Le recensioni della redazione QLibri

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    16 Febbraio, 2021
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Una Casa grande come il Mondo

Una casa (anzi Casa, con la "C" maiuscola) sterminata, dove si susseguono, innumerevoli, Saloni e Vestiboli (anch'essi con l'iniziale maiuscola) grandi come piazze e alti come cattedrali; tutti fittamente riempiti di statue come sale museali. Una Casa dove Scalinate monumentali portano ai livelli inferiori, ove l’Oceano irrompe con imponenti onde di marea che travolgono ogni cosa; o risalgono a quelli superiori con le nuvole che penetrano nelle sconfinate aule offuscandole in dense coltri nebbiose e, talvolta, scaricando in esse violenti acquazzoni.
Le numerosissime statue che gremiscono le sale sono una presenza incombente e, al tempo stesso, tranquillizzante, nelle loro immote ed eterne posture. Alcune sono di dimensioni ciclopiche, altre a misura d’uomo; alcune sono immobilizzate in atteggiamenti sereni, in gesti quotidiani, in posture ieratiche; altre si contorcono in pose orrorifiche o strazianti.
Questo ambiente fantastico e inquietante è il luogo ove vive Piranesi, un giovane che dedica tutto il suo tempo alla ricerca, allo studio della Casa, da lui assunta a vera divinità protettiva della sua stessa esistenza. Non sa da quanto tempo si trovi lì: non ha memoria di una vita precedente. Abita lì da anni, da decenni, da una vita intera? I suoi diari retroagiscono solo di sei, sette anni. Lui, però, si è perfettamente adattato alla Casa. Ne ha esplorato centinaia di Saloni in ogni direzione. Li ha catalogati, se n'é fatta una mappa mentale perfetta. Si è avventurato pure nei pericolosi livelli inondati e in quelli superiori. Trae il proprio nutrimento da ciò che Essa gli offre: pesci e alghe. Dialoga con gli uccelli che la abitano. È l’unico umano (vivente) presente in quei luoghi; l’unico assieme all'Altro, un uomo di mezza età, taciturno, sfuggevole, sempre elegantemente vestito. A cadenze settimanali incontra Piranesi in uno dei Saloni centrali. Pare che si dedichi a un diverso tipo di ricerca verso una non meglio chiarita Conoscenza superiore. Si avvale delle esperienze, ormai enciclopediche, di Piranesi su quell'infinito labirinto che è la Casa.
Ad un tratto, però, nella Casa compare un’altra presenza, inizialmente occulta e solo ipotizzata, ma, ben presto, molto più concreta e immanente. Si tratta di 16; così, almeno l’ha chiamata Pirantesi, perché sarebbe la sedicesima persona di cui ha contezza (le altre tredici, però, sono solo povere ossa sbiancate dal tempo). 16 è un nemico? Una minaccia letale, come afferma l’Altro? Odia davvero la scienza e si promette di fare impazzire lui e uccidere l’Amico? Quali sono le sue losche mire?
In un accelerarsi di accadimenti ci vengono svelati, con studiata calma da pokerista, gli antefatti, i complicati retroscena, i rapporti che legano tutti i protagonisti, forse anche i Morti, sino a un finale che toglie il fiato e lascia un melanconico languore.

Quando sono giunto a leggere le ultime parole di “Pirantesi” l’unico commento che sono riuscito ad articolare è stato solo un “Oh!” a bocca piena con le labbra a disegnare un cerchio perfetto. Un “oh” di ammirazione, di stupore e di meraviglia e, perché no, di commozione sincera, mista a un affetto empatico per il protagonista.
La costruzione della Clarke è fascinosa e avvincente allo stesso tempo: un viaggio in un sogno a occhi aperti, in un luogo dove spazio e tempo hanno un significato davvero relativo e dove le visioni che evoca sono immaginifiche, talvolta terribili, sempre affascinanti.
Il libro è un sapientissimo cocktail di elegante fantasia, di spettacoli onirici, di immagini fantasma rubate alla storia dell’arte, di filosofia, di thriller, di poesia e magica invenzione. Ma è anche un gioco, una specie di enigma che ci spinge, assieme a Piranesi (anzi al posto suo, impossibilitato com'è, lui, dalla sua pervasiva dimenticanza del passato), a scoprire quali arcani misteri si celino in quegli ambienti incredibili, al limite della più sfrenata immaginazione, che, proprio perciò, noi possiamo solo intuire.
Le domande che ci vengono incessantemente poste sono: qual è il senso di tutto ciò? Dove si trova la Casa? Come ci si giunge? Chi è l’Altro? E il Profeta? E 16? E Piranesi, chi è davvero? Anche il suo nome, inventato con una certa dose di malvagio sarcasmo dall'Altro, evoca le conturbanti e seducenti “Carceri d’invenzione” dell’omonimo incisore veneziano del XVIII secolo, tanto simili ai Saloni della Casa, ma il personaggio è un rompicapo che neppure il finale ci aiuterà a risolvere totalmente.

La storia, tutta giocata sulla lettura dei diari di Piranesi, ove il giovane annota con puntigliosa precisione i suoi pensieri e ciò che gli accade, segue cadenze impeccabili, che tengono perfettamente desta l’attenzione senza stravolgere il fluire del tempo in quel Mondo fatto di marmi eterni, perennemente congelati nei loro gesti. Le sue considerazioni, ingenue come quelle di un fanciullo, ci commuovono e ci ispirano, ma, alla fine, ci conducono alle medesime conclusioni che lui stesso trarrà da quella sua incredibile avventura e che si faticherà a non fare proprie.

In definitiva “Piranesi” è un piccolo capolavoro, e dico piccolo unicamente perché è lungo solo 260 pagine; ma anche poche di più sarebbero state superflue se non dannose.
Giunti al termine, l’unico rimpianto che ci rimane è che, nella nostra realtà, non esista davvero una Casa in cui rifugiarsi quando si è tristi e stanchi, un posto in cui, come dice Piranesi, la Bellezza sia incommensurabile e la Gentilezza infinita; un luogo dove poterci illuminare di un’immensità esaltante e ristorarci in una pace consolatrice.

______________________
Sono stato a lungo incerto se inserire questa osservazione per l’angolo del pignolo. Il libro mi è piaciuto così tanto che mi era sembrato ingiusto sollevare un’obiezione che lo rendesse meno desiderabile. Ma, ragionandoci sopra, sono giunto alla conclusione che come la Cappella Sistina rimarrebbe un’opera mirabile anche se, in un angolo, ci fosse uno sbafo di tinta a rovinare un piccolo particolare, così, si parva licet componere magna, anche questo libro non sarà sminuito dal mio piccolo appunto.
Comunque questa nota può tranquillamente essere ignorata.
Il libro esordisce con questa cronologia: “Annotazione per il primo giorno del quinto mese dell’anno in cui l’albatross…”. Solo venti pagine dopo si legge “Questo diario inizia nel quinto giorno del quinto mese dell’anno in cui…”. Questa discrepanza inizialmente mi ha un poco indispettito, facendomi temere una imperdonabile negligenza nell’A. In seguito si possono rilevare altre incongruenze temporali che comprimono troppe attività (o troppi giorni) in intervalli cronologici dichiaratamente inferiori.Dopo l'iniziale fastidio, ragionandoci sopra, mi sono reso conto che il tempo è un concetto di per sé estraneo alla Casa. Inoltre, nella quasi totalità, i vari riferimenti temporali e spaziali sono pressoché perfetti, quindi questi “scivoloni” non incidono neppure minimamente sul contenuto complessivo e sulla piacevolezza della storia narrata.

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... quell'altro capolavoro che fu “Jonathan Strange & il signor Norrell”. Questo ne è pienamente all'altezza, anzi, forse, è addirittura superiore, giacché l’unico difetto che trovai nel primo romanzo era la sua eccessiva prolissità. Questo, i nvece, è perfettamente calibrato. Peccato solo che la Clarke pubblichi un libro ogni 15 anni…
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    15 Febbraio, 2021
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Anelli di nebbia, algide dita

Barcellona, nera nei fumi di fabbriche che ammorbano i cieli blu e poi, dissanguatasi in tramonti memorabili, la città nasconde guglie di cattedrali maestose tra le spesse trapunte della notte.
Vive, la nebbia tra le pagine vive una vita propria. Cristallizzata scivola sulle alte vetrate di una chiesa e mentre il vento spinge la foschia tra i banchi, un manto biancastro si aggrappa alle candele, celando l’ombra inginocchiata in confessione.
Angeli neri baciano famelici l’amore altrui, impietosi bombardano morte lanciando ordigni che non toccheranno mai terra.

Alicia mi stringe sul pavimento freddo della villa abbandonata, le sue labbra esangui mi ripetono che così mi avrebbe abbracciato mia madre, se solo avesse potuto darmi un nome.

Davanti alle braci del camino due sagome si intravedono gesticolare, sprofondate nelle grandi poltrone scure. Il vino dolce e squisito scivola in gola e accarezzato dal tepore delle fiamme, Cervantes cede dolcemente al sonno, mentre l’editore continua silenzioso la lettura del manoscritto.

“Mi amerai sempre, vero?” E io le dico di sì.

Undici racconti, alcuni inediti e alcuni pubblicati su riviste, vengono raccolti in questo tributo all’autore in cui si celebra la sua penna affabulatrice, che confonde un lettore perduto per sempre nel labirinto di un mondo realmente irreale. Ballano le righe con le fotografie d’epoca di Barcellona, vestita in bianco e nero, dove il fumo di una locomotiva è lo sposo invecchiato della foschia che l’alba esala tra i palazzi e la pietra.

Un uomo corre, pare uscire di scena con passo brioso, come Carlos Ruiz Zafón oltrepassa il confine del suo ultimo libro, il corpo a mezz’aria che non calpesterà mai più il selciato della città di vapore.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    15 Febbraio, 2021
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La banalità della rete

Al centro di questo romanzo, il terzo della serie di racconti seriali che lo vede protagonista principale, è il commissario di Polizia Vincenzo Arcadipane, in servizio presso la questura di Torino.
Un poliziotto singolare, sia nell’aspetto che nel vissuto, diversissimo nella sua normalità piccolo borghese da altri suoi colleghi investigatori romanzati, sparsi per la penisola letteraria italiana. Arcadipane è un piemontese sabaudo e savoiardo, di quelli di una volta, per così dire, di quando cioè la FIAT a Torino e dintorni era letteralmente fiat lux: faro, luce e richiamo per il colto e l’inclita, ma da quando il colosso delle auto, e non solo, si è trasferito altrove, la città pare aver acquisito solo tinte crepuscolari; in realtà Arcadipane che la conosce bene lo sa, i chiaroscuri sono sempre stati insiti sia nella città che nella gente.
In sintesi, trattasi di un romanzo che ricorda, e non poco, nella descrizione di luoghi ed atmosfere, tanto Cesare Pavese con le sue langhe, che i due Fenoglio, lo scrittore Beppe dei gloriosi giorni di Alba, e il maresciallo dei carabinieri Pietro, presente nei romanzi di Gianrico Carofiglio.
Con qualcosa, nello stile di scrittura, che richiama il Simenon prima maniera, d’altra parte è inevitabile l’influenza della vicina Francia, manco a farla apposta le ultime pagine di questo libro di Longo sono ambientate in una malga piemontese per l’alpeggio di bovini, poco distante dal confine.
Insomma, un Montalbano versione piemontese, meno mare e piatti di pesce e più nebbia, agnolotti e tinte esoteriche, e però come quello vero, sanguigno, e radicato nel profondo nel suo territorio.
Arcadipane è un uomo del suo tempo, che il suo tempo, quale che fosse, lo ha vissuto ed impiegato al meglio; ora però il tempo è passato facendo il suo corso, oggi è un ultracinquantenne stanco, infiacchito, fuori forma, spossato da come sta andando la sua esistenza, se non a rotoli, certo in discesa ripida e con l’impianto frenante bisognoso di sostituzione in toto e non più di saltuari rabbocchi del liquido dei freni. Niente di tragico o particolare, come tutti, risente dei colpi che la vita non gli ha risparmiato nella professione, delicata e deprimente insieme quando ci si occupa di delitti e delle relative miserie umane, mestiere esercitato sempre con scrupolo, puntiglio ed applicazione, e una quantità inesauribile di buon senso pratico. Soprattutto, avvalendosi delle sue doti naturali, la tenacia, e un istinto infallibile per imboccare la pista buona, un istinto non da cane di razza, ma da mulatto da strada, che una volta convinti di aver individuato le orme giuste, seguono il sentiero fino in fondo, senza farsi fuorviare, incuranti di qualsivoglia elemento sviante le indagini, casuali o sistemati invece a bella posta per depistare le indagini.
Un uomo normale, che affronta la normalità dell’esistenza, e il male, il delitto, è cosa normale, fa parte della vita. Non dovrebbe, ma è così, e Arcadipane si dispone in campo per affrontarlo al meglio.
Se la vita è una partita di calcio, Arcadipane sa benissimo qual è il suo ruolo e la sua posizione in campo, quella di mediano settepolmoni, in mezzo al campo, in posizione mai statica, su e giù per aree e perimetro azzannando le caviglie degli avversari di maggior classe, senza mai perderli d’occhio, anticipandoli se riesce o asfissiandoli quando in possesso di palla.
Una vita da mediano, perché nato senza i piedi buoni, destinato giocoforza ad un ruolo fuori dai riflettori, e però essenziale e delicato, il centro nevralgico del gioco di squadra: se così lo ha cantato Ligabue, deve essere vero. Solo che, dopo aver calcato con onore l’erba o la terra battuta di tanti campi, ora Arcadipane ha meno entusiasmo, articolazioni meno forti e muscoli sfibrati, vorrebbe stare qualche turno in panchina, se non in tribuna, a riflettere sulla sua esistenza professionale, e di riflesso anche su quella privata: una recente separazione dalla moglie ancora nei suoi interessi sentimentali, e che invece ha già un altro compagno, il rapporto pressoché formale malgrado tutti i suoi sforzi almeno di apparire in presenza nelle loro vite con i due figli, che vede poco, male e di sfuggita, una ragazza di cui dimentica sempre cosa studia all’università ed un ragazzo, che tra l’altro calciatore lo è per davvero, militando nel Carpi in serie C; con tutta quanta la famiglia il solo legame che pare gli sia rimasto è il cane Trepet, un botolo di razza indefinibile. Che lo rappresenta bene, se è vero che un cane finisce per assomigliare al padrone: l’ineffabile Trepet è quieto, paziente, cocciuto, ed ha solo tre zampe. Incompiuto come il suo padrone, quindi. Tutta questo suo essere incompiuto, Arcadipane lo estrinseca in una sua ubbia: è un consumatore smodato di sucai. Le compra in quantità industriale, le distribuisce sfuse nelle tasche, sta sempre a portarsele in bocca senza neanche accorgersene, ne ha una dipendenza compulsiva e ossessiva, e certamente non hanno una funzione sostitutiva di altri vizi, dato che il nostro continua anche ad indulgere nel tabagismo. Per chi non le conoscesse, le sucai sono delle caramelle gommose alla liquirizia ricoperte in superficie da granelli di zucchero, insomma non proprio il massimo di una alimentazione sana e corretta, ma tant’è, il nostro commissario è un essere umano con tutte le manchevolezze della specie, tant’è che si fa aiutare da una specialista in supporto psicologico che egli affettuosamente considera una psicopazza, che insiste perché il commissario ponga fine alle proprie carenze affettive all’origine di tutte le sue mancanze e imperfezioni ed all’uopo si dia da fare ad allacciare interazioni sociali sui siti di incontri.
Davide Longo in questo suo romanzo e nei due precedenti ha il merito di aver creato un personaggio nuovo, simpatico, accattivante, umanissimo, diverso dai soliti investigatori di carta, normale e originale insieme. Un uomo qualunque, all’apparenza, ma è questo suo essere comune che lo rende positivo, gradevole a leggersi, Vincenzo Arcadipane, e le storie in cui agisce, non sono eroi o vicende straordinarie, sono persone e cose di tutti i giorni, ed il loro fascino sta in questo, rappresenta ciò che è noto e che si presenta comunque in modo ogni volta diverso.
La normalità che fa notizia, anche se più spesso la notizia tende a divenire normale.
Il commissario è tanto insolito quanto ordinario, appare banale ma prende, affascina, si fa seguire, ci sembra estremamente fragile ed invulnerabile, ed invece è semplicemente un uomo che non si nasconde, non maschera le proprie debolezze, sconfitte, insoddisfazioni, ma appunto questa consapevolezza ce lo rende gradito, lo rende forte, reale, vincitore.
Il suo acume investigativo sta in questa sua normalità, Arcadipane ha l’efficacia di colui che non da nulla di scontato, non ritiene di essere un genio che tutto risolve, ma ha bisogno di vedere, di soppesare, di andare a fondo alle sue intuizioni ed delle proprie sensazioni, darle un ordine ed un senso, senza lasciare che le cose scorrano in una e in una sola direzione, perché è proprio la sua esistenza che gli comprova che le cose prendono talora vie nuove, impreviste e all’improvviso, e non per questo prive di logica e verità.
Una povera badante straniera è brutalmente attaccata a calci e pugni e ridotta in fin di vita all’uscita della metropolitana; tutta la violenza è ripresa dalle telecamere di sicurezza, ed il ragazzo colpevole facilmente identificato e arrestato, oltretutto anche dato l’eccentrico abbigliamento con il quale si era vistosamente camuffato. Il giovane è uno che:
“Ti piace menare le mani, andare in curva, frequentare posti dove qualche volta si fa rissa e hai anche due arresti per spaccio da minorenne. Per non farti mancare niente la seconda volta hai pure rotto il naso ad uno degli agenti”.
Insomma, un caso plateale, un colpevole senza ombra di dubbio, date le prove televisive.
E però, il ragazzo non lo ammette. Nega di essere il responsabile. Consente solo all’abbigliamento vistoso, a suo dire indossato per tenere fede ad una scommessa, niente più che un gioco.
Ma non ha commesso alcun pestaggio, lo nega con tenacia e convinzione.
Nessuno gli crederebbe, è un caso eclatante, un caso chiuso, il solito balordo che ne ha commessa una più grave del solito. Un ragionamento che vale per tutti, ma non per Arcadipane.
Che dà retta al suo fiuto, manda in giro i suoi uomini con precise direttive, e di verità ne appronta un’altra. Forse altrettanto malevola, altrettanto assurda, incredibilmente mediocre, il male per il male senza altro movente, un male banale, come è sempre banale il male, come lo definì Hanna Arendt.
Questione risolta? Affatto: Arcadipane non desiste neanche da sé stesso, basta un’indecisione nel nuovo sospettato per farlo dubitare ulteriormente anche della sua stessa seconda opzione.
Poiché non è un eroe solitario, poiché sa perfettamente i propri limiti, le proprie imprecisioni, la propria assoluta normalità, e quindi può sbagliare e sbagliarsi come chiunque, Arcadipane che è uomo da sport di squadra la sua squadra ricostruisce, chiede cioè supporto ai fidati compagni di percorso professionale, da cui ora i casi della vita lo hanno separato. Si consulta con i suoi colleghi del cuore, il suo vecchio capo Corso Bramard, ora in lotta con un tumore che lo deteriora lentamente, e con l’agente Isa Mancini, ragazza irruente ora dislocata alla stradale per motivi disciplinari dettati proprio dalla sua aggressività, per quanto giustamente motivata. A loro si aggiunge un ex collega, Luigi Normandia, una figura preoccupante da tratti ossessivi, tormentosi, mistici, direi ascetici, una figura inquieta e inquietante. E grazie a loro, si trovano nuove tracce. E le tracce portano al:
“ Il dark web è tutta un’altra storia. È la parte ultima dell’iceberg, quella profonda, una striscia non troppo grande, dove le acque sono sempre buie e la luce non arriva…un posto dove si sbrigano le faccende che non hanno bisogno di occhi.”
Ecco, qui sta il valore di questo “Una rabbia semplice” di Davide Longo, ed è un bel valore, questa è veramente una bella lettura, non solo deliziosa e rilassante, ben scritta e ben presentata, ma anche in grado di suscitare delle belle riflessioni sull’oggi, sul nostro presente, sul nostro vissuto.
Il che vuol dire sulla tecnologia informatica che in tutto oggi ci pervade e ci invade: che non è una scienza per pochi eletti. Certo, siamo tutti convinti che gli esperti dei computer e dell’informatica sono tutti dei cervelloni, dei geniacci, una specie di scienziati pazzi persi tra numeri ed algoritmi, l’esperto informatico per eccellenza lo immaginiamo come un:
“un uomo tra i trenta e i quaranta, colto, creativo, intelligente, introverso, che sa le lingue e legge molto” In realtà, l’informatica e il web non celano alcun mistero insormontabile, li maneggiano efficacemente soprattutto i ragazzini, figuriamoci, e comunque tutta la tecnologia si riduce al fatto essenziale che ci fornisce solo una cosa banalissima come il web, l’enorme mare che tutti ogni giorno navighiamo con piacere e senza timore, o quasi, che tutti conosciamo o presumiamo di conoscere e padroneggiare, quando invece quasi tutti in effetti di esso non sappiamo che la punta dell’iceberg.
Certo, poi almeno per sentito dire abbiamo un’idea anche del deep web, quello davvero pericoloso che non vediamo facilmente, ma sappiamo che esiste, dove si trovano trafficanti di armi, di droghe, di esseri umani, di cose abominevoli come la pedofilia e la pornografia e altro.
Questo deep web provoca il nostro sdegno, la nostra condanna, il nostro biasimo, la nostra censura.
La rabbia…la rabbia no. Quella è riservata ad altro, al dark web
Il dark web è il fondo assoluto, appena un centimetro sopra la melma del fondo.
Esattamente come sul fondo degli oceani, su questo altro fondale vivono figure e creature di cui non abbiamo conoscenza diretta, pesci dagli occhi enormi che occupano la totalità del muso per cercare di carpire inutilmente una stilla di luce, che a quelle profondità non arriva mai.
Creature cieche, che però sanno muoversi, sono nel loro habitat.
Ci appaiono mostruosi, ma sono semplicemente adattati all’ambiente.
Anche noi appariamo mostri ai loro occhi. Essi sono come noi: se l’ambiente è nocivo, sono nocivi. Se sono grandi, mangiano il piccolo. Se sono bambini, giocano: perché è il gioco che insegna le cose della vita, i bambini giocano alla guerra perché imitano, ma non sono consapevoli di quanto male e quanto dolore arreca la guerra. Ecco, succede questo nel dark web:
“Lo sai che in Siberia si sono formati dei buchi di centinaia di metri nel terreno? Voragini di cui non si vede il fondo. Le chiamano le porte dell’inferno…quei buchi sono dovuti al surriscaldamento. La temperatura si alza, lo strato di permafrost si scioglie, la terra che lo ricopriva non ha più sostegno…lascia perdere il buco…cerca di capire perché la temperatura si alza.”
Vincenzo Arcadipane nella sua normalità, con il banale buon senso lo capisce, non gli interessa il dark web in sé e per sé, comprende nella sua interezza che ciò che accade nel dark web è una semplice conseguenza dei guasti fuori del web.
“…è colpa della noia, della rete, o del fatto che abbiamo buttato tutto?”
Sono queste storture esterne quelle che portano i cacciatori a risalire in superficie per dare prova di sé, mettersi in gioco, accumulare punti che diano un senso al loro ingegno.
Tuttavia, la vita non è un gioco, e Arcadipane sa quello che deve fare, è inutile gettare le reti a strascico per setacciare il fondo, il suo compito, il suo dovere, è dare la caccia e fermare una volta per sempre il gioco nefasto, bloccare i “ surface hunters”, i cacciatori di superficie.
Lo fa con calma, con efficacia, al meglio che gli riesce, assaporando un sucai, ha zucchero in superficie, dolcifica e quindi semplifica un po' le cose, tuttavia lo fa con rabbia, quella è necessaria, sempre le vittime innocenti suscitano rabbia. Una rabbia semplice, anche se è proprio quella più letale, però semplice. Una rabbia semplice, adatta alla banalità del male. E della rete.

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Davide Longo e Vincenzo Arcadipane
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Febbraio, 2021
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La stanchezza di vivere

Un romanzo che ci pone davanti ad una profonda stanchezza di vivere, questo “Chiaroscuro” di Raven Leilani. Se pensiamo che la protagonista ha solo ventitré anni, possiamo assaporare fino in fondo il retrogusto piuttosto amaro che si nasconde in questa narrazione.

Edith è giovane ma già profondamente sola; usa il sesso per colmare il senso di vuoto che contraddistingue la sua vita. In una New York frenetica e indifferente lei è afroamericana, orfana, donna. Sembra incapace di continuare a lottare in una battaglia in cui ha già perso in partenza, sembra troppo stanca per volere davvero aspirare alla felicità. Non ha la forza per venir fuori dallo squallore in cui si è trovata e sembra voler semplicemente sopravvivere. Spesso, rivolgendosi a se stessa, si ripete che è felice di essere viva, ma è evidente che questo mantra di auto convincimento è poco efficace. In parallelo infatti emerge dal suo flusso di pensieri il concetto che se fosse morta sarebbe tutto molto più semplice.

Mentre cerca un salvagente negli incontri sul web conosce Eric, un uomo che ha il doppio dei suoi anni ed è sposato. Quando Edith perde il lavoro e si trova in gravi difficoltà economiche, il regno della possibilità che siamo abituati ad associare all’America rivela invece il suo lato più oscuro. Semplicemente la società in cui Edith vive è del tutto indifferente alla sua sorte, gli unici che le rivolgono attenzione sono appunto il suo amante, Eric, e sua moglie Rebecca. Quest’ultima decide di ospitare Edith nella loro casa coniugale, di offrirle vitto, alloggio e un po’ di soldi. Lo fa essenzialmente per desiderio di controllo all’interno della relazione disfunzionale con il marito. Eric e Rebecca hanno adottato una figlia afroamericana, Akila, di tredici anni, che riesce ad instaurare un qualche tipo di legame con Edith.

