Le recensioni della redazione QLibri

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68 Opinione inserita da 68    24 Settembre, 2022
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Paura di amare…

…” Tutt’a un tratto ho sentito la voce dell’ acqua “…

Kawakami Hiromi tratteggia un romanzo intenso dai toni delicati, cadenze malinconiche e sentimenti che si nutrono di ricordi, oggetti, voci, amicizie, condivisioni, assenze, silenzi, spezzoni di vita, lo scorrere del tempo, cinquant’anni anni di storia giapponese.
Una scrittura sussurrata, schiva, semplice, precisa, senza orpelli ne’ invenzioni di sorta, una dolce sinfonia, prolungata carezza dell’ animo.
Un romanzo da leggere per riafferrare il senso smarrito dell’ essere, il piacere delle piccole cose, nel cuore di un linguaggio stringato ma opulento.
Miyaco e Ryo, i due protagonisti, figli di Mami, scomparsa da dieci anni a causa di una malattia, dopo un lungo periodo di lontananza, ciascuno preso da se stesso, tornano a vivere in quella che è stata la casa della loro infanzia, nel quartiere di Suginami, una delle zone più tranquille di Tokyo.
Paiono estranei, invecchiati, senza molto da dirsi, ma all’ interno della loro casa sembra sopravvivere una suggestione, tutto parla di loro, riflettendone la presenza.
Ogni volta che Miyaco tira le zanzariere, chiude le imposte, gira la maniglia di una porta, riemergono Immagini dai contorni sfumati, …”vaghe ombre luminose che attraversano come lampi il suo campo visivo “….
Realtà e sogno si alternano, Mami e’ una presenza costante, il suo amore per la vita, la sua originalità, la sua risata, un archetipo di donna, figura scostante cui volere molto bene.
Passato, presente, futuro, voci della memoria di una guerra che non si è conosciuta direttamente, ciascuno dilaniato da un momento unico di rottura e di sofferenza.
Ryo ha vissuto il trauma dell’ attentato alla metropolitana, quando ha pensato di morire, non ama parlare di se’, Miyaco sogna e sente continuamente la voce materna che la tratta con dolcezza, come mai durante l’ infanzia.
Il profumo del tempo rivive negli oggetti inanimati che paiono incastrarsi perfettamente, non altrettanto si può dire dell’ animo umano che richiama sensazioni confuse, impercettibili, una nebbia dei sensi intrappolata nella memoria.
Gli anni lontano da Ryo hanno lasciato in Miyaco un senso vivo, a fior di pelle, da quando hanno cominciato a vivere insieme l’ immagine invecchiata di lui si sovrappone a quella del passato, …”la memoria si fa confusa, i ricordi si accavallano e i più pesanti sprofondano “..,
La voce della coscienza spinge i due fratelli a chiedersi se la loro è una famiglia, chi il loro vero padre, a rivisitare il rapporto con la madre e tra loro stessi, che cosa si nasconde dietro una dimenticanza, il tempo ha realmente cambiato i sentimenti?
Poi, di colpo, Miyaco non sente quasi più nulla, solo …” suoni senza senso che fluttuano nell’ aria notturna come bolle di sapone “…, fissa i motivi sulla parete che avevano disegnato lei è Ryo da piccoli, un mestolo, dei fiori di prugno, un airone, un paesaggio innevato con la luna, la folgore, una rondine.
In lei vive un’ altra se’ che la caratterizza e un legame molto più forte di quello fraterno, finora ha ignorato il significato autentico della parola amore.
La convivenza con Ryo svela un nuovo rapporto e recupera il precedente, i due si aprono ai propri sentimenti, nel viso del fratello si nascondono i tratti che aveva a trent’anni perché …’ il tempo resta nascosto dentro di noi, si arrotola e si srotola, forma dei nastri che si arrotolano nei nostri corpi “….
Intanto il luogo della giovinezza e della memoria è colpito duramente dalla terra tremante; in quel mentre, costretti a partire controvoglia, tutto si fa certezza e la vera paura incombe,…” la paura di essere felici accanto a chi si ama “...

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    23 Settembre, 2022
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UN VECCHIO CASO DI SARTI ANTONIO

Questo romanzo è uscito per la prima volta circa quaranta anni fa, è l'undicesimo libro della serie dedicata al sergente Sarti Antonio.
Nella prefazione di questa nuova edizione, l'autore espone le proprie perplessità nel ripubblicare quest'opera a distanza di anni, chi li ha vissuti sicuramente se li ricorda e rivive nelle pagine l'atmosfera e i sogni dei primi anni Ottanta del secolo scorso. Nonostante non sia passato moltissimo tempo sembra di essere in un altro mondo, si sente molto la differenza di costumi, di abitudini, oggi la vita è completamente diversa.
Al centro della narrazione c'è il ritrovamento di uno studente americano che è caduto dalla finestra di un palazzo al terzo piano, tutto fa pensare a un suicidio, ma qualcosa non quadra e Sarti Antonio decide di approfondire il caso e continua a indagare nonostante l'ispettore capo lo abbia già archiviato.
La vittima aveva una valigetta piena di dollari non si sa per quale motivo o per cosa gli sarebbe servita ma sicuramente questo è un elemento che insospettisce il protagonista.
"Subito dopo scorrono gli avvenimenti legati a Fiammiferino, senza che manchi nulla, come registrati: è il grande pregio di Sarti Antonio, sergente. Il solo che abbia. Difetti sí, un sacco. Per esempio non è in grado di coordinare i dati che riesce a mettere in memoria e, se vi pare poco, tenete presente che proprio per ciò si prende delle sbandate che lo mandano, sovente, a sbattere il naso su muri di cemento armato; se aggiungete le crisi colitiche che lo lasciano senza forza né volontà, avete il ritratto di una bella tempra di questurino. E non è che io mi diverta a maltrattarlo: riporto le cose come stanno nella realtà. Piú obiettivo di cosí…"(cit.)
Il crime al centro di questo libro abbraccia e ci racconta uno scenario e un periodo storico che si inserisce perfettamente nel contesto italiano di quegli anni. Bologna è la città che fa da cornice alle storie con protagonista il sergente Sarti e in questo caso l'ambientazione è parte integrante della narrazione.
Sarti Antonio è un protagonista che apprezzo per la sua onesta e per il suo senso del dovere e di giustizia che prevale sempre in ogni suo caso, la sua etica e la sua morale nel lavoro lo portano a risolvere i casi con passione e coraggio. Non ha particolari doti investigative, non ha intuito, ma grazie alla sua buona memoria riesce ad assembrare i vari pezzi del puzzle per risolvere l'indagine. E' sicuramente un personaggio particolare, ho apprezzato il suo lato umano, la sua sensibilità che non è così scontata.
Non è privo di difetti, è amante del caffè che forse è una delle pochissime cose alle quali non riesce a rinunciare, soffre di coliti ma è stato costruito dall'autore in maniera molto "normale" e questo che lo rende immediatamente simpatico e caro ai lettori.
Lo stile narrativo l'ho trovato semplice, la storia è scorrevole anche se, a mio avviso, si percepisce subito che è un testo scritto alcuni anni fa; non è un punto a sfavore però è sicuramente un elemento da evidenziare se non si conosce l'autore o la serie letteraria.

Il caso è autoconclusivo, non necessariamente si devono leggere i libri in ordine di uscita, il romanzo si concentra molto sulla parte crime e meno sulla vita del protagonista o dei personaggi che gli sono di supporto.

Questo libro è un tipico giallo soft all'italiana, non mi aspetto nulla di diverso quando leggo questo genere di romanzi. Oggi i crime, soprattutto quelli stranieri, hanno delle descrizioni molto più crude e dirette e anche i casi tendono a essere più macabri e forse anche esagerati in questo, in quanto premono eccessivamente sul lato tragico della storia. E' un testo lineare, scorrevole, che punta l'attenzione sulle indagini del sergente Sarti e sull'operato della sua squadra, quindi in questo l'autore riesce ad essere convincente nel raccontare questa storia.
Però è il protagonista che riesce a sorreggere l'intera narrazione e a rendere piacevole anche un libro scritto quarant'anni fa.




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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    07 Settembre, 2022
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Elena e gli eroi dell’Orsa maggiore

Tra il 1940 e il 1943 un pugno di giovani, travolti nell’orrendo tritacarne che fu la Seconda Guerra Mondiale, si offrì volontario per affrontare quella che, all’epoca, era la più potente Marina del Mondo: la Royal Navy. Misero eroicamente a rischio la libertà o, assai più spesso, la propria vita: a cavalcioni di un siluro o su barchini carichi di esplosivo, andarono a sfidare portaerei, corazzate e tutto l’enorme potenziale bellico dell’allora Impero britannico, potendo fidare praticamente solo della propria determinazione e abnegazione.
In questo libro possiamo leggere la storia romanzata di uno di loro, il 2° capo Teseo Lombardi, e del gruppo Orsa Maggiore, di cui faceva parte, che, nel 1942-43, dalla base segreta ad Alcesiras, partì più volte all’assalto delle navi inglesi a Gibilterra. Ma soprattutto questa è la storia di Elena Arbués, una giovane spagnola, vedova di un marinaio ucciso dagli inglesi (per sbaglio!) a Mers-el-Kébir, nel 1940, quando la flotta britannica cannoneggiò le navi francesi lì ancorate. Elena troverà Teseo svenuto sulla sabbia davanti a casa sua, nel paese di La Linea, e, invece di consegnarlo alla Guardia Civil, lo soccorrerà e chiamerà i suoi compagni perché vengano a riprenderselo. Da quel momento, per un destino inspiegabile, si sentirà legata a quell’uomo, al punto da innamorarsene e rischiare la vita per raccogliere informazioni a favore degli incursori italiani che preparavano gli attacchi al difesissimo porto di Gibilterra.

Giunto all’ultima pagina del libro i primi aggettivi che affiorano alle labbra sono tutti positivi: avvincente, coinvolgente, emozionante; toccante quando non commovente; accurato e obiettivo. Come italiano non ho potuto non sentirmi orgoglioso che uomini simili a quelli protagonisti della storia siano realmente esistiti e abbiano compiuto quelle audaci imprese. Conoscevo e stimavo già prima la bella prosa di Perez-Reverte, ma qui ho apprezzato moltissimo la sua abilità di calarsi perfettamente nella mentalità e nel modo di sentire di noi italiani, senza cadere in facili luoghi comuni o in sfacciate piaggerie. La guerra non viene mai glorificata (anzi!), ma se ne accetta l’inevitabilità in quel contesto con tutte le sue orrende crudeltà relative. Soprattutto, viene esaltato il coraggio di coloro che, per amore della propria Patria, furono in grado di giocarsi tutto con la lealtà, l’onestà e la determinazione di un cavaliere da epopea medievale.
Lo stile è incalzante e sobrio, anche se, magari, non sempre perfettamente fluido e, talvolta, sia necessario rileggere una frase per comprenderne meglio il senso. Comunque, una volta preso a leggere quelle pagine, difficilmente si riescono a staccare gli occhi dalla stampa. La storia in sé, poi, per la sua assoluta verisimiglianza è degna della massima attenzione. Semmai ho trovato doloroso che si sia dovuto attendere la mano di uno scrittore straniero per poter leggere dell’epopea degli incursori della Regia Marina inquadrati nella Xa Flottiglia MAS che, da soli, causarono alle Marine Alleate il 38% delle perdite di navi da guerra inflitte dalle nostre Forze. A dare ancor maggiore dignità alla storia, poi, c’è la figura di Elena, davvero toccante e commovente, per la sua singolare umanità, tempra e determinazione, nonostante potesse considerarsi estranea a quella guerra combattuta ai confini della sua patria.
Reso il doveroso tributo al bravo autore spagnolo, mi rendo conto, però, come sia necessario commentare obiettivamente il romanzo e, quindi, non posso non evidenziare alcune perplessità che mi sono restate per il suo carattere ibrido. Infatti “L’italiano” non è un libro di storia militare, né un romanzo storico propriamente detto, e neppure una cronaca giornalistica drammatizzata.
Non è storia perché i fatti narrati sono solo in minima percentuale aderenti alla realtà fattuale. È esistita la nave Olterra, base per il gruppo Orsa Maggiore che attaccò più volte la Rocca britannica. Ma non sono mai esistiti un Teseo Lombardo, un Gennaro Squarcialupo, un Lauro Mazzantini o un Domenico Toschi che abbiano prestato servizio nella X MAS. La Royal Navy non ha mai avuto in linea una nave chiamata Nairobi (né molte altre di quelle citate); nel porto di Gibilterra non fu mai attaccato e gravemente danneggiato un incrociatore pesante. Molte delle azioni narrate e dei fatti riferiti sono il frutto di un abile mixage di avvenimenti accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche in luoghi molto distanti da quello descritto. Tutto ciò, peraltro, sarebbe lecito in un romanzo se l’A. non pretendesse di riferirci fatti storici reali, addirittura raccontando di come gli furono narrati dai superstiti o di come abbia reperito i documenti relativi. Insomma se l’invenzione non venisse così strettamente mischiata alla realtà al punto di rendere complicato distinguere le sue tessere dal parto della fantasia. La perplessità nasce dal fatto che, una volta scoperto che la vicenda è (quasi totalmente) inventata, possa nascere il sospetto, in chi non conosce la vera storia, che lo sia anche tutto il contesto, sminuendo l’importanza di ciò che fu realmente compiuto. Forse si sarebbe potuto ambientare un racconto non molto diverso, con maggior rispetto dei fatti certi e documentati.
Detto questo, però, il libro è comunque da leggere e da consigliare a coloro che già conoscono l’epopea degli “uomini gamma” italiani e a coloro che, invece, ne ignoravano l’esistenza (forse la maggioranza di noi italiani). Soprattutto lo consiglierei alle giovani generazioni per mostrar loro di quale tempra fossero fatti i nonni dei loro genitori. Inoltre è pure una bella storia d’amore e d’avventura, godibilissima anche solo sul piano narrativo.

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Avrei preferito non inserire questa postilla per l’angolo del pignolo perché mi spiace sollevare critiche a un libro che per mille motivi non se le meriterebbe. Poi è anche vero che per noi poveri terricoli destreggiarsi nell’esoterico vocabolario di termini marinareschi è un’impresa difficilmente esente da errore. Ma il lettore attento, da un libro di questo genere, si aspetterebbe se non la perfezione, almeno di non imbattersi in errori banali e nel rispetto di un certo rigore storico. Purtroppo, però, il caher de doleance è ricco di rilievi. Mi limiterò a indicare solo qualcuno dei più evidenti errori, forse anche da addebitare solo al traduttore italiano, a cui Perez-Reverte si dice grato per l’aiuto offerto nelle ricerche, ma che, evidentemente, è incorso in più di uno scivolone linguistico.
Innanzi tutto, mai un marinaio italiano userebbe i francesismi “babordo” e “tribordo” al posto di sinistra e dritta: li percepirebbe fastidiosi come uno schiaffo in pieno volto dato a mano aperta. Purtroppo è un vizio che non si riesce a sradicare da tutti coloro che credono di parlare “marinaresco” senza averne le conoscenze. Ma il libro è farcito di quei termini fasulli.
Nel testo, poi, si fa, più volte, riferimento a misteriosi “incrociatori da combattimento”, tipologia di navi mai esistita. Probabilmente nel testo originale si parlava di “crucero de combate” espressione che potrebbe essere resa solo con l’italiano “incrociatore da battaglia”; peccato che nel 1942 nessuna delle marine combattenti avesse più in linea un “battlecruise”.
Poi, visto che i gradi degli italiani sono stati scritti, nel testo spagnolo, con la loro denominazione italiana, perché tradurli per il personale britannico? Ad esempio, nella Royal Navy non ci sono sottotenenti di vascello, ma unicamente sub-lieutenant.
Infine, ma qui sono meno certo del rilievo, viene usata con una certa frequenza l’unità di misura “gomena”. Nella marineria britannica esiste il “cable length” pari a un decimo di miglio marino e la traduzione “gomena” sarebbe pure corretta, ma non mi risulta che sia in uso presso la nostra Marina da molto, molto tempo.
Si potrà obiettare che queste siano solo minuzie di importanza nulla nel contesto narrativo, e posso concordare su ciò. Tuttavia, il valore di un’opera di questo genere si apprezza anche dalla precisione nei dettagli e spiace incappare i questi svarioni.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    08 Agosto, 2022
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Amori politica e guerra

Dopo “Il mercante di Venezia” edito nel 2008, Riccardo Calimani torna a ambientare un romanzo storico nella città lagunare, percorrendo un arco temporale che va dal 1570 ca al 1606.

Il costrutto narrativo ruota attorno all'excursus vitae di un giovane Marco Barbarigo, giovane rampollo appartenente ad una famiglia aristocratica veneziana, seduttore nella vita privata e aspirante politico e comandante militare nella vita pubblica.
Seguendo le vicissitudini del baldo giovane prima e dell'uomo attempato poi, l'autore ripercorre tanta parte degli eventi storici del periodo come la battaglia di Lepanto, la lega santa, l'avvicendamento di svariati pontefici e dogi, il tema dell'espulsione del popolo di fede ebraica, la peste, le evoluzioni politiche tra Papato e Serenissima.

Davvero tanta la carne al fuoco da trattare in sole quattrocento pagine; il risultato che ne deriva è quello di un lavoro che si prefigge di donare al lettore una visione d'insieme ma ciò avviene a discapito dell'approfondimento.
Un incipit narrativo lento che si sofferma troppo a lungo su particolari di scarso interesse, ruba la scena a quello che poteva essere il cuore palpitante ossia la battaglia di Lepanto, trattata con poche pagine rispetto alla sua centralità.
Qualche pagina di troppo dedicata alle scorribande amorose del veneziano Barbarigo, con dettagli che mal si prestano ad essere presenti all'interno di un romanzo di stampo storico.
Quasi sull'epilogo, la narrazione riprende vigore portando in tavola temi di filosofia politica piuttosto profondi e ben congegnati nell'esposizione.

Insomma, non è operazione semplice quella di dare vita ad un romanzo storico, in primis saper dosare con equilibrio eventi reali e eventi verosimili, poi garantire spessore documentale al narrato.
Una mancanza che si avverte qua come nel romanzo precedente, è la cura dei dettagli storici di usi e costumi che rendano vivido lo spaccato sociale per far sì che il lettore si trovi calato nel contesto e che possa camminare tra calli e campielli.

Un lavoro studiato di cui si percepisce l'intento di Calimani di tornare a parlare della sua Venezia. Nel complesso la lettura desta interesse e può rendersi adatta ad un novello lettore di romanzo storico.

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Fantascienza
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Agosto, 2022
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Delusione

Chi ha avuto modo di leggere alcune delle mie recensioni su opere di fantascienza sa quanto io sia amante del genere e quanto la mia lotta per valorizzarlo abbia assunto le proporzioni di una vera e propria crociata. Logico pensare che, per uno come me, leggere un romanzo di fantascienza contemporanea pubblicato da un grande editore italiano quale è Einaudi, che pubblica pochissimi romanzi di questo genere, sia per me un obbligo e sia fonte di un’enorme curiosità. Jeff Vandermeer è uno dei pochi autori di fantascienza ad avere questo privilegio ma, a mio parere, non credo lo meriti appieno. Di suo ho letto un altro romanzo sempre edito Einaudi, “Borne”, e di quel poco che ricordo riguardo a quella lettura posso dire che quantomeno aveva garantito una certa piacevolezza; mi duole ammettere che “Colibrì Salamandra” è una delusione da diversi punti di vista, compreso quest’ultimo.
Partiamo, come sono solito fare, dallo stile: lento, macchinoso, a lunghi tratti incomprensibile. Degli ambienti sono riuscito a figurarmi poco e niente, degli eventi ancor meno. Di quel poco che si comprende non si ha idea di come ci si sia arrivati perché Vandermeer, forse nel tentativo di caratterizzare la sua protagonista col racconto in prima persona, adotta un timbro particolare che tuttavia non riesce nell’intento e rende la lettura a tratti anche irritante. Tutto questo si intreccia al contenuto: per una storia che vuole evidentemente tingersi di “thriller” e puntare sul mistero, sull’indagine e sui plot twist, è davvero tutto troppo complicato. Non riusciamo a capire chi siano i personaggi che si oppongono alla protagonista, non sappiamo quali siano i loro obiettivi (in fondo, credo non si capisca nemmeno quale sia l’obiettivo della protagonista, anzi penso proprio che non lo sappia nemmeno lei fino alla fine), non sappiamo cosa ha voluto trasmetterci l’autore se non un generico ammonimento su quanto stiamo rovinando il mondo. Non sindacherò sulla poca originalità di una tematica giustamente molto in voga ai giorni nostri, perché la vera bravura dell’autore sta nello sviscerarla in maniera efficace. A parte qualche riflessione (spesso incomprensibile) c’è poco altro a riguardo, in questo romanzo: mi sembra tutto un po’ buttato lì, in una trama complicatissima che nulla ha della complessità di un prodotto science-fiction a stampo “westworldiano”, ma punta sul filone politico-economico-criminale e ne tira fuori la parte più noiosa.
Vorrei concludere con una riflessione. Non mi aspetto che Vandermeer o chi per lui raggiunga le vette di un Bradbury o di un Philip K. Dick: basterebbe solo pensare che quest’ultimo, per esempio, aveva previsto i problemi descritti in questo romanzo decenni e decenni fa, ed era talmente avanti che l’idea di un’estinzione massiva di animali che è il fulcro di quest’opera non era che il contorno, un dettaglio d’un mondo e d’una riflessione più ampia e globale. Però mi aspetto che i grandissimi strumenti forniti da un genere quale è la fantascienza siano usati a dovere, se non per sviscerare in maniera interessante una tematica, quantomeno per creare una storia che coinvolga. Seppur poco propensi all’impegno per combatterli, a capire quali sono i nostri problemi ci riusciamo tutti: il dovere dell’autore non è fornire una soluzione, ma scavare nelle loro profondità, individuarne le cause, innescare riflessioni che possano generare consapevolezza. Magari, la soluzione potrà nascere proprio da queste riflessioni, ma mi dispiace dire che “Colibrì Salamandra” non riesce nell’intento, e si configura anche come una lettura parecchio noiosa.
A malincuore, bocciato.

“«La Democrazia non basta perché non è mai davvero Democrazia. L'-ismo che risolverà tutto questo non è ancora stato scritto, perché esiste in ciò che resterà del mondo dopo di noi, ed è un linguaggio che non sappiamo interpretare. E cosí ci teniamo i nostri ragionamenti fallati, meccanici, che operano in antitesi alla natura biologica dei nostri cervelli. Abbiamo eretto tanti costrutti tossici da non riuscire piú a scorgere il reticolo. Abbiamo tirato su tanti specchi che non ci restano piú finestre da spaccare. Ma dobbiamo provarci lo stesso».”

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Romanzi
 
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68 Opinione inserita da 68    31 Luglio, 2022
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Frammenti di solitudini….

La famiglia, da sempre oggetto di dibattiti e dissertazioni, indagini psicologiche e sociologiche su base storica, creazioni letterarie, culla di misteri irrisolti e distanze incolmabili, per qualcuno semplice convenzione sociale, per altri origine di ogni male, epicentro di amore, comunanza e condivisione ma anche di odio, ingiustizie, segreti, ricatti affettivi.
Quale valore oggi, di certo questo romanzo di Claudio Coletta, che si avvale di una scrittura asciutta, diretta, lineare, si addentra in un tema difficile e controverso, per non dire insondabile, la ricerca di un senso all’ interno di una disgregazione famigliare accettata ma non condivisa, scoperchiata da un lutto improvviso che riporta a misteri e ricordi di un’ infanzia monca e tortuosa.
La fine di una vita, tre fratelli doverosamente riuniti di fronte alla salma paterna, nessun preavviso, emozione, il fatto compiuto, il presente ricoperto di silenzio, attesa, indifferenza, vite naufragate, il desiderio e la necessità di essere altrove.
Alessandro, il primogenito, non si è mai sentito amato, un ingegnere trapiantato al nord che in una sola giornata ha perso la moglie Carla, il lavoro, il proprio padre, un matrimonio frantumato da assenze e tradimenti, desideri infranti in un senso di grandezza dissolto.
Silvia, la figlia di mezzo, è sola e innamorata del proprio lavoro, il mistero di un antico affresco da lei attribuito a un grande maestro le rievoca l’ assenza dell’ amore materno, una vita frammentata e controversa con una figlia da non lasciare sola, il senso di colpa per non avere assistito alla morte del padre, perché ….” una figlia deve esserci, fino alla fine “….
Gabriele, il più piccolo, fragile e sbagliato, un cocainomane naufragato nella propria dipendenza e nel disastro economico conseguente, che sa di avere sempre deluso il padre, anche oggi, abbandonandolo di fronte alla morte, ma anche l’ unico ad averlo sopportato, a non essere partito, ad essergli stato vicino fino alla fine. Avrebbe tante domande da porgli, consapevole di avere desiderato che smettesse di soffocargli la vita con la sua presenza, che arrivasse questo momento, e allora come giustificare il senso di vuoto che vive dentro?
Vite soffocate da obblighi, rimpianti, ansia, dolore, indifferenza, risposte negate, un peso dentro e un tarlo, quella figura materna prematuramente scomparsa e che improvvisamente ritorna, come un quadro eroso dal tempo da riportare allo splendore primario, una giovane donna prematuramente sottratta alla quiete domestica, partita per non fare ritorno, dissolta nella nebbia di una presunta malattia tra lettere della memoria, una melodia dolce e malinconica, fotografie che testimonino altro,
Inizia un percorso della memoria, come sono potuti naufragare i legami fraterni, semplici circostanze, incomprensioni, differenze incolmabili, vite altrove.
La seconda parte del romanzo vive la necessità del presente nella scia del tempo perduto, declinando l’ introspezione e l’indagine psicologica a favore della trama, una suspance che esige una soluzione e un senso, l’ idea di un amore negato, di una sofferenza protratta, l’ impossibilità di una vita in un ambito famigliare siffatto, quello che pare non è come sembra.
E allora si svela una verità acclarata, una soluzione necessaria che rigetta la complessità del tema iniziale, privando il romanzo delle premesse e delle profondità auspicate. I personaggi navigano in un limbo di solitudine, le loro vite paiono disperse, sole, abbandonate, scollate, porzioni di sofferenza individuale.
Un’ assoluzione a metà, altro dolore, l’ impossibilità di risposte tardive, una rapporto ritrovato, uno possibile negato per sempre, la conferma di un amore, un segreto necessario e solo in parte condiviso, il mistero dell’ esistere, inafferrabile e imprevedibile…

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Romanzi
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    29 Luglio, 2022
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Ostafrika

Dopo “Sulla riva del mare” e “Paradiso”, prosegue la ripubblicazione dei romanzi di Abdulrazak Gurnah da parte della casa editrice La nave di Teseo. Ora è la volta di “Voci in fuga”, con cui ritorna in libreria nel nostro Paese il sorprendente Premio Nobel della Letteratura 2021, di nuovo tradotto da Alberto Cristofori.
Al pari dei precedenti due titoli dei mesi passati, anche quello uscito lo scorso giugno propone un’ambientazione swahili, sullo sfondo di quell’Africa orientale tanto cara all’autore non a caso originario di Zanzibar. La narrazione prende avvio intorno all’inizio del Novecento, quando l’area era in mano alla Germania imperiale che manteneva il proprio ferreo controllo sulla sua Ostafrika attraverso la spietata violenza della Schutztruppe, un vero e proprio esercito coloniale costituito da mercenari indigeni denominati askari e posto sotto il comando diretto di ufficiali tedeschi.

