Le recensioni della redazione QLibri

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    13 Ottobre, 2019
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“La musica non è un suono ma un concetto” (Schonbe

L’arte, ogni arte, coinvolge sensi e anima di ciascun fruitore. Ciò, ovviamente, a livelli diversi, secondo le conoscenze e le esperienze specifiche di ognuno. Solo alcuni riescono a cogliere e penetrare il vero significato, le sottili sfumature, la specificità di un’opera d’arte. Per giungere a questo occorre uno studio costante e approfondito. Dunque l’arte è accessibile solo a una élite che abbia ad essa dedicato tempo ed energie? No assolutamente no. L’arte è patrimonio di tutti e ogni interpretazione, ogni esperienza da essa derivata aiuta a crescere e ad ampliare la conoscenza del mondo che ci circonda.
In questo libro dal titolo significativo “Assolutamente musica”, significativo perché solo di musica si parla, sciolta, libera da divagazioni in altri campi, Murakami Haruki ha raccolto le conversazioni avute con il grande direttore d’orchestra Ozawa Seiji, sul tema del rapporto tra spartito ed esecuzione, della necessaria sintonia tra direttore e solista, tra direttore e altri elementi dell’orchestra.
I dialoghi svelano l’importanza di certi aspetti dell’esecuzione e dell’interpretazione musicale che sfuggono all’orecchio inesperto dell’ascoltatore, il significato delle pause, la difficoltà di tenere a lungo una singola nota, l’abilità di orchestra e solista ad intendersi. Ogni orchestra suona a modo suo, ha una sua interpretazione d’uno spartito e il suo suono cambia con il direttore, ma mantiene il suo carattere originale, tuttavia il direttore troppo rispettoso del parere dei musicisti va incontro a difficoltà nel dirigere. Dunque è importante la cura del dettaglio, la tempestività con la quale i musicisti colgono la segnalazione del maestro a entrare. Ozawa e Murakami si trovano d’accordo nel sottolineare che lo stile dell’orchestra assomiglia allo stile dello scrittore. Anche per chi scrive la parola e l’insieme delle parole sono musica. Se un componimento letterario non ha musicalità, non ha ritmo difficilmente avrà successo. Non a caso le opere di Murakami sono tutte scandite dal suono di celebri brani.
Il rapporto direttore-musicisti è importantissimo. Il direttore comunica la sua interpretazione dello spartito attraverso una gestualità a lui propria, in un gioco che coinvolge corpo e intelletto, con un risultato unico. Interpretare un compositore vuol dire averne approfondito l’epoca, averne compreso la sua visione del mondo. Qui il dialogo si sofferma sia pure brevemente sulla analogia tra l’interpretazione di un’opera pittorica e un’opera musicale. Non a caso si accenna a Mahler, a Klimt e a Schiele nelle cui opere ben si capisce la rottura col mondo tedesco, la fine di un’epoca.
Murakami e Ozawa si soffermano poi anche su jazz e lirica, concordi sull’importanza e l’interesse di ogni genere musicale, per concludere con un’importante affermazione: “Per creare la buona musica, innanzitutto è necessaria una scintilla, poi la magia. In mancanza di una delle due, niente buona musica.”

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Ottobre, 2019
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Un matrimonio

Tom e Louise sono una coppia in crisi coniugale. Hanno deciso di rivolgersi ad una consulente matrimoniale e tutte le settimane, poco prima della seduta, si ritrovano nel pub di fronte alla casa della terapista per bere qualcosa e parlare un po'.

Il libro di Nick Hornby, “Lo stato dell'unione” è una pièce teatrale e non un romanzo. È costituito quasi interamente dalle battute che si scambiano i due coniugi nel pub prima di entrare dalla consulente matrimoniale, che costituisce l'unica ambientazione. L'autore interviene pochissimo e solo per fornire qualche indicazione didascalica su qualche stato d'animo o sommaria descrizione.

I dialoghi sono taglienti, talvolta ironici, talvolta amari e ci raccontano un matrimonio che sta finendo: Tom e Louise non avevano quasi niente in comune quando si sono messi insieme, a parte le parole crociate e il desiderio di diventare genitori, si sono uniti per formare una famiglia ma cosa li ha tenuti insieme? Il sesso. Ed ora che la stanchezza, i problemi di lavoro dell'uno, la tendenza ad annoiarsi dell'altra li hanno allontanati non riescono più a fare sesso (almeno non fra di loro). Il matrimonio è sull'orlo del baratro: riusciranno a salvarlo? Più che gli incontri con la consulente matrimoniale, saranno decisivi gli appuntamenti preliminari al pub: tra un sorso di vino bianco e una pinta di birra sarà possibile per Tom e Louise sviscerare sogni, dubbi e desideri e dirsi, finalmente con sincerità, cosa vogliono cambiare e cosa vogliono salvare del loro matrimonio.

“Lo stato dell'unione” è un libro che si legge in un soffio, vi strapperà qualche risata e vi trasmetterà un po' di malinconia. L'amore, quando diventa un matrimonio che dura da tanto tempo, si trasforma, cambia e risente della stanchezza, delle insoddisfazioni personali, della difficoltà a comunicare dei coniugi.

“ «No, non... Stiamo uscendo dal seminato. Ma forse è questo che ci aspettiamo da un matrimonio. Una macchina a moto perpetuo che non esaurisce mai l'energia. Però noi abbiamo dei figli, un mutuo, tua madre, mio padre, il lavoro, il non lavoro... Come fa uno a non sentirsi oppresso da tutto questo?»”

Non resta che parlarne in modo brillante e pungente, mescolando la tristezza all'ironia, con leggerezza.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    10 Ottobre, 2019
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Non aprite quella porta

"Fendevo l'acqua con il corpo, filando da un'estremità all'altra della vasca come una macchina ben oliata, azionata da gesti precisi, perfettamente concatenati. Quando toccavo la parete facevo una capriola e puntavo i piedi per spingermi nell'altra direzione.(...) Il vigore che mi gonfiava i muscoli mi rallegrava, inanellai le vasche senza contarle. Alla fine, sott'acqua, braccia lungo i fianchi, mi lasciai andare. La testa sbucò dalla superficie, con la bocca aperta per respirare l'aria, le mani trovarono il bordo e, sfruttando lo slancio, effettuarono con scioltezza un sollevamento per tirare fuori dall'acqua il corpo grondante."

Un uomo biondo, una donna bionda con lo chignon, un'altra con i cappelli corti corvini, un bambino biondo, un uomo bruno e una donna formosa dai cappelli rossi, questi sono i personaggi dell'ultimo libro di Jonathan Littell. Niente nomi, solo caratteristiche fisiche. Sette capitoli circolari, in cui viene descritta la stessa storia, però da più prospettive: l'io narrate è ora l'uomo biondo, ora la donna bionda con lo chignon, ora il bambino biondo. Iniziano tutti con l'uscita di un corpo grondante dalla piscina per poi concludersi sempre lì con un preciso tuffo. Nel mezzo, una ricerca, una fuga del narratore dentro un lungo e contorto corridoio buio contente tante porte che danno su vari scenari di vita. In tutti i sette capitoli, questi scenari sono gli stessi e si succedono nella stessa ordine: la vita di famiglia, due amanti in albergo, un monolocale dedicato alla solitudine, una festa di gruppo e infine una scena di guerra. Mutano i personaggi, gli oggetti e le situazioni, penetrano da uno scenario all'altro e subiscono metamorfosi, si sdoppiano, un grido di una scena avrà l'eco in un altra. Ad esempio, nella scena famiglia il bambino biondo gioca nella sua cameretta con dei soldatini giocatolo uccidendoli, nella scena guerra invece il bambino biondo viene crudelmente ucciso dai soldati.

Questa circolarità dei singoli capitoli e la connessione delle cinque scene si estende anche all'insieme del libro. Man mano che si va avanti nel romanzo si percepisce un aumento di intensità di questa fuga nel corridoio buio e le piccole scene si sviluppano da un capitolo all'altro avendo un loro epilogo. Per quanto sia fissa e matematica l'impostazione del romanzo, con ripetizioni anche di intere frasi che il lettore ormai imparerà a memoria e rappresenterà per lui delle linee guida, tipo "tu sei qui" sulle mappe, essa contiene un gioco di specchi, di sdoppiamenti, un labirinto in qui tutto muta e si trasforma: "come il racconto di quell'evento inaudito che adesso sto cercando di costruire, facevo acqua da tutte le parti; fuggivo, ma in me stessa, per sempre libera."

La particolarità di questo romanzo non consiste soltanto nella forma ma anche nel suo contenuto che è caratterizzato da un alto tasso di violenza ed erotismo. Il sesso è presente quasi in tutti i scenari e viene descritto in tutte le sue forme, da autoerotismo a orgie omosessuali. Credo che Littell sia un ibrido tra De Sade e Henry Miller, ci sono delle scene allucinanti che però, prima ancora di disgustare il lettore, incuriosiscono perché inaudite e scritte, secondo me, bene. Eccone un esempio:

"Appoggiai le rotule sul campo di erbe del copriletto e mi voltai: il mio orifizio macchiato di sangue era al centro dello specchio, delineato da due pieghe di carne gonfie, pelose, che scostai e scrollai come vecchi cenci lerci, scoprendo le mucose rosa e l'apertura spalancata che, man mano che vi affondavo le dita, si dilatava smisuratamente, senza limiti, un organo cavo ripiegato su se stesso, senza più alcuna relazione con me. Alla fine tutta la mia mano si ritrovò al suo interno, il polso stretto fra i tessuti spugnosi e sporchi, e mossi le dita, pizzicando i nervi come corde, inviando lungo il mio sistema nervoso i trilli di una musica al tempo stesso priva di timbro e carnale, che si raggruppava qua e là in vibrazioni convergenti prima di implodere, e scoccare di rimando fiotti di luce che mi attraversavano a rimbalzi il corpo svuotato, sparpagliandolo per la stanza. Ciò nonostante il sesso non cessava di rimanere spalancato, ora occupava la maggior parte dello specchio con tutta la sua profondità aperta dalle mie due mani, nera, abissale, alla fine abbastanza grande perché ci ficcassi tutta la testa e la facessi scomparire dentro, seguita dall'insieme dei miei organi che da lì si dispersero nel grande appartamento, lasciando il corpo vuoto disteso sul copriletto verde e oro, una conchiglia bianca e liscia, senza asperità, pura superficie avvolta dal sonno."

Così come mancano i nomi ai personaggi, a loro mancano anche i pensieri, i sentimenti e lo spirito critico. In questo libro, nonostante la narrazione sia in prima persona, tutto viene descritto con assoluto distacco, c'è un silenzio totale della coscienza dei personaggi, delle loro intenzioni, di ciò che reputano giusto o sbagliato,si limitano solo a descrivere il presente "visibile", non esistono legami affettivi non esistono rimpianti o introspezioni, esiste solo "ora" in un mondo estraneo a loro. Solo nel finale, l'autore sembra rompere questo silenzio e lasciare trasparire un messaggio:

"mi sentivo invaso da un vasto senso di futilità, forse, pensavo, se avessi scorto qualcun altro, una figura umana, avrei potuto raggiungerla, avremmo camminato insieme e questo avrebbe forse alleviato un po' i nostri passi, perché anche se non ci fossimo parlati, se non avessimo scambiato nemmeno una parola, avremmo sentito il nostro rispettivo respiro e il suono delle nostre falcate, una presenza, quindi, sarebbe stata lì accanto a me e io accanto a lei, avrebbe avuto un che di vagamente confortante, ma non c'era nulla, nemmeno un'ombra (...)".

Per concludere, è un libro di forte impatto: violentissimo, freddo, osceno, sporco, immorale ma cattura proprio per questo fascino del male e per il modo in cui è stato scritto e che fa la differenza tra un bravo scrittore e uno mediocre. Trasmette un grande senso di solitudine, però, del resto, si nasce e si muore soli, e nel mentre la situazione cambia di poco.

Piccola curiosità: Il sottotitolo” Nuova versione” fa riferimento all’ampliamento del libro originale,” Una vecchia storia”, pubblicato qualche anno prima e contenente i primi due capitoli. La nuova versione ne aggiunge i successivi cinque e secondo me è un esperimento riuscito che incorpora perfettamente la versione precedente e da luce a un nuovo libro, più compatto.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    04 Ottobre, 2019
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Che stia davvero tornando il King di una volta?

Intendiamoci, "L'istituto" non è un'opera esente da difetti e probabilmente non è neanche lontanamente accostabile a quei capolavori che sono "Il miglio verde", "22/11/'63" oppure "It"; ma è comunque un romanzo che ci fa risentire il sapore del King migliore, quello che l'ha portato a essere quello che è.
Mentre in seguito alla lettura di "The Outsider" poteva sussistere il dubbio che fosse solo una buona uscita in mezzo alle tante recenti delusioni, la lettura di quest'ultimo romanzo ci rivela un King in grande spolvero e fa recuperare speranze ai suoi fan che sperano in altri capolavori che siano al livello delle opere del passato, anche perché a rigor di logica un autore dovrebbe essere come il vino e migliorare col passare degli anni. Ai tempi di della trilogia che aveva inizio con "Mr. Mercedes" sembrava che questo discorso non si applicasse in questo caso, e che il Re fosse precipitato in un rovinoso declino senza uscita.
Questo timore potrebbe essere infondato.
Lo stile di King è coinvolgente e scorrevole come sempre, capace in certi tratti di tenerti incollato alle pagine, anche se ci sono dei momenti in cui la storia tende a rallentare e l'autore a ripetersi. L'originalità della storia e il mistero che la impregna, tuttavia, riescono a stimolare la curiosità del lettore e a spingerlo a non demordere anche nei tratti più lenti.
Come dicevo all'inizio però, quest'opera non è esente da difetti; anzi, direi che ce n'è uno piuttosto evidente che nella mia testa ha un po' sminuito il valore di tutta la storia, perché è su questo presupposto che si regge tutta la trama tessuta dall'autore. Non posso essere più specifico, altrimenti rischierei la lapidazione per "spoileraggio" acuto, ma posso dirvi che un lettore attento e più schizzinoso di me che si accorga della stessa incrinatura narrativa, potrebbe avere una reazione molto meno pacata della mia, che mi sono limitato ad abbassare di un'unità il voto al contenuto.

La storia si concentra su Luke Ellis, ragazzino dodicenne dall'intelligenza talmente straordinaria da portarlo anche a una così giovane età, a presentarsi per i test d'ingresso di due importanti università. Contemporaneamente.
L'intelligenza, tuttavia, non è l'unica peculiarità a rendere speciale questo ragazzino, e saranno proprio le sue altre doti a spingere una squadra di rapitori a uccidere i suoi genitori, rapirlo e portarlo in una struttura detta "L'istituto". Luke si risveglierà in una stanza in tutto e per tutto simile alla sua, se non fosse per la totale assenza di finestre.
In questo Istituto Luke conoscerà tanti altri ragazzi come lui, che vengono sottoposti ai trattamenti più brutali pur di far emergere le loro capacità, che a quanto sostengono i direttori di quell'inferno vengono utilizzati per "il bene della nazione". Cosa può capirne un bambino, per quanto dotato, del bene di una nazione? Come può un bambino anche solo pensare di sacrificare la propria spensieratezza nel nome di qualcosa che non è ancora in grado di capire?
King mette in piedi una storia originale, che potrebbe concludersi con questo tomo o anche dipanarsi in nuove pubblicazioni. Certo, occorrerà impegno per dare nuova linfa a una storia che sembra averci già detto molto di quel che aveva da dire, ma potrebbe valerne la pena.

"C'era un aggettivo per definire le persone come lei, ed era: fanatica. Eichmann, Mengele e Rauff erano scappati, seguendo la loro natura di codardi e di opportunisti, ma quel fanatico del loro Führer era rimasto e aveva preferito suicidarsi. Luke era quasi certo che, avendone l'opportunità, quella donna avrebbe fatto altrettanto."

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Settembre, 2019
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Il ritratto vivido della Barcellona inizio '900

Il suo nome è Dalmau Sala, è figlio di un anarchico giustiziato dalle autorità, esiliato e poi deceduto a causa delle torture subite, vive con la madre Josefa e la sorella Montserrat e presta i suoi servigi presso il maestro Don Manuel proprietario della “Manuel Bello Garcìa. Fabrica Azulejos”, un luogo che, superata l’insegna in ceramica azzurra e bianca, si estende tra vasche e seccatoi, magazzini e fornaci. Si tratta di una fabbrica di medie dimensioni specializzata nella realizzazione di lavori in serie e nella realizzazione di pezzi speciali disegnati o immaginati dagli architetti e dai capomastri per gli edifici o per i tanti esercizi commerciali, botteghe, farmacie, alberghi, ristoranti e locali vari che facevano della ceramica l’elemento decorativo per eccellenza. Questo è il lavoro di Dalmau: disegnare, creare progetti originali poi prodotti in serie che entrano a far parte del catalogo della ditta nonché concretizzare e sviluppare i progetti ideati dai capimastri nella costruzione di case e negozi, spesso soltanto abbozzati, o ancora, realizzare i modelli che i grandi architetti modernisti presentano a lui già perfettamente elaborati. Il disegnatore, di umili vesti e origini, lavora in uno studio accanto a quello del maestro, dispone di uno spazio proprio in cui disegnare piastrelle con motivi orientaleggianti, dai fiori di loto, alle ninfee, ai crisantemi. Aveva perfezionato l’abilità nel disegnare fiori seguendo vari corsi nella scuola della Llotja di Barcellona, dove era entrato all’età di dieci anni, una scuola che comprendeva dall’aritmetica, alla geometria, al disegno figurato, geometrico e orientale, al disegno applicato alla produzione industriale.

«In definitiva, aveva imparato tutto quello che c’era da sapere sulla posa di piastrelle e mosaici, finché, a soli diciannove anni, grazie ai suoi meriti era diventato il primo disegnatore e progettista di Don Manuel. Invidie e rancori, ovviamente, non erano mancati in una fabbrica dove a molti costava fatica obbedire a un giovane che neanche si presentava in abiti eleganti, con tanto di cappello, e che, fino a poco tempo prima, lavorava in ginocchio accanto a loro; tuttavia, il talento e la professionalità di Dalmau avevano ben presto dissipato i malumori»

Follemente innamorato di Emma Tàsies, una donna abile nei lavori in cucina e per questo impiegata in una trattoria, dai seni grandi e sodi, il ventre piatto, la vita stretta e i fianchi tondi, una donna voluttuosa e molto ben proporzionata, il viso ovale dagli occhi grandi e castani, labbra carnose e zigomi pronunciati e naso dritto, deciso che ne annunciava il temperamento e il carattere determinato e indipendente, Dalmau è preoccupato per le stesse ideologie rivoluzionarie che la caratterizzano e che sono proprie anche della sorella.
Siamo a Barcellona nel 1901. La vita dei protagonisti è caratterizzata da grandi tensioni sociali; la miseria delle classi più deboli si scontra con il lusso delle classi più forti, con la rivoluzione industriale e le sue continue e inarrestabili evoluzioni, con il sopraggiungere di una nuova e rivoluzionaria stagione artistica, quella del Modernismo. Le classi operaie non rifuggono agli scioperi, alle proteste, anche se ciò può comportare un prezzo molto alto da pagare. Montserrat, a sua volta anarchica come il padre e il fratello maggiore dei tre, Tomàs, di fatto soltanto una libertaria che aspira al bene comune e ad abolire la schiavitù degli operai affinché tornino ad essere liberi, un’ingenua idealista, lo constaterà sulla propria pelle nel momento in cui verrà arrestata e condotta nel carcere di Amalia, luogo dove subirà molteplici violenze, anche sessuali. Come tirarla fuori? Come salvarla da quell’accusa di ribellione e di aggressione a un soldato che aveva addirittura graffiato oltre che colpito tanto da finire sotto la giurisdizione del tribunale militare e non più civile? C’è soltanto una persona che può aiutare la donna e quella persona è Don Manuel che, come ha salvato Dalmau dall’obbligo militare pagandone l’esonero, può intervenire a favore della diciottenne ma ad una sola condizione: la sua conversione al cattolicesimo.
Da questi brevi assunti ha inizio “Il pittore di anime” un romanzo ricco di spunti di riflessione e stratificato che conduce il lettore alla riscoperta di un periodo storico di grandi mutamenti fatto di luci e ombre che si susseguono ed intersecano tra loro.
L’autore non si risparmia nella narrazione, riesce a ben bilanciare le vicende storiche con quelle dei personaggi che in un crescendo costante invitano a proseguire nella riscoperta delle vicende in quello che è un romanzo emozionante in cui non mancano i sentimenti, non manca la solidarietà, non manca l’amore, non manca il cambiamento. L’impressione del conoscitore man mano che il testo si apre nelle varie danze è proprio quella di trovarsi innanzi ad un quadro che viene dipinto pennellata dopo pennellata. L’opera si dipana in un lasso temporale ampio, tocca molteplici problematiche, affronta la crisi economica, affronta la povertà, il corpo privato della sua dignità per la sopravvivenza, affronta la menzogna, la malattia, la voglia di riscatto, la vendetta personale, la ribellione, l’ingiustizia e molto molto altro ancora. I personaggi sono tutti magistralmente costruiti e le descrizioni delle ambientazioni che li accompagnano per mano rendono il componimento ancora più vivido e veritiero nella mente di chi legge. Il tutto partendo dalla dicotomia tra lotta operaia e classe ricco borghese incrollabilmente di fede cattolica, il tutto partendo dalla dicotomia tra ribellione alla grigia tradizione e società in evoluzione.
Il risultato è quello di uno scritto godibilissimo, che si fa divorare, che cattura pagina dopo pagina e che mantiene alta la qualità delle opere a firma Ildefonso Falcones. Diverso da opere quali “La cattedrale del mare” ma non per questo a loro inferiore. Tra le pagine il Falcones a cui siamo abituati si ritrova interamente, in ogni suo corollario e in ogni sua sfumatura. È un volume, ancora, che ricorda, a tratti, lo stile e l’impostazione di Ken Follett ne “La trilogia del Novecento” e per questo mi sento di consigliarlo a tutti coloro che amano il romanzo storico nonché i libri di sostanza e di spessore.

«Bisogna andare avanti, ma non credo che tornare al monumentalismo, all’architettura che cerca una bellezza monumentale o addirittura la manifestazione del potere, e che alla fin fine si sottomette ai dettami della politica, sia paragonabile al Cubismo o al Surrealismo, che sono le massime espressioni dell’indipendenza e della libertà interpretativa dell’artista. Nel Noucentisme e nelle altre correnti simili che si diffondono in tutta Europa, le istituzioni si arrogano il diritto di promuovere l’arte pubblica, l’arte urbana, e lo fanno secondo la loro ideologia, che ancora una volta tentano d’imporre al pubblico» p. 673

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Settembre, 2019
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Un semplice primo amore

Quando ho letto la trama di questo libro sono rimasto piuttosto incuriosito: mi fa sempre un certo effetto veder citare determinati autori, e leggere il titolo “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut mi ha fatto ben sperare riguardo questa storia, spingendomi a leggerla. Tuttavia, come succede con marchette, fascette e affini, anche la trama può essere ingannevole. Mentre nella mia mente immaginavo una storia di formazione in cui i libri(quelli belli) hanno un ruolo fondamentale, mi sono ritrovato a leggere niente altro che la storia di un primo amore adolescenziale, che non ha molto di originale e in cui i libri non hanno il ruolo che avevo sperato.
Certo, lo stile dell’autore è scorrevole(e ci mancherebbe, considerando il genere a cui si è rivelato appartenere), ma manca di quel qualcosa che può distinguerlo dalla miriade di altri libri simili. Non ho letto l’altro libro dell’autore che, stando alla fascetta dovrebbe aver venduto milioni di copie, ma dovesse essere simile fatico a spiegarmene il motivo.
Non si può dire che Nicholls sia stato una rivelazione, insomma, tuttavia c'è da dire anche che non prediligo il genere.

La storia è completamente incentrata sulla figura di Charlie Lewis, fresco diplomato e non certo con lode. Ragazzo che si autodefinisce piuttosto anonimo, che vive una situazione familiare non facile e non fa altro che vivere la vita piuttosto passivamente, senza una vera passione che gli infiammi l’anima. Il suo unico passatempo è divertirsi in modi piuttosto "estremi" in compagnia del suo gruppetto di amici.
L’estate in cui la scuola finisce, tuttavia, si rivelerà piuttosto densa di avvenimenti: lo porterà ad allontanarsi dai suoi vecchi amici e, casualmente, incontrare quello che sarà il suo primo amore: Fran Fisher. Quella che inizialmente sarà una cotta lo spingerà a far parte di una compagnia teatrale, la Compagnia del Bardo, che sta lavorando per mettere in scena Romeo e Giulietta. Qui Charlie incontrerà anche molti dei suoi ex compagni, con i quali stringerà rapporti che durante la scuola non si sarebbe mai sognato. Questa nuova esperienza porterà Charlie a sbocciare, non senza difficoltà, introducendolo nel nuovo mondo dell’età adulta.

"[...] per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient'altro, qui c'è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai dei gusti più raffinati... Ma quando la senti per radio, be', è ancora una bella canzone. Proprio bella."

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Settembre, 2019
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La voce di Briseide

«Alle donne si addice il silenzio»

Se è vero che la storia viene raccontata e tramandata dai vincitori, è altrettanto vero che per molti secoli la letteratura ha avuto la voce quasi esclusiva dei maschi. Alle donne si richiedeva di essere sottomesse, di arrendersi placidamente alla propria sorte e soprattutto di essere silenziose. Mai soggetti narranti, al massimo oggetti vuoti ed esteriori di racconti con protagonisti gli uomini.

Pat Barker ha cercato, ai nostri giorni, di restituire invece una voce a quei soggetti della letteratura che nell'Antichità non l'hanno potuta avere: le donne appunto. Possiamo così leggere una riscrittura dell'Iliade fatta dal punto di vista di Briseide. Quante volte, leggendo questo classico dei classici, questa storia immortale che ha sconfitto il tempo per innumerevoli generazioni, ci siamo trovati al cospetto di questa ragazza! Una schiava, un premio di guerra del famoso eroe Achille. Quante volte ci siamo soffermati a riflettere su quello che poteva voler dire ciò? Essere una schiava, essere un premio di guerra. Pat Barker ci conduce in questo territorio inesplorato e ci fa rivivere la famosa guerra attraverso la voce atterrita e disincantata di Briseide.

«[...] A furia di ripensare al mio tentativo di fuga, mi ero convinta di aver voluto evadere non tanto dall'accampamento degli achei, quanto dalla storia di Achille; avevo tentato, e non ci ero riuscita. Perché questa, badate bene, era la sua storia: la sua ira, il suo dolore. Che io fossi in collera, che soffrissi anch'io, non importava. E invece eccomi di nuovo lì, ad aspettare il momento in cui lui avrebbe deciso che era ora di andare a dormire: ancora in trappola, ancora imprigionata dentro la sua storia, senza una parte autentica da poter definire mia.»

La narrazione si apre con l'assedio da parte degli achei della città di Lirnesso, alleata di Troia. Ben presto i guerrieri greci la espugnano e uccidono tutti i maschi. Briseide è la giovane moglie del re Minete e, insieme alle altre donne, viene fatta prigioniera e portata come trofeo di guerra nell'accampamento greco sulla spiaggia alle pendici della città di Troia. Sarà scelta come premio da Achille, sarà la sua schiava. Briseide è una sopravvissuta: ha visto morire, trucidata per mano di Achille, tutta la sua famiglia. La sua vita precedente non esiste più, non ha più uno status sociale, parenti, protezione. Ma ciò che è più difficile da sopportare è diventare la concubina dell'assassino dei suoi familiari, dello spietato uccisore dei suoi fratelli, di Achille. Briseide è una schiava, è costretta a servire, curare, assecondare i desideri sessuali dei propri nemici. Inizialmente è fiera ed orgogliosa, e prova repulsione verso altre donne che mostrano condiscendenza e attaccamento verso i greci. Eppure con il tempo ogni confine è destinato a sfumarsi, ogni netta separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione della guerra. É vero, la posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. Una sorte che accomuna tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti.
É in questo contesto che può prendere vita e diventare reale un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore, o un gesto ospitale e rispettoso verso il più acerrimo nemico.

