Le recensioni della redazione QLibri

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Novembre, 2018
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La strana serenata

Arriva in libreria la nuova edizione di un racconto di Kazuo Ishiguro, “Crooner”, che era già stato pubblicato da Einaudi nel 2009 e faceva parte della raccolta “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo.”
Si tratta di un oggetto degno di nota, una bella edizione dei Supercoralli impreziosita dalle originali illustrazioni della bravissima fumettista Bianca Bagnarelli: un libricino che sarà sicuramente un piacere avere nella propria libreria o regalare a chi lo saprà apprezzare.
Tornando al testo però, devo ammettere che avrei preferito poter leggere tutti i racconti della raccolta, che comunque sono legati dallo stesso tema e che, immagino, avranno un denominatore comune che non può essere compreso appieno dalla lettura di un solo racconto.
Detto questo, arriviamo a “Crooner”.
La voce narrante, Jan, un chitarrista originario di un Paese ex-comunista che lavora a Venezia, suonando nelle orchestre dei locali del centro, ricorda uno strano episodio che gli capitò di vivere all'inizio di una primavera come tante. Mentre suonava in piazza san Marco, al caffè Lavena, in una ventosa mattina di marzo, vide e riconobbe fra i turisti Tony Gardner, un cantante americano ormai di mezza età, di cui era un'accanita fan sua madre. Il personaggio famoso infatti era stato importante per la mamma di Jan, che ascoltando le sue canzoni aveva potuto continuare a sognare. E' per questo che il nostro chitarrista tiene tanto ad andare a conoscere personalmente Mr Gardner. Il vecchio cantante, il crooner, si mostra subito aperto e disponibile nei confronti del giovane, soprattutto quando comprende che è un musicista e gli fa una richiesta particolare: aiutarlo a fare una serenata a sua moglie Lindy, con la quale è sposato da ventisette anni.

“-Continuo a non capire, Mr Gardner. Il mondo suo e di Mrs Gardner non può essere tanto diverso da quello di tutti gli altri. È per questo, Mr Gardner, precisamente per questo motivo che le sue canzoni da anni e anni significano tanto per gente che vive ovunque. Perfino dove stavo io. E che cosa dicono quelle canzoni? Che se due smettono di amarsi e devono separarsi, è un peccato. Ma se si amano ancora, hanno il dovere di restare insieme per sempre. È questo che dicono quelle canzoni.”

L'ingenuo Jan rimarrà molto sorpreso dopo aver suonato con Tony Gardner quella sera, su una gondola, a Venezia: ci sono mille diverse motivazioni che inducono una coppia a rimanere insieme, ed altrettante che la inducono a separarsi.
Una strana malinconia attraversa questo racconto, sicuramente accompagnata da una sottile ironia che prende in giro l'improbabile rilancio di chi in passato aveva incarnato, con le sue canzoni, la speranza e il sogno di libertà, ed ora invece si mostra nel suo ridicolo egocentrismo e nella sua esasperata superficialità.
In conclusione, una buona lettura che ci parla di “musica e crepuscolo”.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Novembre, 2018
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Vincoli. Vincoli

«Edith Goodnough meritava di essere vista in quella pallida luce azzurra, e comunque so che le stelle brillavano per loro nel cielo terso e c’era un grande silenzio.»

È la primavera del 1977 a Holt, Colorado. Edith Goodnough sta per compiere ottant’anni, è una vecchia signora con i capelli bianchi eppure è ancora elegante e bella come doveva esserlo nel 1922 quando di anni ne aveva soltanto venticinque e quando nei suoi occhi brillava la luce per quei brevi attimi vissuti, con quei finestrini di una vecchia Ford T abbassati, con la notte che scorreva tra la quotidianità di una vita che mai le era ed è appartenuta. Nell’oggi giace in un letto bianco dell’ospedale della città, non vive più in campagna, pesa ancora meno dei cinquanta chili che non ha mai pesato, del suo passato non resta altro che il rudere di una casa e un cane che uggiola legato in attesa di due coccole e di un pasto e nel suo presente e futuro pende una grave accusa. Perché lo sceriffo e gli avvocati attendono che le sue condizioni di salute migliorino esclusivamente per metterla su una sedia a rotelle e condurla in tribunale, dall’altra parte della cittadina, luogo dove verrà sottoposta a processo e giudicata per un crimine che riguarda suo fratello Lyman e di cui lei pare essere l’artefice. Un cronista di Denver, un articolo che in parte è vero ma che in realtà non è altro che parte di una parte della storia, uno sceriffo che non è altro che un figlio di buona donna, un vicino di casa di nome Sanders Roscoe, un uomo sulla cinquantina, tarchiato, testardo e da sempre legato ai due fratelli Goodnough. È lui che si scaccia quel reporter, è lui che si rifiuta di parlare con il giornalista di fatti di cui non dovrebbe conoscere nemmeno l’esistenza, è lui che si fa voce narrante di questa piccola perla a firma Kent Haruf.
E così torniamo nel passato. È la tarda primavera del 1896 quando Roy Goodnough e sua moglie Ada Twamley giungono dall’Iowa a quella che poi sarebbe diventata la Holt, Colorado, che abbiamo conosciuto con la Trilogia della pianura. Quelle che si trovarono di fronte allo sganciare del loro carro, non erano certo le terre floride e ricche che si sarebbero aspettati dopo un così lungo viaggio, ma Roy era testardo e determinato. Aveva fretta, voleva piantare i suoi semi, costruire la sua vita in quel luogo prima che la compagna potesse risvegliarsi dal sogno del matrimonio a malapena consumato. Dopo un periodo di sopravvivenza, la costruzione della loro casa, la faticosa nascita della figlia Edith Goodnough nel 1897, quella del fratello Lyman Goodnough nel 1899. La prematura scomparsa della madre, i due figli adolescenti rimasti soli con quell’uomo. Un padre che non è un padre ma un padrone, un individuo pieno di rabbia e rancore che li costringe a restare al suo fianco, che obbliga lei a prendere il posto della madre, e Lyman a rilegarsi al ruolo di contadino che ara i campi e alleva le bestie senza possibilità di mutare la propria condizione. John Roscoe, al tempo un bambino, poi un adolescente, ancora un uomo adulto che mai viene ben visto da Roy perché per mezzo di sangue indiano, perché innamorato di Edith, perché elemento di disturbo nel suo astuto piano; assiste, osserva, non resiste. Perché soltanto lui, padre-padrone, era legittimato a decidere per i figli, a decidere del loro futuro, del loro presente e del loro passato. Un passato, un presente, un futuro, fatto di lui. A qualunque costo, a qualunque prezzo. E come meglio riuscire in questo progetto demoniaco se non avendo la fortuna nella sfortuna di sfruttare un tragico incidente? Un tragico incidente a cui sarebbe sopravvissuto per la bellezza di altri 37 prima che la morte si decidesse a portarselo via. A discapito dei fratelli, a discapito di Edith e della sua vita. Una donna che ha vissuto una vita in casa, una vita fatta di servilismo, una vita alimentata con il ricordo di un amore che mai ha avuto modo di sbocciare, una vita fatta di solitudine che non migliora nemmeno nella sua parte finale, anzi, peggiora.
Questo e molto altro è “Vincoli. Alle origini di Holt”, classe 1984, di Kent Haruf. Un romanzo forte, dove la voce narrante è Sanders, ma dove ogni protagonista è percepito con tutta la sua personalità disarmante nella sua seppur costretta condizione vincolante, un romanzo dove non mancano le tematiche care all’autore, non manca l’amore perduto, non manca la famiglia, non manca la solidarietà tra fratelli, non manca la separazione, non manca il sacrificio, non manca la lontananza, non manca l’abbandono, non manca l’isolamento, non manca la violenza che riveste i panni di quella tipica che si consuma nei luoghi domestici, non manca il dolore per la perdita, non manca il dolore per quella vita sfumata, per quel tempo passato che mai tornerà. E non manca ancora quello stile inconfondibile, che è magia e che è lama. Che è mistero e poesia, che è durezza e ferita, che è crudeltà. Il risultato finale è quello di un elaborato di grande spessore, di empatia e immedesimazione ai massimi livelli. Un altro piccolo gioiello che ci riporta tra i luoghi di Holt e che arricchisce la composizione a firma Kent Haruf.

«Edith aveva pianto. Indossava un vestito nuovo e si era un po’ sistemata i capelli, ma per il viso non era riuscita a fare niente. Il suo viso era andato in frantumi. La cinsi con un braccio.» p. 142

«[…] Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.» p. 255

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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Novembre, 2018
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Non sono perfetta neppure io

Sara Rattaro con “Andiamo a vedere il giorno”, torna a parlare della famiglia del precedente libro “Non volare via” letto da me diversi anni fa.

I nostri protagonisti sono cresciuti non solo “fisicamente” e la famiglia dopo la burrasca del precedente libro e anni di quiete si ritrova ancora in piena tempesta.

Se nell’altro libro la voce narrante era dell’adultero padre Alberto, questa volta la protagonista è Alice, la figlia che nel precedente libro aveva proprio beccato il padre con l’amante. Alice è una giovane donna che pur studiando e ancora molto giovane, si è sposata con il suo amore di una vita, Andrea.

“Ero lì. Io, la figlia perfetta, la moglie migliore, la sorella più affidabile” eppure il libro inizia con Alice appena lasciata dal marito e come in passato anche in questo caso, l’unica soluzione che trova è quella di fuggire, ma questa volta, mamma Sandra non la farà partire da sola anche per rimediare a delle mancanze che sente “Dalla nascita di Matteo, le nostre vite sono state stravolte e mi capita di pensare che il tempo dedicato ad Alice sia sempre stato troppo poco. Non avevo trascorso molti momenti da sola con mia figlia”.

Questo viaggio le farà crescere, unire e soprattutto riflettere e scoprire che alla fine non sono poi così diverse.

Sara Rattaro porta in questo libro il vero ruolo della famiglia. Ho apprezzato il suo non essere scontata e di rendere la perfezione poi non così perfetta. Alice da giudice si trova sul banco degli indagati e l’unica che può salvarla e “assolverla” è solo lei stessa.

Tutto si ripete ma non secondo gli schemi. L’unico che rimane sempre una spanna sopra gli altri è Matteo, sordomuto dalla nascita, che della sua famiglia ha veramente capito tutto, ma non la giudica, anzi la comprende e la ama fino in fondo.

Lo stile dell’autrice è molto semplice e comprensibile, il libro è diviso in piccoli capitoli in cui i punti di vista sono quelli dei vari componenti, anche se Alice è l’anello di congiunzione. La storia è riflessiva, io mi sono rivista nella vecchia Alice, quella inflessibile e convinta che certe cose non possano capitare a te, ma il vederla così fragile e in balia di se stessa mi ha fatto riflettere.

Non ho apprezzato in alcuni casi la brevità dei capitoli e soprattutto la parte in corsivo messa qua e là, per me invece che un ulteriore punto di riflessione era uno stacco dalla narrazione. Il finale poi è stato troppo breve, chissà se l’autrice ritornerà a parlare di questa famiglia speciale, sicuramente la voglia di sapere altro è rimasta.

Il libro si legge “in un soffio”, lo consiglio, anche se lo vedo più vicino a un pubblico femminile che maschile.

Buona lettura.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    06 Novembre, 2018
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Il fascino dell'Himalaya

Paolo Cognetti, dopo aver vinto il Premio Strega con Le otto montagne, torna in libreria per esprimerci, ancora una volta, la sua passione per la montagna in Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya. Il racconto breve , ma intenso e passionale, di un percorso di viaggio, filosofico e molto intimistico. Un taccuino di viaggio, corredato anche si disegni, che:
“Disegnare mappe piaceva anche a me. Avrei tenuto un taccuino come il suo, nei momenti di riposo, su un quaderno nero che mi ero portato, robusto ma abbastanza morbido da stare arrotolato in tasca.”.
Paolo Cognetti è alla soglia dei fatidici anni quaranta, e vuole:
“celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza.”,
decidendo così di partire per un luogo un po’ particolare:
“partii per la terra di Dolpo, un altipiano nel nord ovest del Nepal dove avremmo superato passi oltre i cinquemila metri, viaggiando a piedi per circa un mese lungo il confine tibetano. Il Tibet era una meta che non si poteva raggiungere. (….) Però esisteva, o così mi avevano raccontato, un piccolo Tibet in terra nepalese sopravvissuto per qualche dimenticanza della storia. (…) c’è una regione tutta sopra i quattromila metri, non raggiunta dai monsoni né dalle strade, la più arida e remota e la meno popolata del Paese. Forse lassù, mi dicevo, avrei potuto vedere il Tibet che non esiste più.”.
Più che un viaggi è un pellegrinare:
“Gnaskor, ovvero girovagare: così vengono definiti i pellegrinaggi in Tibet. Un pellegrinaggio è in ogni cultura un cammino di purificazione, però nel girovagare, nel camminare in tondo, non c’è alcun punto di arrivo, che invece è fondamentale nei pellegrinaggi che intendiamo noi. “
Con lui c’è: un libro, Il leopardo delle nevi, di Peter Matthiessen,
“uscito nel 1978 e tuttora sui banchi di ogni libreria di Katmandu, (…) Anche quel libro aveva a che fare col mio viaggio, anzi in parte l’aveva ispirato, perché avrei percorso un buon tratto del sentiero descritto lì dentro.”.
E due amici di sempre: Nicola e Remigio:
“Nicola a cui mi legava un’amicizia nascente. Ci eravamo incontrati da poco, sentivamo di assomigliarci, ed eravamo nella fase in cui si ha tutto da scoprire l’uno dell’altro. (…) Remigio, l’amico più caro e difficile che avessi a quel punto della mia vita. Nei dieci anni della nostra amicizia non ero mai riuscito a portarlo via dal paese di montagna dov’era nato e cresciuto.”.
L’Himalaya, la loro meta, non è un luogo qualsiasi. E’ necessario organizzare una vera e propria spedizione, con l’aiuto di guide esperte, di muli resistenti alla fatica, e saper costruire un campo alla sera, per poi disfarlo la mattina successiva. E saper, soprattutto, sopportare gli sforzi, le difficoltà, i problemi che inevitabilmente si incontrano. L’autore non scala la montagna, non raggiunge la vetta, si limita ad osservarla, a conoscerla, ad amarla, perché:
“Trovavo un legame tra questo bisogno di città sante alla fine del cammino e l’ossessione alpinistica per le vette delle montagne: sentivo usare la cima come metafora del paradiso, e la parola ascesa in senso spirituale.”
Quello compiuto dall’autore è una specie di osservazione diretta sul campo, un allontanamento forzoso dalla civiltà, in forza di un cammino per cui:
“camminare era la nostra missione quotidiana, la nostra misura del tempo e dello spazio.”
Una ricerca precisa di un mondo nuovo, spirituale e profondo, lontanissimo dalla quotidianità del mondo occidentale, fatta da tecnologia, da telefoni che suonano e molto altro ancora. Per giungere al termine ad una discesa dove:
“quello che esiste è visibile agli occhi, non tutto è comprensibile, non tutto lo puoi cogliere e portare con te.”
Un libro che comunica una passione forte, decisa, bellissima, che è quella per la montagna che conduce l’autore a studiarne anche i segni invisibili che la caratterizzano, come:
“la purezza a cui accediamo , o abbiamo l’illusione di accedere salendo alla quota degli elementi si inquina in fretta tornando tra gli uomini, e con lei si intorbidisce la chiarezza di pensiero.”.
Un testo illustrato, dettagliato, una ricerca all’anima della montagna, alla sua spiritualità, e alla sua intima essenza. Un bel libro che si divora in un attimo, una prosa semplice e frizzante, che si addentra con minuzia nei contenuti espressi. Un elaborato di grande fascino ed eleganza.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Novembre, 2018
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Il Re è (quasi) tornato

Finalmente uno dei miei autori preferiti torna a scrivere qualcosa che non mi abbia fatto storcere il naso. Sì, perché ultimamente la qualità dei suoi lavori (almeno quelli che io mi sono trovato a leggere) aveva lasciato alquanto a desiderare. "Il bazar dei brutti sogni" si era rivelata una raccolta di racconti di media qualità, mentre "Mr. Mercedes" e il suo seguito "Chi perde paga" mi avevano talmente deluso dallo scoraggiarmi nella lettura dell'ultimo capitolo della trilogia che aveva come protagonista Bill Hodges.
"The Outsider", finalmente, rimette un po' in luce la grandezza di Stephen King, pur rimanendo lontano dagli splendori de "Il miglio verde" ma anche del più recente "22/11/'63". Questa storia si è rivelata piuttosto originale, nella prima metà un poliziesco-noir puro e semplice, per poi trasformarsi, nella seconda metà, in qualcosa di più simile al King che ci ha spaventati tutti. Stranamente, ho apprezzato di più la prima parte (che ha anche certi picchi di puro King); la seconda mi ha appassionato meno e l'ho trovata anche più lunga di quanto avrebbe potuto essere.
Nonostante questa storia presenti per la maggior parte personaggi completamente nuovi, ritrova un collegamento con la trilogia di Mr. Mercedes, in qualche tema e in uno dei suoi protagonisti, Holly Gibney. Chi ha apprezzato quelle storie potrà sicuramente esserne soddisfatto; personalmente ha inquinato un po' il mio giudizio in negativo, ma è una cosa che non saprei spiegarvi razionalmente e dunque strettamente personale.
"The Outsider", dunque, lascia intravedere una piccola ripresa nel nostro amato King, sperando che presto possa sfornarci un nuovo capolavoro che sia all'altezza dei vecchi lavori.
Abbiate fiducia, gente; io adesso ne ho.

"The Outsider" comincia col brutale omicidio di un bambino, Frank Peterson. Un caso semplice, all'apparenza, considerando che sulla scena del crimine vengono ritrovate più tracce (tra impronte e DNA) di quante ne siano realmente necessarie, oltre alla presenza di vari testimoni oculari. Tutte queste prove indicano come colpevole un solo uomo: Terry Maitland, allenatore di baseball delle squadre giovanili, che mai nessuno a Flint City si sarebbe mai sognato di sospettare. Se hai un figlio, "Coach T" deve averlo per forza allenato, ed è così anche per il figlio del detective Ralph Anderson. Reso sicuro dalla mole di prove a sua disposizione, il detective arresta Terry davanti a quasi duemila persone, durante un match di baseball.
Terry è stupefatto dalle accuse che gli vengono fatte, ma ogni criminale simulerebbe tale stupore; peccato che, molto presto, a sostegno dell'innocenza di Terry verranno fuori prove in quantità industriale, che superano in mole e qualità quelle sollevate dall'accusa.
Ma allora chi ha ucciso Frank Peterson?
Né i nostri protagonisti né il lettore potranno mai immaginarlo prima della fine.

"[...] riflettere sulla propria sanità mentale probabilmente non era un buon segnale. Era un po' come pensare al battito del proprio cuore: se ti trovi nelle condizioni di doverlo fare, quasi certamente sei già nei guai."

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Romanzi storici
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    31 Ottobre, 2018
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Quando l’ideologia si scontra con la realtà

Con il titolo Proletkult è stata pubblicata l’ultima opera del collettivo di autori che si firmano con lo pseudonimo Wu Ming. E’ un romanzo originale, con qualche rallentamento nel ritmo della narrazione quando si sofferma su alcuni aspetti filosofici che sono stati alla base delle teorie marxiste e leniniste sulle quali si è fondata la nascita dell’Unione Sovietica.
Osserviamo innanzitutto la copertina del libro edito da Einaudi Stile Libero: l’illustrazione di Riccardo Falcinelli rappresenta una falce e martello costituita da un assemblaggio di astronavi, siluri, razzi proiettati verso galassie sconosciute o immaginarie. Ciò ci porta immediatamente a pensare che il romanzo voglia da una parte descrivere la realtà degli anni venti in quella che ormai non era più la Russia degli zar, e dall’altra parte rappresentare il sogno di un mondo ideale e perfetto che avrebbe ormai potuto realizzarsi solo in una sfera ultraterrestre.
Illusione e disillusione sono i sentimenti che hanno albergato a lungo nell’animo di Aleksandr Bogdanov, il vero protagonista del romanzo, filosofo e politico oltre che medico, il quale aveva enunciato la teoria della tectologia, scienza secondo la quale ogni istituzione, ogni forma della società moderna deve essere basata su una rigorosa organizzazione delle strutture. Su queste basi nacque il Proletkult, un organismo fondato nel 1917, per creare un’arte per i proletari, che si liberasse del fardello delle ideologie borghesi. -“L’arte non è una decorazione. Come la scienza, serve a organizzare le esperienze. Ma a differenza della scienza non usa concetti astratti. Usa immagini vive.”
“Proletkult era il divenire, era lo spostamento del punto di vista, il movimento che cambia il modo di organizzare l’esperienza del mondo. Cioè la realtà.”
“Ho sempre pensato che costruire una nuova cultura fosse il modo migliore di difendere la rivoluzione.” “Se gli operai conquistano le fabbriche, ma non hanno una nuova cultura per organizzarle, finiranno per dipendere dagli ingegneri e dai tecnici che già lavoravano per i vecchi proprietari, oppure ne imiteranno l’opera, con risultati peggiori, e così la pretesa rivoluzione non produrrà un reale cambiamento, se non in peggio.”- così dice Bogdanov con la sua genuina onestà intellettuale, la sua consapevolezza che il sogno comunista delle origini fosse ormai svanito. Da questa disillusione aveva visto la luce quel mondo immaginario, perfetto nella sua concezione, il mondo di Nacun, che viene descritto nel suo libro Stella Rossa. Nacun è una sorta di Città del sole, in cui regna la legge universale dell’organizzazione: sembra evidente anche l’influenza de La Repubblica di Platone.
Da questo mondo ideale immaginario crede di essere giunta Denni, sempre alla ricerca spasmodica di un rifugio, che le permetta di sfuggire alla solitudine e al deserto affettivo della sua adolescenza. Denni, personaggio che vive tra realtà e immaginazione, desidera solo tornare a Nacun.
Su questa contrapposizione realtà-sogno si muove tutto il romanzo, e sulla base di questa contrapposizione, chiudiamo il libro sull’ultima pagina per tornare a osservare la copertina, in una naturale e istintiva chiusura del cerchio.


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Gialli, Thriller, Horror
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    28 Ottobre, 2018
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L'amore malato

Camille Preaker è una giornalista del Chicago Daily Post. Giovane e bella, molto bella, fisico longilineo e viso dai lineamenti delicati, un fascino tuttavia che non diventa appariscenza anzi, tutt'altro, rimane occultato, coperto.
Vestiti lunghi sempre, per nascondere i segreti del suo corpo, riflessi incondizionati del suo tormento interiore. Vive a Chicago, in un piccolo monolocale, completamente sola, niente piante o animali di compagnia, presenza umana ridotta al minimo indispensabile da quando, otto anni prima, ha abbandonato Wind Gap, una cittadina dispersa nel Missouri dove è nata e vissuta sino all'età adolescenziale.
"Un agglomerato piccolo e soffocante in cui eri costretto ogni giorno ad imbatterti nelle persone che odiavi. Persone che sapevano tutto di te. Il tipo di posto che lascia il segno."
Lascia il segno. Dentro, e fuori. Sulla pelle.
Un posto asfissiante per Camille che non trova ossigeno nemmeno a casa propria, in famiglia: nata da genitori poco più che diciottenni, il padre, un ragazzo del Kentucky mai conosciuto, la madre Adora unica discendente della più ricca famiglia del luogo. Ed anche unica superstite, visto che dopo la scandalosa nascita di Camille i nonni materni muoiono per la vergogna ed Adora eredita casa e patrimonio oltre a conquistare l'affetto e l'ammirazione dei suoi concittadini per la determinazione e la premura con cui si occupa di Camille e della piccola Marian nata dal matrimonio riparatore di Adora con Alan, un uomo 'insipido, con la profondità di una lastra di vetro'.
Ma l'amore Di Adora verso Camille è malato, morboso, opprimente; ciò che agli occhi degli altri potrebbe sembrare frutto di un istinto materno protettivo e benevolo è in realtà la manifestazione di un egoistico desiderio di controllo totale sulla vita delle persone a lei più vicine.
Camille, però, avverte sin da ragazza qualcosa di strano nel comportamento della madre, una sensazione che non riesce a decifrare bene inizialmente perchè Adora rimane pur sempre sua madre e non è facile per Camille interpretare correttamente i suoi gesti, non è semplice percepire nelle sue carezze e nelle sue parole la differenza tra amore materno e amore verso se stessa.
E' stata la morte improvvisa della sorella Marian a soli 10 anni a spezzare definitivamente il già labile legame che ancora tratteneva Camille alla sua famiglia e a Wind Gap convincendola a trasferirsi il più lontano possibile, in città, a Chicago, iniziando così la sua carriera di giornalista.
Ma non è stata forse una saggia decisione quella di accettare l'incarico da parte del suo capo per una trasferta proprio a Wind Gap con l'obiettivo di raccogliere quante più informazioni possibili in merito alla crudele uccisione di una bambina del luogo a cui il killer ha strappato via tutti i denti per motivi ancora sconosciuti, un caso stranamente simile ad un altro assassinio altrettanto violento avvenuto qualche mese prima sempre a Wind Gap. Non è solo l'opportunità di scrivere un buon articolo che induce Camille ad accettare l'incarico; c'è anche un inspiegabile desiderio da parte sua di ritornare in quel luogo dopo così tanti anni per capire, per tentare di ricostruire alcuni eventi della sua adolescenza che sono come offuscati nella sua memoria, ricordi confusi e nebbiosi che inconsciamente ha provato a rimuovere senza mai riuscirci del tutto.
Ci sono ancora tracce della sua vita a Wind Gap che non sono state sepolte dal tempo e che esercitano su di lei un forte richiamo. Cosi come le tracce che lei ha lasciato sul suo corpo, sulla propria pelle, parole incise nella carne delle braccia, delle gambe, sul seno, sull'addome, ogni punto del suo corpo è ricoperto di parole che pulsano e vibrano nella pelle comme fossero vive, sveglie:
"Il fatto è, vedete.. sono una che si taglia. O, se preferite, che si incide, si tagliuzza, si affetta, si pugnala. Sono un caso molto, molto speciale. Perchè ho uno scopo. La mia pelle, dovete sapere, urla. E' coperta di parole - , , , - come se un intagliatore alle prime armi avesse imparato il mestiere sulla mia carne."
Segni, cicatrici, crepe nella pelle, parole soffocate dentro per lungo tempo che cercano di emergere, di essere urlate fuori. Perchè quelle parole nascondono una verità che non può essere più taciuta, una rabbia interiore che non può essere più frenata.
Gillian Flynn, dopo il grande successo editoriale de L'amore bugiardo, confeziona un altro thriller dalla forte connotazione psicologica: gli omicidi efferati delle due bambine di Wind Gap diventano a loro volta gli indizi della presenza di un mostro ben più crudele e subdolo del vero killer, una mente perversa cresciuta nell'odio che contamina e ammorba coloro che non riconoscono il suo amore malato, anche perchè troppo giovani per farlo.
Ed è un male che indirettamente sembra infettare proprio loro, le ragazze più giovani, le adolescenti, troppo inclini ad atteggiamenti violenti e di prevaricazione sulle compagne più deboli e smaniose di potere, di sentirsi desiderate ed ammirate, di avere tutto e subito, senza remore e senza inibizioni, pur essendo ragazzine di soli 13 anni.
E la causa, la fonte del male, è nella famiglia, in un rapporto malsano e venefico tra madre e figlie.
"Un bambino svezzato con il veleno considera il dolore un conforto."

