Le recensioni della redazione QLibri

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Settembre, 2020
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Famiglia genetica, legale, economica, filosofica,

“Costanza decise di tuffarsi. Come aveva fatto con la proposta di Henry. Avrebbe cavalcato l’onda fin dove l’onda l’avrebbe portata prima di infrangersi, o prima che lei stessa finisse contro uno scoglio.”

Dopo “I formidabili Frank” è ancora una volta la famiglia il fulcro della narrazione del nuovo libro di Michael Frank. Stavolta non siamo di fronte ad un memoir ma ad un classico romanzo.
Tutto inizia in Italia, a Firenze, dove Costanza, una donna di circa quarant’anni che fa la traduttrice, incontra Henry e suo figlio Andrew in una piccola pensione dove tutti e tre stanno trascorrendo un periodo di vacanza. Costanza ha per metà origini italiane, sua madre è ligure, mentre il padre, morto quando lei era adolescente, era statunitense. Sia Costanza che Henry ed Andrew vivono a New York, ma è nella pensioncina di Firenze che scatta l’inaspettata ed intensa attrazione fra i tre. Prima si conoscono Costanza ed Andrew. Lui è un ragazzo che deve frequentare l’ultimo anno delle superiori, è introverso e tormentato. Si è appena lasciato dalla sua ragazza, non ha un buon rapporto con il padre che considera troppo egocentrico e narcisista e dal quale non si sente amato fino in fondo. Poco dopo si conoscono anche Costanza e il padre di Andrew, Henry. Lui è un famoso medico specializzato nella fecondazione assistita, sicuro di sé, volitivo ed intraprendente in apparenza, in realtà ancora sofferente ed insoddisfatto dopo la separazione dalla moglie avvenuta ormai sei anni prima. Anche Costanza è un personaggio particolare, una donna molto bella ma non più giovane, è rimasta vedova da circa un anno di un famoso scrittore di cui stanno per essere pubblicati i diari postumi. Costanza ed Andrew diventano amici, anche se uno dei due è coinvolto sentimentalmente. Poco dopo Henry e Costanza iniziano una relazione molto intensa e promettente. Entrambi hanno un fortissimo desiderio di superare le loro solitudini e ritrovare la felicità che solo l’amore condiviso può offrire. Così, quando pochi mesi dopo si rivedono a New York, decidono immediatamente di andare a vivere insieme. Costanza vorrebbe avere un figlio e stranamente Henry subito la appoggia e anzi, quasi la spinge a perseguire questo obiettivo, nonostante si conoscano da pochissimo tempo. Quali motivazioni spingono veramente Henry a comportarsi così? Perché è quasi più ossessionato di Costanza nella ricerca di quel futuro figlio? Forse soltanto a causa della sua professione? Oppure c’è qualcosa che viene tenuto nascosto?

Michael Frank scrive un romanzo apparentemente molto lineare e leggero, in realtà abbastanza sofisticato e complesso. I temi trattati, la famiglia, la genitorialità intesa come fatto biologico, sociale o culturale, le relazioni fra le persone, che si portano dietro quasi sempre degli spazi misteriosi, sicuramente sono stati trattati e dibattuti in molti luoghi culturali diversi e vari. Tuttavia questo romanzo ha il pregio di riproporli con originalità e freschezza. In particolare, sono i personaggi ad essere tratteggiati in modo inedito perché, pur non suscitando grande simpatia e di conseguenza nemmeno molta empatia nel lettore (eccetto il tormentato, giovane e puro Andrew), riescono lo stesso a catturare l’attenzione e a suscitare l’interesse verso la storia narrata, anche e malgrado, la loro antipatia, la loro insincerità, la loro codardia.
Un buon romanzo, in grado di portare il lettore in luoghi conosciuti ma anche inaspettati.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    14 Settembre, 2020
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James o Maurensig?

Riguardo a questo racconto occorre fare un'importante premessa, emersa nel mio caso durante la lettura dell'introduzione: "Pimpernel” era in origine una novella di Henry James, ritrovata per caso da Paolo Maurensig il quale, giustamente, ha colto l'occasione per ricomporne le parti perdute e offrirle ai lettori. Quel che è strano è che questa cosa non sia tanto evidente né sbandierata da Einaudi perché, non me ne voglia Maurensig, ma il nome di Henry James e di un suo racconto ritrovato tirano molto di più, per quanto mi riguarda. Che il racconto fosse talmente rovinato - e dunque, pesantemente rimaneggiato - da non potergli assegnare il nome dell'autore statunitense? Molto probabile, ma l'occasione di specificarne l'origine era troppo ghiotta per non poter esser colta. Durante la lettura mi sono chiesto costantemente se stessi leggendo James o Maurensig, e ho trovato pace solo quando ho deciso che non aveva importanza e mi sono concentrato sul racconto in sé.
"Pimpernel” è un bel racconto, che si legge velocemente e con piacere. Si sente molto l'impronta ottocentesca, per fortuna, considerato che l'autore si prende spesso il tempo per fare discettazioni e riflessioni che possono coinvolgere il lettore, in questo caso perlopiù incentrate sulla Bellezza e sull'arte. Alcuni tratti sono piuttosto interessanti e vi spingeranno a soffermarvi un attimo per capire e anche per fare le dovute considerazioni.
“Pimpernel” ruota intorno a una storia d'amore (come suggerisce il sottotitolo), quasi un colpo di fulmine tra un giovane scrittore americano (probabilmente alter ego di Henry James) e una giovane donna, il tutto nella splendida cornice che è Venezia. Agli autori piace vincere facile. La ragazza, di nome Annelien, è un personaggio interessante: certo non la classica figura femminile poco sfaccettata che era molto diffusa nei romanzi di un paio di secoli fa. Questo dà un pò di spessore a una storia d'amore che in fondo non ha nulla di diverso da tante altre, almeno fino a quando il segreto di lei non viene fuori dando al tutto una sfumatura diversa e creando un collegamento anche con la vita privata di Henry James.
Alcune cose e situazioni presentateci nel racconto non hanno, a mio parere, un'evoluzione soddisfacente (ad esempio la storia con lo spretato Damiani, un po’ troncata) e molte cose che potevano essere approfondite restano invece col proprio potenziale inespresso. Un tema che mi è dispiaciuto non vedere approfondito, ad esempio, è quello del conflitto generato nello scrittore quando gli si pone davanti la scelta tra denaro e gloria, tra agiatezza e la necessità dello scrittore "vero" di trasmettere un messaggio, di lasciare un segno.
Nonostante tutto, “Pimpernel "è una lettura piacevole e che consiglio, soprattutto agli esperti di James, cosi che possano capire quanto di lui c'è in questa storia.

“L’umana bellezza rispetto alla bellezza dell’arte era transitoria, mutevole, fallace. Bastava che sul bel nasino di una donna spuntasse un foruncolo perché la sua bellezza ne venisse compromessa. Che dire, poi, dell’inevitabile invecchiamento?”

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    09 Settembre, 2020
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Una lettura leggera

Probabilmente perfetta per una lettura estiva, questa raccolta di racconti di Georges Simenon esce per Adelphi a estate ormai finita. A parte il racconto che dà il titolo alla raccolta, le storie che vi sono contenute sono brevi: non vanno infatti mai oltre le venti pagine. Non c’è mai moltissimo da dire per quanto riguarda i racconti: a meno che non si parli di raccolte che hanno un evidente filo conduttore o se a scriverli sono mostri sacri del racconto breve come Borges o Bradbury.
Le storie contenute in “Annette e la signora bionda” non hanno evidenti punti in comune, solo qualcosa che si può cogliere qua e là ma non si può considerare un tema condiviso. Oltre questo, non si può dire che siano racconti con importanti pretese letterarie, ma solo un modo per passare qualche piacevole ora di lettura. Un tema che secondo me è emerso (ma sempre in maniera superficiale) è quello del rapporto uomo-donna, anche se trattato dal punto di vista di un uomo che ha vissuto in un epoca non molto lontana ma comunque diversa dalla nostra. Quel che emerge più marcatamente sono proprio le differenze di genere più radicate, e devo dire che in un tempo come il nostro in cui si cerca disperatamente di annullarle (cosa giustissima riguardo ai diritti, più discutibile quando si vogliono negare le peculiarità che ci rendono diversi, non migliori o peggiori) è stato interessante riscontrarle e fare un paragone coi nostri giorni.
Paradossalmente, credo che il racconto più scialbo sia proprio quello che dà il titolo alla raccolta: certo, è possibile che il mio giudizio negativo sia dovuto all’avversione spropositata che ho per i personaggi femminili sciocchi e superficiali, quale è la nostra Annette (che tuttavia ha dalla sua la giovanissima età), ma devo dire che è quello che mi ha colpito meno. Mi sono piaciuti molto di più “La strada dei tre pulcini” e “La moglie del pilota”, che sono quelli che possono dare qualche spunto in più. Oltre questo, non c’è molto altro di cui si possa discutere e credo che la vera discriminante che debba convincere un lettore è in primis il suo gradimento nei confronti di Simenon. Se ci si sta approcciando la prima volta a questo autore, potrebbe tuttavia non essere il libro migliore con cui cominciare, perché credo che non vengano fuori le sue qualità migliori e si potrebbe finire per considerarlo un autore di non così grande livello: certo, non parliamo di Doyle né tantomeno di Dostoevskij, ma se le sue opere continuano a essere pubblicate a oltre tre decenni dalla sua morte, un motivo ci sarà. Nonostante questo, essendo lo stile molto fluido e intrigante, potrebbe essere preso in considerazione se si vuole conoscere l’autore “senza impegno”, con qualcosa di più leggero.
Riassumendo: se vi piace Simenon o avete voglia di qualcosa di leggero leggetelo; se volete leggere un libro più impegnativo e profondo o cercate un approccio all’autore che sia più indicativo, virate su altro.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    07 Settembre, 2020
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Il mondo cinese e la cultura del tè

Lisa See, americana, è di origini cinesi, e ha raggiunto il successo letterario con Fiore di neve e il ventaglio segreto, a cui ha fatto seguito In una rete di fiori di loto, La ragazza di giada, La ragazza di Shangai, Le perle del drago verde e Come i fiori di notte. Ora torna in libreria con Come foglie di tè, un poderoso libro in cui viene messo in particolare evidenza tutto l’amore dell’autrice per il mondo cinese. Ma non solo: si fa risaltare anche la perfetta conoscenza di questa realtà, espressa anche nei piccoli particolari che pochi conoscono. Un testo che:
“ispirerà alla riflessione, discussione e desiderio travolgente di bere un raro tè cinese.”
Narra la vicenda di Li-yan che con la sua famiglia vive in un remoto villaggio alla periferia. La sua famiglia appartiene alla popolazione denominata Ahha e sopravvive solo grazie alla coltivazione e alla raccolta del tè. I ritmi di vita sono proprio soggetti a questo, e si svolgono in funzione di essa. Sono molto poveri, e soprattutto alle donne non è concessa alcuna istruzione. Ma fa eccezione Li-yan, che impara a leggere e a scrivere, con grande stupore dei consanguinei. Tutto si ribalta quando irrompe nel villaggio la civiltà: arriva uno sconosciuto a bordo di una Jeep e lei se ne innamora follemente. Rimane incinta. Ma la sua famiglia non accetta la creatura, che verrà abbandonata in un orfanotrofio avvolta in una coperta che nasconde una tea cake. Quella bambina, adottata da una famiglia benestante californiana, una volta cresciuta vorrà, però, avere delle spiegazioni circa la sua origine. Che accadrà? Incontrerà la madre? Come si porrà nei confronti della famiglia d’origine?
Un libro interessante, dove due sono gli elementi chiave: l’amore e la minuziosa conoscenza della realtà cinese in quanto tale, e la coltivazione e la raccolta del tè. Quest’ultima ha un ruolo veramente preponderante. Al tè sono legati usi e costumi della società. A lui si riconosce una importanza totale, per cui:
“Ogni storia, ogni sogno, ogni minuto della nostra vita pullula di coincidenze fatidiche che si susseguono. Persone e animali e foglie e fuoco e pioggia: turbiniamo gli uni intorno agli altri, come chicchi di riso che vengono lanciati in cielo a manciate.”
La vita del villaggio è semplice, sempre in precario equilibrio. Infatti:
“Comunque sia la nostra casa, come tutte le strutture del villaggio, è stata costruita per essere temporanea. (…) La nostra casa è costruita su palafitte di bambù, così da assicurare una area protetta.”
Fa da contrasto, reso con molta vividezza, il mondo occidentale americano, di cui la figlia abbandonata è simbolo e insieme superamento dell’arretratezza. Quale dei due mondi avrà la meglio?
Una lettura che mi ha stupito per la comunicazione e il ritratto di un mondo che non conoscevo. Di cui però ho fatto fatica a procedere nella lettura, un po’ per l’eccessiva prolissità, un po’ per i nomi dei personaggi. Nel complesso si rivela una lettura curiosa ed interessante per chi voglia affrontare temi differenti e lontani dalla nostra cultura. Un po’ troppo prolissa e descrittiva, per cui alla fine si tende a perdere il filo del discorso. Forse da affrontare a piccole dosi, sorseggiando una tazza di tè fumante ed odoroso….

