Le recensioni della redazione QLibri

1252 risultati - visualizzati 1 - 50 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 26 »
Ordina 
 
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    15 Febbraio, 2018
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Fosca, Valeria e Genova

Fosca e Valeria: due donne di circa quarant'anni, di Genova; due donne ferite dalla vita, tradite, ingannate dai loro affetti più cari, da chi credevano più vicino. Racconta la storia triste e malinconica di queste due protagoniste il nuovo romanzo di Sara Rattaro, pubblicato nel mese di febbraio 2018.

Si tratta del primo romanzo che leggo di quest'autrice, una lettura che mi ha convinta e coinvolta soltanto a metà.

La narrazione scorre facilmente, lo stile dell'autrice è semplice ed essenziale, la sua prosa fluida si fa leggere velocemente e volentieri. Ho notato tuttavia una certa banalizzazione in alcuni dialoghi, dove si fa un uso sicuramente eccessivo del punto esclamativo.

Le situazioni che vengono raccontate sono molto tristi, le due protagoniste vivono entrambe momenti drammatici e sconfortanti delle loro esistenze. Tali vicissitudini sono narrate in prima persona da Fosca e da Valeria: purtroppo ho riscontrato una focalizzazione interna troppo simile tra le due donne: è vero che sono entrambe quarantenni, genovesi e sfortunate, ma devo ammettere che riuscivo a capire quale delle due stesse raccontando solo dall'intestazione del capitolo.

Sicuramente non è un romanzo sull'amicizia. Leggendo la sinossi mi ero fatta l'idea -sbagliata- che il libro raccontasse la storia dell'amicizia nata fra Fosca e Valeria. In realtà vi si narra del loro incontro e della loro conoscenza, ma non si tratta certo di amicizia, quanto del confronto fra due destini sfortunati e fra due diverse solitudini. Si racconta come Fosca abbia affrontato un momento difficile, e come lo abbia fatto Valeria (nel frattempo le due si sono conosciute).

Non vorrei comunque che chi legge questa recensione si facesse un'idea troppo negativa del romanzo: si tratta di una lettura facile ma non eccessivamente banale. Inoltre vengono affrontate tematiche non certo superficiali come l'abbandono, la malattia, il tradimento, la solitudine e l'amore, che possono far riflettere sulla vita quotidiana di chiunque.

In conclusione, “Uomini che restano” è un romanzo adatto a trascorrere qualche ora immersi in una piacevole lettura senza eccessive pretese.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Letteratura rosa
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Una Kinsella diversa

Nella vita sono molti gli insegnamenti che riceviamo, alcuni li dimentichiamo mentre altri rimangono più impressi nella memoria. Mio nonno, che non c’è più, mi diceva sempre che per conoscere fino in fondo una persona prima dovevamo mangiarsi insieme diversi “sacchi di sale”; mia nonna, che tuttora è al mio fianco, invece mi dice sempre che le sorprese non le vuole ricevere perché a lei non piacciono.

Scusate il lungo preambolo, ma questa premessa può essere utile al lettore che si avvicinerà a questo romanzo.

Dan e Sylvie stanno insieme da ormai ben dieci anni e hanno due splendide gemelle di cinque anni (adorabili).

“Siamo sempre stati quel tipo di coppia. Uniti. Profondamente connessi. Ci leggevamo nel pensiero. Finivamo uno le frasi dell’altra. Pensavo che non ci riservassimo più sorprese. E questo dimostra quanto poco ne sapessi”.

Una coppia perfetta che con tutto l’ottimismo possibile si ritrova a fare una visita insieme. Il dottore allegramente gli comunica che poiché l’aspettativa di vita è aumentata, possono ritenersi felice di sapere che trascorreranno ancora insieme i prossimi sessantotto anni.

Quella che doveva essere una semplice visita rivoluzionerà invece il modo di pensare e gli equilibri della coppia “perfetta”. Quello che parte come una commedia divertente, sfiorando anche il grottesco, a un certo punto cambia registro affrontando tematiche più profonde.

Il libro parte lentamente e solo dopo aver superato la metà, ingrana in maniera più coinvolgente. Una Kinsella insolita che affronta il matrimonio mostrandone più aspetti. Segreti, sospetti, fiducia, passato e futuro, tutto verrà messo in discussione, in un crescendo di emozioni ed equivoci. Spesso quello che crediamo di sapere è davvero molto lontano dalla realtà. Fino a che punto conosciamo gli altri, ma soprattutto quanto ci conosciamo?

Un libro che si presenta come una commedia ma che in realtà fa riflettere il lettore. Dare una valutazione al libro non è facile, da una parte andrebbe valutato come letteratura rosa, anche se alla fine il libro non lo è del tutto. Valutarlo come romanzo creerebbe il problema inverno. Posso dire che la Kinsella ha utilizzato uno stile rosa per raccontare una storia che oltre a tinte rosa ne ha molte di più.

L’autrice è riuscita a sorprendermi raccontando una storia molto diversa dalle altre. Lo consiglio a un pubblico femminile consapevole, questa non è la solita storia rosa. In maniera molto chiara la Kinsella mette in risalto la mente femminile analizzandone tutte le sue contraddizioni e soprattutto mettendo in evidenza tutte le paranoie che ci facciamo.

““Capisco l’idea di “tenere vivo il matrimonio”. La capisco benissimo. Ma le sorprese, no”. Scuote la testa con una certa enfasi “Le sorprese hanno la brutta abitudine di andare a finire male””.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Fr@ Opinione inserita da Fr@    13 Febbraio, 2018
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Omicidi ieri, sangue oggi

Ci sono lavori che non avrei mai potuto fare: il chirurgo, l’infermiere, il macellaio… e direi anche il giornalista di nera. Perché io, a differenza dei due protagonisti di questo nuovo thriller tutto italiano, non potrei mai e poi mai avere “nostalgia del sangue”.

“Nostalgia del sangue” è un romanzo giallo-noir-thriller scritto da due autori italiani che si celano dietro lo pseudonimo di Dario Correnti. Quindi il lettore non solo è posto davanti al terribile caso che sta sconvolgendo la zona della Bergamasca, ma è anche desideroso di capire chi siano questi due scrittori che vogliono rimanere nell’ombra.

Il protagonista del romanzo è il giornalista Besana: non più nel fiore dei suoi anni, ormai prossimo alla pensione, si ritrova a scrivere del suo ultimo caso, forse uno dei peggiori di tutta la sua carriera. Un serial killer (solo uno?) ha iniziato a mietere vittime ispirandosi al primo serial killer italiano, Vincenzo Verzeni, studiato anche da Lombroso. Verrà accompagnato nelle sue indagini da Ilaria Piatti, giovane (ex) stagista da tutti soprannominata “Piattola”, che dietro il suo atteggiamento goffo e impacciato, nasconde un passato che l’ha segnata per sempre.

Il libro è molto interessante. Molto lungo (535 pagine), si legge abbastanza velocemente, alternando capitoli incentrati sul presente, sempre piuttosto corti, a capitoli che raccontano di Verzeni e i suoi omicidi compiuti alla fine dell’800. Sono rimasta affascinata da questo alternarsi di passato e presente che in realtà si fondono tra loro, in una storia avvincente che ti spinge a continuare la lettura.

Alla fine ci si affeziona anche ai due protagonisti, due “investigatori” quasi per caso. Besana è un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, sacrificando anche la sua vita privata. Per quanto riguarda Ilaria, l’unica cosa che vi posso consigliare è scoprirla leggendo il libro.
Quindi che dire se non buona lettura? :)

“Chissà perché gli occhi di una persona sono l’unica parte del corpo che non cambia mai. Te li porti dietro dall’infanzia alla vecchiaia, e mentre tu cerchi di reinventarti, cancellarti e rinascere, loro rimangono sempre uguali. Sono il tuo passato e il tuo futuro, e quell’espressione è l’unica costante su cui puoi contare, il resto si perde o si trova”.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi è appassionato di thriller e anche di storia: sarà interessante scoprire chi è stato il primo serial killer italiano.
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Letteratura rosa
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
2.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2018
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

...siamo solo per pochi!

Luca, trent’anni, broker e (seppur abbia rinunciato al suo sogno precocemente) aspirante scrittore, ha imparato una cosa importante: le cose belle succedono quando meno te lo aspetti, così all’improvviso. Questo vale per l’amore, per il lavoro, per l’amicizia, per le gratificazioni, per tutto quel che nel quotidiano si intervalla nelle nostre esistenze. Ecco perché gli basta uno sguardo per capire che Mary è quella giusta, è il suo vero grande e unico amore. La sente sotto la pelle, e quando questo accade non ci sono alternative, non ci sono freni, non ci si può tirare indietro. Costi quel che costi. Perché non puoi non ascoltare la voce del cuore, non puoi non resistere al suo richiamo, non puoi inseguire i tuoi sogni se non sai riconoscerli, non puoi credere in un domani se non hai il coraggio di rischiare, di sbagliare, di perdere tutto, di cercare un nuovo inizio.
Una danza, quella che si instaura tra lui e lei, una melodia in cui quest’ultima fugge e lui la ricorre e viceversa, in cui il giovane si riscopre adolescente e un po’ bambino, in cui la donna di quel “galletto” non può più fare a meno perché le fa sentire quel qualcosa. Ma che fare? Dubbi, incertezze, paure. Perché Mary è fidanzata e non è sicura di voler interrompere il suo rapporto con Giulio per iniziarne uno nuovo, con tutti gli annessi e connessi del caso, e per di più, con una persona che conosce a malapena. A cornice della liaison principale, l’autore ci induce ulteriormente alla riflessione mediante un amore cd “collaterale”, un amore narrato dalla carta, dalle lettere, o ancora espresso dallo stesso protagonista sul suo taccuino di pensieri. Connubio a cui si somma, per di più, una playlist musicale presente all’inizio (e talvolta anche alla fine) di ogni capitolo, una colonna sonora che accompagna il conoscitore in questa riscoperta di sentimenti e di emozioni, in questa riscoperta di sé stessi.
Celebrità dei social e per questo lautamente contestato, Roberto Emanuelli approda in libreria con il suo secondo romanzo, opera – come la prima – di fatto riscoperta da Rizzoli e ripubblicata con la medesima casa editrice dopo l’esperienza del self-publishing.
Che dire, il testo racconta vicende attuali, narrando di un personaggio un po’ immaturo che si affianca di amici pirandelliani e intellettuali che a loro volta si mixano a circostanze e a situazioni normali e che è preda del sentimento tanto da risultare “un rosa” all’ennesima potenza. Non nascondo che nello scritto ho rivisto il trademark di Volo o ancora di Sparks. La storia è semplice e non particolarmente originale, racconta quelle che sono le vicissitudini dei trenta/quarantenni di oggi tendendo talvolta a esagerare con l’aspetto emotivo tanto da risultare fiabesca.
Stilisticamente il volume è ancora acerbo e è caratterizzato da un esagerato utilizzo dei punti esclamativi, da un uso quasi convulsivo di frasi fatte nonché da uno stile basilare, non particolarmente erudito. La lettura è per questo rapida e non impegnativa.
In conclusione, “Davanti agli occhi” è adatto ai cuori romantici, a chi ama i testi moderni e non troppo gravosi e a chi cerca un libro sulla scia degli scrittori sopra citati.

«La “banalità” della bellezza mi ricorda, tutte le volte, quanto sia sciocco cercare di decodificare con assurde combinazioni chiavi di lettura i fatti della vita. Quasi sempre, le persone alle quali tentiamo di inviare probabili messaggi in codice, pieni di complicati e poco comprensibili sottointesi, non aspettano altro, invece, che un nostro semplice banale gesto di assoluta bellezza: un sorriso.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Febbraio, 2018
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

X

“L’innocente”, romanzo scritto dal famoso scrittore Midorikawa Mikio, è per Suzuki Tamaki più di una semplice fonte di ispirazione. A sua volta autrice di successo, quest’ultima è al lavoro con il suo nuovo libro “In – Oscenità” opera che ha quale protagonista proprio il personaggio femminile del testo di Mikio. Il mistero che si cela attorno al componimento autobiografico del citato autore, diventa un qualcosa di irresistibile per la donna che pagina dopo pagina è sempre più decisa a far luce sul chi sia X (e non solo). Midorikawa, coniugato con Chiyoko e con tre figli, ha una passione sviscerata per le donne, non manca mai di dedicarsi a queste ultime e in particolar modo alla sua innominata amante. Imprudentemente ne scrive sul proprio diario, inevitabile è la discoperta da parte della consorte la quale non solo apprende della relazione adulterina ma anche del fatto che dalla stessa sono seguiti prima uno, poi scoprirà essere stati due, aborti. E mentre Chiyoko è una donna distrutta e arrabbiata per il tradimento, Maruko, X, è amareggiata per la consapevolezza di essere stata usata e poi lasciata nel momento in cui il compagno è stato colto in castagna. Eppure la sua è anche una figura genuina, autentica, che colpisce per le reazioni che sa porre in essere a seguito dell’essere stata, a sua volta, ferita.
Suzuki inizia a sondare la vita di Mikio e l’indagine – in cui è coadiuvata da due giovani redattori – si intreccia sempre più con la sua esistenza privata e con la sua relazione con Abe Seishi. Con quest’ultimo Tamaki ha intrattenuto una storia di ben sette anni che ha portato complicazioni per le carriere di ciascuno. Un parallelismo che si esprime con quel puzzle che prende sempre più forma e colore, con quel puzzle che porta alla luce la perversione di questo narratore dalla passione sviscerata per le forme di bambina (l’investigazione porta la nostra eroina a conoscere una donna ormai sessantaquattrenne che al tempo dei suoi dieci anni veniva corteggiata da Mikio e che a sua volta avrà un ruolo importante per la comprensione delle varie figure presentate), la purezza e cristallinità di X nel suo essere sfruttata e poi gettata come un panno vecchio, e ancora, la vendetta della moglie Chiyoko che con le sue poesie riuscirà a diventare una scrittrice di grande fama surclassando persino il fedifrago marito.
Con “In” Natsuo Kirino, già nota al grande pubblico per “Le quattro casalinghe di Tokyo”, torna in libreria con un testo di grande impatto, un elaborato che affascina sin dalle prime battute per tematiche, per intreccio narrativo e per fluidità. Con una penna rapida, diretta, chiara e seduttrice, la giapponese riesce a catturare chi legge che senza difficoltà divora le vicende descritte lasciandosi trasportare nell’universo prospettato. Non solo, ella riesce anche a ben bilanciare l’aspetto dell’indagine con quello della riflessione. Se da un lato siamo curiosi di scoprire prima chi sia X, poi le sorti della moglie e via dicendo, dall’altro siamo indotti alla ponderazione su quel che è il comportamento umano, sulle sue sfaccettature, sulle sue reazioni e evoluzioni a seguito delle varie difficoltà a cui siamo costretti quotidianamente ad ovviare. La psiche, la gelosia, il desiderio di rivalsa, il dispiacere, la sofferenza e tanti altri aspetti dell’animo dell’individuo, sono analizzati con grande maestria senza nulla celare, eludere o risparmiare al conoscitore.
Unica pecca? Una eccessiva prospettiva femminilista delle condotte, viene cioè dato poco spazio ai meccanismi della psiche maschile. Questa è analizzata ma sempre da un punto di vista femminile.
In conclusione, “In” è uno compilato di facile lettura che invita alla riflessione e che vince per fatti narrati che per penna sciolta e affilata.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il ruolo dei social nella quotidianità

Ernesto Aloia, classe 1965, vive a Torino. Ora approda in libreria con La vita riflessa, titolo emblematico dell’intera vicenda narrata; dopo aver firmato libri come Paesaggio con incendio e I compagni del fuoco.
Pare proprio “una vita riflessa”, una dentro l’altra, quella di Gregory Lamberti e di Marco. I due sono nati lo stesso giorno, alla stessa ora, a mezzogiorno in punto del 12 dicembre. Ma Gregory:
“un ragazzo che tutti chiamavano Santamerda, il figlio di un grossista di abbigliamento che aveva vissuto vent’anni a Chicago e da poco era rientrato in Italia con la moglie americana. Due cose di Greg si notavano subito: la testa bionda ricciuta e il contrasto tra la sua corporatura da piccolo cinghiale e la precisa frenesia dei movimenti. Saltellava da un piede all’altro, gesticolava senza sosta, lanciava continue sfide a gare di corsa. (…) Si esprimeva in un misto di italiano e di inglese, che faceva ridere tutti (…)aveva un’ombra di mistero che mi risucchiava.”.
Gregory si distingue nettamente, perché:
“smontava e rimontava equazioni e coi loro frammenti si esibiva in numeri da circo: polinomi, parentesi, radici quadrate lanciate in aria tre alla volta e riafferrate, riordinate, rimontate, (…) ne inventava di nuove, poi disegnava sul quaderno le curve che a suo dire descrivevano. Ne rimanevo ammirato e disorientato.”.
Era un asso, già da bambino. Mentre Marco era:
“come un uomo che non era diventato ciò che era, che dopo anni ancora stentava a capacitarsi di quanto il suo cammino si fosse allontanato dalle sue intenzioni.”.
I due giocando colpiscono con delle pietre una giovane ragazza contadina, e invece di prestarle il dovuto soccorso, la abbandonano credendola morta. Fuggono spaventati su un treno merci. Questo segna in modo indelebile la loro amicizia; terminati gli studi non si rivedranno che tanti anni dopo.
Marco, infatti, lo riconosce in televisione in un servizio della Lehman Brother mentre sta annunciando al mondo intero il suo fallimento, e cerca di contattarlo. Si reincontrano nei mesi successivi, narrandosi le rispettive vicende di vita vissuta. Sono ormai uomini, ma non riescono ad assumersi le proprie responsabilità. Marco ha una moglie Angela, una donna molto intelligente, che lui non apprezza appieno, e una figlia, Serena, ma non si sente realizzato. E Gregory è separato, senza lavoro, alla continua ricerca di non si sa che. E così pensano di creare un qualcosa che segni le loro esistenze in modo essenziale. Creano un social network in grado di gestire le relazioni dell’utente a partire da ragguagli determinanti che gli vengono immesse.
“Il sistema lavorava a pieno regime, stabiliva milioni di connessioni in piena autonomia attingendo ai silos informativi, che al momento della registrazione gli utenti avevano accettato di stipare di quelli che un tempo si sarebbero chiamati dati sensibili. Le personalità digitali si incontravano, dialogavano, si scambiavano contenuti.”
Sviluppano, così,
“La versione embrionale di Twins, un nuovo social network “ad azione profonda.”
Il successo è travolgente, fino a quando Greg si defila, inaspettatamente e senza una particolare ragione apparente. Tutto precipita quando si registrano le morti di alcuni giovani utenti, che si suicidano. Inoltre Marco scopre che i finanziamenti prima ottenuti hanno origini poco chiare, rendendosi conto di come l’amico non sia proprio tale. Si impone una decisione difficile.
La vita riflessa affronta temi di grande ed importante attualità: si va dalle speculazioni e crac finanziari, alle complesse e remunerative piattaforme di socializzazione online e, sul piano morale e privato, dalle responsabilità individuali (matrimonio, paternità, clienti) a quelle nei confronti di una società in mutamento e della fragilità dei suoi componenti. Un testo e una lettura avvincenti, anche se in alcuni punti ho faticato a seguire, causa la mia scarsa dimestichezza con l’informatica e il mondo di Internet. Moltissimi sono i temi, i personaggi e i filoni narrativi. In particolare colpisce la riflessione sul ruolo dei social, su Internet e sulla sua influenza nella vita quotidiana degli esseri umani. Una lettura “moderna” e “tecnologica”, che non perde mai di vista l’importanza e la determinazione dell’essere umano in quanto tale.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.5
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
silvia t Opinione inserita da silvia t    03 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2018
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Le ferite originali

Un tuffo perfetto in questo nostro scombinato mondo, una rappresentazione realistica di interazioni umane,con reazioni verosimili e del tutto plausibili.

La forza di questo romanzo non è nella storia in se stessa, ma nello stile fresco e mai banale.
I personaggi sono presentati in modo naturale, senza preamboli,senza inutili descrizioni che uccidono l'immaginazione, ma solo gli elementi davvero necessari sono svelati.

Nonostante i personaggi siano un po' sopra le righe, il tutto risulta amalgamato in modo coerente e immerso,appunto, in un'atmosfera che fa vivere le figure che la abitano.

Come dicevo prima più che la storia a colpire è l'ambientazione.i giorni nostri, con qualche riferimento agli anni novanta, epoca,per chi l'ha vissuta da ventenne, molto confusa, in cui tutto si scriveva "libertà", ma si leggeva "confusione",in cui il sesso, l'orientamento sessuale, i costumi avevano ambizioni avanguardiste, ma nella realtà era la paura dell'ignoto a farla da padrone.

Questa atmosfera non solo impregna tutto il romanzo,ma ne è il vero fulcro, vengono analizzate, sempre attraverso le azioni dei personaggi e i loro comportamenti, le cause che portarono a quell'epoca e le conseguenza che la stessa ha portato su di essi,in un modo così vicino al mio sentire, da rendermi questa lettura ancora più gradita.

Il tutto condito con un colonna sonora accattivante, si legge con in sottofondo Jeff Buckley, Florence and the Machine per continuare con Space Dementia dei Muse, passando da immagini tipiche di quegli anni come Twin Peaks.

Un modo per i quarantenni per ricordare da dove vengono e cercare di arginare i danni che forse inconsapevolmente stanno facendo.

Lo consiglio vivamente non solo per trascorrere qualche ora in buona compagnia,ma anche per cercare di comprendere un'epoca piena di contraddizioni non ancora del tutto svelate.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    02 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un Faust "letterario".