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Ottobre, 2018
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"Faites vos jeux, s'il vous plait"

Dopo “L’anello mancante. Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”, Antonio Manzini fa ritorno in libreria con “Fate il vostro gioco”, giallo che ci propone una nuova avventura del personaggio più famoso nato dalla sua penna e immaginazione; Rocco Schiavone.
Due coltellate, una all’altezza della giugulare e l’altra al fegato, hanno determinato la morte di Romano Favre, sessantenne pensionato ragioniere legato al casinò di Saint-Vincent per la sua attività di “ispettore di gioco”. Il ritrovamento ha avuto luogo per mano dei vicini di casa e più precisamente da parte di due vecchiette e da Arturo Michelini, croupier presso il casinò Saint-Vincent che, insospettiti dall’assenza di risposta da parte del contabile perfino di fronte alla fuga della sua amata gatta siamese chiamata Pallina, decidono di andare a verificarne lo stato di salute. Sangue, tanto sangue. Non vi sono dubbi sulle cause del decesso. Sul luogo intervengono Schiavone e la sua squadra che già dai primi rilievi si rendono conto che qualcosa nella ricostruzione dei fatti non torna. Basti pensare, in merito, a quel bic bianco rinvenuto sul comodino del defunto o ancora a quella fiche del casinò di Sanremo (perché di questo casinò e non del più vicino Saint-Vincent?) racchiusa nella sua mano. O ancora, basti pensare, a quella porta finestra lasciata misteriosamente aperta e a quella toppa della porta con al suo interno inserite le chiavi di casa. Tanti tasselli, questi, che non solo fanno capire a Schiavone di trovarsi di fronte ad “un morto che parla” ma che al contempo aprono la prospettiva su uno scenario ben più ampio, fatto di riciclaggio, di criminalità, di sotterfugi, di gioco d’azzardo, di ludopatia, di strozzinaggio, di usura e molto altro ancora. E seppur il vicequestore riesca ad arrivare alla conclusione e alla risoluzione del caso, le trame e le prospettive sono talmente intricate e ben articolate tra loro da rendere inevitabile il proseguo delle vicende proposte in un nuovo e separato capitolo. Da qui, il finale aperto sull’indagine e il sipario che definitivamente – e dolorosamente – scende su quel maledetto “7-7-2007”.
Quello che ci troviamo di fronte in questo nuovo capitolo delle avventure del romano esiliato vicequestore, è un testo con tutte le caratteristiche del giallo, è un testo con un ottimo intreccio narrativo, è un testo con un mistero che regge su tutta la linea e che è caratterizzato da un rapporto causa-effetto ben cadenzato e ritmato, ma è anche un testo in cui riscopriamo la figura di questo eclettico funzionario di polizia. Paradossalmente, infatti, si percepisce dalla sua voce la stanchezza di una vita fatta di dissoluzione e dolore, si percepisce la stanchezza di un lavoro usurante in prossimità dei cinquant’anni, si percepisce la nostalgia per quei tempi ormai andati che mai potranno fare ritorno. Il suo è un tono malinconico, molto più vicino ai romanzi noir che ai gialli veri e propri, se vogliamo. E forse questo è dovuto al fatto che Rocco, così come il suo vicino Italo Pierron, ancora non hanno superato il tradimento di Caterina, occorso in quel di “Pulvis et Umbra”. Tratti immancabili e che non mutano attengono invece all’indole rozza, schietta, smaliziata, cinica e ironica a cui siamo abituati sin dai primi episodi.
Un giallo che tiene bene nonostante questo non fosse semplice visto il grande successo e la meravigliosa riuscita proprio di “Pulvis et Umbra”, che ad oggi, insieme a “7-07-2007”, è sicuramente il capitolo meglio riuscito dell’intera saga. Non ci resta altro che aspettare il prossimo volume delle avventure di questo versatile personaggio.

«Pensavo che siamo come i serpenti. Ci lasciamo dietro la vecchia pelle perché abbiamo bisogno di quella nuova. Ma la vecchia pelle c’è stata. È un fatto, senza la vecchia pelle quella nuova non c’è» p. 378

«Che tu puoi essere qui e altrove, sei sempre tu e io sono sempre io. Tempo, spazio, non importa, Rocco. Quello che conta è che siamo qui. La differenza? A me certe cose non interessano più, a te sì. Ma il motiov lo conosci.» p. 380

«Lei sa come far credere che qualcosa sia vera? È semplice. Si dicono un sacco di verità comprovate e in mezzo, come un’insalata, si butta una cazzata che la gente prenderà per buona.» p. 388

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Flavia Buldrini Opinione inserita da Flavia Buldrini    22 Ottobre, 2018
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Tutta un'altra storia

Ciò che Evelina Santangelo ci prospetta, ambientato nel prossimo futuro, in un non lontano 2020, è davvero un altro mondo, il quale si affaccia dagli occhi spauriti dei “bambini viventi”, la cui leggenda sconvolge e agita gli animi di una compassata Pianura Padana, come infestata dai fantasmi di quell’infanzia altra che non ha conosciuto altro che il dolore e la morte e mette in subbuglio la tranquilla ordinarietà scolastica, tra maestre e genitori spaventati e le Forze dell’Ordine in continua allerta. Inoltre, queste inquietanti suggestioni popolano la solitudine di un anziano vedovo soprannominato Orso che vive con il suo cane Lupo e sollevano la violenza cieca degli skhinead che danno alle fiamme un campo rom. Frattanto, si seguono a distanza due storie parallele che avranno epiloghi insospettati: un ragazzino, di nome Khaled, che attraversa dal Nord al Sud tutta l’Italia con un trolley rosso che non molla mai, che poi si svelerà in modo agghiacciante contenere il cadavere del fratello Nadir, morto tragicamente in un incidente sul lavoro, che il giovane vuole riconsegnare, dal porto di Palermo, alla sua terra e ai suoi cari; ciò in cui alla fine, nonostante tante traversie, riesce. Poi è il dramma angoscioso di Karolina a Bruxelles, la quale, per inseguire le tracce di suo figlio Andreas scomparso, irretito dalla propaganda jihadista, smarrisce progressivamente le coordinate della propria esistenza, fino a vederla frantumarsi in un’improvvisa detonazione davanti al Palazzo di vetro, ad opera di un attentatore, che si rivelerà essere un povero disperato, Omar, strumentalizzato ai fini della barbarie terroristica, che era stato anche amico di Khaled, aiutandolo a trovare il passaggio per la Sicilia, sfruttando proprio le sue conoscenze e risorse economiche ‘altolocate’. Ciò che si legge dietro le righe è, dunque, che, nonostante le notevoli disparità, tutte queste campionature umane sono accomunate da un’ontologica miseria, che è anche alla radice di ciò che finisce per ipostatizzarsi in strutture di male dietro cui si trincerano inconfessabili paure e debolezze. Inoltre, quello che all’esterno appare come indizio di chissà quale terrificante minaccia, in realtà è solo l’espressione della problematicità e della condizione di precarietà di ogni individuo. Il merito di uno scrittore è, infatti, quello di indagare, in controluce al “vero storico”, secondo l’incisiva definizione del Manzoni, il “vero poetico”, vale a dire la vicissitudine umana, intrisa di lacrime e sangue, che sottentra alla cinica aridità della cronaca.
Affiora, dunque, da queste pagine, attraverso un lucido visionarismo, un’umanità dolente e inerme, atterrita dalla propria stessa immagine che, proiettata sul grande schermo della Storia, assume sinistri riflessi di autodistruzione e di morte, amplificati dalla grancassa della fittizia ideologia che l’avalla, alla stregua di una maschera grottesca che cela la nuda verità che non si ha il coraggio di guardare in faccia.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    22 Ottobre, 2018
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Il valore della libertà

Ci sono voluti quasi cinquant’anni prima che Tahar Ben Jelloun trovasse le parole giuste per raccontare la sua storia. Proprio lui, che, di storie, ne ha scritte una infinità, paradossalmente, non riusciva a scrivere la propria. Perché quella narrata ne “La punizione”, il nuovo romanzo dello scrittore marocchino nativo di Fes e residente da lungo tempo in Francia, è una vicenda che sa di memoria e profonda amarezza. Un viaggio a ritroso seguendo le pesanti orme del tempo, una rielaborazione dolorosa ma necessaria di quanto accaduto tanti anni fa per poter chiudere i conti con un passato che non è possibile cancellare né ignorare del tutto.
Era il marzo del 1965 quando gruppi di studenti universitari manifestarono pacificamente per le strade di Rabat e Casablanca; in quell’occasione, la repressione, piuttosto brutale, non si fece attendere. Tra quei ragazzi, c’era anche Tahar Ben Jelloun, all’epoca studente di filosofia. L’anno seguente, per lui e una novantina di altri giovani che erano stati segnalati, la “punizione” bussò alla porta di casa sotto forma di perentoria convocazione a presentarsi presso uno sperduto campo militare nelle vicinanze della città di Meknès, nel nord del Paese. Era l’epoca in cui molta gente spariva all’improvviso, inghiottita dalla cieca violenza del regime dell’allora sovrano Hassan II, e si viveva in un continuo clima di paura; esercito e polizia, avendo carta bianca, facevano ricorso a qualunque mezzo pur di reprimere ogni possibile dissenso. La monarchia ’alawide offriva il volto forse peggiore di tutta la sua storia.

“Cosa abbiamo fatto di così grave? Organizzarci legalmente, manifestare pacificamente, reclamare libertà e rispetto.”

Per tutta risposta, vennero spediti anzitutto al campo militare di El Hajeb, dove ebbe così inizio un vero e proprio internamento, il cui scopo ufficiale era quello di rieducarli e insegnar loro a diventare bravi cittadini, all’insegna del vecchio e abusato slogan “Allah, al-watan, al-malik” (“Dio, la patria, il re”) che ancora oggi si vede scritto a grandi caratteri e disseminato qua e là per il Marocco. A scandire le lunghe giornate in quel luogo poco ameno si susseguivano maltrattamenti, umiliazioni, privazioni di ogni genere alla completa mercé di comandanti militari semianalfabeti, psicopatici e privi di scrupoli, spesso in preda a delirio di onnipotenza.
Picchiati, denutriti, sporchi e infreddoliti, con i capelli costantemente rasati a zero, i “puniti” venivano tenuti nel più totale isolamento, senza che le rispettive famiglie sapessero ciò che in realtà accadeva; per di più, perdere la vita per il minimo accenno di ribellione o a causa di pericolose simulazioni di operazioni di guerra (non mancavano, infatti, le tensioni con la vicina Algeria) rischiava di essere tutt’altro che improbabile. Il giovane Tahar trascorse oltre un anno e mezzo in quello stato di detenzione, mentre a sostenerlo accorrevano, per fortuna, la tenacia della sua poesia, il profondo amore per la letteratura e, da grande appassionato di cinema quale era, la magia delle immagini dei film che amava, come quelle di Charlie Chaplin nei panni di Charlot.

“[…] di fronte alla sensibilità, alla intelligenza, il potere oppone la brutalità e la stupidità. La prima arma è l’umiliazione, questa violenza che consiste nel declassarci, nel metterci sull’orlo del baratro minacciandoci di darci un calcio nella pancia. Mi aggrappo ai ricordi delle mie letture; non so se recito fedelmente ciò che ho letto o invento delle frasi. Ho in mente Dostoevskij, ?echov, Kafka, Victor Hugo… […] Nella mia testa sfilano scene dai film di Charlie Chaplin. Perché il bravo Charlot viene a trovarmi in questa terra ingrata e macchiata da militari abietti? Ne rido di nascosto […] Quell’omino che riesce a ridicolizzare i violenti che lo perseguitano mi ossessiona. Quel genio ha vendicato milioni di umiliati nel mondo. Ecco, questa era la sua missione, il suo disegno. Grazie, Charlot.”

Poi, inattesa e quasi irreale, la fine della prigionia, anche se le sue catene sembravano trascinarsi pure nella vita civile (“Sono stato liberato ma non sono libero.”). La vera liberazione, non a caso, arriverà soltanto diverso tempo dopo e a seguito di un evento davvero sorprendente e imprevedibile…
Una prosa che cattura fin dalle prime battute, appassionante ed estremamente fluida per un romanzo che si fa testimonianza diretta, viva, palpitante e che riconferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, le straordinarie doti di narratore di Tahar Ben Jelloun, nome tra i più noti e apprezzati sulla scena letteraria internazionale. Il suo linguaggio semplice e chiaro che si propone con garbo, le sue denunce, i suoi messaggi di pace e tolleranza religiosa (a tal proposito, invito a leggere le bellissime e istruttive pagine del breve saggio “L’Islam spiegato ai nostri figli”, Bompiani, 2001), il suo chiamare tutto col proprio nome e raccontare le cose così come stanno senza edulcorazioni di sorta fanno di lui un autore particolarmente interessante da seguire. Quest’ultimo suo lavoro, nello specifico, come spesso accade in molte opere della vastissima produzione di Ben Jelloun, punta l’attenzione su un Paese, il Marocco, dietro la cui immagine patinata di meta turistica più o meno a buon mercato persistono problemi assai gravi, quali tortura per dissenso politico, sempre mal tollerato dalle autorità, e corruzione abnorme che rallenta l’apparato burocratico e calpesta i diritti dei cittadini, sebbene sotto l’attuale sovrano Mohammed VI, non certo temuto come il terribile padre Hassan II, siano stati realizzati importanti ma non ancora sufficienti cambiamenti.
Infine, un romanzo che, attraverso la vicenda personale del suo autore, ci parla del valore della libertà, di quanto essa sia preziosa per la nostra dignità di esseri umani e di come, talvolta, basti davvero poco per perderla.

“Sarei potuto uscire dal campo cambiato, indurito, adepto della forza e anche della violenza, ma sono uscito com’ero entrato, pieno di illusioni e tenerezza per l’umanità. So che mi sbaglio. Ma senza quella prova e quelle ingiustizie non avrei mai potuto scrivere.”

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Consigliato a chi ha letto...
...altri libri di Tahar Ben Jelloun, tra cui segnalo, in particolare, "Marocco, romanzo" e "Partire".
Ma non necessariamente, nel senso che ci si potrebbe accostare a questo autore anche iniziando da questo romanzo.
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BettiB Opinione inserita da BettiB    21 Ottobre, 2018
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Gradisci un Bartleby?

"Non è semplice diventare uno spettatore" scrive Daniel Pennac nel suo ultimo libro, "Mio fratello". Pennac si riferisce al teatro, ma forse implicitamente anche alla vita: non è facile stare a guardare la vita, nel su bene e nel suo male.

"Mio fratello" è un brillante racconto divisi in tre macrotemi perfettamente alternati:
1. L'adattamento teatrale che Pennac ha portato in scena, pochi mesi dopo la morte del fratello Bernard, del "Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street" di Melville: opera riadattata in una lettura per un singolo interprete - Pennac stesso - e raccontata seguendo il flusso di pensieri del notaio che assume il famoso Bartleby.
2. Le "reazioni" del pubblico in sala. Dall'inizio alla fine, seguendo il ritmo della storia, Pennac analizza e sorride ai suoi spettatori: è uno spaccato molto bello dell'atmosfera che si respira a teatro, del pubblico che si immerge a tal punto nella storia da non riuscire a staccarcisi una volta usciti dallo spettacolo.
3. I ricordi, "che erano sensazioni", del fratello Bernard, della vita passata insieme, soprattutto delle cose dette - pochissime - e delle cose non dette - talmente tante da chiedersi "chi ho perso?".

Il filo rosso che unisce queste anime è proprio il personaggio di Bartleby, tanto particolare quanto impossibile da non amare: protagonista della piece teatrale, il preferito dai fratelli Pennac, tanto simile proprio a Bernard e quindi idea da portare in scena per una sorta di "continuità": portando in scena Bartleby Pennac sta ancora parlando con il fratello. La somiglianza tra i due appare sempre più chiara man mano si prosegue la lettura, e arrivarci così piano, accarezzando quasi i due uomini, penso sia la perla più bella dell'autore.
Soprattutto perché Pennac riconosce di parlare di un fratello che conosceva ma forse no: del quale ricorda alla perfezione gesti e sfumature, ma con cui non ha mai condiviso segreti, confessioni. Un fratello che ha vissuto la propria solitudine in silenzio, senza disturbare, lasciandosi dare l'etichetta più comoda per gli altri.

Devo ammettere che mi sono avvicinata a questo libro, per la sua peculiare composizione, un po' scettica. Nel giro di poche pagine mi sono ricreduta: lo stile brillante e al contempo delicato di Daniel Pennac trasporta in una storia di profondo amore tra fratelli, mai pienamente espresso. E insieme la storia dell'"umanità", con gli schemi e le domande e le curiosità da soddisfare sempre.
Mentre a volte "fin dall'inizio non succede quasi niente e non succederà più niente fino alla fine." E questa è la vita.

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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    21 Ottobre, 2018
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Le piccole mani

“Dove sono andato, Noemi?” - una vocetta nei sogni - “Vuoi veramente saperlo? Preparati che sto per dirti una cosa bella: è successo una mattina, sentivo le ali forti forti, così ho provato ad alzarmi in volo. E ho volato, io volavo! E sono volato su, più su, nel cielo dove riuscivo a vedere il giardino, il tetto, la strada, le cave. E dall’alto, io vi guardo sempre dall’alto Noemi, continuo a guardarvi, non dimenticarlo, quella mattina io vedevo voi, piccoli, che mi cercavate.”

Noemi, 9 anni, mani troppo piccole per stringerne altre ancor più piccole, mentre la calca aumenta, mentre mamma è più avanti, impegnata ad inseguire fotografi cui esibire il suo bambino. E’ così che Andrea perde la stretta della piccola sorella. O forse è Noemi a non essere capace di tenerlo a sé.
Passano i giorni, tra le ricerche della polizia, le domande dei giornalisti, i falsi avvistamenti, i gesti di solidarietà, le chiacchiere malevole, l’affievolirsi dell’interesse… Passano gli anni di Noemi, tra la fragilità di sua madre, l’adolescenza, la voglia di fuggire in città, la morte di suo padre, infarto fulminante, l’università, l’incontro con Davide.
Noemi è matura. Determinata a non subire alcun senso di colpa. E’ forte, a suo modo, Noemi. E così non dimentica, non rimuove: non si assopisce, in lei, il desiderio di sapere, e quello – diverso – di comprendere, attraverso i ricordi della bambina e le capacità della donna.
Comprendere, prima di ogni cosa, chi sono – realmente e senza finzioni – i familiari attorno ai quali si è dipanato l’infelice evento, e quel che è venuto dopo…

Ci sono romanzi nei quali il come (raccontare una vicenda) rappresenta, per l’autore, una sfida più affascinante rispetto al cosa, alla vicenda stessa.
“Matrigna”, di Teresa Ciabatti, gira secondo il moto di gravitazione di un pianeta sul proprio asse: in modo regolare, progressivo, immodificabile, alcune zone del racconto vengono alla luce, mentre altre tornano in ombra. Zone che corrispondono ad altrettanti personaggi. Sono, fino agli ultimi capitoli del libro, quasi esclusivamente personaggi femminili – Noemi, sua madre, sua zia –, mentre quelli maschili restano in disparte, esistenti più che altro nei ricordi (tristi), nelle preghiere, nelle invocazioni, nei rimpianti. Se ne distaccano Davide e Luca, figure in certo modo parallele: punti di riferimento, il primo per Noemi, il secondo per sua madre. Ma la ragazza, grata a Davide, non può esserlo a Luca, del quale comincia a diffidare: troppo giovane (rispetto alla madre), troppo sfuggente… E’ da qui, da qualcosa che succede molto tempo dopo la scomparsa del fratello, che imprevedibilmente nascono i presupposti per “risolvere” il mistero.
Non il racconto di un evento-limite dunque, ma qualcosa di più complesso: lo sguardo soggettivo su un evento-limite e sul modo in cui le vite scorrono attorno a (ed in memoria di) esso.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Ottobre, 2018
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Esercizi d'inesistenza

Esercizi d'inesistenza. É questo ciò che ogni giorno prova a fare Leone, un bambino di soli sei anni, che ha da pochi mesi iniziato a frequentare la prima elementare. I suoi genitori sono separati e Leone vede il padre un venerdì ogni quindici giorni, per andare a cena in un anonimo Fast food e non dirsi niente, non avere un minimo scambio di sentimenti e neppure di comunicazione quotidiana. Con la madre Katia invece, Leone convive e quindi con lei esiste una relazione basata su momenti di vita vissuta insieme: anche se sono pochi e caratterizzati dalla fretta. La mamma di Leone è una donna sola, lasciata dal marito dopo solo un anno di matrimonio, non può contare sulla presenza di una famiglia d'origine perché aveva solo la madre, che è morta sei mesi prima. L'assenza della nonna pesa come un macigno sull'esistenza di Leone e su quella di Katia, il dolore causato dalla perdita e dal lutto viene negato, soffocato e quasi nascosto, come se i due in qualche modo se ne dovessero vergognare: non ne parlano apertamente l'uno con l'altra. Katia è profondamente triste, vive immersa nella sua solitudine, sopraffatta dagli innumerevoli impegni quotidiani; non sa e non riesce a comunicare con il proprio figlio.
Ciò che emerge dalla lettura dell'ultimo romanzo di Paola Mastrocola è il ritratto di una società, la nostra, che appare come un luogo malsano e malinconico: una somma di individui che rimangono tutti ben separati e distanti; ciascuno irrimediabilmente solo e triste, chiuso nella propria stanchezza e superficialità. Il quadro che esce tratteggiato dalla penna esperta dell'autrice è abbastanza desolato: un insieme di persone che non crede più in niente, che non è in grado di trovare uno scopo e di dare un valore profondo alla propria esistenza. Ci si accontenta di vivere seguendo lo stimolo di un'emozione o di una sensazione, come una nave che si disperde per il mare senza una meta da raggiungere.
Il piccolo Leone viene ad un certo punto bullizzato e deriso dai suoi compagni. I suoi genitori, la madre in particolare, si vergognano di ciò che sta facendo, lo rimproverano, iniziano seriamente a preoccuparsi. Volete sapere perché? Qual è l'atroce problema? Leone prega. Ha avuto un'educazione cristiana, sebbene la madre non ne abbia mai saputo nulla, dalla nonna, che è morta da pochi mesi. (E anche questo fa riflettere su quanto la nonna e la madre di Leone comunicassero tra loro). Insomma, il bambino crede a Gesù, lo prega e questo scatena una serie di problemi.
Mi sembra evidente quindi come il romanzo voglia denunciare una forte crisi di valori che senza dubbio caratterizza la nostra società. Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo: una società che isola e ridicolizza un bambino perché prega? Ma che tipo di persone possono essere delle persone che fanno una cosa del genere? Degli esseri umani che non credono più in niente, che hanno rinunciato alla speranza, vuoti, e che vivono una vita senza senso: non ci si stupisce più di constatare quanto dolore, tristezza e solitudine animino le loro esistenze.
Il romanzo è caratterizzato da una narrazione che inizia come realistica ma a poco a poco e in modo sempre più marcato, diventa allegorica. Gli ultimi tre capitoli in particolare mi hanno lasciata spiazzata, intrisi di un realismo magico che trasforma la trama in una metafora. Non sono sicura di essere riuscita ad apprezzare pienamente questo finale.
In conclusione quindi, leggendo “Leone” abbiamo la possibilità di riflettere su quanto la vita di molte persone di oggi sia permeata da una dolorosa solitudine e di interrogarci sul perché avvenga questo. É una storia apparentemente semplice ma in realtà fortemente allegorica: una lettura che può soddisfare anche il lettore più esigente. Mi rimane solo un dubbio sulla scelta stilistica dell'autrice nel finale, ma naturalmente, si tratta solo della mia opinione personale.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    20 Ottobre, 2018
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La giovane somala Sahra

