non perdonassero alla generazione precedente di aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità e di aver contribuito a creare una situazione di crisi economica scaricando tutto sulle spalle degli attuali lavoratori e contribuenti.
Non mancano riflessioni ciniche su una certa categoria di politici preoccupati a mantenere le proprie posizioni di potere, sul fenomeno dei falsi certificati di invalidità, delle pensioni anticipate o eccessivamente onerose.

I protagonisti però non sono la politica, né l’ Inps, né lo scontro generazionale. Sono gli emarginati, quelli a cui la vita non ha mai regalato niente e che oscillano tra rassegnazione e desiderio di scappare. Piccole marionette prive di senso di comunità, criceti che corrono attorno ad una giostra.
E se guardi solo davanti la giostra non ha vie di fuga, e torna sempre al punto di partenza.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    01 Aprile, 2017
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Alice

La trentasettenne Alice Humphrey mai si sarebbe aspettata che quel lavoro, caduto dal cielo proprio nel momento del bisogno, si sarebbe rivelato un’arma a doppio taglio. Quando infatti il sedicente Drew Cambell le propone di gestire una piccola galleria nel Meatpacking District, la “Highline Gallery”, la donna, che da otto mesi è in stato di disoccupazione, accetta senza porsi troppe domande. Non si insospettisce minimamente del fatto che l’autore delle foto esposte, Hans Schuler, non voglia (e si rifiuti di) apparire, né del fatto che un presunto anonimo benefattore lo abbia preso sotto l’ala, né dell’assenza ed irreperibilità di colui che l’ha contattata, tanto che, anche se ritiene il contenuto delle immagini alquanto opinabili, il suo unico pensiero è quello di, almeno per una volta, avere il merito delle sue imprese. Alice, figlia d’arte di Frank Humphrey, regista, e dell’ex attrice, Rose Sampson, nonché sorella del quarantunenne Ben Humphrey, fratello problematico con precedenti in materia di droga, da sempre cerca di riscattarsi dal marchio di “figlia di papà”. Quale migliore occasione? I preparativi iniziano e si prolungano per appena tre settimane; il lancio della galleria non manca di farsi attendere e sorprende addirittura la stessa direttrice che, per quante aspettative potesse nutrire, non sarebbe mai arrivata ad ipotizzare un così eclatante furore e corsa all’acquisto delle foto. Il giorno seguente, le accuse. Pornografia. Pedofilia. Riuscitasi a mettere in contatto con Drew, si accorda col medesimo per parlare dei fatti il mattino seguente. Giunta in Galleria viene subito colpita da una serie di elementi: le vetrate della medesima sono state interamente coperte da fogli di carta da pacchi, all’interno non riesce ad accendere le luci, tutti gli oggetti che ne caratterizzavano l’arredamento sono scomparsi, ed il suo capo è riverso in una pozza di sangue. La polizia, non tarda, inoltre, a sottoporre alla sua attenzione, una foto che sembrerebbe ritrarla nella posa di un bacio col defunto. Ma come questo è possibile, se, di fatto, ella a malapena lo conosceva ed il massimo del contatto fisico avuto altro non era che il premere le proprie dita sulla carotide per verificarne il battito cardiaco? Che qualcuno stia cercando di incastrarla?
Joann Stevenson, ragazza madre, ha cercato di offrire la migliore delle vite alla figlia quindicenne Becca. Adesso che finalmente è riuscita ad ottenere, tra mille sacrifici, un lavoro stabile e una casa di loro proprietà, è fiera di sé e dei suoi traguardi. Da un paio di mesi, inoltre, va avanti la frequentazione con quel docente che le ha rubato il cuore. Il mondo, quindi, semplicemente le cade addosso quando, al mattino si rende conto che l’adolescente è scomparsa. Cosa le è successo? E perché? Che la sua sparizione sia collegata in qualche modo alla Galleria di Alice?
Hank Beckman è stato più volte reguardito: deve smetterla di seguirlo. Deve farla finita. Eppure lui non può, non può non controllare le mosse di colui che è il colpevole della sua morte. Ellen, la cara sorella, aveva una dipendenza, e lui non se ne è accorto in tempo..
Con “Una perfetta sconosciuta” Alafair Burke, dà vita ad un thriller caratterizzato dall’intrecciarsi ed alternarsi di più trame che, piano piano, riportano ad un mistero unico.
L’opera è intrisa altresì di una penna semplice, chiara, gradevole seppur talvolta tenda ad anticipare troppo. Si legge facilmente ma non conquista per pathos ed intensità risultando a tratti acerba. Il lettore ha la sensazione di trovarsi in una dimensione in cui non è completamente parte, come se vi fosse un vetro tra lui e il contenuto dello scritto. Lo sviluppo degli avvenimenti è buono, seppur prevedibile.
Non solo. Se in un primo momento la lettura prende ed incuriosisce, nel resto il testo è tutto un sali/scendi, e questo proprio perché se da un lato è facile - come anzidetto - intuire le intenzioni della scrittrice (riuscendo così ad anticiparne le mosse), dall'altro, la stessa, "caricandolo" eccessivamente, finisce col renderlo macchinoso.
Nel complesso "Una perfetta sconosciuta" è un prodotto apprezzabile ma non eccelso, un volume con una buona base di partenza ma penalizzato dal "voler mettere troppo", dal "voler far troppo".

Consigliato a chi ama il genere o a chi cerca una lettura senza pretese, piacevole con cui trascorrere qualche ora diversa.

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Romanzi
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    29 Marzo, 2017
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Tre piani dell'anima



Un libro bellissimo che è anche una grandissima e corale "confessione".
Un romanzo che ci mostra la necessità di raccontare e raccontarsi per potersi liberare di tutti i fallimenti, le psicosi, le paure e le debolezze umane.
E magari trovare anche il modo di pagare per i propri sbagli.
(Perché, a quanto pare, nel giudaismo non è sufficiente pentirsi...bisogna "riparare".)

Una palazzina di tre piani, nei pressi di Tel Aviv.
Al primo piano c'è Arnon, padre furioso e convinto che la sua bambina sia stata oggetto di molestie da parte di un vicino affetto da Alzheimer...(si racconta ad un suo vecchio amico scrittore).
Al secondo piano troviamo Hani con i suoi barbagianni che le parlano dall'albero e lo spettro della follia che non le dà tregua...(scrive una lunga lettera alla sua più grande amica di sempre).
Al terzo piano vive Dvora, vedova e giudice in pensione, alla ricerca della sua strada e del modo per poter espiare le proprie colpe...(dialoga con suo marito morto attraverso una vecchia segreteria telefonica).
Tre vite, tre confessioni, tre voci intime...altro non sono che un'allegoria per rappresentare i tre piani freudiani dell'anima.
Arnon con i suoi istinti e le sue pulsioni abita il piano dell'Es, del principio del piacere.
Hani con il suo essere sempre in bilico tra sogno e verità è l'inquilina perfetta del piano dell'Io, che coniuga desideri e principio di realtà.
Dvora, con il suo essere donna ligia e irreprensibile, abita il piano di Sua Altezza il Super-Io, il censore che richiama all'ordine.

"I tre piani dell'anima non esistono dentro di noi.
Esistono nello spazio tra noi e l'altro, nella distanza tra la nostra bocca e l'orecchio di chi ascolta la nostra storia.
E se non c'è nessuno ad ascoltare, allora non c'è nemmeno la storia".

Una scrittura bellissima, coinvolgente, che si dona al lettore senza filtri, senza artifici...consapevole dell'intensità delle parole pronunciate da personaggi terribilmente umani, giunti ad una fase della vita in cui non possono più custodire i propri segreti, dove il bisogno d'amore, di perdono, di espiazione è diventato così forte da costringerli a mettersi a nudo, consegnandoci tutte le loro fragilità.  

Un romanzo, a mio avviso, nettamente superiore a "La simmetria deidesideri" (che pure avevo apprezzato)...tanto da farti desiderare, giunta all'ultimo piano, di poter continuare a salire...

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lapis Opinione inserita da lapis    27 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2017
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Le donne possono essere dipinte. Non dipingere.

Alla National Gallery di Londra è esposto un dipinto del pittore spagnolo Isaac Robles. Raffigura una ragazza che regge la testa mozzata di un’altra ragazza. Sembra l’illustrazione di una favola, forse di un racconto biblico. Ma quello che colpisce sono i colori vividi, enigmatici, magnetici: l’ocra e il verde dei campi, il ruggine dei solchi della terra, il livido indaco del cielo.

Questo quadro sparì inspiegabilmente dalla Spagna durante la guerra civile e fu ritrovato trent’anni dopo in una magione inglese. Ed è quest’opera elusiva e seducente, dal significato oscuro e dalla storia misteriosa, a costituire il collegamento tra le due narrazioni che Jessie Burton propone in questo suo ultimo lavoro.

Da un lato la storia del ritrovamento del dipinto nella soffocante e razzista Londra dell’estate 1967, che si intreccia con la vicenda di Odelle, giovane immigrata caraibica, aspirante scrittrice, arrivata da Trinidad per inseguire il proprio sogno. Dall’altro la nascita del quadro nell’affascinante e pericolosa Spagna del 1936, già scossa dai primi lampi di guerra, e la storia della diciannovenne Olive, con il talento e la vocazione per la pittura, ma senza il coraggio di uscire allo scoperto e affrontare i pregiudizi che vedevano l’arte appannaggio del solo universo maschile.

Entrambe le protagoniste, determinate nella propria passione e generose verso la vita, dovranno fare i conti con i pregiudizi della società e la difficoltà di scindere la propria creatività dal bisogno di approvazione. Entrambe troveranno forza e ispirazione dai luoghi e dalle persone che incontreranno lungo il proprio cammino. Personaggi non sempre positivi, ma egoisti, imperfetti, infedeli. Ed è proprio l’ambiguità dei personaggi, oltre al senso di tensione generato dal mistero del dipinto, svelato a poco a poco, ad animare il romanzo fino alla fine.

"Ma esistono davvero l'"intera" storia e la "fama mondiale", ossia il modo giusto di guardare uno specchio? Tutto dipende dal riflesso della luce".