«Tuttavia è alle ragazze che penso più spesso. Arianna, che sul tetto della cittadella mi aveva teso la mano prima di gettarsi nel vuoto. Oppure Polissena, che solo qualche ora prima aveva detto: “Meglio morire sulla tomba di Achille che vivere ed essere schiava”. Sul promontorio soffiava un vento freddo, e io rimasi lì, a sentirmi volgare, stupida e abietta al cospetto della loro fiera purezza. Ma poi il bambino scalciò. Premetti forte una mano sulla pancia e mi rallegrai di aver scelto la vita.»

In conclusione quindi, un romanzo riuscito, che, pur facendoci riconsiderare l'Iliade con uno sguardo diverso, ne conserva comunque la potenza e la grandezza letteraria.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    13 Settembre, 2019
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la mitologia del vivere sentimentale


Chiara Valerio, responsabile della narrativa italiana per la casa editrice Marsilio, lavora anche a Rai Radio 3. Il suo ultimo libro è Storia umana della matematica. Ora esce con Il cuore non si vede, un libro di grande classe, scritto con una prosa più che perfetta. Purtroppo il contenuto, la trama non è stata di mio gradimento.
Il libro racconta la storia di Andrea Dileva, che una mattina si sveglia, improvvisamente, accanto a Laura, sua moglie, e scopre di non avere più un cuore. Più avanti si scopre manchevole anche dei polmoni. Come è possibile? Come fa a vivere ugualmente? Lui, quarantenne, professore di greco, ottimo studioso , si ritrova in una situazione paradossale. Lui che vedeva:
“Il futuro d’altronde non era roba per lui. Aveva fatto studi classici e insegnava greco, ea un’autorità, e , a tratti, non gliene importava niente, andava in giro per convegni e si annoiava, formava studenti dicendo loro che senza memoria del passato non esiste immaginazione del futuro e probabilmente, mentre lo diceva e ripeteva, ne era convinto, ma no, il futuro non gli interessava. Si situava , come Borges, in un punto indefinito della decadenza dell’impero romano. Il suo sentimento più persistente era il tramonto.”
Lui che considerava
“la mitologia come l’archetipo di ogni cosa”,
non sa come trovare una soluzione. Ragiona e riflette, affermando di essere
“diventato uno studioso di mitologia ma avrei potuto diventare un cocainomane, così esposto alla polverina che dà allegria. “
Potrebbe cercare una soluzione con Carla, la sua amante. Ma lei a sua volta ha un marito, un figlio, un lavoro e con il suo corpo ha sempre avuto un rapporto altalenante. E allora Simone, suo figlio, che gli è molto affezionato e comprende le situazioni più articolate. Ma lui è un bambino, quel figlio che lui avrebbe tanto voluto avere. Simone:
“era il vaso per tutti i fiori raccolti in solitari e meno solitari anni di studio, (…) era la terra per quelli che lui credeva fiori recisi e invece si erano rivelati capaci di semi e germogli.”
In questo modo si forma intorno alla sua persona un coro di donne che raccontano la loro storia, stupendolo con ironia e passione. Fino al finale, sorprendente e metafora dei tempi moderni.
Un libro che mescola mitologia, l’amore per un passato ricco di cultura, profondo e colto, all’oggi, dipinto come insicuro, fragile, poco coinvolgente e superficiale. Un flusso di coscienza ininterrotto, metafora della fragilità e della sofferenza dei sentimenti e della condizione umana. Un ottimo e perfetto esercizio di scrittura, privo di una trama e di un contenuto coinvolgente.

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Religione e spiritualità
 
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archeomari Opinione inserita da archeomari    09 Settembre, 2019
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Una lettura nuova e una nuova consapevolezza

Dopo “Le ultime diciotto ore di Gesù “ in cui si narrava del processo, della tortura e della morte di Yehoshua ben Yosef (Gesù figlio di Giuseppe), Corrado Augias torna a parlare dei testi religiosi, per la precisione dei quattro Vangeli canonici, ma con un taglio innovativo.
Partendo dell’osservazione di Borges, secondo il quale i testi sacri sono un ramo della letteratura fantastica, Augias affronta la narrazione dei Vangeli lontano dal manto fideistico e teologico, come è suo stile e, insieme a Giovanni Filoramo, emerito professore di Storia del Cristianesimo, ci parla dei vari personaggi del racconto evangelico come se fossero personaggi di una qualsiasi pregevole opera di letteratura.
In effetti le Sacre Scritture, considerando tutto il complesso di testi che formano la Bibbia, comprendono anche cantici e salmi, testi poetici in qualche modo, quindi quale punto di vista migliore per leggere anche i quattro Vangeli?
Questa tecnica permette di focalizzare l’attenzione su figure importanti nella vita di Gesù: i suoi genitori terreni, che risultano alquanto sbiaditi nei testi in esame, suo fratello Giacomo (il termine ‘adelphos’ in greco significa ‘fratello di sangue’, ma la Chiesa, per la difesa del dogma della verginità perpetua di Maria, non ammette tale traduzione), il procuratore Ponzio Pilato, Pietro, i componenti del sinedrio, etc. Senza trascurare però i personaggi che dalle narrazioni evangeliche appaiono delle semplici figurine: Lazzaro, i Magi, Barabba, il famoso e sconosciuto legionario che infierisce sul corpo esanime di Gesù e altri ancora.
Nel libro c’è un paragrafo interessantissimo anche sulla natura, che è sempre sullo sfondo delle azioni di Gesù e che si può leopardianamente interpretare come fredda, distante ed indifferente alle sorti umane.
Questo tipo di lettura, sostenuto dalla cultura storica di entrambi gli autori (innegabilmente profonda quella del professor Filoramo) e che non si concentra più solamente sulle ‘intoccabili’ figure di Gesù e/o di Maria, probabilmente susciterà meno polemiche da parte dei teologi e del mondo intellettuale più o meno cattolico, rispetto a quando Augias pubblicò insieme a Mauro Pesce “Inchiesta su Gesù”. Ma non è detto!

Anche nel caso di questo saggio, come per “Inchiesta su Gesù”, la trattazione si svolge sotto forma di conversazione tra Augias e lo specialista di Storia del Cristianesimo, il professor Filoramo e, come al solito, le domande del primo sono tante, ma le risposte univoche, comprensibilmente, sono veramente poche. Il professor Filoramo, lungi dal fare forzature, ricorre comunque a ipotesi probabili e ben ponderate alla luce del confronto dei vari testi e delle notizie storiche in suo possesso. Molto controverso è lo stesso processo contro Gesù, riportato in maniera diversa dai quattro evangelisti che, probabilmente non sono mai esistiti:

“(...) quegli autori non ci sono. I nomi che identificano i vari testi sono attribuzioni convenzionali o di comodo, non corrispondono a delle persone reali. Per esempio: a seconda di come si collocano Luca e Matteo rispetto al più antico Vangelo di Marco, Matteo si rivolgerebbe prevalentemente ad un pubblico giudeo-ellenistico, per cui le date potrebbero essere gli anni Ottanta per Matteo e gli anni Novanta per Luca”.

Spesso ci sono divergenze tra il loro modo di narrare alcuni eventi e anche in contesti in cui essi sono inseriti.
C’è da aggiungere che Augias, nelle sue conferenze non molto tempo fa, ha detto di non volersi “fidare” troppo dell’evangelista Matteo, perché troppo filoromano e lo stesso papa Ratzinger, da teologo , nel suo libro, “Gesù di Nazareth” (2007) lo dichiarò. Questo per evidenziare quanto sia difficile muoversi con disinvoltura tra i Vangeli canonici, essendoci spesso molte incongruenze tra le narrazioni e la spiegazione a tali incongruenze non è affatto semplice, poiché i Vangeli non vennero scritti immediatamente dopo la predicazione di Gesù: addirittura quello di Marco potrebbe risalire al II secolo, cento anni dopo i fatti narrati!

Colpiscono i rapporti genitori terreni-figlio Gesù, sui quali Augias punta la lente e focalizza alcuni aspetti che noi giudicheremmo atipici: l’irrispettosità a volte di Gesù nei confronti della madre (vedi episodio delle nozze di Cana), l’assenza di tatto nei confronti del padre , Giuseppe, quando nomina “le cose del Padre mio”. Questa rudezza viene giustificata dal Filoramo spiegando che Gesù predicava qualcosa che andava contro le Leggi ebraiche che seguivano i suoi pii genitori, ha esplicazione proprio nell’essenza della natura di Gesù e tutto ciò, quindi, comporta atteggiamenti poco riguardosi nei confronti dei genitori. Lui sa di essere l’Eletto.

Come si è detto, Augias insieme a Filoramo cerca di fare una ricostruzione letteraria dei Vangeli , tant’è che quasi in tutti i paragrafi, all’inizio, c’è una narrazione romanzata fatta dallo stesso Augias (un dilettarsi nella narrativa?) degli eventi che verranno poi trattati. Viene sottolineato anche come alcuni famosissimi particolari dei certe storie, siano in realtà degli espedienti letterari, talvolta di matrice ellenistica: il ballo sensuale di Salomè e la seduzione di Erode, il bacio di Giuda (che altro non è che l’agnitio, il riconoscimento, dal momento che non c’era alcun bisogno di indicare fisicamente Gesù ai suoi aguzzini), la stessa morte di Giuda, narrata però stavolta dagli “Atti degli apostoli” con particolari cruenti...
Lascio a voi altre intriganti scoperte, guidati dalla piacevolissima penna di Augias e la preparazione di Filoramo.


Interessantissima la lettura dei personaggi di Giuda e di Maria Maddalena, certamente le più affascinanti, dopo quella del predicatore Gesù, per tutta una serie di vicende che pochi conoscono, ma che gli autori svelano sottolineando anche la loro forte umanità. Non a caso queste figure hanno alimentato le fantasie di artisti, letterati e registi di ogni tempo, a testimonianza di quanto le Sacre Scritture, al di là del messaggio teologico, offrano anche un godimento letterario.

La letteratura è spesso costruzione, non solo ispirazione e i Vangeli stessi, presi in esame parallelamente tradiscono talvolta delle forzature, superate solo da una spiegazione simbolica e teologica. Ma al di là di questa “rigidità teologica” i protagonisti dei Vangeli sono “personaggi della vita, partecipi, uomini e donne, alla nostra comune condizione di mortali”.

Un interessante saggio dall’elegante veste editoriale, dettaglio che non guasta, con la sovracopertina recante l’eccelsa opera del Masaccio, “Il tributo”, perfettamente in armonia con il contenuto del testo.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Innanzitutto i Vangeli e gli Atti degli Apostoli.
Augias - Pesce, Inchiesta su Gesù
Augias-Cacitti, Inchiesta sul Cristianesimo
Augias, Le ultime diciotto ore di Gesù
Augias-Vannini, Inchiesta su Maria
Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    09 Settembre, 2019
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Aurora e il buio

Torna la profiler Aurora Scalviati in L’ultima notte di Aurora, dopo essere già stata protagonista ne Aurora nel buio e Osservatore oscuro. Aurora è una donna difficile, con un trascorso travagliato, nel corso dell’ultima indagine una scheggia le si è conficcata nella tempia sinistra, soffre di un disturbo bipolare, è spesso alle prese con demoni che la tormentano, e sovente si chiede se:
“Si possa mai uscire dal buio?”.
Non è facile avere a che fare con lei, infatti:
“La tua necessità di tenere tutto e tutti sotto controllo è un mostro bulimico, pronto a divorare ogni cosa.”
Per cercare di superare le sue paure si reca alla conferenza del professor Manni, una autorità esperta di disturbi post traumatici. Lì, nel bagno incontra una strana ragazza, dai lunghi capelli neri, che poco dopo si getta dal terrazzo dell’albergo. Aurora è sconvolta ed è ossessionata dalla visione e dalle ultime parole dette dalla ragazza. Contemporaneamente deve occuparsi di un altro caso intricato: un uomo, Alberto Rivalta, viene trovato morto lungo le rive del Po. L’omicidio è particolarmente efferato, l’uomo, infatti, è stato bendato, torturato e il viso scuoiato. In tasca una strana fotografia di una bambina. Peccato che l’uomo non risulti essere sposato, né tanto meno padre. Ad Aurora non resta che indagare. Ma per farlo ha bisogno di rimettere insieme la sua vecchia squadra investigativa, i Reietti: Bruno, dalla cui morte della moglie non ha più notizie; Silvia ora divenuta guardia forestale, e Tom, l’hacker, esperto informatico. Ma non tutti sono disposti ad aiutarla e a tornare operativi. Non tutti vogliono soffrire nuovamente. E Aurora cosa fa? Come risolvere un
“mosaico che cominciava sempre più a prendere forma, assumendo i contorni di una ossessione?”
Un thriller che procede spedito, ambientato nella bassa emiliana, tra le brume e le nebbie fascinose del Po. Un libro ben analizzato e ben congegnato. Un testo preciso e puntiglioso, sicuramente frutto di un ottimo lavoro di ricerca, che si occupa dei demoni della mente, dell’esistenza di altre forme di vita, oltre la morte, di devianza mentale, di depravazione e di pedofilia. Temi trattati con sicurezza e con conoscenza dell’argomento. La vicenda narrata funge da pretesto per la discussione di temi di forte impatto emotivo, che percorrono tutto il narrato. Una lettura che non può che appassionare e trascinare il lettore negli abissi del buio più concreto, per poi emergere nel chiarore del giorno nuovo. Una bella lettura, intrigante ed avvincente.

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Consigliato a chi ha letto e amato Maurizio De Giovanni e la serie dei Bastardi di Pizzofalcone.
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Romanzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Settembre, 2019
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Un grande romanzo di attualità

«L’Europa ha pensato di fare una cosa simile con i migranti. Quando la gente saliva sui barconi, l’Europa ha cercato di chiudere il Mediterraneo E quando l’Europa si è accorta che non è possibile chiudere un mare intero e sorvegliare una costa tortuosa lunga migliaia di chilometri, allora ha spostato di nuovo il confine sulla terraferma, questa volta però in Africa. Ha pagato l’Egitto, l’Algeria, la Tunisia, il Marocco e un po’ anche i libici, ma un po’ di meno, ovvio. Perché a tutt’oggi nessuno saprebbe a chi darli i soldi, in Libia. Ma agli europei non è bastato. Anche perché i nordafricani hanno imparato la lezione e si sono messi a riflettere ad alta voce su cosa sarebbe successo se non avessero sorvegliato con attenzione quei confini. Lo hanno imparato dai turchi: grazie a loro hanno visto quanto rispetto e attenzione si riceve a far leva sui migranti. Così gli europei hanno messo mano ad altri fondi e tirato la linea successiva a sud del Sahara. Proprio per questo il sogno di Mahmoud di avere un passatore di prima classe non è più divertente. Perché nel frattempo ci sono soltanto passatori di prima classe.»

Siamo in un futuro non troppo lontano, l’era di Angela Merkel è giunta al suo epilogo, lo scenario che si apre innanzi ai nostri occhi è quello di una Europa chiusa e refrattaria ad ogni forma di accoglienza in cui il sistema degli sbarchi clandestini è stato debellato creando una sorta di frontiera invalicabile già nei paesi del nord-africa: pagando questi ultimi ogni forma di immigrazione è sorvegliata a vista in quanto per poter approdare in un paese europeo è necessario disporre di un passatore di prima classe, di disponibilità economiche non indifferenti e attendere, attendere il proprio turno, attendere di aver ricevuto una sorta di autorizzazione dallo stato ospitante che, come in primis la Germania, ha adottato una soglia massima di richiedenti asilo. Si sono così venuti a creare dei veri e propri lager di milioni di persone che semplicemente aspettano. Aspettano talmente tanto che sarebbero disposte perfino ad attraversare il deserto del Sahara a piedi pur di cambiare la loro condizione.
Nel frattempo, la presentatrice tedesca Nadeche Hackenbusch, nota per le sue partecipazioni a diversi reality show che non ne hanno certamente rivalutato la fama e rivalutata dal pubblico del piccolo schermo per aver portato alla ribalta diverse trasmissioni televisive tedesche grazie al suo impegno sociale, di modeste origini (non ce lo dimentichiamo, eh), dedita all’uso preventivo di botulino, ambiziosa e alla ricerca della vera notorietà, viene ingaggiata per recarsi personalmente in uno dei lager più grandi dove dovrà fare una serie di servizi atti a mostrare al pubblico europeo quel che si nasconde e cela dietro la facciata.

«Naturalmente non promette niente. Conclude la visita all’emittente con disinvoltura, come è nota fare. Ma quando è un’altra volta seduta nella sua limousine e detta alla nuova un capoverso della sua filosofia di vita, è ancora distratta anche se questo non è da lei. Si arrabbia quasi e tuttavia i suoi pensieri tornano sempre al trailer come lo avesse già finito di girare. La voce ferma e lei che dice: “Ospite stasera di Nadeche Hackenbusch: sua santità”.»

L’angelo della televisione, Malaika (come si dice in swahili) che aiuta i poveri, è giunta nei lager. In poche ore la voce si è sparsa, Lionel sa che lei è l’unica occasione per andarsene e spalleggiato da 150mila migranti e dal pubblico televisivo che li sta seguendo si mette in marcia verso l’Europa. Gli ascolti raggiungono le stelle, la pubblicità assicura milioni di entrate, il successo per l’emittente è assicurato. Ma la politica? Cosa fa in tutto questo la politica tedesca? Si muove? Valuta il problema? Riflette sul da farsi? No. La politica tedesca semplicemente si volta e attende. Un’attesa calma, placida, silente che vedrà il ministro dell’interno Leubl obbligato ad una scelta soltanto quando il corteo si sarà talmente avvicinato da costituire un vero problema. Cosa fare? Accogliergli o respingerli?
Ancora una volta, seppur a distanza di sei anni da “Lui è tornato”, Timur Vermes torna ad osservarci da vicino e questa volta si concentra sul tema dell’immigrazione nonché sulle pieghe che la nostra società contemporanea ha preso. La soluzione che viene proposta a questa grande e attuale problematica, che si sostanzia in somme di denaro devolute ai paesi africani affinché questi attuino un vero e proprio ferreo controllo a quelli che sono i flussi sino alla creazione di veri e propri campi di concentramento in piena regola, può da un lato risultare una soluzione assurda, dall’altro suscitare i favori di chi non è favorevole ad accogliere queste persone che sanno benissimo cosa lasciano ma non sanno cosa si troveranno davanti. Dittature, genocidi, povertà, guerre, discriminazioni razziali, soprusi, sfruttamenti di ogni genere sono soltanto alcune delle motivazioni alla base del loro spostamento. Vermes ci obbliga a soffermarci sul tema, ci obbliga ad interrogarci. Il lettore viene conquistato sin dalle prime pagine dall’universo che è stato costruito, divora il componimento eppure, una volta giunto alla sua conclusione, non lo mette via, questo continua ad esistere nella sua mente e continua a ripresentarsi suscitando ogni volta diverse riflessioni. Perché il tema dell’immigrazione è un qualcosa di attuale ma anche perché è un qualcosa di irrisolto e a cui una versa soluzione non c’è perché tante sono le ragioni insite alla base, le motivazioni che ne giustificano l’esistenza, le circostanze che lo rendono possibile. È un macro-problema, complesso e stratificato che qui viene analizzato con una doppia prospettiva, quella tedesca quale rappresentante dei popoli europei, quella dei lager nord-africani, quali rappresentanti dei flussi migratori.
Timur Vermes estende fino ai massimi livelli le circostanze narrate, non teme di destare gli animi, non teme di far storcere i nasi e proprio per questo arriva. Arriva grazie alla sua scrittura scevra, al suo stile limpido e accessibile a tutti, il suo stile ironico e acuto, alla sua attenzione costante verso quello che è il mondo che ci circonda in tutte le sue sfumature e drammaticità, grazie ad un epilogo che lascia un deciso retrogusto amaro.
Un libro per tutti e di tutti, un libro di quelli che vanno letti poco alla volta, gustati e fatti propri. Per riflettere, per guardare alla tematica da una prospettiva diversa.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    09 Settembre, 2019
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Rose e spine per Mina

Gelsomina Settembre, detta Mina, è una quarantenne divorziata, di professione assistente sociale. Svolge la sua attività scarsamente e saltuariamente retribuita in un Consultorio ASL sito in un palazzo fatiscente nei Quartieri Spagnoli di Napoli. La sua lotta quotidiana consiste nel sopravvivere alle GdM (giornate di merda), che il destino le ammannisce con sempre maggiore frequenza, e sopportare stoicamente i suoi due Problemi (entrambi con la P maiuscola). Il Primo, e più assillante, è rappresentato dalla madre Concetta. La donna, sin dalle prime ore del giorno, si aggira minacciosa per casa sulla sua sedia a rotelle - che, con cigolii vari, intona gli incipit di popolari canzoni (sempre diverse a seconda dell'oliatura ricevuta) – e non manca occasione per infamarla e sbatterle in faccia che sta invecchiando e che a quarant'anni suonati non ha ancora trovato un straccio d'uomo che la faccia vivere nell'ozio e nell'agio, per quando lei, pensionata invalida, non ci sarà più. Il Problema Due, invece, farebbe la felicità della maggioranza delle donne ma non sua. Mina, infatti, possiede un seno di esuberante, seducente, prorompente fastosità, del tutto ignaro dell’esistenza della forza di gravità. Ma lei lo umilia dentro maglioni informi o casacche monastiche perché le ripugna il fatto che gli uomini vogliano relazionarsi solo con quell'appendice fisica, che lei aborre, e non con la sua intelligenza superiore.
Le giornate al Consultorio, poi, sono sempre ugualmente frustranti, dovendosi confrontare con donne bisognose di aiuto che non vogliono o non possono essere aiutate e con utenti di entrambi i sessi che cercano solo di eludere leggi che non si possono trasgredire. Poi, saltuariamente, arrivano pure i guai grossi, quelli veri, quelli che non ti fanno dormire la notte, come quello che le rivela la piccola Flor. Ha solo undici anni, ma ormai la vita l’ha fatta maturare in fretta e con gli occhi sgranati dal terrore confessa a Mina che il padre, prima o poi, ucciderà di botte la madre, immigrata peruviana, che per lui non è altro che il comodo capro espiatorio su cui sfogare tutti i suoi improvvisi scatti d’ira cieca. Ma che fare, se la donna non vuole sporgere denuncia, a suo dire per difendere la bambina, e il padre è un delinquente d’alto bordo, forse collegato alla camorra e al traffico illecito di armi?
Il microcosmo di guai e insoddisfazioni di Mina, questa volta, poi, si incrocerà a sua insaputa con un problema ancora più preoccupante: a Napoli da qualche tempo sta operando un metodico serial killer che uccide le sue vittime con un colpo di Luger alla nuca, dopo aver fatto recapitar loro dodici rose rosse, gambo lungo. Apparentemente, non c'è alcun collegamento tra i morti, ma è evidente il nesso tra gli omicidi. Nessun altro indizio aiuta le indagini: i carabinieri e il Pubblico Ministero Dott. De Carolis brancolano nel buio, sinché…

Io ho un personale debito di gratitudine nei confronti di Mina: l’ho incrociata casualmente alcuni anni fa poiché era la protagonista di un racconto (“Un giorno di Settembre a Natale”) inserito in una delle numerose antologie stagionali di Sellerio (“Regalo di Natale in giallo”). È stato solo grazie a lei se ho conosciuto la splendida e immaginifica prosa di Maurizio De Giovanni di cui mi sono immediatamente, perdutamente innamorato.
Purtroppo, dopo quel breve incontro, Mina è scomparsa dai radar dei lettori affezionati dell’A. napoletano, apparendo solo in un raccontino ancor più breve sempre inserito in una miscellanea simile.
Quindi è con gioia che ho appreso l’uscita di questo romanzo interamente dedicato a lei.
Dopo una lunga attesa (inspiegabilmente il volumetto è uscito con oltre un anno di ritardo rispetto alla data inizialmente programmata), finalmente ho potuto leggere questa nuova opera di De Giovanni che si distingue nettamente dalle precedenti, note al grande pubblico.
Infatti, dove i romanzi del Commissario Ricciardi sono ammantati da una cappa di cupo pessimismo e di melanconica poesia, solo raramente diradata dai siparietti comici del Maresciallo Maione con Bambinella, i racconti di Mina sono tutti intessuti su una trama di ironia beffarda, di equilibrato umorismo, di graffiante causticità. In essi emerge più che altrove la filosofia dei napoletani per la quale anche le situazioni più drammatiche, in fondo, non sono mai cose serie e il lato comico della vicenda prima o poi emerge.
Poi, dove la serie dei “Bastardi di Pizzofalcone” appare come una fotografia a forti tinte dei mali di Napoli, le storie dell’assistente sociale pettoruta e dei personaggi che le gravitano attorno, invece, mostrano il lato più scanzonato della città partenopea, quello dove basta un po’ di inventiva, qualche sotterfugio al limite del lecito (o anche oltre questo limite, purché sempre sia a fin di bene) per risolvere “il guaio” di turno, per metterci “una pezza sopra”.
L’unico mio timore era che questo genere di storie non reggesse la distanza. Nel breve respiro di un racconto i vari tormentoni, le reiterate “uscite” di Concetta, del portiere-satiro Giovanni Trapanese, detto Rudy, del ginecologo Domenico Gammardella “chiamami Mimmo”, sono gradevoli e strappano più di un sorriso, quando non una piena risata liberatoria. Ma sulla lunghezza di un romanzo ce l’avrebbero fatta a non annoiare?
Sono stato felice di constatare che lo stile e l’abilità letteraria di De Giovanni abbiano vinto anche questa scommessa: “Dodici rose a Settembre” si rivela senza dubbio un buon libro, divertente, a momenti spassoso, pur trattando, coi dovuti rispetto ed empatia, le circostanze dolorose quando non addirittura tragiche che narra e senza rinunciare a qualche frase che fa meditare.
Forse l’A. ha insistito troppo su alcuni tormentoni, forse alcune battute dopo un po’ perdono di efficacia e freschezza, ma complessivamente l’opera è decisamente gradevole e leggibilissima. I personaggi sono ben delineati anche per chi li incontra per la prima volta e lo stile è (manco a dirlo) impeccabile, ma pure brioso e scorrevole.
Gli unici due nei li ho trovati nella trama più propriamente poliziesca. Infatti il killer delle rose rosse assomiglia decisamente troppo, come tipologia, modus operandi e moventi, a quello de “Il metodo del coccodrillo”. Ciò toglie ogni sorpresa al lettore affezionato al quale sembra di assistere ad un déjà-vu.
Inoltre uno dei pochi colpi di scena di tutto il romanzo va perduto per chi già conosce il personaggio di Mina e i suoi trascorsi familiari e, quindi, se lo aspetta sino dall'inizio. Ma va detto in tutta franchezza che questo romanzo non è un giallo in senso classico: l’indagine di carabinieri e PM fa solo da fondale alle tribolazioni della deliziosa assistente sociale. Lei si muove su un piano narrativo differente ed è su quello che va a posarsi la nostra attenzione. Solo nelle battute conclusive si trova a vivere, suo malgrado, una storia ancor più incasinata di quelle che è normalmente avvezza ad affrontare nelle sue consuete GdM, le quali, poi, alla fine, possono pure mostrare un lato non sgradevole e rivelarsi meno dM di quanto temuto.
In definitiva il romanzo è tutto da godere e assaporare.

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Consigliato a chi ama De Giovanni, a chi ama Napoli e a chi vuol passare alcune ore in compagnia di una storia divertente e gradevole. L'aver letto precedentemente i due racconti d'esordio ("Un giorno di Settembre a Natale" e "Telegramma da Settembre") non è condizione essenziale per la comprensione delle situazioni, anzi, in alcune circostanze spoglia un po' la gioia della scoperta.
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siti Opinione inserita da siti    06 Settembre, 2019
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Due ragazzi del '99

È in libreria dal tre settembre il nuovo romanzo di Marcello Fois, scrittore prolifico che spesso ha fatto oggetto di narrazione la sua terra, la Sardegna, immergendo il lettore in atmosfere e ambientazioni pregne di storia, tradizioni, identità e che altre volte ha scritto sperimentando nuovi moduli letterari e abbandonando lo scenario noto della terra di appartenenza. “Pietro e Paolo” sigla il ritorno alla Sardegna , questa volta quella dei primi anni venti del Novecento, quelli immediatamente precedenti e di poco successivi al primo conflitto mondiale. È proprio la guerra è il fattore che determina il cambiamento del rapporto fra Pietro e Paolo, fra il figlio del servo e il figlio del padrone: sono coetanei e a dispetto della loro diversa estrazione sociale coltivano, crescendo insieme, una bella amicizia. Pietro custodisce il sapere antico, quello della terra, della conoscenza della flora e della fauna, Paolo gode del privilegio di poter frequentare la scuola e accedere al sapere , quello veicolato dalla scrittura, quello spesso snaturato dalla mancata conoscenza della realtà per cui si crede a tutto ciò che dice il maestro. I due bambini scambiano i loro saperi, li barattano, li intrecciano abbeverandosi così di un sapere più completo e traendone giovamento entrambi. Svelare oltre della trama andrebbe a rovinare il piacere di una lettura che fa leva sulla curiosità di capire a cosa allude la voce narrante, di sapere che cosa è successo e quale sarà l’epilogo della vicenda. La struttura stessa della narrazione, scandita da brevi capitoletti con una numerazione a ritroso dal sedici allo zero, accompagna velocemente il lettore alla fruizione dell’opera che ha il pregio di far godere di una buona storia capace di far riflettere sul valore dell’amicizia.