Si tratta quindi di una lettura che definirei, in conclusione, un pochino disturbante nel suo mettere in luce lo squallore diverso di esistenze diverse. Tutte caratterizzate da un forte senso di solitudine, di incapacità di realizzare legami profondi con gli altri, soffocate da eccessivo individualismo, in un vuoto dove sembrano fare la differenza soltanto i beni materiali. Un romanzo, in ogni caso, riuscito, proprio perché questa tristezza e stanchezza di vivere che vi viene rappresentata emerge con nitida chiarezza.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    07 Febbraio, 2021
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Personaggi in cerca di autore, e viceversa

Il successo di alcuni personaggi di pura invenzione letteraria, almeno quelli più noti e di frequente riscontro in libreria, poiché protagonisti di fortunati romanzi seriali, risiede certamente nell’indubbio valore dei loro autori nell’offrire buone storie, interessanti, ben scritte e gradevoli a leggersi.
La qualità del prodotto offerto determina, un titolo dopo l’altro, un meccanismo di fidelizzazione nei confronti delle figure degli interpreti da parte della maggioranza dei lettori: pertanto, a chi legge riesce particolarmente gradito rincontrarli periodicamente, conoscere gradualmente sempre un po' di più del loro vissuto, i loro trascorsi, come sono, cosa pensano, come vivono quando non sono impegnati al di fuori della storia che si sta leggendo.
Se ne vuole sapere di più, una vera e propria ricerca di un gossip cartaceo, il lettore appassionato è curioso di sapere come mai fanno quello che fanno, cosa è accaduto che determina certe reazioni da parte loro e non altro, e via così, una forte curiosità nei confronti del privato dei loro eroi, di quanto non espressamente o compiutamente rivelato, quantunque sia ben noto che si tratti in fin dei conti di personaggi di fantasia.
Lo scrittore sensibile agli umori del suo pubblico avverte chiaramente questo che altro non è che un indice di gradimento del suo personaggio, pertanto nelle sue storie si premura di centellinare informazioni sul privato dell’interprete principale, un ritratto a tinte lievi appena accennato e però intimo e intrigante, che si intreccia spesso e volentieri nella trama stessa della storia raccontata, e a lungo andare delinea nei libri che si succedono una più o meno completa biografia del personaggio principale.
Ecco quindi che dopo la lettura di un certo numero di romanzi, per esempio, il lettore affezionato dello scrittore Maurizio De Giovanni conosce perfettamente in cosa consiste il “fatto” che segue e caratterizza il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in servizio presso la squadra omicidi della Regia Questura di Napoli negli anni della dittatura fascista; oppure come mai, nei romanzi di Antonio Manzini, un “romano de’ Roma” purosangue come il vicequestore Rocco Schiavone è costretto suo malgrado ad esercitare le sue funzioni nei commissariati della nevosa Valle d’Aosta; ed infine perché mai in una ridente cittadina balneare della Riviera toscana a risolvere enigmi polizieschi sono dei baldi vecchietti ottuagenari, come accade nei romanzi dello scrittore pisano Marco Malvaldi.
Chi ha letto i libri dei citati, magari sa rispondere; chi ne ha letto uno solo, è curioso di saperne di più.
La scrittrice spagnola Alicia Gimenez Bartlett ha fatto di più, presa magari da un entusiastico fervore letterario, ha deciso di offrire condensato in un solo testo di tutto e di più del personaggio che le ha procurato maggiore fortuna e notorietà, l’ispettrice di Polizia Petra Delicado, in servizio presso la squadra omicidi del commissariato di Barcellona.
L’ “Autobiografia di Petra Delicado” pertanto non è un giallo, non un romanzo, è esattamente quello che dice di essere, una biografia, un ritratto di sé stessa delineato proprio dal personaggio in prima persona. Letteralmente un’autobiografia, il personaggio Petra Delicado lo dice subito nelle pagine iniziali, ha bisogno di uno stacco esistenziale da tutto e tutti, pertanto si ritira per una settimana in un austero convento di religiose, fuori dal mondo, spegne cellulari e tecnologie per meglio isolarsi, e su quaderni di scuola riversa la propria esistenza, niente più di quello che potrebbe definirsi un esercizio spirituale, una forma di catarsi, o anche un modo con cui autore e personaggio ritrovano sé stessi.
Petra Delicado non è un personaggio in cerca d’autore, o che disconosce la sua autrice.
Nemmeno la Gimenez Bartlett ha qui necessità di cercare il suo personaggio, svelarne chissà quale lato oscuro taciuto altrove, nessun mistero questa volta, la sua creatura le è chiara nei minimi particolari, la scrittrice non è alla ricerca del tempo perduto, semplicemente desidera offrire al lettore vecchio e nuovo un ritratto di Petra condensato e però ben estrinsecato nei particolari perché, come spesso accade, se Alicia Gimenez Bartlett ha creato Petra Delicado, poi Petra Delicado è cresciuta e cammina con le proprie gambe, la Bartlet non inventa più niente, è Petra Delicado che le racconta le sue storie, le sue indagini, la sua vita, la Gimenez Bartlett si limita ormai semplicemente a smistarle al lettore come tali. Con questa “Autobiografia” Alicia Gimenez Bartlett rende chiaro che la sua creatura non le appartiene più, è stata ormai adottata dai suoi lettori, a loro la offre in tutti i suoi risvolti privati, e con tutti i particolari, come è giusto che sia.
Nei libri di Alicia Gimenez Bartlett Petra Delicado, sia nella professione che nella vita privata è esattamente quello che il suo nome indica, una donna che è ferma, tenace, ostinata, e contemporaneamente, perché lei è completa, sa che una cosa non esclude l’altra, è anche una donna dall’anima delicata, sa essere quando occorre sensibile, garbata, leggiadra, deliziosa.
Come noi tutti, ha varie sfaccettature, non aderisce ad alcun cliché prestabilito, non a caso svolge una professione che vox populi vorrebbe appannaggio del rude maschilismo, e lo svolge meglio di tanti uomini. Petra Delicado è in sintesi una normalissima donna in gamba, concreta, sia intelligente che di buon senso pratico, e però dolce, amabile, deliziosa all’occorrenza, in sintesi è sé stessa con pari sensibilità e durezza secondo quando serve, e non per stereotipi antiquati.
Non una femminista ante litteram semplicemente una donna comune che da sempre rivendica senza timori il suo essere donna, adulta, autonoma, responsabile intelligente e sensibile.
L’ispettrice è una donna specchio dei suoi tempi, nata in un’epoca difficile per la Spagna, un duro periodo di transizione per il paese, passato dal franchismo e da un regime autoritario e reazionario ad un clima con maggiore libertà in essere, ma con forti resistenze a divenire il nuovo.
Sia Petra che Alicia hanno vissuto di persona la difficoltà di mantenersi donne, padrone di sé stesse e del proprio destino, in un’epoca in cui, malgrado i cambiamenti, ci si ostinava nelle famiglie e nella società a relegare le donne in una posizione stereotipate e antiquate, quanto meno subordinata al genere maschile. Il romanzo tratteggia un profilo preciso, esauriente, esaustivo, di una donna che ha ben chiaro che non intende abdicare alle proprie scelte in nome di principi in cui non crede e non sente suoi, e che giunge a tale consapevolezza attraverso i fatidici passaggi che iniziano dall’infanzia, descrivono la giovinezza, gli studi, l’età matura, gli amori e poi i matrimoni, ben tre!
Sono proprio le sue esperienze di vita a costruire il viatico per cui Petra Delicado è quella che è, una donna che diffida dell’amore imperituro, del matrimonio indissolubile, della famiglia patriarcale e maschilista, anche se si innamora, ama e sa amare, che si è sposata perseverando per ben tre volte ma non ama il matrimonio, e fa scandalo con la sua scelta di non avere figli:
“…La mia infanzia mi ha segnato, come succede a tutti. Non mi va di essere troppo amata, mi accontento del giusto. Non mi piace la famiglia come istituzione. Non ho mai avuto figli.”
Si susseguono le descrizioni, le scuole prima presso istituti di educazione religiosa e poi in quelli laici, la scelta universitaria ed il cambio di rotta nell’indirizzo di studi per influenza del suo compagno.
Ancora, dopo la laurea il matrimonio e l’iniziale excursus professionale come avvocato a ruota del primo marito Hugo, colui che l’aveva condizionata sia nelle scelte di studi che in quelli programmatici dell’esistenza, il suo rendersi conto dell’errore e porvi rimedio prima con il divorzio per poi entrare, quasi per caso, nelle forze di polizia.
Un secondo matrimonio con un originale e assai più giovane ristoratore, Pepe, naufragato dopo ancora meno tempo del primo matrimonio. Senza per questo demordere dalla sua caparbietà e dalla sua dolcezza con la quale continua ad essere lieta per quello che è e per quanto è:
“Se tutti dovessero dare retta alle brutte esperienze del passato, nessuno muoverebbe più un passo e l’umanità sarebbe ferma all’età della Pietra”.
No, Petra Delicado come una pietra sa che stare fermi non funziona, serve evolvere, anche se pietra occorre rotolare, rotolarsi nella vita, ed è questa sua indole, questa sua concretezza, un misto di buon senso, pragmatismo e un tocco di leggerezza che le permettono di affinare il suo intuito come donna e tradurlo in una abile capacità investigativa.
Petra è tosta nel cercare ciò che non quadra, ma è anche empatica nel comprendere perché le cose non quadrano. Inizia una lunga gavetta come archivista, con inevitabili frustrazioni per non essere impiegata in ciò in cui si è preparata, senza però mai demordere o deprimersi, per poi sfruttare una fortuita opportunità per mettersi in luce come investigatrice.
“La vita continua sempre, questo è un grande insegnamento.”
Di là, saranno casi a seguire, successo dopo successo, Petra descrive qui appena un accenno ai suoi primi casi risolti, in cui però il lettore affezionato riconosce le trame dei primi successi della Gimenez Bartlet. Infine, la sua consacrazione ufficiale impiegata in pianta stabile come punto di forza nel lavoro di investigazione nella squadra omicidi, in coppia col fido partner Fermin Garzon.
Ed è storia d’oggi.
In definitiva, non è una cattiva lettura, anche per chi non è proprio un fan della scrittrice spagnola.
Perché ha un bel stile discorsivo accattivante, coinvolgente, si fa leggere con piacere, interessa, a tratti avvince, e non è un giallo, non ci sono misteri da risolvere. Dimostra che certo, costruire un bel personaggio, conduce la storia. Però poi la storia devi saperla scrivere, portarla all’attenzione del lettore; Alicia Gimenez Bartlet ci offre un saggio di abilità, con una biografia della sua eroina, raccontata in prima persona, scrive una storia nella storia, descrive l’iter in divenire di una donna in uno dei periodi più critici nella storia del suo Paese, ma insieme anche il progredire della Donna.
In sintesi, direi che è un libro femminista, un omaggio alle donne, che nella loro semplicità sanno essere pietre e delicate insieme.
L’altro genere, non lo sa fare con pari efficacia, diciamolo, da uomo a uomo.

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I libri di Alicia Gimenez Bartlett con Petra Delicado protagonista
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    07 Febbraio, 2021
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Un inno alla musica

Questo libro può avere tre scenari di lettori: chi ama o semplicemente gradisce la musica classica andrà in visibilio, chi è curioso verso la musica classica ma ha un approccio incostante sarà probabilmente avvicinato ancor di più verso di essa e la lettura di "Orfeo" sarà molto gradevole e infine chi la trova noiosa e incomprensibile troverà questo libro illeggibile e lo abbandonerà dopo non molte pagine. Ecco, questa premessa mi sembra d'obbligo davanti a un romanzo così di nicchia.
Il protagonista è Peter Els, compositore e grande amante della musica e la narrazione si sviluppa su due piani che si intrecciano, quello del suo passato che ripercorre la sua vita dall'infanzia a tarda età e quello presente, in cui l'ormai settantenne Peter Els finisce in non pochi guai per colpa di un esperimento batteriologico ed è costretto a sfuggire alla polizia. La trama in sé l'ho trovata davvero scarna se rapportata a quanto spazio occupa la musica in questo libro. Vengono descritte le emozioni che la musica suscita, come la musica prende forma cioè il processo di composizione, alcuni frammenti addirittura sono abbastanza tecnici che per chi non ha studi musicali rimangono un po' oscuri, i riferimenti ai grandi compositori classici ma anche moderni sono numerosissimi e contiene anche delle vere storie dei loro pezzi e dei compositori stessi come per esempio "Kindertotenlieder" di Mahler, e che dire delle pagine dedicate al "Quartetto per la fine del tempo" di Messian?! Pagine bellissime e interessantissime in cui riporta alla luce come questo quartetto fu composto nel campo di concentramento di Gorlitz e suonato per la prima volta nelle baracche piene di detenuti e guardie del campo, maestoso esempio di come la musica unisce.
"Le note aleggiano e crescono. Rendono le parole inutili quanto un ventriloquo alla radio. Luce e buio schizzano su Peter a ogni cambio di accordo, fremendo senza intermediari. Le note ruzzolano in avanti; ricadono battuta dopo battuta sulle successive, assecondando una logica interna, cupa e bellissima. Un altro accordo lattescente, inquieto, torce le viscere al bambino. Vari sentieri promettenti conducono a note sconosciute. Ma fra le tante diramazioni possibili, la melodia si fa strana. Un salto a sorpresa fa venire la pelle d'oca a Peter. Gli avambracci sono un fiorire d'increspature. Un abbozzo di desiderio gli inturgidisce la minuscola mascolinità. Il gruppo di angeli ubriachi passa a una canzone più difficile. i nuovi accordi sono come il bosco sulla collina vicino alla casa della nonna di Peter, dove il padre una volta l'ha portato a giocare con la slitta. Passo dopo passo i cantanti incespicano verso un fitto di armonie aggrovigliate. Qualcosa allunga il piede e fa lo sgambetto alla musica. Le dita della madre si perdono. Battono su vari tasti, tutti sbagliati. I cantanti agitano il bicchiere di gin e capitombolano ridendo dentro un fosso. Poi, dal suo nascondiglio, il bambino in pigiama intona a squarciagola le note dell'accordo perduto."
Il primo amore di Peter fu "La Jupiter" di Mozart, a essa ne seguì molti altri e tutti descritti in questo libro che personalmente trovo riduttivo chiamare romanzo perché trascende da esso. Ho avuto l'occasione di scoprire tante curiosità nonché molti pezzi che mi sono segnata e più di tutti il Quartetto di Messian, che è di una bellezza e tristezza impressionante ed ascoltarlo mentre leggevo la sua storia e anche la sua spiegazione in questo libro è stata davvero una esperienza artistica. Questo è un libro da leggere ascoltando anche i numerosi pezzi ai quali fa riferimento, per mia esperienza il valore cresce esponenzialmente, a meno che conoscete già quei brani musicali.
La prosa è molto armoniosa, elegante, a volte asciutta come nel caso della descrizione della gita al lago in cui il padre di Peter ha un fatale infarto, altre volte più dettagliata - e questo succede quando si descrive la musica perché la narrazione sembra prendere il volo e lasciarsi andare alle sensazioni.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Febbraio, 2021
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Educazione sentimentale a metri quadri

Andrea Bajani con il suo nuovo romanzo decide di raccontare la vita di Io (così verrà chiamato per tutto il libro), attraverso le abitazioni in cui il protagonista è cresciuto ed ha vissuto gli attimi salienti della sua vita.

Il romanzo è innovativo, su questo non ci sono dubbi, l'autore suddivide il libro in capitoli dedicati alle varie case, ogni due o tre pagine ci troviamo in un anno diverso e in una nuova casa.
Partiamo dalla sua nascita, ma i salti temporali sono continui, andiamo avanti e indietro nel tempo e spesso ci ritroviamo dopo molte pagine nelle solite case, ma in anni e situazioni differenti.

Lo stile dell'autore è particolare, forse anche un po' troppo, minimalista nel rappresentare alcune scene ma comunque non superficiale. Non sarà facile mettere tutti i tasselli al posto giusto per avere alla fine un quadro generale, molte volte durante la lettura mi sono sentita un po' spaesata, non è poi semplice leggere un libro in cui i protagonisti sono Io, Nonna, Madre, Padre, Sorella, Moglie, Bambina e Tartaruga.

Bajani mostra il dietro le quinte, quello che succede nelle case e non solo. Un romanzo che si fa leggere ma che non mi ha entusiasmata. Avrei preferito un approccio più empatico, una storia se non più lineare, almeno più coinvolgente. Le basi ci sono tutte, l'idea è interessante, le dinamiche molto forti ma nel complesso non incanta.

Questo è solo un pensiero personale, l'autore a mio avviso “gioca” troppo con l'italiano, cerca di esaltarlo e di utilizzare parole molto ricercate, a volte anche troppo, ma il risultato non è poi così piacevole, che voglia mettere troppo in luce le sue doti?

Non so se consigliarlo e non saprei a chi consigliarlo...posso dire che è un libro diverso e forse adatto a chi vuol apprezzare nuovi stili di scrittura.

“È da qui, nascendo che il mobilio detterà a Io per sempre la sua legge: sarà lui, da oggi in poi, ad avere l'ultima parola su tutti gli spazi che Io vorrà abitare, sulle metrature, sull'altezza dei soffitti, sull'organizzazione degli oggetti, dei vestiti, della pasta e del cibo in scatolette.”

Buona lettura.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    06 Febbraio, 2021
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I primi passi di una grande scrittrice

Patricia Highsmith è nota al mondo per aver ideato il personaggio di Tom Ripley. protagonista di una serie di romanzi ampiamente trasformati pure in film di successo. In questa collana sono offerti ai lettori italiani alcuni lavori giovanili della controversa scrittrice americana, ma naturalizzata svizzera. Sono sedici racconti scritti tra gli ’40 e ’50, quando l’A. era poco più che adolescente. Sedici storie ambientate in un’America che mostra ancora aspetti ingenui, bigotti e provinciali. Sono francobolli di vita quotidiana, istantanee su micro drammi nei quali i protagonisti si trovano a dover affrontare le piccole tempeste interiori con risultati a volte paradossali, a volte terribilmente concreti.
Una bambina, eccitata dal trasloco a New York, solo per il banale commento di una coetanea precipiterà in uno stato di profondo sconforto. Uno stressato tassista newyorkese fuggito dalla metropoli alla ricerca di pace in una cittadina di provincia, subirà il trauma opposto: dopo essersi sentito accettato e appagato dal nuovo ambiente bonario che lo circonda, si troverà all’improvviso reietto e disperato. Una mamma borghese e conformista spezzerà la spontanea gioia del figlioletto per stupidi pregiudizi classisti. Un collezionista di stampe antiche vedrà scemare la gioia per la sua ultima conquista, a causa di un apparentemente insignificante dubbio semantico. Una governante, troppo ansiosa nel volersi prodigare per la famiglia che l’ha accolta così benevolmente, provocherà una tragedia.

Non è facile commentare un libro privo di una coerenza e unitarietà di base, nel quale ognuna delle parti che lo costituisce fa storia a sé. In alcuni dei racconti si percepisce ancora l’ingenuità infantile della scrittrice. Addirittura è possibile immaginarne il manoscritto, vergato in una calligrafia immatura su quadernetti dalla copertina nera e dai bordi rossi, come si usavano negli anni ’40. In altri, invece, è già presente l’acuta, cinica capacità di osservare e analizzare i comportamenti umani con fredda precisione portando situazioni apparentemente ordinarie alle estreme conseguenze.
I temi delle storie sono molto diversi ed eterogenei: alcuni sono beffardi, altri simpaticamente sentimentali, altri fiabeschi, alcuni sfiorano la tragedia. Il titolo italiano tenta di unificare la raccolta, ma, in effetti, è fuorviante. Per quanto la presenza femminile sia predominante e spesso immanente, non si può affermare che le donne (o le femmine, visto che non si può parlare di donne a proposito di una mamma ragno o di una borsa color cachi) siano le assolute protagoniste, dirette o indirette, delle storie.
Se si vuol trovare un filo conduttore della raccolta lo si potrebbe cercare in quel particolare stato d’animo, quella trepidazione, quel sentimento di lieve inquietudine che sembra riunire quasi tutti i protagonisti delle vicende. Una strisciante angoscia o disillusione mina le loro certezze e li strappa con derisoria crudeltà dalla serenità che agognano. Il più delle volte assistiamo a un loro iniziale stato di ebbra felicità, di ottimismo e gioia incondizionati in cui tutto sembra in perfetta armonia con le più intime aspettative. Poi, per una ragione, non di rado futile e secondaria, quell’apparente stato di grazia si incrina, talvolta repentinamente, talaltra in modo lento e subdolo, e una cappa plumbea di frustrazione se non addirittura di disperazione piomba addosso a loro. In alcuni racconti il processo è inverso e da un’ansia e un’angoscia iniziali sboccia un effimero stato di gaiezza, forse pure sproporzionato alle circostanze. In altri, infine, quel tremore dei sentimenti deflagra in tragedia. In tutti, comunque, la normalità del fatto quotidiano viene amplificata e ingigantita nell’animo dei protagonisti.

Mi piace segnalare soprattutto tre racconti. Ne “Un uomo tanto gentile” due bambine si trovano alle prese con uno sconosciuto che si dimostra oltremodo (troppo?) cortese: fa loro complimenti, offre caramelle, un giro in auto. Visto con gli occhi di una bimba, quell’episodio appare solo come un piacevole intermezzo di una noiosa e afosa giornata estiva. Con la saggezza (o il pessimismo?) dell’adulto (soprattutto dell’adulto di oggi), invece, quella presenza risulta scomoda, incongrua e getta un’angosciante ombra di minacce su tutta la vicenda. La storia è fatta più di sottintesi e di obiter dicta, ma lascia con il fiato sospeso sino all’epilogo.
Per altri versi è simpaticamente coinvolgente “Una scampanellata per Louisa” dove un’acida zitella, immigrata danese, tutta chiusa nel proprio mondo, si trova involontariamente coinvolta nell’assistenza a due bambine e alla loro nonna, ammalate di scarlattina. Quella breve esperienza alla Flora Nightingale le aprirà un mondo di sensazioni nuove schiudendole il cuore a sentimenti a cui pensava di aver rinunciato per sempre.
Infine ne “Il Guardalumache” una situazione strana e surreale, ma, al tempo stesso, convenzionale, evolverà sino a tingersi di connotazioni horror.

Lo stile della Highsmith, in queste sue prime prove, è già decisamente maturo e fluente, considerando, soprattutto l’età a cui le scrisse. l’A. è molto attenta a costruire le ambientazioni e le atmosfere. Con descrizioni precise delinea accuratamente i contesti. Come osservavo sopra, in alcuni casi le storie peccano ancora di una buona dose di ingenuità, ma in generale i racconti, nella loro stringata essenzialità, sono tutti già molto “adulti”: le situazioni sono tratteggiate da abili, rapidi colpi di penna che hanno il merito di lasciare astutamente spazio alla fantasia del lettore perché si scateni aggiungendo, magari, ancora un po’ più di pepe a contesti spesso solo accennati.

In definitiva si tratta di un buon libro, nel quale i singoli racconti possono essere goduti in rapide sessioni di lettura e apprezzati come un cabaret di tartine, dove al dolce si alterna il salato e, magari, il piccante, con gradevole variabilità.

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Febbraio, 2021
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L'incompreso

L’urlo nasce in gola, disperata formulo la parola AIUTO, con tutta l’aria che ho nei polmoni, con tutta la potenza nella mia voce giovane di donna. La mente elabora e lo sconforto ribolle, gridare devo gridare…silenzio.
Non un rumore, non una sillaba, nemmeno uno squittio, resta il fruscio delle lacrime che scendono. Riesco soltanto a piangere, senza tregua e senza speranza.

Risponde affermativamente ad ogni domanda, la testa troppo piccola sul corpo esile. Credono che non capisca, immaginano sia una forma di sottomissione, l’inequivocabile arrendersi del figlio di un dio minore. Lo sguardo liquido e la manina afflosciata tra le dita della donna che lo accompagna.
Poi la porta si chiude.

Un attentato su di un treno, un uomo spara a una sconosciuta e con quella stessa arma, qualche giorno dopo, a un’insegnante viene teso un agguato. L’unico dettaglio comune di un caso che non presenta alcun appiglio. Solo il tempo, solo il crollo emotivo potrà dare una svolta ad un’indagine che è radicata nel passato più oscuro.

Accattivante la trama che vede i moventi ben occultati per gran parte del libro, alcuni spunti sono veramente interessanti e rappresentano il punto di forza di questo thriller stuzzicante, in cui complicato è trovare il bandolo della matassa. La scrittura è fluida e scorre veloce, sebbene complessivamente non mi abbia entusiasmata. L’emisfero investigativo è decisamente penalizzato da una serie di soggetti poco brillanti, imprecisioni e inadeguatezza nell’affrontare un caso ostile servono forse a dare risalto all’unico detective carismatico, che è però sospeso dal servizio ed emerge solo nelle ultime pagine.
Un buon lavoro, con qualche carenza.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    04 Febbraio, 2021
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Maledette marchette

Quando ho scelto di leggere questo romanzo non avevo ancora letto le marchette poste sulla quarta di copertina. Secondo il New York Times, Ian McGuire è un “Dickens coniugato al presente”, mentre per Philipp Meyer - che dopo quest’affermazione diventa un autore che probabilmente non leggerò mai - lo definisce “un autore tra Cormac McCarthy e Raymond Chandler”. Con sole due marchette hanno scomodato due dei miei autori preferiti e uno che è sulla strada per esserlo
3x2.
Ma queste affermazioni sono davvero appropriate? Per me, no: di Cormac McCarthy questo romanzo non ha assolutamente niente, né nello stile né nei contenuti, mentre di Dickens si possono (forse) distinguere gli echi nelle descrizioni che chiamano in causa tutti i cinque sensi, mentre nella caratterizzazione del protagonista O’Connor v’è un timido tentativo di imitare il carisma del Marlowe di Chandler. Come ho già detto in passato, questi paragoni insensati e messi al solo scopo di vendere hanno nel lettore che conosce gli autori un effetto opposto: lo irritano e lo portano a giudicare il romanzo in maniera più severa di quanto probabilmente avrebbe fatto. Buono per le vendite, non per l’autore che si trova a fronteggiare paragoni scomodi e inclementi.
Tralasciando questo, “L’astemio” è un romanzo ben scritto, ma non molto di più. Lo stile è altalenante, in certi tratti di buon livello con dei brani anche piuttosto belli, ma in certi altri dà l’impressione di non avere a che fare con un autore super-acclamato (quale sembra essere Ian McGuire) ma con un esordiente: questo traspare soprattutto nei dialoghi, che sono spesso artificiosi, con diverse espressioni banali o innaturali. Probabilmente sono le descrizioni il punto di forza dell’autore, ma questo non basta a reggere una trama non troppo appassionante e dei personaggi non abbastanza forti e carismatici.
La trama ruota attorno a un evento realmente accaduto, ovvero l’impiccagione di tre feniani (membri della fratellanza repubblicana irlandese) per l’uccisione di un poliziotto inglese. In seguito a questo avranno inizio una serie di eventi che, in breve, vedono come protagonista un mercenario americano (avvolto da un’aura leggendaria) arrivato a Manchester per portare scompiglio nella città a nome dei rivoltosi irlandesi. A cercare di evitare la catastrofe (qualsiasi essa sia) dovrà intervenire O’Connor, poliziotto irlandese trasferito da Dublino a Manchester per i suoi problemi di alcolismo.
Tra le pagine si avverte il tentativo dell’autore di dare una diversa profondità alla sua storia, e il tentativo supremo viene fatto con un finale che, tuttavia, non mi ha lasciato molto più che perplessità.
Mi sa che McGuire dovrà tentare ancora…

“Sono i morti che comandano, pensa, adesso e sempre. Ogni passo avanti è un passo in quella direzione, ogni svolta è parte dello stesso circolo, e quello che chiamiamo amore o speranza è solo un interludio, un modo per dimenticare quel che siamo.”