Jessie Burton segue in qualche modo la strada già intrapresa con “Il miniaturista”, proponendoci un nuovo romanzo a sfondo storico. “La musa” è un’opera dall’intento ambizioso, che vuole parlare di arte e creatività attraverso la ricostruzione di due periodi storici. L’idea è di certo valida e non si può non rendere merito all’autrice dell’attenzione per i dettagli e dell’occhio pittorico con cui ha saputo immaginare e descrivere suggestive atmosfere. Ciononostante, la sensazione che rimane, a fine lettura, è purtroppo quella di una certa superficialità sia per quanto riguarda l’approfondimento storico, sia per quanto riguarda la rappresentazione degli stati interiori e la crescita psicologica dei personaggi. Pur rivelando una certa fragilità, rimane comunque un buon prodotto, sincero e originale, apprezzabile soprattutto per la vividezza immaginativa.

“Un'opera d'arte ha successo solo se chi la crea possiede la convinzione necessaria per renderla reale”. In questo Jessie Burton ha raggiunto sicuramente l’obiettivo perché, pur sapendo che né il magico quadro né il pittore Isaac Robles sono mai esistiti, io alla National Gallery cercherei quell’ocra, quel verde e quell’indaco che mi si sono rimasti stampati nella mente.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    25 Marzo, 2017
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Essere l'altra

Quando penso all’amore ho tra le altre cose, l’immagine di una bella coperta calda che mi avvolge, che mi scalda e mi conforta, ma se l’amore è addosso allora questa immagine si modifica e diventa qualcosa di più opprimente, di soffocante.

Sara Rattaro con il suo nuovo romanzo “L’amore addosso” mette in “ballo” molte cose. Se l’inizio può quasi sembrare da telenovela, il messaggio che arriva è bello forte.

La protagonista è Giulia, una donna non proprio nelle mie corde. Un passato pesante che si porta dietro, l’ha resa molto diversa dalla donna che poteva diventare “Tu non l’avresti mai fatto. Sono gli altri che scelgono per te”. Una donna divisa a metà, non solo nel ruolo di moglie e amante ma anche nel ruolo di quella che poteva essere e di quella che non è diventata. Dall’esterno la sua sembra una vita appagante, titolare di un’agenzia di comunicazione, sposata con un uomo facoltoso scelto da lei e circondata da una famiglia compatta. Basta veramente poco per rendersi conto che invece Giulia dentro di se nasconde un mondo.

Sara Rattaro mette in difficoltà il lettore più tradizionalista presentando una storia che fa riflettere e giudicare più volte, arrivando addirittura a “storcere il naso”. Una protagonista che da una parte la scusiamo, dall’altra la accusiamo. Se Giulia avesse avuto una madre meno opprimente, la sua vita sarebbe stata diversa? Se i segreti, anche quelli più innocui si potessero confessare, non si vivrebbe meglio? L’amicizia fra uomo e donna può esistere? Ognuno di noi può dare risposte diverse, anche la Rattaro da le sue e con “L’amore addosso” affronta molti argomenti scottanti.

Un libro che parla di un amore soffocante, di un amore mai condiviso, d’incomprensioni e di scelte sbagliate “Il desiderio è quell’impulso innato che spesso ci mette nei guai”.
L’autrice utilizza una scrittura semplice, diretta e molto chiara, senza l’utilizzo di un linguaggio aulico. All’interno del libro si trovano diverse parti scritte in corsivo, in quelle la Rattaro da il meglio di se.

Un libro che colpisce, che fa indignare in alcune parti e sperare in altre. Un libro più indicato per un pubblico femminile.

Vi lascio con questa frase:

“”Devi portarti addosso un dolore enorme”.
“No, addosso mi porto tutto il suo amore”.

Buona lettura!

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Belmi Opinione inserita da Belmi    24 Marzo, 2017
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C’è abbastanza odio per tutti

Fino a ieri non sapevo dell’esistenza dell’autrice norvegese Anne Holt che con ben due serie è diventata una delle autrici scandinave più famose. Per colmare questa lacuna mi sono subito messa a leggere “La paura”.

Adocchiando le altre recensioni sono partita un po’ prevenuta nei confronti dell’autrice. Non molti commenti positivi per un’autrice che ha scritto davvero molto.

“La paura” è ambientato principalmente tra Oslo e Bergen, siamo ovviamente in Norvegia e il periodo non è dei più caldi, il Natale è alle porte e la Vigilia si tinge di rosso. Il vescovo Eva Karin Lysgaard viene accoltellata in mezzo alla strada, una donna così amata e rispettata che diventa difficile trovare il movente. Per cercare di rendere il tutto più “chiaro” da Oslo viene chiamato il detective Yngvar Stubø anche perché di cadaveri ne vengono ritrovati più di uno..non sarà però il solo a occuparsi di questa storia, molte menti collaboreranno fra loro.

Non sono un’amante dei thriller troppo forti e gli horror mi fanno proprio paura, quindi quando ho visto il titolo, ero un po’ “impaurita”. Anne Holt mostra molti tipi di paura, come quella di perdere un figlio, di sentirsi in pericolo, di aver perso l’amore e altre sue sfaccettature; ma la sua paura rimane solo su carta, non tocca il lettore. Solitamente per la sera mi riservo sempre letture più leggere per poter “accompagnare” meglio il sonno, il fatto che abbia continuato la lettura di questo testo anche “dopo cena” dovrebbe rendere bene il contenuto dell’opera.

“La paura” è ben scritto, sono abituata ai nordici e anche se questo è poco adrenalinico, la mente del lettore è stimolata e ben attiva, per cercare di capire la giusta pista da seguire. Inizialmente la Holt esagera, disorienta il lettore con storie disconnesse, alternate e “condite” poi con molti protagonisti, con nomi ovviamente impensabili da pronunciare. Ma poi la situazione migliore, quando s’incomincia a capire dove l’autrice vuol andare a parare e così diventa più semplice far tornare i vari tasselli nell’ordine giusto.

Anne Holt mostra la società norvegese, ce ne fa apprezzare la sua solidarietà e la sua apertura mentale; al contempo mostra però anche una Norvegia in cui i tempi stanno cambiando, dove la crisi e gli impieghi “pubblici” non sono poi così diversi dai nostri. Credo che la Holt in questo libro abbia messo qualcosa di se, ho letto la sua biografia ed è difficile non riscontrare qualche collegamento personale con lei, specialmente nella scelta dell’argomento principale del romanzo.

In conclusione, un buon giallo, con una trama interessante anche se la parte centrale, che ho preferito, mette un po’ in ombra il finale che sicuramente è fatto bene ma non incisivo come invece avrei preferito. Impossibile non innamorarsi di Kristiane e Ragnhild, la loro presenza arricchisce la storia.

Buona lettura!

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    21 Marzo, 2017
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C’è del marcio in Hamilton Terrace

Eccolo l’Amleto del ventunesimo secolo, eccolo a testa in giù che si muove con cautela, protetto dal rassicurante liquido amniotico, eccolo che osserva a occhi chiusi la realtà che lo circonda e di cui ben presto farà parte. Di essa percepisce gli odori, i profumi e i miasmi. Dà libero sfogo alla sua immaginazione e dà corpo a coloro che ancor prima della sua nascita fanno parte della sua esistenza.
È lui, come l’Amleto shakespeariano, testimone involontario del crimine commesso da sua madre Trudy e suo zio Claude ai danni di suo padre John Cairncross, è lui l’eroe tragico moderno che si dibatte nel dubbio se sia possibile vivere in un mondo corrotto e violento, o se sia meglio non nascere affatto. Essere o non essere, nascere o non nascere è l’interrogativo che egli si pone, di fronte a una realtà dolorosa e inaccettabile. Con la capacità speculativa dell’intellettuale, il nostro feto si chiede se sia possibile conoscere il mondo presente o quello futuro: “Che ne sarà del Medio Oriente, […..] si riverserà in Europa trasformandola una volta per tutte? È ipotizzabile che l’Islam immerga un’estremità febbricitante nel fresco stagno della riforma? O che Israele conceda qualche centimetro di deserto agli sfrattati? Il sogno laico di un’Europa unita potrebbe dissolversi dinanzi a odi antichi, meschini nazionalismi, catastrofi finanziarie, discordia. Gli Stati Uniti andranno incontro a un lento declino?” C’è tanto di Shakespeare in queste pagine bellissime, come c’è tanto dei suoi personaggi nelle figure di Trudy, in parte Gertude, in parte Lady Macbeth, e di Claude, in parte Claudio, in parte Iago. Né si può tralasciare di notare che lo stesso McEwan riconosce a Claude le caratteristiche dell’uomo del Rinascimento, l’uomo nuovo, destinato a divenire il centro di una società completamente sovvertita, dove profitto, interesse, complotto e volgarità regnano sovrani, “un Machiavelli vecchio stampo, convinto di poterla fare franca.”
A questi personaggi negativi, tuttavia, si contrappone il vecchio modello, nel personaggio di John Cairncross, il poeta, studioso di Keats, legato a un mondo fatto di bellezza e di arte. E come in moltissime altre opere di McEwan, anche in questo romanzo si esalta la funzione della letteratura e della poesia, in particolare, a cui è affidato il compito di mettere ordine nel caos di un mondo degradato, al fine di restituirgli la dignità perduta.
La vicenda di Claude e Trudy, così come ci giunge attraverso la descrizione del piccolo nascituro, diviene metafora della condizione del mondo, troppo spesso difficile da accettare. Essere o non essere? Combattere o accettare? La vita prevale sul resto. E “tutto il resto è caos”

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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    18 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Marzo, 2017
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Ogni respiro è una scelta.Ogni minuto è una scelta