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    06 Settembre, 2020
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La scelta responsabile

Questo è un testo potente, che parla di un potere, quello talora più grave da gestire tra le facoltà umane, sebbene sia il più straordinario, e perlopiù meraviglioso, eccelso ed eminente insieme: la virtù di essere origine, radice, madre.
E perciò, inderogabilmente, trattasi di una prerogativa di donna.
Cosa significa concedere la vita? Quando e dove si inizia a divenire madre?
Questo il tema de “Il dono di Antonia”, un bel libro, l’ultimo in libreria, di Alessandra Sarchi.
Un libro difficile, in verità, per l’argomento trattato, a prima vista presenta anche una certa resistenza alla lettura, malgrado sia ben scritto, con stile elegante e prosa ricercata, mostra una sorta di pudore, una qualche ritrosia a estrinsecare tutto il suo potenziale, che è notevole, credo a causa di una certa delicatezza, più che riserbo oserei dire tenerezza, con la quale l’autrice affronta di straforo un tema attuale come la maternità suffragata.
Forse solo in questo è il suo unico neo, che ne frena forse la scorrevolezza.
In realtà il suo è un discorso più ampio, sussurrato più che esclamato, espresso con timidezza e finezza insieme, una garbata conversazione su cosa significa davvero divenire madre, come lo sente in sé questo sentimento una donna conscia e consapevole che ogni mese, per un periodo della sua vita, è depositaria della possibilità di effettuare un dono, o più spesso un rifiuto, di cui sottilmente e inconsciamente prova sempre una lieve frustrazione.
Antonia è una donna, una moglie, una madre, gestisce una piccola azienda agricola con caseificio annesso sulle colline intorno a Bologna.
Vive una vita come tante, apparentemente tranquilla, serena, forse anche monotona, le sue giornate trascorrono secondo orari dettati dai ritmi naturali, scanditi dai tempi della mungitura, del governo degli animali da latte, della produzione di ricotta e formaggi, della cura della casa e dell’orto.
Come tanti, nelle pause dal lavoro cerca nello sport e nell’attività fisica fine a sé stessa, supporto e conforto allo stress quotidiano dell’esistenza, inanellando vasche su vasche nella piscina annessa all’azienda.
Per benefica produzione di endorfine, certo, e catarsi in una parvenza di protettivo liquido amniotico.
Uno stress quotidiano il suo, in verità, un po' più accentuato che in altre famiglie: l’unica figlia, la diciottenne Anna, infatti, soffre di un disturbo alimentare insolito per le passate generazioni ma purtroppo in auge oggi nei tempi moderni, è anoressica.
L’esistenza della famiglia si regge quindi per il tramite di un filo assai fragile che lega le esistenze dei membri della famiglia, padre, madre e giovane impiegato, ruotano tutti intorno al problema evidente, mai negato e però nemmeno conclamato apertamente.
Tutti sono alla ricerca di un continuo equilibrio, in una atmosfera instabile, da un lato le blande e caute strategie dei familiari, la mamma Antonia in particolare, volte a convincere in qualche modo più spesso maldestro la giovane ad alimentarsi, ad introdurre un numero maggiore di calorie nella dieta quotidiana, dall’altro il sottrarsi della ragazza a quelle che considera pressioni ed intrusioni sgradite nella propria sfera di scelta e di azione.
Il tutto attraverso un gioco di finzioni, un senza parere, un gioco di convenzioni, di compromessi, di trattative, perché le insistenze, seppure dettate a fin di bene, non diventino ossessioni nefaste, o ritornelli e sproni compulsivi, e non diano la stura ad autentiche crisi isteriche di panico, così come caldamente raccomandato di evitare dai professionisti sanitari, e dai gruppi di supporto e di aiuto, costituito come tipico in certe patologie, dai familiari dei pazienti, tutte ragazze, afflitte da tale disturbo.
Una simile evenienza, il fatto stesso che tale disturbo sia a sola diffusione femminile, conduce inevitabilmente ad orientare lo spot sulla madre, sul rapporto madre- figlia, dai più ritenuto origine dello squilibrio emozionale che si estrinseca nel rifiuto di nutrirsi.
La protagonista del romanzo quindi è giocoforza sospinta a ridiscutere e a riconsiderare il suo ruolo di madre, e questo naturalmente la porta anche a ricordare gli eventi della sua vita trascorsa.
Perché è inevitabile: ognuno di noi è la conseguenza di quello che è stato, degli eventi che ha vissuto, delle scelte compiute o subite, e quello che è stato prepara il presente, e questo a sua volta è l’input del futuro.
Antonia ricorda quindi, o meglio è costretta a rinvangare quello che considera, o si è convinta a considerare, un errore di gioventù, il frutto di una leggerezza, una mossa tanto superficiale quanto istintiva e frettolosa, compiuta in assoluta buona fede e nobiltà d’intento in un’età quando ancora necessariamente difettano maturità e capacità di scelta giudiziosa.
Un evento di cui nessuno, se non il marito, è al corrente, una circostanza che in qualche modo ha forse lasciato memoria genetica in lei, e lo ha trascritto malignamente nei geni della figlia
In tal modo condizionandone il rifiuto ad assimilare energia vitale, quasi la ragazza intendesse punire come una nemesi storica-genetica Antonia, che le è madre ed è l’origine del suo primo cibo, la poppata da lattante, ripudiandolo e rifiutando ogni altra forma di alimento offerto.
Antonia infatti, ancora ragazzina, ventisei anni anni prima, fresca di studi universitari, aveva usufruito di una borsa di studi universitaria, trascorrendo un anno in California.
Era stata la sua una scelta accademica ricercata e voluta, sentiva il bisogno di evadere, di continuare gli studi il più lontano possibile da casa sua e specialmente dalla propria madre, con la quale aveva un rapporto di timore e disagio, di staccarsi dai luoghi natali, quasi intendesse sradicarsi e cancellare il ricordo di sé.
La giovane aveva provocato involontariamente una delusione cocente, lei unica figlia, all’autorità manifestatamente unanime della sua famiglia, la mater familias.
Una madre costei ben diversa di carattere dalla dolce e timida Antonia, una donna d’altri tempi, potere unico e assoluto, dotata di carisma e autorità congenita data la sua difficile, e ammirevole in verità, storia di emancipazione sociale.
Antonia era stata una tremenda delusione per sua madre, ne era stato motivo di umiliazione e forse sottile derisione di quanti la detestavano. Le aspettative della madre, e dei familiari, tutti infermieri e tutti occupati nelle professioni sanitarie, furono vanificate dalla scelta di Antonia di dedicarsi ad altro negli studi e nella professione, a causa di una sua innata e sconcertante repulsione per tutto quanto consono al sangue e alla medicina, addirittura perdendo incredibilmente i sensi in caso di prelievo di sangue, e ovvio conseguente rifiuto di divenire donatrice di sangue, come invece ruolo consolidato in tutti i familiari, da ferrea tradizione di famiglia instaurata appunto dalla madre.
A Los Angeles Antonia, semplice e ingenua, mal si adatta allo stile di vita e alle incongruenze anche atroci dell’opulenta, e assurdamente contraddittoria, società americana.
Di giorno vede gli americani bene riempire a dismisura i grandi carrelli dei supermercati di ogni sorta di cibo e di ben di Dio, la maggior parte del quale finirà sprecato; e di notte, gli stessi carrelli sono sospinti di nascosto, e con vergogna, carichi di povere cose, dagli homeless sbucati dal nulla in cui si nascondono nelle ore di luce e che con il buio gironzolano in giro in cerca di avanzi alimentari nei bidoni della spazzatura.
Questi sconvenienti controsensi turbano la giovane, la portano a insicurezze ed errori di vita che sfociano in un rapporto superficiale con un uomo più grande, e più immaturo di lei, che si conclude con un tragico, e doloroso, aborto spontaneo.
Salva il suo equilibrio e la sua sanità mentale, restituendole una parvenza di serenità, la sua amicizia, intensa e disinteressata, con Myrtha, una donna di poco più grande di lei, sposata e di famiglia agiata, con cui condivide la passione per il nuoto, e che le insegna come a lei, e a lei sola, spetta il compito di scegliere come essere felice, nessun altro al mondo può sostituirla in questa scelta responsabile, meno che mai la propria madre.
Per questo Antonia, grata all’amica del cuore, poiché questa per qualche motivo è sterile e desidera fortemente avere un figlio, le propone prima spontaneamente e poi la costringe ad accettare il suo dono, un pegno d’amicizia e di amore, il più grande, una maternità surrogata, le dona d’impulso, e con gioia, anche con un pizzico di incoscienza giovanile, un proprio ovocita, per cui tramite la fecondazione eterologa, l’amica possa esaudire il proprio desiderio di maternità.
La gravidanza procede, e Antonia capisce, con dolorosa coscienza, che non può più restare vicino all’amica: il suo dono non è come una donazione di sangue, non è un colmare una carenza momentanea di sostanza, è un creare ex novo, è un dono che non può essere donato, è una scelta responsabile ed irresponsabile insieme, magari giusta ma a cui non è preparata.
Pertanto, parte, anzi fugge, torna in Italia decisa a lasciarsi indietro tutta questa esperienza, e soprattutto la gelosia nel vedere una vita, che è anche sua, crescere in un’altra madre.
Sa che i figli appartengono a chi li cresce, li nutre, li cura, li segue, certo; ma appartengono.
Per essere, sono di chi li ha messi al mondo. Di più, di chi li ha creati. L’input primordiale.
Perciò torna in Italia, si rifà un’esistenza, provando a relegare nell’oblio una parte di sé.
Ed ecco, quell’ovocita non è più un gamete, è un giovane di nome Jessie, per una serie di circostanze ha saputo di sua madre biologica, e viene a cercarla perché…perché:
“Ogni culla chiede: da dove?”
Conoscere il passato per comprendere il presente e preparare il futuro, è una grande lezione di Storia. Anche della Storia degli umani.
Ognuno di noi necessita di sapere da dove viene, chi è, come è diventato quello che è, è scritto nel nostro patrimonio genetico, che ha un numero pari di cromosomi, perché ciascuna metà viene da un genere diverso, e combinandosi forma un tutt’altro che è sé e viene anche da due.
Conoscere i due, per avere coscienza di sé, è istintivo nella razza umana.
La concretezza di Jessie che la viene a cercare a Bologna è salvifica per Antonia e, come pare assai probabile, per la giovane Anna, la sorella almeno in parte di Jessie.
Poiché ambedue le donne sembrano recuperare qualcosa, riempiono una carenza che si era instaurata tra loro e che Anna manteneva volutamente vuota, evitando di riempirla di cibo, comprendendo che solo un certo tipo di Amore aveva il diritto di colmare tanta lacuna.
Amore fatto di chiarezza, apertura, sincerità e senza alcun timore di essere giudicati.
Perché i figli possono essere giudici severi, ma quasi mai sono attendibili, e nemmeno i genitori.
Bisogna saper affrontare le scelte, comprendendole e accettandole senza condizioni, nell’uno e nell’altro senso.
Antonia sia con Jessie che con Anna, ha fatto quello che poteva e sapeva fare in quel momento, del suo meglio, non altro. Perché una donna nell’arco della sua vita produce parecchie uova, e tutti le spiegano presto tutto al proposito, come fecondarle e come evitare la gravidanza.
Ma fare la madre, non te lo insegna nessuno, mai. Meno che mai la propria madre.
Ogni donna lo apprende da sé, è una scelta responsabile.
La sola che permette per esempio ad Antonia di ritrovare sé stessa, e la parte di sé che credeva persa.
Questo il senso del dono della maternità, il più grande dei doni, che neanche i tre Magi.

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A chi è madre, a chi desidera esserlo, e a chi ci pensa.
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lapis Opinione inserita da lapis    14 Agosto, 2020
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“Mise en abyme”

"«Io credo soltanto che leggere aiuti le persone a sentirsi migliori di quello che sono.»
«O anche peggiori.»"

Torna in libreria Fabio Stassi con un nuovo lavoro che vede, ancora una volta, protagonista il biblioterapeuta Vince Corso. Torna la Roma multietnica e sofferente, che si muove intorno a via Merulana, con le sue stoffe variopinte, il suo odore di friggitorie e spezie orientali e la rassegnata indolenza di un gioco di dadi. Torna la musica francese, sottofondo roco e malinconico di tante storie. E tornano soprattutto loro, i veri protagonisti, i libri, riaccendendo la riflessione sul complesso rapporto tra vita e letteratura.

Vince, per professione, consiglia libri per curare i malanni dell’esistenza, e a loro ha affidato il ruolo di unica famiglia, presenza costante nella sua vita piena di solitudini, abbandoni e interruzioni. Ma è davvero così, il sentiero tracciato dalle parole scritte è sempre un cammino che conduce al bene, che sia consolazione se non salvezza? Oppure le parole possono anche tradire e trascinare involontariamente in un pozzo nero, un abisso in cui realtà ed immaginazione si mescolano senza senso e coerenza?

“Non so se il mondo esista per davvero, ma bisogna fare attenzione a quello che si immagina. Forse siamo solo il sogno di qualcun altro”.

Sulla scia di questa domanda, il romanzo prende dunque le sembianze di un sogno. Un enigma di tensione in cui efferati omicidi si impastano a rimandi letterari. Un labirinto di simboli e citazioni, di inseguimenti e smarrimenti. Persino i capitoli si susseguono dalla Z alla A, confondendo anche la direzione del tempo.
Con la sua voce elegante e cristallina, Fabio Stassi dà così vita non certo a un giallo canonico, bensì a un gioco di specchi, in cui realtà e finzione si guardano e si interrogano, in un ribaltamento ai limiti dell’assurdo, sulle proprie ombre e le proprie possibilità. La letteratura offre la lente attraverso cui guardare e capire il mondo e la vita, oppure un labirinto di storie e anfratti ove nascondersi, per perdersi senza ritrovarsi? I temi innescati appaiono forse fin troppo ambiziosi per svilupparsi con chiarezza nei confini di questa storia e l’architettura forse fin troppo cerebrale per toccare davvero le corde del cuore, ciò nonostante non si può che rimanere piacevolmente affascinati dalla ricchezza di spunti letterari, cultura e intriganti interrogativi che queste pagine sanno offrire.

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siti Opinione inserita da siti    13 Agosto, 2020
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La sottile linea dura

Prosegue presso Adelphi sin dal 1985, anno in cui ha avuto inizio, la pubblicazione dei romanzi duri di Simenon e per chi conosce i numeri da capogiro che ruotano intorno a questa penna prolifica, escludendo il filone Maigret, non c’è da stupirsi di fronte al numero 78, tanti sono i titoli, questo compreso, in catalogo. Leggo sempre volentieri Simenon, anche quando la trama, come in questo caso, langue, non è sviluppata, pare essere monca, priva di quel tempo necessario per costruire il corpo testuale. Tempo che il belga, stando alle sue “Memorie intime”ha sempre utilizzato in modo molto pragmatico, dedicando in maniera meticolosa le prime ore della giornata alla scrittura e dedicando tutte le altre alla dimensione più vitale dell’esistenza: la famiglia, gli amici, il mare, i viaggi, le sue innumerevoli passioni. Il mare, appunto, una di queste, richiamata prepotentemente dalla sua memoria emotiva anche nel freddo e innevato Tirolo, durante una vacanza, tanto da fargli sentire l’esigenza di rinchiudersi in camera accanto a una stufa di maiolica per far compiere un balzo all’odore salmastro della costa normanna in modo così repentino e prepotente da far evaporare il pur intenso e cristallino sentore dei pini. E allora, con l’arrivo di una nave in porto l’atmosfera diventa di colpo brumosa, pesante e asfittica: tutto langue, solo l’arrivo del peschereccio Centaure, in un mare grosso che non promette niente di buono, rianima il paese, un piccolo borgo marinaro nella costa normanna, poca gente la cui esistenza è scandita dal mare e da esso ne viene segnata. Qui vivono i due gemelli Canut, Pierre e Charles e proprio l’arresto del primo, capitano del peschereccio, allo sbarco in quella brumosa mattina, dà il via all’azione: è accusato dell’omicidio di uno dei superstiti del Telemaque, imbarcazione che trent’anni prima affondò lasciando alla deriva su un canotto pochi uomini che, ripescati dopo una ventina di giorni, raccontarono come fecero a sopravvivere, in barca con loro il cadavere del giovane papà dei Canut, la cui morte è sempre stata ricondotta all’ombra nera dell’antropofagia. Ora anche l’ultimo dei superstiti è morto e la colpa ricade, per via indiziaria, su Pierre. A Charles, il compito di scagionare il fratello mentre langue in prigione … Come si intuisce gli elementi ci sono tutti per destare la giusta attenzione del lettore che, grazie alle magistrali pennellate da atmosfera, si trova gradevolmente immerso in un’ottima lettura, salvo appurare che l’ingranaggio del giallo prende il sopravvento sull’approfondimento psicologico e che la sottile linea dura fatichi stavolta a insinuarsi se non, debolmente, nelle ultime trenta pagine quando l‘ambivalenza umana fa capolino e i rapporti interpersonali paiono sgretolarsi in un amaro ritratto di famiglia, appena accennato.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    10 Agosto, 2020
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Melchor Marín

«Che ti ho detto?»
«Che nella Terra Alta non succede mai niente.»

