Narrativa italiana Romanzi Desideri deviati. Amore e ragione
 

Desideri deviati. Amore e ragione Desideri deviati. Amore e ragione

Desideri deviati. Amore e ragione

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La città del Nord che ospita i personaggi di "Desideri deviati" è anche la sua protagonista, con i suoi uffici, le sue fabbriche dismesse e le sue passerelle. Chi la abita è animato da forze molto diverse: amore, cultura, successo, giustizia politica. E dunque, cos'è che vuole veramente, qual è il desiderio più profondo di Nico Quell, inquieto "ragazzo senza qualità" che avevamo già incontrato in "Cuori fanatici"? Attorno e insieme a lui, si muovono gli altri personaggi di questo romanzo, che a cavallo tra realismo e fantasia gotica racconta con uno sguardo affilato l'editoria e la moda, miniere di sogni e frustrazioni, all'inizio di un decennio, gli Anni Ottanta, in cui tutto è in mutazione: l'editore Minaudo e il deforme Coboldo, la modella Sheila B., misteriosa amazzone nera, gli ambigui architetti Igor e Vera Macchi, Irene, sorella persa e ritrovata, il maestro Chirone Ognuno ingaggiato in duelli intellettuali o amorosi, fatui o violenti, dove ci si gioca il senso della vita. Ma il desiderio non si compie mai, è per sua natura deviante: nella capitale del lavoro - fotografata un istante prima che si trasformi in città delle attrazioni - si smania sempre per qualcosa, e si finisce per ottenere o perdere qualcuno. E sotto la sua superficie scintillante, come nel film Metropolis, c'è un popolo che vive nelle sue viscere, un'energia barbarica, selvaggia, pronta a ribellarsi per riconquistare la città.



Recensione della Redazione QLibri

 
Desideri deviati. Amore e ragione 2020-10-28 10:07:59 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    28 Ottobre, 2020
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Senza infame e senza lode

"Desideri deviati" rappresenta il secondo romanzo della trilogia "Amore e ragione", inaugurata lo scorso anno con "Cuori fanatici". Ambientato nella Milano "da bere" degli anni ottanta e in cui la moda approda nella ormai ricca città. La trama segue Nico Quell, promettente ma anche raccomandata figura nel campo dell'editoria milanese di quei tempi. Un ragazzo pieno di contraddizioni, che insegue il successo, desidera crearsi una propria identità, ma nello stesso tempo perso in un mondo di incredibili e numerose opportunità, soprattutto sentimentali. La critica lo associa a un "uomo senza qualità", un Ulrich in attesa della occasione giusta, ma a mio avviso non bisogna scomodare il caro Musil per così poco. E non bisogna scomodare nemmeno Proust, che in una frase ha detto tutto ciò che probabilmente l'autore ha voluto dire attraverso questo libro, è cioè che "I nostri desideri interferiscono via via fra di loro, e, nella confusione dell'esistenza, è raro che una felicità giunga a posarsi esattamente sul desiderio che l'aveva invocata.“

