Le recensioni della redazione QLibri

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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    18 Aprile, 2018
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Questa non è Europa. Queste sono le Faroe.

"Ogni uomo è un'isola", scriveva Josè Saramago nel suo bellissimo e struggente 'Il racconto dell'isola sconosciuta'.
E aggiungeva: "bisogna allontanarsi dall'isola per vedere l'isola.."
Niente di più vero, non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi stessi: sarà sempre una conoscenza limitata quella che ciascuno di noi potrà avere di se stesso, forse rassicurante come l'orizzonte immobile al confine tra mare e cielo ma non certo soddisfacente, perchè c'è sempre qualcosa da scoprire oltre quell'orizzonte e bisogna avere il coraggio di salpare, di staccare gli ormeggi dal molo protetto e riparato della propria isola per iniziarne la ricerca.
Isola, il primo romanzo della scrittrice danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen, è proprio questo: il racconto di un viaggio, l'odissea personale di chi trova la forza di raccogliere le proprie radici, arrotolarsele su per la gamba e partire, soffrendo il disagio e le difficoltà di adattamento in una nuova città, una nuova casa e un nuovo lavoro.
Una partenza necessaria, inevitabile, per non morire schiacciati sotto il peso di un destino imposto e non costruito e plasmato secondo la propria indole.
Un viaggio per ritrovare se stessi, scoprire le proprie potenzialità e limiti, realizzare un sogno se possibile ma anche solo una casa, una famiglia.
Portando sempre nel cuore il desiderio di tornare in patria, amata Itaca, che diventa così il motivo per cui partire e allo stesso tempo il luogo a cui tornare.
Fritz e Marita sono due esuli, due isole galleggianti, isole che non possono rimanere ferme altrimenti verrebbero sommerse dall'oceano, devono muoversi, vagare, scoprire nuovi mondi.
E sono isole, vere stavolta, terraferma, quelle su cui sono nati, le isole Faroe, un arcipelago di 18 isolotti al centro di un triangolo di oceano Atlantico tra Islanda, Norvegia e Scozia.
Provate a cercarle su una mappa: sono lì, pochi chilometri di terra circondata dall'azzurro del mare.
Provate ad immaginare Marita:
'Marita si cuce i vestiti da sè. Prende i modelli e immagina maniche, corpetti, ampiezza della gonna, che misura ad occhio. Da tempo si veste come una destinata a qualcosa di più, qualcosa di meglio dello stabilimento al porto, una vita in mezzo al pesce. Il tanfo di calzerotti sudati nella sala da ballo. In paese alcuni pensano che Marita si dia troppe arie. Pensano anche, sempre quelli, che non ne abbia motivo. Lei lo sa. E' persino arrivata a voler loro un pò di bene, come se ne vuole a chi si sta per lasciare.'

E Fritz: vorrebbe tanto studiare, diventare ingegnere e trovare un impiego presso la centrale elettrica nella vicina isola di Botni ma per farlo deve allontanarsi, l'università è in Danimarca, non ha alternative e restare a casa significherebbe continuare ad imbarcarsi con i fratelli all'inizio dell'estate polare in direzione delle isole Svalbard nel Mar Glaciale Artico per la pesca del merluzzo. Fritz non può farcela, uno come lui è fuori luogo su quella barca, non sopporta niente, odia i marinai, 'i loro ceffi barbuti, il puzzo acre di lana e sudore stantio', odia dormire sottocoperta 'dove l'aria è pesante e bagnata di merluzzi morti'. E più di tutto odia la pesca.
Come biasimarlo? Sarà Fritz che partirà per primo, destinazione Copenaghen; Marita lo raggiungerà un anno dopo, con un segreto nel grembo, troppo ingombrante anche per lei, lo abbandonerà in mare dove rimarrà sepolto per sempre.
Isole galleggianti, si muovono, cercano una propria collocazione, un'identità non solo territoriale, geografica ma anche personale che coinvolge molteplici aspetti, culturale, ideologico e politico, soprattutto in quel periodo a ridosso della seconda guerra mondiale in cui gli stessi abitanti delle isole Faroe erano divisi in opposti schieramenti a favore o meno dell'indipendenza dalla Danimarca.
Era felice Fritz, pur non avendo realizzato il suo sogno: aveva ormai abbandonato l'idea della centrale elettrica di Botni, la 'dignità di'ingegnere' che lascia il posto a quella forse meno solenne di insegnante. Ma non aveva importanza, sembrava felice, 'non come un uomo i cui sogni per il futuro giacevano in fondo al mare o annegavano nel rum in una bettola del porto.'
Una serenità adombrata solo dalla nostalgia di casa, la sua Itaca, la sua destinazione finale, punto di partenza e di arrivo: nessuna distanza, nessun oceano potrà mai debellare il ricordo del suo villaggio natale, le vallate e i fiordi, gli amici, la famiglia e le tradizioni.
Una nostalgia che affiora prepotentemente ogni volta che Fritz abbraccia Marita:
'A breve sentirà la vita nei polmoni di lei, sotto la stoffa del vestito. Quel pò d'aria di montagna che ha tenuto da parte per lui nelle ramificazioni sottili del tessuto polmonare. I capelli profumeranno di muschio e pietre lisciate dal vento, di quell'aria che gli manca tanto, fresca e limpida come una doccia.'
Passato e presente della loro vita si intrecciano nei ricordi della protagonista del romanzo, una giovane ragazza danese di madre faroese che torna sulle isole in occasione della morte della nonna: era Marita sua nonna, 'omma', e Fritz il suo 'abbi', nonno.
La narrazione è melodica, frasi brevi, ridotte ai minini termini, che rendono la prosa estremamente poetica, intensa e particolarmente toccante quando esteriorizza la nostalgia che alberga nell'animo di ogni espatriato e che si manifesta nel ricordo di quei luoghi, le isole Faroe, terre di una bellezza selvaggia e romantica allo stesso tempo, tra vallate verdi al profumo di muschio e le imponenti scogliere dei fiordi a picco sul mare.
Un paesaggio quasi fiabesco, sospeso nel tempo, la cui descrizione ricca di associazioni sinestetiche tra colori, suoni e profumi ne amplifica la sensazione onirica, perchè è nel sogno che l'esule placa la nostalgia della patria lontana.

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Il racconto dell'isola sconosciuta
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Belmi Opinione inserita da Belmi    18 Aprile, 2018
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Un mostro silenzioso e affamato

“Se c’è una cosa che ho imparato è che per scuotere un cuore che ha sofferto ci vuole il doppio dell’amore che ha perso”.

Quanti tipi d’amore conosciamo? Spesso questa parola può avere un significato riduttivo, altri la usano esagerando, ma il bello dell’amore è che ha talmente tante sfaccettature che tutte, più o meno, arrivano al cuore.

Susanna Casciani torna in libreria con il suo secondo libro “Sempre d’amore si tratta”. Il titolo e la copertina, che vista da lontano può apparire come qualcosa di “tenero e romantico” in realtà mostra un cuore fatto di spilli, entrambi davvero ben scelti.

La protagonista è Livia, ma invece di conoscerla e viverla in prima persona, la vediamo con gli occhi degli altri. Un’istantanea dopo l’altra tutti quelli che sono stati a contatto con lei, chi da una vita, chi per poche ore, mostrano e raccontano di una bambina, poi ragazza e infine donna che vede i suoi sogni e desideri cambiare, una persona che affronta qualcosa che spesso sfugge al nostro controllo.

Come per l’altro libro l’autrice continua a scrivere utilizzando frammenti, vorrei vederla per una volta cimentarsi in qualcosa di diverso. Il tema è davvero molto forte, il libro parte un po’ a rilento diventando pagina dopo pagina sempre più coinvolgente. Un libro che può aiutare a capire e avvicinare, persona che hanno provato o subito questo tipo di malattia.

L’argomento è trattato utilizzando un linguaggio semplice, spesso forse anche con una leggerezza un po’ “esagerata”, comunque il messaggio arriva forte e chiaro. Credo che in questo libro l’autrice abbia messo molto di suo, forse più che nell’altro e soprattutto l’ho trovata più matura, anche se ancora nello stile qualche pecca l’ho riscontrata.

In conclusione, un libro molto profondo anche se leggero (l’ossimoro in questo caso è necessario), la leggerezza è dovuta alla frammentazione dell’opera che qualcosina va a togliere all’insieme. Non è sicuramente una lettura rosa, qui il fazzoletto serve ma le emozioni sono ben diverse da quelle di un romance. Chi ha bisogno di un argomento leggero scelga un altro titolo, chi invece vuole cimentarsi in qualcosa di più profondo e toccante ma non pesante, può avvicinarsi a questo testo e riapprezzare il valore delle piccole cose.

“Sul serio. Lo sai, Camilla? La magia non ha a che fare con le streghe e con i libri di incantesimi e non è vero che non esiste come dicono in tanti. La magia esiste eccome e si trova nei piccoli gesti gentili che le persone certe volte decidono di compiere”.

Buona lettura!

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Romanzi autobiografici
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    16 Aprile, 2018
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"Non sono uscita dalla mia notte"



Annie Ernaux è, per me, una voce che riesce, senza urlare e senza sensazionalismi, a fare del proprio privato qualcosa di universale, qualcosa che, pur nascendo per un'esigenza personale, diventa dono per tutti gli altri.
Lei apre le porte della sua vita, ti fa entrare in un ambiente intimo pervaso dal dolore, ma è un dolore così lucido e sussurrato, un dolore così consapevole che all'inizio non ne avverti neanche la presenza, all'ultima pagina invece sei steso, schiacciato dalle sue parole, poche, mai superflue, ma dal peso specifico considerevole.

Qualche giorno dopo la morte di sua madre, la Ernaux scrive su un foglio:

"Mia madre è morta lunedì 7 Aprile nella casa di riposo dell'ospedale, dove l'avevo portata due anni fa".

Questo diventerà l'incipit del libro, la cui stesura durerà 10 mesi e con cui la scrittrice cercherà di ricostruire la figura materna, dalla sua infanzia in una famiglia contadina e dignitosamente povera fino alla malattia che si porterà via la donna battagliera e irruenta che è sempre stata.
Parlare della propria madre è difficile, perché le madri sono figure al di fuori della storia e al di là del tempo: ci sono sempre state.
Sono la nostra proiezione nel futuro, ma anche la nostra àncora del passato.
Luogo in cui specchiarci e da cui fuggire.
Luogo a cui tornare. Sempre.
La Ernaux cerca, in queste pagine, di dare voce alla donna reale, quella che è esistita al di fuori di lei, al di là della sua condizione di figlia, ma non ce la fa...c'è un qualcosa che fa resistenza, che impone a tutte le immagini ed ai ricordi di esistere in quanto pervasi dall'amore e dalla distorsione che ne deriva.
Se nel libro "L'altra figlia", dedicato alla sorella morta e mai conosciuta, la Ernaux scrive per poterla resuscitare e (forse) uccidere nuovamente per liberarsi del suo fantasma, qui sembra scrivere per rimettere al mondo la donna che l'ha partorita, per donarle una seconda vita nel tempo e nei luoghi che lei non vedrà mai più.

Le pagine dedicate alla malattia sono emozionanti, affilate e struggenti: ogni parola sembra portare via una piccola parte di sua madre, nutrirsi delle sue progressive incapacità, rendere indistinto il mondo circostante divenuto ormai incomprensibile, e trasformarla in una bambina desiderosa di baci e cioccolato.
Una bambina, che non crescerà mai.
Una bambina che non uscirà più dalla sua notte...

"NON ASCOLTERO' PIÙ LA SUA VOCE.
ERA LEI, LE SUE PAROLE, LE SUE MANI, I SUOI GESTI, LA SUA MANIERA DI RIDERE E CAMMINARE, A UNIRE LA DONNA CHE SONO ALLA BAMBINA CHE SONO STATA.
HO PERSO L'ULTIMO LEGAME CON IL MONDO DA CUI PROVENGO."

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Flavia Buldrini Opinione inserita da Flavia Buldrini    12 Aprile, 2018
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"Tra un'isola e l'altra c'è sempre il mare"

Questo suggestivo romanzo racconta il faticoso passaggio dalla stagione inquieta e incompleta della giovinezza a quella della maturità e della pienezza della condizione adulta, espresso metaforicamente attraverso il passaggio da un’isola, quella di Arturo, il protagonista, che evoca l’omonimo del capolavoro della Morante - la cui partenza definitiva da Procida segnerà l’abbandono del mondo incantato della fanciullezza – a quella di Atlantide, che è come una magione fatata in cui dimora la beatitudine perfetta, quale iridescente miraggio che balena attraverso una figura femminile incrociata una sola volta e ossessivamente vagheggiata come l’ambita mèta di tutte le aspirazioni e della sua realizzazione armoniosa di uomo. “Che se c’è una cosa certa, nella vita, è che fra un’isola e l’altra c’è sempre il mare”: con la sua altalena indomita di bonaccia e tempesta, in balìa dei flutti dei capricci, delle passioni, dei timori, delle fisime, dei vizi incorreggibili, della voluttà di morte che assale. E su questo sfondo si staglia il dramma di Arturo: “Arturo si era convinto di potere una vita speciale, ma poi non muoveva passi, verso l’ignoto, per paura di una vita vera. Il risultato era una vita fasulla, come quella delle formiche rimaste inoperose. Arturo era un divano rimasto con la plastica addosso, messo in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare, e di rovinare. Che certe vite, poi, invecchiano così: senza mai essere state usate.” L’intero tessuto narrativo si giostra nella spola tra “andata” e “ritorno”, in cui, a segnare lo spartiacque, è proprio il mito di Atlantide, incarnato in quella ragazza magnetica che, fin dal primo sguardo, sembra intuire tutto di lui e metterlo a nudo di fronte alla verità: per esempio, che fare l’attore non è il suo mestiere - e infatti, di lì a poco lo lascerà per il lavoro più stabile e rassicurante del calzolaio – e che, piuttosto di passare da una banale avventura all’altra, sarebbe ora che cercasse una solida compagna di vita. Allora, l’andata è caratterizzata da questa ricerca affannosa di lei che un bizzarro scherzo del destino – il tram guasto e il telefonino scarico – non gli farà incontrare, probabilmente perché non si sentiva ancora pronto ad abbracciare il cambiamento e le paure diventavano ostacoli insormontabili, ributtandolo, così, in mezzo ai marosi dei conflitti interiori irrisolti, alla sua prostrante inadeguatezza, fino a rasentare la morte, quella sera stessa del mancato appuntamento con la sua felicità, trovando rifugio nella droga, “a un passo dal coraggio; a un passo da un tentativo nuovo che non vuoi fallire, ma che non sai fare. A un passo da Atlantide, che se allunghi una mano ti pare quasi di poterla accarezzare. I dottori non lo sapevano mica, il male che fa una cosa bella, quando sembra così vicina, e invece è lontanissima. Come Capri, vista da Procida, quando sta per piovere. Come Atlantide, ammesso che non l’abbia solo immaginata.” È una travagliata lotta con se stesso, “inetto, pauroso, ingrato nei confronti di una vita che lo aspettava, mentre lui appositamente ritardava”, il quale non trova pace, impigliandosi in fugaci relazioni con innumerevoli donne, senza amarne nessuna, a parte Celeste - di cui si accorge troppo tardi, però, quando ormai la rottura è irrimediabile -, oltre all’immaginifico fantasma di Atlantide. In realtà, alla fine questa icona femminile si svelerà essere quale donna schermo, come nello Stilnovo dantesco, vale a dire che tutta quell’aura di idealizzazione che l’avvolgeva finirà per dileguare, lasciando posto alla sana concretezza di una ragazza, Alessandra, con cui vive due notti d’amore e che, paradossalmente, proprio in una circostanza così casuale, le darà un figlio: “Non era tanto la morte mancata per un soffio, quanto la tragedia della vita aspettata che non combacia mai con quella reale. Arturo, per esempio, aveva fatto di Atlantide un posto immaginario: perfetto per approdare, perfetto per scappare.” Il ritorno, dunque, si profilerà, dopo dieci anni di turbolenza e inadempienza di sé, in un viaggio sullo stesso tram, che lo porterà, stavolta, verso la A. di Alessandra, per sapere se è lui il padre di quel bambino che non voleva e di cui pure, vedendolo una sola volta, pensando al suo personale rapporto con la figura paterna, non potrà fare a meno di innamorarsi perdutamente. In questo modo, quasi a forza e all’improvviso, giunge al suo approdo, alla sua Itaca - ovvero Procida, che è l’isola felice dove idealmente è stato concepito da sua madre quando doveva decidere se sposarsi, legata ai ricordi più belli di una serena affettività -, dove si assume le proprie responsabilità e si acquieta nel modus vivendi che il destino gli ha assegnato, diventando finalmente adulto. La lezione, quindi, che Valentina Farinaccio ci consegna, attraverso un geniale gioco ad incastri - che alimenta abilmente la suspence - ed uno stile fluido ed accattivante, è che “le poche cose certe” sono che la vita ti sorprende sempre e sbaraglia tutte le pianificazioni e fantasticherie con il suo impeto selvaggio che annega le vane chimere per depositarti sulla nuda riva della realtà, in tutta la sua incandescente scabrosità: “Atlantide annegò. Accadde quando i suoi abitanti trasformarono la quiete in guerra e la bellezza in orrore. Se la mangiò il mare, e dell’isola rimasero solo tracce presunte, storie immaginate, nessuna certezza, nessuna geografia. Perché la bellezza finisce, e sfinisce, e Arturo era rimasto a guardarla da lontano, pauroso, come si fa con gli animali, durante un safari.”





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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Aprile, 2018
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Sara, la donna invisibile.

Quando Sara Morozzi, detta Mora, viene ricontattata dalla “collega” e “amica” storica, Teresa Pandolfi, detta Bionda, è in pensione già da quattro anni. Il suo aspetto è quanto di più trasandato e anonimo ci sia perché, seppur non sia più in servizio, non può rinunciare a quella abitudine dello stare nell’ombra, non può rinunciare ad osservare, a leggere i gesti, le espressioni, i muscoli, i sussurri degli interlocutori, lontani o vicini che siano, non può indossare una maschera e fingere dopo che la sua vita è sempre stata dettata da menzogne e bugie per ottemperare a quello che in verità era la sua missione, il suo lavoro. E adesso, quel suo carnato chiaro, marmoreo, quelle occhiaie dettate dalle notti insonni e quei volontari capelli grigi, non fanno che dimostrare che nonostante la perdita del grande amore, Massimiliano, e a distanza di breve tempo anche del figlio Giorgio, Mora è ancora Mora. Perché per quanto voglia eclissarsi, negarsi alle sue origini, il suo mestiere lo ha tatuato sulla pelle. Ecco perché non riesce a rifiutare la proposta della Bionda, ecco perché si trova a fare chiarezza, al fianco dell’ispettore Davide Pardo, sulla carcerazione di Dalinda Molfino e sul conseguente affidamento della figlia seienne di quest’ultima al fratello Giampiero e alla moglie Doriana. Tutto sembra chiaro ed inequivocabile nella ricostruzione dei fatti: la Molfino ha ucciso il padre a colpi di brutali fendenti mentre era strafatta, poi si è assopita e messa a riposare nei pressi del cadavere. A prova e sostegno della sua colpevolezza; l’averla trovata con tracce organiche dell’uomo sulle mani, il suo non negare la possibilità di aver commesso il delitto perché vigente tra il padre e la figlia un profondo odio, il suo non ricordare alcunché. Eppure, eppure, eppure… Dalinda è preoccupata per Beatrice talché chiede di parlare con Pardo, l’agente che l’ha arrestata. L’uomo, a causa di un episodio del passato che lo ha profondamente segnato, non prende alla leggera le dichiarazioni della galeotta e ne informa il collega Luca. Il passaggio ai piani alti è rapido e veloce. Sara, che a questo punto entra in scena, ben intuisce la fondatezza delle rivelazioni e, dall’analisi del fascicolo, dal comportamento del fratello, dai referti del medico legale e anche dalla volontà di non difendersi della stessa accusata, arriva alla conclusione che la ricostruzione proposta quale base dell’accusa è tutt’altro che così solida e inattaccabile.
Ha inizio in questo modo la nuova e eclettica avventura proposta da Maurizio De Giovanni. Quelli narrati sono solo alcuni stralci di quella che è una storia avvincente e rapida nella sua interezza. L’autore torna in libreria con quello che è il primo capitolo di una serie forte, una serie che tocca molteplici tematiche, che è caratterizzata da un giallo comune e inusuale al contempo, un enigma da scoprire e che è altresì munito di personaggi tangibili e concreti che si fanno amare per il loro mistero e per la particolarità sin dalle prime battute. Seppur l’epilogo e il colpevole siano intuibili, la lettura non scema di attrattiva e tiene incollato il conoscitore senza difficoltà dal suo inizio alla sua conclusione.
Al tutto va sommato uno stile chiaro, limpido, pulito, veloce, accattivante e scorrevole in pieno trademark del napoletano. Tuttavia, lo scrittore riesce anche a rinnovarsi. Se in questo scritto troviamo caratteri narrativi comuni a quelli che sono i precedenti elaborati e a cui siamo stati abituati negli anni, al contempo ne troviamo altrettanti di rigenerazione, innovamento. La redazione è svecchiata, ringiovanita, ripulita ma sempre e comunque vivida e genuina.
Un ottimo inizio per quella che spero potrà essere una serie lungimirante, durevole e affascinante. Maurizio, non farci scherzi eh!

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lapis Opinione inserita da lapis    08 Aprile, 2018
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Meravigliosi, fragili alieni

Ci sono storie che parlano di sogni e avventure, capaci di portarti per qualche ora in mondi lontani. E poi ci sono storie che invece ti portano vicinissimo, dentro di te. Parlano di noi, creature imperfette e acciaccate, dei se e dei purtroppo che ci hanno modellato, delle corazze che abbiamo forgiato per difenderci dalla vita. La bellezza di queste storie sta nell’autenticità, nella capacità di farti riconoscere, in controluce tra le pagine, le tue emozioni e i tuoi contorni. Per questo, per me, questa è una bella storia.

Silvio Muccino porta in scena la sua e la mia generazione. Cinque trentenni, cinque amici, cinque alieni. Alieni perché, proprio negli anni dell’adolescenza, in cui tutti ti chiedevano di essere uguale a un modello, loro avevano saputo costruire un’amicizia chiedendosi vicendevolmente solo di essere sé stessi e di non essere giudicati. Ma il tempo passa, e su quell’amicizia si sono stratificati quindici anni di silenzi, dopo l’improvvisa e inspiegabile fuga di Alex, il loro cuore accogliente. Perché? Un perché che li ha corrosi e sgretolati. Un perché senza risposta, come i tanti perché del passato. Finché arriva una lettera, da Alex, un invito a riunirsi una volta ancora, forse l’ultima, per la resa dei conti finale.

Un fine settimana insieme, nella silenziosa solitudine della campagna umbra, è l’occasione per indagare l’anima dei personaggi, scoperchiando pentole in cui bollono spietatezza, egoismo, noncuranza, rassegnazione. Ma non c’è giudizio o condanna. È la voce stessa dei personaggi, rotta dall’emozione, a rivelarci come dietro questi travestimenti si nascondano cicatrici, ombre, fragilità. La paura del fallimento e della speranza.

È un romanzo dalla trama coinvolgente e comunicativa, che ti cattura fin dalle prime righe, e dallo stile semplice e spontaneo, che non nasconde di strizzare l’occhio al mondo del cinema. E forse qualche piccola caduta la imputo proprio ad aver voluto far “accadere” qualcosa, come ci si aspetta in un film. Ciò nulla toglie però al profondo lavoro di introspezione fatto dall’autore per restituirci, in modo sincero, uno spaccato generazionale.