“[…] da quando hanno occupato questo territorio, i tedeschi hanno ucciso tanta di quella gente che il paese è costellato di teschi e di ossa e la terra è inzuppata di sangue.”

Tra i protagonisti del romanzo, Ilyas e Hamza si arruolarono volontari proprio nella Schutztruppe allorché pure nel continente nero la prima guerra mondiale reclamò i suoi assurdi teatri di morte. Dei due giovani uomini (che non si conosceranno mai in maniera diretta, ma avranno un punto di contatto in Afiya, sorella di uno e infine moglie dell’altro) soltanto Hamza tornerà per così dire a casa riemergendo dalle devastazioni della vita militare, mentre di Ilyas si perderanno del tutto le tracce e la sua scomparsa rappresenterà un mistero che aleggerà pesante sino alle pagine conclusive del libro, dove si potrà conoscere la sorte dell’askaro dopo la fine del conflitto e l’uscita di scena dei tedeschi con pronta sostituzione, in quegli stessi luoghi, da parte dei britannici. La trama abbraccia a poco a poco diversi personaggi, tra principali e secondari, le cui vicende finiscono per intersecarsi e restare indissolubilmente legate le une alle altre.
Pubblicato per la prima volta nel 2020 in lingua originale con un titolo, “Afterlives”, ben più evocativo rispetto a quello scelto in sede di traduzione italiana, “Voci in fuga” non è, a mio parere, tra i migliori scritti di Gurnah. Al lettore attento che abbia già avuto modo di appassionarsi alle storie narrate nelle due sopraccitate pubblicazioni non passerà inosservata, nell’incipit in senso lato, qualche nota stonata che rende la prosa a tratti un poco confusa, lontana dal fascino di quella a cui lo scrittore tanzaniano ci aveva abituati; inoltre, si registra l’assenza di un glossario che avrebbe potuto essere, come in “Paradiso”, un valido aiuto per comprendere con esattezza numerose parole ed espressioni in swahili disseminate qua e là nel testo. La narrazione, procedendo, si riprende a poco a poco e finalmente, dopo qualche decina di pagine, inizia a diventare più coinvolgente a partire dal racconto di Afiya bambina, finché non cattura del tutto man mano che si seguono dentro e fuori la Schutztruppe le vicissitudini di Hamza (nelle quali si ritroverà, non senza sorpresa, quelle dell'indimenticabile Yusuf protagonista di “Paradiso, sin dove lo avevamo lasciato). Allora si riconosce il vecchio stile di Gurnah, il suo modo di narrare ordinato e suggestivo, degno di antichi cantastorie, che d’improvviso ci trasporta in un mondo ricco di echi culturali davvero interessanti. Intanto, la storia prosegue, accompagnata dalla grande Storia che scivola in modo sempre più inesorabile verso nuove invasioni e nuovi conflitti; sarà a questo punto, a solo una cinquantina di pagine dalla conclusione, che si comprenderà il significato profondo del titolo originale inglese, quando inizieranno i “sussurri” del piccolo Ilyas, il figlio di Hamza e Afiya chiamato con lo stesso nome dello zio scomparso anni prima della sua nascita.
Purtroppo, l’ultimissima parte, quella che – come preannunciato – conduce infine a svelare quanto accaduto all’Ilyas askaro, cade in una sorta di esposizione fredda e frettolosa che stride decisamente con tutto quel lungo, precedente intermezzo molto ben riuscito dallo stile inconfondibile dell’autore. Nel complesso, un libro che merita comunque di essere letto, seppur non la miglior prova di Abdulrazak Gurnah. Un romanzo, “Voci in fuga”, che a sua volta non manca di puntare il dito contro la brutalità del colonialismo e della guerra in generale, arricchendo senza dubbio le conoscenze dei lettori occidentali su quell’affascinante zona dell’Africa orientale e la sua variegata storia.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    28 Luglio, 2022
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Frammenti di poesia

Ben sette secoli prima di Cristo visse la poetessa Saffo, nativa dell'isola di Lesbo, ultimo avamposto greco, ad un passo dalle coste dell'Asia Minore su cui sorgeva Ilio.
Insegnante per le giovanissime donne della sua terra di canti, danze e in generale di tutto quanto fosse volto al culto della bellezza, della grazia, contemplando anche le basi di quella che poteva definirsi educazione al piacere, non discostandosi dai principi della cultura ellenica del tempo.

I frammenti dei versi a lei attribuiti, hanno attraversato i secoli tramandati dai ricordi e dagli scritti di altri autori posteri. Da qui la nascita di mito e leggenda attorno alla figura di una delle donne più note del mondo antico, per colmare quei vuoti di conoscenza oggettiva che si sono creati nei secoli.
Una stura di ricostruzioni e interpretazioni, hanno dato forma ad una miscellanea di stratificazioni errate e corrette in merito al vissuto di Saffo, alla sua poetica, ai temi cari, alle finalità dei suoi versi e agli eventuali collegamenti con usi e costumi da lei adottati in prima persona.

Insomma dietro ad uno dei nomi più conosciuti e più citati, in realtà vi è tanta nebbia, tante informazioni prive di riscontro e fondamento.

L'approccio dell'autrice, docente universitaria, è quello di proporre una vera e propria esegesi delle fonti, passando in rassegna le stessi dalle più antiche alle più moderne per fare in modo che passo dopo passo si possa delineare da sé il volto e l'opera artistica della ragazza di Lesbo.

Il saggio non appoggia teorie di alcun tipo, è scevro da opinioni da parte di colei che scrive, si rende veicolo di raccolta di tutti i frammenti storici pervenuti dal mondo letterario e artistico, seppur analizzati e approfonditi da una penna addetta ai lavori, competente a tutto tondo, capace di camminare sul filo sottile che divide il mito e la storia.

Uno scritto di notevole interesse storico e documentale, più facilmente fruibile da chi possiede un pregresso bagaglio classico- umanistico.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    23 Luglio, 2022
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Pastorale portoghese

Quella di Fatima, in Portogallo, è tra le più note apparizioni mariane nel mondo, seconda solo alla celeberrima Lourdes in Francia.
Con alcune, eloquenti, differenze.
Lourdes vede un’unica protagonista assoluta, la santa Bernadette Soubirois, a cui sola apparve la Madonna, e alla quale non furono affidati particolari messaggi da secretare perché di peculiare gravità e delicatezza.
Inoltre, la giovane ebbe vita breve, anche perché dotata di una precaria costituzione fisica, da cui era affetta ben prima degli eventi di cui fu testimone.
A Fatima la Madonna appare, assai più tardi, ed in epoca relativamente recente, il 13 maggio 1917, non ad una sola giovinetta ma a ben tre bambini, tre pastorelli.
Quasi a significare un triplicarsi di testimoni oculari del mistero mariano, un moltiplicarsi dei diretti referenti ed un intrinseco diffondere l’evento a più voci.
La più grande di loro, pur avendo solo dieci anni, e del tutto analfabeta, divenne una delle più serie, ascoltate e studiate protagoniste di tali manifestazioni divine, probabilmente la testimone più attendibile disponibile nella storia di simili eventi soprannaturali.
Si chiamava Lucia dos Santos, e le apparizioni si sarebbero ripetute altre cinque volte, fino al 13 ottobre. Fatto ancora più singolare però, è che nell'incontro del 13 luglio la Madonna avrebbe rivelato un segreto (diviso in tre parti) che avrebbe dovuto essere rivelato solo al tempo stabilito, ad intervalli di tempo, costituenti appunto le tre profezie accertate. Cosa che in effetti avvenne; d’altra parte, come è umanamente risaputo, tener celato un segreto quando la sua stessa esistenza è nota da subito a più di una persona, è spesso difficilissimo, soprattutto data l’importanza e la portata del fenomeno.
Figuriamoci per due, per tre poi non si pone proprio il problema, è impossibile, come è noto i tre messaggi sono stati poi effettivamente rivelati, e resi pubblici a chiunque, suscitando discussioni di vario genere. Concernono fatti storici conclamati, l’ultimo fa espresso riferimento all’attentato in San Pietro a danno di Giovanni Paolo II, che scampato letteralmente per miracolo alla morte, volle incontrare suor Lucia e fece del proiettile che lo aveva risparmiato un ex voto di ideale importanza.
Per quanto detto, si comprende allora che Suor Lucia, riveste un interesse notevole per credenti o meno, a differenza di Bernadette, non è infatti una figura lontanissima nel passato, avvolta in una nebulosa che ricostruisce la sua storia tra incartamenti e documenti datati, moltissimi tra storici, fedeli, ecclesiastici, studiosi laici hanno della pastorella portoghese divenuta suora memoria diretta e recente; la religiosa morì infatti nel 2005, a quasi 98 anni, e pur essendo suora di clausura ebbe continui incontri e colloqui privati con alcuni vescovi e papi.
Questa la Storia, reale, per quanto la conosciamo: ed è un antefatto troppo gustoso su cui uno scrittore di particolare talento, da poco rivelatosi come tale pur provenendo da ben altro e brillante vissuto esistenziale, non può esimersi di romanzare a suo modo. Questa Storia con la maiuscola è per Glenn Cooper, che nei suoi romanzi di esordio si è consolidato come uno scrittore esperto di tematiche religiose, una sfida, un banco di prova, un invito particolare a scrivere di fatti storici reali e poco distanti nel tempo intercalando ai fatti la sua speciale inventiva.
Perciò lo scrittore americano ipotizza l’esistenza di un più che plausibile quarto segreto, o almeno una parte del terzo non ancora svelato, che in qualche modo la religiosa Suor Lucia è riuscita a celare a chiunque, perché la semplice ed umile religiosa, non priva però di acuta e sottile intelligenza di pastorella si, ma scaltra e resa saggia dal tempo e dalle esperienze ultraterrene, reputa senza dubbio troppo particolare, assai pericoloso, foriero di pericoli per l’esistenza della stessa Madre Chiesa intesa come entità, fede, dogma e istituzione…un quarto segreto sconosciuto a tutti, almeno finora.
“La quarta Profezia”, l’ultimo romanzo di Glenn Cooper, è tutto qui: in maniera bisogna ammetterlo magistrale, stuzzica la curiosità del lettore, lo avvince, lo convince, e lo induce a seguirlo senza esitazione in una storia di molte pagine, con mille intrecci e continue sorprese, colpi di scena, avventure e misteri che non annoiano, neanche per un attimo invitano ad interrompere la lettura perché inverosimile o noiosa, tutt’altro. Chi legge prosegue non diremmo con il fiato sospeso, perché rischierebbe di finire in apnea, ma certamente osserva da posizione privilegiata, con partecipazione, le traversie del protagonista principale Cal Donovan, parteggia apertamente per lui ed i suoi sodali, tutto il romanzo è l’eterna lotta del Bene contro il Male in cui il lettore sa subito per chi deve chiaramente schierarsi.
Se è vero come si dice che ogni scrittore riversa parte se non tutto di sé in quanto scrive, allora questo assioma è quanto mai vero per Glenn Cooper, tutti i suoi libri rispecchiano la versatilità, la varietà culturale e l’ingegno poliedrico dello scrittore americano
Nativo della Grande Mela, Cooper ha studiato dapprima con successo Archeologia, successivamente ancora più brillantemente Medicina. Si è affermato con inventiva nell’industria farmaceutica, e successivamente cimentandosi con successo e idee innovative ed all’avanguardia nel ramo delle biotecnologie.
Cooper è l’emblema dell’uomo del futuro, è uomo colto, profondo, preparato ed elegante, versatile nei suoi interessi storici e scientifici, è un geniaccio, un Elon Musk o un Steve Jobs prestato alla letteratura di evasione.
Cimentandosi con crescente successo nella narrativa, ha esordito dapprima nella sceneggiatura e poi nel romanzo storico seriale con un ciclo di volumi che vedono protagonista un professore di teologia di Harvard, Cal Donovan.
Cal Donovan non è Indiana Jones, nemmeno il Robert Langdon dei romanzi di Dan Brown, è assai di più, è un uomo del suo tempo, immagine speculare del suo creatore: colto, preparato, un uomo d’intelletto e però sportivo, aitante, pronto all’azione, mai banale o didascalico, di livello e di carisma tale da essere contattato direttamente dal Papa per i suoi servizi.
Il Papa della nostra storia è Celestino VI, una evoluzione futura dell’attuale Papa Francesco, e questo dà idea della abilità di Cooper di proporci storie del tutto plausibili e verosimili. Celestino VI è a suo modo un rivoluzionario, desidera una Chiesa costruttiva e concreta, fattiva di bene pratico per l’umanità, desidera mettere all’asta i capolavori unici che costituiscono il tesoro della Chiesa, come per esempio la pietà di Michelangelo, per creare un fondo da destinare ai poveri del mondo, come da missione del Cristo. Per farlo, serve sfidare le tradizioni e le frange più conservatrici della curia, e…arrivare per primi alla quarta profezia.
Glenn Cooper ci riesce e con lui il suo lettore, perché l’autore prende il lettore per mano, inizia a rilento per poi lanciarlo allegramente su e giù su un saliscendi di continue sorprese e rivelazioni, e si badi, quasi tutti i fatti narrati sono verità storiche documentate che in un certo senso arricchiscono chi legge, oltre che a dare verosimiglianza a tutta la storia.
Certo, è una buona lettura, e nulla più, un ottimo prodotto all’avanguardia come può esserlo una Tecla o un computer Apple, certamente non un capolavoro come la Pietà di Michelangelo. Potremmo dire a volergli cercare una pecca che forse è un po’ troppo una americanata, ma in senso buono, vale a dire che pur essendo un testo ben scritto e costruito, qua e là traspaiano luoghi comuni e stereotipi assai banali, che da un Glenn Cooper o dal suo alter ego Cal Donovan non ci aspetteremmo, ma capiamo che sono assai duri a sparire: inficia infatti talora in modo dozzinale e semplicistico il dire comune, ad esempio, che tutti a Roma vanno pazzi solo per l’amatriciana o la cacio e pepe, o che Scampia in provincia di Napoli è luogo natale di soli delinquenti.
Sono errori veniali, in verità, ma confidiamo che Glenn Cooper provvederà in futuro a fare ammenda, da esperto teologo Cal Donovan sa che la Chiesa contempla confessione, pentimento e perdono, e questo non è un segreto.

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68 Opinione inserita da 68    21 Luglio, 2022
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Identità violata e vite in bilico

Identità, migrazione, accoglienza, esclusione, diversità, un romanzo che possiede la saggezza e il respiro mediorientale nel cuore pulsante dell’ isola di Lesbo, incastro di storia e di mitologia, oggi teatro degli sbarchi di un’ umanità disperata in fuga da guerre, lotte intestine, persecuzioni, morte.
Tanta gente, famiglie, uomini soli, donne, bambini, siriani, iracheni, afgani, iraniani, africani, tutti stanno scappando, dal regime siriano, dal Dahesc, da gruppi terroristici talebani.
Voci difformi, a partire da quella della protagonista, Mina Simpson, un medico impegnato a scrivere la propria storia e quella di altri, una libanese con una mamma siriana che ha preso la cittadinanza americana, emigrata quarant’anni prima rigettata dal disprezzo famigliare alla ricerca di un’ identità, di genere, di vita, lavorativa.
Un’ adolescenza trascorsa nell’ insicurezza, un ragazzino confuso,…” pieno di finta spavalderia e poca speranza “… anni trascorsi nella finzione …” perfezionando la mia confusione “…
Si può essere stranieri in patria, cittadini altrove, apolidi, storie di rifiuto e di abbandono, di sofferenza e di lacerazioni, ma anche di condivisione e di fratellanza.
Quanto è difficile riconoscersi quando si è nati nel corpo sbagliato, quale identità, idea di se’, inclinazione sessuale, l’ impossibilità di essere amati da chi continua a considerarci un peccato originale.
Mina è partita per dimenticare, inseguendo un futuro in un presente che non c’ era, tralasciando l’ inevitabile, anche se certe ferite rimangono e il passato riemerge.
Oggi si trova sull’ isola di Lesbo a prestare soccorso umanitario in una terra che è stata il cuore della sua infanzia, chiamata da un’ amica che lavora per una ONG, Emma, trascinata dalla voglia di partire, lo sguardo rivolto a un’ umanità disperata, all’ inenarrabile, intere famiglie lacerate e distrutte.
C’è una donna, Sumaiya, gravemente ammalata, con la quale stringere un’ amicizia che contiene una vita intera, un fratello, Mazen, lontano ma mai dimenticato, con il quale si era stretto un patto di sangue mentre continua a desiderare la vicinanza della propria compagna, Francine, tutto ciò che ha sempre desiderato essere.
Mina percepisce l’ eco di una vita irrisolta, uno scrittore omosessuale in crisi d’ identità, a sua volta sbarcato sull’ isola alla ricerca di spezzoni di storie da raccontare, che non percepisce la sofferenza altrui ma scoperchia la propria.
Un coro difforme, una condivisione che restituisce le medesime sensazioni, tanti anni trascorsi e una vita cambiata, ma una parte di se’, esposta ai sentimenti, è rimasta in quel tempo.
Non sempre fuggire significa dimenticare, la memoria di giorni perduti e le immagini di luoghi famigliari possono scatenare una tempesta di fragilità.
Ciascuno a suo modo è in fuga da qualcosa e da qualcuno anche se, obiettivamente, qui e ora, c’è un’ umanità disadorna, sfruttata e dimenticata, aggrappata a un soffio vitale, altrimenti condannata per sempre.
E allora quale relazione tra l’ opulento mondo occidentale e la disperazione dei profughi, corpi spogliati di tutto, riversi sulle spiagge, volti provenienti da ogni dove e che ci appartengono.
Oltre un’ accoglienza dovuta, affidata alla buona volontà di associazioni umanitarie e ai singoli impegnati a soccorrere i profughi appena sbarcati, sovente prevarranno indifferenza, sospetto, odio, paura, noncuranza, dando voce a invenzioni che pacifichino la propria coscienza, mentre immagini di sciagure annunciate scorrono nel viale della dimenticanza e la propria indulgenza svanisce nel soffio di una commiserazione a tempo determinato.
Un romanzo stratificato, intenso e delicato, a tratti aspro ma vero, con tratti di poesia e satira velata, che abbraccia un’ umanità eterogenea in una vita che possa continuare e acquisire un senso.
Una coralità di voci e di testimonianze che riflettono storia, poesia, mitologia, sogni, luoghi della memoria e del’ animo, amori, ma anche dolore, sofferenza, rifiuto, abbandono, incubi, morte.
Un respiro che origina dal dolore di chi ha conosciuto la rabbia, la timidezza e la confusione di un’ infanzia rubata, nascosta nella dissimulazione, una donna nel corpo di un uomo, che un giorno è riuscita a ricostruirsi dentro e che nel presente si è sentita inadatta non solo come dottore ma anche come essere umano.

…” è stato difficile. ma oggi è un nuovo giorno, devo dimenticarmi da dove sono venuta “….

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    18 Luglio, 2022
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Anna e il geco mitomane

Ines, una donna di sessantasei anni con molti problemi di salute, è stata trovata morta a casa sua. Tutto fa pensare che sia stata vittima di una rapina finita male: da tempo un gruppo di malviventi penetra nelle case degli anziani, li spaventa con minacce, li imbavaglia e li immobilizza alle sedie per depredarli. Però Ines aveva problemi respiratori, così gli stretti legacci e il bavaglio l’hanno soffocata.
Lucia Calici, nipote di Ines, però non è convinta: a suo dire ci sarebbero troppe incongruenze che differenziano l’aggressione a sua zia rispetto dalle altre. Così, mesi dopo il fattaccio, interpella Anna Melissari perché indaghi sul caso assieme al suo capo, l’investigatore privato Giovanni Cantoni.
Ma non è un buon momento per Anna: Alessandro, il marito, è lontano per lavoro e lei è totalmente impreparata a gestire la casa da sola; il padre è consumato dalle terapie antitumorali; Lavinia, la sorella avvocato, la subissa di continue richieste pretestuose; pure il figlioletto Luca è più bizzoso del solito e sembra avere problemi all’asilo. Come portare avanti le indagini se ogni momento utile sembra già essere prenotato da altri impegni?
A complicare le cose l’unico possibile “testimone oculare”, il geco Giasoneh (la “acca” finale è per i fan!), che vive nella casa di Ines, è un esaltato mitomane che si accusa del delitto e lo descrive come una truculenta mattanza da lui compiuta in un raptus omicida.

Terzo, atteso episodio delle esilaranti avventure di Anna, la strana signora che, per colpa di una misteriosa “macchiolina” rilevata in una TAC, ha la fortuna (o la sventura?) di poter dialogare con piante e animali. Nel suo stile consueto, un po’affannato e un po’ schizoide, Anna torna a farci partecipi della sua vita di casalinga che lavora e che è subissata da impegni, goffaggini, sensi di colpa, presunte inadeguatezze, paranoie continue.
Il romanzo, complessivamente, risulta gradevole, a tratti addirittura irresistibilmente comico, e lo stile, vivace e brioso (talvolta scanzonato), aiuta a leggerlo con facilità. La storia poliziesca, in sé non particolarmente involuta, è credibile e, anzi, tristemente plausibile e attira la nostra attenzione sui complicati, conflittuali rapporti tra le persone che spesso si avvitano in una inarrestabile spirale di odi e ritorsioni meschine, talvolta cagionati da innocenti, ma inopportuni gesti d’affetto e protezione.
L’idea di base su cui si basa la serie, poi, si conferma geniale: far parlare gli animali – i quali possono sbatterci in faccia la realtà delle nostre azioni a volte innegabilmente assurde – aiuta a effettuare un esame di coscienza collettivo senza pudori o eufemismi. I dialoghi tra umani (ma soprattutto quelli “bestiali”) sono frizzanti e spassosi, ma pure profondi e meditati con considerazioni che a volte sono come vere mazzate ai nostri scudi auto-assolutori.
Tutto bene, quindi? Sì e no. Ora che siamo giunti al terzo romanzo ci si aspetterebbe forse qualcosina in più; una evoluzione nella narrazione e nei personaggi. Invece sembra che l’A., per venire incontro alle aspettative dei lettori che hanno favorevolmente accolto i precedenti volumi, tenda a strafare (solo) nelle situazioni più comiche. Molte situazioni paiono esasperate alla mera ricerca della battuta burlesca (a volte quasi clownesca). Anna s’è trasformata in una casalinga sull’orlo di una crisi di nervi (anzi di più d’una). Ma la sua assoluta goffaggine e le sue paranoie e preoccupazioni, dopo un po’, invece di intenerire, irritano per la loro eccessività. Il rapporto donna-animali, che nelle precedenti storie aveva quasi il sentore di una divertente e imprevedibile condanna, ora ha raggiunto punte surreali di un’Alice nel Paese delle meraviglie che dialoga con conigli bianchi (nella specie un esemplare con le orecchie cadenti di nome Tucidide), gatti vegani, gang di gazze e ratti di fogna in guerra tra loro, rane toro psicanaliste e erbacce filosofe, senza che l’assurdità della situazione sia più sottolineata.
Non si può negare che alcune situazioni siano davvero comiche, come i battibecchi “coniugali” di una coppia di Agapornis (i pappagallini “inseparabili”) che invece di amarsi teneramente si detestano come una coppia in attesa di divorzio; o le acide frecciate lanciate da Tarta e Rughina; le pulsioni “adolescenziali” del ficus casalingo o, infine, gli scambi di battute, stile agenti del Secret Service ma "sciroccati", dei dobermann di uno dei protagonisti. Alla lunga, però, tutto sembra un po’ forzato, la facezia solo fine a sé stessa non soddisfa sempre; molti topos e tormentoni comici sono sfruttati eccessivamente.
In conclusione il romanzo è una lettura fresca e divertente, ma si sente la necessità di un cambio di marcia per dare un senso alla prosecuzione di questa serie di storie, sicuramente innovative e spiritose, che fa piacere leggere, ma che non possono reiterarsi ancora molto utilizzando il medesimo meccanismo che, alla lunga, rischia di logorarsi.