Che cos'è la vita di un uomo se non un susseguirsi di scelte? Basta rifletterci un attimo per rendersi conto che ogni istante della nostra vita è una conseguenza di una scelta fatta nell'istante prima.
Certo ci sono scelte quasi automatiche che governano impercettibilmente la routine quotidiana e scelte che invece hanno il potere di innescare una serie di eventi a catena spesso imprevedibili e tali da stravolgere la vita, in senso positivo o negativo.
Anche le persone che incontriamo o sfioriamo nella nostra vita, conoscerle o non conoscerle, viverle o lasciarle andare, dipende esclusivamente dalla scelta fatta in un attimo; pur non rendendocene conto, in un attimo si gioca il nostro destino e quello di chi abbiamo vicino.
E Simon è uno di quegli uomini che preferirebbe evitare le scelte troppo difficili, qualcuno potrebbe definirlo un vigliacco, uno smidollato, lui però vuole solo evitare di complicarsi troppo la vita, preferisce rinunciare a qualcosa, mettere da parte i suoi desideri, le sue ambizioni se conquistarle significa scontrarsi ed entrare in conflitto con altri.
Per questo quando la sua ex moglie cambia il programma per le vacanze natalizie e decide di mantenere i figli con lei, Simon si ritrova solo nella casa al mare del padre dove avrebbe voluto trascorrere il Natale con i figli rinunciando anche alla vicinanza di Kristina, la sua nuova compagna, che già aveva accettato a malincuore l'intenzione di Simon di non presentarla ai suoi figli.
E ha ragione Kristina quando gli rinfaccia la sua pusillanimità e adesso ne paga le conseguenze: pur di non contraddire la ex moglie Simon si ritrova solo, a pochi giorni dal Natale, senza figli e senza Kristina, in una casa lungo la costa francese che di certo non offre molte attrattive nel periodo invernale, freddo e piovoso.
Simon è consapevole di tutto cìò, avverte forte il desiderio di cambiare, sin da giovane quando subiva silenziosamente e passivamente la prepotenza e l'arroganza del padre; ma in tanti anni non è mai riuscito a dare una svolta alla sua vita che probabilmente si sarebbe trascinata inerte per molto tempo ancora se quel giorno, passeggiando lungo la spiaggia, non avesse incontrato Nathalie.
Una ragazza giovane, poco più che ventenne, dall'aspetto trasandato ed apparentemente denutrita per quanto era magra; stava discutendo col guardiano di un appartamento sulla costa che l'aveva scoperta al suo interno e temeva fosse una ladra.
Lei invece cercava solo un rifugio, era spaventata, tremava per il freddo e la fame, e non voleva aiuto dalla polizia.
Simon intuisce che c'è qualcosa di strano in quella ragazza ma è troppo scossa e debole per parlarne, sembrava quasi sul punto di svenire.
Perciò decide di ospitarla almeno per quella notte, non può abbandonarla lì sulla spiaggia nè tanto meno può consegnarla alla polizia per quanto mostra di esserne terrorizzata.
Ecco la scelta decisiva, il bivio che porta la vita di Simon su una strada che non avrebbe mai immaginato di poter percorrere: se non avesse ceduto alla richiesta di aiuto di Nathalie e avesse seguito il suo istinto che lo avvertiva del pericolo imminente, non si sarebbe trovato invischiato in una vicenda intrisa di brutali omicidi, una scia di sangue che sembrava allargarsi a macchia d'olio e che prima o poi avrebbe coinvolto anche lui e Nathalie.

Charlotte Link, autrice di spicco in Germania, ci regala un thriller dal ritmo serrato con una trama che s'inerpica intorno alla vicenda di Nathalie come un ramo di vite intorno ad un traliccio, crescendo di intensità ed arricchendosi progressivamente di nuovi personaggi e storie dai risvolti drammatici, storie di povertà, sfruttamento, disagio e malessere psicologico: storie di vita nate da scelte decisive, cruciali e purtroppo sbagliate.
Tutto scritto in modo scorrevole ma non superficiale, nessun dettaglio viene lasciato al caso soprattutto nel delineare il profilo e la personalità dei vari personaggi.
Piuttosto vorrei criticare il soffietto editoriale in quarta di copertina: 'La scelta decisiva non ha una parola di troppo' (Bild am Sonntag).
Ecco, forse l'unico difetto del romanzo sono proprio le parole di troppo: spesso uno stesso concetto viene inutilmente ribadito più volte tanto da risultare quasi snervante.
Nel complesso, però, l'autrice riesce a mascherare questa imperfezione con la fluidità della sua penna.

"Il presente non sta fermo, avanza ogni secondo. La loro vita invece non lo avrebbe fatto. Era congelata. Nel terrore. Nell'incertezza. Nell'attesa. Ma anche nella speranza. Era questo che li avrebbe tenuti in vita: la speranza. Forse ingannevole, forse perfida. Ma era l'unica cosa che avevano."

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    13 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Marzo, 2017
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Pronti, partenza...Nulla

Un bar di paese che non ha seguito la modernità dei tempi, rattoppato in una involuzione ormai fatale. Il vecchio bancone e la formica ingiallita dei tavoli, la tendina lisa alla porta ed i vetri opachi solcati da striature scure. Un ritrovo di periferia dove restano in pochi, ma la cui assenza piu’ greve pare essere quella del buon Nullo.
C’e’ un motivo per cui Nullo e’ uscito dal gruppo, una carota fresca e stuzzicante che l’io narrante ci sventola davanti alle fauci asinine, camminando a ritroso fino all’infanzia per parlare di quel ragazzino solitario e dal ventre gonfio. “Panzon” lo chiamavano, con un fare canzonatorio che gli avrebbero riservato per tutta la vita.

La sinossi del libro mi sembrava avesse un non so che di allettante, la copertina mi infondeva un senso di pace nell’anticamera di un panorama cupo e affascinante. Eppure il titolo cosi’ significativo mi avrebbe dovuto avvertire, fermare in tempo: “Vita di Nullo”, nulla, zero.
Il nulla e’ cio’ che ho vissuto leggendo, zero e’ quel che resta di questo scritto piuttosto breve.
Tacendo sulle motivazioni che hanno spinto il nostro buon uomo a sparire, di una banalita’ imbarazzante, credo di avere nella miglior delle ipotesi individuato l’intento dell’autore. Rivivere cioe’ una realta’ di paese degli anni Ottanta, cose di ragazzi, la scuola e poi la Fiat 127, gli stereo, gli impianti a metano e il carburante troppo costoso. Ma dai soli intenti non nascono bei romanzi.
La scrittura e’ scorrevole ma piatta , il corpo del libro ha la fragilita’ ossea della creta in un mattino di sud est asiatico durante la stagione monsonica.
Il personaggio di Nullo non ha il carisma dell’incompreso, che solletica la solidarieta’ alla platea dei lettori. Nemmeno la disperazione della vittima di bullismo, che riscuote l’appoggio ed il tifo del pubblico verso la rimonta. Non posso nemmeno dire di avere trovato sollievo nella benedizione di una mera empatia, che salva l’insalvabile, talvolta.
Nullo, Zero, Nulla e così sia.

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siti Opinione inserita da siti    13 Marzo, 2017
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Fiume terra, fiume cielo

Romanzo bipartito con netta preponderanza attribuita alla prima parte”Di qua dalle mura” e un ruolo catartico e risolutivo alla seconda “Di là dalle mura”. Un unico elemento di congiunzione : il fiume, dapprima associato alla terra, poi al cielo. Il fiume: elemento naturale teso allo scorrere, al non ritorno, destinato ad una foce, giunto da una sorgente. Anche Lulù , giovane laureata in agraria, fortemente ancorata alla sua terra, nutrita dalla speranza che essa possa essere salvifica, ha un luogo aspro nel quale è nata, giunge dolorosamente a percorrere il letto della sua vita, partendo torrente irrequieto, irrisolto, e scavandola, la terra, per trovare la sua foce.
Questa è la storia di Lulù, ripercorsa con l’alternarsi della narrazione e delle lettere che Giosuè, il padre, le scrive, da quando lei è partita e lo ha abbandonato, là sull’appennino, perso nel suo sogno utopico di poter fondare una città ideale, avvilito e profondamente deluso dalla corruzione politica e dall’agonia del partito socialista. Lui, solo, ha plasmato la sua Lulù, ha scelto per lei imponendole studi in agraria dopo averla allevata in solitudine all’amore per la terra, ancestrale, atavico. Nora, la moglie, non può, depressa dapprima poi persa nel buio della mente: non è mai stata moglie, non è mai stata mamma. A suo modo, oltre le lacerazioni inferte alla figlia per gli abbracci mancati, per le stranezze comportamentali, per il suo grande abbandono in presenza, anche lei ha trasferito qualcosa alla ragazza.
“Se mi tornassi questa sera accanto” riprende un verso di Alfonso Gatto, tutto lo scritto in realtà è puntellato di citazioni, abilmente mimetizzato in un pensiero creativo che da esse ha tratto origine, si tratta per lo più di versi e una nota finale dell’autrice riporta alle fonti. La scrittura è di certo interessante e il contenuto originale, la Pellegrino è una storica dedita all’”abbandonologia”, scienza poetica alla quale la stessa aveva già dedicato il suo romanzo d’esordio “Cade la terra”. Potrei dire che la sua scrittura esercita il fascino dei luoghi abbandonati a cui manca però quell’afflato vitale che si può cercare di costruire ma che non arriva diretto al cuore. Bella storia, interessante triade di personaggi, aridità emotiva.

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Cade la terra
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Marzo, 2017
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Una Norvegia cupa e ammalata

Eccoci alle prese col secondo capitolo della trilogia ideata dallo scrittore norvegese Ingar Johnsrud, che ha come protagonisti i due detective Fredrik Beier e Kafa Iqbal.
"I cacciatori" è il seguito diretto de "Gli adepti", e racconta un'indagine apparentemente separata dalla prima (e comprensibile anche a chi non ha letto il primo libro), ma che segue un unico filo conduttore.
Posso dire, avendo letto anche il prequel, che l'autore alza leggermente l'asticella della qualità, gestendo meglio e aumentando i momenti di suspence e allontanandosi un po' dagli stereotipi dei quali era pieno "Gli adepti", riuscendo a incuriosire il lettore e spingendolo, per buona parte del tempo, a voler andare avanti nella lettura.
Personalmente, l'autore ha generato in me la curiosità necessaria a voler sapere come si conclude la storia e quindi a leggere il terzo libro. Questa non è una cosa banale, considerando che mostri sacri come Stephen King non ci sono riusciti, ad esempio con la sua ultima trilogia che ha come capostipite "Mr. Mercedes".
Dunque complimenti a Johnsrud.

Beier è prigioniero della sua sofferenza, di un passato che lo tormenta e non gli permette di andare avanti con una vita normale, prendendosi cura dei suoi affetti.
Il ritrovamento di due cadaveri che in apparenza appartengono allo stesso uomo, porterà Beier e Kafa Iqbal a lavorare nuovamente insieme, dopo un inspiegabile allontanamento. Tuttavia, non è il ritrovamento del "doppio cadavere" il vero fulcro di questa storia, né il fattore più misterioso. Ci troveremo nel bel mezzo di intrighi che coinvolgono molte persone importanti, i servizi segreti, lo stato norvegese e la Russia.
Anche in questo sequel, ci troveremo a seguire una storia parallela raccontata in flashback, che ci spiega cosa ha portato ad alcuni avvenimenti del presente senza distogliere troppo l'attenzione dalla storia principale.