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L'amico ritrovato
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    06 Settembre, 2019
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Le cose più semplici sono quelle più difficili da

"I cambiamenti climatici non sono un puzzle sul tavolino del salotto cui dedicarci quando siamo liberi e ci sentiamo ispirati. E' una casa in fiamme. Più tardiamo ad occuparcene più diventerà difficile occuparcene (...) ben presto raggiungeremo un livello critico di cambiamenti climatici fuori controllo che renderà impossibile salvarci a prescindere dai nostri sforzi."

Messaggio duro, apocalittico, che tutti noi sappiamo essere vero eppure non ci crediamo e individualmente non facciamo nulla che possa contribuire a un miglioramento dell'ambiente. Nella miglior ipotesi ne parliamo con falso pathos, come se fosse un problema di Marte e non nostro e sono sempre gli altri che devono fare qualcosa: le industrie, lo stato, le scoperte tecnologiche, cosa potremmo mai fare noi, 1 contro miliardi di persone e milioni di industrie? Rinunciare alla macchina e preferire i mezzi pubblici, viaggiare meno in aereo e ridurre il consumo di carne e derivati animali?! In primis la nostra rinuncia individuale avrà impatto zero, quindi perché farla? Inoltre, cosa non meno importante, verremo visti come fanatici, strani, incompresi e magari persino derisi dagli altri, quindi a maggior ragione non ha senso farlo - "non penserai mica di poter salvare il mondo?!" -? Siamo di fronte al paradosso del Comma 22 dell'omonimo libro di Heller: chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.». Nella nostra attualità il paradosso è: per salvare il pianeta tutti noi dobbiamo cambiare stile di vita, ma se gli altri non lo fanno allora non lo faccio nemmeno io! Un circolo vizioso che include tutti noi e il non agire è una trappola mortale per l'umanità. La soluzione c'è e nel caso dell'emergenza ambientale, l'autore ci invita a tutti a creare la ola, l'onda che travolge anche gli altri a reagire. Però questa ola deve avere un punto di partenza, un personaggio forte o un contesto forte che la scateni e gli dia inizio. Questo stesso libro può essere considerato il tentativo di creare una ola perché Jonathan Safran Foer è uno scrittore incredibilmente capace a suscitare emozioni, a smuovere l'animo con semplicità, non ha scorciatoie e va direttamente al cuore e alla coscienza del lettore che anche in questo caso non rimarrà indifferente.

Questo libro è a metà tra il saggio e il romanzo. Contiene il giusto numero di dati scientifici e tesi scientifiche senza mai annoiare il lettore perché essi sono intrecciati sia con esempi comportamentali realmente accaduti in caso di grandi disastri (esempio la seconda guerra mondiale, l'Olocausto e anche alcuni esempi biblici del vecchio testamento) sia con racconti autobiografici. Crea molti parallelismi e a costo di sembrare ripetitivo va a toccare spesso lo stesso punto ma lo fa sempre in un modo diverso, come se volesse essere capito da tutti e rafforzare bene il concetto in chi lo ha già colto, usando esempi dai più disparati: dai risultati degli sportivi alle Olimpiadi alla creazione dell'ola tra le api. Un libro che non è retorico, non incolpa nessuno e non da le solite indicazioni del tipo "comprate le auto ibride o elettriche" (sulle quali lancia un grande dubbio tra l'altro) o "chiedete ai vostri figli di rispettare il pianeta" o ancora "votate i partiti che ci tengono all'impatto ambientale". Lui prende una lente d'ingrandimento e la pone sulle soluzioni più semplici e alla portata di tutti e soprattutto su quelle che hanno maggior impatto in questa battaglia e che noi non vogliamo prendere in considerazione. Auguro al destino di questo libro di poter essere l'inizio di una ola, perché rappresenta un forte grido all'arresto di questo incontrollabile e inutile consumismo. Bel colpo anche questa volta, caro Foer.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    06 Settembre, 2019
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Impossibile o possibile?

«Penso ancora oggi che l’arbitro sia lo scopo e la funzione dello Stato, permettere ai partecipanti uno svolgimento secondo le regole. È ingenuo da parte mia, le vedo bene le disuguaglianze. Ma continuo ad essere un tifoso dell’arbitro. Per più di mezza vita ho studiato la legge per praticare la giustizia nella forma più vicina all’esattezza. Non è arido il Codice se cerca l’equilibrio dei pesi sopra i piatti della bilancia. Considero il mio lavoro un dovere civile. Ho per la giustizia la devozione che altri esprimono attraverso la fede.»

Impossibile che lei non abbia commesso il reato. Impossibile che io sia accusato del delitto. Due uomini, un magistrato istruttore, un ex compagno, un uomo che durante una scalata in montagna, avvistata una persona precipitare, chiama i soccorsi. Ma perché allora, il funzionario, è così sicuro della sua colpevolezza? Perché sostiene a così gran voce che in verità la caduta non è stata accidentale bensì premeditata? Perché è convinto che sia stato proprio il fermato a spingerlo giù dalla Cengia? Forse perché i due si conoscevano? Forse perché il deceduto quarant’anni prima si era reso colpevole di tradimento denunciando quelli che erano suoi alleati diventando collaboratore di giustizia? Ma a quale scopo? Per quale ragione?

«Chi ha commesso un tradimento ha tradito anche se stesso. Per quanto si convinca di avere fatto la cosa necessaria, ha strappato una parte di sé, dalla sua gioventù. So di un efficiente traditore che accompagnava i carabinieri nei luoghi dove potevano arrestare i suoi compagni, perché erano per lui le persone migliori che aveva conosciuto. Sapeva che sarebbero stati torturati, ma pure tradendoli, continuava a stimarli.»

Una faccenda, quella narrata, che riguarda il detenuto e l’istruttore che rappresenta lo Stato. Un duello tra presente e passato, tra individualità e senso di collettività, di solidarietà, tra valori di un tempo e valori di un altro, tra uomini che hanno vissuto un periodo storico e altri che ne hanno appreso i colori e le sfumature sulla carta, sui verbali. A far da sfondo la montagna, che è anche movente con la sua immobilità, con la sua impossibilità. Un interrogatorio, quello che ha luogo, che non risparmia colpi, che non ha remore, che passa dalla natura alla letteratura citando addirittura Leonardo Sciascia concentrandosi nel periodo in cui quest’ultimo ricoprì il ruolo di parlamentare ed evidenziando come moralità umana e legalità talvolta possano non trovarsi sullo stesso piano.

«Può darsi. Opposto invece è sottolineare la propria presenza, il desiderio ossessivo di lasciare traccia, immagine, espressione. Voler aggiungere il proprio nome all’elenco delle celebrità, così innumerevole da coincidere con l’anonimato. L’ossessione di farsi dichiarare notevole dagli altri non mi riguarda. Sono stato di una generazione che ha agito in nome collettivo perciò considero insignificanti le individualità, le personalità.»

Con “Impossibile” Erri de Luca offre al suo pubblico un romanzo intelligente, di facile lettura ma non di contenuto irrisorio, anzi. Al suo interno, tra lo scontro verbale che prende campo tra i due protagonisti, vengono affrontate molteplici tematiche della nostra società, della sua evoluzione, di quel che è diventata. Già dall’impostazione grafica – viene utilizzato il carattere che soventemente è di uso per la stesura dei verbali in tribunale e non solo – l’opera conquista e lascia il segno. Nel suo scorrimento il lettore più attento viene invitato ad interrogarsi su questioni di grande attualità che dimostrano e confermano la particolare attenzione politica e sociale di uno scrittore non indifferente al nostro quotidiano.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    05 Settembre, 2019
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La strada

Questo romanzo di Eggers è veramente molto bello. Ricorda per alcuni tratti Il deserto dei tartari di Buzzati e anche La strada di Cormac, dato che proprio della costruzione di una strada tratta il romanzo. Questa strada viene costruita in un paese presumibilmente africano, devastato da una guerra civile, in cui ancora girano fazioni nemiche. Dovrebbe essere un simbolo di rinascita dopo la devastazione, di pace dato che entrambe le fazioni collaborano alla costruzione, dovrebbe portare vita, aiutare forme di commercio, facilitare la vita alla gente, per esempio ai malati che necessitano di cure mediche disponibili solo nella capitale. Il lavoro viene svolto da una ditta che vuole restare anonima e da due soli dipendenti della ditta 4 e 9. 4 deve guidare l’asfaltatrice e 9 è incaricato di rimuovere gli ostacoli incontrati lungo la strada. 4 e 9 nemmeno tra loro si scambiano informazioni anagrafiche. Queste, sarebbero pericolose, se rese note li metterebbero a rischio di rapimento a scopo di estorsione. La strada viene costruita nel “deserto” cioè in un paese senza infrastrutture, devastato dalla guerra dove la gente vive in estrema povertà e in condizioni igieniche disastrose. Lungo la strada si incontrano tracce della guerra, enormi sacchi neri, carri armati, carcasse di aerei e anche gente che si riunisce, festeggia, accoglie, offre alcolici e cibo locale (scarso) prevandosene. Immagini di morte e di speranza si alternano nel romanzo e sono immagini così forti che sono quasi simboliche. I cumuli di sacchi neri ad esempio, e il bambino fermo nel mezzo della strada. E’ veramente bello come 4, soprannominato Orologio per la sua dedizione al lavoro, si preoccupi del bambino e lo prenda in braccio, gesto notato e apprezzato dai parenti del bambino. Eggers propone come suo solito una storia di amicizia, anzi più storie di amicizia. Una tra 4 e 9, due persone molto diverse, 4 pignolissimo e scrupolosissimo nel lavoro, 9 all’opposto un edonista che sembra far tutto meno che lavorare. Ma racconta anche l’amicizia tra persone di culture diverse e questi incontri sono prima minati dal sospetto poi man mano più tranquilli fino a creare un legame forte. Eggers è molto bravo a far partecipare il lettore all’asfaltatura della strada, a farlo preoccupare del rispetto dei tempi, a fargli scoprire la gente locale, generosa, buona, ospitale, ingenua, come tutti sono ingenui rispetto alla capacità di calcolo delle grandi organizzazioni governative o imprese. E’ molto bello entrare pagina dopo pagina nel mondo di 4, nella sua “musica”, nel suo amore per i bambini, e anche la sua apertura progressiva verso la gente del posto accantonando pregiudizi e paure. Bellissimo poi il contrasto di questa estrema apertura al termine del lavoro, con il finale. Il finale ci riporta alla strada di Cormac, alla considerazione che il vero nemico non è l’uomo ma l’organizzazione. Questa fantomatica organizzazione che lavora assoldata da uno stato perseguendo un fine di lucro non può che prestarsi a essere uno strumento di morte. Questo romanzo ricorda per il clima surreale anche Ologramma per il re, ma secondo me è migliore di Ologramma. E’ veramente un bellissimo romanzo e, in questi tempi di chiusura mentale, un romanzo necessario.

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Racconti di viaggio
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    19 Agosto, 2019
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"Il Mediterraneo è..."

È difficile, forse impossibile, provare a dare una definizione chiara e concisa di Mediterraneo, questo Mare Nostrum così affollato di Storia e storie, senza rischiare di perdersi in rivoli di pensieri e osservazioni filosofeggianti. Persino uno scrittore del calibro di Georges Simenon resta, come lui stesso confessa, “con la penna a mezz’aria, in seria difficoltà”, cercando per esso una definizione appropriata.
Prende così avvio, con l’assorto tentativo di completare la frase “Il Mediterraneo è…”, questa nuova pubblicazione dell’Adelphi che intende inaugurare una serie di reportage del celebre autore belga; gli articoli racchiusi tra queste pagine risalgono al 1934, quando furono pubblicati su un settimanale francese durante l’estate del medesimo anno, a seguito di una crociera a bordo di una goletta italiana. È dunque un Simenon in un certo qual modo inedito – di certo, non troppo noto al grande pubblico – quello che qui si svela al lettore, sebbene, anche da cronista, egli non rinunci mai del tutto al suo ruolo di narratore.

“[…] vi prometto che d’ora in poi non mi dimenticherò mai più che il mio mestiere, come diceva Stevenson, è quello di «raccontatore di storie».”

E le storie, infatti, non mancano in questo suo affascinante andare per mare, come quella della donna senza cuore o, ancora, quella dei cugini; storie che viaggiano anch’esse attraverso i flutti correndo, spesso, di bocca in bocca tra i marinai; storie che emozionano, stupiscono, atterriscono a seconda dei casi, dipingendo un’umanità variegata, a volte stracciona e vagabonda in cerca di semplice sopravvivenza, a volte più ricca e organizzata a caccia di affari lungo le coste del Mediterraneo, piccolo mare, anzi “piccolissimo”, in cui si finisce per incontrare sempre le stesse imbarcazioni che “nell’incrociarsi, si fanno dei gran gesti di saluto.”
Dalla costa francese alla Tunisia, dall’isola d’Elba a quella di Malta, ombelico mediterraneo, senza tralasciare Sicilia e Sardegna, la navigazione di Simenon è occasione per parlare di quei singoli luoghi e, allo stesso tempo, di tanti altri; ed è così che, miglio dopo miglio, porto dopo porto, si delinea ciò che è il Mediterraneo: il maestrale che tarda ad arrivare, un “campo di golfi”, un intreccio di profumi, colori e sapori, l’acqua limpida rischiarata dalla luce della luna, banchi di tonni e sardine inseguiti dai pescatori, l’illusione di un approdo che invece si allontana, isole che spuntano un po’ ovunque, l’amaro ricordo di chi è costretto a emigrare verso altri mari e sconfinati oceani… E tanto altro ancora.
Una più che buona lettura, in particolar modo entusiasmante soprattutto nella prima parte, sostenuta da uno stile “narrativo” di alto livello che tratta con identica enfasi pescatori di murene, esche da pesca e bordelli, mentre la scrittura si colora spesso di fine ironia e si fa colloquiale in un tu per tu con chi legge che non può che renderla più coinvolgente.
Corredato di un gran numero d’immagini che si devono alla Leica di Simenon, il libro testimonia anche la grande passione dell’autore per la fotografia, la quale per lui – come ben sottolinea Matteo Codignola nella sua interessante nota conclusiva – altro non era che “una prosecuzione della scrittura con altri mezzi”. In fin dei conti, il Mediterraneo, bizzarra somma delle più disparate cose, non è pur sempre uno o più scatti da conservare nell’album dei ricordi?

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Agosto, 2019
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Storie di donne

Un sapore amaro caratterizza i vari racconti che compongono questo scritto di Anita Nair, piccole narrazioni che raccontano storie di donne: donne abbandonate, insoddisfatte, sottomesse, donne vittime di violenza, perseguitate, abusate, ma anche donne coraggiose, indipendenti, talentuose.

Il romanzo presenta una struttura un po' particolare: tutto inizia e ruota attorno alla storia di Srilakshmi, che si svolge in India nel 1965; lei è una donna apparentemente appagata, ha raggiunto fama e notorietà come scrittrice, nello stesso tempo è una scienziata, una zoologa che insegna al college. In realtà Srilakshmi è una donna sola, ha rifiutato di sposarsi a 16 anni come hanno fatto le sue sorelle, ha voluto studiare, non ha voluto essere al servizio di un uomo per poter inseguire i suoi autentici desideri. Ha raggiunto il suo obiettivo ma al prezzo di essere continuamente giudicata, in una società ancora fortemente patriarcale e maschilista. Non ha voluto seguire le regole che le avrebbero imposto un marito scelto dalla famiglia, di conseguenza, secondo la morale comune, adesso deve rinunciare completamente all'amore. Così, in un giorno feriale, un lunedì limpido e luminoso, si toglie la vita. La sua anima però non è libera di raggiungere un Aldilà o di reincarnarsi in qualche altra creatura; il suo spirito rimane intrappolato in questo mondo e, per ragioni che non voglio svelare a chi eventualmente vorrà leggere il libro, si ritrova, molti anni dopo la morte, in un albergo di lusso dei giorni nostri, il “Near the Nila”. É in questo hotel che il fantasma di Srilakshmi entra in contatto con le storie di quelle donne di cui parlavo inizialmente. Ed è per questa particolare struttura narrativa che, con “Sapore amaro” possiamo leggere sia un romanzo breve -la storia di Srilakshmi- sia una raccolta di racconti, che ci narrano le vicende di diverse donne, protagoniste di storie difficili, aspre, tormentate, penose, che hanno a che vedere con la condizione femminile.

C'è Urvashi, una donna di mezza età, benestante, insoddisfatta del proprio matrimonio, che viene perseguitata dal suo amante. C'è Najma, giovane insegnante deturpata con l'acido da un uomo che era stato da lei rifiutato. C'è la piccola Megha, bambina di 6 anni violentata da un pedofilo. C'è Brinda, straordinaria campionessa di badminton che ha sacrificato l'infanzia e l'adolescenza per le vittorie sportive. C'è Liliana, una ragazza italiana la cui vita rischia di andare in pezzi dopo aver fatto una sciocchezza ad una festa che è stata ripresa e diffusa su internet. E non è finita qui. Ci sono altre storie, altre vite di donne che vengono raccontate.

In conclusione quindi, una lettura apparentemente poco impegnativa ma in realtà molto stimolante per chi è interessato alla questione femminile nel mondo odierno. Un romanzo che permette di entrare in contatto con alcune storie molto attuali e molto tristi e che lascia un retrogusto particolarmente amaro. Amaro come il sapore di una vespa, inghiottita da una bambina troppo ingenua ed orgogliosa pensando di poter gustare miele dolcissimo e che invece lascia in bocca un gusto particolarmente acre.

«Una mattina, mentre mi trovavo presso l'alveare, una delle api si lanciò contro di me emettendo un forte suono iroso. Come mi si avvicinò, aprii la bocca. L'ape ci volò dritta dentro e io l'addentai, pronta a ricevere il miele di cui la sapevo piena.
Non avevo mai sentito un sapore tanto fetido e acre. [...]»

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A chi è interessato alla condizione femminile.
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Racconti
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    02 Agosto, 2019
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Un'inquietante lettura estiva

Sebbene in copertina vengano menzionati Stephen King e Bev Vincent, loro sono soltanto i curatori di quella che è una raccolta di diciassette racconti a tema "viaggi ad alta quota", alla quale hanno contribuito entrambi con un racconto a testa, in mezzo ad altre storie raccontate da autori di tutti i tipi e tempi. Dunque troverete autori leggendari come Arthur Conan Doyle e Ray Bradbury, contemporanei più famosi come lo stesso King oppure Dan Simmons, insieme a penne meno conosciute.
E' ovviamente superfluo soffermarsi sullo stile, data la varietà di autori che differiscono molto tra loro sia per linguaggio, sia addirittura per genere: perché nonostante si soffermino su un tema in comune, alcuni si soffermano più sull'orrore, altri sulla fantascienza, altri sul realismo. Questo però è un punto a favore per quanto riguarda la varietà delle storie: si passerà infatti da storie ambientati in vecchi aerei monoposto, ai grandi uccelli d'acciaio per trasportare decine e decine di passeggeri. Anche la piacevolezza dei racconti è molto variabile: alcuni mi sono piaciuti parecchio... altri avrebbero potuto, secondo me, essere saltati a piè pari. Ci sono alcuni racconti davvero degni di nota che, come è prevedibile, sono quelli scritti dalle penne autorevoli che ho citato prima. Pur non raggiungendo picchi di eccellenza superlativa, questa raccolta può essere un'ottima scelta per delle letture mordi e fuggi tipiche della stagione estiva.

Dunque, se siete persone che hanno già paura di volare, forse questo libro non è proprio quello che fa per voi, considerato che si tratta sempre di storie che non presentano premesse incoraggianti per quanto riguarda il volo; in realtà si può dire che ci vengano presentate tutte le possibili cause che possono portarlo a finire male, nei limiti del normale e anche oltre. Dunque aspettatevi storie cariche d'ansia e tensione; preparatevi a fronteggiare viaggi nel tempo, mostri d'ogni tipo e guasti meccanici di vario genere.
Un'opzione valida per chi cerca qualcosa di leggero da portarsi dietro in spiaggia.

"Se i pionieri dell'aviazione potessero vedere la bellezza e la perfezione dei meccanismi di cui disponiamo oggi grazie al sacrificio delle loro vite!"

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    25 Luglio, 2019
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Preziose cicatrici



Yoshie è un sopravvissuto.
Era ancora un bambino quando, insieme a suo padre, si trovava a Hiroshima il giorno in cui fu sganciata la bomba atomica.
Era solo un bambino quando si è ritrovato, senza più un padre, in quel luogo,  in quel nulla senza contorni, in cui "tutto era mescolato con tutto".
Era solo un bambino quando, poco dopo, la bomba su Nagasaki si portò via il resto della sua famiglia.
Non rimase più nulla.
"Sua madre e le sue sorelle erano irrintracciabili persino come morte: smisero di esistere due volte".
Yoshie cresce con gli zii, studia e poi cerca di cominciare un'altra vita...e passa tutta la vita a cercare di cominciare altre vite, cambiando continuamente luoghi e persone (da amare), cercando un posto dove poter risultare irraggiungibile a se stesso, dove poter seminare i ricordi, nella speranza di cancellare tutte le cicatrici, ben visibili e ramificate sulla sua schiena e nell'anima.
Parigi, New York, Buenos Aires e Madrid.
Rispettivamente Violet, Lorrie, Mariela e Carmen.
Le città che lo hanno accolto e le donne che lo hanno amato...e perso.
Sono loro che ci parlano di Yoshie, ci raccontano di un uomo silenzioso, solitario, uguale e sempre diverso.
Un uomo a cui manca sempre qualcosa.
E quel qualcosa forse lo troverà molti anni dopo, quando, ormai anziano, si deciderà a tornare in Giappone...e il terremoto/tsunami del 2011, con la conseguente esplosione della centrale di Fukushima, lo obbligherà a fare i conti con tutte le cicatrici che si porta addosso (e dentro) sin dall'infanzia.
Capirà che la soluzione non è nasconderle, queste cicatrici, ma come insegna il Kintsugi, impreziosirle con l'oro...perché ciò che ha subito un danno, ed è sopravvissuto, è ancora più prezioso, più importante.
E lui dovrà cercare il suo oro nei luoghi semideserti delle zone evacuate vicino Fukushima , dove, dopo tanti anni, ritroverà quel "silenzio" che non è semplicemente mancanza di rumore, ma un silenzio specifico, di scomparsa simultanea, un silenzio che è totale assenza.

Pagine dense, dalle quali traspare il lavoro immenso che c'è dietro.

Eppure...nonostante l'interesse per il tema trattato e nonostante la bravura di Neuman (di cui ho apprezzato moltissimo "Parlare da soli", "Le cose che non facciamo" e "Vite istantanee"), ho trovato questo libro a tratti noioso.
Forse il mio limite, perché sicuramente è un limite mio, sta nel fatto che questo non è solo un romanzo, è anche un po' un saggio, indagine giornalistica, ricerca storica, politica, antropologica...mentre io forse cercavo principalmente il risvolto psicologico di un uomo che ha passato la vita a cercare di ricomporre i pezzi della sua identità, di sanare quella frattura interna che lo ha segnato nel suo cammino attraverso un secolo e un mondo ferito.

Comunque un libro importante, che prende posizione e non lascia indifferenti.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    12 Luglio, 2019
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Istanbul, città femmina

Sarà poi vero che, quando il nostro cuore cessa di battere, l’attività cerebrale persista per svariati minuti? E, nel caso, quanti e quali pensieri in quel momento sopravvivono?
La mente di Leila, dopo la morte, ha continuato a essere attiva esattamente per dieci minuti e trentotto secondi, un lasso di tempo insignificante ma sufficiente per rievocare, partendo da sapori e profumi che riaffiorano come per incanto, tutta una vita iniziata non nel migliore dei modi e finita tragicamente. Prende così avvio la vicenda narrata nel nuovo romanzo di Elif Shafak, scrittrice turca tra i nomi più noti dell’odierno panorama letterario, non solo vicinorientale ma mondiale.
Leila, la protagonista, soprannominata “Tequila” per la sua resistenza a mandar giù le amarezze della vita un sorso dopo l’altro, era una prostituta della vecchia via dei bordelli di Istanbul, città di cicatrici più che di occasioni, dove era arrivata ancora molto giovane, sola e senza un soldo, facile preda di chi se n’era subito approfittato vendendola a uomini di tutte le età; il passo che l’aveva poi portata a esercitare in una casa di tolleranza autorizzata era stato brevissimo. Nata e cresciuta in una cittadina di provincia lontana anni luce dalla capitale, Leila fuggiva da un ambiente familiare pieno di veleni e menzogne. L’amore l’aveva dapprima sfiorata, poi trovata, infine tristemente abbandonata, mentre l’amicizia, quella più autentica e coltivata nel corso degli anni, avrebbe continuato a riempire e sostenere la sua esistenza messa a dura prova. E proprio i suoi amici, cinque in tutto, ognuno a suo modo appartenente a un mondo di reietti della società, trovano ampio spazio tra le pagine del romanzo con le rispettive storie che s’intrecciano a quella di Leila.
Trama originale e anche appassionante, quella costruita dall’autrice che ci racconta non soltanto una dolorosa vicenda umana, seppur di fantasia, ma pure parte della storia contemporanea di un Paese, la Turchia, da sempre in bilico tra Europa e Asia. Sullo sfondo, bella e dannata con le proprie aspirazioni occidentalizzate, compare in particolare Istanbul, “città femmina” secondo la definizione della stessa Shafak, dove convivono modernità e tradizione e nella quale si ritrovano i sogni e le disillusioni di tanti che vi si sono trasferiti per cercare fortuna. Il Cimitero degli Abbandonati di Kylos, esistente per davvero, diviene drammatico simbolo di come la vita possa concludersi nel peggiore dei modi per molte di queste persone che sono tagliate fuori dal perbenismo ipocrita della società, Leila e i suoi amici compresi.
A parte la traduzione in lingua italiana che reitera scorrettamente la parola musulmano con la doppia esse (persino in arabo, si scrive con una esse sola!) e diverse imprecisioni formali anch’esse ripetute più volte, il romanzo offre una prima parte, incentrata sulla storia personale di Leila dalla nascita fino alla morte violenta, che cattura il lettore con uno stile affascinante e coinvolgente; nella seconda e terza parte, a mio parere, l’intensità della narrazione viene invece decisamente a scemare, seppure vi siano svelati vari retroscena utili a ricostruire il quadro completo della storia, forse per via degli eventi finali troppo concitati o dei tanti dialoghi non esaltanti tra gli amici. Nel complesso, una buona lettura che, tuttavia, non mantiene pienamente le promesse iniziali.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    11 Luglio, 2019
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Attenzione all'orso-coniglio mannaro

Il nuovo romanzo di Lethem è un noir dall'ambientazione originale. La vicenda si svolge in una parte desolata della California con deserti, montagne e chilometri di nulla tra roulotte, capanne e grotte abitate da persone che hanno lasciato la civiltà e si sono riunite in fantomatiche comunità a metà strada tra zen, new age e setta con relative regole rigide e integralismo. L’ambientazione è la cosa più interessante e riuscita della storia che è piacevole e di facile lettura, ma a mio parere non esce dai confini di una letteratura di genere. Di questo autore non riesco a cogliere la decantata originalità.Lo stile è curato, si sente che è un buon lettore, anzi io direi che questo libro si ispira a due autori in particolare: Chandler e la Ferrante. Però, tra i due, è la Ferrante a fare la parte del leone nel senso che anche se il detective selvaggio richiama per i modi poco ortodossi e il moralismo free lance il caro vecchio Marlowe, forse proprio per questo, cioè per distogliere il lettore da un accostamento troppo scontato e difficile da reggere ( Marlowe è Marlowe), l’autore sceglie di parlare con la voce della cliente e non del detective, una donna matura di mezza età, piuttosto colta che richiama per modi e linguaggio l’Elena della Ferrante. In una situazione però più adatta a Marlowe. Al romanzo manca un po’ di spessore psicologico e di empatia per spingersi oltre il genere. La protagonista che fa tanti chilometri per salvare la figlia dell’amica, studentessa universitaria ribelle, poi non le rivolge mezzo pensiero dedicando tutte le sue attenzioni all'investigatore, al suo corpo e ai suoi cani. Ci sono anche alcune incongruenze che l’editor americano avrebbe dovuto eliminare. Se il detective conosceva già Arabella, non si spiega la sua reazione nella scena della buca. Caduta di stile pure la folgorazione lesbo per la ragazza che è del tutto fuori luogo. Ma forse è di moda, dato che simili brutture compaiono anche in altri romanzi contemporanei: centinaia di pagine dedicate al grande amore e folgorazione lesbo (Sally Rooney) che piove nel mezzo della storia dal nulla. Ma a parte la bruttezza di tali parentesi, la conclusione del romanzo di Lethem è inficiata nella sua efficacia proprio da tali digressioni/ folgorazioni che minano l'immagine di detective e cliente come possibili genitori affidatari/ educatori.
Lethem ha anche il gusto dei richiami, delle citazioni, e una certa ironia nei nomi (l’orso Yogi, attenzione pericolosissimo!). Però devo dire che preferisco a lui gli autori che cita anche se in casi come questo ho il dubbio di essermi perso l’opera migliore. L’autore ha una buona dose di ironia che nei dialoghi è più scontata ma viene fuori nel finale. Dopo tante avventure, salvataggi e scopate, dopo aver affrontato orsi di tutti i tipi, deserti, lotte e pericoli vari, il vero pericolo per la narratrice è incastrarsi in una casa con l’amato a pulire cesso e pavimenti per una marea di gente.