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...i precedenti volume con protagonista Anna Melissari.
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    13 Luglio, 2022
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IL SESTO CASO DI VANINA

La storia è ambientata in Sicilia tra Catania e Palermo e la mattina del sei di febbraio la festa di Sant'Agata è ormai terminata ma una notizia sta per sconvolgere tutti, viene ritrovato il cadavere di un uomo, nel Municipio, in una delle Carrozze del Senato.
A fare questa terribile scoperta sono due ragazze francesi: Estelle e Nina in Sicilia con il programma Erasmus, erano curiose di vedere cosa ci fosse all'interno della ricca e antica berlina e dopo aver scavalcato il cordone hanno trovato la vittima sgozzata in una pozza di sangue.
Viene chiamata, per indagare sull'accaduto, il vicequestore Giovanna Guarrasi, detta Vanina, il personaggio che dà il nome alla serie.
Questo evento drammatico scuote tutta la comunità catanese, il cadavere appartiene a Vasco Nocera, classe 1946 e fervente devoto; spetta a Vanina il compito di scoprire cosa è successo all'uomo, la donna dovrà scavare a fondo nella vita della vittima, nelle relazioni famigliari e di amicizia.
Mi fermo qui con il caso giallo altrimenti rischio di fare degli spoiler e non ci sarebbe più la curiosità nel continuare la lettura.
Vanina è un personaggio che sembra forte e combattivo ma dentro di sé ha molte fragilità, si fa prendere dal lavoro anima e corpo e ha una personalità che mi incuriosisce. Ha molta esperienza nel suo lavoro, è corretta e cerca sempre la verità, lotta con tutta se stessa per trovarla e punire il colpevole; ma anche nel capire le ragioni che lo hanno spinto a commettere il reato.
Vaniva non è da sola, ha attorno a sé una serie di personaggi comprimari che la sostengono e danno rilievo ancora di più al suo personaggio. Ricordiamo, tra gli altri, il vero mentore della protagonista, il commissario in pensione Biagio Patanè, una vera risorsa e aiuto per Vanina.
Quello che manca secondo me è un personaggio veramente cattivo, un vero antagonista qualcuno che metta un po' di pepe nella storia.
"Quanti anni erano che aveva a che fare con cadaveri di ogni genere e provenienza? Una quindicina, all’incirca. Eppure ogni volta la reazione era la stessa. Repulsione, pena, rabbia. Un miscuglio di sensazioni che all’istante innescavano un meccanismo inarrestabile. La fretta di capire, di scoprire, di punire." (cit.)
Il caso crime è centrale nel libro però è anche quello che mi entusiasmata di meno, lineare senza grandi colpi di scena; la narrazione scorre velocemente ma il ritmo e la suspense sono quasi inesistenti e questo purtroppo è importante per me quando leggo un libro di narrativa di questo genere.
Ho apprezzato molto l'ambientazione della storia divisa tra Palermo e Catania, l'importanza delle tradizioni e delle feste popolari e mi è piaciuta anche l'idea dell'accostamento del dialetto siciliano all'italiano che secondo me ha dato maggiore credibilità e autenticità al testo. Forse alcune volte è stato enfatizzato troppo ma, per me, è stato sicuramente una scelta azzeccata.
Lo stile dell'autrice è molto semplice, traspare l'amore che ha per la sua Sicilia, per la sua terra, ma avrei preferito più mistero, più curiosità nello scoprire il colpevole; in alcuni punti la lettura è risultata un po' noiosa. Si parla moltissimo di cibo, che sbagliato non è, però quando è troppo diventa stucchevole.
E' un libro che diventerà presto una serie tv, ma purtroppo per me, questo sarà un crime che dimenticherò facilmente.
Rispetto ad altri autori italiani e contemporanei che scrivono lo stesso genere della Cassar Scalia, ho trovato che questa scrittrice fosse più debole e credo ci siano dei nomi con più talento nel giallo.
Lo consiglio a chi ama il genere crime prevedibile e leggero, io preferisco qualcosa di più cruento e in generale gli autori scandinavi, ma sono sicura che ci saranno dei lettori che lo apprezzeranno soprattutto chi non è molto avvezzo al genere.
Vanina è un personaggio costruito in maniera convincente e anche la sua squadra è un bel gruppo credibile e abbastanza verosimile, per questo avrei preferito leggere un caso giallo più solido e con un po' di suspense in più.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    10 Luglio, 2022
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La vendetta della vita

Davide Longo, torna con l’ennesimo caso in cui coinvolge Bramard e Vincenzio Arcadipane, nel libro intitolato La vita paga il sabato. Un giallo che brilla per intensità ed eleganza di scrittura.
La vicenda colpisce: a Clot , piccolo paese di montagna con trentasette abitanti:
“Clot, da quella prospettiva, con la valle che si apre, la luce del mezzogiorno e le montagne verdi da sfondo, è quasi un bel vedere”,
su una radura viene trovato morto il famoso produttore cinematografico, Terenzio Fuci, e la moglie , famosa anch’essa, Vera Ladich è scomparsa nel nulla. Un caso complicato per Arcadipane che:
“Nel caso di Arcadipane un quinto in quell’albergo di Andora nel 1975, un altro quinto di vita in un appartamento della Torino bene dove fecero irruzione con la buoncostume, un quinto nei momenti passati al lavoro con Bramard, un altro su un marciapiede vicino a una donna mai vista che muore e l’ultimo se lo divide tutto il resto. “
Così che, controvoglia e meditabondo, masticando sucai a più non posso, Arcadipane non può che recarsi in quello sperduto luogo, dove pare essere la norma, l’omertà. Nessuno parla, o se lo fanno, è a spizzichi e bocconi rari. Intanto scopre che l’attrice Vera Ladich, scomparsa, si chiama, in realtà, Anna Mattalia, ed era nata proprio in quel piccolo paese. Trasferitasi a Roma per sposare il grande produttore cinematografico Terenzio, di vent’anni più vecchio di lei, non era mai più tornata in quei luoghi se si esclude l’ultimo attuale soggiorno. Inoltre si scopre che Terenzio,
“Ottantasette anni, fratello di Amilcare Fuci, uomo del Vaticano all’interno della Dc e all’interno del Vaticano, se ne sta disteso su una lettiga, con un lenzuolo che lo copre fino ai capezzoli, la folta chioma a fargli da cuscino, e un foglio A4 sul petto con scritto a penna “PRIAMO: gli dei filarono questo per i mortali infelici.”
Il caso si complica. Urge l’intervento di Corso Bramard, che però è in ospedale, reduce da gravi problemi di salute. Il suo metodo è:
“Dopo tanti anni, ancora oggetto misterioso. Corso Bramard che arrivava sulla scena del crimine e si metteva in disparte, che chiedeva, ma non troppo, che non faceva ipotesi e non pensava ad alta voce. Guardare, pensare e tenersi le carte in mano. Questo gli ha insegnato Corso”.
Riusciranno insieme a risolvere il caso?
Un giallo straordinario, un po’ prolisso, ma elegante e filosofico nella prosa. Un po’ spiritoso, anche, come quando afferma che i piemontesi, dall’autore conosciuti assai bene, non hanno il senso dell’umorismo, e che con loro un segreto resta tale per sempre. Un romanzo che rimanda all’indietro nel tempo, carico di segreti, omissioni, vendette, di moralità cristiana camuffata ed integralista. Fino al termine quando l’intreccio viene drammaticamente sciolto, al motto de:
“La vita paga il sabato, per dire che anche se tardi la vita presenta il conto.”
All’insegna elegante di due personaggi agli opposti, Corso Bramard e Vincenzo Arcadipane, si snoda, così, un romanzo che si nota per qualità e raffinatezza. Bellissimo!

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consigliato a chi ha amato i libri con Bramard protagonista che sono: Il caso Bramard, Così giocano le bestie giovani, Una rabbia semplice.
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siti Opinione inserita da siti    10 Luglio, 2022
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Buon sangue non mente

Prosegue l’opera di riedizione da parte di Adelphi delle opere del belga, questa, edita per la prima volta nel 1938, come tutte le innumerevoli altre non sente affatto i suoi ottantaquattro anni e, trattando di un tema principe quale l’odio familiare, rimane un evergreen.

Gli ingredienti sono quelli già sperimentati da Simenon: un esiguo sistema di personaggi, spesso in accoppiamento binario, un luogo angusto, piccolo borghese, che amplifica i malumori creando implosive situazione claustrofobiche, qui la casa via via ridotta nei suoi spazi abitati, e per finire il motore dell’azione, un risentimento fine e sottile che avvelena tutto, nutrito costantemente dal più primordiale dei sentimenti, l’odio.

La lettura, veloce come sempre, risulta qui addirittura serrata, sincopata, allusiva e disseminata di indizi come un vero giallo. In realtà c’è poco da scoprire, il sospetto, altro motore dell’azione, diventa in modo speculare, il modus legendi principe e tutte le intuizioni a cui perviene il lettore sono sapientemente gestite dall’autore che pare divertirsi a lasciare il lettore con il fiato sospeso, in una trama che non accenna mai al finale e, quando vi perviene, lo fa solo per ripristinare un’ennesima situazione iniziale. L’odio non ha fine, trionfa e si rigenera, un pretesto vale l’altro.

Amaro Simenon, duro come non mai.

Mathilde e Léopoldine sono le sorelle Lacroix, l’origine del male, vivono nella stessa casa di famiglia con Emmanuel Vernes, marito di Mathilde e i loro due figli Geneviève e Jacques, ogni tanto ritorna in famiglia anche Sophie, figlia di Léopoldine e di suo marito fin dai primi tempi del matrimonio confinato in Svizzera per via della tisi. Costretta a questa convivenza una giovinetta che funge da donna di servizio.
La casa, benché ampia e spaziosa, è sempre chiusa e l’aria umida, ferma e stantia, contribuisce ad avvelenare le atmosfere che vi si respirano al suo interno. Poche le parole che vengono scambiate tra i membri della famiglia, molti gli sguardi allusivi, i silenzi, gli scricchiolii, le percezioni desunte dal lento spiare delle movenze altrui. Nessuno parla, se non per quei pochi scambi comunicativi di natura prettamente funzionale, tutti percepiscono il sentire e l’agire altrui e le relazioni paiono escludere a priori l’intruso per eccellenza, Vernes, il quale pian piano nel corso del tempo ha deciso di confinarsi nell’atelier che si è allestito all'ultimo piano. Scende solo per i pasti, momenti topici nei quali converge tutto il silenzioso e reciproco astio. I giovani in casa subiscono questa convivenza patologica e cercano, ognuno con i mezzi a loro più confacenti, di venirne fuori: Geneviève è in preda ad una sorta di delirio mistico, Jacques vorrebbe solamente fuggire via; quando si appresta a farlo, l’improvviso precipitare delle condizioni di salute della sorella, lo imprigionano definitivamente in un crescendo di malumori, silenzi, ripicche, aggravati dalla malattia di Geneviève…

Tra sospetti di avvelenamento e dialoghi monchi pian piano viene detto esplicitamente ciò che per anni è stato taciuto ma ancora una volta la verità è appannaggio di pochi e mentre gli eventi precipitano tutto, dopo la bufera, torna all’origine in un lento ripetersi del male.

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Simenon, Il gatto
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Luglio, 2022
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Tra luci e ombre di Stoccolma

Autore venuto alla ribalta grazie al sequel scritto del la trilogia di “Millennium”, David Lagercrantz si stacca adesso dalla formula nota e propone ai suoi lettori una nuova saga inedita. Lagercrantz, infatti, si è rifiutato di proseguire la serie di Larsson e torna ora in libreria con un thriller che vede quali protagonista il duo composto da Hans Rekke e Micaela Vargas.
Siamo nel 2003. L’Iraq è stato da poco invaso dagli USA quando a Stoccolma viene trovato il cadavere di un arbitro di calcio di origini Afghane, un uomo picchiato a sangue sino alla morte. Il sospettato numero uno altro non è che Giuseppe Costa, padre di uno dei giocatori, uomo irascibile e dal carattere iracondo, il soggetto perfetto per commettere un omicidio, un caso aperto e chiuso in brevissimo tempo. Ma Costa non accetta questa sentenza di condanna a priori, si professa innocente, reclama la sua non colpevolezza a gran voce. Da qui il capo della polizia decide di consultare Han Rekke, esperto di tecniche di interrogatorio la cui fama ha rilevanza mondiale.
E sarà proprio Rekke a rimettere tutte le carte in tavola. L’indagine preliminare verrà ben presto scartata, le sorti di Costa rimesse in gioco, la polizia si ritroverà senza piste e Micaela Vargas, poliziotta della comunità di Husby, sarà l’unica a non voler lasciar perdere. Rekke non risponde a ogni tentativo di suo contatto ma i due sono destinati a rincontrarsi seppur non in circostanze felici quanto drammatiche. I due inizieranno così una indagine serrata volta a risolvere l’arcano. Tra CIA, guerra ai talebani contro la musica, attualità. Ma chi era davvero l’arbitro? Era una vittima oppure dietro mentite spoglie era un carnefice?
Una storia che tiene bene il ritmo è quella proposta da Lagercrantz. Una storia che si legge rapidamente e che si lascia divorare senza difficoltà. Una storia, ancora, che ricostruisce il volto di un paese ancora oggi molto misterioso e di una Stoccolma multi faccia e multicolore, piena di ombre e non solo luce. I personaggi sono ben descritti, la trama ben sviluppata. Non forse il thriller più bello che abbia mai letto ma certamente consigliato a chi ama il genere e a chi ha voglia di leggere opere leggere con cui trascorrere ore liete.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Luglio, 2022
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Ma i killer vanno in pensione?

«Sapeva che i suoi successi erano commisurabili proprio alla loro anonimità. Ci vuole una bella resistenza per reggere a questa prova, e Walter se ne era dimostrato capace.»

Francesco Recami torna in libreria con un nuovo titolo molto attuale nei contenuti e molto accattivante nella sua strutturazione. Quello che abbiamo modo di leggere con “I killer non vanno in pensione” è un romanzo multi faccia e dove niente è come appare in quanto tutto muta, cambia e si plasma a seconda delle necessità e delle evenienze a cui le voci narranti vanno incontro.
Conosciamo prima di tutto Walter. Walter Galati che altro non è che un misero e meticoloso impiegato dell’INPS, un uomo senza speranza di carriera, bistrattato dai colleghi, sfruttato da questi che per indole e modus operandi sono nullafacenti e corrotti tanto da essersi aggiudicati il titolo de “La band dei Quattro” tante sono le somme che maneggiano e che malversano ma sottomesso e soggiogato anche negli ambienti della famiglia dove la moglie Stefania lo schiaccia con le sue pretese. Rancorosa e prepotente la donna non manca di sottolineargli le sue mancanze e di tradirlo con un gigolò. È sconfortato e affranto Walter. Lui che è condannato a un futuro tutto uguale, lui che da quella situazione sembra non riuscire a venirne fuori. Eppure, eppure, eppure, Walter nasconde un segreto, un segreto che lo vede in realtà essere un killer professionista assoldato da un’agenzia segreta e profumatamente pagato. Ma i killer possono andare in pensione? Sembra essere infatti giunto al suo incarico l’uomo.
Ed ecco il litorale veneto in quel della Treviso contemporanea a far da scenario con quel che è il cambiamento idrologico e ancora Monaco di Baviera dove Walter non è più Walter ma Marko Untersteiner di Bolzano, poliglotta dai modi eleganti e dal fascino misterioso.

«Walter lo sapeva che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Che quella di Procida fosse soltanto una trappola?»

Uno stile rapido che conduce per mano e che conferma ancora una volta le capacità di un autore che difficilmente delude le aspettative. Solido anche l’intreccio, ben cadenzato e dal ritmo ben ponderato. Buona anche la caratterizzazione dei personaggi e i temi trattati che riportano l’attenzione su scenari contemporanei che ben si fondono con quello che è il panorama attuale del nostro vivere.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    21 Giugno, 2022
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Più amarezza che miele

Sullo sfondo della Tangeri degli ultimi decenni si svolge la vicenda al centro del nuovo romanzo di Tahar Ben Jelloun pubblicato in Italia, lo scorso aprile, da La nave di Teseo all’interno della collana “Oceani” e presentato di recente all’ultima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Il famoso scrittore maghrebino ritorna nel nostro paese con una dramma familiare che, in verità, finisce per inserirsi in un altro, ormai incancrenito, di lunga data, raccontando al tempo stesso uno spaccato della società del Marocco, sempre ostaggio delle proprie contraddizioni più laceranti.
È straordinariamente abile Ben Jelloun a scandagliare gli angoli reconditi dell’anima della propria terra che lui, nativo di Fès, lasciò una cinquantina d’anni fa per prendere stabile dimora in Francia da dove, tuttavia, non ha mai rinunciato a gettare il suo sguardo attento sull’altra sponda del Mediterraneo. Ancora una volta Tangeri, città cosmopolita da cui sognano di partire i giovani, affascinati dalle luci d’Europa al di là dello Stretto, accoglie una storia che viene narrata attraverso più voci. In quelle alterne dei coniugi Mourad e Malika, principali protagonisti, domina l’infinita amarezza di una esistenza precipitata giorno dopo giorno nel baratro irreversibile dell’infelicità domestica; a esse si aggiungono le voci dei tre figli, soprattutto quella di Samia, adolescente che ama rifugiarsi nei libri e nella poesia e che sul principio degli anni Duemila subisce un abuso sessuale da parte di un insospettabile e rispettato editore che adesca giovani vittime con la promessa di pubblicazione sulla sua rivista letteraria. La “tragedia”, come viene ripetutamente chiamata, si abbatte imprevista sui genitori che finiscono per seppellirsi, come in una sorta di tomba precoce, nel buio seminterrato della loro casa “costruita quando tutto andava bene”. Il dolore per quanto accaduto, l’astio reciproco e l’amaro rimpianto per i tempi in cui l’amore tra loro era forse esistito (nei limite in cui questo possa nascere nei matrimoni imposti dagli usi locali) li accompagnano fino agli anni della vecchiaia, quando nella loro solitudine e nello spazio angusto del seminterrato fa la sua comparsa un giovane immigrato mauritano la cui voce si aggiunge alle precedenti in un intreccio narrativo ben riuscito dalla prosa intensa e coinvolgente.

“Il miele e l’amarezza” è indiscutibilmente un romanzo di denuncia attraverso il quale Ben Jelloun punta il dito non soltanto sul crimine dello stupro, in particolare ai danni di minorenni, ma anche sul quel misto terribile di rassegnata passività, ipocrisia e intima vergogna con cui esso viene vissuto dalla società marocchina in generale che preferisce far finta di non vedere, non parlarne e aggrapparsi ostinatamente a un senso dell’onore che, a tali condizioni, risulta già disonorato in partenza; in tutto questo schifo, inoltre, attecchiscono bene gli abusi da parte di chi, come i sauditi, arriva con borse piene di soldi e pensa di sfruttare l’altrui miseria, comprando a poco prezzo donne, uomini e, purtroppo, pure bambini.

“[…] La gente parla, ma nessuno fa nulla contro questo sistema di prostituzione che non si dichiara come tale […]”.

La denuncia dell’autore, come già in tanti suoi lavori, tocca senza mezzi termini anche altri aspetti del paese nordafricano: la corruzione, ben radicata e diffusa a livello capillare, in primis nell’ambito della pubblica amministrazione, e ormai considerata normale pratica poiché il cosiddetto “bakhshish” consente di rimpolpare modesti stipendi e garantirsi così una maggiore disponibilità economica (nella trama, Mourad, funzionario presso un ministero, viene costretto dalla moglie e dall’ambiente di lavoro a venir meno ai suoi principi e a piegarsi alla logica perversa delle bustarelle); l’immigrazione degli africani subsahariani, in transito verso la penisola iberica, e il razzismo da parte dei marocchini, i quali in molti casi, a quanto pare, si sentono meno africani degli altri; una sorta di irrigidimento dell’Islam, culminante da tempo nella costruzione di moschee e in un sempre maggior numero di donne velate negli spazi pubblici, mentre la scuola musulmana di diritto vigente in Marocco e nel Maghreb più in generale – quella malikita – è sempre stata tra le meno rigide in assoluto per quanto riguarda l’interpretazione dottrinale.

“[…] Un paese dove si costruiscono più moschee che scuole o ospedali è un paese finito. Non ne uscirà niente di buono. Possiamo pregare a casa, possiamo anche pregare dentro di noi, non abbiamo bisogno di una moschea. Mia madre, che era malata, ha pregato seduta per gli ultimi dieci anni della sua vita. Era molto religiosa. Diceva le sue preghiere in silenzio e non disturbava nessuno. Al giorno d’oggi, quelli che credono vogliono farlo sapere a tutti. Che orrore! Che arroganza […]”

Attraverso le parole di uno dei suoi protagonisti (che a tratti dà quasi l’impressione di essere il suo alter ego), Ben Jelloun esprime considerazioni del tutto condivisibili. Il suo è un linguaggio schietto su più fronti, sesso incluso, scevro di inutili edulcorazioni di sorta, probabilmente esecrabile in patria secondo certe ottiche ipocrite e bigotte anche se i suoi testi non vengono banditi dalle librerie del regno, ed è proprio per questo chiamare le cose con il loro nome che amo in modo particolare la sua scrittura; inoltre, ogni volta in cui leggo un suo libro, ho come la sensazione di ritornare nel Marocco che ho conosciuto e vissuto per diverso tempo in passato, ritrovando tra le pagine non soltanto luoghi, ma persino mentalità e modi di vivere della sua gente. Al di là della vicenda di fantasia, dunque, anche il romanzo in questione si rivela perfettamente aderente alla realtà locale.
Una lettura scorrevole, molto istruttiva e interessante. Non sarà forse il migliore Tahar Ben Jelloun, se paragonato a quello di diverse pubblicazioni precedenti, ma si tratta comunque di una prova più che buona dello scrittore marocchino che, come di consueto, non manca di suscitare nei lettori emozioni e riflessioni non di poco conto, anzitutto sul senso dell’umano vivere al di là di ogni possibile contesto culturale. E anche stavolta, infine, il miele è poco e l’amarezza tanta.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Giugno, 2022
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Una finzione animalesca

Roberto Alajmo, vive a Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro, Cuore di madre, E’stato il figlio, Palermo è una cipolla, L’arte di annacarsi. Con Sellerio ha pubblicato Carne mia, L’estate del ’78, Repertorio dei pazzi della città di Palermo, Io non ci volevo venire , la prima indagine con protagonista Giovanni Di Dio. Ora torna con una seconda indagine, intitolata La strategia dell’opossum. Un giallo divertente e molto ironico.
Qual è la strategia dell’opossum? E’:
“Il suo animalesco istinto di sopravvivenza gli suggerisce di fingersi morto per scoraggiare i predatori. Gli opossum quando si vedono perduti fanno così: svengono, simulando di essere morti. O perlomeo , è una simulazione in cui l’opossum è il primo a credere veramente, cadendo in un forma di coma detta tanatosi, che prevede anche l’ulteriore realismo di una emissione di liquido puzzolente dall’apposito sfintere. (…) a quel punto l’opossum, rimasto solo, si alza come se niente fosse stato e va a cercarsi qualche frutto da sgranocchiare a mo’ di festeggiamento per lo scampato pericolo.”
Ed è esattamente quello che Giovanni Di Dio , detto Giovà, cerca di fare in questo romanzo. Lui di lavoro fa il metronotte, ogni sera compie il solito giro di villette, controlla che sia tutto a posto, si siede in macchina e cerca di arrivare a fine turno senza colpo ferire. Vorrebbe solo essere lasciato in pace, a vivere e a mangiare senza occuparsi di nulla. Lui ha un dono:
“non hai idea di niente, non esiste un afferra cazzi n’tall’aria peggio di te, ma in un modo o nell’altro il risultato lo porti sempre a casa.”
Invece non può, perché sua madre glielo impedisce. Lei è l’espressione di:
“come funziona il maschilismo matriarcale, modalità fondante della società siciliana. E’ vero che tra le mura di casa è la donna che comanda, ma quando si palesa un potere superiore lei capisce che deve solo badare a limitare i danni.”
Così a Giova tocca l’ingrato compito di far luce sulla scomparsa di toni, promesso sposo, che abbandona la sorella di Giova, Mariella, sull’altare, provocando all’interno della famiglia, e non solo, una specie di tsunami potente e violento. Che cosa è successo mai a Toni? Cosa faceva il bel tomo a Torino in una non meglio precisata industria? Riuscirà Giova a trovare il bandolo della matassa?
Un giallo fortemente ironico, dove si sorride molto di fronte all’impicciato protagonista che, suo malgrado, riesce sempre a superare gli ostacoli e le difficoltà. Un giallo di genere, ricco di ombre scure, intrallazzi, mafiosi terribili, e vendicativi travestiti da agnellini, doppie vite, traffici illeciti e quant’altro. Un romanzo che diverte, per trascorrere un paio di ore in compagnia di un romanzo scritto bene, con arguzia e ricerca letteraria. Per sorridere un po’ e gustare un ottimo testo, composto da una trama ben congegnata e un finale a sorpresa, inaspettato e curioso.

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Consigliato a chi ha letto ed apprezzato anche il precedente, Io non ci volevo venire. Stesso protagonista.
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Giugno, 2022
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Lucy e il suo Wiliam che fu

«E sembrava che non ci fosse niente da fare. E niente infatti si fece. Perché io non riuscivo a parlarne, e William diventò meno felice e si andava chiudendo in tanti piccoli modi, accadde davanti ai miei occhi. Con questa consapevolezza continuammo a vivere le nostre vite.»

Avvicinarsi alle opere di Elizabeth Strout è sempre una esperienza di grande prosa narrativa e stilistica. Sia che si tratti di opere autobiografiche, racconti che di opere di narrativa focalizzate su storie di grande intensità e contenuto. Vincitrice del Pulitzer del 2008 con “Olive Kitteridge”, ogni sua pagina sa essere intrisa di eleganza e padronanza. Grazia e vita, empatia e speranza. Un caleidoscopio di emozioni che ogni volta sopraggiunge con diversa intensità nel lettore. Talune volte con maggiore incisione, altre con minore forza evocativa ma pur sempre mantenendo quel centro narrativo capace di lasciare al conoscitore interessanti esperienze di lettura. Questo perché in primo luogo i suoi narrati sono storie di vita, traumi, ricordi di vissuto, miserie del quotidiano ma anche fratture mixate a fragilità e perdita e solitudini. Sono storie di persone.
Torna ad essere protagonista Lucy Barton dopo “Mi chiamo Lucy Barton” e “Tutto è possibile”, opere che già la vedevano protagonista (Einaudi, traduzione a cura di Susanna Basso). Lucy ha adesso sessantaquattro anni. È una donna matura esattamente come mature sono le sue riflessioni. Sul primo marito William con cui esordisce in questo scritto, su quei ricordi che la vedevano convalescente in un letto d’ospedale in attesa della visita delle sue bambine con il papà che poi ha lasciato per i tanti tradimenti. Ed è importante dire che adesso Lucy è una donna di successo, con una carriera consolidata, con delle figlie con cui ha mantenuto un rapporto forte e premuroso, e ora anche vedova perché da un anno ha perso il secondo adorato marito, David. William dal suo canto di anni ne settantuno ed è sposato con la terza moglie, Estelle che di anni ne ha ventidue meno di lui. Ha una carriera di scienziato agli sgoccioli e una vita da vivere ancora.
Ed è proprio questo “Oh William” di cui al titolo a reggere la narrazione. Perché sarà proprio questo rapporto bonario con il primo marito a suscitarlo ogni volta con una diversa accezione. Ed è proprio di questo matrimonio che ora Lucy ci parla. Di un uomo che è stato prigioniero di guerra, di un tedesco, di lavori forzati, di una fattoria di patate nel Maine in cui si innamora, di un segreto mai svelato dalla madre e della madre. Ma soprattutto, Lucy per mezzo di Elizabeth, ci racconta dell’intimità e della distanza che caratterizza ogni persona e ogni legame con l’altro. Anche e soprattutto quando ci si sente in bilico, inadeguati, invisibili, irriconoscibili. Quando la distanza prende e la fa da padrona anche se noi vorremmo che così non fosse.
Non mancano ancora riflessioni sulla classe sociale, sulla realtà americana, su quella mobilità sociale che spesso è solo parvenza ma non anche verità. Non dimentichiamo che è proprio la Strout che per prima ha parlato della “white trash” i cd. bianchi poveri e cioè quella classe sociale senza possibilità d’appello e voce. Tra presente, passato, solitudine e insicurezze. Ancora, invisibilità. Perché la protagonista persiste a sentirsi tale. Nonostante la sua vita piena, un affresco di un doppio matrimonio, un equilibrio tra le figlie, un vivere denso e ben cadenzato.

«Va detto però che non ho mai afferrato i meccanismi del sistema di classi americano, perché io arrivavo dal fondo assoluto e quello è un marchio che non ti levi più. Voglio dire che non sono mai riuscita a superare le mie origini, la miseria, credo sia questo.»

“Oh William” è uno scritto di gran contenuto riflessivo, che conferma le capacità dell’autrice, che descrive e delinea un’altra fase della vita della protagonista che ha accompagnato le letture di molti conoscitori, ma è uno scritto che talvolta è un poco ridondante, che tende in parte ad arrovellarsi su se stesso. Questo per i fatti narrati, per l’età descritta, per lo stile narrativo volutamente scelto che è sempre elegante e ben strutturato ma che in questo caso finisce con l’essere anche ripetitivo tanto da rallentare la lettura e renderla a tratti più difficoltosa soprattutto nel ritmo che perde di intensità.
Nel complesso resta un buon titolo, uno scritto che approfondisce tematiche care alla romanziera, uno scritto che tocca corde intime e che non teme di mettersi a nudo. Perché alla fine ciascuno è un mistero, un mistero di se stesso, per se stesso e per il mondo di fuori.