Le rughe del sorriso di Carmine Abate è il titolo del suo ultimo, sentimentale e toccante, libro. Racconta, con metodo e disincanto, una storia dei giorni nostri, di grande attualità. Una storia scritta che incanta e stupisce, con drammatica consapevolezza, che conduce il lettore all’interno di uno dei problemi più discussi e complessi del tempo: l’immigrazione dell’Africa verso l’Italia.
L’autore racconta, infatti, la storia di Sahra, una giovane somala che con la cognata Faaduma e la nipotina, vivono all’interno di un centro di accoglienza in Calabria. A narrare di loro è il giovane insegnante d’italiano, Antonio Cerasa, che in quel centro vi lavora. Sahra è:
“Sahra era di una bellezza speciale, a incignare dall’occhi e dalla bocca che appena li quadravi ti fulminavano in un sorriso lampante, zuccherino come un fico nivurello. Per non parlare della restante nascosta sotto la veste larga e colorata, che ti metteva allegritudine quando la miravi. (…) No, non lo sapevamo che Sahra era studiata , non si dava tante arie, sembrava una di noi, solo più nivura, più alta e più bella.”
E’ una giovane di rara bellezza, di grande fascino, elegante ed educata. Il suo sorriso è:
“no, non era un sorriso di compiacimento. A volte sorrideva solo con la bocca, mostrando i denti bianchi e forti, una sensualità inconsapevole che attizzava la voglia di baciarla, mentre i suoi occhi non cambiavano espressione, inseguivano traiettorie enigmatiche, che nessuno di noi poteva intercettare perché nessuno aveva vissuto il suo dolore.”
Finchè un giorno scompare nel nulla. E’ un mistero che addolora, di cui nessuno si capacita, ma lei:
“della sua vita non amava parlare con nessuno. Alle mie domande rispondeva gentile ma in maniera sintetica o evasiva, cosicchè di lei conoscevo poche storie frammentarie, per giunta sfocate. I suoi segreti se li teneva annodati dentro un fazzoletto di cotone e in fondo alle pupille nere nere, scintillanti.”
Non resta che al giovane insegnante, segretamente innamorato di lei, di ricostruire la sua storia, la sua vita, i suoi dolori. Non sarà sempre facile: si parte dal villaggio somale di Ayuub a Mogadiscio, per passare nell’inferno delle carceri libanesi, passando poi per il Trentino e giungere in Calabria. Sarà così che questa assenza si tramuterà in presenza lieve e costante, eterea, nella vita del giovane, fino alla sua naturale conclusione.
Un libro scritto con una prosa precisa ed attenta, poetica che incanta. Bellissime le pagine, ad esempio, dedicate alla narrazione di quando Sahra vede per la prima volta la neve in Trentino:
“L’unica cosa che non poteva immaginare, pur avendola vista in decine di foto, fu la neve, la sua magia, piccole piume che cadevano dal cielo, e formavano un manto bianco luccicante di cristalli, soffocando ogni rumore. (…) I fiocchi di neve le sciamavano attorno come miriadi di piccole farfalle bianche, poi le si posavano sena peso sulla faccia, sul velo, sulle mani.”
A fare da contraltare a tanta magia le pagine in cui l’autore descrive la situazione immigrati, la piaga del caporalato:
“ragionavano coi paraocchi, sulla base dei pregiudizi, per sentito dire. (…) I migranti ci ricordavano troppo chi eravamo fino a ieri e molti lo volevano dimenticare, prendendosela con persone senza alcuna colpa, se non quella di avere un destino peggiore del nostro.
Migliaia di braccianti stranieri vivevano ancora ammassati in dormitori di fortuna, una parte di loro per tutto l’anno, circondati da cumuli di spazzatura, sfruttati di giorno da padroni, caporali e capineri. “
Un libro toccante e sentimentale, che non giudica mai, che guarda con disincanto ad un problema difficile ed ostico, privo di artefici ideologici, moralismi e quant’altro. Lasciando una finestra aperta sulla bellezza del vivere quotidiano poiché:
“tutte le verità di questa storia, di cui ancora ignoravo il finale, tutte le sofferenze e le gioie dei protagonisti, il loro passato e il sogno del futuro, persino la crudeltà dei nostri mondi, parevano custoditi nelle rughe del sorriso di Sahra, come in uno scrigno segreto. “.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Ottobre, 2018
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un uomo decadente e cattivo!

Il precedente Bruciare tutto di Walter Siti era uno “scandalo mancato” nel senso che se ne era discusso per motivi di costume, senza che il contenuto pedofilo influisse più di tanto nella vendita. Ora torna con Bontà, un racconto lungo che del titolo non ha nulla, perlomeno nei contenuti. Al contrario è un testo sulla cattiveria. Di cui, nonostante la brevità, non solo ho faticato a leggere, ma anche a concluderlo. Intendiamoci i temi cari allo scrittore ci sono tutti: la letteratura, i libri, l’omosessualità, il matrimonio civile, la sofferenza, il decadimento, la vecchiaia. E’ lo stile di scrittura, il contenuto stesso del libro che non mi ha convinto per nulla.
E’ la storia di Ugo, un uomo anziano, che ha avuto successo nell’editoria, ora cinico e disilluso, e guarda al mondo con disprezzo e malvagità. Nulla si salva, neppure, ad esempio, il volontariato, perché pensa che:
“chi esagera coi gesti gentili, pensa Ugo, non ha le unghie abbastanza forti per graffiare; è come quelli che si dedicano al volontariato per sentirsi meglio loro. Le schitarrate per i diritti umani, la solidarietà per guadagnare punti agli occhi di Dio, la carità come nevrosi, l’altruismo da fiera e da salotto. Ugo odia il cameratismo, preferisce essere rispettato che venvoluto.”
Non parliamo poi degli scrittori, definiti:
“Il fallimento come scrittori in proprio è il tumore inconfessabile di molti editor; per una sorta di gentlement l’argomento è tabù, cane non mangia cane. Qualcuno ce la fa, pubblica i propri libri presso case editrici concorrenti, pochissimi hanno il coraggio di auto pubblicarsi sfidando il conflitto di interessi-in ogni caso, mescolare i due livelli in pubblico è considerato impudico.”
La letteratura non può che essere un totale fallimento, facile preda delle inutili e vuote logiche di mercato:
“I romanzi sui bambini malati di cancro, sulle donne aviatrici nella Seconda guerra mondiale, sui migranti che ripopolano paesi fantasma, (…) sui trentenni frustrati che riscoprono la natura vergine, sui giornalisti eroi e le camorriste riscattate dalla maternità, sulle paturnie sentimentali del ceto medio purchè finisca bene. Tutto scritto alla carlona, emotività confusa e onanistica, con errori di sintassi e di grammatica e di orecchio. Se la parola ha dato senso al mondo (…) ora la sciatteria della parola serve per restituire il mondo alla sua insensatezza. E i polizieschi, che dio li strafulmini, e i noir anzi i polar; te lo dicono proprio in faccia, “ciò messo dentro un delitto per dare vivacità al plot”, oppure “gli omicidi sono un pretesto per descrivere l’ambiente”. (…) Se nella società cova voglia di morte, per favore, non fabbricateci sopra il nostro intrattenimento. (…) Se la prende col diluvio di troppi titoli, (..): gigantesca autoipnosi di massa, che nasconde la realtà.”
Ugo è molto ricco di famiglia, anche se figlio della guerra, perché nato nel 1944, per cui:
“è ricco grazie alla madre, vedova in successione di due uomini che per l’Italia hanno contato qualcosa (ma nessuno dei due gli è stato padre).”
Abituato a fare del male, non accetta la decadenza, e l’umiliazione che ad essa si accompagna, allora decide di stupire ancora una volta, e sposarsi con Manuel, con un’unione civile. Manuel è molto più giovane di lui, un adone greco che del consorte apprezza solo il vil denaro. E proprio attraverso un falso amore e un suicidio per procura che il protagonista cerca di trovare l’immortalità, di superare i propri limiti per raggiungere, forse, la pace, una forma di riscatto, mai trovata in vita.
Definito nella quarta di copertina come:
“in questo romanzo ironico ed impietoso, lo spirito di una civiltà in agonia è incarnato da un vecchio cinico, deciso –come un eroe tragico o solo stanco- ad annullarsi cercando la morte nell’amore”,
il libro e la sua lettura non mi ha convinto. Morboso nel linguaggio, spesso incomprensibile nei contenuti e nel loro significato, il testo si è rivelato una lettura pesante e poco accattivante. Se, però, si ha molto tempo e, soprattutto, costanza, ad un’analisi più dettagliata e minuziosa si rivela ricco di spunti di riflessione e di discussione per quei temi trattati, come detto all’inizio. Volendo, appunto, salvare qualcosa. Ma è uno sforzo immane.

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    16 Ottobre, 2018
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Questa notte è irreparabile



Una sera d'inverno, a cena, Erri invita alla sua tavola il figlio che non ha mai avuto, da quella donna che decise di abortire...
Un figlio già adulto, che gli farà dono di una paternità inesistente e darà inizio ad un dialogo tra un uomo che non è mai stato padre ed un figlio che non è mai nato, un figlio senza infanzia, senza giochi e senza febbri.
Geppetto forgia il suo bambino con il legno, lui lo fa con quello che sa usare meglio...le parole.
Quelle parole che gli hanno permesso di dare concretezza al suo mondo, di non farlo sentire solo "una persona d'aria", inconsistente, svaporata.

Ha inizio così una sorta di confessione, un bilancio di vita, quasi un testamento...
Lo scrittore ripercorre la sua "vita scivolata", la sua infanzia in una Napoli che accetta i vizi ma non il ridicolo e la goffaggine, ricorda la durezza di sua madre, le arrampicate con il padre, i primi baci, la voglia di andare via, la militanza politica, i libri letti e quelli scritti, le paure represse, il coraggio imitato, il rapporto con le parole, con la fede, con l'amore in quanto "ossigeno", con il proprio corpo...

"Ho un corpo e sono stato al gioco di viverci dentro"

Quale gioco?...il gioco dell'oca.
Un gioco di percorso in cui si lancia un dado e ci si sposta nelle varie stazioni.
Un gioco in cui la vera libertà è quella di scegliere se lanciare o meno...
Il tavolo apparecchiato per due di questa sera è la sua ultima casella.
Vuole fermarsi e lasciare il lancio a lui, a questo figlio assente che pian piano prende forma...
Ma il suo non è un'interlocutore muto, è un figlio che risponde, che mette tutto in discussione, che contraddice.
È la sua coscienza, il suo grillo parlante, è lo specchio in cui non si vuole riflettere.
È il figlio di una sola notte che sceglie di non prendere il testimone della sua vita, che preferisce sparire nel nulla letterario da cui è nato...

"Capolinea, papà, siamo arrivati.
Non esco, rientro. Ritorno nel tuo spazio, dal quale sono uscito perché mi hai fatto posto.
Rientro nel tuo corpo.
Guarda la mia mano, si avvicina alla tua.
Ecco il braccio e il resto di me stesso che si riassorbe in te.
Ci sono quasi, mancano solo gli occhi.
Chiudili, per favore."

Un libro intimo, poetico, dall'atmosfera lieve e rarefatta...un'ipotetica gara a chi esiste di meno.
Una notte senza contorni, che nasce dal silenzio umano e prende forma in un racconto che non c'è, una notte che non si può toccare e che non resta, ma che non si può dimenticare.

"Questa notte non potrà essere tolta dal registro delle notti, fare che non sia accaduta.
È senza rimedio, come ogni azione commessa.
Questa notte è irreparabile."

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    15 Ottobre, 2018
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TRA LAVORO E SOGNI

Suite 405 è il nuovo romanzo di una delle penne più amate della narrativa contemporanea, Sveva Casati Modignani.
Dopo averlo finito ho pensato: finalmente Sveva è tornata ad emozionarmi come lo aveva fatto anni fa, ho sicuramente letto una storia molto attuale e interessante e la sua scrittura semplice dell’autrice mi ha conquistata.
Il libro ha come protagonisti Lamberto Rissotto, imprenditore di succcesso e Giovanni Rancati sindacalista convinto e molto appassionato della sua professione, che lui vive come una “missione”.
Dire che i personaggi principali sono solamente due sarebbe riduttivo, ma diciamo che le vicende girano intorno a questi due uomini che sono molto diversi tra di loro ma che alla fine scoprono di avere molti punti in comune.
Lamberto potrebbe sembrare un imprenditore tutto d’un pezzo, fiero del suo successo, degli affari, spavaldo e pieno di sè ma invece tiene molto ai suoi dipendenti e cerca di migliorare la loro condizione.
La crisi economica dei nostri giorni è presente in maniera molto decisa nel testo e questo ha dato alla storia un punto in più, anche per come l’autrice è riuscita a parlare di questo argomento, in maniera assolutamente realista e non scendendo nel lato sentimentale.
Giovanni è un uomo che si è fatto da solo, ha fatto moltissimi sacrifici per la sua famiglia, ha dovuto rinunciare alle sue aspirazioni personali, purtroppo per lui i sogni sono rimasti tali. Con il suo lavoro, però, si sente utile e sta facendo qualcosa di buono per i lavoratori in difficoltà.
Oltre alla loro storia ci sono dei capitoli dedicati ad alcuni personaggi, il primo è per Armanda la moglie di Lamberto che scompare nei primi capitoli, poi tocca anche a Bruna, la fidanzata di Giovanni e a Chiara amica di Bruna.
Bruna è la fidanzata di Giovanni, fa la parrucchiera e nonostante un matrimonio fallito alle spalle ora è riuscita a ricominciare e ad aprire un proprio negozio. E’ una ragazza dolce e sensibile ma anche molto pratica, conosce da una vita Giovanni ma i due non sono mai riusciti a dichiarare i loro sentimenti l’uno per l’altra. O almeno fino a ora.
Chiara Montini è amica e cliente di Bruna, una ragazza che tira avanti facendo dei lavoretti santuari perché la libreria dove lavorava ha chiuso. Anche qui troviamo una situazione famigliare difficile, ma come spesso ci capita di leggere in queste pagine l’autrice descrive solamente delle situazioni di normalità.
Oggi il lavoro indeterminato non esiste più, siamo in balia delle aziende che sfruttano i lavoratori (la maggior parte) e non dico solo i giovani ma ormai a tutte le età succede questo.
La precarietà e la disoccupazione di certo non fanno vivere bene le persone, questo è un gran problema e alcune volte trascorriamo anni in questo stato, non sapendo se domani avremo ancora il lavoro.
I personaggi sono molto approfonditi e attraverso loro possiamo capire cosa si prova quando una persona è in questa situazione economica molto incerta. Posso dire che per la mia esperienza, trovarsi non per colpa nostra senza lavoro è terribile e ci vuole tanta forza per ricominciare e anche accettare di accontentarsi di quello che troviamo, anche se non è in linea con le nostre passioni.
Ecco noi oggi ci dobbiamo accontentare e farci andare bene tutto? Certo che no, ma si possono comunque coltivare i nostri interessi, anzi lo dobbiamo fare.
Trovare un lavoro che piace oggi è veramente un lusso. E un po’ anche il messaggio del libro, i sogni purtroppo per molte persone rimangono solamente sogni o aspirazioni, ma il segreto è reinventarsi oppure aspettare e avere fiducia perchè che prima o poi le cose belle accadono.
In questo romanzo abbiamo due punti di vista: da una parte l’imprenditore Lamberto e dall’altra Giovanni e tutti gli altri dipendenti e per una volta capo e lavoratori riescono ad andare d’accordo e a trovare un punto d’incontro . Anche se questo oggi è molto difficile da realizzare.
I primi capitoli non mi hanno convinta del tutto,ma poi la storia è decollata e mi sono affezionata in particolare a Giovanni, Bruna e Chiara.
Ho trovato che quello che abbiamo letto sia all’ottanta per cento verosimile e vicino alla realtà, alla nostra vita di tutti i giorni ma credo che alcune parte siano state romanzate. Soprattutto quella finale. E questo mi è dispiaciuto.
I capitoli dedicati alla vita di alcuni personaggi si alternano alla narrazione della storia ai giorni nostri, che ho trovato più convincente e appassionante.
Quello che non riesco a capire è come mai le case editrici si ostinano a stampare libri con moltissime pagine bianche e con caratteri molto grandi. Lo trovo solamente uno spreco.
Il romanzo è stata una sorpresa, ero rimasta delusa dagli ultimi libri di Sveva e speravo di leggere una storia che mi avrebbe appassionato, forte e intensa e in parte è stato così.
Ho apprezzato il realismo, la verosimiglianza dei personaggi e la grande ricerca che c’è stata dietro alla costruzione di questa storia, toccando dei temi forti e attuali ma che in fondo rappresentano il mondo in cui viviamo.
In tutto questo sicuramente ci sono dei punti deboli, alcuni parti risultano molto lunghe e discostano in parte dalla filo conduttore del libro, alcuni passaggi sono romanzati e prevedibili.
Non mi sento tuttavia di dare un giudizio negativo perché la storia mi ha coinvolto e fatto riflettere e perché le vicende di alcuni personaggi mi hanno appassionata.



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altri libri di Sveva Casati Modignani soprattutto i primi
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Ottobre, 2018
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Dallo Space Invaders alla rivoluzione digitale

«[…] In vent’anni la rivoluzione è andata ad annidarsi nella normalità – nei gesti semplici, nella vita quotidiana, nella nostra gestione di desideri e paure. A quel livello di penetrazione, negarne l’esistenza è da idioti ma anche presentarla come una metamorfosi imposta dall’alto e dalle forze del male inizia a diventare piuttosto arduo. Di fatto, ci rendiamo conto che nelle consuetudini più elementari del nostro vivere quotidiano ci muoviamo con mosse fisiche e mentali che solo vent’anni fa avremmo a mala pena accettato in nuove generazioni di cui non capivamo il senso e denunciavamo il degrado. Cosa è successo? Siamo stati conquistati? Qualcuno ci ha imposto un modello di vita che non ci appartiene?» p. 14

Username. Password. Play. Maps. Level Up. Rivoluzione. La rivoluzione digitale. Com’è nata? Perché è nata? Cosa l’ha determinata? Ne siamo stati sopraffatti? Oppure semplicemente ci siamo trovati coinvolti in un vortice di nessi causali e concause che ci hanno assorbito senza che nemmeno ce ne rendessimo conto? Se guardiamo al passato, un passato poi nemmeno così lontano, fatichiamo ad immaginare le nostre giornate, fatichiamo a ricordare quel che eravamo, chi eravamo. Una vita senza app, senza social, senza foto, senza selfie, senza pc oppure con pc destinati esclusivamente all’uso lavorativo, una vita, cioè fatta di altro, di altre priorità. -“Ma davvero abbiamo vissuto così per decenni, per secoli?”- viene quasi spontaneo chiedersi. Sembra impossibile, eppure è così. Space invaders, i primi Commodore 64, i primi mac, windows 95 e la sua destabilizzante impostazione, internet e il word wide web (che badate bene, sono due cose ben diverse), gli mp3, i jpeg, gli mpeg, Mosaic, Cadabra, che non ci dice nulla all’apparenza, ma in realtà altro non è che la prima forma rudimentale del più noto Amazon ed ancora google, yahoo! – che hanno dato inizio alla sagra dei nomi scemi – ed ancora gli smartphone, la mela della apple, facebook, twitter, instagram, youtube, a wikipedia che “tutto” spiega, e ancora e ancora fino ad arrivare alle Alpha Go: la rivoluzione digitale. Una rivoluzione che nasce in tre gesti lunghi che tracciano un nuovo campo da gioco. E più precisamente, un primo che vede la luce con la digitalizzazione dei testi, dei suoi e delle immagini riducendo allo stato liquido il tessuto del mondo, un secondo che vede la realizzazione dei personal computer che non hanno più dimensioni gigantesche e/o funzioni prettamente militari perché ciascuno può avere la propria “scrivania” con il proprio “topo” in movimento per gestire i “cassetti” che, nella terza fase, sono tutti messi in comunicazione affinché ciascuno possa accedere a un cassetto dopo l’altro senza limiti, al cassetto dell’altro, senza remore, senza difficoltà. Una rivoluzione che ha portato alla spersonalizzazione e alla frammentazione, ma anche alla perdita di valori e alla perdita di confronto con il reale. Perché filtri e elementi digitali si mettono in conflitto con quella che sarebbe l’esistenza quotidiana creando e dando vita ad un mondo dove vincere è facile perché non c’è confronto. Il risultato è quello della creazione di individui inadatti alla lotta, incapaci di reagire alle difficoltà, nonché individui che fanno della superficialità i nuovi valori e dei vecchi un qualcosa di obsoleto, deprecabile, inutile. Quasi se ne fossero scordati. E siamo parte del “game”, un luogo che è strategia, un luogo in cui la strategia ha funzionato, un luogo a cui ci siamo talmente abituati che pensare a un risultato diverso da quello raggiunto ci fa storcere il naso, il luogo del tutto e subito e del non guadagnato perché ci spetta “di diritto”.
Con “The game” Alessandro Baricco ricostruisce la spina dorsale di questa rivoluzione digitale che ci ha coinvolto e che ci sta coinvolgendo. Il suo è un percorso che va per tappe, per “epoche”. Ci prende per mano, il narratore, ci ricorda degli anni del calciobalilla, dei flipper e dei rudimentali videogiochi in quella che era la dimensione analogica e ci conduce a quella che è l’era digitale dove l’icona dell’uomo-spada-cavallo viene sostituita dall’icona dell’uomo-tastiera-schermo. Questa è la prospettiva attuale di quel sisma rivoluzionario che è riuscito a mutare interamente la postura di noi umani partendo dalla dimensione più intima: la mente. Perché è in questa che la rivoluzione è stata innescata e che tutt’ora è in una corsa costante senza freni e tempo. E non è stato un processo imposto, bensì un qualcosa che abbiamo scelto, accettato poco alla volta, senza quasi rendercene conto tanto da sfuggirci quasi di mano. Una rivoluzione che probabilmente nemmeno i pionieri della stessa avevano così pensato. Probabilmente alla base vi era l’idea del progresso, di evitare che nuovamente le tragedie del Novecento potessero ripresentarsi, eppure l’esito è stato ben oltre quello aspettato e/o, appunto, preventivato. Non esistono più confini, barriere, politiche intellettuali, caste, élite. O almeno non esistono più in quelle che ne erano le vesti originali, abiti facilmente riconoscibili e per questo da cui era plausibile e possibile mettersi in guardia. L’uomo analogico con le sue verità diventa così sfocato, instabile, mobile e non più immobile. Distinguere tra verità e menzogna diventa estremamente complesso. Tutto si riduce a un “game” in cui ci sono partite da vincere. Finiamo con l’essere bombardati dallo stesso gioco, dallo stesso sistema. Fatichiamo a distinguere le notizie false dalle vere, siamo oggetto di pubblicità e propagande continue, finiamo con l’essere strumentalizzati dai nuovi poteri, ci perdiamo con problemi e questioni a cui precedentemente mai avremmo dato lo stesso peso, fino a renderci assuefatti al meccanismo che distrugge le nostre cellule celebrali riducendoci ad organismi plasmabili ad immagine e somiglianza dei potenti di turno. Perché la politica stessa ha sfruttato questo meccanismo e senza difficoltà continua a sbatterci la nostra stessa cecità sotto al naso. Il tutto volontariamente. Perché siamo noi i primi a volere questo, siamo noi i primi a non ribellarci a questo. In parte perché non ci rendiamo conto del pericolo, in parte perché abbiamo perso lo stimolo e/o la voglia di combattere con qualsiasi arma che sia diversa da un click su uno schermo o su un social. Si afferma così l’individualismo di massa che si sostituisce all’individualismo dell’io, si affermano le nuove élite, il tutto assume nuove forme e si afferma una vera e propria seconda guerra di resistenza di pochi.
Questo e molto altro è “The game”. Un saggio di grande intensità che ricostruisce gli ultimi 50 anni di storia umana evidenziando i pro e i contro dell’innovazione tecnologica, senza la pretesa di trovare risposte alle domande, senza obbligare alcuno a conformarsi o meno alla tesi proposta, eppure obbligando il lettore a confrontarvisi. Sta di fatto che il testo è ricco di spunti di riflessione, è devastante nella sua analisi e ricostruzione, è intelligente nella sua analisi e ricostruzione. Non risparmia niente. Nulla è esente dalla ricostruzione. Dalla politica, alle contraddizioni umane, alla volontà del singolo, al populismo diffuso, alla facilità con cui vengono scelte le strade più semplici a discapito delle più ardue, al modo in cui uno strumento dell’evoluzione e del sapere è fuggito dal controllo del suo stesso ideatore. Si può amare, si può odiare, ma non si può negare. Baricco riesce in un’impresa senza eguali e dona al conoscitore un elaborato stratificato che non delude le aspettative.