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Letteratura rosa
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    02 Febbraio, 2021
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Il piacere di leggere

Questo libro ci racconta la vita di Rocco De Falco, un uomo che si è fatto da solo. Figlio minore di due genitori siciliani che si sono trasferiti a Milano in cerca di fortuna e che grazie alle proprie intuizioni al coraggio e al proprio fascino è riuscito a conquistare il mondo. Ricco oltre ogni immaginazione, potente fino all'inverosimile, come spesso succede è carente solo in un settore di quella vita dorata che conduce. Si tratta della vita sentimentale, che è sempre stata in bilico: incapace di amare e di vedere al di là delle apparenze, come possono testimoniare le sue quattro ex mogli. La sua storia ci viene raccontata poco alla volta, intrecciandosi con quella di Giulietta. Lei è il grande amore della sua vita, che lo ha lasciato vicino all'altare perché lo ha scoperto a letto con un'altra. Anche per lei Rocco è stato sempre un'ombra che le ha impedito per tutta la vita di assaporare con pienezza i colori della sua esistenza. Si ritrovano quando entrambi hanno sessant’anni e riprendono le fila della loro vita da dove l’hanno lasciata cominciando dalle basi. Raccontandosi tutti i segreti che non si sono detti da giovani. Non conoscevo Sveva Casati Modigliani e mi è piaciuto molto immergermi in questo modo di scrivere d’altri tempi. Con piacere ho trovato qualcuno che ancora è capace di scrivere usando con competenza anche termini che sonio desueti, ma che rendono perfettamente il senso di quello che ci vuole raccontare. Ho goduto appieno di questo libro, per il solo piacere di leggere, senza mordere il freno per sapere che cosa succede dopo, ma solo per il gusto di vedermi davanti i luoghi e i personaggi descritti. Sempre rappresentati con discrezione, senza eccessi. Da un lato il mondo di Giulietta: una insegnate in pensione che pasa e serate con il club del libro, profuma di violetta e di bucato appena fatto. Dall’altro il modo di Rocco che sa di profumi costosi, aromi di ristoranti a cinque stelle e di mete esotiche. Detto questo commento solo di sfuggita la trama, abbastanza sdolcinata e direi tutt’altro che realistica. Troppo indulgente secondo me la scrittrice verso due persone arroganti e anaffettive. Mi verrebbe da dire che si piglia si somiglia.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    30 Gennaio, 2021
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Il lato oscuro della bellezza

Tre donne le cui vite si sono intrecciate in maniera indissolubile durante l'adolescenza.
Un periodo della vita che ha posto un marchio su ciascuna, destinato a imprimersi nel corpo, nell'animo e a comandarne per sempre le esistenze.
Livia, una ragazza talmente bella esteticamente da fermare lo sguardo a quello splendido guscio che la racchiude; nessuno capace di coglierne i lati oscuri che ne lordano il cuore, nessuno pronto ad allungare una mano per salvarla. Nessuno capace di oltrepassare il muro della bellezza.
Federica, una sorella vittima di un contesto familiare, divisa tra spirito di rivalsa, necessità di attenzioni o semplice desiderio di evasione.
E poi, lei, la voce narrante, la scrittrice in prima persona: prima un'adolescente minata da complessi fisici e contrasti familiari, corrosa dalla ricerca dell'accettazione da parte del prossimo, poi una donna che non ha ancora appianato i conti col passato, che lotta ancora oggi come ieri per trovare un punto di equilibrio con gli altri e con se stessa.

Numerose, importanti e dolorose, le tematiche che trovano linfa da questo flusso narrativo a briglia sciolta, un viaggio introspettivo su due piani temporali, una lenta e tagliente presa di coscienza giunta alle soglie dei cinquant'anni.
Il tempo presente come frutto maturato dalle scelte del passato, un frutto irto di spine che non si possono più estipare ma con cui bisogna convivere.

E' un'analisi impietosa e senza i veli del perbenismo quella proposta dall'autrice, una voce graffiante che tenta di espellere anni di rancori, di desolazione, di mancanze, di lacerazioni, per portare alla luce quella adolescente sepolta da strati di infinita incomprensione e inadeguatezza.
Una scrittura a scatti che non presta il fianco al fronzolo narrativo, che rispecchia la durezza dei pensieri e delle immagine che emergono dall'oscurità.
Una storia che grida voglia di liberazione ma con la lucida consapevolezza che la strada richiede un lungo e tortuoso percorso.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    24 Gennaio, 2021
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L'importante è bere il caffè finché è caldo

Ho iniziato questo libro divisa in due parti: da un lato c'era la mia parte razionale che mi portava a diffidare da queste storie che superano i confini del reale; per fortuna dall'altro, c'era il mio lato sognatore che ha preso il sopravvento e mi ha fatto godere a pieno le bellissime storie raccontate in questo testo.

Il Giappone si sa è un luogo che richiama gli spiriti e ti fa credere a cose anche non reali, ne ho avuto un esempio con la cabina del telefono senza fili di un altro romanzo, qui ci troviamo all'interno di un caffè, dove un solo tavolo permette di tornare nel passato e nel futuro.

Molti di noi vorrebbero avere una possibilità per poter tornare indietro e dire qualcosa a qualcuno, bene in questo caffè si può, ma le regole da seguire sono molte, fra le più importanti c'è quella che non si può modificare il presente, la persona che si vuole incontrare deve essere già stata lì e soprattutto che il caffè va bevuto finché è caldo altrimenti si rischia di rimanere intrappolati.

Ad accoglierci nel caffè c'è la efficiente ma sempre seria Kazu, il tenero papà Nagare e la sua dolcissima bambina Miki che riesce a sdrammatizzare la serietà del romanzo. Un cliente dopo l'altro viviamo le storie e il perché quelle persone hanno bisogno di quel tavolino.

L'atmosfera del Giappone non si vive all'esterno fra ciliegi e palazzi, ma l'autore riesce a portarla all'interno di questo piccolo caffè, una storia che ti aspetti vista la sensibilità e la scelta degli argomenti più adatta ad una scrittrice e invece ti trovi la foto di questo scrittore così sorridente che ti scalda il cuore.

Non ho letto il primo libro dell'autore, con questo non ho avuto difficoltà ad ambientarmi, le storie sono tutte molto forti e la lacrima è scappata. Anch'io avrei voluto gustarmi un bel caffè e farmi sorprendere dalla vita come hanno fatto i vari personaggi.

Un libro veloce, scritto bene e molto profondo ma non pensante. L'autore ha voluto dare un po' di speranza in questo periodo non semplice.

Lo consiglio solo a chi ha voglia di lasciare la realtà e sedersi a bere un buon caffè.

“La sua vita di disperazione era diventata una vita di speranza. Il suo modo di pensare si era radicalmente trasformato.
“Non è il mondo a essere cambiato, sono io...””.

Buona lettura!!!

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Avventura
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Gennaio, 2021
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Onore, vendetta, riscatto.

Torna in libreria Wilbur Smith con “Il richiamo del corvo” opera con la quale l’autore ci invita a riflettere sul destino e la brutalità della natura umana in particolare soffermando la propria attenzione su quel che è stato lo schiavismo in America e sulla potenza dei sentimenti. Sono proprio i sentimenti a far da padroni fra queste pagine, sentimenti ed emozioni che possono distruggerci oppure farci crescere.
Tutto ha inizio quando Mungo St John è costretto a far ritorno a casa dall’università a causa della morte del padre. Mungo ha sempre dato per scontata la sua condizione di agio e benessere. Per lui era un qualcosa di improcrastinabile e di naturale essendo da sempre abituato a non dover far altro che desiderare un qualcosa per appagarlo. Eppure, quando torna a casa, scopre che il suo destino sta per prendere, anzi ha già preso, una direzione diversa perché ha perso tutto. Tutto quello che determinava il suo status benestante non esiste più. Chester Marion, l’avvocato al servizio della famiglia, che si è occupato della proprietà dei St John, li ha mandati in rovina e per mezzo di un subdolo inganno è riuscito a intascarsi l’eredità dell’erede legittimo. Schiavi compresi, compresa la sua Camilla la giovane serva di cui Mungo è innamorato da sempre, compresa quella serva che adesso è resa l’amante del suo nuovo padrone.
Da qui Mungo giura vendetta, giura di riappropriarsi di quel che gli spetta e di liberare quella donna che tanto ama. Le strade in un certo senso si dividono perché mentre lei è costretta a piegarsi alla realtà della schiavitù, egli dovrà fare i conti con una serie di avversità che mai ha dovuto fronteggiare e decidere se spingersi oltre i limiti.

«Una professione magnifica e nobile» sottolineò Mungo, «ma se mai riuscirete a eliminare il traffico di schiavi resterete senza lavoro, quindi è nel vostro interesse garantire che prosegua.»
Fairchild lo fissò orripilato. «Discutere con voi è come discutere con il diavolo in persona» si lamentò. «Il bianco è nero e il nero è bianco.»

Con una penna rapida e fluida, Wilbur Smith dona ai suoi lettori un romanzo d’avventura dalle tinte storiche che non manca di coinvolgere nelle vicende e arrivare a un pubblico vasto. L’opera che contiene al suo interno i tratti tipici dell’avventura, della storia, dell’amore, dell’inganno, del riscatto, della possibilità di salvezza, della ricerca di una nuova strada da poter intraprendere, della schiavitù, dell’odio, della vendetta, della passione e del sentimento, si presta alla lettura di lettori molto eterogenei tra loro. Smith a quarant’anni dalla pubblicazione di “Quando vola il falco”, il primo romanzo della serie dei Ballantyne, torna a proporci un nuovo episodio avente come protagonista uno dei personaggi più amati e più odiati per il suo essere al contempo sia Dr Jekyll che Mr Hyde.
Il titolo non può definirsi il miglior lavoro dello scrittore soprattutto per chi ha letto i suoi lavori più famosi e di successo ma rappresenta comunque una lettura con un suo perché e con qualcosa da dire in particolare proprio sull’aspetto relativo alla schiavitù che pagina dopo pagina emerge con un quadro vivido e ben delineato.
Lineare nella sua costruzione, logico nel suo sviluppo, “Il richiamo del corvo” è una lettura rapida che si conclude in un paio di giorni e che è adatta a chi ama questa tipologia di romanzi a prescindere dall’aver letto i libri precedenti ma anche a chi cerca un elaborato non troppo impegnativo con cui trascorrere ore liete e staccare la spina ma con un componimento intelligente e che nulla lascia al caso.
Godibile, piacevole, di intrattenimento.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    20 Gennaio, 2021
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Penelope Spada

«La nonna diceva che le cose più stupide le fanno le persone più intelligenti. Le persone molto intelligenti fanno errori catastrofici non nonostante la loro intelligenza, ma proprio a causa della loro intelligenza.»

E questo Penelope Spada lo sa molto bene, lei che in un’altra vita è stata Pubblico Ministero, lei che proprio per un misterioso fatto del passato ha perso tutto e trascorre le sue mattinate milanesi tra caffè corretti con Jack Daniel’s dopo nottate perse con uomini sconosciuti e che mai più incontrerà. Quando Zanardi, giornalista con il quale ha collaborato spesso negli anni dei tribunali, manda al suo cospetto Mario Rossi, ella sa che le sue giornate prenderanno una piega inaspettata. Perché tra sigarette, uomini e drink con cui anestetizzare la mente, quel caso solleticherà la sua curiosità, la porterà ad indagare. Quell’uomo, indagato per la morte della moglie Giuliana Baldi e di poi scagionato con una archiviazione, vuole che a suo carico non esista alcun dubbio di possibile colpevolezza non tanto per se stesso quanto per sua figlia adesso piccola ma che un giorno sarà grande e vorrà conoscere dell’omicidio della madre e non dovrà avere dubbio alcuno sulla possibilità di un coinvolgimento del padre.

«Lo so benissimo che i sogni ci sono comunque, anche se uno non se li ricorda. Ma si può dire che una cosa esiste se nessuno la percepisce e nessuno la ricorda? Soprattutto se non è una cosa ma solo una fugace rappresentazione della mente che dorme? Non lo so, ho molti dubbi.»

Tutto ha avuto inizio in quel 13 ottobre 2016 quando Giuliana, istruttrice di fitness e personal trainer, non aveva fatto rientro a casa. La denuncia in questura era valsa a poco; il corpo della donna era stato rinvenuto il giorno seguente, nel pomeriggio, alla periferia di Rozzano. Il cadavere, rinvenuto da un pensionato che stava portando il cane a fare una passeggiata, presentava un colpo d’arma da fuoco alla testa e tanto era chiaro che quello non era il luogo del delitto essendovi la stessa stata trasportata, tanto era chiaro che la ratio della morte era proprio quel colpo di pistola calibro 38. Unico sospettato, il marito. Il caso era stato archiviato con la motivazione che non sussistevano motivi per procedere ma che comunque a suo carico sussistevano “inquietanti” sospetti a causa, appunto, di mancanza di ipotesi alternative. È questo “inquietanti sospetti” che non offre tregua all’uomo che non vuole che un domani la figlia possa anche solo lontanamente pensare che sia stato lui a privarla della madre. Da qui la richiesta di aiuto a Penny preceduta sempre dal suo intuito e impiegata in alcune investigazioni private in ambito coniugale. Ed è ovvio che la sua curiosità è forte, troppe sono le incongruenze evidenziate negli atti, il non fatto. L’indagine ha inizio e porterà alla risoluzione di un buon arcano che non mancherà di solleticare le corde dei lettori appassionati di gialli giudiziari e di Gianrico Carofiglio.

«Quella lucidità avrebbe dovuto infastidirmi o peggio. Invece no. Forse perché non sembrava, come in tanti altri casi del passato, freddezza e oscena insensibilità. Piuttosto una manifestazione dello spirito di sopravvivenza, di adattabilità istintiva agli eventi. Una cosa certamente non morale, ma nemmeno immorale. Sopravvivenza.»

Un titolo rapido è l’ultima opera a firma Carofiglio, uno scritto che si legge in pochissime ore e che si presenta quale il primo episodio di una nuova serie con una nuova protagonista. Ed è proprio Penelope il punto di forza o di debolezza del libro perché o la si ama, o la si odia. La dottoressa Spada è una antieroina, non è l’eroe per eccellenza retto e puro a cui siamo abituati nei romanzi. Sbaglia, è una figura contraddittoria (mangia sano e bio, fuma e beve come se non ci fosse un domani), non riesce a dimenticare quel che è stato, non riesce a farci i conti, è un’anima dolente. Da un lato attrae, dall’altro può respingere. Il suo temperamento e il suo carattere sono le maglie principali che spingono la storia.
Lo stile narrativo è rapido, fluido, diretto. Non mancano i riferimenti giuridici e le canoniche delineazioni in ambito legale, spiccano le emozioni e arriva l’umanità della figura della prima attrice. L’elaborato è in un crescendo, l’asticella sale e ben regge anche nell’epilogo che non delude le aspettative perché lineare e in asse con il narrato che lo precede. Non forse il capolavoro dello scrittore ma certamente un giallo piacevole e con un protagonista diverso dai soliti del romanziere con il quale trascorrere ore liete.
Adatto a chi cerca letture non impegnative, da esaurire in poco tempo, ma che abbiano qualcosa da dire e personaggi che parlano da soli. A conclusione della lettura resta la curiosità del sapere come si evolverà la figura della Spada

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    18 Gennaio, 2021
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il buio nelle case degli altri

Chi Ero?
Chi Sono?
Chi Sarò?

Blackwood Bay è un minuscolo, pittoresco paese a picco sul mare, a lungo meta turistica amata dai vacanzieri. Ma la gente del luogo risente dell’isolamento ed i giovani sono oppressi dalla mancanza di stimoli, il faro all’orizzonte si erge nero nella notte. Oscuro come le onde rabbiose che si infrangono sull’imponente e ripida scogliera, ombroso come i segreti celati che le imposte sgretolate non riescono più a trattenere.
Alex è una giovane regista, prima gli studi e poi Londra con una carriera che le apre nuovi orizzonti, il prossimo documentario la condurrà a Blackwood Bay, un ingaggio di cronaca nera per approfondire la sparizione di alcune ragazzine. E’un luogo a lei non estraneo, probabilmente le vacanze di bambina.

Chi era Alex?
Chi è Alex?
Chi sarà Alex?

Buon thriller psicologico che avrebbe potuto essere strepitoso, si legge velocemente ed è affetto da una suspense ai limiti dello snervante. I colpi di scena prevalgono nel tratto finale del romanzo, il corpo del libro si avviluppa invece sulla memoria di Alex che riemerge con estrema lentezza.
A tratti l’autore si dilunga troppo e annacqua la narrazione, certamente la consapevolezza che stia per succedere qualcosa ci avvelena la pazienza e che fatica resistere per non balzare alle ultime pagine. Diligenti, aspettate, che le gravi amnesie hanno tempi tecnici rilevanti per evolversi.
Il punto dolente è forse stato la mancanza di un tratto formidabile sulla caratterizzazione della protagonista, con cui trascorriamo la maggior parte del tempo. C’è un non so che di macchinoso nel suo muoversi che rende poco realistico lo scenario.
Per quanto lo abbia affrontato volentieri, non sono mai entrata completamente nel romanzo, la consapevolezza che stessi leggendo qualcosa di artificioso mi ha accompagnata fino all’ultima pagina. I colpi di coda in dirittura di arrivo incidono certamente sul buon esito di una narrativa con qualche riserva sul taglio dei personaggi, costruiti con troppa freddezza.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    28 Dicembre, 2020
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Jeshua e Aroc

Secondo la tradizione cristiana “Quaranta giorni” sono il periodo intercorrente tra la resurrezione di Gesù e il momento della sua ascensione al cielo. L’argomento è estremamente carico di significati e oltremodo spinoso da trattare in un romanzo “storico” non solo perché si vanno a toccare aspetti che incidono sulla sensibilità dei credenti, ma pure perché in quei quaranta giorni verrà piantato il seme di una rivoluzione culturale (oltre che religiosa) che inciderà in modo determinante sulla storia mondiale dei successivi millenni. Così anche chi, agnosticamente, valuta gli episodi in modo freddamente documentaristico non può sminuire l’importanza del momento.
Gli approcci prevedibili per una narrazione possono essere molteplici. Un credente non può non sentirsi in obbligo di estrapolare, dalle scarne notizie che ci forniscono gli scritti evangelici, un racconto che illustri l’eredità di Cristo e che, riempiendo le lacune presenti nei resoconti canonici, elabori un ammaestramento in sintonia con gli scritti stessi. Uno storico (quale dovrebbe essere Manfredi) potrebbe tentare di calare la vicenda narrata nella realtà documentale, ricostruendo gli avvenimenti secondo quanto logicamente ci si aspetti che possa essere effettivamente accaduto. Un romanziere puro potrebbe intessere una trama attraverso la testimonianza di un ipotetico, fittizio testimone oculare, facendone un’operazione più o meno simile a quella di Damiano Damiani nel film “L’inchiesta”.
Manfredi ha rigettato tutte le sopradette soluzioni e, temerariamente, ne ha affrontata una quarta, decisamente più immaginifica e discutibile. Si è inventato un confronto tra Jeshua di Nazareth e Aroc un essere ugualmente soprannaturale che si atteggia in parte a demone (cioè rappresentante delle morenti divinità pagane) e più spesso a demonio (cioè uno degli angeli caduti che affiancarono Lucifero), anche se l’A., ahimè, non sembra aver chiaro il senso della diversità tra i due termini.
È Aroc, quindi, la voce narrante e il protagonista assoluto della storia. Egli è testimone del supplizio sulla croce. Veglia Jeshua nella tomba e assiste alla sua risurrezione. Lo accompagna nel suo successivo cammino per il mondo. Lo interroga per comprenderne atti e motivazioni. In un vorticoso andirivieni temporale cercherà di convincerlo a salvare Gerusalemme dalla distruzione ad opera delle legioni di Tito o a creare realmente quel “Regno dei Cieli in terra” ove non esista ingiustizia e dolore, promesso nella sua predicazione. Noi, al seguito di Aroc, osserviamo tutta l’agonia di Gerusalemme e dei suoi vari Messiah sino alla catastrofe del 70 d.C. che ci viene descritta con dovizia di particolari reali e fantasiosamente bizzarri. Non ci viene risparmiato neppure un salto nel futuro remoto per una descrizione dettagliata dello scontro finale, sul colle di Harmageddon, tra l’armata delle tenebre - composta, questa sì, da veri demonî (cioè diavoli seguaci di Satana) - contro l’esercito della luce, guidato dai triarchi Michael, Gabriel e Rafael. Aroc, nel frattempo, seduce Berenice, amante di Tito, e la sottrae all’imperatore; combatte per salvare il Tempio di Gerusalemme, si redime approdando alle spiagge del Bene grazie al “perdono” di Jeshua, e fa un paio di salti temporale nell’odierna metropoli israeliana minacciata dagli integralismi. Qui, nel finale, lo vediamo nelle improbabili vesti di agente del Mossad impegnato in un’azione che scongiura il deflagrare di una esiziale nuova guerra religiosa.

Giunti ansimando alla sospirata parola fine ci si domanda a cosa fosse indirizzata questa strampalata operazione letteraria. Inizialmente io avevo sospettato che Aroc altri non fosse che l’alter ego dell’A. che si interrogava sulla propria fede o cercava, sulle ali di una sfrenata fantasia, di preservare le vestigia del passato. Poi, però, quando la storia deraglia verso il fanta-spionaggio, anche questo sospetto viene meno e rimane solo una domanda “Quo vadis, Maxime Valerio?”.
Confesso che provo imbarazzo a stroncare quest’opera: Manfredi è un abilissimo affabulatore e anche quando non è al massimo delle sue possibilità riesce comunque a produrre opere che divertono e restano degne di essere lette. Qui, invece, precipitiamo in un labirinto di concetti vaghi, ma ripetuti sino allo sfinimento. Partendo da un’opera di intento mistico, passiamo a un resoconto storico, a un pamphlet psicologico, a un’epopea demonologica, per giungere a un finale in stile spy-story, senza negarci pure qualche sprazzo di romanzetto erotico.
In definitiva è un guazzabuglio incomprensibile di cui non si capiscono i fini e men che meno le connessioni logiche. L’unico, debole, merito è quello di essere lungo poco più di 200 pagine che, comunque, si fa fatica a terminare.
Ritengo, quindi, che se ne possa, agevolmente, fare a meno, ma è davvero un peccato perché l’argomento scelto poteva dar vita a un’opera di ben altra levatura.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Dicembre, 2020
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Famiglie, verità e disillusioni

Secondo capitolo della saga che ha avuto inizio nel 2016 - sempre per Feltrinelli - con “Caffè amaro”, “Piano Nobile” ci riporta in Sicilia, in quel di una Palermo del 1942. La guerra è in corso, i soldati italiani sono consapevoli che questa è persa in partenza e nel mentre Enrico Sorci, nel suo più lucido delirio dal letto di morte, vede passare davanti a sé tutta la sua vita. Questa prende luogo dai torti subiti e dai torti arrecati, dalle donne amate a quelle rifiutate e tradite per mero piacere della carne o usate per mera necessità e volontà propria ma non esclude nemmeno quella famiglia a cui tanti torti sono stati da lui compiuti. Le sue spoglie ancora vive e mortali abitano quella camera che, escluso per la tappezzeria britannica, è interamente espressione del volto siciliano e ancor più di Rosaria Lupino Stassi, la moglie sottomessa e docile venuta a mancare prima del tempo e fin troppo sottovalutata, la moglie che aveva portato in dote i beni dello zio e che al Sorci ha donato quattro figli maschi e che eppure mai è stata davvero rimpianta rispetto a quelle donne di più blanda compagnia con le quali era solito appagarsi. Non l’ha mai amata, sua moglie, eppure è adesso che essa torna alla sua mente e il suo “valore è emerso come una statua perfettamente conservata dal fondo del mare, rivelando la sua bellezza”. Ed è forse anche giunta l’ora del chiedere perdono?
In un lasso di tempo che oscilla tra il 1942 e gli anni Cinquanta del miracolo economico italiano, “Piano nobile” si apre tra le mani del lettore per mezzo della voce di questa famiglia siciliana composta da personaggi vividi che creano un concerto a più voci. È per mezzo di loro che osserviamo concludersi un mondo e nascerne un altro, è per mezzo di loro e delle loro memorie e testimonianze che ricreiamo la loro storia e la nostra storia, che riviviamo le loro emozioni fatte di passioni, amori, ripicche, vendette, gioie e soddisfazioni, cadute e gelosie.
Un romanzo questo a firma Simonetta Agnello Hornby che parte con un ritmo più lento e che piano piano accelera conducendo per mano il lettore tra le vie di un viaggio introspettivo ed empatico che non delude le aspettative e che appaga non solo gli appassionati della sua prosa quanto anche chi la conosce meno e desidera avvicinarvisi nonché tutti gli appassionati di storia, di saghe famigliari, di rapporti umani e legami fatti sentimenti contrastanti e talvolta anche contraddittori.