“Sballati, irrisolti, insicuri, infelici, destabilizzati. Troppo grandi per essere ragazzi e troppo piccoli per essere uomini”. È una doccia gelata leggere questo ritratto impietoso, ma alla fine regala anche un soffio di calore perché, cadute le maschere e le ipocrisie, sotto si rivelano la bellezza e la tenerezza di sentimenti veri. Sensibilità, dignità, accoglienza, coraggio. Perché ad accettare e vivere le proprie imperfezioni e diversità, serve il coraggio degli eroi.
E, nonostante tutto, si può ancora essere eroi.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Aprile, 2018
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La clinica degli orrori

Francesco Recami, dopo esseri reso fautore delle avventure della “casa di ringhiera”, torna in libreria con La clinica Riposo e Pace: un libro che ha suscitato in me molte perplessità. Tratta il tema, attualissimo, delle condizioni degli anziani nella nostra società, quali sono le loro patologie, le cure, l’assistenza che ricevono nelle case di riposo. Ma lo fa con un tono ironico, che sconfina nel cinismo più assoluto. Che non ha incontrato la mia approvazione. Un libro sicuramente veritiero, ben documentato, ma trattata l’argomento con poco rispetto. La condizione dell’anziano viene per tutto il testo ridicolizzata e alleggerita con un tono scanzonatorio, che rivela un sentimento di scarsa comprensione e di scarso riguardo.
Il libro è ambientato interamente all’interno della Clinica Riposo e Pace, che:
“era una elegante casa di riposo per anziani non autosufficienti sulle colline preappenniniche, in mezzo a cipressi e olivi. Situata in località Il Borghetto (questo è un nome di comodo, per vari motivi in seguito si capirà che per il momento il nome va tenuto segreto), consisteva di tre corpi principali: la villa seicentesca finemente ristrutturata, le ex stalle e scuderie, a poche decine di metri, e la ex fattoria, adesso adibita a residenza per i casi più complicati, attrezzata come una vera e propria clinica. In particolare c’era una sezione dedicata ai malati terminali e a degenze di persone anziane in gravi condizioni di degenerazione fisica e mentale. (…) La giornata era tersa e profumata, i rosai nel giardino all’italiana sul retro della villa emanavano fragranze meravigliose…”.
In questo luogo viene portato con l’inganno Alfio Pallini, dalla nipote e dal marito, perché:
“era evidente che (…) nel caso del signor Alfio si trattava di una sindrome degenerativa su base circolatoria, demenza senile in stadio avanzato, con comportamenti deliranti e violenti.”.
Ma lui non è malato al punto da non accorgersi che qualcosa non quadra. Gli anziani, compreso lui, vengono legati al letto, sedati in continuazione, e ammansiti quando non derisi, soprattutto quando li lavano. Inoltre si accorge immediatamente che da quando è lì il letto accanto al suo viene cambiato di occupante in subitaneo. I pazienti arrivano, e il giorno dopo vengono portati via coperti da un lenzuolo bianco. E i parenti che si affrettano a raccogliere le poche cose del malcapitato, che vengono salutati dal Professore, che oltre a porger loro le condoglianze, sollecita con fare mellifluo, l’agenzia funebre migliore. Per non parlare poi di quegli strani gatti e gattini a cui vengono somministrati strani farmaci. Per non parlare del personale infermieristico, tronfio e maleducato, un vero incubo.
Il libro racconta il conflitto generazionale tra malati anziani e la propria famiglia, il rapporto teso con le istituzioni sanitarie, a dir poco deprecabili. Una parodia feroce che:
“mette alla berlina la medicalizzazione del disagio quotidiano, l’ipocrita rivalutazione dei valori dell’essere anziani, la buona morte, i falsi affetti familiari, è uno dei momenti di un progetto narrativo più vasto.” .
Una lettura amara, poco piacevole, dove l’ironia non suscita che ribrezzo. Il racconto di una commedia umana, bieca e cinica, che si tinge di nero per il sarcasmo, il grottesco, che la percorre. Una serie cattiva che non convince neppure nei suoi contenuti principali. Meglio tornare alla casa di ringhiera.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto Francesco Recami, Commedia nera.
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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    07 Aprile, 2018
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Corpo, mente e (forse) anima

Via d’uscita è un romanzo che susciterà perplessità in molti lettori. Da una parte ci sono pagine bellissime, come ad esempio i primi due capitoli e la parte finale. Dall’altra c’è una trama con cadute di stile e uno sviluppo che andava studiato meglio.
Il tema potrebbe essere drammatico: a un uomo, Charlie, l’io narrante, è stata fatta una diagnosi di cirrosi con una prospettiva di vita di 6 mesi. Charlie è uno scrittore e vuole sfruttare il tempo che gli resta per scrivere qualcosa di attinente alla sua situazione. Vuole riflettere su “se stesso che medita sulla sua prossima morte”, decide perciò di scrivere del dualismo corpo-mente, forse triangolo a volerci inserire anche l’anima o la coscienza.
Dunque il romanzo procede nel descrivere gli ultimi mesi di vita di Charlie inframmezzato da pagine del romanzo nel romanzo che sono piuttosto intellettuali e ardue. Queste pagine a me sono sembrate spesso pretenziose e anche inconcludenti, un inutile sfoggio di conoscenze.
La stessa impressione può suscitarla la vita di Charlie a partire dal capitolo 3 in cui compare il suo agente, un personaggio grottesco che mal si inserisce nella storia, interessato solo ai soldi e incapace della più ovvia ipocrisia o di un superficiale dispiacere di fronte alla malattia di Charlie. Queste pagine sono quelle che più hanno colpito i critici del Library journal e del New York Times per la loro comicità. A me sono sembrate fuori luogo nel contesto del libro, soprattutto per l’impostazione del libro che manca di coerenza: mi aspetterei un testo o grottesco o serio, o drammatico o comico. Ma così mi pare un insieme male amalgamato delle due cose. Il testo è pieno di stranezze alla St Aubyn: Charlie dice di essere ridotto in povertà e si scopre che ha una villa miliardaria da vendere. Dice di essere moribondo e non ha un sintomo, non passa un’ora in ospedale, viene curato con Prozac, un antidepressivo. Il lettore dubita da subito e non a torto della salute mentale del suo medico. Così pure il grande amore con Angelique altro non è che una squallida storia di sesso a pagamento a prezzi così esorbitanti da riuscire a confondersi con una grande storia d’amore. Mentre leggevo il romanzo mi chiedevo dove ST Aubyn volesse andare a parare. Se il romanzo volesse essere commerciale, una via di mezzo o cosa. Leggendo però le ultime bellissime pagine credo di avere capito che la trama e i personaggi spiazzanti derivano da una difficoltà reale dell’autore con tutto quello che ha a che fare con le relazioni umane, quindi nel decifrare emozioni e sentimenti. Una difficoltà così enorme da fargli vedere l’amore dove non ce n’è traccia e da fargli evitare i rapporti dove potrebbe esserci qualcosa di vero come quello con l’ex moglie e con la figlia che sono dichiarate importanti per lui ma occupano un numero irrisorio di righe nel romanzo.
Questa difficoltà di relazione profonda viene riconosciuta da Charlie stesso non per un processo intellettuale ma per una improvvisa intuizione. Per effetto di quella intuizione Charlie riesce a intravedere la sua malformazione interiore dovuta al rapporto con i genitori e all’anaffettività della madre che gli impedisce quella che lui chiama intimità. Arrivati alle ultime 50 pagine, Charlie, parla in modo finalmente sincero della sua paura di covare in sé il germe delle cattiverie dei suoi genitori, parla del suo desiderio di essere una brava persona, nonché del suo sconcerto per dover fare uno sforzo di volontà per esserlo. Parla del suo desiderio di amare e di essere amato destinato a restare un miraggio per la sua incapacità totale dovuta a una vita passata a tirare su difese e barriere che gli impediscono la vera intimità. Parla, lui l’autore del best seller Alieni dal cuore umano, di come si senta circondato da esseri umani dal cuore alieno.
Molto bello il fatto che anche se le sue ruminanti pagine del libro nel libro intorno al dualismo mente corpo non fanno che girare in tondo al nulla, anche su questo problema arriva, tramite una intuizione e non un ragionamento, a uno spiraglio grazie alla contemplazione della bellezza. Là dove l’amore non può penetrare per le inattaccabili difese erte dalla mente in modo anche inconscio, penetra la bellezza di un paesaggio, verso la quale St Aubyn ha una grande sensibilità, che gli regala un attimo di quella preziosa intimità che va cercando dove manca (squallide relazioni). La Bellezza apre la sua riflessione al mistero in cui siamo immersi. Mistero che si manifesta nell’avere una coscienza oltre che una mente pensante. Il mistero lo intravede non solo come limite e impotenza dell’umano intelletto a spiegare se stesso, ma come uno spazio di libertà e questa idea dà finalmente conforto al (forse) moribondo Charlie. Capisce anche che intuire è qualcosa meno che capire, nel senso che per un attimo si sfiora qualcosa al di sopra delle nostre possibilità di comprensione e capisce che per trattenere il lampo di libertà che si nasconde nel cuore delle cose dovrà lottare contro la futilità quotidiana.
Tutto sommato St Aubyn è uno scrittore che mi fa simpatia. Anche se ha una vena futile, narcisistica e pesante, un gusto per la frase a effetto che si spinge fino a rendere certi personaggi piatti e caricaturali, persegue anche una sua ricerca interiore per cui la sua scrittura ha momenti di grande sincerità.

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Dell'autore consiglio di leggere i Melrose, soprattutto il primo libro.
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    05 Aprile, 2018
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Jay Dark e il caos

Giancarlo De Cataldo, dopo aver firmato un libro importante come Romanzo criminale, torna in libreria con L’agente del caos. Un libro dentro un libro, profondo, intenso e curioso, uno sguardo disinibito su
“un’autentica camera delle meraviglie che attraversa trent’anni della storia occidentale, tra servizi deviati, ex nazisti, trafficanti, terroristi, poliziotti corrotti e onesti, sesso, ideali e concerti rock.”
Un’opera che si distingue, a tratti metafisica e sperimentale, è una lettura che non si può che divorare letteralmente.
Narra la storia di uno scrittore che dopo aver pubblicato Blue Moon, basato su ricerche approfondite, sulla vita e il personaggio di Jay Dary, un agente americano che aveva avuto il compito di diffondere ingenti quantitativi di ogni tipo di droga negli ambienti dei movimenti rivoluzionari sorti tra gli anni ’60 e ’70, con lo scopo precipuo di distogliere l’attenzione dalla protesta insita per dirigerla in altro senso. Dopo il successo di questo testo viene avvicinato da una strana figura di avvocato, certo Flint, che gli comunica di essere rimasto molto perplesso sul contenuto, mettendolo in discussione totale, professandosi un testimone più che attendibile poiché presente nei tempi e nei luoghi e nei segreti stessi. L’avvocato Flint:
“aveva una voce serena, profonda. Era un vecchio alto, magro, elegantemente fasciato in un completo grigio con cravatta reggimentale, folti capelli candidi e occhi azzurri, ora freddi, ora accesi da improvvisi guizzi ironici. Poteva avere tra i sessant’anni portati male e settantacinque di chi è in piena forma.”.
Ma chi era Jay Dark? Era un “agente del caos”:
“Le sue origini erano incerte. Nella sua carriera, fino all’arresto, aveva assunto oltre venti identità. Sul suo capo pendeva una taglia di duecentomila dollari della Dea, l’agenzia antidroga americana, che lo riteneva il più grande trafficante di Lsd del mondo occidentale. Tuttavia, gli americani non avevano mai chiesto la sua estradizione.”.
Da piccolo ladruncolo si fa arrestare, e durante un “soggiorno obbligato” al Bellevue Hospital conosce il dottor Harry Kirk. E nulla sarà più come prima. Il dottore lo inizia a studiare e a comprendere la teoria del caos, per cui:
“Ogni dominatore sogna di annientare il caos, il che è assolutamente impossibile. Al contrario, il caos dobbiamo assecondarlo, stimolarlo, solleticarlo. Gli vanno lasciate le briglie sciolte. Solo a queste condizioni potremo garantire la sopravvivenza del genere umano! (…)
Fortunatamente si può e si deve scendere a patti. Scendere a patti con il caos. Questa è la nostra missione. La missione di noi agenti del caos”.
Si costituisce in questo modo uno scenario stupefacente, in cui Jay Dark è un personaggio principale all’interno di un processo internazionale e mondiale, che vede la droga essere il collante insostituibile di una rete di assassini imperbi e pronti a tutto.
Un libro più che originale, sia nella trama, che nella costituzione dei personaggi. Una trama che percorre anni di storia con eventi che hanno segnato e profondamente mutato gli scenari internazionali. Dalla guerra del Vietnam ai figli dei fiori per giungere agli intrighi e ai complotti in seno alla Cia. I personaggi sono un po’ il frutto del tempo in cui vivono: ribelli, introversi, e al di sopra delle righe, vogliono rivoluzionare il mondo, ma si drogano tutti indistintamente e si rifugiano in mondi paralleli, sognatori impossibili e al di là della realtà. Su tutto la droga e il caos, forse perché anche all’interno del disordine più assoluto si può trovare un’armonia sulla quale costruire uno scenario e un mondo migliore. Un bellissimo libro.

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Consigliato a chi ha letto Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo.
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Romanzi storici
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    03 Aprile, 2018
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Anna tra i moli di New York

Negli anni della Grande Depressione, Anna Kerrington è una dodicenne intelligente e spigliata che adora accompagnare il padre Edward nei giri che fa come galoppino per il sindacato irlandese degli scaricatori portuali di New York. Ha intuito che i misteriosi pacchettini che l’uomo allunga furtivamente hanno a che fare con giri poco puliti, ma lei si sente importante e non le importa. A casa la mamma, ex ballerina di fila delle Ziegfield Follies, deve badare a Lydia, la bellissima sorellina, storpia a causa di una gravissima forma degenerativa dovuta ad anossia neonatale. Ma Anna fa da scorta al papà che parla con persone importanti e tanto le basta. Purtroppo le cose sono destinate a cambiare rapidamente. Infatti papà Eddie - che non riesce a sbarcare il lunario soprattutto a causa delle esigenze sempre maggiori di Lydia - non può più accontentarsi delle “mance” che il sindacato gli passa per portare in giro le “bustarelle”: ha contattato Dexter Styles, proprietario di numerosi locali notturni, ma soprattutto elemento di spicco della mafia italo-americana, rivale di quella irlandese.
Sette anni più tardi, in piena Seconda Guerra Mondiale, Anna s’è impiegata nei Cantieri Navali di New York e vuole sinceramente contribuire allo sforzo bellico, al punto da candidarsi come palombaro civile per le riparazioni in bacino, lavoro rigorosamente maschile. Tuttavia c’è un dubbio che la rode: perché suo padre, cinque anni prima, è scomparso improvvisamente? Possibile che le abbia abbandonate così, senza un perché? E se non fosse vero quanto si sussurra, cioè che sia fuggito, incapace di sopportare il peso che gli derivava dal grave handicap di Lydia? E se, invece, fosse stato ucciso da una delle persone per cui lavorava? L’incontro casuale con Dexter Styles le darà l’occasione per scavare più a fondo in un mondo in cui i sistemi usati nella high society non si differenziano troppo da quelli della peggior malavita. Il rapporto con Styles, inoltre, le cambierà la vita in modo radicale verso un futuro non previsto.
Con Manhattan Beach è possibile tuffarsi in dieci anni di storia americana tra la metà degli anni ’30 e la metà degli anni ’40. Il romanzo, però, non ci offre uno sguardo diretto ai grandi fatti storici: essi sono tutti dati per assodati, come in un fondale teatrale. All'A. interessa soprattutto indugiare sulla vita delle persone comuni, di quelle che cercano di sopravvivere all'evolvere degli eventi. Così, mentre si sbircia dal buco della serratura l’America che cambia, vengono delineate, nel bene e nel male, le vicende dei protagonisti con delicate pennellate all'acquerello, senza mai indulgere in tinte forti, neppure quando entrano in gioco gli sporchi affari dei sindacalisti corrotti, dei mafiosi e dei grandi uomini d’affari che agiscono come squali.
Tra i protagonisti che recitano davanti a questo fondale storico, l’unico che si stacca dalla massa, l’unico realmente rappresentato a tutto tondo è quello di Anna: una ragazza brillante, intraprendente e moderna, troppo moderna per la società americana dell’epoca, per la quale donne e negri non sono ammessi nel mondo ove agiscono i maschi bianchi. In particolare le donne debbono stare a casa ad attendere i mariti ed a curare i figli, rinunciando a qualsiasi ambizione personale. Anche quando sarà necessario il loro apporto nelle fabbriche, carenti di manodopera maschile tutta al fronte, saranno ammesse a svolgere solo lavori semplici e ripetitivi. Ma Anna non accetta queste limitazioni: sino da ragazzina s’è distinta per il carattere forte e volitivo. Da adulta (ribelle?) riuscirà a guadagnare dei punti nella sua lotta per emergere, ma solo accettando compromessi, mimetizzandosi e mistificando il suo ruolo.
Lo stile della Egan nel descrivere la lotta personale di Anna è fluido e piacevole, anche se soffre un poco per lo scorrere delle vicende, pigro e senza particolari emozioni, soprattutto per i primi due terzi del romanzo.
In qualche modo questo stile mi ha ricordato quello della McCarthy de “Il Gruppo”, per l’attenzione al mondo femminile in una società strettamente maschilista, ma anche per l’uso stesso delle parole che richiama un modo di esprimere i concetti delicato e ossequioso di una correttezza formale che ormai non usa più. Perfino i rapporti personali (anche i più crudi e concreti) sono descritti in modo delicato e riguardoso.
Complessivamente Manhattan Beach è un romanzo decisamente gradevole, anche se forse non riesce nell’intento di travolgere il lettore nelle emozioni descritte. Consigliabile a tutti per il modo che ha di descrivere un periodo storico decisivo per il Mondo così come lo conosciamo, ma visto attraverso gli occhi delle persone che la storia non la fanno, ma la subiscono.
Per completezza debbo rimarcare, purtroppo, un unico difetto a carico non dell’A., ma della Traduttrice. In troppe occasioni ho dovuto sperimentare un uso scorretto ed insufficiente della punteggiatura. Se non si fossero volute risparmiare quelle due o tre pagine di virgole e punti e virgola, molte frasi sarebbero state più scorrevoli e comprensibili. Ad un certo punto sono arrivato a tal grado di esasperazione che mi son messo a segnare a matita tutte le virgole omesse, come si fa con i compiti dei bambini alle elementari. Una operazione di editing più accorta avrebbe evitato questo difetto che svilisce l’opera meritevole dell’A. americana. Peccato.

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Fr@ Opinione inserita da Fr@    31 Marzo, 2018
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Dublino Rosso Sangue

Ho una confessione da fare: ho faticato tanto a completare la lettura di questo romanzo.
Ho letto tanti gialli, ne ho recensiti altrettanti. Tuttavia, per questo poliziesco faccio fatica a trovare le giuste parole. Ho impiegato più tempo del previsto per concludere la lettura; a mia giustifica potrei dire che il romanzo è davvero corposo (624 pagine) ma so che sarebbe una mezza bugia.

In questo romanzo pubblicato nel 2016 ma arrivato in Italia solo ora seguiamo le indagini di Antoinette Conway e del suo partner Stephen Moran, investigatori della squadra omicidi d Dublino. Nettamente isolata all’interno di una squadra prettamente maschile e maschilista, la detective deve indagare su quello che sembra l’ennesimo caso di una lite tra innamorati finita male.
La vittima si chiama Aislinn Murray, trovata morta in casa. Bionda, molto carina, una fine terribile: qualcuno le ha tirato un pugno e cadendo la donna ha sbattuto la testa contro il caminetto. Immediatamente le indagini sono dirette verso Rory Fallen, con il quale la giovane aveva un appuntamento quella sera. La cena che la giovane stava preparando, la casa preparata nel migliore dei modi fanno pensare a una cena romantica terminata nei peggiori dei modi. Il ragazzo si difende, sostiene che nessuno gli ha aperto la porta quando è arrivato e ha deciso di allontanarsi dalla casa, triste per la delusione d'amore. Nessuno gli crede, nemmeno il detective Breslin, incaricato dal capo della sezione di seguire i due nelle indagini. Anzi, il detective sembra intenzionato a chiuderle il prima possibilei, sicuro che il giovane stia mentendo. Ma è davvero così?

In questo romanzo scritto in prima persona, il racconto delle indagini si intreccia con la storia e la vita della giovane protagonista. Normalmente mi piacciono i racconti in prima persona e tendo a provare una naturale simpatia per i detective dei gialli che leggo. Ammetto però che ho avuto grandi difficoltà ad apprezzare la detective Conway. Forse è proprio per questo che ho avuto bisogno di un po’ di tempo per completare la lettura. Non riuscivo a stare dietro ai suoi discorsi, ai suoi pensieri, molto spesso mi sembrava sapesse solo lamentarsi e arrabbiarsi. Paranoie più che giustificate data la squadra in cui si è trovata a lavorare, eppure a volte mi sembrava solo autocommiserarsi, piangersi addosso, o addirittura trattare male l’unica persona che in quella squadra vorrebbe aiutarla.
Alla fine sono comunque riuscita a completare la lettura e il romanzo nel complesso è un bel poliziesco. Probabilmente ho apprezzato particolarmente più le descrizioni della città di Dublino che la storia in sé. Una città affascinante e crudele allo stesso tempo, con tanti scheletri da nascondere nell’armadio.
Che dire ancora se non “Buona lettura?” :)

“La Omicidi non è come le altre squadre. Quando funziona bene ti toglie il fiato: precisa e feroce, agile e svelta, è il balzo di un grosso felino, o un fucile così perfetto che praticamente spara da solo. (…) Quando sono riuscita ad entrare in squadra le cose erano già cambiate. Il livello di stress adesso è più alto e l’equilibrio interno è cosi delicato che bastano poche teste nuove per spostare tuto: trasformare il grosso felino in un animale indisciplinato e nervoso, far inceppare il fucile in modo che prima o poi ti scoppi in faccia. Io sono arrivata nel momento sbagliato e sono partita con il piede sbagliato”

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Consigliato a chi legge noir, polizieschi, in particolare a chi è appassionato di thriller americani dal ritmo incalzante.
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Romanzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Marzo, 2018
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Marghera e le sue vite potenziali

Marghera. La Albecom è una azienda informatica che fattura oltre seicentomila euro al mese e il cui giro di affari va ben oltre le aspettative. Fondata dal trentaquattrenne Alberto, che sin dagli studi superiori si è dimostrato abile, acuto e di grande intelligenza, la società è coadiuvata da Luciano, ex compagno di studi con cui il protagonista condivide da sempre la passione per l’informatica, programmatore schivo, riservato, paralizzato dalla paura di soffrire, insicuro, malinconico e con quel perenne strascico di infelicità, e da Giorgio, detto anche GDL, pre-sales dell’azienda e procacciatore d’affari che deve mostrarsi sempre attivo e intraprendente ma con quella giusta dose di freschezza affinché il cliente possa fidarsi di lui e prendere per veritiere le sue offerte. Talismano e oggetto irrinunciabile di quest’ultimo altro non è che il manuale de “L’arte della guerra” di Sun Tzu, mantra indispensabile da lui custodito nel cruscotto della macchina. I tre amici e colleghi vivono in una situazione di equilibrio dettata dai ritmi e dalle circostanze lavorative. Questo equilibrio sarà però sempre più messo in discussione nello scorrere delle pagine dal susseguirsi di una serie di avvenimenti che creeranno fratture nel loro rapporto tanto che segreti, sotterfugi e tradimenti prenderanno inevitabilmente campo. In particolare, Giorgio e Luciano riceveranno un’offerta sottobanco da un ex collega: la promessa è quella di far decollare il loro percorso personale anche se a GDL verrà chiesto qualcosa in più in quanto, a lui sarà domandato di rivestire la qualità di socio occulto presso la nuova società continuando di fatto a lavorare presso la Casagrande e, in questa doppia veste, adoperandosi per convincere di volta in volta i vari clienti che la Albecom è in crisi e da lì muovere un giro di denaro tutt’altro che chiaro.
La prima impressione che traspare dalla lettura de “Le vite potenziali” è quella dell’anonimato: si viene trasmutati in una realtà mentalmente quasi futuristica in cui il cemento regna sovrano in una miriade di palazzi industriali atti e finalizzati al dipanarsi di società di consulenza e vendita dove i ritmi frenetici e l’assenza totale di interruzioni scandiscono lo scorrere del tempo.
Dai luoghi si passa poi ai personaggi. In particolare, Luciano, è colui che maggiormente spicca rispetto alle esistenze dei due coetanei. Egli è una figura indecisa, sfiduciata, soprattutto in ambito sentimentale, che per sua natura si contrappone a GDL e a Alberto, alla loro quotidianità fatta di certezze e viaggi. Sono tre uomini dediti interamente al lavoro, uomini con ambizioni lavorative, abituati a competere, a siglare contratti, ad averla vinta, a sottoscrivere accordi, a trarre benefici da riunioni aziendali, a far girare i soldi, eppure, sono anche individui incapaci di dedicarsi a storie sentimentali serie. Le loro sono relazioni senza un vero impegno, sono frequentazioni potenziali esattamente come le rispettive vite. Perché il loro obiettivo è la scalata sociale, l’emersione, il divenire sempre e comunque una versione migliore di quel che erano il giorno precedente. E se Luciano è colui che maggiormente rispecchia l’incapacità relazionale dei tre, Alberto, è colui che, nei vari colloqui di lavoro, è prova di questo desiderio di scalata, è prova del sentimento di inadeguatezza e di non essere mai abbastanza, non a caso in tutti i possibili neoassunti ravvisa un carattere di insufficienza. Perché per quanto possano essere brave persone, non riescono a vedersi in una prospettiva superiore negli anni, non riescono ad andare oltre alla propria mediocrità. Si fermano a quelle che sono le loro realtà senza mai puntare su quel che potrebbe essere, su quel che è la potenzialità dei loro strumenti. E in questo contesto, com’è dunque chiaro, non vi è spazio per l’aspetto affettivo. Alberto, GDL e Luciano, sono i protagonisti di un mondo fatto di aridità dove tutto è calcolato e descritto in termini economici e di compravendita. Do ut des.
Con “Le vite potenziali” Francesco Targhetta, già noto al grande pubblico per le sue poesie, mette da parte la scrittura in versi per abbracciare quella romanzesca e narrata. Il suo è e resta uno stile ritmico, pulito e preciso in cui l’impronta poetica è percepibile, tuttavia è anche uno stile che va anche oltre alla ricerca di perfezione lessicale riuscendo a descrivere circostanze e luoghi con grande forza e lucidità empatica. L’opera, infatti, arriva con forza disarmante, lascia l’amaro in bocca e si presenta come un perfetto spaccato di quella che è la realtà attuale.
Concreta, riflessiva, folgorante.