«E poi ho pensato, Oh William! Ma quando penso Oh William!, non voglio dire anche Oh Lucy!? Non voglio dire Oh Tutti Quanti, Oh Ciascun Individuo di questo vasto mondo, visto che non ne conosciamo nessuno, a partire dai noi stessi? Tranne forse un pochino, un minimo sì. Però siamo tutti misteriose costellazioni di miti. Siamo tutti un mistero, ecco che cosa voglio dire. Potrebbe essere l’unica cosa al mondo che so per certo.»

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Giugno, 2022
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Miriam & Diego e il mondo dentro e fuori

«Negli occhi nerissimi teneva il coraggio che l’aiutava a campare fuori, nel rione e per le strade di periferia nell’esistenza precaria di ogni giorno, in quegli occhi Miki riconobbe il suo stesso convincimento, quello che tocca agli sfortunati: che l’altro sia il nemico da sconfiggere, e che dentro ogni essere umano ci sia un diavolo impossibile da estirpare. E sentì ancora una volta di trovarsi dalla parte sbagliata, lui prigioniero come lei, anche se in maniera diversa, prigioniero del suo lavoro, del passato, della famiglia, dei muri che la vita, il carceriere più crudele, gli aveva alzato attorno, della diffidenza costante che consuma e ti fa triste, solo, e morto, quella diffidenza che spesso basta a giustificare l’inganno altrui, perché chi in nessuno crede da nessuno verrà creduto.»

Il suo nome è Miriam. È una giovane e bella donna dagli occhi scuri e il carattere forte che mai mostra la sua fragilità al mondo che la circonda. Anche adesso, ancor più adesso. Adesso che la sua vita è approdata in un Icam, Istituto di detenzione attenuata, insieme a Diego il figlio di nove anni. La condanna, detenzione illegale d’armi, per proteggere forse altri, quel padre ancora più assente di cui il figlio ha ben poco ricordo. Diego che di anni ne ha nove e che non ha artigli per difendersi in quel mondo fatto di rione e strade, Diego che è troppo buono per il quartiere napoletano in cui è cresciuto e in cui è stato deriso per i suoi piedi piatti, gli occhiali e la pancia. Diego che tra queste mura cambia, cresce, acquista sicurezza in sé, Diego che impara a sua volta l’universo delle parole che la cara Melina annota e trascrive perché le “parole belle” devono essere custodite, Diego che muta volto, forma e faccia perché in quel mondo fuori ci deve ritornare. Lui che già conosce l’esclusione e l’isolamento. E ancora Miriam che non riesce a fidarsi del prossimo, soprattutto degli uomini. Che sente una morsa strapparle il respiro ogni volta che sente l’occhio maschile sul proprio corpo, Miram che non può mostrarsi debole e ancor meno può cedere. Miriam che non si fida e ancor meno affida. Una madre che cerca di tirar su forte e duro quel figlio che, al contrario, sorride a chi incontra perché nelle persone vede il buono.

«[…] Giacomo si chiese se l’accesso di rabbia che l’aveva pervaso non fosse solo invidia per Gramigna, che s’era liberato del desiderio di vivere, che rende inevitabilmente schiavi.»

E così, pagina dopo pagina, impariamo i ritmi di una vita dietro le sbarre. Una vita fatta da una parvenza di quotidianità, una vita tra divani e sbarre alla finestra perché pur sempre una condanna deve essere scontata. Ed ancora Melina che è una bambina fragile che ama le “parole belle”, le annota e cerca un ordine per quel mondo così disordinato e caotico. Ancora Amina fuggita dalla Nigeria che la vuole schiava. E Dragana che nei pensieri belli non riesce a credere. Anime devastate a cui si affiancano altrettante rose dai propri incubi. Tra queste vi è Miki, abbreviazione di Michele, che con la sua Tilde divide la vita ma che è schiacciato tra demone e desiderio, Greta con la sua ferita che non sembra aver ancora trovato una cura, Antonia che rifugge dalla monotonia. E Giacomo che rappresenta il confine tra mondo di fuori e mondo di dentro.

«[…] Capitava spesso negli ultimi tempi che la tristezza scendesse improvvisa sulle cose, a rubarsi il sorriso della mamma e il buonumore suo, allora in quelle occasioni lui strizzava gli occhi e provava a immaginarsi lontano, sul camion del babbo, a percorrere con lui una strada dritta in un giorno di festa, il vento d’estate che entrava dai finestrini, e suo padre allegro che mordeva un panino alla mortadella tenendo il grosso volante con una sola mano.»

Nato dall’esperienza diretta occorsa nel 2021 dall’autore in un Icam in provincia di Avellino (Icam di Lauro), “Le madri non dormono mai” è uno scritto meditato e cadenzato in cui si è protagonisti e non solo spettatori. Si cerca lo stesso abbraccio nell’altro, si cerca la possibilità di fidarsi e affidarsi, si osserva il paradosso del “mostro” che è sempre in agguato, pronto a coglierti di sorpresa. C’è ancora Napoli con i suoi paradossi fatti di arroganza, violenza e mancanza di opportunità mixata a una cordialità corale. C’è un dolore misto a speranza, ci sono silenzi che sono pause necessarie. Ci sono volti vividi e vivi che sono delineati con verità e concretezza.
E c’è la riflessione. Perché quando si è davvero liberi? Quando si è invece prigionieri? Qual è il confine tra prigionia e libertà? È possibile essere prigionieri anche in quello che è un mondo apparentemente libero e senza sbarre?
Lorenzo Marone torna in libreria con un romanzo con un grande obiettivo: quello di sensibilizzare il lettore e spronarlo a riflettere su tematiche importanti che vanno dalla detenzione penale, alle carceri, alla maternità, alla libertà.
Non mancano le assonanze con altri titoli del medesimo genere, anche di recente pubblicazione, non manca un ritmo ben cadenzato anche se talvolta più lento rispetto a quella che è la narrazione complessiva. Nel complesso una piacevole lettura in cui si ritrovano alcune tematiche care allo scrittore ma altrettante frutto di una chiara e ponderata meditazione dettata dall’esperienza in prima persona. Un buon prodotto per chi ama questo format.

«Te l’ho detto che la gente è cattiva, ma forse non è manco cattiva, è che non se ne fotte di niente, la gente, non se ne fotte se cambi o muori, se tieni paura o no, se tieni fame o stai bene. La gente, io ho capito questo, tiene a pensare solo ai cazzi suoi. E però ho capito pure un’altra cosa, che la gente non se ne fotte niente perché non conosce, perché quando incontri una persona e le vuoi bene allora te ne importa. Anche io ti ho incontrato, e ti ho conosciuto, e ora ci tengo assai a te. E quindi penso che bisogna muoversi e incontrare a tutti quanti nella vita perché se no non vuoi bene a nisciuno, ma allora che campi a fare? […] Vorrei essere più grande, così potrei venirti a cercare. E vorrei pure che tutti tenessero la dolcezza tua, perché il mondo sarebbe un posto bello assai. E invece così non ho l’ho capito se mi piace. Però quando mi viene la tristezza apro il quaderno e leggo le parole belle una a una e mi pare di vederle, mi pare di sentire il loro odore nel naso e davanti agli occhi mi appari tu e mammà, e anche quei giorni belli, e così la tristezza mi passa. Ciao Melina mia, ti mando un bacio sulla fronte, come facevo in carcere. A volte mi pare che quella cella è stata l’unica casa che ho avuto.»

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    09 Giugno, 2022
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LA STORIA DI YOELA E LEAH

L'incipit di questo romanzo è molto forte e toccante, una donna di nome Yoela è fuori in strada, davanti alla casa dove abita la figlia. E' lì ferma, da sola, che la guarda attraverso la finestra, vede anche il genero e le nipoti che non ha mai conosciuto. Ha compiuto un viaggio di oltre cinquemila chilometri per vedere da lontano l'amata figlia Leah che vive a Groningen, in Olanda.
La donna non si azzarda ad avvicinarsi a loro, a bussare alla porta ma osserva quello che accade da lontano, quasi si vergogna di essere riuscita a trovare la figlia, a vedere dove vive, come era andata avanti con la sua vita senza di lei. Non avrebbe nemmeno saputo come giustificare la sua presenza lì in quel momento e ad un certo punto decide di tornare a casa in Israele.
Leah ha abbandonato la sua casa e i suoi genitori molti anni prima, era successo qualcosa di drammatico che l'aveva portata a scappare via e a ricominciare una vita altrove. Cosa aveva spinto la ragazza ad andarsene? Cosa si era spezzato nel rapporto di complicità e reciproca fiducia che avevano sempre avuto le due donne?
Yoela non si aspettava nulla e non pretende di rientrare nella vita di sua figlia ma vuole solo assicurarsi, con i propri occhi, che Leah stia bene e che sia felice.
Inizia così la narrazione che viaggia tra il presente e il passato della vita di Yoela, il suo matrimonio con Meir, il rapporto con l'unica figlia, la paura della gravidanza, il suo essere madre, la voglia di un altro figlio, le preoccupazioni per la crescita e l'educazione di Leah.

"Voglio scrivere tutto di Leah ma è come se le parole dovessero passare attraverso la cruna di un ago.
Vorrei scrivere di lei senza parole ma è impossibile." (cit.)

Yoela ha un amore incondizionato per la figlia, a volte eccessivo e possessivo, ma l'amore di una madre non si può spiegare, questo traspare dalle pagine e attraverso il racconto della vita di questa donna capiamo quanto forte, disperato, potente sia questo sentimento. Un legame unico e speciale che lega una madre al proprio bambino.
Per Yoela, la paura inizia quando capisce di essere incinta, ma tutto il dolore e le preoccupazioni passano quando nasce Leah, non sa se il suo amore sarà mai abbastanza, se la figlia sarà felice, se come genitore fallirà o meno. Ma ci prova lotta contro se stessa, contro l'ansia che la pervade, con la paura che succeda qualcosa a sua figlia, la vorrebbe proteggere e salvare da ogni dolore, cerca di rassicurarla, di consolarla, la rimprovera raramente e cerca di darle una buona educazione e farla diventare una brava persona.

"La maternità cancellò tutto ciò che l’aveva preceduta. Non ricordavo piú cosa avessi programmato, cosa mi aspettassi, cosa temessi. Niente mi faceva piú paura." (cit.)

Nel corso della storia assistiamo al racconto di un dramma famigliare, Yoela non ha una famiglia perfetta, lei e Meir si amano però lei vorrebbe un altro figlio ma il marito no, i loro vent'anni di differenza si sentono molto, la protagonista cerca di tenere insieme la sua famiglia, di fare sempre la cosa giusta.
I legami famigliari sono difficili, a volte la famiglia può rappresentare un ostacolo, può essere un rifugio nel quale tornare nei momenti difficili ma non sempre è così. In una famiglia si commettono degli errori, ci sono litigi e incomprensioni ma di base c'è sempre l'amore, ma quando questo diventa eccessivo può intrappolare. E allora l'unica soluzione è scappare e forse un giorno tornare e ritrovare il calore di un abbraccio tra genitore e figlio.

"Non appena Leah finí di raccontare le cercai il viso, gli occhi, e vidi solo dolore. Una morsa di gelo le stringeva il cuore. Non capivo di che materiale fossa fatta mia figlia. La amavo in maniera insopportabile, forse impossibile, e odiavo quel ragazzo con la stessa intensità." (cit.)

L'autrice riesce a delineare la protagonista in maniera verosimile, trasmettendo al lettore tutte le sensazioni, le emozioni, i sentimenti e le paure che ha provato e le difficoltà del rapporto madre-figlia. E' una storia molto profonda e delicata e molte persone potranno identificarsi in essa, nelle difficoltà dei genitori ma anche in quelle di Leah.
E' un racconto sincero, senza filtri, che racconta una famiglia come tante, ma allo stesso tempo unica, della paura di amare troppo, di questo sentimento così difficile da controllare, di questa protezione eccessiva, che a un certo punto porta a una forte rottura.
Lo stile dell'autrice è lento, a volte un po' prolisso soprattutto nella prima parte, con frasi e capitoli brevi e pochi dialoghi.
E' un romanzo impegnativo a livello emotivo che ti dona una serie di emozioni differenti, ma che ho trovato molto intenso, profondo e che fa riflettere sul rapporto genitori e figli guardando e considerando entrambi i punti di vista.
Un libro che porta anche un messaggio di speranza, che può essere interpretato in maniera differente, un rapporto si può ricostruire e migliorare sempre se lo si vuole, si può perdonare e amare un figlio o un genitore anche lasciando che commetta qualche errore e c'è un momento in cui la separazione è necessaria per far crescere un rapporto, per recuperalo o per ricucirlo.

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kafka62 Opinione inserita da kafka62    04 Giugno, 2022
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L'ATTRAZIONE FAUSTIANA DELLA COSCIENZA CONDIVISA

“Mai fidarsi di una casa di marzapane!”

Nell’ultimo capitolo de “Il tempo è un bastardo” Jennifer Egan immaginava che il protagonista di quel racconto, Alex, cercasse di portare alla memoria Sasha, la ragazza insieme alla quale aveva trascorso una notte molti anni prima, ma alla fine era costretto a riconoscere di non ricordare praticamente nulla di quell’incontro, né come lei si chiamasse, né che aspetto avesse, e persino che cosa avessero fatto insieme. Quei dettagli erano stati completamente cancellati dal tempo, e questa sensazione era frustrante, “come quando cerchi di ricordare una canzone che ti ha fatto sentire in un certo modo, ma senza disporre di un titolo, del nome dell’artista, o anche solo di qualche accordo per richiamarla alla memoria”. Nello stesso libro, lo studente informatico Bix Bouton si trovava di notte con gli amici Rob e Drew davanti all’East River, prima di lasciarli alla loro tragica nuotata nel fiume, e all’auspicio di Drew (“Ricordiamoci di questo giorno, anche quando non ci conosceremo più”) aveva risposto: “Oh, ma noi ci conosceremo sempre. I tempi in cui ci si perdeva di vista sono quasi finiti […] Ci ritroveremo in un luogo diverso. Tutti quelli che abbiamo perduto, li ritroveremo. O saranno loro a ritrovare noi”. L’episodio era ambientato all’inizio degli anni ’90, e l’affermazione di Bix preconizzava l’avvento di Facebook e dei social media, che all’epoca di pubblicazione del romanzo, il 2011, si era ormai trasformato da anni in un fenomeno pervasivo e inarrestabile. Jennifer Egan deve essere rimasta affascinata dalle potenzialità narrative della nuova tecnologia digitale e della sua indissolubile interazione con la nostra vita di tutti i giorni, negli anni successivi affrontata con successo anche da altri autori, come Dave Eggers ne “Il Cerchio” o Richard Powers in “Smarrimento”, e nel suo nuovo romanzo, “La casa di marzapane”, ha voluto spingersi, con quel coraggio e quella capacità visionaria che da sempre la contraddistinguono, fino a immaginare un futuro in cui non solo è possibile condividere con chiunque canzoni, fotografie e informazioni (come normalmente facciamo con Youtube, Instagram e Whatsapp), ma addirittura i ricordi e le sensazioni private dell’intera esistenza. “Riprenditi l’inconscio” viene inventato proprio dal già citato Bix Bouton, nel frattempo diventato un guru del mondo digitale, e la scintilla all’origine di tutto è, guarda caso, l’episodio con Rob e Drew di quasi vent’anni prima, che si rivela sfuggente ed elusivo in maniera sconfortante (“Dov’era rimasto nascosto quel ricordo, fino a quel momento? E dov’era il resto: la voce di Rob, e quella di Drew, e tutto quello che avevano detto e fatto in quell’ultima mattina della vita di Rob? […] Sentì il mistero del proprio inconscio simile a una balena che fluttuava invisibile al di sotto di un minuscolo nuotatore. Se non era capace di consultare o di recuperare o di vedere il suo passato, allora quel passato non era veramente suo: era perduto”). La nuova tecnologia di Bix sembra fin da subito una sorta di incantesimo, di bacchetta magica capace di esaudire i nostri più reconditi desideri. In fondo, chi non vorrebbe rivivere il giorno in cui si è innamorato, ha scalato una vetta himalayana o ha imparato per la prima volta ad andare in bicicletta? Senza parlare della possibilità di rivedere in maniera vivida amici perduti o familiari scomparsi. Esternalizzando il contenuto della propria coscienza in un hard disk apposito, il Cubo della Coscienza, tutto questo diventa possibile. Ma non è tutto. Caricando la memoria su un collettivo condiviso, una sorta di “cloud”, si ha la possibilità di accedere ai pensieri anonimi e ai ricordi di tutte le persone che hanno accettato di fare altrettanto: come dire che diventa possibile sperimentare il raduno di Woodstock o la caduta del muro di Berlino attraverso gli occhi di chi quel giorno c’era! E’ una cosa apparentemente meravigliosa, allettante oltre ogni più audace speranza, e difatti la Egan immagina che l’invenzione di Bix abbia un successo enorme, planetario, al punto che diventa abituale regalare il Cubo della Coscienza a tutti i neo-ventunenni come regalo per festeggiare l’entrata, oltre che nella maggiore età, anche in una nuova, incommensurabilmente più ampia dimensione esistenziale. Ma, ovviamente, c’è un grosso “ma”. Come abbiamo imparato con l’avvento di Internet, nulla è davvero gratis. Napster e i suoi emuli, ad esempio, ci hanno permesso di condividere una moltitudine enorme di canzoni, ma questo ha giocoforza comportato una grave crisi dell’industria discografica, e lo stesso può dirsi di quella cinematografica e, in una certa misura, anche dell’editoria. Il più grave danno, quello forse meno percepibile a prima vista, ma evidentissimo nelle sue conseguenze a lungo termine, è la rinuncia alla propria privacy. Se qualcuno si chiedesse come sia possibile accedere illimitatamente a video, immagini e informazioni nella rete, e dove i vari Facebook, Twitter e Whatsapp traggano i loro guadagni, la risposta non potrebbe che risiedere nella mole di dati personali che ogni giorno accettiamo di cedere, acconsentendo senza pensarci troppo ai cookie che ci vengono proposti. Non c’è nulla di orwelliano in questo, la rinuncia alla privacy è accettata volontariamente, anzi a cuor leggero, a fronte di una contropartita in apparenza molto più remunerativa e gratificante. Anche “Riprenditi l’Inconscio” funziona così, anzi il suo fascino è un irresistibile canto delle sirene cui non è possibile resistere, una droga che crea una fatale dipendenza, e non è un caso che sia proprio la tossicodipendente Roxy a essere nel romanzo la più entusiastica fautrice del Cubo della Coscienza, il quale le offre l’illusoria e ingannevole impressione di poter finalmente “lasciare la sua impronta” nel mondo. E’ in questo problematico contesto che la Egan immagina che, a fronte della stragrande maggioranza che considera la nuova tecnologia alla stregua di un progresso enorme, epocale per l’umanità, una invenzione da cui non si può prescindere senza dover rinunciare a una parte essenziale della propria personalità, vi siano invece persone le quali, avendo subodorato i pericoli ad essa connessi (la rinuncia alla propria intimità, perché se è vero che tu sai tutto di tutti, è altrettanto vero che tutti sanno tutto di te; l’impoverimento della vita sociale, dal momento che i rapporti finiscono per esaurirsi in una narcisistica e fondamentalmente inautentica esibizione del proprio ego; il ripiegamento nel passato, che diventa, con la possibilità di riviverlo senza più amnesie, fin nei minimi dettagli, molto più interessante del futuro), cercano di eludere la propria identità digitale, e delle organizzazioni “resistenti” (che mi hanno ricordato un po’ gli esuli guidati da Granger di “Fahrenheit 451”) che li aiutano in questa opera, al fine di boicottare la creazione di Bouton.
“La casa di marzapane”, alla luce di quanto detto finora, sembra il libro ideale per un gruppo di discussione che si proponga di analizzare i pro e i contro delle nuove tecnologie digitali. Jennifer Egan è chiaramente consapevole di questo aspetto, ma fa di tutto per non ridurre la sua opera al rango di un facile pamphlet. Il suo atteggiamento non è sfacciatamente partigiano, perché se da una parte mette in risalto i rischi di “Riprenditi l’Inconscio”, dall’altra non nasconde i suoi risvolti positivi: “la giusta sanzione per decine di migliaia di delitti rimasti impuniti; lo sradicamento totale della pornografia infantile; la riduzione netta dei casi di Alzheimer e demenza senile mediante re-infusione di coscienza integra precedentemente salvata; la conservazione e la rinascita di lingue quasi morte; il ritrovamento di schiere di persone scomparse”. Quello che per la Egan è il vero aspetto dirimente della questione, al di là di tutti i vantaggi e i rischi finora considerati, è soprattutto questo: “Riprenditi l’Inconscio”, con la possibilità che dà a chiunque di rendere consultabili in forma anonima le coscienze di tutti, genera un eccesso di informazioni da cui si rischia di venire sommersi. Sapere tutto è in fondo la stessa cosa di non sapere nulla. E siccome “non tutte le storie meritano di essere raccontate”, il risultato finale di questa pletora di informazioni sarebbe la morte delle storie, la fine dell’immaginazione. Pensiamo per un attimo alla sorte della “Recherche” di Proust se all’epoca ci fosse stato il Cubo della Coscienza: non ci sarebbe stato bisogno di alcuna madeleine per riesumare miracolosamente il passato, e al posto del selciato sconnesso di palazzo Guermantes sarebbe stato sufficiente un anonimo hardware dove esternalizzare la propria coscienza e un banale visore per far risorgere dall’oblio, senza alcuna fatica, Swann e Odette, madame Verdurin e il barone di Charlus. Il prezzo che il mondo avrebbe pagato per l’irrisoria facilità di accesso al proprio passato sarebbe stato la perdita di un insostituibile capolavoro della cultura, e la precisione delle informazioni ottenute sarebbe inevitabilmente andata a detrimento della poesia. “La casa di marzapane” può essere quindi letto come una sorta di inno all’immaginazione, alla capacità della letteratura di creare e condividere storie in maniera migliore di quanto la tecnologia digitale, con le sue sterili e anodine funzionalità, è in grado di garantire. Per fare una similitudine molto approssimativa ma efficace, l’arte starebbe alla tecnologia come l’erotismo alla pornografia. Il personaggio che meglio incarna questa posizione è sicuramente quello del figlio minore di Bix Bouton, Gregory, l’aspirante scrittore che al termine del romanzo ritrova la vena creativa perduta: “Gregory fissava, folgorato, la neve che gli cadeva addosso come detriti spaziali, disordinati stormi di uccelli; come se l’universo volesse svuotarsi. Capì subito il senso di quella visione: le vite umane, passate e presenti, intorno a lui, dentro di lui. […] Una galassia di vite umane che precipitavano verso la sua curiosità. In lontananza, sfumavano nell’uniformità, ma si muovevano, ognuna spinta da una forza singolare e inesauribile. Il collettivo. Riusciva a sentire il collettivo senza bisogno di macchinari. E le storie di questo collettivo, infinite e particolari, sarebbe toccato a lui raccontarle.”
Nonostante tutto quello che si è detto finora, si cadrebbe in un imperdonabile errore se si pensasse che l’invenzione di Bix Bouton è sempre, ossessivamente al centro del romanzo, monopolizzando ed esaurendo le sue potenzialità narrative. Al contrario, “Riprenditi l’Inconscio” fa da semplice, anche se costante, sfondo alle tante storie del libro, come una cosa che, per quanto rivoluzionaria, è stata ormai assimilata da tutti, e non c’è più bisogno di essere didascalicamente spiegata da ogni personaggio. Pensiamo, per fare un esempio, a Internet e a come la rivoluzione digitale ha cambiato la nostra esistenza: ebbene, nella normalità delle nostre giornate, non riflettiamo quasi mai sulla costante presenza degli smartphone, dei device digitali, delle piattaforme di condivisione e dei social media, dandoli praticamente per ovvi, per scontati, anche se grazie a essi le nostre abitudini di vita non sono più le stesse di qualche anno prima. Allo stesso modo, “Riprenditi l’Inconscio” di Bix è già presente come una realtà normale nella maggior parte dei capitoli, e il lettore si trova praticamente catapultato in media res, costretto a destreggiarsi per capire cosa siano i “gray grabs” e quale ruolo abbiano nel sistema i “contatori”, i “proxy” e gli “elusori”. L’impressione non è quindi quella di un romanzo distopico e fantascientifico, ma al contrario di un romanzo che racconta, se non proprio l’oggi, di certo un domani imminente, ormai alle porte, con l’ottica di chi ha proprio di fronte agli occhi, se solo si sforza di afferrarlo, il cambiamento nel momento stesso in cui si sta producendo. L’apparizione stessa nel romanzo dei personaggi già conosciuti ne “Il tempo è un bastardo” ha l’effetto di cucire insieme passato, presente e futuro, con il risultato di rendere tutto estremamente verosimile e naturale. Ne “La casa di marzapane” i personaggi del libro di undici anni prima ci sono praticamente tutti, come inattese e sorprendenti agnizioni, che la ispiratissima prosa della Egan riesce a orchestrare con un sapiente dosaggio lungo tutto il romanzo, il quale assume in un certo senso la forma di un complesso mosaico in cui ogni pezzo rimanda, con una sorta di inevitabile necessità, a un altro tassello vicino, e questo a un altro ancora, con un affascinante effetto domino il cui esito è un universo sì autoreferenziale, in cui però è estremamente naturale da parte del lettore rispecchiarsi. Tale era l’appeal di personaggi come Bennie, Sasha, Lou, Dolly o Bosco che deve essere sembrato naturale alla scrittrice di Chicago dar loro un ulteriore sviluppo, seguirli ancora un po’ nelle loro traiettorie esistenziali. A eliminare ogni effetto nostalgia è però il predominio diegetico acquistato dalle nuove generazioni, personaggi che non fanno rimpiangere, dal punto di vista narrativo, i loro progenitori. Alcuni di loro sono costruiti in maniera esemplare, con una poliedrica complessità e una affascinante problematicità (come Alfred, ossessionato dall’autenticità a tal punto da cercare di provocarla inducendo negli altri, con le sue immotivate urla in pubblico, reazioni di profondo disagio, o Molly, con il suo costante assillo di stare con gente “cool” e la paura adolescenziale di non venire accettata, di essere scartata) tali da renderli tra i più interessanti caratteri scaturiti dalla letteratura contemporanea.
Lo schema narrativo de “La casa di marzapane” è in fondo lo stesso de “Il tempo è un bastardo”: ogni capitolo è appannaggio di un personaggio diverso, normalmente apparso come figura secondaria in uno dei capitoli precedenti, con l’uso ora della prima ora della terza persona singolare (ma, nel brano riservato a Lulu, persino della seconda persona plurale), e i singoli capitoli, ambientati in epoche diverse (si va suppergiù dal 1965 al 2035, con un fugace accenno addirittura al 2070), potrebbero anche essere letti come racconti a se stanti, senza per questo perdere nulla del loro fascino. Oltre alla cronologia e al punto di vista, a differenziare le varie parti del romanzo è poi lo stile, che cambia a seconda dei personaggi: nel capitolo dedicato a Chris, il suo lavoro di programmatore fa sì che ogni situazione che si trova a vivere venga inconsciamente trasformata in una formula algebrica, in un algoritmo; la storia spionistica di Lulu è scritta interamente come una serie di messaggi e di istruzioni operative della lunghezza di un “tweet”; “Vedi sotto” è invece composto di sole e-mail, una sorta di rivisitazione contemporanea del romanzo epistolare di una volta. A distinguere maggiormente “La casa di marzapane” dal suo illustre predecessore è invece la sua atmosfera. Se “Il tempo è un bastardo” era una profonda e originale riflessione sul tempo e sul fatto che il trascorrere degli anni tende a far emergere impietosamente lo scarto nei confronti dei sogni e delle aspettative della propria giovinezza, l’ultima opera della Egan è in apparenza meno pessimistica (alla fine Lulu si riconcilia con il padre famoso che era scomparso precocemente dalla sua vita, Gregory supera il suo paralizzante blocco dello scrittore, Lincoln sposa, nonostante il suo autismo, la ragazza di cui si è innamorato, Miles, dopo aver perfino tentato il suicidio, si lancia con successo nella carriera politica), ma dietro a tutte le sue storie di caduta e di redenzione c’è il sottile, subdolo sospetto che l’umanità abbia dovuto accettare una sorta di patto faustiano per riuscire a realizzare la propria felicità, ed in questo diabolico accordo abbia perso irrimediabilmente la propria anima.
A conclusione di queste riflessioni, ritengo di poter affermare che, per tutti coloro che hanno amato “Il tempo è un bastardo”, “La casa di marzapane” sia un libro davvero imprescindibile: pur essendo bandita ogni vieta nostalgia, pur non essendoci alcun facile ricorso alla serialità oggi così tanto di moda, la presenza di personaggi a cui ci si era affezionati garantisce un effetto di confortevole familiarità. Per quelli che invece quell’opera non l’hanno mai letta, è l’occasione ideale per scoprire un talento narrativo genuino e anticonvenzionale, una scrittura in grado di riportare in auge un genere che mi verrebbe da definire “postmodernismo 2.0”, uno stile che a tratti (il capitolo “i, il Protagonista”, ad esempio ) mi ha ricordato il miglior Wallace, pur essendo profondamente personale, e una visione che, benché proiettata nel futuro, non si crogiola mai nella distopia, ma propone, senza bisogno di parallelismi e di metafore, una efficace chiave di lettura per interpretare il nostro complicato e confuso tempo presente.