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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    11 Luglio, 2019
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Potere agli angeli

Il filone dei romanzi complottistico-religiosi si arricchisce di un nuovo capitolo. Glenn Cooper immagina che esista la possibilità di evocare gli angeli grazie all'uso di un oggetto capace di riflettere la luce, un medium particolarmente dotato e la conoscenza delle giuste formule. Secondo lo scrittore tutta una serie di angeli se ne starebbe lì in attesa di essere evocato. Questi angeli un po' maestri severi, un po' servitori disponibili garantirebbero a chi li ha al proprio servizio di tenere tra le mani le sorti dell'intera umanità. Solo una cosa questi angeli sarebbero restii a dare agli uomini: la formula per accedere al quarantanovesimo livello. In questo, quello che si trova più in alto di tutti, infatti risiede l'angelo caduto: Satanian. Essere al suo cospetto ed avere la forza d'animo di affrontarlo significa ottenere tutti i vantaggi che solo il male può dare. L'autore arriva a ipotizzare che anche le crociate e altre grandi battaglie a sfondo religioso sarebbero state agevolate con interventi di tipo angelico. Dalla ricerca di questa formula che solo poche volte gli angeli si sono fatti convincere a cedere, salvo poi pentirsene, parte la trama di questo romanzo. Un potente immobiliarista di origini asiatiche, ma trasferitosi negli Stati Uniti, infatti venuto a conoscenza del ritrovamento di un kit per l'evocazione angelica si dà da fare con tutti i mezzi per entrarne i possesso. A difendere il mondo il dapprima inconsapevole Cal Donovan, figlio dell'archeologo che ha fatto la scoperta.
Ho trovato questo romanzo poco stimolante e privo di grandi attrattive. Devo dare merito a Cooper di essere un buon narratore. Con naturalezza salta da un'epoca storica all'altra, da uno scenario all'altro senza mai perdere per strada il lettore. Il suo tratto è semplice e lineare, forse un po' troppo orientato verso la chiarezza e la semplicità a discapito della tensione e del mistero. Questa mollezza nello scrivere si abbina a una trama che con qualche correzione avrebbe potuto essere più accattivante e originale. Gli elementi che entrano in questo genere ci sono tutti: l'affasciante studioso, una bella, giovane e entusiasta ragazza che lo aiuta nella difesa del mondo. e ancora un cattivo con risorse finanziarie infinite oltre a una immoralità di tutto rispetto. Infine il nostro povero mondo e noi poveri cittadini ignari che come al solito siamo in balia di un folle qualsiasi. I personaggi però sono solo tratteggiati, i momenti di azione sono piuttosto soft e il finale è scontato. Da bravo scrittore di serie, naturalmente Cooper ha scelto un finale che lascia la porta ben spalancata al capitolo successivo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    11 Luglio, 2019
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Una conclusione senza il botto

"Il confine" rappresenta il finale della trilogia per la quale Don Winslow è più famoso: quella incentrata sui cartelli della droga e che ha come protagonisti l'agente Art Keller e il Patròn Adàn Barrera.
Quest'ultimo capitolo presenta lo stesso problema che presentavano anche i capitoli precedenti: è troppo, troppo lungo. Mentre in passato questo problema era meno marcato e pesante, in questo caso l'ho avvertito tutto. Troppi dettagli, eventi, ripetizioni, ma soprattutto, troppe storyline parallele.
Vorrei soffermarmi proprio su quest'ultimo aspetto.
Nessuna delle storyline create dall'autore in questo libro possono essere considerate per nulla interessanti, ma devo dire che sono probabilmente superflue nello svolgimento degli eventi che si vengono a raccontare nel romanzo. Avrebbero potuto costituire materiale per dei romanzi a sé stanti (ovviamente arricchiti da altro), ma lasciano in certi casi una spiacevole sensazione, che riesco a spiegare solo in questo modo: rendono ancor più pesante una lettura che è già stracarica di avvenimenti e personaggi. Credo che se non fosse stato per lo stile piacevole di Winslow, la cosa avrebbe potuto provocarmi istinti suicidi. Certo, capisco che un autore voglia creare un mondo tutto suo e che nel capitolo conclusivo voglia concludere degnamente, ma lo si può fare anche senza scrivere pagine su pagine.
Oltretutto, nonostante la storia sia piacevole, a tratti adrenalinica e interessante, non è la conclusione "epica" che mi aspettavo dalla trilogia che ha principio con "Il potere del cane". Una storia piacevole, ma non uno di quei finali indimenticabili che restano impressi nell'immaginario del lettore.

La storia comincia con la morte di Adàn Barrera, protagonista indiscusso del precedente capitolo "Il cartello". Il libro rimane dunque immediatamente orfano di uno dei suoi personaggi più carismatici, durante una spedizione atta a eliminare i leader dei Los Zetas, violentissimo rivale del cartello di Sinaloa, il Patròn resta ucciso e il suo corpo non viene ritrovato. Quest'ultimo particolare genera il dubbio che ci seguirà per la prima parte del libro: Barrera è davvero morto?
Nel clima di dubbio riguardo a quest'ultimo aspetto, si cominciano a creare i primi movimenti di tumulto all'interno dei cartelli messicani, privi di un leader e agitati dalle eventuali questioni di successione. Nel frattempo, Art Keller viene nominato direttore della DEA, incarico che accetta dopo un'iniziale titubanza, convinto dalla possibilità di fare davvero qualcosa per estirpare il cancro della droga negli Stati Uniti.
Tuttavia, Keller si ritroverà faccia a faccia con delle verità scomode, che coinvolgono non solo criminali conclamati e riconosciuti, ma anche persone che normalmente sono considerate al di sopra di ogni sospetto. Dunque, si troverà a combattere con nemici diversi che, in fondo, sono la stessa cosa.

"Alcuni vogliono zittirlo e mandarlo in galera; sa che ci sono anche altri, pochi, che vogliono ucciderlo. Quasi si aspetta di udire il rumore di uno sparo mentre sale i gradini per andare a testimoniare, perciò la risata di quel bambino è un sollievo, un promemoria del fatto che fuori dal mondo della droga, delle menzogne, del denaro sporco e dell'omicidio, c'è un'altra vita, un'altra terra, dove i bambini ancora ridono."

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I precedenti capitoli "Il potere del cane" e "Il cartello"
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Avventura
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Luglio, 2019
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VXA-01

Sud America, gennaio 1525. Un colpo tremendo capace di far perdere l’equilibrio, ma non anche di scalfire la pesante armatura, è quello che colpisce al petto Diego Alvarado. Francisco Pizarro, un uomo fatto della stessa pasta del primo soldato spagnolo ma di cui quest’ultimo non riesce a fidarsi, lo accompagna nella missione. Una spedizione la cui riuscita è sempre più ardua non solo a causa del nemico ma anche della malattia, del vaiolo. Una patologia dai minuscoli agenti patogeni (responsabili anche del morbillo) che si è propagata con ogni respiro, ogni schizzo di sangue e saliva tra gli indigeni del Nuovo Mondo che non vi erano mai stati esposti. Non hanno difese, questi, contro quel nemico invisibile. E così, nel giro di una settimana la maggior parte dei guerrieri che avevano partecipato all’attacco contro gli spagnoli infetti si sarebbero ammalati, nel giro di un mese sarebbe stato colpito l’intero villaggio, nell’arco di un anno decine e decine di insediamenti sarebbero stati contagiati ed entro dieci anni l’intera regione sarebbe stata piegata dall’epidemia. Senza alcun controllo, il vaiolo avrebbe cioè decimato l’impero Inca spianando la strada ai colonizzatori invasori.
I nostri giorni. Sette giorni, sette giorni per perlustrare tutto quell’oceano e trovare un ago in un pagliaio. Sette giorni per trovare e neutralizzare una bomba ad orologeria che avrebbe potuto scuotere le stesse fondamenta terrestri.
Di tutti gli uomini della NUMA, Gunn è sempre stato quello più enigmatico. Prossimo alla cinquantina non ha mai perso la passione e l’amore per la precisione, il suo carattere è sempre stato impetuoso ma riservato, spiritoso e divertente senza però mai abbassare la guardia. La sua mente è sempre stata perennemente vigile, riflessiva ma attenta e pronta a venire a capo di ogni situazione, di ogni più complessa circostanza. La sua visita, e questo Kurt Austin, ex agente della CIA e adesso capo della squadra progetti speciali della NUMA, subacqueo di prim’ordine ed esperto in operazioni di recupero, lo sa bene, non è certo un caso e tantomeno è un incontro di piacere. Se il vicedirettore si è mosso sino alle Hawaii per cercarlo, qualcosa di davvero grave deve essere accaduto. È sufficiente un breve colloquio per capire che è così, che Kurt non si è sbagliato: il veicolo chiamato Nighthawk, denominazione ufficiale VXA-01 e grande il doppio del suo prototipo, l’X-37B che altro non era che un banco di prova per sviluppare tecnologie all’avanguardia, è scomparso in un’area del Pacifico lontana da tutto, ipoteticamente nelle Galàpagos, e indicativamente posizionata a quattromilacinquecento miglia da Pearl Harbor e a duemila novecento da San Diego. Dal momento della perdita delle sue tracce e del supposto ammaraggio, i servizi di intelligence europei e nello specifico russi e cinesi si sono mossi; si contano ben trenta navi di tre paesi diversi in movimento a cui si sommano una decina di veicoli aerei. Tutti militari. Ma cosa si cela dietro a tutto questo interesse per il Nighthawk? Che dipenda soltanto dal fatto che è il veicolo più avanzato che sia mai esistito? Che dipenda dal fatto che sia stato costruito con materiali e tecnologie di due generazioni più avanti rispetto a quelle delle agenzie russe, cinesi ed europee? Che dipenda dal fatto che è un veicolo capace di manovrare in orbita, di agire autonomamente e di portare a compimento missioni mai neppure ipotizzate per uno shuttle pur non possedendo la propulsione a ioni la cui assenza, comunque, non va ad inficiare sul fatto che il suddetto mezzo è capace di ridurre della metà i viaggi Terra-Luna nonché il tempo di percorrenza verso Marte? O forse il motivo di cotanto interesse è determinato da un carico di materiale rarissimo estratto dalla parte superiore dell’atmosfera e conservato a una temperatura prossima allo zero assoluto e che sino a che si mantiene in detta condizione resta inerte per dimostrarsi, in caso di scongelamento, un pericolo tale da poter scatenare una catastrofe di proporzioni inimmaginabili?
Clive Cussler e Graham Brown propongono con “Il mistero degli Inca” un romanzo d’avventura in piena regola, con qualche tratto fantascientifico che ben si mixa con il dato storico. Le ambientazioni variano e si spostano dalle Isole Galapagos, alle giunge del Sudamerica, alle Ande, passando per la Cina e la Russia e alternando le vicende del presente con quelle di un passato che ha segnato la storia dell’umanità. Lo stile narrativo è fluido e accattivante e ben si amalgama a una trama ben orchestrata e leggera. L’opera si presta ad uno scorrimento rapido e ricco di colpi di scena, con protagonisti solidi e concreti e con vicende che sanno catturare l’attenzione. Non spicca particolarmente per contenuti e tematiche affrontate ma certamente si dimostra essere un’ottima lettura da spiaggia nonché un elaborato adatto a chi ama il genere dell’avventura e a chi cerca un qualcosa di non impegnativo ma che sappia tenerlo con il fiato sospeso. Diversamente, potrebbe risultare inadeguato o non soddisfare le esigenze del lettore.
In conclusione, una buona prova, non eccelsa e indimenticabile ma piacevole.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Luglio, 2019
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L’esercito degli Idioti Nazionali

«Oggi abbiamo ucciso l’imprenditore Paris Fokidis. Non vi diremo perché l’abbiamo ucciso. Lo dovrà scoprire la polizia, che è il Cerbero del sistema. Noi diremo solo una cosa: meritava di morire. L’esercito degli Idioti Nazionali»

Quando il commissario Kostas Charitos apprende della rivendicazione da parte del gruppo terroristico (o del gruppo organizzato perché ancora troppo pochi sono gli elementi per capire chi è l’autore del reato), è da poco diventato nonno del piccolo Lambros. La vittima deceduta a causa dell’esplosione di un ordigno non è altro che un imprenditore di successo, Paris Fokidis, dall’animo filantropo e apparentemente integerrimo in tutto. Da un albergo in Calcidica – il suo luogo natale – il magnate è arrivato ad essere il proprietario di una catena alberghiera, la Fokea SR Hotels, con alberghi siti nei centri più disparati (ovvero, da Anàvyssos a Noùfaro, località dove è avvenuto l’assassinio, arrivando a Sifnos, a Creta e a Xilòkastro) e ad essere titolare di un’agenzia di viaggi organizzati a Londra. Il suo curriculum vitae è chiaro e limpido, i panni che riveste sono evidentemente quelli di un uomo altruista e benefattore ma allora perché nella rivendicazione si asserisce al fatto che meritasse suddetta morte? E perché la stessa è trascritta a mano e non da pc e oltretutto con un’ottima calligrafia vergata con calamaio e pennino? Chi poteva avere un motivo per uccidere un imprenditore così perfetto e, per di più, mettendogli una bomba in macchina? Chi è l'Esercito degli Idioti Nazionali? Qual è il movente che può aver spinto ad un siffatto gesto? Questo ancora Charitos e la sua squadra non sono in grado di stabilirlo ma una cosa è certa, dietro la facciata si nasconde qualcosa perché è indubbio che la vittima sapesse perfettamente come nascondere la natura e le dimensioni dei suoi interessi. Da questi brevi assunti avrà inizio un’indagine concreta e lineare che porterà gli agenti ad investigare non soltanto su un semplice caso di omicidio ma anche su fatti e dinamiche che coinvolgono la nostra società odierna. Perché nelle opere di Petros Markaris mai e poi mai ci si sofferma soltanto al giallo, le sue pagine ospitano con grande maestria e modi garbati anche gli usi e i costumi della realtà greca nonché dei suoi problemi, delle sue criticità e delle sue pecche. In particolare né “Il tempo dell’ipocrisia” tra le tante tematiche che vengono affrontate vi sono quelle del lavoro, della classe benestante che mangia e si arricchisce sulle spalle sempre più provate della classe media o medio-bassa, dei licenziamenti in età adulta (dai quarantacinque anni in su) a favore di assunzioni di personale più giovane, meno costoso e quindi meno pagato, del PIL che viene dichiarato in crescita anche se si è ben consapevoli che di questo beneficeranno i ricchi mentre agli altri nemmeno il merito di aver creato un flusso positivo in entrata pagando le tasse verrà riconosciuto, dei paradisi fiscali, del malessere di questi tempi così poco meritocratici e così tanto funesti.
Al tutto si aggiunge una prosa curata in ogni dettaglio, dal giusto ritmo narrativo, ben articolata, fluente ed erudita con personaggi a loro volta solidi e tangibili. Ottima anche l’ambientazione che è originale così come questa storia in cui non tutto è come appare, non tutto è come sembra. Totalmente appropriato anche il titolo dell’opera.
Un elaborato che intriga e che conquista sia per il giallo che per i fatti di attualità che vi sono custoditi e che sono capaci di indurre riflessione nel lettore.

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Letteratura rosa
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    08 Luglio, 2019
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ADMIRAL HOUSE E LA FORZA DI POSY

Admiral House, è l'ambientazione perfetta che fa da sfondo a questa nuova storia romantica scritta da Lucinda Riley.
Ci troviamo a Southwold nel Suffolk, e siamo immersi in una natura meravigliosa, in giardini stupendi e profumati dove possiamo ammirare varie specie di farfalle.
Chi conosce già questa autrice sa bene che il suo punto di forza è proprio la creazione di storie famigliari con molti personaggi riuscendo a spaziare anche nel tempo, unendo epoche lontane in maniera assolutamente coerente e riuscendo a non far sentire al lettore il cosiddetto "salto temporale".
La storia di questo libro si svolge principalmente nel 2006, ma ci saranno alcuni capitoli che torneranno indietro negli anni della seconda guerra mondiale e in quelli successivi, per spiegare meglio alcuni passaggi delle vicende che stiamo leggendo.
Posy Montague è la protagonista indiscussa dell'intero romanzo, donna forte e molto legata alla sua famiglia, ha quasi settant'anni e vive da sola a Admiral House. Nonostante l'età, Posy lavora ancora part-time nella sua galleria d'arte e cura la villa di campagna, dove è nata e cresciuta e dove fino a qualche anno fa abitava con i suoi figli Sam e Nick.
Il marito di Posy è venuto a mancare quando i loro figli erano piccolissimi e la donna ha dovuto crescerli da sola, con coraggio e determinazione.
Admiral House è una dimora piena di ricordi e Posy non vorrebbe mai lasciare la sua casa, ma non può più sostenere le spese per mandarla avanti e i figli non sono intenzionati ad abitarci.
"Entro breve il giardino era diventato il suo padrone, il suo amico e il suo amante, e non le era rimasto tempo per nient'altro."
Sam il primogenito, è sposato con Amy e ha due figli e vive a Londra in un minuscolo e fatiscente appartamento, da anni il ragazzo colleziona fallimenti su fallimenti e la moglie è seriamente preoccupata per il futuro dei suoi figli.
Nick, invece, vive da oltre dieci anni in Australia, è più affidabile del fratello e ora dopo tanto tempo lontano dall'Inghilterra decide di tornare e aprire una nuova attività nel suo paese d'origine. Il rapporto tra i due fratelli non è dei migliori anche perchè Nick non ha mai visto i suoi nipoti.
Posy dal canto suo ha sempre cercato di tenere uniti i due figli anche se forse qualcosa non ha funzionato.
"Quella sensazione l'aveva prostata. Fino a quel momento non aveva mai capito davvero che cosa fosse la depressione, anzi, la considerava un segno di debolezza, [...] Aveva bisogno di qualcosa che le tenesse la mente occupata, che la distraesse dal pensiero dei ragazzi e dal vuoto che provava."
Posy ad un certo punto si decide a mettere in vendita la proprietà anche se è l'ultima cosa che vorrebbe fare, ormai per lei quella casa è troppo grande e non riesce più a pagare le spese per la sua manutenzione.
"Sì. E' l'amore che fa nascere la magia nella vita, Posy. Anche nelle giornate più uggiose, è capace di illuminare il mondo e farlo sembrare splendido com'è adesso."
Un giorno la protagonista, rivede per caso il suo grande amore Freddie, l'uomo che molti anni prima l'ha lasciata senza una spiegazione. E' come se il tempo non fosse passato, ma Posy non è sicuramente incline ad accettare di nuovo Freddie nella sua vita, ma non sa ancora che l'uomo ha tenuto per sé un segreto che potrebbe sconvolgerla.
Il libro si concentra anche sulle vicende dei figli di Posy, Sam e Nick.
Sam, è un uomo inaffidabile, che nonostante abbia una famiglia e due figli non è ancora un uomo responsabile, vive di sogni ma in realtà non è in grado nemmeno di badare a se stesso. Litiga spesso con la moglie Amy, che dal canto suo, cerca di tenere unita la famiglia, anche se non è felice e questa non era la vita che avrebbe immaginato.
Conosciamo anche meglio Amy e il suo matrimonio con Sam, le difficoltà economiche sono alla base dei problemi che ci sono tra di loro, l'uomo è un sognatore e pensa solo a se stesso e non alle conseguenze di quello che fa.
Nick, l'altro figlio di Posy, invece è un uomo con la testa sulle spalle, è però chiuso all'amore fino a che non incontra Tammy e con fatica riuscirà ad aprire il suo cuore, ma anche per lui un segreto rischierà di rovinare questo amore appena nato.
Sam e Nick, hanno dei segreti come anche Admiral House ne contiene uno di terribile che nessuno potrebbe immaginare.
Posy è forse il personaggio che viene approfondito di più, ci viene descritto come una persona vera, autentica e genuina, che ci porta per mano nella storia e ci fa conoscere la forza delle donne quando c'è di mezzo la cosa più importante, la famiglia.
La lettura di questo libro è da subito stata coinvolgente e appassionante, il primo capitolo ci catapulta in questa bellissima villa con una torre dove il padre di Posy, colleziona farfalle, da qui la famosa "Stanza delle Farfalle".
Ma le prime pagine ci mostrano come, in contrapposizione alla bellezza della villa e delle farfalle, ci sia anche la guerra e il terribile destino di molte famiglie.
Nel complesso il libro si legge velocemente, ci sono molti colpi di scena e il lettore non si annoia, ma ci sono dei punti deboli a mio avviso che vorrei analizzare.
L'autrice introduce molti personaggi e ne approfondisce circa cinque/sei che sono quelli principali, sicuramente quello che viene sviluppato maggiormente è Posy.
Ma in contrapposizione ne nomina altri che proprio non conosciamo, l'aiutante di Tammy al negozio o i soci di Sam, che quindi vengono solo indicati a titolo informativo.
Ma dal punto di vista psicologico, leggiamo solo le dinamiche legate al personaggio di Posy, conosciamo le sue paure, le sue preoccupazioni, le sue ansie, le sue gioie nel presento e nel passato.
I personaggi femminili però, tranne Posy, non hanno sfaccettature, sono piatti e hanno un ruolo positivo nella storia, lo stesso per quelli maschili dove li troviamo o totalmente negativi oppure talmente perfetti da non sembrare reali.
Un esempio è Sebastian Girault, lo scrittore famoso che andrà a vivere con Posy a Admiral House per scrivere il suo nuovo libro, è affascinante, ricco, buono ed estremamente gentile, un po' troppo per non far sospettare al lettore, che forse i personaggi introdotti siano sicuramente troppi per riuscire ad approfondirli tutti al meglio.
Forse meno storie all'interno dello stesso libro avrebbero creato delle dinamiche, allo stesso modo interessanti ma avrebbero reso il romanzo più vivido e reale.
La storia in alcuni punti è molto prevedibile e forse scade un po' nel classico cliché del romanzo rosa, dove ci sia aspetta solo fiori e felicità.
Lo stile di narrazione è come sempre molto scorrevole, semplice e immediato, ho apprezzato che la maggior parte della storia fosse ambientata ai giorni nostri, con qualche salto indietro nel tempo che però non ha fatto perdere il ritmo alle vicende narrate.
I capitoli sono brevi e molto veloci da leggere, nonostante qualche perplessità che il testo mi ha lasciato per me questo libro merita più della sufficienza.
Anche se arrivo alla conclusione, che questo romanzo sia una lettura non impegnativa, molto leggera proprio per il periodo estivo, anche se credo che l'autrice riesca a costruire delle storie ben più complesse.
Ho apprezzato sicuramente il personaggio di Posy e mi è dispiaciuto per lei, perché dopo tanti anni dove ha dato tutto per la famiglia, alla fine si ritrova sola, allo stesso modo ho ammirato anche il suo coraggio nell'affrontare la vita e i piccoli, grandi ostacoli che ha incontrato.
Alla fine della quarta di copertina è stata scritta una nota "Personaggi indimenticabile e sconvolgenti verità...", questa mi sembra un po' esagerata, ma credo che di questo libro ricorderò la semplicità e la forza di Posy, l'amore che non ha età e confini e l'ambientazione suggestiva e magica di Admiral House.