“Da tempo sono qui, più ospite che padrone. La questione ereditaria è dura a risolversi, ma mio padre ha fatto in modo che io stessi nel palazzo, proprio per avere Elio al mio servizio, come se il nonno fosse ancora qui e le consuetudini fossero quelle di sempre, e come sempre rispettate. Fuori il mondo trema. Le forze nemiche continuano a bombardare lo Stretto, Reggio e Messina. Si sentono talmente certi di vincere che colpiscono anche di giorno.”

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    10 Dicembre, 2020
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Chi non muore si rivede

Mostri si nasce o mostri si diventa?

Il bimbo paffuto è raggiante, la mamma che non mantiene mai le promesse gli ha assicurato che lo porterà a imparare a nuotare. Escono con panini ed asciugamani. GRAND HOTEL doveva esserci scritto, prima che le lettere cedessero agli anni. La mamma gonfia i braccioli arancioni e li infila sulle piccole braccia morbide, ammicca verso la profonda piscina abbandonata ricolma di spazzatura, di acqua melmosa e maleodorante. Buttati, dice sorridendo. Buttati. E lui, incredulo e tremante, si butta.

Malvagi si nasce o malvagi si diventa?

L’aspetto dimesso ma lo spirito combattivo, distribuisce volantini per incoraggiare le donne a denunciare I soprusi subiti. In un habitat dove ogni cosa deve avere il suo posto, pena le violenze, un barattolo di sottaceti tra i surgelati del supermercato.
“Io sono la madre” dice a chi, dopo averla fissata in volto, ricorda e colloca e inorridisce.

Micky e’ la porta verde che si apre, Micky è una sedia a dondolo che cigola, Micky è il rispetto delle regole, Micky è punizione e maledizione.
Micky è l’unico nome che vorrete dimenticare, nel libro senza nomi.

Lontano da ogni modus operandi poliziesco, dimentichi di indagini e detective professionisti, affondiamo negli abissi di un thriller psicologico scosso da correnti oscure e inquietanti. Sono gli stessi protagonisti che si svelano gradualmente e gradualmente si intrecciano in una trama avvincente dal ritmo sostenuto. Tolta qualche incertezza, i profili sono ben marcati e decisamente verosimili.
Il finale, a tratti commovente e a tratti spiazzante, è talmente strepitoso da far sì che il mio punteggio schizzi dove – forse e altrimenti – non avrei osato.

Il lago di Como e'morfologicamente un luogo perfetto dove sparire.
Ma pazzi si nasce o pazzi si diventa?

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Romanzi
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    10 Dicembre, 2020
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La donna della spiaggia

L'autrice, che è diventata famosa con “Cambiar l'acqua ai fiori” ci aveva già provato in precedenza con questo titolo, e grazie al successo dell'altro è arrivato dai noi anche il suo esordio.

“Il quaderno dell'amore perduto” racconta della giovane Justine, rimasta orfana molto piccola e cresciuta con i nonni e il cugino Jules a Milly, in un piccolo paesino del centro della Francia.

Justine pur avendo ventun anni si dedica ad un lavoro che solitamente ragazze così giovani non farebbero mai; lei lavora come aiuto infermiera in una casa di riposo.

“Charles Baudelaire ha descritto l'angoscia di un manicomio al calar della notte, quando si riempie di grida. Nelle case di riposo, invece, è il levar del sole a riscaldare gli animi.”

Con i suoi pazienti Justine è gentile, li ascolta e si prende cura di loro. Fra loro c'è anche Hélène e proprio su richiesta del suo nipote, lei inizia a scrivere la storia della donna della spiaggia.

“Hélène mi ha raccontato tutta la sua vita, ma in maniera frammentaria. Come se mi avesse fatto dono del più bell'oggetto della sua casa, ma non prima di averlo inavvertitamente ridotto in mille pezzi.”

Valérie Perrin scrive una storia bellissima e molto ben orchestrata, sono tanti i tasselli che pagina pagina, fra passato e presente, tornano al proprio posto e noi ogni volta ci sentiamo sempre più partecipi.

Vuoti di memoria, insicurezze, dubbi, fragilità ma anche tanta tenerezza, amore infinito e speranza; sono tanti gli ingredienti che l'autrice mette all'interno del suo libro e tutte le domande trovano la giusta risposta.

Una delle cose più belle è il gabbiano, che pagina dopo pagina troviamo all'interno del libro, non solo una metafora ma proprio l'esempio dell'amore vero.

Unica pecca è lo stile, un po' se non proprio acerbo ma comunque da far maturare. L'autrice usa un linguaggio che per una storia così bella avrei preferito più ricercato e meno sempliciotto, anche se le parole vengono da una ragazza giovane.

Comunque in conclusione, un libro sicuramente più vicino al mondo femminile, ho adorato i personaggi e le loro interazioni e la dolcezza con cui la protagonista svolgeva il suo lavoro. Non posso usare nomi per non fare spoiler ma la presenza maschile all'interno del libro è proprio bella.

“Se è vero che quando un vecchio muore un'intera biblioteca va in fumo, quello che faccio io serve almeno a conservare un po' di cenere.”

Buona lettura!!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    09 Dicembre, 2020
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L'umanità vestita di nero

Prima d'ogni altra cosa occorre precisare, per chi non lo sappia già, che “L’uomo vestito di nero” non è un racconto inedito di King, ma uno di quelli contenuti nella raccolta “Tutto è fatidico”: è stato semplicemente ripubblicato in un'edizione illustrata (da Ana Juan) e accompagnato da un altro racconto di Nathaniel Hawthorne, che lo ha ispirato e viene definito da King uno dei 10 migliori racconti americani: “Il giovane signor Brown”.
Parlando del racconto di King, c’è da dire che quando l'ha scritto doveva trovarsi nel massimo dell'ispirazione, non tanto contenutistica quanto descrittiva. Certo, l'impressione è accentuata dai cupissimi e affascinanti (anche se spesso un po’ staccati dal contesto narrativo) disegni dell'illustratrice, ma c'è da dire che la prosa di King deve averla aiutata molto: questa riesce infatti a materializzarsi nella mente del lettore, con una maestria che oserei definire degna del caro maestro Edgar Allan Poe. L’immagine del bosco di Milton è quanto di più oscuro e cupo mi sia ritrovato a immaginare, e ciò contribuisce enormemente all'efficacia del racconto e al suo tono: molto grave e spaventoso. Dunque il Re dell'horror è qui ai suoi massimi livelli, sebbene riguardo ai contenuti ci sia poco da discutere.
ll racconto di Hawthorne, invece, ha una chiave di lettura più profonda, pur conservando toni altrettanto inquietanti; anzi, direi anche più disturbanti. Sì, perché sebbene al protagonista de “L’uomo vestito di nero” sia riservato un destino simile a quello del signor Brown, la sua è la semplice reazione a un incontro spaventoso, che nulla gli rivela sulla natura umana. Quel che accade al signor Brown è invece, oltre che altrettanto se non più spaventoso, qualcosa che lo porta a mettere in discussione tutta la sua concezione del mondo e del prossimo: ne viene fuori la profonda ipocrisia dell'essere umano, che sotto una parvenza di santità può nascondere segreti sconcertanti, motivi anche più malvagi di chi è apertamente dissoluto, rendendolo ancor più deprecabile. La scoperta di questa verità genera nel signor Brown un cambiamento irrimediabile, una triste perdita delle illusione riguardo alla bontà umana, che spesso non è altro che una maschera.
Due racconti che consiglio, con una preferenza nei riguardi del secondo.

“Giurai a me stesso che non l’avrei mai più percorso, mai e poi mai, a nessun costo, e a tutt’oggi ritengo che forse la grazia più grande che Dio abbia concesso alle Sue creature sia il fatto di non conoscere il futuro. Credo che sarei impazzito se avessi saputo che invece avrei percorso di nuovo quella strada, e meno di due ore dopo.”

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Romanzi autobiografici
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    08 Dicembre, 2020
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LA VITA DI CELIO


"Le montagne sono tutte uguali. Hanno una base e una punta. Il dolore del mondo è uguale alle montagne, ha una base di partenza e un vertice massimo. Non vivremo abbastanza per smaltire il dolore e per salire le montagne che abbiamo intorno."
Celio, il protagonista del romanzo, è un personaggio inventato dalla penna dell'autore, ma forse non lo è così tanto perché rappresenta gli uomini semplici di una volta, che hanno avuto una vita difficile, lastricata di piccole e grandi prove da superare che solo chi vive in montagna può capire.
Celio nasce nel 1910 tra Palazza e Carmelia, in un paese povero e isolato e la sua famiglia era molto umile; il padre era assente e la madre ha cercato di tirare avanti, rastrellando il fieno. La sua infanzia fu molto difficile e visse quasi sempre da solo, se fuori poteva sembrare un burbero uomo, un contadino tutto d'un pezzo, dentro di sé aveva un gran cuore.
Con la madre avrà un rapporto molto forte tanto che non si sposerà mai per non farle un torto, forse l'amore che provava per lei era eccessivamente morboso.
L'unico amico che ha è Pilo Dal Crist, un suo compaesano più grande di lui di quarant'anni, che gli insegnerà a comportarsi da uomo, le buone maniere, un lavoro e avrà quasi un ruolo da padre, visto che questa figura gli è mancata.
Celio, fu alpinista, fu cacciatore e soprattutto fu un gran bevitore, l'alcol lo distruggerà purtroppo e lo porterà ad avere problemi sia fisici che mentali.
Il protagonista è un uomo semplice, di poche parole, che sin dall'infanzia prova un senso di inadeguatezza nei confronti del mondo, probabilmente la dura realtà con la quale si scontra ogni giorno lo ha portato a sfogare i suoi dispiaceri e le sue insicurezze nell'alcol. Il fatto di non essersi creato una famiglia propria lo ha portato a una sorta di depressione.
L'ambientazione in questo romanzo la fa da padrona, l'autore descrive la bellezza dei paesaggi alpini, così anche il lettore immagina, attraverso le pagine del libro, le vallate, i boschi, i torrenti così suggestivi che donano pace e tranquillità.
L'autore delinea Celio come se fosse un personaggio realmente esistito, lo tratteggia in maniera convincente, racconta la storia di una persona "normale" che fa una vita semplice e in un qual modo vuole celebrare gli uomini del passato, i nostri nonni o bisnonni, che erano felici anche solo con un pezzo di pane e un bicchiere di vino.
Celio viene delineato in maniera vivida, un uomo legato ai valori semplici della vita, quelli genuini, quelli di una volta che oggi in parte sono andati persi.
Lo stile di scrittura è molto semplice e diretto, l'autore non ci racconta delle "favole", è un testo vero, crudo e molto umano, Celio viene descritto anche attraverso le sue fragilità, facendoci conoscere un uomo che fuori può sembrare scorbutico e rude ma dentro è veramente una persona buona.
Quello che ho trovato difficile sono i continui salti temperali da una pagina all'altra o all'interno della stessa, alcune volte ho dovuto fermarmi e rileggere.
Il finale è molto malinconico e lascia un po' di tristezza, consiglio questo libro a chi ama la montagna e i suoi meravigliosi paesaggi.







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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Dicembre, 2020
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un delitto. un'opera lirica per risolverlo

Giancarlo De Cataldo: un nome, una garanzia a partire dal grande successo editoriale avuto con il lontano Romanzo Criminale. Ora torna in libreria con un possibile e sicuro best-seller: si intitola Un cuore sleale, e ha come protagonista d’eccellenza il Pm Manrico Spinori. Chi è costui? E’ un Pm in forza a Roma, con una madre convivente affetta da ludopatia, che si è giocata l’intero patrimonio di famiglia, compreso il palazzo in cui abitano, di nobile stirpe. Il suo vero nome è:
“Manrico Leopoldo Costante Severo Fruttuoso Spinori della Rocca dei conti di Albis e di Santa Gioconda (il semplice Rick, usato dagli amici al tempo della università, era ormai un tenero ricordo)”.
Un uomo
“quasi indifferente, nel suo charme indossato con naturalezza”.
E’ un melomane convinto, al punto di considerare l’opera adatta a risolvere sempre un caso. Ma:
“La verità è che la morte lo metteva a disagio. Era per questo che quando gli capitava un caso di omicidio provava, nello stesso tempo, curiosità e paura. Curiosità, perché ancora una vlta avrebbe messo sé stesso alla prova. Paura, perché temeva di non farcela. (…) Datemi un’opera, una poltrona, una melodia, un soprano che soffre, un tenore appassionato, un saggio baritono e un basso ribaldo, vi prego. (…) Non esiste situazione umana, compreso l’omicidio, che non sia già sttata contemplata da un’opera lirica. Insomma, si tratta di individuare l’opera di riferimento.”
In questo romanzo è alle prese con un caso particolarmente ostico. Ademaro Proietti , un noto e ricco palazzinaro romano, viene trovato morto nelle gelide acque del mare tra Ostia ed Anzio. E’ semplicemente caduto o qualcuno ha voluto la sua morte? La sua famiglia ha forse a che fare con questa dipartita e in che modo? Quale opera è adatta a risolvere un caso così contorno?
Un giallo classico, quasi da paragonare al tipico
“giallo della camera chiusa”,
qui la fanno da padrone assoluto l’investigazione vera e propria, e lo studio della vittima. Personaggi perfettamente delineati, ambientazione di classe in una Roma alla vigilia di Natale, piovosa e malinconica, sono gli altri punto di forza di un romanzo che non si può che divorare. Il personaggio di Manrico Spinori è di gran fascino e di umanità sconfinata. Intuitivo e perspicace, perfetto conoscitore della realtà umana e delle sue debolezze, procede spedito verso la verità con metodo ed astuzia. Per coloro che amano il genere giallo classico, una lettura intrigante e di ottimo spessore narrativo.

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Consigliato a chi ha amato Io sono il castigo, il caso precedente di Manrico Spinori.
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Dicembre, 2020
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Jorge e Norama Tripe

«Ma siccome la vita è molto distraente, noi camminiamo in molti luoghi, ci dedichiamo al continuo spostamento. Diciamo pure che benché inclini allo scavo preferiamo che a scavarci la fossa siano gli altri a cose fatte.»

Quando arrivò a Siviglia, il padre di Norama Tripe, il trattore lo abbandonò all’angolo della strada e da allora di questo non ebbe più memoria, quasi come se mai fosse esistito. Trovato lavoro come magazziniere in un antro buio e lungo, fece di quello stesso luogo la sua casa. Qui si chiuse in un magnetico viaggio fatto di libri e letture, appunti e riflessioni sino a che, «dopo aver tirato un sospiro lungo che pareva trapassarlo in chissà quale altro mondo, disse: “E ora scrivo io.” E così cominciò a scrivere un libro sulla tragedia ilare del vivere, e trascorse anni nella affossata scanalatura di un linguaggio che inventava ricordando il meglio del linguaggio altrui». Da qui nacque la sua opera la “Tragica ilarità del mondo” che in quel 1965 lo destinò a riempiere le pagine dei giornali ma anche a lei, sua figlia. Perché Jorge andatosene a bordo di quel trattore lascia alle sue spalle una figlia di appena due anni e una consorte ormai rassegnata a quell’uomo così imprevedibile, sconsiderato ed egoriferito. Eppure quella figlia vuole avere contezza di quel padre mai conosciuto e visto per la prima volta su una rivista e decide allora di partire, per incontrarlo e scoprire delle sue radici.

«Ebbe paura della disparità che l’avrebbe attesa l’indomani. Avrebbe dovuto fronteggiare chi per età non poteva certo aver dimenticato i ricordi. Eppure era lei che lo cercava. Naturale, certo che era lei.»

L’uomo che si trova innanzi è un uomo di una quarantina d’anni, grasso e trasandato che dimostra molto più della sua età e che trasuda vecchiaia e decadimento a ogni sguardo. È un uomo, Jorge Tripe, che ha un’amica, Dolores, con la quale talvolta condivide il letto, un editore che lo foraggia con uno stipendio fisso e un luogo ove vivere ma è anche un uomo che fa delle parole la sua unica ragione di vita. L’allontana, la respinge, rifiuta la presenza di quella giovane donna carne della sua carne quasi come se questa si fosse decisa a incontrarlo esclusivamente per privarlo di quel verbo suo proprio. Riuscirà ella a farsi amare dal padre o comunque a farsi accettare nella sua vita?
Ed ecco che quella furia di cui al titolo ribolle e trasuda in un romanzo metaletterario che con una prosa dai toni carezzevoli quasi una fiaba giunge con tutta la sua imponderabile forza emotiva. Provocatorio ma anche riflessivo è “Cuore di furia” che sin dalle prime battute invita ad andare oltre le apparenze proprio scindendo da quel primo giudizio verso la figura di Jorge che istintivamente sviene da associare a un uomo egoista e irresponsabile.
Da qui una curiosità che è in realtà alle origini perché sotto le mentite spoglie di Jorge Tripe si cela Giorgio Manganelli, padre putativo di Romana Petri che a sua volta si cela dietro l’anagramma di Norama Tripe, figlia invece di sangue del protagonista dell’opera de qua. Una figura centrale attorno alla quale ruotano quella della ragazza ma anche quella di Dolores, la donna che lo ama e che vorrebbe condividere con lui un poco di normalità.
Il tutto è avvalorato da uno stile prezioso e minuzioso, erudito e magnetico che rappresenta il pregio dell’opera attraverso toni sia carezzevoli che forti, dialoghi serrati e distesi, porta alla delineazione di personaggi robusti e corposi, ben tratteggiati e facilmente riconoscibili.
Un buon titolo che non teme di trattare tematiche importanti e attuali, che non teme di solleticare le corde e le curiosità più intime del lettore e che al contempo conferma la maestria narrativa di Romana Petri.

«Come non si sa? È mai possibile che tu debba ogni volta svegliarti in piena notte per andarti a finire il sonno in magazzino?»
«Evidentemente sì» le rispose lui. «Ognuno sa star bene a modo suo.»

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    18 Novembre, 2020
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Pace nel mondo

Fresco di stampa, ecco che troviamo nelle librerie "Donne dell'anima mia" di Isabel Allende, edito da Feltrinelli, in una bella edizione e con una copertina deliziosamente rosa con delle spennellate arancioni, forse a emulare le fiamme della bruciante filosofia femminista dell'autrice? "Non esagero quando dico che sono femminista dai tempi dell'asilo" - questo è l'incipit bruciapelo e che mette subito in chiaro l'argomento cardine di questa "chiacchierata informale" come l'autrice stessa definisce il libro. Uno scritto autobiografico quello di Allende, che indaga sull'origine del suo pensiero femminista e osserva come esso si è plasmato nel tempo fino ad arrivare a oggi, e che ha necessitato anche di un certo coraggio esponendosi attraverso confessioni facilmente criticabili, ma del resto nessuno è perfetto, il rischio però è quello di cadere in contraddizioni con ciò che si afferma e perdere la credibilità. E in effetti le contraddizioni non mancano in questo libro, così come non mancano i cliché e la soggettività di certe idee e quindi la loro non condivisione, il che dimostra come il femminismo sia interpretabile in vari modi e di come i suoi confini siano labili. 

Ho trovato in questo libro un super-io molto spiccato, a tratti disturbante perché ingombrante, autocompiaciuto e se da un lato riconosce i suoi privilegi dall'altro mostra una falsa modestia ("Se sono riuscita a trovare un fidanzato io, c'è speranza per tutte le donne anziane che desiderano un compagno."). Ho trovato un'autrice che nel periodo della quarantena Covid si mette comoda al suo pulpito e scrive un bel discorso alle sue "fedeli lettrici" su come sarebbe bello, giusto e civile il mondo guidato parimenti da donne e uomini, concludendolo con l'invito alla costruzione di un mondo "gentile, in cui regnino la pace, l'empatia, l'onestà, la verità e la compassione", "un pianeta incontaminato, protetto da qualsiasi forma di aggressione", che non è una fantasticheria ma un progetto e "insieme possiamo realizzarlo". A unicorni o altri animali fantastici non fa riferimento.

Personalmente apprezzo moltissimo l'impegno sociale che Allende intraprende attraverso la sua fondazione per dare assistenza e protezione a donne e bambini, è l'esempio concreto di chi applica la sua teoria e cerca di coinvolgere e sensibilizzare gli altri nei confronti dei più deboli e trovo sia la cosa più umana e difficile che si possa fare: fare del bene. Anche per Tolstoj, fare del bene e aiutare chi è in difficoltà, i mujic in particolare, è diventata la sua ragion di vita, ha sostituito la fede in Dio, e c'è bisogno di persone di questo tipo, che hanno i mezzi economici e la voce alta per coinvolgere la massa. Ben venga. Non mi ha convinto invece il libro sia a livello letterario che ideologico, lo trovo già invecchiato. Probabilmente perché i riferimenti che fa sono ambientati in Cile, in Asia, in Africa. In Europa, grazie a Dio alcune realtà sono superate già da qualche anno, seppur la donna continua ad essere debole in qualsiasi parte del mondo ma a mio avviso bisogna anche restare con i piedi per terra e non trasformare il femminismo in una lotta contro il maschilismo a prescindere. Chi ci dice che un mondo al femminile sia migliore di quello patriarcale che tanto la scrittrice detesta? Chi ci dice che la cattiveria sia lieve e meno frequente tra le donne rispetto a quella insita nel maschio? Fino alla prova contraria, la solidarietà tra donne è minore rispetto a quella tra maschi e la si può ben notare negli ambienti lavorativi. 

"Negli Stati Uniti, in questo secondo millennio, si mette ancora in discussione non solo il diritto all'aborto, ma anche gli anticoncezionali femminili. Ovviamente nessuno mette in discussione il diritto dell'uomo alla vasectomia o all'uso dei preservativi"...paragone un po' forzato, la vasectomia non è così facilmente ottenibile ma ancora vincolata e secondo, il preservativo è utile ad entrambi e protegge da malattie sessualmente trasmissibili prima ancora che di una eventuale gravidanza. 

"Provo a immaginare l'amante che le mie lettrici eterosessuali desidererebbero, ma questo compendio di virtù maschili non è nelle mie corde. L'uomo ideale dovrebbe essere bello, forte, ricco o potente, per niente stupido, deluso dell'amore ma pronto a lasciarsi sedurre dalla protagonista, insomma, è inutile che prosegua..."...qualcosa non mi quadra, da femminista che promuove la donna come un essere pensante profondo e con pari diritti dell'uomo mi cade in questo pregiudizio sull'amante ideale della donna?! o su quello che una lettrice donna vorrebbe dal protagonista maschio di un libro? Un'altra cosa che ho notato è che lei si rivolge al suo pubblico più volte con l'appellativo di "fedeli lettrici", altra cosa che non ho compreso, perché non "lettori"? Sarà che il genere neutro ha troppe sembianze maschili?

"sono grata a quell'infanzia infelice perché mi ha fornito materiale per i miei romanzi. Non so come se la cavino gli scrittori che hanno avuto un'infanzia serena in un ambiente normale."... altra affermazione molto discutibile a mio avviso. Peccato che non possiamo chiederlo a Proust, a Nabokov, a Tolstoj, come hanno fatto scrivere dei monumenti della letteratura.

E se all'età di due anni, secondo la leggenda era capace di riconoscere Renoir e Monet, non ci sorprende che alla veneranda età di settantotto anni scatta quasi come una gazzella, scrive cinque ore al giorno, e fa l'amore - in effetti pare che sia molto orgogliosa della sua natura passionale e della libido che fortunatamente c'è ancora, in calo ma c'è. Tutto molto bello, è un libro in cui si dichiara felice della sua vita, dei suoi sogni raggiunti e felice di viversi il presente tra scrittura e amore. E noi siamo felici per lei.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    15 Novembre, 2020
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Chiamare è riportare alla luce

“La vita va da quando decidono che nome darti a quando quello stesso nome è solo un graffio su una lapide. Nell’uno e nell’altro caso non hai l’iniziativa, quelle lettere sono tutto ciò che hai per venire alla luce e provare a rimanerci. Forse per questo gli antichi dicevano che il destino è nel nome: che ti piaccia o no, sei chiamato a rispondere all’appello.”

Il nuovo lavoro di Alessandro D’Avenia si ambienta tra i banchi di scuola, tra i turbolenti ragazzi di una quinta “classe sgangherata” da portare alla maturità e ha come protagonista un insegnante divenuto cieco all’improvviso da cinque anni. Come dall’incipit, nel nome è scritto il nostro destino, il professore si chiama Omero (“in greco ‘colui che non vede’...) Romeo, dove il cognome è l’anagramma del nome. Un nome straordinario per quello che da necessità diventa un vero e proprio “progetto” straordinario che rivoluziona il modo di fare scuola. Il professore torna dopo una pausa di cinque anni ad insegnare la sua passione : scienze naturali.
La scienza è la disciplina della vita per eccellenza e lui vuole che a scuola venga insegnata la vera vita e che non ci si limiti soltanto a trasmettere un astruso ed asettico sapere in cui i ragazzi di oggi non trovano senso, se non in parte. Per insegnare la vita bisogna partire da loro, dai ragazzi, uno per uno, chiamandoli all’appello, ogni mattina perché

“siamo fatti per nascere, non certo per morire. E un nome ben detto dà alla luce e dà alla luce ogni angolo dell’anima e del corpo (...) Questo è il potere di un nome proprio (...)”.