«Si vince giocando per sottrazione: non l'avevano capito? Ascoltare molto, piuttosto, e poi parlare al momento opportuno, affondando il colpo con una manciata di parole: così si fa.» p. 69

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    29 Marzo, 2018
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Solitudini a confronto

«Questi sono due modi della mia scrittura: quello femminile, più intimo, in cerca di nuove sensazioni che sono ancora senza parole, e quello maschile, ereditato da millenni di cultura dei padri, si affiancano, si accavallano, armonici o in conflitto: sono entrambi io» p. 7

Due coppie, Andrea e Marta da un lato e Piero e Laura dall’altro. Un incontro sul ponte di una nave, venticinque anni prima, due matrimoni, due figli i primi, tre i secondi, una doppia separazione quella del presente. Marta lascia Andrea perché schiacciata dalla vita di coppia, da quella solitudine dettata dalla consuetudine, da quel ricordo di un padre scappato per le stesse identiche ragioni, dal desiderio impellente e folgorante di indipendenza, al contrario Piero lascia Laura perché non si sente amato e perché desideroso di conquistare una presunta libertà che di fatto soltanto il legame coniugale era in grado di dargli. E così, nella seconda metà della vita ti riscopri un fiume in piena, un fiume alimentato dalla foga di chi scappa e dalla calma di chi resta, da quel silenzio che adesso è proprio di stanze riempite di un vuoto tanto ricercato, di serie tv sul divano, di pasti da rosticceria presi all’ultimo e consumati in ambienti sconosciuti e arricchiti da foto ricordo di un passato sempre più sbiadito, da una rinnovata complicità con i figli, dalla riscoperta del corpo, del tempo, dei pensieri, di sé stessi, di quel che si era e di quel che si è.
Una storia di solitudini è quella che ci narra Cristina Comencini con il suo ultimo romanzo “Da soli”. È un libro, questo, dove la maturità propria dell’età dei protagonisti non traspare a dimostrazione che anche in una fase dell’esistenza di solito associata a calma, saggezza, esperienza e bilanci, si è invece preda di tempeste, si è prodighi alle decisioni e non si ha timore di lasciare e di separarsi dal passato perché quel futuro è ancora un desiderio intatto e costituisce un traguardo da raggiungere e conquistare. Ci si risveglia e ci si chiede: “Quando ho iniziato a nascondermi? Quando la mia sfera dell’io è diventata maggiore della sfera del noi? Perché ho cercato di cautelarmi lasciandomi una dimensione individuale a discapito della coppia? E alla fine, alla fine dei giochi, cosa resta”?
Di fatto questi destini non si separano mai del tutto. La sofferenza, le disillusioni, i tradimenti, le passioni e anche quel vissuto che si è trascorso insieme è e resta un qualcosa di vivo e pulsante. Perché lo stesso malessere non è mai dell’uno, bensì è di tutti. Può essere rappresentato in modo diverso tra uomo e donna, ma alla fine tutto si mescola e sovrappone, confondendosi.

«Il nostro mondo è fatto di separazioni, di individui liberi e soli. Lo sarà sempre di più. Forse si resterà insieme fino alla crescita dei cuccioli, come in alcune coppie di animali, e poi tutti in mare aperto, incrociando ogni tanto qualche altro nuotatore, ci si ferma per un po’ a riposare su un’isola, per poi riprendere a dare bracciate, immersi nei pensieri solitari, tra messaggi silenziosi, qualche rara telefonata, senza voci.» p. 10

Con questa opera l’autrice dà voce nella dimensione della rottura a due voci, a due cori, il cui confine tra l’uno e l’altro è sottile, tanto che soventemente finiscono con l’invertirsi, l’amalgamarsi. Il tutto in un continuo alternarsi di quegli stereotipi per cui la donna è la parte debole, fragile e abbandonata e l’uomo è l’insofferente alla realtà familiare.
E così, mentre un uomo fugge perché convinto di non essere amato e mentre una donna è alla ricerca dell’autonomia tardiva, il fato sopraggiunge inarrestabile in quanto non si può fuggire da quello che è la sorte di tutti dovendosi difendere dal sopraggiungere di eventi non programmati quali il dolore e la malattia.
Rinascita, senso di fallimento, rottura, ricostruzione, il rischio di cadere in una voragine, la tentazione di essere felici, la fatica di restare a galla magari crogiolandosi nelle illusioni ma pur sempre senza quella maturità che lo scorrere degli anni comportano, è l’elaborato della sceneggiatrice. Perché per quanto Marta, che di lavoro è una ristrutturatrice d’interni, sia alla ricerca di novità e di continuo cambiamento, non si è mai liberi da quel fardello, da quella valigia pesante e ingombrante, che fa parte del nostro trascorso. Una valigia, in realtà, doppia.
Uno scritto psicologico, riflessivo, da leggere con calma e sui cui meditare.

«L’altra volta, quando ora, tra dieci anni, per sempre, un anno ancora, tre giorni, domani… Il significato di quello che ci è accaduto, la morte, la separazione, è indecifrabile e chiarissimo, un insieme di eventi futuri, presenti, passati, che muoiono e tornano a esistere. La sua mano si posa sulla mia, la contiene tutta, la tiene stretta.» p. 109

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Marzo, 2018
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Le cose che salvano nella vita hanno dentro il sal

Pietro è un ragazzino di undici anni, vive a Milano ma la sua famiglia è originaria di una piccola cittadina della Lucania, Arigliana.
Catozzella ci fa conoscere la storia di Pietro narrandola direttamente in prima persona e il racconto sembra proprio scaturire dalle labbra di questo bambinetto: un po' teppistello, un po' tenero, come di solito sono i ragazzini di quell'età.
Fin da subito ci rendiamo conto che Pietro sta attraversando un grande dolore, una ferita profondissima lacera la sua giovane anima: la mamma è morta da poco. Pietro e la sorellina, Nina, devono affrontare la situazione. Abbiamo la percezione che siano molto soli, abbandonati a loro stessi: il padre, rimasto anche disoccupato, li spedisce dai nonni, ad Arigliana, a trascorrere l'estate.
Pietro si ritrova nel paesino della Basilicata dove sono nati i suoi genitori e i suoi nonni, che sembra rimasto sospeso nel tempo e che la modernità non ha ancora toccato completamente. Non a caso il libro preferito del nonno e del padre di Pietro è “Cristo si è fermato a Eboli”. Il bambino stenta a trovare la sua identità, non è considerato come un membro della comunità a tutti gli effetti, viene visto come un settentrionale, un milanese, mentre a Milano erano “una famiglia di invasori in una terra piena di ricchezze e di cose belle”.
Così trascorrono le prime settimane di quell'estate che sembra lunghissima per la quantità e l'importanza degli eventi che la segneranno. In primo luogo c'è la sofferenza di Pietro per la perdita della madre: una sofferenza di cui lui ci parla con apparente leggerezza.

“ Poi, dopo che nostra madre- che si chiama Rosalba, ma tutti chiamano Rosi- è andata avanti nella strada della vita per aspettarci in un posto ancora più bello dove tutti sono felici, e non abita più da noi, un po' è cambiato tutto.”

Pietro le parla ugualmente, sente la voce della mamma che lo guida e lo consiglia e il dolore fortissimo che lo assale in alcuni momenti assume le sembianze di un cane che lo morde e gli lacera la carne; Pietro riesce a vederlo e gli dà anche un nome: Canetto.
Nel paesino di Arigliana avviene poi un fatto inaspettato: vengono trovati a vivere dentro la torre normanna degli stranieri, fra cui anche un ragazzino più o meno dell'età di Pietro, Josh. Attraverso la voce del protagonista sono descritte la paura, il disprezzo, il rifiuto iniziale provati dalla piccola comunità nei confronti dei nuovi arrivati. In seguito una parte della popolazione inizia a conoscere e rispettare gli stranieri, mentre l'altra parte continua a considerarli dei nemici, li incolpa per il peggioramento delle condizioni di lavoro, li rende facili bersagli per mascherare invece lo sfruttamento, la corruzione, la povertà, che già erano presenti all'interno della società di Arigliana.

“ Poi si è girato verso il quadretto appeso in cucina, e mi ha chiesto di leggere quello che c'era scritto. Io non avevo voglia, ma nonno ha insistito. Così ho letto.
«Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né la speranza, né la ragione, né la storia,» ho detto.”

Il libro comunque ci lascia un messaggio di speranza: “E tu splendi.” E' il testamento spirituale che la mamma consegna al figlio: “Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.”
Si tratta, come spiega lo stesso Catozzella nella “Nota dell'autore”, della trascrizione sbagliata di uno stralcio dalle “Lettere luterane” di Pier Paolo Pasolini.
Nonostante il dolore, l'ingiustizia, l'integrazione difficile o impossibile, la solitudine, sembra voler dire l'autore, attraverso il ragazzino Pietro: non perdiamo la voglia di vivere e di splendere. Le cose che salvano nella vita sono salate: le lacrime, il sudore, il mare.
Una lettura che sicuramente non lascia indifferenti: dalla tenerezza e momenti di vera e propria commozione che si provano nei confronti del protagonista rimasto orfano, alle riflessioni che ci spinge a fare il racconto della mancata integrazione fra gli stranieri e gli abitanti di Arigliana, fino alla rabbia per l'accettazione passiva di corruzione e ingiustizie commessi dai soliti prepotenti locali. Il tutto narrato nel linguaggio semplice di un ragazzino che sbaglia tutti i congiuntivi e spesso ci fa sorridere per le sue osservazioni un po' sconclusionate. Un romanzo apparentemente leggero ma in realtà complesso, da assaporare con calma e razionalità.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    28 Marzo, 2018
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"Sinceramente ti auguro buona fortuna nella vita"

La vita delle ragazze e delle donne è l’unico romanzo di Alice Munro, autrice soprattutto di racconti. E’ scritto come una biografia, ma ogni capitolo ha un titolo suo e, anche se legato agli altri dal filo dei ricordi di Del, potrebbe avere vita propria come racconto autonomo.
Il libro accompagna Del -Alice dai nove anni fino alla fine del liceo. Si intravede per lei un futuro radioso e votato alla carriera letteraria.
Attraverso i suoi ricordi Del ci presenta nei primi capitoli tutta una galleria di personaggi: lo zio Benny, la nonna, la madre, le due zie, la pensionante, l’ amata insegnante. I personaggi migliori, più intelligenti e fuori le righe sono donne a parte lo zio Benny che ha comunque un animo femminile. Gli uomini hanno spesso un lato poco piacevole più o meno nascosto, e quasi tutti hanno un qualcosa di pesante nei modi se non di osceno o di perverso. Questo lato oscuro è spesso legato in qualche modo diretto o indiretto al sesso. Anche se Del per molte pagine racconta le sue prime esperienze sessuali (più sessuali che sentimentali), tutto sommato l’impressione è che il suo giudizio sul sesso non sia molto diverso da quello negativo di sua madre. Il sesso è una specie di trappola per la donna, anche per quella emancipata e intelligente. Anche Del ci viene presentata caduta nella trappola e sul punto di esserne inghiottita.
I vari personaggi sono spesso eccentrici, fuori le righe, particolari e il fatto che vengano descritti con simpatia o con affetto o perlomeno con divertito e impertinente compiacimento rende la lettura piacevole anche per chi non è un appassionato di memoir.
All’inizio i primi capitoli sono legati dal comune “mi ricordo che”.. ma sono molto vicini al racconto, cioè sono un po’ slegati e saltellanti.
Poi però la narrazione diventa fluida e corposa, da romanzo, inoltrandosi nella vita di Del a partire dalla sua esplorazione del mondo.
Il romanzo vuole appunto parlare della vita delle ragazze e delle donne. Ne racconta tutti gli aspetti: amicizie, relazioni, amori e soprattutto scoperta del sesso, in modo apparentemente leggero. Ma certamente coglie in queste vite e cerca di evidenziarlo, il senso assurdo della direzione sbagliata, che allontana le donne dalla propria realizzazione spingendole lungo strade tracciate da altri.
“Che cos’era una vita normale? Era la vita delle ragazze al caseificio, i rinfreschi per nozze e battesimi, la biancheria per la casa, le batterie di pentole, i servizi di posate, tutto il complicato regolamento della femminilità e, all’estremo opposto, era la vita della sala da ballo Gay-la, era viaggiare di notte ubriachi per le strade nere, ascoltare le spiritosaggini degli uomini, rassegnarsi a loro, e al tempo stesso riuscire ad acciuffarne uno, esatto, acciuffarli, perché un lato di quella esistenza non poteva sussistere senza l’altro e accettandoli e abituandosi a entrambi, una ragazza si incamminava sulla via del matrimonio”.
Anche le donne più intelligenti sono spinte a coltivare il proprio aspetto allo scopo di rendersi desiderabili, secondo un copione piuttosto insensato (L’amore non è cosa per le non depilate) che allontana la donna dal corretto uso delle sue doti intellettuali. Certo Alice-Del non dispera.
“E’ in arrivo un cambiamento, secondo me, nella vita delle ragazze e delle donne. Sì. Ma spetta a noi favorirlo. Finora le donne sono state solo quello che erano in rapporto a un uomo. Punto e basta. Una vita non più autonoma di quella di un animale domestico. Quando il tempo la passione gli avrà spento, poco più del suo cane ti avrà accanto, del suo cavallo non ti avrà cara altrettanto. L’ha scritto Tennyson ed è vero.”
In nessuna relazione Del sembra fare sul serio. Alla fine del romanzo, la madre di Del assume un aspetto molto diverso dalle prime pagine, sembra quasi un’eroina o comunque sembra avere una visione saggia e profetica della vita. All’inizio nelle prime pagine sembrava quasi ridicola per certi aspetti (il connubio di intelligenza e candore); ma poi viene rivalutata. Le sue idee strampalate del mondo hanno una notevole dose di saggezza. Le manie religiose di Del invece sono ben lontane da quelle della nonna, ma vanno sempre nella direzione della ricerca di inclusione e di un pubblico più che di risposte esistenziali. Del ha sempre un forte desiderio di successo, di essere al centro della scena, di emergere che ce la fa immaginare nel fiume a lottare con qualcuno (uomo probabilmente) che le tiene la testa sotto l’acqua. Ma a differenza di sua madre ha muscoli d’acciaio.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    20 Marzo, 2018
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Un conflitto infinito

"Una cena al centro della terra" è un libro piuttosto atipico, a partire dall'autore che lo ha scritto: Nathan Englander è statunitense, ma ha vissuto per molti anni in Israele. È proprio sul conflitto israelo-palestinese che ruota tutto questo romanzo, anche se si sposta (tra flashback e flashforward) in vari luoghi del mondo, per seguire le vicende di vari personaggi tutti in qualche modo legati a questo conflitto che sembra non trovare mai fine.
Lo stile dell'autore è abbastanza scorrevole, fila via senza intoppi, pur senza raggiungere vette altissime. La mia impressione, tuttavia, è che questo romanzo avesse ben altre ambizioni e che l'autore non sia riuscito a conseguirle appieno: si concentra su un argomento scottante della nostra storia recente, ma non riesce a sviscerarne problematiche e riflessioni come dovrebbe (e come vorrebbe, credo). Sì, perché i protagonisti di questa storia sono vari, si può dire che l'autore abbia imbastito almeno tre archi narrativi, ma tutti mi hanno dato un'impressione di debolezza: non sono troppo intriganti e li trovo un po' sconclusionati. Forse era proprio questo l'intento dell'autore: mettere in risalto questo conflitto senza fine con varie narrazioni della stessa natura, ma se fosse così per me il romanzo ne risente un po'; inoltre, per quella che dovrebbe essere la parte più importante e profonda del romanzo (quella finale), l'autore inserisce uno dei due personaggi che la reggono soltanto nelle ultime pagine, creando una scarsa connessione emotiva col lettore, nonostante il messaggio che si voglia trasmettere sia interessante.

Come ho già detto, in questo libro seguiremo le vicende di vari personaggi: il primo è il Prigioniero Z, una spia che durante una delle sue missioni, contro la sua volontà, si ritrova tra gli artefici di una delle stragi più sanguinose del conflitto tra israeliani e palestinesi. Scioccato e sorpreso da quel che è accaduto, il prigioniero Z tradirà la propria identità e si trasformerà in un fuggitivo. Un altro personaggio è colui che viene chiamato il Generale (che dovrebbe essere il defunto Ariel Sharon), protagonista di un arco narrativo abbastanza inusuale: difatti seguiremo la sua esperienza "mistica" durante il coma, dove rivivrà alcune delle fasi più tese del conflitto delle quali è stato attore fondamentale. In mezzo a questi due archi narrativi principali si uniranno altri personaggi, che convergeranno tutti in quel punto focale che è questo conflitto senza fine, che non finisce mai di distruggere e dividere due popoli.
Senza infamia e senza lode, nonostante avesse una base interessante da cui partire.

"Il mondo ci odia, ci ha sempre odiati. Ci uccidono, e ci uccideranno sempre. Ma tu, tu alzi il prezzo. Non fermarti. Non fermarti finché i nostri vicini non capiranno l'antifona. Non fermarti finché uccidere un ebreo non diventerà troppo costoso anche per un ricco scialacquatore. Questo è il tuo scopo, - continua Ben Gurion. - Tu sei qui esclusivamente per alzare il valore della taglia sulla testa di ogni ebro. Rendila costosa. Rendila una rara e raffinata delicatezza per chi ama il sapore del sangue ebraico."

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Romanzi autobiografici
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    18 Marzo, 2018
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Wondy e Alessandro

Mi capita in poche occasioni di essere in difficoltà nel recensire un libro, “Mi vivi dentro” è un romanzo autobiografico che ti riempie l’anima, che ti spiazza, ti sorprende, ti emoziona e alla fine non ci sono parole per poterlo descrivere e per rendergli giustizia.
Paura, sofferenza, dolore, lacrime, gioia e felicità c’è di tutto e devo dire che l’autore ha avuto un enorme coraggio a mettersi a nudo e a raccontare la sua vita a trecentosessanta gradi, non nascondendo nulla a noi lettori.
L’ho letto in poche ore volevo finirlo, non so se sarei riuscita a prenderlo in mano il giorno successivo e quello ancora perché il romanzo mi aveva colpito molto e quindi ho deciso di concludere la lettura e ho fatto bene.
Ho ancora dentro di me tutte le immagini e le sensazioni che mi ha dato questa storia, il forte messaggio di speranza e di enorme forza che c’era in Francesca, per tutti Wondy e in Alessandro, una storia d’amore come tante ma unica per la loro famiglia, una farfalla bella e colorata ma che in volo si è spezzata e cade dovendo arrendersi alle conseguenze della vita.
In realtà Alessandro non si è dato per vinto, no anzi, lui con questo libro sta diffondendo la cultura della resilienza, ovvero,la capacità di un individuo di affrontare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.
L’autore ci sta provando, cerca di andare avanti di essere un buon padre per i suoi due figli rimasti orfani di madre, ma questo credo sia un percorso tortuoso e impervio e non è poi così facile mettere in pratica la resilienza.
Leggendo il significato di questa parola mi sono detta che non sia così semplice seguire alla lettera questa definizione, ogni individuo reagisce al dolore in maniera diversa e inaspettata e non possiamo pensare che sia una cosa meccanica, ma dall’altra parte non credo nemmeno sia giusto lasciarsi andare e non reagire.
Forse come si dice solo il tempo guarisce le ferite.
“Siamo qui, Siamo vivi. Siamo una famiglia”
Chi è Francesca? Me lo sono chiesta leggendo la storia, era una donna, una madre, una giornalista, ma ho scoperto che era anche molto di più, scrittrice e blogger. Nel sito della fondazione a lei dedicata “Wondy Sono Io”si legge questo di lei: ” Francesca adorava leggere, scrivere e viaggiare. E sorrideva, sempre, perché vedeva il bicchiere mezzo pieno, preferibilmente di mojito”. E da qui mi sono detta che doveva essere stata una grande donna e il racconto del marito me l’ha confermato. Una donna moderna, tenace, spiritosa, autoironica, ma anche poliedrica, due lauree , ha scritto cinque libri uno dei quali dove parlava apertamente della prima volta che ha avuto il cancro e una madre affettuosa e dolcissima con i suoi due bimbi. Per Alessandro, la sua famiglia e i suoi amici Francesca ha lasciato un grande vuoto difficile da comare, quasi impossibile.
“Ora io so. Ora lei sa. Ora sappiamo. Ma esplicitamente non ce lo diremo mai”.
Francesca affronta a testa alta la sua malattia, ma questa le lascia delle profonde ferite, sia fisiche che interiori e non possiamo immaginare quanto sia stata dura per lei affrontare tutto questo e poi era così giovane, così piena di vita e doveva conoscere e viaggiare ancora e ancora.
Ha paura Francesca, lo capiamo tra le righe, ha paura e capisce che non c’è più nulla da fare e mi chiedo perché? Alcune volte la malattia ti spiazza e non capisci perché sia capitato proprio a lei, perché per ben due volte ha dovuto sopportare tutto quel dolore.
Alessandro è riuscito a scrivere questa storia con una tale delicatezza e sensibilità che mi ha molto colpito, non ha leso in nessuno modo la dignità di Francesca e ha reso la storia di forte impatto emotivo.
Credo che scrivere questo libro sia stato un lungo viaggio doloroso e che sia stato anche terapeutico perché l’autore è stato molto sincero e si è “liberato” e ha reso pubblico la grande sofferenza che ha vissuto e che vive ancora senza la sua Francesca.
L’unica cosa che conta e conterà sempre per la famiglia di Francesca è l’amore e il sorriso che lei ha lasciato ai suoi cari e quel suo innato ottimismo che ci fa strappare alla fine anche a noi lettori un mezzo sorriso.
Questa storia d’amore mi ha conquistata per la sua semplicità, ironia, ma soprattutto perché è una storia di un vero sentimento che durerà per sempre nonostante tutto quello che è successo, il titolo lo dice “Mi vivi dentro” usa il presente perché per tutti quelli che amavano Francesca lei rimane e rimarrà sempre affianco a loro nel loro cuore, nei loro pensieri, nei loro ricordi.
Questo libro ci fa capire che per affrontare la malattia e la perdita di una persona cara ci vuole molto coraggio e ci si può riuscire o almeno si dovrebbe provare a farlo, un messaggio di enorme speranza e di forza nel trovare un modo per reagire e per continuare a vivere.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    16 Marzo, 2018
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La maledizione calabrese