Il diavolo nel cassetto è un romanzo intrigante, appassionante e molto bello che porta l’autorevole firma di Paolo Maurensig, divenuto famoso nel 1993 con La variante di Luneburg, amatissimo romanzo sul gioco degli scacchi e il nazismo. Quest’ultimo è un libro che colpisce anche per la sua stessa struttura: la storia è raccontata da un testimone, che a sua volta ha raccolto la storia altrove. L’autore a tal proposito afferma:
“E’il canone musicale: una voce che introduce un’altra voce, che introduce una terza voce, poi si torna indietro. Ma alla fine quello che conta è abbandonarsi al racconto.”
Il testo è un apologo letterario fascinoso che colpisce:
“sul narcisismo e la vanagloria, ma anche sulla nostra inestinguibile sete di storie.”.
Siamo in un piccolo paesino della Svizzera, tra le montagne, che in estate si anima, per poi ridimensionarsi in inverno. Ebbene in questo luogo di pace tutti gli abitanti sono affetti da una strana malattia: tutti scrivono manoscritti, li inviano per posta e ricevono rifiuti dagli editori. Ma è pericoloso, perché
“Tutte le volte che si prende una penna in mano ci si accinge ad officiare un rito per il quale andrebbero accese sempre due candele: una bianca e una nera. A differenza della pittura e della scultura, le quali restano ancorate a un soggetto materiale, e alla musica, che invece trascende del tutto la materia, la lettura può dominare entrambe i campi: il concreto e l’astratto, il terreno e l’ultraterreno. (…) Lo scrittore, quindi, può formare una catena di pensiero in grado persino di dar vita e intelligenza a una figura da tutti considerata immaginaria, come si ritiene sia il diavolo.”
Tutti sono colpiti da questa strana malattia: dal vecchio parroco che redige una sorta di memoriale da curato da campagna, alla ragazzina demente che scrive filastrocche accompagnate da bellissimi disegni, al borgomastro, ai ricchi possidenti, agli albergatori. Il pericolo è in agguato. Una notte nei boschi compaiono le volpi affette da rabbia silvestre, e si avvicinano pericolosamente ai centri abitati. E’ una premonizione: la sciagura sta per abbattersi. Ma nessuno pare accorgersi dell’infausta disgrazia , se non padre Cornelius, giovane parroco mandato a sostenere l’anziano predecessore. Ma ecco che il diavolo in persona si manifesta, e lo fa palesandosi sotto le mentite spoglie di un editore. E’ ciò che tutti attendevano. Si progetta, addirittura, di istituire, suo tramite, un premio letterario intitolato al grande romanziere Goethe, che pare abbia sostato nel piccolo paesino a causa del guasto della sua carrozza. Le persone giubilano, e non si accorgono del male che si insinua, subdolo e terribile. Perché lui sa mimetizzarsi bene, infatti:
“Ha sempre un aspetto curato, veste in doppiopetto, ha un eloquio forbito, un tono di voce suadente. (…) Tutto nella sua persona pecca di eccesso, il suo riso è sgangherato, il gesto è teatrale, i capelli ravviati all’indietro, piuttosto lunghi ed untuosi, sono tinti di nero; le labbra purpuree, affilate, con i lati rivolti all’insù a mimare un sorriso perenne; gli incisivi grossi, a forma di scalpello, sono affetti da un vistoso diastema, e la voce, la voce poi, dove sembra celarsi il segreto del suo fascino, è rotonda, impostata, senza asperità, senza picchi.”
Inoltre il diavolo trova terreno fertile nella società letteraria, poiché:
“la letteratura è il luogo dove ogni vanagloria, alimentata dall’invidia, cresce a dismisura, dove anche il più banale dei pensieri- purchè sia impresso a caratteri tipografici- viene accettato come verità assoluta.”
Così, sarà don Cornelius a intavolare una particolare lotta contro il male: proprio lui che ha, egli stesso, qualche ombra, qualche segreto con cui confrontarsi.
Un nuovo, infausto, patto con il diavolo. La letteratura quale mezzo non per comunicare, ma per affermare le proprie aspirazioni a discapito di tutto e di tutti. Un luogo a procedere per il diavolo o per il Faust, indimenticabile. Una struttura letteraria che non concede scampo, un gioco che ha un ritmo vivido e frizzante, composto da una prosa ammaliante e conturbante, quasi “demoniaca”. Un povero diavolo fra tanti imbrattacarte: ritratto lucido ed impietoso dell’editoria moderna.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto Il ritratto di Dorian Gray oppure Il Faust di Goethe.
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
siti Opinione inserita da siti    02 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Compendio di una vita da insegnante

Eraldo Affinati in questo nuovo romanzo pare fare i conti con se stesso.
Si ferma un attimo- lui attivissimo nella pratica didattica come insegnante di letteratura e fondatore della scuola gratuita per immigrati “Penny Wirton” , oltre che studioso di storia e instancabile viaggiatore alla ricerca delle proprie radici e di quelle di tutti noi attraverso il percorso dei luoghi storici dei grandi eventi e dei luoghi biografici dei grandi letterati- e riflette.
Richiama alla mente ventisei nomi, non solo ex allievi ma attraverso loro un esercito di altri individui, e così facendo gli dà la parola per poter richiamare il loro vissuto personale, offrendogli una capacità espressiva che in realtà non hanno mai raggiunto ma che è necessaria per rendere a noi italiani chiari i loro vissuti.
Si tratta di storie di guerra, di povertà, di miseria, di prostituzione, di viaggi della speranza, di ricostruzione, di devianza e talvolta di morte. La lettura risulterebbe davvero pesante se non fosse stata inserita da Affinati la figura di Ottavio, suo ex allievo, il quale parlando solo in romanesco, smorza i toni, livella la realtà e dà qualche dritta al professore idealista che pare faticare ancora ad accettare le storture del reale. Egli dal canto suo è consapevole che il mondo non lo può cambiare ma sa anche che può sicuramente modificare la traiettoria di qualche vissuto individuale, agendo, dando una possibilità, comprendendo, aiutando, testimoniando anche in modo autoreferenziale la propria attività se poi da ciò deriva l’innesto per altre possibilità, per altri aiuti, per altre comprensioni, ampliando di volta in volta il numero di scuole e di volontari che aiutano i giovani immigrati.

La lettura è gradevole, l’esperienza raccontata forte ed esemplare. Consiglio la lettura a chi ancora fatica ad accettare i nuovi scenari sociali che vanno via via delineandosi in seguito all’intensificarsi dei flussi migratori per comprendere le ragioni umane che stanno dietro queste decisioni : sono tutto tranne che scelte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
gli altri libri di Affinati
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    01 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Febbraio, 2018
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Lasciamo volare la Lealtà

La voce di una donna racconta una storia. Giulia, la protagonista, passa tra passato e presente tra Londra e Milano come un semplice sfogliare di pagine, vive e rivive una storia d’amore e ne crea un parallelismo con quanto di più distante dall’amore ci possa essere, l’economia. Il lavoro in un’importante banca d’affari londinese concede agi e ricchezza, ma spoglia lentamente di ogni sfumatura e di ogni significato una vita, i ritmi sono esagerati, non c’è spazio e tempo per conversare neanche con sé stessi.
Giulia però ha bisogno di questo dialogo e la scrittrice riesce bene a condurlo, a farcelo percepire distintamente, forse proprio perché quella Giulia, in fondo non è altro che lei stessa. C’è da ricostruire un pezzo di vita, da capire a modo come incastrare ogni piccolo pezzo di lego che alla fine compone l’esistenza. La voglia di amare a prescindere da ogni difficoltà il desiderio di essere onesti, puliti, quel sogno di Lealtà che ai giorni nostri è merce sempre più rara, difficile da conseguire, complesso da esercitare. Le nostre pulsioni però, il nostro essere più intimo non svanisce nonostante le pressioni del mondo esterno, quello che noi siamo possiamo nasconderlo, mascherarlo al limite rischiare di ucciderlo. La nostra sostanza non morirà mai, prima o poi tornerà in superficie e a quel punto esploderà con tutta la sua veemenza, sarà l’ultimo aereo da prendere, l’ultima possibilità per non rimanere in un essere che è altro da noi.
Lealtà verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi, un invito a vivere in maniera onesta e sincera, un bel libro che offre un affascinante punto di vista tutto femminile, e per questo prezioso, sulla vita, sul passato, sull'amore.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    31 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Maschere, avatar e il “gorgo” veneziano.

Tre personaggi, tre storie, tre approcci diversi alla realtà. Un gioco di maschere, in una città, Venezia, nota per le sue “bautte”. È, infatti, proprio il tema del rapporto realtà e apparenza che sembra essere più interessante in questo romanzo semplice e tuttavia complesso allo stesso tempo. Il mondo del famoso telecronista sportivo, Nereo Rossi, convinto di essere ormai alla fine dei suoi giorni, a causa di una malattia degenerativa, è diverso sia da quello del professore Cazzavillan che sogna di diventare scrittore di successo, sia da quello del giovane tuttofare, Carletto Zen, a caccia perenne di attempate ricche signore che possano offrirgli facili opportunità di vita migliore. Il tutto sullo sfondo del “gorgo” commerciale veneziano. Ciascuno di questi personaggi offre di se stesso un’immagine che differisce da quella che effettivamente costituisce la sua essenza. Ognuno, in fondo, gioca un ruolo, entra in una finzione scenica, quasi fosse protagonista di un dramma teatrale. Ognuno si dibatte tra l’illusione e la realtà e la personalità di ciascuno rimane temporaneamente sospesa in questo gioco di maschere che diviene il mezzo per conoscere e analizzare se stesso.
Nel caso di Cazzavillan, l’aspirante scrittore, la problematica dell’identità diviene assai più complessa, nel momento in cui si trova ad agire nei panni del suo avatar in un videogioco, per salvare il figlio adolescente che rischia di rimanere tagliato fuori dal mondo, come uno dei numerosi hikikomori della nostra epoca. Ed è proprio il videogioco che è “fatto di nulla, impastato di non-essere, che dà la dimensione dell’illusorietà del mondo degli avatar, che “ si muovono in paesaggi artificiosi [……] dove le immagini fingono di essere tridimensionali, solide e profonde. Ma la terza dimensione non c’è […..] non c’è il volume.”
Alla forza delle parole si rivolge anche il celebre cronista Nereo Rossi, quelle parole che sono state lo strumento del suo lavoro, che hanno saputo creare una realtà ricca di immagini per chi le ascoltava. Ad esse si rivolge per rimanere attaccato a un mondo sfuggente e mutevole. Qui, come ne “Il brevetto del geco” Tiziano Scarpa allude alla forza del mezzo espressivo e della letteratura, alla quale va restituita quella dignità che spesso le viene negata. Non è un caso che l’autore affidi al personaggio di Cazzavillan un giudizio sul genere “noir” in un più ampio discorso sul romanzo.
Su questo panorama narrativo, con questi personaggi che mostrano più di un limite caratteriale, più di una debolezza umana, si affaccia severo il cipiglio del gufo. Nessuna immagine avrebbe potuto esprimere con maggiore efficacia la presenza vigile della coscienza che segue ogni percorso di vita con gli stessi occhi spalancati e seri del gufo che emergono da “sporgenze fatte di penne che partono dalla sommità del becco e proseguono fino alle orecchie [….] rendendo lo sguardo del gufo ancora più torvo: come se lo spazio del viso non gli fosse sembrato sufficiente a contenere tutto il suo sdegno.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Avventura
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    31 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un "Fossile" di Jurassic Park

Michael Crichton è stato uno degli autori che mi ha iniziato alla lettura, accanto a un mostro sacro come Conan Doyle, per dire. Ho letteralmente amato "Jurassic Park", "Il mondo perduto" e "Sfera". Quel che sta accadendo negli ultimi anni, ovvero la pubblicazione di numerosissime opere postume, tra cui quelle scritte con lo pseudonimo di John Lange, mi fa pensare che si stia provando a sfruttare il nome di questo autore per fare soldi, su soldi, su soldi. Questo mio sospetto era stato in parte confermato dalla qualità modesta di alcune di queste opere, almeno per quelli che sono gli standard di Crichton.
Perciò, quando ho cominciato la lettura de "I cercatori di ossa" ero un po' prevenuto proprio per questo motivo, e anche perché in questo caso specifico hanno provato a usare il nome ultra-attraente di Jurassic Park per attirare quanti più lettori fosse possibile. Per quanto ci viene dato a credere, infatti, questo romanzo sarebbe una sorta di precursore dell'opera più famosa dell'autore; personalmente però, ho un'idea un po' diversa riguardo al concetto di "precursore". L'unico punto in comune col capolavoro di Crichton sono i dinosauri, che in questo romanzo non compaiono in altra forma se non quella di fossili (ovviamente), e i cui studi sono ancora agli albori.
Nonostante questi tentativi un po' subdoli di accaparrarsi lettori, questa lettura mi è risultata comunque abbastanza piacevole, una storia western con un tocco paleontologico, forse forzata e ingenua in alcune evoluzioni narrative ma comunque apprezzabile.
In fin dei conti, ci doveva pur essere un motivo per cui queste storie non erano state ancora pubblicate, quando Crichton era vivo.

"I cercatori di ossa" ha come protagonista William Johnson, uno studente che, novello Phileas Fogg, parte verso l'ovest a causa di una scommessa. Un altro ragazzo lo sfida a partire per il "Selvaggio West" insieme al professor Marsh, paleontologo tanto famoso quanto paranoico. Johnson si imbarcherà in questo viaggio all'ultimo momento nelle vesti di fotografo, ma il professore non lo vedrà mai di buon occhio, scaricandolo alla prima occasione e accusandolo di essere una spia del suo acerrimo rivale, il professor Edward Cope. Descritto da Marsh come un uomo spietato e senza scrupoli, un ladro e un violento, Cope si rivelerà un uomo completamente diverso e accogliera Johnson tra le sue file, anch'egli alla ricerca disperata di fossili delle "terribili lucertole", nell'Ovest tormentato dalla guerra tra bianchi e Indiani, proprio nel periodo del massacro del settimo cavalleggeri del generale Custer a Little Bighorn.
Proprio a causa degli indiani la spedizione incontrerà tantissime difficoltà, delle quali saremo spettatori grazie agli "occhi" di William "Foggy" Johnson, che pur non avendo un attaccamento morboso per i fossili come Marsh e Cope (perennemente impegnati in una lotta ai limiti del comico), non vorrà mai abbandonarli e farà di tutto pur di portarli a destinazione, sotto gli occhi del mondo.
Questo viaggio lo cambierà totalmente, trasformandolo da giovane scapestrato a uomo fatto e finito.

"Gli indiani credono che questi fossili siano ossa di serpenti, il che vuol dire rettili. Anche noi pensiamo siano rettili. Pensano che queste creature fossero enormi. E anche noi. Sono convinti che questi rettili enormi siano vissuti in un passato molto remoto. E anche noi. Sostengono che il Grande Spirito li abbia uccisi. Noi diciamo che non sappiamo perché siano scomparsi, ma dato che dal canto nostro non proponiamo alcuna spiegazione, come possiamo essere certi che la loro sia superstizione?"

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    29 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Come prima non si torna...



Questo è un libro per chi ha voglia di stare un po' a contatto con la parte più scura di sé, per chi vuole abbracciare la propria solitudine, per chi sente il bisogno di ritrovarsi al riparo dagli sguardi altrui.
E leccarsi le ferite.
Per chi ha amato tanto e poi perduto tutto.
È un libro per chi ama togliersi le scarpe e i calzini e camminare a piedi nudi in cerca di bellezza.

Il tempo per Andrea si è fermato un giorno di Luglio.
Ora è incassato dentro una stanza d'ospedale, dove nessuno conosce il suo nome, la sua storia...e dove lui custodisce tutti i suoi fallimenti.
Nessuno lo cerca.
Chi lo ama è a casa e non sa. Ma spera.
Andrea ha una gran voglia di fuggire, eppure rimane dov'è.
I piedi scalpitano per tornare al suo "prima", ma la mente lo frena...perché ha paura del mondo là fuori, si vergogna di quel che è diventato, preferisce rimanere incatenato a quello che ha: il ricordo di quello che era, di quello che aveva.
Rivuole le sue labbra capaci di bere alla bottiglia, di ridere, di baciare...rivuole le sue gambe che corrono sulla sabbia.
Rivuole la nuca profumata di sua madre Magnifica, custode della storia di famiglia.
E più di ogni altra cosa rivuole sua figlia Preziosa...perché può anche sopravvivere all'amore finito di sua moglie, ma senza sua figlia no, non può.
Andrea sa e non dice.
Guarisce e finge.
Scrive i suoi ricordi su fogli che poi sbriciola nel brodo e mangia...per non perderli, perché siano sempre con lui, in lui.

"Ma come prima non si torna.
Mai.
Ora lo sa.
Così si ingozza dei suoi ieri"

Maria Rosaria Valentini è una poetessa che ha prestato la sua mano alla letteratura, dando vita a pagine di vera bellezza.
La scrittura è rotonda, pastosa, di quelle che vorresti leggere ad alta voce per assaporarne il suono, per sentirne il sapore.
Io ho sentito quello cedevole, morbido, delle ciliegie molto mature.
E ne vorrei ancora.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    28 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

La banda delle recluse

Dopo l'ultimo romanzo "Tempi Glaciali", uscito nel 2015 e avente come protagonista sempre il commissario Adamsberg, Fred Vargas torna con un'altra indagine del suo personaggio più conosciuto. Le storie di Adamsberg mi danno l'idea di gialli più che di veri e propri thriller, ma questo non ne intacca la piacevolezza.
Riguardo allo stile, in questo genere la Vargas è indubbiamente a suo agio: anche se "Il morso della reclusa" non ha la tensione di un thriller, l'autrice è molto abile a gestire le varie fasi e l'evolversi dell'indagine, riuscendo sempre a tenere un buon ritmo e incitando il lettore a fare le sue supposizioni prima della soluzione finale. Oltre a lasciare spazio all'immaginazione del lettore, il romanzo non è povero di colpi di scena, che anche se non sono da mascella spalancata danno comunque qualcosa in più alla storia senza sembrare forzati. Quelle che scrive sono sempre storie piacevoli da leggere e credo che la Vargas possa essere considerata uno dei maggiori esponenti del genere, anche se finora non ho letto nulla di suo che sia veramente indimenticabile.

La storia ha inizio con il nostro commissario Adamsberg che è in vacanza in Islanda, godendosi (?) un periodo di relativa quiete. Non passano che poche pagine prima dell'arrivo di un telegramma da Parigi, che lo richiama urgentemente indietro per la risoluzione di un caso apparentemente complicato. Inutile dire che sarà una bazzeccola per il nostro commissario, che lo risolverà in quattro e quattrotto. Difatti, il caso per cui è stato richiamato alla base non sarà altro che l'inizio, completamente soppiantato dall'indagine successiva, portata all'attenzione di Adamsberg totalmente per caso e che sembrerà apparentemente insolubile.
Nelle ultime settimane, infatti, sembra che un ragno apparentemente innocuo e "timido", la Loxosceles Reclusa, stia mietendo vittime in maniera del tutto inusuale. Tre anziani, infatti, sembrano essere stati uccisi dal morso di questo animale, che in condizioni normali non uscirebbe mai dal suo nascondiglio soprattutto in presenza di un uomo, e il cui veleno non è mai letale se non in dosi abbondantissime, che le ghiandole di un solo esemplare non potrebbero mai contenere. Inizialmente, dunque, tutti pensano che le morti di queste persone siano dovute alla loro età avanzata.
Ma non per Adamsberg, ovviamente, che tormentato dai suoi pruriti e dall'impressione insopportabile che in questa storia si nasconda qualcosa di losco, avvia un'indagine ufficiosa soltanto coi membri della squadra che se la sentono di seguirlo, rendendosi conto dell'assurdità delle sue supposizioni. Questo creerà una spaccatura nella squadra, costringendo Adamsberg a gestire una delle situazioni più difficili mai affrontate.
Tuttavia, procedendo nelle indagini, troverà non pochi indizi che gridano all'omicidio. I tre anziani che sono morti si conoscevano tutti, e insieme formavano "La banda delle Recluse", perché da ragazzini si divertivano a nascondere questo tipo di ragni nei vestiti degli altri bambini, provocandogli lesioni molto gravi. Da grandi, si sono dati allo stupro. Ma i membri della banda non erano soltanto tre; inizia dunque una corsa contro il tempo per cercare di impedire la morte degli altri membri della banda che, per quanto infimi, sono pur sempre esseri umani.

"I nostri tempi, commissario? Ma quali tempi? Civilizzati? Razionali? Pacificati? I nostri tempi sono la nostra preistoria, sono il nostro Medioevo. L'uomo non è cambiato di una virgola. E soprattutto non nei suoi pensieri primari."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    26 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Pearl

La Riley torna nelle librerie con il quarto libro della serie “Le Sette Sorelle”, questa volta è il turno di CeCe, che chi come me avesse già letto il precedente libro ha già un po’ conosciuto.

Cece, o meglio Celaeno, dopo il distacco dalla sorella Star, ha deciso di andare a cercare il suo passato, gli indizi indicano tutti un continente fra i più affascinanti o almeno per me lo è, l’Australia.

Come di consuetudine presente e passato si alternano e dalla fredda Scozia siamo catapultati nella bollente Australia sulle tracce di un personaggio davvero affascinante, Kitty Mercer.

La Riley affronta argomenti davvero importanti, siamo in Australia nei primi anni del Novecento, dove per molti questo era il paese delle opportunità e della rinascita o almeno lo era, per gli uomini con la pelle bianca. La popolazione locale, nata su questa terra, dove un tempo viveva in libertà, si ritrova a vivere in schiavitù anzi “civilizzata” dai bianchi; quelli sono gli anni in cui gli aborigeni e i mezzosangue non se la passavano proprio bene.

Il presente ci racconta la vita di una confusa Cece che dopo una sosta in Thailandia, si ritrova nell’Outback australiano, sulle tracce della sua famiglia. Personalmente non ho provato molta simpatia per questa protagonista, trovandola spesso arrogante, impulsiva e sempre alla ricerca di una spalla su cui fare affidamento. Nell’altro capitolo sembrava che fosse lei quella forte ma dopo aver letto questo libro i dubbi sono insorti.

Per quanto riguarda il passato, che per fortuna rappresenta gran parte del romanzo, posso dire di aver sognato ad occhi aperti. La storia è davvero toccante e intrigante. Kitty e Camira con le loro forti personalità fanno onore al genere femminile. So benissimo che questa è solo una storia, ma le emozioni provate sono davvero molto forti. La storia delle perle, la vita difficile degli aborigeni, la sofferenza ma anche la speranza, faranno sospirare e incantare le amanti del genere.

Dopo “La ragazza nell’ombra” che non mi aveva particolarmente colpito, con questo nuovo romanzo la Riley convince e riesce a mettere in secondo piano la protagonista Cece dando luce a un passato davvero da scoprire.

“L’amore è il sentimento più altruistico ed egoistico di tutti, Celaeno; altruismo ed egoismo sono facce della stessa medaglia e non si possono separare. Il bisogno di amore combatte sempre con il desiderio che la persona amata sia felice.”

Un libro adatto alle amanti del genere a cui lo consiglio vivamente.

Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
La serie delle Sette Sorelle
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    26 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Esordio interessante

Thérèse è una trentenne inquieta. Ha lasciato il fidanzato, si è trasferita a Lisbona dove non conosce nessuno e ha "un intruso" nella pancia. Tra i suoi tormenti interiori, le passeggiate solitarie e le puntate al bar si intromette una telefonata. Sua zia Louise la invita ad andare in Corsica a trovare la nonna. Sembra che l'anziana abbia deciso di anticiparle una parte della sua eredità e servono alcune firme. La ragazza parte e si trova in poche ore in un ambiente surreale.L 'isola e in particolare Cap Code è una zona aspra, più respingente che accogliente, quasi inadatta ad accogliere la razza umana. Lo stesso sembra dirsi degli abitanti del paesino di origine di Thérèse: Talmente elusivi da essere difficili da vedere. La vita sembra svolgersi dietro le persiane chiuse e le tende appena scostate per spiare chi passa in piazza. Tutti ostentano di farsi i fatti proprio eppure individuano uno straniero alla prima occhiata, lo catalogano e lo sfuggono. Già la prima notte che la ragazza passa nella casa di sua nonna ha un assaggio di quello che l'aspetta. Un intruso infatti uccide l'anziana buttandola da una scogliera e ruba i documenti della nipote. Da qui partono le indagini private di Thérèse per capire da un lato chi sia l'assassino e dall'altro di conoscere la storia della sua famiglia. Una storia fatta di segreti che tutti conoscono ma che nessuno le vuole svelare, perché sembra siano così terribili da non poter essere raccontati.
Questo è uno di quei libri che fa fatica a partire, ma poi una volta presa velocità non c'è più modo per fermarne la corsa. La partenza è decisamente confusa: le prima pagine fanno venir voglia di lasciare perdere. Due dei protagonisti si alternano nel raccontarci la loro vita ma in modo così criptico da creare solo confusione. La parte ambientata in Corsica invece cambia completamente: Thérèse e l'amico Wiliam continuano ad alternarsi nel racconto, ma in modo più chiaro e continuo. La Piazza è brava nel fornirci i dettagli della storia poco alla volta, così da creare non solo nell'isola ma anche nella nostra mente un clima di sospetto che non risparmia nessuno. Ne esce una trama che, anche se non sempre del tutto credibile è comunque intrigante e piena di spunti di riflessione. Belle le descrizioni che l'autrice fa del paesaggio aspro del Cap Code. Interessante anche il tema che parallelamente a quello del delitto viene sviluppato. Il rapporto con i figli infatti tormenta molti dei protagonisti. Il piccolo "intruso" nella pancia della protagonista, la figlia defunta che visita William, tutti i componenti della famiglia di Thérèse che sono stati genitori e figli discutibili.
Nel complesso bell'esordio per questa ragazza di professione scout letterario che questa volta ha deciso di esporsi in prima persona.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
70
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    22 Gennaio, 2018
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

.. and I dreamed I was a cowboy

Se avessi letto Nevada Connection senza conoscerne l'autore avrei scommesso tutto il mio patrimonio (alquanto esiguo in effetti) sulla paternità letteraria di Joe Lansdale, autore - tra l'altro - di una serie di romanzi in stile country ambientati in quella parte più remota e leggendaria dell'America che la maggior parte di noi ha forse visto solo al cinema: il vecchio selvaggio West.
Questo romanzo nasce invece dalla penna di Don Winslow che prima di diventare uno dei più noti scrittori nel genere poliziesco americano, prima ancora di introdurci nei complotti internazionali ad ampio raggio legati al narcotraffico e ai grandi cartelli della droga (a proposito, non perdetevi 'Il potere del cane'), ci scaraventa di forza nel Nevada, nelle Terre Alte Solitarie, praticamente alla fine del mondo:
'Siamo a circa milleottocento metri di quota, ed è tutto spazio aperto, come puoi vedere. Poca gente, poco bestiame, un sacco di conigli selvatici e coyote. Laggiù sulle montagne ci sono anche puma, pecore Bighorn e aquile. Steve fermò il pick-up su un belvedere. E' come essere sull'orlo del mondo, pensò Neal. Una grande vastità marrone sotto una volta di un blu intenso.'
Hap e Leonard, la famosa coppia di investigatori nati dalla penna di Lansdale, si sarebbero sentiti come a casa qui; un pò meno Neal Carey, il detective privato già protagonista di London Underground e China Girl, avvezzo a ben altre usanze:
'Voglio tornare a New York, papà. Voglio sedermi al Burger Joint e mordere un hamburger al sangue, mentre la salsa mi cola sul polso e macchia l'inchiostro della mia copia del New York Times. E voglio un caffè ghiacciato che appanna il bicchiere, proprio davanti a me, dove basta allungare una mano per afferrarlo. Voglio passeggiare sul lato ovest di Broadway, e poi tornare indietro da est.'
Ma Neal Carey non è un tipo abitudinario, ci mette poco ad adattarsi al nuovo ambiente, sia perchè si lascia gradualmente ammaliare dall'infinita vastità di quei territori, dal fascino selvaggio ed incontaminato della natura che alterna montagne innevate ad immense praterie e distese desertiche, dove i rumori più assordanti sono quelli del vento o l'ululato di qualche coyote, sia perchè fa parte del suo lavoro mimetizzarsi, confondersi con la gente del posto (per quanto trattasi di poche anime) ed osservare.
Già, osservare, perchè Neal Carey è l'uomo di punta di un'associazione segreta che interviene in situazioni 'difficili', compromettenti e ad alto rischio.

- Un lavoro sotto copertura, figliolo.
Sotto copertura. Le due parole più eccitanti e terrificanti di quel tipo di attività. La fiamma che ti attrae e poi ti brucia.
- Dove? - chiese Neal.
Ed masticò un pezzo di patatina e usò l'altro per tracciare piccoli cerchi nell'aria.
- La fuori, no?
La fuori, là fuori. Bè, ragazzi, perchè no? Là fuori ci ho passato tutta la vita.

L'incarico che gli viene assegnato è quello di trovare e recuperare un bambino di soli due anni rapito dal padre a seguito della separazione con sua moglie, attrice hollywoodiana molto facoltosa; un incarico apparentemente meno rischioso degli altri in cui Neal era stato precedentemente coinvolto ma che si dimostrerà ben presto tutt'altro che semplice poichè il padre, fuggitivo, viene accolto col bambino da una setta di fanatici neonazisti, la Chiesa della Vera Identità Cristiana, fondata dal reverendo Carter e che ha la sua base operativa proprio in Nevada, nelle Terre Alte Solitarie.
Ritroviamo quindi un tema caro anche a Lansdale, quello dell'intolleranza e delle persecuzioni razziste, che stavolta ha come vittime non i neri bensì gli ebrei, considerati usurpatori e manipolatori capaci di sottrarre il potere del governo federale di Washington al vero popolo eletto, quello dei bianchi americani.
Se la monotonia della routine quotidiana manda in riserva la vostra carica vitale, se il fumo, il caos, il traffico della città inquina la vostra mente ed i vostri polmoni, se siete alla ricerca di un'esplosione di pura adrenalina letteraria senza se e senza ma, questo libro fa per voi:
tra galoppate di mandriani nei ranch, scazzottate nei saloon, rapine a mano armata e l'immancabile sparatoia finale ispirata alla leggendaria sfida all'O.K. Corrall verrete catapultati in un mondo da cui forse, come Neal Carey, vi dispiacerà poi tornare indietro.
Attenzione, però, restate coperti.. perchè i proiettili volano bassi.

So I drank myself some whiskey,
And I dreamed I was a cowboy,
Then I rode across the border.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
.. i romanzi di Lansdale
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    22 Gennaio, 2018
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Lo spirito della fanta poesia

La scrittura di Bolano è sempre interessante. Questo scrittore ha la capacità di catturarti dalle prime righe e di rendere ogni cosa coinvolgente e misteriosa. Il libro Lo spirito della fantascienza è stato scritto da un Bolano trentenne. Sembrerebbe un testo caotico e improvvisato, invece la sua struttura è meditata come si vede da schemi e appunti riportati a fine romanzo. L’architettura è labirintica, nel senso che ogni capitolo sembra a parte e la connessione tra i vari capitoli si intravede solo andando parecchio avanti con la lettura. Nel testo ci sono lettere a scrittori di fantascienza nord americani, capitoli di un romanzo di fantascienza scritto da Jan, capitoli di un romanzo vincitore del premio letterario scritto da Remo o da Arco, indagini sull’ambiente letterario cileno, e parti sulla vita e gli incontri dei tre amici (Jan, Remo e Arco), che frequentano tutti e tre l’ambiente letterario e sono aspiranti poeti/scrittori. Tenere e singolari le lettere scritte da Jan, 17enne aspirante scrittore di fantascienza, che si scopre in una delle lettere finali essere Bolano stesso. Una delle ultime lettere è firmata infatti Jan Shrella alias Roberto Bolano. Ian vive in un attico con Remo, che parla in vari capitoli in prima persona. Remo scrive articoli per la Bambola e fa indagini sulla situazione delle riviste letterarie in Messico. Tali riviste sono centinaia e centinaia. Quasi tutte fatte di pochi fogli fotocopiati e imprecisi, distribuiti nei supermercati locali. In America Latina c’è una incredibile fioritura poetica. Nonostante le riviste fai da te distribuite nei supermercati e i seminari di poesia i cui docenti sembrano esperti in sartoria-poetica (taglia l’inizio ma il finale non è male), nonostante i premi letterari locali dall’aria strana dove tutti gli ex vincitori e finalisti si ubriacano e si accoppiano per festeggiare, la poesia prolifica forse per effetto di un aleggiante spirito di fantascienza, così come le albe, i tramonti, la notte, le scale si umanizzano e cambiano forma e dimensione e aspetto plasmando il mondo dandogli un altro sapore e colore come fanno i versi delle poesie con le parole.
Ora se la lettura del testo è piacevole, da un punto di vista intellettuale la comprensione dell’insieme e del suo significato è difficoltosa e questo potrebbe togliere al lettore parte del gusto della lettura.
Azzardo un’interpretazione del testo. A me sembra che i tre amici siano eteronimi, siano la stessa persona riprodotta in un gioco di specchi simile, con diverso stile, a quanto faceva Pessoa con i suoi eteronimi ognuno dei quali aveva vita e modi propri. Questa interpretazione potrebbe essere suggerita dal fatto che Jan, lo scrittore di fantascienza, è Bolano (si firma alias Bolano) ma a parlare in prima persona è Remo. Il vincitore del più grande premio letterario cileno poi dovrebbe essere Remo o Arco. Non si capisce chi di loro.
Anche il rapporto tra Laura di Remo è particolare. Laura è chiamata da Remo la Principessa Atzeca, come la moto (rubata) che poi lui compra così come ruba Laura al compagno del momento. Il romanzo termina con le avventure amorose di Remo e Laura nei bagni pubblici dove tante persone vanno e vengono liberamente, anche senza bussare, dal loro bagno. A me hanno fatto pensare a idee di persone più che persone reali, a fantasie, a eteronimi che si infilano nel rapporto tra i due complicandolo così come succedeva tra Ofelia e Pessoa.
In effetti il romanzo anche se si intitola lo spirito della fantascienza e anche se riporta parte di capitoli di un romanzo di fantascienza parla molto più di poesia che di fantascienza. Jan sembra quasi Robinson Crusoe che scrive lettere nella bottiglia ai veri scrittori di fantascienza dalla sua isola sperduta dell’America Latina dove è l’unico scrittore di fantascienza esistente. Inedito naturalmente. Il suo docente di letteratura gli chiede dopo la lettura del suo romanzo molto preoccupato se per caso ha fatto uso di allucinogeni. Anche il fatto che non esca mai di casa, che stia sempre in quella soffitta, lui e le sue allucinazioni, a guardare quelle albe parlanti, gli strani tramonti, le notti che si riavvolgono come nastri è molto bello. Spiega come lo spirito di poesia nutra lo spirito di fantascienza dell’opera di Bolano che non troverebbe radici e comprensione, né altro tipo di nutrimento adatto nell’isola deserta dell’dell’America latina.
“Chi dobbiamo baciare affinchè si svegli e rompa l’incantesimo? La follia o la bellezza? La follia e
la bellezza?”
“Certo è dura. Cerco di imparare, studiare, osservare, ma torno sempre al punto di partenza: è dura e sono in America Latina, è dura e sono latinoamericano, è dura e per colmo di disgrazia sono nato in Cile, anche se Hugo Correa (le dice qualcosa?) potrebbe contraddirmi. Per quanto riguarda le lettere sono tutte rivolte a scrittori di fantascienza degli Stati Uniti; scrittori che suppongo ragionevolmente siano ancora vivie che mi piacciono come J. Tiptree Jr., T. Surgen, R. Bradbury, R.A. Lafferty, F. Leiber, A. Bester. (Ah, se potessi mettermi in comunicazione con i morti scriverei a P. Dick). Non credo che molte delle mie missive arrivino ai destinatari ma devo sperarlo con tutte le mie forze e continuare a spedirle……
…Vuole sapere perché scrivo lettere? Forse solo per rompere le scatole o forse no… Forse sono ammattito a forza di leggere romanzi di fantascienza…Forse queste sono le mie astronavi NAFAL. In ogni caso al di là di tutto la ringrazio infinitamente, Un abbraccio,
Jan schrella” (a Ursula K Le Guin)

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Lo consiglio ma non come primo approccio a Bolano.
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    20 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il dolce rimpianto che fu

Un libro tutto giocato sul filo del rimpianto e delle sue conseguenze, quest’ultimo testo di Alessandro Robecchi: Follia maggiore.
Un sentimento quello del rimpianto che in questo caso ha un che di dolce e di sentimentale. Ma c’è qualcosa di peggio ed:
“E’ quando il rimpianto si incastra con il rimorso, due cose inestricabili che messe insieme sono micidiali.”.
Sembra vivere in preda a tali emozioni Umberto Serrani, un uomo di settantadue anni, elegante, perfetto, ex faccendiere finanziario, operatore in quel mondo particolare sempre in bilico tra il legale e l’illegale, dai clienti facoltosi e danarosi, oggi in preda e in balia delle ossessioni più profonde. La ferita, sempre aperta da ben venticinque anni, si incancrenisce ancor di più, una mattina quando apprende che Giulia Zerbi è stata uccisa in modo brutale per la strada. Giulia, un amore del passato, conosciuta quando lui era già sposato con prole, mai dimenticata, un amore libero, vissuto in un eterno arcobaleno, disarcionato dalle necessità contingenti della vita.
“Diversissimi, lei intellettuale ironica, i corsi di sceneggiatura in Francia, l’insegnamento, le traduzioni. Lui chiaramente razionale, veloce nelle risposte, misterioso perché non poteva dirle che di mestiere nascondeva i soldi dei ricchi. (…) C’era invece un’intesa tra menti libere, va bene, ma soprattutto c’era una corrente costante tra loro, un cavo scoperto dell’alta tensione, un’attrazione fisica che poteva degenerare in dipendenza, ma non come si può pensare. Era una ricerca reciproca dei limiti reciproci e dell’osare, era il piacere di concedere tutto, di annullare ogni difesa e ogni pudore.”.
Lì decide di pagare i debiti, mai assolti, con il passato e fa la conoscenza con l’unica figlia di Giulia, Sonia. Ha un piano ben preciso in mente e non può metterlo in atto da solo. Accorre in suo aiuto Carlo Monterossi e Oscar Falcone. Carlo, autore televisivo che ha dato il via alla trasmissione trash “Craz Love”, poi abbandonata per gettare le basi di un programma innovativo, con l’hobby delle investigazioni, e anche un po’ di fiuto per cacciarsi in guai notevoli, è stato protagonista di altri libri a firma di Alessandro Robecchi come Torto marcio o Di rabbia e di vento. Con l’inseparabile, un po’ enigmatico, amico Oscar aiutano Umberto nei suoi propositi, soprattutto cercando di realizzare i sogni e le ambizioni di Sonia, una giovane ragazza, che sta cercando, affannosamente, di diventare una cantante lirica. Ed allora ecco che:
“ho assistito al melodramma dell’orfanella salvata e protetta. Ho visto un mondo che mai avrei pensato… Lo spettacolo del giovane soprano che bacia lo sposo cantando alla sposa che… “non si dà follia maggiore dell’amare un solo oggetto? “.
Intense, come ho già affermato all’inizio, le pagine dedicate al filo conduttore del romanzo: il rammarico, la nostalgia dolorosa. Ma:
“Ma non c’è solo il rimpianto, c’è anche la cura, c’è un amore post-abbandono che può essere denso e potente. Un rimettere a posto le cose, un risarcimento postumo, un dire, sì, l’ho perso, ma era il mio amore e lo sarà sempre. Come dire che il rimpianto è una cosa complicata, che sa travestirsi da attenzione, da dedizione, ma alla fine rimane rimpianto.”
A far da cornice alle vicende narrate c’è sicuramente Milano, una Milano trasformata, quella del ceto medio impoverito, un po’ triste, che non è più, costantemente piovosa, lugubre, lontana dagli sfarzi e dagli agi tristemente esibiti.
Follia maggiore è sicuramente un giallo, vivace ed intrigante, che avvince sempre di più, fino alla risoluzione finale. Ma ha un sottofondo, intimo ed intimistico, di malinconia soffusa, di dolcezza perduta, magari celata dietro un tono falsamente ironico o cinico. Alessandro Robecchi si conferma, ancora una volta, un ottimo e fine romanziere, capace di mescolare vari temi e generi con arguzia letteraria e sapienza narrativa.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto ed amato Alessandro Robecchi Torto marcio o Di rabbia e di vento.
Trovi utile questa opinione? 
100
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Flavia Buldrini Opinione inserita da Flavia Buldrini    18 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 2018
Top 1000 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Sulle orme dell'amata

Questo libro è una quête struggente quanto lucidamente raziocinante dell’autore sulle orme dell’amata, madre dei suoi tre figli, prematuramente scomparsa in seguito ad una grave malattia. Il giornalista Yari Selvetella, come un ‘segugio’, speculare di quel “cane pastore” che difende la propria famiglia in cui volentieri più volte s’identifica, ‘fiuta’ ogni minima traccia di lei, nei luoghi più frequentati della memoria, in quelli abitati in cui ha lasciato il segno, avventurandosi in un labirinto interiore che trova fisicamente espressione nell’ospedale, nei suoi fitti meandri in cui l’ha persa e in cui si sta smarrendo anch’egli, rischiando di non ritrovare il filo di Arianna, il bandolo della matassa per evadere dalla prigione di una vita incatenata alla sua assenza. L’architettura di questo romanzo autobiografico è improntata all’allegoria, alla galleria di ‘stanze dell’addio’, appunto, di cui si varca la soglia man mano che questo percorso spirituale volto al superamento del trauma progredisce: dalla realistica presa di coscienza di quanto è accaduto, aggirando i tentativi di rimozione o l’edulcorata consolazione dell’illusione, alla graduale elaborazione del lutto, tra tenere reminiscenze che affiorano sulla scia di una sensazione o di un sapore - un po’ come la madeleine di Proust – e i blocchi di iceberg nelle distese gelate di un dolore sommerso, fino alla rivalsa della vita sulla morte con il successo professionale e una nuova creatura che nasce, rivendicando il proprio ‘sacrosanto’ “diritto ad amare.” Gli stessi protagonisti sono allegorici: di nessuno di essi - neanche della stessa donna o dei figli - viene evocato il nome, quasi a lasciarli fluttuare nella loro libera quintessenza che rimanda a qualcosa di troppo ineffabile e sfuggente per essere sclerotizzato in una definizione. Alcuni, poi, hanno precipuamente una funzione allegorica, come i personaggi chiave de “l’uomo coi baffi” e del “ragazzo del bar”, una sorta di guide dantesche quali Virgilio o Beatrice che iniziano al viaggio nel tortuoso dedalo esistenziale, in cerca di una via d’uscita: il primo, mostrando, con la sua caricatura di una parvenza vitale inchiodata alla perdita della moglie, l’assoluta improrogabilità di reagire per non restare invischiati nella bava dei rimpianti e dei rimorsi che paralizza la vita; il secondo, invece, indicando la necessità di abbandonare l’irresolutezza giovanile per abbracciare una matura determinazione. Anche i luoghi assumono connotati metaforici, come le stanze che custodiscono la memoria dell’amata nei diversi trascorsi e che allo stesso tempo inducono a trascenderla, quali anelli ad incastri e, ciò che è l’archetipo dominante cui viene affidata la conclusione del romanzo, l’onnipresente mito del mare che sembra cullare l’intera vicissitudine, i protagonisti, le idee, i sentimenti, i ricordi, trovando compimento all’ombra dell’icona del Moby Dick, a suggerire il mistero del proprio destino.
Yari Selvetella adotta uno stile moderno, di notevole arguzia e fluidità intellettuale, che spazia dal flusso di coscienza di Joyce al surrealismo di matrice kafkiana, tra continui flashback che sovrappongono un piano temporale all’altro, per cui, come all’autore, così pure al lettore sembra di essere sulla nave, in balìa delle onde, ciò che è il punto di osservazione privilegiato per affacciarsi sull’ignoto: “Il mare è una grande mente e penso che potrei esplorala davvero molto a lungo (…) È la nave stessa, ho pensato, che rende il mare liquido, lo apre, lo tritura nel motore e lascia alle nostre spalle un tumulto d’acque. (…) Siamo noi, è la nave, che modifica tutto, che droga gli organi, che inquina, ma a stretto contatto con un altro tempo. (…) Lo sfiato di un cetaceo celebra il suo dominio sull’elemento. Il capodoglio spruzza. (…) Spunterà di nuovo, un grande saluto con la pinna caudale che sbatte, sulla superficie dell’acqua? Si può solo cacciare o adorare un simile animale. Invece no, non l’ho più visto e come sempre accade in queste storie da quando ti ho conosciuto, non so più se quello che ho così intensamente vissuto è poi veramente successo.”



Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

un inno alla pace e alla ricostruzione

Audur Ava Olafsdottir scrive un libro stupendo, eletto Libro dell’anno dai Librai islandesi, che giunge ora in Italia con il titolo Hotel Silence. L’autrice, nata a Reykjavik nel 1958, ha pubblicato Rosa candida, La donna è un’isola, L’eccezione, e Il rosso vivo del rabarbaro.
Quest’ultimo libro è un inno alla pace, una forte visione laica che riavvicina l’uomo in quanto tale a quanto di umano dentro di lui ha resistito agli orrori della guerra. Il racconto di una rigenerazione e di una trasformazione, fondato sull’assioma preciso secondo cui anche dalle macerie, dal lutto, dal sangue, si può erigersi, trasformarsi, e mutare tutto in un fiore, illuminato dalla dolce luce del sole.
Jonas Ebeneser è un uomo di quarantanove anni, deluso, stanco e solo. Ha una moglie da cui ha divorziato, e una figlia, di cui ha appena appreso di non essere il padre biologico. Ha perso la volontà di vivere, è in piena crisi depressiva e vuole suicidarsi. Si definisce:
“Io sono carne. (…) Per carne intendo tutto ciò che sta in posizione inferiore rispetto alla testa. Il che è coerente con il fatto che la carne è origine e termine di tutte le cose più importanti della mia vita.”.
Non vuole procurare un trauma alla figlia, e allora studia attentamente i vari tipi di suicidi:
“non immaginavo davvero che il gruppo di uomini e donne decisi a dare un taglio netto alla propria vita fosse tanto numeroso. (…) interessante notare che le donne agiscono diversamente: ce chi lo fa in cucina, dove basta girare la manopola del gas, chi sui sedili dell’auto, chiusa in garage con il motore acceso e qualche bicchierino di vodka. (…) Constato anche che le donne siano inclini ai messaggi di addio. “
Così decide che è meglio morire all’estero, in un paese straniero. Ne sceglie uno a caso, martoriato dalla guerra, che pare essere terminata, di cui, però, non se ne ha assoluta certezza. Lì regna ovunque distruzione e devastazione:
“la devastazione è ovunque. Alti palazzi condominiali sono semidistrutti e mancano quasi dappertutto i vetri alle finestre, laddove i muri si reggono ancora. Penso, tra me e me: qui le case crollano sotto le bombe, da noi si schiantano le rocce, le pietre quasi fuse affiorano e galleggiano sulla lava come sulla corrente di un fiume.”.
Lui armato di una sola cassetta degli attrezzi, in cui c’è anche il trapano per costruire il gancio a cui appoggiare la corda per impiccarsi, e di un cambio di vestiti, trova alloggio presso l’Hotel Silence,dove
“è come se su tutti i colori fosse calato un velo, come un corpo illividito che da tanto tempo non vede il sole. Nell’aria sonnecchia un sentore di muffa.”
Qui comprende come la sofferenza delle sue “cicatrici” sia ben poco rispetto a quella delle altre persone, che hanno vissuto la guerra, tra mine antiuomo, violenza dei soldati e degli invasori e totale annientamento. Con l’aiuto dei fratelli May e Fifì, e il piccolo Adam, inizia un percorso di rinascita, ottenuta a caro prezzo, con percorsi difficoltosi e sofferenti, intercalati da periodi di abulia e di totale disconnessione. La celebrazione della vita e della sua avvenenza, nonostante tutto, è una costante che percorre tutto il romanzo.
Il libro è davvero molto bello, tenero, scritto con grazia e soavità. E’ la storia intrigante e fascinosa di un uomo, di una comunità, e di un viaggio verso la riconquista della serenità, del quieto e normale vivere quotidiano dopo il baratro della sofferenza e del dolore estremo. Accurate ed elegiache sono le descrizioni degli orrori della guerra, delle tragedie che porta con sé, della mancanza di obiettivi e di scopi che caratterizza i sopravvissuti, che non riescono ad agire e a comunicare. L’autrice descrive con arguzia letteraria realtà orrende e squallide, mescolate ad un tono a volte cinico e sornione, quasi ad alleggerire l’atmosfera e la tensione creatasi. La vita e l’essere umano sono celebrati nella loro piena bellezza, senza sconto alcuno, con elegia e melodia. Simbolico è anche il titolo dell’hotel, antico albergo di lusso dove andare a fare delle cure termali, è l’analogia ambivalente del silenzio, del vuoto, in mezzo alle urla e al sangue dello sterminio e dell’orrore. Una lettura profonda e meditata, positiva e perspicace.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto ed amato della stessa autrice Il rosso vivo del rabarbaro e La donna è un'isola.
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    18 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Gennaio, 2018
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

La truffa nella truffa

Mark, Todd, Gordy e Zola sono quattro studenti della Foggy Bottom, una università di legge di Washington non nota per qualità e merito. Iscrittovisi per realizzare il sogno di crearsi un proprio redditizio futuro, i ragazzi sono ormai prossimi alla laurea e sempre più consapevoli dell’ingente prestito studentesco che dovranno restituire a partire dai sei mesi successivi del conseguimento. Al tutto, si sommano la preoccupazione di dover sostenere il complesso e difficile esame per ottenere l’abilitazione nonché i rispettivi problemi familiari. Ormai sono consci del fatto che il loro istituto, pur di far cassa, raccoglie gli studenti e i professori più mediocri sulla piazza e i risultati degli abilitati stessi, ne sono una prova. Sono giorni stressanti per il gruppo, giorni in cui il pensiero dei debiti e del loro avvenire li schiaccia. Gordy, in particolare, che soffre di un disturbo bipolare, è tormentato dalle bugie che ha raccontato ai suoi genitori (che a loro volta pur di permettergli di studiare si sono indebitati fino al collo) e alla fidanzata storica che a seguito dell’imminente matrimonio in maggio, si aspetta una vita rosea e felice accanto ad un professionista di successo, tanto che decide, dopo aver illustrato agli amici le sue scoperte sui meccanismi di approvvigionamento della rete universitaria e del relativo rettore, il signor Rackley (socio oltretutto di una banca specializzata nella concessione e nel recupero dei prestiti studenteschi), di farla finita.
Sconvolti dalla morte dell’amico e disillusi e arrabbiati per il torto subito, i tre decidono di vendicarsi con un piano tanto folle quanto astuto: cambiando le loro identità fondano lo studio legale “Upshaw, Parker & Lane” con quartier generale al Rooster Bar. I controlli sugli avvocati sono minimi, nessuno chiede mai il tesserino o le generalità, nulla osta, quindi, al potersi spacciare quali legali specializzati nella guida in stato di ebbrezza e in altre piccole cause dal guadagno facile. Ha inizio così, la loro rocambolesca avventura tra legalità e non legalità, un’avventura caratterizzata da una truffa nella truffa che avrà risvolti tutti da scoprire.
Con “La grande truffa” John Grisham fa capolino in libreria con un romanzo che da un lato torna a solcare le aule di tribunale ma che al contempo se ne distanzia mostrando quella che è la realtà dello studente americano. Il meccanismo che viene descritto, mediante l’utilizzo di questo gruppo di ragazzi disperati, è il perno di un testo che altrimenti potrebbe apparire assolutamente folle e irrealizzabile. Chi come me ha studiato legge, sa bene infatti, quanto sia impensabile potersi spacciare per difensore senza titolo nonché quali sono i limiti e i vantaggi della professione e del praticantato. Di fatto, l’opera sa conquistare e avvincere il lettore nonostante questo puntiglio di partenza.
Stilisticamente lo scritto si mantiene sulla linea a cui lo statunitense ci ha abituato, distinguendosi, in particolare, per precisione e fluidità. Come ne “L’informatore” l’ho trovato un poco sottotono, ma credo dipenda dalla tendenza al rimarcare sul confine legalità-illegalità che, se si esclude – in parte – “Il caso Fitzgerald”, è oggetto principale dei suoi ultimi componimenti.
In conclusione, una piacevole lettura seppur non indimenticabile.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi erotici
 
Voto medio 
 
1.0
Stile 
 
1.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
1.0
ALI77 Opinione inserita da ALI77    17 Gennaio, 2018
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

UN NUOVO ANNO ANCORA LA STESSA STORIA

Anche quest’anno la vecchia volpona di E.L. James ha pubblicato un nuovo libro sulle cinquanta sfumature e dopo Grey, ho avuto il “piacere” di leggere anche Darker, la versione di 50 sfumature di nero con la voce narrante di Christian Grey.
All’inizio del libro troviamo un Christian diverso, non è di certo un maschio alfa ma sembra di più un adolescente innamorato, preoccupato perché non sa se la sua Anastasia lo rivuole e anche perché è cosciente del fatto che è stato lui che l’ha fatta soffrire.
Certo che in tre giorni le cose non possono cambiare più di tanto, anche se sembra che in questo libro le emozioni e i sentimenti mutano velocemente, da un momento all’altro tutto quello dolore passa e i due tornano insieme, senza nessuna piega.
Il romanzo non è molto diverso dalla versione precedente, ci sono delle parti che non conoscevamo della vita di Christian, ma in buona sostanza il libro rimane noioso e prevedibile. E soprattutto la storia è sempre la stessa.
I dialoghi sono banali e prevedibili e ho davvero trovato fastidioso che continuamente Mr. Grey volesse imporre la sua volontà, anche se come sappiamo lui sta cercando di migliorare per la sua Anastasia,ma forse non abbastanza.
Mi sono chiesta dopo cinque libri letti se davvero Christian ami questa ragazza, oppure se sia solo voglia di possesso e sia geloso che altri possano stare con lei, ma non sia vero amore.
Non posso immaginare che questo sia l’amore con la A maiuscola, qui non siamo di fronte ad una favola moderna ma solo ad una storia che si basa sul lato fisico, sulla gelosia, sembra una transizione d’affari.
Ma mi domando cosa ci sia ancora da dire su questa storia, non ho letto delle novità eclatanti che mi hanno lasciato a bocca aperta, sapevamo già dell’infanzia difficile di Christian, sapevamo delle sue manie di dominatore, sapevamo della sua relazione turbolenta con Mrs Robinson, che l’ha avviato a questo tipo di rapporti “particolari” e lui stesso è stato a sua volta un sottomesso.
Anastasia dal canto suo l’unica cosa che fa, è sorridere e dire wow, per lei tutto questo è una meravigliosa favola, per noi lettori al quinto libro di questa serie direi che ormai questa storia sta diventando una farsa. Una sagra della banalità, del lusso, del nulla più assoluto e quindi non potrei nemmeno fare una recensione sulla trama, in quanto è sempre quella trita e ripassata in padella aggiungendo qualche erbetta di qua e di qua, così per arricchire il piatto.
Quindi passiamo oltre e chiediamoci, l’autrice sarà in grado di creare nuovi personaggi o rimarrà imprigionata in queste cinquanta sfumature? Io direi che o si inventa qualcosa di nuovo, magari cambia genere si dà al giallo o che ne so io, al dispotico, oppure si ritira a vita privata. So già che quello che sto dicendo non verrà apprezzata dalla maggior parte delle lettrici affezionate di questa saga, ma cosa possiamo ancora chiedere a questa storia?
Possiamo sopportare ancora che questi libri siano al primo posto in classifica? Che non ci sia spazio per dare importanza anche ad altro?
Dopo i libri, i film, i gadget e la riscrittura degli stessi romanzi, cosa manca ancora? Se quando uscirono furono la “novità” ,o meglio un libro mediocre ben pubblicizzato, ora sono solo una barzelletta.
Forse tra due o tre anni ci troveremo a parlare di un nuovo libro che si chiamerà 50 sfumature vent’anni dopo, con protagonisti i figli di Christian e Anastasia.
Vorrei veramente sapere cosa ci trovano in questo libri, cosa hanno di così particolare da avere tanto successo, non lo capisco sul serio.
Il nostro secolo verrà ricordato anche per le 50 sfumature, ma cosa penseranno di noi? Che siamo degli stupidi, una branca di idioti che siamo riusciti ad acclamare una storiella banale come questa.
Non dite ragazze che siete romantiche, che Christian è il vostro uomo ideale perché non ci credo, non penso che a lungo andare basteranno un bel fisico e i soldi per essere felice. Ci vuole ben altro, forse sono vecchia ma alla favole non credo e questo romanzo come gli altri non fa sognare nessuno, è così scontato, finto e privo di veri sentimenti.
Non posso ingannare i lettori e dirvi che è il libro della vostra vita, che la storia vi emozionerà, che questa riscrittura renderà la storia più verosimile, non lo posso fare quindi per favore non seguite la massa e dedichiamo il nostro poco tempo a dei romanzi più importanti.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Letteratura rosa
 
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    09 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Abbiamo fatto clic

La dedica al libro introduce in modo molto chiaro l’argomento di questo libro:

“Per mia sorella Marija che, essendo sempre più avanti degli altri, ha da poco impalmato un uomo più giovane”.

I protagonisti di questo nuovo libro della Premoli sono Julie, scrittrice trentaseienne di romanzi rosa Regency e il suo nuovo vicino di casa, Terrence, un musicista molto giovane e famoso. Per chi come me avesse già letto anche “È solo una storia d’amore”, la protagonista è una delle scrittrici amiche di Laurel.

Come per il precedente romanzo, la Premoli rimette in luce il fatto che essere scrittrici di rosa e di storici, non ti qualifica come una scrittrice di serie b, anche se in quest’ultimo lavoro rimarca molto meno l’argomento andando invece, come ormai succede in tutti i suoi ultimi libri, a parlare molto di politica. La Premoli critica in maniera per niente velata il presidente americano e tutto quello che riguarda la sua politica.

Politica a parte, posso tranquillamente dire di aver letto con piacere questo libro, ho ritrovato la Premoli dei primi tempi, cosa che negli ultimi libri non era successo, tanto da chiedermi, se li avesse scritti lei (visto le voci che girano su internet). La trama come prevede qualsiasi romanzo rosa è abbastanza prevedibile, quindi non voglio dire niente, ma la sua prevedibilità non toglie piacevolezza alla lettura.

La sua protagonista è una donna un po’ ambigua, con scarsissima autostima ma con la faccia tosta di uscire con un abbigliamento molto discutibile.. devo dire che nel carattere di lei e nella costanza di lui, ho trovato delle analogie con i protagonisti di “Ti prego lasciati odiare”..che l’autrice abbia deciso di ritornare sui primi passi?

Comunque alle fan della Premoli posso dire che questo romanzo mi è piaciuto, non sono riuscita a staccarmi dalle pagine e mi sono fatta anche delle grasse risate, la vicina è una dei pezzi forti della storia. Trovo poco convincenti il titolo e la copertina che per me non rispecchiano minimamente il libro anche perché la protagonista ha problemi con il tempo..ma solo per via dell’età e il gatto non ce l’ha!

Buona lettura amanti del rosa, la Premoli è finalmente tornata!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
I primi libri dell'autrice
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
2.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Gennaio, 2018
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Teresa Battaglia

Bosco di Travenì. Il corpo di un uomo viene rinvenuto privo di vita. Giace sull’erba in posizione supina, è coperto di brina. Il candore della sua pelle contrasta con il nero dei capelli e del pube. Le braccia sono poste lungo i fianchi, le mani adagiate su un cuscino di muschio, tra le dita qualche fiore invernale dai petali pallidi e trasparenti. Un dipinto quello che si apre innanzi alla squadra di polizia, in cui gli unici colori sono determinati dal rosso cadmio scuro del sangue ormai freddo, delle vene svuotate, dalle membra rigide. Il gelo ne ha mantenuta integra la conservazione, nessun odore se non quello della selva, della terra umida e delle foglie marcescenti è percepibile nell’aria.
Investita del caso è Teresa Battaglia, commissario di polizia specializzato in profiling che ogni giorno scruta e analizza il peggio del peggio dell’intimo dell’essere umano e che imperturbabile nasconde un segreto, un segreto inconfessabile ma determinante per la sua vita e la sua carriera lavorativa. Tanti sono gli elementi che la rendono inquieta: il quadro presentato fa pensare ad un delitto compiuto da due persone diverse. Una prima, lucida, metodica che ha posizionato e custodito (con trappole varie) il corpo affinché arrivasse al suo pubblico nel modo più integro possibile, una seconda, al contrario, completamente disorganizzata, quasi animalesca, che non si è fatta scrupoli o preoccupazioni nell’uccidere in vicinanza di un sentiero e con alte possibilità di essere visto/a. Quasi, come se l’omicidio fosse frutto di un raptus. La protagonista, coadiuvata nell’inchiesta dal novizio ispettore Massimo Marini, con cui si instaura da subito un rapporto molto particolare a cui ancora non si è in grado di dare un nome, e dai veterani del corpo, sa benissimo che per capire chi è l’assassino di Roberto Valent deve prima di tutto stabilire il come dell’azione e, una volta ricostruite passo passo le modalità di questa, rispondere a quell’unica ma fondamentale domanda: perché? Interrogativo a cui nello scorrere dell’opera se ne aggiungono molti altri. Chi è il bambino n. 39? Cosa si cela nel passato? Cos’è accaduto nel trascorso da essere così determinante per quello che è oggi il presente?
Da questi brevi e semplici assunti ha inizio il romanzo di colei che è definita come la nuova promessa del thriller italiano, Ilaria Tuti. Che dire, i presupposti per riuscire ci sono tutti: lo stile narrativo è fresco, ben argomentato, sottile, elegante e sufficientemente maturo. La storia, dal suo canto è ben orchestrata e caratterizzata dai giusti colpi di scena, dai giusti mutamenti d’azione. Le ambientazioni, ancora, rendono palpabili le vicende descritte, i protagonisti sono ben delineati tanto da risultare tangibili e concreti per chi legge. Purtroppo però, quel che manca all’opera è quel velo di originalità che l’avrebbe resa inattaccabile sotto tutti i punti di vista. Nello scorrere delle pagine, infatti, i riferimenti e i rinvii ad altri elaborati (vedi “Child 44”/”Bambino 44” di Tom Rob Smith, giusto per citarne uno a titolo meramente esemplificativo) del filone sono inevitabili. Quella sensazione di deja vu è una costante in tutto il volume e fa sì che il lettore perda un poco di interesse nel conoscere dei fatti. L’impressione è quella di ritrovarsi di fronte a un riassunto del meglio che c’è in giro in materia di thriller.
Ad ogni modo “Fiori sopra l’inferno” resta un buon romanzo, adatto a chi cerca opere con quel giusto alone di mistero e si conferma un buon esordio il cui successo definitivo è interamente nelle mani dell’autrice. Non ci resta che aspettare e vedere come questa evolverà la storia nonché il personaggio del commissario Battaglia.
Buona lettura!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
lapis Opinione inserita da lapis    07 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

"La morte ci rende tutti pazzi per un po'"

La vita è un palcoscenico dove tutti indossiamo il nostro costume di scena e interpretiamo un ruolo. Nessuno lo sa meglio di Joan Grice, la guardarobiera del Beaumont Theatre, abituata a cucire abiti che calzano alla perfezione. Perché il vestito è tutto, il vestito si anima dello spirito di chi lo indossa. Anche quando quel qualcuno non c’è più.

È così che alla morte dell’amatissimo marito Gricey, celebre attore e inseparabile compagno di vita, una folle idea comincia ad insinuarsi nella mente di Joan. Che nel grande armadio, nascosto tra le pieghe del cappotto e nella trama del completo che porta ancora il suo odore, si nasconda la voce e l’anima dell’uomo da cui non riesce a staccarsi. E quando vede il giovane Daniel Francis calcare la scena nel ruolo di Gricey, vestendone gli stessi panni e copiandone gli stessi gesti, sarà come rivederlo vivo, in un altro corpo. E crederci diventa l’unico, irrinunciabile modo per sfuggire al proprio dolore.

"La morte ci rende tutti pazzi per un po'" perché non è semplice elaborare il lutto e trovare il coraggio di lasciare andare chi si ama. E Joan si aggrappa al gin e a quella folle ossessione per scacciare la morte. Ma saranno proprio i vestiti, sinceri traditori, a rivelarle un terribile e intollerabile segreto. Forse l’uomo che aveva sposato non era chi lei credeva. Forse la loro vita insieme era tutta una recita.

È un romanzo di teatro, sul teatro. Nella scenografia di una Londra post-bellica, grigia, fredda e spettrale come non mai, tutti recitano. Gli attori, ad interpretare storie in cui si riflettono i loro drammi privati. Gli uomini, con le loro verità nascoste dietro menzogneri sorrisi. E i fantasmi delle ossessioni, che si aggrappano alla vita. “Una splendida simmetria, vita e teatro [...]; ma noi sappiamo che cosa succede quando compaiono le simmetrie, vero signore? Brutte notizie come se piovesse.”

Patrick McGrath si dimostra ancora una volta abilissimo a imbastire un romanzo psicologico in cui passioni e ossessioni si muovono in quel flebile confine tra normalità e follia, per mettere in scena la recita della vita. La prosa è limpida, sicura, scorrevole. Le atmosfere inquietanti e rarefatte. Gli spunti di riflessione pregevoli.

Lo ritengo quindi un buon libro eppure mentirei se dicessi che mi ha convinto del tutto e devo ammettere di essere riuscita a procedere oltre le prime pagine solo al terzo tentativo di lettura. Immersa nella nebbia delle sfumature della mente, la trama appare come un labirinto di sentieri di cui non riusciamo a comprendere appieno il disegno. Il teatro, il senso di perdita, la lotta antifascista nel 1947, il tradimento, la follia, ogni spunto è un sentiero di per sé interessante, ma ho trovato davvero faticoso procedere senza comprendere appieno la direzione. Ben scritto ma emotivamente poco coinvolgente, freddo. Proprio come le gelide atmosfere così ottimamente descritte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Narrativa per ragazzi
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Christy Unbuonlibro Opinione inserita da Christy Unbuonlibro    27 Dicembre, 2017
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ultimo successo di John Green

Tartarughe all’infinito è l’ultimo lavoro di John Green, autore ormai conosciuto e amato da milioni di lettori, e secondo che leggo personalmente. In questo libro ho ritrovato lo stile lineare, ma ricercato dell’autore, la maestria con cui è sempre riuscito a fare arrivare ai lettori le emozioni di ogni singolo personaggio. Ma ho trovato anche un Green forse più maturo, che ha ricercato maggiormente la perfezione, raggiungendola ancora una volta.
Green con il personaggio di Aza ci presenta la paura, l’ansia di un’adolescente di contrarre una qualsiasi infezione che la porti alla morte. Paura che si manifesta in attacchi di panico quotidiani e che le impediscono anche semplicemente di ascoltare una conversazione, senza che senti dentro di sé la sua flora batterica “invaderla”, impossessarsi del suo io. Aza infatti è intrappolata in una spirale, come la definisce l’autore, da cui non riesce ad uscire e che le fa credere che ogni suo pensiero non sia davvero suo, ma che tutto sia dettato dai batteri che la circondano.
Aza, grazie alla magica penna di Green, descrive i suoi pensieri e le sue paure come se parlasse direttamente a noi lettori, consentendoci di capire, di affrontare quasi in prima persona le sue stesse paure. Siamo gli unici spettatori di quello che accade nella sua mente, i pensieri che la tormentano e contro cui non può lottare. Aza non è libera di scegliere, senza che la paura la invada. Aza è un personaggio forte ma resa reale grazie proprio alle sue paure, che l’avvicinano a noi lettori.
Oltre alla protagonista, conosceremo altri personaggi che ruotano intorno alla sua figura, tutti personaggi di un certo spessore e fondamentali per comprendere appieno la sua vita. Davis Pickett, amico d’infanzia di Aza e figlio del miliardario scomparso, è una figura molto interessante che, nonostante l’età, ha già capito molto della vita e di come questa possa essere amara. Davis sembra l’unica in grado di comprendere davvero quello che passa Aza e al tempo stesso sembra essere l’unico in grado di dare un nome alle paure dell’amica, trovando similitudini che possano rendere il problema più tangibile e quindi anche più facile da affrontare. La storia d’amore che nasce tra i due personaggi è molto velata, quasi eterea.
Come sempre John Green sa scegliere le parole, sa sempre emozionare ma anche stupire, perché le sue storie sono simili ma mai uguali, mai banali. Tartarughe all’infinito è un piccolo tesoro da gustarsi e da cui farsi cullare.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Altri libri di Green
Trovi utile questa opinione? 
50
Segnala questa recensione ad un moderatore
Fantascienza
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    20 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Dicembre, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un nugolo di falene

“In fondo la regione degli Appalachi non era chissà che”. Eppure, per un po’ è stato il centro del mondo, proprio mentre stava per finire.