Ogni giorno si ripete quello che da semplice operazione di registrazione diventa un vero e proprio rituale che i ragazzi accoglieranno prima con un po’ di titubanza mista a curiosità e che poi pretenderanno anche dagli altri insegnanti della loro classe, con tutte le conseguenze che ne deriveranno. Il nuovo insegnante nonostante la cecità dimostra di vedere il loro ‘dentro’ molto meglio degli altri insegnanti che si limitano a vederli solo in superficie, senza neppure guardarli. Omero Romeo per conoscere bene i suoi alunni i primi giorni di scuola chiede loro qualcosa che li lascia un po’ perplessi : toccare i loro volti, conoscere le loro fattezze, la tensione dei muscoli facciali per ‘vedere’ le loro ansie, le loro preoccupazioni, la loro personalità.
Per chi è cieco (ma non solo per chi è cieco, potremmo dire), il tatto

“è il senso più importante. Quando ancora non vedevamo niente, noi toccavamo tutto ed eravamo toccati da tutto. Il destino dell’uomo è nelle sue mani. (...) Le mani danno forma al mondo in cui vorremmo vivere. È con l’uso che facciamo delle nostre mani che facciamo la vita.”

La lezione che il professor Romeo /D’Avenia vuole lasciare in questo libro è quasi rivoluzionaria, dal momento che da anni si propugna la necessità di mettere “l’alunno al centro” dell’insegnamento e di lasciare le incombenze dei programmi ministeriali in secondo piano. L’insegnante non deve “ridurre” la classe, numerosa o meno che sia, ma l’insegnante è chiamato ad “ampliare. Nei campi di lavoro si riducono le vite, a scuola le vite si ampliano: siete in tanti, ma voi ed io, insieme, faremo il possibile per arrivare fino in fondo, costi quel che costi”.

Una visione che fa del mestiere di insegnare una vera e propria missione tra mille difficoltà, anzitutto burocratiche e istituzionali e “il progetto Appello” trova favorevole risposta tra tutti gli alunni della scuola, ma anche una serie di atteggiamenti infusi di sospetto tra gli insegnanti arroccati sulla difensiva, resistenze da parte del Dirigente scolastico che teme di perdere il controllo della situazione. Tutto ciò è normale, spiega il professor Romeo, approfittando dei momenti di vita quotidiana per spiegare concetti scientifici:

“È normale trovare resistenza quando qualcosa mette in crisi un sistema: in fisica occorre vincere l’attrito prima di riuscire a mettere in moto qualcosa, figuratevi se quel qualcosa è la scuola come la si fa da più di un secolo a questa parte...”.

Un esperimento straordinario che per essere fattibile e concreto dovrebbe partire da questa considerazione che tutti gli insegnanti dovrebbero far propria : “ i ragazzi non studiano, perché l’autorità non è più riconosciuta sulla base del ruolo. L’unica autorità che i ragazzi riconoscono è quella di chi sa volere bene, oltre che a conoscere la materia”.

LA MIA OPINIONE. È stato il primo libro di D’Avenia che ho letto. Dopo aver ascoltato molte sue lezioni ed interviste su YouTube ero davvero incuriosita. È un libro che si legge velocemente, per nulla impegnativo, molto pop che arriva ad un vasto pubblico e sono sicura che piacerà a molte persone, soprattutto ai giovani e a chi probabilmente non esercita la professione di docente, in quanto chi insegna oggi in Italia con professionalità e passione è talvolta lasciato solo in un mare di confusione burocratica e obblighi e doveri extra non soltanto non retribuiti, ma anche non riconosciuti. Il mestiere di insegnante non si esaurisce certo in un’aula scolastica, cioè nel suo ‘habitat’ riconosciuto istituzionalmente, ma continua anche a casa e non mi riferisco solo all’immane lavoro che c’è dietro la didattica a distanza di cui sentiamo tanto parlare in questo delicato momento di emergenza sanitaria.
Quanto poi alla questione dell’autorità, la mia visione è più galimbertiana: sono cambiate le famiglie. E delle famiglie e dell’educazione ricevuta nel libro non si parla, in quanto le famiglie degli alunni del professor Romeo sono disastrate, si tratta di casi estremi. Ho trovato inoltre poco credibili la maturazione in così poco tempo -solo un mese- dei ragazzi (drogati, ospiti di case famiglia, ladruncoli, ragazze che hanno abortito...) e soprattutto la cultura che avevano alle spalle: citazioni perfette di Rimbaud, della Woolf, del dottor Zivago, una conoscenza indefettibile della fisica quantistica...non mi ha convinta fino in fondo. Certamente il libro è consolatorio, con happy ending, leggero e con belle riflessioni che tanto piacciono a chi fa “centoni” da copiare e incollare sui social network.
Perfetto da regalare, soprattutto per Natale e vi lascio con questo splendido pensiero che condivido in pieno:

“...non è vero che a Natale sono tutti più buoni. A Natale hanno semplicemente più fretta. Ma la fretta è proporzionale alla difficoltà di amare, perché per amare bisogna prendersi tutto il tempo che ci vuole”.

A tutti gli insegnanti che lottano contro il tempo per far quadrare i conti ministeriali e ad esercitare la loro professione con cuore e umanità.





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A chi ama i libri di D’Avenia
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    05 Novembre, 2020
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We - a re - fa mi lyyyy

Londra è sotto attacco, colpita dal virus influenzale H5N1 con un indice di mortalità pari all’80%.

Mentre si scavano le fondamenta di un grande padiglione ospedaliero dove isolare i malati, affiora un sacco contenente piccola ossa umane, ossa di bambino.

Lui urla, impreca, mentre i tonfi delle sue scarpe rimbombano sugli scalini verso il piano superiore.
Choy! La chiama e lei si fa sempre più piccola nello sgabuzzino, ma il battito del suo cuore è fragoroso, lui sente, gira la maniglia. E sorride.

Il manoscritto di questo romanzo risale al 2005, quando gli editori britannici lo rifiutarono vista l’idea troppo cupa e assolutamente poco credibile di una Londra in lockdown.
Avevano torto.
Certamente, affrontare oggi una narrativa ambientata durante una pandemia che miete centinaia di migliaia di vittime ha un effetto più suggestivo che nella suggestione scenica stessa. Si è consci, durante la lettura, che quello che era stato inventato per impressionare il lettore oggi non è altro che cronaca, la finzione è diventata quotidianità e tutto questo è spaventoso. Noi, oggi, rinchiusi di nuovo tra le quattro mura di casa, siamo quello che quindici anni fa era fiction.

Fluida e piacevole la scrittura di May, egli ha il pregio di dare un taglio approfondito ai suoi personaggi, che vantano un profilo molto realistico ed umano, è facile raggiungere un contatto empatico con loro che vivono, oltre quelle parole.
Ottimo l’intreccio ed il livello di suspense, il romanzo procede spedito ed accattivante a lungo, non fosse per le ultime pagine che debilitano un risultato eccellente. Forzatura eccessiva di un soggetto chiave ed un rapido finale prevedibile anche per il peggior detective del mondo – che io incarno alla perfezione -, ormai siamo tanto esperti in materia che non c’è intrigo irrisolvibile, quando ci si muove a volto coperto e guanti di lattice.
Non il miglior thriller dell’inglese, certamente il periodo storico che stiamo vivendo gli garantisce una marcia in più, potrebbe essere il momento giusto per trascorrerci qualche ora.
“… affinché noi ci rendiamo conto che le cose potrebbero andare molto, molto peggio.”


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Belmi Opinione inserita da Belmi    05 Novembre, 2020
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Il profumo perduto

Il titolo che ho dato alla recensione può trarre in inganno, non sto parlando di una ricerca nel senso letterario del termine, qui bisogna andare oltre, perché Elena, la profumiera che avevo già trovato e amato nel libro “Il sentiero dei profumi”, non riesce più a sentire il profumo come una volta, non riesce più ad andare oltre, a cogliere quei dettagli che l'hanno resa famosa e conosciuta all'interno del settore.

Elena l'avevamo lasciata appagata, con un compagno eccezionale e una bambina da crescere e soprattutto un rapporto con la madre non proprio ottimo. Ripartiamo proprio da qui.
Ero un po' pensierosa, quando leggo un romanzo che mi è piaciuto e che ho apprezzato, sapere che ne esce il seguito mi ha sempre fatto un po' di paura. La scrittrice può andare a rompere degli equilibri che mi ero creata nella mente oppure a snaturare dei personaggi a cui mi ero affezionata oppure a stravolgere l'ordine delle cose lasciandomi delusa.

Cristina Caboni invece è riuscita nel suo intento, ha creato un seguito all'altezza del precedente, non ha snaturato niente, anzi ha fatto “maturare” i suoi protagonisti ed è andata a completare quello che aveva lasciato incompiuto nel primo libro. Si parla di genitori, di figli, di amori presenti e passati, di decisioni difficili e scelte che solo il cuore può aiutare a fare.

Un romanzo che mi ha fatto sognare, che mi ha portato in quei campi di rose e fiori e mi ha fatto annusare i profumi e la loro purezza. Un romanzo adatto più ad un pubblico femminile che fa sospirare, sperare e credere nel futuro. Uno stile elegante, mai volgare e soprattutto denso di significato. Questa volta l'autrice ha fatto davvero un ottimo lavoro.

Un libro coinvolgente che consiglio a tutte le amanti dei romanzi d'amore scritti bene e non superficiali.

Buona lettura!

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Il sentiero dei profumi
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    02 Novembre, 2020
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A sangue... caldo

Molto spesso la realtà trascende la più cruda immaginazione: questo accade, probabilmente, perché chiunque si ritrovi a produrre un'opera di fantasia non può o non riesce a oltrepassare certi limiti, o magari non vuole ammettere a sé stesso e agli altri d'essere in grado di immaginare efferatezze di un certo tipo. Ma a volte è semplicemente la realtà a essere cruda ogni altra aspettativa, e l'essere umano può rivelarsi capace di mettere in atto crudeltà prima inconcepibili. È questo il caso del racconto contenuto nell'ultima fatica di Nicola Lagioia: “La città dei vivi", che si rivela una specie di ibrido tra reportage e racconto di uno dei più efferati casi di cronaca nera italiana degli ultimi anni e forse di sempre: l'omicidio del ventitreenne Luca Varani da parte di Manuel Foffo e Marco Prato, due giovani scapestrati appartenenti alla borghesia romana.
Impossibile non pensare, durante la lettura, a libri come “A sangue freddo” di Truman Capote e “L’avversario” di Emmanuel Carrère, perché oltre ai contenuti a esser simile è anche il metodo con cui le vicende sono esposte. Lagioia prova a indagare sui motivi, a ricostruire gli eventi che hanno portato all'omicidio facendo uso di informazioni di prima e seconda mano; ma soprattutto prova a scavare nella psicologia degli assassini, a cercare le origini della mostruosità ma anche l’umanità che può celarsi alle sue spalle. Rispetto ai lavori di Capote e Carrère, tuttavia, il romanzo di Lagioia non risparmia dettagli truculenti: il capitolo in cui si descrive l'omicidio citando le testuali parole dei due assassini, infatti, risulta davvero disturbante, e questo è un aspetto che può piacere come anche no. Sebbene ne riconosca la necessità narrativa, personalmente non l'ho gradito moltissimo.
Quel che è interessante è provare a mettere insieme i tasselli di questo macabro mosaico avvalendosi di tutti gli indizi fornitici da Lagioia: trascrizioni di testimonianze, pensieri postati sui social dalle parti coinvolte, articoli di giornale oppure semplici incontri. Quel che emerge è una spaventosa realtà tipica dei giorni nostri, in cui a chiunque è permesso di esprimersi in ogni campo semplicemente accedendo a un dispositivo elettronico: in questo modo, la verità rischia di diventare un'entità sempre più astratta e inafferrabile, inquinata dai punti di vista e dalle opinioni (spesso infondate) delle suggestionabili masse.
Cos'è vero e cosa no? Pare che sarà sempre più difficile, stabilirlo.
Sullo sfondo di questo crimine crudele non manca nulla: questioni di classe, di droga, di omosessualità, di lacune affettive nell'ambito familiare; ma soprattutto emerge un'immagine contraddittoria della città di Roma, vera protagonista di questa storia e detta la città dei vivi: un luogo maledetto, sporco, grottesco, ma che in qualche modo ammalia e una volta lasciato fa sentire la sua mancanza in maniera irresistibile: come un inferno che ci chiami a sé per godere delle sue pene, che paradossalmente ci ritroviamo a bramare.
Forse un po' troppo ripetitivo e riempito di dettagli superflui, “La città dei vivi" lascia sicuramente un segno, ma non saprei davvero dire se questo si rivelerà indelebile, né se sarà piacevole.

“Tutti sanno che la fine del mondo ci sarà. Ma il sapere, nell’uomo, è una risorsa fragile. Gli abitanti di Roma la consapevolezza delle cose ultime ce l’hanno nel sangue, ed è talmente assimilata da non generare più nessun ragionamento. Per chi abita qui la fine del mondo c’è già stata, la pioggia ha solo il fastidioso effetto di rovesciare dal bicchiere un vino che in città si beve di continuo.”

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    28 Ottobre, 2020
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Senza infame e senza lode

"Desideri deviati" rappresenta il secondo romanzo della trilogia "Amore e ragione", inaugurata lo scorso anno con "Cuori fanatici". Ambientato nella Milano "da bere" degli anni ottanta e in cui la moda approda nella ormai ricca città. La trama segue Nico Quell, promettente ma anche raccomandata figura nel campo dell'editoria milanese di quei tempi. Un ragazzo pieno di contraddizioni, che insegue il successo, desidera crearsi una propria identità, ma nello stesso tempo perso in un mondo di incredibili e numerose opportunità, soprattutto sentimentali. La critica lo associa a un "uomo senza qualità", un Ulrich in attesa della occasione giusta, ma a mio avviso non bisogna scomodare il caro Musil per così poco. E non bisogna scomodare nemmeno Proust, che in una frase ha detto tutto ciò che probabilmente l'autore ha voluto dire attraverso questo libro, è cioè che "I nostri desideri interferiscono via via fra di loro, e, nella confusione dell'esistenza, è raro che una felicità giunga a posarsi esattamente sul desiderio che l'aveva invocata.“

Citando l'autore, in un opera ci devono essere molte sciocchezze "attorno quel poco di buono che si combina in essa" perché "se così non fosse l'arte sarebbe ermetica, un bersaglio che la freccia non colpisce mai", solo che quel poco di buono che personalmente ho trovato in questo libro è davvero limitato e poco valorizzato. Per un parere onesto devo assumere la parte del "ragazzo ignorante come una capra" e permettermi di dire che a mio avviso questa opera è un "ammasso di ferraglia". Dopo un inizio promettente con il prologo in cui viene presentata una Milano tutt'ora attuale e che ho molto apprezzato, che ho riconosciuto dato che ci vivo, la mia esperienza di lettura è stata monotona, noiosa e la fine della lettura è stata quasi una liberazione. Ho trovato molto disarmonico e contraddittorio questo libro, che non manca anche di alcuni cliché e scene che sembrano buttate lì per caso come per esempio il capitolo nel quale Irene, la sorella di Quell, si alza alle sette del mattino e va a passeggiare nel parco offrendosi agli sconosciuti che incontra, facendone ritorno in casa alle nove dopo circa tre-quattro rapporti non protetti, descritti in modo spiccio, come per offrire la dose di sesso necessaria in un libro. E tutto questo perché?! perché adesso avrebbe avuto cosa raccontare al fratello nel loro prossimo incontro. E come se non bastasse il capitolo di intitola "Un muto stupore le prese l'anima" (???!). Un titolo altisonante che io non capisco. Probabilmente si riallaccerà alla scena nel terzo volume della trilogia, magari tirando in ballo anche il discorso sull'AIDS che in quei anni esplodeva, altrimenti non mi spiego. 
Restando nel campo della trama, l'ho trovata dispersiva. E' anche vero che vengono narrate poche giornate della vita dei personaggi quindi magari scarsa da un punto di vista dei fatti o dei colpi di scena e va benissimo, la cosa che invece non ho gradito è stata la sua poca armonia in quanto i capitoli con le varie scene presentate spesso sembrano racconti indipendenti, foto istantanee- per esempio la scena in cui Nico va in piscina, o a sentire il concerto di musica classica, o quando va a visitare Marta Sesamo. I personaggi invece sono descritti abbastanza bene, seppur pieni di contraddizioni, il mio preferito è Coboldo, il nome non è casuale, significa folletto poco socievole- sembra una specie di Pnin nabokoviano, mi ha fatto molta tenerezza soprattutto nel finale, un rospo baciato dalla pantera nera, Sheila modella di colore che mi ha tanto ricordato la venere nera, Naomi Campell. Insomma la bella e la bestia che forse l'autore unirà in futuro. L'ambientazione invece l'ho trovata abbastanza minimale e con pochi riferimenti descrittivi di quei anni, mi sarei aspettata un tuffo più profondo sotto quest'aspetto.

Ora prendo dalla mia faretra un'altra freccia e provo a tirare nel bersaglio "stile". Personalmente l'ho trovato arzigogolato e disordinato. Io sono la prima ad amare le narrazioni non convenzionali, amo il postmodernismo e l'originalità stilistica, ma il disordine casuale no. I dialoghi vengono presentati sotto tre forme: come una pièce teatrale (vedi il discorso tra Enobaudo e Coboldo), con l'utilizzo di trattini e infine con quello delle virgolette alte. Non ho capito perché, io l'ho visto solo come un disordine che mi ha disturbato da un punto di vista estetico. I dialoghi certe volte mi sembravano sconnessi e artificiosi giusto per tirare in ballo determinati argomenti e mancano di spontaneità. La prosa l'ho trovata forbita, ma arzigogolata. Nonostante sia un libro in lingua, l'ho trovato poco armonioso, poco musicale, ostico da seguire, stancante, criptico, a tratti come se si sforzasse di ostentare cultura. Non ho compreso nemmeno certe sue metafore e nemmeno i suoi lungi elenchi che dicono tutto e dicono niente.

Oltre ai desideri in continuo mutamento, un tema centrale è anche quello dell'editoria e l'autore non fa sconti né all'editoria, che sembra un mondo impenetrabile pieno di raccomandazioni e con scelte dettate più dall'arbitro che dal rigore, lancia freccette verso la scarsa qualità dei libri che attualmente vengono pubblicati, ma anche sulla scarsa e insufficiente preparazione culturale dei critici letterari. Ho quasi l'impressione che ogni autore crede che il suo libro sia imperdibile e quelli dei suoi contemporanei, superficiali. Ci sono molte altre idee che non condivido, come quella sull'inutilità del lavoro intellettuale che in questo libro mi è sembrato più con il fine/ ambizione di cambiare il mondo, anziché come espressione di se stessi, come necessità personale di esprimersi per poter vivere- mi viene in mente Pessoa, per lui scrivere era vivere, respirare, e non cambiare il mondo. Che poi, questo cambiamento avviene ugualmente come conseguenza all'autenticità e profondità di quello che viene espresso. 

Nell'insieme è un'opera che mi è mancata di spontaneità e quindi di armonia, che non mi ha colpita su nulla, seppur non nego che mi sono piaciuti alcuni passi ma non sono bastati. Ho percepito lo sforzo intellettuale che ovviamente rispetto ma l'ho trovato troppo artificioso e di conseguenza poco stimolante.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    27 Ottobre, 2020
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Capitan Fracassa

Quando Michael Moore ha realizzato il film Farhenheit 11/18 voleva fare riflettere gli americani sull’elezione di un politico come Trump fornendo loro materiale su cui farlo. Invece Eggers ha rinunciato a questo tipo di sforzo, ritenendolo fatica sprecata, e in questo suo libro si rivolge all’americano medio con un testo più alla sua portata. Una favola molto semplice in cui l’uomo con la piuma gialla, un uomo senza grandi qualità né morali né tantomeno intellettuali, decide da un giorno all’altro di voler fare il capitano della nave senza avere nessuna nozione di navigazione né il buon senso di farsi consigliare di chi ha esperienza o da guide di navigazione, né buonsenso in generale. Il capitano si candida alle elezioni navali. E. incredibilmente, il fatto che un personaggio così da poco possa diventare capitano di una grande nave stuzzica il sogno americano che viene così rimaneggiato: un tempo chiunque dopo studio, meriti, preparazione poteva aspirare a fare qualsiasi cosa; ora chiunque, nel senso di qualunque imbecille, può fare qualsiasi cosa, fosse pure il capitano di una nave senza averne le capacità. Questa nuova versione consolatoria del sogno americano appare migliorativa, soprattutto ai più deficienti tra i passeggeri. Ovviamente l’uomo con la piuma gialla ha una certa antipatia per gli amici storici del vecchio capitano, per il vecchio capitano, anzi per tutti i vecchi capitani, mentre ammira sconfinatamente gli altri pericolosi pirati un tempo nemici della nave. Non faccio spoiler sul finale.
La metafora è, diciamo, alla portata degli elettori del capitano, studiata sul loro livello. Oppure Eggers si è rivolto ai figli degli attuali elettori sperando che in futuro stiano alla larga dagli uomini con la piuma gialla.
Quanto a me, da un punto di vista letterario il libro non mi entusiasma. Anche il tipo di satira così vago non mi entusiasma. Apprezzo però lo sforzo di fare riflettere gli elettori dell’uomo con la piuma gialla.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    26 Ottobre, 2020
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Fine pena mai

Antonio Manzini torna in libreria sorprendendoci con una storia che non vede tra i protagonisti il suo personaggio più noto, il vicequestore Rocco Schiavone, da tanti ben conosciuto anche per l’ottima resa scenica che ne ha dato sul piccolo schermo l’attore Marco Giallini.
Schiavone nei romanzi cult di Manzini è un investigatore atipico, potremmo definirlo come un poliziotto sui generis che indaga in romanesco, con acume e ironia, nel mentre cerca disperatamente di restituire un senso alla propria esistenza, sconvolta dall’assassinio dell’adorata moglie Marina, avvenuta in tragiche circostanze per mano di un pregiudicato risentito nei confronti del poliziotto.
Una tragedia personale che restituisce sprazzi di intensa ed insolita tenerezza alle sembianze del poliziotto, di per sé persona intelligente, ricco di umanità, di buon senso pratico, positiva, ma che i fatti della vita, la sua crescita esistenziale nelle difficili e tormentate borgate romane, per quanto talora gravide di incredibili fortissimi legami di fratellanza, amicizia e solidarietà, hanno reso cinico, disincantato, irriverente nella distinzione netta tra bene e male, tra lecito o penalmente perseguibile.
Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, a mio parere Manzini non è da meno neanche stavolta, anche senza Schiavone ha scritto un bel libro, ci sorprende piacevolmente con un’ ottima storia, attuale e moderna nei temi e nei personaggi, descritti con semplicità e sapienza, resi alla perfezione nella loro essenza, assistiamo attenti ad un raccontare reale e non di fantasia, sintetico, essenziale ma fluido e intenso, forse vigoroso solo a tratti, ma è così che deve essere.
Perché questo è una storia di vite infrante, un racconto disperato e disperante, e la disperazione, quella vera, se pure sorge d’improvviso, evidenzia appieno i suoi nefasti effetti spalmandosi nel tempo, approfondendo le sue spire gradualmente, avvelenando in profondità l’esistenza delle sue vittime; non è vigorosa al suo insorgere, è più subdola e deflagrante solo nel finale. Come questa storia.
Una storia che senza mezzi termini, da subito, dall’inizio, prende il lettore, lo avvince, lo interessa, lo inchioda alle pagine, neanche tante, che si fanno leggere con un misto di piacevolezza ed amarezza insieme. Un romanzo che si legge con piacere, dunque, anche se parla di dolore, di cordoglio, di afflizione, senza però mai scadere nel patetico o nella mestizia fine a sé stessa, e questo risultato lo raggiunge solo chi sa come scriverne. E bene anche. L’autore ha fatto davvero un ottimo lavoro.
Antonio Manzini ci riporta al meglio una storia dissacrante e dissacratoria, un racconto profanante del senso della giustizia, narra del comune buon senso infranto dalle tragedie personali.
Tratta di un assassinio, e di tutte le sue vittime, non tanto colui che è caduto, ma tutti quanti gli sopravvivono, a partire dal reo fino ai familiari dell’ucciso, quasi che un omicidio fosse un corpo pesante gettato a forza, con rabbia cieca ed impulsiva al centro di uno lurido specchio d’acqua, e il turbinoso moto ondoso con le onde concentriche che ne derivano travolgono inesorabilmente te rovinosamente tutti coloro che ne sono in qualche misura coinvolti, colpevoli ed innocenti, carnefici e vittime, un tsunami disastroso e irrimediabile. Per tutti e per chiunque.
Nora e Pasquale sono una comune coppia di mezz’età, gestiscono con buona fortuna una florida attività imprenditoriale a conduzione familiare, sono titolari di una tabaccheria nel centro città.
La loro esistenza si svolge tranquillamente lieta e felice, come quella di tante famiglie, ruota attorno al nucleo fondante della loro vita di coppia, l’unico adorato figliolo Corrado.
Si svolgeva: un triste giorno, per pura fatalità Corrado è da solo in servizio in tabaccheria, un balordo tenta una rapina, e vuoi per il dilettantismo del rapinatore, vuoi per il coincidere degli eventi, la paura e lo stress del dilettante, l’impulsivo reagire del giovane, il fato avverso e la cattiva congiuntura delle stelle e dei pianeti, fatto sta che Corrado muore accoltellato ed il rapinatore arrestato in flagranza.
Una rapina finita male che è non solo una tragedia, ma il prologo della disperazione annunciata.
L’esistenza terrena di Corrado termina, e con essa il suo sorriso e la sua gioia di vivere; e con lui termina anche la vita dei suoi genitori, gli ultimi giorni di quiete, che da quel momento in poi trascineranno le loro esistenze in un susseguirsi di gesti, movimenti, attività stinte, confuse, dissonanti, niente più che tentativi non di dimenticanza, che sarebbe impossibile, ma di annullarsi nell’oscurità e nel silenzio a celare il dolore.
“Portare i fiori sulla tomba di un figlio è contro natura. Piangere sulla tomba di un figlio è contro natura. Vivere al posto di tuo figlio è anche peggio.”
Al dolore si accompagna il rancore, l’astio, il livore per chi ancora respira, quando invece la persona che amavi più di te stesso ha esalato il suo ultimo.
Una reazione assurda e ingiusta ma quasi normale, del tutto logica, difficile a comprendersi se non si è vissuta sulla propria pelle, al rimpianto per l’affetto perduto si accompagna inevitabilmente l’acredine per chi sopravvive, che si reputa sempre immeritevole.
Questo è quanto accade a Nora e Pasquale, e si accentua al massimo grado allorché del tutto casualmente si imbattono nel balordo assassino, Danilo, scarcerato dopo pochi anni di reclusione per sommatoria di benefici di legge.
Una sensazione comune per un evento ricorrente, chiunque sia stato vittima di atti di delinquenza ritiene inadeguata la pena comminata al colpevole, qualunque sia il reato e il danno causato, nemmeno la massima severità, un fine pena mai, placa il personale sentimento di giustizia della parte offesa, figuriamoci per la perdita dell’unico figlio per la cui morte la giustizia ha ritenuto congruo l’estinzione della pena con pochi anni di reclusione.
In Nora e Pasquale scatta allora il meccanismo della rivalsa del borghese piccolo piccolo, un misto di odio, di rabbia, di ricerca della violenza, della vendetta, del sangue e della sofferenza da infliggere personalmente al colpevole, che anni fa fu magistralmente reso sullo schermo da Alberto Sordi in un film di Monicelli, appunto “Un borghese piccolo piccolo” tratto da un bel libro di Vincenzo Cerami.
Solo che la vita non è un film, serve fare i conti con la realtà: Pasquale vuole procurarsi una pistola, per farsi giustizia da solo, non solo per dare un senso ed un significato concreto alla sua scialba esistenza strascicata tra casa, lavoro e manutenzione continua di una vecchia motocicletta, ma anche per interrare una volta per sempre il complesso di colpa che lo tormenta da allora, in quanto avrebbe dovuto trovarsi lui al posto di Corrado quel fatidico giorno, se per una banale casualità non fosse accaduto diversamente.
“Non sono mai stato a favore della pena di morte. Ma della pena sì.”
Ben diverso il piano di Nora, che agisce in maniera più sottile, anche più semplice ed efficace per la sua rivalsa, oserei dire la più logica ed intensamente femminile.
“Una madre non ha più diritto alla vita se suo figlio quel diritto non ce l’ha più…”
Nora sa che quello che l’ha da sempre tormentata non è l’odio che le ha avvelenato l’esistenza, l’odio è solo una conseguenza, un sintomo; ciò che strazia di continuo senza fine è l’ossessione.
L’ossessione di rivedere continuamente la scena, di immaginarla, di creare con la mente alternative e sviluppi diversi, modalità differenti di svolgimento dei fatti, addirittura scenari futuri idilliaci impossibili a crearsi, l’idea fissa che un’immensa ingiustizia è stata commessa, prima da Dio, dal fato o da chi per lui e poi dalla giustizia degli uomini, e questo assillo, questo tormento, questo chiedersi perché Corrado e non altri assai più inutili e immeritevoli del suo figliolo, questa ossessione Nora intende restituire all’assassinio di suo figlio. Pari pari.
Perché si tormenti, accusi il colpo, reagisca, venga punito.
Perciò Nora si trasforma da placida vecchietta in una nemesi che segue Danilo come un’ombra, al lavoro, al bar, al supermercato, a casa, si pone appresso la sua compagna, dovunque vada lo segue, diventa la sua ossessione, perché sa benissimo che questa fa impazzire, basta poco perché questa si trasformi nell’incubo peggiore.
Antonio Manzini ha raccontato una storia di sentimenti, di sensazioni, di emozioni, tutte dolenti, amare, desolanti. Eppure, sono reazioni comunissime, quelle che chiunque proverebbe, davanti a simili tragedie, perchè le sofferenze tratte da tragedie improvvise e inaspettate come solo la vita sa proporre, oltre ogni realtà romanzata, hanno un solo attributo, sono crudeli.
Così crudele è la vita: serve godersi gli ultimi giorni di quiete.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    24 Ottobre, 2020
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BEN VENGA MAGGIO!