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"Il tempo è un bastardo" di Jennifer Egan
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    03 Giugno, 2022
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Omicidi in collegio

Jazmine Hunter-Coughlin, per gli amici Jazz, per i colleghi londinesi, invece, detective ispettrice Hunter, sta faticosamente rimettendo assieme i pezzi della sua vita. Tradita dal marito, poliziotto pure lui, che aveva una relazione con una collega più giovane, ha piantato tutti e tutto, s’è fatta un lunghissimo viaggio in Italia e, poi, s’è trasferita a Norwich con l’intenzione di lasciare per sempre la polizia. Qui la raggiunge il suo (ex?) capo che la prega di accettare un ultimo caso (proprio lì, nel Norfolk), almeno per fare una prova, prima di confermare definitivamente le dimissioni.
Un ragazzo è stato trovato morto a Fleat House, apparentemente per cause naturali, ma conviene andare a fondo nella questione, visto che Charlie Cavendish era figlio e nipote di autorevoli personaggi del Regno Unito che vogliono vederci chiaro.
Fleat House è un pensionato studentesco collegato alla St. Stephen School. Si tratta di una cupa e cadente residenza in cui il passato, anche macabro, sembra ancora aleggiare tra i vecchi muri. Lì, nella sua camera, Charlie sarebbe morto per shock anafilattico: era allergico all’aspirina. Tuttavia, perché il ragazzo ha ingoiato due pasticche di ciò che per lui era veleno, invece di assumere le solite compresse per il controllo dell’epilessia? E se le pillole gli fossero state sostituite dolosamente?
A complicare la faccenda, un paio di giorni dopo, viene trovato morto, suicida, il prof. Hugh Daneman, uno dei responsabili della residenza studentesca, uno dei pochi che avrebbe potuto sostituire le pillole di Charlie. Scavando tra i segreti della scuola si scopre pure che il giovane Cavendish era un bullo che terrorizzava i ragazzini più piccoli, uno in particolare, Rory Millar, il cui padre, prima stimato broker londinese, a seguito di una serie di traumi (licenziamento, divorzio, alcolismo) è divenuto instabile e, forse, pericoloso. Ma possono esserci pure altri moventi: rancori non sopiti, intrighi familiari, segreti inconfessabili e antiche rivalità che animano i vari protagonisti della storia.
Ai problemi professionali Jazz dovrà aggiungere quelli personali: la casa da ristrutturare, il padre anziano e invalido con una salute fragilissima, l’ex marito che ritorna a pressarla insistentemente perché tornino insieme. Insomma un vero caos: riuscirà a venire a capo di tutto?

Lucinda Riley è stata una famosa scrittrice di romanzi storico-sentimentali e questo libro, scritto nel 2006 e mai uscito dal cassetto sino alla sua morte, avvenuta l’anno scorso, è la sua prima e unica prova nel campo dei thriller e polizieschi. In tutta onestà, questo fatto traspare abbastanza dalla lettura. Si nota, infatti, come la scrittrice si trovi più a suo agio quando si occupa della sfera emotiva e familiare della protagonista. In quegli episodi, che rubano spazio alla vicenda principale senza tanto contribuire a dar maggior spessore ai personaggi, si percepisce una migliore attenzione e partecipazione, forse pure con schegge di esperienze autobiografiche. La storia poliziesca, invece, è abbastanza convenzionale, non mal scritta, anzi, ma ingessata entro uno schema già troppo spesso utilizzato: la scuola inglese con i suoi rigidi rituali nei seriosi palazzi vittoriani cupi e vagamente minacciosi; fugaci apparizioni di sagome che scrutano dalle finestre; oscuri intrecci familiari e segreti gelosamente custoditi che ammorbano i rapporti tra le persone; una lenta indagine alla Miss Marple (non a caso più volte evocata dai protagonisti) che si scontra con reticenze e omertà di casta. Insomma, nel romanzo possono trovarsi quasi tutti i cliché del genere. Anche l’epilogo non sorprende più di tanto.
Il collage che se ne ottiene è un racconto ben articolato e con un giusto ritmo che mostra come l’A. abbia piena padronanza delle varie tecniche letterarie e delle regole per tener vivo l’interesse del lettore. Tuttavia in me non è scoccata quella scintilla che spinge a divorare le pagine una dopo l’altra. Anzi, sul finire, sono subentrati pure un po’ di stanchezza e un recondito desiderio di arrivare il più presto possibile alla conclusione. Ciò, nonostante i periodici colpi di scena e i cliffhanger che scandiscono abilmente la narrazione. Non contribuisce ad accrescere il piacere della lettura la lunghezza del testo, quasi 500 pagine (troppe per un thriller tutto sommato monotematico) e le frequenti digressioni dalla vicenda principale.
In definitiva ne è uscito un libro di discreto interesse, ben costruito e pensato, ma sicuramente migliorabile. A questo punto dispiace che il figlio dell’A., che ne ha curato la pubblicazione, abbia ritenuto di non poter o voler mettere mano al testo della madre in una operazione di editing che, probabilmente, avrebbe migliorato l’opera, evitando alcuni scivoloni logici e, soprattutto, rendendola più agile e scorrevole.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    03 Giugno, 2022
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Un caso come tanti

Se un lettore volesse star dietro a tutte le serie di romanzi che la letteratura ci propone al giorno d’oggi, non gli basterebbe un secolo per seguirle tutte. Una di queste è quella creata da Joël Dicker e il suo Marcus Goldman, che fa il proprio esordio in quel romanzo di strepitoso successo che è “La verità sul caso Harry Quebert”, che ha spammato i nostri social, le librerie e le televisioni per un tempo davvero lunghissimo. Dunque un ritorno del protagonista era assolutamente annunciato (e in fondo già avvenuto con “Il libro dei Baltimore”) ed ecco che ci si ripresenta con “Il caso Alaska Sanders”, probabilmente il secondo di una lunga serie di casi che Joël Dicker è deciso a regalare ai propri lettori.
Ma vale la pena leggere questo romanzo? Certo la narrazione scorre facilmente, è un libro che come ogni buon thriller si lascia leggere e ci porta nell’intricata rete delle indagini che hanno al centro l’omicidio di Alaska Sanders, giovane modella e aspirante attrice uccisa oltre dieci anni prima della timeline del romanzo. Goldman, in qualche modo, rivangherà questo omicidio e porterà alla luce come, probabilmente, di questo delitto siano stati puniti ben due innocenti. Fato vuole che ad occuparsi del caso, all’epoca, era Perry Galahowood: questo permette all’autore di riformare una coppia che funziona e unirla definitivamente per i casi a venire, finché morte non li separi. In certi tratti, tuttavia, ho notato più di una forzatura: i testimoni vengono interrogati tantissime volte, perché ogni volta si inventano una balla diversa e gli investigatori devono tornare da loro e dirgli di smetterla di fare i cattivi, altrimenti finisce male; molti elementi dell’indagine si incastrano troppo a fagiolo, in modo che l’intricata rete dell’assassino possa reggersi in piedi, e quando questa si sbroglia si rivelano nella loro artificiosità.
Il racconto non ha nulla di troppo originale, è un omicidio come lo si può ritrovare in tantissime altre serie thriller e questo forse influisce sulla curiosità del lettore, che seguirà sì il dipanarsi degli eventi ma sarà trascinato avanti semplicemente dalla voglia di scoprire il colpevole e senza molti altri interrogativi. Ma un omicidio è un omicidio, mi direte, cosa può inventarsi un autore a riguardo? Guardate la prima stagione di True Detective, e poi ne riparliamo. Vi dico solo una cosa: i dettagli. Quello di Alaska Sanders è una storia come tante altre, che è piacevole ma non riesce a spiccare nel panorama del genere, in cui più che distinguersi per originalità e cercare di raccontare qualcosa che possa elevarsi al di sopra degli altri sembra che gli autori si limitino a trovare la formula che funziona meglio, quella che può accalappiare il maggior numero di persone, e una volta ogni uno-due anni sfornare un libro nuovo con cui tenerli occupati. Joël Dicker non mi sembra faccia eccezione.
Sarò troppo severo? Forse lo sono. Il thriller è in fondo qualcosa con cui passare il tempo, e non è certo da biasimare un autore che decide di dedicarvisi. È vero, ma ci sono alcuni autori che riescono a trascendere il genere a cui appartengono e raggiungere vette più alte: penso a King per l’horror, a Ray Bradbury e Stanislaw Lem per la fantascienza… chi si offre per trascendere il genere del thriller? Ci è riuscito Nic Pizzolatto, ma con una serie tv… attendiamo la svolta letteraria.

“Apparenze, scrittore. Le apparenze sono il collante della nostra vita sociale. Ma nell’intimità delle nostre case, tutto crolla.”

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    03 Giugno, 2022
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Il mistero case Marsi

Giampaolo Simi, soggettista e sceneggiatore, è autore della fiction “Nero a metà”. Con Sellerio ha pubblicato Cosa resta di noi, La ragazza sbagliata, Come una famiglia, I giorni del giudizio e Rosa elettrica . Ora torna sempre con Dario Corbo ne Senza dirci addio, un giallo oscuro, ricco di atmosfera e di mistero.
Dario Corbo, ex cronista di nera, è in crisi familiare: con la sua e moglie Giulia non fa che litigare, e con suo figlio Luca devono affrontare un processo che vede quest’ultimo commettere un atto grave, che gli segna la vita, per il quale dovrà pagare un alto costo giudiziario. Ma una sera riceve una notizia inaspettata: Giulia viene trovata morta in un campo investita da un camioncino bianco. Chi ha potuto commettere un atto del genere? E’ un incidente o un omicidio? Ci sono alcuni punti oscuri che Dario , in ricordo della moglie e per cercare di placare almeno un po’ il dolore del figlio, decide di approfondire. Anche senza l’aiuto dei Carabinieri, che brancolano totalmente nel buio.
In primo il luogo in cui è avvenuto il fatto: un ambiente sinistro dove molti anni prima è avvenuto un avvenimento tanto oscuro , quanto sinistro, passato alla storia come “il caso delle Case Marsi”:
“ci sono delle stranezze. Prima fra tutte l’idea di Ivan Dardano di rapinare proprio la casa di un carabiniere, uno che almeno una pistola in casa ce l’ha. Chi fa questo genere di lavoretti studia, si informa, si prepara … (…) e l’ultimo posto dove tenere gioielli o contanti. Comunque sia niente mi suona più fasullo di una rapina in casa di un carabiniere.”
Riuscirà Dario a venirne a capo? A che prezzo?
Un giallo nero, ricco di colpi di scena, con una trama ben organizzata e ben pensata.
La prosa è fluida, e ricca di una sottile ironia che conferisce al romanzo un tocco di apprezzamento in più. E’ una storia nella storia, dove i personaggi sono ben descritti al punto di immaginarli in carne ed ossa, e la parte dialogata è in perfetto equilibrio con la prosa. Un giallo di qualità per uno scrittore che riconferma ancora una volta il suo talento.

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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    01 Giugno, 2022
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Manca qualcosa

Questo romanzo di Flanagan contiene tanti temi importanti e interessanti, ma manca di qualcosa. Intanto manca di omogeneità: nello stille, nelle tematiche, nella definizione dei personaggi, nell’essere-non essere onirico o surreale. Lo è in parte e mai abbastanza, per cui risulta un’accozzaglia di cose male amalgamate.
Per esempio nelle prime pagine c’è una stranezza stilistica che poi viene accantonata per una scrittura tradizionale.
“Me-merdosissime prigioni fi-fi-fingono festa fendendo le onde di Hobart sembra il paese dei balocchi vogliono tutti avere sette anni? Sì no chissà
Il tema: sembrerebbe la morte e l’accompagnamento alla morte con le sue problematiche (accanirsi nelle cure o lasciar andare?) per virare all’ambiente e al senso della vita e delle cose.

Oppure i personaggi: c’è la madre moribonda Francie con i tre figli Anna, Tommy e Terzo. Tommy è definito schizofrenico nelle prime pagine ma fa i discorsi più sensati ed è lui ad accudire la madre e ad avere con lei il rapporto più empatico. Poi è il figlio di Tommy ad essere definito schizofrenico ma lo troviamo al capezzale della nonna mano nella mano come una persona affidabilissima. Poi è Anna che vede sparire parti del suo corpo. I temi sono tanti, forse troppi: la morte, l’accanimento terapeutico, il senso della vita, il rapporto uomo-ambiente, i rapporti famigliari. Ci sono gli incendi che hanno afflitto quella parte del mondo. Un’ornitologa Lisa Shahn piomba sul finale del romanzo quasi dal nulla. Tanti argomenti anche interessanti ma sorvolati. La chiusa surreale che si impianta su una storia non abbastanza surreale e che resta un po’ a sé. Come l’idea di Anna di lasciare il lavoro per fare altro che cade come fulmine a ciel sereno sul lettore. O il suicidio del fratello più pragmatico ipotizzato dal niente dei suoi discorsi. Mi pare un minestrone di tante cose poco amalgamate che fatica ad avere uno stile definito e una personalità.
A me piace molto il surreale e anche le tematiche impegnate, o l’inserimento di dettagli irrealistici in una trama realistica come fa Bolano. Ma a questo romanzo manca qualcosa. Non ha spina dorsale, non ha una personalità sua definita e anche se lo stile come proprietà di linguaggio è buono, poi però si perde in mille rivoli. Non riesco a cogliere la profondità e la poesia e l’impegno che vorrebbe avere. Manca di qualcosa che si è cancellato come è successo al corpo di Anna. Andava ripensato meglio e integralmente.

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Libri per ragazzi
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    30 Mag, 2022
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Nica e rigel

Questo è un romanzo per adolescenti o per appassionati di storie d'amore tormentate. Gli ingredienti per questi generi ci sono tutti: due ragazzi di diciassette anni, con un rapporto difficile da definire, quasi due calamite che si attraggono, ma che poi arrivati a un certo punto invertono i poli e con violenza si spingono lontano fino ad andare a sbattere. Dagli angoli opporti del mondo, si leccano le ferite, ognuno per conto loro e si chiedono che cosa gli stia succedendo. C'è poi, una storia triste alle spalle, protagonisti di una bellezza difficile da eguagliare, qualche scena pruriginosa che non arriva ad avere cinquanta sfumature di grigio, ma qualcuna sì. Infine un segreto da nascondere, gelosie e tanti ostacoli alla realizzazione di questo amore. Insomma, per gli appassionati del genere tutto quello che serve, per chi non lo è invece, leggibile con un po' di fatica, anche se nel complesso non del tutto da bocciare.
La storia è quella di Nica, il nome di una farfalla e di Rigel, il nome di una stella, che crescono in un orfanatrofio, con un rapporto ambiguo. A diciassette anni, quando hanno perso le speranza di entrare in una famiglia vengono presi in affido dalla stessa famiglia. Da qui inizia la storia di una ragazzina desiderosa ad ogni costo di avere una famiglia, stupita da ogni manifestazione di affetto, dei nuovi genitori e degli amici di scuola. Infantile e ingenua, con le dita coperte da cerotti colorati, sembra del tutto al di fuori della realtà e all'opposto delle teenager di oggi. Terrorizzata da quel ragazzo con cui vive e che non può evitare di incontrare, ma che la attrae, e allo stesso tempo le fa paura. Il suo istinto però è quello di essere gentile e di aggiustare la cose rotte anche a costo di farsi male.
Lui invece, di una bellezza irraggiungibile e dotato di talento e intelligenza, è una calamita per le ragazza, ma allo stesso tempo è anche capace di momenti di crudeltà e di scatti di ira inspiegabili se non con qualche terribile segreto contenuto nella suo fascicolo e noto a pochi. Col tempo scoprono di essere l'uno il fabbricante di lacrime l'uno dell'altro. Quell'essere a cui non si può mentire che è in grado di darci la capacità di piangere di dolore, di gioia e di farci provare sentimenti. In sostanza colui per il quale vale la pena di vivere, alzarsi e respirare ogni giorno.
Secondo il mio gusto non è un brutto libro, se lo dicessi farei un torto alla sua autrice che tra l'altro ha avuto un consenso piuttosto ampio da parte del pubblico. Mi è piaciuto che abbia toccato anche temi sociali, che abbia lavorato molto sui personaggi fornendo dapprima una visuale che ce li faceva sembrare obiettivamente poco sani di mente, per poi piano piano portarci a prenderli in simpatia, e poi fornirci gli strumenti per rendere plausibile il loro modo di comportarsi. Trovo però che ala fina abbia scelto la strada più facile con un finale che strizza l'occhio al pubblico romantico, ma che lascia il tempo che trova per chi invece cerca qualcosa di più realistico. Nel complesso un libro ingenuo, che non sfiora le complicate dinamiche che ci sono in una coppia che prevedono degli equilibri non realizzabili solo con sentimenti ed attrazione erotica. Lo stile è nel complesso gradevole e abbastanza chiaro, forse in alcuni punti lo avrei alleggerito, magari tagliando anche sul numero delle pagine.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    22 Mag, 2022
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Notte al museo

Il lettore che si accosti a questo libro nella convinzione di immergersi nella lettura di un romanzo – come la sinossi potrebbe, in parte, indurre a credere – rischierà di restare deluso. Infatti, nonostante le pagine iniziali abbiano il tono convincente di un’ “entrée” da narrativa, già il secondo capitolo insinua il dubbio, più che fondato, sulla natura di questa pubblicazione dell’algerino Kamel Daoud uscita lo scorso mese di gennaio con La nave di Teseo.
Vincitore nel 2019 del premio annuale della prestigiosa Revue des Deux Mondes, “Il pittore che divora le donne” si rivela in definitiva un saggio piuttosto complesso, anche se attraversato da qualche lieve venatura da romanzo, per così dire, in divenire. L’io “narrante” è quello dell’autore stesso che trascorre un’intera notte all’interno del Museo Picasso di Parigi al cospetto delle opere (di alcune in modo particolare) del grande Maestro spagnolo, mentre tutt’intorno la metropoli, cuore di un Occidente spesso sfuggente per chi proviene da altri mondi, dorme il suo sonno inquieto fatto di luci al neon, taxi e gente per le strade.

“Questa notte di ottobre al museo […] ho, in qualche modo, percepito come un uomo può, realmente, divorare una donna, dipingere il suo crimine, confessarlo ed essere ammirato per questo cannibalismo destabilizzante. […]”

La donna “divorata” era una diciottenne, Marie-Thérèse, che Picasso, classe 1881, incontrò proprio nella capitale francese all’inizio degli anni Trenta. “Picasso 1932, anno erotico” è il titolo esplicito di una delle esposizioni presenti in quelle immense sale museali rese ancor più suggestive dall’atmosfera notturna, anche per via dell’assenza di visitatori. Le tele esposte, come una sorta di diario, raccontano una pagina intensa della vita dell’artista, affondando in un erotismo e in una antropofagia, di tipo erotico appunto, che Daoud procede a poco a poco a scandagliare meticolosamente nel corso di quella che per lui diviene la “notte del destino”, espressione – come ben sa qualunque studioso del mondo islamico – carica di richiami alla vicenda del Profeta. Prende così avvio un discorso molto articolato sull’erotismo in quanto rito di caccia, nel quale il cacciatore finisce per farsi divorare dalla preda giungendo a una sorta di “cannibalismo suicida”. La collezione in questione espone una carnalità che turba e affascina nel contempo, rappresentata fin nelle ossa del corpo bramato e fino alla prova che “ogni amore è cannibalismo”.
È a questo punto che lo scrittore e giornalista maghrebino, spettatore solitario e privilegiato per un’intera notte, inizia a immaginare un racconto sconcertante nella sua semplicità: “un jihadista venuto dalla Siria o da Timbuctù o da Algeri o dalla periferia parigina, incaricato di ferire l’Occidente nel cuore del suo cuore: le sue collezioni d’arte. […] Estendere la catastrofe di Palmira ovunque, la distruzione di tele, arte e sculture, segni e curve, ‘fino a purificare la terra di Dio da ciò che non è Dio’, secondo le grida dei fanatici.[…] Il mio personaggio si chiamerà, quindi, Abdellah, lo Schiavo di Dio, mostro nato da carne morta di cadaveri della nostra epoca, il figlio di una sventura che lui perpetua. Un mostro solitario […] che resterà, come me, in piedi, qui, affascinato dai dipinti di questo museo […]. Tentando di cominciare il saccheggio per curiosità prima di intraprendere la sua missione: sfigurare l’Occidente.”

Che cos’è, dunque, l’Occidente, seguendo questi ragionamenti, se non un corpo femminile, una nudità mostrata ed esibita ovunque a più livelli? “Una decomposizione morale, una ricomposizione artistica”. Ecco quindi che i dipinti di Picasso, osceni secondo l’ottica e i parametri di valutazione del suo personaggio, diventano per Daoud, che giunge da un villaggio a trecento chilometri da Algeri, occasione per affrontare e approfondire tutta una serie di interessanti tematiche legate all’Islam: il corpo della donna e i rapporti tra i due sessi, i tabù, l’arte e la rappresentazione della figura umana, il paradiso con le sue perenni vergini (le huri), l’estremismo religioso che sfregia la bellezza artistica e uccide senza pietà alcuna immolando i suoi medesimi strumenti di martirio, le profonde contraddizioni esistenti all’interno delle società arabe e, più in generale, islamiche. Il proprio bagaglio culturale viene analizzato, passato al setaccio e non sempre l’argomentazione che lui porta avanti è facile da seguire. Emergerà, alla fine, il ritratto di un mondo arabo in collera (insanabile?) con quello occidentale, scandalizzato ma anche attratto dalla libertà di costumi, a disagio dinanzi alla nudità dei corpi che viene da esso interpretata come insulto alla sfera divina. L’intensa rappresentazione della carne della giovane Marie-Thérèse, rappresentata da Picasso, così gravida di clandestinità, desiderio, orgasmi incessanti, arriva a coincidere con l’Occidente che è, in breve, un corpo femminile nudo; per questo l’immaginario jihadista Abdellah intende in un certo qual modo convertirlo e, quindi, salvarlo attraverso una furia iconoclasta che esplode rabbiosa contro cose e persone.

“[…] Mi sono spesso posto questa domanda: a cosa è dovuta questa collera che ci impedisce di vivere e ci fa accusare il resto del mondo della nostra sofferenza? […]”

La risposta a cui giunge l’autore, al termine della sua notte insonne trascorsa in questo “tempio della carne” che si è rivelato tale museo parigino, non potrà essere univoca. Tirando le somme del lungo discorso precedente, le pagine conclusive del libro sono rivelatrici di considerazioni particolarmente sorprendenti. Un testo notevole, questo di Kamel Daoud, preciso e ricco di approfondimenti, che cerca di scavare nel cuore di una cultura intera (perché l’Islam non è solo una religione, s’insegna nei corsi universitari di islamistica) con la quale occorre più che mai confrontarsi. La sua è una voce interna molto interessante, figlia di quella stessa cultura, che si interroga in modo costruttivo ed esige persino di trovare risposte.
Tuttavia, a mio parere, non si tratta di una lettura consigliabile a tutti; obiettivamente, occorrono anzitutto nozioni precise che consentano di comprendere appieno certi riferimenti (storici e dottrinali), nonché di addentrarsi meglio in diversi passaggi che, altrimenti, rischiano di risultare piuttosto pesanti. Un romanzo sarebbe stato, forse, più accessibile ai più, e la veste in questo caso adottata allontana “Il pittore che divora le donne” dal coinvolgimento della prosa narrativa. Una pubblicazione, però, pur nella propria complessità, che colpisce e getta semi importanti, parlando di erotismo, “la legge più antica del mondo” (e per niente sconosciuta agli arabi, aggiungerei), e di arte come via possibile per superare la violenza senza tempo che, purtroppo, continua a scandire la storia del genere umano.


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Letteratura rosa
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    16 Mag, 2022
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Lily e Ryle

«Una bambina di due anni avrà lo stesso nome a qualunque età. I nomi non sono simili ai vestiti. Non diventano mai troppo piccoli, Lily Bloom.»