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kafka62 Opinione inserita da kafka62    03 Ottobre, 2018
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IL PREZZO DEL SOGNO

Una dozzina d’anni fa Gabriele Muccino girò in America un film intitolato “La ricerca della felicità”. Questa pellicola, al di là del suo effettivo valore artistico, aveva il pregio di mettere al centro della trama quello che ritengo sia il fulcro dell’american way of life, ossia il diritto-dovere di lottare per migliorare la propria condizione personale e di ottenere, grazie esclusivamente alle proprie forze, al proprio ingegno e al proprio lavoro, il successo e l’affermazione sociale, la felicità appunto. Se il cinema hollywoodiano, che fin dalle sue origini ama flirtare con l’happy ending, è sempre stato pieno, da Frank Capra fino ai giorni nostri, di storie che si concludono con l’esaltazione apologetica del sogno americano, la letteratura statunitense è stata al contrario maggiormente critica nei confronti di questo sogno, a cui ha spesso (basti pensare a Steinbeck, per fare un solo nome) attribuito le fattezze di una illusoria e crudele chimera. Grossomodo a metà strada si situa l’ultima voce della narrativa d’oltreoceano, Imbolo Mbue, camerunense d’origine e americana d’adozione, che con “Siamo noi i sognatori” (vincitore nel 2017 del PEN/Faulkner Fiction Award) ha voluto dare la sua personale versione dell’american dream. Il suo libro racconta l’odissea della famiglia Jonga, emigrata in America in cerca di fortuna e di migliori opportunità per i propri figli, ma la cui condizione “irregolare”, dovuta alle difficoltà di entrare in possesso della agognata green card e di ottenere in tal modo la cittadinanza americana, la espone a tutte le incertezze e le traversie che al giorno d’oggi accomunano i migranti di tutto il mondo e che i notiziari televisivi continuano quotidianamente a portare, nella loro crudezza, fin dentro le nostre case. Il capofamiglia, Jende, riesce all’inizio del romanzo a ottenere un ben remunerato impiego come autista al servizio di un facoltoso dirigente finanziario di Wall Street, e questo colpo di fortuna sembra indirizzare positivamente i destini della famiglia: le entrate permettono di mettere da parte dei risparmi per i tempi bui, di pagare gli studi della moglie Neni per diventare farmacista e di togliersi perfino dei piccoli sfizi. Al primogenito Liomi si aggiunge una seconda figlia, e l’America appare davvero il paese dove scorrono “latte, miele e libertà”. La crisi economica è però in agguato (siamo nel 2008, e il datore di lavoro di Jende lavora proprio per quella Lehman Brothers il cui fallimento è stato all’origine della più lunga e devastante recessione mondiale dopo quella del 1929) e l’Ufficio Immigrazione tenta in ogni modo di mettere i bastoni tra le ruote del sogno dei Jonga di diventare cittadini americani.
Se nel romanzo della Mbue gli agili e brevi capitoli seguono alternativamente le vicende di Jende e di Neni, raccontando gioie e dolori della loro vita newyorkese, altrettanto vivide si stagliano le figure deuteragonistiche dei coniugi Edwards, Clark e Cindy, le cui telefonate private, gli sfoghi emotivi e perfino le confessioni intime Jende ha modo di ascoltare mentre accompagna il marito alle riunioni di lavoro e la moglie ai pranzi con le amiche. Quando Neni viene a sua volta assunta come domestica e bambinaia per un’estate, ella diviene addirittura una preziosa confidente della ricca e avvenente padrona di casa, lenendo con premurosa sollecitudine la sue angosce. Ben presto si scopre infatti che dietro alla sfarzosa vita degli Edwards (con domestici e autisti che si prendono cura di loro ad ogni ora del giorno, un appartamento nell’Upper East Side e una seconda casa negli Hamptons) non tutto è perfetto come sembra: Clark passa la maggior parte del tempo lontano dalla famiglia e sfoga lo stress lavorativo per mezzo di incontri clandestini con escort di lusso; Cindy annega la sua depressione nell’alcool e nelle pillole; il figlio primogenito Vince manda provocatoriamente all’aria gli ambiziosi piani predisposti per lui dai genitori per andare in India in cerca di pace e di spiritualità. Insomma, se uno degli intenti delle soap opera era, lo ricordiamo, quello di dimostrare che “anche i ricchi piangono”, beh, allora il libro della Mbue può assomigliare un po’ anch’esso a una soap.
In realtà l’approccio scelto in “Siamo noi i sognatori” è molto più problematico di quanto appaia ad una frettolosa lettura. La scrittrice afro-americana riesce infatti nell’intento di analizzare con intelligenza (ed anche una insospettabile leggerezza) la struttura dei rapporti economici del mondo del XXI secolo, un mondo spietato e iniquo che invita chiunque a entrare per assaporare le delizie della società consumistica, ma che, nella sua apparente democraticità, non fa che perpetuare le disuguaglianze e le disparità sociali, a partire dal significato stesso che per ciascuno dei personaggi ha il lavoro. Per gli Edwards esso è il mezzo per mantenere i propri privilegi e i propri status symbol, per i Jonga è l’unica possibilità per non perdere il diritto a rimanere in America e, evitando l’espulsione, a garantire ai propri figli un futuro dignitoso. Anche la crisi economica non è uguale per tutti. Se per gli Ewards essa significa un abbassamento temporaneo del tenore di vita, per i Jonga è invece la rovina completa, il fallimento. Viene qui adombrata in chiave contemporanea la concezione marxista della storia, con la sua divisione della società per classi, il carattere eminentemente transazionale dei rapporti umani e l’alienazione sociale che si riflette persino nelle vite private (“Per la prima volta nella loro lunga storia d’amore ebbe paura che la picchiasse. Era quasi certa che l’avrebbe picchiata. E se l’avesse fatto, avrebbe saputo che non era il suo Jende che la picchiava, ma un essere grottesco creato dalle sofferenze di una vita da immigrato in America.”). C’è una differenza sostanziale, però, rispetto al marxismo: da parte delle classi sociali più povere, degli immigrati e del sottoproletariato urbano vi è una adesione incondizionata all’american way of life, e mai si intuisce alcuna autentica velleità trasformatrice della società. Il signor Edwards è il modello a cui la famiglia di Jende aspira (“un giorno diventerai un pezzo grosso di Wall Street come il signor Edwards”, confida Neni al figlio), e neppure l’improvviso e inopinato licenziamento è in grado di mettere in discussione questa granitica certezza. Anche quando Neni decide di venire sorprendentemente meno ai propri valori morali per salvare la propria famiglia a spese della signora Edwards, non c’è in questa scelta alcuna rivendicazione ideologica né tantomeno alcun rancore personale represso, ma semplicemente un disperato espediente alla Filumena Marturano.
Non posso negare che il romanzo della Mbue soffra di un certo didascalismo di fondo. Si prenda ad esempio il sogno premonitore di Jende, in cui gli imbroglioni che hanno truffato la madre dell’amico prefigurano gli speculatori di Wall Street che con i subprime e i derivati hanno rovinato decine di migliaia di risparmiatori. Viene poi accennato (anche se ironicamente smentito) un parallelismo tra l’America della crisi economica e l’Egitto delle bibliche piaghe, come se le due calamità siano state un comune castigo nei confronti di chi aveva “preferito la ricchezza alla rettitudine, la rapacità alla giustizia”. Anche al netto di certe ovvie semplificazioni, ritenute evidentemente necessarie per far comprendere al lettore medio gli effetti sul mondo reale di una crisi finanziaria epocale (ad esempio, il meccanismo perverso dei prestiti che le banche concedevano largamente prima del 2008 anche a chi non poteva concedere alcuna garanzia viene sintetizzato nel caso di un amico di Jende, il quale perde la casa non potendo più pagare le rate del mutuo), “Siamo noi i sognatori” è un’opera che vanta una discreta complessità psicologica. La perdita del posto di lavoro, l’improvviso abbassamento del tenore di vita e, soprattutto, la paura di dover abbandonare gli Stati Uniti per sempre, innescano nei coniugi Jonga una serie di reazioni non scontate, di dolorosi adattamenti alla realtà, di metamorfosi caratteriali (anche nei rapporti reciproci), che portano Jende e Neni alla fine del romanzo ad essere molto diversi dalle figure candide e ingenue che erano all’inizio (Neni arriva a pensare di divorziare dal marito e fare un matrimonio di convenienza con un americano pur di ottenere la cittadinanza, o addirittura di dare in adozione il figlio per permettergli di continuare a vivere negli Stati Uniti). La Mbue è sincera e parla di cose che evidentemente conosce molto bene, dal momento che molte peripezie passate dai protagonisti devono anche essere state le sue, da quando, diciassettenne, mise per la prima volta piede negli Stati Uniti. La sua prosa semplice e scorrevole, abbastanza elementare nella sintassi e nel lessico (con il ricorso frequente a termini africani), è comunque efficace (nonostante qualche buonismo di troppo) nel costruire personaggi di notevole spessore (soprattutto quelli femminili di Neni e Cindy, dolorosamente sfaccettati, a fronte di una maggiore prevedibilità di quelli maschili) e nel mettere a confronto (a volte anche con effetti che rasentano l’umorismo) due culture così diverse e per certi versi inconciliabili come quella occidentale e quella africana. Il finale conciliatorio, che sembra contraddire il cinismo di altre parti del romanzo, non deve trarre in inganno. Quella che risuona nella testa del lettore, una volta chiuso il libro, è soprattutto una domanda (che la situazione dell’America odierna, in cui a Obama è succeduto Trump, rende ancora più pressante): se il sogno americano è quello descritto dalla Mbue, valeva davvero la pena sognarlo?

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    01 Ottobre, 2018
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Rivoluzioni tradite

Disillusione, dolore, rabbia accompagnano la lettura del nuovo bellissimo romanzo che riporta all’attenzione dei lettori italiani lo scrittore egiziano ‘Ala al-Aswani, tra i più noti, nonché discussi, autori contemporanei del mondo arabo. Fin dai tempi di “Palazzo Yacoubian”, esploso come caso editoriale nel 2002 (pubblicato in Italia quattro anni dopo), al-Aswani squarcia impietosamente il velo dietro cui si celano le profonde contraddizioni, l’ipocrita strumentalizzazione della religione e l’immensa voragine della corruzione della società egiziana.
Stavolta, però, tutto ciò fa da cornice e miccia esplosiva alla rivoluzione che infiammò il Paese nordafricano nel 2011, nell’ambito della cosiddetta Primavera araba sfiorita anzitempo. Passo dopo passo, si viene condotti proprio nel cuore di quella rivoluzione che vide in particolare la città del Cairo farsi tragico teatro di imponenti manifestazioni popolari che chiedevano a gran voce la caduta dell’allora presidente Hosni Mubarak e dell’ancien régime locale; ad animarle, migliaia di studenti universitari e cittadini comuni, proprio come Khaled, Asma’ e Ashraf, tra i protagonisti di questo libro che, con sguardo attento e partecipe, cerca di ripercorrere le tappe e andare a fondo di un avvenimento storico di tale portata. Del resto, l’autore, medico diviso tra letteratura e impegno politico, partecipò attivamente alle giornate di protesta, tant’è che le intense pagine che le raccontano, sia attraverso le vicende dei personaggi creati dalla sua penna sia attraverso l’efficace inserimento di alcune voci fuori campo che sanno tutt’altro che di fiction, finiscono per diventare una drammatica testimonianza di tutto quel tumultuoso periodo.

“Sono corso verso il Nilo. I gas lacrimogeni ammorbavano l’aria e io piangevo. Non so se per il gas, per il ragazzo morto, per me stesso, o per tutte queste cose insieme. Mentre mi allontanavo, ho visto con i miei occhi dei corpi maciullati dal passaggio dell’autoblindo. Budella, cervella, gambe, persone tagliate a metà. Ecco cosa ho visto. Ma il peggio è stato vedere la gente che correva in preda al panico e calpestava tutti quei brandelli. Nessuno ci pensava, a tutti interessava solo mettersi in salvo. Avete idea di cosa vuol dire avere davanti il corpo di un martire, vedere che tutti gli passano sopra, che lo calpestano, che lo spostano senza neanche guardare giù?”

Dunque, una scrittura, quella di al-Aswani che si fa impegno civile, gridando, pur nel silenzio dell’inchiostro, e puntando il dito anzitutto contro le ingiustizie e i corrotti a vario titolo, dai gradini più bassi fino ai vertici delle medesime istituzioni politico-giudiziarie e militari, ma anche contro la troppo spesso indifferente passività da parte della popolazione egiziana nel suo insieme alla quale, a conti fatti, non sembra stare a cuore altro se non portare a casa uno stipendio e sopravvivere, anche a scapito della propria dignità di esseri umani. Pazienza se i ricchi e i potenti continueranno a schiacciare i poveri e gli ultimi fra gli ultimi che popolano le periferie più estreme sommerse da cumuli di rifiuti, l’importante è campare… Per chi e per che cosa hanno allora sputato lacrime e sangue, si domandano con profonda amarezza, gli sconfitti di Piazza Tahrir, i ragazzi feriti e incarcerati, le ragazze umiliate e stuprate nelle caserme. A che cosa è valso, infine, il sacrificio di tante giovani vite spezzate, dal momento che in Egitto niente è cambiato?
Già, perché, anche se Mubarak è caduto, purtroppo il regime corrotto è rimasto in piedi e ben saldo al potere, con l’esercito e i servizi segreti di sicurezza che spadroneggiano indisturbati; mentre si legge l’atrocità delle loro torture, il pensiero non può non correre al nostro Giulio Regeni la cui memoria attende ancora giustizia, al pari di quella delle vittime egiziane che hanno visto tradita la loro rivoluzione proprio da quello stesso popolo per il quale essa era stata avviata. Ma sono davvero così inconciliabili la democrazia e il rispetto dei diritti umani con la fede islamica? Seppure tale quesito sembri aleggiare sconfortante senza risposta tra le pagine conclusive del romanzo, già nel corso della narrazione le parole di chi è animato da autentica onestà e vorrebbe mutare in meglio il volto del Paese non lasciano dubbi: il problema non è l’Islam, come qualcuno avrebbe interesse a far credere, ma la corruzione, la brama di potere e di denaro e l’Egitto, lascia intendere l’autore, si merita ben altro rispetto ai generali e ai ciarlatani travestiti da santoni che sviliscono patria e religione riempiendosi indegnamente la bocca con il nome di Allah, a cui si addebita uno status quo putrescente che sarebbe pure tempo di cambiare.
Un libro da leggere, tutt’altro che pesante malgrado i temi trattati. Consigliabile a chi già conosca altri romanzi di al-Aswani (la cui scrittura, oltretutto, è godibilissima, a tratti particolarmente abile a fare sottile ironia sulle alte divise e sul velo indossato da certe pie donne “musulmane”) e, soprattutto, a chi abbia interesse ad approfondire la rivoluzione del 2011 e a conoscere la fasulla democrazia egiziana, in parte economicamente sostenuta – facciamo mea culpa – dall’ipocrisia delle diplomazie occidentali. Nella speranza che, un domani non troppo lontano, Piazza Tahrir possa davvero essere degna del nome che porta: Piazza della Liberazione.


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Mian88 Opinione inserita da Mian88    27 Settembre, 2018
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Poveglia: mistero, presente, passato.

«In fondo, pensò, lo aveva in tutte le cose, soprattutto nella vita degli uomini: la notte trascina tutto in una direzione oscura, e ciò che di giorno ci sfiora e poi sfugge via in un sussurro, nel buio e nel silenzio della notte ingigantisce fino a scuoterci nelle viscere; sia che si tratti di paure, di sofferenze o di ricordi. […] Non era poi così difficile, da credere: facciamo fatica a resistere quando la notte è breve, figurarsi se dovesse diventare quasi perenne» p. 42

Essendo stata un lazzaretto durante la peste di fine Settecento nonché sede di un manicomio negli anni centrali del ‘900, Poveglia, è ad oggi un’isola abbandonata nel veneziano, un luogo di miti e leggende, un luogo di fatto abitato solo e soltanto dalle anime delle vittime della morte. Eppure, c’è chi ha pensato e ha ritenuto che questa fosse la località ideale per espandere una già avviata attività commerciale nel settore della ristorazione, e questa persona nient’altro non è che Rodigro Leone che più nel dettaglio ha deciso di acquistare l’intero territorio di sette virgola venticinque ettari per dar vita ad uno specifico progetto consistente nell’adibire ogni zona della medesima ad una specifica destinazione culinaria con tanto di vere e proprie zone di degustazione e arredamenti a tema. Il visitatore potrà così sentirsi tanto a Tokyo quanto a Parigi e decidere di gustare tanto le specialità russe che cilene, per fare un esempio. Progetto ambizioso per tutti ma non per Rodigro che, per realizzarlo e sfatare il mito costituisce una vera e propria squadra composta da una influencer di nome Elena, di invidiabile bellezza e milioni di follower su Instagram, un acchiappa fantasmi olandese di nome Van Dijk, un noto blogger con il sogno di scrivere e ex compagno di scuola dell’imprenditore, Oscar, Virgilio, amico di quest’ultimo e con specifiche competenze in materia di territorio e infine Rossella, giornalista, sorella dell’impresario e amore giovanile di Oscar.
La permanenza sull’isola mette sin dal principio i protagonisti all’erta, misteriose visioni fanno seguito al loro arrivo e al contempo vengono rinvenuti all’interno della struttura adibita a reparto psichiatrico strani nastri, datati e incisi a mo’ di diario dai vari abitanti del posto negli anni del suo utilizzo a manicomio e più precisamente dal medico Edmund e sua moglie Elvira, un infermiere, cinquanta pazienti e un parroco. Ma cosa è accaduto davvero sull’isola in quegli anni? Di chi sono le voci che dai nastri emergono e che a loro volta dichiarano di aver sentito altre voci? Quale mistero si nasconde in questo luogo di sangue e dolore? Che l’isola sia davvero infestata? O che ora, come allora, il morbo del terrore abbia preso campo suggestionando quella che era la psiche di persone isolate dal mondo e già psicologicamente fragili?
Con “Il morbo del terrore” Valerio Finizio ci regala un testo caratterizzato da quel giusto connubio tra ironia e riflessione e da una storia che sin dalle prime pagine si distingue dalle altre conquistando il lettore vincendo i preconcetti dello stesso. La penna dell’autore è magnetica, fluente, diretta, non si perde in digressioni inutili e non pretende di essere erudita seppur non si confini alla semplicità e impersonalità che spesso è propria di chi ancora non ha fatto il suo esordio nel mondo della scrittura, e a maggior ragione per questo riesce a dar vita a luoghi e sensazioni, a immedesimare chi legge, a incuriosirlo e a renderlo partecipe. Non solo. Altra maestria che è propria dell’esordiente scrittore è quella di dar vita a un elaborato che sulle prime faccia pensare a un thriller che fa leva sul paranormale e l’horror propri dell’isola infestata di turno, quando in realtà riesce a contenere molto più perché riesce a staccarsi da questo presunto genere di appartenenza per confluire in quello di avventura con caratteri anche di amore e spunti di meditazione sulla società moderna e sul come l’uomo si stia evolvendo nel tempo e a fronte dell’avvento dei social network. Pertanto, da una storia che può sapere di “risentito”, il narratore riesce a dare quel tocco di originalità che fa la differenza. Il tutto in modo molto lineare, senza strafare. Il testo tiene bene, non mancano i colpi di scena e l’intreccio è solido. Unica remora, la parte finale che è buona ed è calzante ai fini anche se rischia di cadere nel surreale assonandosi, indirettamente, a testi di fantascienza contemporanei nonché a pellicole cinematografiche.
In conclusione, un romanzo godibilissimo, che fa venir voglia di conoscere ancora questo scrittore, che incuriosisce su Poveglia stessa e che rappresenta una buonissima base di partenza. Cosa ci riserverà ancora Finizio in futuro? Siamo curiosi di scoprirlo. Aspettiamo il tuo prossimo romanzo, Valerio.

«Desideriamo tante cose, nella nostra vita, alcune le cerchiamo ardentemente da perdere il senno. Scaviamo con le unghie fino a farle sanguinare. Eppure, quando la nostra ricerca sta per finire… allora cambia tutto. Iniziamo a chiederci se quello per cui abbiamo lottato per così tanto tempo sia quel che vogliamo davvero.» p.68

«Per quanto non lo voglia ammettere, l’uomo è un animale sociale e ha bisogno di qualcuno con cui condividere pensieri, emozioni, esperienze. Ma a discapito di questa nostra necessità, ci stiamo trasformando sempre più in lupi solitari, che al posto dei sentimenti veri accettano surrogati digitali senza il minimo valore. Ci circondiamo di amici virtuali, di persone che non conosceremo mai davvero, e crediamo che avendone sempre di più potremo colmare questo vuoto che sentiamo dentro. Ma non bastano mai, e continuiamo a gettare il nostro tempo nella tazza del cesso. E l’amore insieme al tempo, con un unico colpo di scarico. È passato di moda, l’amore, come fosse un semplice grammofono: ha segnato un’epoca ormai passata, e oggi se ne sta nelle soffitte a prendere polvere insieme agli insetti e ai suoi dischi in vinile» p. 98

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    27 Settembre, 2018
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Hap, Leonard ed il Professore “Segregazionista”

Hap Collins s’è appena sposato con l’amata Brett Sawyer. Durante la festa di nozze, a base di hamburger e salsicce cotti sul barbecue, si presentano due individui (una donna anziana, Judith, e suo figlio, Thomas) che si fanno riconoscere immediatamente come Pentacostali, per i quali solo il “bianco è bello e puro”, mentre il nero (anzi “negro”) va evitato con ogni precauzione. Leonard Pine, socio di Hap, ma inequivocabilmente molto scuro di pelle, e anche di carattere, oltre che dichiaratamente gay, li prende subito di petto. Però, in fondo, sono clienti paganti e, alla fine, i due investigatori accettano di ascoltarli. Essi li incaricano di ritrovare la figlia di Judith o, almeno, di fargli saper se è viva o morta. Jackie, meglio nota come Jackrabbit, per via dei grossi incisivi da coniglio, dopo aver smarrito la retta via, rinnegata la fede di famiglia, essersi trasferita a Marvel Creek con persone di dubbia reputazione e, addirittura, accoppiata con un nero di nome Ace (orrore!), è scomparsa da settimane, forse mesi. Potrebbe pure essere stata uccisa.
Hap e Leonard si mettono in viaggio per la cittadina che, tra le altre cose, è il paese natale dei due. Qui faranno la conoscenza con una cricca numerosa (e pericolosa) di razzisti furenti, capeggiati da un tal Professore che si definisce, eufemisticamente, “segregazionista” solo perché sa parlar forbito e si veste con eleganza, ma che, in effetti, è il più arrabbiato di tutti.
L’indagine li porterà più volte a scontrarsi con loro e, in una escalation di botte e sparatorie, a rischiare personalmente la vita. Tuttavia, ormai, non si tratta solo di portare a termine con professionalità il mandato ricevuto. Scoprire cos'è accaduto a Jackrabbit è diventata proprio una questione di principio!