Il suo nome è Melchor Marín e da quattro anni vive a Terra Alta, in Catalogna, dove svolge le funzioni di poliziotto. Originario di Barcellona dove è nato e cresciuto in uno dei tanti borghi periferici di dubbia liceità, il quasi trentenne, è stato trasferito da questa a seguito di una serie di fatti che lo hanno coinvolto da vicino e che avrebbero potuto riportare alla luce alcuni episodi della sua adolescenza e prima età adulta che era invece bene continuare a tenere sopiti. Figlio di Rosario, una prostituta in giovinezza bellissima, la sua vita ha perso la retta via intorno ai quattordici anni e anche se dopo è tornata sui giusti binari, quel che è accaduto continua a marcarlo e a influenzarne le sorti. Negli ultimi anni, però, la sua esistenza è mutata grazie al matrimonio con Olga, la bibliotecaria del paese, e grazie alla nascita della piccola, Cosette, in onore della figlia di Jean Valjean, protagonista de “I Miserabili”, il romanzo che ha aperto i suoi occhi in uno dei periodi più bui e che da allora lo ha reso un appassionato lettore e divoratore di pagine e storie. Deciso e intraprendente, l’uomo è adesso chiamato a dover risolvere un misterioso caso di omicidio; quello degli Adell, Rosa e Francisco, proprietari della Gràficas Adell, l’azienda più grande e potente del luogo espansa con due fabbriche anche in Spagna, una in Polonia, una in Romania, una in Messico e una in Argentina. Di fatto, i due deceduti, sono coloro che danno lavoro a praticamente tutta Terra Alta, seppur con salari bassissimi e altre opinabili condizioni lavorative. Vengono rinvenuti privi di vita a seguito, oltretutto, di una evidente sottoposizione a tortura. I loro corpi sono stati straziati da violenza e da ogni forma di sevizia. Ma chi può aver fatto ciò? Com’è possibile che sia stato anche disattivato l’allarme? E perché uccidere anche quella dipendente che stava semplicemente dormendo nella sua camera? Per eliminare ogni testimone o per altro motivo?

«Una terra di perdenti. Nessuno vuole bene a questa zona, è questa la verità, e la prova è che si ricordano di noi soltanto per bombardarci. Per cosa siamo conosciuti fuori da qui? Per la battaglia più feroce che si sia mai svolta in questo paese, una tempesta di fuoco degna di un castigo biblico, un’apocalisse che ha ucciso ragazzi di mezzo mondo. Quella battaglia, in cui naturalmente noi contavamo come il due di coppe, ha lasciato questa terra trasformata in una landa ancora più nera di quello che era, in un posto dove ottant’anni dopo può trovare rottami bellici nei campi, e se non ne trova molti di più è perché per anni noi stessi li abbiamo raccolti e venduti, per non morire di fame. È questa la Terra Alta.»

Con una penna rapida, fluida, meticolosa ed esaustiva, Javier Cercas torna in libreria con un titolo che è un giallo ma che è anche molto altro. Perché attraverso lo strumento della narrazione di un fatto di omicidio perpetrato nel peggiore e più brutale dei modi, egli invita il lettore a riflettere su molteplici tematiche e lo invita a rivivere fatti recentissimi – vedi attentati terroristici – e che sono già diventati parte della nostra storia contemporanea. E riesce in tutto questo con un protagonista che è un antieroe, un uomo che nella vita è caduto, ha errato ma che ha avuto anche la forza di rialzarsi e di porre rimedio ai propri sbagli. La figura di Melchor è infatti una figura completa a trecentosessanta grandi, è il portavoce perfetto per quello che è un mistero che arriva a interrogarsi sulla giustizia e sul naturale conflitto tra “giustizia formale” e “giustizia sostanziale”, principi che nel nostro ordinamento trovano più di un fondamento non soltanto in ambito processuale penale quanto anche costituzionale. L’autore, ancora, ci invita a meditare tra rispetto della legge e legittimità della vendetta ma ci invita anche a riflettere sul nostro più personale cammino. Perché come Marín è alla ricerca del suo posto nel mondo, come egli dovrà rischiare per mantenere quel che ha costruito e per proteggerlo, come anche noi, nel nostro quotidiano, siamo chiamati a fare altrettanto e spesso a cercare la nostra strada anche quando pensavamo di averla già trovata.
Forse un poco più debole nella seconda parte che conduce all’epilogo ma sicuramente un titolo esaustivo, godibilissimo, che si esaurisce in meno di due giorni e che conquista e tiene incollati alle sue pagine dall’inizio alla fine.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Agosto, 2020
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Dissacrante, duro, spietato

Il suo nome è Frank, Frank Bill, ha sessant’anni ed è un giornalista ormai in pensione. Siamo a Schilling, Indiana, 32.000 abitanti nel corrente anno 2026 e Frank è dal medico in attesa di una quantistica del tempo che gli potrebbe restare approssimativamente a disposizione. Non ha più famiglia, l’uomo. Vanta all’attivo due ex mogli morte e due figli deceduti, tutti in circostanze molto particolari che non è dato opportuno anticipare. È consapevole di avere un male incurabile che lo sta divorando dall’interno e che ormai non c’è più ragione di perdersi dietro a cure o palliativi, adesso lui ha la lista ed è a quella che deve pensare.

«Per un po’ respirò a pieni polmoni e superò il momento di crisi. Ma qual era l’emozione che aveva cercato di sopprimere? Quella che il dottor Bowden avrebbe fatto fatica a capire? Era euforia. Perché Frank sapeva da mesi di avere il cancro.»

La sua è una lista composta da cinque nomi che rappresentano in parte il suo passato, in parte l’esito nefasto della sua esistenza. Originariamente erano soltanto due ma poi, dopo quel che era successo a Olivia, quei nomi sono aumentati e quella lista era diventata quello che uno psicologo avrebbe potuto definire una strategia di resilienza per incanalare la sensazione di impotenza e rabbia. Ma la verità è che quell’elenco non rappresenta soltanto questo. È molto di più. Ed è un qualcosa che, adesso che le ore i giorni anche per lui stanno per scadere, deve attuare quanto prima.

«Stava davvero per farlo? Frank, che non aveva mai fatto a botte in vita sua. Sì. Sì, stava per farlo. Voleva delle risposte. Voleva sentire quella vecchia cosa arrugginita e dimenticata: la verità.»

E così parte, Frank. Parte per quello che sarà il suo ultimo viaggio e il suo ultimo obiettivo nella vita. Certo, la realizzazione del progetto si presenta un po’ diversa da quella che aveva preventivato nella sua mente, si rivela essere forse uno strumento di minor successo di quanto auspicava ma certo ora non può sottrarsi a quanto compiuto e a quanto ancora da compiere.

«Dentro ognuna se ne trovano tante altre. La gente entra nella tua orbita, ne esce e poi ti torna in mente a Natale, quando stai pensando a chi spedire gli auguri o quando ti imbatti in una vecchia fotografia.»

È da questi brevi assunti che ha inizio “La lista degli stronzi”, ultimo lavoro a firma John Niven, che attraverso la storia di un uomo che ha perso tutto e che non ha più niente da perdere si interroga e interroga il lettore sul volto di un paese assunto a seguito di una serie di sconvolgimenti politici e sociali che ne hanno completamente ridisegnato i tratti. Affronta così i temi dell’uso legale delle armi e della loro vendita senza troppe formalità e regole, della violenza indiscriminata, della morte efferata, della droga, dell’aborto e le conseguenze del suo poter essere vietato, dell’abuso di “legittima difesa”, della giustizia, degli abusi sessuali su minori, della pedopornografia, della Corte Suprema Americana e dell’ideologia repubblicana, della pena di morte e degli effetti di un suo ulteriore inasprimento sui condannati e su chi condanna senza pensare di potersi un giorno trovare nella veste di innocente al posto di chi ha appena giudicato, del qualunquismo, del razzismo, della politica, della sanità, della discriminazione, dell’omicidio nelle sue più variegate vesti e ragioni, degli effetti del governo Trump e chi più ne ha più ne metta.
Il risultato di questo scritto, che certamente estremizza – ma poi nemmeno più di tanto – i connotati della realtà circostante, è la fotografia di uno Stato e di un mondo che si contraddice, che è un paradosso, che ha piegato la propria schiena, che ha perso la propria identità, che ha dimenticato i propri valori, che si è lasciato andare al peggio di se stesso.
Niven ne ha per tutti e non ne risparmia per nessuno. Un titolo diverso dai precedenti lavori, un titolo forse meno ironico ma molto più crudo, diretto, spietato. Scuote, fa riflettere e resta.

«C’era questo di buono se impazzivi negli Stati Uniti: esisteva sempre qualcuno messo peggio di te. Mentre andava lì, aveva incrociato un barbone che stava mangiando una cipolla come se fosse una mela.»

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    05 Agosto, 2020
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Il virus cancella memoria

Glenn Cooper, divenuto famoso grazie alla trilogia della Biblioteca dei morti, torna in libreria con Clean. Tabula rasa, un libro di grandissima attualità.
Racconta, con intensità, una vicenda legata all’invasione nel mondo di una nuova malattia, capace di debellare l’umanità. Ciò è dovuto alla nascita di un nuovo virus:
“Si diffonde per via aerea, come l’adenovirus, e infetta il cervello come un’encefalite giapponese. L’adenovirus è un virus a DNA. L’encefalite giapponese un virus a RNA. Come diavolo hanno fatto a ibridarsi?”
Un virus letale ce è tremendo, poiché:
“volevano salvare la memoria. L’hanno cancellata.”
Come nasce un simile flagello dell’umanità? Il dottor Steadman è riuscito ad individuare una particolare cura per l’Alzheimer. Lo sperimenta su una paziente che, nonostante i divieti, riceve la visita di suo nipote, apparentemente affetto da un banale raffreddore. Ma non è così, perché è seriamente malato. E’ ben peggio. Così ha inizio la contaminazione e la diffusione del virus.
L’unico a poter rimediare è il dottor Jamie Abbott, ma non ce la può fare da solo. Ha bisogno di Mandy Alexander,
“La Mandy (…) non era cambiata poi molto. (…) Non aveva potuto far altro che ricordarla com’era quand’erano entrambi molto giovani. “
Lei lo aiuta in una lotta all’ultimo sangue contro il tempo tiranno. Riusciranno nel loro intento? Riusciranno a salvare vite umane in pericolo e a trovare una soluzione?
Un thriller ad alta tensione. Una corsa veloce, contro tutto e tutti, ad alto tasso adrenalinico. Particolarmente adatto a chi ama le sfide impossibili, condotte sul filo del rasoio. Di grandissima attualità, si legge con sgomento ed angoscia visto anche la situazione mondiale attuale.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    03 Agosto, 2020
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La genetica in crittogrammi musicali

Finalmente tradotto in italiano dalla bravissima Licia Vighi, già traduttrice di Sussurro del mondo, vincitore del Pulitzer dell’anno scorso, THE GOLD BUG VARIATIONS approda in Italia con ventinove anni di ritardo! E non è mai troppo tardi per i bei libri!

Scienza, musica, arte, informatica e due storie d’amore sovrapposte. Un romanzo-mondo, espressione felice se abbinata a questo voluminoso libro. Niente è messo lì per caso, perché la Natura non fa niente senza un perché ed anche Powers sembra piegarsi a questo assioma. Ogni pagina ha una sua necessità, anche il titolo originale: The Gold Bug Variations infatti si rifà sia a Lo scarabeo d’oro di Poe e sia a Bach tramite un gioco di suoni, The Goldberg Variations. E ...

“Cosa potrebbe esserci di più semplice? Quattro
note scendono dal Sol lungo i gradi della scala.
Quattro siffatte battute sviluppano
quattro frasi, poi si torna al principio”.

Quattro.
Quattro le stagioni, i quattro punti cardinali, quattro le lettere del tetragramma, quattro le basi che formano gli acidi nucleici del DNA. Quattro le note basilari di un componimento musicale di Bach. “Quattro i corpi paralizzati dal desiderio al centro di un mondo brulicante di specie”.

Ecco spiegato anche il perché del titolo in italiano: ogni terza variazione dell’opera di Bach citata è detta canone e il desiderio, visto non solo come spinta sessuale, ma come motore della conoscenza è alla base di ogni ricerca in ambito scientifico, oltre ad essere l’attrazione che spinge due persone ad amarsi. Certamente la scelta editoriale de La Nave di Teseo, così come per l’altro libro di Powers, The Overstory tradotto con Sussurro del mondo, è stata fatta per rendere più accattivante l’opera, (tenuto conto del fatto che il lettore medio sceglie le sue letture in base ai titoli ed alle copertine).

Il quattro è al centro di uno schema magico cui il dottor Stuart Ressler , il personaggio più affascinante dell’intero romanzo, dedica tutte le sue energie per riuscire a codificare il DNA, la trama segreta della vita. Attraverso intuizioni illuminanti riesce, grazie alla donna di cui si innamora, Jeanette Koss, che lo avvicina alla musica, in particolare alle variazioni di Goldberg di Bach, a individuare in quest’opera la metafora più vicina al problema della codifica del DNA, la combinazione polifonica dei numeri, la musica alla base della vita umana, di questa particolare “scala di Giacobbe”, con una struttura molecolare a spirale con “due ringhiere appaiate che si attorcigliano luna all’altra” destinate a non incontrarsi mai.
Anche l’opera di Poe serve a Ressler da stele di Rosetta della genetica per ottenere la chiave di accesso dei codici cifrati, ma non si tratta assolutamente del comune gioco del cruciverba, decisamente no. Bisogna stare attenti a non confondere il messaggio della sequenza delle basi dei nucleotidi, con il meccanismo che serve a decifrare codici segreti.
La vita non è altro che una elaborata permutazione su un originale messaggio di quattro basi: timina, citosina, adenina e guanina. Usando le iniziali si possono ottenere una lunga serie di combinazioni.
Tutto il libro è ben architettato e ben connesso nelle sue parti, proprio come la filosofia alla base degli studi del dottor Ressler che tiene conto di tutte le relazioni e le connessioni possibili tra le cose, perché “ogni cosa è tale grazie a tutto il resto”.

La storia è per gran parte un lungo flashback a più piani temporali sovrapposti: il dottor Ressler è morto e il suo pupillo e collaboratore Franklin Todd e la bibliotecaria Jan O’Deigh, uniti dall’amore reciproco e dalla smisurata stima per il vecchio scienziato, cercheranno di ricostruire la sua straordinaria storia per far conoscere al mondo la melodia che c’era dentro di lui. Ed è così che il lettore conosce la storia d’amore delle due coppie Ressler-Koss e Todd-O’Deigh, narrate in concomitanza dall’inizio, in mezzo alla storia delle genetica molecolare, a importanti nomi della scienza moderna. Il difficile percorso di Ressler, le sue intuizioni magiche campeggiano in tutto il romanzo e la parte più ‘rosa’ - voglio tranquillizzare i lettori- è veramente minoritaria, anche se confesso, densa e coinvolgente.
Aggiungo: necessaria. Sì, necessaria per bilanciare e alleggerire con un pizzico di poesia e di erotismo -non esplicito - tutta l’opera.