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Sì se siete delle fan di Lucinda Riley e vi piacciono le storie leggere e romantiche
No se pensate che sia un libro impegnativo e ci sia una grande storia famigliare
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Romanzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Luglio, 2019
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Marie & Sylvie

Quando Sylvie e Marie prendono servizio quali cameriere presso la pensione Les Ondines hanno rispettivamente diciassette e diciotto anni. Tuttavia, nonostante siano quasi coetanee, cresciute insieme e legate da un rapporto di amicizia ai confini tra l’amore e l’odio, molteplici sono le differenze che le contraddistinguono. Mentre Sylvie Danet è figlia di un capomastro all’arsenale, ha un corpo sinuoso, un seno invidiato da tutti che non manca di mostrare impudicamente, una femminilità pronunciata e la spregiudicatezza di chi vuole arrivare e migliorare la propria condizione sociale, Marie Gladel è figlia unica, orfana di padre, strabica e ingenua ma è anche un giovane donna onesta che conosce alla perfezione la mente dell’altra. Ecco perché quando il corpo del ventitreenne Louis – dall’intelligenza di un bambino di otto anni e gli occhi chiari e ingenui – viene rinvenuto privo di vita nel ripostiglio delle scope è chiaro a quest’ultima che il suo gesto sia collegato alla compagna. La fine della stagione; un fatto che segna la svolta, lo sfruttare di quel corpo, la partenza per Parigi. Sempre loro, ancora insieme ma ciascuna indipendente.
La convivenza durerà circa una decina di mesi, sino a che le loro strade non si separeranno a causa della classica goccia che fa traboccare il vaso e di una ferita che difficilmente potrà risarcire. Si scroceranno nuovamente una prima volta nel 1945, ventitré anni dopo il fatto, e si rincontreranno davvero nel 1950 quando Sylvie si recherà da Marie per chiederle aiuto a causa di una vicenda ereditaria… Riceverà il suo socccorso o questo le verrà negato?
Con una penna fluida e densa Georges Simenon torna, in “Marie la strabica”, a raccontare dell’animo umano e più precisamente torna a narrarci della psiche femminile e dei suoi aspetti più caratteristici e profondi. L’intera opera si snoda sulle personalità di queste due donne così diverse eppure così tra loro vincolate, nel bene e nel male. Ne analizza le menti, i comportamenti, le morali, i contrasti e il risultato è quello di un testo che si fa divorare in poche ore, affatto scontato, dall’epilogo agrodolce e che lascia il segno per la sua semplicità.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    06 Luglio, 2019
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Pinturas rojas come il sangue

Nell’estate del 2016 Parigi scopre che un nuovo efferato serial killer si aggira tra le sue strade. La prima vittima è la giovane spogliarellista Sophie. È stata trovata in una discarica, completamente nuda, legata, anzi strangolata, con la sua stessa biancheria intima, brutalmente sfregiata per simulare uno straziante urlo alla Munch, reso più agghiacciante dalla pietra atrocemente incastrata nella sua gola. Dopo alcune settimane di infruttuose ricerche, a cura della seconda sezione criminale, le indagini sono affidate alla squadra di Stéphane Corso, capo della prima sezione.
Corso è un poliziotto caparbio e ostinato sul quale pesa il burrascoso passato, fatto di abbandoni, orfanotrofi, vita precaria presso famiglie affidatarie, microcriminalità, violenze fatte e subite, abuso di droghe e alcool. Recuperato a una vita “normale” (o quasi) grazie alla protezione della Bompart, Capo della Criminale, ormai si dedica anima e corpo solo al suo lavoro, convinto che l’unica forma di redenzione per lui stia nel far rispettare la legge… a qualsiasi costo. Sul suo presente grava pure la difficile relazione con la ex moglie Èmiliya, in pubblico brillante funzionario ministeriale, ma nell’intimità una perversa sadomasochista. Lei gli contende con tutti i mezzi più sporchi l’affido del figlio, il piccolo Thaddée, e Stéphane ne teme l’esiziale influsso.
Nonostante questa difficilissima situazione personale l’ispettore si mette rapidamente al lavoro e, in pochi giorni, delinea la tipologia del presunto assassino, il quale, nel frattempo, ha fatto una nuova vittima, amica fraterna della prima. Il secondo omicidio ricalca in tutto e per tutto il primo ed entrambi richiamano alla mente i raccapriccianti dipinti dell’ultima fase artistica di Goya, quella delle pinturas negras e delle ancor più inquietanti pinturas rojas recentemente venute alla luce.
Così l’attenzione di Corso, indirizzato da un collega in pensione, si interesserà di un idolatrato pittore: Philippe Sobieski. Tutti gli indizi convergono su di lui. Già condannato a diciannove anni per un omicidio a scopo di rapina che ha alcuni punti di contatto con le odierne uccisioni, ha un trascorso carcerario da efferato giustiziere e una psicologia contorta e violenta. Pratica il bondage e tutte le forme più crude di sesso. Ha ritratto le due vittime di cui era amante. I suoi quadri trasudano violenza e depravazione. Però, ha un alibi per le ore dei delitti ed è tenuto in palmo di mano da tutti gli ambienti culturali di Francia per il crudo ed esasperato realismo delle sue opere. È considerato un genio, la pecora smarrita ritornata all’ovile. Forte di queste protezioni e del fascino ambiguo che esercita, tenterà di beffarsi della polizia. La tenacia di Corso sembrerà aver la meglio sui suoi giochetti. Tuttavia è davvero lui l’assassino?
Il “polar” è un genere letterario di grande successo in Francia. Etimologicamente la parola dovrebbe essere la crasi dei termini policier e noir, ma il richiamo al gelo della calotta artica non è meramente casuale. Gli autori francesi più di tutti gli altri scrittori di thriller accentuano i lati crudi della vicenda narrata. Non provvedono ad alcuna autocensura, non smussano le descrizioni, non glissano sugli aspetti più orribili, ma, al contrario, analizzano, accentuano la crudezza, radicalizzano le situazioni. Nulla è lasciato all’immaginazione; tutto è indirizzato a far rabbrividire il lettore.
Nell’iniziare “La Maledizione delle Ombre” mi ero già predisposto, con una certa angoscia, ad affrontare una simile rudezza di immagini, una brutalità, una tensione emotiva che non ti fanno fiatare sino alla fine.
Questo romanzo non fa eccezione: la trama è dura e cruda sino all’esasperazione e il linguaggio adoperato l’asseconda. L’A. scava senza pudore nelle più segrete e oscure pieghe dell’animo umano. Non mancano descrizioni forti, soprattutto nella prima parte del romanzo, contesti ben oltre il limite dell’accettabile. Alcune minuziose descrizioni rasentano la bassa macelleria e, inevitabilmente, suscitano repulsione. Ci si può fare una “cultura” (non richiesta) sulle più incredibili perversioni sessuali e sulle tecniche di tortura, pornografia estrema e degradazione del corpo umano. Tuttavia la storia è narrata con un distacco da analista. L’esposizione spesso risulta asettica come fatta da un freddo osservatore esterno.
I sentimenti di Corso (personaggio non particolarmente simpatico né oltremodo deduttivo) ci vengono descritti, ma non se ne diviene partecipi. Gli omicidi efferati suscitano orrore, ma non empatia.
Molto intelligente, apprezzabile e, soprattutto, inquietante è il filo conduttore (ufficiale) del romanzo: la relazione tra la brutalità umana e l’impeto artistico che agita una psiche tormentata. Lo stile accurato di Grangé, poi, rivela una profonda, indiscussa cultura e una puntigliosa documentazione. Forse un po’ troppo puntigliosa la descrizione di Parigi, quasi da guida turistica, così particolareggiata da consentirci un “pedinamento” di Corso nelle sue peregrinazioni, ma, tutto sommato è interessante.
Complessivamente, però, ho avuto la sensazione che manchi quel quid decisivo per fare del romanzo una storia pienamente convincente. La trama risulta troppo arzigogolata, contorta, ben oltre la plausibilità: sono troppe le situazioni nelle quali si deve far ricorso alla sospensione dell’istintiva incredulità e chiudere un occhio su passaggi zoppicanti sotto il profilo logico. Le oltre cinquecento pagine, poi, risultano eccessive: è impossibile mantenere la propria attenzione viva su ogni passaggio.
I colpi di scena si susseguono, soprattutto nella seconda parte del libro, in un crescendo rossiniano, ma spesso giungono prevedibili, un po’ perché non sono tutti così sorprendenti, un po’ perché si intuisce che sono necessari a tenere viva la storia che, altrimenti, perderebbe di interesse e si avvilupperebbe su sé stessa. L’epilogo vorrebbe essere una sorta di coup de theatre da grande prestigiatore, ma, in fondo non risulta neppure così stupefacente. L’A. ha abusato troppo, durante tutto il testo, di improvvisi cambi di rotta, assuefacendo in tal modo il lettore che, alla fine, smette di meravigliarsi, quando addirittura non riesca a precorre i tempi e prevedere le varie “sorprese”.
In conclusione, pur essendo un romanzo buono e ben scritto, non riesce a toccare tutte le giuste corde per divenire davvero un’opera effettivamente memorabile. Piacevole se ci si accontenta di farsi trascinare dalla storia senza porsi domande, un po’ meno se si analizzano con attenzione le varie situazioni. Peccato!

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A chi conosce e apprezza la prosa di Grange: il suo romanzo più famoso è “Fiumi di porpora” sul quale è stato adattato pure il film di Kassovitz, con J. Reno e V. Cassel. In genere a chi ama i polar e gode a farsi torcere le budella da situazioni raccapriccianti.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    28 Giugno, 2019
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Harry e le menzogne

Peter Swanson, americano, dopo aver pubblicato Il lungo inganno, Quelli che meritano di essere uccisi e Senti la sua paura, torna in libreria con Una perfetta bugia, i cui contenuti principali sono:
“Una morte misteriosa. Un ragazzo intrappolato in una rete di sottili bugie. E due donne troppo affascinanti per non essere pericolose. Sullo sfondo, un paesino del Maine dove niente è come appare e nessuno è chi dice di essere.”
Ingredienti che non possono che attrarre il lettore.
Il libro narra la storia di Harry, giovane studente universitario, in procinto di discutere la sua tesi universitaria, che riceve una di quelle telefonate destinate a distruggere per sempre la propria vita. A chiamarlo è la matrigna, Alice, che gli annuncia la morte, avvenuta in circostanze misteriose di suo padre: il libraio Bill. Normalmente lui si reca a fare una passeggiata tranquilla sempre sullo stesso promontorio, ma in quel giorno sembra trovare proprio lì la morte. Una morte inspiegabile e misteriosa, poco comprensibile. Ad Harry non resta che affrontare una pesante situazione, aggravata anche dal clima di greve menzogna che lo attornia. Un clima dove tutti mentono. Ha mentito prima suo padre che, dopo aver sposato in seconde nozze una ragazza molto più giovane di lui, la tradisce bellamente con Grace. Mente Alice che pare decisa a sedurre il figliastro, e che nasconde con abilità una vita passata di segreti, cupi e misteriosi. Mente John, il socio di suo padre,circa la sua vera identità e il suo passato lavoro. Mente, ovviamente, Grace, una bella ragazza, che pare conoscere molto intimamente Bill, e che sembra avere troppo fascino per il contesto in cui vive. Infatti:
“Aveva i capelli di un castano profondo, quasi neri, e gli occhi azzurri con delle pagliuzze verdi. Il nasino piccolo con la punta leggermente all’insù, e una bocca stretta con il labbro inferiore più carnoso di quello superiore. Aveva sopracciglia folte e scure e un’ombra di lentiggini sulla fronte, un’età imprecisata tra quella di Harry e i trent’anni.”
In un tale contesto il percorso per ristabilire almeno una parvenza di verità non può che essere irto di ostacoli, reso con grande perizia e sapienza narrativa dall’autore.
Una lettura alla “Hitchcock”, un’atmosfera sospesa dove si respira un’attesa malcelata, che rende il clima pesante ed enigmatico. Una lettura molto interessante, e molto intrigante. Non conoscevo questo autore e mi riprometto di leggere altri suoi libri; visto la seduzione che questo ultimo ha esercitato su di me. In generale, un ottimo giallo, costruito ad incastro, la cui trama, perfettamente congegnata, esercita un fascino irresistibile per il lettore, costretto a proseguire imperterrito la lettura fino alla soluzione finale, del tutto inaspettata ed imprevedibile.

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Consigliato a chi ha letto ed amato i libri precedenti di Peter Swanson: Il lungo inganno, Quelli che meritano di essere uccisi e Senti la sua paura.
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Romanzi
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    27 Giugno, 2019
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Siamo uomini o ominicchi?

Amurusanza: è un termine mancante nel dizionario della lingua italiana perché è stato coniato e tramandato dalla cultura e dalla tradizione popolare siciliana che impregna col suo vernacolo le pagine dell'omonimo romanzo di Tea Ranno, purtuttavia senza mai risultare tedioso ed ostico: indubbio merito dell'autrice che ha saputo orchestrare armoniosamente le parole attraverso una scrittura d'impatto che si rivela tale soprattutto nei dialoghi tra i vari protagonisti, ma nello stesso tempo permeata di una certa musicalità che ammalia ed incanta il lettore, come se quei termini, per quanto sconosciuti, divenissero subito chiari nel significato e comprensibili a tutti, siciliani e non.
Amurusanza è una parola che raccoglie in sé tutto ciò che può far bene all'anima, che la riscalda e la ricolma di amore: gesti, pensieri, piccoli doni, parole dolci sussurrate ma anche passionali ed impetuose dimostrazioni di affetto.
E Agata Lipari, la bellissima e sensuale Tabacchera, di amurusanza ne ha ricevuto tanta dal marito Costanzo Di Dio, e tanta ne ha donato a quell'uomo di cui era
follemente innamorata: un uomo tutto d'un pezzo, fervido ed accanito sostenitore dell'ideologia comunista in un'epoca e in una società in cui l'ideologia - qualunque essa fosse - era sempre più schiava e sottomessa all'interesse personale:
S'era innamorata di lui appunto ascoltandolo nei discorsi che l'infiammavano in piazza, o davanti al negozio, ogni volta che qualcuno esibiva l'entusiasmo facile per un'Italia nuova, forte, azzurra e televisiva, fatta di sorrisi e belle ragazze, di un liberismo che vuole dire:"Io penso a me, alla panza mia, chi resta s'arrangia".
E sarebbero vissuti per anni in perfetta armonia, magari con tanti figli e nipoti al seguito, trascorrendo le afose giornate estive nella Saracina, la splendida tenuta di campagna che Costanzo possedeva e che aveva curato personalmente, se un infarto non avesse stroncato cuore e sogni di Costanzo lasciando Agata sola e vedova in un paese dove già prima le donne la invidiavano per la sua statuaria bellezza, fonte di cattivi e peccaminosi pensieri per i propri mariti, e dove gli uomini altro non desideravano se non trasformare quei pensieri in fatti e azioni.
'Ma lei niente. Ferma. Muta. Si limita a scavarli con gli occhi cercandogli negli occhi l'anima meschina che corre a infrattarsi nel carbone delle colpe, dietro il sipario delle palpebre calate, nel fondo opaco della loro coscienza, semmai ne possedessero una. "Condoglianze" dicono le mogli. "Condoglianze" dicono i figli. E intanto la guardano, tutti la guardano Agata Lipari, ora vedova Di Dio. Alta, bella che belle come a lei non ce ne sono, snella e slanciata, le caviglie sottili, il petto superbo, il collo lungo, bianco, carezzato da capelli neri che scendono fin oltre le spalle. La guardano.'
E aveva ragione Costanzo, una compagnia di porci erano i suoi concittadini, "anime nere" senza onore e rispetto per se stessi e gli altri, agli ordini del sindaco 'Occhi janchi' che tra tutti era il peggiore: mafioso e corrotto politicamente, riusciva a domare le menti poco acculturate dei suoi compaesani piegandole al suo volere, con promesse di favori e piaceri in cambio del loro consenso e appoggio alla sua amministrazione, la stessa che aveva già favorito la costruzione di un stabilimento petrolchimico vicino al paese e che avrebbe presto ottenuto finanziamenti e concessioni per lo smaltimento dei rifiuti, trasformando poco alla volta quell'angolo di paradiso in un quartiere industriale che avrebbe probabilmente risollevato il tasso di disoccupazione ma anche quello dei decessi per tumori e inquinamento ambientale.
Fortunatamente però, il marcio non ha ancora insozzato la coscienza di tutti: in quel piccolo paese c'è ancora qualcuno che crede nella giustizia, divina e terrena, c'è ancora chi sia disposto a sacrificare il proprio interesse personale a favore di quello collettivo e chi decida di non barattare la propria dignità di uomo in cambio di un posto di lavoro o una concessione a proprio vantaggio, e c'è persino chi trova il coraggio di opporsi al pregiudizio e ad un'omologazione di massa verso un atteggiamento fortemente maschilista sedimentato nel corso dei secoli e che solo una vera e propria rivoluzione culturale potrebbe sgretolare.
E' così che lo scontro tra la 'tabacchera' ed 'occhi janchi' diventa rappresentativo della Sicilia perbene che cerca di emergere dalla melma fatta di omertà, corruzione, clientelismo ed arretratezza culturale che sembra aver sedimentato su questo territorio nel corso degli anni, infangando luoghi che avrebbero potuto distinguersi - se opportunamente valorizzati - per la loro bellezza paesaggistica ed infettando come una metastasi ogni (seppur rara) cellula buona, debole baluardo di sani valori come l'integrità morale, l'onestà ed il rispetto del prossimo.
Il messaggio quindi è chiarissimo: c'è ancora tempo e modo di salvare la Sicilia, se ogni siciliano singolarmente riuscisse a scrollarsi dalla coscienza quel fango e con fierezza riprendesse possesso della propria dignità di uomo.
Nel romanzo c'è ottimismo, c'è fiducia nella possibilità di cambiamento: per quanto la trama evolva attraverso episodi a volte farseschi, riportando spesso alla mente la commedia napoletana con tanto di presenza soprannaturale (quasi fosse necessario l'intervento dell'anima defunta di Costanzo per smuovere e risvegliare gli animi sopiti dei suoi concittadini), si avverte forte il desiderio da parte dell'autrice che la speranza di una Sicilia più 'pulita' (e non solo dal punto di vista ambientale) non si riduca ad una mera utopia.
Cosa servirebbe? Ce lo dice proprio nel titolo: amurusanza.

"Parola d'ordine ci vuole,
mio signore,
per accedere alle stanze
della vita,
parola stramma
di desiderio e ardimento
che squaglia il gelo
e splende sparpaglio
di bellezza e luce.
La sapesse, Vossia,
quella parola?
La covasse da mill'anni
in petto?"
"Amurusanza"
fa lui senza esitazione.
E le porte si spalancano
e il sole ride
e la vita
canta.

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Romanzi autobiografici
 
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    26 Giugno, 2019
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Un percorso tra vita e produzioni letterarie

Paul Auster è considerato tra i più validi scrittori statunitensi viventi e questo libro-saggio rappresenta il background della sua opera. Non è una autobiografia vera e propria ma un'intervista durata circa due anni da parte dell'accademica I.B. Siegumfeldt, che ripercorre tutta la sua opera letteraria ponendo quindi accento non tanto sulla sua vita privata ma su quella artistica. Certo, tra le due c'è sempre un solido filo conduttore e infatti tutti gli aspetti personali che riguardano l'autore emergono sempre in relazione ai suoi libri.

Prima di iniziare a leggerlo, mi ero fatta un'idea diversa sul contenuto, credevo che contenesse soprattutto sue filosofie di vita, pensieri articolati collegati al suo vissuto e nella prima parte del libro- dove vengono osservate le sue opere autobiografiche- effettivamente questo succede, ma in maniera abbastanza blanda e spesso ricorrendo alle citazioni vere e proprie dai libri scritti piuttosto che un suo libero pensiero modellato in modo spontaneo, che dica sì le stesse cose ma in maniera diversa, più colloquiale, più "spiegata" per il lettore. Questa non vuole essere una critica ma solo un'aspettativa un po' sopravvalutata forse, distorta. Questa è la seconda volta che mi capita di leggere un libro-intervista e nel primo caso, chi intervistava faceva spesso delle domande semplici a volte persino banali ma la risposta dell'autore era quasi sempre un interessante studio argomentato oppure delle altre domande più profonde e argute, in questo caso invece spesso succede il contrario: le domande spesso corredate da interpretazioni sono davvero interessanti e stimolanti, e alcune risposte dell'autore un po' scialbe e ripetitive.

"I.B.S.: In questa pagina (tratta dal libro "Notizie dell'interno") lei parla anche di una rivoluzione sociale: "La rivoluzione sociale dev'essere accompagnata da una rivoluzione metafisica. Bisogna liberare non solo le esistenze fisiche ma anche le menti. In caso contrario ogni conquista di libertà sarà necessariamente illusoria e passeggera. Bisogna creare armi che permettano di ottenere e conservare la libertà. Per fare questo è necessario guardare con coraggio verso l'ignoto, verso il trasformarsi della vita...L'ARTE DEVE BUSSARE CON VIOLENZA ALLE PORTE DELL'ETERNITA'..." Era una specie di manifesto?
P.A. (Ride): Non sapevo di cosa parlavo.
I.B.S.:"Le porte dell'eternità!" Non la realtà, ma l'eternità?
P.A.: Non ne ho idea.
I.B.S.: Però l'ha inserita nel libro.
P.A.: Si perché era così enfatico, così enfatico che l'ho scritto a lettere maiuscole. L'ho tenuto nel libro ma non lo capisco."

...ecco queste sue risposte mi hanno fatto un po' arrabbiare, perché come lettore cerco di dare un significato a quello che leggo, cerco di capire cosa l'autore mi dice con questa frase, per poi scoprire che non sa nemmeno lui ma suonava bene e allora l'ha scritta. Credo che sia una cosa comune in letteratura, comunque, non solo un artificio usato da Paul Auster ma di tanti altri, tra i quali magari anche classici, però il saperlo, da lettore, mi infastidisce perché mi sento un po' preso in giro. Chissà James Joyce quanto ci ha presi in giro e non tanto a noi lettori quanto ai suoi critici letterari che ancora ci lavorano su.

Archiviato questo rimprovero, devo anche dire che il testo si rivela nel complesso molto interessante sia per chi non ha mai letto nulla di Auster in quanto gli permette di entrare nel suo mondo e di essere guidato per mano tra le sue opere e quindi avere una visione complessiva sulla sua opera riuscendo poi la successiva lettura dei romanzi a interpretarla in maniera più illuminante; ma si rivela ancora più interessante per chi conosce già da tempo questo autore e apprezza i suoi scritti. In questo ultimo caso direi che la lettura è d'obbligo per meglio comprendere e completare i romanzi letti. La cosa che mi è piaciuta molto in questa intervista è che i vari personaggi prendono vita e vengono evocati come delle vere persone, hanno i loro misteri, la loro vita indipendente dall'autore, la loro parte dell'inconscio che nemmeno l'autore può penetrare, davvero un approccio interessante e vivo dove l'autore svela anche molte curiosità che altrimenti un lettore non potrebbe mai conoscere e che danno tutt'altra prospettiva. Credo che avere un testo- guida come questo sul quale potersi confrontare con l'autore, attraverso la sapiente voce di I.B.Siegumfeldt sia una grande fortuna e piacere per un lettore appassionato di Paul Auster. Si passa attraverso i suoi drammi, la sua incapacità iniziale di scrivere prosa, le sue difficoltà finanziarie e il complicato rapporto con il padre, il fallimento del primo matrimonio e rinascita attraverso il secondo, insomma Paul Auster oltre che ad essere una scrittore è un uomo ed è uno che il cammino se l'è costruito con le proprie mani (e penna) tra fatica e sacrifici, è una di quelle persone che nella vita "ce l'ha fatta" e leggerlo sicuramente contribuisce a un arricchimento.

Personalmente faccio parte della prima categoria sopra nominata e cioè da coloro che non hanno letto nulla di Auster ma ne sono incuriosite e la lettura di questa intervista-saggio mi è stata utile a capire il suo "mondo", a farmi un'idea della qualità della prosa che reputo significante e di sostanza ma anche a osservare il suo percorso di crescita artistica. Mi ha invogliata a conoscerlo meglio e approfondirò sicuramente con la lettura di qualche suo romanzo.

"P.A: Voglio rovesciare le cose. Come un architetto che costruisce una casa con tutti i tubi e i fili elettrici a vista. Sono attratto dal versante artificiale della letteratura. Sappiamo tutti che è un libro: lo apriamo sapendo che non è il mondo reale. E' un'altra cosa. Un'invenzione."


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Paul Auster
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Romanzi
 
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    18 Giugno, 2019
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IL GRANDE SOGNO DI UN MONDO INCORROTTO

“Io credo che una foglia d'erba non valga affatto meno della quotidiana fatica delle stelle.” (Walt Whitman, “Tutto vale”)