"Senza la morte, la vita non avrebbe valore. Le cose eterne non valgono nulla. L'aria, per esempio. Priviamo dell'aria una persona per una minima frazione della sua vita, e tutto svanisce. Bastano dieci minuti, per chiunque di noi. Eppure l'aria non ha valore. Ce n'è talmente tanta che la crediamo eterna."

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Thriller Nordici
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    10 Marzo, 2017
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L'America ed i suoi sogni infranti...



Tre generazioni, tre piani temporali...e un comune denominatore: Nelson "il Trombettiere" e lo scoutismo.
Wisconsin.
    Siamo nel 1962 e iniziamo a conoscere un Nelson tredicenne, durante una delle settimane più difficili della sua vita al campo scout, dove viene continuamente fatto oggetto di scherno e di violenza da parte dei suoi coetanei: essere uno bravo, sempre ligio al dovere, fedele ai principi di giustizia e lealtà, non ti rende popolare né benvisto dai pari...almeno fino al giorno in cui non dovrai calarti e nuotare in una latrina da campeggio per recuperare una monetina.
Nelson lo fa. Nelson non si sottrae mai al suo dovere, fosse anche uno stupisissimo pegno di gioco.
Lui, il trombettiere dalla tromba ammaccata (e pisciata dai compagni), non ha amici...tranne Jonathan, un quindicenne che riesce a concedergli qualcosa che si avvicina all'amicizia.
     Nel 1996 ritroviamo Nelson e Jonathan adulti (la vita li ha separati, ma non persi) alle prese con Trevor, il figlio sedicenne di Jonathan...e il tentativo di suo padre di distruggere la sua purezza, il suo sguardo incantato, il suo amore pulito per Rachel...alla vigilia della settimana al campo scout.
Tette al silicone e una cicatrice di cesareo saranno il metodo scelto per l'iniziazione al disincanto.
     Ed infine ci ritroviamo nel 2019, ancora al campo, ma stavolta ci sono Rachel e Thomas, figlio di Trevor...ed un Nelson ormai settantenne che si ritroverà ancora a combattere per il giusto, contro un'America che fa acqua da tutte le parti.
Sullo sfondo c'è la guerra in Vietnam, l'11Settembre, l'Afghanistan...
Ogni passaggio temporale rappresenta uno snodo importante per la vita dei protagonisti (qualcosa cambia per sempre) e per una terra che vede sempre piu i suoi sogni infrangersi...

Un romanzo tutto al maschile, sull'amicizia, sul coraggio, sulla crescita, sui rapporti matrimoniali e genitoriali.
Ne viene fuori l'immagine di un' America ferita, senza più sogni, guerrafondaia, che non ha più spazio per gli eroi, né per i boyscout e la loro solidità.

Un bel romanzo...Butler riesce a legarti ai suoi personaggi e ai suoi luoghi in un modo difficile da spiegare: è come se ti avvolgesse in una coperta calda, come se ti facesse entrare dentro una canzone che hai voglia di ascoltare fino alla fine.
Tuttavia, secondo me, non è riuscito a ricreare l'atmosfera intima di "Shotgun Lovesongs"...quella ballata struggente che avrei voluto non finisse mai.
Ma lui è uno bravo davvero.

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Vita93 Opinione inserita da Vita93    09 Marzo, 2017
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Al lupo ! Al lupo !

“ A cantare fu il cane “ è l’ ultimo romanzo di Andrea Vitali, medico originario di Bellano e scrittore di straordinaria prolificità. Si pensi ad esempio che nel 2014 l’ autore è riuscito nell’ impresa di pubblicare sette libri.
Non è stato il mio primo incontro letterario con Vitali, di cui avevo già letto il simpatico “ Galeotto fu il collier “.
L’ ambientazione è la medesima, la graziosa Bellano degli anni ‘30 immersa in un’ insopportabile calura estiva che neanche il vicino Lago di Como riesce a stemperare.

“ Al ladro ! Al ladro “. Il grido di Emerita Panicarli, residente in via Manzoni, irrompe nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1937. Poco dopo il maldestro e noto delinquente locale Serafino Caiazzi viene acciuffato dalla guardia notturna Romeo Giudici in seguito ad uno scontro fortuito.
Cosa ci faceva il Caiazzi nei paraggi di casa Panicarli proprio quando quest’ ultima gridava “ al ladro “ ? Possibile che abbia cercato di addentrarsi in quella casa che tutti sanno essere presidiata da un temibile e vigile cane bastardino pronto ad azzannare chiunque non sia della famiglia ?
Sembra un caso di facile risoluzione per il maresciallo dei carabinieri Ernesto Maccadò. Una ghiotta occasione per l’ ampolloso corrispondente del quotidiano locale Fiorentino Crispini, da tempo a secco di articoli significativi.
A complicare la situazione la scomparsa del giovane paesano Filippo Buonavigna e la presenza temporanea del Circo Astra, la cui fama è dovuta alla conturbante escapologa eritrea Omosupe.

Anche stavolta, il romanzo di Vitali è garanzia di genuino divertimento.
I capitoli brevissimi, l’ ambientazione paesana e una galleria variopinta di personaggi più o meno pettegoli e intrecciati tra loro accompagnano rapidamente il lettore al termine della seppur non breve lettura ( 416 pagine ) con il sorriso perennemente stampato in faccia.
Personaggi comuni in cui ognuno di noi si riconosce almeno parzialmente, testimoni e attori di una piccola realtà paesana dove, specialmente all’ epoca, ognuno sapeva veramente tutto di tutti.

Le vicende narrate sono cariche di garbato umorismo e a sorprendermi di Vitali è ancora una volta l’ abilità nel sapere raccontare una storia, qualunque essa sia. Non meno rimarchevole è la capacità di utilizzare un lessico dalla particolare punteggiatura, frenetico e rapido, impreziosito di alcuni vocaboli desueti e per questo ancora più simpatici.

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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    05 Marzo, 2017
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Delicato, semplice, essenziale: Kent Haruf!

Le nostre anime di notte - Kent Haruf

Avendo letto e soprattutto, essendomi piaciuta, tutta la precedente trilogia aspettavo questo ultimo libro di Hauf con trepidazione. In Italia si è scatenato una sorta di culto per questo autore e che soprattutto on line assume i contorni di un hype (successo iperbolico) al quale è difficile restare indifferenti e che porta ad una naturale curiosità verso l’opera dell’autore della trilogia della pianura.

Detto questo ho iniziato il libro aspettandomi di trovare Holt e le sue atmosfere (Holt è la cittadina immaginaria inventata da Haruf dove si ambientano tutte le sue storie) e non ne sono rimasto deluso; in questa storia i protagonisti sono un uomo, Louis Waters, e una donna Addie Moore ormai in là con gli anni entrambi vedovi e entrambi soli. Per vincere questa solitudine iniziano a frequentarsi a casa di Addie di sera per parlare guardando le stelle; pian piano la loro relazione atipica inizia a far scalpore nella pur sempre piccola cittadina di Holt e a questo si aggiungerà il piccolo nipote di Addie che verrà parcheggiato dalla nonna da un padre a dir poco discutibile. Bella la forma di raccontare, la semplicità delle parole e dei sentimenti messi in mostra. Si sviluppa subito una certa empatia per i due protagonisti e in seguito una vera e propria simpatia anche per il piccolo ragazzino che è davvero un amore.

Come già detto lo stile di Haruf è semplice e lineare, lui ha sempre detto che voleva scrivera quanto più vicino all’osso dei sentimenti e delle emozioni umane e ci è sempre riuscito. I suoi personaggi sono persone comuni, con storie normali che fanno cose normali e forse proprio per questo piacciono tanto qui da noi in Italia che di super uomini ne abbiamo abbastanza.

Tra le pagine di questo romanzo in molti hanno sentito la fretta dell’autore nel terminare il racconto, una fretta determinata dalla sua malattia che se lo sarebbe portato via poco dopo aver consegnato questo scritto alle stampe. Personalmente ho avvertito ancora di più una certa urgenza di raccontare un periodo della vita, quello dell’anzianità, e un particolare aspetto quello della solitudine che è molto trascurato al giorno d’oggi dove nessuno ammette di essere solo e dove gli anziani sono considerati un peso. Invece da queste pagine traspare una speranza, la possibilitá che anche se il fiore degli anni sia già passato ancora qualcosa di buono può arrivare.L’importante è restare aperti verso gli altri e non dire mai: alla mia età non me lo posso più permettere, soprattutto se si parla d’amore!

In definitiva Le nostre anime di notte è un bel libro, corto, che si legge molto facilmente e che parla al cuore in maniera delicata. Si l’aggettivo giusto per questo libro è delicato!
Ai più attenti non sfuggirà una piccola autocitazione alla vechia trilogia, un sorriso mi si è disegnato in volto a pensare a quei personaggi. Bravo Kent!
E adesso non resta che aspettare la prossima uscita del film tratto da questo libro, con Robert Redford e Jane Fonda che fanno ben sperare per una degna trasposizione cinematografica di un bel libro.

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La trilogia della pianura oppure a chi vuole iniziare a leggere Haruf per poi farsi trasportare nell'universo di Holt
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2017
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Favolosamente siberiane

In questa breve raccolta di fiabe il tutto sembra nascere da un lembo di saggezza popolare. Il finale di ogni favola e’ infatti un proverbio o un’usanza tipica che, come un seme fertilizzato nella dura tundra russa, getta le basi per l’arbusto che raccontera’ di lui.
Cosi’ tradizione e leggenda si fondono in brevi componimenti dove il filo conduttore e’ ricorrente.
Nel grande regno della natura siberiana la nobilta’ e’ della gente semplice, che utilizza solo il necessario senza impadronirsi della terra e delle sue risorse. In un mondo dove il potere coincide con la corruzione, l’usurpatore incede, tenta di sopraffare il debole finche’ giustizia non verra' ristabilita con la forza, con l’astuzia o con l’incantesimo.
Si scoprono grandi spazi nei panorami selvaggi, poi sono orsi, guerrieri, principesse e demoni.
Sacro e profano si abbracciano quando il volto dolce e mite di una Madonna non si scompone, mentre la Signora impugna la rivoltella e giustizia i crudeli.
Non c’e’ confine tra l’uomo, la taiga ed il cielo quando la luna si innamora del giovane cacciatore e lui , lupo penitente, ululera’ per l’eternita’ l’amore perduto .