Un nuovo viaggio di ritorno al paese natale, un nuovo percorso interiore che non può prescindere dai ricordi. L’austriaco Peter Handke è garanzia di qualità, indipendentemente dal lauro del Nobel. La sua penna prolifica ha un elevato peso specifico, la sua voce è quasi “ubiqua”: ora vicino al lettore, la senti quasi sussurrare nell’orecchio e contemporaneamente si allontana a narrare fatti remoti. Proseguendo nella lettura, si ha la sensazione di avere tra le mani un’opera di qualità letteraria straordinaria. Sono queste le sensazioni che suscita, dopo aver fatto esperienza di lettura handkiana con “Infelicità senza desideri” e “La ladra di frutta”.
Il richiamo a quest’ultimo romanzo è innegabile.
La preparazione di un viaggio che si dimostra un percorso interiore: l’incipit de “La ladra di frutta” ha ambientazione esterna, si apre con immagini di primavera, con la puntura di un’ape quale spinta/segnale dell’inizio di un nuovo tempo da vivere, mentre “La seconda spada” si apre in tempo primaverile, a maggio per la precisione, ma in un ambiente chiuso, col protagonista narratore che si guarda allo specchio cercando nel volto qualche indizio che gli riveli una nascosta natura di assassino e di vendicatore. Nonostante ambientazioni più urbane, come stazione, treni, alberghi, la natura torna protagonista qui come ne “La ladra di frutta”, con i suoi alberi, le cui chiome riecheggiano come “voci di bambini”, con le sue “farfalle dei Balcani” tanto care all’autore che turbinano nell’aria infuocata ai piedi della Collina Eterna, con i suoi uccelli che stavolta non sono solo ricco sfondo ornitologico, ma personaggi della stessa storia che coi loro versi diventano gli interlocutori privilegiati del narratore. Il tema del luogo di origine da scoprire/riscoprire attraverso i ricordi, una memoria involontaria di origine proustiana che scatta come una molla ad ogni profumo, ogni sapore, (anche se per captatio benevolentiae Handke sostiene “niente di paragonabile alla madeleine del tempo perduto e ritrovato di Monsier Marcel Proust”) si intreccia sapientemente all’altro tema ricorrente nelle opere di Handke, quello del sentirsi sconosciuto a se stesso, quello di sentirsi straniero in patria e contemporaneamente di appartenere a qualsiasi luogo. “Per me il senso dell’origine è molto profondo: non posso tornare indietro, ma sono sempre là…” diceva l’autore in un’intervista (E.Filippini, ediz.Castelvecchi, 2013).
Prima di partire, l’innegabile ammissione:
“Mi era sempre tornata in mente nella vita la vecchia storia, più o meno biblica, dell’uomo quale era stato afferrato da Dio o da chissà quale altra forza maggiore per una ciocca di capelli, e portato via dal suo luogo natio, da tutt’altra parte – in un altro Paese”. (pag.19)
Nel passo a pag.72 che cito come assaggio della sua scrittura ironica, a volte fredda e cristallina, torna l’immagine dello straniero di Camus, nascosto nell’io più profondo e segreto del protagonista:
“...nell’altro Paese, io, l’estraneo, lo straniero, sentendo i latrati e gli strepiti, spesso infiniti, dei cani oriundi – più oriundi di così non era possibile -nei giardini vicini, non potevo impedirmi di immaginare continuamente, scena peraltro spiacevole, di prendere un bazooka – di cui ignoro nel mondo più assoluto caratteristiche e funzionamento – per far saltare in aria la relativa casa oriunda; di livellarne il terreno, di trasformarlo in un inferno di fiamme, con tanto di lamenti di animali e uomini che ci vivevano. E un giorno o l’altro un atto di violenza lo commetterò davvero (o forse no) …”
La necessità impellente di vendicare sua madre, la sua “santa” madre, più volte ricordata nel libro, così come nell’altro, “Infelicità senza desideri”, è la spinta a percorrere questo viaggio alla ricerca di se stesso per scoprire alla fine che esiste una seconda spada.

SPOILER? Ma no, ma quale spoiler quando siamo di fronte ad un’opera a trama quasi zero, che si fa leggere per la pregevolezza dello stile e la profondità delle osservazioni sul mondo? Però vi anticipo che il libro, nel finale, si allinea a “La ladra di frutta” pur con le sue differenze, in quanto questo libro così breve, poco più di 150 pagine, rispetto al precedente dà una sensazione di compiutezza, è meno “sfuggente”.


La seconda spada, la seconda possibilità, l’alternativa alla prima, che è quella più facile ed ovvia quella della violenza e della giustizia fatta da soli. E’ una storia di rinascita, dopo aver fatto pace col passato, è la storia di una nuova primavera, già preannunciata nel sottotitolo “ una storia di maggio”, dove la natura sua interlocutrice col suo verde ed i suoi suoni, gli sussurra “Fallo”Fallo!compi la tua vendetta”, ma il vero messaggio è tutt’altro, il vero messaggio della letteratura è al limite, affermava qualche anno fa l’autore “Tutto ciò che scrivo è al limite. Solo al limite appare qualche cosa. Al limite del tempo appare l’eternità”.

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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    22 Ottobre, 2020
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Il primo giorno

Con questo romanzo Angela Marsons torna indietro nel tempo e ci racconta, se non gli esordi della sua Kim Stone, almeno la nascita della squadra che i suoi appassionati lettori hanno imparato a conoscere. Dopo un certo numero di romanzi e di indagini, che le hanno valso tra l’altro anche il Premio Bancarella, il lettore curioso potrà scoprire in che modo questa squadra Investigativa britannica si sia formata. In un certo senso il primo giorno di scuola di un gruppo disomogeneo per carattere, cultura e formazione, ma con una sua certa omogeneità data dall’essere in qualche modo dei soggetti ai margini. Prima fra tutti lei: Kim Stone il caposquadra tanto brava e precisa nelle sue indagini quanto incapace nel gestire le dinamiche di gruppo e i rapporti con i superiori. Riservata e gelosa della propria vita privata, tende a disinteressarsi anche di quella dei colleghi apparendo più fredda e scostante di quanto in realtà sia. In realtà attenta a quello che succede e con la rara sensibilità di chi è capace di essere generoso senza mettere in condizioni il destinatario del suo gesto di ringraziarla o di sentirsi in imbarazzo. Attorno a lei due sergenti: uno più adulto stanco di superiori che vogliono fargli fare carriera, perché lui se ne sta benissimo dov’è con un lavoro che sa fare bene e senza gli ingombri di responsabilità a cui non vuole pensare. L’altro più giovane, ambizioso e con l’arroganza tipica di chi non ha l’esperienza necessaria a valutare correttamente le proprie capacità e quelle degli altri. Infine una agente investigativa di fresca nomina: desiderosa di dimostrare le sue doti che sono parecchie, ma forse troppo ansiosa di piacere e di compiacere tutti.
Direi che questo libro ci presenta innanzitutto una squadra fatta di personaggi ben amalgamati, credibili e interessanti da conoscere. Mi sono piaciute molto anche le indagini: chiare, serie e con esisti credibili, ma mai scontati. Il primo cadavere a cui fa riferimento il titolo è il primo che la neonata squadra è chiamata a visionare pochi minuti dopo essere stata formata. Il primo di cui si occupa, ma non il primo dello stesso assassino e neppure l’ultimo. A parte la tendenza della Marsons, che secondo me è diventata comune alla maggior parte dei giallisti, a calcare un po’ la mano sui dettagli macabri e a dare motivazioni e schemi mentali piuttosto contorti all’assassino, nel complesso si tratta di un buon thriller. L’esigenza di far inorridire e spaventare il lettore tanto da rendere appetibile il libro è bilanciata da una scrittura gradevole e fluente, dalla cura per i dettagli e da una trama fitta e coinvolgente. Abile l’autrice nel depistare il lettore, o almeno a depistare me che molto prima della fine ho sbuffato quando ho pensato di avere già individuato il colpevole. Abile anche a giustificare in modo logico tutto quanto ci ha raccontato, o solo accennato nel corso del racconto. Come dovrebbe succedere in un buon giallo alla fine, non una pagina prima, tutti i pezzi del puzzle che sono stati sparsi nelle righe precedenti, vanno al loro posto.

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Romanzi storici
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    21 Ottobre, 2020
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Democrazia dittatoriale

Cosa saresti disposto a fare per una banana?
Non una banana qualunque, la banana sudamericana che ha invaso il mondo e si è imposta nell’alimentazione di ogni abitante del globo.
Tutto, direbbe probabilmente il ricco signor Zemurray, magnate delle United Fruit Company.

Siamo nel 1954 e per colpa di un presidente guatemalteco decisamente troppo democratico, si vorrebbe addirittura costringere l’azienda a pagare le tasse. Per non parlare poi di una riforma agraria e del mercato del lavoro, dove si ipotizza la lotta ai soprusi subiti dagli indios e la distribuzione della terra - accumulatasi illegalmente nelle mani di pochi latifondisti- ai piccoli contadini.
Zemurray, appoggiandosi al massimo esperto di pubbliche relazioni, riuscirà ad insinuare la minaccia comunista in un paese in via di democratizzazione fino al colpo di stato che lo condurrà, invece, verso la dittatura militare.

Buona la premessa e pure la penna, i primi capitoli sono accattivanti ed incuriosiscono il lettore con una scrittura di una fluidità sorprendente, devo talvolta riprendere il passo che gli occhi mi scivolano più veloci della mente. Poi, però, aumentano disordinati i personaggi – qualcuno resterà a lungo, qualcuno sparirà chissà dove e chissà perché – e si ingarbuglia così la disinvolta narrativa.
Dimentichi della futura Chiquita, ci addentriamo in un Guatemala dove l’autore dibatte essenzialmente di dittatura ed intrigo politico, attraverso un intreccio caotico. Certo, val la pena proseguire per apprezzare la denuncia verso un sistema corrotto ed usurpatore, verso le dinamiche di un’America che finanzia la guerra per proteggere i suoi interessi economici, ma scema il piacere sotto il passo greve e le pagine hanno un denso “effetto Wikipedia”.
I personaggi sono costruiti per enfatizzare il loro lato oscuro, però sono brutti senz’anima, sterili e piatti.

Poco vestibili gli abiti della narrativa da ricordare, improbabile la precisione della saggistica, il romanzo è un tentativo di miscelare entrambi gli elementi cui non potrei negare una sufficienza per forma e contenuto, anche se, ammetto, mi ha annoiata a morte.

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Romanzi
 
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lapis Opinione inserita da lapis    16 Ottobre, 2020
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Autopsia di un amore

Questo romanzo è un tavolo autoptico su cui giace un amore finito da più di dieci anni. Le parole, affilate e taglienti come un bisturi, non esitano ad aprire, spietate e implacabili, ma da quella ferita non sgorga più il sangue caldo della passione, della rabbia, della sofferenza. Quell’amore oramai è un corpo inanimato, da osservare e analizzare, non per riviverne le emozioni o per lasciarsi trasportare dalla nostalgia, ma per rispondere a un bisogno freddo e cerebrale, quello di capire cosa si cela dietro la distruzione di un rapporto, e perché distruggere a volte sia l’unica strada per trovare quel porto tranquillo tanto cercato.

Filo conduttore di questo viaggio introspettivo è l’idea che una coppia non sia una bolla abitata da due persone, ma una costruzione che deve fare i conti con tutti coloro che le rispettive storie si portano dietro. Le passioni brucianti, i trascorsi famigliari, il peso degli errori e delle fughe.

Elena, voce narrante, è una giovane contabile innamorata del suo ex professore di economia, Pietro, di trent’anni più vecchio. Lui ha un matrimonio alle spalle, tre figli ormai adulti, un passato complesso e stratificato, ma ad Elena non importa, è qualcosa di lontano, esterno al bozzolo di felicità che hanno costruito, calzando le maschere di giovani e spensierati sposini. Così quando l’ex-moglie Maria la avvicina con uno stratagemma, Elena percepisce per la prima volta che esiste un’altra prospettiva con cui guardare le cose. Chi è la protagonista e chi l’altra donna? Si può davvero costruire senza sapere la storia di quel matrimonio andato in pezzi, senza guardare in faccia le ragioni di quel fallimento, senza fare i conti con i non-detti? Conoscere significa però attraversare una barriera da cui non si torna più indietro, perché nella verità si nascondono debolezze, illusioni, paure, ed è difficile conviverci e accettarle. Ma indispensabile, perché per salvarsi bisogna prima assolvere, gli altri e se stessi.

“Era scesa tra noi l’illusione che tutto si potesse rifare sempre da capo, senza tracce di quello che era accaduto, come fossimo lavagne pronte a essere cancellate, riscritte, cancellate di nuovo”.

Cristina Comencini dà vita a uno scritto psicologico, introspettivo, riflessivo, in cui si percepisce l’urgenza di volere capire, addentrandosi nelle pieghe di stati d’animo e sensazioni, senza sconti e senza abbellimenti. Ottima la capacità dell'autrice di scavare negli angoli bui della famiglia e dell’animo umano, mettendo in scena un confronto femminile e generazionale che molto ha da comunicare. Lo stile asciutto, incalzante e aspro diventa un elemento cardine della narrazione, invogliando a proseguire nonostante una trama scarna, sfumata, che rimane quasi in secondo piano. Una lettura che costringe a riflettere e meditare, da cui mi sarei però aspettata maggiore intensità e trasporto emotivo e che mi ha invece lasciato la sensazione di una potenza inespressa e di un fuoco spento, di cui ho percepito solo qualche scintilla.

“Siamo una catena di storie d’amore, una dentro l’altra, e i fallimenti appartengono a tutti. Ero figlia di una serie di donne che venivano prima di me, come lui lo era degli uomini. Non ci si salva da soli”.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    15 Ottobre, 2020
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La giornalista Clara Simon

Francesco Abate è un giornalista professionista per l’Unione Sarda; il suo primo romanzo è del 1998, Mister Dabolina. Nel 2003 pubblica Il cattivo cronista, a cui fa seguito Ultima di campionato. Nel 2006 inizia una collaborazione con Massimo Carlotto, con cui scrive Mi fido di te. Altri romanzi fanno seguito fino all’ultimo appena edito intitolato I delitti della salina, pubblicato da Einaudi. Un libro curioso e nel suo genere innovativo: la protagonista è Clara Simon, una bella donna, dai tratti orientali. Figlia di una donna cinese di umili origini, e di un capitano di marina Francesco Paolo Simon. Purtroppo la madre muore di parto, e il padre risulta disperso in guerra. Clara viene cresciuta dal nonno, Ottavio Simon, un uomo molto importante a Cagliari:
“Il cavalier Ottavio Simon , le spalle larghe, un metro e novanta d’altezza, si pizzicò il baffo canuto con pollice e indice destro. (…) siamo una stirpe bizzarra, una famiglia eccentrica, bislacca. Oserei dire che abbiamo incanalato la nostra pazzia nel genio, abbiamo mitigato gli umori neri che ci sono propri per natura con l’ingegno, vinto ogni angoscia lanciandoci nel vuoto delle avventure più perigliose.”
Quest’ultimo nutre per la nipote un affetto smisurato, e non riesce mai a dirle di no, accettando i suoi comportamenti, spesso al limite. Come quello di voler a tutti i costi esercitare il mestiere di giornalista investigativa, che per il periodo è del tutto fuor luogo ed impensabile. Da ciò infatti derivano i guai della nostra protagonista:
“Erano giornate infuocate, di scioperi e proteste per il carovita. (…) alla manifattura si scatenò un tumulto tra le sigaraie, che volevano far valere le proprie ragioni, e chi era pronto a mettersi al soldo dei padroni per non fermare il lavoro. (…) Clara decise di vederci chiaro e nei suoi articoli non si fermò davanti a nulla, riuscendo a scalfire il muro di omertà e portando alla luce la verità. “
Ora sembra più tranquilla, anche se non desiste dai suoi propositi. Quando una sigaraia le comunica la sparizione di molti “piciocus de crobi”, lei non può far finta di nulla. Chi sono costoro? Sono:
“i facchini del mercato e il loro mondo di miseria. Bestioline per lo più orfane o provenienti da famiglie mischinissime. “
Aiutata dal suo amico di infanzia Ugo Fassberger, redattore del giornale in cui scrive, e del tenebroso tenente Rodolfo Saporito, che ha un debole per lei, Clara riuscirà a scoprire cosa sta succedendo in città? In particolare cosa accade durante la notte con celebri personaggi che si riuniscono lontani da occhi indiscreti per mettere in atto quali strane pratiche? La verità è un lungo cammino irto di ostacoli, e questo Clara lo sa molto bene.
Un libro scritto ed elaborato con un taglio giornalistico netto e preciso, che non concede scampo e non si perde in inutili fronzoli, che si legge con piacere e coinvolgimento emotivo. La protagonista, Clara, è sicuramente il punto forza di grande impatto, che suscita non solo interesse per i suoi comportamenti, per la sua intelligenza e per il suo intuito; ma è anche motivo di riflessione su tempi passati dove ad una donna era impedito di scrivere articoli di cronaca nera e meno che mai investigare. Un altro punto di grande forza è l’ambientazione, data dalla città di Cagliari, colta nella sua bellezza intrinseca delle saline, del Bagno penale, del bordello e del teatro dell’opera, alla spiaggia del Poetto, ma anche nel suo lato più oscuro, più miserevole, dove il male esercita tutta la sua forza. Ne consegue una lettura avvincente, di un tempo passato, resa dall’autore con perizia narrativa e ricerca alle fonti precisa e ricca di dettagli importanti. Da gustare con piacere infinito.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    03 Ottobre, 2020
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Teatro ellenico, realtà sottesa

Con "Il teatro dei sogni" Andrea De Carlo torna in libreria con un romanzo corposo che muove le sue fila da due personaggi che si incontrano per caso, in una mattina come tante, durante una colazione come tante.
Il nuovo anno ha avuto inizio, è il primo di gennaio e Veronica Del Muciaro, inviata di un programma televisivo di grandi ascolti, sta gustandosi il suo cornetto in un bar. È in questo frangente che la suddetta delizia per il palato le va storta rischiando di soffocarla durante una diretta. Nessuno tra i presenti muove un passo per intervenire, nessuno sembra interessato a quanto sta accadendo. Tra tutti soltanto un uomo interviene, un uomo di professione archeologo e di nome Guiscardo Guaidarini, un uomo che ha appena rinvenuto un importante sito e che non ha il minimo interesse a mostrarsi al grande pubblico per ottenere una qualsiasi fama.
A questi due primi personaggi si sommano l'assessora alla cultura Annalisa Sarmani, vicesindaco con deleghe alla Cultura e al Turismo della città di Suverso, esponente del partito sovranista Unione Nazionale, e il sindaco Cosmarate di Sopra e di Sotto, Massimo Bozzolato, del movimento titolato del Rivolgimento.
Le vicende hanno luogo in un Nord Italia nato dalla fantasia, una localizzazione inventata che però non fatica a farsi ravvisare nella realtà. Le circostanze, in particolar modo, raggiungono una evoluzione inattesa quando la giornalista rivela della scoperta dello studioso trasformandolo in un vero e proprio eroe.
Da qui iniziano delle lotte tra partiti, competizioni tra comuni, esponenti delle comunità scientifiche e giornalistiche e chi più ne ha più ne metta.
Il risultato finale è quello di un teatro ellenico in cui si disputano battaglie paradossali e spesso insensate che rappresentano in modo perfetto la realtà e la società che ci circonda. Non mancano, infatti, tra le pagine riflessioni sottese sui sogni perduti, le disillusioni, desideri indotti, speranze dissipate, perdite costanti di valori.
Un testo corposo, ben costruito, ironico e scenico come ogni lavoro di De Carlo ma avvalorato da un contenuto e una riflessione più matura, una serie di considerazioni che emergono tra le righe con naturalezza e già dal primo capitolo (basti pensare alla reazione della reporter innanzi al gesto dello studioso, una reazione che la porta a dover immediatamente immortalare l'attimo per cercare di raggiungere quel numero di follower in più tali da far incrementare il suo profilo social).
Unica pecca che ho ravvisato è una certa ridondanza in alcune parti dello scritto e in particolare proprio a causa dello stile narrativo eclettico ed elaborato che talvolta risulta farraginoso ed eccessivo stante anche la mole del componimento.
Un libro piacevole, interessante, riflessivo, da leggere un poco alla volta.

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Romanzi storici
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    02 Ottobre, 2020
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Sentieri di vita medievale

A cavallo dell’anno Mille l’Inghilterra non si è ancora sollevata dal degrado in cui era scivolata con la fine dell’impero romano. La gente per lo più si trascina faticosamente in un regime di mera sussistenza e la vita è una continua lotta contro la fame e le incursioni vichinghe o le razzie gallesi e britanne.
In questa età dura e complicata vive Edgar, ultimogenito di un abile costruttore di barche nella città di mare di Combe. Il ragazzo, appena diciottenne, vorrebbe farsi una vita altrove assieme all’adorata Sunni, la moglie maltrattata del lattaio Cyneric, che lui ama teneramente. Ma la notte in cui i due vorrebbero fuggire è funestata da un assalto vichingo. Sunni muore per mano di un predone e pure il padre di Edgar cade sotto i colpi dei razziatori. Ora che il cantiere navale è distrutto, Edgar e la sua famiglia, privati pure della casa, temono di dover affrontare un futuro disperato, forse, addirittura, di schiavitù.
Per rifuggire a questo destino la madre, donna di grande razionalità e pragmatismo, costringe i tre figli ad accettare la proposta del subdolo e corrotto vescovo di Shiring, Wynstan: diventare contadini e trasferirsi nel misero borgo di Dreng’s Ferry, per occuparsi, come fittavoli, di un misero terreno alluvionale di proprietà della locale collegiata religiosa. Il posto è trascurato e dà loro a malapena da vivere, ma Edgar è intelligente, industrioso e tenace. Lentamente, a fatica, e superando innumerevoli dolori e ingiustizie, riuscirà a farsi strada.
La sua storia si intreccia con quella di Ragna, figlia del conte normanno di Cherbourg, andata in sposa (per amore) a Wilwulf, aldremanno di Shiring e fratello del vescovo Wynstan. La ragazza, colta, intelligente e volitiva ama teneramente il marito, il quale pur ricambiando, inizialmente, i sentimenti della sposa, è uomo falso, incostante e amante solo del potere. Così Ragna si trova ben presto costretta a difendersi dagli intrighi di quella piccola corte e dai continui agguati che, in essa, le provengono dalla matrigna del marito, Gytha e dai due fratellastri, Wynstan e Wigelm.
Unico alleato dei due giovani è il monaco Aldred, uomo pio e amante delle lettere, tra i pochi a voler far rispettare la giustizia e il rispetto per il prossimo in una comunità ove la sopraffazione e la lotta per il predominio sembrano essere gli unici stili di vita ammessi. Ma anche lui deve subire la viltà dell’abate Osmond, l’ostilità del vescovo, il nepotismo di Wilwulf e la sostanziale impotenza del re Etelredo e del cardinale di Cantherbury, troppo lontani per poter influire sulla piccola, malsana comunità.