Gioacchino Criaco è nato ad Africo, in Calabria. E’ autore di Anime Nere, Zefira, Il salto zoppo. Ora pubblica La maligredi: un romanzo duro, forte, epico e molto tragico. Di non facile lettura, “la maligredi” è:
“la brama del lupo quando entra in un recinto, e, invece di mangiarsi la pecora che gli basta per sfamarsi, le scanna tutte. Quando arriva, la maligredi spacca i paesi, le famiglie, fa dei fratelli tanti Caini e avvelena il sangue fino alla settima generazione. E’ peggio del terremoto, e le case che atterra non c’è mastro buono che sa ricostruirle. A un torto si risponde con la giustizia, che se si lascia sfogare la vendetta diventiamo lupi di noi stessi e ci mettiamo in casa la maledizione.” .
La maligredi è una specie di maledizione, che aleggia per tutta la narrazione, che impedisce al paese dell’Aspromonte, Africo, di evolversi e di mutare le proprie condizioni di vita. Siamo nel 1951, dopo l’alluvione, gli africoti vengono spostati dal loro paese in una zona marina. Il mondo dipinto è povero, si nutre dei presunti miracoli dei santi protettori, delle processioni a San Sebastiano, le case sono rughe,
“Le rughe erano fatte ognuna da due caseggiati che disegnavano due ferri di cavallo però quadrati, piedi contro piedi: sedici alloggi per sedici famiglie, fossero composte di una persona o di dieci- ogni alloggio aveva due stanze, un cucinotto, un bagno. Se non faceva vento, le strade delle rughe avevano l’odore del sugo finto che galleggiava davanti alle case- che le mamme sarebbe stato meglio si fossero decise a farla in bianco la pasta, ammettendo che non c’era la possibilità del condimento.”.
Qualche segnale di boom economico si intravede: il frigorifero, la cucina a gas, la tv è rara; ma l’economia è da medioevo: con gli gnuri, i proprietari di terra, a vessare e a schiavizzare. Lo stato è qualcosa di altro, non esiste, non è ostile, ma nullo. Ci sono i “malandrini” che sono degni di rispetto, perché “dritti”:
“Eh, i malandrini di oggi sono intelligenti e con un pelo nello stomaco che fa paura. Non che i malandrini di una volta fossero più buoni, solo più ignoranti. (…) E mica c’era bisogno di soldi, quelli erano così cioti che si sarebbero fatti convincere a portare a casa una bomba atomica, se qualche possidente da cui erano a servizio gli avesse detto che faceva bene ai reumatismi.”.
E’ in questo clima che vive Nicola, con i suoi amici Filippo e Antonio. Nicola, due sorelle e una madre che:
“una mamma di gelsomino. Io lo so, le madri calabresi non hanno colpe, a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo di gelsomino”.
Il padre è emigrato in Germania:
“Tanto mio padre non c’era, era in Germania adesso, come buona parte dei padri e dei fratelli grandi del paese. Lui faceva le macchine a Wolfsburg”.
Lui, con i suoi amici, sono molto ben integrati, e vivono le loro avventure infantili e della prima adolescenza. E’ agevole superare le difficoltà della vita con soldi facili, piccoli favori qua e là, come nascondere per una settimana una sacca con due armi e un passamontagna, il cui uso neasto è indicibile. Ma Nicola conosce presto anche il lavoro e il sudore della fronte e il suo necessario guadagno, e con Papula inizia a sognare un mondo rivoluzionario:
“La rivoluzione è cambiare tutto quello che non ci piace, fare le cose che non possiamo fare, avere diritti senza passare da un compare. La rivoluzione è non prendere le mazzate dai carabinieri solo perché così gira al maresciallo…..”.
Qui si lumeggia una pagina poco nota: un sessantotto aspro montano animato, appunto, da Papula che porta idee pericolose e sogna di cambiare il Sud. Predica la speranza di fondare un mondo nuovo e di ottenere diritti, fa capire ai poveri che hanno bocca e idee, dissemina la buona novella della rivolta tra i giovani e le donne, trasforma San Luca nel cuore pulsante della protesta operaia. La sconfitta è traumatica, dalla quale non si torna indietro.
Romanzo corale, tinto di un realismo magico, dove le donne calabresi sono madri che odorano di gelsomino, e sono metafora di eroismo, poiché:
“solo chi c’è stato, nella pancia del popolo calabrese, può saperlo che ci abbiamo provato a essere migliori.”.
I personaggi sono indimenticabili ( da Papula a Cata a papa all’ex maresciallo Giannino), l’elaborato è scritto con sobria quanto mai realistica fermezza, la narrazione è profonda e di fascino indiscutibile per il lettore. L’affresco di una Calabria epica e lirica, che dal passato difficile fa conoscenza per un presente, in cui si supera la “scordanza”, e si sopravvive, sormontando ambiguità e contraddizioni.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    14 Marzo, 2018
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I tanti volti del Male

“[…..]non siamo mai sazi di padre, nessuno di noi. La fame di padre ce la trasciniamo per tutta la vita. Non ne abbiamo mai abbastanza, non tanto del padre vero [….] ma proprio di quelli vicari, o immaginari. Dio, il medico dell’Asl, il poliziotto buono, il capo. Qualunque capo: del branco, del governo, dell’ufficio. Anche il prof, perché no? [….] e il parroco, naturalmente.

Se c’è uno scrittore che conosce e sa descrivere il mondo dei giovani, quello è Raul Montanari.
Nel suo ultimo bellissimo romanzo Montanari ci pone di fronte ad alcuni tra i temi più scottanti e problematici della società contemporanea: primo tra tutti il rapporto genitori/figli, insegnanti/allievi, genitori/insegnanti, ma anche l’evidente degenerazione e accentuazione del bullismo dovuto all’uso spregiudicato e delinquenziale dei moderni mezzi tecnologici, il diffondersi delle droghe pesanti tra i giovanissimi, con una conseguente alterazione della personalità che scaturisce il più delle volte in violenza fisica e psicologica. Nessuna superficialità nel trattare argomenti così impegnativi e così seri. Ogni personaggio ha uno spessore psicologico che lascia trasparire uno studio approfondito del carattere da parte dell’autore. Ciò fa sì che ci troviamo di fronte a una galleria di personaggi simili ai molti che malauguratamente si incontrano oggi un po’ dovunque.
Il luogo in cui la storia si svolge è molto importante: una piccola bella valle poco lontano da Milano, un microcosmo isolato dal resto del mondo, dove tuttavia non regnano armonia e pace ma la prepotenza e l’arroganza di un gruppo di persone che prevarica il resto della comunità . La scuola media inferiore, nella quale giunge Marco, per esercitare la sua professione di insegnante, è,come sempre accade, specchio della società civile che popola la valle.
Marco non è e non vuole essere un eroe. Anzi è l’antieroe per eccellenza che tuttavia, consapevole dei suoi limiti, trova l’unico coraggio credibile in tempi come questi, un coraggio che non prescinde da un misto di paura e di viltà, per affrontare con dignità una situazione difficile. A lui, cresciuto ed educato da un padre manesco e gretto e una madre meschina, si contrappone Rudi, il capobranco, spavaldo e prepotente. È molto interessante notare come questi due personaggi abbiano reagito diversamente ad un rapporto del tutto negativo con i genitori. Marco, umiliato nell’infanzia e spesso maltrattato, ha sviluppato un grande desiderio di autonomia e indipendenza, ha puntato sull’impegno e ha potuto staccarsi con dignità dall’ambiente familiare, senza avere mai assunto il padre come modello di vita. Rudi, al contrario, pur mortificato nell’ambiente familiare da un padre rozzo e prepotente, vede nel genitore un modello da seguire e sviluppa e accentua quell’aggressività che lo annienterà. Il rapporto genitori/figli viene dunque attentamente analizzato dall’autore anche negli altri personaggi.
Caduta ogni barriera di rispetto e autorità anche per l’intervento negativo e controproducente dei genitori che si schierano in difesa di figli problematici e ribelli, il rapporto insegnante/allievo diviene una continua sfida, un continuo gioco di provocazione. L’arroganza dei padri altro non è che la manifestazione di un consapevole fallimento del loro ruolo di educatori.
Fin qui si potrebbe sostenere, a ragione, che il problema del rapporto generazionale è sempre esistito anche nel passato. Oggi, tuttavia, le cose sono cambiate, perché sono intervenuti fattori nuovi che hanno contribuito ad aggravare la situazione in modo allarmante: la droga e il cyberbullismo.
L’assoggettamento del più debole, la violenza psicologica e sessuale sono purtroppo fenomeni che si stanno diffondendo pericolosamente, come testimoniano le cronache di questi tempi. L’orrore che ne scaturisce non può certo cancellare quello generato dalle guerre, dalle persecuzioni e le stragi, ma di sicuro non è meno rilevante. E qui il personaggio dell’ambiguo maggiore Novak è emblematico.
La brutalità giovanile e la violenza della guerra, temi di grande attualità su cui riflettere. D’altronde è questo il fine della letteratura: raccontare delle storie che ci facciano riflettere, porci di fronte ai problemi reali della nostra società, perché se ne possa prendere coscienza e si possa in qualche modo contribuire ad affrontarli se non risolverli.
Un romanzo molto molto bello, una storia che ci riguarda tutti.

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lapis Opinione inserita da lapis    10 Marzo, 2018
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Basta poco

Nevica a Napoli nel 1985, il giorno in cui Mimì trova il suo primo amico. Mimì, dodici anni e tanti sogni. Diventare un astronauta, un matematico, un supereroe. Lasciare un proprio segno tangibile nel mondo. E ogni sogno lo porta più lontano dalla sua famiglia povera, dalla sua casa minuscola, dalla rassegnazione con cui suo padre si accontenta della propria esistenza e i nonni guardano il varietà del sabato sera, senza pensare di prendere in mano un libro. E invece lui si ciba di documentari e dizionari, parla con un linguaggio forbito da precettore ottocentesco e sogna di essere un eroe.

E forse l’ha incontrato davvero un eroe, quel giovane del palazzo di fronte, dallo sguardo simpatico e pieno di energia. Giancarlo, si chiama, Giancarlo Siani. Guida un’auto bizzarra e scrive sul giornale, parlando di camorra. Perché solo un eroe può avere il coraggio di raccontare la criminalità, di crederci, di aspirare a cambiare le cose. Ma Giancarlo non ha i superpoteri, è solo un essere umano con grandi ideali e troverà la morte in un agguato di camorra.

“Le cose straordinarie, quelle che resteranno per sempre nella tua vita, arrivano spesso in punta di piedi e all'improvviso, senza tuoni e particolari avvisaglie. Proprio come quella nevicata dell’85.”

Lorenzo Marone ci accompagna nel percorso di crescita di Mimì, che cerca lontano i superpoteri per affrontare la vita e finirà per trovarli nella propria normalità. Si tratta di una favola moderna con cui l’autore vuole veicolare un messaggio in fondo positivo ed edificante, sui legami affettivi, sulla forza delle parole, sulla vita. Il tutto immerso in una narrazione semplice e pacata, il cui punto di forza sono probabilmente le descrizioni. Di Napoli, come sempre, ma anche e soprattutto degli Anni Ottanta.

Come in precedenti elaborati, anche in questo caso la trama si rivela piuttosto esile, una filigrana delicata di quotidianità familiare e tanti personaggi, attraverso cui mostrare emozioni e riflessioni. In questo caso, però, la scelta di avere come protagonista un ragazzino che si affaccia alla vita produce la sensazione di una certa forzatura. Le parole e le osservazioni che Mimì si trova a pronunciare finiscono per apparire a tratti artificiose, retoriche. E, forse, troppa retorica e poca realtà c’è anche nella bellissima figura di Giancarlo Siani, che sbiadisce un po’ sullo sfondo. Sebbene dunque l’intento del romanzo e la penna garbata ed emotiva di Marone siano comunque apprezzabili, credo che questa non sia una delle sue migliori prove narrative. Forse, un’occasione mancata.

“E intanto il mondo rotola e il mare sempre luccica, domani è già domenica e forse forse nevica” (sul murale dedicato a Giancarlo Siani).

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Romanzi storici
 
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antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    10 Marzo, 2018
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Murì Patò o s’ammucciò?

Una narrazione insolita, costruita su un puzzle variegato di lettere, comunicati, articoli di giornale, querele, verbali d’interrogatorio, manifesti, scritte sui muri e altro ancora. Un giallo grottesco, venato di grassa comicità, cosparso ed elegante ironia, intriso di forti connotazioni sociali e condito si affreschi ambientali a tinte forti.

La sparizione del ragionier Patò, figlio di papà molto perbene che vive in assoluta piattezza e perfetto conformismo, come il proverbiale sasso gettato nello stagno smuove le acque e solleva reazioni e conflitti fino alle rive e oltre. Il fatto solleva innanzi tutto accessi conflitti di opinione, tra le ipotesi sollevate dalla sua scomparsa. Perché sparì il buon Patò? Perdita di memoria? Rapimento? Fuga? Questioni di mafia, o comunque torbidi conflitti di interessi nell’ambito delle alte sfere? La fioritura di risposte di fronte al quesito è lussureggiante. L’autore non ci risparmia nulla, neanche saporitissimi risvolti fantascientifici a base di illusioni ottiche, anomalie spazio-temporali e dispute tra pseudo-scienziati folli.

Il sasso fa riemergere anche altri tipi di conflitti: tra istituzioni, tra diversi modi di vivere la fede e la superstizioni, tra culture e linguaggi diversi. Ne escono fuori contese che non soltanto intrattengono piacevolmente il lettore, ma impongono alcune riflessioni non superficiali. Il teatro, una volta, era considerato la casa del demonio, perché suscitava passioni peccaminose, anche se virtuali. A pensarci bene, questi bigotti arcaici avevano sicuramente torto, ma non avevano tutti i torti. Del resto, anche il celebre effetto catartico riconosciuto alle tragedie, non conferma la forza della finzione nell’alterare l’animo umano?

La storia parte lentamente, incastrare i pezzi del puzzle richiede tempo e i caratteri minuscoli degli articoli di giornale non aiutano, ma dopo l’avvio l’attenzione è incatenata dagli indizi disseminati ad arte e soprattutto dalle gustosissime “spiritosaggini lessicali” e dagli arcaismi esilaranti, dai contrasti tra personaggi e registri diversi (dai toni istituzionali alle invettive rustiche), che aggiungono alla suspense quel tocco di piccante che non guasta ma aggiusta.

Un ritratto a tutto tondo che si svela un microcosmo senza confini, che dalle scritte sui muri di paese sii espande fino al Regio Ministero dell’Interno, luogo assai pericoloso.
“Lo ziuccio gira per i corridoi del Ministero gettando foco e fiamme dalle nasche: quello è capace, se fai errore, di farti catafottere nel posto più sperso di questa nostra bella Italia. Occhio, Libò.”

Occhio, lettore. Non non perdere l’occasione di riscoprire questo gioiellino ritrovato!

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    09 Marzo, 2018
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un lungo viaggio alla ricerca della propria identi

Daniel Mendelsohn è un docente universitario, studioso di lettere classiche, critico e traduttore. Ha scritto: Gli scomparsi, un libro lettera aperta al proprio nonno. Ora pubblica Un’odissea. Un padre un figlio e un’epopea: un testo che intreccia la storia del suo defunto padre Jay con riflessioni colte ed erudite sull’Odissea di Omero. Moltissimi sono i temi trattati, presi a spunto sempre dall’Odissea e trasposti, quali le relazioni padre e figlio, l’educazione e l’indentità. E’ una mescolanza tra memorie personali e critica letteraria, come ben precisato sin dal prologo:
“probabilmente anche chi non ha letto l’Odissea conosce la leggenda dell’uomo che impiega dieci anni a tornare a casa dalla moglie; ma, come si apprende nelle scene iniziali, quando è partito per Troia Odisseo si è lasciato alle spalle anche un figlio appena nato e un padre nel fiore degli anni. La struttura del poema sottolinea l’importanza di questi due personaggi: l’epopea inizia col figlio ormai adulto che parte alla ricerca del genitore perduto (…)e si conclude non col trionfante ricongiungimento dell’eroe con sua moglie, ma col lacrimoso ricongiungimento di quell’uomo con suo padre, ormai anziano e deperito. L’Odissea non è dunque solo una storia di mariti e mogli, è anche, e forse ancor di più, una storia di padri e figli.”.
L’autore è un brillante docente capace di ammaliare schiere di studenti con un seminario sull’Odissea, l’idillio però sembra rompersi quando tra le matricole spunta anche il volto di suo padre, Jay, che è un matematico, ricercatore scientifico, carattere ruvido, ottant’anni, la lingua fin troppo aguzza dell’uomo che si è fatto da solo. Davvero un inferno, Jay non riesce neanche a capire perché Ulisse debba essere considerato un eroe, e poi si susseguono le lezioni e i racconti, finchè arriva la proposta spiazzante del figlio: un viaggio in Grecia per ripercorrere i passi dell’uomo dal multiforme ingegno. Così i due partono per una crociera, denominata “Sulle tracce dell’Odissea”, in cui:
“La crociera seguiva il tortuoso, decennale itinerario del mitico eroe nel suo arduo ritorno a casa dopo la guerra di Troia, funestato da mostri e naufragi. Iniziava nella stessa Troia, il cui sito si trova oggi in Turchia, e terminava a Ithaki, una piccola isola del mar Ionio che si presume corrisponda a Itaca, il luogo che Odisseo chiama casa. E così, (…) partimmo per la crociera che durava in tutto dieci giorni, uno per ogni anno del lungo ritorno a casa di Odisseo. “.
Il rapporto padre-figlio è scandagliato in tutti i suoi possibili aspetti sempre in parallelo e in riferimento con il poema omerico. Per cui, oltre il prologo il cui testo prende un terzo dell’intera narrazione, e ha una importanza fondamentale, il libro è suddiviso in cinque grandi capitoli: Telemachia, è il primo capitolo in cui si parla di istruzione, suddiviso in due sottocapitoli: Paideusis e Homophrosyne, ovvero padri e figli e mariti e mogli. Il secondo è Apologoi, ovvero Avventure, dove il viaggio compiuto da Odisse è esaminato nei minimi particolari. E poi c’è Nostos, ovvero il ritorno a casa, a cui fa seguito Anagnorisis: il riconoscimento di Odisseo da parte di tutta la famiglia. Per ultimo c’è Sema, ovvero Il segno dove si parla della tomba vuota, presagio di future disgrazie, che conduce al racconto della dipartita del padre dell’autore.
La conclusione è un memoir raffinato e struggente,
“capace di dare corpo e forma all’universalità dei classici. Omero ha una definizione per coloro che si sanno esprimere in modo tanto ammaliante: hanno parole alate. Mendelsohn ha parole alate.”
Il libro è certamente incentrato sulla necessità di conoscere di più il proprio padre, un uomo di indubbio fascino, di granitiche certezze, matematico che esaminava ogni cosa scientificamente, nel dettaglio. Quest’ultimo particolare è determinante perché l’autore è un classicista. Ma questo invece di allontanarli, li unisce nel profondo, in un connubio di rara intensità.
Un altro tema espresso nel testo è la ricerca spasmodica di stabilire in che cosa consiste la vera identità dell’uomo. L’autore si domanda quante identità può assumere l’essere uomo. La risposta è che lui ha imparato che il padre, come tutti, di identità ne ha tante e l’autore lo comprende quando parlano insieme della sua omosessualità, che i suoi genitori hanno vissuto nella più totale normalità. Poiché: “La prima cosa che Dio ha creato è l’amore”, una frase citata da Seferis, che è una poesia immortale. Ma questo verso è da mettere assieme al successivo: “la prima cosa che Dio ha creato è il viaggio.”. Come è possibile che Dio abbia creato due prime cose? La risposta è nella divinità e in secondo luogo nel fatto che chi parla è un poeta. E riflettendo infatti le due creazioni sono l’essenza della stessa Odissea.
Un viaggio epico colto e raffinato, un saggio più che un romanzo di grande natura accademica, che non può che essere apprezzato. Una lettura non per tutti, però.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    06 Marzo, 2018
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Sulla mia pelle

“Nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso”.

Lea ha quarantanove anni, è un’affermata scrittrice e attrice di teatro; la sua vita va avanti anche se non è felice. Un passato con una madre “molto particolare” e un presente non semplice non la rendono serena.

La vita è imprevedibile e quello che pensi sempre che possa succedere agli altri, invece, un giorno bussa alla tua porta. Nessuno è mai pronto e difficilmente lo può essere una donna ansiosa con un marito che la reputa la sua disgrazia.

“Il buono di una malattia è che capisci cosa viene prima. Lo senti senza più incertezza, ed esci dalla ruota del criceto”.

Daria Bignardi racconta in prima persona la svolta della vita di Lea, quando tutte le sue priorità sono rimesse in gioco e la protagonista dovrà finalmente affrontare se stessa. Nuovi incontri, riflessioni, poche risposte e molte domande e soprattutto un’ansia costante.
L’autrice racconta le varie fasi della malattia e noi li viviamo “sulla pelle” di Lea.

Il viaggio non sarà semplice e difficilmente il lettore non si sentirà coinvolto, spesso anche domandandosi se le scelte della protagonista siano o no condivisibili. Ma proprio il fatto di porsi queste domande, la fa diventare più umana e vicina a noi, così tanto da voler spesso allungare una mano per poterla sorreggere nei momenti più bui.

“Non ci sono differenze tra sani e malati, tranne una: i malati hanno più voglia di vivere”.

“Storia della mia ansia” è un libro molto interessante, che consiglio sicuramente alle persone che stanno vivendo una fase particolare della propria vita, ma non solo; l’autrice manda più di un messaggio e anche se non lo fa con uno stile eccelso, i destinatari più ricettivi non mancheranno di coglierlo.

Lo consiglio e lo reputo più adatto a un pubblico femminile, vi lascio con quest’ultima frase:

“Non si prendono decisioni in tempo di guerra”.

Buona lettura!!