Avevo già fatto la conoscenza con Lansdale leggendo “La Foresta” che mi aveva interessato e stupito, per la ricostruzione di un Texas duro e crudo, magari sboccato, ma molto credibile. Non conoscevo per nulla, invece, i personaggi di Hap e Leonard, coppia decisamente particolare di investigatori privati in bianco e nero. Sono i protagonisti di una lunga serie di romanzi (22 pubblicati in USA, undici tradotti in italiano), ambientata in un East Texas brutale e scurrile; saga che è divenuta un serial TV di successo.
Questo romanzo, penultimo del ciclo, ha una trama piuttosto povera. La ricerca di Jackrabbit, infatti, si può condensare tutta nella continua contrapposizione dei due eroi, buoni (si fa per dire!), coraggiosi e liberal, contro la marea montante dei razzisti, ottusi, brutali ed avidi, che mentono in continuazione, li aggrediscono per principio e che, alla fine, vengono affrontati, e via via eliminati, in una progressione di insulti, violenza e morti, non diversamente da quello che potrebbe avvenire in un fumettone pulp o in un TV movie di serie B.
Lo stile di Lansdale è particolarissimo ed è quasi un suo marchio di fabbrica. Tutti i personaggi, nessuno escluso (comprese le ragazze) si esprimono esclusivamente con un linguaggio pesantemente scurrile ricorrendo a continue metafore di contenuto scatologico che vorrebbero essere battute ironiche, quando, addirittura non umoristiche, ma che colpiscono il segno solo una volta ogni tanto. Per altro, la voce narrante (Hap) rincara la dose di oscenità con i suoi commenti “fuori campo”.
Questa tecnica narrativa, se all'inizio può essere anche divertente (soprattutto per chi è nuovo del genere), alla fine risulta abbastanza tediosa, perché mostra una certa artificiosità, sovrabbondanza ed eccessiva ripetitività. Al contrario la descrizione dei personaggi è piuttosto approssimativa e sommaria. Tutti sono più o meno fungibili tra di loro e non è individuabile una loro caratterizzazione nei loro comportamenti o nei loro dialoghi.
L’agilità della narrazione rende comunque facile la lettura e si giunge, in fretta, al termine del racconto, peraltro senza essere stupiti da colpi di scena imprevisti o trovate narrative stupefacenti.
Ciò che rimane, alla fine, è la sensazione di aver letto un volumetto di pura evasione; un libricino che non lascerà (né, onestamente, pretende di lasciare) alcuna traccia nel lettore, ma che consente di passare qualche ora di assoluta astrazione dalla realtà, perché si spera che l’East Texas non sia davvero com'è descritto, assistendo, da spettatori indifferenti e neutrali, a quella che potrebbe essere descritta come una mega rissa da saloon lunga duecento cinquanta pagine. Dimenticabile.

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Consigliato a chi ha apprezzato i precedenti romanzi con protagonisti Hap e Leonard, anche se, rispetto a ciò che conoscevo di Lansdale, questo libro mi è sembrato un po' sottotono e "tirato via".
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Racconti
 
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    26 Settembre, 2018
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Tracce di romanzi minimi

"Hanno scoperto una cosa sull’amore. Una cosa scientifica. Hanno fatto degli studi per capire che cosa tiene unite le coppie. Sapete che cos’è? Non è l’andare d’accordo. Non sono i soldi, o i figli, o una visione condivisa della vita. E’ avere cura uno dell’altro. Le piccole gentilezze reciproche. Passarsi la marmellata a colazione. Oppure, durante un viaggio a New York, tenersi per mano un istante nell’ascensore della metropolitana. Chiedere: ‘Com’è andata la giornata?’ facendo finta che ti interessi. E’ questa la roba che funziona.”

Questa è una, solo una cosa sull’amore; nell’intero libro, l’unico riferimento espresso al titolo.
In realtà, la cosa sull’amore di cui parla Eugenides nei suoi dieci racconti sono quelle tante cose su cui ciascuno riversa se stesso, l’umana necessità di “sentire” amore (nel darlo e nel riceverlo).
Per Charlie quella cosa sull’amore è restare nascosto in una siepe a guardare attraverso la finestra di casa, immobile per non farsi scoprire mentre viola la distanza di cinquanta metri dalla sua famiglia stabilita dall’ordinanza restrittiva di un giudice (“Trova il cattivo”).
Per Mitchell è il paradiso che, nel pieno della notte del Bengala, riesce ad assaporare nel ritmo della terra, nel sale che si succhia dalla pelle, nel sangue che sente pulsare alla luce della luna, nonostante la malattia contratta in quei posti lontani da casa, nonostante la consapevolezza che le persone che lo amano, dopo il suo prosciugarsi, non capiranno (“Posta aerea”).
Per Tomasina, alle soglie dei quarant’anni (passati a rendere inattaccabile la sua posizione di manager aziendale, e quindi il suo tenore di vita), quella cosa sull’amore è la maternità – ora è l’ultima occasione, oltre sarà troppo tardi – da ottenere attraverso la selezione del miglior seme dei propri conoscenti (“Siringa per ungere la carne”).
Per Kendall, è la capacità che avevano i suoi genitori di rendere la casa ordinata e accogliente, ciò che lui, in condizioni di relativa povertà, non riesce a garantire ai propri figli, e che lo convince ad organizzare una truffa impossibile ai danni del suo datore di lavoro ("Great experiment").

C’è una letteratura americana contemporanea che sa guardare i propri personaggi nella quotidianità, sa descriverli intenti in quelle cose nelle quali la vita ha (o dovrebbe avere) davvero un senso. Jeffrey Eugenides, nato a Detroit da famiglia di origini greche, fa parte di questa tendenza a pieno titolo: i suoi racconti sono curati, eterogenei, venati di umanità. Sembrano tracce di romanzi che intendono ripiegarsi discretamente su se stessi, lasciando al lettore la possibilità di immaginare una storia che prosegua oltre la sua trama. Merito di personaggi ottimamente descritti e caratterizzati (anche in quei racconti che appaiono un po’ meno riusciti), cui non mancano sprazzi di intensa ironia, o di disillusione.
In definitiva, uno stile ed una sostanza da scrittore vero, capace di generare nei lettori la sana curiosità di seguire le storie, e consumarne le pagine.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    23 Settembre, 2018
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L'isola, il violino, l'amore

Nel nuovo romanzo di Valentina D'Urbano, “Isola di Neve”si intrecciano due storie parallele: una ambientata fra l'estate e l'autunno del 1952, l'altra fra l'autunno del 2004 e l'inverno del 2005. Entrambi gli intrecci si svolgono su un'immaginaria isoletta italiana, forse collocata nel Tirreno centrale (da lì si può raggiungere in qualche ora Roma), chiamata Novembre, e sulla sua “gemella”, un'altra piccola isola dove era collocato un carcere di massima sicurezza, Santa Brigida.

La vicenda del 2004 ha per protagonista Manuel, un giovane di 28 anni che ha lasciato Roma dopo aver compiuto un atto di cui si pente e si vergogna moltissimo. Manuel è un alcolista , sente di aver compromesso per sempre la sua vita e si rifugia sull'isoletta dove hanno abitato per tutta la vita i suoi nonni, Libero e Livia, e dov'è nata sua madre, per nascondersi dal mondo e trovare un po' di pace. La notte però non può dormire: qualcuno suona il violino in un modo travolgente ed appassionato, sicuramente un professionista. Così conosce Edith, violinista dal talento straordinario, che gli racconta di una vicenda avvenuta sull'isola una cinquantina di anni prima e che ha come protagonista un famoso musicista originario di Dresda, proprio come lei, Andreas von Berger, rinchiuso per qualche mese nel carcere di Santa Brigida. Manuel ed Edith vogliono riuscire a ricostruire quella storia dimenticata: c'è di mezzo un preziosissimo violino perduto, una partitura da ritrovare e soprattutto, una struggente storia d'amore da sottrarre all'oblio del tempo.
Quale sarà il filo che collega Manuel ed Edith al violinista Andreas von Berger ed alla sua amata, Neve?

Nel corso delle 500 pagine del romanzo il lettore troverà la risposta a tutti gli enigmi che l'autrice ha sapientemente disseminato nella prima parte del libro. Personalmente però non mi è piaciuto il finale del testo: mi è sembrato troppo forzato ed abbastanza inverosimile, come se lo scopo della narrazione fosse unicamente quello di stupire il lettore con effetti speciali. L'ho trovato macchinoso e più adatto ad altri generi letterari.
Si tratta comunque di un romanzo piacevole e che presenta una buona dose di romanticismo; leggendolo non correremo certo il rischio di annoiarci. Viene stimolata in continuazione la nostra curiosità, lo stile dell'autrice è fluido ed espressivo, il libro si legge tutto d'un fiato. Sicuramente Valentina D'Urbano sa raccontare emozioni e sentimenti.
Avrei preferito però un romanzo meno costruito ed artificiale nella trama e più genuino e profondo.

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Romanzi autobiografici
 
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siti Opinione inserita da siti    23 Settembre, 2018
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OGNI UOMO TREMA

È un resoconto dettagliato di uno stato patologico, quello legato alla depressione, che accompagna l’autore, un quarantacinquenne, nel suo percorso di vita. Ha il sapore dell’amarezza quando i limiti imposti dalla malattia si fanno insopportabili, paralizzanti ed escludenti. Ha il sapore della speranza quando il paziente cerca l’aiuto del medico e si affida alla chimica per ristabilire gli scompensi che causano il suo malessere. Ha il sapore del disinganno quando ci si imbatte nella scarsa empatia di chi lo dovrebbe sostenere. Ha tutta la magia di un tentativo di vivere nel racconto della quotidianità in seno alla sua famiglia: è sposato e ha un bimbo piccolo. Riesce ad amare e a essere amato. Lavora e anche in quell’ambiente, almeno quello più recente, trova comprensione.
Dietro la storia personale della malattia c’è in fondo il male di vivere, quello di tutti. C’è poi quello specifico, la depressione, una cassa di risonanza quasi delle stesse percezioni e difficoltà che si sposano alla condizione umana. C’è inoltre una grande capacità di razionalizzare lo stato patologico, di scinderlo dalla vera essenza della persona. Vi è poi il vissuto, a partire dall’infanzia, l’abbandono del padre e la punizione inferta dal figlio che a sua volta lo negherà impedendogli il proseguimento del loro rapporto. C’è poi il figlioletto suo che chiede del nonno…
È un contributo interessante per chi ha nella sua sfera di interessi le scienze umane. È però anche una bella storia, come quella che si potrebbe leggere in un romanzo. Il taglio autobiografico, la narrazione in prima persona, lo stile chiaro e limpido, i numerosi riferimenti culturali – si spazia dalla musica, al cinema, alla letteratura – lo rendono un libro adatto a tutti. Conoscere la prospettiva dell’altro è sempre illuminante.

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Il male oscuro
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    22 Settembre, 2018
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Una, unica e irripetibile.

La vita d’ogni singolo individuo è in sé unica e irripetibile. Ogni vita è l’insieme di tante storie, ma tra tante storie ce n’è sempre una che conta più delle altre, che si ricorda, si racconta o si tace in un involontario processo di avvicinamento alla verità dei fatti che hanno fatto di noi ciò che siamo.
Da qui trae spunto il bellissimo romanzo di Julian Barnes, “L’unica storia”, un’opera che analizza con spietata veridicità l’animo e i sentimenti umani, senza nulla concedere a una soverchia indulgenza.
Diamo innanzitutto uno sguardo alla sopracoperta dell’edizione Einaudi: come sempre le copertine offrono al lettore spunti di riflessione assai importanti. La realizzazione è di Marco Campedelli ed è intitolata “Handwriting” . Essa riproduce a lapis su carta il titolo del romanzo “L’unica storia” in bella calligrafia, e sostituisce il titolo in stampatello cancellato da un tratto deciso e inequivocabile. Ciò rende immediatamente chiaro il pensiero che si vuole trasmettere: ogni storia è unica come unica è la vita, come unica e significativa è la grafia di ogni individuo.
Il romanzo è diviso in tre parti e anche questa scelta non è casuale. La narrazione della prima parte è affidata allo stesso narratore protagonista della storia, che racconta come, giovane diciannovenne, si innamori di una cinquantenne e venga completamente preso dal fascino di lei e dall’audacia di una relazione così trasgressiva.
Nella seconda parte del romanzo, il capitolo Due, il narratore, Paul, comincia a prendere le distanze da sé come protagonista, alternando sempre più spesso la seconda persona alla prima, come a voler raccontare e spiegare a se stesso i fatti in un tentativo di maggiore obiettività. I fatti narrati mostrano un crescendo di dolorose esperienze e perciò stesso un maggiore distacco dal protagonista diviene assolutamente funzionale al romanzo.
La terza parte, infine, il capitolo Tre, è in terza persona. Il narratore personaggio scompare, i fatti sono presentati nella loro realtà, nell’intento di dare massima credibilità alla storia e allo stesso tempo di offrire una possibilità di riscatto al protagonista.
Ciò per quanto riguarda la struttura del romanzo. Per quanto attiene al contenuto, anche in questo romanzo, come ne “Il senso di una fine”, l’elemento dominante è il tempo. Il tempo che coincide con la vita dell'uomo e la condiziona, il tempo come accumulo generato dal movimento, il tempo che ci vede giovani e poi inesorabilmente vecchi. Il tempo domina tutto, trasforma le persone e i sentimenti, esalta e avvilisce le relazioni, alimenta e distrugge l’amore. E al concetto del tempo è legata la funzione della memoria che permette di rivivere il passato con nostalgia ma con più equilibrato e corretto distacco.
Non è questo il solito romanzo di iniziazione sessuale, non è questa la solita breve storia di una passione fuori dagli schemi, non siamo di fronte al giovane laureato e a una Mrs Robinson, né Paul e il semplice giovane seduttore, non a caso spesso si accenna a lui come “bel ami”, qui siamo di fronte ad un approfondito esame dell’animo umano, di come esso reagisce nelle varie stagioni della vita di fronte all’amore che non sempre si presenta nel suo aspetto più convenzionale e tradizionale.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    21 Settembre, 2018
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Vivere e lasciar vivere

Che cosa spinge un giovane musulmano, nato e cresciuto in Europa, a imbottirsi d’esplosivo per farsi saltare in aria in mezzo alla folla di una metropoli occidentale? Perché in tanti, troppi, si lasciano abbagliare dalle parole di falsi profeti che istigano alla violenza quale unica strada da seguire? Cosa alimenta la rabbia delle periferie, smisurata a tal punto da sfociare in attentati e massacri indiscriminati perpetrati in nome di Dio?
Avvincente ed emozionante, l’atteso nuovo romanzo di Yasmina Khadra cerca di trovare risposte a tali quesiti, presentandosi come una lettura particolarmente invitante per chi sia interessato ad approfondire temi di forte attualità come quelli dell’integrazione e del terrorismo legato all’estremismo islamico. Fin dall’incipit, l’argomento viene affrontato di petto, senza mezzi termini: “Eravamo quattro kamikaze. La nostra missione consisteva nel trasformare la festa allo Stade de France in un lutto planetario.”
Lo scenario iniziale prescelto è quello della Parigi degli attentati del 13 novembre 2015, ancora ben vivi nella memoria dell’opinione pubblica internazionale. Khalil, il protagonista, un ragazzo di origini marocchine che vive in Belgio, è uno dei kamikaze incaricati d’innescare la miccia di quel grande macello che avrebbe avuto risonanza a livello appunto planetario. Qualcosa, però, va storto e per lui, destinato al paradiso dei cosiddetti martiri, si apre sulla terra stessa un inferno forse peggiore di quello dell’oltretomba. Ventitré anni vissuti tra problemi familiari, insuccessi scolastici e disoccupazione, il giovane appartiene alla seconda generazione d’immigrati per la quale, in molti casi, la piena integrazione nel Paese di accoglienza non si è realizzata e il cui disagio e aspirazioni frustrate vengono intercettate da organizzazioni terroristiche subdolamente mascherate da moschee e centri culturali; da qui a ritrovarsi reclutati in operazioni suicide il passo è più breve di quel che si possa immaginare.

“Poi una sera un vicino, un amico o qualcuno che conosci appena comincia a elogiare le prediche dell’imam dell’angolo. […] Alla fine ti convince a seguirlo nel buco dove officia l’imam. […]E così eccoti lì a orecchiare distrattamente, annoiandoti in mezzo al gregge. […] Quanto all’imam, ha una risposta a tutte le domande su cui un tempo ti arrovellavi senza trovare un indizio che ti illuminasse. L’imam ti rimanda alle tue sconfitte, alle vessazioni che credevi di aver superato, alle ferite mai cicatrizzate – il poveraccio diventa tuo sosia, il ribelle tuo fratello siamese, le prediche la tua valvola di sfogo, la violenza la tua legittimazione. Al diavolo i razzisti, a morte gli islamofobi: non porgerai più l’altra guancia.”

Non esser riuscito a portare a termine la missione parigina, oltretutto non per responsabilità propria, non gli preclude la possibilità di prendere parte a un’altra operazione, pianificata con estrema cura, ma nel frattempo, prima che il destino di Khalil si possa compiere in una famosa e affollata piazza di Marrakech, l’imprevedibile lo colpirà negli affetti più cari, all’improvviso e senza pietà, facendo vacillare la fortezza delle sue convinzioni incrollabili e la fede cieca riposta in un Islam manipolato ad arte da chi, caso strano, quando è il momento di agire, non indossa mai cinture esplosive né si sporca le mani di sangue in prima persona.
Con un ottimo stile narrativo che fa perno su un io narrante straordinariamente coinvolgente e convincente, la penna dello scrittore algerino ci sorprende con una storia drammatica che non può non indurre a riflettere; una storia che, attraverso tutti i suoi personaggi, da quelli principali a quelli secondari, tenta di scavare a fondo nella questione, e forse ci riesce pure, evitando banalità e spiegazioni superficiali e andando oltre il concetto di jihad così come ci viene somministrato in modo semplicistico dall’informazione dei media. Parola dopo parola, Yasmina Khadra analizza una pericolosa situazione in seno all’Occidente che si deve sì combattere, ma soprattutto prevenire; ci sono intere pagine davvero significative che danno vita al tormentato monologo interiore del giovane Khalil, pagine in cui, se le si legge e rilegge con attenzione, sta la chiave di tutto.
Il libro punta il dito contro il terrorismo e il fatto che l’autore sia musulmano dà ancor più rilevanza a tale condanna senz’appello; oltretutto, la sua non è una voce isolata all’interno del mondo islamico poiché nessun vero credente può accettare che si commettano simili atrocità in nome di Allah e del suo Profeta. Spesso si addita il Corano in quanto testo che incita alla violenza, ma in realtà i versetti incriminati andrebbero anzitutto contestualizzati, cioè valutati tenendo ben conto dell’epoca storica e del contesto socio-politico in cui essi furono rivelati; del resto, a ben vedere, anche la nostra Bibbia si presenta molto dura sotto certi aspetti, nessuno però si sogna di applicare alla lettera quanto lì scritto altrimenti dovremmo ridurci a sottostare alla legge del taglione. E poi il libro sacro dell’Islam, estremamente complesso anche per i musulmani stessi, afferma tanto altro in fatto di giustizia, pace e conoscenza tra i popoli e i ragazzi indottrinati nelle pseudomoschee delle città europee, proprio come emerge dai fatti di cronaca e anche dal romanzo di Khadra, per lo più non leggono il Corano, accontentandosi delle dubbie interpretazioni di ciarlatani e sedicenti califfi che mistificano la parola di Dio.
Dalle pagine di questo libro, dunque, arriva inequivocabile la condanna del terrorismo, ma anche un monito all’Europa e all’Occidente in generale: agire affinché si combattano, in primis attraverso l’istruzione, razzismo e islamofobia che non hanno ragion d’essere e che, purtroppo, dilagano ormai nelle nostre società tronfie di una superiorità più presunta che reale; e poi impegnarsi per sradicare povertà, ineguaglianza e ignoranza, prima a casa nostra e magari anche in giro per il mondo. Perché senza seminare giustizia ci autodistruggeremo e fra cento anni staremo ancora a parlare di guerre sante facendo il gioco di coloro che con esse ci guadagnano. Soltanto così si potranno arginare l’odio e la rabbia delle periferie, sia quelle delle nostre città dove si concentrano gli immigrati sia di quelle tra le più povere del mondo. Soltanto così si potrà di nuovo nutrire speranza nel futuro. Perché, per dirla con le parole del vecchio Moka, uno dei tanti sconfitti dei quartieri ghetto come quello di Molenbeek, che riecheggeranno alla fine del romanzo, il segreto è “vivere e lasciare vivere. Niente è più prezioso della vita e nessuno ha il diritto di toglierla.”

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    20 Settembre, 2018
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Margherita & Achille

Lo Chef Achille Malventi ha ottantasette anni, è abruzzese di Pescocostanzo, è arrivato a Venezia sessant’anni fa, è alto un metro e cinquantaquattro, è un fascista ed è un uomo incredibilmente ostinato. Sua figlia Margherita, a sua volta Chef, è una ragazza insicura, premurosa, piena di aspettative, e ansiosa nei confronti del padre. II loro rapporto è sempre stato molto particolare: mentre lei cercava di avvicinarvisi, di creare un ponte tra i due, di proteggerlo da se stesso, dal suo essere così maniacalmente in conflitto con il mondo a causa del suo perenne senso di inferiorità dettato dalla modesta altezza, lui è sempre andato dritto per la sua strada per le sue idee, si è fidato delle persona più sbagliate, incurante dei consigli e delle conseguenze, incurante di quelli che erano i rapporti affettivi con la moglie Teresa e la figlia medesima. Il viaggio a Milano presso gli studi del programma Chef Test dove è stato invitato per presentare l’autentica pasta alla Gricia, è dunque l’occasione giusta per cercare di salvare e migliorare il loro rapporto. O almeno è quello che pensa lei perché per lui non è altro che un espediente per rivendicare il torto subito con la perdita forzata del ristorante. È cioè il suo modo di avere giustizia. Ma è anche in questo arco temporale di un giorno e mezzo dove Margherita riesamina il passato e il presente, dove cerca di guardare le situazioni dall’interno e dall’esterno, che i due incontrano Jules; un uomo misterioso, un mago, un illusionista. Chissà. Di fatto, la protagonista sente sin dal primo sguardo una complicità fortissima con il francese, una complicità, una empatia e una comprensione che invece non sente con il fidanzato Luca con cui ha intrapreso una relazione amorosa da ben dodici anni. Jules sembra leggerle dentro, la riconosce per la donna di luna che è, ne è affascinato e le offre, in una semplice conversazione notturna in un bar d’albergo, quelle attenzioni e quegli sguardi che non ha forse mai ricevuto dal suo compagno, un avvocato ingabbiato nel suo lavoro, una persona che ha sempre sminuito l’arte del cucinare quasi fosse un hobby, una persona che ha sempre preteso e mai dato. Tornati a Venezia padre e figlia restano in attesa; lui della messa in onda, lei di comprendere il perché continua a sentire la scia di un così labile rendez-vuos.
Andrea De Carlo torna in libreria con “Una di Luna”, suo ventesimo romanzo, opera che non tratta solo di donne, tema caro all’autore, ma anche del delicatissimo rapporto tra un padre e una figlia. E a queste delusioni, aspettative, rifiuti, tenerezze, frustrazioni, rabbie e speranze, mixa la magia, la forza dell’illusione che giunge e culmina in una volontà di apparire e non più sparire. Fonde inoltre il suo passato come regista e assistente alla regia con la scrittura. Il risultato è un componimento gradevolissimo, che va oltre le apparenze, e, perdonatemi il gioco di parole, le aspettative, questa volta del lettore, stesse. Di grande piacevolezza la tecnica narrativa adottata dove emerge il dato del pensiero contro quello della realtà, il dato del desiderio a dispetto della propria intima contraddizione.

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lapis Opinione inserita da lapis    17 Settembre, 2018
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Parole e vita

Finalista al premio Pulitzer 2018, l’originale romanzo di formazione scritto dalla nota giornalista del New Yorker Elif Batuman sfugge a qualsiasi convenzione letteraria. Nasce come un lavoro dal marcato accento autobiografico, che riprende un manoscritto giovanile lasciato in sospeso quasi vent’anni fa, con l’obiettivo di dare a quei frammenti di memoria un carattere più generale, un’intelligente e giocosa riflessione sulle potenzialità della scrittura e sulla distanza tra linguaggio e realtà.

La trama de “L’idiota” si compone caoticamente degli episodi della vita di Selin, studentessa diciottenne di origini turche appena arrivata ad Harvard nel 1995. Il mondo universitario le si rivela pieno di codici e sfumature linguistiche nuove, e non è un caso se la giovane protagonista, che sogna di diventare scrittrice e guarda alla vita attraverso una lente narrativa, si affida ai corsi di letteratura, linguistica e filosofia del linguaggio, sperando di trovarvi le coordinate per leggere questa nuova realtà.