Un libro bellissimo, in America è paragonato alle opere dei grandi scrittori del modernismo Don DeLillo e Pynchon. La prosa di Powers è scorrevolissima, così evocativa, così piena di perifrasi, metafore, spesso logorroica come un fiume in piena, ma che conserva sempre una sua delicatezza ed una sua musicalità (in italiano ciò è merito della eccellente traduzione). L’erudizione di Powers è notevole: citazioni e richiami derivanti da ogni ambito della conoscenza esatti e puntuali: arte, letteratura classica greco romana e contemporanea, astronomia, storia di ogni epoca, curiosità, chicche scientifiche. Bisogna immergersi nella lettura e segnare spesso cosa cercare nell’enciclopedia, a meno che non siate dei pozzi di scienza (ciò è quasi impossibile, anche se certamente augurabile).

Il libro è voluminoso e abbastanza impegnativo, è consigliato ai lettori ben motivati.

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A chi apprezza l’autore e il modernismo americano ( in particolare Don DeLillo, Pynchon)
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    31 Luglio, 2020
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MISERIA E SPLENDORE NEL BAYOU

“Now, when I was just a little boy
Standin' to my Daddy's knee
My Poppa said "Son, don't let the man get you do what he done to me"
'Cause he'll get you
'Cause he'll get you now, now”
(da “Born on the bayou”, Creedence Clearwater Revival)

Nel suo memoriale del 2013, “Men we reaped” (di prossima pubblicazione in Italia presso l’editore NN), Jesmyn Ward parla del suo fratello minore, ucciso nel 2000 da un autista ubriaco, e di altri quattro ragazzi di colore della sua cittadina natale, DeLisle, morti nello stesso periodo per cause diverse (un omicidio, un’overdose, un suicidio, un incidente automobilistico), ma tutte quante in qualche modo legate alle tristemente note condizioni in cui la popolazione nera vive ancora oggi in America. La Ward, la cui vita per certi aspetti è già un romanzo (lei e la sua famiglia cercarono di sfuggire nel 2005 all’uragano Katrina, ma rimasero incagliati con l’automobile in un campo pieno di trattori, e, quando furono ritrovati, si videro rifiutati l’assistenza e il rifugio dai proprietari bianchi del terreno), ha sempre inserito nei suoi libri temi come la violenza, il razzismo, la povertà. “La linea del sangue”, che chiude la trilogia di Bois Sauvage (ma che in realtà ne è il principio, essendo il romanzo d’esordio della scrittrice), non fa eccezione, raccontando un mondo in cui un giovane di colore trova di fronte a sé, una volta conclusi gli studi, due sole prospettive: un lavoro faticoso e mal pagato come cameriere a un McDonald’s o come scaricatore al porto (se è fortunato) oppure un futuro da piccolo spacciatore o da tossicodipendente (se la fortuna invece non gli arride). Per rappresentare questa tragica alternativa la scrittrice di DeLisle sceglie come protagonisti due gemelli, Joshua e Christophe, una coppia indissolubile fin dalla più tenera età (come il bellissimo prologo evidenzia alla perfezione, con la lirica immagine dei due ragazzi che si tuffano abbracciati, saltando da un ponte nel fiume sottostante) ma che le circostanze della vita si incaricano di dividere crudelmente. Niente di particolarmente originale – si dirà -, la cultura occidentale è piena di storie di fratelli dai destini opposti, da Caino e Abele a “Rocco e i suoi fratelli” alla “Trilogia della città di K.”. A fare da originale sfondo alla vicenda è però questa volta il bayou, una terra poco frequentata dalla letteratura statunitense e che la Ward descrive impressionisticamente, facendo percepire al lettore il calore ubriacante che cuoce le cose e le persone, la polvere argillosa che penetra nelle rughe e nelle narici, il tanfo salmastro delle paludi, il rumore sfrigolante degli insetti, i latrati dei cani randagi, lo strisciare dei serpenti nella macchia, lo scorrere impetuoso delle nuvole nel cielo e l’abbagliante fiammeggiare dei tramonti: una terra ostile e inospitale, spazzata periodicamente da violentissimi uragani (che sembrano rappresentare ipostaticamente la condizione esistenziale dei suoi abitanti), ma che pure (come pensa più volte Christophe, incantato da quel paesaggio primordiale da cui non vorrebbe mai allontanarsi) possiede una strana, inspiegabile bellezza, quella stessa armonia che percepiamo ogni volta che ci accingiamo ad ascoltare i blues aspri e ferrigni di un Howlin’ Wolf o di un Muddy Waters. Non è stata facile la vita per Joshua e Christophe, cresciuti fin dai primi anni dalla nonna materna, in quanto i genitori (la madre allontanatasi da casa per cercare fortuna ad Atlanta, il padre tossicodipendente) sono sempre stati assenti dalle loro vite. Quello delle famiglie disfunzionali è un vero e proprio leitmotiv della trilogia (ricordiamo la famiglia Batiste di “Salvare le ossa”, con la madre che ha lasciato orfani Esch e i suoi fratelli dopo essere morta di parto e il padre violento e prevaricatore, oppure quella di Jojo in “Canta, spirito, canta”, con la madre anaffettiva e con problemi di droga e il padre rinchiuso da tempo in carcere). Nonostante la colpevole assenza dei genitori, i vincoli familiari riescono ugualmente nei romanzi della Ward a ricomporsi e a trovare un nuovo equilibrio, con nonni e fratelli maggiori a fare da padre o da madre (come Randall con il fratellino Junior o Jojo con la piccola Kayla). Ne “La linea del sangue”, nonostante le proteste di Cille (“Eppure quella più importante per loro sono io, sono sangue del mio sangue, figurati se non li conosco, sono io la madre”), è la nonna Ma-mee ad essere la figura affettiva di riferimento. Quando Cille viene in visita a Bois Sauvage per qualche giorno, la Ward architetta una atroce scena familiare in cui la cortesia di facciata e il finto interesse per il futuro dei figli non riescono a nascondere l’egoismo e l’indifferenza della donna (“Ma-mee sentì una corrente d’aria fredda passare tra lei e la figlia […] e avvertì la preoccupazione evaporare dalla voce della figlia come pioggia sul fianco caldo di un cavallo”), la quale se ne sta seduta discosta sul divano, arrotolandosi distrattamente le ciocche dei capelli per vincere l’imbarazzo che grava nella stanza. La figura del padre, il tossico Sandman, che si aggira per le strade di Bois Sauvage come uno spettro lurido e barcollante, è anche peggiore, e la sua inquietante ricomparsa dopo anni di assenza fa addirittura precipitare tragicamente gli eventi. Jesmyn Ward ama però visceralmente i suoi personaggi, e non vuole togliere loro, come forse farebbe la vita nella realtà non romanzata, la speranza. Il mondo è duro, l’esistenza non fa sconti a nessuno, ma Joshua e Christophe sono forniti di una dote fondamentale, la resilienza, che li fa piegare ma mai spezzare del tutto. Nella stupenda e metaforica immagine finale, la Ward li paragona a quei pesciolini che, presi all’amo e ributtati feriti nel fiume, sanno sopravvivere, “danneggiati e scaltri”, alle “cicatrici lasciate dal morso degli ami” per “ricordare la breve permanenza nel deserto rarefatto dell’aria, le labbra che insegnano ai figli l’odore del metallo nell’acqua, il pericolo.”
“La linea del sangue non possiede il ritmo incalzante e la suspense irresistibile di “Salvare le ossa”, e neppure quell’originale e potente commistione di realismo e soprannaturale capace di elevare “Canta, spirito, canta” dalla prosaicità della storia raccontata, eppure è ugualmente un romanzo del tutto maturo e soddisfacente. L’inconfondibile stile della Ward, caratterizzato da una carica metaforica che permette di fondere i personaggi con la natura che li circonda, è già in grado qui di dispiegarsi in tutto il suo lirico splendore. Nelle pagine del romanzo le similitudini e le analogie scaturiscono con una straordinaria immediatezza e spontaneità, come se la sovrabbondanza di odori, suoni e sensazioni del bayou costituisse un motivo irresistibile di ispirazione. Frasi come “Sospirò, e sentì il viso e la voce di sua madre staccarsi e volar via dal suo cervello come il petalo di un fiore” ci fanno credere che la poeticità della Ward non sia frutto (almeno in apparenza) di una complessa ed elaborata costruzione teorica, ma sgorghi semplicemente, naturalmente, senza mediazioni intellettuali, dal paesaggio stesso. E così i nugoli di moscerini ronzano intorno alle teste come aureole, il dolore per la morte del marito è per Ma-mee “un incendio che l’aveva attraversata da capo a piedi, lasciandola annerita e sterile come un tratto di foresta arsa da un fulmine”, la strada all’interno del bayou si snoda “come una vena lungo il corpo del paese”, il dolore che Christophe sente al petto alla vista del padre è “un uccello ingabbiato che sbatteva le ali”, i capelli di Laila sono come un covone di fieno, ascoltare Al Green è “come tuffarsi nel fiume per la prima volta dopo un inverno gelido”, e così via. Jesmyn Ward non arretra neppure di fronte ai simbolismi, correndo consapevolmente il rischio di apparire didascalica: le ferite alle mani che Joshua si è procurato al lavoro assomigliano alle stimmate di un santo, mentre il taglio sulla lingua che Christophe si è inavvertitamente inferto con una lametta mentre cercava di assaggiare della coca sembra connotarlo diabolicamente (la lingua biforcuta del demonio). In realtà, i personaggi della Ward non rimandano ad altri che a se stessi, sono esseri fatti di pelle, di carne, di sangue, e la scrittrice ce li descrive matericamente, con i corpi solcati dal sudore, invasi dal sonno e dalla fatica, eppure sempre protesi a trascendere la loro condizione per proiettarsi nella tenace e innocente speranza di un futuro migliore. Jesmyn Ward, come ho già detto prima, li descrive con affetto, tenerezza e una smisurata empatia, soprattutto senza mai giudicarli, neppure quando commettono dei passi falsi e imboccano, come Christophe, una cattiva strada, conscia che, come diceva il mai abbastanza rimpianto Fabrizio De André in “Khorakhanè”, può essere nella posizione di condannare soltanto “chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”.

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"Salvare le ossa" e "Canta, spirito, canta" di Jesmyn Ward
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Luglio, 2020
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Alla prova durante l'epidemia

“Anche le pulci prendono la tosse” è il nuovo romanzo di Roberto Costantini. Viene definito “noir” ma non ne ha l’essenza, secondo il mio modesto parere. L’autore stesso dichiara che questa storia “è arrivata tutta insieme, nello spazio tra il tg della sera e la notte”, nel doloroso periodo del lockdown. Ebbene, nel corso della lettura si percepisce benissimo che si tratta di un romanzo scritto “di pancia”, sull’onda dell’emozione causata dall’eccezionalità del momento storico che abbiamo vissuto. Non è una narrazione che ha la pretesa di offrirci la profondità di uno scavo introspettivo nella personalità dei personaggi; piuttosto, l’intento dell’autore sembra essere quello di regalare uno sguardo critico su certe realtà dell’Italia di oggi, non attraverso un racconto verosimile ma grazie alla mediazione di un’ironia fortemente amara.

Ci troviamo quindi davanti ad un romanzo che racconta le vicissitudini di alcune persone di un paesino della provincia di Bergamo fra febbraio e la fine di marzo 2020. Sono personaggi di varia estrazione sociale e diverso ambito lavorativo: alcuni sono proprio dei criminali senza scrupoli, altri semplicemente dei perdenti: tutti conducono una vita vuota e senza alcun senso. Abbiamo la professoressa che non è ascoltata né considerata da nessuno; l’infermiera che inscena un incidente stradale pur di mettersi in malattia e non andare a lavorare; il poliziotto fallito che segretamente progetta di uccidere l’anziano padre; l’imprenditore che in realtà è un pericoloso criminale; il gestore di un ristorante che è invece un bordello, fanatico della religione, e così via. Nel romanzo domina un’ironia grottesca che riduce questi personaggi a delle caricature un po’ allucinate di loro stessi. Al termine della vicenda alcuni, proprio grazie alla dilatazione della percezione del bene e del male favorita dall’estremizzarsi degli eventi causata dal coronavirus, riusciranno a riscattarsi, altri invece rimarranno nel loro elemento di malvagità.

La storia scorre e si lascia leggere con facilità, sostenuta da uno stile semplice e leggero.

Il messaggio che sembra voler trasparire da queste pagine è che il covid 19 è riuscito a dissipare quella nebbia che ruotava intorno a molte esistenze, restituendo dignità a quelle persone che in fondo non erano veramente cattive ma solamente inette, e facendo definitivamente sprofondare nel fango della crudeltà i veri malvagi. Si tratta di una lettura che può far trascorrere delle ore piacevoli e che sottintende qualche riflessione, anche se forse un po’ troppo semplicistica per alcuni aspetti.

E’ importante, infine, ricordare che tutti i diritti d’autore di questo libro saranno devoluti a favore degli ospedali, nell’ambito della campagna di Rcs con La7 “Un aiuto contro il coronavirus”.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    27 Luglio, 2020
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A un passo dall'inferno

Quando mi appresto a leggere un nuovo libro di Joe R. Lansdale, ho ormai scelto l'approccio del "non mi aspetto nulla". Ho capito, infatti, che si tratta di un autore che può nascondere romanzi di rara bellezza, ma solo intervallati da tanti altri improntati a null’altro che intrattenimento. "Una Cadillac rosso fuoco" appartiene a quest'ultima categoria eppure, non so se per il mutare del mio approccio o se per un'effettivo miglioramento della qualità, l’ho apprezzato più di altre sue recenti pubblicazioni.
In primis è una lettura molto scorrevole: pur arrivando a quasi trecento pagine, si finisce in poche ore e le vicende, pur non spiccando per originalità, coinvolgono e spingono il lettore ad arrivare alla fine leggendo il libro tutto d'un fiato. Grazie alla narrazione in prima persona fatta dal protagonista Ed Edwards, si riesce a entrare in empatia con lui, seppure i nostri sentimenti nei suoi confronti potranno risultare piuttosto variabili.
Il protagonista di questa storia (che in certi tratti mi ha riportato alla mente "lo sono Dot") è un ragazzo mezzo bianco e mezzo nero, che è riuscito a nascondere le sue origini paterne e si arrabatta come venditore di auto usate. Nella sua vita ormai rassegnata alla mediocrità, arriverà un punto di svolta: dovrà infatti ritirare una Cadillac rossa a un cliente che ha smesso di pagare le rate, e in questa occasione conoscerà l'affascinante moglie dell'acquirente, che la picchia di continuo e non fa altro che ubriacarsi, per poi sparire per lunghi periodi. Sedotto dalla bellezza della donna e dalle sue attività (gestisce un drive-in ben frequentato e un cimitero per animali) Ed si lascerà andare e vedrà in tutto questo un'occasione per svoltare, per fare quella scalata sociale che darà una vita migliore a lui, a sua madre e alla sua bella e dotata sorella.
Tuttavia, spesso la realtà va molto diversamente da come l’abbiamo immaginata e programmata: piuttosto che portarci in cima, finisce per farci precipitare agli inferi.