Un nuovo, strano, affascinante morbo fa addormentare le donne e le ricopre di una specie di bozzolo: si chiama Aurora, come la bella addormentata delle fiabe, e arriva dall’Australia, dove hanno l'abitudine di avvolgere i bambini in un tessuto sottile e bianco per proteggerli dai raggi del sole.

Una donna in un carcere femminile sta delirando dell’arrivo di una regina nera, e la regina arriva con le sue falene e parla anche con altri animali, è magica, è bellissima, non ha linee sulle mani, e per prima cosa uccide a mani nude due criminali produttori di speed e si fa arrestare dallo sceriffo donna del luogo.

Ma Aurora non è un morbo, è un sortilegio, e Evie, la regina nera, è una diavolessa femminista vuole salvare le donne e far finire il nostro mondo, quello in cui regna il sesso più pericoloso.
Non è un caso se Evie viene rinchiusa in un carcere femminile, dove finiscono le donne più sfortunate, le più perseguitate. Non è un caso se le donne che si addormentano si ricoprono di un bozzolo, come se dovessero subire una metamorfosi. Non è un caso se eliminare il bozzolo non sveglia le dormienti ma le trasforma in bestie rabbiose, capaci di uccidere a morsi chiunque le abbia private del sonno, familiari amici o mariti che siano, perfino l’amato cagnolino.

In questa fiaba nera maschi e femmine hanno l’opportunità di dividersi e ricominciare: verso un nuovo mondo al femminile da una parte, verso l’estinzione dall’altra.
I maschi che si ritrovano con le compagne addormentate reagiscono virilmente: si trasformano in ladri, sciacalli, assassini, stupratori. Sommosse e saccheggi, brigate di assassini che per rabbia e per vendetta bruciano i bozzoli: una mossa geniale di fronte al rischio che il mondo finisca per mancanza di femmine procreanti.
Le dormienti, invece, si ritrovano in un altro posto, un posto che appartiene soltanto a loro, forse un sogno collettivo dove mancano maschietti e abitudini tecnologiche, ma con un vantaggio sicuro, non trascurabile, per qualcuno irrinunciabile: la sicurezza. Niente perfezione, ma una ragazza può crescere senza essere insidiata per i suoi seni.

Una fiaba al completo, con animali parlanti ed evocativi, ma popolata da personaggi che vanno al di là dello stereotipo fiabesco e incarnano sofferenze e passioni e orrori della nostra amara società: la crudeltà ottusa degli aguzzini, l’ostinato amore delle madri, l’inutile espiazione delle vittime, l’assurda stupidità delle carceri, la rabbia che infetta le buone intenzioni, i pregiudizi che ammorbano masse e istituzioni. L’ingiustizia che schiaccia ogni speranza, perché è sempre il sesso più pericoloso quello che comanda.

La fiaba scoperchia la nostra realtà. E pone molte domande. La risposta che raccontano i King, padre e figlio, è suggestiva. Ma non sempre funziona. L’apocalisse non travolge. Il mistero non trascina. Restano i personaggi a portare avanti la storia, restano gli orrori della quotidianità che prosperano come creature infernali.

Un grande romanzo, impastato con tutti gli ingredienti giusti, che purtroppo non lievita. Evie ha un potere salvifico affascinante, ma non ha la statura di John Coffey del “Miglio verde”. Manca qualcosa: un vero cambiamento, una domanda mai posta prima. Questo romanzo non lascia una traccia duratura, a parte una scia di falene e un lieve sorriso di complicità.
“In Pennsylvania Avenue videro il corteo presidenziale, una sfilza di limousine e SUV neri scintillanti. La colonna di auto proseguì senza fermarsi.
«Guarda.» Michaela fece cenno con il dito.
«Chi se ne frega» rispose Janice. «È solo un cazzone come tanti.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
lo stesso autore.
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
4.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    09 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Non il miglior Lansdale

Partiamo dal presupposto che adoro Joe R. Lansdale e che finora, non ho trovato davvero deludente nessuno dei suoi libri. “Bastardi in salsa rossa” non è da meno, anche se credo che tra quelli che ho letto non sia tra i meglio riusciti.
Quella di Hap e Leonard credo che sia una delle coppie meglio riuscite del panorama poliziesco, sicuramente unica nel suo genere e spassosa oltre ogni dire.
Dunque, se amate già questi due detective, non esitate a leggere la nuova storia di cui sono protagonisti, anche se non è brillante come le avventure passate. Se vi state accostando a Lansdale per la prima volta vi consiglierei di cominciare con altro, come “Paradise Sky” o una delle prime avventure di Hap e Leonard.

Ormai dipendenti della compagna di Hap e della sua agenzia investigativa, i due protagonisti si ritroveranno a indagare su un caso che in quanto a guadagno è ben poca cosa, ma in quanto a guai... beh, saranno tanti come al solito. Una donna di colore si presenterà in ufficio, raccontando loro di come sua figlia sia stata trattenuta ingiustamente e molestata da una banda di poliziotti corrotti di un quartiere malfamato: Camp Rapture. Il fratello di lei, deciso a vendicarsi, comincia a piantare grane a quei poliziotti, che non esiteranno un istante ad ammazzarlo di botte per il disturbo. La donna chiede ai due di indagare, e si renderanno presto conto di quanta lordura nasconde quella storia, di quanto il crimine sia penetrato a fondo anche nella polizia.
Si troveranno di fronte avversari senza scrupoli, pronti ad ammazzare chiunque possa rappresentare per loro un problema, ma anche personaggi divertenti e tipici dell’opera di Lansdale.
Anche se con qualche cedimento e qualche forzatura, “Bastardi in salsa rossa” è una storia piacevole, ma senza troppe pretese. Varie cose vengono lasciate in sospeso e il finale è probabilmente un po’ affrettato, di qui il mio voto basso per quanto riguarda il contenuto. Vale la pena leggerlo anche solo per godere della simpatia dei due protagonisti, ma per quanto riguarda la trama è chiaro che non ci troviamo di fronte al miglior Lansdale, Il suo stile e la piacevolezza dei suoi libri rimangono a un buon livello, ma non al massimo.
Ripeto, se dovete iniziare a leggere Lansdale, partite da altro; se già lo apprezzate e non sapete che libro scegliere, tenetelo in considerazione.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
230
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Dicembre, 2017
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Un thriller magistrale

Samantha Andretti è una ragazzina di 13 anni: la sua vita scorre nei soliti binari, la scuola media, la migliore amica, un ragazzo molto carino che vuole parlarle. Ma un giorno di febbraio qualcosa si interpone su quei binari e la corsa della vita di Samantha per qualche oscura e abominevole ragione, si interrompe.
Sono trascorsi 15 anni e Sam si risveglia nel letto di un ospedale: è riuscita inspiegabilmente a sfuggire allo psicopatico che la teneva segregata in un labirinto nel sottosuolo. E' stata ritrovata in un bosco, con una gamba rotta e in stato di shock. In città non si parla d'altro. I media stanno diffondendo la notizia e molte persone si sono commosse ed hanno dimostrato solidarietà per la ragazzina, divenuta donna nella prigione sotterranea di un mostro. Chissà come ha fatto a sopravvivere per tutti quegli anni? Perché il sequestratore non l'ha uccisa? Come è riuscita a fuggire? E soprattutto: può Samantha aiutare gli investigatori a catturare “l'uomo del labirinto” ?
Mentre gli agenti di polizia e i profiler si mettono in moto, inizia la caccia al mostro anche un investigatore privato, Bruno Genko. L'uomo ha trascorso la vita nella solitudine, per scelta, perché il suo lavoro l'ha richiesto. Adesso si ritrova come in un limbo di attesa devastante: Genko ha una malattia terminale e morirà da un momento all'altro. La notizia del ritrovamento di Samantha Andretti però lo colpisce: quindici anni prima i genitori della ragazzina si erano rivolti a lui in cerca d'aiuto, l'investigatore aveva preso i loro soldi ma era convinto che Samantha fosse già morta e non si era attivato per salvarla. Ora ritiene di dover rimediare a questo errore. Così inizia la sua personale caccia, quella più difficile e pericolosa, la caccia all'essere umano, così cattivo e depravato da venire considerato un mostro. Tra colpi di scena e rivelazioni inaspettate, riuscirà Genko a trovare e catturare il perverso sadico prima di morire?
Questo ultimo thriller di Carrisi è veramente notevole, un capolavoro del genere, secondo me. Inizia in modo inquietante ma non scioccante per il lettore, che si ritrova sempre più coinvolto nella storia. Pian piano l'adrenalina sale e diventa difficile smettere di leggere. Conoscendo l'autore ci aspettiamo colpi di scena eclatanti e un finale che ribalti completamente l'apparenza delle situazioni: e così è infatti. Però stavolta l'autore non ci ripropina per l'ennesima volta il finale del “Suggeritore” in salsa diversa -per fortuna! Stavolta è veramente capace di spiazzarci con qualcos'altro.
Il thriller è costruito in modo perfetto, le sequenze si incastrano in un ritmo incalzante e coinvolgente, in una climax avvincente che porterà al finale incredibile. Rispetto ad altri romanzi di Carrisi che ho letto ho notato di meno gli aspetti inverosimili che in alcuni degli ultimi romanzi erano fin troppo amplificati. Certo però anche qui l'autore rimane fedele alla scelta di narrare gli eventi in un luogo e tempo indefiniti ed indeterminati, che potrebbero e non potrebbero essere reali. Ci sono riferimenti alla realtà, come il caldo anomalo ed opprimente dell'estate, conseguenza dei cambiamenti climatici dovuti all'inquinamento, che però vengono trasfigurati ed amplificati come in una fiaba macabra. Così, il caldo non è solo caldo, ma arriva a modificare i normali comportamenti umani: le persone vivono e lavorano di notte e dormono di giorno, come novelli vampiri. Il luogo della narrazione non è reale ma è generico ed indefinito, come per il “Suggeritore”. Ci sono riferimenti ai romanzi precedenti ma non si tratta di collegamenti così importanti da formare una serie. Si tratta di piccoli richiami che il lettore può cogliere o meno, a seconda che abbia letto o non letto le opere precedenti.
In conclusione, un thriller direi magistrale, coinvolgente, serrato, sorprendente ed inquietante; sicuramente non completamente realistico, ma come sospeso in una fiaba nera o in un fumetto, secondo lo stile e l'inventiva letteraria migliore di Carrisi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
A chi apprezza l'autore Donato Carrisi
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Inestimabile souvenir. Ottobre...

«E ottobre scorre piano, tra promesse e disillusioni, tra passato e futuro. Niente come ottobre, per farti ritornare in tempo che non c’è più. Niente come ottobre, per riproporre un antico souvenir. Nessun souvenir vale un ottobre. Perché è ottobre stesso, un souvenir. Tic. Tac. »

Ottobre, Napoli. E’ una mattina come tante quando viene rinvenuto il corpo privo conoscenza di un uomo tra i cinquanta e i sessanta anni, di corporatura robusta, in un cantiere edile. E’ ancora vivo ma è stato brutalmente percosso tanto che le possibilità di un suo risveglio sono ardue; oltre che ad aver riportato ingenti lesioni su tutto il corpo, sono le ferite alla scatola cranica a rendere difficilmente auspicabile un lieto fine. Chi è? Perché dopo essere stato colpito ripetutamente è stato deciso di abbandonare il suo corpo proprio nel luogo dove è in costruzione la nuova metropolitana? La squadra dei Bastardi non esita un attimo nel mettersi al lavoro, e riscontrando molteplici incongruenze nella dinamica dei fatti riesce a scoprire che il ferito, Ethan Wood, americano, non è altro che il figlio della celebre Charlotte Wood attrice nota al grande pubblico che ha soggiornato in quel di Sorrento nel 1964 per girare “Souvenir”, pellicola che l’ha consacrata per bravura e bellezza. E seppur la donna sia affetta da una prominente demenza senile, la figlia e sorella dello statunitense, Holly Wood, riuscirà ad indirizzare le indagini sul passato. Perché se la famiglia si trova lì è solo e soltanto per far luce su quel che è stato, su circostanze indecifrabili che hanno influito inevitabilmente sul corso delle loro vite. Ad affiancare la vicenda principale non mancano i collegamenti con la mafia né, tanto meno, una inspiegabile inchiesta che viene affidata su richiesta della Questura stessa a Marco Aragona. Non pochi i dubbi e le perplessità che conseguono a questa, Palma, non riesce a spiegarsi il motivo di predetta soprattutto in virtù della scarsa considerazione da sempre nutrita dai superiori nei confronti dell’agente scelto. Non mancheranno, infine, sviluppi relativi alle vicende personali di ciascun protagonista a cui seguirà un epilogo che non difetterà di far stringere il cuore del lettore.
Il tutto è accompagnato dal sapore della malinconia, dal sapore di un tempo sfuggito e forse perduto per sempre, dal sapore di occasioni scivolate via sull’onda del ricordo di quel mare e di quella gioventù sfumata, di amori strappati, di amori a cui si è dovuto dire addio. Eppure è un trascorso fondamentale, essenziale, necessario perché è indispensabile per il futuro che ancora deve venire e per quello che è già venuto. Il tutto, è ancora avvalorato da ambientazioni e scenari mixati ad uno stile narrativo leggero e fluente talché chi legge è trasmutato tra lo ieri e l’oggi con quella delicatezza e unicità che è propria di uno degli autori più bravi del panorama italiano.
Molteplici anche le riflessioni che sono contenute nell’ultimo componimento del narratore, un elaborato che non è privo di sospiri, che non è privo di colpi di scena. Ben costruito è l’intreccio narrativo, ineccepibile l’epilogo. Ci riesce ancora De Giovanni, ci riesce a pieni voti e dona al conoscitore un vero e proprio “Souvenir”.

«A volte il gusto pare uno, ma è un altro. Magari, pensando al contrario, uno risolve le cose, non credi? [..] E ricordati: io capita che cerco le cose nei punti sbagliati, e invece quelle stanno dove devono stare. Perdo solo un po’ di tempo, ma poi le trovo.»

«Forse sì. Perché i debiti li abbiamo con noi stessi, prima che con gli altri. Se la mattina, nello specchio, vedi la stanchezza di due occhi che non hanno voglia di aprirsi al mondo falso che ti circonda, la colpa è tua e soltanto tua. Ma purtroppo il coraggio di scegliere tra i rimorsi e i rimpianti non è da tutti»

«Ottobre ti spiega che non è più il tempo i ricordare che bisogna prepararsi a ciò che viene. E se non capisci, peggio per te.»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    06 Dicembre, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Quando arriva l'ora del lupo

"Parla, mia paura"
E' un'incitazione, imperativa come un ordine ma al contempo disperata come una preghiera, quella che l'autrice rivolge a se stessa o, meglio, a quella parte di lei che abita in lei, coinquilina indesiderata, fastidiosa e relegata in un angolo, isolata e celata a tutti.
Quasi fosse un peccato, una perversione, un segreto da occultare al mondo: perchè nessuno potrebbe capire, gli altri sanno solo giudicare, condannare o talvolta incoraggiare, spronare con parole di conforto che in realtà sconfortano più di prima, perchè solo chi prova può sapere, solo chi convive ogni giorno con la paura può comprendere questo stato d'animo.
E Simona Vinci è una di queste persone. Simona Vinci soffre di depressione, ne ha sofferto per molto tempo, ora ha imparato a conviverci, a non lasciarsi sopraffare, perchè è il massimo a cui si possa sperare, inutile infatti illudersi che la depressione possa essere sconfitta definitivamente.
La sua depressione è cominciata proprio con la paura, paura di tutto, 'Paura delle automobili. Paura dei treni. Paura delle luci troppo forti. Dei luoghi troppo affollati, di quelli troppo vuoti, di quelli troppo chiusi e di quelli troppo aperti. Paura dei cinema, dei supermercati, delle poste, delle banche. Paura degli sconosciuti, paura dello sguardo degli altri, di ogni altro, paura del contatto fisico, delle telefonate. Paura di corde, lacci, cinture, scale, pozzi, coltelli. Paura di stare con gli altri e paura di restare sola.'
Frequenti attacchi di panico che hanno disintegrato le sue relazioni sociali, ostacolato il suo lavoro e ridotto la sua vita ad un misero arrancare, un faticoso ed estenuante tentativo di superare l'oggi per arrivare al domani.
Ma Simona non si è arresa ed in questo libro non solo confessa il suo demone interiore ma lo esorcizza: l'unico modo per indebolirlo è proprio attraverso la parola, l'unico modo per vincerlo è accettarlo, riconoscerlo e raccontarlo.
"Ecco il trucco, la magia: non chiudere, apri. Non nasconderti, mostrati. Non tacere, esprimiti. Se hai paura, chiedi aiuto."
E' un racconto forte, toccante: nelle prime pagine, quelle in cui l'autrice descrive la lenta e progressiva evoluzione della sua malattia, si avverte prepotentemente il senso di disperazione di una donna sull'orlo del baratro, alimentato peraltro dalla consapevolezza che quel baratro sarà sempre lì, dinanzi ai suoi occhi, e che nessuno potrà mai allontanarla da quella condizione di precario equilibrio con la paura assillante, martellante, di cadere, di sprofondare. E quando la paura non lascia tregua allora si può persino desiderare che accada una volta per tutte, si può persino sperare di cadere per porre fine a tutto.
"C'è chi legge il suicidio come un implacabile atto di accusa verso gli altri. Non so se crederci, perchè quando è capitato a me, di essere sul punto di saltare, gli altri erano scomparsi: c'ero io, da sola, e tutto quello che volevo, tutto quello che provavo era di essere qualcosa che voleva finire."
E' una donna che si racconta ma ciò non implica necessariamente che questo libro sia rivolto in modo esclusivo alle donne: certo una donna potrà più facilmente immedesimarsi in alcuni stati d'animo tipici del genere femminile perchè, per esempio, legati al periodo della gravidanza o a quel senso di insoddisfazione verso il proprio corpo (o parti di esso) che sfocia poi nell'intervento di chirurgia plastica estetica, con tutti i risvolti psicologici che comporta.
"La chirurgia estetica non ha a che vedere soltanto con lembi di pelle, fasce muscolari, strati adiposi e protuberanze ossee, ma lavora su strati della coscienza individuale intangibili eppure determinanti. Ogni volta che un bisturi incide e rimodella un corpo scolpisce anche una mente e un'interiorità e bisogna considerare con attenzione quale possa essere l'impatto sulla psiche della trasformazione morfologica che la chirurgia plastica opera."
Tuttavia, da uomo, ho apprezzato molto il coraggio e la caparbietà di questa donna che ha messo a nudo se stessa, la sua parte più intima, le sue debolezze e fragilità, senza alcuna remora o autocensura, andando quasi controcorrente, sfidando una società che celebra i più forti, i vincenti e ripudia i più vulnerabili.
Facendo parlare la sua paura, Simona Vinci ha non solo aiutato se stessa ma chiunque stia vivendo il suo stesso disagio, fornendo preziosi consigli che sono àncore di salvataggio nel mare profondo che la depressione crea intorno a chi ne soffre: perchè - inutile negarlo - nonostante sia stata riconosciuta come una malattia con un'incidenza altissima nella popolazione mondiale su una fascia ampia ed eterogenea di età, viene spesso considerata come una colpa di cui vergognarsi, come un problema esistenziale sintomo di insicurezza e debolezza.
"Ho deciso di scrivere questo resoconto di un periodo difficile della mia vita e di un disagio esistenziale che mi appartiene, e probabilmente in vario grado mi apparterrà per sempre, perchè avevo bisogno di perdonarmi e al tempo stesso di offrire ad altri che abbiano vissuto o vivano qualcosa di simile, la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sè nelle mie parole."
Ma se da un lato è importante parlare, lo è altrettanto saper ascoltare: tanto più se diventa indispensabile saper ascoltare anche i silenzi, le parole non dette, soffocate, saper interpretare atteggiamenti e stati d'animo 'di facciata' che mascherano sotto una parvenza di normalità un profondo disagio interiore.
Bisogna saper ascoltare per poter offrire un valido aiuto all'amico, alla compagna, a chiunque soffra di depressione: per riempire il buco, quel vuoto che si crea nella loro mente e nel loro cuore. In fondo la depressione annienta come il mal d'amore, bellissima la frase tratta da una canzone dei Soundgarden, "I'm the shape of the hole inside your heart".
E direi che da questo punto di vista il libro di Simona Vinci acquista una valenza universale, sia per il genere maschile sia per quello femminile.
"Ogni giorno usciamo di casa e qualcosa di terribile potrebbe accaderci. Ogni giorno ci alziamo dal letto e sappiamo che potremmo morire. L'unico potere che abbiamo è tentare di vivere al meglio il presente senza farci annientare dal terrore del futuro. L'unico potere che abbiamo è continuare a cercare lo sguardo degli sconosciuti senza vedere in loro dei nemici, ma sperando di trovare degli amici. L'unico potere che abbiamo è fidarci della nostra immaginazione e cercare di guidarla verso pensieri positivi, anche quando stiamo attraversando una selva oscura: il buio può parlare e non è detto che le sue siano soltanto parole dolorose."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Elena72 Opinione inserita da Elena72    29 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 2017
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

un inno all'immaginazione e all'amore

“Se tu ami veramente qualcuno o qualcosa, dagli tutto quello che hai e anche tutto quello che sei” (p.15)

L'amore è il tema di questo splendido romanzo: l'amore per una donna, per i propri ideali, per la libertà. Romain Gary pubblicò questa sua ultima opera nel 1980, pochi mesi prima di porre fine, con un colpo di pistola, alla sua esistenza. “Gli aquiloni” è il suo testamento, la sintesi di ciò in cui ha creduto: un inno alla fratellanza, alla solidarietà, alla memoria del passato e alla capacità di immaginare il futuro.