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siti Opinione inserita da siti    03 Marzo, 2018
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UN UNIVERSO DI VOCI

È tra gli scrittori europei più importanti del nostro tempo, è il portoghese Lobo Antunes e ha scritto il presente romanzo nel 2012; esso appare ora nella collana “I Narratori” della Feltrinelli.
Si tratta di un’opera divisa in tre grandi sezioni, composte da dieci capitoli ognuna, dedicate rispettivamente ad un venerdì, un sabato e una domenica dell’agosto del 2011. Ogni sezione termina con un cambio di “voce narrante”- laddove in realtà non c’è narratore- con lo scopo di modificare il punto di vista e di migliorare al contempo la comprensione della vicenda. Ed è questo l’aspetto più conturbante della scrittura, per molto tempo non si riesce a capire che cosa si sta leggendo; non c’è narrazione o meglio non c’è il classico narratore che ci mette a parte di una storia, eppure vicenda e narrazione ci sono. Esse vengono a galla costituendosi progressivamente grazie ad un lungo flusso di coscienza , discontinuo, difficile, tratteggiato da una punteggiatura originale ( Saramago, a questo punto, di più facile fruibilità) e, se non bastasse, intervallato ripetutamente dalle voci del passato. Una narrazione sincopata, disturbata, ma soprattutto voci, frasi, motivi ricorrenti che vi si inseriscono concorrendo a delineare i vari personaggi che puntellano la storia. È un universo familiare racchiuso nella mente della protagonista, una donna cinquantaduenne che torna nella casa al mare per venderla e da essa congedarsi, tentando al contempo di dare una giusta collocazione soprattutto al suo personale vissuto trascorso in quella casa e di riflesso al resto della sua esistenza. Lei bambina, orecchini da principessa e petali alle unghie, lei e la sua amica; loro, così diverse per estrazione sociale, lei gentaglia: un padre alcolizzato, una madre irrisolta, tre fratelli; il maggiore reduce dall’Angola, perso in seguito alla guerra nel suo straniamento, un fratello suicida, un altro, il piccolo, sordomuto, frutto di una relazione extraconiugale. Parlano in molti: la madre, il padre, il marito, i fratelli, la nonna, il nonno, la vicina d’ombrellone; questa coralità frammentata è l’essenza della vita della donna.
Ed è condivisibile la tesi di fondo o almeno quella che io vi ho scorto, ricordo che l’autore è uno psichiatra ormai dedito alla scrittura, siamo un io frantumato in una miriade di voci, di frasi, di parole che ci sono state rivolte ed che hanno veicolato fin dalla nostra infanzia una serie di messaggi aperti in un ampio ventaglio dal linguaggio dell’amore fino a quello della riprovazione. Dentro questo ampio spettro si sono poi insinuate tutte quelle parole che abbiamo solo percepito in un contesto di conversazione che non ci vedeva gli immediati destinatari dei messaggi; eppure essi si sono insinuati in noi, hanno concorso a formare la nostra lettura della realtà, hanno giudicato, inveito, pianto.
Primo approccio con Lobo Antunes, nonostante l’estrema difficoltà di lettura riscontrata non posso che riconoscere l’abilità dello scrittore che ha saputo efficacemente alienarmi dalla parola scritta, regalandomi comunque una storia e delle interessanti suggestioni.

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Flavia Buldrini Opinione inserita da Flavia Buldrini    01 Marzo, 2018
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I volti del dolore, lo sguardo dell'amore

I volti del dolore
Lo sguardo dell’amore

“Si parli, semmai, di fragilità, di esseri nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che le inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle.” Questo è il dramma che Daniele si porta dentro e che, a distanza di anni e in forza del suo faticoso quanto miracoloso superamento, ha il coraggio e la lucidità di mettere a nudo con spietata sincerità tra le pagine di questo avvincente romanzo autobiografico. Nella quotidiana guerra della sopravvivenza, che la sua intensa ‘sensibilità’ (termine a lui dichiaratamente inviso) non riesce a sostenere, l’alcool diventa il suo alibi, il suo essere ‘altrove’ rispetto ad una realtà troppo cruda da guardare in faccia, trasformandolo in un ‘altro’ affrancato dai freni inibitori e dal “demonio” della paura: allora ben venga la sospirata “dimenticanza” che le pantagrueliche sbornie gli procurano, salvo poi ritrovarsi, non ricordando neanche come, tutto ‘ammaccato’, vittima di qualche pestaggio per i suoi eccessi, e senza sapere nemmeno dove la sua auto sia finita. Per i genitori è uno strazio avere un figlio di 25 anni - a cui vogliono molto bene - ridotto in questo stato, tanto che la madre, una sera, per la disperazione si sarebbe gettata dal ponte (dopo averlo fin là accompagnato) insieme a lui, se non fosse stato egli stesso ad avere il ‘buon senso’ di ricondurla a casa. Ed è soprattutto per l’affetto che Daniele nutre nei loro confronti che, una mattina, si risolve a fare una telefonata ad un suo amico poeta che si rivelerà essere la sua salvezza. Nonostante il suo disagio, anzi probabilmente particolarmente in virtù di questo, infatti, il protagonista si cimenta con successo nella scrittura - tanto da aver già pubblicato come autore in influenti riviste e da essere invitato ad una prestigiosa lettura - e questo sarà il gancio che lo trarrà fuori dal baratro. Così, troverà lavoro in una cooperativa di servizi per l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e, paradossalmente, proprio un impatto così duro – che comprensibilmente spaventava la madre – gli rivelerà, attraverso quella galleria di nude sofferenze che denominerà “la casa degli sguardi”, appunto, l’autentico volto della vita, che è come un’erma bifronte nel suo terrificante dualismo di bene e male, laddove, tuttavia - se si guarda attentamente -, l’orrore viene vinto dalla potenza trascendente dell’amore, come insegna Cristo sulla croce. A questa consapevolezza Daniele arriva per gradi, dopo aver toccato il fondo dell’abisso al culmine dell’afflizione per aver appreso della morte inaccettabile di un bambino che egli tra sé chiamava Toc Toc, perché, ogni volta che passava sotto la sua finestra, il piccolo malato cercava un contatto bussando sul vetro e gesticolando, come una tacita richiesta di amicizia. Dopo una colossale sbronza per affogare il suo patema nell’alcool, con tutti gli effetti collaterali inclusi, tra cui l’ennesimo pestaggio, trovandosi ad interrogare il Crocefisso in una chiesa, di lì a poco, come in un misterioso disegno divino, otterrà la risposta agognata in una sorta di epifania che risolverà definitivamente il suo tormento, materializzata nel gesto a tutta prima incomprensibile di una suora, capace di vezzeggiare un bambino sfigurato nel volto, laddove egli era passato accanto inorridito. Meditando lungo la riva del Tevere, improvvisamente gli si squarcerà il fitto velo di tenebre che gli impediva di guardare in faccia la realtà. È stato un po’ come il bacio del lebbroso di S. Francesco, da cui poi ha intrapreso il suo cammino di santità: è accogliendo finanche il male che questo si trasfigura in un bene ulteriore, così come il popolo d’Israele, dopo essere stato morso dai serpenti velenosi, trovava rimedio mirando l’asta con il serpente di bronzo innalzata da Mosè, e così come nostro Signore, assumendo su di Sé tutti i peccati, ci ha redenti, avvolgendoci della Sua luce sfolgorante di resurrezione.
“Improvvisamente, mi fioccano davanti agli occhi gli ultimi anni della mia vita. Quante parole, nomi di droghe e malattie, soltanto per dire che mi manca il coraggio per vivere e veder vivere le persone che amo, accettando la scure del destino, perché solo così può essere, consumandomi nella vicinanza, nell’accettazione di ogni orrore possibile vivendolo per quel che è veramente: un diaframma. Un velo nero da strappare. Dietro quel velo resistiamo bambini, tutti. Sempre.”
Da questo momento, infatti, Daniele rinascerà come uomo nuovo, comunicando ufficialmente ai suoi di aver chiuso con l’alcool - e questa volta sarà sul serio -, perché attraverso il lavoro, che pure ha avuto un ruolo determinante nella sua guarigione, distogliendo il pensiero dalle fissazioni alle immediate esigenze pratiche, oltre al cameratismo dei suoi colleghi così spontanei (nel loro pittoresco dialetto romanesco) quanto leali - pronti anche a coprirlo per le sue ‘indisposizioni’ -, realizzerà la sua serenità interiore, potenziando anche la scrittura, mettendola a servizio proprio dei volti del dolore incontrati all’ospedale, proponendo al presidente un’antologia di poesie che sarà accolta favorevolmente, ciò che gli consentirà di custodire quanto di prezioso vissuto, un’antitesi a quella ‘dimenticanza’ cui anelava tanto in precedenza: “Loro dentro l’ospedale, un mucchio di bambini sudati, ansimanti per il gioco sfrenato, belli di tutta la bellezza, di tutte le terre del mondo. Io fuori, bucato dai loro sguardi, ognuno inchiodato nella memoria. «Voglio ricordare tutto»”.





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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    01 Marzo, 2018
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Sei cattivo, tu sei.. sei amaro come il veleno.

Mai soprannome poteva essere più calzante ed icastico: Amaro.
"Tutto era cupo in Amaro.
Da sempre servo dei potenti, da sempre aguzzino dei disperati, se intravedeva in qualcuno delle potenzialità, un qualsiasi talento, si scatenava e si chetava solo quando aveva disintegrato psicologicamente la vittima designata, costretta a strisciare come un serpente, ma senza quella bella pelle lucida, senza quell'armonia.
Amaro era l'ossido che aggredisce il metallo, lo scorpione in attesa sotto la sabbia, la putrescina della carogna di un cane, era la guerra, il razzismo, l'opportunismo, il nazista che cavava denti d'oro ai deportati. Non provava affetto per nessuno e l'idea che nessuno ne provasse per lui lo irritava ancora di più perchè lo leggeva come un gesto di mancata sottomissione.
Era cattivo. In un unico termine che meravigliosamente lo sintetizzava, era cattivo ed era nato così. Un castigo di Dio."
Amaro come il veleno che pare circolare nelle sue vene e che sembra aver dissolto ogni traccia di umanità in lui, una bestia che si nutre del dolore degli altri, che si rinvigorisce derubando - come il più crudele dei re - i pochi averi e la dignità della povera gente che dimora nel suo castello.
Già, perchè Amaro è il 're' della Socia, una fatiscente costruzione nella città vecchia di Bari, con le pareti putrefatte dalla muffa che trattengono all'interno un'aria fetida, ammorbante che non trova riciclo attraverso le finestre serrate ma solo qualche esile via di fuga dalle numerose crepe lungo le mura esterne. Un luogo senza luce e senza speranza, divenuta unica possibile dimora per gli scarti della società, uomini, donne, bambini orfani ma anche intere famiglie diseredate incapaci di trovare una sistemazione più dignitosa e costretti a subire le angherie del re Amaro in cambio della sua 'ospitalità'.
L'immagine che meglio rappresenta la Socia è quella di una bolgia infernale nei cui piani bassi prostitute e pedofili vendono e comprano sesso, nei piani intermedi assassini senza scrupoli massacrano e uccidono chi non paga o si ribella a quello status quo occultando i loro corpi nelle fogne o bruciandoli nel 'camino', e su tutto domina dal suo alloggio all'ultimo piano il re, Amaro.
"Perchè usi pagine della Bibbia?", chiese sbalordito il giornalista.
"Sono molto sottili, bruciano meglio", gli rispose il vecchio senza guardarlo, dando una generosa boccata alla sigaretta che si era appena rollato con l'incipit dell'Apocalisse.
"Che cosa c'è al primo piano?"
"Le puttane".
"Al secondo?"
"Il vizio".
"Al terzo?"
"Il camino".
"E all'ultimo?"
"Amaro."

Non tutti però si lasciano soffocare dai tentacoli della Socia, non tutti si lasciano corrodere dall'ossido della brutalità e della sopraffazione: c'è chi come Anna, la puttana letterata, finita in quel tugurio dopo la morte dei suoi genitori, protegge come può la sua purezza d'animo essendole stata estorta con la forza quella del corpo e per questo motivo coltiva sempre la sua passione per la poesia acquisita grazie agli studi classici, unica eredità della sua famiglia di cui Amaro non ha potuto derubarla.
E poi ci sono i bambini, come Lorenzo o Francesco nominato dai suoi coetanei 'Vorro' a causa di una cicatrice a forma di V sulla fronte, resi orfani dalla guerra o dallo stesso Amaro, costretti a barattare sin da piccoli la loro innocenza per un posto nella Socia in cui dormire e mangiare e senza mai rinuciare alla speranza in un futuro migliore.

E' una storia che lascia .. l'amaro in bocca, sarebbe proprio il caso di dire, quella presentata dall'autore Marcello Introna in questo suo secondo romanzo, dopo l'esordio fortunato con Percoco.
Una storia cupa, nera, come quello scorcio del lungomare di Bari riportato sulla copertina e che personalmente, essendo nato in Puglia, associo sempre a colori ben più luminosi, solari, i colori del mare e del cielo azzurro.
Devo ammettere che questo romanzo mi ha letteralmente disorientato, riportando un pezzo di storia di questa città che conoscevo solo in parte, eventi documentati di cui però ignoravo le tragiche conseguenze.
L'autore infatti interseca le nefandezze compiute da Amaro, frutto della sua inventiva seppur ispirate dall'effettiva condizione di disagio in cui versava la gente più umile, con le atrocità derivanti dalla guerra: la narrazione si colloca nel periodo immediatamente successivo alla caduta del fascismo quando Bari venne scelta dalle truppe alleate come punto di 'ingresso' per la progressiva liberazione della penisola dalle forze militari tedesche.
E per quanto sia noto a molti il tremendo bombardamento aereo da parte dell'aviazione tedesca la sera del 2 dicembre 1943 che si concretizzò con la distruzione di oltre 20 navi della flotta alleata attraccate nel porto di Bari (un'incursione a sorpresa di tale portata si era verificata solo a Pearl Harbor) e la morte di oltre 1000 civili, tanti forse non sanno che una di quelle navi alleate trasportava centinaia di bombe cariche di gas mortali a base di iprite con cui il governo inglese intendeva rispondere ad un probabile attacco chimico paventato da Hitler ai danni dell'Italia traditrice; bombe che invece esplosero nel porto di Bari avvelenando l'aria e la pelle di coloro che si trovavano in quella zona. L'ospedale fu invaso da migliaia di persone, soldati e non, moltissimi bambini, con gravi irritazioni agli occhi e la pelle ricoperta da pustole enormi che i medici, ignari della causa, non riuscivano a diagnosticare correttamente e curare in tempo utile.
Ed ancor più vile (seppur vano) fu il tentativo delle alte cariche del governo inglese di insabbiare l'accaduto con la compiacenza delle autorità locali in cambio di favori reciproci, sfruttando proprio quella patologica ed antica cancrena dell'amministrazione politica italiana troppo incline alla corruzione e concussione, la stessa che ha consentito a personaggi come Amaro di diventare un 're', di accrescere smisuratamente il suo potere con gli introiti inesauribili derivanti dalla prostituzione di donne e bambini, sopprimendo sul nascere qualsiasi forma di protesta o ribellione e tutto sotto gli occhi bendati delle istituzioni.

E' un pugno nello stomaco questo romanzo, è come se la rabbia, la sofferenza e l'impotenza dinanzi ai tanti soprusi subiti dai personaggi della storia diventassero reali e percepibili dallo stesso lettore; una sensazione simile a quella che ho provato leggendo altri grandi romanzi storici, come I pilastri della terra o La cattedrale del mare.
E Marcello Introna regge senza ombra di dubbio il confronto con i suoi più noti colleghi sfoggiando uno stile di scrittura raffinato e fortemente connotativo, capace di rendere estremamente vivace e scorrevole la narrazione storica ma, al contempo, incisiva e suggestionante la descrizione di tutti i personaggi, inclusi quelli minori, la cui caratterizzazione viene sempre arricchita dal racconto - magistralmente condensato in poche pagine - della loro vita e delle vicende, quasi sempre tragiche, che hanno lacerato senza cicatrizzare la loro indole e spianato un destino che per tutti, in un modo o nell'altro, confluisce senza via di fuga nella Socia.
"Siamo in cento qui, forse centouno, oppure centotrè. Viviamo nella Socia e nella Socia dobbiamo rimanere. Non tutti hanno il permesso di uscire e, quando lo fanno, non sempre ritornano."

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silvia t Opinione inserita da silvia t    01 Marzo, 2018
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Il fondo della bottiglia

Una luce appiccicosa attraversa il liquido ambrato di un bicchiere, preannunciando la disgrazia e la catarsi.

La sottile apatia tipica del sud degli Stati Uniti, almeno come noi europei siamo abituati a pensarlo, abitata da individui ancora in odor di separazione razziale, bianchi ricchi e domestici neri, ranch e giovenche, cow boy e stalloni.

I tuoni e i lampi che porteranno la pioggia, che ingrosserà i fiumi e che inonderà le strade; l'alcol che placherà la noia delle lunghe ore trascorse in attesa di uno spiraglio di sole e di normalità, che placherà i rigurgiti del passato che è anestetizzato, lontano, in un tempo di cui non si è certi, che sbiadisce al ricordo, rendendolo quasi impalpabile incerto.

Quel passato sotterrato riemerge sotto cumuli di terra e come la mano di un sepolto vivo reclama e pretende la luce e la salvezza.

Quella notte, fatta di alcol, di tuoni, di lampi e di pioggia è il passato a bussare alla porta di P.M stimato avvocato dal passato nebuloso, sposato ad una ricca donna e amico di facoltosi possidenti, con cui giocare a bridge, oziare ai bordi di una piscina o cavalcare in sella ad uno stallone.

In quella notte umida, inospitale e foriera di sventure un uomo reclama la sua libertà e la pretende da P.M., che è invaso da paure ancestrali, sensi di colpa atavici e timori sociali superficiali; di colpo la realtà è distorta, proprio come attraverso un bicchiere pieno di whisky; i colori e le forme si fanno indistinti e il futuro si fonde con un passato che non vuol obliarsi, che non vuol sparire.

La voglia di normalità, di non intaccare il pur precario equilibrio, fa sì che tutto sia una rincorsa a sotterrare qualcosa che recalcitra e non vuol morire, al contrario vuol rinascere e nonostante tutto rinascerà, ma ad un prezzo molto alto.

Se vi troverete tra le mani questo romanzo non aspettatevi il solito Simenon, sarà una lettura amara, odierete ognuno dei personaggi, ma non potrete non assolverli, perché avranno debolezze conosciute e non sarà facile condannarli; li vedrete come pedine di un destino infausto che dovrà compiersi, privi quasi di volontà, incapaci di vedere oltre il proprio protetto mondo.

Un senso di vertigine vi colpirà e il lessico di Simenon, sempre perfetto e mai banale vi sosterrà in questo viaggio, tenendo la flebile fiammella della speranza sempre accesa, fino alla fine.

Conoscere le note biografiche dell'autore aiuterà a comprendere i percorsi mentali che hanno portato alla stesura di questa storia, ma se ne fruisce in modo davvero piacevole anche senza.

Buona lettura, essersi sbronzati fin quasi al coma etilico non è strettamente necessario, ma può essere utile!

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    01 Marzo, 2018
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IL MONDO DELLE MADRI

Il tema trattato in questo romanzo è molto delicato e quindi sono in forte difficoltà nel dover “giudicare” la storia che ho letto, una madre non si giudica, non si può immaginare cosa prova fino a quando non si vive in prima persona questo meraviglioso dono della vita.
Quindi cercherò di dare una mia opinione affidandomi solo alle sensazioni e alle emozioni che ho provato leggendo il libro e alla mia esperienza come zia di due nipoti.
Inizio con il dire che la storia è scritta da due donne che non fanno parte del mondo della letteratura o del giornalismo, ma che nella loro vita fanno tutt’altro, anche se loro hanno dichiarato che vogliono continuare a scrivere insieme delle altre storie.
Sentire l’esigenza di raccontare la maternità può essere terapeutico per superare un momento difficile ma credo che sia impossibile dimenticare, ti rimane una ferita dentro che non si rimarginerà più. Lo sa bene Maria che scopre di essere incinta, questo bimbo lei lo desidera e crede che sia arrivato il momento giusto per diventare madre.
Nello stesso momento anche Alma, la sua migliore amica, rimane incinta ed entrambe si trovano ad affrontare una gravidanza nello stesso periodo.
Ma le cose non vanno come sperano, le autrici ci svelano fin dall’inizio quale sia il destino di Alma e di Maria, la prima porterà a termine la gravidanza mentre la seconda perderà il bambino. Queste informazioni ci vengono date all’inizio del testo, per questo non sono spoiler e inoltre ci fanno apprezzare maggiormente le emozioni e i sentimenti che le due provano in situazioni differenti.
L’amicizia tra Alma e Maria inizia al liceo e continua fino ad oggi, le due rimangono unite nonostante non siano sempre state vicine, entrambe hanno percorso la loro strada e si sono allontanate per poi riavvicinarsi.
Le due si danno coraggio a vicenda e la loro amicizia rimane salda nonostante ci possano essere delle gelosie o delle incomprensioni legate ai diversi momenti della vita.
Alma è un personaggio che si trova spiazzato nel diventare madre, è impreparata e non sa come affrontare la cosa, di certo non c’è un manuale di istruzione dove ci sono i comportamenti da seguire o meno quando nasce un bambino, quindi credo che le sue paure e insicurezze siano comuni a molte donne. Quando ha il bambino tra le braccia tutto cambia e nulla ha più importanza, il resto diventa un contorno, capisce che le priorità cambiano e che si è responsabili di un’altra vita.
Maria, invece, è una donna che si porta dentro il grande dolore di non essere riuscita a diventare madre, è sola anche se ha un compagno, ma questa solitudine la prova per il fatto di non aver potuto far nascere il bambino che lei tanto desidera. Si sente però anche umiliata, difettosa, diversa per non essere riuscita a portare a termine la gravidanza, nonostante siano cose che possono succedere Maria si dà la colpa di quello che le è accaduto. E devo dire che mi sono trovata molto vicina a questo personaggio, perché ci sono molte donne che per vari motivi, per età, per mancanza di un partner, per il lavoro, non possono avere un bambino anche se lo desidererebbero . E questo provoca un grande senso di vuoto con il quale si deve convivere o quantomeno si deve accettare, come dicevo all’inizio non tutte le donne hanno il dono di essere madri.
Entrambi i personaggi vivono a loro modo la possibilità di diventare genitore, le autrici secondo me sono riuscite a scavare nella psicologia delle due donne e a farci conoscere la loro vita prima quando erano giovani e spensierate e oggi che invece sono cresciute.
Il marito di Alma e il compagno di Maria sono marginali alla storia e non funzionali, perché la loro presenza a mio avviso, in questo testo non è rilevante, perché le autrici li hanno relegati ad un ruolo secondario.
Maria non prova rancore o rabbia per il fatto che Alma diventerà madre e lei no, ma riesce a superare questo scoglio perché l’amicizia tra di loro è sincera e capisce che di certo non è colpa dell’amica quello che le è successo, anzi le sta vicina nella sua gravidanza.
Ho apprezzato entrambe le donne, mi sono sembrate molto vere, credibili e molto simili a tante madri che sperano e fanno dei progetti sul loro futuro bambino e alcune volte le cose possano andar bene e altre no.
Il lettore viene pervaso dalle emozioni che le due donne provano, viviamo le loro paure, le angosce, le preoccupazioni, il dolore ma anche la gioia e la felicità.
Laura e Manuela, in questo sono state molto brave a coinvolgere il lettore nella narrazione, ha aiutato sicuramente l’utilizzo della prima persona e dei capitoli brevi e alternati con le voci delle due donne.
Non posso negare il fatto che non riesco ad apprezzare appieno il tema trattato, in quanto lo considero troppo delicato e personale, ogni donna sa cosa prova in quei momenti e non riesco a dare un giudizio oggettivo alla storia. Non è la prima volta tuttavia, che leggo testi di gravidanze interrotte o difficili quindi posso dire che forse scrivere aiuta molto a sfogarsi e a liberarsi da questo peso.
Credo che la storia sia sicuramente molto emozionante e vera e penso che sia giusto leggerla anche per rendersi conto di quante difficoltà possano incontrare le future mamme e come possa cambiare la loro vita e il modo di vedere le cose.
Posso dire che consiglio questa storia a chi vuole leggere un romanzo di vita vera, di emozioni forti e con un tema molto particolare e di grande emotività.