Elif Batuman osserva con sguardo acuto, schietto e umoristico l’umana lotta per comunicare e si diverte a creare giochi linguistici, conversazioni che rasentano a tratti l’assurdo, parallelismi tra realtà e finzione. Mentre impara il russo su un libro per principianti che racconta la storia - senza congiuntivi - di Nina, in partenza per la Siberia alla ricerca di Ivan, Selin incontrerà un altro Ivan, studente ungherese di matematica. E mentre partecipa all’improbabile corso di “mondi costruiti”, costruisce con lui un mondo di linguaggio, fatto di e-mail, per partire infine alla volta dell’Ungheria, durante l’estate, a insegnare l’inglese e inseguire un’idea d’amore fatta di inganni verbali.

“Cominciai a pensare che stavo vivendo due vite: una fatta degli scambi di e-mail con Ivan, l'altra fatta di università. Una volta, qualche ora dopo aver ricevuto un suo messaggio, lo incontrai per strada. Sapevo che mi aveva vista, ma fece finta di niente. Continuò a camminare e non aprì bocca”.

La linfa vitale del romanzo è la ricerca di una propria strada nel mondo attraverso le parole. Ma cosa imparerà questa ragazza innamorata della scrittura nel suo primo anno accademico, attraverso il russo e l’ungherese, i segni astratti della matematica e l’html? Che a volte le parole falliscono.

La voce che ci accompagna in questo viaggio è accattivante, elegante e vivace, ma tiene sempre il lettore a una certa distanza. Ad una valutazione complessiva, il romanzo risulta freddo e poco coinvolgente. L’autrice presta più attenzione alle parole che non alle emozioni che stanno descrivendo e la sensazione è che la storia, le tenere e divertenti esperienze della giovane protagonista, così come i curiosi personaggi che la accompagnano, siano sempre fuori fuoco, in secondo piano rispetto alle sottili intuizioni e al gioco comunicativo. Pur avendo apprezzato l’originalità e l’intelligenza di questo progetto letterario, confesso di avere faticato, e non poco, nell’ultimare la lettura di questa storia-non-storia a cui manca, di fatto, tensione narrativa ed emotiva.
Difficile darne una valutazione, il libro è sicuramente ben scritto e non banale, ma se romanzo è, allora non posso non constatare la mancanza di quella componente umana che dovrebbe invece costituirne il fulcro.

“Quando le leggevamo da bambini, quelle filastrocche sembravano così astratte, e poi da grandi ce le ritrovavamo davanti, il prosciutto e le uova verdi, le caprette e le barchette, il caffè e la cioccolata e i poveretti della città. Ma le civette che facevano l'amore? E il bacio a chi vuoi tu? Certa roba evidentemente non faceva per noi. Cascasse il mondo, cascasse la terra”.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    16 Settembre, 2018
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IL CACTUS NON E' FIORITO

Susan è una donna che ama avere tutto sotto controllo e che programma ogni singolo istante della propria vita sia privata che professionale.
In realtà oltre al lavoro nella sua vita c’è veramente poco, il suo carattere molto particolare, spigoloso, saccente e anche il suo essere critica nei confronti degli altri, la rende sicuramente una persona molto antipatica e poco socievole.
Non ha un vero e proprio fidanzato, ma un uomo, Richard, con cui si incontra una volta a settimana e ha un rapporto solamente fisico senza coinvolgimento emotivo.
All’inizio la storia e anche il personaggio di Susan mi incuriosivano molto, ma poi non ho trovato tutta questa originalità e questa novità in quello che ho letto.
La cosa che mi ha spaventato di più, è che la donna nonostante tutto quello che le è successo rimanesse piatta e senza emozioni, davanti a un lutto importante e anche ad altri eventi che le accadono lei è sempre rimasta impassibile.
Questo credo non sia solo perché Susan sia un’anaffettiva, ma perchè è una persona egoista e immatura, che vuole rimanere dentro uno schema prestabilito dal quale non vuole uscire.
Il suo personaggio stona e non mi ha convinto in molti punti, non vuole condividere i propri spazi, odia le sorprese, non ama essere presa alla sprovvista ma questo suo carattere e questo suo modo di vedere le cose non è causato da un qualcosa, ma solamente da se stessa.
Mi spiego meglio, lei non è diventata così perché le è successo qualcosa nel suo passato o ha qualche particolare paura, ma solamente perché lei non vuole superare i limiti e le barriere che lei stessa si è creata.
Questi paletti fissi che lei mette in ogni cosa della sua vita, se le impone lei da sola non a causa degli altri e non cerca di migliorare se non nella parte finale.
Susan ha un rapporto difficile con il fratello e la maggior parte del libro è incentrato sulla sua “vendetta personale” nei confronti del parente, per riprendersi la casa dove erano vissuti da piccoli.
La trama è quasi inesistente e il libro è sicuramente troppo lungo, nel corso della narrazione ci sono dei momenti in cui Susan racconta alcuni episodi del suo passato, queste pagine secondo me sono molto descrittive e in alcuni passaggi superficiali. Ma il vero peccato è che la maggior parte del romanzo è noioso e la curiosità iniziale svanisce dopo qualche capitolo.
E’ un vero peccato perché si capisce che il personaggio è inventato e non risulta molto realista ma alquanto artefatto e il lettore fa molto fatica ad entrare in contatto con la donna che risulta essere da subito troppo antipatica.
“[…] gli uomioni si aspettano da me sempre più di quanto sia disposta a dare.”
Quello che riconosco a Susan, è il fatto che sia concreta nelle cose importanti della vita, il lavoro, comprare un appartamento e avere un mutuo ma questa sua razionalità a volte è troppo forte e sovrasta anche tutte le emozioni che lei invece prova ma che non mostra mai.
“ A Londra ho costruito la vita perfetta per me. Ho una casa che soddisfa le mie attuali esigenze, un lavoro adeguato alle mie capacità e facile accesso a stimoli culturali di ogni genere.”
In questa frase come vediamo viene usato con forza l’aggettivo possessivo mie, infatti Susan parla solo di se stessa e delle sue esigenze e quindi di fronte alla concretezza di alcuni cose nella sua vita, c’è dall’altra parte uno stato di profonda immaturità nei sentimenti e nei rapporti umani.
La passione che ha per i cactus è azzeccata e in linea con la sua persona, loro non possono parlare e darle fastidio ma in realtà possono pungere a volte e questa è la sua visione della vita: un percorso netto e sempre uguale senza sorprese. Ma quando c’è qualcosa di diverso, che punge appunto, lei lo affronta continuando per il suo percorso senza esitazioni.
Anche la gravidanza che noi intuiamo fin da subito e che lei conferma dopo pochi capitoli, viene vissuta in maniera approssimativa e non sembra smuovere in Susan nessuna emozione.
Sono stati quindi due i punti che mi non hanno convinta e che hanno fatto scendere la mia valutazione, il primo è sicuramente Susan un personaggio forse troppo fuori dagli schemi, egoista e a tratti surreale, mentre il secondo è la mancanza di una vera e propria trama che invece poteva far crescere e maturare la protagonista.
Il libro è molto scorrevole per il linguaggio semplice e diretto che usa l’autrice e trovo corretto l’utilizzo della prima persona che rende la lettura più agevole.
Devo essere sincera con voi e ammettere che negli ultimi capitoli, la storia riprende un po’ il ritmo dell’inizio ma ormai era troppo tardi perchè il cactus è sì fiorito, ma molto in ritardo.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Settembre, 2018
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Un buon esordio per Renée Ballard

Michael Connelly è sicuramente un nome gradito ai puristi del thriller.
Con "L'ultimo giro della notte" il nostro autore non toppa e mette in piedi una storia che intriga e si fa leggere con piacere, pur non brillando per originalità. È forse questo il punto più carente di questa storia, che non presenta nulla di veramente innovativo, anche se c'è da dire che ormai essere originali è diventata davvero un'impresa. Lo stile dell'autore e il nuovo personaggio da lui inventato, tuttavia, riescono a mettere in secondo piano (anche se non del tutto) questa carenza di idee, dando vita a una storia che si legge velocemente.
Come dicevo, probabilmente Renée Ballard e il suo bel caratterino sono quegli aspetti che danno a questa storia qualcosa in più e che fanno nascere intensa curiosità sul seguito (che a quanto pare, in inglese è già stato pubblicato). Non fraintendetemi, questa storia è autoconclusiva e non lascia nulla in sospeso (a parte i rapporti tra i personaggi, che evolveranno inevitabilmente), ma a quanto mi è parso di capire nella prossima storia che avrà come protagonista l'agente Ballard, ci sarà una collaborazione con il personaggio di punta di Connelly: il detective Harry Bosch. Devo dire che sono molto curioso di vedere cosa verrà fuori dalla prossima storia e quali saranno i rapporti tra i due protagonisti, considerando che Ballard si è rivelato un personaggio piuttosto solido.
Ma occupiamoci della trama de "L'ultimo giro della notte".

Renée Ballard lavora all'Ultimo spettacolo, che è solo un nome figo per far capire che lavora al turno di notte, accanto al suo partner Jenkins. Tutto ha inizio una notte che si preannuncia tranquilla, con un semplice furtarello a casa di una vecchietta; ben presto però, ci si renderà conto che quella notte ha in serbo ben altro: prima il pestaggio e le torture ai danni di un transgender, e infine una sparatoria in un locale che provoca cinque morti. Per una serie di coincidenze, Renée si trovera coinvolta in ciascuno di questi casi e, sebbene le sia stato ordinato di starne fuori, decide di approfondire quel che nasconde anche il grave caso di sparatoria. Questo l'immischierà in un gioco pericoloso, che metterà a rischio la sua vita.
Ma non basterà questo a scoraggiarla.
La narrazione porterà alla chiusura di tutti i casi aperti e si presenta come il prologo di una carriera costellata di luci e ombre per la nostra agente Ballard; una carriera che, forse, non avrà molto da invidiare a quella di Harry Bosch.
Fate attenzione però, ho detto FORSE.

"La differenza sta in come una persona gestisce l'oscurità. Lei ha un lavoro che la porta a contatto con i lati peggiori dell'animo umano. È come una legge della fisica: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Se entra nelle tenebre, le tenebre entrano in lei. E a quel punto deve decidere cosa fare al riguardo, come restare al sicuro, evitando che l'oscurità la svuoti dall'interno."

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Corruzione di Don Winslow
L.A. Confidential di James Ellroy
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    12 Settembre, 2018
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L'imperfezione dei sentimenti

Potrebbe essere quello della martoriata Siria oppure quello del sempre fragile Libano lo scenario bellico che fa da sfondo alla vicenda narrata ne “La perfezione del tiro”, romanzo con cui Mathias Énard ritorna ora nelle librerie italiane dopo il successo di “Bussola” di un paio d’anni fa.
Anche se non all’altezza di quest’ultimo, vincitore a suo tempo del prestigioso Premio Goncourt, il libro conferma anzitutto la profondità e la piacevolezza della prosa di questo scrittore francese; in esso, oltretutto, si ritrova presumibilmente un frammento di quel Vicino Oriente a lui così caro, seppure spoglio dei suoi caratteri ormai distintivi (dalle moschee al velo islamico) che sembra addirittura strano non incontrare. È infatti fra gli orrori di un’ordinaria guerra civile di quell’area (ma non sarebbe poi tanto improbabile, in verità, nemmeno se si trattasse dell’odierna Libia allo sbando) che si muove il protagonista di queste pagine, un giovane uomo cresciuto troppo in fretta proprio a causa dello scoppio del conflitto. Un anonimo io narrante che fin dall’incipit trascina il lettore nell’oscuro vortice della sua storia: “La cosa più importante è il respiro. Il suo ritmo lento e regolare, la pazienza del respiro; per prima cosa devi ascoltare il tuo corpo, ascoltare i battiti del cuore, la calma del braccio, della mano. Il fucile deve diventare una parte di te, un tuo prolungamento. La cosa più importante non è il bersaglio, sei tu.”
Un combattente rispettato, si definisce lui stesso più di una volta; un assassino, a detta di altri che, pur rispettandolo, lo temono e, a seconda dei casi, lo disprezzano. Un cecchino freddo, razionale, paziente che spara poco, ma a colpo sicuro, e al quale non importa, quando lo fa, se nel mirino del suo fucile compaiano uomini o donne, vecchi o bambini. Un ragazzo, tuttavia, che non trova il coraggio di uccidere la madre ormai in preda alla follia più tremenda e che si turba ed emoziona pensando a Myrna, l’orfana che lui prende in casa per occuparsi proprio della madre. Sarà la passione per questa quindicenne dal “corpo quasi da donna e un sorriso da ragazzina”, trasformatasi infine in ossessione, a mettere in luce la profonda contraddizione tra le sue due anime: quella del combattente spietato e quella del giovane di diciotto anni che non può non sentire disgusto per ciò che vede intorno a sé, e che compie in prima persona, né trattenere le lacrime.
“Forse la stanchezza e la tensione si accumulano come una polvere invisibile che un bel giorno bisogna spazzar via con le lacrime.”
Il libro, mentre mostra il volto nudo e crudo di una guerra senza nome, offre nel complesso una lettura molto scorrevole e ricca di spunti di riflessione non di poco conto; ben riuscita, inoltre, la scelta di non appesantire lo scenario del conflitto descritto con alcun riferimento geografico né di tipo politico-culturale, prediligendo in tal senso una sorta di vaghezza di tempi e luoghi a tutto vantaggio dell’approfondimento della complessa psiche del protagonista e di quella imperfezione di sentimenti cui sembra essere condannata l’umanità in generale. Drammaticamente realistica e priva di speranza di conclusione, la guerra stessa sgorga dalla penna dell’autore quasi come una entità a sé stante, protagonista a pieno titolo al pari di chi la vive e la racconta: “[…] andava e veniva senza una logica, come da sé; si concentrava in un punto per una settimana e poi si allargava, si estendeva per qualche tempo a tutto il paese prima di ripiegarsi per poi allargarsi di nuovo, come un cane che dorme.” Le sue nefandezze la rendono una spettrale terra di nessuno, dove il confine tra bene e male è sempre più labile e si confonde pericolosamente, scandito dall’eco degli spari improvvisi che arrivano dall’alto degli edifici sventrati.
Alcune parti della narrazione, però, non risultano del tutto convincenti, come quella in cui, verso la fine, si organizza e si esegue la spedizione militare in montagna, pagine che, a mio avviso, catturano molto meno l’attenzione di chi legge facendo svanire la sottile magia delle parole di cui il romanzo, in particolare all’inizio, è intriso. Del resto, la guerra, quando la si vede da vicino, imbruttisce tutto e tutti; cos’altro dovremmo aspettarci? Speranza? Giustizia? Umanità? Di certo, non un epilogo felice.

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Romanzi autobiografici
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    10 Settembre, 2018
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Philippe e Thomas



Philippe Besson si mette a nudo.
In questo libro autobiografico si dona completamente al lettore, non si nasconde più dietro le parole di qualche suo personaggio, ma diventa contemporaneamente autore e attore della storia.
Una storia struggente, malinconica...
Un amore giovanile intenso, difficile, pieno di tormenti e contraddizioni.
Un amore taciuto, nascosto, vissuto nella clandestinità.
Un amore omosessuale.

Philippe e Thomas si sono amati nel 1984, appena diciassettenni, in una Francia per nulla pronta ad accogliere la passione fra due giovani ragazzi.
Philippe...di famiglia borghese, destinato a studi brillanti e consapevole del proprio orientamento sessuale.
Thomas...figlio di contadini, solitario, introverso, e terrorizzato all'idea di essere quello che è.
Al riparo dagli occhi della gente, chiusi in un cinema, in una cameretta o in un ripostiglio della scuola, riescono ad amarsi, a vivere un amore esclusivo, tutto per loro...ma pur sempre "prigioniero" del pregiudizio.

A distanza di trent'anni, e dopo un incontro inaspettato e decisivo, Besson (ormai divenuto scrittore) decide di portare alla luce questa storia vissuta nell'ombra, fatta di silenzi...e lo fa senza alcuna vergogna, con l'urgenza di chi vuole dare voce a chi non ha il coraggio di dire "io sono questo".

Un libro spudoratamente sincero, che sarà costato tanto all'autore in termini di lealtà, non tanto verso se stesso, ma verso colui che ha amato ed ha vissuto tutta la vita nascondendosi, rinnegandosi...
Questo libro è per tutti quelli come Thomas, per tutti quelli che non ce la fanno, che ogni giorno, guardandosi allo specchio, mentono a loro stessi.

Una confessione bellissima.
Un autore sensibile che mi aveva già conquistato con "E le altre sere verrai?" e che continuerò a seguire...

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Romanzi storici
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    09 Settembre, 2018
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La vendetta

Il romanzo di Pierre Lemaitre mi ha ricordato molto il film La stangata. Una scrittura brillante, mai noiosa che vuole acchiappare l’attenzione con continui colpi di scena. Il tipo di storia si presta perfettamente allo scopo. Il romanzo si apre con la morte di un vecchio banchiere. Al suo funerale assistiamo al primo colpo di scena: il tentato suicidio del nipotino che si getta dalla finestra del palazzo finendo proprio sulla bara. Da lì la corsa in ospedale e la paralisi del bimbo. La madre del piccolo, ricchissima ereditiera, viene truffata e tradita da tutti i suoi collaboratori che anziché ringraziarla per la sua generosità, approfittano della situazione. Ma come nella stangata, poi arriva la vendetta della donna. Il romanzo è ambientato nel periodo dell’ascesa di Hitler e credo che si ispiri almeno in parte ad alcuni fatti di cronaca dell’epoca. L’intento di Lemaitre però non è quello di ricostruire avvenimenti storici o economici, tantomeno di indagare su cause e effetti di questi ultimi in profondità. Quello che vuole è scrivere una storia mozzafiato che avvinca il lettore. Anche l’aspetto psicologico dei personaggi è secondario rispetto alla battuta a effetto, alla frase tagliente, e soprattutto alla concatenazione degli eventi che mantiene un ritmo incalzante per tutto il romanzo. Lemaitre calca la mano sulla perfidia di alcuni personaggi in modo che la vendetta sia attesa e desiderata come in ogni buon romanzo /film d’azione. Ovvio che considerazioni morali o riflessioni o sguardo in profondità su personaggi, fatti, eventi esulano dallo scopo del testo. Spicca fin dalle prime pagine come alcuni personaggi siano decisamente grotteschi, ad esempio lo zio Charles, soprattutto in alcuni momenti particolari come la lettura del testamento. Le considerazioni sulla politica e sui politici, sugli affittuari che non pagano l’affitto e sul modo di indurli a pagare e così via puntano dritto alla pancia del lettore cui il romanzo è diretto. E’ una scrittura brillante ma poco penetrante come invece è quella intelligente di Roth.
Perciò il romanzo è da una parte molto avvincente, adatto a chi da una lettura si aspetta soprattutto un piacevole passatempo. Non credo che sia adatto a chi cerca qualcosa di più, uno sguardo in profondità sulla realtà o sull’uomo che apra la mente a nuovi orizzonti. Il primo volume della trilogia ha vinto il Goncourt, forse per questo mi aspettavo qualcosa di diverso. Comunque il romanzo ha gli ingredienti del bestseller.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Settembre, 2018
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Un ritorno al passato per De Luca

Ritorna il commissario De Luca, personaggio di fantasia nato dalla penna capace di Carlo Lucarelli ne Peccato mortale. Un commissario di grande fascino, particolare, solitario, spesso in preda ad una strana ansia, che si tramuta repentinamente in angoscia. Sempre all’inseguimento della verità, a qualunque costo, per cui:
“Quando racconti le tue cose ci metti una foga, una smania, ti brillano gli occhi come …. Lui dice che ci vede Il Senso della Verità e della Giustizia”.
In questo libro è alle prese con strani accadimenti. Si ritrova, infatti, con:
“un corpo senza testa e una testa senza corpo”.
A lato la cattura di un uomo colpevole di praticare la Borsa Nera, ovvero di rivendere a prezzo esoso cibarie varie ed ogni genere di approvvigionamento, pratica a quei tempi molto diffusa e alquanto riprovevole. Siamo in un periodo brutto, per cui:
“sono brutti momenti, ragazzo mio, e può succedere di tutto. La gente ha bisogno di stare calma, pensare a cose belle e farsi coraggio e queste storie di morti strani che fanno paura non aiutano.”.
Il periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943 è un periodo strano, privo di regole, tempo di scontri:
“E’ incredibile che qui a Bologna ci siano stati solo un ferito ieri e uno ieri l’altro. A Reggio Emilia, alle Officine Reggiane,l’esercito ha sparato e a ucciso nove manifestanti. A Bari altri nove, con più di quaranta feriti. Che volete, non basta cambiare il direttore del “Resto del Carlino” e liberare due antifascisti, la gente fa la coda per il pane, ha paura delle bombe e non vuole più la guerra. Mussolini non c’è più, dice, e allora perché stiamo ancora così, con le zucchine a tre lire al chilo e i mariti e i figli al fronte. E poi ci sono i comunisti con le bandiere rosse, che alzano la testa, non è che per loro finisce tutto con gli spazzini del Comune che ramazzano le cimici e i vetri dei ritratti del duce buttati giù dalle finestre. (…) ma questo paese, De Luca, questa città sono una polveriera pronta ad esplodere.”.
Da una parte i fascisti, dall’altra i tedeschi. De Luca è
“un morto che cammina”,
ma non demorde. Il suo fiuto è infallibile, e gli suggerisce la soluzione. Quella giusta è in sintonia con i tempi, complicata e porta con sé il dover scendere a compromessi. Ma ….
Un ottimo romanzo, scritto con una prosa elegante ed introspettiva. Non comunica mai angoscia disfattista, ma, si cerca sempre di costruire e di giungere a capo dell’enigma. Molto ben descritta l’ambientazione e i fatti storici del periodo; frutto di una ricerca, che si percepisce bene, molto articolata e profonda. Il dolore e la sofferenza del passato fa da sfondo all’interno di una narrazione brillante e di profondo spessore. Ottima lettura.

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Consigliato a chi ha amato i precedenti libri di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario De Luca (Via delle Oche..)
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Romanzi
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    07 Settembre, 2018
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MISURARE, SCAVARE...E POI DIMENTICARE



Franzoso ci parla nuovamente dell'infanzia, di un bambino...non "indaco" stavolta, ma un bambino in difficoltà.
Un bambino che lotta contro il mondo degli adulti, contro le loro parole che non capisce, parole che smettono di essere leggere, parole in grado di modificare per sempre la vita delle persone, anche pronunciandole  una volta soltanto.
Da alcune parole non si torna indietro.

Ci mostra subito Matteo, dodici anni, a letto, in preda ai crampi, ad un malessere che lo attanaglia e il desiderio che quella giornata non abbia inizio.
Matteo si porta dentro un dolore...e nessuno degli adulti che lo circondano riesce davvero a superare il muro che lo divide da lui, da quello che gli è successo.
Non sua madre (donna troppo ansiosa e insicura), non i nonni (così poco empatici), non la psicologa (ingabbiata nel suo ruolo), non l'avvocato (troppo autoriferito) né tantomeno il Giudice (il cui unico obiettivo è la verità "a qualunque costo").
Loro vogliono soltanto le sue parole, quelle che lui non vuole e non riesce a dire...mentre lui desidera solo andare a pescare alle chiuse, o sdraiarsi nei campi di mais, o pensare a suo padre che non c'è più.

Franzoso affronta il tema dell'abuso sui minori in un modo particolare, senza raccontare davvero, ma attraverso tutto quello che Matteo non riesce a dire, attraverso il suo disagio, attraverso dialoghi minimi, essenziali, pieni di contraddizioni tra ciò che si dice e ciò che si pensa, ma potentissimi.
Lo fa attraverso le lacrime di sua madre, con le sue frasi spezzate, che dicono tutto e non dicono niente...
Lo fa attraverso il tic-tac di un orologio/sveglia a forma di trattore che segnerà la fine del "tempo dell'infanzia" e l'ingresso nel mondo degli adulti.
Eppure i pochi accenni che ci dà,  sono sufficienti a farci entrare nella storia, a farci tremare al pensiero che il male s'insidia sempre dove non dovrebbe, che il pericolo è troppo spesso nascosto sotto gli abiti della "protezione".

Un romanzo rapido ed efficace, che non giudica e non condanna, ma apre una finestra sul mondo dell'infanzia violata, sottolineando come la violenza e l'abuso possano arrivare anche da altre porte, magari proprio quelle chiamate in causa per "curare" le ferite.
Molto bello.