Circa un anno fa, rispondendo a un commento relativo alla mia recensione de “Il tempo di una canzone”, mi sbilanciai scrivendo che, se un autore contemporaneo fosse stato in grado di scrivere il prossimo “Grande Romanzo Americano”, quello sarebbe stato proprio Richard Powers. Ebbene, lo scrittore dell'Illinois, con “Il sussurro del mondo”, è riuscito a superare ogni più ottimistica previsione e a scrivere addirittura quello che, senza esagerazioni, può essere a mio parere definito il “Grande Romanzo del Pianeta”. Le tematiche ecologiche, come ciclicamente accade, sono tornate di estrema attualità, come dimostra il successo mondiale riscosso da una giovane attivista quale Greta Thunberg, e confesso che quando ho preso per la prima volta in mano il ponderoso volume di 650 pagine mi ha sfiorato il sospetto di un astuto paraculismo, di una opportunistica intenzione di cavalcare un argomento di gran moda come la difesa dell'ambiente. Il dubbio si è però rivelato assolutamente infondato nel breve volgere di poche pagine, tanto appariva chiara e trasparente la volontà di comporre un autentico, genuino inno alla natura e alla bellezza incomparabile degli alberi e delle foreste, e solo secondariamente di lanciare un monito alla civiltà che, attraverso uno sviluppo incontrollato e insostenibile e lo sfruttamento sconsiderato delle risorse (“Stiamo per riscuotere un miliardo di anni di buoni di risparmio planetari e sperperarli in gioielli assortiti”), sta distruggendo intere specie che erano sulla Terra ben prima che facesse la sua comparsa l'uomo. Powers, come sua abitudine, non rinuncia a un approccio marcatamente scientifico, e la biologia (così come la musica e la fisica quantistica ne “Il tempo di una canzone”, o la fotografia, l'informatica e la genetica in altre sue opere) viene sviscerata con l'autorevolezza e la competenza di un vero specialista della materia. Ma egli è altresì convinto, come si esprime uno dei personaggi del romanzo, che “le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea alle persone” e “l'unica cosa in grado di farlo è una bella storia”. Così ne “Il sussurro del mondo” non ci viene presentata una sola bella storia, ma, in un profluvio incontenibile di ispirazione, ben otto storie che, nalla prima parte intitolata “Radici”, costituiscono quasi una raccolta di racconti apparentemente autonomi e autosufficienti. I nove personaggi (giacché in un capitolo ad essere protagonista non è un individuo singolo ma una coppia) sono quanto di più diverso per età, provenienza geografica, estrazione sociale e inclinazioni culturali si possa immaginare. C'è il discendente di una famiglia di coloni che nell'Ottocento si erano trasferiti in America dalla Norvegia, la figlia di un profugo di Shanghai in fuga dal comunismo di Mao, un ragazzo autistico interessato a tematiche di psicologia sociale, un veterano del Vietnam, un avvocato esperto di brevetti e copyright con la sua compagna stenotipista e attrice amatoriale, un programmatore informatico ideatore di videogiochi di successo, una studentessa in crisi di identità e una biologa innamorata delle piante al punto da preferirle di gran lunga agli esseri umani. L'unica cosa che in un certo senso accomuna questi personaggi è che le loro esistenze sono, in qualche caso (la biologa Patricia) in modo evidente, in altri casi in maniera assai più indiretta e nascosta, contrassegnate dalla presenza degli alberi: dal castagno che, per una bizzarra consuetudine tramandata di generazione in generazione dagli antenati di Nicholas, viene fotografato lo stesso giorno di ogni mese, fino a ottenere una sorta di zoopraxiscopio, un migliaio di fotografie che cambiano tra loro impercettibilmente e che, viste in rapida successione, mostrano in time-lapse il mistero della vita in divenire, all'anello di giada con un albero di gelso finemente intagliato portato dalla Cina dal padre di Mimi, dagli alberi piantati dal padre di Adam in occasione della nascita di ciascun figlio e che Adam è convinto che creino un collegamento magico con ciascun bambino influenzandone il carattere e il destino, alla famosa foresta del “Macbeth” che Ray e Dorothy recitano all'epoca del loro primo incontro, dal baniano che salva la vita di Douglas nell'Estremo Oriente al leccio da cui invece precipita Neelay condannandolo a un futuro da paraplegico, e così via. I nove protagonisti sono quasi dei predestinati, degli esseri prescelti (con un meccanismo che mi ha ricordato alla lontana “Incontri ravvicinati del terzo tipo”) per portare avanti le istanze di un mondo a rischio di estinzione. E' così che nella seconda parte (“Tronco”) le varie storie convergono, si sfiorano, si incrociano e si intrecciano, fino a procedere all'unisono sullo sfondo dei movimenti ambientalisti di protesta e del radicalismo ecologista a cavallo tra gli anni '80 e '90 negli Stati Uniti dell'Ovest. Ribattezzandosi con nomi di albero come dei partigiani, Olivia, la donna che è spinta ad agire mossa dalle voci di misteriose creature di luce, Nicholas, Mimi, Douglas e Adam partecipano a sit-in di protesta, occupazioni pacifiche e altre plateali manifestazioni, cercando di mettere i bastoni tra le ruote della fiorente industria nordamericana del legname che disbosca a ritmo forsennato intere foreste di alberi secolari e pagando spesso in prima persona con violenze ed arresti il loro giovanile e appassionato idealismo. Sono anni di ideali, di speranze, di visioni perfino (come detto, Powers non esita neppure a flirtare con il paranormale, come aveva già fatto un altro grande romanzo di questi anni, “Canta, spirito, canta” di Jesmyn Ward), destinati a scontrarsi duramente con interessi, economici e politici, molto più grandi e potenti. Olivia e Nicholas trascorrono addirittura un anno in cima a una gigantesca sequoia, per impedire che venga abbattuta, scoprendo che tra i rami del grattacielo verde, a sessanta metri sopra il livello del suolo, vive uno straordinario e inimmaginabile ecosistema (con tanto di piante di mirtilli e laghetti popolati di salamandre). Il dolore causato dalla vista di tanta distruzione e la volontà di ritardare il più possibile ciò che loro considerano una imminente apocalisse finiscono fatalmente per spingere i cinque amici ad intraprendere piccoli gesti di terrorismo, che sfoceranno inevitabilmente in tragedia. Dal canto suo, Patricia, la biologa che vive appartata nei boschi e le cui idee rivoluzionarie (gli alberi sono organismi sociali, che comunicano tra loro, nell'aria e sotto terra, si nutrono vicendevolmente e costruiscono sistemi immunitari condivisi, diffondendo messaggi chimici di allerta quando un pericolo si avvicina), dopo essere state inizialmente respinte dalla comunità scientifica, tornano in auge riabilitandola agli occhi del mondo, scrive un bestseller sugli alberi e ottiene una generosa sovvenzione pubblica per creare una sorta di banca dei semi di specie a rischio di estinzione, cosa che tuttavia non le impedendisce di sentirsi in colpa al pensiero di quante piante abbiano dovuto essere abbattute per poter stampare il suo libro o quanto danno abbiano arrecato all'atmosfera i suoi viaggi in aereo per scopi scientifici.
La struttura del romanzo di Powers è genialmente a immagine e somiglianza di un albero. Alle radici e al tronco delle prime due parti, seguono la chioma e i semi delle altre due sezioni. E come le storie individuali si erano riunite per un certo periodo nell'azione comune, nella solidarietà della lotta e nella complicità affettiva, così lo scorrere del tempo fa tornare a prevalere le spinte centrifughe e distanzianti. Come i rami che si biforcano e si allontanano, i nove protagonisti tornano a vivere le loro vite solitarie e appartate, minate dal rimpianto per ciò che non si è realizzato, dallo scoramento per i fallimenti subiti e dalla paura nei confronti di un passato che sembra farsi vivo solo come eterna minaccia e non come una promessa che si avvera. E' la vecchiaia che segue all'infanzia e alla giovinezza, in un'altra ideale e simbolica ripartizione del libro. La morte, la solitudine e la condanna fanno capolino nel romanzo, diffondendo un'aura di pessimismo e di sconfitta. Ma le molteplici e imprevedibili diramazioni dei rami di un albero richiamano alla mente anche le diramazioni della vita, le esistenze alternative che si sarebbero potute realizzare in un universo parallelo. Come un mago della dimensione temporale, Powers immagina che un suicidio per aver ingerito un veleno da un bicchiere possa trasformarsi in un brindisi al non-suicidio, o che la figlia che i coniugi Brinkman non hanno mai avuto possa rivivere all'indietro, in un poetico time-lapse, mentre i loro occhi sono fissati sul castagno del loro giardino. C'è un personaggio emblematico che ipostatizza alla perfezione questa “fluidità” temporale, ed è Neelay, il guru della realtà virtuale, il quale attravreso i suoi elaborati videogames crea nuove vite e nuovi mondi, talmente realistici da poter essere preferiti da milioni di persone alla realtà vera. Ebbene, Neelay, sconcertato per il fatto che i suoi giocatori riproducono nei suoi universi virtuali tutti i comportamenti negativi del mondo autentico (cieca violenza, accumulazione indiscriminata di ricchezze, distruzione di risorse, espansione illimitata), progetta un nuovo gioco in cui il mondo è una sorta di nuovo paradiso terrestre, ma in cui le risorse sono calmierate come le nostre, i comportamenti non sono senza conseguenze e le vite non sono infinite, bensì solo una, da gestire con oculatezza, non solo risolvendo problemi ma anche prendendosi cura della comunità, dell'ambiente e della natura circostanti. E' una sorta di sogno chimerico, che dimostra comunque come Powers abbia profondamente a cuore la speranza. In un mondo che l'uomo ha sempre pensato fosse fatto esclusivamente a suo uso e consumo, e che i suoi comportamenti dissennati minacciano pericolosamente di distruggere, non è utopistico pensare che la salvezza risieda proprio negli alberi, “i prodotti più spettacolari di quattro miliardi di creazione”. E' una sorpresa per i personaggi del libro scoprire alla fine, dopo aver faticosamente metabolizzato la delusione per non essere riusciti a salvare le foreste dalla furia erinnica del capitalismo selvaggio, che le creature che dovevano essere salvate non erano gli alberi, ma erano proprio loro, gli uomini, e che i salvatori sarebbero invece stati, con la loro silenziosa e paziente tenacia pronta a sfidare i secoli, gli alberi. “La vita ha un modo tutto suo – pensa Neelay – di parlare al futuro. Si chiama memoria”. Gli alberi di Powers possiedono uno straordinario potere, quello di annullare il confine tra passato e futuro, di trasformare i ricordi in predizioni, di far rivivere ciò che non è più: i ricordi di Mimi bambina che in riva al fiume pesca col padre risuscitano al profumo irresistibile di un pino (“una zaffata devastante di duecento milioni di anni prima”), così come gli alberi piantati in gioventù e poi colpevolmente dimenticati riportano in vita la freschezza e la gioiosità dei primi, spensierati anni del matrimonio di Ray e Dorothy, e le fotografie del castagno degli Hoel dissepolte da Nicholas lo riportano vertiginosamente indietro nel tempo, all'inizio del secolo scorso.
Richard Powers non è uno scrittore che indulge in virtuosismi inutili, in acrobatici tour-de-force verbali, non è un Nabokov o un Faulkner per intenderci. Il suo stile è fatto di periodi brevi, essenziali, precisi, apparentemente neutri e cronachistici, eppure capaci di aperture straordinariamente liriche ed evocative, come un fiume carsico che esce in superficie quando meno lo si aspetta. Se dovessi avvicinarlo a un altro autore contemporaneo, il nome che farei sarebbe senz'altro quello di Cormac McCarthy. Ne “Il sussurro del mondo” questa scrittura appare quanto mai congeniale, perché è come se l'autore si fosse messo alla stessa altezza degli alberi, e osservasse, con il loro stesso metro temporale, le vicende umane. Le tragedie e gli altri momenti topici, per esempio, capitano all'improvviso, quasi senza preparazione, in maniera del tutto anti-emotiva e anti-spettacolare, proprio come se fossero viste “sub specie aeternitatis” (o sarebbe meglio dire “sub specie arboribus”). Sono infatti gli alberi, più che i personaggi umani, i veri protagonisti del romanzo. Le loro esistenze ieratiche e solenni sono, benché misconosciute, sommamente più interessanti di quelle umane. Gli alberi fanno riprodurre gli uccelli, assorbono carbonio, purificano l'acqua, filtrano veleni dal suolo, formano il clima e costruiscono l'atmosfera, riparano, nutrono e proteggono tutti gli esseri viventi, offrendo persino l'ombra ai boscaioli che li distruggeranno. Powers li guarda con un senso di reverente meraviglia, di stupefatto incanto, e dedica loro pagine ispiratissime, magari per descrivere una semplice venatura lignea sulla superficie di un tavolo o la forma unica e inconfondibile di una foglia. Quando scrive il suo libro “La foresta segreta”, Patricia ricerca nel suo scritto tre qualità: speranza, verità e utilità. “Il sussurro del mondo” le possiede indubbiamente tutte quante: in primis la speranza che la civiltà umana, che è ormai ridotta come “un vitello cui vengono somministrati gli ormoni della crescita”, possa finalmente imparare non solo a convivere pacificamente con i suoi vicini vegetali, a cui è legata da tantissime affinità (in fondo, viene fatto notare nel romanzo, tutti quanti proveniamo dallo stesso seme e, pur avendo intrapreso strade opposte, ancora adesso condividiamo il 25% del DNA), ma anche a comprenderli per l'interesse della propria specie (“Se sapessimo cosa vuole il verde, non dovremmo scegliere tra gli interessi della Terra e i nostri. Sarebbero gli stessi!”); la verità, poi, supportata da inoppugnabili anche se sorprendenti (per un profano) affermazioni scientifiche, come la messa in discussione della visione antropocentrica del mondo (in fondo, se riduciamo la vita dell'universo in una sola giornata, l'uomo sarebbe apparso solo pochi secondi prima della mezzanotte); infine l'utilità di trasmettere al lettore una visione inedita del mondo vegetale, dal momento che, dopo aver letto “Il sussurro del mondo”, non credo che si possa più fare jogging in un parco o una passeggiata in un bosco senza guardare i faggi, gli aceri o le betulle con occhi nuovi e pieni di gratitudine, meravigliandosi di averli trattati fino ad oggi con così poca considerazione e degnati di così scarsa attenzione. Ma oltre a speranza, verità e utilità, nell'opera di Powers c'è – soprattutto – bellezza, la bellezza di un libro che ci avvince con le sue straordinarie storie di amore, di amicizia, di dedizione, di tradimento e di perdono, capace di farci attraversare il corso dei secoli, magari in un unico momento di estatica visione (Adam che dal suo appartamento vede improvvisamente Manhattan come doveva essere prima della comparsa dell'uomo, con le sequoie al posto dei grattacieli e gli animali preistorici al posto dei newyorkesi), di farci assaporare la libertà dei nostri limiti e il potere dei nostri sogni (foss'anche solo quello di trasformare il giardino di casa in una piccola foresta, a dispetto di tutte le leggi e le ordinanze comunali), e persino di inviare messaggi a un lontano futuro (come Nicholas che con i tronchi caduti nella foresta compone una gigantesca scritta - “TUTTAVIA” - che può essere letta dallo spazio), la bellezza di un libro eccezionalmente denso, stratificato e complesso, che le mie parole non sono forse in grado di restituire appieno, ma che sono sicuro un giorno sarà considerato un imprescindibile caposaldo della narrativa del XXI secolo. Se anche gli alberi non dovessero riuscire a salvare il mondo, sicuramente, con “Il sussurro del mondo”, avranno in piccola parte contribuito a salvare la letteratura contemporanea.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    17 Giugno, 2019
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Il passero che cammina

Il mio primo impatto con Mo Yan è stato traumatizzante. Di lui colpisce lo stile del grande scrittore al servizio di un contenuto sgradevole e difficilmente comprensibile. Il testo allucinato e onirico fa sì che non si possa raccontare una trama anche perché la oggettività dei fatti viene continuamente messa in discussione, ragion per cui lo stesso episodio viene riferito più volte in modo ossessivo e volutamente contraddittorio, ma questo è il meno. Infatti anche l’identità dei personaggi è mutevole. E’ come se ci fosse un deus ex machina, un io narrante superumano che diventa di volta in volta ogni personaggio oppure, a sua scelta, resta al di fuori della storia come narratore. Il libro ha un incipit bellissimo che ho dovuto rileggere 5 volte prima di rassegnarmi a capire di non averci capito nulla, in cui il narratore, una specie di mostro in gabbia mangiatore di gessetti, racconta a un pubblico di studenti, la storia di un professore di fisica morto durante una lezione sulla bomba atomica. Ma poi il professore ha un sosia, forse, in alcune versioni della storia suo gemello, e comunque suo vicino di casa, anche lui con una moglie e due figli in perfetta e non casuale simmetria. Il professore morto viene rimpiazzato dal sosia benché non sia veramente morto, oppure è morto e risorto, oppure il professore è oltre che se stesso anche il sosia e forse pure il narratore e magari in alcune versioni anche sua moglie e in altre versioni ancora anche qualcuno dei suoi amanti. La realtà è dunque onirica e magmatica, ma molto magmatica. L’incipit con il mostro in gabbia mi è piaciuto moltissimo, ma poi la lettura si fa ardua sia per l’inesistenza di una trama stabile, sia per la sgradevolezza estrema del contenuto. La moglie del primo professore di fisica scuoia conigli, la moglie del secondo professore di fisica lavora in un obitorio come truccatrice di cadaveri. Più che truccatrice è una chirurga plastica di cadaveri, con tanto di descrizioni di estrazioni di grasso adiposo e di visceri di cadavere che vi raccomando. Dunque, scuoia esseri umani.
Anche se Mo Yan è stato accusato di essere allineato al regime comunista cinese, il romanzo contiene una evidente critica sia a Marx che alla società cinese con gli insegnanti, quindi gli intellettuali, che muoiono di fame (mangiano gessetti) e i burocrati del partito che accumulano adipe e si servono a man bassa delle donne proletarie salvo poi mascherare questa condizione di evidente disparità sociale e prepotenza con operazioni di chirurgia plastica post mortem. C’è una falsità sociale diffusa. La giustizia e l’uguaglianza comunista si realizzano, sì, ma solo dopo la morte dato che i conigli scuoiati, così come i morti, contadini o dirigenti che siano, sono tutti uguali. L’obitorio è l’altare dove si realizza l’uguaglianza vera al di là di ogni finzione propagandistica. Io credo che se Mo Yan non ha avuto problemi con la censura è perché nessuno dei suoi papabili censori ha mai letto un suo libro o leggendolo ci ha capito qualcosa.
In ogni caso, il mondo di Mo Yan è terribile. C’è solo materia, materia in decomposizione, materia che sopravvive alla sua morte ma questa sopravvivenza ha qualcosa di mostruoso. E’ come se la materia potesse eternizzarsi, divinizzarsi, perdendo però ogni umanità. Il personaggio nella gabbia dello zoo che compare nell’incipit e che, con il senno di poi, dovrebbe essere uno dei due professori di fisica, è una figura mostruosa, con quegli occhi che mandano bagliori verdi, gli stessi occhi del professore di fisica resuscitato. Il verde ha un significato in genere di rinascita, ma qui è anche e soprattutto legato alla marcescenza cadaverica, per cui è una rinascita ma in una condizione solo materica. I personaggi del romanzo non hanno umanità solo istinti. L’amore è citato nel romanzo come idea, nel senso che, come nei romanzi di Marquez, che solo in questo gli assomiglia, i personaggi hanno istinti e mai affetti. Gli affetti muovono gli istinti o sono istinto mascherato. L’unico affetto autentico è quello della scimmia per il figlio. L’uomo ha un cervello (anche se non superiore a quello della scimmia) che usa solo per fare i suoi interessi perseguendo istinti o necessità materiali. In un certo senso c’è pure una idea di cannibalismo senza sacrificio, che porta a una maggiore materialità e bestialità dell’uomo, all’opposto di quello della religione cristiana. Questa carne che mangiano tutti, che a volte è di animali, carne cruda, carne che ho sospettato venisse anche dall’obitorio, rende l’uomo una bestia più delle bestie dello zoo. Allo stesso tempo ogni personaggio è lo stesso personaggio. Forse per questo alla disuguaglianza sociale si contrappone una gemellanza morale che rende ogni personaggio simile a tutti gli altri nell’essere una bestia in gabbia, la stessa bestia. Il romanzo esprime un materialismo asfissiante. Io credo che ci sia un’esigenza di amore o di spirito in tutto questo. L’amore è citato alcune volte dai personaggi sempre per dire che però l’amore è un’altra cosa, rispetto alle relazioni che vivono. L’amore è come un vago ricordo, ma molto più remoto e inafferrabile e lontano di un vago ricordo. E’ qualcosa come i baffi verdi della moglie del professore di fisica (quello vivo), qualcosa che pare di un altro mondo. Gli uomini sono come la tigre e il leone e generano figli più feroci di loro. Non per niente la tigre e il leone sono una coppia con due figli, simmetrica anch’essa a quella formata da ogni professore di fisica e consorte. E il guardiano dello zoo che ha quegli occhi con pericolosi bagliori verdi e commercia carne umana che scambia con altra carne di animali, sembra una immagine speculare e opposta del Dio cristiano. Per poi sovrapporsi all’immagine del professore di fisica e del narratore dentro la gabbia, mangiatore di gessetti, che non si capisce bene se crei la storia o ne sia attore o tutte e due le cose insieme, un po’ come nella religione cristiana la figura di Cristo ma capovolta e speculare. Il professore è tornato vivo in una resurrezione della materia divinizzata senza però anima, perciò ingabbiata in una eterna schiavitù che alla fine ingloba anche il lettore. Le descrizioni, quelle non di cadaveri, per esempio il temporale che c’è a pagina 300, sono bellissime e il finale è meraviglioso. Il libro data l’inesistenza della storia e la forza delle immagini è quasi fatto per immagini. Ciò non toglie che la lettura sia pesantissima.

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Non è un libro per tutti per le descrizioni morbosamente macabre e molto disturbanti.
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    12 Giugno, 2019
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Due ragazze: Chloe e Nicky.

Sorelle sbagliate di Alafair Burke è il suo ultimo libro edito, dopo La ragazza nel parco e La ragazza che hai sposato.
Le sorelle "sbagliate" sono Chloe e Nicky. La prima è sempre stata una ragazza assennata, diligente e studiosa; mentre Nicky è la ribelle problematica, dedita all'alcool e all'abuso di droghe. Così quando sposa Adam e ha un figlio, Ethan, tutti pensano che ci sia un netto miglioramento. Ma gli avvenimenti smentiscono tale convinzione. Quando Nicky viene trovata a bordo piscina drogata, e dopo aver tentato di affogare il piccolo, Adam , disperato, chiede aiuto alla stessa Chloe. Lui che ha:
"Un sorriso bellissimo: dolce, ma anche un po' ammiccante",
Non può che allontanarsi da una moglie così inaffidabile, e gioco forza innamorarsi della cognata. Lo scandalo scoppia, e dopo tanti anni la normalità sembra faticosamente raggiunta. Ma non è così: Adam viene trovato accoltellato nella loro casa negli Hamptons. Chi lo ha ucciso? Nicky torna da loro, profondamente cambiata e così iniziano ad insinuarsi sospetti sulla vera natura del suo matrimonio con Adam e del loro rapporto. Quando Ethan viene accusato di aver ucciso il padre, le due sorelle non possono che affrontare , unite e solidali, un lungo, doloroso, percorso alla ricerca della verità, superando pregiudizi ed illusioni.
Un libro che affronta molte tematiche, che:
"Esplorano la complessità delle relazioni femminili e i diversi ruoli che le donne svolgono nella società contemporanea."
Tratta, in profondità, analizzando e discutendo, dei legami tra fratelli e sorelle, dei rapporti tesi con i genitori, della violenza sulle donne, degli abusi, spesso perpretati all'interno della famiglia stessa.
Tuttavia la lettura è poco profonda, non vi è intrigo né fascinazione. Tutto è molto piatto, e del giallo e delle sue caratteristiche peculiari ha veramente molto poco. Buona è la caratterizzazione dei personaggi, il loro vissuto narrato che conduce a riflettere sugli argomenti detti sopra. Una lettura scarsa, per quanto attiene il genere, buona per la comunicazione e per il pensiero che induce.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    10 Giugno, 2019
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In balia delle correnti della vita

Per chiunque abbia avuto occasione di trascorrere un periodo della propria vita al Cairo, e non soltanto come semplice turista, questo bel romanzo fresco di stampa non può che rivelarsi sorprendentemente evocativo. Tra le sue pagine io ho ritrovato la stessa identica città conosciuta una decina d’anni fa, lo stesso caos devastante, gli identici struggenti tramonti, colori, odori, profumi di sempre…

“[…] il tappeto sonoro della città, un fruscio ininterrotto come quello dello schermo di un vecchio televisore senza canali, un tessuto che ci sovrasta, tenuto insieme dal contrappunto di migliaia di clacson, di un’infinità di auto, di camion, le sirene delle ambulanze, lo sferragliare delle betoniere, degli autobus, e poi le motociclette, i trattori, il fumo nero della nafta bruciata che soffia su dai tubi di scappamento arrugginiti e si va ad aggiungere alle tenebre sopra di noi, senza stelle, senza luna.”

La città del Cairo è così: la si odia o la si ama. O entrambe le cose, in un alternarsi, spesso contrastante, di sentimenti e stati d’animo suscitati da questa frenetica metropoli moderna dal cuore antico.
Alex, il protagonista di origine italiana di “Al Tayar”, sceglie di amarla in verità fin da subito, catturato da un fascino ambiguo a cui si è voluto aggrappare in cerca di una possibile salvezza e redenzione. Approda casualmente nella capitale egiziana per ripagare un debito contratto con un giro di gente poco raccomandabile; il suo lavoro interrotto da fotografo è rimasto forse a Londra o nell’Estremo Oriente, tra le insoddisfazioni e le delusioni di una vita sì giovane ma già pesantemente vissuta. Ad attenderlo al Cairo, in mezzo al sudicio frastuono delle sue strade, persone non certo migliori di coloro per cui deve fare una consegna illegale di farmaci, ma tra le quali lui sembra trovare all’improvviso una sua giusta dimensione, al punto da chiedere di restare sul posto a lavorare per loro. Eppure dietro la facciata pulita e l’odore pungente di disinfettante della clinica di al Maadi, Mohamed, Ahmed, Khaled e altri celano affari tra i più sporchi e turpi che possano esistere e che non tarderanno a bussare alla coscienza di Alex, il quale capirà presto che il suo nuovo lavoro non consiste soltanto nei recarsi all’aeroporto ad accogliere ricchi pazienti inglesi che hanno pagato cifre strabilianti per un trapianto che possa salvare loro la vita. Da dove, e soprattutto da chi, provengono gli organi trapiantati? È proprio tutto così semplice e filantropico come qualcuno cerca di dipingere sbrigativamente l’intera questione?
In un crescendo di suspense e colpi di scena ben dosati, la penna di Mario Vattani, diplomatico non nuovo alla narrativa, con grande maestria dà vita a un noir che intreccia lunghe giornate assolate e notti insonni ancor più interminabili, dove i concetti di bene e male si rincorrono spesso lungo confini poi non così marcati.
Una scrittura, a livello formale, perfetta, solida, per nulla incline a comode semplificazioni linguistiche oggi purtroppo in voga; a livello sostanziale, piacevolmente coinvolgente (tant’è che non si avverte nemmeno la mole delle pagine) e d’una scorrevolezza che è pari a quella del Nilo, la cui corrente, come già anticipa il titolo del libro, affascina e quasi ipnotizza il nostro protagonista.

“Per la prima volta mi trovo all’altezza del fiume, e resto incantato dalla sua massa immensa. I miei passi risuonano sulle tavole, e sento nelle narici l’odore di quella superficie buia e fluttuante, punteggiata da mille riflessi di luce. A meravigliarmi non è solo il profumo di umidità, di fango, di natura, ma soprattutto l’idea che quello stesso profumo, come un vapore invisibile che si è andato costituendo particella per particella, ha attraversato il continente africano per migliaia di chilometri.”

E proprio da questa corrente, grande metafora della vita, si lasciano trascinar via ineluttabilmente tutti i personaggi, ciascuno ben delineato, tra cui spiccano, in particolare, le figure femminili principali (Amal, Noura, Nawal) che rispecchiano alla perfezione la tipologia delle donne in un Paese arabo: da quelle che sono velate e (mica tanto) pudiche a quelle che, con buona pace di tutti i nostri cliché preconfezionati sull’argomento, vivono pressoché all’occidentale con i capelli rigorosamente al vento; a tal proposito, un meritato plauso deve essere tributato a chi ha scelto l’immagine di copertina, finalmente lontana da scontati e prevedibili volti femminili muniti d'islamico hijab, se non addirittura del più intrigante niqab che, come dimostrato nel tempo, aiuta a vendere un maggior numero di copie specie quando si tratta di presunti casi editoriali di poca sostanza.
Scritto con grande passione e dovizia di particolari, “Al Tayar” è un bellissimo romanzo che un autore digiuno del Cairo non avrebbe mai potuto mettere nero su bianco; si sente che Vattani ha vissuto la città nel profondo, l’ha fatta propria (persino linguisticamente!), forse l’ha amata come il suo Alex e, chissà, anche odiata nei giorni più grevi e insopportabili. In fondo, è lei l'altra grande protagonista, questa immenso, tentacolare agglomerato urbano dal colore del deserto e che il deserto intorno sembra voler ormai divorare, con i suoi labirinti di sopraelevate, il suo traffico disordinato e incessante, la selva di antenne satellitari sulle terrazze, ma anche i suoi angoli che paiono oasi fuggite dal caos cittadino, come la collina del Muqattam, dove sorge la Cittadella con la Moschea di Muhammad ‘Ali (uno dei luoghi più belli che io stessa abbia mai visto), o il complesso di al Azhar. Una città che incanta e rapisce l’anima quando scende la sera sul Nilo e dai minareti s’alzano all’unisono le voci dei muezzìn, ma che può anche precipitare negli inferni più oscuri come accade nel drammatico epilogo della vicenda narrata. Cinque stelle e lode!

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Giugno, 2019
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C'era qualichi cosa che non gli quatrava...

Tutto ha inizio con il ritrovamento del corpo di Spagnolo Carmine, che “arrinisciuto a trasire dintra al capannone”, ha posto termine alla sua vita impiccandosi. Lo stabilimento all’interno del quale ha luogo il decesso è quello della Trincanato, “n’a fabbrica di scafi che fino a dù anni avanti era ghiuta bona” impiegando oltre duecento persone. Poi, alla morte del vecchio proprietario l’attività era passata al figlio Giovanni, il quale aveva la testa soltanto per “il joco e le fìmmine”. Il padre questo lo sapeva bene e aveva tentato di estrometterlo dalla gestione (seppur mantenendovelo nominativamente), purtroppo non riuscendovi. Ma davvero le condizioni economiche della Trincanato erano così malmesse da richiedere una chiusura immediata e improvvisa senza soluzioni di continuità e/o alcuna altra chance se non quella del licenziamento in tronco di tutti i dipendenti e del fallimento?
Il primo approccio tra Salvo Montalbano e Giogiò è tutt’altro che positivo e a complicare le cose ci si mette l’arrivo di una goletta tutta bianca “che pariva na’ navi spitali, […] longa venticinco metri e larga quasi setti”, con il nome Alcyon “scrivuto a prua”, che ben presto risulta evidente essere collegata proprio a questo imprenditore di dubbia rettitudine morale.
Tuttavia, le sorprese per Montalbano non sono ancora finite perché proprio durante lo sciorinamento delle indagini, ecco che, da ordini superiori, viene messo a riposo immediato – per “ferie accumulate” – per dieci giorni. Raggiunta Livia in Liguria, ecco che quello che sembrava essere un semplice periodo di sospensione si tramuta in ben altro: Salvo infatti apprende che il suo non è un congedo temporaneo, che i suoi uomini sono stati trasferiti di punto in bianco in vari e diversificati distretti e con varie e diversificate mansioni e che di fatto il suo commissariato è stato smontato. Ma perché? È davvero così? Che i suoi superiori abbiano studiato a tavolino un complotto per liberarsi di lui magari sfruttando una qualche sua reazione istintiva e imprudente a seguito dell’allontanamento forzato? O forse dietro la facciata c’è ben altro? Perché alla fine, se si fosse trattato davvero di una manovra a suo danno, il piano Bonetti-Alderighi non sarebbe stato reso pubblico… Cosa sta succedendo in verità? Qual è il ruolo delle picciotte? E cosa succede a bordo dell’Alcyon? E perché verso Giovanni Trincanato vengono prese delle misure così estreme?
Nato come soggetto per un film italo-americano, a cui poi è venuta a mancare la produzione e non quindi come romanzo, una decina di anni fa, “Il cuoco dell’Alcyon” vede tornare in scena il tanto – e meritato – amato Salvo Montalbano con Fazio, Augello, Catarella e tutti i membri più fidati della sua squadra per risolvere un caso tutt’altro che semplice e costruito sulla combinazione di più misteri e circostanze che vedranno la partecipazione anche di forze d’oltreoceano.
Il risultato è quello di un giallo diverso dai soliti Montalbano perché strutturato con caratteri tipicamente scenografici, e quindi non canonicamente letterari, ma che comunque conquista sin dalle prime pagine il lettore che è travolto dalle vicissitudini tanto da non riuscire a staccarsi dall’opera. È un flusso che come un campo magnetico impedisce di interrompere il leggere.
All’investigazione, inoltre, è possibile ravvisare tra le pagine anche le profonde riflessioni dell’autore che tramite i fatti narrati si interroga su quelle che sono le problematiche della società attuale, in particolare focalizzando l’attenzione su quella che è la realtà del mondo del lavoro.
Il tutto grazie ad una trama comunque solida, una penna magnetica e familiare, personaggi stratificati e l’indiscussa genialità di un Camilleri che non delude le aspettative.