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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    26 Febbraio, 2018
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Orsi giganti, Bio-tec, disperazione e... Borne

Avevo buone aspettative riguardo a questo romanzo: il primo Einaudi di genere fantascientifico che mi trovo tra le mani, di un autore abbastanza conosciuto. Oltretutto, le copertine dei suoi romanzi editi Einaudi sono di una bellezza fuori dal comune.
Vorrei cominciare col chiarire una cosa: la fantascienza non è affatto un genere di serie B. Sono pronto ad ammettere che la probabilità di scrivere scempiaggini e banalità potrebbe essere più alta, ma ha delle potenzialità che se sfruttate a dovere possono spingersi dove romanzi "normali" non possono arrivare. Penso a "Cronache Marziane" di Ray Bradbury, penso al "Ciclo delle Fondazioni" di Asimov, penso a "Ubik" e "Ma gli androidi sognano pecore elettriche" di Philip K. Dick (includendoci i due film capolavoro "Blade Runner"). Quindi, chiunque mi venga a dire che la fantascienza non può essere annoverata nell'Alta Letteratura rispondo di leggere i titoli sopracitati (soprattutto Bradbury) e poi ne riparliamo. Tuttavia, bisogna ammettere che non tutti hanno la maestria di questi autori. Jeff VanderMeer, pur non scadendo nella letteratura di serie B, rimane lontano anni luce dai suoi predecessori (e, spero per lui, maestri da imitare). Sì, quella di Borne è una storia come potrebbero essercene tante, niente di più; ben scritta, ma in certi tratti pesante e ripetitiva, incapace di dare una profondità che possa giustificarne la lentezza di certi tratti.
Non me la sento di stroncare completamente questo romanzo, tuttavia non riesco a dargli note di particolare merito: è una storia come potrebbero essercene tante, senza picchi di originalità né di bellezza.

La storia è ambientata in un mondo ormai ridotto a un cumulo di macerie, controllato da un orso gigante e capace di volare di nome Mord. Mord è un prodotto della Compagnia: un'entità dal passato non molto chiaro che sembra essere la causa della rovina del mondo, produttrice di biotecnologie che lentamente hanno preso il controllo del mondo. Lo stesso Mord è un bio-tec, una creatura biotecnologica creata dalla Compagnia che alla fine gli si è rivoltata contro.
La nostra protagonista si chiama Rachel ed è una giovane cacciarifiuti: sì, perché ormai l'umanità può cercare di tirarsi avanti soltanto arrancando, scavando tra gli scarti e tra le macerie. La vita è una lotta continua: si è perennemente in pericolo e scendere in strada può anche significare la morte per mano di altri esseri umani disperati.
Rachel vive con un uomo di nome Wick in un luogo che hanno tempestato di trappole: la Scogliera, nella quale tirano avanti vendendo droghe biotecnologiche. Tuttavia, qualcosa nella città sta cambiando, le gerarchie si stanno rimescolando, e la vita dei due abitanti della Scogliera cambia del tutto con l'arrivo di una creatura sconosciuta: Borne.
Rachel trova Borne attaccato alla pelliccia di Mord; lo prende e lo porta con sé, affezionandoglisi come fosse un figlio, nonostante non riesca a capire cosa sia. Borne si dimostra in grado di apprendere più velocemente di qualsiasi essere umano, e comincia a crescere vertiginosamente di dimensioni. L'affetto che Rachel prova per Borne si trasformerà presto in paura, ignorando totalmente quale sia lo scopo di questo essere e il suo ruolo in quel mondo grigio e disperato.

"Una scintillante barriera di stelle, sparpagliate e fosforescenti, e ognuna potrebbe ospitare la vita nei pianeti che le orbitano intorno. [...] C'era qualcos'altro al di là di tutto questo, qualcosa che non avrebbe mai saputo di noi e delle nostre lotte, non se ne sarebbe mai curato, e sarebbe andato avanti senza di noi."

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    26 Febbraio, 2018
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La parete di luce

L’adorazione e la lotta è un romanzo sulla letteratura, un sasso scagliato contro lo stagno della letteratura morente per farne riemergere l’immagine depositata sul fondo di Letteratura come Arte. E’ un romanzo scritto contro le logiche del mercato editoriale che hanno voluto fare del romanzo un prodotto, che deve rientrare in un genere e che deve essere scritto secondo certi dettami del gusto per poter essere appetibile. Ma l’arte non è classificabile secondo logiche di mercato, deve anzi uscire dalle logiche per essere qualcosa di diverso dall’artigianato o dal prodotto di serie. Moresco si ribella a scrittori come Baricco che definiscono se stessi artigiani o a scrittori come Simenon che sfornano prodotti vendibili, rinunciando al vero ruolo della letteratura. La concezione che Moresco ha della letteratura è di sfondamento e ne dà una immagine bellissima presa da Jack London Zanna Bianca. Il lupacchiotto che dalla caverna teme l’apertura che lo separa dal mondo fuori della caverna. La caverna richiama anche l’immagine della caverna di Platone. La letteratura dovrebbe quindi avere secondo Moresco un ruolo di sfondamento e forse di conoscenza che è lo stesso ruolo che un filosofo come Schopenhauer rivendicava per l’arte. Non per niente Moresco parla di verità dell’arte e con questo non intende il realismo ma qualcosa di completamente diverso. “E infatti come la realtà non è realistica, la verità non è veritiera”. Moresco rivendita per l’Arte un ruolo di avvicinamento alla Verità grazie alla sua capacità di dire qualcosa di più vero del verosimile o dell’autobiografico, di più autentico e profondo che sfondi le apparenze e le evidenze di questa vita materiale. In un certo senso Moresco fatica a dare un nome a questa verità più vera non essendo credente e non essendoci quindi per lui una Verità assoluta come per il credente. Eppure la evoca citando Teresa D’Avila e il suo cammino mistico che secondo Moresco ha qualcosa di erotico e in effetti, per il credente la Verità è l’Amore. L’Arte dovrebbe avere comunque la funzione di sfondare le apparenze e il velo (di cui parlano i mistici) e di gettare uno sguardo oltre, indipendentemente dalle convinzioni dello scrittore. Anche scrittori grandi ma sgradevoli per le loro idee hanno questa funzione. Moresco ne cita alcuni esempi, il più eclatante è Celine. Un grande scrittore come Celine, artista e non artigiano, dice quell’altra parte di verità, per molti indicibile, eppure vera, per cui il suo ruolo è sempre quello di sfondare la parete di luce e di gettarsi oltre. La rivendicazione di un ruolo per la letteratura come Arte, il grido di guerra contro le logiche asfittiche del mercato e la corruzione del palato del lettore sono la cosa più bella del libro.
Moresco prende in considerazione molti scrittori e ce li presenta o meglio ci mostra se stesso mentre è alle prese con questi scrittori, mentre mangia la pasta senza sale, piscia nella bottiglia tagliata e legge, legge, legge. Gli autori non ce li presenta in modo canonico e ortodosso. Ma è come se con ognuno di questi scrittori ci fosse una discussione in atto, un discorso iniziato a cui il lettore si trova ad assistere come origliando alle conversazioni altrui. Anche le citazioni di tali autori sono molto moreschiane e non è che facciano capire molto dello stile dell’autore. Spesso sono citazioni buffe di tipo copro-ano- genitale che sono quelle che meno danno l’idea del modo di scrivere dell’autore ma che più rendono il tipo di rapporto che Moresco ha con l’autore. Buffe anche le sue considerazioni suggerite dalle fotografie degli autori. La faccia di Celine, povero Celine. Bello lo slancio affettivo con cui ci presenta alcuni autori come Tolstoj, Dostojevskij, Bulgakov, Cervantes. Altre sue opinioni per esempio su Mann o su Pirandello potrebbero anche sembrare discutibili. Povero Calvino. Ma quello che resta al lettore è il marchio di questo suo desiderio di autenticità, di verità; questo appello al mercato perché non sia solo bieco mercato, morte dell’arte, perché gli editori si spingano oltre all’allevamento di persone lobotomizzate e incapaci di sentire e di pensare.
“Invece la letteratura è un varco che oggi è un po’ meno sorvegliato degli altri proprio perché si pensa che non conti più nulla e che sia stato completamente normalizzato, una crepa attraverso la quale-soprattutto nei momenti in cui tutto appare chiuso, bloccato, e in cui grava una cappa tremenda su ogni cosa e sembra impossibile l’invenzione della vita-può passare qualcosa capace di toccare zone più segrete e irradianti nascoste in qualche punto profondo della nostra vita e del mondo”.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    25 Febbraio, 2018
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Quando la Storia diviene grande narrativa.


“Resto qui” di Marco Balzano: un romanzo dalla prosa essenziale, che non fa uso di inutili metafore, ma che va diritto al cuore nel descrivere fatti, situazioni, sentimenti. Anche l’amore, come l’odio e il dolore sono sussurrati, non urlati, ma non per questo meno forti. Personaggi veri, pur nella loro fittizia creazione artistica, che restituiscono credibilità ai luoghi e alle vicende storiche: tali sono Trina e Erich, Michael e padre Alfred, Ma’ e Pa’. Lo sfondo è quella parte del nostro paese più vicina al confine con l’Austria e con la Svizzera, dove il bilinguismo è stato per un lungo periodo più un problema che un vantaggio. Siamo a Curon in Val Venosta, dove durante il ventennio fascista e negli anni della seconda guerra mondiale la popolazione si sentiva più affine e vicina alla Germania che all’Italia e insegnare il tedesco era reato. Paradossalmente il Reich veniva visto come garante di libertà e benessere. L’illusione tuttavia sarebbe svanita con lo scoppio della guerra. Questa la situazione lacerante per molte famiglie del luogo, come quella di Trina e Erich, che dopo aver visto impotenti sparire la giovane figlia che segue gli zii attratta dal mito nazista, assistono all’arruolamento del figlio Michael nell’esercito del Fuhrer. Essi stessi, costretti a nascondersi nei boschi, dopo la diserzione di Erich, ormai disgustato dalla guerra, faranno infine ritorno nel loro paese ormai segnato dalle vicende belliche, dopo avere sofferto povertà e fatica, fame e solitudine.
La vita a Curon è ormai minacciata dalla costruzione imminente della diga che cambierà l’aspetto di tutto il territorio e sottrarrà la terra all’agricoltura e alla pastorizia, spazzando via case e masi.
“Il silenzio fermo delle montagne era sepolto sotto il rumore incessante delle macchine che non si fermavano mai”.
Anche la fede viene messa a dura prova, non resta che trovare in se stessi le risorse e le energie per andare avanti: “ La domenica siamo andati a sederci sulle panche della chiesa per l’ultima messa . Sono venuti a tenerla decine di preti da tutto il Trentino […..] È stata una messa che non ho ascoltato. Troppo presa a conciliare l’inconciliabile: Dio con l’incuria, Dio con l’indifferenza, Dio con la miseria della gente di Curon […..] Nemmeno la croce di Cristo si conciliava coi miei pensieri, perché io continuo a credere che non valga la pena morire sulla croce, ma è meglio nascondersi, farsi tartarughe e ritirare la testa nel guscio per non guardare l’orrore che c’è fuori.”
Solo la torre del campanile, così come oggi la si può ammirare, emergerà infine dalla valle allagata, simbolo eterno della violenza dell’uomo sull’ambiente.
La vicenda dolorosa di personaggi tenaci e coraggiosi diviene dunque il pretesto per parlare dell’arroganza del potere e dell’ipocrisia della politica.
Un libro bellissimo, profondo e commovente.

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    22 Febbraio, 2018
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Marie...e tutti gli amori ancora possibili




Parigi, anni '30.
Marie è una donna di circa trent'anni, è sposata con Jean...e lo ama molto.

All'inizio del romanzo sembra quasi di rivedere Elisa, la protagonista de "La donna di Gilles", una donna che vive in funzione del suo uomo, esiste solo in quanto "moglie di".
Anche Marie trabocca d'amore per il suo Jean, non lo perde di vista neanche per un attimo, si adopera affinché lui possa godere sempre delle giuste atmosfere, sia in casa, sia fuori, si dona a lui totalmente pur non ricevendo, in cambio, un sentimento della stessa intensità.
Ma il suo è più un ardore cerebrale, tutte le sue amiche invidiano il suo rapporto perfetto, la sua devozione, il legame indissolubile che la unisce al suo uomo.
Apparentemente.
Perché così deve essere.
In realtà Marie vive la sua vita tenendola imbrigliata nelle redini del controllo, incatenata in un'esistenza circoscritta al marito, ripiegata su se stessa, limitata da questo amore che vive (quasi solo) grazie a lei, fino a quando, un giorno, una mattina d'estate, distoglie per un attimo lo sguardo dal suo uomo e decide di mollare queste redini, e di avere le mani libere, libere di cercare...
Cerca una Marie "non assorbita da un amore, ancora ricca di tutti gli amori possibili".
Inizia un processo di liberazione, in cui lei cerca se stessa, l'indipendenza perduta, un desiderio sconosciuto capace di darle nuova forza e fiducia.
Marie non è Elisa, smette di riflettersi nel volto di un'altra persona, e non soccombe sotto il peso del suo stesso amore.
Ci sarà un vero e proprio viaggio interiore che la riporterà ai sapori dell'infanzia, alla libertà della giovinezza, a prendere coscienza della bellezza della vita che le scorre intorno.

La scrittura della Bourdouxhe in questo romanzo è rarefatta, tratteggia con poche pennellate una figura complessa, donandole grazia e forza, eleganza e passione, senza mai definirne bene i contorni...perché la figura di Marie è in divenire, continuerà a crescere e a delinearsi anche dopo di noi.

Un romanzo del 1943, ma apparso in Francia solo negli anni '80.
Non mi sorprende affatto che sia stato "ignorato" per quasi mezzo secolo...troppo alto il rischio che spingesse ad un risveglio femminile collettivo.
Ancora oggi molto attuale.

75 anni portati benissimo.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    15 Febbraio, 2018
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Fosca, Valeria e Genova

Fosca e Valeria: due donne di circa quarant'anni, di Genova; due donne ferite dalla vita, tradite, ingannate dai loro affetti più cari, da chi credevano più vicino. Racconta la storia triste e malinconica di queste due protagoniste il nuovo romanzo di Sara Rattaro, pubblicato nel mese di febbraio 2018.

Si tratta del primo romanzo che leggo di quest'autrice, una lettura che mi ha convinta e coinvolta soltanto a metà.

La narrazione scorre facilmente, lo stile dell'autrice è semplice ed essenziale, la sua prosa fluida si fa leggere velocemente e volentieri. Ho notato tuttavia una certa banalizzazione in alcuni dialoghi, dove si fa un uso sicuramente eccessivo del punto esclamativo.

Le situazioni che vengono raccontate sono molto tristi, le due protagoniste vivono entrambe momenti drammatici e sconfortanti delle loro esistenze. Tali vicissitudini sono narrate in prima persona da Fosca e da Valeria: purtroppo ho riscontrato una focalizzazione interna troppo simile tra le due donne: è vero che sono entrambe quarantenni, genovesi e sfortunate, ma devo ammettere che riuscivo a capire quale delle due stesse raccontando solo dall'intestazione del capitolo.

Sicuramente non è un romanzo sull'amicizia. Leggendo la sinossi mi ero fatta l'idea -sbagliata- che il libro raccontasse la storia dell'amicizia nata fra Fosca e Valeria. In realtà vi si narra del loro incontro e della loro conoscenza, ma non si tratta certo di amicizia, quanto del confronto fra due destini sfortunati e fra due diverse solitudini. Si racconta come Fosca abbia affrontato un momento difficile, e come lo abbia fatto Valeria (nel frattempo le due si sono conosciute).

Non vorrei comunque che chi legge questa recensione si facesse un'idea troppo negativa del romanzo: si tratta di una lettura facile ma non eccessivamente banale. Inoltre vengono affrontate tematiche non certo superficiali come l'abbandono, la malattia, il tradimento, la solitudine e l'amore, che possono far riflettere sulla vita quotidiana di chiunque.

In conclusione, “Uomini che restano” è un romanzo adatto a trascorrere qualche ora immersi in una piacevole lettura senza eccessive pretese.

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Letteratura rosa
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Febbraio, 2018
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Una Kinsella diversa

Nella vita sono molti gli insegnamenti che riceviamo, alcuni li dimentichiamo mentre altri rimangono più impressi nella memoria. Mio nonno, che non c’è più, mi diceva sempre che per conoscere fino in fondo una persona prima dovevamo mangiarsi insieme diversi “sacchi di sale”; mia nonna, che tuttora è al mio fianco, invece mi dice sempre che le sorprese non le vuole ricevere perché a lei non piacciono.

Scusate il lungo preambolo, ma questa premessa può essere utile al lettore che si avvicinerà a questo romanzo.

Dan e Sylvie stanno insieme da ormai ben dieci anni e hanno due splendide gemelle di cinque anni (adorabili).

“Siamo sempre stati quel tipo di coppia. Uniti. Profondamente connessi. Ci leggevamo nel pensiero. Finivamo uno le frasi dell’altra. Pensavo che non ci riservassimo più sorprese. E questo dimostra quanto poco ne sapessi”.

Una coppia perfetta che con tutto l’ottimismo possibile si ritrova a fare una visita insieme. Il dottore allegramente gli comunica che poiché l’aspettativa di vita è aumentata, possono ritenersi felice di sapere che trascorreranno ancora insieme i prossimi sessantotto anni.

Quella che doveva essere una semplice visita rivoluzionerà invece il modo di pensare e gli equilibri della coppia “perfetta”. Quello che parte come una commedia divertente, sfiorando anche il grottesco, a un certo punto cambia registro affrontando tematiche più profonde.

Il libro parte lentamente e solo dopo aver superato la metà, ingrana in maniera più coinvolgente. Una Kinsella insolita che affronta il matrimonio mostrandone più aspetti. Segreti, sospetti, fiducia, passato e futuro, tutto verrà messo in discussione, in un crescendo di emozioni ed equivoci. Spesso quello che crediamo di sapere è davvero molto lontano dalla realtà. Fino a che punto conosciamo gli altri, ma soprattutto quanto ci conosciamo?

Un libro che si presenta come una commedia ma che in realtà fa riflettere il lettore. Dare una valutazione al libro non è facile, da una parte andrebbe valutato come letteratura rosa, anche se alla fine il libro non lo è del tutto. Valutarlo come romanzo creerebbe il problema inverno. Posso dire che la Kinsella ha utilizzato uno stile rosa per raccontare una storia che oltre a tinte rosa ne ha molte di più.

L’autrice è riuscita a sorprendermi raccontando una storia molto diversa dalle altre. Lo consiglio a un pubblico femminile consapevole, questa non è la solita storia rosa. In maniera molto chiara la Kinsella mette in risalto la mente femminile analizzandone tutte le sue contraddizioni e soprattutto mettendo in evidenza tutte le paranoie che ci facciamo.

““Capisco l’idea di “tenere vivo il matrimonio”. La capisco benissimo. Ma le sorprese, no”. Scuote la testa con una certa enfasi “Le sorprese hanno la brutta abitudine di andare a finire male””.

Buona lettura!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Fr@ Opinione inserita da Fr@    13 Febbraio, 2018
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Omicidi ieri, sangue oggi

Ci sono lavori che non avrei mai potuto fare: il chirurgo, l’infermiere, il macellaio… e direi anche il giornalista di nera. Perché io, a differenza dei due protagonisti di questo nuovo thriller tutto italiano, non potrei mai e poi mai avere “nostalgia del sangue”.

“Nostalgia del sangue” è un romanzo giallo-noir-thriller scritto da due autori italiani che si celano dietro lo pseudonimo di Dario Correnti. Quindi il lettore non solo è posto davanti al terribile caso che sta sconvolgendo la zona della Bergamasca, ma è anche desideroso di capire chi siano questi due scrittori che vogliono rimanere nell’ombra.

Il protagonista del romanzo è il giornalista Besana: non più nel fiore dei suoi anni, ormai prossimo alla pensione, si ritrova a scrivere del suo ultimo caso, forse uno dei peggiori di tutta la sua carriera. Un serial killer (solo uno?) ha iniziato a mietere vittime ispirandosi al primo serial killer italiano, Vincenzo Verzeni, studiato anche da Lombroso. Verrà accompagnato nelle sue indagini da Ilaria Piatti, giovane (ex) stagista da tutti soprannominata “Piattola”, che dietro il suo atteggiamento goffo e impacciato, nasconde un passato che l’ha segnata per sempre.

Il libro è molto interessante. Molto lungo (535 pagine), si legge abbastanza velocemente, alternando capitoli incentrati sul presente, sempre piuttosto corti, a capitoli che raccontano di Verzeni e i suoi omicidi compiuti alla fine dell’800. Sono rimasta affascinata da questo alternarsi di passato e presente che in realtà si fondono tra loro, in una storia avvincente che ti spinge a continuare la lettura.

Alla fine ci si affeziona anche ai due protagonisti, due “investigatori” quasi per caso. Besana è un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, sacrificando anche la sua vita privata. Per quanto riguarda Ilaria, l’unica cosa che vi posso consigliare è scoprirla leggendo il libro.
Quindi che dire se non buona lettura? :)

“Chissà perché gli occhi di una persona sono l’unica parte del corpo che non cambia mai. Te li porti dietro dall’infanzia alla vecchiaia, e mentre tu cerchi di reinventarti, cancellarti e rinascere, loro rimangono sempre uguali. Sono il tuo passato e il tuo futuro, e quell’espressione è l’unica costante su cui puoi contare, il resto si perde o si trova”.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi è appassionato di thriller e anche di storia: sarà interessante scoprire chi è stato il primo serial killer italiano.
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Letteratura rosa
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Febbraio, 2018
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...siamo solo per pochi!

Luca, trent’anni, broker e (seppur abbia rinunciato al suo sogno precocemente) aspirante scrittore, ha imparato una cosa importante: le cose belle succedono quando meno te lo aspetti, così all’improvviso. Questo vale per l’amore, per il lavoro, per l’amicizia, per le gratificazioni, per tutto quel che nel quotidiano si intervalla nelle nostre esistenze. Ecco perché gli basta uno sguardo per capire che Mary è quella giusta, è il suo vero grande e unico amore. La sente sotto la pelle, e quando questo accade non ci sono alternative, non ci sono freni, non ci si può tirare indietro. Costi quel che costi. Perché non puoi non ascoltare la voce del cuore, non puoi non resistere al suo richiamo, non puoi inseguire i tuoi sogni se non sai riconoscerli, non puoi credere in un domani se non hai il coraggio di rischiare, di sbagliare, di perdere tutto, di cercare un nuovo inizio.
Una danza, quella che si instaura tra lui e lei, una melodia in cui quest’ultima fugge e lui la ricorre e viceversa, in cui il giovane si riscopre adolescente e un po’ bambino, in cui la donna di quel “galletto” non può più fare a meno perché le fa sentire quel qualcosa. Ma che fare? Dubbi, incertezze, paure. Perché Mary è fidanzata e non è sicura di voler interrompere il suo rapporto con Giulio per iniziarne uno nuovo, con tutti gli annessi e connessi del caso, e per di più, con una persona che conosce a malapena. A cornice della liaison principale, l’autore ci induce ulteriormente alla riflessione mediante un amore cd “collaterale”, un amore narrato dalla carta, dalle lettere, o ancora espresso dallo stesso protagonista sul suo taccuino di pensieri. Connubio a cui si somma, per di più, una playlist musicale presente all’inizio (e talvolta anche alla fine) di ogni capitolo, una colonna sonora che accompagna il conoscitore in questa riscoperta di sentimenti e di emozioni, in questa riscoperta di sé stessi.
Celebrità dei social e per questo lautamente contestato, Roberto Emanuelli approda in libreria con il suo secondo romanzo, opera – come la prima – di fatto riscoperta da Rizzoli e ripubblicata con la medesima casa editrice dopo l’esperienza del self-publishing.
Che dire, il testo racconta vicende attuali, narrando di un personaggio un po’ immaturo che si affianca di amici pirandelliani e intellettuali che a loro volta si mixano a circostanze e a situazioni normali e che è preda del sentimento tanto da risultare “un rosa” all’ennesima potenza. Non nascondo che nello scritto ho rivisto il trademark di Volo o ancora di Sparks. La storia è semplice e non particolarmente originale, racconta quelle che sono le vicissitudini dei trenta/quarantenni di oggi tendendo talvolta a esagerare con l’aspetto emotivo tanto da risultare fiabesca.
Stilisticamente il volume è ancora acerbo e è caratterizzato da un esagerato utilizzo dei punti esclamativi, da un uso quasi convulsivo di frasi fatte nonché da uno stile basilare, non particolarmente erudito. La lettura è per questo rapida e non impegnativa.
In conclusione, “Davanti agli occhi” è adatto ai cuori romantici, a chi ama i testi moderni e non troppo gravosi e a chi cerca un libro sulla scia degli scrittori sopra citati.