Citando l'autore, in un opera ci devono essere molte sciocchezze "attorno quel poco di buono che si combina in essa" perché "se così non fosse l'arte sarebbe ermetica, un bersaglio che la freccia non colpisce mai", solo che quel poco di buono che personalmente ho trovato in questo libro è davvero limitato e poco valorizzato. Per un parere onesto devo assumere la parte del "ragazzo ignorante come una capra" e permettermi di dire che a mio avviso questa opera è un "ammasso di ferraglia". Dopo un inizio promettente con il prologo in cui viene presentata una Milano tutt'ora attuale e che ho molto apprezzato, che ho riconosciuto dato che ci vivo, la mia esperienza di lettura è stata monotona, noiosa e la fine della lettura è stata quasi una liberazione. Ho trovato molto disarmonico e contraddittorio questo libro, che non manca anche di alcuni cliché e scene che sembrano buttate lì per caso come per esempio il capitolo nel quale Irene, la sorella di Quell, si alza alle sette del mattino e va a passeggiare nel parco offrendosi agli sconosciuti che incontra, facendone ritorno in casa alle nove dopo circa tre-quattro rapporti non protetti, descritti in modo spiccio, come per offrire la dose di sesso necessaria in un libro. E tutto questo perché?! perché adesso avrebbe avuto cosa raccontare al fratello nel loro prossimo incontro. E come se non bastasse il capitolo di intitola "Un muto stupore le prese l'anima" (???!). Un titolo altisonante che io non capisco. Probabilmente si riallaccerà alla scena nel terzo volume della trilogia, magari tirando in ballo anche il discorso sull'AIDS che in quei anni esplodeva, altrimenti non mi spiego. 
Restando nel campo della trama, l'ho trovata dispersiva. E' anche vero che vengono narrate poche giornate della vita dei personaggi quindi magari scarsa da un punto di vista dei fatti o dei colpi di scena e va benissimo, la cosa che invece non ho gradito è stata la sua poca armonia in quanto i capitoli con le varie scene presentate spesso sembrano racconti indipendenti, foto istantanee- per esempio la scena in cui Nico va in piscina, o a sentire il concerto di musica classica, o quando va a visitare Marta Sesamo. I personaggi invece sono descritti abbastanza bene, seppur pieni di contraddizioni, il mio preferito è Coboldo, il nome non è casuale, significa folletto poco socievole- sembra una specie di Pnin nabokoviano, mi ha fatto molta tenerezza soprattutto nel finale, un rospo baciato dalla pantera nera, Sheila modella di colore che mi ha tanto ricordato la venere nera, Naomi Campell. Insomma la bella e la bestia che forse l'autore unirà in futuro. L'ambientazione invece l'ho trovata abbastanza minimale e con pochi riferimenti descrittivi di quei anni, mi sarei aspettata un tuffo più profondo sotto quest'aspetto.

Ora prendo dalla mia faretra un'altra freccia e provo a tirare nel bersaglio "stile". Personalmente l'ho trovato arzigogolato e disordinato. Io sono la prima ad amare le narrazioni non convenzionali, amo il postmodernismo e l'originalità stilistica, ma il disordine casuale no. I dialoghi vengono presentati sotto tre forme: come una pièce teatrale (vedi il discorso tra Enobaudo e Coboldo), con l'utilizzo di trattini e infine con quello delle virgolette alte. Non ho capito perché, io l'ho visto solo come un disordine che mi ha disturbato da un punto di vista estetico. I dialoghi certe volte mi sembravano sconnessi e artificiosi giusto per tirare in ballo determinati argomenti e mancano di spontaneità. La prosa l'ho trovata forbita, ma arzigogolata. Nonostante sia un libro in lingua, l'ho trovato poco armonioso, poco musicale, ostico da seguire, stancante, criptico, a tratti come se si sforzasse di ostentare cultura. Non ho compreso nemmeno certe sue metafore e nemmeno i suoi lungi elenchi che dicono tutto e dicono niente.

Oltre ai desideri in continuo mutamento, un tema centrale è anche quello dell'editoria e l'autore non fa sconti né all'editoria, che sembra un mondo impenetrabile pieno di raccomandazioni e con scelte dettate più dall'arbitro che dal rigore, lancia freccette verso la scarsa qualità dei libri che attualmente vengono pubblicati, ma anche sulla scarsa e insufficiente preparazione culturale dei critici letterari. Ho quasi l'impressione che ogni autore crede che il suo libro sia imperdibile e quelli dei suoi contemporanei, superficiali. Ci sono molte altre idee che non condivido, come quella sull'inutilità del lavoro intellettuale che in questo libro mi è sembrato più con il fine/ ambizione di cambiare il mondo, anziché come espressione di se stessi, come necessità personale di esprimersi per poter vivere- mi viene in mente Pessoa, per lui scrivere era vivere, respirare, e non cambiare il mondo. Che poi, questo cambiamento avviene ugualmente come conseguenza all'autenticità e profondità di quello che viene espresso. 

Nell'insieme è un'opera che mi è mancata di spontaneità e quindi di armonia, che non mi ha colpita su nulla, seppur non nego che mi sono piaciuti alcuni passi ma non sono bastati. Ho percepito lo sforzo intellettuale che ovviamente rispetto ma l'ho trovato troppo artificioso e di conseguenza poco stimolante.

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