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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    07 Settembre, 2018
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Infinito nulla o istante eterno

Il romanzo di Haig è al solito piacevole e di facile lettura con spunti interessanti. E’ adatto a un pubblico adulto e forse adolescente, anche se il tono, rispetto ad altri romanzi è abbastanza malinconico. Il tema è quello dell’highlander, dell’uomo affetto da una sindrome di Matusalemme al contrario, che invecchia cioè molto più lentamente dell’uomo normale, circa 15 volte meno rapidamente. Per questo fatto si trova a vivere una infinità di problemi affettivi, relazionali e sociali. Dall’accusa di “stregoneria” o di “patto con il diavolo” a seconda delle epoche al disagio di vedere invecchiare il compagno o la compagna, alla consapevolezza di essere un diverso con la conseguente necessità di nascondersi, di non legarsi mai e di cambiare vita in continuazione. Naturalmente l’attraversare i secoli dà anche una visione della storia differente e più lungimirante rispetto a quella di un effimero cioè di una persona normale.
Haig si immedesima molto bene in Tom, il protagonista. Sente tutta la fatica della sua condizione, l’isolamento, il dramma umano. Per risolvere queste problematiche viene creata dalla comunità degli albatros, cioè da questi soggetti a invecchiamento lentissimo, una specie di società segreta con le sue regole. Tale società si prefigge il controllo. Un controllo non solo finalizzato alla propria difesa e sopravvivenza ma anche alla affermazione soprattutto di qualcuno degli albatros. Insomma si crea una specie di dittatura in cui lo scopo di controllare gli altri membri della società diventa preponderante sull’obiettivo della reciproca solidarietà. L’adesione a questa società tende a mettere i membri al di fuori della morale comune (per esempio ordinando degli omicidi) e diventa inconciliabile con la morale comune e le sue comuni aspirazioni, prima di tutto l’amore in qualunque sua forma e declinazione. Gli albatros devono cercare il piacere, ad esempio quello che viene dall’arte, ma mai l’amore. Queste pagine sulla società segreta sarebbero state interessanti ma sono poco esplorate e lasciate (un po’ troppo) all’immaginazione del lettore. A Haig interessano altri aspetti psicologici e relazionali. Queste vite lunghissime che incrociano le effimere e se le lasciano alle spalle e spesso finiscono nella disperazione, per cui la estrema lunghezza diventa anche estrema vacuità e solitudine. L’idea di Haig è che un solo istante di vero amore, cioè di amore puro contiene in sé tutta l’eternità che queste vite lunghissime e vuote sfiorano dopo averla svuotata di ogni attrattiva.
E’ un libro che riafferma la superiorità dell’amore in tutte le sue forme purchè puro sul piacere e sul potere che sono vuoti surrogati e anche sul tempo. Afferma anche la necessità del coraggio e del rischio mentre la ricerca del potere o l’asservimento al potere richiedono minori risorse mentali.
“Ma quando invecchi, Anton, ti rendi conto che in realtà non la passi mai liscia con niente. La mente umana ha delle prigioni….
….Non puoi scegliere dove nascere, non puoi decidere chi non ti lascerà. In realtà non sono molte le cose che puoi scegliere. Nella vita esistono correnti immutabili, proprio come nella storia. Ma nel suo interno c’è ancora spazio per la scelta.
…Prendi una decisione sbagliata nel presente e quella ti perseguita, proprio come il Trattato di Versailles nel 1919 ha preparato il terreno per l’ascesa al potere di Hitler nel 1933.
….Molti parlano di una bussola morale e io credo che sia vero. Sappiamo sempre cosa è giusto per noi stessi, qual è il nord e qual è il sud. Devi fidarti di questo Anton.”

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    06 Settembre, 2018
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Cold (Love) Case

Questo autore mi era stato consigliato più di una volta, ma non mi ero ancora deciso a recuperare qualcuna delle sue opere per fare un tentativo. L'ho fatto con la sua ultima pubblicazione con la Nave di Teseo, "La ragazza e la notte".
Devo ammettere che lo stile dell'autore è davvero godibile: scorrevole come dovrebbe essere nei romanzi di genere (anche se a volte si perde in qualche elucubrazione troppo lunga), che oltre a raccontare i fatti in maniera accattivante riesce a trovare spazio anche per le riflessioni.
La storia che ci viene raccontata non è sicuramente banale, ma neanche originale abbastanza da imprimersi indelebilmente nella memoria; i colpi di scena ci sono, ma non sono di quelli che lasciano a bocca aperta. Una lettura piacevole, dunque, ma che non riesce ad avere quella marcia in più che serve per la promozione a pieni voti. L'ultimo romanzo che mi ha lasciato questa sensazione è "Corruzione" di Don Winslow, e nonostante la godibilità di questa storia posso dire che siamo lontani da quelle vette. C'è da dire però, che la storia è piuttosto diversa e i protagonisti non sono le solite forze dell'ordine, ma le persone direttamente coinvolte nel "cold case" che viene riportato alla luce improvvisamente, quando si credeva fosse sepolto per sempre.

La trama de "La ragazza e la notte" si concentra sul destino di Vinca Rockwell, ragazza più affascinante del college Saint-Exupéry e che a suo tempo fece perdere la testa al nostro protagonista: Thomas. Una sera del 1992, tuttavia, una serie di eventi funesti sconvolge la vita di Vinca e di tutti coloro che le sono vicini, compreso Thomas. Questi eventi culminano con la scomparsa di Vinca e di Alexis Clement, professore di filosofia e suo amante segreto. Nella versione ufficiale, la loro scomparsa è stata una semplice fuga amorosa. Sarà davvero così?
Ai ricordi dei protagonisti e ai flashback che ci riporteranno a quei giorni fatali, si alterneranno gli eventi che si susseguono nel giorno presente in cui il caso Vinca Rockwell verrà rivangato; capiremo presto che la sua scomparsa non era dovuta a una semplice fuga.
Thomas è diventato uno scrittore affermato e ritorna in Costa Azzurra per una "reunion" degli ex allievi in concomitanza con la demolizione della vecchia palestra; un oscuro segreto è nascosto nel cemento di quella struttura, e Thomas ne è a conoscenza.

"A mia memoria, mi ero sempre sentito solo, vagamente estraneo al mondo, al suo chiasso, alla sua mediocrità, capaci d'infettarti come una malattia contagiosa. Per un breve periodo mi convinsi che i libri avrebbero potuto guarirmi da quel senso di abbandono e di apatia, ma non bisogna chiedere troppo ai libri. Ti raccontano delle storie, ti fanno vivere frammenti di esistenze altrui, ma non ti prenderanno mai tra le braccia per consolarti quando hai paura."

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Avventura
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    06 Settembre, 2018
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Il quinto comandamento di Padre Giraldi

Imola, 11 febbraio 2004, un misterioso uomo di nome Jean Lautrec fa ingresso presso l’Ospedale San Gaetano alla ricerca di Padre Marco Giraldi. Dal breve incontro con i sanitari, essendo il parroco in coma farmacologico indotto, emerge che strani comportamenti violenti hanno avuto luogo in lui nei giorni in cui era cosciente tanto da renderne necessaria la sedazione. Altro enigma che si apprende nelle pagine a venire è quello dettato da un campione raccolto dal ministro di fede e stranamente scomparso nonché quello dettato dall’assenza nel suo sangue di una sostanza fondamentale per la terapia che da tempo sta seguendo. Ma chi è Jean Lautrec e che ruolo ha con padre Giraldi? E lo stesso padre Giraldi, chi è? Cosa fa e perché?
Facciamo un passo indietro. È il 1945 e Marco è un giovane seminarista adolescente in abito talare che ha da poco sentito di essere stato chiamato ai voti da Dio. Seguono anni di studio e la prima missione in Congo. La realtà in cui verrà a ritrovarsi sarà ben diversa da quella a cui era stato già preparato soprattutto per i conflitti interni al paese nonché a causa del regime coloniale, i colpi di stato, rivolte civili e gli squilibri politici a cui viene sottoposto. Tanti i tasselli che verranno a ricostruirsi, sino al raggiungimento di altre missioni, tra cui una fondamentale in Amazzonia.
Attraverso un linguaggio fluido e meticoloso, Valerio Massimo Manfredi dà vita ad un romanzo che trae ispirazione da un personaggio realmente esistente, un padre spirituale che ha vissuto la realtà del Congo durante la guerra Civile intercorsa tra il 1960 e il 1966 sino ad arrivare negli anni successivi alla sua missione in Amazzonia tra mercenari, il “quinto comandamento”, problemi ambientali, scontri politici, povertà. Di conseguenza, questa storia che ci viene raccontata non è solo una storia, ma anche e non di meno vita vera.
Infatti, a prescindere dalle vicende di questo padre bianco che sono caratterizzate dal susseguirsi di continui colpi di scena e da un ritmo calzante e ben cadenzato, Manfredi, con detta opera invita il lettore a riflettere su uno spaccato politico e su una realtà caratterizzata da conflitti interni, invasori, spossessamenti, sfruttamenti, violenze di ogni genere, e dittature. Riesce cioè a creare una vera e propria panoramica di quei paesi del “terzo mondo” che ancora oggi faticano per vedersi riconosciuti un minimo di diritti e/o garanzie, o più semplicemente di quegli uomini e donne che auspicherebbero alla certezza di un pasto e/o alla possibilità di attraversare una strada senza finire con l’essere crivellati di colpi di mitra.
Un romanzo d’avventura in tutto e per tutto, dove il protagonista non è altro che un funzionario di Dio, dove in discussione è messa la stessa Chiesa e dove si ripercorrono gli ultimi 70 anni di storia.

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Romanzi
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    05 Settembre, 2018
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Lo Sposo la Sposa

Maurizio Maggiani, dopo aver pubblicato nel 2016 La Zecca e la rosa, torna con un nuovo libro: L’amore. Un testo in cui si celebra e si declina l’amore. L’amore, un po’ particolare, tra due persone: lo Sposo e la Sposa. Il testa narra con elegia e sapienza narrativa, di una giornata che pare qualunque, ma si scopre alla fine non esserlo, in cui un uomo racconta alla sua sposa il suo percorso di vita amorosa. L’amore: parola il cui significato è inseguito, indagato, ma sempre molto lontano e distante, perché in fondo mai del tutto compreso nella sua intima essenza.
L’amore che:
“ha costante bisogno di portare qualcosa che manca, di dare quello che non c’è.”.
E allora:
“quanto dolore amata mia per arrivare fin qui, e sono zoppo e quasi cieco per quanta strada ho fatto, per tutto quello che ho visto sulla strada. E quanta gioia, quanta allegria, e quanti decenni di sconsideratezza. Sì, anche questo è un fatto, i due sposi si amano senza peccato alcuno, e tutti i loro baci e tutto questo dirsi amato e amata è senza malizia e senza smanceria, è detto e fatto con candore.”
Lo sposo lavora, è occupato in ben due lavori: compra minerale di zinco sui mercati mondiali e scrive articoli di giornale. Ma non solo: coltiva l’orto, cucina ottimi manicaretti, va in bicicletta, e pensa. Pensa ai suoi vecchi amori, quelli che sono stati e non sono più, quelli che a sera tarda per farla addormentare, racconta, alla sposa nel “fatterello”:
“un fatterello per farla addormentare. E’ un capriccio della sposa, un capriccio che imbarazza lo sposo. Lo sposo non ama raccontare fatterelli, non a quell’ora della notte, non con le sue cose lasciate ammezzo in soggiorno. Peraltro non ama l’idea dei fatterelli in genere, pensa lo sposo di non avere all’occorrenza che dei fatti di una certa rilevanza da raccontare, fatti notevoli che richiederebbero ben altre circostanze e cure e attenzioni per essere narrati.”.
Ed ecco allora una galleria infinita di donne: dalla “Mari marina marosa, figlia del pesciaiolo”, alla Padoan, alla Patri, alla luxemburghiana Chiaretta a Ida la Bislunga, la più fascinosa, quella che ha sposato un maharajah, detta la Perla di Labuan, per cui:
“una volta avevo una ragazza con le fattezze di una cerbiattolona, si chiama Ida ed era alta e flessuosa, aveva in verità l’andatura e gli occhi di una giovane femmina di cervo, ed era leziosa e silvestre, bislunga ed imprevista.”
Un libro che è, anche, una canzone:
“Mi hai insegnato a volerti bene, hai voluto la mia vita, ecco, ti appartiene.”,
rigorosamente sentita da quel mangianastri, tanto amato e ora tanto rimpianto. E su tutto vola veloce il giudizio della Storia, dei fatti, dell’anarchia, della rivoluzione, narrato da un figlio del popolo, per cui:
“Giustizia proletaria, quante volte l’ha urlata, ritmicamente, slancio incalzante, quante volte l’ha agognata nei tempi del fervore, tempi di giovinezza in dissidio, popolo in rivolta, l’ordine è assassinio, apprestiamoci a prendere il potere. “.
Un testo la cui lettura non mi ha proprio entusiasmato, con quei protagonisti senza nome, che ho percepito lontani, privi di materialità e di essenza. Scritto con un’ottima prosa, molto poetica ed elegiaca. Manca di qualcosa, lascia con una mancanza, percepita e mai soddisfatta. Buono l’argomentare di amore e sfondo storico, ma troppo etereo, vuoto, inessenziale, incompleto.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha amato Alessandro Baricco, La sposa giovane.
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Romanzi storici
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    02 Settembre, 2018
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Saffron Courteney

«Le cose cadono a pezzi; il centro non regge più;
sul mondo dilaga mera anarchia,
l’onda fosca di sangue dilaga, e in ogni luogo
sommerge il rito dell’innocenza;
i migliori difettano d’ogni convinzione, i peggiori
sono colmi d’appassionata intensità» cfr. “Il secondo avvento” in Grido di Guerra, W. Smith p. 143

Germania, due mesi dopo la dichiarazione di guerra. Viktor Solomons, avvocato fa ingresso presso la residenza della famiglia Meerbach per comunicare alla contessa Athala che suo marito, il conte Otto von Meerbach, fedifrago, è venuto a mancare durante il conflitto, abbattuto da un aereo nemico. Conseguenza di questa morte prematura non è altro che la successione a titolo di conte del figlio maggiore e già di indole despota, Konrad, a discapito del fratello minore e dal carattere ben più mite Gerhard. La madre avrà disponibilità dei fondi dei figli soltanto fino al compimento dei venticinque anni del maggiore, dopodiché esso diventerà titolare esclusivo di ogni bene e al minore e alla moglie saranno garantite delle rendite con cui sopravvivere ma perderanno ogni titolarità di decisione. La donna, si rende conto sin dal primo atteggiamento del figlio di essere passata da un marito a un figlio padrone, un figlio che non mancherà di far pesare e rimarcare la sua posizione predominante.
Kenya, ancora anni ’20, Saffron Courteney, ha appena compiuto sette anni e non è altro che la meravigliosa bambina nata da Leon Courteney e Eva von Wollberg, i protagonisti con cui è giunta a lieta conclusione l’opera intitolata il “Destino del cacciatore” circa un decennio fa. Nonostante la tenera età, la piccola spicca agli occhi del lettore che resta affascinato non solo dalla sua già certa e conclamata bellezza quanto dalla sua tempra caratteriale forte e determinata. Il suo è un animo di fuoco che mai si sottrae alle sfide e agli obiettivi che si prefigge. Purtroppo, le circostanze la portano a dover affrontare una difficile perdita proprio in questi che dovrebbero essere gli anni più belli, sereni e spensierati della sua vita, ma ella non si lascia andare e con molto coraggio e maturità affronta il futuro e quel che le riserva, tra cui, anche e non di meno, il doversi trasferire in Sud Africa lontana dal padre, dai suoi amici africani, al compimento dei tredici anni per imparare i modi femminili e per ricevere una educazione adeguata.
Gli anni passano velocemente e quella che un tempo era semplicemente una bambina si risveglia nel corpo di una donna ventenne dai modi aggraziati e fini ma dal sempre immancabile temperamento. Studia ad Oxford e durante una vacanza a St Moritz conosce Gerhard von Meerbach, tedesco con cui scatta una passione dirompente. Siamo ormai a ridosso della Guerra, la Germania è prossima ad invadere la Polonia, i tedeschi iniziano ad essere mal visti, la dittatura nazista è sempre più pressante, forte e violenta esattamente come il sentimento di amore che questa imperterrita eroina nutre nei confronti di Gerhard von Meerbach, quel calmo e benevolo bambino che abbiamo conosciuto all’inizio del romanzo e che oggi si ritrova a dover custodire i propri ideali e se stesso non solo dalle egemonie del partito ma anche dal fratello Konrad che, esattamente come da aspettative, non solo è un uomo autoritario, violento e prepotente, ma è anche uno dei più fedeli seguaci di Hitler. Il rapporto tra Gerhard e Saffron è inoltre legato da uno scomodo segreto attinente proprio alla famiglia dei Courtney. Un mistero che all’inizio nemmeno i due protagonisti conoscono e sanno esistere ma che al momento della scoperta non potrà passare inosservato. Riusciranno i due giovani a sopravvivere al conflitto? Cosa ne sarà del loro amore? Resisterà ad una delle più buie pagine della storia umana?
Con “Grido di guerra” Wilbur Smith si conferma un maestro del romanzo d’avventura ma anche del genere storico essendo riuscito, con l’ausilio della collaborazione con David Churchill, a dar vita ad un testo ricco di colpi di scena, eventi e situazioni e al contempo lineare e mai forzato. Non solo, i personaggi risultano essere solidi e ben costruiti tanto che chi legge non fatica ad immaginarli nella propria mente né ad immedesimarvisi essendo il carattere empatico pregnante. Non mancano ancora gli aspetti appartenenti alla sfera prettamente sentimentale che fanno da cornice e da protagonisti, ricordandoci, in simultanea, che spesso il nostro stesso sangue è il nostro primario nemico, che spesso è chi porta il nostro medesimo gruppo sanguigno colui da cui maggiormente dobbiamo diffidare. Al tutto si somma uno stile fluido, rapido, accattivante che conduce senza mai mollare la presa e senza mai perdere di intensità. Le sue 532 pagine non spaventano, anzi; giungono addirittura troppo rapidamente al termine.
Una buona prova che conferma la bravura di Smith e che ci fa destinatari di un nuovo capitolo di quelle che erano le avventure di una delle serie più amate a sua firma.

«Non è questione di giusto o sbagliato. È la vita, che termina quando deve terminare. Mama voleva farti sapere che quello che è successo oggi era destinato a succedere. Non se ne andrà perché tu sei venuta: piuttosto ha vissuto fino al tuo arrivo» p. 532

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Romanzi
 
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siti Opinione inserita da siti    31 Agosto, 2018
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Irlanda: terra mia

Con le sue opere ha contribuito “ad abbattere le barriere sociali e sessuali delle donne in Irlanda e non soltanto”, con questa motivazione la scrittrice irlandese Edna O’Brien ha vinto il PEN/Nabokov Award 2018.
Einaudi ha dunque deciso di regalare la prima traduzione italiana, a cura di Giovanna Granato, di uno dei suoi romanzi più celebri e amati, questo appunto, “Un feroce dicembre”.
Uno scritto che restituisce una prosa dura, tagliente, incisiva, maschile direi. Un realismo spietato che coglie il cuore, l’essenza di un popolo e di una Terra, l’Irlanda.
È la storia di una forte inimicizia nata sulle ceneri di una timida amicizia, impossibile fra il nativo e lo straniero. Due uomini, uno che ha vissuto in Australia e che tornando nella contea dei suoi avi, anch’essi piombati lì senza esserne originari, lede il diritto alla terra dell’altro che da quel suolo non si è mai spostato. Un conflitto spietato fra i due con al centro la sorella dell’irlandese doc.
Bugler porta innovazioni e sconquasso, e da quando è arrivato niente è più come prima.
Pochi eventi, quadri giustapposti, veloci apparizioni, concorrono a fornire prima del tragico epilogo una visione di insieme che sa di torba, di duro lavoro, di solitudine, di relazioni difficili e schive: un’Irlanda dura e spietata.

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Romanzi autobiografici
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Agosto, 2018
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"Tu non sei uno scrittore, sei un corrispondente d

Andrea Camilleri nasce a Porto Empedocle un piccolo paese nel Sud della Sicilia nel 1925. Bambino precoce e dedito alla lettura, la sua giovinezza è caratterizzata dal radicarsi e dal consolidarsi del partito fascista nel paese e nel suo cuore, anche se ben presto, a causa di due avvenimenti, inizia a prenderne le distanze. Negli anni del primo dopoguerra il siciliano si dedica alla poesia sino ad approdare al teatro, settore in cui opera attivamente sino a tarda età. Ed è contemporaneamente a queste attività, al suo entrare in Rai, al suo manifestare politico, alle sue riflessioni storiche, che lo scrittore si avvicina alla narrativa, sentendosi sempre un cantastorie mai uno scrittore, prima con romanzi di minore successo e di poi con la nascita, sopraggiunta all’età di 69 anni al suo personaggio più famoso: Salvo Montalbano. Perché la scelta del dialetto? Perché «di una data cosa la lingua ne esprime il concetto, mentre della medesima cosa il dialetto ne esprime il sentimento (p. 67)». Infine, l’oggi. La sua cecità che lo priva del leggere e dello scrivere confinandolo al dettare, ma anche le sue valutazioni sulla società moderna, sul quel che è diventata e sul quel che era. Memorabili i passi in cui descrive la forza, il carisma, l’ideale dei politici del tempo a discapito di quelli attuali.

«Gli uomini politici, che subito dopo la Liberazione presero in mano le redini dell’Italia, erano uomini che il fascismo aveva costretto all’esilio, alla galera, all’ostracismo, al silenzio. Erano uomini come Alcide De Gasperi democristiano, Luigi Einaudi liberale, Palmiro Togliatti comunista, Pietro Nenni e Sandro Pertini socialisti, Carlo Sforza e Ferruccio Parri del Partito d’azione, tutti uomini che avevano cominciato a far politica prima dell’avvento del fascismo e che conoscevano benissimo i valori della democrazia. Ma a quei tempi, pur combattendoci, avevamo un ideale comune, quello di far risorgere l’Italia dalle sue macerie. […] Ogni frase che De Gasperi scriveva la sottoponeva al giudizio degli altri che la modificavano, correggevano, aggiungevano un aggettivo, ne levavano un altro. In quella stanza, un quel momento non c’era solo il democristiano De Gasperi ma l’Italia tutta.» p. 78

Imperdibili le considerazioni sulla prima, seconda e terza Repubblica, sul fenomeno del terrorismo, sulla corruzione nel nostro Stato, sulla politica sovranazionale e internazionale e infine, ma non per questo meno importante, sul fenomeno della migrazione. Argute e profonde, altresì le sue dissertazioni sull’Unione Europea, sui suoi errori, le sue falde, il suo rischio di fallimento, le possibili soluzioni al problema.
In un crescendo continuo privo di un preciso schema narrativo, privo di un definito e obbligato senso letterale, bensì alla cieca, a fronte della condizione in cui da qualche anno l’autore versa nonché a fronte della considerazione del fatto che egli non riesce e non può immaginarsi quale sarà il mondo fra vent’anni e più precisamente quel mondo in cui la pronipotina ad oggi di 4/5 anni Matilde, dovrà vivere, Andrea Camilleri non si limita a scrivere un memoir della sua vita per questa piccola erede che non potrà vedere crescere ma al contrario le destina e ci destina una lunga e conclusiva riflessione su quella che è stata l’evoluzione del nostro paese negli ultimi novantadue anni. E lo fa mediante la rievocazione di quegli avvenimenti che per primo ha provato e vissuto, su quelle gioie e quei dolori che hanno caratterizzato i suoi giorni. La sua è una analisi disincantata, semplice e proprio per questa sua semplicità toccante e folgorante. Soprattutto nella prima e nell’ultima parte. Tra le pagine respirerete dunque una grande e logica meditazione sullo ieri e sull’oggi attraverso quel velo di melanconia propria di un uomo consapevole di essere ormai giunto a conclusione del suo tempo su questa terra. Il suo più grande dispiacere? Dover lasciare le persone che più ama.
Nel discorrere della sua esposizione l’autore non si sottrae a autocritiche per gli errori commessi e a fronte di ciò fa dono di quegli insegnamenti raggiunti e custoditi. Perché non sempre due più due fa quattro, non sempre il lupo è cattivo come ce lo hanno descritto nelle favole.

«L’ultima cosa che ho imparato consiste nell’avere necessariamente un’idea, chiamala pure ideale, e a essa attenersi fermamente ma senza nessuna faziosità, ascoltando sempre le idee degli altri diverse dalle proprie, sostenendo le proprie ragioni con fermezza, spiegandole e rispiegandole, e magari perché no, cambiando la propria idea. Ricordati che, sconfitta o vittoriosa, non c’è bandiera che non stinga al sole.» p. 107

Non adatto a chi cerca Montalbano, bensì a chi desidera uno scritto con cui rivivere, ragionare, trarre spunto. Commovente, riflessivo, da gustare senza pretese ma con la mente aperta.