«La “banalità” della bellezza mi ricorda, tutte le volte, quanto sia sciocco cercare di decodificare con assurde combinazioni chiavi di lettura i fatti della vita. Quasi sempre, le persone alle quali tentiamo di inviare probabili messaggi in codice, pieni di complicati e poco comprensibili sottointesi, non aspettano altro, invece, che un nostro semplice banale gesto di assoluta bellezza: un sorriso.»

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Febbraio, 2018
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“L’innocente”, romanzo scritto dal famoso scrittore Midorikawa Mikio, è per Suzuki Tamaki più di una semplice fonte di ispirazione. A sua volta autrice di successo, quest’ultima è al lavoro con il suo nuovo libro “In – Oscenità” opera che ha quale protagonista proprio il personaggio femminile del testo di Mikio. Il mistero che si cela attorno al componimento autobiografico del citato autore, diventa un qualcosa di irresistibile per la donna che pagina dopo pagina è sempre più decisa a far luce sul chi sia X (e non solo). Midorikawa, coniugato con Chiyoko e con tre figli, ha una passione sviscerata per le donne, non manca mai di dedicarsi a queste ultime e in particolar modo alla sua innominata amante. Imprudentemente ne scrive sul proprio diario, inevitabile è la discoperta da parte della consorte la quale non solo apprende della relazione adulterina ma anche del fatto che dalla stessa sono seguiti prima uno, poi scoprirà essere stati due, aborti. E mentre Chiyoko è una donna distrutta e arrabbiata per il tradimento, Maruko, X, è amareggiata per la consapevolezza di essere stata usata e poi lasciata nel momento in cui il compagno è stato colto in castagna. Eppure la sua è anche una figura genuina, autentica, che colpisce per le reazioni che sa porre in essere a seguito dell’essere stata, a sua volta, ferita.
Suzuki inizia a sondare la vita di Mikio e l’indagine – in cui è coadiuvata da due giovani redattori – si intreccia sempre più con la sua esistenza privata e con la sua relazione con Abe Seishi. Con quest’ultimo Tamaki ha intrattenuto una storia di ben sette anni che ha portato complicazioni per le carriere di ciascuno. Un parallelismo che si esprime con quel puzzle che prende sempre più forma e colore, con quel puzzle che porta alla luce la perversione di questo narratore dalla passione sviscerata per le forme di bambina (l’investigazione porta la nostra eroina a conoscere una donna ormai sessantaquattrenne che al tempo dei suoi dieci anni veniva corteggiata da Mikio e che a sua volta avrà un ruolo importante per la comprensione delle varie figure presentate), la purezza e cristallinità di X nel suo essere sfruttata e poi gettata come un panno vecchio, e ancora, la vendetta della moglie Chiyoko che con le sue poesie riuscirà a diventare una scrittrice di grande fama surclassando persino il fedifrago marito.
Con “In” Natsuo Kirino, già nota al grande pubblico per “Le quattro casalinghe di Tokyo”, torna in libreria con un testo di grande impatto, un elaborato che affascina sin dalle prime battute per tematiche, per intreccio narrativo e per fluidità. Con una penna rapida, diretta, chiara e seduttrice, la giapponese riesce a catturare chi legge che senza difficoltà divora le vicende descritte lasciandosi trasportare nell’universo prospettato. Non solo, ella riesce anche a ben bilanciare l’aspetto dell’indagine con quello della riflessione. Se da un lato siamo curiosi di scoprire prima chi sia X, poi le sorti della moglie e via dicendo, dall’altro siamo indotti alla ponderazione su quel che è il comportamento umano, sulle sue sfaccettature, sulle sue reazioni e evoluzioni a seguito delle varie difficoltà a cui siamo costretti quotidianamente ad ovviare. La psiche, la gelosia, il desiderio di rivalsa, il dispiacere, la sofferenza e tanti altri aspetti dell’animo dell’individuo, sono analizzati con grande maestria senza nulla celare, eludere o risparmiare al conoscitore.
Unica pecca? Una eccessiva prospettiva femminilista delle condotte, viene cioè dato poco spazio ai meccanismi della psiche maschile. Questa è analizzata ma sempre da un punto di vista femminile.
In conclusione, “In” è uno compilato di facile lettura che invita alla riflessione e che vince per fatti narrati che per penna sciolta e affilata.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Febbraio, 2018
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Il ruolo dei social nella quotidianità

Ernesto Aloia, classe 1965, vive a Torino. Ora approda in libreria con La vita riflessa, titolo emblematico dell’intera vicenda narrata; dopo aver firmato libri come Paesaggio con incendio e I compagni del fuoco.
Pare proprio “una vita riflessa”, una dentro l’altra, quella di Gregory Lamberti e di Marco. I due sono nati lo stesso giorno, alla stessa ora, a mezzogiorno in punto del 12 dicembre. Ma Gregory:
“un ragazzo che tutti chiamavano Santamerda, il figlio di un grossista di abbigliamento che aveva vissuto vent’anni a Chicago e da poco era rientrato in Italia con la moglie americana. Due cose di Greg si notavano subito: la testa bionda ricciuta e il contrasto tra la sua corporatura da piccolo cinghiale e la precisa frenesia dei movimenti. Saltellava da un piede all’altro, gesticolava senza sosta, lanciava continue sfide a gare di corsa. (…) Si esprimeva in un misto di italiano e di inglese, che faceva ridere tutti (…)aveva un’ombra di mistero che mi risucchiava.”.
Gregory si distingue nettamente, perché:
“smontava e rimontava equazioni e coi loro frammenti si esibiva in numeri da circo: polinomi, parentesi, radici quadrate lanciate in aria tre alla volta e riafferrate, riordinate, rimontate, (…) ne inventava di nuove, poi disegnava sul quaderno le curve che a suo dire descrivevano. Ne rimanevo ammirato e disorientato.”.
Era un asso, già da bambino. Mentre Marco era:
“come un uomo che non era diventato ciò che era, che dopo anni ancora stentava a capacitarsi di quanto il suo cammino si fosse allontanato dalle sue intenzioni.”.
I due giocando colpiscono con delle pietre una giovane ragazza contadina, e invece di prestarle il dovuto soccorso, la abbandonano credendola morta. Fuggono spaventati su un treno merci. Questo segna in modo indelebile la loro amicizia; terminati gli studi non si rivedranno che tanti anni dopo.
Marco, infatti, lo riconosce in televisione in un servizio della Lehman Brother mentre sta annunciando al mondo intero il suo fallimento, e cerca di contattarlo. Si reincontrano nei mesi successivi, narrandosi le rispettive vicende di vita vissuta. Sono ormai uomini, ma non riescono ad assumersi le proprie responsabilità. Marco ha una moglie Angela, una donna molto intelligente, che lui non apprezza appieno, e una figlia, Serena, ma non si sente realizzato. E Gregory è separato, senza lavoro, alla continua ricerca di non si sa che. E così pensano di creare un qualcosa che segni le loro esistenze in modo essenziale. Creano un social network in grado di gestire le relazioni dell’utente a partire da ragguagli determinanti che gli vengono immesse.
“Il sistema lavorava a pieno regime, stabiliva milioni di connessioni in piena autonomia attingendo ai silos informativi, che al momento della registrazione gli utenti avevano accettato di stipare di quelli che un tempo si sarebbero chiamati dati sensibili. Le personalità digitali si incontravano, dialogavano, si scambiavano contenuti.”
Sviluppano, così,
“La versione embrionale di Twins, un nuovo social network “ad azione profonda.”
Il successo è travolgente, fino a quando Greg si defila, inaspettatamente e senza una particolare ragione apparente. Tutto precipita quando si registrano le morti di alcuni giovani utenti, che si suicidano. Inoltre Marco scopre che i finanziamenti prima ottenuti hanno origini poco chiare, rendendosi conto di come l’amico non sia proprio tale. Si impone una decisione difficile.
La vita riflessa affronta temi di grande ed importante attualità: si va dalle speculazioni e crac finanziari, alle complesse e remunerative piattaforme di socializzazione online e, sul piano morale e privato, dalle responsabilità individuali (matrimonio, paternità, clienti) a quelle nei confronti di una società in mutamento e della fragilità dei suoi componenti. Un testo e una lettura avvincenti, anche se in alcuni punti ho faticato a seguire, causa la mia scarsa dimestichezza con l’informatica e il mondo di Internet. Moltissimi sono i temi, i personaggi e i filoni narrativi. In particolare colpisce la riflessione sul ruolo dei social, su Internet e sulla sua influenza nella vita quotidiana degli esseri umani. Una lettura “moderna” e “tecnologica”, che non perde mai di vista l’importanza e la determinazione dell’essere umano in quanto tale.

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silvia t Opinione inserita da silvia t    03 Febbraio, 2018
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Le ferite originali

Un tuffo perfetto in questo nostro scombinato mondo, una rappresentazione realistica di interazioni umane,con reazioni verosimili e del tutto plausibili.

La forza di questo romanzo non è nella storia in se stessa, ma nello stile fresco e mai banale.
I personaggi sono presentati in modo naturale, senza preamboli,senza inutili descrizioni che uccidono l'immaginazione, ma solo gli elementi davvero necessari sono svelati.

Nonostante i personaggi siano un po' sopra le righe, il tutto risulta amalgamato in modo coerente e immerso,appunto, in un'atmosfera che fa vivere le figure che la abitano.

Come dicevo prima più che la storia a colpire è l'ambientazione.i giorni nostri, con qualche riferimento agli anni novanta, epoca,per chi l'ha vissuta da ventenne, molto confusa, in cui tutto si scriveva "libertà", ma si leggeva "confusione",in cui il sesso, l'orientamento sessuale, i costumi avevano ambizioni avanguardiste, ma nella realtà era la paura dell'ignoto a farla da padrone.

Questa atmosfera non solo impregna tutto il romanzo,ma ne è il vero fulcro, vengono analizzate, sempre attraverso le azioni dei personaggi e i loro comportamenti, le cause che portarono a quell'epoca e le conseguenza che la stessa ha portato su di essi,in un modo così vicino al mio sentire, da rendermi questa lettura ancora più gradita.

Il tutto condito con un colonna sonora accattivante, si legge con in sottofondo Jeff Buckley, Florence and the Machine per continuare con Space Dementia dei Muse, passando da immagini tipiche di quegli anni come Twin Peaks.

Un modo per i quarantenni per ricordare da dove vengono e cercare di arginare i danni che forse inconsapevolmente stanno facendo.

Lo consiglio vivamente non solo per trascorrere qualche ora in buona compagnia,ma anche per cercare di comprendere un'epoca piena di contraddizioni non ancora del tutto svelate.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    02 Febbraio, 2018
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Un Faust "letterario".

Il diavolo nel cassetto è un romanzo intrigante, appassionante e molto bello che porta l’autorevole firma di Paolo Maurensig, divenuto famoso nel 1993 con La variante di Luneburg, amatissimo romanzo sul gioco degli scacchi e il nazismo. Quest’ultimo è un libro che colpisce anche per la sua stessa struttura: la storia è raccontata da un testimone, che a sua volta ha raccolto la storia altrove. L’autore a tal proposito afferma:
“E’il canone musicale: una voce che introduce un’altra voce, che introduce una terza voce, poi si torna indietro. Ma alla fine quello che conta è abbandonarsi al racconto.”
Il testo è un apologo letterario fascinoso che colpisce:
“sul narcisismo e la vanagloria, ma anche sulla nostra inestinguibile sete di storie.”.
Siamo in un piccolo paesino della Svizzera, tra le montagne, che in estate si anima, per poi ridimensionarsi in inverno. Ebbene in questo luogo di pace tutti gli abitanti sono affetti da una strana malattia: tutti scrivono manoscritti, li inviano per posta e ricevono rifiuti dagli editori. Ma è pericoloso, perché
“Tutte le volte che si prende una penna in mano ci si accinge ad officiare un rito per il quale andrebbero accese sempre due candele: una bianca e una nera. A differenza della pittura e della scultura, le quali restano ancorate a un soggetto materiale, e alla musica, che invece trascende del tutto la materia, la lettura può dominare entrambe i campi: il concreto e l’astratto, il terreno e l’ultraterreno. (…) Lo scrittore, quindi, può formare una catena di pensiero in grado persino di dar vita e intelligenza a una figura da tutti considerata immaginaria, come si ritiene sia il diavolo.”
Tutti sono colpiti da questa strana malattia: dal vecchio parroco che redige una sorta di memoriale da curato da campagna, alla ragazzina demente che scrive filastrocche accompagnate da bellissimi disegni, al borgomastro, ai ricchi possidenti, agli albergatori. Il pericolo è in agguato. Una notte nei boschi compaiono le volpi affette da rabbia silvestre, e si avvicinano pericolosamente ai centri abitati. E’ una premonizione: la sciagura sta per abbattersi. Ma nessuno pare accorgersi dell’infausta disgrazia , se non padre Cornelius, giovane parroco mandato a sostenere l’anziano predecessore. Ma ecco che il diavolo in persona si manifesta, e lo fa palesandosi sotto le mentite spoglie di un editore. E’ ciò che tutti attendevano. Si progetta, addirittura, di istituire, suo tramite, un premio letterario intitolato al grande romanziere Goethe, che pare abbia sostato nel piccolo paesino a causa del guasto della sua carrozza. Le persone giubilano, e non si accorgono del male che si insinua, subdolo e terribile. Perché lui sa mimetizzarsi bene, infatti:
“Ha sempre un aspetto curato, veste in doppiopetto, ha un eloquio forbito, un tono di voce suadente. (…) Tutto nella sua persona pecca di eccesso, il suo riso è sgangherato, il gesto è teatrale, i capelli ravviati all’indietro, piuttosto lunghi ed untuosi, sono tinti di nero; le labbra purpuree, affilate, con i lati rivolti all’insù a mimare un sorriso perenne; gli incisivi grossi, a forma di scalpello, sono affetti da un vistoso diastema, e la voce, la voce poi, dove sembra celarsi il segreto del suo fascino, è rotonda, impostata, senza asperità, senza picchi.”
Inoltre il diavolo trova terreno fertile nella società letteraria, poiché:
“la letteratura è il luogo dove ogni vanagloria, alimentata dall’invidia, cresce a dismisura, dove anche il più banale dei pensieri- purchè sia impresso a caratteri tipografici- viene accettato come verità assoluta.”
Così, sarà don Cornelius a intavolare una particolare lotta contro il male: proprio lui che ha, egli stesso, qualche ombra, qualche segreto con cui confrontarsi.
Un nuovo, infausto, patto con il diavolo. La letteratura quale mezzo non per comunicare, ma per affermare le proprie aspirazioni a discapito di tutto e di tutti. Un luogo a procedere per il diavolo o per il Faust, indimenticabile. Una struttura letteraria che non concede scampo, un gioco che ha un ritmo vivido e frizzante, composto da una prosa ammaliante e conturbante, quasi “demoniaca”. Un povero diavolo fra tanti imbrattacarte: ritratto lucido ed impietoso dell’editoria moderna.

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Consigliato a chi ha letto Il ritratto di Dorian Gray oppure Il Faust di Goethe.
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siti Opinione inserita da siti    02 Febbraio, 2018
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Compendio di una vita da insegnante

Eraldo Affinati in questo nuovo romanzo pare fare i conti con se stesso.
Si ferma un attimo- lui attivissimo nella pratica didattica come insegnante di letteratura e fondatore della scuola gratuita per immigrati “Penny Wirton” , oltre che studioso di storia e instancabile viaggiatore alla ricerca delle proprie radici e di quelle di tutti noi attraverso il percorso dei luoghi storici dei grandi eventi e dei luoghi biografici dei grandi letterati- e riflette.
Richiama alla mente ventisei nomi, non solo ex allievi ma attraverso loro un esercito di altri individui, e così facendo gli dà la parola per poter richiamare il loro vissuto personale, offrendogli una capacità espressiva che in realtà non hanno mai raggiunto ma che è necessaria per rendere a noi italiani chiari i loro vissuti.
Si tratta di storie di guerra, di povertà, di miseria, di prostituzione, di viaggi della speranza, di ricostruzione, di devianza e talvolta di morte. La lettura risulterebbe davvero pesante se non fosse stata inserita da Affinati la figura di Ottavio, suo ex allievo, il quale parlando solo in romanesco, smorza i toni, livella la realtà e dà qualche dritta al professore idealista che pare faticare ancora ad accettare le storture del reale. Egli dal canto suo è consapevole che il mondo non lo può cambiare ma sa anche che può sicuramente modificare la traiettoria di qualche vissuto individuale, agendo, dando una possibilità, comprendendo, aiutando, testimoniando anche in modo autoreferenziale la propria attività se poi da ciò deriva l’innesto per altre possibilità, per altri aiuti, per altre comprensioni, ampliando di volta in volta il numero di scuole e di volontari che aiutano i giovani immigrati.

La lettura è gradevole, l’esperienza raccontata forte ed esemplare. Consiglio la lettura a chi ancora fatica ad accettare i nuovi scenari sociali che vanno via via delineandosi in seguito all’intensificarsi dei flussi migratori per comprendere le ragioni umane che stanno dietro queste decisioni : sono tutto tranne che scelte.

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Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    01 Febbraio, 2018
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Lasciamo volare la Lealtà

La voce di una donna racconta una storia. Giulia, la protagonista, passa tra passato e presente tra Londra e Milano come un semplice sfogliare di pagine, vive e rivive una storia d’amore e ne crea un parallelismo con quanto di più distante dall’amore ci possa essere, l’economia. Il lavoro in un’importante banca d’affari londinese concede agi e ricchezza, ma spoglia lentamente di ogni sfumatura e di ogni significato una vita, i ritmi sono esagerati, non c’è spazio e tempo per conversare neanche con sé stessi.
Giulia però ha bisogno di questo dialogo e la scrittrice riesce bene a condurlo, a farcelo percepire distintamente, forse proprio perché quella Giulia, in fondo non è altro che lei stessa. C’è da ricostruire un pezzo di vita, da capire a modo come incastrare ogni piccolo pezzo di lego che alla fine compone l’esistenza. La voglia di amare a prescindere da ogni difficoltà il desiderio di essere onesti, puliti, quel sogno di Lealtà che ai giorni nostri è merce sempre più rara, difficile da conseguire, complesso da esercitare. Le nostre pulsioni però, il nostro essere più intimo non svanisce nonostante le pressioni del mondo esterno, quello che noi siamo possiamo nasconderlo, mascherarlo al limite rischiare di ucciderlo. La nostra sostanza non morirà mai, prima o poi tornerà in superficie e a quel punto esploderà con tutta la sua veemenza, sarà l’ultimo aereo da prendere, l’ultima possibilità per non rimanere in un essere che è altro da noi.
Lealtà verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi, un invito a vivere in maniera onesta e sincera, un bel libro che offre un affascinante punto di vista tutto femminile, e per questo prezioso, sulla vita, sul passato, sull'amore.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    31 Gennaio, 2018
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Maschere, avatar e il “gorgo” veneziano.

Tre personaggi, tre storie, tre approcci diversi alla realtà. Un gioco di maschere, in una città, Venezia, nota per le sue “bautte”. È, infatti, proprio il tema del rapporto realtà e apparenza che sembra essere più interessante in questo romanzo semplice e tuttavia complesso allo stesso tempo. Il mondo del famoso telecronista sportivo, Nereo Rossi, convinto di essere ormai alla fine dei suoi giorni, a causa di una malattia degenerativa, è diverso sia da quello del professore Cazzavillan che sogna di diventare scrittore di successo, sia da quello del giovane tuttofare, Carletto Zen, a caccia perenne di attempate ricche signore che possano offrirgli facili opportunità di vita migliore. Il tutto sullo sfondo del “gorgo” commerciale veneziano. Ciascuno di questi personaggi offre di se stesso un’immagine che differisce da quella che effettivamente costituisce la sua essenza. Ognuno, in fondo, gioca un ruolo, entra in una finzione scenica, quasi fosse protagonista di un dramma teatrale. Ognuno si dibatte tra l’illusione e la realtà e la personalità di ciascuno rimane temporaneamente sospesa in questo gioco di maschere che diviene il mezzo per conoscere e analizzare se stesso.
Nel caso di Cazzavillan, l’aspirante scrittore, la problematica dell’identità diviene assai più complessa, nel momento in cui si trova ad agire nei panni del suo avatar in un videogioco, per salvare il figlio adolescente che rischia di rimanere tagliato fuori dal mondo, come uno dei numerosi hikikomori della nostra epoca. Ed è proprio il videogioco che è “fatto di nulla, impastato di non-essere, che dà la dimensione dell’illusorietà del mondo degli avatar, che “ si muovono in paesaggi artificiosi [……] dove le immagini fingono di essere tridimensionali, solide e profonde. Ma la terza dimensione non c’è […..] non c’è il volume.”
Alla forza delle parole si rivolge anche il celebre cronista Nereo Rossi, quelle parole che sono state lo strumento del suo lavoro, che hanno saputo creare una realtà ricca di immagini per chi le ascoltava. Ad esse si rivolge per rimanere attaccato a un mondo sfuggente e mutevole. Qui, come ne “Il brevetto del geco” Tiziano Scarpa allude alla forza del mezzo espressivo e della letteratura, alla quale va restituita quella dignità che spesso le viene negata. Non è un caso che l’autore affidi al personaggio di Cazzavillan un giudizio sul genere “noir” in un più ampio discorso sul romanzo.
Su questo panorama narrativo, con questi personaggi che mostrano più di un limite caratteriale, più di una debolezza umana, si affaccia severo il cipiglio del gufo. Nessuna immagine avrebbe potuto esprimere con maggiore efficacia la presenza vigile della coscienza che segue ogni percorso di vita con gli stessi occhi spalancati e seri del gufo che emergono da “sporgenze fatte di penne che partono dalla sommità del becco e proseguono fino alle orecchie [….] rendendo lo sguardo del gufo ancora più torvo: come se lo spazio del viso non gli fosse sembrato sufficiente a contenere tutto il suo sdegno.”

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    31 Gennaio, 2018
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Un "Fossile" di Jurassic Park

Michael Crichton è stato uno degli autori che mi ha iniziato alla lettura, accanto a un mostro sacro come Conan Doyle, per dire. Ho letteralmente amato "Jurassic Park", "Il mondo perduto" e "Sfera". Quel che sta accadendo negli ultimi anni, ovvero la pubblicazione di numerosissime opere postume, tra cui quelle scritte con lo pseudonimo di John Lange, mi fa pensare che si stia provando a sfruttare il nome di questo autore per fare soldi, su soldi, su soldi. Questo mio sospetto era stato in parte confermato dalla qualità modesta di alcune di queste opere, almeno per quelli che sono gli standard di Crichton.
Perciò, quando ho cominciato la lettura de "I cercatori di ossa" ero un po' prevenuto proprio per questo motivo, e anche perché in questo caso specifico hanno provato a usare il nome ultra-attraente di Jurassic Park per attirare quanti più lettori fosse possibile. Per quanto ci viene dato a credere, infatti, questo romanzo sarebbe una sorta di precursore dell'opera più famosa dell'autore; personalmente però, ho un'idea un po' diversa riguardo al concetto di "precursore". L'unico punto in comune col capolavoro di Crichton sono i dinosauri, che in questo romanzo non compaiono in altra forma se non quella di fossili (ovviamente), e i cui studi sono ancora agli albori.
Nonostante questi tentativi un po' subdoli di accaparrarsi lettori, questa lettura mi è risultata comunque abbastanza piacevole, una storia western con un tocco paleontologico, forse forzata e ingenua in alcune evoluzioni narrative ma comunque apprezzabile.
In fin dei conti, ci doveva pur essere un motivo per cui queste storie non erano state ancora pubblicate, quando Crichton era vivo.