Un modo di viaggiare piacevolmente leggero e rivelatore, quanto c’e’ di un Paese nel suo suo antico folclore. Buona lettura.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    04 Marzo, 2017
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Kerouac per signora

Questo romanzo di Eggers anche se piacevole e ben scritto mi è sembrato meno bello degli altri romanzi, per esempio di Ologramma per il re. Leggendo ho avuto come l’impressione che gli ingredienti non siano stati dosati bene e che manchi qualcosa. L’elemento più interessante è comunque il senso di stanchezza per la società civile con le sue regole, il senso di repulsione per la presenza umana che raggiunge e sporca i posti più incontaminati e la forte attrazione per la natura e per la vita a contatto con la natura con i suoi pro e contro: in sintesi bellezza e pericoli. I pericoli ci sono ovunque: incendi, temporali, fulmini, fiumi, laghi. Ma l’elemento più ambiguo e insondabile resta sempre l’uomo che potrebbe essere diverso da quello che appare o celare intenzioni, perversioni, follia. La protagonista, madre di due figli, fugge in camper verso una zona selvaggia dell’America, l’Alaska, con al seguito i due bambini di pochi anni. Il maggiore Paul ha 8 anni. La donna è in fuga dalla sua professione che l’ha stancata (dentista), dai sensi di colpa (la morte di Jeremy volontario in Afghanistan), dalle cause legali e dall’ex-compagno di cui è arcistufa e che non ama. Bisogna dire che per quanto lei scappi, Carl non ci pensa nemmeno lontanamente a inseguirla. La fuga è soprattutto dalla propria vita, dal tipo di vita, dal tipo di consesso sociale. La richiesta è quella di una vita più a brutto muso con la natura. Lo scopo sembrerebbe quello di riuscire a vivere di quello che la provvidenza mette in tavola, di incontri casuali e stimolanti al di fuori di regole, sempre al limite tra fascino e pericolo reale o eventuale. La cosa più interessante del testo è la parte descrittiva legata ai paesaggi. La storia a me non è piaciuta particolarmente anche se è delicata e potrebbe essere adatta a lettrici donne con figli. Ho letto recensioni in cui si parla di un finale tragico. In realtà nella testa di Eggers il finale non vuole essere assolutamente tragico. Non lo è, anzi. E’ un finale all’insegna della provvidenza e del coraggio e della bellezza di trovarsi a brutto muso con gli elementi e di sfidarli.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    26 Febbraio, 2017
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KATIE E IL SUO SOGNO LONDINESE

Katie, o meglio Cat come si fa chiamare, non vuole altro dalla vita che vivere a Londra, adora la città, il traffico, lo smog, la metropolitana affollata, è tutto quello che sogna da sempre.
La ragazza è nata e cresciuta in un piccolo paese in campagna e sta cercando in tutti i modi di diventare una londinese, per questo cambia il suo look, fa credere agli altri di avere una vita sociale molto attiva, posta continuamente foto sui social, dando un’immagine di sé non vera. Si cambia perfino il nome, perché crede che il suo non sia adatto alla sua nuova vita.
Sopporta di tutto, mangia pochissimo, vive in un piccolo appartamento con altri due coinquilini, acquista degli abiti usati o a basso costo e lavora come stagista in un’agenzia di branding e di marketing, dove non viene nemmeno presa in considerazione.
Ma lei ha un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo anche se, questo significa far vedere agli altri una persona che in realtà non esiste, un’immagine confezionata e studiata a tavolino per adattarsi al mood londinese.
Ma ne vale veramente la pena far tutto questo, per vivere in un mondo che non è il tuo?
Londra, come tutte le grandi città, ha degli aspetti positivi e degli negativi.
Da una parte il mondo patinato, scintillante, le luci delle grandi metropoli, il glamour, la moda, lo sfarzo, e dall’altra le difficoltà di trovare un lavoro retribuito, lo stress,le spese varie e la sensazione di non essere mai all’altezza.
Oltre tutto questo, ci si mette anche il capo di Katie, Demeter, che sembra avere una vita perfetta come quella che anche la nostra protagonista sogna, come tutti i capi è una stronza e si comporterà male con Cat, ma forse anche qui l’apparenza inganna.
Katie, è un personaggio con il quale ho da subito simpatizzato, una ragazza piena di sogni, che vuole con tutta se stessa essere diversa, ma che si scontra con la dura realtà e con le difficoltà economiche. La sua famiglia non è di certo ricca, e quindi forse il fatto di aver vissuto sempre una vita umile le è sembra andata stretta e quindi ora vuole avere la sua rivincita. E’ lei è brava, ma purtroppo capita in un ambiente in cui non è apprezzata e dove lei è considerata come un numero, come la maggior parte dei tirocinanti nel mondo del lavoro.
Questo romanzo è molto attuale, sia come tema, come nel descrivere la condizioni di molti giovani oggi, che hanno talento, hanno studiato ma purtroppo non trovano lavoro e devono rinunciare ai loro sogni.
Sophie descrive in maniera molto realista e in maniera anche sensibile, attraverso il personaggio di Katie, le difficoltà e la lunga gavetta di una ragazza che sogna solo di fare un lavoro e di vivere la vita che sognava da quando era piccola. Mi sono immedesimata in lei, nelle sue speranze, nei suoi sogni infranti, nelle sua voglia di cambiamenti e di adattarsi agli altri e cercare di sembrare diversa da quello che è.
Ma è così importante apparire? In un mondo fatto di social, di selfie, dove conta solamente l’immagine che si ha, quali posti si frequenta, con quali persone si esce e cosa si mangia.
Dove è finita la genuinità, la spontaneità e l’umiltà, persi dietro alcuni like?
Quando Katie perde il lavoro allora tutto le crolla addosso, deve ricominciare da capo tornare a casa dai suoi genitori, rivedere i suoi piani di diventare qualcuno.
Ma per fortuna, la vita forse a volte è imprevedibile…
Katie, però, non si dà per vinta lotta e spera che prima o poi la sua vita trovi la direzione giusta.
La storia è scritta dal punto di vista di Katie, lo stile di Sophie è molto scorrevole e il libro si legge in poco tempo, ho apprezzato moltissimo il fatto che l’autrice non abbia reso il racconto e la storia d’amore, mielosi e sdolcinati anzi il romanzo risulta essere molto divertente e spiritoso.
I personaggi sono ben delineati e caratterizzati, Katie in particolare, è descritta in maniera tale che tutte le sue emozioni, le sue frustrazioni,le sue paure e le sue delusioni vengono trasmesse al lettore, come se fosse lui stesso a viverle. E questo succede solamente con le bravi scrittrici.
Un libro molto ironico, che divertente ma che fa anche riflettere, su quanto noi cerchiamo di essere apprezzati dagli altri, dimenticandoci di quello che siamo veramente.
La vita, come ci suggerisce il titolo, non è perfetta ma in verità non è così per tutti?
Sono le persone che decidiamo di accogliere nella nostra vita, che la rendono speciale e perfetta anche se in realtà non lo è.

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gli altri libri di Sophie Kinsella
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Belmi Opinione inserita da Belmi    24 Febbraio, 2017
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Il Coyote e Beep Beep

Antonio Maria e Maria Antonietta sono i protagonisti della “Commedia nera n.1”, con cui Recami inizia un nuovo ciclo, centrato sugli incubi sociali, con il paradosso del rovesciamento del buono con il cattivo.

I protagonisti sono una coppia che ribalta completamente lo stereotipo maschile e femminile. Maria Antonietta è un commissario della polizia, autoritaria, prepotente, egoista e abbastanza crudele; Antonio Maria è il marito malato, costretto a casa, che dopo aver subito soprusi per anni, vuole dare una svolta alla sua vita.

““Uomini maltrattanti? Uomini maltrattanti? Ma che sta dicendo? È mia moglie che esercita questi tipi di violenza su di me, e a proposito del maltrattamento economico vorrei aggiungere che io è una vita che lavoro in casa, e non mi è stato riconosciuto niente..””

Recami stravolge completamente quello che “solitamente” siamo “più” abituati a vedere; in questo romanzo la situazione viene completamente capovolta raggiungendo anche punte molto alte di grottesco.

L’intento dell’autore è molto chiaro, ovvero quello di presentare la società facendo “divertire” il lettore, creando questa commedia degli “equivoci”. “L’operatrice non sapeva come comportarsi. “Beh, guardi, questo è un numero verde per casi di violenza sulle donne…il nostro centro propone anche un servizio per maschi che vogliono affrontare il loro problema di Maltrattanti, ma non forniamo consulenze, non prendiamo appuntamenti per casi opposti, ove ce ne fossero..la cosa esula dalle nostre competenze..””.

Partiamo dal presupposto che non conosco l’autore e questo è il primo libro che leggo di lui. Un romanzo che nell’arco di una giornata si legge senza problemi, caratterizzato da una penna piacevole, scorrevole e sicuramente ironica e in alcuni casi divertente. Il romanzo, dal mio punto di vista, era partito in maniera profonda, affrontando una tematica davvero molto importante, questo elemento purtroppo si perde dopo poco, quando l’autore (volontariamente) alimenta il grottesco fino all’esagerazione. Qualcuno di voi ha mai guardato i cartoni animati con il Coyote e Beep Beep? Avete presente l’astuzia del Coyote? Beh, Antonio Maria prenderà ispirazione da lui per “liberarsi” di Beep Beep o meglio della sua Maria Antonietta.

Lodevole l’iniziativa dell’autore, ma non posso dire che questo libro mi abbia lasciato qualcosa. Sicuramente piacevole da leggere ma troppo esagerato. Gli eccessi vanno sempre saputi gestire.

Buona lettura!