“Prima di mandarti in quell’inferno, ti parlano di coraggio, di eroismo, di nobili principî. Poi, se ne esci vivo, non vedi l’ora di tornare a ciò che hai lasciato. Quando ci torni,. Ti accorgi che ciò che hai lasciato non c’è più. E se invece c’è ancora, lo sai cosa succede?”
“Cosa?”
“Ti accorgi che quella cosa non è così bella come te la ricordavi e cominci a fantasticare si come renderla migliore. Cominci a volere di più, sempre di più. E non basta mai.”

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Letteratura rosa
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    26 Luglio, 2020
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UN RITORNO AMARO

Trevor Benson è il protagonista di questo romanzo, ha 37 anni ed è un ex medico, la sua vita viene sconvolta quando in Afghanistan, un missile viene lanciato contro l'ospedale in cui lavorava, nel 2011. Questo ha colpito l'ingresso dell'edificio, provocando molte ferite all'uomo, ha perso l'occhio destro, alcune dita e l'orecchio sinistro, oltre a questo ha riportato numerose cicatrici sul petto e una sulla faccia. Inoltre ha avuto anche delle lesioni spinali e delle forti emicranie e tutt'oggi è in terapia per curare il suo disturbo da stress post- traumatico.
Quando il nonno muore, Trevor decide di tornare a New Bern, nel North Carolina, dove da piccolo durante le estati trascorreva il suo tempo con l'uomo; ora gli sono rimasti solamente i ricordi di quel periodo e la casa di legno accanto al fiume dove abitava.
In quelle estati ha imparato a pescare e a prendersi cura delle api, ma il nonno gli ha anche insegnato cosa significa amare un'altra persona, è stato sicuramente un periodo prezioso per il protagonista.
Trevor è un uomo che ha delle profonde ferite non solo fisiche, è psicologicamente molto provato da quello che gli è successo, ha paura di lasciarsi andare, di ricominciare e di emozionarsi di nuovo.
Trevor incontrerà due donne, una ragazza quindicenne Callie che aiutava suo nonno e Natalie, giovane poliziotta che fa breccia nel cuore dell'uomo, anche se ci viene descritto come un personaggio freddo, misterioso e complicato.
L'uomo non capisce come mai il nonno si trovasse nel South Carolina quando ebbe il malore che poi gli fu fatale, Trevor vuole capire cosa cercasse lì e anche cosa gli volesse dire prima di morire, poche parole incomprensibili dette negli ultimi momenti della sua vita.
Partiamo dal fatto che Nicholas Sparks scrive romanzi rosa con al centro una storia d'amore, questo libro presenta alcuni difetti che mi portano a non considerarlo tra i suoi migliori romanzi.
Per prima cosa la storia tra Trevor e Nathalie: tra di loro manca l'intensa, manca la passione, manca l'emozione, il lettore non la percepisce tra le pagine; Sparks la scrive a parole ma a mio avviso non viene trasmessa a chi sta leggendo. Non c'è chimica tra i due, il loro rapporto non funziona, è come se vedessimo due bravi attori che singolarmente sono perfetti ma in coppia non riescono a trovare la giusta sintonia.
Per Trevor proviamo empatia per la sua storia personale, mentre Nathalie rimane un personaggio neutro, anche dopo aver scoperto il suo segreto.
A mio avviso, l'elemento drammatico della storia personale di Trevor è convincente, rende il personaggio più vero, il suo tormento personale, il suo passato, le sue paure, le sue fragilità da sole reggono la storia, che altrimenti avrebbe fatto acqua da tutte le parti.
Il lieto fine nei suoi romanzi è scontato, anzi i lettori di romanzi rosa vogliono trovare quel finale altrimenti non leggerebbero questo genere, ma la storia d'amore non è coinvolgente come dovrebbe essere.
La storia del nonno e di Callie, fa solo da contorno al resto del romanzo, personalmente non l'ho trovata sviluppata al meglio, l'autore non spiega bene alcuni passaggi e non ho capito come mai abbia voluto intrecciare più storie e poi finire senza darci troppe spiegazioni.
La narrazione scorre velocemente, ma ho trovato lo stile di Sparks un po' pesante, non lo ricordavo tale, ha questo modo di descrivere ogni singola azione e a lungo andare diventa un po' faticoso, alcune volte sarebbe stato meglio tagliere queste parti e dare più ritmo alla storia.
Alcuni esempi per farvi capire.
"Dopo aver finito di cenare, portai dentro il piatto e lo misi nel lavandino. Mi strappai una birra e tornai in veranda a leggere un po'."
E ancora:
"Dato che ero stato io a invitarla, ed essendo della vecchia scuola, insistetti per pagare il conto. A suo merito, va detto che mi lasciò fare e mi ringraziò educatamente."
Per me queste frasi andrebbero tolte, sono particolari che non aggiungono nulla alla storia.
Ho apprezzato molto la descrizione dei luoghi in cui abita Trevor e la casa del nonno, questo ha reso la storia più vivida e reale.
Questo libro porta a riflettere su molte cose, su quanto diamo per scontato tutto quello che abbiamo, su quanto l'amore possa arrivare quando meno ce lo aspettiamo e quanto le difficoltà ci possano rendere più forti.
"Non avevo problemi a dormire e cominciavo a tornare quello di un tempo. Era come se, cercando di salvare [...], avessi finito in qualche modo per salvare anche me stesso."
Questa storia richiama in un certo qual modo le altre scritte da Sparks, ci sono degli elementi che ricorrono sempre, in primis il ruolo centrale della storia d'amore, le difficoltà nel coronamento dello stesso, il passato difficile dei protagonisti, qualche segreto da scoprire; insomma per chi è un amante dei suoi romanzi questo libro è ciò che ci si aspetta dall'autore.
Però, a differenza dei precedenti, ha una trama un po' piatta, la storia non decolla come dovrebbe e l'anello più debole è proprio la parte "rosa" della narrazione, che in alcuni punti ho trovato forzata e priva di una reale emozione.
Il lettore si aspetta che la storia prende una determinata direzione e l'autore segue sempre lo stesso schema e chi è un suo fedele reader, probabilmente sa già che troverà una conclusione della storia uguale a come se l'era immaginata.
" Il cuore va dove vuole."
Apprezzo sempre quando l'autore di un romanzo crea un protagonista imperfetto e fragile, che ha un vissuto particolare che lo porti a trovare nuove consapevolezze nella propria vita, che migliori e capisca cosa e dove sbaglia. In questo caso Trevor lo fa, questo libro è interessante da questo punto di vista, questo forte sentimento che prova per Natalie lo spinge a cambiare, sicuramente ne esce un personaggio complesso, che però proprio per la costruzione di questo tipo di storia d'amore perde un po' la sua forza.
"Era una giornata qualunque, ma non c'era niente di normale, per me; mi pungevano gli occhi per le lacrime, e avrei voluto soltanto che questo momento non finisse mai."
In generale credo che per Sparks non sia una novità raccontare dei personaggi con storie personali tragiche e vite da ricostruire, ma qui forse ha perso proprio la magia che troviamo nel titolo. Piccolo appunto, la parola magia è stata aggiunta dalla casa editrice, visto che il titolo scelto dall'autore era semplicemente "The return".
Sicuramente per i fan di Sparks questo romanzo sarà una conferma, ma onestamente la storia non regala molto emozioni.
Le cose positive sono il protagonista e il messaggio che l'autore vuole dare ai lettori, che è quello di non arrendersi mai e di ricominciare.
Spero che però anche i suoi fans siano obbiettivi nel riconoscere i difetti di questa storia.
Trovo impensabile dare un giudizio alto a questo libro, guardo indietro ad altri suoi romanzi e questo lo trovo nettamente inferiore; alcune volte meglio un'onesta verità che nasconderci dietro la fama dell'autore.
Sparks è sicuramente un ottimo scrittore nel suo genere ma non tutte le ciambelle escono con il buco, come in questo caso.
Se vi aspettate una storia d'amore appassionante non la troverete, se invece volete leggere un romanzo leggero, ma che fa anche riflettere in alcuni punti; allora potrebbe fare al caso vostro questa lettura.
A mio gusto personale, a questa storia manca qualcosa e quindi non consiglierei la lettura se non siete amanti dell'autore.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    22 Luglio, 2020
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La setta dell'orrore

Colter Shaw è l’equivalente moderno del cacciatore di taglie del vecchio West. Si guadagna da vivere incassando le ricompense che privati e istituzioni offrono per rintracciare persone scomparse, siano esse pericolosi criminali evasi, delinquenti abituali che hanno violato la libertà su cauzione, oppure, al contrario, ragazzini scappati di casa o persone che, per un motivo qualunque, hanno deciso di far perdere le proprie tracce. Colter, però, a differenza di molti suoi colleghi, del passato e del presente, s’è dato ben precise regole morali di condotta, non necessariamente coincidenti con quelle stabilite dalla legge, ma assolutamente rigorose che lui rispetta in modo quasi religioso, nell'intento di raggiungere quella che ritiene essere la soluzione giusta di ogni caso. Anche per tal motivo, di solito, non procede a nessun arresto: si limita a segnalare a chi di dovere dove trovare il ricercato, poi lascia fare agli altri le dovute mosse.
In questa occasione, però, le cose virano subito al brutto; verso una direzione anomala. L’incarico che si è ripromesso di portare a termine lo porta nello Stato di Washington. Qui dovrebbe ritrovare due ragazzi che (forse), secondo lo stile del KKK, avrebbero dato fuoco a una croce davanti a una chiesa frequentata da gente di colore e poi avrebbero sparato un paio di colpi di pistola che hanno ferito alcune persone. Il compito parrebbe facile, sicuramente alla portata delle indubbie qualità di Colter. Tuttavia, non appena rintracciati (agevolmente) i due fuggitivi, si vede costretto a venir meno a uno dei suoi principi cardine per evitare che uno sceriffo integralista si faccia giustizia da sé: dovrà catturarli personalmente. Tuttavia nell'operazione qualcosa va dannatamente storto.
Così Shaw, sentendosi personalmente responsabile per ciò che è accaduto, vuol comprendere le ragioni dell’assurdo gesto compiuto sotto i suoi occhi. Dunque, decide di indagare di propria iniziativa su una misteriosa Fondazione verso la quale i due erano diretti.
Questa organizzazione (la Fondazione Osiride) è annidata in un luogo sperduto tra i territori selvaggi dello Stato. È guidata da un misterioso Maestro Eli e, ufficialmente, si ripromette di fornire aiuto a persone in grave difficoltà psicologica per far ritrovare loro la gioia di vivere, dopo il pagamento di una retta assai salata. Tuttavia, non appena Shaw mette piede nel posto sotto falsa identità, si rende conto che là c’è qualcosa di decisamente malsano: è testimone di inaudite violenze e di riti di annullamento personale quantomeno allarmanti. Comprende, quindi, che si tratta di pericolosa setta che fa un vero e proprio lavaggio del cervello (un “menticidio”) a coloro che le si affidano. I risultati potrebbero essere potenzialmente catastrofici. Così si impegna con i pochi mezzi che ha a disposizione di arrestare la tragedia che lui sente come imminente. Ma la missione sarà tutt'altro che agevole e indolore.

L’argomento trattato nel romanzo è quanto mai sgradevole e ostico, ma indubbiamente coinvolgente. Personalmente trovo decisamente disturbante l’idea stessa che un individuo o una organizzazione, come scopo d’azione, si prefigga il fine di sconvolgere la mente e l’autonomia di giudizio di un essere umano sino ad annullarle o soggiogarle alla propria volontà, sia per fini di lucro che per il mero gusto del potere. La cosa diviene ancor più terrifica se, per farlo, ci si approfitta di lutti o altrui debolezze psicologiche.
Jeffrey Deaver è stato particolarmente abile a sfruttare il tema che negli Stati Uniti ha sin troppi tragici esempi concreti a cui ispirarsi. Senza eccedere o scivolare su un livello eccessivamente truculento riesce a creare una tensione tangibile per quasi tutto il libro.
Il tema si sarebbe pure prestato, agevolmente, a svolgere un'approfondita indagine sociologica sul problema delle sette e per lanciare un non inopportuno grido d’allarme sul pericolo che esse costituiscono. L’A., però, ha preferito limitarsi all'aspetto meramente ricreativo della narrazione e non è uscito dai binari del thriller convenzionale.
La vicenda, in realtà, sarebbe potuta essere ben più intricata, invece procede in modo piuttosto lineare verso l’auspicato finale. Il comportamento di Colter è fin troppo perfetto e rigoroso e, nelle poche occasioni in cui si trova davvero nei guai, viene soccorso puntualmente da inaspettati alleati che all'improvviso compaiono come salvifici deus ex machina. Tuttavia, nonostante ciò, la lettura prosegue lungo una escalation di tensione emotiva sempre avvincente.
Debbo confessare che, inizialmente, mi ha un poco irritato l’abitudine, tipicamente anglosassone, di descrivere personaggi e ambienti con una minuzia eccessiva di particolari inutili e defatiganti (sino al punto da indicare marche di scarpe e indumenti, quasi si trattasse di uno spot pubblicitario). Poi, però, la narrazione, entrata nel vivo, diviene più fluida, prende quota ed è davvero difficile staccare gli occhi dalle pagine. Ho gradito meno l’intrecciarsi, con la narrazione principale, della storia personale di Colter; sfacciato escamotage per giustificare la prosecuzione della serie di romanzi con protagonista l’investigatore. In definitiva, però, si tratta di un romanzo avvincente e di piacevole lettura in totale svago.
_______________________________
Due considerazioni finali.
Pare che il personaggio di Maestro Eli (il guru della Fondazione) mostri caratteristiche che richiamerebbero quelle dell’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ciò, nel pubblico americano, avrebbe determinato contrastanti reazioni. Ovviamente per noi è molto più difficile percepire queste attinenze, ma mi pareva opportuno segnalarlo per evidenziare anche un potenziale intento politico subliminale del libro.
La seconda considerazione rientra tra gli appunti dell’angolo del pignolo: ho provato una perversa soddisfazione nello scoprire che anche romanzieri di più lunga esperienza cadano in contraddizioni che in alcuni casi, sfiorano il comico. In questo romanzo ne ho trovate più di un paio. La più divertente riguarda le divise indossate dagli adepti della Fondazione che, in teoria, dovrebbero essere prive di tasche, ma alle quali, in qualche occasione, magicamente, ne spunta qualcuna giusto per consentire il porto occulto di un oggetto. Inoltre ignoravo che la verbena officinalis (in erboristeria consigliata come disinfettante orale, digestivo, analgesico e antipiretico) potesse divenire pure un fortissimo emetico che induce al vomito. Ma qui forse si tratta solo di un errore di traduzione e il riferimento è sbagliato.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
... il primo romanzo con Colter Shaw come protagonista ("Il gioco del mai") e a chi ama la scrittura asciutta e incisiva di Eaver.
In generale consigliato a chi apprezza i thriller con costruzione solida e ben documentata ambientazione.
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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    22 Luglio, 2020
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Minestra di acetosella

“Oh Eva devi scrivere questo libro, devi scrivere questo libro”…
“Se fosse per me ne sarei felice, soltanto che i commerciali dicono che questo non vende, quello non vende, nessuno legge più le biografie, nessuno legge più le raccolte di racconti, la poesia poi non l’ha mai letta nessuno”, la gente vuole soltanto libri su quanto è stronza Hilary Clinton e i cosiddetti graphic novels del cazzo, dove le parole proprio non ci sono”.
“Niente di strano che tu sia contento di esserne fuori”, disse Jake.
“Certo. Sono stufo di queste cazzate. E non sono solo gli editori, ci si mettono anche gli scrittori. Il novanta per cento di quello che viene pubblicato non ha alcun valore. Con un po’ di fortuna, e questo sarà il lato positivo di queste elezioni del cazzo, quando gli scrittori si sentiranno di nuovo oppressi, ricominceranno a scrivere libri che varrà la pena di leggere, al posto di tutta quella merda scritta sotto la presidenza Obama, roba da medio borghesi idioti, egocentrici liberal, gente che ha solo da stare lì a guardarsi l’ombelico. Voglio dire, Sheila Heti, Cristo santo. Che stupido libro del cazzo. Questa fa un pompino a un tizio e vomita. Ma chi se ne frega?”
“A me Sheila Heti piace un sacco” disse Sandra.
“Anche a me” disse Rachel. “Non la capisci perché sei un uomo”.
“Bene, allora Jeffrey Eugenides. E’ un segaiolo. Come quello stronzo di Jonathan Franzen, quello stronzo di Jonathan Lethem, e quel coglione di Jonatham Safram Foer. Tutti questi Jonathan di sto cazzo sono solo una manica di segaioli”.