Elegante, garbato, intelligente. È questa la prima impressione che ha Lily Bloom, ventitreenne, di quel misterioso medico chirurgo che conosce su quel tetto proprio nella serata in cui più cerca solitudine essendo reduce dalla morte del padre e da un discorso funebre alquanto fallimentare stante che l’uomo per anni ha maltrattato la madre senza mai farle mancare vessazioni di ogni genere e dunque lei proprio non è riuscita a parlarne positivamente. Vessazioni a cui Lily ha assistito ma a cui non ha mai posto realmente fine. Osservando, cercando di entrare nella stanza nel momento del misfatto ma spesso limitando a ciò il suo intervento. Ryle Kinclad è un medico neurochirurgo ambizioso a livello sociale. Tra i due nasce immediatamente un gioco di verità nude e crude che li porta a confessare un certo reciproco interesse. Interesse che non confluisce in altro perché lui è alla ricerca di avventure di una notte, lei del suo Santo Graal.
Da qui le loro strade si dividono. La ragazza, laureata in economia, decide di inseguire il suo sogno e per farlo si dimette dall’azienda di marketing in cui lavora per aprire un negozio di fiori. Siamo a Boston, la sfida sembra improponibile eppure vuol provarci. Ad aiutarla ci sarà Allysa che niente di meno scoprirà essere la sorella di Ryle. Si rincontreranno per una caduta fortuita dopo ben sei mesi dal loro primo incontro e da questo momento, anche se serviranno altri mesi, sarà chiaro che tra i due vi è un’attrazione irresistibile che li porterà a legarsi.
Lui sembra essere il ragazzo dei sogni. Lei rivive gli anni dei suoi primi amori leggendo un vecchio diario dedicato a una sorta di amica immaginaria (la conduttrice di un noto programma televisivo) e in una serata come tante lo rincontra, quel suo primo amore. Atlas che al tempo era un senzatetto adolescente di diciotto anni è adesso un uomo con un lavoro e una relazione. Tra Ryle e Lily tutto sembra essere perfetto, lui si dimostra essere l’uomo dei sogni di ogni donna. Caratterialmente affascinante nel suo essere “nudo e crudo”, fisicamente bellissimo, professionalmente perfetto. Un Edward Cullen non vampiro dopo che avrà riconosciuto i suoi sentimenti, si potrebbe dire. Eppure, qualcosa porterà Lily a dover rivalutare l’uomo che credeva essere privo di imperfezioni, l’uomo che scoprirà avere un’ombra alquanto cupa ad offuscarlo. Ed ecco allora che un passato non così lontano tornerà a farsi vivido nella realtà di Lily, ecco allora che forse quell’agire della madre non sarà così lontano da lei.

«Siamo semplicemente persone che a volte fanno cose cattive. […] Ciascuno di noi ha una parte buona e una cattiva.»

Colleen Hoover dona ai suoi lettori uno scritto che si prefigge di parlare d’amore ma anche di violenza domestica e di tematiche di grande attualità. Preme fare una piccola premessa: la Hoover ha vissuto in prima persona una situazione di violenza domestica, senza rivelare quale, che l’ha condotta a voler scrivere in merito per trasmettere un messaggio molto importante. Per farlo ha “responsabilizzato” il suo personaggio portandolo a prendere una decisione non semplice.
Lo scritto scorre rapido e negli intenti riesce, nella struttura, tuttavia, perde. Non si può negare infatti che l’autrice abbia il merito di cercare di sensibilizzare il lettore su una problematica troppo spesso celata o omessa ma, al contempo, c’è una certa dissonanza nella lettura.
Lo stile narrativo, che all’inizio può essere conforme alla voce narrante ventitreenne, a lungo andare stona perché non matura e resta al pari di un linguaggio adolescenziale che non riesce a suscitare il completo coinvolgimento in chi legge. Senza contare la naturale crescita dei personaggi a cui appunto sarebbe corrisposta una maturazione espositiva. La prima parte, ancora, si dilunga tra una serie di diari in cui conosciamo Atlas ma senza nel concreto riuscire a comprendere le ragioni di certe decisioni di Lily e al contempo, stante che lei già si sta frequentando con Ryle, risultano essere quasi una forzatura. Questo a maggior ragione se in parallelo con l’epilogo. Ryle è prima l’uomo perfetto e poi il demone celeste preda dell’irascibilità? Per quanto gli intenti siano ammirevoli, per quanto spesso certe figure possano effettivamente rivelarsi mostri, vi è una rottura dell’incanto narrativo che non viene percepita come concreta e veritiera e che quindi porta a porsi diverse domande. Sinceramente il mutamento che introduce la romanziera sembra un po’ una forzatura e come tale viene percepita.
Se la prima parte si legge con rapidità e senza sosta in un pomeriggio, la seconda arranca. Da un lato Lily sdubbia, dall’altro l’evolversi della vicenda e quel che poi verrà “scelto” non convince. In alcuni punti si rivela prevedibile e/o scontato. Questo a prescindere dalla categoria narrativa di appartenenza.
In conclusione, lo scritto ha un buon potenziale ma mal sfruttato. Questo perché troppo romanzato, questo perché in alcuni passaggi è reso quasi fiabesco. Si presta a una lettura gradevole, ci mancherebbe, rapida e facilmente conclusiva (in un giorno e mezzo si inizia a conclude a prenderla larga) ma per chi già ha letto del tema non apporta alcunché di nuovo. Al contrario, non mancano i canonici cliché. Per chi vuole avvicinarsi alle problematiche sottese potrebbe essere un sufficiente trampolino.

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Romanzi storici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    14 Mag, 2022
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Tra lava e cenere

La devastante eruzione del Vesuvio dell'anno 79 d.c. è storia ma anche leggenda narrata da una folta schiera di penne a partire dai testimoni oculari miracolosamente scampati a coloro che si occuparono di riportare episodi raccontati e tramandati con il tempo.
Fiumi d'inchiostro hanno riempito pagine fotografando una delle catastrofi naturali e umane più eclatanti del mondo antico.

Con il romanzo breve intitolato “La fortuna”, Valeria Parrella contribuisce a ridare vita non solo al momento eruttivo ma a quella fetta sfortunata di umanità coinvolta, sradicata nel giro di qualche minuto dalla propria casa, dagli affetti, dalla vita.
E così il romanzo ruota attorno al giovane Lucio, poco più che adolescente, essere fragile marchiato da un difetto fisico che lo ha sempre relegato ai margini della società, considerato come non idoneo a svolgere le stesse attività di un coetaneo. Eppure la rivincita di Lucio sarà quella di superare le barriere del pregiudizio tanto da imbarcarsi su una quadriremi, la Fortuna appunto, della flotta imperiale capitanata dal celebre Plinio il vecchio e stanziata a Miseno.

L'intento dell'autrice non vuole essere descrittivo su temi naturalistici, qualche accenno modulato con lirismo ne dà una buona misura, bensì è volto in toto all'analisi umana, rappresentando le sfaccettature psicologiche di un giovane uomo la cui vita è divisa tra un “prima” e un “dopo” l'eruzione del Vesuvio.

Lirico, intimistico, poetico. Una rappresentazione di morte, rinascita e sopravvivenza, analizzata attraverso gli occhi deboli del protagonista che dopo aver visto il volto del terrore, si consacra ad un futuro da adulto.

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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    11 Mag, 2022
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Piccole gentilezze famigliari

La treccia alla francese è un romanzo di una grande scrittrice americana che ha il dono di dare ai dialoghi la leggerezza e la naturalezza che li rende spontanei, per cui spesso i suoi personaggi vivono e respirano. Il suo tallone d’Achille sono i finali, anche se non in questo caso. Alcuni dei suoi romanzi come Lezioni di respiro e il turista involontario sono dei capolavori, altri come questo sono romanzi carini ma non eccezionali. Sono come i film di don Matteo, che non entreranno nella storia del cinema ma sono rilassanti e pieni di buoni sentimenti, il che è già una ottima cosa. Anne trasmette al lettore il suo modo tranquillo e benevolo di vedere le cose e di intendere le relazioni. La famiglia è centrale nella sua esistenza. La famiglia che ci descrive non è perfetta, ci sono persone difettose che cercano di essere tolleranti e inclusive, che a volte non si capiscono, per cui hanno comportamenti strani e al limite dell’offensivo, un offensivo però assolutamente privo di calcoli. In genere se qualcuno ferisce qualcun altro è solo per legittima difesa. Nonostante gli errori, il bene che è circolato in famiglia non è perduto, lo si ritrova anche a distanza di tempo in tracce come le conchiglie sulla spiaggia. Questo romanzo mi è sembrato un pochino dispersivo, tanti parenti, senza una vera storia che tenga avvinto il lettore. Il covid arriva anche qui verso la fine del romanzo. Rispetto ad altri testi di Anne, la treccia ha più una dimensione casalinga anche nei suoi aspetti claustrofobici. Mi è sembrato meno penetrante e interessante di altri testi, anche se scorrevole. L’incipit è bellissimo e secondo me è stato un peccato abbandonare i due personaggi dell’incipit per entrare nelle loro famiglie, in particolare in quella di Serena. Avrei preferito seguire quei due.

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Romanzi storici
 
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    10 Mag, 2022
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L'ILIADE DI GROSSMAN

“Era il momento più triste della sua vita, quello, il momento in cui nel silenzio sonnolento che precede l’alba sentì, non con la mente né col pensiero, ma con gli occhi, la pelle e le ossa, tutta la forza malvagia di un gorgo crudele cui nulla importava di lui, di ciò che amava e voleva. Provò l’orrore che deve provare un pezzo di legno quando di colpo capisce che non sta scivolando lungo rive più o meno alte e frondose per sua volontà, ma perché spinto dalla forza impetuosa e inarginabile dell’acqua.”

Forse non tutti sano che “Vita e destino”, uno dei più grandi capolavori della letteratura del Novecento, è solo la seconda parte di un dittico. Chi ha amato e trepidato per i personaggi di Strum, della famiglia Saposnikov, di Krymov e di Novikov, può infatti ritrovarli tutti quanti in “Stalingrado” e seguire le loro peripezie prima e durante la famosa battaglia che ha deciso le sorti della Seconda Guerra Mondiale. E’ abbastanza curioso che “Stalingrado” sia apparso, almeno in Italia, con così forte ritardo rispetto alla sua prima pubblicazione ufficiale. La ragione è che, mentre “Vita e destino”, pur bandito e sequestrato dal regime staliniano, è giunto clandestinamente in Occidente nella sua forma definitiva, “Stalingrado” è stato originariamente edito in una versione fortemente rimaneggiata dai tagli della censura, ed è stato pertanto difficile ricomporre il libro secondo quelle che erano state le intenzioni dell’autore. Va detto subito che, anche nella sua versione “director’s cut” (per dirla con una terminologia ampiamente in uso nella settima arte), “Stalingrado” non è qualitativamente allo stesso livello di “Vita e destino”, mancando in esso quelle sfumature, quelle ambiguità, quelle riflessioni filosofiche che hanno reso il suo successore un’opera di rara profondità intellettuale e di incomparabile complessità etica. Non vi si ritrova ad esempio l’ardito parallelismo tra nazismo e stalinismo (ad esempio, nell’illuminante colloquio tra Liss e Mostovskoj, in cui l’ufficiale tedesco, direttore del lager dove è rinchiuso il secondo, si paragona al bolscevico), aspetto che, insieme alla descrizione dei gulag, delle purghe di partito e del soffocante clima di conformismo ideologico dell’epoca, ha contribuito a far cadere in disgrazia lo scrittore sovietico, il quale per di più era ebreo in un periodo in cui, nel dopoguerra, si stava affermando in Russia una campagna subdolamente antisemita. In “Stalingrado” non c’è quasi nulla di tutto ciò: il nazi-fascismo è dichiaratamente, inoppugnabilmente, il male e lo stalinismo è la forza che gli si è opposta, il baluardo della libertà in Europa. Stalin e Hitler non sono perciò due facce della stessa medaglia, due espressioni della medesima politica autocratica e illiberale, ma il leader dell’Unione Sovietica è ancora visto come il simbolo del coraggio, della tenacia e della pazienza del popolo russo. “Stalingrado” è purtroppo impregnato di una retorica talvolta fastidiosa (non è difficile trovarvi frasi come “Nelle ore fatali in cui l’enorme città moriva… la Russia non si fece schiava né morì; fra la cenere ardente e il fumo, la forza dell’uomo sovietico, il suo amore, la sua dedizione alla libertà resistettero ostinatamente, indistruttibili, e fu proprio quella forza indistruttibile a trionfare sulla violenza mostruosa, ma vana, di chi voleva renderla schiava”), e l’ingenua fiducia nella rivoluzione comunista è solo in minima parte incrinata dalla descrizione onesta di quelle crepe che già stavano delineandosi nella società del tempo e che ben presto si sarebbero trasformate in enormi, irrisolvibili contraddizioni, che la censura non avrebbe più consentito di far emergere. Grossman è qui ancora permeato di una tiepida fede nella ideologia staliniana e nella genuinità della sua lotta antifascista (dimenticando colpevolmente il patto di non belligeranza che vigeva tra i due paesi prima dell’invasione del giugno 1941). In fondo, chi ha attentato per primo alla pace si ritrova automaticamente dalla parte del torto, e nell’urgenza della dura guerra di resistenza la natura reazionaria del regime sovietico è giocoforza passata in secondo piano, e tra due mali il male minore è diventato il bene, in quanto si è trovato a combattere, anche se magari obtorto collo, “per una giusta causa” (questo era non a caso il titolo originario del romanzo).
Scritto secondo i dettami del realismo socialista, “Stalingrado” se ne allontana in realtà abbastanza nettamente per la sua profonda sensibilità umanistica. Tra ideologia e individuo, Grossman non ha mai dubbi e sceglie sempre il secondo. Quando ad esempio il commissario del distretto chiede a Vavilov perché ha dato ospitalità a un fuggiasco, l’uomo risponde: “Per compassione… era un essere umano”. Grossman mostra una profonda simpatia per i suoi personaggi, trascinati dalla forza della Storia che, come “un gorgo crudele”, li strappa agli affetti e alla loro vita semplice, operosa e tranquilla. In “Stalingrado” i personaggi lottano, soffrono, si tormentano, ma sono anche capaci di emozionarsi di fronte alla bellezza della vita (“Che emozione, che presentimento fortissimo! – si trova a pensare Strum – Non di una felicità imminente, no; era una sensazione ancora più grande: era la vita”), di godere dei piaceri della natura, del cibo o dell’amicizia, di amare e di innamorarsi, pur tra le privazioni e la fame, tra le fughe e i bombardamenti. Il romanzo abbonda di momenti di lirica sospensione, di quei frangenti in cui al sibilo lacerante delle sirene e al fragore terribile e incessante delle bombe si sostituisce il magico silenzio di un’alba o l’incommensurabile purezza di un cielo stellato, attimi di epifania cosmica che conferiscono un nuovo, incontaminato senso all’esistenza e rendono, per contrasto, ancora più odiosa e bestiale la realtà della guerra. La descrizione dei colori, degli odori e dei suoni della steppa, oppure l’ultima notte di pace che Novikov rimembra, soffermandosi sulle sfumature del cielo, sul contorno degli alberi, sul chiaro di luna che trasforma la pietra in marmo (concludendo che “tanta bellezza… ci dice una cosa soltanto: vivere è bello”), sono pagine struggenti che elevano il romanzo dalla prosaicità della cronaca bellica. Grossman riesce a restituire la bellezza del mondo e dell’esistenza, ma ancor di più le profondità più nascoste e autentiche degli esseri umani, profondità cui è dato accedere solo nei momenti più gravi e tremendi della vita, in quei “tempi in cui l’anima ha i calli della sofferenza”. C’è nelle pagine di “Stalingrado” un profondo senso della sacralità della vita umana, della sua unicità e irripetibilità, e il biasimo più grande nei confronti della guerra lo si trova non tanto nelle immagini crudeli della devastazione della natura o della distruzione delle città, quanto nella descrizione della morte di un bambino di sei anni schiacciato da una trave di ferro durante un bombardamento, “perché se esiste una forza capace di risollevare dalla polvere città enormi, non c’è forza al mondo in grado di risollevare le palpebre dagli occhi di un bambino morto”. Al nazismo che, con la sua folle presunzione di assoggettare il mondo alla propria megalomane volontà di potenza, ha creduto di poter annientare interi popoli, Grossman, da fervido umanista qual è, replica che l’energia spirituale di un popolo è indistruttibile, è eterna e, come l’energia del sole che “attraversa deserti di buio e riprende vita tra le foglie di un pioppo, nella linfa di una betulla”, è sempre capace di riemergere dai periodi più oscuri e drammatici della Storia. E che non la si possa distruggere, questa energia spirituale, “lo si capisce dal fatto che i leader della crudeltà e della violenza fascista cercano sempre di convincere i rispettivi popoli di essere i paladini della giustizia e del bene sociale. Li commettono in segreto, i loro crimini peggiori, perché sanno per esperienza che il male non porta solo altro male, ma può anche generare il bene, oltre a schiacciarlo” (quanto queste parole risuonano preveggenti in questi giorni, anzi proprio in queste ore – mentre scrivo queste righe, lunedì 9 maggio, che per una curiosa coincidenza è il giorno della ricorrenza della vittoria russa contro il nazismo, probabilmente nella Piazza Rossa di Mosca si sta dispiegando la falsa propaganda patriottica di un leader che pretende di far passare una guerra di aggressione per una lotta democratica volta a scongiurare l’oppressione e il genocidio “nazisti”!).
In “Stalingrado” la guerra ha, ovviamente, una parte preponderante, oltre a occupare l’intera terza parte del libro. Quella del romanzo di Grossman è una costruzione implacabile, avvincente che l’autore sa restituire in maniera prodigiosamente realistica, destreggiandosi con grande abilità nel vorticoso, caotico succedersi degli avvenimenti bellici, tra attacchi nemici, ritirate e contrattacchi, bombardamenti e incursioni aeree, in cui vengono messe a fuoco le emozioni di un generale di Stato maggiore così come quelle di un insignificante fante che combatte in prima linea, quelle di un abitante di Stalingrado così come di un contadino della sterminata campagna russa, di uno scienziato oppure di un minatore o di un operaio di un’acciaieria. Le parole di Grossman sanno incontestabilmente di vita vissuta, e questo non è, una volta tanto, un semplice modo di dire, perché Grossman ha davvero visto con i suoi occhi le cose di cui parla nel suo libro, in quanto dal 1941 al 1945 ha operato al fronte come corrispondente di guerra. Anche se egli è stato testimone degli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, la sua sintesi è comunque straordinaria, dal momento che quando si è calati nel vivo delle cose spesso si tende a percepirne solo i dettagli ma non il quadro generale. In “Stalingrado” ci sono invece tanto gli aneddoti di vita militare più minuscoli quanto la visione più ampia e oggettiva della Storia. Come si era già detto recensendo “Vita e destino”, “Stalingrado” ha anche una incontestabile ispirazione tolstojana. Di questo Grossman era sicuramente consapevole, tanto è vero che nel romanzo c’è un omaggio esplicito a Tolstoj, quando Krymov, durante i suoi spostamenti militari, si reca a visitare la casa-museo di Jasnaja Poljana e si rende conto che “il presente si fondeva con quanto Tolstoj aveva descritto nel suo libro con una forza e una verità tali da far diventare realtà per antonomasia una guerra combattuta centotrent’anni prima” (“Quando poi, con un cappottino sulle spalle, dalla casa era uscita Sofja Andreevna, la nipote di Tolstoj,… Krymov aveva faticato a capire chi fosse – se la principessina Marja che scendeva per l’ultima volta in giardino prima che i francesi arrivassero a Lysye Gory, oppure la nipote del conte Tolstoj”). Le pagine epiche dell’assedio di Stalingrado non hanno nulla da invidiare a quelle di “Guerra e pace” e riscattano il romanzo da qualche inevitabile debolezza retorica. A mio parere “Stalingrado” sta a “Vita e destino” come l’Iliade sta all’Odissea. E se la mia preferenza va senz’altro al poema che ha ispirato il XXVI canto dell’Inferno di Dante e la poesia “Itaca” di Kavafis, pure non riesco a non rimanere affascinato di fronte ai versi immortali della guerra di Troia. Allo stesso modo, pur consapevole di non trovarsi di fronte a un capolavoro perfetto, il lettore viene fatalmente rapito dalle gesta dei personaggi di “Stalingrado”, avvinto dalla sua sapiente e monumentale (ma per nulla disagevole) costruzione narrativa, letteralmente incollato dalla prima fino all’ultima, emozionante pagina, spettatore attonito e muto del furioso imperversare di quel mostro sanguinario il quale, come purtroppo la cronaca odierna insegna, è sempre in grado di risorgere dalle proprie ceneri e di esigere, crudele e implacabile, la sua moltitudine di vittime sacrificali.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    08 Mag, 2022
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Come orli di nuvole irradiati dal sole

“La cosa spaventosa non è la tenebra, piuttosto la gran luce, dentro e intorno a me. Ci sono incarcerato dentro. Serrato dentro di essa al mattino, la sera, di notte. Circonfuso di luce da tutte le parti, fin dentro il più profondo angolo dell’anima (…)ahimè c’è quel cancro di luce che mi divora l’anima, luce da sopra, luce da sotto, luce di fronte, luce alle spalle, luce di lato, luce al centro, luce esterna, luce interna, tutto insieme, inseparabilmente (…)”.

Lo stile di Handke è un marchio di fabbrica riconoscibile. Dopo aver letto quattro dei suoi libri, posso ben dire che ne riconosco la scrittura, il carattere. Lo si indovina dalle prime pagine: non è esagerato dire che lo si potrebbe riconoscere in mezzo a tanti altri libri ed autori senza bisogno di barare guardando la copertina.
Per apprezzare l’opera di Handke, bisogna entrare in un rapporto di complicità con lui che quasi ci strizza l’occhio: il lettore deve far parte del gioco e partire dal presupposto che la sua scrittura dice una cosa, affinché il lettore possa intenderne un’altra.
È così: ogni storia ha bisogno di più chiavi di lettura, i sottintesi, le immagini, le parole che sceglie di usare chiedono qualche sforzo al lettore abituato a leggere trame monolitiche.
La scrittura di Handke possiede qualcosa di ineffabile, ma è fresca e piacevole. Può lasciare tuttavia il lettore nella frustrazione di non aver afferrato qualcosa.
È ingannevolmente “facile”, perchè Handke ti dà del tu, ti invita a non staccarti dalla pagina e il lettore si incuriosisce, vuole capire dove lo scrittore andrà a “parare”.

La conoscenza di altre opere mi ha permesso di ritrovare temi e immagini care all’autore: in “La mia giornata nell’altra terra” apparso a Berlino nel 2021 e da noi edito da Guanda -che sta curando tutta la produzione dello scrittore austriaco - appaiono motivi e immagini che ho trovato ne “La ladra di frutta”, come la presenza costante del paesaggio naturale (e della frutta) di figure umane borderline tra la realtà fenomenica e un’altra inafferrabile, un brivido di gioia tangibile che coinvolge il lettore e lo prepara a festeggiare la vita.
Trovo un Handke più maturo, rispetto ad opere più tristi e cupe come “Infelicità senza desideri”, che forse ha fatto pace col proprio passato, ha vendicato la morte della madre ne “La seconda spada. Una storia di maggio” (2020) e, come il protagonista del nuovo, breve romanzo, si libera dei suoi demoni, e

“fu un ritorno alla vita; fui di nuovo restituito al mondo, al caro pianeta, alla madre terra. Anzitutto abbracciai mia sorella (…) e poi caddi in ginocchio, con impeto senza curarmi del fatto che, insieme agli anni di follia, anche la mia giovinezza se n’era andata”.

“La mia giornata nell’altra terra” è la storia di un frutticoltore, “una storia che non ho ancora raccontato a nessuno”, che, considerato folle, posseduto, fuori di sè, dagli abitanti del suo villaggio, un giorno fa un incontro straordinario nei pressi del lago. Incontra gli occhi del “Buon Spettatore” (così tradotto da Alessandra Iadicicco, una ripresa del Buon Pastore? Interessante anche la presenza del “coro di pescatori”) e qualcosa di indicibile avviene in lui: si sente rinascere, si libera di tutte le sue ossessioni, dei suoi demoni, non si siede più sulla soglia di granito nei pressi del vecchio cimitero, ma va oltre, dopo un breve tragitto su una leggera barchetta, approda all’”altra terra”, laddove si arricchisce di una nuova vista, non più quella degli occhi, ma una facoltà nuova, “nelle spalle, sulla punta delle dita, nelle piante di piedi”. Nell’altra terra egli scopre la vera gioia, conosce la sua compagna, guarda negli occhi i bambini. Ha “il cuore libero e i sensi sciolti” .
La luce è sempre stata dentro di lui, soltanto che prima, ne aveva paura, ma dopo essere stato redento, si riscopre, si vede con occhi nuovi e la luce che vede dentro e fuori di sè, è la Saumseligkeit

“giocare con la “Saumseligkeit”: accorgersi degli orli più lontani, come nell’immagine che segue, l’immagine che scaturisce da quella originaria, della mia beatitudine davanti agli orli delle nuvole irradiati dal sole lassù in alto, nell’azzurro dell’estate”.

Ognuno troverà nella storia l’interpretazione più congeniale. Andando al di là di ogni lettura in chiave religiosa e mistica, la luce di cui il protagonista-Handke parla, potrebbe rappresentare il dono della poesia e della scrittura: un pò come le grandi ali dell’albatro di Baudelaire, che nel cielo lo rendono immenso, ma sulla terra, in mezzo agli uomini lo rendono goffo e brutto. È così la vita del frutticoltore prima di passare sull’altra terra: disprezzato dagli abitanti del villaggio per via del suo comportamento strano, delle sue “parole inaudite” che col tempo verranno da lui cantate a gran voce, tra lo stupore generale. Certamente è la storia di una cesura, di un profondo cambiamento nella storia personale e nei motivi nuovi e più consolatori dello scrittore austriaco, di cui aveva dato già prova ne “La ladra di frutta”.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Mag, 2022
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Gli anni della guerra, nulla è eterno

«E poi cercare quelli come te, cercare senza farti scoprire, cercare in silenzio. Anche qui ci sono le regole, le regole della clandestinità. Anche qui bisogna obbedire, ma almeno si può discutere. E poi sono gli ideali in cui credo.»

Walter Veltroni torna in libreria con Rizzoli e propone ai suoi lettori un piacevolissimo romanzo storico intitolato “La scelta”. Classe 1955 lo scritto ci riporta agli di una guerra tanto “sporca” quanto devastante, una guerra che i nostri nonni e i nostri padri hanno vissuto sulla propria pelle. Ed è per mezzo del Secondo conflitto mondiale che egli torna a toccare temi quali la libertà, l’autodeterminazione, dei popoli, i valori, la dittatura che schiaccia e opprime, la spensieratezza che viene meno in un mondo che si crede invincibile perché nessuno bombarderà la città eterna e che poi, appunto, quale credo viene smentito e disarmato dalla consapevolezza della verità che nulla è esente dalla guerra.

«Ribellarsi è giusto.
È così che voglio vivere.»

Anno 1943, tre gli avvenimenti che si succedono. Lo sbarco in Sicilia per mezzo degli alleati nelle coste siciliane in quel 9 luglio del 1943, il conseguente obiettivo di aprirsi al fronte continentale europeo, la sconfitta della Germania nazista. È qui che vivono le voci che animano l’opera e che pensano che la città mai potrebbe essere oggetto di bombardamento. Eppure i bombardamenti statunitensi nulla risparmiano come quelli avversari. Il 19 luglio è la data del primo attacco USA con obiettivo lo scalo ferroviario di San Lorenzo. Questo avvenimento fu artefice di questa nuova consapevolezza di vulnerabilità. Il Duce si trovava a Feltre per l’incontro con Hitler e nella notte tra il 24 e il 25 luglio fu esautorato dal Gran Consiglio del Fascismo e dopo deposto dal re Vittorio Emanuele III di Savoia.
La famiglia De Dominicis vive in un quartiere popolare. Ascenzo, il padre, è fervido sostenitore di Mussolini da sempre. Lavora come usciere in via Propaganda presso l’Agenzia Stefani, l’Agenzia stampa fascista e attuale Agenzia Ansa. Manlio Morgagni, amico e ammiratore di Mussolini, ne dirige i vertici e in rispetto al Duce a tutto sarebbe disposto, anche a togliersi la vita. Nel mentre, Arnaldo, il figlio di Ascenzo è un antifascista convinto. Un padre e un figlio in disaccordo per una ideologia politica e che come altri nella storia del nostro vivere si sono allontanati per questo. A far da contralto, Margherita De Dominicis, quattordicenne che in quei giorni si riscopre donna, che ha paura e che proprio in quel lasso di tempo scopre cosa sia la realtà della guerra.