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Libri per ragazzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2017
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Daisy & Ethan

Conclusi gli studi di liceo classico, Daisy non esita un attimo sull’intraprendere quella che sarebbe stata la sua strada: la filosofia è ed è sempre stata la sua vita e la sua passione, quindi, perché indugiare? Ed è pronta, la studentessa, ad affrontare quel nuovo percorso che con gli anni universitari sta avendo inizio, complici di ciò anche la riscoperta autonomia di condividere un appartamento con una perfetta sconosciuta nonché il fedele appoggio dei due storici amici compagni di scuola, Alessandro e Noemi. Peccato che Daisy non abbia fatto i conti con quel passato che è sempre pronto a bussare alla nostra porta. Non a caso, è proprio quello che le accade quando i suoi occhi si posano ed incrociano nuovamente con quelli di Ethan, immatricolato presso la facoltà di astronomia e vecchia conoscenza non proprio gradita. Eh si, perché se l’aspirante filosofa all’età di dodici-tredici anni è stata costretta a lasciare la sua città natia è colpa proprio di questo giovane ed aitante ragazzo, colpevole di non aver saputo mantenere un segreto; confidenza che ha portato alla rottura del matrimonio dei genitori della protagonista ed al conseguente allontanamento. O almeno, questo è quel che crede la ormai diciannovenne, ma si sa, non sempre tutto è come appare, non sempre la versione dei fatti che conosciamo è verità assoluta.
Con una penna semplice, basica e non particolarmente erudita, Cristina Chiperi torna in libreria con un volume che apre le danze su quella che si prospetta essere il progetto di una nuova saga. La storia di per sé si fa leggere anche se non risulta essere particolarmente originale essendo la stessa facilmente riconducibile ad opere contemporanee del medesimo filone. Essa è inoltre a tratti percepita quale irreale, inconcreta in quella che è la ricostruzione di luoghi e realtà universitaria.
La difficoltà maggiore è nella parte iniziale, il lettore, infatti, si trova, in questa, di fronte ad un elaborato ancora acerbo, a tratti eccessivamente adolescenziale e farraginoso (basti pensare allo spropositato uso di punti esclamativi che si mixa alla volontà di adottare un linguaggio forbito alla Jane Austen), uno scritto che solo nel suo proseguo prende campo stimolando l’audace conoscitore ad andare avanti.
In conclusione, “Starlight” convince a metà, da un lato si fa apprezzare per la fantasia e per la prova (soprattutto rispetto a tanti altri libri del genere non è volgare, non scade nei soliti temi e in scene di sesso altamente opinabili), ma dall’altro lascia insoddisfatti perché essendo un romanzo in serie non si sviluppa pienamente. Sinceramente ritengo che come volume unico non solo avrebbe colpito maggiormente, ma avrebbe anche saputo meglio evolversi in quella idea di partenza apprezzabile, gradevole. La giovane scrittrice dimostra, comunque, di sapersela cavare, riesce a far sognare e a far staccare la spina, talché è impensabile non attribuire alla sua stessa età il maggiore o minore incidere di gradevolezza di questo primo episodio delle avventure proposte. Sono certa però che negli anni a venire, saprà sorprendere con testi più congrui anche ai più adulti.
Adatto ad un pubblico più giovanile, adolescenziale e femminile che cerca uno testo semplice, da cui non aspettarsi nulla, con cui trascorrere qualche ora in leggerezza sognando, e a chi pur amando il filone non vuole cadere nel grossolano, nel maleducato.

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  • no
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si = a chi cerca un romanzo con cui staccare la spina, non volgare ma nemmeno indimenticabile e a chi appartiene alla fascia di età dei 15-20/21 anni.
no = ai più adulti che potrebbero trovare difficoltà a leggere un testo ancora troppo acerbo ed infatantile.
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2017
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Luce Di Notte, eccola qua.

Luce di notte, trentasettenne napoletana residente nei quartieri “Spagnoli”, di professione avvocato, non è la classica eroina a cui siamo abituati.
Capelli super corti, seno appena pronunciato, jeans e converse, si sommano ad un carattere prorompente, che nulla risparmia al lettore come agli altri protagonisti dell’opera. Perché Luce è un po’ così, un po’ pagliaccio e un po’ bambina, un po’ maschio e un po’ femmina, e come tutti ha paura delle emozioni. Si, le teme, perché ha sempre sofferto della mancanza di quel punto fermo che sarebbe dovuto essere il padre. Ed anche se è stata cresciuta da due mamme, quella naturale e quella “adottiva” della nonna Giuseppina, che si sono prodigate per garantire a lei e al fratello Antonio un futuro, ella ne è ancora in cerca. Al tutto si aggiunge una relazione finita male, un meraviglioso cane di nome Alleria e un vicino di casa filosofo non deambulante, Don Vittorio Guanella.
Dopo anni di galoppinaggio, la professionista è approdata allo studio legale di Arminio Geronimo & Partners, un luogo dove la donna non si piega all’atmosfera maschilista che regna. Al suo primo vero incarico però, le crepe di quella corazza così tanto stratificata e argillinata, vengono a galla. Eh si, perché quando Luce si trova a dover valutare se Carmen Bonavita – separata dal marito che si è rivolto allo studio della protagonista – è una buona madre per il poco più che settenne Kevin, e dunque a decidere se il padre ha buoni presupposti e motivi per intentare una causa di affidamento esclusivo, queste si sgretolano implacabilmente.
In primo luogo resta sorpresa dal bambino stesso: Kevin non assomiglia minimamente ai suoi genitori, anzi, ne è l’esatto opposto. Parla un italiano perfetto, è intelligente, educato, ha voglia di imparare e di studiare tanto che agli occhi di chi guarda sembra lui colui che è investito del compito di educare quel padre e quella madre che non perdono occasione per scannarsi. D’altra parte, Carmen non vuol far altro che preservare, a suo modo, il futuro della sua prole, il destino di quel bambino così diverso dagli altri e con una possibilità da non sprecare, vuol cioè evitare che finisca sulla strada, che finisca con l’essere un “delinquentello” come tanti, che finisca con l’essere risucchiato dall’universo camorristico di cui il padre è a capo. Quest’ultimo, invece, per quanto gli voglia bene, vorrebbe che fosse più simile a lui cosìcché non perde l’occasione propizia che gli è offerta; quella di punire quella moglie sovversiva per l’affronto fatto. E la trentasettenne, conosciuto il ragazzo inizia a riflettere sul suo percorso, su quella voglia di maternità che credeva di non avere, su quei punti fermi che sente di dover mettere, su quella realtà che da oltre trent’anni la circonda ma che grazie allo studio e alle cure amorevoli di due donne, ha sempre evitato, sottovaluto, mai realmente visto.
Ma Marone non ci offre solo una panoramica sulla realtà napoletana, sulle scelte del giusto e dello sbagliato e sulla coscienza e morale che ognuno di noi custodisce nel proprio cuore. L’autore ci porta anche a riflettere su altre costanti, su altri corollari dell’esistenza.
Altro tema che viene trattato è certamente quello dei rapporti familiari. Luce cresce in contrapposizione ad una madre bigotta, che si è immolata ai figli dopo la partenza e poi morte del marito e che si è rifugiata nella religione pur di trovare conforto. Questo porta la donna a chiudersi, lei che ha sempre cercato di insegnare l’onestà, la bontà, il perdono e l’altruismo ai figli, in dogmi dettati e delimitati dal peccato. La sua figura così ferma e solida, così responsabile con due lavori – pulizia delle scale e case altrui la mattina e sarta nel pomeriggio – si contrappone a quella del marito che al contrario è un irresponsabile di prima categoria che investe i pochi risparmi in un carrellino di zucchero filato o similari. Dalla famiglia il napoletano scrivente si sposta appunto alla Chiesa, mettendo in evidenza pregi, difetti e paradossi della stessa.
Altre due figure molto interessanti e di insegnamento sono Kevin e Don Vittò stesso. Il primo perché con la sua innocenza apre gli occhi alla protagonista, il secondo perché le insegna a scegliere, ad incamminarsi sul suo personale percorso senza accontentarsi di vivere sul sentiero più sicuro e semplice. Ed ecco che ritorna anche l’ulteriore tema caro al narratore, il senso della vita, delle occasioni perdute, di quelle ancora da afferrare.
Con “Domani magari resto” Lorenzo Marone ripercorre con dovizia il sentiero che già aveva intessuto con “La tentazione di essere felici” e con “La tristezza ha il sonno leggero” donando al lettore un libro munito della stessa forza empatica e circondato da quell’alone di magia che soltanto gli elaborati firmati con questa penna hanno. Luce, inoltre, è un personaggio ben costruito, stratificato, una protagonista da scoprire un passo alla volta, una donna che per quanto si atteggi a forte è in realtà fragile e alla ricerca di quello sprazzo di felicità che la vita sembra non averle voluto riserbare sin dalla nascita. Inevitabile quella sensazione di deja-vu che l’opera suscita nell’avventuriero conoscitore, eh si, perché la temeraria avvocatessa ricorda Cesare Annunziata, solo che al femminile.
Stilisticamente il testo è inoltre avvalorato e reso concreto da tipiche intercalari del luogo, elementi questi, che si fondono a quelle atmosfere dei Quartieri e a quella realtà della Camorra che travolgono chi legge così come la Di Notte.
In conclusione, un romanzo godibilissimo, che arriva e lascia il segno.

«Io non mi pento di nulla» ho replicato fiera «E fai bene, perché tutto quello che abbiamo fatto è quello che potevamo fare in quel preciso momento della nostra vita. IO credo che alla fine quello che noi siamo davvero è scritto in quello che è stato il nostro percorso. Tutte le altre cose presenti negli elenchi che scriviamo, semplicemente non erano parte di noi, sono falsi obiettivi che mettiamo li per sentirci migliori. In realtà potremmo benissimo non prendere mai una decisione nella vita e lasciarci guidare dall’istinto. Anzi, sono certo che saremmo tutti un po’ meno stressati se ci abbandonassimo al flusso delle cose senza avere la presunzione di poter cambiare questo o quel percorso. E sono sicuro che vivremmo la stessa identica vita che abbiamo vissuto. Quello che siamo è dentro di noi, il resto è tutta sovrastruttura. Superfluo. Siamo maestri nel circondarci di cose superflue» p. 150-151

«[..] Allora anche le cose brutte sono racchiuse in una parentesi, perché pure loro passano. Se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato, è che non esistono parentesi tonde o quadre, nessun inciso o intervallo, le cose, belle o brutte che siano, te le trovi all’improvviso davanti, quando vai a capo, e forse è una fortuna, perché altrimenti basterebbe evitare le parentesi per condurre una vita serena. Solo che a salvare gli incisi la frase si accorcia e giunge presto al punto finale. [..] Mi dispiace contraddirti, ma non credo che siamo solo quello che abbiamo vissuto. Il nostro trascorso può intaccarci fino a un certo punto, ma c’è una parte che resta sempre integra, sempre nuova, pronta a ripartire e a indicarci altre strade. E’ dentro ognuno di noi, anche se molti nemmeno sanno di possederla, e sta li in attesa di essere utilizzata per qualcosa di straordinario» p. 246

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    23 Febbraio, 2017
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L'amore ti rende vivo