Ammetto che mi aspettavo un testo molto diverso: pungente, satira politica, se non satira almeno qualche amara considerazione o comunque qualche considerazione sulla politica di qualsiasi tipo data la presentazione dell’editore e l’incipit che vede la protagonista Eva chiedersi come assassinare Trump dalla prima frase. In realtà, il romanzo è molto politically correct, anche troppo. Non c’è nessuna considerazione che non sia banale. I maggiori critici della presidenza Trump sono i cani, a cui Trump provoca un uso incontrollato di vescica e sfinteri per un disturbo da stress. Anche la protagonista Eva, sembra avere una allergia a Trump che la costringe ad acquistare un costoso palazzo veneziano probabilmente al triplo del suo valore. Ma l’allergia è davvero a Trump? Eva non è nemmeno andata a votare perché c’era troppa fila. Invece le file degli aeroporti non le danno fastidio. Insomma, il romanzo descrive molto bene una elite, gente che lavora senza avere un lavoro vero: scrittori, architetti, consulenti finanziari, decoratori di interni, cuochi gay improvvisati ma anche ospiti, insomma scrocconi che vivono delle briciole della elite. Gente infantile, li si potrebbe definire alto borghesi idioti, egocentrici liberal, gente che ha solo da stare lì a guardarsi l’ombelico, per citare l’autore. Gente che se ne va in giro con un cappello in testa a forma di passera. Sembra che vivano in un olimpo a parte. A un certo punto il marito di Eva, Bruce, sembra innamorarsi della segretaria malata di cancro che ha tutti i problemi della gente normale. La aiuta, le dà soldi, molti soldi ma non va a letto con lei, suggerendo uno spessore morale che in realtà non esiste. Infatti, poi nelle ultime pagine non si sa come né perché ha una relazione con Sandra. Insomma non era spessore morale, è che certa gente si mescola solo i suoi simili, stessa classe sociale. Tutti parlano, dall’inizio alla fine del libro, solo di Eva, che hanno eletto a perno del loro mondo, senza una vera ragione, per un capriccio. Ma il fatto che si parli sempre di lei dovunque è fastidioso. E’ come stare al centro di una combriccola di pettegoli che vivisezionano il loro bersaglio ma sempre con uno sguardo estremamente superficiale, per esempio ci sono pagine in cui la migliore amica di Eva descrive a tutti gli altri i dettagli anatomici intimi dell’amica. Le relazioni tra queste persone sono fastidiosamente false e stucchevolmente corrette, attente a non contrariare la sensibilità altrui, sensibilità alla forma ovviamente.
Insomma, dico la verità, il personaggio più simpatico del romanzo, per quanto sia una comparsa, è certamente Trump. Il libro è scritto molto bene, da una grande penna ma non dice niente. Può essere gradevole per architetti, dato che si parla molto di arredo di interni e cose simili.
Le pagine più caustiche non sono quelle che parlano di politica, i personaggi ci si approcciano solo per banalità con estrema cautela, dando una botta al cerchio e una alla botte, ma quelle che parlano di altri scrittori. Qui David (per fortuna non si chiama Jonathan) non ha freni inibitori. Non ha grande stima di parecchi colleghi che definisce segaioli e stronzi. Io ho solo un vaghissimo ricordo di un suo romanzo o forse erano racconti molto segaioli. Ho quasi pensato a quel tipo di scrittura con nostalgia, ma in effetti le poche pagine segaiole del romanzo sono così brutte che si possono saltare, anzi è consigliabile il salto.
Tutto sommato il libro non è brutto, è scritto bene, e descrive benissimo un ambiente improbabile e fuori dal mondo per cui sembra parlare di niente. Per essere cattivi, citando l’autore, devo concludere che a David per scrivere qualcosa di profondo non è bastata la vittoria di Trump, ma bisognerebbe augurargli il ritorno trionfale di Hitler.

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Romanzi storici
 
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archeomari Opinione inserita da archeomari    20 Luglio, 2020
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Un ‘armonioso’ triangolo

Quanto mi costa stroncare la Maraini, che ho tanto amato in “La lunga vita di Marianna Ucria”, in “Colomba”, “Buio”! La Maraini è una delle più importanti scrittrici italiane e la mia opinione è umile, ma dettata da una profonda delusione.
Questo breve romanzo (112 pagine) non mi è piaciuto. E probabilmente la mia è una voce fuori dal coro, perché ci sono recensioni positive e articoli che esaltano questa storia di un’amicizia tra due donne, più forte dell’epidemia di peste che le ha separate e dell’amore che provano per lo stesso uomo.
Due le motivazioni della mia delusione: non c’è la ricostruzione storica cui la scrittrice mi aveva abituata in ‘Marianna Ucria’ -forse è comprensibile vista la brevità del libro, quindi di storico c’è solo l’accenno alla peste del 1743 - e ho trovato assolutamente inverosimile il triangolo amoroso Agata-Girolamo-Annuzza.
Girolamo è sposato con Agata con la quale ha avuto una figlia, ma è innamorato ricambiato dalla migliore amica della moglie, Annuzza. Agata conosce tutto ciò, ma non rinuncia né al marito, poiché lo ama ed è il padre della sua bambina, né all’amica con la quale condivide ricordi di infanzia.
Una situazione troppa idealistica, troppo forzata. L’acme del paradosso è alla fine del libro, quando Agata scrive ad Annuzza che nella precedente lettera le aveva chiesto aiuto nel cercare un bravo marito cosicché possa finalmente dimenticarsi del bel Girolamo, marito di Agata:

“Ma cosa succederà a Girolamo se venisse a sapere che ti sei innamorata di un altro? (...) sono qui per pregarti di non smettere di amare mio marito, perché lo faresti soffrire e quindi lui farebbe soffrire me. (...). Ti sembro pazza?ti sembro dissoluta? (..)Annuzza ti chiedo di continuare ad amarlo, perché in questo triangolo si è creata una certa armonia che andrebbe persa se tu smettessi di cercarlo”.

Tutto il libro consta di questo: uno scambio epistolare tra due amiche innamorate dello stesso uomo, bellissimo come un dio, soggiogato dalla sua stessa bellezza. Sullo sfondo, una situazione molto simile a quella che stiamo vivendo ancora adesso: una epidemia con tanto di corpi abbandonati senza il conforto dei familiari, fosse comuni, lazzaretti sovraffollati, clima di incertezza, paura per chi viene dal paese vicino...solo che siamo a Messina, nel 1743.

Se cercate la Maraini dei grandi romanzi resterete delusi come me. Se invece la tematica dell’amicizia spinta agli estremi vi piace, sopporterete il parossismo che mi ha fatto storcere il naso. Una cosa è sicura: di meglio poteva fare!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    14 Luglio, 2020
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Un indovino gli disse

La pelle eburnea, bellissima e liscia come seta.
Implora il maestro tatuatore fino a che lui cede, aghi ed inchiostro, così il padre inizia ad incidere la sua arte sul giovane corpo della figlia.

Conosci la tripla maledizione?
Il serpente ingoia la rana, la rana ingoia la lumaca, la lumaca fa sciogliere il serpente.

Il corpo di Kinue, privo del torso, viene trovato in un bagno chiuso dall’interno.
Sul davanzale della finestra una lumaca scivola lentamente.

Una breve nota alla biografia dell’autore che pare essa stessa nata dalle pagine di un romanzo, Takagi Akimitsu nacque nel 1920 e dopo la laurea in ingegneria decise di abbandonare la professione per diventare scrittore, a seguito della profezia di un indovino.
Divenne uno dei più famosi giallisti giapponesi, questa è la prima pubblicazione italiana.

Edito nel 1948, sebbene la letteratura giapponese di quell’epoca mi sia particolarmente gradita, la lettura è stata controversa. Da un lato spicca affascinante l’incipit, che richiama miti e leggende dell’epoca Edo, immergendo le radici del delitto nel mondo sommerso ed illegale dei tatuaggi nel Giappone del dopoguerra. Dall’altro l’incedere lento e piuttosto dozzinale dell’indagine rende la lettura a tratti soporifera. Purtroppo, la caratterizzazione dei personaggi è poco incisiva ed il taglio psicologico blando, come pure le descrizioni della Tokyo occupata e sconfitta sono piuttosto scialbe.

Chi cerca un buon giallo vintage legga Agatha Christie, chi è affascinato dal mistery nelle atmosfere del Sol Levante e ritiene di assecondare le profezie di un indovino troverà in questo Takagi un apprezzabile compagno, seppur con riserva.

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Romanzi
 
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    13 Luglio, 2020
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http://www.?

Roberto Bolano, affermò circa vent'anni fa che "la letteratura del XXI secolo apparterrà a Neuman e a pochi suoi fratelli di sangue". Ebbene non so se questa sua profezia si avverrà, ma posso senza dubbio affermare che in Neuman c'è molta sostanza e la lettura di "La vita alla finestra" ha superato le mie aspettative.
Autore argentino ma radicato in terra spagnola, pupillo di Roberto Bolano purtroppo solo per qualche anno dovuto alla prematura scomparsa del grande, descrive in questo libro il disagio dei nostri tempi. Net, soprannome derivante da "internet", descrive attraverso le sue mail - le lettere del duemila - la sua vita e quella della sua famiglia, a Marina una misteriosa ragazza con la quale si presume abbia avuto una storia ma che non risponde mai, tant'è che a un certo punto il lettore nutrirà qualche dubbio sulla sua reale esistenza nella vita di Net. Sembra più un personaggio costruito, un'amica immaginaria e, perché no, il lettore stesso, dato che a conti fatti le lettere le leggerà lui. ("Dove sei Marina? E' come se non fossi esistita. O eri già solo un personaggio dei ricordi, un miraggio che nomino per potergli parlare?" - "ora, mentre decido cosa raccontarti, mi accorgo che sai già tutto (...) perché sei dietro alle mie parole."). Un libro "epistolare" in cui le lettere vengono sostituite dalle mail, la carta bianca dalla finestra, l'inchiostro dalla tastiera e il motivo principale di queste confessioni è, il mal di vivere, la scrittura come rimedio ("Scrivere è un metodo per combattere gli incubi, ma non per vincere l'insonnia. Anzi: soprattutto di notte, chi scrive comprende di essere una sentinella. Che deve stare all'erta, come le sue parole e, al primo barlume di luce, correre a nominarla.") perché "forse sentiamo il bisogno di concepire sullo schermo la perfezione narrativa che manca alla nostra vita."
Una famiglia imperfetta, con screzi e problemi di comunicazione ("nella nostra famiglia, sempre tanto cinematografica, viviamo alternando l'horror classico e la commedia all'italiana. Il budget è piuttosto scarso. Il cast, francamente prevedibile." - "La famiglia sembra composta da tre satelliti che ruotano - ciascuno a diversa velocità e ampiezza d'orbita intorno a Paula, che emana luce ed evita collisioni.") e una instabile storia d'amore che molto mi ha ricordato quella di "Rayuela", sono gli aspetti che più sono destinati ad evolvere. Crea dei personaggi forti, caratterizzati solo da brevi frasi che si ripetono nel libro, con l'effetto di accentuandoli ancor di più, la madre per esempio è descritta "con lo sguardo perso in un bicchiere, fisso sulle polverine bianche che si sciolgono" o intenta ad annaffiare perennemente i gerani ormai ammuffiti dalla eccessiva umidità. Ho intravvisto anche un certo legame quasi incestuoso tra padre e figlia, magari sarà stata solo una mia illusione.
La prosa è molto poetica e densa, senza frasi prolisse ma prediligendo quelle stringate riesce tuttavia a trasmettere il grande disagio del narratore, i suoi momenti di smarrimento e incertezza, nonché a dimostrarsi un grande osservatore del mondo. Infatti sono rimasta piacevolmente sorpresa e nonostante sia un libro di centocinquanta pagine, la lettura rallenta e non è decisamente un libro di svago ma un libro tendenzialmente introspettivo. 

L'unica nota negativa, se vogliamo chiamarla così, è che la forma sembra un po' invecchiata. Se lo contestualizzo all'anno 2002, anno in cui uscì per la prima volta, allora è rivoluzionaria, ora a distanza di quasi venti anni lo è un po' meno, infatti la si sente un po' obsoleta. Il contenuto però ha il profumo dell'immortalità e ha superato di gran lunga le mie aspettative. Non aspettatevi dunque un romanzo dalla trama movimentata e dal finale chiuso, è piuttosto un'ampia finestra sulla vita, per riprendere il titolo, dell'ampio respiro poetico e che fa riflettere per il suo contenuto profondo.

"Ho immaginato di infilare un dito dietro l'orizzonte e di sollevarlo come un tappetto, per vedere cosa c'era dietro."