«Voglio essere sicuro che Margherita e io cresceremo in un mondo senza bombe, senza nemici, senza guerre.»

Un romanzo di grande intensità che non manca di trattare temi della famiglia, i rapporti tra padri e figli ma anche gli scenari di un conflitto che da sempre e per sempre ha segnato il nostro passato, presente e futuro. Walter Veltroni accompagna con molta semplicità e rapidità il lettore, lo porta a risvegliarsi con gli stessi protagonisti che da un momento all’altro scoprono di questa verità.
Perché è da questo momento che ogni famiglia dovrà fare “la scelta”. Tra trasformismi, eroismi e pensieri che si sostituiscono a violenza, odio e divisione precedentemente dettati dal regime.
Un romanzo che invade, resta e sorprende. Con genuinità e con rapido incedere.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    05 Mag, 2022
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La sarta che non cuce più

Per me questo non è stato “Il ritorno di Sira”, ma un incontro. Non sapevo che l'autrice avesse già scritto un libro, ma in questo seguito mette talmente tanti dettagli della vita precedente della protagonista, da non essermi sentita spaesata.

Sira è una novella sposa, ex collaboratrice degli inglesi durante la seconda guerra mondiale, con il marito, anche lui agente segreto inglese, partono per Gerusalemme. La città non darà il meglio di se, il periodo non è certo dei migliori e le tensioni si percepiscono ad ogni angolo.

“I muezzin continuavano a chiamare alla preghiera dalle moschee, le campane delle chiese cristiane convocavano i fedeli ogni giorno e dal vicino quartiere ultraortodosso di Mea Shearim, al tramonto di ogni venerdì, sentivo annunciare l'inizio dello shabbath”.

La protagonista si troverà a dover affrontare nuove sfide e nel suo lungo cammino intreccerà il suo percorso con alcuni personaggi noti, fra cui Eva Perón.

Il libro si legge bene e scorre velocemente pur contando quasi settecento pagine. La cosa che però non mi ha mai convinto è stata proprio la protagonista. L'autrice ne esalta la sua bellezza e bravura ma obbiettivamente in lei ho trovato molti più difetti che pregi. Non mi sono sentiva coinvolta da lei, ho letto le sue vicissitudini e pur essendo cose a volte molto dure, sono rimasta estranea ai fatti. Il romanzo, almeno per me non è stato empatico. Scorre velocemente, si fa leggere volentieri ma oltre a questo non va.

Non è uno di quei romanzi che consiglierei a tutti, è adatto ad un pubblico femminile con poche pretese e che abbia la voglia di leggere un romanzo lungo ma non troppo impegnativo. Spesso si può avere voglia di un po' di leggerezza, io l'ho letto in un periodo molto intenso e per questo l'ho trovato piacevole.

Buona lettura!

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siti Opinione inserita da siti    05 Mag, 2022
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Distanti e vicine

Seconda opera per Cristian Mannu che, dopo dopo i successi raggiunti con l’opera prima “Maria di Isili”, attraversato un periodo di crisi, almeno questo pare evincersi dai lunghi ringraziamenti che chiudono il romanzo, ritorna con un delicato scambio di voci femminili che in prospettiva diversa cantano la distanza generazionale, l'incomunicabilità che la accompagna e la derivata sofferenza che ne consegue.

Una mamma, ormai anziana e nonna, decisa finalmente a riallacciare i rapporti con al figlia e desiderosa altresì di conoscere la nipotina, è in procinto di partire per la Francia; viene però bloccata da un malore che si trasforma in inappellabile agonia e che vedrà al suo capezzale proprio la figlia che torna da Parigi.

Le voci, madre e figlia, si alternano in due parti ben distinte e titolate come movimenti musicali dai sottotitoli richiamanti invece le arti figurative: il ritratto di donna del titolo principe si compone dunque di “chiaroscuri e colori”, di “cornici e luci” e in ultimo di “riflessi”. Al di là della tripartizione, funzionale a rappresentare in momenti distinti un dialogo che ormai è impossibile da realizzarsi, e a suggellare l’epilogo lasciato ad una voce narrante esterna; il vero cuore pulsante dell’opera sembra essere la rappresentazione degli stati d’animo delle due donne, gli accadimenti sono infatti pochi e essenziali, così potenti da poter però far deviare due esistenze a loro volta poste in tale traiettoria dal vissuto primario della nonna, la cui figura aleggia sulle vite di entrambe.

I modi di essere di tre donne dunque che, a partire da una stortura di fondo, tutta genetica e vissuto familiare, proiettano nelle loro esistenze di figlie e di madri gli errori che le hanno trasformate da vittime a nuove carnefici. La figlia condanna la madre senza conoscerne l’intimo vissuto, madre che a sua volta già si era distanziata dalla propria.
La fuga, l’evitamento, le distanze, l’esclusione sembrano essere le uniche armi per poter imbastire una nuova individualità, essa però sarà triste e monca perché deprivata del necessario elemento identitario rappresentato dalla famiglia di origine.

L’ introspezione ha poi una cornice che richiama la terra di origine dello scrittore, la Sardegna, nell’ambientazione tra l’Ogliastra e la città di Cagliari, evocativa di suoni, colori, sapori che, per chi scrive, hanno il sapore della familiarità e risultano piacevoli ma oggettivamente non hanno alcuna valenza stilistica e narrativa. La scrittura è semplice, emozionale, nulla più. Può risultare gradevole ma non si imprime.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    04 Mag, 2022
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LA FUGA DI OSVALDO

Osvaldo è il protagonista del romanzo, è un uomo di mezza età che per soddisfare l'ultimo desiderio della madre ruba un camoscio che era di proprietà dei gemelli Legnole.
La madre poco prima di morire vorrebbe mangiare del brodo e Osvaldo non ci pensa due volte e questo gesto cambierà la sua vita, perché i gemelli Legnole, Gildo e Gianco non conoscono il perdono e la compassione, sono persone semplici ma anche ignoranti.
I due vogliono vendicarsi del furto e inseguono Osvaldo che è costretto a fuggire e nascondersi per un anno.
Nel paesino dove loro tre abitano tutti si conoscono, le persone sono umili ma sono animate da sentimenti forti, la visione delle cose è bianca o nera non c'è una via di mezzo; niente si dimentica, un torto subito, un errore commesso, anche le "problematiche" più semplici si trasformano in una questione di onore e di rispetto.
L'autore, con l'espediente narrativo di far fuggire il protagonista, ci racconta la bellezza della natura, la parte selvaggia e incontaminata, l'alternarsi delle stagioni, il cambiamento delle montagne e dei boschi.
"Io sto attento a come guarda la gente. Impari molte cosa, capisci i caratteri studiando gli sguardi."
Questo viaggio non è solamente reale ma anche metaforico, Osvaldo lo compie per salvare la sua vita ma è anche un vero e proprio percorso interiore, con se stesso, un dialogo con la sua parte più profonda.
E' un mondo duro quello della montagna, faticoso, che non fa sconti, è una continua sfida con i propri limiti, ma questo paesaggio incontaminato, selvaggio e crudele ti porta anche a isolarti, ad apprezzare il valore delle piccole cose, la solitudine e a capire quanto tutto possa cambiare in pochi minuti.
"Non ti fidare del bello fuori, cerca di vedere dentro. Resta pulito senza vermi."
La montagna, come ci dice l'autore non perdona, è meravigliosa ma implacabile, pericolosa e piena di insidie e l'unica legge che è riconosciuta, in questo paesaggio, è quella della natura.
Con il passare dei mesi e delle stagioni vediamo come cambiano i colori e i suoni, ho apprezzato moltissimo le descrizioni che ho trovato molto suggestive e d'effetto.
Credo che questo libro abbia al suo interno un messaggio, quello di ritrovare il valore delle cose semplici, tornare alle origini, essere se stessi e cercare di andare oltre quello che vediamo, perché il mondo di oggi è pieno di filtri che ti fanno sembrare e fanno credere agli altri, che la tua vita sia perfetta. Ma dietro c'è il dolore, la sofferenza e la solitudine che nessuno conosce, è quando vai a dormire in quei minuti prima di addormentarti sei solo con te stesso, in questo momenti ti guardi dentro e rifletti sulla giornata, sul futuro, su quello che sei.
La vita è frenetica, non c'è mai il tempo di fermarsi e pensare a se stessi e conoscere veramente chi abbiamo di fronte.
La narrazione, attraverso il POV in prima persona del protagonista, utilizza un linguaggio molto semplice, quasi parlato in alcuni momenti, se avete visto qualche intervista dell'autore sembra proprio lui che ci racconta questa storia e questo l'ho trovato sia un limite che un pregio. Probabilmente ha deciso di scrivere in questo modo, per rendere più credibile il personaggio che non sarebbe stato tale, se avesse usato uno stile più ricercato e forbito.
Questo romanzo è un cerchio, che torna al punto di partenza, Osvaldo parte e conclude nello stesso posto il suo viaggio, non posso dirvi se il finale sarà drammatico o meno ma è un percorso che farà prendere maggiori consapevolezze all'uomo e ne uscirà cambiato. Si aprirà un nuovo capitolo della sua vita o si concluderà per sempre?
Lo stile dell'autore cerca di essere il più personale possibile, apprezzerete di più questa storia se amate la natura e la montagna e il ritrovare la semplicità della vita e tornare ai valori di una volta.
Un libro che è una sorta di ricerca personale e interiore per superare se stessi, i propri limiti, le proprie paure e per cominciare a vivere davvero.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    25 Aprile, 2022
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Un coroner ante-litteram

Mondino dei Liuzzi è un medico anatomista stimato e affermato, esercita la sua attività, anche di docente seguito e riverito, presso la prestigiosa “Università degli Studenti” di Bologna agli inizi del XIV secolo, l’età d’oro dell’Ateneo. Ma Mondino è anche quello che oggi si potrebbe definire un anatomopatologo-investigatore. Già in passato è stato coinvolto in indagini cittadine per omicidi quantomeno singolari, se non proprio misteriosi, e il suo acume, la sua tenacia, la sua abilità nelle autopsie dei cadaveri delle vittime avevano portato le investigazioni all’individuazione dei colpevoli.
Adesso, però, rischia di essere lui il sospettato principale. Un alchimista di nome Simone dei Rossi è morto a pochi passi dallo studium ove lui tiene lezione. Con le ultime parole pronunciate ha fatto il suo nome. Per accusarlo? Per chiederne l’aiuto? L’uomo è stato accoltellato con un coltello di piombo, ma è morto per avvelenamento da metalli pesanti (forse proprio piombo). Il Capitano del popolo, Pellaio de’ Pellai - che odia Mondino per le pratiche settorie che svolge sui cadaveri dei condannati a morte, considerandole immorali - vorrebbe incriminarlo per questo omicidio, ma gli mancano le prove. Quando, poi, il giorno dopo, vengono ritrovati ben sette cadaveri uccisi nello stesso modo e sistemati, a stella, entro il battistero di S. Pietro, Mondino è scagionato automaticamente. Anzi, il Consiglio lo incarica di contribuire alle indagini, con gran disdoro per Pellaio. Tuttavia il mistero resta fitto e lo stesso medico rischia la vita nel proseguire delle sue ricerche, nonostante si prodighino in aiuto (ma nascostamente da lui) pure la giovane moglie Mina e il figlio maggiore di primo letto, Gabardino, lo speziale. Quelle uccisioni sembrano associate a misteriosi riti esoterici, connessi all’arrivo nei cieli di una cometa che tutti dicono nefasta. Solo la fortuna, l’intuito e l’audacia del medico e dei suoi familiari alla fine risolveranno il caso.

Mondino de’ Liuzzi è una figura storica realmente esistita. Padre della moderna anatomia patologica, con i suoi studi portati avanti mediante la dissezione anatomica di cadaveri umani (pratica, all’epoca, considerata al limite della blasfemia), fece fare enormi progressi allo studio della medicina anatomica e i suoi trattati furono testi basilari di studio per i successivi due secoli.
Alfredo Colitto ne sfrutta la figura misteriosa e iconica, per ampi tratti oscura, al punto che la sua stessa città di nascita gli ha dedicato solo una breve viuzza, per concepire una serie di indagini poliziesche (questo è il quarto romanzo della serie) in un’epoca in cui l’investigazione scientifica era ancora tutta da inventare.
Al lettore, quindi, viene proposta un’opera di duplice valenza. Da un lato c’è il romanzo storico che cerca di ricostruire, non solo gli avvenimenti dell’epoca (magari non rilevanti ai fini della grande storia, ma sicuramente intriganti), ma pure la topografia, le usanze, la cultura di oltre settecento anni fa. Dall’altro troviamo l’enigma poliziesco che utilizza come protagonista l’antico magister, e che cerca di imbastire una investigazione di tipo deduttivo-scientifico, in un periodo in cui, spesso, il modo più spiccio per risolvere le indagini era un passaggio in sala torture.
Sotto il primo aspetto, quello storico, va dato merito all’autore di aver svolto approfondite ricerche e documentazioni per ambientare la storia nella Bologna medievale. Leggendo il libro non si fa alcuno sforzo ad ambientarsi in quei luoghi, affatto diversi dagli attuali, e sentirsi parte del tessuto urbano e sociale della città, cosmopolita sì, grazie all’Università, ma ancora primitiva in molte delle sue espressioni e del suo sentire. Magari si può osservare che certi comportamenti e, soprattutto, certe espressioni, certe forme di linguaggio siano più consone all’epoca odierna che al XIV secolo. Ma in genere la ricostruzione appare accurata e ben integrata nel contesto narrativo così da far facilmente perdonare alcuni falsi storici che, in parte, è lo stesso A. a confessare nelle note conclusive, e giustificare con esigenze narrative.
Sul secondo profilo, quello meramente giallistico, la storia funziona meno e non perché sia mal strutturata o perché manchino gli inevitabili colpi di scena. Piuttosto l’intrigo, anzi gli intrighi, visto che alla fine i filoni d’indagine si sdoppieranno, non appaiono particolarmente attraenti. Non so dire se ciò sia colpa dello stile narrativo, che ho trovato abbastanza convenzionale e freddo, o per i contenuti stessi della storia, esoterici, un po’ astrusi per il moderno sentire, o per la mancanza di un vero pathos. Qualunque sia la ragione ho faticato a sentirmi coinvolto nell’intreccio. Cioè non è scoccata la classica scintilla che lega il libro al lettore il quale fa fatica a staccarsene. La trama non è brutta in sé, ma neppure particolarmente accattivante: in fondo, se si esclude il colpevole principale, lo schema generale dei delitti e il movente ci vengono rivelati subito. Ho trovato abbastanza fastidioso il maniacale desiderio di dare una minuziosa descrizione di personaggi, abbigliamenti e luoghi, a ogni cambio di scena. Purtroppo questa è una abitudine piuttosto diffusa negli scrittori italiani di questi anni che non si rendono conto che questa pignoleria non accresce spessore alla storia, ma contribuisce solo a spezzare il filo narrativo e l’attenzione di chi legge.
In sintesi l'avventura di Mondino incuriosisce, a tratti diverte, ma non appassiona, non sino in fondo, almeno.
In conclusione si tratta di un romanzo interessante e inusuale per l’ambientazione storica: infatti abbiamo avuto come investigatori Aristotele, Leonardo, monaci cistercensi, questori romani, ma ci mancava l’anatomista medievale. Tuttavia, e mi rammarica scriverlo, non mi sembra un’opera pienamente riuscita. E' un romanzo che vale la pena leggere, sì, ma più per il contesto e per conoscere questa singolare figura di medico sperimentatore, che per la storia principale di carattere poliziesco, la quale, invece, ne dovrebbe essere la ragione prima.
________
Un paio di osservazioni per l’angolo del pignolo. Tra i falsi storici in cui ci si imbatte ne ho scovato uno divertente, evidentemente sfuggito anche agli editor: le carote nel 1300 erano ancora un ortaggio relativamente nuovo e raro, per tavole signorili, ed erano di colore viola o, al più, giallastro. Quindi è improbabile che in un mercato di piazza potessero spiccare per il loro … arancione.
Il secondo appunto è indirizzato alla Mondadori che nella sinossi, riportata nel risvolto di copertina, indica il Capitano del popolo col nome di Rambertuccio e non Pellaio. Come spiega l’A. in nota, Rambertuccio degli Orgogliosi (personaggio già presente nel racconto “Cometa di sangue” da cui il romanzo prende origine) fu capitano del popolo l’anno precedente ai fatti narrati: una più attenta lettura del testo dell'opera avrebbe evitato questa contraddizione interna.

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... i precedenti romanzi del ciclo dedicato a Mondino e a chi piacciono i gialli "in costume", ma soprattutto a chi vuole immergersi in un medioevo vivo e palpitante con tutte le sue contraddizioni.
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    24 Aprile, 2022
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Pregiudizi

Leggendo il nome dell’autore di questo racconto, Jonas Hassen Khemiri, non avrei mai detto che si trattasse di un autore svedese, sebbene i due nomi possano suggerirlo. Sebbene la mia sia stata un’associazione inconscia, il fatto che mi sia focalizzato sul cognome arabo rimanda al pregiudizio che l’autore stesso prova a denunciare in questa sua storia piuttosto particolare.
Come dicevo, l’autore di questo racconto è svedese, e costruisce questo racconto partendo dai pregiudizi razziali che sembrano dilagare nella nazione scandinava. Il protagonista è Amor, evidentemente di origine araba, che sperimenta una sorta di frammentazione dell’Io dovuta agli sguardi indagatori che lo circondano, resi ancor più attenti a causa dell’esplosione di un’autobomba. Amor è un individuo fragile, coi suoi problemi, e questa situazione di stress lo porta a un punto di rottura e a dubitare di sé stesso, delle sue azioni, della sua sanità mentale; tutte le sue certezze vacillano e quasi arriva a identificarsi coi suoi oppressori, a dubitare della sua innocenza, a giudicare se stesso.
Il racconto è strutturato in maniera particolare, con un mix tra dialoghi telefonici e narrazione in prima persona, creando una sorta di flusso di coscienza nel quale fanno capolino anche i pensieri delle persone con cui Amor sta dialogando. Il risultato è curioso, a volte piuttosto confusionario, ma originale: non direi che si tratta di un tipo di narrazione che incontra i miei gusti, ma certo non si può dire che sia insensata o non possa piacere a un altro tipo di lettore.
Quello che emerge, dunque, è la sensazione di continua oppressione e pregiudizio che (a quanto pare) dilaga nella nazione svedese nei confronti dei suoi abitanti di pelle scura, sempre guardati con sospetto e soggetti a pregiudizi che, a causa dell’accanimento delle forze dell’ordine, a un occhio superficiale potrebbero essere addirittura confermati: se infatti, in un auto della polizia, vediamo continuamente persone che corrispondono a certi connotati fisici, è umano sviluppare una certa idea; ma una persona riflessiva e assennata dovrebbe essere in grado di capire che, in un determinato contesto, quella tal persona può essere stata messa lì senza motivo e che dunque quel che vediamo non prova un bel niente, anzi prova soltanto la società malata che ci circonda. Questo aspetto emerge, più che dal racconto, dalla lettera che lo stesso Khemiri ha inviato al ministro della giustizia Beatrice Ask, inserita in quest’edizione Einaudi subito dopo il racconto e che, personalmente, ho trovato più interessante del racconto stesso e contribuisce a rafforzarne i contenuti.
In conclusione, si tratta di un racconto interessante che chiarisce dinamiche di una nazione che conoscevo poco e che, erroneamente, non credevo fosse scenario di tali discriminazioni. Com’è che si dice? Tutto il mondo è paese? Magari un pizzico di verità c’è, in questo luogo comune.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    12 Aprile, 2022
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Il ciclo della vita


Tutta la natura intorno a noi è vita, noi siamo vita e tutto è circolare, si nasce, si vive e si muore, la natura nel suo complesso è un caos ordinato che si rigenera continuamente. Sono questi i temi fondamentali di questo breve e intenso romanzo della scrittrice islandese Audur Ava Ólafsdóttir, "La vita degli animali". Un libro molto al femminile oserei dire, per la predominante presenza di personaggi femminili, simbolo della vita in quanto madri e che cerca di portare a riflettere sulla nascita dell'uomo sia da un punto di vista materno ma anche da un punto di vista esterno, come ostetrica. Infatti il personaggio principale nonché voce dell'intero romanzo è Dyja, che fa l'ostetrica e vive questa professione come una missione vera e propria alla quale dedica la sua vita. La narrazione è molto intima, quasi fosse un diario ed è anche piena di vari racconti della quotidianità sia nella sala parto o nel soggiorno di casa, alternando momenti di riflessione a mera narrazione. Si pone molto accento sui contrappesi vita - morte viste come le facce della stessa medaglia e parlando anche della natura, in quanto paragonata all'essere umano, è inevitabile l'accenno ai cambiamenti climatici in atto, quasi essa stessa si avvicini a una sorta di fine.

Una lettura molto piacevole seppur impegnativa, nella quale però a mio avviso mi è mancato un po' di coinvolgimento emotivo e ho trovato slegati alcuni dialoghi, ma bilanciati da passaggi più profondi.

--""Dyja cara, diversamente dagli esseri umani - diceva - le piante si voltano nella direzione della luce." Era uno dei suoi paragoni, uomo e pianta, l'altro era uomo e animale."--

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Racconti di viaggio
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    11 Aprile, 2022
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Tra mito e attualità

Pubblicato lo scorso autunno da Feltrinelli, “Canto per Europa” si svela subito al lettore come un libro originale e inconsueto, sorprendentemente sospeso tra prosa e poesia, tra mito e storia, tra passato e presente.
L’autore, Paolo Rumiz, fin dal proemio “Il mare era in principio”, incipit preannunciante il prima e il dopo della vicenda, intraprende una narrazione che spesso, anche per la struttura del testo, sembra seguire la via dei versi, oltre che quella del mare, dipingendo con grande abilità il ricordo di uno straordinario itinerario senza tempo.

“[…] Oh Petros, Ammiraglio delle anime
ogni tuo gesto era un inno di lode.
Quando prendevi tranquillo il timone, triremi di Pelasgi e di
Liburni ti passavano accanto e le Nereidi cantavano per te
dolci canzoni.
[…]”

Un racconto, un viaggio, un’avventura, lungo le cui rotte benedette e illuminate dalla luna s’incontra “una storia d’argento e zaffiro/ profumata di donna e gelsomino”. Un animato navigare attraverso il Mediterraneo e le sue meravigliose costellazioni di isole, dalle coste del Vicino Oriente a quelle della nostra penisola, a bordo di Moya, una vecchia massiccia imbarcazione dei mari del Nord dalla vela rossa e dai grandi occhi dipinti a prua, insieme a un equipaggio di quattro uomini “tutti di frontiera, quattro conquistatori dell’inutile”. Come novelli protagonisti di un canto di aedica memoria, una volta approdati in terra fenicia, loro accolgono sulla barca una misteriosa ragazza che in principio non proferisce parola, ma esprime chiaramente la volontà di andare verso ovest, verso una meta che porta infine il suo stesso nome: Evropa / Europa. La giovane è una figlia dell’Asia, una siriana che fugge dalla guerra, dal fango dei campi profughi del Libano, dalla miseria e dallo sfruttamento dei bordelli.
Ed ecco, dunque, che da queste belle e intense pagine riaffiora d’improvviso l’antico mito greco di Europa che tutti conosciamo. Esso, tuttavia, non resta fine a se stesso e finisce per attualizzarsi, intrecciandosi inevitabilmente all’oggi e alla disperata speranza delle sue storie di emigrazione transitanti per mare, ai naufragi dai morti insepolti e agli orrori bellici che stuprano terre di cui ai cosiddetti grandi del mondo, in verità, nulla importa; anche la profanazione delle acque del mare a opera di rifiuti e mostruose navi da crociera viene additata senz’appello.
Un dolore profondo segna questo viaggio, mentre note d’infinita amarezza s’insinuano a più riprese nella voce narrante che s’interroga sulle vergogne e le tragedie odierne gravitanti intorno al Mare nostrum e su che cosa sia ora diventata l’Europa, politicamente intesa, sul suo essersi chiusa al pari di una fortezza per paura dell’altro in nome della sicurezza e su che cosa resterà un domani dell’Occidente, al di là della immancabile “paccottiglia di plastica e immondizia”. Che cosa può attendere, per sé e i propri figli, chi con anima martoriata approda da altri lidi?

“Oh donna, cosa cerchi dove il Sole va a morire? […]
Non ti vorrà nessuno nel mio mondo.
Il ricco vuole schiavi, non persone.
[…]
Occidente, che sai pagar salato governi innominabili e camorre
purché gli ultimi restino nel fango!
Vecchio Occidente, e il tuo onore perduto
già a Kabul, a Srebrenica e sul mare!
E tu, alleanza stellata, zimbello che oggi hai preso il nome del disprezzo!
[… ]
E tu dove sei ora, Ventotene?
L’idea di Unione era nata su un’isola dalla speranza di altri esiliati.
Oggi l’idea agonizzava in un’isola che aveva ucciso invece la speranza.
[…]”

Impreziosito dalle suggestive illustrazioni di Cosimo Miorelli, “Canto per Europa” non è una lettura leggera, di facile e sbrigativo “consumo”, nel senso che potrebbe essere non compresa appieno – e conseguentemente non apprezzata – da tutti; si tratta di un libro che, già per scelta stilistica da parte dello scrittore triestino, corre forse il rischio di disorientare più di un lettore. Ma è pur vero che, ammantando la storia narrata (o cantata, se si preferisce) di mito antico, Rumiz con la sua scrittura di notevole fascino ci esorta a riflettere, a considerare seriamente a quale deriva ormai stiamo andando incontro da tempo. E a ricordarci che il vecchio continente è “desiderio bruciante e nostalgia”, così come “anche il sogno di chi non ce l’ha”.

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... a chi ha a cuore il Mediterraneo e le sue storie, di ieri e di oggi.
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Romanzi
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    09 Aprile, 2022
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Morsi di rabbia

Una Shanghai algida e tiepidamente abbozzata accoglie una giovane italiana in fuga da una recente perdita dolorosa e stigmatizzante.
Una giovane donna che porta sulle spalle il fardello del lutto di un fratello gemello, una scomparsa non solo da elaborare ma che nasconde al suo interno un'intricata voragine di problematiche irrisolte.
Un terremoto interiore che ha fatto crollare ogni sovrastruttura personale e familiare, mettendo a nudo rimorsi, rabbia, delusione e vuoti da colmare.

Le mancanze affettive diventeranno sinonimo di fame spasmodica e delirante che la giovane protagonista tenterà di saziare con un amore totalizzante, fatto in primis di fisicità estrema, oltre che di sottomissioni e idealizzazioni.