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Racconti di viaggio
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    29 Agosto, 2018
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Il Vesuvio tra passato e presente

Maria Pace Ottieri scrive Il Vesuvio universale: un libro insolito, molto bello, tra presente e passato. L’autrice intraprende un viaggio alle pendici del famoso vulcano, cercando, con perizia e metodo, di evidenziare le caratteristiche storiche e naturali del Vesuvio, con uno sguardo affascinato ed attento all’antropologia che ne è alla base. Un viaggio che è anche racconto periglioso,
“delle tante esistenze che resistono in bilico sul cratere.”.
Che cosa è il Vesuvio? Un luogo da esplorare, da vivere, un vulcano silente,
“i due seni arrotondati uniti da una cresta appena frastagliata. Nitido, dà l’impressione di poter affondare la mano nelle pieghe del suo pelo bruno, di toccare il dorso di un gigantesco animale accucciato e decapitato. (…) vulcano silente, dei suoi rivolgimenti segreti, tutto sfugge a chi lo abita nonostante possa avvertirne i tremori poggiando i denti alla sbarra di ferro del letto.”.
Ed allora eccone spiegate le origini:
“I primi scheletri di vittime di un’eruzione preistorica mai rinvenuti sono dell’età del Bronzo, un uomo e una donna in fuga dall’eruzione delle Pomici di Avellino, quasi duemila anni prima di Pompei ed Ercolano, tra il 1880 e il 1680 a.C.: un’eruzione potentissima che cambiò l’aspetto della pianura campana e nel giro di un giorno trasformò un paesaggio idilliaco in un deserto grigio rimasto inabile per tre secoli. Quello che si sa è che per irresistibile appello da millenni gli uomini abitano il Vesuvio, il loro tempo tenuto in scacco dal suo, lungo venticinquemila anni, tanti sarebbero gli anni del monte Somma, sebbene le più antiche rocce di origine vulcanica, rinvenute nel pozzo di Trecase, risalgano a quattrocentomila anni fa.”
Il Vesuvio è un vulcano che è attivo e giovane, e potrebbe, un giorno, risvegliarsi e travolgere gli abitanti che sono “abbarbicati” alle sue pendici. Così ci sono tre zone individuabili; dopo l’ultima eruzione del 18 marzo 1944 e sono:
“Da allora gli abitanti di quella che è oggi considerata zona rossa sono triplicati, da 200.000 a 700.000. Nel piano di emergenza messo a punto dalle autorità italiane nel 1995 e modificato l’ultima volta nel 2016, sono inclusi i 25 comuni a ridosso del vulcano esposti ai cosiddetti flussi piroclastici, colate di pomici, ciottoli porosi, pesanti più o meno come una pallina da ping pong, e lapilli come sassi densi e duri. Un altro gruppo di comuni ricade nella zona gialla dove il pericolo verrebbe in primo luogo dalla caduta di cenere e piccole rocce. Infine la zona blu, su cui si abbatterebbero inondazioni e colate di fango. (…) A colori sono anche i livelli di allarme e le relative modalità di evacuazione, verde, giallo, arancione, rosso. “.
Così la ricerca di Maria Pace Ottieri si allunga su tutto il “regno” del Vesuvio: la Circumvesuviana, l’Osservatorio Vesuviano, la villa delle Ginestre, Torre del Greco, dove Leopardi, tra il 1836 e il 1837, scrisse La ginestra e il Tramonto della luna, fino a giungere alla spaventevole distesa di case abusive tra Portici e Pompei. E ancora: le memorie borboniche, fino a giungere ai tempi attuali. Ed ecco che un velo scuro si deposita, stratificata, su tanta millenaria bellezza. Giunge a compiersi il “monnezza tour” e l’ombra disdicevole, lunga decadente della Camorra e dei clan. Nei primi anni ’80, infatti, la mafia scopre il business dei rifiuti, ed ecco allora sorgere colline di rifiuti, dall’oggi al domani, di fronte alla totale indifferenza delle istituzioni e di chi doveva sorvegliare. Fino alla scoperta, terribile ed annientante, della “Terra dei fuochi”:
“è una fortunata espressione inventata da Legambiente in un rapporto del 2003 e lanciata da Saviano come titolo dell’ultimo capitolo di Gomorra, (…). Quando nell’estate del 2013 Carmine Schiavone raccontò i seppellimenti perpetrati per decenni nelle campagne di rifiuti di ogni tipo, urbani, speciali, tossici, radioattivi”.
Qui si muore, si vive intorno ai roghi che si accendono spontaneamente e sprigionano fumo tossico. Ma si coltiva anche. Ed allora la verità, è che:
“è che non siano tanto di fronte ad un disastro ambientale, ma a un disastro sociale e la lettura deve essere un’altra se si vuole provare a cambiare qualcosa.”
La conclusione è che siamo in una terra, mescolanza di fatica, di dolore, ma anche di innata bellezza, dove:
“il dubbio, l’incertezza, la mancanza di fiducia, le versioni simmetriche e speculari che impediscono di credere agli uni o agli altri, (…) la promiscuità con un male in attestabile, affidato solo alle interpretazioni, sono veleni di cui si continuerà a morire.”.
L’autrice con questo libro ha dipinto un mondo di luoghi, personaggi e storia tra Ottaviano, San Giuseppe Vesuviano, Boscotrecase, Bosco Reale, Pomigliano, Ercolano e Pompei. Un luogo ricco di vividi personaggi, che vivono e soffrono, narrati con sapienza narrativa e perizia intellettiva. Un ottimo elaborato tra arte, bellezza, imperitura negligenza, ma anche voglia di riscatto e finalmente di redenzione.

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Romanzi erotici
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    08 Agosto, 2018
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umorismo involontario?

" Una cosa che so delle donne è che il primo passo verso il cambiamento inizia sempre da un paio di scarpe con il tacco molto sexy". Ecco una delle prime cose che mi hanno fatto ridere leggendo questo romanzo. Perché l'ho preso come qualcosa di assolutamente leggero e quindi ho deciso di soprassedere su considerazioni più profonde che si potrebbero fare su una frase del genere. In linea di massima, comunque, mi dispiace per la signora Carlan, ma io ho trovato il suo libro più che altro umoristico. Del resto come non si può ridere di un quasi trentenne che, all'interno di un centro commerciale, si eccita talmente tanto vedendo un poster con un'attrice in biancheria intima da doversi affrettare ad allacciare la giacca per nascondere rigonfiamenti sospetti. Quanto può essere credibile una società i cui titolari si definiscono sul biglietto da visita Dream Maker, Love Maker e Money Maker? Tanto più che lo scopo principale non è quello di procurare gigolo, ma quello di "risistemare" donne in difficoltà. Uso questo termine non a caso, visto che uno dei protagonisti si riferisce in questo modo a una delle clienti.

Il romanzo è diviso in tre episodi, nei quali Ellis Parker, uno dei titolari della società ci racconta il suo lavoro. Una ragazza francese eredita all'improvviso una società dai profitti multimilionari e ha bisogno di qualcuno che le insegni il lavoro, un'attrice americana ha il blocco della recitazione e una principessa non ha più voglia di sposare l'erede al trono danese. In poche settimane il fantastico trio interviene: un paio di scarpe col tacco, una palpatina di sedere, qualche parola di incoraggiamento e la magia è fatta. Non che mi aspettassi chissà quale trama da un libro di questo genere, però qualcosina di più ci poteva stare. Arriviamo alla parte "piccante" del libro con scene di sesso e via dicendo. Io l'ho trovata volgare, poco credibile, ma questo credo sia la norma, e anche a tratti ridicola e questo probabimente non è in linea con le aspettative della scrittrice. Il cocktail di stereotipi e di frasi fatte, usate da Parker per approcciare e sedurre le sue prese, sono comunque qualcosa di imperdibile.
Farei un torto a Audrey Carlan se non le riconoscessi una discreta capacità di scrittrice. Il suo modo di esprimersi è immediato, frizzante e fresco. Ci racconta dei personaggi solo ciò che serve noi sappiamo e quello che ci dice ci basta. La nostra immaginazione spesso ha poco voglia di andare oltre.

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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    04 Agosto, 2018
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enigmistica classica

Questo è un giallo classico. Nonostante sia stato scritto nel 1996, con le dovute eccezione per i diversi dispositivi tecnologici presenti, avrebbe benissimo potuto essere uscito dalla penna di un autore di inizio secolo. Del resto il suo autore, deceduto nel 2017 era un ex docente di greco in un'università inglese, nonché un noto enigmista. La logica, la cura per i dettagli, la ricerca dei termini più appropriati, sono quindi insiti nel suo essere e non potevano non rispecchiarsi anche nei suoi romanzi. " La morte mi è vicina" fa parte di una serie di romanzi dei quali sono protagonisti Morse e Lewis : rispettivamente ispettore e suo vice nella Thames Valley Police. Indisciplinato, pedante, ma anche intuitivo e dedito al lavoro il primo. Il secondo paziente e preciso. Birra il primo, succo d'arancia il secondo, scapolo e donnaiolo uno, marito fedele il secondo. Ma messi assieme sono il perfetto completamento l'uno dell'altro: uno fa la domanda e l'altro risponde, uno inciampa e l'altro lo afferra al volo. In questo caso si trovano di fronte all'assassinio di una ragazza. Un omicidio strano perché sembra fatto da un professionista, ma un indizio lascia intendere che sia stato piuttosto maldestro. Le prime ipotesi ed illazioni hanno vita breve, perché al primo segue un altro assassinio nella stessa strada residenziale di Oxford. così le indagini prendono quota. Poco alla volta ci inoltriamo nell'ambiente vittoriano di un college inglese. Ceniamo con il rettore, veniamo a sapere che sta per lasciare l'incarico e che sono prossime le elezioni del suo successore. Facciamo conoscenza anche con le mogli dei candidati: chiacchierate e ammirate, temute e invidiate. Ci insinuiamo nelle loro case e frughiamo tra i loro panni sporchi. Così da sotto una patina di perbenismo spuntano vizi ed eccessi. Piccoli segreti, grandi peccati, vizi occulti e virtù solo ostentate. I moventi si fanno avanti e iniziano ad accumularsi dando spazio a un buon numero di sospettati. Piano piano con l'aiuto dei due poliziotti varie ipotesi si formano davanti a noi e poi vengono solo con l'ausilio della logica smontate pezzo per pezzo. fino ad arrivare alla soluzione finale. Anche in questo caso Morse no si smentisce: mette in fila davanti al colpevole tutte le prove, ribatte a tutte e obiezioni finché non ha altra scelta che quella di confessare.
Romanzo molto lontano da quello che oggi si definisce giallo o thriller. come ho già detto è tutto incentrato sulla logica, e sull'intuizione, Non aspettate quindi di trovarvi dell'azione o tensione. Comunque piacevole da leggere, pieno di citazioni e costellato da perle di humor inglese per chi lo gradisce e lo comprende.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    30 Luglio, 2018
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Genitori sbagliati

A Ludlow, nella regione delle Midlands occidentali in Inghilterra, il passato sembra non voler cedere il posto al presente: una sensazione frequente in quella zona del Regno Unito così ricca di storia, è come se un passato lontano, lento e inesorabile, incurante delle regole del tempo, urtasse contro il proprio futuro, rimanendo intatto.
Motivo per cui numerosi turisti affollano vicoli e strade del paese ammirando case e costruzioni fortificate che hanno mantenuto inalterati i tratti tipici dell'architettura medievale in perfetta sintonia col castello costruito nel secolo XI e che domina il paese da un'altura.
Ma se da un lato Ludlow soddisfa pienamente le aspettative dei turisti affamati di storia e gossip più o meno documentato sui componenti delle varie dinastie nobiliari che si sono succedute nel territorio, dall'altro offre ben poche attrattive ai giovani del posto, la maggiorparte studenti del college provenienti da famiglie legate a rigidi quanto anacronistici princìpi morali e spesso ossessionate dal timore che i figli possano commettere quegli errori tipici della gioventù, rovinandosi così la vita e le speranze di carriera e successo per il futuro.
Ma non è certo semplice tenere sotto controllo ed arginare il desiderio di trasgressione ed indipendenza dei ragazzi, tanto più in un piccolo paese come Ludlow che non offre loro alternative tanto allettanti quanto sesso e alcol per una serata fuori dagli schemi.
Non è quindi inusuale se l'agente ausiliario Ruddock venga chiamato di notte durante le festività natalizie per riportare ordine nei vari pub e locali del paese a causa della baldoria e degli schiamazzi di decine di ragazzi ubriachi; è piuttosto strano però che proprio durante quella notte l'agente Ruddock abbia lasciato solo il diacono Ian Druitt in un ufficio della locale stazione di polizia dopo averlo arrestato in seguito ad un'accusa anonima di pedofilia e che il diacono abbia approfittato di quell'assenza per suicidarsi con una stola.
Ed il suicidio sarebbe stato probabilmente archiviato come tale visto che le prime indagini non avevano sollevato evidenze in senso opposto se il padre del diacono non fosse un certo Clive Druitt, noto imprenditore legato ad un altrettato noto politico parlamentare, fermamente convinto dell'innocenza del figlio e soprattutto dell'assurdità di quel gesto contrario sia alla sua indole sia alla sua fervente fede cattolica.
Il vice-commissario della Metropolitan Police non può pertanto esimersi dall'inviare sul luogo la sovrintendente Isabelle Ardery accompagnata dal sergente Barbara Havers con l'incarico di verificare eventuali negligenze o errori nel corso delle indagini.
In realtà, la coppia mal assortita Ardery-Havers non riuscirà a far luce sulla vicenda sia a causa del rapporto poco collaborativo tra le due investigatrici sia per la precaria condizione psicologica di Isabelle alle prese con un divorzio in corso e con l'abuso ormai incontrollabile di vodka.
Sarà l'ingresso in campo dell'ispettore Thomas Lynley a portare una svolta nell'inchiesta grazie alla sua determinazione nel dar seguito ai dubbi già sollevati dal sergente Havers e riuscendo così a sbrogliare i fili di una matassa sin troppo intricata.

Elizabeth George, prolifica scrittrice statunitense di indubbio talento nel genere giallo, non delude le aspettative dei suoi lettori con un nuovo caso per l'ispettore Lynley articolato su una trama ben congegnata che l'autrice impreziosisce con un'accurata e profonda descrizione dei vari personaggi, mettendo in risalto gli aspetti più fragili del loro carattere o, viceversa, quelli più oscuri ed inquietanti e rendendo così ogni personaggio, agli occhi del lettore, un possiblle colpevole.
E' palese l'abilità dell'autrice nello scandire i tempi del romanzo, dosando con estrema parsimonia all'inizio gli ingredienti più accattivanti lasciandone comunque subodorare la presenza al lettore che rimane così piacevolmente attratto dall'intreccio ben miscelato tra le indagini investigative e il racconto di alcuni episodi salienti nella vita dei suoi personaggi, in modo particolare i più giovani, vittime esasperate di un'ingerenza eccessiva, quasi ai limiti della morbosità, da parte delle rispettive famiglie.
Il rapporto genitori-figli è infatti uno degli elementi chiave di questo romanzo e lo stesso titolo 'Punizione', che generalmente è associato al castigo da parte dei genitori verso i figli, assume qui una valenza anche nel senso opposto, ossia come rimprovero e condanna dei figli verso i genitori.
E poichè, commmentando un romanzo giallo, ogni parola in più accresce il rischio di svelare particolari fondamentali della trama, lasciatemi concludere con una bellissima citazione di Nino Manfredi nel film 'In nome del Papa Re' che ovviamente non ha alcun relazione col romanzo di Elizabeth George (come traspare anche dall'inflessione romanesca del testo) ma si adatta perfettamente alla sua trama:
"I figli so' diversi, e noi, invece d'esse contenti che non ce somigliano, li volemo fà diventà come noi che, poi, manco se piacemo".

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Romanzi storici
 
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siti Opinione inserita da siti    28 Luglio, 2018
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IL MONDO È UN LUOGO ASSURDO

Recentemente ripubblicato da Fazi Editore, il primo volume della trilogia dedicata alla famiglia Aubrey, per chi non conosce l’autrice Rebecca West, è una ghiotta occasione di lettura da non farsi sfuggire. Restituisce l’opera come già apparsa nell’edizione Mattioli 1885 e fa entrare il lettore in una dimensione di lettura gradevole, fresca e insieme appassionante.
Non ci si aspetti, a dispetto delle sue oltre cinquecento pagine, un susseguirsi di eventi spalmati in un ampio ventaglio cronologico; i fatti narrati da Rose, una delle figlie dei coniugi Aubrey, godono di una prospettiva difficilmente inquadrabile in una trama specifica o in un mero susseguirsi di eventi: gli episodi salienti si contano sulle dita di una mano. Tutto scorre in una straordinaria quotidianità che esula dai parametri sociali conclamati, accettati e inseguiti nei primi anni del Novecento inglese. Tutto ha il sapore di un sano e, agli occhi degli altri, eccentrico anticonformismo. La famiglia, un padre dissipatore delle residue fortune, mente aperta e anticipatoria dei declini delle epoche successive; una madre, talentuosa pianista dedita all’educazione musicale dei suoi quattro figli; la poco dotata violinista e primogenita Cordelia; Mary e Rose, le gemelle, virtuose pianiste, e il maschietto, ultimogenito, al quale pare essere concesso strimpellare solo il flauto dolce, è un mondo a sé stante. Gradevolissimo e nelle sue storture invidiabile.
La coppia genitoriale è in perenne conflitto ma capace anche di grandi riavvicinamenti, la loro sorte in questo volume appare sospesa e destinata a risolversi in successivi sviluppi e lo stesso ingresso nell’età adulta dei loro figli genera speranze di forti riscatti rispetto all’estrema miseria e instabilità subita durante l’infanzia. Ciò che colpisce è però quanto il modello educativo attuato in questa famiglia, lo si intuisce senza averne diretta conferma, sia destinato, nonostante le avverse fortune, ad essere un modello vincente perché basato sulla cultura. A lettura ultimata scatta un meccanismo di immediata nostalgia e naturale curiosità rispetto all’evoluzione dei singoli destini, rispetto all’avvolgente voce narrante affidata ad una prosa limpida e chiara e a un romanzo che ha il dono di un’estrema efficacia e naturalezza. Da leggere e da ascoltare nelle numerose suggestioni musicali suggerite tra pianoforte e violino.

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Consigliato a chi ha letto...
Piccole donne? In realtà non lo ho mai letto e non posso porlo come metro di giudizio per vicinanza stilistica, posso solo dire che l'universo femminile rappresentato, con le dovute differenze geografiche e storiche, mi ha fatto venire in mente le altre sorelle. Suggestioni autoindotte.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    24 Luglio, 2018
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Piuttosto noioso

Negli ultimi tempi mi imbatto spesso nel nome di Simon Beckett. È certamente un autore sulla cresta dell'onda, abbastanza da generare curiosità; per cui, quando si è trattato di scegliere l'opera da recensire, la mia curiosità mi ha lasciato pochi dubbi.
Dannazione.
Questo libro mi ha piuttosto deluso, per vari motivi. In primis avrebbe dovuto essere un thriller, ma lo diventa soltanto nell'ultimo terzo di storia: prima dobbiamo sciropparci l'eterna indecisione della protagonista (con la quale non ho empatizzato), che tergiversa sulle sue decisioni per pagine e pagine e finisce sempre per prendere quella sbagliata. Secondo aspetto, molte cose, a livello narrativo non reggono, e ci sono diversi avvenimenti inverosimili che lasciano alquanto straniti (protagonista cosparsa di benzina che, in una casa in fiamme, ne esce viva; ma non solo questo).
Purtroppo questa storia non riesce a intrigare, si sofferma all'infinito sulla decisione della protagonista sull'eventualità di procedere all'inseminazione artificiale; da chi prendere il seme, finendo poi per fare una scelta totalmente assurda; come conseguenza di questa scelta assurda, un altro tempo infinito per scegliere se tenere il bambino o meno. Tutti i personaggi si comportano in modo strano: la protagonista prende delle decisioni del tutto insensate; la sua migliore amica tutto sembra tranne che la sua migliore amica; il personaggio che dovrebbe essere il "killer" (piuttosto atipico)... beh, lasciamo stare.
L'unica cosa che mi è piaciuta abbastanza sono le riflessioni che scaturiscono nel lettore riguardo l'aborto.
Non c'è coinvolgimento, non c'è modo di appassionarsi nemmeno quando la storia si trasforma (quasi) in un thriller... insomma, mi ha piuttosto deluso. La piacevolezza ha due stelline, non perché non sia scorrevole, ma perché questo romanzo non riesce a coinvolgere né ad appassionare.

Kate è una donna in carriera, che lavora nel campo delle comunicazioni e della pubblicità. La storia ha inizio con la vincita di una commessa che può cambiarle la vita, una commessa vinta a discapito del suo ex fidanzato, impiegato in un'altra azienda. Un altro psicopatico, che ha un evoluzione piuttosto inverosimile. Scottata dall'esperienza precedente con questo ex, Kate non è il tipo di donna che vuole ripetere l'esperienza, ma non nasconde il suo desiderio di fare un figlio.
Ma come avere un figlio senza il rapporto matrimoniale necessario? Kate si imbatte nella risposta del tutto casualmente, su una rivista, e la risposta è... fecondazione assistita. Le strutture che offrono questo servizio si avvalgono di donatori anonimi, ma questo non pare soddisfare Kate. Allora qual è la scelta? Mettere un annuncio sui giornali, sperando che qualche sconosciuto risponda. Lo sconosciuto si presenta e sembra talmente carino da far pensare: "ma davvero c'è bisogno della fecondazione assistita?" Peccato che per giungere a questa conclusione la protagonista abbia bisogno di elucubrazioni infinite che portano il lettore quasi allo sfinimento... come è ovvio che sia, questo sconosciuto si rivelerà tutto meno quello che sembra.
Una domanda sorge spontanea: ma l'adozione? (Ovviamente non sarebbe esistito il libro in questo caso, è soltanto per ironizzare sull'infinito tergiversare di Kate)
Simon Beckett, rimandato!

"Alcuni momenti bruciano nella mente per sempre."

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Racconti
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    18 Luglio, 2018
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L’amaro sapore della vita

È l’America rurale delle fattorie isolate e degli sperduti villaggi lontani dai rumori assordanti delle grandi città, l’America dei boschi magicamente rischiarati dalla luce dei falò e degli affascinanti laghi ghiacciati, delle stazioni di servizio e delle strade polverose dove corrono stancamente i pick-up e la malinconia delle vecchie canzoni country, quella ritratta con assoluta maestria in questa bellissima raccolta di Nickolas Butler.
Al suo interno, dieci racconti, dieci piccole storie che trasudano una umanità tormentata e disillusa, spesso smarrita, talvolta rabbiosa e violenta, ma anche desiderosa d’amore o, almeno, di un sogno o un ideale in cui credere.
Una scrittura incisiva, semplice e priva di fronzoli, a tratti essenziale e ruvida quanto le stesse storie narrate, ma non meno magnetica e coinvolgente, fin da subito trasporta chi legge nel vivo di vicende intense e struggenti che la penna dell’autore statunitense riesce a esporre con poche sapienti pennellate. Se scrivere racconti è un arte rara e preziosa non comune a tutti, allora Butler è un vero artista poiché, in uno spazio pur sempre limitato anche nel caso dei testi più lunghi, dimostra di saper concentrare un tale intreccio di sentimenti ed emozioni da non far rimpiangere affatto il più ampio respiro tipico del romanzo.
Forse, come ha scritto Le Monde recensendo il libro, “ogni racconto di questa raccolta riesce a imprimersi nell’anima del lettore come un pezzo della sua esistenza”; di certo, in molti di essi si possono ritrovare frammenti di sé, delle proprie inquietudini, paure, speranze. Tra le storie più belle che meritano di essere citate, “Acqua piovana”, “Sotto il falò”, che ha dato il titolo all’intera raccolta, “Petrolio dolce”, capace tra l’altro di somministrare una dose di suspense non di poco conto, “Nelle contee occidentali” e “La gente dei treni va piano”, tutte dal finale che rimane amaramente aperto e con personaggi spesso scandagliati nel profondo; le ultime tre, in particolare, per trama e stile narrativo, sono meritevoli come minimo di cinque stelle ciascuna, piccoli capolavori che parlano di donne e uomini in cerca di giustizia, sia pure sommaria, o semplicemente di una strada da seguire.
Nativo della Pennsylvania e cresciuto nel Wisconsin, Nickolas Butler è un scrittore vincitore di prestigiosi premi nel suo Paese e ora molto apprezzato anche in Europa. In Italia, la casa editrice Marsilio ha già pubblicato “Shotgun Lovesongs” (2014) e “Il cuore degli uomini” (2017), a cui adesso si aggiunge questa nuova pubblicazione che, considerando l’alta qualità del contenuto, non tarderà – è ipotizzabile – a ottenere significativi riconoscimenti di critica e pubblico.

“Rimasero sedute insieme nel vento, i capelli coprivano i loro volti. Le imbarcazioni da carico sul lago si muovevano piano formando delle creste bianche che si infrangevano contro i moli e le scogliere.
Sopra di loro, silos per il grano ormai abbandonati si stagliavano nel cielo blu e uno stormo di piccioni si muovevano in cerchio. Videro un cane a tre zampe trotterellare in mezzo a una distesa di camioncini arrugginiti, il naso nero ad annusare nell’aria la brezza d’acqua dolce.”
(Dal racconto “Nelle contee occidentali”)

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...a chi ama leggere racconti.
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