Il romanzo si divide in due sezioni: nella prima, che va dal 1930 all'occupazione della Polonia, l'autore presenta il contesto in cui si svolge la vicenda e ne delinea i personaggi principali. Nella seconda parte, a conflitto ormai conclamato, l'azione prende il sopravvento e l'intreccio si fa più complesso; in un crescendo di colpi di scena la storia termina con lo sbarco degli Alleati. Tutto ha inizio a Cléry, un villaggio rurale della Normandia dove Ludovic, a soli dieci anni, incontra in un bosco Elizabeth Bronicki, erede di un'aristocratica famiglia polacca che trascorre ogni estate le vacanze in Francia. I due bambini si scambiano poche parole, ma Ludo resta incantato da quella “bionda e severa apparizione” che sarà per sempre la sua unica ragione di vita. Lila è ambiziosa, volitiva, alla ricerca di se stessa e desiderosa di compiere qualcosa per cui essere ricordata. Pur dimostrando interesse per Ludo, la ragazza non disdegna le attenzioni di altri pretendenti: l'altero Hans, soldato prussiano votato alla guerra e il timido Bruno, virtuoso pianista che dovrà rinunciare al suo talento a causa del conflitto.
Alla vigilia dell'occupazione nazista, un tracollo finanziario costringe la famiglia Bronicki a rientrare in Polonia. La guerra distrugge le aspirazioni dei giovani protagonisti che sono costretti a separarsi; Ludo si unisce alla Resistenza e di Lila perde a lungo le tracce, ma non la speranza di poterla ritrovare per coronare il suo sogno d'amore.

“Gli aquiloni” è un romanzo che colpisce il lettore per almeno tre aspetti: la fervida immaginazione, le nobili idee e lo stile originale. “Non vale la pena di vivere nulla che non sia un'opera di immaginazione, sennò il mare sarebbe soltanto acqua salata” (p. 225). Il primo a credere nella fantasia è senza dubbio Gary che attribuisce ai suoi personaggi qualità straordinarie e quel pizzico di follia che rende possibile l'impossibile. Tra tutti spicca il protagonista, Ludovic, dalla prodigiosa memoria e dalla incredibile capacità di calcolo. Non è da meno il suo tutore, lo zio Ambroise Fleury, reduce di guerra, pacifista convinto e abile artefice di splendidi aquiloni. Gli “gnamas” (così li chiama Ambroise) sono un elemento costante della storia, simboleggiano i grandi ideali, purché si abbia l'accortezza di tenerli ben saldi per evitare che “prendano la fuga verso l'azzurro”. Le idee in cui crediamo sono ciò che ci tiene in vita, ma dobbiamo essere cauti: se vanno troppo in alto, si perdono; se toccano terra si infrangono, come gli aquiloni. Gary ci invita a diffidare di chi pensa di essere dalla parte del giusto, ognuno di noi potrebbe essere "il nemico". La guerra insegna che “il lato disumano fa parte dell'umano” e i vincitori non possono dirsi immuni dal commettere ingiustizie.

“La sua faccia mi parve familiare e sulle prime credetti di conoscerlo, ma subito capii che ad essermi familiare era l'espressione di sofferenza (…). Tedeschi o francesi, in quei momenti siamo intercambiabili”. (p. 326)

“Gli aquiloni” è un romanzo scritto in prima persona da una voce narrante, quella di Ludovic, capace di coniugare serietà ed ironia: “la comicità è una grande virtù: è un posto sicuro in cui ciò che è serio può rifugiarsi per sopravvivere” (p. 225).
L'intreccio è appassionante, in alcuni punti rocambolesco, in altri commovente; le vicissitudini belliche restano sullo sfondo, l'autore preferisce soffermarsi sui piccoli o grandi gesti di amicizia, di lealtà e di solidarietà che inaspettatamente uniscono gli uomini anche quando la Storia li schiera su fronti contrapposti.
La lettura scorre rapida, piacevole, curiosa di scoprire un lieto fine che si intuisce, ma di cui non si è certi.
"Gli aquiloni" lascia una sensazione di positività e di speranza; si stenta a credere che Gary abbia potuto compiere, pochi mesi dopo la pubblicazione di questo libro, il gesto estremo.
Tra le righe de “Gli aquiloni”, forse, la risposta:

“Amava appassionatamente l'umanità intera, ma in fondo non aveva nessuno. (…) Per la speranza bisogna essere in due” (p. 91)


Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Avventura
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    28 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

L'esotismo di Wilbur Smith

Wilbur Smith approda in libreria con Il giorno della tigre, una nuova,avvincente ed intrigante, avventura della cosiddetta “saga dei Courteney”. Smith aggiunge una nuova pagina alla saga che lo ha accompagnato per tutta la vita, riprende, così, la storia della famiglia britannica impiantata nell’Africa Orientale che tanta parte ha avuto nel suo successo di scrittore. Il giorno della tigre, scritto con Tom Harper, aggiunge un nuovo tassello al mosaico genealogico Courteney, ma soprattutto mostra un legame profondo esistente tra il continente africano e Smith stesso, fra un uomo e le generazioni che lo precedono e seguono. Wilburn Smith è trentasei libri, tradotti in quaranta lingue, centotrentadue milioni di copie, e diecimila interviste rilasciate, e una grande voglia di continuare a scrivere e a narrare.
La stirpe dei Courteney è un’antica famiglia di origine inglese, appunto, che ha avuto la sua migliore sorte din Africa. La prima avventura di questi protagonisti è datata nel lontano 1667, e il libro in cui la si racconta è intitolato Uccelli da preda, proseguendo, poi, con Monsone, Il destino del leone, La voce del tuono, Gli eredi dell’eden, per approdare a quest’ultimo Il giorno della tigre. L’età dell’imperialismo è sullo sfondo, insieme al continente africano. Qui l’avventura si svolge tra l’estremo Sud Africa, attraverso il Mar Caraibico, approdando alle coste dell’India. Un viaggio pericoloso ed irto di insidie, con nemici vili e brutali: infatti il giovane Tom Courteney inizia la traversata avvistando immediatamente una nave mercantile che sta per essere attaccata dai pirati, e non esita ad intervenire, mettendo a repentaglio la propria vita e quella del fratello Dorian, uscendo vittorioso dallo scontro. Tom è un abile navigatore, commerciante, e:
“Non aveva rimpianti, ma non aveva dimenticato la sua infanzia: la grande ed antica dimora, la cappella con innumerevoli Courteney sepolti nella cripta, i domestici che avevano accudito suo nonno e i cui figli avrebbero servito generazioni di Corteney non ancora nate. Il senso di appartenenza lo rendeva consapevole che, per quanto l’albero di famiglia potesse protendere i suoi rami verso localit remote, avrebbe mantenuto forti e profonde radici in quel luogo.”
Figura di notevole fascino è anche quella di Dorian Courteney, che:
“A undici anni era stato catturato dai pirati arabi, ridotto in schiavitù, acquistato da un principe dell’Oman per i suoi capelli rossi simili a quelli del profeta Maometto e cresciuto nella sua dimora come un figlio adottivo.”
“Tom aveva impiegato un decennio per ritrovarlo, dieci anni durante i quali lo aveva creduto morto. (…) Quando i due fratelli si erano finalmente rincontrati, nel deserto dell’Africa orientale, Tom non lo aveva nemmeno riconosciuto ed erano stati sul punto di uccidersi a vicenda:”
Nello stesso momento dello scontro in mare, molto più lontano, nel Devonshire, un altro Corteney è in gravi difficoltà. Francis, figlio di William, ucciso da Tom, in seguito al tracollo finanziario del patrigno, è costretto a fuggire, determinato a catturare il famoso zio, che lui ritiene responsabile della morte violenta del padre. In preda ad una rabbia cieca e ad una furiosa sete di vendetta decide di prendere il mare. Dopo tante sofferte peripezie approda in Sud Africa, ma si trova a fare i conti con una verità differente da quella creduta finora, e ne esce sopraffatto e disorientato. Un altro personaggio di rilievo è Christopher Courteney: figlio di Guy, governatore di Bombay, uomo privo di scrupoli e di morale, cinico e burbero, vistosi respingere la sua domanda di matrimonio dallo stesso, decide di abbandonare il suo ruolo di privilegio per mettersi in viaggio, e conquistare una propria, personale ricchezza. Ma le vicissitudini sono innumerevoli, gli ostacoli da affrontare lo induriscono nel corpo e nello spirito, ma l’interiorità guerriera, di cui fin dall’infanzia, è stato temprato, lo aiutano nel raggiungimento dell’obiettivo.
Una saga che ammalia e conquista i lettori di tutto il mondo. Un soffuso fascino ed ammirazione per l’esotico emergono in modo preponderante per tutta la narrazione. Figure affamate di peripezie che solcano i mari verso l’ignoto, sfidando il proprio destino, tra pirati, commercianti avidi e uomini vendicativi. Il fil rouge della narrazione passa attraverso un elemento che, di per se, è portatore di avventure, il mare. Ed è proprio fra i guizzi del liquido azzurro che Smith racconta di un viaggio pericoloso.Viaggio che reca in sé azione, intrighi, segreti millenari, passioni e travolgenti avventure, in un mondo lontano, ricco di malia e di mistero. E:
“il vento della passione per la scrittura che gonfia le vele che Wilbur Smith dipinge sulle acque.”
Per gli appassionati del genere avventuroso e per le saghe una nuova lettura, da compiere nelle lunghe serate invernali, immersi nel calore e nel fascino dell’esotico.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto ed amato i libri della saga dei Courteney.
Trovi utile questa opinione? 
80
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    26 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Ogni uomo è bugiardo

Alla base dell’etica di Schopenhauer non c’è la ragione come nel pensiero di Spinoza, ma la compassione verso tutto ciò che è vivo e sofferente.
La mancanza di compassione quindi dovrebbe portare a un modo di vivere poco etico, amorale, lontano da ogni umanità. E di questa assenza di compassione è pieno il romanzo e soprattutto di questa amoralità, all’epoca inusuale (se non nella vita, almeno nei romanzi).
Keyla la prostituta, risulta il personaggio più positivo e affascinante del romanzo per la sua generosità e i suoi slanci di fiducia e di ingenuità, forse di candore che contrastano con gli anni di carriera professionale, e che nascono dal suo fortissimo desiderio di elevazione e di riscatto. Keyla ha diverse occasioni di riscatto. Prima di tutto il matrimonio con Yarme, che all’inizio del romanzo ama e da cui è amata. Purtroppo tutti gli uomini che si avvicinano a Keyla, anche se dicono di amarla, sono attirati soprattutto dal lato fisico del rapporto. Ma questo concedere troppo al corpo diventa una trappola e un imbuto che porta alla rovina. La passione si accende alla fine sempre nel suo senso più deleterio, di possesso di un oggetto che per essere sicuri di avere definitivamente bisogna distruggere e di depravazione. Gli uomini più importanti della storia sono tutti descritti come schiavi della passione, quindi non del tutto liberi, egoisti e meschini: tutti in un modo o nell’altro sfruttano Kejla e sono gelosi della sua rinascita; soprattutto Yarme, il marito, e il suo amico Max, contrastano la sua tensione verso l’alto che si esprime anche come tensione religiosa.
Nonostante la progressiva discesa nel fango, Kejla è l’unica che conserva parte della purezza che le viene dal buon cuore. La sua bontà le lascia fino alla fine la voglia di vivere che viene meno a tutti gli altri. Nel romanzo la passione ha una connotazione fortemente negativa, di tensione verso il fango e la depravazione. Viene descritta come forza che , se non le si oppone resistenza, spinge l’uomo a sprofondare.
Ma la capacità di opposizione e di resistenza manca a quasi tutti i personaggi, fatta eccezione per Solcha, la fidanzata.
Nel romanzo c’è un costante conflitto tra Dio che tace, facendo il suo mestiere come si dice spesso, e l’uomo che lo nega ma pur negandolo continua a sentire su di sé il Suo sguardo accusatore e che, come risposta a quello sguardo, vede come soluzione l’allontanamento o l’asservimento della prostituta sulle cui spalle viene lasciato il peso di ogni bassezza morale. La donna però è migliore degli uomini perché più umile e sincera e soprattutto più compassionevole. Anche l’altra donna, la fidanzata Solcha è una donna sincera e pronta a pagare di persona per le sue idee.
Il romanzo nelle sue prime pagine non mi ha convinto per la repentinità con cui i personaggi si abbandonano a debolezze e passioni e cambiano atteggiamento e modalità di relazionarsi tra loro. Alcuni di loro, Yarme soprattutto, ma anche Keyla, mi sono sembrati incoerenti. Ma accettato e digerito questo lato del loro carattere che compare soprattutto nelle relazioni che coinvolgono anche Max, poi il romanzo si accende e diventa appassionante come qualsiasi cosa scritta da Singer. Certo il lettore si irriterà un po’ con tutti gli uomini del romanzo e forse anche con Keyla. A tutti manca un minimo di spina dorsale, e quasi tutti sarebbero da prendere a schiaffi. Il romanzo però è proprio bello. Diventa andando avanti sempre più bello, colorato e pieno di poesia e di malinconia nonostante tutta la depravazione descritta. Il bello di Singer è che descrive le cose con quello sguardo compassionevole che rende tutte le vicende più vicine al lettore. Forse l’inizio sarebbe stato da rivedere, questione però di poche pagine.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    25 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

per romantici e sognatori

Clarice, una ragazza che vive nella Germania di inizio "800, diventata rilegatrice dapprima per passione e poi per lavoro inserisce nella copertina di un volume un messaggio che dovrà servire a chi lo troverà a conoscere la sua storia e attraverso una sorta di caccia al tesoro a scoprire un segreto. Lo troverà 200 anni dopo Sofia, una romana di origini tedesche sposata, ex bibliotecaria, ex ragazza entusiasta della vita. Il foglio inserito nel primo volume di una trilogia dello scrittore tedesco Fohr, che lei ammira e da cui è ispirata, la spinge ad un passo che non ha il coraggio di fare. quello di lasciare il marito per il quale si è annientata, senza riuscire però a compiacerlo del tutto. Convinte di essere in debito con Clarice per averla aiutata in questa svolta vuole ripagarla portando alla luce i suoi segreti. Ad aiutarla in una viaggio attraverso l'Europa sarà Tomaso, un grafologo ed esperto di libri antichi un po' blandito e un po' tormentato da questa donna insicura, e allo stesso tempo prepotente e capricciosa.
Cristina Caboni ha scelto di raccontare in parallelo le storie di queste due donne, alternando i capitoli che ricordano la storia di Clarice e quelli che ci informano sulle indagini di Sofia. Scelta azzeccata che ha fornito al lettore aspettative sulla continuazione delle due storie. Mi è piaciuta la ricostruzione che stata fatta dello scrittore Roth, con numerose citazioni sui suoi presunti libri. difficile trovare una scrittore che si impegni nella storia tanto da ricostruire anche gli scritti di uno dei suoi personaggi. Anche la parte che ci parla del lavoro di rilegatura dei libri è accurata e evidenzia uno studio dell'argomento, o quantomeno dimestichezza col tema.
Purtroppo il realismo della stria finisce qui. Le vicende di alcuni dei personaggi sono a dir poco inverosimili. Le montagne di disgrazie che si abbattono sulle spalle di alcuni sono bilanciate da impensabili gesti di generosità o colpi di fortuna al di là di ogni immaginazione. Allo stesso modo le ricerche dei libri sono completamente campate per arie e assolutamente gestite dal caso e dalla fortuna.
In tutto questo devo aggiungere che sono stati trattati temi come la violenza domestica, sia fisica che psicologica che mi sembra stonino in questo contesto leggero e rilassato.
Riconosco comunque alla Caboni il dono della coerenza, visto che anche il finale è in tema col resto del racconto. Il lieto fine è talmente lieto da non permettere di immaginare nulla di più perfetto.
Volume adatto a chi apprezza colpi di fulmine, destini scritti in cielo e donzelle portate in salvo da un aitante cavaliere..

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
110
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
2.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Cal Donovan e IL DEBITO.

Cal Donovan, docente nonché ricercatore specializzato dell’università di Cambridge, gode di un pass d’onore presso la Città Stato del Vaticano ed in particolar modo per i suoi archivi segreti. Si trova nella Santa Sede per portare avanti una ricerca sul Cardinal Lambruschini, segretario di Stato durante il papato di Gregorio XVI e sulla sua decisa opposizione ai moti rivoluzionari del 1848 quando, dall’esame di una strana missiva rinvenuta per caso, viene a conoscenza dell’esistenza di un inspiegabile prestito. A quanto pare, infatti, l’ecclesiastico avrebbe avuto un ruolo decisivo nella concessione di una sostanziosa somma di denaro durante il papato di Pio IX, e più precisamente, una somma di denaro pari ad almeno trecentomila sterline. Una cifra considerevole, per il tempo. Eppure, più l’indagine va avanti e più è chiaro che quel prestito è in qualche modo collegato al presente, che quel debito, contratto dalla Chiesa con una banca posseduta da una famiglia ebrea, probabilmente non è mai stato restituito. Celestino, il Papa, chiede a Cal di indagare in merito e di ricavare tutte le prove necessarie a dimostrare che quella posizione passiva è ancora valida. La richiesta del pontefice è alquanto strana e non manca di sollevare dubbi nei membri della Curia. Questi ultimi, ancora, ritengono che dalla risoluzione di questo enigma derivi la sopravvivenza o la disfatta della Chiesa stessa. Tanti i coinvolgimenti, tanti i punti di collisione tra passato e presente. Ma cosa è successo nello ieri per avere un ruolo così determinante nell'oggi?
E’ da questo breve assunto che ha inizio “Il Debito” ultimo libro a firma Glenn Cooper. Sin dal principio chi legge si trova di fronte ad un romanzo che caratterizzato da un linguaggio fluente che ben bilancia il mistero e che quindi invoglia ad andare avanti. L’autore, inoltre, ben calibra i salti temporali. Certo, talvolta, il narratore tende a dilungarsi in dettagli evitabili, o comunque di interesse minore per il lettore, ma ad ogni modo la scorrevolezza del testo non viene eccessivamente inficiata. Se dal punto di vista stilistico l’opera non colpisce per erudizione ma nemmeno disdegna, da quello contenutivo, purtroppo, pecca un scontatezza. L’autore non brilla particolarmente di originalità, anzi, non solo si fossilizza su un tema trito e ritrito su cui è stato detto e ridetto, supposto e non supposto, ma vi inserisce una miriade di cliché sostenuti e costeggiati da qualche inesattezza storica e giuridica.
In conclusione, “Il debito” è un elaborato adatto a chi cerca una storia di facile lettura con cui trascorrere qualche ora piacevole, è uno scritto dall’evoluzione statica e di facile intuizione, è un componimento con cui è impossibile gridare al capolavoro.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Consigliato a chi ha letto...
sI = agli appassionati del genere e di Cooper
No = a chi non è un passionista del filone e/o ama romanzi di una diversa tipologia.
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
2.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
2.0
Piacevolezza 
 
2.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    23 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

La distopia di Fabio Deotto

Fabio Deotto è nato a Vimercate nel 1982. Scrive di scienza e cultura per numerose testate nazionali, ad esempio per “Il Corriere della Sera- La Lettura”. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo esordiente dal titolo Condiminio R39, ora torna con Un attimo prima, sempre edito da Einaudi.
Il romanzo è un romanzo distopico. Che significa? Con il termine “distopica” ci si riferisce ad una realtà immaginaria e fittizia, nella quale nessuno vorrebbe mai vivere. Il termine contrario è “utopia”, ovvero una realtà ideale in cui ognuno di noi vorrebbe sicuramente vivere. La società distopica è una società che ha a venire, ed è spesso stata descritta in passato in romanzi come 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, e altri. In questi scenari ci si ritrova ad aver a che fare con mondi fantascientifici, in cui l’ordine delle cose è apparentemente ben funzionante, mentre le scelte delle masse e la vita dei popoli sono assolutamente condizionate dall’essere indesiderabili e claustrofobiche. La distopia affonda, sempre, le radici nell’attuale società, e ne immagina un futuro possibile, all’interno del quale si estremizzano i vizi e i difetti. Così opera Fabio Deotto. Descrive una società in cui lo stato fornisce provvigioni mensili: ad esempio il protagonista per il mese di marzo:
“ha diritto a 400 kilowattora di energia elettrica, 30 filoni di pane biologico, 25 confezioni di cracker non salati, 7 fette biscottate dolci. Il latte di soia veniva erogato dalla tubatura condominiale e il limite era stato fissato di nuovo a 1 litro al giorno. 1 chilogrammo di carne coltivata bovina in forma di hamburger e filetti, 800 grammi di carne coltivata suina in forma di salsicce, altri 2 chilogrammi di carne coltivata da cellule di origine ittica e avicola.”
Il controllo sull’individuo è totale e coinvolge ogni aspetto della vita: non solo nell’abbigliamento e nel cibo, ma anche in ambito sanitario, sociale, morale ed intellettuale. Infatti siamo
“a cinque minuti da adesso”,
all’interno di un cosmo in particolare cambiamento. Le tecnologie che oggi sono in fase di sperimentazione avanzata lì sono divenute di uso comune e la crisi del mondo Occidentale ha raggiunto proporzioni sconvolgenti. L’ex biologo Edoardo Fiaschi vive in un contesto del genere, è appena stata abbandonato dalla moglie Claudia,ed è ossessionato dal ricordo del fratello morto Alessio, è malato di “disposofobia”, ovvero:
“sindrome da accumulo compulsivo, esistono delle terapie mirate”.
Per imparare ad elaborare il lutto si sottopone ad un particolare trattamento psicologico ispirato alla scatola specchio di Ramachandram:
“Prese una scatola, ci posizionò in mezzo uno specchio e praticò su un lato due fori abbastanza grandi; quando il paziente infilava entrambi i polsi nella scatola, ai suoi occhi la mano mutilata veniva rimpiazzata dal riflesso di quella sana. (…) Si trattava di un inganno, ma poiché anch’esso avveniva nel dominio del cervello, il trucco funzionava. “.
Dopo di che Edo inizia un percorso a ritroso nel tempo, all’interno della sua infanzia, della sua famiglia, di suo fratello in un
“procedimento piuttosto lineare , (…) la differenza rispetto ad una seduta di psicoterapia era che in questo caso le sue frequenze cerebrali sarebbero state mappate, così da trovare le linee guida per costruire la sua scatola specchio. “.
Edo si sofferma con decisione ad esaminare il ruolo politico, sempre più preponderante, che il fratello Alessio ha assunto all’interno del Movimento Occupy. Fino a giungere al nipote Sealth, figlio di Alessio, e alla sua fuga improvvisa. Quando però lui ricompare, sarà per Edo motivo di rinascita, e di superamento delle difficoltà che finora lo hanno mirato.
Lo stile narrativo è corretto, molto preciso, lineare, veloce. La lettura, però, non mi è affatto piaciuta. Ho faticato particolarmente ad accettare una visione futuristica così fantascientifica, e così terribile in sé. Prevedere un controllo diretto, e pur possibile, dell’uomo e delle sue azioni mi incute un timore reverenziale e un’ansia che non condivido. La scelta di usare la scatola specchio per elaborare un lutto mi è parsa del tutto priva di fascino intellettivo, a confronto con le teorie psicoanalitiche che scavano nel profondo dell’essere umano. Intellettualmente è pregnante la narrazione dei ricordi dello stesso Edo, del rapporto con il fratello Alessio, delle avventure, anche sessuali, delle vacanze trascorse in North Dakota. Quindi una lettura sicuramente consigliata a chi piace il genere; sconsigliata a chi ama sognare un mondo positivo, pulito, una umanità più profonda che si libra alta nel cielo.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
90
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi autobiografici
 