Viola Di Grado ci conduce all'interno di una storia a tinte fosche a tratti allucinatoria, di cui inizialmente se ne comprende il disegno sotteso in vista di un percorso liberatorio, ma al termine la parabola narrativa pare debole.
Non è semplice rappresentare la ricerca di evasione da una palude emotiva attraverso l'utilizzo del proprio corpo, come strumento per infliggersi castigo e per cogliere serenità; temi spinosi e complessi da trasferire al pubblico.

La prosa conferma il consueto stile asciutto e tagliente dell'autrice, fatto di sequenze rapide di immagini e stati d'animo, ricco di colori, suoni e odori.
Una prova impegnativa che nell'elaborazione del contenuto, o meglio nel suo bilanciamento, ha perso di vista il giusto mix degli elementi.

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    07 Aprile, 2022
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SOLD OUT

Hanio, giovane in salute e benestante, alla fontanella della stazione ferroviaria tenta inutilmente il suicidio ingoiando sonniferi.
Opta quindi per una soluzione di morte anticonvenzionale: vendere la propria vita.
Pubblicato l’annuncio e affisso un cartello sulla porta di casa, l’impresa Vita in vendita riscuote un discreto successo. Col susseguirsi di una serie di bizzarri personaggi interessati all’acquisto per i loro spregevoli scopi, Hanio accumula un piccolo patrimonio, pervaso dalla piacevole indolenza di chi sta finalmente ottenendo il risultato tanto agognato. Ma ogni volta la morte si fa inspiegabilmente più impalpabile e il nostro protagonista si ritrova suo malgrado ad essere tutore della propria vita in vendita.

Stanco di morire, senza mai morire, finché da inseguitore dell’ultimo respiro non diviene l'inseguito.

Ritmo incalzante e trama psichedelica, profondamente nichilista, esso si basa sul concetto che la libertà assoluta si ottenga nel momento in cui ci si slega dalla necessità del vivere.
La strana sensazione ricorrente che ho avvertito durante la lettura è stata quella di avere di fronte non il racconto di un sogno, ma un romanzo scritto da un soggetto profondamente addormentato e immerso in una lunga parentesi onirica.

La produzione di Mishima è notoriamente suddivisa in un filone prestigioso, frutto di ricerca estetica e di contenuti articolati e di una produzione prettamente commerciale, di rapida pianificazione e immediatamente remunerativa. Chi conosce Mishima, già dalla sinossi avrà chiaro che questo bestseller postumo appartiene alla seconda categoria; quindi, non ci si aspetti la più pregevole narrativa del giapponese. Ciò chiarito, è comunque un libro fluido e sufficientemente criptico, in linea con la personalità del suo talentuoso e controverso autore.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    01 Aprile, 2022
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Il ritorno di Penelope Spada

«Veniva ai giardini sempre di sabato o di domenica. Arrivava nella zona in cui di solito mi alleno, si sedeva su una panchina, non troppo vicina e non troppo lontana dagli attrezzi, tirava fuori un libro e un taccuino dallo zainetto, si metteva a leggere e di tanto in tanto prendeva appunti. Anche se faceva freddo. Qualche volta alzava la testa e si guardava attorno, con un’espressione incuriosita, come se si fosse reso conto solo in quel momento di dove si trovava.»

Nomen omen. Un vero e proprio caso di nomen omen è quello che coinvolge Penelope Spada, protagonista nata dalla penna di Gianrico Carofiglio e arrivata al grande pubblico con “La disciplina di Penelope”. Un personaggio particolare, Penelope. Una donna forte, provata dalla vita, una donna tenace ma astuta che negli anni ha imparato a guardarsi le spalle. Lei che in un’altra vita è stata Pubblico Ministero, lei che per quel misterioso fatto proprio del passato ha perso tutto e tutti tanto da trascorrere il suo tempo in compagnia di caffè corretti con Jack Daniel’s dopo notti con uomini diversi. Così l’abbiamo conosciuta. Ed è ancora lei che ben sa come funziona il sistema giuridico italiano, per punizioni e sanzioni talvolta inflitte quando l’unico obiettivo è o dovrebbe essere la ricerca della verità.
In “Rancore” tutto ha inizio dalla morte di un barone universitario. Pare, per cause naturali. Ma se non fosse così? Questo è il sospetto della figlia, Martina Leonardi, che in quella morte naturale proprio non crede. Una morte occorsa mentre la figlia era all’estero, una morte che proprio non la convince e della quale sospetta la nuova moglie del padre. Costui, dopo il divorzio dalla madre, si era risposato con una donna molto più giovane, due anni meno della figlia, ma che il giorno della morte era partita per un centro benessere in Toscana. Eppure Martina non ha dubbi. Troppi gli interessi sottesi, economici e non, legati alla morte dell’uomo chirurgo ma anche professore universitario. Per una legislatura anche parlamentare, un personaggio noto a Milano. Ma Vittorio Leonardi non è un personaggio sconosciuto per Penelope, anzi…

«Una regola tanto ovvia quanto ripetutamente violata anche da investigatori esperti: bisogna lasciar parlare il testimone, senza interromperlo, fino a quando non ha riferito tutto con le sue parole. Alla base c’è una ragione tecnica che molto spesso viene dimenticata: se l’investigatore, quale che sia il tipo di investigazione (privata, giudiziaria, addirittura – o forse soprattutto – psicologica), comincia subito a pretendere chiarimenti, precisazioni, a porre domande che esulano dal contesto dei fatti, quello che si determina è un effetto dannoso anche se poco intuitivo. Il teste, invece di riportare la sua versione genuina di una vicenda, è “addestrato” a rammentare solo ciò che interessa all’investigatore. E così vengono disperse, spesso in modo irrimediabile, informazioni importanti. Succede perché, dopo aver raccontato una storia in un modo, poi tendiamo a ripeterla sempre uguale, più che a recuperare la memoria di ciò che è davvero accaduto. Perciò è molto meglio lasciar parlare l’altro senza interrompere la sua narrazione e la nostra concentrazione. Ci sarà tempo in seguito per chiedere delucidazioni e avanzare congetture. Il problema è che tutti noi troviamo difficile ascoltare in modo attivo, cioè senza intervenire ma lasciando percepire che stiamo ascoltando. Immagino dipenda dall’insicurezza del proprio ego. Ci interessano le risposte alle nostre domande, più che la versione dell’altro. Ecco perché, come dicevo, perfino gli investigatori esperti non sono immuni da un simile errore. Naturalmente, fra coloro che, conoscono questa regola e talvolta la violano ci sono anche io.»

Un passo che riporto con la forza del ricordo di uno studio essendo questo uno dei principi base che vengono insegnati durante l’esame di Procedura Penale. In “Rancore” Carofiglio onora in primis Dostoevskij riportando quella che può ritenersi una propria e personale interpretazione de “Delitto e castigo”. Una versione, in questo caso, in ambito universitario.
L’opera si sviluppa con rapidità, è avvalorata dalla penna di uno scrittore che ci ha abituato alla forma precisa ed elegante di uno stile narrativo privo di sbavature e che con questo secondo capitolo porta avanti una serie che regala ore piacevoli.
E per quanto sia possibile intuire chi sia il colpevole, l’intreccio regge tra colpi di scena e sequenze che si susseguono rapide. I personaggi dal loro canto sono ben caratterizzati e solidi nella loro costruzione. Il lettore non fatica a immedesimarsi anche se talvolta l’immagine di Penelope tende ad essere più maschile che femminile. Non può definirsi l’opera migliore dello scrittore ma regge bene e ben prosegue le avventure iniziate con “La disciplina di Penelope”.

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Romanzi
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    31 Marzo, 2022
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Le pene d'amore

Torna l’avvocato Vincenzo Malinconico nel libro di Diego De Silva, intitolato Sono felice, dove ho sbagliato?. Un libro dissacrante, che provoca, però, nel lettore più di una riflessione.
L’avvocato Malinconico, quasi obbligato dalla compagna Veronica, deve occuparsi di una causa che in realtà lui non vuole proprio. Lui, che è uno che:
“ti travolge l’esistenza”,
è costretto ad ascoltare i patimenti d’amore di certa Maria Egizia, innamorata senza scampo di un uomo sposato, che la usa, per poi tranquillamente tornare, pacificato, in seno alla propria famiglia. Maria però è stufa, e vuole intentargli causa, perché lei è:
“una donna agli arresti esistenziali”.
Le pene d’amore, dunque, hanno diritto ad un equo risarcimento in tribunale? In tema di diritto privato cosa asserisce la legge?
“La soggezione in cui versa la parte debole di una relazione sentimentale inibisca la piena espansione della personalità e della sua vita e questo, a mio giudizio., configura un vero e proprio reato. (…) Perché se in una qualsiasi relazione privata , quando si arreca un danno, si può essere condannati a un risarcimento o quantomeno alle spese (e sul piano esistenziale le spese non sono certo due spiccioli), e in una relazione sentimentale si possono provocare danni permanenti e passarla liscia?”
Le premesse per impelagarsi in una situazione senza sbocco ci sono tutte. Quale sarà l’escamotage dell’avvocato Malinconico per venirne a capo?
Un libro che, sorridendo, e con molta ironia, pone un quesito di difficile analisi. Può esserci giustizia retributiva in amore? In amore tutto si può, ma la sofferenza implicita in un rapporto sbagliato tra due persone, pur persistendo un sentimento reciproco, è rapportabile in un’aula di tribunale? Le riflessioni e le discussioni in proposito sono tante ed hanno un, unico, inevitabile sbocco; ma l’autore sa trasformarle in un narrato gustoso che intriga. Torna un personaggio all’apparenza insensibile e cinico, che tuttavia convince con saggezza e maturità. Un libro all’apparenza ironico, ma al cui interno ha un forte afflato profondo e di sicuro successo. Una lettura che unisce amanti di questioni giudiziarie di lana caprina, ad amanti di storie d’amore e di sentimento. Una bella e simpatica lettura, che tramite un narrato ironico intenzionale sottintende questioni, anche, di natura morale di pregnante interesse letterario.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    30 Marzo, 2022
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La guerra dei Van Allen

Vic Van Allen è un tranquillo abitante di Little Wesley, cittadina nei pressi di New York. Conduce una esistenza pacata e regolare. Potrebbe vivere di rendita, ma gestisce pure una piccola tipografia artigianale dedita alla pubblicazione di volumi di gran pregio editoriale e si dedica a una serie di hobbies stravaganti: ebanisteria, allevamento di lumache e cimici, per il puro piacere di osservarle, giardinaggio. Ha una bambina allegra e intelligente di nome Trixie e una moglie bella ed esuberante, Melinda. Ma è proprio Melinda a causargli gli unici crucci della sua tranquilla esistenza. Da quando è nata Trixie è divenuta inquieta e scontrosa, al punto che i due dormono in camere separate. La loro vita in comune consiste solo in un mondo di cocktail party, feste in piscina, barbecue e abuso di alcolici. Ma soprattutto Melinda si concede sin troppe avventure extraconiugali. Vic ha sempre finto di ignorare i flirt della moglie, mostrandosi tollerante e quasi apatico sulla infedeltà della donna, anche se gli amici lo esortano a reagire. Però non sopporta che gli amanti di lei siano tutti persone vacue, sciocche, noiose e intellettualmente inferiori. Soprattutto lo innervosisce il loro tentativo di ingraziarsi pure la sua benevolenza. Così quando l’ennesimo corteggiatore, crollato sul divano sbronzo marcio, lo ringrazia per essere così accondiscendente nei suoi confronti (perché “Chiunque non capisca quando esagera…”) Vic con un sorriso sinistro gli dice che quando effettivamente non ne può della gente che non gli piace lui… la ammazza. E a conferma di ciò porta a esempio il fatto che un ex amante di Melinda sia stato ucciso a New York da mano ignota. Vic, ovviamente, non c’entra nulla con l’omicidio, ma, sebbene i suoi amici siano convinti che si sia trattato solo di una battuta feroce, la voce si diffonde rapidamente e per qualche mese la notizia ha l’effetto sorprendente di sfoltire il numero di uomini che frequentano Melinda e di riportare la pace in famiglia.
In seguito, però, arrestato il vero colpevole, la situazione torna a peggiorare. Così Vic, una sera, preso da un raptus, passa davvero dalle malvagie vanterie ai fatti concreti con l’ultimo amante. Nonostante non si trovino le prove del crimine, Melinda si dice certa che a uccidere Charley sia stato proprio lui e, da quel momento, la situazione tra moglie e marito diverrà incandescente in un crescendo rossiniano.

Patricia Highsmith (l’autrice de “Il talento di Mr. Ripley”) è sempre stata un’autrice iconoclasta e cinicamente amorale; si conferma tale anche in questo suo libro del 1957. Il romanzo crudo e senza scrupoli etici ci fa scivolare, con la lentezza di una colata lavica e con la sua stessa letalità, da una situazione di partenza già di per sé intollerabile (un matrimonio intossicato dalle sfacciate infedeltà della donna e dalla perdita di interesse reciproco nei coniugi), sino ai brutali omicidi commessi da Vic, che ormai ha superato il confine ultimo di ogni umana tolleranza. La narrazione scivola pigra, descrivendoci in modo asettico e impersonale (forse un po’ troppo) il progressivo degrado dei rapporti tra i due sullo sfondo dell’apparente serenità della periferia americana, fatta di serate tra amici e notti passate a bere per noia.
Vic, nonostante i reati che va via via commettendo, continua a restare ai nostri occhi la vittima di questa incredibile situazione. Peraltro è un padre amorevole, un serio e coscienzioso professionista sul lavoro, rispettoso dei suoi pochi dipendenti, un amico leale. E cerca di essere pure un marito corretto e comprensivo. Tutto ciò mentre Melinda, quasi a volerne irridere e sfidarne la tolleranza, non fa che approfittare della sua apparente indifferenza, giungendo a umiliarlo alle feste e agli incontri sociali ove non si perita di esibire le conquiste di turno comportandosi in maniera sfacciatamente provocatoria o di invitare l’amante del momento in interminabili notti a casa propria passate a bere, a ballare in modo troppo intimo e ad aspettare che Vic se ne vada a letto per potersi concedere al compagno occasionale.
Quindi, senza rivelare il finale, peraltro intuibile, si deve riconoscere l’indubbia abilità dell’A. a far sì che tutte le simpatie vadano a Vic (nonostante sia il “cattivo di turno”) e che vi sia, cioè, una sentita partecipazione per la tragedia che incombe su di lui. La trama è giocata sui tormenti interiori e sulle lotte psichiche dell’uomo, da un lato intenzionato a tener disperatamente in vita un matrimonio “normale” solo di facciata, ma esacerbato nella sua essenza, dall’altro divorato dai rimorsi non già per i crimini commessi, ma per dover fingere e mentire con gli amici che lo sostengono e, sino all’ultimo, lo credono innocente, un sant’uomo. Perché Vic, in effetti, è intimamente buono e mite, perché l’omicida, in fondo, è un altro sé stesso, suscitato in lui dalle sfacciate sfide della moglie. Insomma, l’A. con la sua perversa abilità riesce a ribaltare il nostro senso morale, a mostrarci il mondo osservandolo “dall’altra parte dello specchio”.
Giunti alla parola fine, non può mancare uno straziante pensiero per le sorti della piccola Trixie, l’unica anima veramente pura della vicenda che, si può supporre, verrà travolta dalle conseguenze della tragedia che ha colpito la sua famiglia.
In conclusione è un ottimo romanzo, un po’ maligno e ambiguo, ma in grado di tenere col fiato sospeso sino alla fine e, magari, pure a commuovere il lettore.

________________________
Una nota conclusiva: da questo romanzo sono già stati tratti numerosi film. In particolare Michel Deville nel 1981 girò una pellicola con Isabelle Huppert e Jean-Louis Trintignant, abbastanza fedele alla storia originale. Di questi mesi, invece, è l’uscita di una versione americana con Ben Affleck con un finale totalmente opposto a quello voluto dalla Highsmith. Segno che i tempi sono mutati...

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    28 Marzo, 2022
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lagune medioevali

Corre l’anno 807, nelle acque che lambiscono le isole alla foce del Po viene ritrovato un sarcofago perfettamente sigillato.
Ben celato a occhi indiscreti tra spesse mura e uomini fidati, il contenuto della tomba è il corpo inviolato di una fanciulla, avvolto da un intenso profumo di fiori.

Strani accadimenti coinvolgono i presenti, difficile contenere gli spifferi da cui eludono voci che si diramano tra i canali profondi e silenziosi.
Miracolo o maledizione, le spoglie innescano uno scontro violento tra l’abate Smaragdo, che esorta alla prudenza verso quel corpo pagano ed il vescovo Vitale, che inneggia alla santità delle reliquie per richiamare fedeli e denaro.

Questo l’incipit del romanzo storico di Marcello Simoni, evento che apre le danze su personaggi secondari che si fanno poi protagonisti della vicenda tra misteri svelati, insidie, agguati e venti di guerra.
Il libro parte a rilento, per una buona metà si tratta di una narrazione logorroica che porta poca sostanza in tavola. Chi riuscisse a soprassedere alla noia sappia che arriverà una svolta a sancire il rianimarsi del libro, portando un discreto intreccio all’attenzione del lettore.

Buona la caratterizzazione medioevale degli ambienti, peccato non sia stata elaborata di più, rendendo i luoghi un elemento di forte impatto, possibili protagonisti capaci di sopperire alla catastrofica mancanza di spinta iniziale.
Penna scorrevole ma non indimenticabile, ci sono alcuni elementi apprezzabili, ma complessivamente un lungo romanzo evanescente.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    27 Marzo, 2022
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Johnny il Creosoto

Lansdale è uno di quegli autori che, nel mezzo della sua prolifica produzione, alterna diversi lavori che rappresentano un piacevole passatempo e nulla più e altri che invece riescono a distinguersi e a lasciare un segno più profondo. Anche se non ai livelli di “Paradise Sky”- che ancora considero uno dei suoi libri più riusciti - “Moon Lake” è probabilmente uno di questi. Intendiamoci, stiamo comunque parlando di un thriller votato principalmente all’intrattenimento, ma lo metterei un gradino più in alto delle produzioni seriali che potrebbe produrre un Connelly, un Deaver, o lo stesso Lansdale nei suoi romanzi che hanno come protagonisti Hap e Leonard.
Le atmosfere che ci ritroviamo davanti in questo romanzo hanno tinte molto fosche, orrorifiche (un po’ alla King), così come inquietanti e disturbanti sono le vicende che ci ritroviamo a seguire, che un po’ portano alla mente quella prima stagione di True Detective che gli amanti del genere considerano un capolavoro irraggiungibile. In realtà, è possibile che Lansdale ne abbia tratto qualche spunto. Lo stile dell’autore è quello a cui ci ha sempre abituati: diretto, coinvolgente, reso anche evocativo dall’ambientazione che ha deciso di utilizzare e dunque arricchito di un elemento in più. Lansdale non sarà McCarthy o Roth, ma nella schiera di autori tra i quali viene collocato ha un qualcosa in più che lo pone su un gradino più alto.
Ma di cosa parla “Moon Lake”? Al centro della storia c’è proprio il lago, che molti anni prima ospitava la vecchia città di Long Lincoln, nella quale i genitori del protagonista si sono conosciuti. Un giorno, non senza preavviso ma comunque con disinteresse per le vite di chi abitava la città, le dighe vengono fatte saltare e la città viene sommersa così che New Long Lincoln possa sorgere. Tuttavia, i fantasmi di coloro che sono morti (non prendetemi in maniera letterale, non del tutto) non rimarranno sul fondo di quelle acque nere e sulla città nuova aleggeranno sempre i misteri che riguardano i responsabili di questo genocidio; un genocidio che verrà arricchito da una serie di morti che, durante gli anni, diventeranno una costante ma saranno sempre avvolte dal più profondo silenzio. La narrazione avrà inizio con la decisione del padre del protagonista di caricare le valigie in auto e andar via insieme a suo figlio, salvo poi mostrare le sue vere intenzioni: gettarsi in fondo al lago e porre fine a quella vita che, da quando sua moglie è andata via, si è svuotata di senso. Il piccolo Daniel verrà salvato da Ronnie, un’adolescente di colore, e starà a casa sua per il tempo necessario ad affezionarsi alla sua famiglia e innamorarsi della ragazza. Ma New Long Lincoln è un luogo pieno di pregiudizi razziali e dunque Daniel sarà costretto a trasferirsi da una zia con la quale non ha mai intrattenuto rapporti.
Il grosso della storia, tuttavia, si incentra sul ritorno di Daniel a New Long Lincoln, da adulto. I fantasmi del passato riemergeranno ma assumeranno una consistenza, e le ombre che si celano dietro i misteri della città dei volti, i quali ruotano intorno all’inquietante figura simbolica di Johnny il Creosoto.
Chi è amante del genere, secondo me lo gradirà.

“Siamo esattamente questo. Lasciate che vi dica cosa siete voi due, invece. Due esseri insignificanti. Incastrati in una trappola di morale, etica e luoghi comuni. Una specie di vetrina addobbata della vita. E lasciate che vi dica anche cos'è la vita. La vita non è altro che sopravvivenza. Darwin non ha scoperto che l'empatia ci ha aiutati a sopravvivere, ha scoperto che i più forti e i più determinati ci hanno permesso di sopravvivere.”

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Romanzi storici
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    27 Marzo, 2022
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Un uomo e la sua cima

Agostino fin da bambino prova un'attrazione speciale per le montagne che circondano il suo paese e durante il periodo estivo in cui sale sugli alpeggi per guadagnarsi la pagnotta come aiuto del malgaro, cementa un legame che durerà tutta la vita con una cima in particolare, il Monte Grappa, per lui semplicemente “la Grapa”.
Un amore che diventa rispetto, generando un senso di appartenenza, perchè percorrere quei fianchi rocciosi e scoscesi significa libertà e felicità, quando gli occhi si perdono all'orizzonte e il silenzio tutto sovrasta.

“Il Moro” come tutti lo chiameranno è un uomo cresciuto in simbiosi con la sua montagna, piantando delle radici che neppure la famiglia riuscirà a scalzare.
Antesignano della figura della guida alpina per i primi appassionati di escursionismo ad alta quota sui primi del Novecento, quindi guardiano del primo rifugio sorto sul Grappa fino allo scoppiare della prima grande guerra che farà di questa vetta una triste e tragica protagonista, colma di sangue e morte.

Un racconto intenso e pervasivo che prende le mosse da una singola storia di vita per raccontare uno spaccato della grande Storia. Un modus efficace, denso di particolari documentati e palpitante sul piano emotivo.
Una grande prova di scrittura per Paolo Malaguti, una prosa elegante, colta e raffinata che utilizza con sapienza e ponderazione il gergo regionale.

Un romanzo storico di grande interesse che lega a doppio filo il lettore con un uomo che ha vissuto sia la pace estrema in cima alla sua vetta sia l'orrore della guerra; attraverso quegli stessi occhi le immagini dei tempi scorrono veloci e impietose, dapprima i colori e gli spazi infiniti, i sentieri bianchi di ghiaia in estate e di neve in inverno, poi la carneficina, il rosso del sangue che tutto tinge, le trincee che bucano la pancia della montagna, il fragore degli spari, morte e orrore, i cimiteri di fortuna.

Una penna quella di Malaguti che viene posta al servizio della Storia partendo dai ritratti dei singoli volti, degli italiani, di chi ha fatto e subito l'inesorabile avanzata dei tempi e degli eventi, ricalcando le orme del grande Sebastiano Vassalli nell'elaborato stilistico del contenuto.

“La montagna è donna finchè resta fertile, finchè i suoi pascoli danno erba nuova e nuovi fiori anno dopo anno. Lassù su quella che un tempo era stata la sua cima, casa sua, erba non ne sarebbe più cresciuta. Era diventato quello che avevano cercato e voluto dalla guerra in poi. Il monte, il simbolo del popolo vittorioso, il sarcofago dei guerrieri morti nel fuoco e nel ferro.”

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I romanzi di Sebastiano Vassalli
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Marzo, 2022
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Stefano e Ana

«Lo avevano guardato salire le scale, dalle telecamere, e si chiedevano cosa potesse volere da loro un ragazzino. Il casco in mano, il giubbotto aperto su un maglioncino leggero. Informale, ma elegante, scattante, giovane. Aveva esitato un po’ sul pianerottolo, ma questo l’aveva visto solo Oscar Falcone, dallo spioncino.»

Alessandro Robecchi torna in libreria con un’altra avventura dedicata al suo fortunato personaggio Carlo Montessori. Il romanzo che si viene presentando mostra ancora una volta la grande maestria del narratore ed è uno scritto che si presta a una lettura volutamente lenta per godere degli aspetti più intrinseci e al contempo propri di uno scritto che si lascia semplicemente gustare.
“Una annosa questione d’amore”, come direbbe Montessori, è oggetto del narrare. Infatti a essere protagonista è proprio un amore. Tra un ventenne ragazzo della Milano bene di nome Stefano ed una rumena di trentanove anni di bellissimo aspetto e dal nome Ana. Non c’è età che tenga o differenza che esista, i due si amano e tra loro le differenze possibili vengono meno. Che si tratti di anni, ceto sociale, o anche un passato molto da “dark lady” e molto poco da Milano bene. Tuttavia, di punto in bianco, Ana scompare. Di lei Stefano perde ogni traccia. Per ritrovarla decide di rivolgersi alla “Sistemi integrati” che per un effetto catena tirerà in ballo lo stesso Montessori. Man mano che l’opera proseguirà sarà però sempre più evidente come le sorti possano effettivamente cambiare e questo perché forse non esiste speranza alcuna per Stefano e la quarantenne.
Non mancano a colorare queste pagine anche Oscar Falcone e la Cirrielli che arriveranno a far squadra con Ghezzi e Carella che saranno incaricati di condurre una indagine parallela e avente ad oggetto usura, narcotraffico, finanza “malata”, boss delle ombre del vivere quotidiano e al contempo tutto quello che riguarda la faccia oscura della Milano che non è solo luci e abbagli.
Da qui l’ennesima bravura di Robecchi che propone sì un noir in suo perfetto stile ma che riesce anche a far convivere il giallo con la realtà del nostro quotidiano ma anche con le emozioni e le sfaccettature che caratterizzano ogni personaggio.
E potrà mai mancare l’audience, il dramma sfruttato e veicolato? No, certamente no. Ecco allora che entrano in gioco Bianca Ballesi e la presenza a “Crazy love” di Flora in quel che già in passato abbiamo conosciuto come “la grande fabbrica della merda”. Personaggi, ancora una volta, che tornano e che sono strumento perfetto per mostrare al mondo una realtà che non sempre è lucida e/o effetto di un vivere privo di secondi fini.
Il tutto è accompagnato da un ritmo che incalza, che si lascia godere e che porta anche il lettore a riflettere per mezzo di Carlo Montessori. Perché non solo le vicende ma anche le persone e i sentimenti avranno un ruolo determinante in questo scritto che ben mixa amore e mistero. Un titolo che sa essere struggente quanto incisivo nel suo essere un pugno nello stomaco.

«Niente. Solo schiuma. E l’annosa questione dell’amore.»

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