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    12 Luglio, 2020
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A tinte azzurre

“L’enigma della camera 622” segna il gran ritorno in libreria di Joel Dicker, giovane autore tra l’altro del fortunato “La verità sul caso Harry Quebert”.
Dati i precedenti, dovremmo indicare lo scrittore svizzero come un autore di gialli sui generis, un romanziere che a modo suo, in verità anche nuovo, e diverso dal consueto, si diletta a costruire comunque gradevoli enigmi e piacevoli misteri irrisolti, a uso dello svago librario del suo lettore. Con tutti i cliché possibili del genere: viene già nelle prime pagine perpetrato un delitto, quasi sempre il più abietto tra i reati, un omicidio; non si giunge a soluzione immediata data l’apparente inspiegabilità dell’evento occorso; qualcuno, non necessariamente un funzionario delle forze dell’ordine a tal scopo preposto, indaga accuratamente.
In un modo o nell’altro s’individuano possibili colpevoli, malgrado difficoltà e depistaggi, grazie all’acume dell’investigatore di turno: quindi, scoperta del movente, colpo di scena finale con spiegazione a sorpresa dell’esatto svolgimento del crimine, le sue motivazioni più o meno tanto occulte quanto banali, l’individuazione del sicuro colpevole che viene immancabilmente assicurato alla giustizia.
La fortuna di Joel Dicker, e il suo talento, consistono nel fatto che non fa niente di tutto questo.
I romanzi di Dicker non hanno nulla a che fare con i puzzle logici e appassionanti alla Agatha Christie, la Regina del romanzo giallo propriamente detto.
Differiscono anche dai pur valenti polizieschi nostrani, ciascuno a suo modo originali e gradevoli, che vedono protagonisti vicequestori che spinellano beatamente, squadre di poliziotti “bastardi” raccolti qua e là tra gli scarti dei commissariati cittadini, avvocati penalisti, investigatori privati vari, sostituti procuratori improbabili che scorrazzano in tacchi a spillo tra i sassi di Matera.
I libri di Dicker nemmeno richiamano i police procedural americani, o i mystery sensu strictu, o i delitti locali all’italiana, tanto di moda oggi nelle fiction televisive, dove ad indagare spesso e volentieri con esito felice sono personaggi che poco hanno a che fare, per professione nativa, con l’indagine e il delitto, come per esempio parroci di provincia, professoresse di liceo, specializzande di medicina legale, e chi ne ha più ne metta.
Joel Dicker sfugge a una qualsiasi superficiale etichettatura, sopra ogni altra cosa egli è semplicemente uno scrittore, un bravo romanziere, uno che scrive libri per il piacere stesso di scrivere, prima di ogni altra cosa.
Può piacere o no, ma scrive varie cose buone, e le sa scrivere bene.
Si tratta di un giovane encomiabile per un qualsiasi lettore, giacché egli scrive principalmente per se stesso, per un proprio bisogno esistenziale; perciò scrive bene e meglio, giunge facilmente al cuore del lettore, lo emoziona, come ogni lettore desidera essere deliziato tutte le volte che sfoglia le pagine di un libro, e come ogni bravo scrittore deve saper fare.
Dicker non fa fatica, si applica, lavora, scrive, cancella, riscrive, non si stacca dalla tastiera, trascura tutto per scrivere, proprio perché per lui non è una fatica, non è un lavoro, è amore per la scrittura.
Quando fai qualcosa che ti piace, non stai lavorando, stai seguendo la tua passione, e la passione non concede requie, è vero, ma provvede essa stessa a ricaricarti. Un circolo chiuso, un privilegio.
Joel Dicker è un bravo artigiano della scrittura, s’industria alacremente, ha talento, e il prodotto del suo talento ha un valore ancora maggiore perché costruito in giovane età.
Lo dichiara lui stesso, sic et simpliciter:
“…una storia prende le mosse innanzitutto da una voglia: quella di scrivere. Una voglia che si impadronisce di te e che niente può ostacolare, una voglia che ti allontana da tutto…la malattia degli scrittori…Puoi avere la trama migliore del mondo, ma se non hai voglia di scrivere, non concluderai niente.”
Joel Dicker ama scrivere, e allora scrive. Lo ripeto non piace a tutti, ma scrive piacevolmente.
Scrive di tutto: scrive di sé stesso, letteralmente, e manco a farlo apposta la sua partner nel romanzo non lo chiama mai con il suo nome, ma semplicemente: “Scrittore”, come volevasi dimostrare.
Scrive della sua vita, della sua arte, scrive di amori e di editori, d’inizi e di fiaschi, di città, dove è nato e dove è stato. Di persone cui è grato, di donne di cui si è innamorato, e da cui è stato piantato.
Parla di viaggi, di alberghi, di camere di albergo con numerazione insolita; descrive fatti passati del tempo e li attualizza con gli eventi correnti, inventa personaggi, e ne segue la sorte, gli intrecci, la crescita, gli sviluppi, le coincidenze.
Romanza su un delitto irrisolto, e allora il romanzo si tinge di giallo; s’incanta in una lunga e travagliata storia d’amore, e allora il libro assume tonalità rosa.
Descrive vite disastrate, corrose dal bisogno, dalla povertà, dalla miseria e che anelano condizioni di vita migliori, quasi una rivincita sulle ristrettezze, i disagi e le privazioni dell’esistenza; allora possiamo dire che questi suoi capitoli sono pervasi dal verde della speranza.
Enuncia fatti misteriosi, nascosti, celati agli occhi del pubblico: in questo suo “Enigma” ci sono Servizi segreti, insospettabili agenti sotto copertura, intrighi politici e diplomatici; il mondo della grande finanza e dell’egemonia mondiale delle banche svizzere, con i giochi di potere che sempre si scatenano attorno alle grandi fortune, delitti e segreti, persone di mondo e sordidi personaggi privi di ogni scrupolo, un noir vero e proprio quindi.
Direi che se una tonalità va scelta per questo tomo, in definitiva, è l’azzurro quello più appropriato, come rimanda la copertina del libro: azzurro come il cielo, perché quella di Dicker è una bella storia, lunga e avvincente, una storia grande come il cielo, e bella come quello.
Un grande palcoscenico dove si alternano mimi e saltimbanchi, valenti attori ed esperti capocomici, truccatori, trucchi e truccati, nobili russi, sapienti analisti di bilanci e medici analisti della psiche umana, vecchi ebrei, maschere greche, trucchi alla Diabolik e alla Fantomas, governanti innamorate del padrone di casa, banchieri disposti a folli baratti e baratti realizzati con un misto di magia e possessione diabolica, perché in fondo la vita è un’illusione, una maschera, un travestimento, un gioco di prestigio:
“Quando si vuole veramente credere a qualcosa, si vede solo quello che si vuole vedere”.
Ancora, si narra di avventure, di pistole, di passioni, di anelli scomparsi, di cime innevate di neve e acque turchine delle isole greche.
Su tutto, aleggia la colonna sonora delle musiche di Wagner, o di un vecchio carillon a molla.
Più che le storie che scorrono sul palcoscenico, Dicker eccelle nel dietro le quinte; si dilunga sugli antefatti, sui trascorsi, sul passato per comprendere il presente, perciò il romanzo si rinnova continuamente, i racconti si presentano con altra veste, gli intrecci si disfano e si riformano con trame nuove e si percorrono risvolti inesplorati, tutto si può dire della sua Storia, mai che annoia.
Soprattutto, c’è tutto l’originalità dello scrittore Dicker in questo suo libro, un giallo dove la vittima assassinata, si badi, la vittima, non l’assassino, si scopre chi è solo dopo due terzi del libro.
Quale giallo comincia così, identifica la vittima con tanto ritardo?
Questo non è un giallo di Joel Dicker, è un romanzo di Joel Dicker, che si tuffa a corpo morto nella scrittura:
“Quando mi concentro sulla storia, vengo completamente assorbito. È come se ci fossi anche io nel romanzo, all’interno dello scenario. E ci sono tutti quei personaggi attorno a me…”
Direi inoltre che l’”Enigma della camera 622” è anche una bella storia d’amore, il numero neanche è casuale, magari richiama una data o un orario con un significato affettivo per i protagonisti; è una bella, lunga e duratura storia sentimentale, di quelle rare, uniche, speciali, eppure contrastate e controverse, perché:
“…Facevamo fiorire, ognuno per conto proprio, il nostro piccolo giardino segreto, ma siamo stati incapaci di coltivare un orto insieme”.
Una storia d’amore grande in tutti i sensi, tra un uomo e una donna, ma anche tra padre e figlio, tra docente e discente, tra chi non ha figli e chi non ha identità, tra chiunque abbia un cuore e sappia amare:
“Cosa siamo capaci di fare per difendere le persone che amiamo? È da questo che si misura il senso della nostra vita.”
Siamo grati a Joel Dicker per questo suo libro: ci ha donato un bel romanzo, e non è poco.
“La cosa più importante, in fondo, non è come va a finire, ma in che modo ne riempiamo le pagine.”
Esattamente come diceva Daniel Pennac, la vita è: “Come un romanzo”.
Lo afferma, uguale, anche Joel Dicker.

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Joel Dicker, ma non è necessario aver letto i suoi precedenti, si può iniziare a conoscerlo da questo libro.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    09 Luglio, 2020
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Senza amore e senza pietà

È davvero un mondo senza amore, e anche senza pietà, quello contro cui si trova a scontrarsi fin da giovanissima la protagonista del nuovo romanzo della scrittrice palestinese Susan Abulhawa che, a distanza di cinque anni da “Nel blu tra il cielo e il mare” e di circa un decennio dall’ancor più famoso “Ogni mattina a Jenin”, ritorna ora nelle librerie italiane con una storia intensa e drammatica, al centro della quale non avrebbe potuto non trovare spazio la terra d’origine dell’autrice.
Da lunghi decenni rimpianta e agognata, la Palestina rimane la patria perduta, luogo dove ricomporre radici e identità stravolte dall’esilio forzato a causa di quella che tuttora si chiama “an-nakba”, la Catastrofe per eccellenza del mondo arabo. Un dramma senza fine che ormai non sembra fare nemmeno più notizia. L’Abulhawa lo riporta alla ribalta proprio in un momento alquanto critico nella storia del popolo palestinese, che dal 1948 a oggi non ha conosciuto altro se non il fango e l’umiliazione dei campi profughi e speranze puntualmente deluse.
Nahr ne ha ben poche, di speranze, forse nessuna. Quando la incontriamo è una detenuta ormai ingrigita e spossata che, da lunghi anni di cui ha perso il conto, sta scontando una pena detentiva all’interno di una cella anomala che lei chiama il Cubo, dove il tempo si annulla e la luce e il buio che vi si alternano sono quanto di più innaturale possa esistere. Chiusa in questa manciata di metri quadrati di cemento armato, la donna ci racconta a poco a poco la sua vicenda, partendo dai giorni trascorsi felici sotto il sole del Kuwait, quando per lei la Palestina si riduceva soltanto a vecchie storie di famiglia, fino a quelli bui sopraggiunti dopo l’arresto da parte di Israele con l’accusa di attività terroristica; nel mezzo, disillusioni, amarezze, umiliazioni, violenze, ma anche un inatteso spiraglio d’amore di cui il mondo dimostra di essere per buona parte privo. La penna dell’autrice ritrae una donna di carattere che non si arrende dinnanzi alle brutture vissute e che, a ogni caduta, impara a rialzarsi senza piangersi addosso: una donna dai tre nomi (Nahr, Yaqoot, Almas) che si adattano a momenti e stagioni della sua vita, mentre il bisogno di avere radici e di appartenere finalmente a un luogo diviene con gli anni più impellente. Ovunque, anche là dove sembra che si possa vivere bene, la condizione di profugo presto o tardi acquisisce un sapore amarissimo diventando talvolta il capro espiatorio di situazioni esplosive, come infatti accade persino nel Kuwait all’indomani del ritiro dell’esercito di Saddam Hussein nel 1991; molto interessanti, a tal riguardo, le pagine che raccontano ciò che si è verificato nel piccolo emirato del Golfo sotto il ra’is iracheno, a dispetto della versione americana rivelatasi già in passato non affidabile.

“La gente pensa che l’occupazione irachena del Kuwait sia stata una specie di massacro, ma non è così. Gli orrori veri e propri successero quando l’Iraq se ne andò, […] Per me contava soltanto che quella notte Saddam Hussein mi aveva salvato la vita e che, durante la permanenza irachena in Kuwait, ero una donna libera e felice.”

L’io narrante della protagonista risulta molto coinvolgente e diversi personaggi, oltre a quello della stessa Nahr, si presentano ben caratterizzati; in particolare, colpisce quello della maîtresse iracheno-kuwaitiana Um Buraq che, anzitutto, squarcia il velo dell’ipocrisia sempre vigente nell’ambito delle società islamiche in fatto di prostituzione e la cui promessa di un tempo viene mantenuta nella parte conclusiva del romanzo: “Qualunque cosa accada in questo mondo ingrato, ci rivedremo, sorella mia.”
Nel complesso, dunque, la storia narrata sa catturare il lettore e gli argomenti trattati, da quelli umani a quelli politici in relazione alla causa palestinese, hanno indubbiamente un peso innegabile. Tuttavia, forse si avverte qualcosa di diverso nello stile della Abulhawa rispetto soprattutto a “Ogni mattina a Jenin”, qualcosa che non consente una valutazione del libro a pieni voti. Inoltre, ho riscontrato un paio di inesattezze che, con tutta evidenza, devono essere sfuggite al lavoro di editing: a pagina 161 si parla della città di Haifa situata di fronte all’oceano (le coste del Vicino Oriente non si affacciano sul Mar Mediterraneo?); più di una volta si fa riferimento alla preghiera islamica dell’alba chiamandola, con le parole arabe corrispondenti, “fajr salat”, che però disposte in questo modo (imputabili al testo in lingua inglese?) significano in realtà “alba della preghiera”, mentre l’espressione corretta è “salat al-fajr” (la preghiera dell’alba).
In ogni caso, “Contro un mondo senza amore” è un coinvolgente romanzo meritevole di lettura: nel solco dei precedenti lavori dell’autrice, esso ribadisce la ferma e coraggiosa denuncia della violenta arroganza degli occupanti israeliani, i quali bollano come terrorismo qualsiasi forma di resistenza da parte palestinese e, al tempo stesso, nei Territori praticano impunemente la tortura e ogni forma di abuso. Ciò che Susan Abulhawa scrive non è soltanto fiction (anche le fonti non arabe parlano delle stesse cose) e quello di Nahr, così come quello a suo tempo di Amal in “Ogni mattina a Jenin”, è l’urlo di dolore – vero, straziante, inascoltato – di un popolo intero che attende ancora giustizia e almeno un briciolo d’amore.

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lapis Opinione inserita da lapis    08 Luglio, 2020
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Et voilà. Anzi: vualà.

Italianizzare, è questo l'imperativo. Per Anita e Clara, ventenni torinesi, storpiare italianizzando le parole straniere è un piccolo gioco privato, perché il regime fascista è, nel 1935, ancora qualcosa su cui è possibile scherzare. L'atmosfera è nebulosa, ambigua, e tutto quello che si può fare è tenere gli occhi aperti e le antenne puntate per captare i segnali di una verità oscura e minacciosa, di cui si avverte l'invisibile presenza dietro la finta verità di splendore diffusa al cinegiornale.