Tutte le guerre sono feroci. Alcune sono più feroci delle altre. Non tutte le guerre si combattono lealmente. Alcune sfogano violenza e crudeltà sulla popolazione inerme.
Questo è quanto evoca il titolo dell’ultimo romanzo di Edna O’Brien “Tante piccole sedie rosse”.
Nel 2012 undicimilacinquecentoquarantuno sedie rosse furono messe in fila nel centro di Serajevo, per ricordare l’inizio dell’assedio della città da parte delle forze serbo-bosniache. Seicentoquarantatre sedie erano di dimensione più piccola: ognuna di esse rappresentava un bambino ucciso dai cecchini.
Un titolo, dunque, che evoca una tragedia infinita, un romanzo che parla d’amore, dell’amore sognato, tradito, deluso, dell’amore materno, dell’amore per Dio, dell’amore per la natura.
Nello sfondo di un’Irlanda verde e pacifica, provinciale e borghese si ambienta la prima parte del romanzo che ha per protagonista Fidelma, bella e amata moglie di un uomo molto più anziano, che soffoca con dolore il suo frustrato desiderio di maternità. Ed è nella sua tranquilla routine quotidiana che irrompe prepotentemente la figura di questo straniero che si presenta come guaritore in grado di compiere prodigi. Fidelma diviene Didone, la regina sedotta e ingannata. Ella dà tutta se stessa, con la speranza di avere il figlio desiderato. Ma il prezzo che è costretta a pagare la nostra Didone, la Didone dei nostri tempi, è altissimo perché il suo straniero è ben lungi dall’essere l’Enea di Virgilio. Egli è il feroce assassino di Serajevo.
La violenza genera violenza e Fidelma ne è vittima ella stessa. Perso tutto ciò che costituiva la sua vita serena, abbandona il suo paese e giunge in Inghilterra. Il viaggio nell’inferno dei diseredati costituisce la seconda parte del romanzo.
Di discriminazione sociale e razziale, di sfruttamento e precarietà è fatto il mondo di queste creature che lottano per la sopravvivenza. Alcuni ce la fanno, altri soccombono. Un tema di tragica attualità, soprattutto se si pensa alla ulteriore chiusura voluta dalla Brexit verso una politica di solidarietà.
Un romanzo duro, a tratti feroce, come può solo essere la narrazione di fatti atroci realmente accaduti, una storia che turba e sconvolge le coscienze. Per lo meno di coloro che ancora ne possiedono una.

“Casa, casa, casa. […..]Non immaginate quante parole esistano per dire «casa» e quali musiche selvagge se ne possano ricavare.”

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Belmi Opinione inserita da Belmi    22 Febbraio, 2017
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Esistono gli incidenti?

Per chi fosse alla ricerca di adrenalina, suspense e colpi di scena, posso tranquillamente dire che continuare la lettura di questa recensione e quindi la lettura del libro, è una cosa inutile.

Noah Hawley nel suo libro racconta la storia di una tragedia “Che cosa è successo nei diciotto minuti tra il momento in cui le ruote si sono staccate dall’asfalto e quello in cui l’aereo ha toccato la superficie dell’oceano? C’erano guasti meccanici?”.

Siamo in America è su un jet privato si trovano undici persone: tre fanno parte dell’equipaggio; poi abbiamo i Klipling, (una coppia molto facoltosa), la famiglia Bateman (una ricchissima famiglia), composta dai genitori David e Maggie, una bambina di nove anni e il fratellino di quattro e la loro guarda del corpo; a quest’omogeneo gruppo di ricchi si unisce Scott Burroughs, uno squattrinato pittore che stona un po’ con il resto.

Dopo soli diciotto minuti di volo l’aereo precipita e solo in due si salvano, il piccolo JJ e Scott. Le dinamiche dell’incidente o presunto tale restano ancora oscure, cosa è realmente successo su quel volo? Come mai Scott è riuscito a salvarsi? “Forse è solo un tizio che è salito sull’aereo sbagliato e ha salvato un bambino”?

“Prima di cadere” oltre che raccontarci il presente ovvero il susseguirsi degli eventi, scava anche sui singoli protagonisti, raccontandoci di ognuno di loro il passato ma soprattutto i segreti, fino all’arrivo su quel maledetto volo. Sono molte le teorie avanzate: complotto, terrorismo, arte, incidente o destino? Gli scheletri nell’armadio dei singoli passeggeri sono veramente molti. Tra le persone che si ritrovano a “indagare” risaltano sicuramente la figura dell’ingegnere Gus e l’ingestibile presentatore televisivo Bill.

Hawley cerca più volte di depistare il lettore e sicuramente lo fa arrabbiare quando mostra in maniera piuttosto realista come viene gestita la tragedia dal mondo dei media. La privacy sembra non esistere e quello che sembra ovvio alla fine potrebbe non esserlo. Quante volte da eroi si diventa sospettati?

L’autore riesce a gestire veramente bene la situazione e l’attenzione del lettore non cala pur mancando colpi di scena e situazioni adrenaliniche. In maniera posata, chiara e intrigante (questo elemento non manca) Hawley mi ha tenuto incollata alle pagine, e stiamo parlando di un libro che ne conta ben 463. L’unica pecca la posso trovare sul finale, che viste le aspettative create “si sgonfia” un pochino, questo non incide però sul fatto che l’autore che è al suo quinto libro abbia fatto un buon lavoro.

Buona lettura!

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Romanzi
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    19 Febbraio, 2017
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Il ritorno

Semplicemente bello, amaro, struggente, incisivo.
L'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio brucia come sale su ferite aperte, parla di figli e di genitori, di incontri ed abbandoni.

Lei non possiede un nome di battesimo ma è detta da tutti i paesani “arminuta”, la ritornata.
Scaricata come una merce da chi ha sempre considerato genitori, passata dal calore della propria casa al gelo di un focolare sconosciuto, catapultata in un mondo aberrante per lei, tredicenne vissuta tra coccole, agi e serenità.
La nuova casa è popolata da persone diverse, che parlano solo dialetto, che lottano ogni giorno con un demone chiamato miseria, che si azzuffano per due rigatoni al sugo, che condividono pochi metri quadri tra odori nauseabondi e grigiore.

Quello narrato dall'autrice è un salto nel vuoto come solo può essere lo sradicamento di un'adolescente, un evento complesso da immaginare e da rendere a parole; eppure l'effetto prodotto dalle immagini dipinte è poderoso, tanto da provocare uno stillicidio doloroso dalla prima all'ultima pagina.
La voragine emotiva narrata è generata dall'intreccio dell'assenza improvvisa e immotivata di coloro che ti hanno cresciuto e amato e dall'apparire altrettanto veloce di due persone che scopri averti generato e ceduto e di fratelli e sorelle estranei.
E' complicato parlare di temi forti e scottanti di questo tenore, sottolineando gli stati d'animo di ogni personaggio e delineando le infinite sfumature legate ad uno sguardo, ad una lacrima, ad un gesto quotidiano.
Grande prova di scrittura dell'autrice abruzzese, dotata di una penna affilata e tagliente come una lama, una scrittura sintetica che riesce ad intrappolare su di un rigo emozioni, lacerazioni e sogni infranti.
Un tema pesantissimo, come il mondo che crolla sulle fragili spalle di un'adolescente, scopre altri nervi scoperti, come le dinamiche familiari ambientate negli anni Settanta in un contesto rurale e genuino. Altro merito dell'autrice è di aver fotografato un pezzetto di Italia, contestualizzando la storia nel suo natio Abruzzo, riportando alla nostra memoria immagini in bianco e nero di una nazione tra crescita e difficoltà, dove non tutti potevano permettersi una giornata in spiaggia ed un piatto di frutti di mare.
Un'Italia di braccianti e di operai che fatica a portare il pane a tavola, che appare arida e priva di sentimenti, ma sotto una scorza dura ci sono cuori che battono per le disgrazie ed i dispiaceri che la vita porta sempre con sé.

Tante le lacrime eppure tanta dignità nel corso di tutta la narrazione, evitando la ricerca di sensazionismo ma facendo assaporare genuinità e naturalezza, senza artifici.
Un romanzo senza vincitori, c'è chi ha scelto e chi ha subito, ma tutti insieme ingrossano le fila dei vinti.

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Romanzi autobiografici
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    16 Febbraio, 2017
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Un manuale in forma autobiografica

Per affrontare la lettura dell’ultimo libro di Murakami Haruki, “Il mestiere dello scrittore”, bisogna aver ben chiaro cosa si intenda per “autobiografia” al fine di stabilire se quest’opera possa a pieno titolo essere considerata autobiografica.
A questo proposito è opportuno fare riferimento al testo di Philippe Lejeune “Le pacte autobiographique”. Qui, infatti, vengono elencati gli elementi essenziali che costituiscono l’opera autobiografica. Fondamentale tra questi è la coincidenza tra narratore personaggio e autore, che propone un racconto retrospettivo di fatti che riguardano la sua vita e ne delineano la personalità.
Nel "Mestiere dello scrittore" Murakami, in realtà, osserva questa regola, pur non abbandonandosi a dettagli sulla sua vita privata, egli, anzi, ne parla solo di tanto in tanto, di sfuggita, per concentrarsi invece sulle circostanze che hanno determinato la nascita dello scrittore di fama, e sulle aspirazioni giovanili, sulla tenacia con cui l’obiettivo è stato raggiunto. Nessuno spazio per il “gossip”, dunque, in quest'opera, che si propone piuttosto come un sorta di manuale che contiene una personale visione di come si possa eventualmente diventare scrittore e in qualche caso raggiungere il successo. L’interesse di questo libro, al di là della curiosità legittima che può suscitare nel lettore ammiratore di Murakami, consiste nel quadro sociale e culturale che l’autore delinea come retroterra della sua formazione di artista.
Egli dunque inizia con il definire le qualità proprie di uno scrittore e si sofferma su cosa significhi essere romanziere, sull’importanza del linguaggio e su come migliorare lo stile per far sì che l’opera diventi un “classico”, perché solo i classici sono destinati a durare nel tempo, grazie alla loro originalità. L’originalità è infatti elemento essenziale, come l’immaginazione che, come disse Joyce, equivale alla memoria. Secondo Murakami è fondamentale per uno scrittore attingere alla memoria: “[….] non ha importanza se pensate di non aver abbastanza materiale per scrivere un romanzo, non rinunciate. Basta che spostiate di poco il vostro punto di vista, che vi ispiriate diversamente e capirete che il materiale è lì, tutto intorno a voi.”
Non mancano esortazioni a curare il fisico oltre che lo spirito, per raggiungere l’equilibrio ideale per scrivere. Molto interessanti sono le pagine dedicate alla scuola, dalle quali si evince che in Giappone i limiti dell’istituzione scolastica sono simili a quelli più volte rilevati in molti paesi europei.
È ovvio che ogni considerazione sull’arte sia in stretta relazione al mercato al quale essa si rivolge e Murakami analizza le ragioni del suo successo, non trascurando gli eventi storici e sociali verificatisi nei paesi in cui la sua popolarità si è affermata con maggiore vigore.
“Il mestiere di scrittore” può definirsi dunque un manuale autobiografico che non si limita al tema specifico inerente la scrittura, ma si estende ad aspetti interessanti per un più vasto pubblico di lettori.