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Romanzi storici
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    05 Giugno, 2019
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L'ascesa dei Florio

Bagnara Calabra, 16 ottobre 1799. Paolo Florio è un uomo ambizioso, essere ‘u bagnaroto non gli basta più. Non può essere sufficiente ad appagare il suo orgoglio, la sua bramosia di arrivare, di esser qualcuno. La decisione è rapida e immediata tanto come l’ascesa che ne consegue: il trasferimento a Palermo con il fratello Ignazio, la moglie Giuseppina e i figli è d’obbligo anche se questo significa separarsi dalla sorella Mattia coniugata con Barbaro, un uomo che non esita a far pesare il suo ruolo di capofamiglia affermando la propria volontà con violenze di ogni genere. E anche se con fatica, l’Aromateria viene aperta, piano piano supera le reticenze dei palermitani, le malevoli voci messe in giro dai rivali e arriva anche la possibilità di quel magazzino e quel fantomatico e atteso Don a dar rigore e forza al nome. Ma le difficoltà non sono finite, la strada intrapresa è irta di ostacoli e la famiglia Florio dovrà affrontarne tante prima di poter raggiungere quel riscatto sociale tanto auspicato e inseguito.
Primo volume della serie dedicato da Stefania Auci alla famiglia Florio, “I leoni di Sicilia” è un’opera che ben bilancia dato storico e finzione e che inizia con il trasferimento del nucleo principale sull’isola per terminare con l’ascesa del nuovo erede, il nipote Ignazio. È una storia stratificata, perseverante e arguta, che si sostanzia sull’ambizione del riscatto economico-sociale raccontando quelli che sono gli avvenimenti realmente vissuti dai Florio senza nulla risparmiare al lettore. L’arco temporale che è oggetto della saga è molto ampio poiché parte dalla miseria di fine diciassettesimo secolo per giungere all’affermazione nella rinnovata Palermo del diciannovesimo. Lasciare la terra natia per abbracciarne una nuova porterà a molteplici riflessioni e mostrerà al lettore anche uno scenario cittadino molto diverso dalla bellezza iniziale dell’arrivo e delle apparenze. Conosceremo i retroscena, le brutture e le oscurità di un luogo che cela molto più della mera facciata. Nel proseguire degli anni muteranno altresì anche gli stessi personaggi e verrà meno perfino quella rettitudine morale propria dei patriarchi. Quell’intransigente sobrietà, onestà, integrità verrà sostituita dalla cupidigia, dall’avidità, dall’insaziabilità, dalla bramosia dell’escalation sociale.
Una trama solida con personaggi credibili e altrettanto corposi che è avvalorata da una penna ricercata, erudita, descrittiva nonché accentuata da qualche espressione dialettale introdotta nelle voci dei personaggi per rendere ancora più veritiero il contesto narrato.
Ma non si ferma qui l’autrice. Perché nelle pagine che scorrono vengono affrontate anche molteplici tematiche, talune di particolare attualità, altre di carattere più storico ma comunque di denso significato. Tra le tante viene focalizzata l’attenzione sul ruolo della donna nella famiglia e sui valori in quest’ultima radicati, sull’impostazione maschilistica e spesso sessista del capofamiglia che era proprietario della moglie ma anche dei figli, sulla dimensione del meridione anche a livello politico e non solo socioculturale ed economico, e tante altre ancora.
Unica pecca che ho ravvisato è una certa lentezza nella lettura a causa di una propensione alla prolissità descrittiva in alcuni anfratti.
Nel complesso, comunque, un ottimo romanzo storico adatto a chi ama il genere, a chi ama le storie familiari, a chi vuol approfondire le vicissitudini del sud-Italia. Si noti bene che un particolare accento è posto proprio su quella che è la verità storica, a riprova di ciò ogni capitolo ha inizio con detti popolari ma anche con brevi postille all’interno delle quali la scrittrice inquadra gli avvenimenti più salienti del periodo narrato. Non a caso molteplici sono state le ricerche da questa effettuate per ricostruire i fili delle vicende, dagli abiti, alle canzoni, alle lettere, ai gioielli, alle barche, alle statue, agli usi e costumi più intimi. Un grande impegno che viene ripagato nella lettura.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    03 Giugno, 2019
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La scuola del livore

Ad Amsterdam esisterebbe un istituto scolastico che si ispira, nei metodi di insegnamento, ai principi ideati da una grande educatrice italiana: Maria Montanelli. Tuttavia, mentre il sistema Montanelli sarebbe stato ideato per consentire l’accesso all'istruzione ai bambini poveri nei quartieri degradati di Napoli, in Olanda è divenuto base per la costruzione di un percorso scolastico modernista per i figli dell’élite cittadina: la scuola ha sede in uno dei quartieri più lussuosi, vi accedono solo i rampolli di ricchi e di artisti mentre il sistema educativo, buonista e volto alla crescita autonoma della consapevolezza, è sostanzialmente una quintessenza dello snobismo.
Frequentano la scuola, però, anche uno studente decisamente atipico, particolarmente riottoso a sottomettersi alle regole che gli vengono imposte, e un altro chiaramente affetto da handicap cognitivi che diviene, proprio perciò stesso, bersaglio dei compagni quanto più egli è oggetto di protezione da parte dei docenti.
La storia, che è, più che altro, una elencazione dei motivi di scontento dello studente ribelle, ci vuol spiegare perché, alla fine, lo studente “ritardato” troverà la morte durante una gita scolastica o, meglio, durante una di quelle che ufficialmente, nella scuola Montanelli, sono chiamate “settimane di lavoro”.
Trovo molta difficoltà a recensire il breve romanzo di Koch (pubblicato in lingua originale nel 1989, ma edito solo ora in italiano) che mi ha lasciato letteralmente sconcertato.
Le centoventotto pagine del libro sono un’unica ininterrotta invettiva dello studente ribelle (la voce narrante) contro la scuola, i suoi professori, il quartiere ove risiede, le persone che lo abitano e tutto il contesto in cui si trova a vivere. Palesemente autobiografico (ho scoperto solo in seguito che Koch ha studiato al Liceo Maria Montessori di Amsterdam e ne è stato espulso), pare quasi una seduta psicanalitica nella quale l’A. caccia fuori tutto il fiele che gli si è accumulato dentro per i torti che ritiene gli siano stati inflitti.
Raramente mi è capitato di leggere pagine più intrise di livore e odio di queste. Nulla gli aggrada, tutto è degno delle più feroci critiche e dei peggiori vituperi. La cronaca della morte annunciata dello studente è solo un pretesto coltivato marginalmente, mentre l’obiettivo principale è proprio lo sfogo del narratore, chiaramente disturbato e psicologicamente fragile, contro tutto ciò che gli rende l’esistenza insopportabile. Il protagonista (e di conseguenza forse anche l’A.) si trova a vivere un durissimo momento con l’improvvisa malattia dell’amata madre che lentamente scivola nella morte. Il comportamento anaffettivo del padre che, indifferente alle sorti della moglie, intrattiene alla luce del sole una relazione extraconiugale con una ricca vedova che abita nei paraggi, aggrava il suo stato d’animo. A questo punto, il metodo di insegnamento blandamente comprensivo, l’atteggiamento dei compagni (pochi esclusi) e, in genere, lo snobismo dilagante in cui si aggira, formano una miscela esplosiva che non risparmia nessuno.
Il romanzo, scritto con lo stile che potrebbe caratterizzare la prosa di un diciannovenne, pieno di voli pindarici, di incisi e di digressioni, non si comprende dove voglia condurre il lettore. È stato definito una feroce critica al sistema, al perbenismo e conformismo che ci caratterizza; una sferzata contro le ipocrisie. Io non ho percepito nulla di tutto ciò. Vi ho visto solo un disperato grido d’aiuto di un ragazzo che si dibatte disperatamente, oppresso dalle sue angosce e dai suoi dolori per i quali non riesce a trovare risposta da nessuno di coloro che potrebbero e dovrebbero dargli soccorso. Tutto sommato alla fine si ricava una sensazione di acuta mestizia.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    03 Giugno, 2019
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Racconti di cruda realtà

Ultimamente, Einaudi si sta dedicando abbastanza alla pubblicazione di racconti e raccolte di racconti di scrittori apprezzati, con più o meno successo. L’ultimo caso è quello di John Maxwell Coetzee, premio Nobel per la letteratura nel 2003, con questa raccolta: “Bugie”. Devo dire che in questo caso, i sette racconti contenuti in questo libro di nemmeno 100 pagine sono perlopiù interessanti, alcuni addirittura belli: penso a “La vecchia e i gatti” e lo stesso “Bugie”,
che hanno protagonisti e temi in comune così come altri due, suggerendo come forse contenessero il germe per un vero e proprio romanzo. I primi tre racconti, invece, sono completamente scollegati dal resto, dando l’impressione (pur restando piacevoli) di essere un semplice riempitivo.
Lo stile dell’autore mi è sembrato particolarmente efficace nella composizione di racconti brevi, forse anche migliore di quello che ho riscontrato nell’unico romanzo di sua penna che ho letto. Forse il “mezzo racconto”, nel suo imporre la necessità di condensare, ha permesso all’autore di essere più conciso e a strutturare i pensieri in maniera più efficace, regalandoci vari spunti di riflessione e pensieri di grande profondità.
I temi che risaltano di più sono quelli evidentemente più cari a Coetzee, considerato che sono messi in risalto anche in “Vergogna”, una delle sue opere più famose; sto parlando dell’inesorabile avvicinarsi della vecchiaia, della morte, e la considerazione della vita animale.
Coetzee ha una particolarità che solitamente apprezzo in ogni autore: non ha paura di affrontare argomenti spinosi; argomenti che potrebbero anche disturbare un lettore che ha paura di guardare in faccia la realtà. Non nascondo che, in certi tratti, affrontare temi che non sono particolarmente piacevoli (come la brevità e limitatezza della nostra vita) non è assolutamente piacevole, ma quale vantaggio c’è nella negazione dell’ovvio? Certe cose fanno parte della vita e occorre contemplarle e rifletterci, ogni tanto. Non sempre; non occorre essere masochisti, ma ogni tanto affrontare autori come Coetzee (o McCarthy) è educativo e può ampliare i nostri orizzonti.
Se non si fosse capito, vi consiglio di leggere questa raccolta di racconti, riservando un’attenzione speciale agli ultimi quattro.

"Ai confini dell'essere - è così che me lo figuro - ci sono tutte queste piccole anime, anime di gatti, anime di topi, anime di uccelli, anime di bambini non nati che si affollano e chiedono di poter entrare, supplicano di potersi incarnare, e io voglio farle entrare. Tutte. Anche se è solo per un giorno o due, anche solo per un rapido sguardo a questo nostro mondo meraviglioso. Perché chi sono io per negare loro la possibilità di incarnarsi?"

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    26 Mag, 2019
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Verità inderogabili

Di Loriano Macchiavelli ho letto tutti i libri con protagonista indiscusso il questurino Sarti Antonio in tempi lontani. Ora la casa editrice Einaudi lì sta ripubblicando tutti e, questo ultimo, Delitti senza castigo, è una indagine inedita. Lo stesso autore specifica che:
"Ho scritto il romanzo in quel di Montombraro il 4 ottobre 1998, (...) Nel 2018 , venti anni dopo, e prima di inviarlo all'editore, me lo sono riletto e l'ho completato. Perciò troverete accenni ad avvenimenti e riflessioni che non appartengono agli anni 1992-94 e 1998 ma che da quegli anni derivano".
Ricordando un impareggiabile classico, Delitto e castigo di Dostoevskij, Loriano Macchiavelli affronta un periodo vergognoso della nostra Storia italiana, in cui la verità non è ancora del tutto stabilità. Perché essa è:
"In continuo mutamento e cambia assieme all'esistenza e in questo mutamento continuano ad esistere quattro verità possibili. Noi siamo destinati , a causa della nostra miopia, a conoscere la verità che emerge. Una parte di verità, piccola o grande che sia, resta a noi sconosciuta. La terza verità è composta dalla prima e dalla seconda. Cioè dalla verità emergente e dalla verità non rivelata. (...) La verità non sarà mai completa. Mancherà sempre quella parte di verità sommersa."
E di giustizia ne reclamano parecchi fatti inspiegabili. Il primo è l'aggressione , inspiegabile e violenta, di "Settepalto'", un uomo che non ha mai fatto male a nessuno e proprio per questo un atto incomprensibile. Il secondo è l'uccisione, lontana nel tempo, di due ragazzi, drogati e ladri, brutale ed enigmatica, rimasta senza un vero colpevole.
A Sarti Antonio non resta che indagare a fondo, fino al momento catartico e purificatore del crollo Delle illusioni:
"Viviamo tempi oscuri dove verità e conoscenza ci sono proibiti (...) Le illusioni sono fatalmente destinate a cadere e, quando succede, le rovine sono molte, troppe."
Sullo sfondo, come sempre, la città di Bologna, una:
"Ex isola felice, ex grassa, ex dotta, e con la più antica ex università di Europa."
Una nuova avventura di Sarti Antonio e della sua bislacca squadra, tra un alternarsi continuo di passato e presente, ambiguo ed enigmatico. Un ottimo affresco sui molti, tanti, troppi segreti che investono la bella Italia, tra soprusi ed insabbiamenti atti a nascondere la realtà. Un ottimo libro, con una ottima caratterizzazione di personaggi, ambientazione e trama. Un testo che fa riflettere su come il passato possa presentare modalità e malignità che vanno perpretandosi nel tempo, mai del tutto sconfitte. Da leggere.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha amato Delitto e castigo di F. Dostoevskij.
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    24 Mag, 2019
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La scomparsa delle ideologie

PERICLE, DISCORSO AGLI ATENIESI, 431 A.C.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
(Tucidide)

Ecco, per commentare l’ultimo romanzo di Claudia Pineiro, “Le maledizioni”, partirei proprio da qui: dal discorso di Pericle agli ateniesi, come ci giunge attraverso Tucidide. È un discorso sull’essenza e sull’importanza della democrazia, un discorso che detta le linee guida di una buona politica. E tutto ciò potrebbe essere portato ad esempio come modello di governo ideale nella polis ateniese, se non fosse poi stato tutto smentito nel dialogo con i Meli, dal quale traspare la forte tendenza imperialista e brutale di Atene. Da ciò si evince il divario tra la politica espressa nelle idee e quella realizzata nel vivere quotidiano. Oggi questo divario non esiste neanche più nella misura in cui non esistono più né idee né ideologie. È questo il tema centrale del romanzo della Pineiro, che si snoda intorno a figure mediocri impegnate nella cosa pubblica, con fini utilitaristici ad personam. La politica oggi soffre del male inevitabile causato dal progresso della tecnologia. Tutto è velocizzato, la comunicazione deve essere rapida, breve ed esauriente. Il tweet a cui si affida il moderno persuasore delle folle non deve superare i 280 caratteri, il suo contenuto dunque deve riguardare le cose essenziali e fondamentali che vuole trasmettere senza indulgere in considerazioni di tipo ideologico o filosofico. Insieme alla rapidità nella comunicazione, altro elemento fondamentale è l’immagine di sé che il politico vuole trasmettere, un’immagine del tutto fittizia, basata su una famiglia perfetta, che alleva figli secondo i più tradizionali canoni borghesi. Ma l’inganno non può protrarsi a lungo. La carriera politica di Rovira, uomo senza scrupoli, che ha scelto di circondarsi di fedelissimi pronti a tutto, si scontra con la coscienza mai del tutto sopita del giovane Romàn, collaboratore scelto tra tanti grazie alle sue mediocri qualità intellettuali e alle scarse ambizioni che tuttavia non reprimono in lui quei valori e quei principi che costituiranno il punto di partenza per il suo riscatto.
Un’analisi lucida e spietata della realtà politica attuale, che non lascia grande spazio alle illusioni. Compromesso, corruzione, criminalità si intuiscono e divengono quasi palpabili in un mondo che fa dell’ambizione un naturale modus vivendi.



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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    23 Mag, 2019
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Tempo, dove fuggi?

"Parole- di chi, di altri, di nessuno; le parole sono come l'aria e le stagioni, non appartengono ad alcuno. Gran confusione, troppo grande per la piccola testa che la contiene."

Una grande e duplice sfida quella di Claudio Magris: da un lato c'è lui che cerca di ordinare e mettere nero su bianco le sue idee sull'eternità, sull'incomprensibile Tempo, e dall'altra parte c'è il lettore che deve impegnarsi a seguirlo, a meno che non scatti una immediata intuizione ed empatia con l'autore. Il Tempo è un tema molto ricorrente nella letteratura perché ricorrente nei nostri pensieri, nella nostra quotidianità, il Tempo ci detta la vita a suon di tic-tac e ci ossessiona nel nostro tentativo di conoscerlo, fermarlo, prolungarlo, ma per quanto possiamo sforzarci non ne verremo mai a capo di una sua conoscenza oggettiva, universale. In fin dei conti il tempo lo abbiamo inventato noi, siamo noi che gli abbiamo dato unità di misurazione e funziona nella nostra terza dimensione, ma quando ci sforziamo di capirlo a livelli superiori, tutto il nostro sapere al riguardo non ci è più utile e si sbriciola ogni nostra fragile certezza.

Sono moltissimi i libri che si occupano dell'argomento e tra quelli da me conosciuti e ritenuti molto concentrati e con una buona, esaustiva e chiara argomentazione sono "La montagna incantata" di Thomas Mann e "Alla ricerca del tempo perduto" di Marcel Proust. Li nomino perché scrivere sul Tempo non è facile, non è facile dare una forma chiara e comprensibile ad un argomento così misterioso e complesso e nello stesso tempo offrirci anche una piacevole lettura poetica e filosofica, e per me i due libri sopramenzionati ci sono riusciti. "Tempo curvo a Krems" un po' meno, fortunatamente è un libro breve, 88 pagine di lettura perciò nonostante la difficoltà, la sua brevità lo alleggerisce e lo rende abbastanza accessibile ai lettori in generale e non solo a quelli interessati particolarmente sull'argomento.

Nonostante sia una raccolta di cinque racconti, è molto compatto per via del filo comune che li unisce: il Tempo visto da chi ne ha fatto di strada attraverso di esso "prendendosi sempre più anni e cose sulle spalle, come un attaccapanni sempre più carico". Ognuno dei cinque personaggi dei racconti si trovano ad un dato momento nel tramonto della loro vita a indagare sulla strada percorsa fin lì e su come sono ora, su come erano, cosa li ha trasformati e il Tempo rappresenta l'elemento fondamentale. Ognuno di essi da una prospettiva diversa, c'è chi si sente leggero "si toglieva dalle tasche le pietre raccolte in tanti anni" perché "adesso il mondo era un cane che non poteva più morderlo ma si metteva a correre e a giocare con lui" e c'è invece chi è pieno di rimpianti e tristezza. Sono racconti intensi, che in poche pagine e in un battito di ciglia offre al lettore una fotografia istantanea del vissuto di ogni personaggio, vissuto che è fondamentale poi sulle riflessioni fatte sul Tempo. Chi è arrivato sereno al tramonto è anche colui cha ha vissuto una vita bella, circondato da agi e fatto tutto a suo tempo e nei migliore dei modi, ottenuto grandi risultati con pochi sforzi e un pizzico di furbizia nel "saper fare". Chi invece è arrivato amareggiato è anche colui che ha vissuto gli orrori della guerra e dello sterminio degli ebrei. E c'è anche uno scrittore, con un vissuto culturale e quindi la sua riflessione non può che essere la più scientifica e filosofica per così dire, anzi forse prevale più il lato scientifico cercando di esporre la teoria della curvatura spazio-tempo nel racconto "Tempo curvo a Krems", che da anche il titolo alla raccolta. Questo è il racconto che mi è piaciuto meno, nonostante la situazione descritta sia bizzarra e comica allo stesso tempo sono molto impegnative le riflessioni che fa e la descrizione quasi accademica della teoria menzionata poco fa toglie molto dal piacere della lettura e si fa fatica a comprenderlo e qui mi riallaccio al discorso di prima sui libri di Mann e Proust che nonostante siano impegnativi sono riusciti a modellare in modo armonioso e comprensibile la prosa mentre quella di Magris a tratti risulta essere spigolosa, impenetrabile e questo toglie molto dalla piacevolezza della lettura. Il mio racconto preferito invece è il primo, "Il custode".

Difficoltà a parte, che comunque gli fa onore, i racconti sono scritti con una prosa forbita, poetica e colta, che profuma di classico e quindi di eleganza, bellezza e forse immortalità.

"Sempre mentitore, perché mette in ordine ciò che non ha e non può - non deve?- avere ordine: gli anni, i minuti, le storie, le gocce di pioggia, il frangersi di un'onda, la pelle liscia e la pelle vizza."

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Racconti
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Mag, 2019
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Perché alla fine "Ogni riferimento è puramente...

Torna in libreria Antonio Manzini il celebre autore della saga dedicata all’eclettico Vicequestore Rocco Schiavone e lo fa, questa volta, con un elaborato composto da sette racconti che oscillano tra il realismo grottesco e lo psicologico e che sono tutti retti da un unico filo conduttore: quello di analizzare una società sempre più fatta di speculazione e sempre meno libera attraverso il canale dell’editoria. I libri, per questa ragione, sono sempre più in difficoltà perché in un mondo dove vigono regole ben serrate e dove si ragiona in compartimenti stagni a loro volta mossi dal sacro vincolo del Dio denaro, non vi è spazio per i contenuti, per la cultura, per l’importanza che i testi ricoprono, per la meritocrazia ma soltanto per il numero di copie vendute, per le presentazioni e via dicendo. La qualità, ma soprattutto il pensiero unico, vengono spazzati via perché la consapevolezza che il libro sia ancora di salvezza, espressione del livello di civiltà, libertà di esprimersi, è un qualcosa di altamente pericoloso.
E così, mediante il canonico linguaggio critico, cinico e talvolta polemico, iniziamo il nostro viaggio in “Ogni riferimento è puramente casuale”. Manzini ci fa conoscere il mondo delle presentazioni, l’euforia che precede il neo-scrittore alle prime armi, la stanchezza che segue alla monotonia di viaggi massacranti su treni scomodi, alberghi di quart’ordine, di presentazioni composte sempre dalle medesime domande, da persone che acquistano il libriccino esclusivamente perché rincorrenti il desiderio di vedere un giorno, quel volume di fatto mai letto, trasposto in tv, l’assenza di domande sulla poetica adottata, sulla narrativa, ci racconta ancora delle allucinazioni che lo colpiscono dopo il susseguirsi della ripetitività e la discesa nella più totale solitudine perché tutti gli amici presunti e gli altri affetti, si sono dimenticati di lui, e ancora in un altro racconto, ci narra delle scelte che sono poste in essere da una casa editrice per la valutazione di uno scritto, o ancora in un altro dei ringraziamenti che alla fine sembrano tutti uguali e in cui “ogni riferimento è puramente casuale”, o ancora in un altro delle speranze disilluse di quelle lettrici che credono nelle parole di un affabulatore da tutti deriso, ma a cui disperatamente si aggrappano, sino a vedere infranti sogni e vita perché fragili e insoddisfatte di quel percorso esistenziale che le ha segnate e che nel corso degli anni ha visto sgretolare quelle aspettative che le avevano indotte a credere nel futuro.
Questo e molto altro è l’ultima fatica proposta dal romano e edita da Sellerio. Un componimento di facile e rapida lettura che stilisticamente si conforma ai precedenti lavori, facendoci dunque ritrovare tutti i caratteri della penna a cui siamo abituati, ma che per contenuto se ne distanzia mostrandoci i retroscena di un universo che cela molteplici volti.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    18 Mag, 2019
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cena con delitto

Immaginate la storia di "il giorno della marmotta". Per un giornalista la stessa giornata si ripete all'infinito: ogni giorno alla radio la stessa, canzone, poi lo stesso commento da parte di un passante e via di seguito fino a sera. Riuscire a cambiare in una giornata quello che non funziona della sua vita è il solo modo per scender da questa giostra. Questo romanzo parte dalla stessa idea di base, ma è tutt'altra cosa: coinvolgente, inquietante, innovativo e pieno di sorprese. Stuart Turton si immagina un uomo che si sveglia in mezzo a un bosco, forse coi postumi di un doposbronza, o forse dopo aver commesso un delitto o magari ancora a seguito di un aggressione. Si ricorda solo un nome: Anna e convinto che sia stata uccisa cerca aiuto. Privo di memoria arriva in una dimora un tempo di un lusso abbagliante, ma oggi in piena decadenza. Affacciatosi all'ingresso scopre di essere uno degli ospiti invitati per ricordare un macabro evento di diciannove anni prima. Il figlio dei proprietari, infatti è stato ucciso in riva a un laghetto a pochi metri dalla casa. Convinto di poter liquidare la sua avventura come una momentanea perdita di memoria, se ne dovrà presto ricredere. Piano piano, assieme a noi scopre di essere finito dentro un gioco terribile: ogni giornata per lui si ripeterà all'infinito. Lui si troverà ogni volta nei panni di una persona diversa e avrà il compito di indagare sull'omicidio di Evelyn, la figlia dei proprietari della magione. In cambio della soluzione del mistero riotterrà indietro la sua vita. Così Aiden inizia a entrare a uscire dai panni delle persone che popolano la casa: si scontra con fisici decadenti, giovani vigorosi, personaggi ambigui. Dentro ognuno di loro Aiden deve lottare per mantenere la propria personalità e per portare avanti il suo compito. Deve però essere abbastanza abile da usare le caratteristiche del suo ospite che siano utili ai suoi scopi. Giorno dopo giorno sommando gli indizi che ha raccolto nel giorno precedenti un po' si avvicina e un po' si allontana dalla sua meta. Scopre che i delitti avvenuti nella tenuta sono più numerosi di quanto credeva, muore più volte, quasi si innamora e alla notte segue sempre la stessa mattinata piovigginosa. Regole del gioco ferree, concorrenti che non sempre sono corretti rendono il tutto ancora più complicato.
La struttura di questo libro è indubbiamente molto complessa. I protagonisti sono molti e nettamente diversificati l'uno dall'altro. Noi in realtà non consociamo mai il vero Aiden pechè lui stesso si è dimenticato il suo passato. Conosciamo, invece un personaggio che ogni giorno è totalmente diverso: si approccia in modo differente sia alle indagini che ai comprimari che lo circondano. Una scelta da parte dell'autore che avrebbe potuto trasformarsi in un pastrocchio. L'abilità di Turton, invece è tale di spianarci davanti in modo semplice e lineare un'infinità di informazioni. Ogni dettaglio ha un suo perché e anche se alla sua comparsa ci sembra una bizzarria dell'autore e prima o poi lo rincontreremo e capiremo i motivo della sua comparsa. Tenendo conto che si potrebbe definire un fantasy. giallo, trovo le indagini realistiche e ben congeniate. Interessante il finale, perfettamente a tono col resto del romanzo e capace di lasciare quella puntina di fame non ancora soddisfatta. Le ambientazioni sono quelle cupe e misteriose delle vecchie magioni sparse nella campagna inglese. Ambienti apparentemente abitati da personaggio snob e un po' decadenti, ma comunque di classe. In realtà, scavando anche solo con la punta di un'unghia si intravedono brutture di ogni genere.