Voto medio 
 
3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Novembre, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Erudizione alla vita, all'ottimismo

Nel discorso tenuto ai neolaureati dell’università di Hardvard nel 2008, J.K. Rowling decide di parlarci dell’importanza di due elementi essenziali per la crescita e la maturazione del singolo individuo: il fallimento e l’immaginazione. E lo fa, la nota autrice del giovane maghetto più famoso sulla scena pubblica, ricorrendo a quella che è stata la propria esperienza di vita. Ci racconta come si sia dovuta mettere contro i genitori che vedevano quali inutili le sue scelte di studio non ritenendo lettere classiche un qualcosa di applicabile ai regimi dettati dalla vita moderna, e lo fa descrivendoci quei sette anni successivi al conseguimento del titolo di laurea in cui si è ritrovata con un matrimonio disastroso alle spalle e una figlia da crescere da sola, e lo fa semplicemente raccontandoci di come abbia inseguito i suoi sogni, la sua voglia di scrivere racconti, il suo desiderio di mettere su carta quelle che erano le sue idee, i suoi pensieri, e lo fa facendoci provare sulla pelle quella sensazione di ingiustizia che solo l’insuccesso sa determinare. Perché come giustamente asserisce, “il talento e l’intelligenza non hanno mai vaccinato nessuno contro i capricci del Fato, e nemmeno per un istante darò per scontato che i qui presenti abbiano tutti goduto di un’esistenza di imperturbato privilegio e soddisfazione”.
E fallire, ci sussurra ancora, non è stato uno spasso. Ma allora, perché parlare di benefici? Perché il fallimento l’ha costretta a eliminare tutto quel che era superfluo, l’ha obbligata a spogliarsi dell’illusione di essere qualcosa che non era, del credere di aver raggiunto un risultato o un traguardo per il solo fatto di essere riuscita con il minimo sforzo a conseguire gli esami del suo corso.

«Magari non vi capiterà di fallire in maniera altrettanto disastrosa, ma nella vita è inevitabile una certa dose di insuccesso. E’ impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno di vivere così prudentemente che tanto varrebbe non vivere affatto… nel qual caso si fallirebbe in partenza. Fallire mi ha dato una sicurezza interiore che superando gli esami non avevo mai provato. Fallendo ho imparato cose su di me che non avrei potuto apprendere in nessun altro modo. Ho scoperto di possedere una grande forza di volontà e più disciplina di quanto sospettassi. [..] La consapevolezza è un vero e proprio dono, per quanto la si guadagni soffrendo, e si è dimostrata più preziosa di qualunque titolo io abbia mai conseguito.»

Ecco, perché fallire è importante. Ecco, perché, dal fallimento può trarsi un beneficio. Ma l’immaginazione? Cosa c’entra in tutto questo detto secondo carattere? Che ruolo ha? Siffatto aspetto è la chiave con cui ricostruire la propria esistenza dopo la caduta, dopo l’insuccesso, ma è anche la forza che ci permette di provare empatia per gli esseri umani che incrociano le nostre strade ma di cui non abbiamo condiviso le esperienze. Ancora, è quello sfogo che ci consente di uscire dalle situazioni più aberranti. In tal senso, la Rowling ci descrive come il rifugiarsi nei frutti della sua mente le sia stato d’aiuto nel periodo in cui prestava la propria opera presso il dipartimento di ricerche sull’Africa di Amnesty International di Londra. Costretta a vivere tra lettere clandestine, tra resoconti di vittime sottoposte a tortura, o ancora a quelli di testimoni oculari di processi ed esecuzioni sommarie ed ancora di sequestri e stupri, J.K., ha toccato con mano quel che era l’afflizione, ma al contempo ha imparato sulla bontà e sul genere umano più di quanto mai ne avesse saputo prima. Perché il potere dell’empatia se si concretizza nell’azione collettiva riesce a salvare uomini e donne, riesce a liberare prigionieri. Da qui l’essenzialità di aprire il proprio intelletto alle varie prospettive, da qui l’importanza di non autoincatenersi.
In conclusione, un discorso avvalorato dalla presenza di immagini atte a fissare quelli che ne sono i contenuti, che invita all’ottimismo, a non arrendersi, ad andare avanti, a non aver paura di cadere per poi credere di non aver la forza di rialzarsi, un invito ad aprire la mente perché una mente aperta può, una mente in gabbia e volutamente autolimitante dà vita a terrori e paure diverse e da non sottovalutare.

«Come un racconto, così è la vita: non importa che sia lunga, ma che sia buona»

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
140
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    20 Novembre, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Asino lunare

Il mondo è un palcoscenico, un palcoscenico può contenere il mondo. “Noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, la vita stessa non è che sogno. La narrativa è vita ed è in grado di riscrivere e rimettere in gioco tutto quanto, mondo e palcoscenico, sogno e realtà, fantasmi e personaggi.

Margaret Artwood rielabora su carta La Tempesta, commedia dal doppio fondo, che rispecchia il teatro in teatro e inserisce il contenitore nel contenuto. L’autore non si limita ad aggiornare il capolavoro ai giorni nostri, adornandolo con le nuove tecnologie e rinnovando le miserie dei giochi di potere: lo mette in scena, estende le dimensioni del testo classico e moltiplica i livelli narrativi, riflettendo specchi su specchi e tessendo un complesso gioco di riflessi.

Il romanzo che esce fuori da questo gioco ardito è un capolavoro moderno di ingegneria, che non tradisce il capolavoro classico a cui si ispira. Un testo da assaporare e centellinare, scritto con una semplicità cesellata con passione, da una mano esperta che sa maltrattare con amore le sue materie prime. L’autore si destreggia con eleganza tra ambienti e orpelli, adorna di lustrini e costumi elaborati i suoi personaggi, li tratteggia con grazia efficace e illustra magistralmente la loro recitazione, conferendo al sogno i contorni nitidi della realtà, e alla realtà l’evanescenza del sogno.

Ne esce fuori una narrazione spumeggiante, trainata da una forza allegra e al tempo stesso, inevitabilmente, tempestosa, che invita il lettore a danzare tra passato e presente, seguendo un ritmo leggero ma non fatuo, veloce ma arioso. E non perde l’occasione di scoperchiare mondi nuovi: fascino e trappole del teatro e dei teatranti, profilo e citazioni di Shakespeare, la natura aliena e ultraterrena di Ariel, folletto specializzato in nuove tecnologie.

Apriamo il libro e godiamoci lo spettacolo.
“Benvenuti nella nostra nave che si chiama La Tempesta. Io sono il nostromo e questi sono i miei marinai. Ora vi condurremo fino a un’isola deserta in mezzo al mare. Non preoccupatevi se sentirete rumori strani, fanno parte del dramma. Il nostro è uno spettacolo teatrale interattivo, di natura sperimentale; vogliamo avvisarvi in anticipo.”

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
altro dello stesso autore, classici di ogni tipo, contaminazioni di qualità.
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
1.0
Stile 
 
1.0
Contenuto 
 
1.0
Piacevolezza 
 
1.0
ALI77 Opinione inserita da ALI77    19 Novembre, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

VOLO ANCORA UNA VOLTA NON CONVINCE

L’essenza di questo libro è racchiusa in questa frase” Essere amati a volta non basta, vogliamo sentirci desiderati” e già da qui abbiamo un brutto presentimento sulla lettura dell’ultimo libro di Fabio Volo.
Premetto che non ama questo autore, ma ho iniziato questa lettura senza pretese, senza pregiudizi e dando l’ennesima possibilità a Volo di “redimersi” dalla bassezza delle sue precedenti opere.
Questo romanzo, però, non ha una trama, non parla di nulla, non c’è un’analisi dei personaggi, non si capisce quale sia il senso di questo libro. Perché è stato scritto?
Io non capisco ancora come casa editrici così importanti pubblicano questo genere di testi, si evince chiaramente dalla lettura che l’autore non ha nessun passione per la scrittura, che lo fa solo per contratto o per sfruttare la sua enorme popolarità.
In poche parole il libro racconta, o almeno ci prova, la storia tra Silvia e Gabriele, naturalmente è una relazione extraconiugale infatti Silvia è sposata e ha un bambino.
Per tre quarti del libro i due non fanno che avere dei rapporti intimi e niente altro e ad un certo punto il ragazzo ha un cambiamento improvviso e vuole far sul serio con Silvia, che poi la donna sia d’accordo o meno questo non ve lo dico, perché vi lascio la “curiosità” di scoprirlo se vi avanzano venti euro e li volete “devolvere” in beneficienza a questo autore come regalo di Natale.
Le scene di passione tra i due non suscitano niente al lettore, zero emozioni e poi il libro è talmente ripetitivo e monotono che a volte mi sono ritrovata a sbadigliare. Volo non ha uno stile, non ne ha uno suo, usa un italiano molto semplice, cadendo nei cliché tipici di un romanzo rosa ma non aggiungendo nulla di nuovo o di personale.
Sinceramente c’è poco altro da dire sulla trama o sui personaggi, non so nemmeno dare una valutazione su Silvia e Gabriele, l’autore ci ha dato un’immagine di loro solo di facciata, frivola e quindi non sono entrata in sintonia con loro.
Gabriele posso solo dire che mi sembra avere poco maturità, porta avanti questa relazione clandestina cosciente del fatto che il loro rapporto non avrà uno sviluppo amoroso significativo, fino a che di punto in bianco cambia idea e vuole qualcosa di più.
Silvia, non l’ho capita, tradisce il marito forse per ripicca, per sentirsi giovane, appagata o libera non saprei in alcuni punti mi è sembrata ambigua, scostante e incoerente.
Il testo sicuramente si legge in fretta, il linguaggio è semplice e lineare, ma il testo non ha spessore, sembra uno scritto di un autore adolescente che si sofferma solo sulla superficialità del rapporto amoroso e non vuole approfondire la psicologia dei vari personaggi, scavare nel profondo.
La trama è banale ma la cosa che mi preoccupa è che lo stesso Volo non ha un’evoluzione nei suoi libri le storie sono similari e noi lettori dovremmo meritare qualcosa in più, una “ricerca” maggiore e una cura dei dettagli più accurata.
Una storia che finalmente ci sappia coinvolgere, appassionare, stupire e sorprendere.
Non credete che ci meritiamo un po’ di più di impegno da parte di un autore bestseller, che come minimo dovrebbe dare prova almeno una volta del suo talento? O presunto tale?
La cosa che a noi lettori proprio non piace è essere presi in giro, accorgersi che nemmeno allo scrittore è piaciuta scrivere una storia del genere, che non aveva un’idea iniziale da sviluppare.
Come dice il titolo”Quanto tutto inizia” io mi chiedo quando Volo inizierà a scrivere con passione, impegno, magari buttandosi in un genere nuovo o trattando altri temi e non solo l’amore nella maniera più superficiale che ci sia.
Tentar non nuoce!

Indicazioni utili

Lettura consigliata
no
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
5.0
Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Novembre, 2017
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Come una nuova Arianna

Ecco che mi accingo a recensire il nuovo romanzo di Alessia Gazzola, uscito da poco nelle librerie, con protagonista il medico legale Alice Allevi.
Confesso che ho letto tutti i romanzi di questa serie e che, malgrado comprenda bene che non si tratta di capolavori o di Grande Letteratura, la trovo una lettura molto appagante perché estremamente piacevole.
Fin dal primo libro che lessi, “L'Allieva”, pensai che fosse un soggetto da telefilm, non proprio da serial americano, quanto piuttosto da fiction della Rai: non sono rimasta per niente stupita quindi quando l'anno scorso è uscita la serie TV con Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale, di cui presto vedremo la seconda stagione.
Per i pochi che non conoscono la serie della Gazzola, ricorderò che si tratta di romanzi che raccontano le vicissitudini sentimentali e lavorative di una giovane specializzanda in medicina legale, Alice Allevi, con un grande talento e una vera propensione all'investigazione, però anche molto distratta, romantica e un po' sfortunata in amore.
Difficile non immedesimarsi ed affezionarsi ad una protagonista così amabile, bistrattata dai suoi superiori perché giudicata superficiale, mentre si tratta di una persona intelligente e speculativa, ma con la testa un po' tra le nuvole.
Fin dal primo romanzo letto, ho apprezzato di più la parte che racconta la vita e le disavventure -soprattutto sentimentali- di Alice più che i casi gialli affrontati, che purtroppo, per un motivo o per un altro, mi sono sembrati sempre un pochino deboli. L'aspetto poliziesco del romanzo però, sebbene non costituisca il nucleo migliore della narrazione, serve a dare spessore ad una trama che altrimenti risulterebbe veramente troppo insipida. I due generi -giallo e rosa- invece si fondono insieme molto bene e danno vita ad una lettura apprezzabile.
Tornando a questo romanzo, devo ammettere che l'ho trovato migliore dell'ultimo letto, “Un po' di follia in primavera”, che mi aveva trasmesso dei segnali di stanchezza rispetto a personaggi e situazioni imbrigliati da troppo tempo nello stesso circolo ripetitivo. Invece stavolta la Gazzola ha saputo sfornare qualcosa di nuovo.
Alice ha concluso gli anni della specializzazione, ormai è un medico legale a tutti gli effetti. Sta studiando per ottenere un dottorato di ricerca ma nel frattempo si è iscritta all'albo dei periti. Una mattina infatti viene chiamata da un pubblico ministero, Valentina Montechiaro, che le conferisce un incarico: una donna di 47 anni, ex danzatrice, Maddalena Vichi, è stata trovata morta, senza apparente causa, nel giardino della sua immensa villa. Toccherà ad Alice trovare il motivo per cui Maddalena è morta: si tratterà di omicidio? E cosa nasconde il magistrato, Valentina Montechiaro? Alice adesso vive con il fratello Marco, appena separato dalla moglie, ed ha definitivamente chiuso con Arthur Malcomess. Del resto, come noi lettori ormai abbiamo capito benissimo, la giovane professionista ha un altro per la testa, lo ha sempre avuto, ancor prima di iscriversi all'Università: il bello e irraggiungibile, affascinante ma sfuggente, Claudio Conforti. Come sempre, ad Alice non basta fare le autopsie e gli esami di laboratorio, lei deve scoprire la verità, risolvere il caso. Anche stavolta ci riuscirà.
Purtroppo ho trovato la soluzione del giallo un po' frettolosa e deludente, e questo mi è dispiaciuto perché invece l'indagine poliziesca mi aveva coinvolto molto nella parte centrale del romanzo.
Quindi, non posso che confermare il giudizio che avevo espresso anche per i romanzi precedenti della serie: lettura piacevole, il giallo e il rosa si amalgamano e rendono la trama complessivamente più interessante ed avvincente. Peccato che i casi gialli siano poco elaborati.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
I volumi precedenti della serie "L'Allieva" di Alessia Gazzola
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    16 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Coraggio e senso di giustizia salveranno il mondo

I racconti di Murakami ci proiettano in un mondo al confine tra immaginazione e realtà rendendoci difficile distinguere l’una dall’altra e evidenziano l’inganno in cui conduciamo le nostre vite.
In “Ranocchio salva Tokyo” il protagonista Katagiri è un piccolo borghese che non spicca né eccelle per le sue qualità. E’ un piccolo uomo mediocre, scrupoloso nel suo lavoro, che si distingue solo per il suo senso di giustizia. È nel suo delirio onirico che egli si confronta con il gigantesco Ranocchio che chiede il suo aiuto per salvare Tokyo da un devastante terremoto che sarà provocato da un disgustoso enorme lombrico che dimora in profondità sotto la città. La lotta tra il bene e il male, tra giustizia e iniquità sarà combattuta fisicamente da Ranocchio con l’appoggio morale di Katagiri.
“Come dice Nietzsche, la saggezza più grande è non avere paura” ricorda Ranocchio. Ed è questo l’atteggiamento di Katagiri nell’ esigere i crediti per la società finanziaria per cui lavora. Qui è palese la critica di Murakami nei confronti di certi ambienti della finanza che troppo spesso portano avanti un gioco duro e senza scrupoli.
La battaglia tra il male e il bene sarà uno scontro violento tra il buio e la luce. “Questa cruenta battaglia si è svolta tutta nell’immaginazione. È quello il nostro campo di battaglia. È lì che vinciamo e siamo sconfitti. Naturalmente siamo tutti esseri limitati e alla lunga finiremo per perdere. Però, come aveva intuito Hemingway, il valore definitivo della nostra vita non sarà determinato da come avremo vinto, ma da come avremo perso.”
Né è il solo Hemingway a essere citato da Murakami: egli fa riferimento alla Anna Karenina di Tolstoi e al Sognatore delle Notti Bianche di Dostoevskij per il grande significato simbolico dei personaggi.
Come da un lato Anna risolve il suo lacerante conflitto interiore, lanciando se stessa e i suoi sogni contro la brutale realtà della locomotiva, e dall’altro l’uomo di Dostoevskij viene abbandonato da quel Dio che egli stesso ha creato, così il mondo immaginario di Katagiri si scontra con quello reale, non meno terrificante, che egli identifica infine proprio con la locomotiva di Anna Karenina.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
Gialli, Thriller, Horror
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
3.0
Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    13 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Tre sfumature d'ossessione

Dall'inventore della celebre serie Mad Men, ecco a voi una storia che un grandissimo autore noir che è James Ellroy definisce "Un noir perfetto". Sarei curioso di sapere se siano state letteralmente queste le sue parole o se siano state estratte e trattate così da rendere il libro più vendibile. Se un libro che ci viene presentato come noir viene definito "perfetto" da uno dei più grandi esponenti del genere, la curiosità nasce spontanea. Questa tattica può essere però un'arma a doppio taglio: se da un lato può attirare più lettori poco informati e registrare migliori vendite nei primi giorni, si carica di un'aspettativa molto maggiore che può essere facilmente delusa. Perciò, chi si ritrova a commentare il suddetto libro può ritrovarsi ad essere più spietato di quanto sarebbe stato se gli editori fossero stati un po' più "umili". Di conseguenza, i lettori che arriveranno successivamente potranno essere influenzati da quel giudizio, inquinato da eccessive aspettative.
Proverò a sottrarmi a questo fattore, per quanto mi è possibile.
Weiner scrive discretamente, senza infamia e senza lode. Bisogna dire che perlomeno non annoia, ma se avesse annoiato con un libro così breve (tanto da sembrare quasi un racconto), ci sarebbe stato da preoccuparsi seriamente. "Heather, più di tutto" è questo, un racconto con qualche buona idea ma niente di più. Certo, la storia da' vari spunti interessanti soprattutto verso la fine, ma è un'opera ben lontana dall'essere indimenticabile, figuriamoci essere perfetta. Tuttavia non mi sento di stroncare totalmente quest'opera, forse perché mi rendo conto che si tratta di una vera e propria occasione sprecata. Perché il talento dell'autore c'è (come dimostrato in Mad Men), ma questa storia è talmente breve e sbrigativa che il lettore non può fare altro che rimanerne spiazzato. La stessa Heather, che da' il nome al libro, sembra essere stata trattata con superficialità, regalando al suo approfondimento non più di qualche breve paragrafo.

Tutto inizia col matrimonio tra Karen e Mark; lei una bellissima donna con una evidente difficoltà ad imporsi e con una bassa autostima, e lui un uomo non molto bello e con un discreto successo, ma che non riesce a spiccare definitivamente il volo. Il frutto di questo variopinto matrimonio darà alla luce una piccola bambina che sarà la loro ossessione e la loro delizia: Heather.
Heather è una ragazzina che crescendo dimostra di poter avere la bellezza della madre e il successo del padre, se non molto di più. Fin da piccola riceve tutte le attenzioni morbose della madre, che dimostra a lei un attaccamento assolutamente eccessivo. Ecco la prima ossessione.
In contrapposizione alla vita perfetta di Heather e famiglia, c'è la vita di Bobby, nato in un ambiente sudicio e cresciuto (o sarebbe meglio dire ignorato) da una madre che è un'accozzaglia di tutti i vizi peggiori: ubriacona, drogata, tossica, che cambia un fidanzato al giorno. Come poteva mai crescere un ragazzino circondato da una simile realtà? Tra violenza e anni di carcere si ritroverà a lavorare come operaio nel palazzo dove vive Heather, per delle ristrutturazioni. Inutile dire che non le passerà inosservata. Seconda ossessione, da cui deriva la terza, quando il padre si accorge delle attenzioni (pericolose?) dell'operaio.
Una lettura piacevole, ma senza troppe pretese.