“Fu sera e fu mattina” rappresenta il prologo alla trilogia di Follett dedicata al fittizio paese di Kingsbridge e alla sua comunità, iniziato oltre trent’anni fa, con il grande best seller de “I pilastri della Terra”.
In questo romanzo la storia retroagisce di un secolo e mezzo, rispetto alla narrazione di quel primo libro e ci fa comprendere come sia nata Kingsbridge (qui King’s Bridge) e come si vivesse nell’Inghilterra dell’alto medioevo.
È indubbia l’abilità di Ken Follett di inventarsi storie, anzi di dar proprio vita a personaggi i quali rapidamente assumono consistenza e tridimensionalità e dei quali il lettore può seguire il loro percorso sui sentieri della vita, tra fatti memorabili e piccoli accadimenti quotidiani, con una concretezza tale da renderli credibili e verisimili.
Anche in questo nuovo romanzo le figure di Edgar, Ragna (suppongo da leggersi con la “g” dura), Aldred e tutti gli altri sono ottimamente delineate e si fa presto a entrare in sintonia con essi, a parteggiare per loro, a soffrire, per empatia, delle loro sventure o gioire per i loro successi.
Dunque, sotto il profilo narrativo anche questo nuovo romanzo è da considerarsi un successo e fonte di piacevoli momenti di lettura e distrazione se ciò che si desidera sono soprattutto passioni, azione, intrighi, amore, un po’ di sesso e l’eterna lotta del bene contro il male dove quest’ultimo, alla fine (ma proprio alla fine!), viene sconfitto.
Tuttavia chi ha già avuto modo di apprezzare i romanzi del ciclo di Kingsbridge, non faticherà a notare le evidenti analogie delle trame, il ripetersi dei medesimi schemi già abilmente sfruttati ne “I Pilastri della Terra” e nei volumi che a questo hanno fatto seguito. Come nella commedia dell’arte avveniva che gli attori riproponessero sempre gli stessi caratteri e, pur in canovacci lievemente modificati, alla fine si assistesse sempre alle stesse situazioni, alle medesime contrapposizioni, così anche in questo libro le attinenze sono prevalenti sulle novità e ciò spoglia il racconto di originalità e, in parte, di attrattiva.
Il lettore attento non faticherà a notare le innumerevoli affinità tra i protagonisti. La figura di Edgar il costruttore ricorda, a grandi linee, quelle di Tom e Jack (ne “I Pilastri”) o Merthin (ne “Anni senza fine”) guarda caso anch’essi costruttori. Ragna assomiglia agli altri personaggi femminili volitivi, in primis Aliena, ma anche Caris di “Anni senza fine”. Aldred richiama sin troppo il buon priore Philip. L’arrogante aldermanno Wilfwulf e suo fratello Wigelm risultano essere discreti antesignani del crudele conte William. Il cattivo vescovo Wynstan non si discosta dal carattere del parigrado Waleran Bigod (o dal priore Godwyn di “Anni senza fine”). Le vicende di cui sono protagonisti, ovviamente, sono diverse, ma non così tanto e, alla fine, lo schema generale della trama risulta assai simile, una sorta di “per aspera ad astra” che, in conclusione, conduce al trionfo della tenacia nel perseguire le buone intenzioni contro la perseverante malvagità dei cattivi.
La sensazione finale è di trovarsi di fronte a un abile clone degli altri romanzi, soprattutto se questi sono stati letti molto tempo addietro e il ricordo dei singoli particolari si è annebbiato e stemperato.

Ciò di cui ho sentito maggiormente la mancanza è l’assenza, per contestualizzare le vicende dei protagonisti, di un consistente apporto della grande storia: qui è presente solo come sfumato sottofondo alle vite dei personaggi principali.
È pur vero che, a cavallo tra il X e l’XI secolo, l’Inghilterra era ancora un luogo turbolento, ma, sostanzialmente, una nazione in via di formazione dove non accaddero eventi memorabili sino all’arrivo di William di Normandia, il futuro Guglielmo I il Conquistatore. Tuttavia, proprio perché la narrazione risulta focalizzata soprattutto sui protagonisti, si perde in parte quella essenziale caratteristica che contraddistingue il romanzo storico e lo impreziosisce: la fusione tra eventi reali e invenzioni letterarie. Il medioevo di Follett è curato e rispettoso dello spirito, dei comportamenti e delle condizioni sociali dell’epoca, ma forse non così incisivo e vivido come mi sarei aspettato e avrei gradito.
In conclusione il romanzo è una buona fonte di svago, ma decisamente inferiore a “I Pilastri della Terra”. Poi, magari, duecento, duecentocinquanta pagine in meno non avrebbero guastato, perché il "brodo" alla fine diviene davvero lungo e difficile da sorbire tutto con lo stesso piacere..

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Ovviamente consigliato a chi ha già letto gli altri romanzi del ciclo, se non altro per scoprire cosa era accaduto prima. Poi piacerà a chi ama i feuilleton storici con tante azioni e intrecci elaborati.
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Romanzi autobiografici
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    02 Ottobre, 2020
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Piccole donne

Il rapporto tra due sorelle, in particolare in una famiglia in cui le sorelle sono più di due, è sempre un rapporto un po' speciale, spesso collocato su un gradino più elevato nell'ordine degli affetti familiari.
Un rapporto amorevole, molto più intenso di quello che intercorre normalmente tra i fratelli solo maschi, e tra fratelli e sorelle.
Del tutto diverso dal rapporto che si può avere con l’amica del cuore, spesso è anche più conflittuale, talora polemico e dispettoso, non di rado divergente, ma sempre affezionato, complice, partecipe, quando è davvero forte è energicamente intrigante, coinvolgente come poche relazioni al mondo.
Un po' quanto appare evidente nel celeberrimo “Piccole donne” di Luisa May Alcott, in cui le quattro sorelle March, tutte diversissime tra loro, sono però un’entità unica, indivisa, unite in un rapporto, possibile solo al femminile di amore, amicizia, premura e solidarietà, quasi fossero una sola donna.
Questo è quanto rievoca ne “Il mantello” la scrittrice cilena Marcela Serrano, e l’occasione per parlarne, però, coincide con uno dei momenti più difficili da affrontare nell'esistenza di ognuno, allorché viene meno una persona cara, amatissima, come nello specifico la sorella Margarita.
La perdita di una sorella, in verità, non è mai in un certo senso nell'ordine naturale delle cose. Dopotutto in qualche modo si è inconsapevolmente già preparati alla scomparsa dei propri genitori, avverrà prima o poi, è nella norma, magari anche del partner di vita, sebbene non sia piacevole soffermarsi su questi pensieri, mai però si è veramente preparati alla scomparsa di una sorella, quantunque afflitta da una malattia inesorabile, meno che mai al sopravvivere al proprio figlio.
Tutto quanto la scrittrice lo descrive efficacemente già all’inizio del libro:
“Quando ti muore il marito sei vedova. Quando ti muore il padre sei orfana…Io non sono né l’una né l’altra…Sono qualcosa che non ha nome, perché la mia perdita è orizzontale. Un bel problema: comincio già sapendo che le parole non bastano. Non ne esiste nessuna per definire il mio stato. Non hanno inventato nessuna parola per una sorella rimasta senza sorella. “
Ecco, la scrittrice ha appena enunciato un paradosso importante: ha il cuore a pezzi, è tremendamente affranta per la scomparsa della sorella a cui era legatissima.
È sotto choc, stordita, disorientata, malgrado fosse perfettamente al corrente delle condizioni disperate in cui versava Margarita.
Fin dall'inizio della comparsa del suo male, Marcela Serrano era perfettamente conscia della gravità della malattia contro cui da anni la coraggiosa sorella Margarita combatteva, un tumore al seno.
E però…e però non trova le parole per esplicitare questo dolore, per definirlo e definirsi.
Il che, per una scrittrice, appare il colmo. Mica tanto: l’elaborazione di un lutto prevede la sua metabolizzazione, la sua primaria assimilazione prima della catarsi.
Il dolore va definito per bene prima, vanno rievocati i comuni ricordi, e questo ricordare i momenti condivisi e convissuti, lieti e brutti che siano, avviene anche con irrisoria facilità.
Poi da quei ricordi devi sintetizzare il significato che ti porti a fartene una ragione, e non puoi farlo, non ti riesce, non ti viene perché è il dolore stesso che ti blocca, ti toglie il respiro, inaridisce la fonte dei vocaboli che servono per delineare i motivi di una accettazione.
Marcela Serrano è una delle voci più rappresentative dell’odierna letteratura cilena, e come tutti i buoni scrittori, è stata e continua ad essere una lettrice appassionata.
Ricorre allora alle sue letture, utilizzando brani e scrittori che delineano al meglio il suo stato d’animo attuale, annichilito dal grave lutto, in un certo senso possiamo dire che chiede l’aiuto dei colleghi in questo difficile momento della sua esistenza.
La scrittrice cilena non ci offre qui la lettura di un suo romanzo, meno che mai una autobiografia; in questo bel libro, un piccolo volumetto che si legge con fluidità, malgrado la tristezza di cui è permeato, che però mai ne appesantisce la lettura, si riportano episodi lieti, gentili, teneri, divertenti di un vissuto di una normale famiglia piccola borghese. Di retroterra culturale e di crescita formativa improntata sui principi di antica saggezza di stampo contadino, seguita da studi e appartenenza piena al vivere e alla partecipazione civile di un paese, tanto tipico quanto tormentato politicamente, come il natio Cile. Un libro costituito di tanti paragrafi brevi e brevissimi, talora di una sola pagina e di poche parole: l’autrice preferisce affidarsi più all'immagine suscitata brevemente da qualche riga e captata in misura dipendente dalla sensibilità del lettore, anziché delineare con precisione fatti e persone. Direi perciò che è un libro fortemente evocativo, ma evoca con forza, con energia, è graffiante, pungente, ti inchioda alla lettura certo, ma molto di più alla riflessione ed alla ponderazione.
Questo non è affatto un libro pesante, una raccolta di dolorosi ricordi, è un bel libro, un saggio di tenerezza, è un elogio di sentimenti affettivi, è un viaggio nella memoria per riacquistare il presente, è un giungere ad una inevitabile conclusione: la morte è una costante nell'esistenza di ognuno, non si può negarla. Ma non si vive per i morti e con i morti, il mondo è solo per i vivi.
Quello che ci affratella ai nostri cari scomparsi, molto più dei vincoli di amore e di sangue, è la memoria dei nostri affetti perduti.
I nostri morti sono scomparsi dal numero dei vivi, ma sono sempre ben presenti in noi.
E tanto basta, e ci deve bastare.
Allora, e solo allora, elaboriamo il lutto, e ce ne liberiamo, pur continuando ad avere nei cuori i nostri cari. Così fa Marcela serrano, e riprende a scrivere.
Ma appunto come dicevamo, ripercorre la sua storia con Margarita, scandendone i punti salienti con le sue letture preferite.
La scrittrice trova conforto nella lettura…”la lettura è un’anticipazione della gioia - Jorge Luis Borges”.
Il lutto impigrisce ogni sua azione…”nessuno ha mai parlato della pigrizia del dolore – C.S. Lewis”.
Il dolore della perdita stranamente è un va e vieni di continuo…”Mi fa una paura folle il carattere discontinuo del lutto – Roland Barthes”
Cosa succederà dopo il tempo dal lutto…”Il rispetto della realtà prende il sopravvento – Sigmund Freud”.
La perdita della sorella è una mancanza incredibile…”Un essere solo vi manca, e tutto sembra deserto – Philippe Aries”
L’unico sudario adatto ad una persona estroversa, vitale e sorridente come Margarita? Nessun sudario, qualcosa di più adatto, ecco, un mantello, per esempio, un bel mantello...”Tanti quadrati o rettangoli, uniti tra di loro…scintille di colore…petardi in un giorno di festa, verdi, rossi, bianchi, stampati, marrone, viola, uno nero qui, uno rosa là, stretti gli uni agli altri in un diligente lavoro di patchwork – Il mantello di Clara Sandoval”.
Quello che unisce ancora di più due sorelle, è che inevitabilmente sono state compagne di giochi, hanno condiviso i segreti più intimi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza, compresi gli amori, le infatuazioni, le assurdità tipiche dell’età, non può esistere un legame più forte quando è legato inestricabilmente da emozioni simili, come catene di diamante inscalfibili…”Se la patria è l’infanzia, una sorella è la mia compatriota – Rainer Maria Rilke”.
Si può continuare a scrivere dopo un simile lutto? Non è significativo di un cuore freddo? ...”Nel cuore di ogni scrittore c’è un pezzetto di ghiaccio – Graham Greene”.
Marcela Serrano non è la sola ad aver scritto un libro sulla perdita di un familiare, basti ripensare a Philip Roth ed al suo romanzo “Patrimonio”, in cui ci racconta con certosina diligenza del padre e del declino fisico del genitore fino alla fine, quasi come un’odissea che ogni uomo affronta nel suo divenire adulto.
Tuttavia, l’originalità della Serrano sta nel citare altri scrittori, come detto, per giungere alla conclusione che un lutto, per quanto grave, è un’esperienza comune, ovunque esistono persone che piangono i loro morti. Ma appunto perché è evento comune e condiviso, significa che si supera, si può superare, è uno stato transitorio. Certo, devi transitare.
Se nel transito trovi aiuto e consolazione, meglio ancora, non tutti amano viaggiare da soli.
Se poi viaggi con le tue letture preferite, quelle per te più significative, tanto di guadagnato.
Certo, la perdita rimane. Ma ne hai una qualche consolazione.
Meglio che niente: a qualcuno non è dato neanche quello, talora nemmeno un corpo da piangere.
Piangono i loro figli, vivono tuttora il loro lutto, le piccole donne che mai riusciranno ad elaborare il lutto dei propri figlioli, i desaparecidos cileni. Marcela Serrano lo sa, lo ricorda, lo rievoca:
“Ha ragione Faulkner quando dice che il passato non muore mai. E che non è nemmeno passato.”



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Marcela Serrano
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    01 Ottobre, 2020
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Non si scende da treni in movimento

In una intervista di qualche tempo fa, alla domanda in cosa consistesse il suo attuale lavoro, Peter Cameron rispose che stava lavorando a un romanzo che ha come protagonisti una coppia eterosessuale, che si reca in un lontano paese nordico per adottare un bambino. E questa è in effetti la trama di "Cose che succedono di notte", riassunta un poche parole.

Sette capitoli contenenti sette giorni della vita di un uomo. Dico un uomo, perché al lettore non è dato conoscere il suo nome così come non si conosce il nome di sua moglie. Una settimana che sembra scorrere come una notte, in effetti rappresenta una settimana di buio, una notte interminabile, perché ci troviamo in un paese ai confini del mondo in cui per sei mesi è notte e per gli altri sei è giorno. Un buio perenne accompagna il lettore dalla prima riga fino all'ultima in una bellissima struttura narrativa in cui le atmosfere che l'autore crea sembrano gareggiare con i personaggi, sembrano voler attrarre l'attenzione del lettore su di esse, vanitose e ammaglianti. A lettura ultimata ciò che più mi è rimasto impresso sono loro, queste magnifiche "creature" rarefatte composte di buio, neve, freddo ma anche eleganza, fascino e mistero. Una struttura circolare, dall'incipit poetico e che nel finale l'autore riprende nello stesso punto, e anche un po' oltre, dove finalmente il sole compare, assieme a una nuova vita ma anche a una mancanza.

La tematica base è il desiderio di avere un figlio da parte di una coppia eterosessuale che farò di tutto pur di averlo. Però mano a mano che si procede nella lettura, gli eventi precipitano e prenderanno una piega diversa e la vera tematica, a mio avviso, diventa la paternità per un uomo omosessuale, che non potrà offrire una mamma al proprio figlio. Onestamente conoscevo poco della biografia di questo autore ma già dopo le prime pagine un dubbio mi si era istillato e sono andata a controllare in rete: in effetti l'autore è omosessuale, e sotto questa luce il tutto diventa più digeribile per un lettore e il libro lo si legge sotto una nuova luce. Dico digeribile perché ci sono alcune scene che potrebbero urtare, potrebbero essere incolpate di misogina, di superficialità o di una scarsa abilità nel descrivere un atto sessuale. Questo perché l'autore non ne parla direttamente di questo suo intimo desiderio, ma lo fa appunto al buio, nascondendosi, camuffandolo attraverso un desiderio di una coppia eterosessuale ma che inevitabilmente spicca fuori per quel che è. All'enorme desiderio di paternità si sovrappone però anche una terribile paura ma anche moltissima sensibilità. Oltre a questo tema se ne parla anche della solitudine, del radicamento delle persone alla propria terra per quanto essa possa essere ostile, si parla di figli, ma anche della malattia. 

Un libro che complessivamente mi è piaciuto, soprattutto per le atmosfere e per la forma narrativa, scritto con una prosa scorrevole e nello stesso tempo ricercata, in cui non mancano gli affondi introspettivi. Mi ci sono affezionata meno ai personaggi con i quali si fatica a entrare in empatia perché bizzarri, egoisti, strani, quasi irreali. Concludo con questo delizioso frammento:

"Qualche istante dopo la donna disse: Resto sbigottita davanti a una tale profondità di sentimento. Sentimento d'amore, immagino. O forse non sarà amore, ma commuoversi fino alle lacrime... Quando si smette di provarli, ci si dimentica che i sentimenti esistono, che le altre persone effettivamente li provano. L'amore, per esempio. Forse sarà una cosa dovuta alla vecchiaia o forse i sentimenti, come i muscoli, si atrofizzano. Penso proprio di sì, almeno nel mio caso. Ecco perché continuo a esibirmi, anche se è difficile che venga a sentirmi qualcuno. Per guadagnarmi da vivere suono il pianoforte e canto laggiù nella hall, cinque sere alla settimana e la domenica pomeriggio. E' l'unico modo in cui di questi tempi riesco a provare qualcosa, per quanto non siano sentimenti veri ma il facsimile del facsimile del facsimile. E poi arriva lei, proprio qui accanto a me, con i suoi sentimenti veri. Mi vergogno. E lo ritengo un onore."

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    01 Ottobre, 2020
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Edward Cullen

«I chicchi della melagrana e il mio mondo infernale. Non ero appena stato testimone di un brutale esempio di quanto il mio mondo potesse essere sbagliato per lei? E lei giaceva lì, spezzata, per colpa di questo. Di certo, il più grande male possibile sarebbe stato tenerla con me.»

Sono trascorsi già quindici anni da quando “Twilight” ha fatto il suo ingresso nelle nostre librerie. In quegli anni Stephenie Meyer riuscì a portare tutti i lettori in un universo fatto di vampiri ma anche di amore e amicizia, destò l’interesse anche dei meno avvezzi alla lettura e si distinse nel panorama del fantasy grazie a una serie ben costruita che fece sognare e battere i cuori.
In questo 2020 torna tra gli scaffali con “Midnight Sun”, opera che non deve essere considerata uno spin-off del titolo che ha dato avvio alla saga ma che è al contrario un testo che torna a narrarne le vicende ma dal punto di vista del travagliato Edward Cullen. È lui, infatti, la voce narrante di questo componimento e noi ne ripercorriamo le tappe osservando da una diversa prospettiva.
La prima cosa che colpisce sin dalle prime battute è lo stile narrativo che si distingue per la grande eleganza della penna. Ciò consente a chi legge di immedesimarsi nei panni di un uomo che apparentemente ha solo diciassette anni ma che in realtà ha diversi decenni in più alle sue spalle, ciò permette di avvicinarsi con più facilità a quella realtà scolastica in cui egli conosce Isabella Swan insieme alle due sorelle e ai due fratelli nella grigia e piovosa Forks. Edward non solo è un vampiro ma legge anche nella mente di chi lo circonda. Di tutti, credeva. Perché l’incontro con Bella, la ragazza scoordinata, timida e minuta, suscita in lui sentimenti contrastanti di amore, odio, attrazione e desiderio di fuga e cambia quella che è sempre stata la consuetudine: può leggere i pensieri di tutti ma non i suoi. Per quale motivo? Cos’ha quella ragazza di diverso dalle altre? Perché la sua mente è inaccessibile?

«Bella Swan camminò nel flusso d’aria calda che soffiava verso di me dal condotto di aerazione. Il suo profumo mi colpì come un ariete, non c’era un’immagine abbastanza violenta per esprimere la forza di ciò che mi accadde in quel momento. Istantaneamente, mi trasformai […]
Io ero un predatore. Lei la mia preda. Non esisteva più niente in tutto il mondo, tranne quella verità.»

Brevi assunti, questi, che rappresenteranno soltanto l’inizio di quel che “Midnight Sun” è. L’effetto sul conoscitore sarà quello di sentirsi a casa, di sentirsi coccolato e cullato, di tornare indietro nel tempo, alla propria età della prima lettura. Il conoscitore sarà travolto dalle emozioni che si susseguiranno passando dalla gioia, al dolore, all’arrabbiatura, al cuore che batte. A differenza però del passato lo farà con una diversa maturità, la propria essendo trascorso un quindicennio, ma anche quella di Edward che proporrà un punto di vista che lo renderà più umano e tangibile. Arriveranno il suo tormento sia fisico che mentale, la sua indecisione, il suo combattere contro se stesso, il suo arrendersi all’evidenza.
Unica pecca che ho riscontrato è stata in un eccessivo dilungarsi su alcuni elementi secondari che tendono a rallentare a tratti un poco la lettura. Interessante il confronto naturale che scaturisce con “Twilight” e al tempo stesso con la trasposizione cinematografica. Alcune incongruenze non sfuggono all’occhio del lettore in relazione alla pellicola ma certamente sono dettate dall’esigenza della narrazione.
In ogni caso “Midnight Sun” è un libro che coinvolge e fa evadere, che conquista e regala ore liete. Non può mancare nella libreria di chi ha amato la serie.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    28 Settembre, 2020
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Né carne né pesce

"Jane va a nord”, voglio precisarlo dal principio, è un libro senza troppe pretese se non quella di intrattenere un certo tipo di pubblico. Riguardo a questo pubblico è difficile anche definirlo: direi probabilmente una platea di lettori che cercano qualcosa di leggero, piuttosto ironico, che abbia qualche rimando ai romanzi di viaggio di giovani americani, un po' sullo stile di “Sulla strada" di Kerouac, pur non presentando molte delle sue caratteristiche peculiari. In effetti, è proprio la difficoltà di collocazione la pecca principale di questo libro: è un racconto di viaggio ma non troppo, ironico ma non troppo, d’azione ma non troppo. Né carne né pesce e si rimane dunque spaesati seppur consapevoli, alla fine. che la lettura verrà presto dimenticata. Non che avessi altissime aspettative, ma sono ancora alla ricerca d'una nuova perla in mezzo al mare di pubblicazioni recenti dell' autore, che ormai sforna romanzi come fossero panini: in quantità e fondamentalmente tutti uguali, nella norma.

La trama di "Jane va a nord "è piuttosto semplice: una ragazza disoccupata del Texas riceve l'invito al matrimonio dell' odiata sorella. I suoi sentimenti verso di lei e le altre sorelle la spingono, all’inizio, a non prendere molto in considerazione l'invito, ma poi, solo per il gusto di fare un dispetto con la propria presenza, Jane decide di trovare il modo di “andare al Nord" e assistere alla cerimonia. Un viaggio che non parte dunque con le migliori premesse psicologiche e nemmeno pratiche: la sua auto è un catorcio che non arriverebbe al nord neanche portandolo sulle spalle; non ha abbastanza soldi per acquistare un biglietto per l'autobus, né un regalo per le nozze che sia granché. Come soluzione al primo problema, Jane decide di cercare un passaggio e lo trova con l'irriverente Henry, ragazza che fin dal principio dimostra una personalità e un modo di fare spiccatamente maschili, che deve andare al Nord per sottoporsi a un intervento oculistico; almeno ufficialmente.
Le due ragazze si imbarcheranno in questo viaggio carico di eventi avventurosi… ma non troppo.

“Non credo di conoscere bene la tua personalità. Ma penso che tutti crediamo a qualche stronzata. Il vero amore. I numeri magici, i segni zodiacali. Forse ci serve. O serve a qualcuno di noi. Ho conosciuto un uomo che non valeva la carta igienica con cui si puliva, e io insistevo a credere che fosse migliore di come appariva, e che la persona che vedeva non era il vero lui, come se il vero lui si nascondesse in bagno.”