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kafka62 Opinione inserita da kafka62    17 Mag, 2019
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IL CANTO DEI VIVI E DEI MORTI

“A casa, a casa”, le ultime parole di “Canta, spirito, canta”, ricordano curiosamente l’invocazione “A Mosca, a Mosca” con cui si chiude il secondo atto de “Le tre sorelle di Anton Cechov. Non è però a Cechov che bisogna rivolgersi per cercare i numi tutelari di Jesmyn Ward, bensì a due mostri sacri della letteratura americana del Novecento, Toni Morrison e William Faulkner. Dalla Morrison la Ward, anche lei afroamericana, riprende certe soluzioni narrative (come non pensare al fantasma della bambina di “Amatissima”?), ma soprattutto il tema razziale, l’accorato ritratto della condizione delle persone di colore nelle varie, dolorose fasi della storia degli Stati Uniti d’America. A Faulkner l’accomuna invece non solo la stessa area geografica d’appartenenza (il Mississippi), ma anche una spiccata affinità tematica, già emersa in “Salvare le ossa”. Nel folgorante primo capitolo della trilogia di Bois Sauvage la Ward omaggiava il celebre autore di “Assalonne, Assalonne!” in più di un’occasione: la ragazza incinta in una famiglia di soli maschi e l’uragano in arrivo possono essere considerati delle vere e proprie citazioni di “Mentre morivo”. In “Canta, spirito, canta” la somiglianza tra i due scrittori va ancora oltre e si fa addirittura stilistica. Come ne “L’urlo e il furore” e in “Mentre morivo” la storia viene infatti raccontata da una pluralità di narratori. Il primo – e più importante – è Jojo, un ragazzino tredicenne costretto a vivere senza l’affetto dei genitori e ad entrare prima del tempo nel mondo dei grandi (diventando persino un surrogato materno per la piccola sorellina Kayla, che gli è sempre avvinghiata al collo, un po' come Junior con il fratello maggiore Randall nel romanzo precedente). La seconda voce narrante è proprio quella di Leonie, la madre assente, che vorrebbe prendersi cura dei propri figli ma è assolutamente priva di istinto materno, chiusa com’è nella sua egoistica e autodistruttiva sfera personale, gelosa addirittura del ruolo assunto da Jojo nei confronti di Kayla che la mette crudelmente di fronte al suo fallimento genitoriale. Il terzo narratore è il più sorprendente, quello che porta Jesmyn Ward alle soglie di un inaspettato realismo magico: Richie infatti è un fantasma, lo spettro tormentato di un ragazzino morto di morte violenta più di mezzo secolo prima, che vaga da allora alla disperata ricerca di una problematica pacificazione. Richie non è comunque l’unico spirito che si aggira tra le pagine del romanzo, anzi a tratti al lettore sembra di trovarsi immerso nell’universo fantasmatico e soprannaturale di “Pedro Paramo” o di “Spoon River”. Il mondo descritto dalla Ward è infatti pervaso da forze ed energie che trascendono ad ogni istante la prosaica quotidianità: Mama, la nonna di Jojo, confinata nel suo letto da un male incurabile, recita preghiere hoodoo, mentre Pop, il nonno, vagheggia una filosofia dell’equilibrio cosmico secondo la quale è possibile acquisire un po’ della forza del cinghiale o dell’abilità del picchio portandosi appresso un pezzo di zanna dell’uno o una piuma dell’altro (“non più di quella che posso usare, però. Il cinghiale non può spartirne più di tanta con me, e io più di tanta non ne prendo. […] Il troppo, da una parte o dall’altra, rompe l’equilibrio”). Quello di “Canta, spirito, canta” è un universo magico, animistico, in cui lo spirito pervade ogni cosa e la saggezza risiede nella capacità di vedere i morti, di sentire le cose o più semplicemente di costruire amuleti per scacciare la cattiva sorte od usare le erbe selvatiche per curare le malattie. Non sorprende più di tanto quindi che i personaggi del romanzo vivano in una sorta di costante sospensione dell’incredulità, che fa loro accettare le apparizioni (un po' alla stregua di quanto accadeva ne “La casa degli spiriti di Isabel Allende) come un qualsiasi altro aspetto dell’esistenza. Esistenza che, peraltro, non si rivela affatto facile e tranquilla, impregnata com’è dalla presenza costante e opprimente della morte. “Io lo so cos’è la morte, almeno credo”, afferma Jojo all’inizio del libro, e la scena truculenta dell’uccisione della capra (che fa il pari con la sequenza del parto della cagna di Skeetah in “Salvare le ossa”) fissa fin da subito le coordinate su cui si svilupperà la storia. Il mondo di “Canta, spirito, canta” è connotato da violenza, razzismo, povertà, droga, fatica di vivere. Frasi come “Non c’è felicità qui”, “Il mondo non ti dà quello che ti serve, non importa quanto lo cerchi”, “E’ un mondo che si prende gioco dei vivi”, punteggiano tutto il romanzo, e perfino il clima e la natura risultano opprimenti (“Il gelo ristagna come acqua in una vasca otturata”; il cielo è “basso come un colabrodo di ferro troppo pieno”). L’unica possibilità è imparare a lasciarsi trasportare dalla corrente, senza cercare di opporsi ad essa, come insegna al nipote il vecchio Pop, una delle figure più belle ed icastiche del romanzo, con la sua schiena dritta come una tavola, le spalle larghe come un attaccapanni e le mani che sembrano le radici di un albero, simbolo della fierezza e dell’integrità morale, ma anche portatore di un terribile, inconfessabile segreto proveniente dal passato.
La prosa di Jesmyn Ward si adatta alla perfezione a questa densa e complessa atmosfera narrativa: le sue parole sono materiche, carnali, in esse si può percepire agevolmente la fatica, il malessere, il sudore perfino, di un'umanità alle prese con la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Rispetto a “Salvare le ossa” la scrittrice di DeLisle sacrifica un po' della straordinaria tensione, dell'irresistibile suspense garantita dall'avvicinarsi dell'uragano Katrina. In compenso con “Canta, spirito, canta” la Ward alza notevolmente il tiro delle sue ambizioni, per affrontare in maniera originale e problematica il tema a lei caro del razzismo. Anche se il romanzo è ambientato ai nostri giorni (il padre di Jojo e Kayla ha perfino lavorato, prima di finire in carcere, sulla Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera passata tristemente alla storia per essere stata distrutta da un catastrofico incidente nel 2010), il razzismo ha segnato duramente la famiglia di Jojo, giacché lo zio Given è stato ucciso a sangue freddo con un fucile in quello che è stato frettolosamente derubricato dalle autorità come un semplice incidente di caccia, e il nonno Pop ha trascorso in gioventù alcuni anni nella prigione di Parchman, dove se si era di colore si poteva venire imprigionati a dodici anni per aver rubato un po' di carne salata e dove i lavori forzati erano una forma aggiornata e legale di schiavitù. Linciaggi, stupri e violenze, l'odiosa, secolare oppressione dei bianchi nei confronti dei neri, costellano il romanzo con una frequenza sconvolgente. La scelta della Ward di fare di Richie uno dei protagonisti del romanzo appare quindi come una sorta di risarcimento, un modo per restituire la voce a coloro che la storia ha costretto al silenzio e a una vergognosa, ingiustificabile rimozione collettiva. Non solo, con il suo stile inconfondibilmente lirico e visionario la Ward è riuscita a fare delle vicende individuali di Jojo, di Kayla e di Pop una potente metafora della questione razziale in America. Richie, Given e gli altri spettri che, come degli stalker, assillano i vivi con la loro silenziosa e impalpabile presenza, non sono in grado di trovare la pace neppure dopo la fine delle loro sofferenze terrene, in quanto hanno bisogno di qualcuno che racconti la loro storia e che riporti in superficie quel nucleo di tremenda disperazione vergognosamente seppellito e condannato all'oblio insieme alle loro misere spoglie mortali. L'atto di raccontare diventa così centrale nell'economia del romanzo (“Quando racconta – dice Jojo riferendosi a Pop – la sua voce è come una mano tesa che mi accarezza la schiena”): è per i personaggi del libro una sorta di catarsi, di comunione d'anima, di disinteressata manifestazione di affetto, e a un secondo livello – metanarrativo si potrebbe dire – simboleggia quella che è l'autentica missione dello scrittore, ossia far emergere a tutti i costi la verità storica, per quanto scomoda e imbarazzante possa essere, sottraendola alla dimenticanza e alla rimozione. In questo senso Jojo e Kayla sono i veri e propri alter ego dell'autrice, capaci – pur non avendo vissuto gli eventi narrati (così come la Ward, nata nel 1977, non ha vissuto gli anni bui della schiavitù e della segregazione) – di farsi garanti, con la loro rabdomantica sensibilità e la loro innocenza, della memoria delle sofferenze di un popolo. Il romanzo, crudo, sconvolgente, tragico, ma anche punteggiato di momenti di grazia e di tenerezza (Kayla che, coi suoi cinque anni avidi di affetto, stropiccia le orecchie di Jojo, mentre lui la tiene per le braccia “come se volesse avvolgersi intorno a lei, fare del proprio scheletro e della propria carne un edificio per proteggerla dagli adulti”; ancora Jojo che abbraccia Pop, affranto dal dolore e dal rimorso per aver finalmente tirato fuori dai recessi della memoria ciò che per tanti anni non aveva mai avuto il coraggio di raccontare), non vuole del tutto chiudere ogni spiraglio alla speranza. Se è vero che, citando Kafka, “abbiamo bisogno di libri che abbiano su di noi l'effetto di una sventura, che ci diano molto dolore” e che “un libro deve essere come una scure piantata nel mare di ghiaccio che è dentro di noi” - ed indiscutibilmente “Canta, spirito, canta” è uno di quei libri – è altrettanto vero che Jesmyn Ward non rinuncia a lanciare, anche a dispetto di ogni evidenza contraria, un messaggio di fede in valori come la solidarietà e la famiglia. All'inizio del romanzo, assaggiando una torta scadente comprata a poco prezzo per il compleanno del figlio, Leonie trova che è tanto dolce da sembrare amara. Ebbene, “Canta, spirito, canta” è esattamente il contrario: è tanto amaro che, alla fine, risulta quasi dolce.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Mag, 2019
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Lena e i demoni interiori

Alessia Gazzola, dopo aver firmato il ciclo della dottoressa Alice Allevi, torna in libreria con Lena e la tempesta. Un libro inusuale, profondo, molto intimo ed intimistiche. Uno scavo dettagliato e colto all'interno dell'animo femminile, descritto con rispetto ed ottima sapienza narrativa.
La protagonista, Lena appunto, figlia di un noto e capace intellettuale, è rosa intimamente da un segreto, per cui ha:
"Quella cimice carnivora che alloggia in un atrio del mio cuore, e lo divora dall'interno, incessantemente".
Da ragazzina, la sera del 14 agosto, mentre fuori imperversano i fuochi d'artificio per la prossima festa, nella casa di vacanza, Lena viene molestata e poi violentata da un caro amico ospite dei genitori. Lei in preda ad una ferita violenta e brutale, tace per ben quindici anni. Non riesce a superare la tragedia, il suo corpo:
"Lo ascolto, ma avevo paura di ciò che mi diceva ed è per questo che ho iniziato a dissociato dalla mia mente. Farei di tutto x avete un coinvolgimento emotivo e sentirmi libera di vivere come gli altri."
Per affrontare e superare le paure ataviche torna sulla isola di Levura, lì dove tutto ha avuto inizio. Lei si sente impotente, non riesce a.trovare un suo equilibrio. Lo cerca nel lavoro di illustratrice, per cui:
"Disegnare è un modo diretto x esprimermi. Un disegno parla a chiunque voglia ascoltare."
Ma l'isola è popolata da troppi fantasmi e ferite, non soltanto per lei. Un luogo che:
"Ci mette di fronte ai nostri fantasmi e non ci resta che affrontarli. "
Il traguardo è difficile ed impervio. Riuscirà Lena nel suo intento?
Un libro molto intenso, sulle fragilità e sulle ferite. Una discesa negli inferi che paralizza, ma anche una lenta risalita, un lungo percorso. Un romanzo che:
"Ha il profumo del mare, la delicatezza della sabbia tra le dita, la forza Delle onde in tempesta."
Un romanzo magico sui segreti, sui misteri e sui demoni dell'esistenza . Scritto con un buon linguaggio poetico, una lettura che conduce il lettore all'interno della anima umana con soavità espressiva lungimirante e perigliosa. Davvero un bel testo e una bella storia, che conduce alla riflessione profonda del sé e del mistero di vita di ognuno di noi.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    16 Mag, 2019
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Valzer dei contrasti

"Ad ogni progresso essa (la vita) lega un regresso e ad ogni forza una debolezza; non dà a nessuno un diritto che non sia tolto ad un altro, non risolve un imbroglio senza creare un nuovo disordine e sembra addirittura produrre il sublime solo per ammucchiare alla prima occasione sul volgare gli onori che al sublime spetterebbero.”( Musil, L'uomo senza qualità).

Vorrei iniziare a parlare di questo libro partendo da questo citato di Musil che trovo particolarmente calzante. Che cos'è il giusto se non il torto dell'altro? o il bene se non il male dell'altro? Questo libro mette appunto uno di fronte all'altra il testa e croce di una moneta, moneta intesa qui come la colonizzazione. Da un lato c'è il Portogallo e i bianchi ricchi che sfruttano un territorio estraneo dall'altro c'è Angola e i suo popolo, cioè i sfruttati senza un passato e senza un futuro. Il libro narra il declino del colonialismo portoghese in Angola fino alla sua scomparsa attraverso le voci alternate di tre generazioni di coloni portoghesi: nonni- genitori- figli, percorrendo quindi non solo i fatti storici ma anche quelli personali, al punto tale da essere considerato anche una sorta di saga familiare, ma secondo me questo è l'ultimo piano di lettura sul quale concentrarsi. Troveremo uno splendore del Portogallo in Angola sbiadito, ricordato, posto sempre in contrasto con lo squallore e la miseria attuale che sembra avergli preso posto, e troveremo dei personaggi smarriti tra le rovine, su una terra che non è la loro e non li accetta riversando ormai su di essi proprio questi onori ormai ceduti dal sublime al volgare, come appunto si esprime Musil. E non hanno nemmeno una terra di origine, il Portogallo europeo, dove "ci guardavano come essere primitivi e violenti che accettavano l'esilio in Angola per scontare oscure condanne lontano dalla famiglia, da un qualche paese allo sprofondo da cui provenivamo, abitando in mezzo ai negri e alquanto simili a loro" è altrettanto ostile nel loro confronti.

Suddiviso in tre parti, esse vengono narrate attraverso la voce dei tre fratelli, uno alla volta a testimoniare la sua realtà, voci che vanno ad alternarsi con quella della madre presente lungo l'intero libro e che fa da eco anche ai nonni, la madre rappresentando una sorta di ponte tra il presente e il passato e che aiuta a fonderli e a capire l'intero quadro che il lettore ha il compito di comporre per trarre poi le proprie conclusioni.

Prima ho detto che concentrarsi solo sulla saga familiare è un peccato, eh si perché i fatti esposti sono narrati in esplosioni di flussi di coscienza, alternati nel tempo e nello spazio, ognuno di essi dando il suo contributo al quadro finale, completando una lacuna oppure bilanciando un contrasto, dando il proprio punto di vista che spesso è opposto a quello degli altri. E' una tecnica narrativa non amatissima dai più perché serve concentrazione e impegno da parte del lettore, che ha quindi una parte attiva nel mettere insieme i pensieri ma qui non serve allarmarsi perché Antonio Lobo a quanto pare ci vuole bene e ci viene incontro: quando durante la frase cambia la persona o il contesto, cambia anche la forma del testo o attraverso corsivo iniziando un altro paragrafo o attraverso parentesi, è sempre visivamente presente il cambio marcia, come mi piace chiamarlo. (I lettori di Ulisse di James Joyce troverà questa prosa di Antonio Lobo quasi uno scherzetto se paragonata al flusso di coscienza di Stephan Dedalus, per citare uno tra i più contorti del libro). Ovviamente l'attenzione serve sempre, anche solo per poter portare avanti i piani di lettura perché in ogni capitolo, la narrazione è "ballerina" saltando dal presente al passato, amalgamati armoniosamente con qualche leitmotiv che si ripete e si trasforma. E' davvero impressionante la penna di Antonio Lobo dove ogni parola non è a caso e ogni frase o metafora oppure espressione che lì per lì possa sembrare strana, state certi che ritornerà con più carica espressiva tra le pagine, nulla viene lasciato al caso e tutto si fonde alla perfezione in un ordine precisissimo nonostante il caos apparente. Una parola in particolare si ripete spesso: lo specchio, elemento carico di simbolismo nella letteratura e che va a rafforzare ancor di più questa danza dei contrasti e illusioni che è presente nel libro: nello specchio ogni cosa viene riflessa per il suo inverso, rappresenta l'altro lato della moneta di cui parlavo metaforicamente all'inizio.

L'autore ha visto con i propri occhi gli orrori denunciati in questo libro pertanto a mio avviso sono da prendere come reali testimonianze, vi riporto un brano molto forte e brutale e che riassume anche ciò che ho detto in merito alla sua tecnica narrativa. Non è un brano corto perché Antonio Lobo è un "diesel" della scrittura nel senso che il meglio di sé lo da su lunghe "tratte", parte lentamente per poi portarci sempre e sempre più lontano in un crescendo di espressività, tensione e rabbia:

"Avrei dovuto avere il sospetto che per me l'Angola era finita quando ammazzarono quelli che abitavano due fazendas a nord della nostra, l'uomo riverso a testa in giù sui gradini, cioè inchiodato ai gradini con un bastone da tenda infilzato nella pancia, la donna nuda bocconi nella cucina sottosopra, ben più nuda che se fosse stata viva, senza mani, senza lingua, senza seno, senza cappelli, tagliuzzata con i trinciapolli e un collo di bottiglia che le spuntava fra le gambe, la testa del figlio più grande che ci fissava da un ramo, il corpo che la sega elettrica aveva ridotto a fette sparpagliato nell'aiuola, quello più giovane nel retro
(dove il pomeriggio prendevamo il tè insieme a loro, mangiando biscottini e rinfrescandoci con ventagli di rafia)
con le budella mescolate a quelle del cane, ditate di sangue sulle pareti, i mobili ribaltati, le cornici a pezzi, le tende delle finestre spalancate che spazzavano via il silenzio e l'odore delle viscere (...)
io che avrei dovuto avere il sospetto che l'Angola per me era finita e avrei dovuto andarmene il giorno in cui il ragazzino bailundo di otto o nove anni con un sacco di fagioli rubato sottobraccio, accostato al granaio sotto il fucile del caporale, mentre mio padre, con la fondina sganciata, attenuava l'odore dei cadaveri affondando il viso nel fazzoletto e diceva al caporale
-No
il giorno in cui il ragazzino bailundo ammazzò decine e decine di bianchi (...) non masnade di selvaggi ubriachi, non gruppi organizzati dai comunisti russi o ungheresi o rumeni o iugoslavi o bulgari, mica una lega, un movimento, un partito che volesse comandare in Angola, decidere dell'Angola, sostituirsi alle compagnie, negli uffici pubblici, negli studi, impossessarsi di case e fattorie, ammucchiarci sui moli abbracciati a schifezze senza valore, cacciarci, non l'odio o la vendetta
(perché santo Dio, vendetta perché?)
o l'impotenza o la rivolta contro di noi ma solo un ragazzino bailundo di otto o nove anni con un sacco di fagioli sottobraccio, un semplice ragazzino con la chioma scolorita nascosto nella foresta come un tasso, un cucciolo di donnola, un riccio, un semplice ragazzino sotto il fucile del caporale, mio padre con il fazzoletto sul viso
-No
lì a garantirci che l'Angola per me era finita, non soltanto la Baixa do Cassanje, il nostro cotone, il nostro riso, il nostro granturco, l'Angola,l'Angola intera (...) il ragazzino bailundo lì a rovesciarci i divanetti, le angoliere, le poltrone, l'orologio, la terrina giapponese nella credenza a vetri che solo mia madre, con premure da orefice, si permetteva di pulire, il ragazzino bailundo con la chioma scolorita e la pancia dilatata dalla fame, un sacco di fagioli rubato sottobraccio, che si avvicinava a mia madre con un collo di bottiglia, le strappava il vestito, la spogliava, la rendeva più nuda che se fosse stata viva, nuda in maniera svergognata, oscena, con il caporale che tirava la culatta del fucile e io lì a bloccarlo
-No
non mio padre con il fazzoletto sul viso desideroso di sedersi, di fuggire, (...) il ragazzino che mi ha ammazzato, mi ha rincorso per ammazzarmi e ha mescolato le mie budella con le budella del cane, il ragazzino bailundo accostato al granaio a ciò che restava del granaio con il sacco di fagioli rubato sottobraccio lì a fissarmi come se accettasse
no, non come se accettasse, accettando
senza una parola un cenno un tentativo di fuga che io estraessi la pistola dalla fondina di mio padre, sganciassi la sicura
tic
puntassi
tic
ritraessi l'indice
tic
il ragazzino di otto o nove anni che continuò a fissarmi mentre scivolava lentamente contro il granaio come scivola una goccia di cera o di resina, come scivola una lacrima fino ad ammucchiarsi per terra."

...eh, che vi avevo detto? Tosto, molto tosto e questo è solo un piccolo frammento che comunque tolto dall'insieme perde molte sfaccettature, come ad esempio la parola onomatopeica "tic", oltre ad avere il significato eloquente e forte qui nel finale del capitolo, all'inizio è presentato come il rumore dell'apertura e della chiusura a perline della borsetta della madre della voce narrante, rumore confortante che la figlioletta amava particolarmente, in netto contrasto con la valenza finale.

E' un libro che ha dentro tutto: storia, una bella prosa poetica e originale, spunti riflessivi, una forma originale e intelligente che non serve solo a rendere diverso un testo ma lo accelera e rallenta, lo fortifica e rende fragile, una forma insomma che segue la sostanza e ne detta i ritmi, come ogni canzone che ha una melodia che valorizza il testo stessa cosa succede con la forma di un romanzo. Ci sono sentimenti, intrighi, c'è una nonna tradita e frivola che assieme al marito educa male la figlia che a sua volta si dimostra essere un fallimento sia come mamma ma anche come moglie, tra l'altro moglie di un alcolizzato, dei figli di cui uno illegittimo, uno epilettico e l'altra di facili costumi, con problemi caratteriali sicuramente determinati da genitori assenti che vivono nei loro drammi spesso in apatia e si nutrono di ricordi, troveremmo infine una colonia portoghese che cerca di arricchirsi sfruttando un paese debole e di nessuno, colonia che a sua volta viene sfruttata e schifata dal Portogallo europeo. Non ho trovato nessun colpevole oggettivo, identificabile ma solo vittime di un effetto domino che una colpa universale e sconosciuta ha avviato, magari un Dio vecchio come si esprime l'autore nel libro:

"il nostro male
spiegava mio padre
è che siamo nati da un Dio vecchio come altri nascono da genitori vecchi, che siamo nati quando Dio era ormai troppo anziano, egoista e stanco per preoccuparsi di noi, un Dio che ascoltava i propri organi con dolente attenzione, l'autunno dello stomaco, i lamenti del fegato, la cipolla o il crisantemo di lacrime concentriche del cuore, un Dio del tutto dimentico di se stesso e di noi che ci considerava dalla sua poltrona di ammalato con stupore sgomento
spiegava mio padre".

La lettura mi ha lasciato un senso di sconforto e tristezza e pena per i personaggi ma anche una pena generale in quanto situazioni simili esistono realmente nella vita, da "comuni" incomprensioni tra padri e figli fino ai crimini di guerra e si vorrebbe tornare il tempo indietro, ritrovare una felicità persa o aggiustare le mancanze o le colpe ma non si può, e allora come fare?

Pubblicato per la prima volta nel 1997, è un prezioso libro di un autore che è considerato dalla maggioranza il più importante scrittore portoghese in vita, più volte candidato al premio Nobel, amico di José Saramago ma non particolarmente influenzato dalla sua prosa. Questo è il mio primo libro che leggo di Antonio Lobo e da subito ho notato la similitudine con William Faulkner e in particolare con "L'urlo e il furore", utilizzando volutamente o non lo stesso stile e la stessa coralità di voci, però in maniera più semplificata, Faulkner essendo (forse) più impegnativo. In una intervista del 2014, Antonio Lobo afferma che «Il libro non è qualcosa che deve essere letto, è un oggetto che ascolta. Siamo noi lettori che parliamo con lui. Il libro è qualcosa che mettiamo contro un orecchio per udire il rumore del mondo». 

Il titolo, "Lo splendore del Portogallo" è un verso dell'inno nazionale del Portogallo, infatti prima dell'incipit ne viene riportata la prima parte che lo include; che Antonio Lobo abbia voluto che questo libro sia altrettanto un inno?!... dedicato magari alle vittime e quindi al prezzo pagato per un pezzettino di storia e di gloria portoghese? Certo è il fatto che ho letto un grande libro e scoperto un nuovo e valoroso autore che meriterebbe più attenzione in Italia.

Ultima precisazione con la quale desidero concludere è che trovo meravigliosa la scelta della copertina di questa edizione! Molto bravi gli editori. Non abbiamo il Portogallo colorito di Pessoa o di Tabucchi ma un Portogallo bianco e nero, sembra una foto ricordo di tanto tempo fa o una cartolina vecchia e impolverata, dove un rinoceronte (che nel libro compare come ninnolo-ricordo in un appartamento a Lisbona) e posto faccia a faccia a un tram (anch'esso descritto brevemente nel libro), altro bellissimo contrasto a sottolineare che qualcosa o qualcuno è fuori posto.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Mag, 2019
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Le cose cambiano

Quinto capitolo di avventure per la ghostwriter Vani Sarca.
Enrico Fuschi, antipatico ed insopportabile editore capo delle prestigiose Edizioni l'Erica, è scomparso. Vani, il commissario Berganza, Riccardo, la storica segretaria di Enrico, Antonia, e l'improbabile redattrice ancora in fase di stage, Olga, sono preoccupati da morire. Vani, in particolare, è scossa dal senso di colpa. Enrico si sarà suicidato? Ma dove sarà andato a finire? Fra una falsa pista ed un'intuizione geniale, Vani e Berganza intraprenderanno una informale ma serratissima caccia alla persona scomparsa, che li porterà fino a Londra e poi nelle Langhe, ma soprattutto li condurrà a scoprire le motivazioni passate che hanno spinto Enrico a diventare quello che è, ossia una persona estremamente antipatica ed insopportabile ma capace di compiere gesti di generosità e bontà.
Alice Basso costruisce quest'ultimo romanzo della serie facendo funzionare magistralmente il meccanismo che combina ironia e suspense, che è stato alla base di tutta la serie con protagonista la ghostwriter Vani Sarca. Mentre però leggendo il romanzo precedente, “La scrittrice del mistero”, avevo avuto qualche perplessità rispetto al modo in cui nella storia principale veniva ad essere inserito il giallo, stavolta mi è sembrato che tutto si incastrasse in modo perfetto. Quest'ultimo romanzo mi ha convinta pienamente, l'enigma da risolvere invoglia la lettura e nello stesso tempo fa un affondo significativo nella vita di uno dei personaggi principali della narrazione. Il lettore è coinvolto, è tenuto col fiato sospeso, vuole sapere come andrà a finire e intanto si lascia intrattenere dalla prosa brillante e squisitamente ironica di Alice Basso. Se siete alla ricerca di un thriller o di un giallo intricato e dalle atmosfere noir però tenetevene alla larga, perché una delle caratteristiche principali di questo romanzo è l'umorismo.
Ormai Vani non è più quella di un tempo, quella che si lasciava scivolare tutto addosso, l'asociale alla quale non importava (almeno apparentemente) di niente e di nessuno. L'abbiamo seguita nel corso di questi romanzi e l'abbiamo vista intessere relazioni importanti. Ha trovato il vero amore dopo una brutta delusione, ha trovato dei veri amici. Ha formato ciò che può essere chiamato “famiglia”, anche se non con i suoi consanguinei – eccetto sua sorella Lara, con la quale ha ritrovato un certo legame. Adesso è il momento di cambiare, di evolvere: nella vita, come nei romanzi d'avventura, le cose cambiano. A volte il cambiamento fa soffrire, non ci piace, ci mette a terra, ma bisogna imparare ad accettarlo e affrontarlo senza eccessiva paura, cavalcando l'onda e non facendocene sommergere, soltanto così la trasformazione può essere positiva e portarsi dietro bellissime novità.
Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, capace di far trascorrere delle ore piacevolissime fra risate e una genuina voglia di sapere come si concluderà la vicenda. A impreziosirlo agli occhi di un appassionato di letteratura, il fatto che sia anche un libro che parla di libri in modo colto, brillante e divertente. Ci mancherai, Vani Sarca!

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    03 Mag, 2019
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Alba Doria

Giancarlo De Cataldo pubblica Alba nera, una storia particolare di gente un po' sui generis, ovvero:
"Una storia di gente determinata, potente, senza scrupoli.".
Qui una nuova figura di commissario si affaccia sulla scena letteraria. Si chiama Alba Doria. Una donna in specie, afflitta da un grave disturbo della personalità, ovvero da ciò che è denominata come "la Triade Oscura":
"La sua silenziosa compagna di vita:il disturbo della personalità da cui ha scoperto di essere afflitta. (...) La Triade è un cocktail di narcisismo, sociopatia, e capacità manipolatori a. Colpisce indifferentemente i vincenti e i naufraghi del vivere. La Triade può spingerti al trionfo o all'inferno. Chi ha la Triade è un predestinato."
Lei è in cura da uno psichiatra con scarso successo, quando il cadavere di una donna, orribilmente mutilato, la riporta indietro nel tempo, in un "altro" passato con altri colleghi:
"In ogni caso c 'e il passato. Il passato di tutti e tre. Il passato, nel quale, forse, hanno commesso un errore che non si può cancellare."
I colleghi del passato sono: il Biondo, un poliziotto oltre che compagno di allora, e il dottor Sax, funzionario dei Servizi Segreti. Il caso di cui. Si occuparono fu denominato : "il caso della Sirenetta". Per via del tatuaggio che la vittima presentava su di un braccio. Fu individuato un colpevole, che ora ci si accorge essere sbagliato, visto l'attuale replica. Tocca ad Alba affrontare una indagine tanto complessa e complicata quanto sfuggente perché manipolata da oscuri individui.
Un libro che affronta con sapienza narrati i pericoli del presente, della quotidianità: il ruolo potente e manipolatori dei servizi segreti, atti a nascondere ed occultare gli episodi più cupi, uomini che odiano le donne senza pietà alcuna, modi estremi e sadici di fare sesso depravato e degenerate. Un quadro tenebroso, dove si spera in un'alba chiarificatrice, che torni ad illuminare un cielo cupo ed angosciante. Una buona lettura, solo un po' troppo nera e violenta per i miei personali gusti. Un libro che , come sostiene lì stesso autore, nasce da una idea condivisa con Massimo Carlotta e Carlo Lucarelli. La raffigurazione di una donna poliziotta affetta da gravi patologie , dotata di scarso sentimento, che, tuttavia, risolve gli enigmi. Anche qui una nuova figura, ma troppo violenta a scapito dell'indagine e dell'introspezione, che personalmente amo molto in un giallo.

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