" [...] gli rivelò che anche lei, come lui, aveva sofferto per la crudeltà della gente, ma era arrivata a capire che non possiamo mai arrivare a vederci come ci vedono gli altri, e che non è un problema sembrare isolati a patto di ricordare che siamo diversi da come veniamo visti."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
170
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Belmi Opinione inserita da Belmi    13 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Oltre il passato

Ultima opera di un’autrice che ha scritto molto e che cosa curiosa, ho scoperto che da ben trentacinque anni a questa parte, inizia ogni libro l’8 gennaio.
Un’autrice che pur avendo scritto tanto io conosco poco e nulla, vuoi per il pessimo approccio che ho avuto con il libro “Paula” in passato o vuoi per le ultime opere che hanno avuto recensioni non molto alte.. comunque mi sono ripromessa di approfondirla meglio.

Con “Oltre l’inverno” siamo in piena bufera e Brooklyn non è proprio pronta a tutta questa neve che sta bloccando la città. Una moltitudine di persone in una grande città, ma sono tre quelle che interessano a noi:

“Nei tre giorni successivi, mentre la bufera iniziava a stancarsi di castigare la terra per andare a dissolversi nell’oceano, le vite di Lucia Maraz, Richard Bowmaster e Evelyn Ortega si sarebbero legate inestricabilmente”.

Tre persone diverse, tre cittadinanze diverse e tre passati diversi ma tutti accomunati da qualcosa da cui non si riesce ad andare oltre.

Isabel Allende mette a nude le vite dei suoi protagonisti riportando a galla passati da dimenticare. L’Allende parla del suo Sud America, del passato ma anche del presente, toccando il tema dell’immigrazione clandestina e della malavita e di tutto il marcio che toglie la speranza alle persone, che pur nel buio, cercano di trovare la loro piccola fiamma per continuare, anche se sono in molti quelli che s’impegnano per spegnerla del tutto.

Due over 60 e una ragazzina balbuziente si metteranno in gioco e cercheranno di risolvere un problema che ormai è diventato comune, affrontando molte difficoltà che andranno a toccare nel profondo i protagonisti.

Tanto di cappello all’autrice per le tematiche trattate pur essendo cose di cui ho già letto, uno sguardo da chi le ha conosciute più da vicino è sempre importante. Quello che personalmente invece non posso negare è la poca empatia trasmessa. La storia si alterna fra presente e racconti passati e nel passato sono molte le cose toccanti che succedono, ma restano solo in superficie, come se il lettore si trovasse a leggere di una catastrofe su un giornale, non come se leggesse la sofferenza che il protagonista sta provando e ha provato. Posso fare un esempio per spiegarmi meglio: sono una lettrice che assimila (effetto spugna) quello che legge e la mia sensibilità mi spinge sempre ad abbandonare alcune letture la sera per evitare di rivivere certe scene appena lette..questo libro l’ho potuto tranquillamente leggere la sera, perché pur trattando argomenti molto forti, mi sono scivolati addosso. Li ho recepiti, li ho letti e poi ho voltato pagina e quando si legge certi argomenti, non si dovrebbe mai solo voltare pagina.

Spero di essere stata chiara, una storia interessante per le tematiche ma molto meno per quello che trasmette e quel tocco di giallo ci può stare come no..

Buona lettura.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
3.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    12 Novembre, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Quattro vite per diventare uomo

Uno dei romanzi più attesi dell'anno che sta volgendo al termine, definito dai critici “il capolavoro di Paul Auster” o “una poderosa autobiografia”.
La mole è importante, non passano inosservate novecento pagine e la lettura richiede tempo per la numerica delle righe e tanto impegno per entrare nella ragnatela narrativa.
Non una vita narrata, bensì quattro possibili vite, quattro strade che il nostro giovane protagonista avrebbe potuto percorrere.
Un racconto che si dipana dalla soglia degli anni Cinquanta percorrendo un ventennio, il tempo che racchiude infanzia, adolescenza e giovinezza di un ragazzo americano come tanti, entrando all'interno delle dinamiche familiari e formative, facendole specchiare continuamente con la situazione socio-politica del periodo.
Il piccolo Archie, nasce, cresce e si forma attraverso tutte le vite che Auster gli cuce addosso, in una continua corsa ad ostacoli tra le beffe del destino e le difficoltà del vivere cui nessuno è esente.
Aspirazioni e delusioni, amori e solitudini si fondono in tutte le vite possibili.
Niente sconti forniti dalla sorte, l'essere umano si deve guadagnare ogni traguardo.

Lo schema narrativo è supportato da un contenuto florido e straripante di dettagli di nomi, luoghi, fatti, persone, opere letterarie, che portano talora allo sfinimento.
D'altronde l'autore deve dare la misura al suo lettore della formazione di un giovane nato nel 1947, in pieno periodo post bellico, in una America con numerose problematiche interne da risolvere, con conflitti sociali da gestire e da sanare.
Tanto lo spazio dedicato alla formazione scolastica, all'ingresso nel mondo variegato dei college, all'incontro con il mondo della scrittura sia essa vena poetica, giornalismo oppure narrativa.

Giunti al termine del labirinto dopo tanto viaggiare tra la marea di pagine, viene difficile pensare che Auster non abbia ritratto un pizzico di se stesso, soprattutto in quell'insistere sulla vocazione per la scrittura, presenza costante di tutte le vite del protagonista, oltre a rappresentare un periodo da lui vissuto.
Si percepisce fortemente che la penna che scrive era presente ed ha vissuto là e in quel tempo, lasciando nel romanzo un'impronta personale e palpitante.
Al termine del lungo viaggio è naturale interrogarsi se il costrutto complesso sia del tutto necessario ai fini dell'economia della narrazione o se una sapiente sfrondata lo avrebbe reso più agevole e più appetibile. Detto ciò e lasciando aperto l'interrogativo, il romanzo è senza dubbio frutto di un grande lavoro di scrittura, volutamente prolisso in alcune parti, una narrativa che abbraccia la storia senza perdere di vista il percorso psicologico dei protagonisti. Un percorso che si divide in un quadrivio, per confluire nell'esemplificazione della vita di un uomo, tra vita e morte.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
tutto Auster
Trovi utile questa opinione? 
240
Segnala questa recensione ad un moderatore
Racconti
 
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
Elena72 Opinione inserita da Elena72    11 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Novembre, 2017
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

si cresce solo quando si ama

“L'amore salva?” per rispondere a questa domanda posta all'inizio del suo ultimo romanzo/saggio l'autore ci presenta la vita di trentasei donne che hanno amato artisti e letterati di fama internazionale quali L. Van Beethoven, V. Van Gogh, A. Modigliani, A. Hitchock, F. Fellini, G. Leopardi, J. Keats, P. Solinas, D. Foster Wallace, J. R. R. Tolkien, J. Cortazar solo per citarne alcuni. Donne che hanno donato o negato il loro amore, donne che sono state muse o che con le muse hanno dovuto lottare: mogli, amanti, compagne, amiche spesso rimaste nell'ombra sebbene fossero loro le vere artefici di tanta ispirazione.
Attraverso aneddoti, testimonianze, lettere e citazioni l'autore fa rivivere dedizione e passione, ma anche delusione e tradimento, storie di vita reale costituita da fugaci gioie e numerose sofferenze. Molte sarebbero le figure meritevoli di essere qui ricordate, mi limito a riportarne due che mi sono rimaste impresse. Anna Magdalena, cantante d'opera, entrando in una chiesa rimase rapita dalla musica celestiale di J. S. Bach e da quel momento dedicò la sua vita a lui, già vedovo e con quattro figli, per essergli fedele fino alla morte nel suo ruolo di moglie e madre dei tredici figli che allevarono insieme. La musica rimase sempre la loro principale forma di dialogo e quando il grande compositore divenne cieco, lei continuò a scrivere le partiture per lui tanto che alcuni critici hanno dubitato che certe opere siano frutto del genio di Magdalena più che di quello del suo noto consorte.
Molto toccante anche la storia di Anna che, giovanissima, fu assunta da F. Dostoevskij come stenografa per scrivere i libri che lui, dedito all'alcool e al gioco d'azzardo, per bisogno di denaro doveva consegnare al suo editore in tempi brevi. Il loro matrimonio durò quattordici anni, Anna lo accompagnò con devozione fino alla morte e anche nel momento del trapasso si confessarono la loro fedeltà e il loro reciproco amore.

L'amore è da sempre “il motore di tutte le storie”, l'antidoto in grado di fermare e dilatare il tempo, la compensazione all'insaziabile desiderio di infinito dell'uomo. Il filo conduttore, quel filo rosso che attraversa trama ed ordito dell'immagine di copertina, è l'archetipo di tutte le storie d'amore, il mito di Orfeo ed Euridice. D'Avenia con meticolosità analizza in dieci “soste” ciò che la tragica metamorfosi narrata da Ovidio trasmette al lettore contemporaneo andando anche oltre il significato letterale; in queste tappe l'autore si sofferma su temi di carattere filosofico: il tempo, il dolore, la felicità, l'arte e ovviamente l'amore. La storia di Orfeo è emblematica: solo dopo aver accettato e superato il dolore della perdita, per ben due volte, dell'amata Euridice e solo dopo la sua stessa morte, atrocemente dilaniato dalle Baccanti, Orfeo potrà ricongiungersi con la sua sposa in una dimensione nuova, quella di un amore puro, eterno, libero.
“L'amore è scampare alla morte come un naufrago e aggrapparsi al perimetro di un abbraccio, riconoscere il dolore dell'altro e farlo diventare anche il proprio. In questo continuo perdono della mortalità, dell'insufficienza, del limite altrui, l'amore dà scacco al tempo, e quindi alla morte. (p. 280). E così torniamo alla domanda iniziale: “L'amore salva?” la risposta è senza dubbio affermativa. “Ogni storia d'amore è una vittoria sulla morte” (p. 303). Rimane tuttavia aperta un'altra, ancor più difficile, questione con cui si chiude il saggio di D'Avenia: “Che l'amore possa salvare non è un mistero, il mistero è perché respingiamo la salvezza, gettandoci nelle spire del disamore” (p. 309). Ma questa è un'altra storia, quella della libertà che l'uomo ha di scegliere il proprio destino.

“Ogni storia è una storia d'amore” è un'opera densa: ad ognuna delle trentasei figure prese in considerazione l'autore dedica poche pagine, ma molti sono gli spunti che sollecitano la curiosità ed invitano ad approfondire la vita e le opere dei numerosi artisti citati e delle donne che li hanno ispirati. Alla densità di contenuti si accompagna inoltre uno stile piuttosto elaborato, ricco di citazioni, spiegazioni, argomentazioni atte a coinvolgere il lettore forse più sul piano intellettivo che su quello emotivo.

Una lettura arricchente ed appassionante consigliata a tutti coloro che credono nella forza e nel potere dell'amore perché, come afferma l'autore, “si cresce solo quando si ama” (p. 116)

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
190
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    03 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Tre esistenze "amorevoli"

Dacia Maraini, autrice che ha firmato capolavori quali La lunga vita di Marianna Ucria che ha raggiunto la notevole cifra di un milione di copie vendute, approda ora in libreria con un nuovo testo dal titolo Tre donne, dove mai titolo fu più emblematico. Le tre donne di cui parla il testo sono: la nonna Gesuina, la figlia Maria e la nipote Lori. Tutte e tre accomunate da un’unica caratteristica: tutte e tre tengono un diario. Lori lo tiene su di un quadernetto ben nascosto in un piccolo incavo della parete di camera sua, la nonna Gesuina possiede un piccolo registratore su cui incide il racconto delle sue giornate e che porta sempre con sé ovunque. Maria, invece, che fa la traduttrice di professione, scrive lunghe lettere, ostinatamente su carta, vergate con la penna stilografica. La nonna Gesuina, ex attrice riciclatasi in “donna delle punture” a domicilio, ha pensieri audaci e umore quasi sempre allegro, fa la casalinga tuttofare. Vorrebbe ancora amore e sembra anche sesso, nonostante l’età non più freschissima, e freneticamente chatta via Internet nella speranza di trovarvelo prima o poi. Infatti:
“Una attrice che fa l’infermiera? E’ tutto da ridere, come dice mia nipote. Ma se in tanti anni di palcoscenico più che a recitare ho imparato a curare le malattie, a fare le iniezioni, cosa ci sarà di storto? Ho un’anima da medico, mi piace curiosare nei corpi malati, mi piace capire il male dove sta, mi piace trovare, anzi direi inventare le cure. (…) Sono la maga delle iniezioni.”.
La figlia Maria scrive al suo corrispondente Francois, lontano registrando con puntiglio sentimenti ed avvenimenti. Lori, invece, diciassettenne inquieta, spesso egoista, ribelle con tatuato sulla schiena un gran drago, non è tanto gentile nei confronti della sua scombinata famiglia, ma è a ben scavare infinitamente tenera.
Un siffatto equilibrio, un po’ instabile, è destinato ad essere sconvolto quando nelle loro tre esistenze irrompe Francois,
“un bell’uomo, i capelli un poco grigi sulle tempie, ma proprio bello, col naso piccolo ed appuntito, gli occhi malinconici grandi e di un colore strano, sul viola, le labbra carnose rosee e sorridenti, due braccia lunghe come quelle di un orangutango, un corpo da atleta e senza pancia.”
E le pulsioni scatenate dall’arrivo del bel maschio in una comunità femminile, inevitabilmente, portano con sé l’irreparabile, ciò che non avrebbe dovuto accadere.
In Tre donne:
“ogni donna è una voce, uno sguardo, una sensibilità unica ed irrepetibile.”.
Il sottotitolo parla di:
“una storia d’amore e di disamore”,
e certamente l’amore è la colonna portante dell’intera narrazione. Amore che è: desiderio, fame, bisogno, mancanza o nostalgia d’amore, e ciascuna delle tre donne vi anela con determinazione, scoprendo tuttavia alla fine che lo cercava probabilmente nel luogo sbagliato.
Infatti la vicenda narrata è:
“una fotografia delle più imprevedibili sfumature del desiderio, vissuto nelle diverse età della vita. Parole che spesso testimoniano la donna che non ha mai smesso di lottare per difendere la forma più pura d’amore: quello per la libertà. Perché solo chi ha vissuto mille esperienze attraversando il mare in tempesta del ‘900, può testimoniare come l’amore sia l’unica bellezza a cui è impossibile rinunciare.”
L’autrice è, infatti, una firma esperta, il libro è uno spaccato femminista e femminile su un universo complicato e variegato, dove non ci sono né proclami né dogmi; ma solo e sempre il ritratto vivido e preciso di tre donne che meritano stima e comprensione. Tre esistenze che si librano alte nel cielo del firmamento con le loro gioie e dolori, passioni e tragedie. Una lettura intimistica di gran fascino.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto ed amato Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucria.
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi storici
 
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
5.0
ornella donna Opinione inserita da ornella donna    03 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Una sanguinosa caccia al tesoro

Ludus in fabula è un giallo storico. L’ultimo di Danila Comastri Montanari che ha come protagonista il senatore detective Publio Aurelio Stazio; serie iniziata con Mors tua, che ha registrato un ottimo successo di pubblico. Danila Comastri Montanari è divenuta, infatti, un vero e proprio punto di riferimento per gli amanti del giallo storico, ma non solo: anche per gli estimatori delle civiltà antiche.
Il libro è ambientato nell’antica Roma nell’anno 47 d.C., dove una nuova caccia al tesoro imperversa tra i suoi abitanti con furore: è un gioco facile, alla continua e sollecita ricerca di indizi, elementare e quasi infantile:
“E’ un nuovo gioco molto in voga nell’Urbe, nel quale si devono trovare indizi misteriosi, che è necessario interpretare correttamente per recarsi poi in determinati posti della città, dove vengono lasciate altre tracce, atte a loro volta a dirigere i concorrenti in un luogo ancora diverso. E tutto ricomincia da capo.”
E’ durante una di queste cacce che Pomponia, grande amica del senatore Publio Aurelio Stazio, si imbatte in un macabro ritrovamento: una mano umana giovane, completamente mozzata, abbandonata sul basamento di una statua. E’ troppo per lei, che perde i sensi. Riavutasi non può che recarsi alla porta del suo buon amico, il senatore, per chiedergli di risolvere un caso così macabro. Non solo sarà presto chiaro che quello che all’inizio pare essere solo un modo ludico per trascorrere il tempo, in realtà è “un gioco di morte” che dissemina cadaveri innocenti. Infatti:
“quello che aveva avuto inizio come un banale gioco, ora si rivelava invece come una serie di omicidi tesi a colpire i deboli tra i deboli, bambinetti senza famiglia, senza casa, senza nessuno a difenderli, poveri rifiuti umani abbandonati come bestie selvatiche in una città spietata.”.
Ed ecco come gli interventi di Publio Aurelio Stazio e dei suoi uomini di fiducia quali Castore e il fido amministratore Paride e l’anatomopatologo Ipparco possono mettere fine a una così lugubre e pericolosa messa in scena. Il senatore non è nuovo a rivestire i panni del detective, infatti:
“Publio Aurelio Stazio è l’ultimo rampollo della nobilissima famiglia degli Aureli, che fa risalire le proprie origini ad Anco Marzio. Cresce con poche attenzioni da parte del padre, suo omonimo, uomo autoritario e violento, e della madre, che dopo aver divorziato, si risposa per ben cinque volte e va a vivere in Oriente. Lui cresce con la nutrice Aglaia. Acquisisce la sua fortuna a sedici anni quando il padre muore in un banchetto, lasciando padrone di un ingente ed immenso patrimonio. Ciò gli permette di soddisfare tutte le sue ambizioni: viaggiare, studiare filosofia, e soprattutto corteggiare ed amare tante donne. Risulta allergico al matrimonio, tanto che la sua unione con Flaminia, che sposa a ventidue anni, ha vita breve e va in frantumi dopo la morte del figlio ancora in fasce. (…) Si consola con numerose amanti, con poca o nessuna attenzione alle loro condizioni sociali, grazie alla sua ricchezza, al suo carisma e al suo bell’aspetto. (…) Come se la vita sentimentale, i libri, gli amici e la politica non fossero abbastanza per lui, si ritrova immerso in vari delitti. Contando su vari aiutanti.”.
Il libro è di affascinante lettura. Unisce perfettamente una trama ricca di pathos e di mistero all’amore per le civiltà del passato, descritte con rara minuzia di particolari e di conoscenze. L’antica Roma è dipinta con tratti sapienti e precisi. Una Roma che pare di toccare con mano tanto è vera e viva. La Roma di epoca imperiale con il alto gloria, smodata ricchezza, spesso viziosa depravazione e in basso povertà , fame, superstizione, schiavismo, delinquenza.. Una ricostruzione storica e di costume da leccarsi i baffi! Inoltre un uso ricercato di termini latini spiegati alla fine del testo che arricchiscono e completano la narrazione. Un viaggio nel passato, antico e fascinoso, per comprendere ed accettare un presente, a volte difficoltoso e malagevole. Un trait d’union tra ciò che è e ciò che è stato di rara bellezza. Uno studio e una passione per le civiltà antiche che traspaiono in maniera evidente per tutta la lettura, resa per questo ancora più affascinante ed intrigante.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ama i gialli ambientati nel passato.
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
Romanzi
 
Voto medio 
 
4.0
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    28 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

La memoria ha bisogno di radici

“Nelle grandi città , le persone che si sono perse di vista da tempo, o che non si conoscono, si ritrovano una sera su una terrazza per poi perdersi di nuovo. E nulla è davvero importante.”
In queste righe il vero tema del romanzo di Patrick Modiano “ Dall’oblio più lontano” uscito in questi giorni edito da Einaudi. Una storia semplice, apparentemente banale, che vede come protagonisti un giovane ventenne che vive della vendita occasionale di libri vecchi, una donna, Jaqueline e un uomo, Gerard Van Bever, di cui non si sa nulla, che si mantengono con le vincite al gioco nei casinò di provincia e di piccoli traffici poco chiari. Ciò che accomuna questi personaggi è la mancanza assoluta di radici stabili. Ognuno fugge da un passato al quale si accenna solo brevemente o che si ignora del tutto. Tre individui che gestiscono la loro libertà senza tuttavia riuscire a raggiungere uno stato di serenità che possa garantire loro un minimo di felicità. Il loro è un continuo vagabondare per le strade di Parigi, con qualche sosta nei bar, dove spesso allacciano relazioni casuali e superficiali con sconosciuti, senza tuttavia colmare quella profonda solitudine che non li abbandona. E i loro giorni senza meta trascorrono pervasi dal profumo penetrante dell’etere, facile rifugio nei momenti peggiori. Sullo sfondo di queste vite senza passato e senza futuro, una Parigi descritta dettagliatamente, itinerario per itinerario. Una Parigi che è l’unico punto fermo, l’unica certezza per queste esistenze alla perenne ricerca di una identità . Ed è proprio l’assoluta mancanza di identità la caratteristica principale del protagonista, di cui non conosciamo neanche il nome. E d’altronde anche per Jaqueline il nome ha carattere di provvisorietà: dopo essere scomparsa per lunghissimi anni, ella riappare con un nome diverso, Therèse. Dunque la realtà è ingannevole quanto mutevole. L’unica certezza che resta è la città con la sua toponomastica, con i suoi percorsi immutati, l’unica possibile sede di una memoria che svanisce se non radicata nel passato e proiettata verso il futuro.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
200
Segnala questa recensione ad un moderatore
1252 risultati - visualizzati 1 - 50 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 26 »

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

La cercatrice di corallo
Valutazione Utenti
 
5.0 (1)
Parlarne tra amici
Valutazione Utenti
 
3.5 (1)
Sorprendimi
Valutazione Redazione QLibri
 
3.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Uomini che restano
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La vita riflessa
Valutazione Redazione QLibri
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
In
In
Valutazione Redazione QLibri
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Davanti agli occhi
Valutazione Redazione QLibri
 
2.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La sera a Roma
Valutazione Utenti
 
5.0 (1)
Lo spirito della fantascienza
Valutazione Redazione QLibri
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hotel Silence
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La grande truffa
Valutazione Redazione QLibri
 
2.8
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il diavolo nel cassetto
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Altri contenuti interessanti su QLibri