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    27 Settembre, 2020
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SENZA INFAMIA SENZA LODE

"Troppi di loro non erano felici, tutti persi dietro qualche sogno impossibile... e poi... Dio santo, quello che ho visto è stato terribile..."
Inizio così la mia recensione con una frase che a mio avviso è molto significativa, al suo interno racchiude alcuni dei punti più importanti del libro: l'infelicità, il raggiungimento di un sogno e il soprannaturale e il leggere il futuro nelle carte.
Partiamo però dall'inizio, la famiglia è il punto cardine della storia, i Casadio sono particolari, stravaganti, bizzarri e a volte talmente strani da sembrare quasi irreali.
Il libro ripercorre le vicende di questa famiglia dal 1800 al 1970 circa, quasi duecento anni di vita condensati in un piccolo volume; la storia si svolge a Stellata un paese che incrocia il Veneto, la Lombardia e l'Emilia, nel cuore della Pianura Padana e vicino al Po.
Sì, probabilmente le pagine sono troppo poche per descrivere al meglio tutti i personaggi che l'autrice ci presenta, alcune storie si esauriscono in poche pagine mentre altre prendono più spazio. Non c'è una vera e propria trama principale ma una serie di subplots, dove ci viene raccontata la vita di alcuni dei discendenti di Giacomo Casadio e Viollca Toska.
Tutto parte da loro, dall'incontro del solitario e taciturno Giacomo con la zingara Viollca, il loro matrimonio farà partire la storia di questo libro e divideranno i Casadio in due categorie: i sognatori quelli con gli occhi e i capelli chiari e i sensitivi quelli con dei tratti del viso più scuri.
Viollca è molto diversa da Giacomo, ha delle tradizioni e una cultura molto lontana da quella del marito, radicata in anni di storia del suo popolo che oggi chiamiamo semplicemente Rom. La donna, va contro la sua famiglia per aver sposato un gagè ( in lingua romanì sta a indicare "gli altri") però, durante il matrimonio, non cambia se stessa o le proprie convinzioni. Lei prepara degli intrugli con erbe e radici e si dedica ad alcuni rituali per togliere il contaminato marhime; come se l'ordine e la pulizia della casa fossero responsabili dei problemi o dell'infelicità del matrimonio con Giacomo. Pertanto, tutto doveva essere pulito con accuratezza, come se ci fosse una netta divisione tra l'interno puro e simbolo di unione famigliare e l'esterno contaminato, sporco e pieno di insidie. Viollca aveva una vera e propria paura dell'impurità e per questo non toccava i rifiuti o non lavorava nei campi. La donna leggeva i tarocchi e vedeva delle cose spaventose nel futuro dei Casadio. Su questo ultimo punto, non sono del tutto sicura che i rom leggessero il futuro, sono andata ad approfondire e ho trovato degli articoli contrastanti a riguardo; quindi rimango perplessa su questo punto.
In realtà l'elemento del realismo magico è presente in questa storia, la stessa autrice lo dice, lei stessa ammette di essere stata influenzata dagli autori latino-americani che conosce bene, anche se sinceramente nel nord Italia non ne avevo mai sentito parlare. Io sono veneta e non mi sono riconosciuta, se non in parte, nelle storie di questa famiglia, tutto quello che mi è stato raccontato dai parenti più anziani mi ha dato una visione differente del passato. Posso trovarmi d'accordo con la parte in cui l'autrice ci parla delle travagliate storie d'amore, di matrimoni infelici, di amanti e di tradimenti anche tra persone insospettabili, molti segreti sono rimasti sepolti per anni, per evitare uno scandalo. Nei piccoli paesi si parla molto e le malelingue sono sempre in agguato e possono anche raccontare delle dicerie che alla fine non si rivelano veritiere. Ma era lavoratori umili e instancabili, dove non c'era possibilità di studiare, dove si viveva di quello che la terra riusciva a donare, dove lo spazio per i sogni era impossibile.
Per rendere l'idea dell'epoca e delle tradizioni trovo che sia stata vincente l'idea di inserire delle frasi in dialetto, che oggi in famiglia si parla ancora, almeno in Veneto è di uso comune.
Ho apprezzato l'enorme lavoro di ricerca che l'autrice ha fatto per inserire questi personaggi in un contesto storico credibile, attraverso le storie di alcuni componenti della famiglia ripercorriamo anche una parte della storia italiana. Sono andata a verificare alcuni fatti e date per capire se effettivamente corrispondevano. Inoltre, la Raimondi introduce alcuni argomenti importanti che non vengono sempre approfonditi: l'istruzione infantile, l'emigrazione verso le Americhe, la fede religiosa e l'aborto.
La cosa che più mi ha colpito e per la quale sono arrivata a dare una valutazione media è stata l'ambientazione, Stellata, un piccolo borgo situato a ridosso del fiume Po, fin dal Medioevo punto strategico di difesa contro i tentativi di conquista di Venezia e di Milano. Stellata non è un paese di fantasia ma esiste veramente ed è situato in provincia di Ferrara. Questo luogo viene descritto in maniera vivida e verosimile, è il posto dove vediamo e leggiamo la storia di tutti i Casadio fino ai giorni nostri.
Posso dire che sia la famiglia, che Stellata sono i due punti cardine della narrazione.
Il punto debole del romanzo sono i moltissimi personaggi, vuoi per i quasi duecento anni che ci vengono raccontati, vuoi perché è impossibile provare empatia per tutte queste persone. Sono davvero tanti anche per una saga famigliare. Le storie che mi hanno coinvolto di più sono state quelle di Achille e Angelica, quella di Adele e quella di Neve. L'autrice riesce però a trovare il giusto equilibrio, non fa confusione tra le varie vicende, questo denota un grande lavoro di anni e anni di scrittura e revisione, che io non posso negare o non considerare.
In realtà qui stiamo parlando di un romanzo con una storia completamente inventata, la stessa autrice lo ha detto in un'intervista, Viollca è un personaggio che la Raimondi inserisce nel libro ma non ha prove certe della presenza dei rom nelle famiglie del nord Italia. Sappiamo che nella Pianura Padana sono passati alcuni zingari, precisamente tra il 1417 e il 1430, infatti in quel periodo, dall’Italia all’Olanda, ci furono molte compagnie di pellegrini che si chiamavano“egiziani” e che transitarono e si stabilirono nel nostro paese.
Un'altra cosa che non mi ha convinta è il prologo, a mio avviso troppo lungo e poco coinvolgente, se avessi letto questa parte iniziale in libreria o in qualsiasi sito, non avrei preso in considerazione la lettura del romanzo, essendo un biglietto da visita importante mi sarei aspettata qualcosa di più.
Lo stile dell'autrice è semplice, pulito e lineare, la narrazione è molto scorrevole ma l'ho trovata piatta senza grandi colpi di scena; la Raimondi scrive bene, lo si percepisce tra le pagine però manca qualcosa per riuscire a consigliare questo libro.
Il realismo magico che dicevo all'inizio non è troppo marcato, ripeto io non l'ho mai sentito qui al nord Italia, mi sembra molto lontano dalle nostre tradizioni che non credono ai tarocchi o agli indovini, quindi su questo punto continuo a rimanere perplessa.
Possiamo dire che questo libro è "Senza infamia e senza lode", non mi sento di consigliarlo come ho spiegato sopra, sono cosciente delle molte recensioni positive ma non posso negare i mille dubbi e perplessità che ho avuto durante la lettura di questo romanzo. In realtà, a mio avviso, non basta dire che il romanzo è poetico e indimenticabile bisognerebbe spiegare bene il perché, sono aperta al confronto con chi la pensa diversamente da me.






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archeomari Opinione inserita da archeomari    26 Settembre, 2020
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La mia piccola grande Tokyo

Vedere Tokyo attraverso gli occhi innamorati di una italiana che ha scelto di mettere le sue radici in Giappone: questo è “Tokyo tutto l’anno”, una lettura piacevole e interessante.

Luisa Imai Messina è una giovane romana che, in seguito ad un primo viaggio, regalo post-lauream, nel magico Paese del Sol Levante, decide di restare ancora un po' e, complici prima gli studi di lingua giapponese e poi anche l’amore per Ryosuke, rimarrà soggiogata completamente dalla grande megalopoli orientale. Con la sua simpatica famigliola, il marito Ryosuke e i loro bambini Sosuke ed Emilio, la Messina ci prende per mano e ci mostra i principali luoghi di attrazione di Tokyo, come in una lunga ed affascinante gita in una qualsiasi domenica. Non ci si sente soli in questo viaggio. La scrittrice è una presenza viva, la sua voce è fresca, ricca di immagini, simpatica e riflessiva. Ora ti confida un ricordo che la lega ad un certo luogo, ora si interrompe per farti partecipe dei capricci di uno dei bambini, ora ti mostra una delle tante gothic Lolita che si incontrano nella città, un po' tenere bambine un po' giovani dark ladies.

Il libro è organizzato per mese, da gennaio a dicembre e riporta le principali festività del calendario lunare dell’antico Giappone con i rispettivi ideogrammi e la traduzione. Immancabili le parole stagionali, i kigo, un concentrato simbolico e una descrizione immediata di una stagione in cui si festeggia o si ricorda qualche evento importante. E così gennaio è il mese dedicato agli affetti, alla famiglia, febbraio è il mese “del vestirsi a strati”, marzo quella della crescita e dei primi fiori, e così via.

Le ricorrenze e le usanze sono veramente tante! Tokyo è di una complessità e di una ricchezza quasi uniche al mondo, talvolta è paradossale. Si trovano negli stessi interstizi luce ed ombra, la natura e la tecnologia, il passato e il presente, il vecchio ed il nuovo, il dentro e il fuori, lo yin e lo yang.

La natura è presenza fissa nella lingua e nella cultura di questo magico Paese. Come aveva scritto Cees Nooteboom nel suo libro che ho letto da poco : “Per i giapponesi la natura è animata, in senso letterale. Negli alberi, nei ruscelli, nelle colline vivono dei, spiriti, anime. Questo popolo ha un rapporto mistico con la natura, in nessun altro luogo è così evidente cime nei giardini zen”.

In effetti nei racconti, nelle illustrazioni su carta di riso, tornano questi spiriti, anche quelli degli antenati cui ogni casa dedica un piccolo altare, che vengono periodicamente ricordati col passare delle stagioni. Certamente il Nooteboom non è riuscito nei suoi innumerevoli viaggi a comprendere in fondo la realtà giapponese moderna, tornando ogni volta un po' deluso. Invece la Messina guarda alla città con occhi diversi, è innamorata del Giappone, è felice, è entusiasta di questa cultura così complessa e così estranea alla nostra.

È affascinata dalla creatività, dalla fantasia che divengono arte anche nell’impacchettare i regali, quasi in ogni attività, dalla cucina al giardinaggio, con la carta, con i fiori, con il cibo e trascina anche chi legge le sue pagine.

La cucina tradizionale è di una ricchezza notevole che richiede molta creatività e pazienza. Con in mano il cellulare ho cercato nel web le principali pietanze e sono rimasta colpita dalla delicatezza del colore di certi dolcetti che si preparano durante la festa delle bambine (Hina-matsuri), evento strettamente legato alla fioritura degli alberi di pesco. Non solo, ma anche tutte le pietanze di riso, di pesce, hanno in sé una spettacolarizzazione della creatività davvero unica e un richiamo alla ciclicità della natura.

 “La natura ha tante parole e il giapponese dà il meglio di sé nella sua descrizione; pare espandersi all’infinito, quasi allungando al limite le braccia per accoglierla tutta: questa lingua punta sull’unica cosa destinata a restare”.

 Io non ho mai visto luogo più bello del sakura-dori, il viale dei ciliegi: un tunnel rosa e bianco, di struggente bellezza. I fiori di ciliegio, quelli di deutzia, i crisantemi e tutti gli splendidi fiori che rendono questo posto esotico così magico insegnano che la bellezza è nella fragilità, nel passeggero e nelle cose destinate a terminare.

 Bella la copertina rigida, con la sovracopertina illustrata da Igort, lo stesso artista che impreziosisce alcune pagine all’interno del libro. Un libro da regalare e da regalarsi.

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siti Opinione inserita da siti    26 Settembre, 2020
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Tra Mitteleuropa e Sudamerica

Un operaio sloveno, o meglio austro-slavo, un sedicente re francese e infine una suora che potrebbe essere scambiata per un pinguino, sono i protagonisti strampalati delle tre brevi biografie che costituiscono la materia narrativa di questo originale scritto. La penna di Claudio Magris, colta e avvincente al tempo stesso, amplifica la curiosità del lettore che può cogliere le singole suggestioni derivanti dalla conoscenza di “tre vite vere e improbabili”, come approfittare della succulenta occasione per scoprire una vasta letteratura di nicchia che, non relegata affatto alla dimensione della narrazione avventuriera tipica della letteratura da viaggio, tocca i grandi nomi di Borges, Campana, Pascoli, Conan Doyle, Verne, Poe, Lovecraft, virando però, sapientemente verso i capolavori della letteratura guachesca come il poema nazionale argentino “Martin Fierro” di Josè Hernandez o ancora verso un romanzo dello scrittore polacco Andrzej Kusniewicz, “Il re delle due Sicilie”. Suggestioni, rimembranze, sodalizio da gente che vive in terre di confine, anche al limite del nulla, sembrano costituire la via aperta da Magris per scalare non una vetta ma l’invalicabile, la metafora del limite della conoscenza e la sfida, come contemplata nel canto di Ulisse, il XXVI dell’Inferno dantesco, all’ignoto, rappresentato in questo caso dall’estremo sud del mondo. I luoghi sono quelli compresi tra Patagonia e Auracania, i tempi racchiudono anni che abbracciano l’Ottocento e la prima metà del Novecento, un tempo sufficiente a far registrare il progressivo sterminio delle popolazioni indigene della Terra del Fuoco ma anche della Patagonia. Le storie, invece, sono quelle incredibili di tre persone che hanno sposato la causa araucana e quella patagone in nome della libertà e del rispetto delle genti contribuendo a mantenere viva, con la loro opera e i loro scritti, la memoria di popoli che non esistono più. Consigliatissimo.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Settembre, 2020
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Famiglia genetica, legale, economica, filosofica,

“Costanza decise di tuffarsi. Come aveva fatto con la proposta di Henry. Avrebbe cavalcato l’onda fin dove l’onda l’avrebbe portata prima di infrangersi, o prima che lei stessa finisse contro uno scoglio.”

Dopo “I formidabili Frank” è ancora una volta la famiglia il fulcro della narrazione del nuovo libro di Michael Frank. Stavolta non siamo di fronte ad un memoir ma ad un classico romanzo.
Tutto inizia in Italia, a Firenze, dove Costanza, una donna di circa quarant’anni che fa la traduttrice, incontra Henry e suo figlio Andrew in una piccola pensione dove tutti e tre stanno trascorrendo un periodo di vacanza. Costanza ha per metà origini italiane, sua madre è ligure, mentre il padre, morto quando lei era adolescente, era statunitense. Sia Costanza che Henry ed Andrew vivono a New York, ma è nella pensioncina di Firenze che scatta l’inaspettata ed intensa attrazione fra i tre. Prima si conoscono Costanza ed Andrew. Lui è un ragazzo che deve frequentare l’ultimo anno delle superiori, è introverso e tormentato. Si è appena lasciato dalla sua ragazza, non ha un buon rapporto con il padre che considera troppo egocentrico e narcisista e dal quale non si sente amato fino in fondo. Poco dopo si conoscono anche Costanza e il padre di Andrew, Henry. Lui è un famoso medico specializzato nella fecondazione assistita, sicuro di sé, volitivo ed intraprendente in apparenza, in realtà ancora sofferente ed insoddisfatto dopo la separazione dalla moglie avvenuta ormai sei anni prima. Anche Costanza è un personaggio particolare, una donna molto bella ma non più giovane, è rimasta vedova da circa un anno di un famoso scrittore di cui stanno per essere pubblicati i diari postumi. Costanza ed Andrew diventano amici, anche se uno dei due è coinvolto sentimentalmente. Poco dopo Henry e Costanza iniziano una relazione molto intensa e promettente. Entrambi hanno un fortissimo desiderio di superare le loro solitudini e ritrovare la felicità che solo l’amore condiviso può offrire. Così, quando pochi mesi dopo si rivedono a New York, decidono immediatamente di andare a vivere insieme. Costanza vorrebbe avere un figlio e stranamente Henry subito la appoggia e anzi, quasi la spinge a perseguire questo obiettivo, nonostante si conoscano da pochissimo tempo. Quali motivazioni spingono veramente Henry a comportarsi così? Perché è quasi più ossessionato di Costanza nella ricerca di quel futuro figlio? Forse soltanto a causa della sua professione? Oppure c’è qualcosa che viene tenuto nascosto?

Michael Frank scrive un romanzo apparentemente molto lineare e leggero, in realtà abbastanza sofisticato e complesso. I temi trattati, la famiglia, la genitorialità intesa come fatto biologico, sociale o culturale, le relazioni fra le persone, che si portano dietro quasi sempre degli spazi misteriosi, sicuramente sono stati trattati e dibattuti in molti luoghi culturali diversi e vari. Tuttavia questo romanzo ha il pregio di riproporli con originalità e freschezza. In particolare, sono i personaggi ad essere tratteggiati in modo inedito perché, pur non suscitando grande simpatia e di conseguenza nemmeno molta empatia nel lettore (eccetto il tormentato, giovane e puro Andrew), riescono lo stesso a catturare l’attenzione e a suscitare l’interesse verso la storia narrata, anche e malgrado, la loro antipatia, la loro insincerità, la loro codardia.
Un buon romanzo, in grado di portare il lettore in luoghi conosciuti ma anche inaspettati.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    14 Settembre, 2020
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James o Maurensig?

Riguardo a questo racconto occorre fare un'importante premessa, emersa nel mio caso durante la lettura dell'introduzione: "Pimpernel” era in origine una novella di Henry James, ritrovata per caso da Paolo Maurensig il quale, giustamente, ha colto l'occasione per ricomporne le parti perdute e offrirle ai lettori. Quel che è strano è che questa cosa non sia tanto evidente né sbandierata da Einaudi perché, non me ne voglia Maurensig, ma il nome di Henry James e di un suo racconto ritrovato tirano molto di più, per quanto mi riguarda. Che il racconto fosse talmente rovinato - e dunque, pesantemente rimaneggiato - da non potergli assegnare il nome dell'autore statunitense? Molto probabile, ma l'occasione di specificarne l'origine era troppo ghiotta per non poter esser colta. Durante la lettura mi sono chiesto costantemente se stessi leggendo James o Maurensig, e ho trovato pace solo quando ho deciso che non aveva importanza e mi sono concentrato sul racconto in sé.
"Pimpernel” è un bel racconto, che si legge velocemente e con piacere. Si sente molto l'impronta ottocentesca, per fortuna, considerato che l'autore si prende spesso il tempo per fare discettazioni e riflessioni che possono coinvolgere il lettore, in questo caso perlopiù incentrate sulla Bellezza e sull'arte. Alcuni tratti sono piuttosto interessanti e vi spingeranno a soffermarvi un attimo per capire e anche per fare le dovute considerazioni.
“Pimpernel” ruota intorno a una storia d'amore (come suggerisce il sottotitolo), quasi un colpo di fulmine tra un giovane scrittore americano (probabilmente alter ego di Henry James) e una giovane donna, il tutto nella splendida cornice che è Venezia. Agli autori piace vincere facile. La ragazza, di nome Annelien, è un personaggio interessante: certo non la classica figura femminile poco sfaccettata che era molto diffusa nei romanzi di un paio di secoli fa. Questo dà un pò di spessore a una storia d'amore che in fondo non ha nulla di diverso da tante altre, almeno fino a quando il segreto di lei non viene fuori dando al tutto una sfumatura diversa e creando un collegamento anche con la vita privata di Henry James.
Alcune cose e situazioni presentateci nel racconto non hanno, a mio parere, un'evoluzione soddisfacente (ad esempio la storia con lo spretato Damiani, un po’ troncata) e molte cose che potevano essere approfondite restano invece col proprio potenziale inespresso. Un tema che mi è dispiaciuto non vedere approfondito, ad esempio, è quello del conflitto generato nello scrittore quando gli si pone davanti la scelta tra denaro e gloria, tra agiatezza e la necessità dello scrittore "vero" di trasmettere un messaggio, di lasciare un segno.
Nonostante tutto, “Pimpernel "è una lettura piacevole e che consiglio, soprattutto agli esperti di James, cosi che possano capire quanto di lui c'è in questa storia.

“L’umana bellezza rispetto alla bellezza dell’arte era transitoria, mutevole, fallace. Bastava che sul bel nasino di una donna spuntasse un foruncolo perché la sua bellezza ne venisse compromessa. Che dire, poi, dell’inevitabile invecchiamento?”

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    09 Settembre, 2020
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Una lettura leggera

Probabilmente perfetta per una lettura estiva, questa raccolta di racconti di Georges Simenon esce per Adelphi a estate ormai finita. A parte il racconto che dà il titolo alla raccolta, le storie che vi sono contenute sono brevi: non vanno infatti mai oltre le venti pagine. Non c’è mai moltissimo da dire per quanto riguarda i racconti: a meno che non si parli di raccolte che hanno un evidente filo conduttore o se a scriverli sono mostri sacri del racconto breve come Borges o Bradbury.
Le storie contenute in “Annette e la signora bionda” non hanno evidenti punti in comune, solo qualcosa che si può cogliere qua e là ma non si può considerare un tema condiviso. Oltre questo, non si può dire che siano racconti con importanti pretese letterarie, ma solo un modo per passare qualche piacevole ora di lettura. Un tema che secondo me è emerso (ma sempre in maniera superficiale) è quello del rapporto uomo-donna, anche se trattato dal punto di vista di un uomo che ha vissuto in un epoca non molto lontana ma comunque diversa dalla nostra. Quel che emerge più marcatamente sono proprio le differenze di genere più radicate, e devo dire che in un tempo come il nostro in cui si cerca disperatamente di annullarle (cosa giustissima riguardo ai diritti, più discutibile quando si vogliono negare le peculiarità che ci rendono diversi, non migliori o peggiori) è stato interessante riscontrarle e fare un paragone coi nostri giorni.
Paradossalmente, credo che il racconto più scialbo sia proprio quello che dà il titolo alla raccolta: certo, è possibile che il mio giudizio negativo sia dovuto all’avversione spropositata che ho per i personaggi femminili sciocchi e superficiali, quale è la nostra Annette (che tuttavia ha dalla sua la giovanissima età), ma devo dire che è quello che mi ha colpito meno. Mi sono piaciuti molto di più “La strada dei tre pulcini” e “La moglie del pilota”, che sono quelli che possono dare qualche spunto in più. Oltre questo, non c’è molto altro di cui si possa discutere e credo che la vera discriminante che debba convincere un lettore è in primis il suo gradimento nei confronti di Simenon. Se ci si sta approcciando la prima volta a questo autore, potrebbe tuttavia non essere il libro migliore con cui cominciare, perché credo che non vengano fuori le sue qualità migliori e si potrebbe finire per considerarlo un autore di non così grande livello: certo, non parliamo di Doyle né tantomeno di Dostoevskij, ma se le sue opere continuano a essere pubblicate a oltre tre decenni dalla sua morte, un motivo ci sarà. Nonostante questo, essendo lo stile molto fluido e intrigante, potrebbe essere preso in considerazione se si vuole conoscere l’autore “senza impegno”, con qualcosa di più leggero.
Riassumendo: se vi piace Simenon o avete voglia di qualcosa di leggero leggetelo; se volete leggere un libro più impegnativo e profondo o cercate un approccio all’autore che sia più indicativo, virate su altro.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    07 Settembre, 2020
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Il mondo cinese e la cultura del tè

Lisa See, americana, è di origini cinesi, e ha raggiunto il successo letterario con Fiore di neve e il ventaglio segreto, a cui ha fatto seguito In una rete di fiori di loto, La ragazza di giada, La ragazza di Shangai, Le perle del drago verde e Come i fiori di notte. Ora torna in libreria con Come foglie di tè, un poderoso libro in cui viene messo in particolare evidenza tutto l’amore dell’autrice per il mondo cinese. Ma non solo: si fa risaltare anche la perfetta conoscenza di questa realtà, espressa anche nei piccoli particolari che pochi conoscono. Un testo che:
“ispirerà alla riflessione, discussione e desiderio travolgente di bere un raro tè cinese.”
Narra la vicenda di Li-yan che con la sua famiglia vive in un remoto villaggio alla periferia. La sua famiglia appartiene alla popolazione denominata Ahha e sopravvive solo grazie alla coltivazione e alla raccolta del tè. I ritmi di vita sono proprio soggetti a questo, e si svolgono in funzione di essa. Sono molto poveri, e soprattutto alle donne non è concessa alcuna istruzione. Ma fa eccezione Li-yan, che impara a leggere e a scrivere, con grande stupore dei consanguinei. Tutto si ribalta quando irrompe nel villaggio la civiltà: arriva uno sconosciuto a bordo di una Jeep e lei se ne innamora follemente. Rimane incinta. Ma la sua famiglia non accetta la creatura, che verrà abbandonata in un orfanotrofio avvolta in una coperta che nasconde una tea cake. Quella bambina, adottata da una famiglia benestante californiana, una volta cresciuta vorrà, però, avere delle spiegazioni circa la sua origine. Che accadrà? Incontrerà la madre? Come si porrà nei confronti della famiglia d’origine?
Un libro interessante, dove due sono gli elementi chiave: l’amore e la minuziosa conoscenza della realtà cinese in quanto tale, e la coltivazione e la raccolta del tè. Quest’ultima ha un ruolo veramente preponderante. Al tè sono legati usi e costumi della società. A lui si riconosce una importanza totale, per cui:
“Ogni storia, ogni sogno, ogni minuto della nostra vita pullula di coincidenze fatidiche che si susseguono. Persone e animali e foglie e fuoco e pioggia: turbiniamo gli uni intorno agli altri, come chicchi di riso che vengono lanciati in cielo a manciate.”
La vita del villaggio è semplice, sempre in precario equilibrio. Infatti:
“Comunque sia la nostra casa, come tutte le strutture del villaggio, è stata costruita per essere temporanea. (…) La nostra casa è costruita su palafitte di bambù, così da assicurare una area protetta.”
Fa da contrasto, reso con molta vividezza, il mondo occidentale americano, di cui la figlia abbandonata è simbolo e insieme superamento dell’arretratezza. Quale dei due mondi avrà la meglio?
Una lettura che mi ha stupito per la comunicazione e il ritratto di un mondo che non conoscevo. Di cui però ho fatto fatica a procedere nella lettura, un po’ per l’eccessiva prolissità, un po’ per i nomi dei personaggi. Nel complesso si rivela una lettura curiosa ed interessante per chi voglia affrontare temi differenti e lontani dalla nostra cultura. Un po’ troppo prolissa e descrittiva, per cui alla fine si tende a perdere il filo del discorso. Forse da affrontare a piccole dosi, sorseggiando una tazza di tè fumante ed odoroso….

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