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Religione e spiritualità
 
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lapis Opinione inserita da lapis    16 Febbraio, 2017
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Acta contra sextum

Difficile leggere qualcosa che lasci più nauseati, delusi, arrabbiati come leggere di pedofilia.
A meno di non leggere di pedofili che sfruttano la propria posizione di privilegio come educatori e padri spirituali, approfittando della fiducia di ignare famiglie che affidano loro i figli proprio per farli crescere in un ambiente sicuro e protetto.
A meno di non leggere di pedofili contro cui la giustizia ordinaria nulla può fare perché avvolti da un’inattaccabile rete di omertà e protezione, contraria a qualunque valore etico e morale.
A meno di non leggere “Lussuria”, la nuova, documentatissima, inchiesta con cui il giornalista de l’Espresso Emiliano Fittipaldi, dopo “Avarizia”, torna a denunciare i vizi della curia. Sotto la lente d’ingrandimento, appunto, il sesto peccato capitale.

Questo saggio parla di scandali e crimini sessuali che hanno coinvolto la Chiesa cattolica nell'ultimo ventennio e lo fa in modo semplice e rigoroso, attraverso fatti, nomi, date e immagini di documenti ufficiali. Nulla è concesso ai facili paternalismi o al morboso voyeurismo. Fittipaldi non si addentra nelle storie o in scabrosi dettagli perché ciò che vuole far emergere non sono le vicende di vittime e carnefici, ma le responsabilità delle autorità ecclesiastiche preposte a prevenire, indagare, punire.

Fittipaldi documenta i comportamenti omissivi e autoassolutori di chi ha operato sistematici occultamenti volti a salvaguardare la reputazione e il patrimonio della Chiesa piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori. Racconta di continui spostamenti di pedofili di parrocchia in parrocchia per evitare scandali e dei tentativi di corruzione per comprare il silenzio di vittime e famiglie, comportamenti apparentemente in contrasto con la nuova “linea intransigente” dichiarata da Papa Francesco, ma nei fatti premiati con prestigiosi incarichi (addirittura tre dei nove cardinali appartenenti al gruppo di porporati che consigliano il pontefice sul governo della chiesa universale sono coinvolti in controverse storie di insabbiamenti). Parla infine della distanza effettiva tra le promesse di tolleranza zero del nuovo corso bergogliano e la difficoltà di declinarla e imporla nei documenti ufficiali, che ancora oggi esonerano i vescovi dall'obbligo di denunciare i presuli alla magistratura ordinaria e di deporre o esibire documenti per aiutare il corso della giustizia civile.

Quello che sconvolge, ultimata la lettura, è il relativo silenzio da parte dei media su tali questioni. Solo la conoscenza può evitare che vittime e famiglie, per paura o per vergogna, lascino che questi crimini rimangano taciuti e impuniti. Solo l’opinione pubblica può scandalizzarsi per le omissioni, l’indifferenza, l’assenza di punizione e chiedere di più. Essendo un tema di grande attualità e importanza civile, consiglio di certo la lettura di questo testo, ricco di documenti e informazioni, per conoscere una verità di fatti e responsabilità che vanno ben oltre le dichiarazioni mediatiche.

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Romanzi
 
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siti Opinione inserita da siti    15 Febbraio, 2017
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QUALCOSA , TROPPO, NIENTE

Romanzo dal tono fiabesco con protagonista una principessa che si affaccia alla vita e ne scopre le complessità insite in primo luogo in lei e riflesse nei fatti, negli incontri, nelle scelte, nelle relazioni che arricchiscono, complicano, suggellano la sua crescita. Quasi un piccolo frammento di romanzo di formazione, una lettura che ritengo particolarmente adatta per i piccoli lettori dai dieci ai tredici anni, più avanti il modulo fantastico basato su elementi fiabeschi potrebbe far storcere il naso ai più grandi i quali potrebbero trovare scontate le suggestioni che lo scritto sa innescare.

Una principessa nasce e si impone alla vita e alla famiglia con strepiti e urla fin dai primi giorni: è eccessiva, le vien dato il nome “Qualcosa di troppo”, appare fin da subito in perenne conflitto con il suo universo emozionale di ben difficile gestione. È il suo percorso di crescita, la via è segnata, dovrà affrontare un prematuro dolore, la scomparsa della mamma, e imparare a canalizzare il suo io, a circoscriverlo, a conoscerlo, ad accettarlo. Chi di noi è esente da tale tirocinio formativo? Interessante iniziazione con una serie di prove da affrontare , declinate attraverso le più classiche funzioni proppiane, e l’immancabile supporto dell’aiutante magico. Tutte le situazioni richiamano le sfide che i nuovi tempi impongono ai ragazzi di oggi, sottoposti come non mai a pressioni e stimoli che innescano un’accelerazione nella crescita non corrispondente all’età anagrafica, al loro sviluppo psico-fisico, al loro benessere. Pressioni e stimoli che sono tutti sovrabbondanti, ridondanti, fastidiosi e seriali e che stanno producendo purtroppo aberrazioni all’evidenza di tutti. In particolare è presente una velata critica alla necessità di affermazione dei giovani che trova sfogo sui social, paragonati qui a lenzuola esposte al balcone e zeppe di stati d’animo, di sbandieramenti circa la pienezza del proprio vissuto, di fondo, specchio evidente di tristi solitudini. È presente inoltre la riflessione circa i pericoli dell’amore quando non vissuto dalle giovani ragazze come un sentimento di amorosa corrispondenza ma secondo moduli che attingono a profili quali la salvatrice, la dipendente , l’affermata incapace di auto affermarsi al di fuori di un rapporto a due. Utili riflessioni per un universo femminile in crescita, per instillare attraverso una lettura semplice e fresca qualche pillola di educazione all’affettività coinvolgendo allo stesso modo l’universo maschile in crescita, ancora più depauperato, secondo il mio punto di vista.

Il qualcosa che siamo noi, il troppo di cui lo riempiamo, il niente che riconduce alla piccolezza della nostra esistenza e alle bassezze di cui la nutriamo, la scomparsa della noia e la paura della solitudine sono infine spunti di riflessione adatti a tutte le età che si possono ritrovare in questo piacevole libretto snello ma estremamente curato nell’ aspetto grafico, in una forma mista sempre più in auge con la commistione dei linguaggi: il letterario e l’ iconico che si avvale, in questo caso, delle efficaci illustrazioni di uno dei più quotati fumettisti italiani, Tuono Pettinato.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2017
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Jakob Dekas

Bolzano, primavera 1999. Il Pubblico Ministero Jakob Dekas è in ferie quando viene richiamato in servizio a causa del ritrovamento, a distanza di un brevissimo lasso temporale, del corpo di due donne, venute a mancare in circostanze simili. Di fatto, entrambe erano due libere professioniste – una è una dentista, l’altra un architetto – ed entrambe erano solite partecipare a c.d. “cene sociali”, è dunque impossibile per gli inquirenti escludere un collegamento tra i due decessi. Che Dekas e la sua squadra si stiano in realtà trovando di fronte ad un omicida seriale? Questa è la domanda che pende sulle loro spalle. Come pensare diversamente, d’altra parte, quando il cadavere della Sauer – l’odontoiatra – a seguito di uno strangolamento è stato trovato riverso sul letto con evidenti segni di colluttazione, mentre quello di Claudia Von Dellemann, di anni 31, sul divano senza alcuna traccia di lotta o di difesa? Che sia veramente una ischemia la causa della morte di quest’ultima? Oppure dietro questa si cela ben altro? E cosa significa quel taglio di capelli che marca ciascuna vittima? Alla Sauer, l’assassino, li ha certamente recisi prima della morte (verosimilmente come feticcio, tanto che il ciuffo è stato recuperato in strada, in un cassonetto, poco distante dall’abitazione della donna), al contrario, a Claudia, sono stati tagliati successivamente alla dipartita ma di questi ancora non vi è traccia. Perché questa differente sequenza temporale? Perché questo “marchio”?
A complicare ulteriormente il quadro vi è anche la doppia vita condotta da Claudia, di giorno architetto e di notte prostituta di alta borgata, nonché il suo essere stata, per un periodo, compagna di avventure sessuali di Dekar stesso. Ed ancora, cosa nascondono i sintomi di quel bambino su cui la pediatra Lena è chiamata a prestare la sua opera? E l’avvocato Oliver Baumann a quale gioco sta giocando? E chi è La Murena? Qual è il suo ruolo in questa intricata matassa che l’equipe della Procura è chiamata a risolvere? E Martina Seppi, più che collega di studio della Von Dellmann, cosa nasconde?
Con “Nessuno muore in sogno”, Katia Tenti dà vita ad un giallo piacevole, sufficientemente intrigante, dai giusti tempi narrativi e di facile lettura. L’avventuriero esploratore, infatti, si troverà di fronte ad un enigma affatto scontato da risolvere, un caso cioè dove ogni tassello del puzzle si ricongiunge a quello mancante senza fretta e dove nulla è come appare, rimescolandosi, le “carte”, sino alla fine. Un secondo capitolo, questo, cioè, ove è percepibile una netta maturazione della penna dell’autrice, penna che in quest’ultima opera è molto più accattivante e fluida rispetto a “Ovunque tu vada”, primo episodio della saga.
Dal punto di vista dei personaggi devo ammettere però che il protagonista, Dekas, non è proprio fedele alla realtà. Questo è stato, forse, eccessivamente, romanzato (soprattutto sotto il profilo espressivo-linguistico), probabilmente per renderlo più appetibile al lettore. Buone le ambientazioni, caratterizzate altresì da peculiarità e abitudini che le rendono vivide e tangibili, nonché lo sviluppo dell’intrigo.
In conclusione, “Nessuno muore in sogno” si offre al grande pubblico sotto la veste di un romanzo non impegnativo eppure non scontato, ed al tempo stesso gradevole e scorrevole tanto da rendersi appetibile sia agli amanti del genere che a quelli che ne sono estranei. Una buona prova.

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