"I cercatori di ossa" ha come protagonista William Johnson, uno studente che, novello Phileas Fogg, parte verso l'ovest a causa di una scommessa. Un altro ragazzo lo sfida a partire per il "Selvaggio West" insieme al professor Marsh, paleontologo tanto famoso quanto paranoico. Johnson si imbarcherà in questo viaggio all'ultimo momento nelle vesti di fotografo, ma il professore non lo vedrà mai di buon occhio, scaricandolo alla prima occasione e accusandolo di essere una spia del suo acerrimo rivale, il professor Edward Cope. Descritto da Marsh come un uomo spietato e senza scrupoli, un ladro e un violento, Cope si rivelerà un uomo completamente diverso e accogliera Johnson tra le sue file, anch'egli alla ricerca disperata di fossili delle "terribili lucertole", nell'Ovest tormentato dalla guerra tra bianchi e Indiani, proprio nel periodo del massacro del settimo cavalleggeri del generale Custer a Little Bighorn.
Proprio a causa degli indiani la spedizione incontrerà tantissime difficoltà, delle quali saremo spettatori grazie agli "occhi" di William "Foggy" Johnson, che pur non avendo un attaccamento morboso per i fossili come Marsh e Cope (perennemente impegnati in una lotta ai limiti del comico), non vorrà mai abbandonarli e farà di tutto pur di portarli a destinazione, sotto gli occhi del mondo.
Questo viaggio lo cambierà totalmente, trasformandolo da giovane scapestrato a uomo fatto e finito.

"Gli indiani credono che questi fossili siano ossa di serpenti, il che vuol dire rettili. Anche noi pensiamo siano rettili. Pensano che queste creature fossero enormi. E anche noi. Sono convinti che questi rettili enormi siano vissuti in un passato molto remoto. E anche noi. Sostengono che il Grande Spirito li abbia uccisi. Noi diciamo che non sappiamo perché siano scomparsi, ma dato che dal canto nostro non proponiamo alcuna spiegazione, come possiamo essere certi che la loro sia superstizione?"

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    29 Gennaio, 2018
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Come prima non si torna...



Questo è un libro per chi ha voglia di stare un po' a contatto con la parte più scura di sé, per chi vuole abbracciare la propria solitudine, per chi sente il bisogno di ritrovarsi al riparo dagli sguardi altrui.
E leccarsi le ferite.
Per chi ha amato tanto e poi perduto tutto.
È un libro per chi ama togliersi le scarpe e i calzini e camminare a piedi nudi in cerca di bellezza.

Il tempo per Andrea si è fermato un giorno di Luglio.
Ora è incassato dentro una stanza d'ospedale, dove nessuno conosce il suo nome, la sua storia...e dove lui custodisce tutti i suoi fallimenti.
Nessuno lo cerca.
Chi lo ama è a casa e non sa. Ma spera.
Andrea ha una gran voglia di fuggire, eppure rimane dov'è.
I piedi scalpitano per tornare al suo "prima", ma la mente lo frena...perché ha paura del mondo là fuori, si vergogna di quel che è diventato, preferisce rimanere incatenato a quello che ha: il ricordo di quello che era, di quello che aveva.
Rivuole le sue labbra capaci di bere alla bottiglia, di ridere, di baciare...rivuole le sue gambe che corrono sulla sabbia.
Rivuole la nuca profumata di sua madre Magnifica, custode della storia di famiglia.
E più di ogni altra cosa rivuole sua figlia Preziosa...perché può anche sopravvivere all'amore finito di sua moglie, ma senza sua figlia no, non può.
Andrea sa e non dice.
Guarisce e finge.
Scrive i suoi ricordi su fogli che poi sbriciola nel brodo e mangia...per non perderli, perché siano sempre con lui, in lui.

"Ma come prima non si torna.
Mai.
Ora lo sa.
Così si ingozza dei suoi ieri"

Maria Rosaria Valentini è una poetessa che ha prestato la sua mano alla letteratura, dando vita a pagine di vera bellezza.
La scrittura è rotonda, pastosa, di quelle che vorresti leggere ad alta voce per assaporarne il suono, per sentirne il sapore.
Io ho sentito quello cedevole, morbido, delle ciliegie molto mature.
E ne vorrei ancora.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    28 Gennaio, 2018
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La banda delle recluse

Dopo l'ultimo romanzo "Tempi Glaciali", uscito nel 2015 e avente come protagonista sempre il commissario Adamsberg, Fred Vargas torna con un'altra indagine del suo personaggio più conosciuto. Le storie di Adamsberg mi danno l'idea di gialli più che di veri e propri thriller, ma questo non ne intacca la piacevolezza.
Riguardo allo stile, in questo genere la Vargas è indubbiamente a suo agio: anche se "Il morso della reclusa" non ha la tensione di un thriller, l'autrice è molto abile a gestire le varie fasi e l'evolversi dell'indagine, riuscendo sempre a tenere un buon ritmo e incitando il lettore a fare le sue supposizioni prima della soluzione finale. Oltre a lasciare spazio all'immaginazione del lettore, il romanzo non è povero di colpi di scena, che anche se non sono da mascella spalancata danno comunque qualcosa in più alla storia senza sembrare forzati. Quelle che scrive sono sempre storie piacevoli da leggere e credo che la Vargas possa essere considerata uno dei maggiori esponenti del genere, anche se finora non ho letto nulla di suo che sia veramente indimenticabile.

La storia ha inizio con il nostro commissario Adamsberg che è in vacanza in Islanda, godendosi (?) un periodo di relativa quiete. Non passano che poche pagine prima dell'arrivo di un telegramma da Parigi, che lo richiama urgentemente indietro per la risoluzione di un caso apparentemente complicato. Inutile dire che sarà una bazzeccola per il nostro commissario, che lo risolverà in quattro e quattrotto. Difatti, il caso per cui è stato richiamato alla base non sarà altro che l'inizio, completamente soppiantato dall'indagine successiva, portata all'attenzione di Adamsberg totalmente per caso e che sembrerà apparentemente insolubile.
Nelle ultime settimane, infatti, sembra che un ragno apparentemente innocuo e "timido", la Loxosceles Reclusa, stia mietendo vittime in maniera del tutto inusuale. Tre anziani, infatti, sembrano essere stati uccisi dal morso di questo animale, che in condizioni normali non uscirebbe mai dal suo nascondiglio soprattutto in presenza di un uomo, e il cui veleno non è mai letale se non in dosi abbondantissime, che le ghiandole di un solo esemplare non potrebbero mai contenere. Inizialmente, dunque, tutti pensano che le morti di queste persone siano dovute alla loro età avanzata.
Ma non per Adamsberg, ovviamente, che tormentato dai suoi pruriti e dall'impressione insopportabile che in questa storia si nasconda qualcosa di losco, avvia un'indagine ufficiosa soltanto coi membri della squadra che se la sentono di seguirlo, rendendosi conto dell'assurdità delle sue supposizioni. Questo creerà una spaccatura nella squadra, costringendo Adamsberg a gestire una delle situazioni più difficili mai affrontate.
Tuttavia, procedendo nelle indagini, troverà non pochi indizi che gridano all'omicidio. I tre anziani che sono morti si conoscevano tutti, e insieme formavano "La banda delle Recluse", perché da ragazzini si divertivano a nascondere questo tipo di ragni nei vestiti degli altri bambini, provocandogli lesioni molto gravi. Da grandi, si sono dati allo stupro. Ma i membri della banda non erano soltanto tre; inizia dunque una corsa contro il tempo per cercare di impedire la morte degli altri membri della banda che, per quanto infimi, sono pur sempre esseri umani.

"I nostri tempi, commissario? Ma quali tempi? Civilizzati? Razionali? Pacificati? I nostri tempi sono la nostra preistoria, sono il nostro Medioevo. L'uomo non è cambiato di una virgola. E soprattutto non nei suoi pensieri primari."

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Belmi Opinione inserita da Belmi    26 Gennaio, 2018
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Pearl

La Riley torna nelle librerie con il quarto libro della serie “Le Sette Sorelle”, questa volta è il turno di CeCe, che chi come me avesse già letto il precedente libro ha già un po’ conosciuto.

Cece, o meglio Celaeno, dopo il distacco dalla sorella Star, ha deciso di andare a cercare il suo passato, gli indizi indicano tutti un continente fra i più affascinanti o almeno per me lo è, l’Australia.

Come di consuetudine presente e passato si alternano e dalla fredda Scozia siamo catapultati nella bollente Australia sulle tracce di un personaggio davvero affascinante, Kitty Mercer.

La Riley affronta argomenti davvero importanti, siamo in Australia nei primi anni del Novecento, dove per molti questo era il paese delle opportunità e della rinascita o almeno lo era, per gli uomini con la pelle bianca. La popolazione locale, nata su questa terra, dove un tempo viveva in libertà, si ritrova a vivere in schiavitù anzi “civilizzata” dai bianchi; quelli sono gli anni in cui gli aborigeni e i mezzosangue non se la passavano proprio bene.

Il presente ci racconta la vita di una confusa Cece che dopo una sosta in Thailandia, si ritrova nell’Outback australiano, sulle tracce della sua famiglia. Personalmente non ho provato molta simpatia per questa protagonista, trovandola spesso arrogante, impulsiva e sempre alla ricerca di una spalla su cui fare affidamento. Nell’altro capitolo sembrava che fosse lei quella forte ma dopo aver letto questo libro i dubbi sono insorti.

Per quanto riguarda il passato, che per fortuna rappresenta gran parte del romanzo, posso dire di aver sognato ad occhi aperti. La storia è davvero toccante e intrigante. Kitty e Camira con le loro forti personalità fanno onore al genere femminile. So benissimo che questa è solo una storia, ma le emozioni provate sono davvero molto forti. La storia delle perle, la vita difficile degli aborigeni, la sofferenza ma anche la speranza, faranno sospirare e incantare le amanti del genere.

Dopo “La ragazza nell’ombra” che non mi aveva particolarmente colpito, con questo nuovo romanzo la Riley convince e riesce a mettere in secondo piano la protagonista Cece dando luce a un passato davvero da scoprire.

“L’amore è il sentimento più altruistico ed egoistico di tutti, Celaeno; altruismo ed egoismo sono facce della stessa medaglia e non si possono separare. Il bisogno di amore combatte sempre con il desiderio che la persona amata sia felice.”

Un libro adatto alle amanti del genere a cui lo consiglio vivamente.

Buona lettura!

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La serie delle Sette Sorelle
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    26 Gennaio, 2018
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Esordio interessante

Thérèse è una trentenne inquieta. Ha lasciato il fidanzato, si è trasferita a Lisbona dove non conosce nessuno e ha "un intruso" nella pancia. Tra i suoi tormenti interiori, le passeggiate solitarie e le puntate al bar si intromette una telefonata. Sua zia Louise la invita ad andare in Corsica a trovare la nonna. Sembra che l'anziana abbia deciso di anticiparle una parte della sua eredità e servono alcune firme. La ragazza parte e si trova in poche ore in un ambiente surreale.L 'isola e in particolare Cap Corse è una zona aspra, più respingente che accogliente, quasi inadatta ad accogliere la razza umana. Lo stesso sembra dirsi degli abitanti del paesino di origine di Thérèse: Talmente elusivi da essere difficili da vedere. La vita sembra svolgersi dietro le persiane chiuse e le tende appena scostate per spiare chi passa in piazza. Tutti ostentano di farsi i fatti proprio eppure individuano uno straniero alla prima occhiata, lo catalogano e lo sfuggono. Già la prima notte che la ragazza passa nella casa di sua nonna ha un assaggio di quello che l'aspetta. Un intruso infatti uccide l'anziana buttandola da una scogliera e ruba i documenti della nipote. Da qui partono le indagini private di Thérèse per capire da un lato chi sia l'assassino e dall'altro di conoscere la storia della sua famiglia. Una storia fatta di segreti che tutti conoscono ma che nessuno le vuole svelare, perché sembra siano così terribili da non poter essere raccontati.
Questo è uno di quei libri che fa fatica a partire, ma poi una volta presa velocità non c'è più modo per fermarne la corsa. La partenza è decisamente confusa: le prima pagine fanno venir voglia di lasciare perdere. Due dei protagonisti si alternano nel raccontarci la loro vita ma in modo così criptico da creare solo confusione. La parte ambientata in Corsica invece cambia completamente: Thérèse e l'amico Wiliam continuano ad alternarsi nel racconto, ma in modo più chiaro e continuo. La Piazza è brava nel fornirci i dettagli della storia poco alla volta, così da creare non solo nell'isola ma anche nella nostra mente un clima di sospetto che non risparmia nessuno. Ne esce una trama che, anche se non sempre del tutto credibile è comunque intrigante e piena di spunti di riflessione. Belle le descrizioni che l'autrice fa del paesaggio aspro del Cap Code. Interessante anche il tema che parallelamente a quello del delitto viene sviluppato. Il rapporto con i figli infatti tormenta molti dei protagonisti. Il piccolo "intruso" nella pancia della protagonista, la figlia defunta che visita William, tutti i componenti della famiglia di Thérèse che sono stati genitori e figli discutibili.
Nel complesso bell'esordio per questa ragazza di professione scout letterario che questa volta ha deciso di esporsi in prima persona.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    22 Gennaio, 2018
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.. and I dreamed I was a cowboy

Se avessi letto Nevada Connection senza conoscerne l'autore avrei scommesso tutto il mio patrimonio (alquanto esiguo in effetti) sulla paternità letteraria di Joe Lansdale, autore - tra l'altro - di una serie di romanzi in stile country ambientati in quella parte più remota e leggendaria dell'America che la maggior parte di noi ha forse visto solo al cinema: il vecchio selvaggio West.
Questo romanzo nasce invece dalla penna di Don Winslow che prima di diventare uno dei più noti scrittori nel genere poliziesco americano, prima ancora di introdurci nei complotti internazionali ad ampio raggio legati al narcotraffico e ai grandi cartelli della droga (a proposito, non perdetevi 'Il potere del cane'), ci scaraventa di forza nel Nevada, nelle Terre Alte Solitarie, praticamente alla fine del mondo:
'Siamo a circa milleottocento metri di quota, ed è tutto spazio aperto, come puoi vedere. Poca gente, poco bestiame, un sacco di conigli selvatici e coyote. Laggiù sulle montagne ci sono anche puma, pecore Bighorn e aquile. Steve fermò il pick-up su un belvedere. E' come essere sull'orlo del mondo, pensò Neal. Una grande vastità marrone sotto una volta di un blu intenso.'
Hap e Leonard, la famosa coppia di investigatori nati dalla penna di Lansdale, si sarebbero sentiti come a casa qui; un pò meno Neal Carey, il detective privato già protagonista di London Underground e China Girl, avvezzo a ben altre usanze:
'Voglio tornare a New York, papà. Voglio sedermi al Burger Joint e mordere un hamburger al sangue, mentre la salsa mi cola sul polso e macchia l'inchiostro della mia copia del New York Times. E voglio un caffè ghiacciato che appanna il bicchiere, proprio davanti a me, dove basta allungare una mano per afferrarlo. Voglio passeggiare sul lato ovest di Broadway, e poi tornare indietro da est.'
Ma Neal Carey non è un tipo abitudinario, ci mette poco ad adattarsi al nuovo ambiente, sia perchè si lascia gradualmente ammaliare dall'infinita vastità di quei territori, dal fascino selvaggio ed incontaminato della natura che alterna montagne innevate ad immense praterie e distese desertiche, dove i rumori più assordanti sono quelli del vento o l'ululato di qualche coyote, sia perchè fa parte del suo lavoro mimetizzarsi, confondersi con la gente del posto (per quanto trattasi di poche anime) ed osservare.
Già, osservare, perchè Neal Carey è l'uomo di punta di un'associazione segreta che interviene in situazioni 'difficili', compromettenti e ad alto rischio.

- Un lavoro sotto copertura, figliolo.
Sotto copertura. Le due parole più eccitanti e terrificanti di quel tipo di attività. La fiamma che ti attrae e poi ti brucia.
- Dove? - chiese Neal.
Ed masticò un pezzo di patatina e usò l'altro per tracciare piccoli cerchi nell'aria.
- La fuori, no?
La fuori, là fuori. Bè, ragazzi, perchè no? Là fuori ci ho passato tutta la vita.

L'incarico che gli viene assegnato è quello di trovare e recuperare un bambino di soli due anni rapito dal padre a seguito della separazione con sua moglie, attrice hollywoodiana molto facoltosa; un incarico apparentemente meno rischioso degli altri in cui Neal era stato precedentemente coinvolto ma che si dimostrerà ben presto tutt'altro che semplice poichè il padre, fuggitivo, viene accolto col bambino da una setta di fanatici neonazisti, la Chiesa della Vera Identità Cristiana, fondata dal reverendo Carter e che ha la sua base operativa proprio in Nevada, nelle Terre Alte Solitarie.
Ritroviamo quindi un tema caro anche a Lansdale, quello dell'intolleranza e delle persecuzioni razziste, che stavolta ha come vittime non i neri bensì gli ebrei, considerati usurpatori e manipolatori capaci di sottrarre il potere del governo federale di Washington al vero popolo eletto, quello dei bianchi americani.
Se la monotonia della routine quotidiana manda in riserva la vostra carica vitale, se il fumo, il caos, il traffico della città inquina la vostra mente ed i vostri polmoni, se siete alla ricerca di un'esplosione di pura adrenalina letteraria senza se e senza ma, questo libro fa per voi:
tra galoppate di mandriani nei ranch, scazzottate nei saloon, rapine a mano armata e l'immancabile sparatoia finale ispirata alla leggendaria sfida all'O.K. Corrall verrete catapultati in un mondo da cui forse, come Neal Carey, vi dispiacerà poi tornare indietro.
Attenzione, però, restate coperti.. perchè i proiettili volano bassi.

So I drank myself some whiskey,
And I dreamed I was a cowboy,
Then I rode across the border.

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.. i romanzi di Lansdale
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    22 Gennaio, 2018
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Lo spirito della fanta poesia

La scrittura di Bolano è sempre interessante. Questo scrittore ha la capacità di catturarti dalle prime righe e di rendere ogni cosa coinvolgente e misteriosa. Il libro Lo spirito della fantascienza è stato scritto da un Bolano trentenne. Sembrerebbe un testo caotico e improvvisato, invece la sua struttura è meditata come si vede da schemi e appunti riportati a fine romanzo. L’architettura è labirintica, nel senso che ogni capitolo sembra a parte e la connessione tra i vari capitoli si intravede solo andando parecchio avanti con la lettura. Nel testo ci sono lettere a scrittori di fantascienza nord americani, capitoli di un romanzo di fantascienza scritto da Jan, capitoli di un romanzo vincitore del premio letterario scritto da Remo o da Arco, indagini sull’ambiente letterario cileno, e parti sulla vita e gli incontri dei tre amici (Jan, Remo e Arco), che frequentano tutti e tre l’ambiente letterario e sono aspiranti poeti/scrittori. Tenere e singolari le lettere scritte da Jan, 17enne aspirante scrittore di fantascienza, che si scopre in una delle lettere finali essere Bolano stesso. Una delle ultime lettere è firmata infatti Jan Shrella alias Roberto Bolano. Ian vive in un attico con Remo, che parla in vari capitoli in prima persona. Remo scrive articoli per la Bambola e fa indagini sulla situazione delle riviste letterarie in Messico. Tali riviste sono centinaia e centinaia. Quasi tutte fatte di pochi fogli fotocopiati e imprecisi, distribuiti nei supermercati locali. In America Latina c’è una incredibile fioritura poetica. Nonostante le riviste fai da te distribuite nei supermercati e i seminari di poesia i cui docenti sembrano esperti in sartoria-poetica (taglia l’inizio ma il finale non è male), nonostante i premi letterari locali dall’aria strana dove tutti gli ex vincitori e finalisti si ubriacano e si accoppiano per festeggiare, la poesia prolifica forse per effetto di un aleggiante spirito di fantascienza, così come le albe, i tramonti, la notte, le scale si umanizzano e cambiano forma e dimensione e aspetto plasmando il mondo dandogli un altro sapore e colore come fanno i versi delle poesie con le parole.
Ora se la lettura del testo è piacevole, da un punto di vista intellettuale la comprensione dell’insieme e del suo significato è difficoltosa e questo potrebbe togliere al lettore parte del gusto della lettura.
Azzardo un’interpretazione del testo. A me sembra che i tre amici siano eteronimi, siano la stessa persona riprodotta in un gioco di specchi simile, con diverso stile, a quanto faceva Pessoa con i suoi eteronimi ognuno dei quali aveva vita e modi propri. Questa interpretazione potrebbe essere suggerita dal fatto che Jan, lo scrittore di fantascienza, è Bolano (si firma alias Bolano) ma a parlare in prima persona è Remo. Il vincitore del più grande premio letterario cileno poi dovrebbe essere Remo o Arco. Non si capisce chi di loro.
Anche il rapporto tra Laura di Remo è particolare. Laura è chiamata da Remo la Principessa Atzeca, come la moto (rubata) che poi lui compra così come ruba Laura al compagno del momento. Il romanzo termina con le avventure amorose di Remo e Laura nei bagni pubblici dove tante persone vanno e vengono liberamente, anche senza bussare, dal loro bagno. A me hanno fatto pensare a idee di persone più che persone reali, a fantasie, a eteronimi che si infilano nel rapporto tra i due complicandolo così come succedeva tra Ofelia e Pessoa.
In effetti il romanzo anche se si intitola lo spirito della fantascienza e anche se riporta parte di capitoli di un romanzo di fantascienza parla molto più di poesia che di fantascienza. Jan sembra quasi Robinson Crusoe che scrive lettere nella bottiglia ai veri scrittori di fantascienza dalla sua isola sperduta dell’America Latina dove è l’unico scrittore di fantascienza esistente. Inedito naturalmente. Il suo docente di letteratura gli chiede dopo la lettura del suo romanzo molto preoccupato se per caso ha fatto uso di allucinogeni. Anche il fatto che non esca mai di casa, che stia sempre in quella soffitta, lui e le sue allucinazioni, a guardare quelle albe parlanti, gli strani tramonti, le notti che si riavvolgono come nastri è molto bello. Spiega come lo spirito di poesia nutra lo spirito di fantascienza dell’opera di Bolano che non troverebbe radici e comprensione, né altro tipo di nutrimento adatto nell’isola deserta dell’dell’America latina.
“Chi dobbiamo baciare affinchè si svegli e rompa l’incantesimo? La follia o la bellezza? La follia e
la bellezza?”
“Certo è dura. Cerco di imparare, studiare, osservare, ma torno sempre al punto di partenza: è dura e sono in America Latina, è dura e sono latinoamericano, è dura e per colmo di disgrazia sono nato in Cile, anche se Hugo Correa (le dice qualcosa?) potrebbe contraddirmi. Per quanto riguarda le lettere sono tutte rivolte a scrittori di fantascienza degli Stati Uniti; scrittori che suppongo ragionevolmente siano ancora vivie che mi piacciono come J. Tiptree Jr., T. Surgen, R. Bradbury, R.A. Lafferty, F. Leiber, A. Bester. (Ah, se potessi mettermi in comunicazione con i morti scriverei a P. Dick). Non credo che molte delle mie missive arrivino ai destinatari ma devo sperarlo con tutte le mie forze e continuare a spedirle……
…Vuole sapere perché scrivo lettere? Forse solo per rompere le scatole o forse no… Forse sono ammattito a forza di leggere romanzi di fantascienza…Forse queste sono le mie astronavi NAFAL. In ogni caso al di là di tutto la ringrazio infinitamente, Un abbraccio,
Jan schrella” (a Ursula K Le Guin)

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Lo consiglio ma non come primo approccio a Bolano.
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