Lo sente Clara, studiosa e intelligente, che vorrebbe poter leggere senza censure, farsi un'opinione con la propria testa ed esprimere le proprie idee. Lo sente Anita, bellissima e un po' civettuola, che soffre le imposizioni e la mancanza di libertà. Ed è proprio un improvviso e inaspettato slancio di libertà ad indurre Anita, di fronte alla tanto anelata proposta di matrimonio da parte del fidanzato Corrado, a rispondere con una richiesta inusuale: lavorare, lavorare per sei mesi prima delle nozze. Proprio lei, che ha sempre pensato che un battito di ciglia e un sorriso fossero più utili di qualunque nozione, purtroppo anche quelle di stenografia. Proprio lei, che a scuola non ha mai mostrato interesse per le pagine scritte. Eppure, il destino e un po' di furbizia porteranno Anita a trovare impiego proprio nel mondo dell'editoria: dattilografa per una rivista di racconti hard-boiled americani.

E così, trascrivendo con la propria Olivetti quelle storie di detective stropicciati, vicoli bui e bicchieri pieni di whisky (anzi: uischi), Anita capirà perché quelle storie piacciono tanto alla gente. Perché sono belle, innanzitutto. Perché a quei protagonisti un po' malmessi ci si affeziona facilmente, con i loro problemi e le loro disgrazie in cui rispecchiare le proprie. Perché fanno ridere, mozzare il respiro, fantasticare, ma, soprattutto, accendono la voglia di investigare e stanare la polvere che si cela sotto il tappeto. Che è poi il motivo per cui esse danno tanto fastidio alle autorità, che cercano di italianizzarle e piegarle ai dettami del regime.

Anita si innamora così della lettura (e chissà, forse non solo di quella), in un percorso di crescita che potrebbe portarla lontano, a scoprire la forza di una storia e il bisogno che ha l'anima di trovare la propria voce, ribellandosi al silenzio. E, nel frattempo, io mi innamoro di questa nuova serie. Alice Basso si dimostra ancora una volta abilissima nel miscelare umorismo, romanticismo e un soffio di mistero (data l'esilità, definirla trama gialla mi pare fin eccessivo), avvolgendo il tutto in un contesto storico che offre tantissimi spunti, sul ruolo femminile, la libertà di pensiero, la difficoltà di aprire gli occhi su verità scomode e il coraggio che serve per raccontare quel che si è visto. Si tratta di intrattenimento, intrattenimento che strizza innegabilmente l'occhio alle vendite, ma a renderla una lettura accattivante e piacevolissima è l'inconfondibile tocco di grazia e freschezza, capace di regalare un sapore speciale alle pagine, lasciando all'ultima riga il desiderio di proseguire oltre.
Posso solo immaginare quanto sia difficile per un autore abbandonare un personaggio che ti ha regalato popolarità e successo, ma in questa storia ho ritrovato una vitalità e un entusiasmo che quelle della famosa ghostwriter Vani Sarca avevano a mio avviso ormai perduto. Quindi, per quel poco che conta il mio giudizio: benvenuta Anita, aspetto già la tua prossima avventura!

"La lingua può essere indisciplinata, ma il silenzio avvelena l'anima" [Antologia di Spoon River]

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    30 Giugno, 2020
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Ottocento pagine di... cosa?

"Questa tempesta" è il secondo libro della seconda Tetralogia di Los Angeles, diretto successore di “Perfidia". Con questo ciclo narrativo, unito alla prima Tetralogia (che include un bellissimo libro come "L.A. Confidential”) e la Trilogia Americana, pare che Ellroy si sia proposto la grande ambizione di un affresco storico di oltre trent'anni (1941-1972), popolato da personaggi reali e di finzione che si mescolano tra loro e compaiono in diversi libri.
L'idea è certamente ammirevole, anche perché il contesto presentato è ben descritto e interessante, ovvero quello di un’America che vive la Seconda grande guerra da lontano, avendola toccata con mano solo con l’attacco inaspettato di Pearl Harbor. Altrettanto interessante è vedere come i tanto osannati Stati Uniti, sempre dipinti come liberatori senza macchia, abbiano essi stessi avuto una condotta discutibile e perpetrato nei confronti dei giapponesi una discriminazione simile a quella nazista. I giapponesi venivano infatti internati e, seppure non subissero le stesse brutalità subite dagli ebrei e dagli altri prigionieri nazisti, erano comunque maltrattati e non di rado uccisi senza alcun tipo di rimorso. Mentre in “Perfidia” questo aspetto era riuscito a farmi perdonare la troppa carne messa a cuocere dall’autore, in “Questa tempesta” tutto questo non è bastato e i motivi sono diversi.
Andrò con ordine.
Nelle prime centinaia di pagine sono sciorinati una serie infinita di nomi che l’autore ci presenta come se dovessero esserci familiari, ma che al lettore non dicono nulla e finiscono per confonderlo nei già ingarbugliati meandri della storia a cui si appresta ad assistere. Ellroy fa decine e decine di nomi, li ripete fino allo sfinimento mettendoli continuamente il correlazione tra loro e pretendendo che il lettore ne cavi qualcosa, mentre quest’ultimo sta invece tentando con tutte le sue forze di raccapezzarsi, invano. Questo aspetto rimarrà lungo tutta la storia, ma all’inizio è davvero irritante.
Quando i nomi più ricorrenti cominceranno finalmente a diventare familiari, ecco che emergono le tediosità della storia. A parte qualche raro stralcio d'azione (ben scritto, questo c'è da dirlo), "Questa tempesta" è tutto una continua ripetizione: Ellroy ribadisce le stesse cose fino allo sfinimento; tutto quello che i personaggi scoprono viene ripetuto quando un personaggio che ne era ignaro ne viene finalmente a conoscenza. Queste scoperte, poi, molto spesso lasciano totalmente indifferenti perché parte di un intrico troppo ingarbugliato per essere compreso o perché coinvolge personaggi lontani dallo spettro emotivo e cognitivo del lettore. Poche sono le rivelazioni davvero interessanti, che vengono oltretutto attutite dall’apatia che tutti gli altri eventi incomprensibili hanno generato. La storia non coinvolge mai: è troppo intricata, politica e in tutta sincerità poco interessante. Ottocentocinquanta pagine e si ha la sensazione di non aver letto nulla se non nodi e contronodi mentali: un esercizio intellettuale folle che l’autore ha fatto con la sua capacità stilistica e la sua conoscenza approfondita del periodo storico, che con questo cocktail si sono tuttavia annullate penosamente. Non si riesce a capire cosa Ellroy abbia voluto davvero raccontarci.
Per concludere, io sono un estimatore degli autori che vogliono offrire qualcosa più di un semplice intrattenimento: stimo ancora di più quelli che riescono a coniugare intrattenimento con letteratura impegnata. Anzi, vi dirò di più, è questa la letteratura che amo, e mi fa male vedere come Ellroy abbia fallito nei suoi nobili propositi, nella creazione di un contesto storico-narrativo che potesse lasciare il segno. Ma sebbene in "Perfidia" sia parzialmente riuscito nell' intento, in "Questa tempesta" credo abbia toppato alla grande e rappresenti un passo falso da cui difficilmente si possa riprendere, almeno per quanto riguarda questo ambizioso progetto. Non so se ha avuto eccessiva fiducia nei propri mezzi, se si sia lasciato prendere la mano, o abbia voluto semplicemente strafare; ma con la sua sconcertante mole non giustificata dai contenuti, "Questa tempesta" non ha generato in me altro che un sospiro di sollievo. Quando l'ho finito, si intende.

P.S. la menzione sul retro, in cui Joyce Carol Oates definisce Ellroy il Dostoevskij americano, è oltremodo offensiva nei confronti sia del russo, che di autori americani davvero meritevoli come Cormac McCarthy, che definisco il Dostoevskij americano da una vita. E io non sono nessuno. Davvero non capisco come personaggi di spicco possano fare affermazioni così azzardate.

“Tutti vogliamo essere qualcosa di più bello e dorato di quello che siamo.”

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lapis Opinione inserita da lapis    29 Giugno, 2020
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Buon appetito!

"Il mondo ipocrita non vuol dare importanza al mangiare; ma poi non si fa festa, civile o religiosa, che non si distenda la tovaglia e non si cerchi di pappare del meglio" [“La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene”, P. Artusi]

Chissà cosa penserebbe Pellegrino Artusi dei giorni nostri, in cui la cucina ha guadagnato un ruolo da protagonista, imperversando nei programmi televisivi, in libreria e persino nelle conversazioni quotidiane? Chi poi durante questo periodo di lockdown non si è trovato, come si suol dire, con le mani in pasta, alle prese con pane e focacce?
Mi piace immaginarlo guardare con un sorriso sornione, nascosto dai baffoni austro-ungarici, tutti i veri e presunti chef di oggi, lui che ha codificato l'arte di mangiare in modo pratico e semplice, per gente che sapeva tener giusto in mano un mestolo, agiata gente borghese, che non disdegnasse il viver bene e il goder della tavola. Come lui.

Nel suo famosissimo libro di fine Ottocento, Artusi scrive di gastronomia per riabilitare l'arte del gusto, affiancando alle ricette un companatico fatto di spirito benevolmente gaudente, di tanti aneddoti e di un pizzico di scienza. Marco Malvaldi non poteva quindi rendergli oggi omaggio migliore se non preparando un romanzo a base di quegli stessi ingredienti.

La piacevolezza. Perché, se nella prefazione al suo ricettario, Pellegrino augurava ai "nevrotici lavoratori di cervello" un po' di aria fresca e un buon manicaretto, Malvaldi sembra augurare qualche ora spensierata in compagnia di pagine divertenti e ironiche, talvolta un tantino insolenti magari, ma sicuramente in grado di regalarci qualche genuino sorriso.

Il gusto di raccontare. Prima di tutto, la trama gialla, ben costruita e intrigante, in cui il sempreverde enigma della camera chiusa si fonde al fascino di un castello toscano con i suoi imprevedibili ospiti. Ma anche molto altro: la decadenza dell'impero Ottomano a inizio Novecento, i primi esperimenti imprenditoriali italiani, l’atmosfera della “belle époque” e, infine, qualche personaggio storico come appunto Pellegrino Artusi e il suo amico professor Mantegazza, che arricchiscono la narrazione con qualche curioso aneddoto attinto dalla loro vita.

Ed infine, non manca una bella strizzata d'occhio alla scienza. Per il chimico Malvaldi dev'essere stato bello poter dare un po' di rilievo proprio a questa scienza, rivelandone l’essenziale utilità tanto nell'arte di cucinare quanto in quella di confezionar omicidi.

Non so se questo sia uno dei migliori scritti del simpatico e colto scrittore toscano, in altri romanzi i personaggi, soprattutto quelli a contorno, mi sono parsi meglio costruiti e il passo più felicemente ritmato. Rimane comunque una lettura gustosa e saporita, che consiglierei a tutti quelli che amano il giallo, umoristico e storico, e a tutti quelli che amano Pellegrino Artusi, che qui rivive in tutto il suo spirito di ironico ottantenne romagnolo.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Giugno, 2020
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Sopravvissuta.

«La morte è sempre a un passo da noi. Ed è davvero solo un piccolo passo, pensai.»

Un bastone di ferro conficcato nella pancia, una preghiera: fa che Yoichi viva. Una speranza, cioè, che l’ultimo soffio di vita vada a lui perché gli occhi della donna hanno visto, hanno assaporato paesaggi stupendi e una miriade di istanti, perché ella ha avuto un tetto sotto cui dormire, due bravi e premurosi genitori, tanti sorrisi, pasti lauti e soddisfacenti, un corpo sano e forte. Il sogno, il nonno e le sue parole. La consapevolezza di essere lei, Sayoko, la sopravvissuta. Perché Yoichi è morto sul colpo con le parole dolci e a voce bassa cantate dall’amato Leonard Cohen.
All’epoca la protagonista aveva ventotto anni e ancora credeva che la vita potesse durare in eterno, che l’amore e la possibilità di realizzare i propri desideri fossero una verità improcrastinabile. Aveva da tempo una relazione a distanza con l’uomo, lui residente a Kyoto e lei a Tokyo. L’incidente è avvenuto lungo la strada per Kamigamo dove si trovava l’appartamento del defunto che fungeva anche da suo studio. Una relazione, la loro, anche per ragioni lavorative, non ben vista dai genitori di lei che confidavano in quella distanza quale possibilità di una separazione. E la separazione è avvenuta, ma per altro motivo. Le loro vite si sono spezzate, si sono divise inesorabilmente e mai potranno riunirsi. Ella non mancherà mai di risentire nella sua pancia la sensazione di quel ferro arrugginito, non potrà mai dimenticare quelle sensazioni. Anche se il dopo lo ha vissuto come se si trovasse in una bolla di sapone. La perdita del suo Mabui, la ricerca. Ma cosa ne è di chi resta?

«Avevo anch’io un effetto sul mondo. E non lo sapevo. La luce che emanavo mi veniva restituita in egual misura. A volte era un luccichio, a volte un bagliore, come un’onda, come l’eco. Per quanto insignificante fosse la mia presenza, le mie emozioni erano in grado di mettere in movimento tutto il resto. C’era un intero mondo, invisibile agli occhi, in cui le cose avvenivano, e cambiando prospettiva potevo vederle: ecco che cosa avevo imparato dall’altra parte.»

Ambientato tra i templi e gli onsen di Kyoto, l’ultimo lavoro di Banana Yoshimoto è scritto all’indomani del terremoto e dello tsunami di Fukushima e non è altro che un inno alla vita, alla speranza. Perché chi sopravvive a una catastrofe, a un qualcosa che colpisce qualcuno che abbiamo al nostro fianco, un nostro affetto, una persona cara subisce gli effetti del contraccolpo, della perdita. E non perde soltanto quell’affetto emblema di un legame, perde anche tutto quel che quel legame può significare, ivi compreso il senso della propria esistenza, la ragione del proprio vivere.

«Ognuno di noi vive la propria vita portandosi dietro il peso del dolore che ha provato. Ci sono anche quelli che non provano niente e che non portano alcun peso: basta un’occhiata per capire chi sono. Sembrano automi, sono diversi dagli altri. Quelli che portano un peso li riconosci dal colore, dall’incedere pieno di grazia. Ecco perché sono contenta di avere un peso da portarmi dietro. Finché avrò giorni da vivere, voglio vivere con grazia.»

Chi sopravvive si porta dietro un dolore che fa parte di un bagaglio che non può essere scardinato e che lo colloca in una dimensione diversa da quella vissuta da chi non lo ha mai provato. Banana ci ricorda quanto può essere flebile la vita, quanto non possa essere altro che un alito, un soffio di vento ma anche quanto sia importante viverla. Viverla in ogni secondo, in ogni anfratto, in ogni piccolezza, in ogni alto e basso. Alla ricerca del proprio Mabui perduto, alla ricerca del proprio posto nel mondo.

«Non è affatto salutare, ma è la vita, non c’è altro modo di spiegarlo. Alla fine le persone, ovunque vadano, fanno incontri, incontri che non potrebbero fare se non fossero vive. […] Avevamo tutto, eravamo fortunati. Da vivi o da morti non ci manca mai niente. Non manca niente a nessuno. Si deve morire per riuscire a rendersene conto.»

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    25 Giugno, 2020
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La strage di Jonestown del 1978

La congregazione di Alessandro Perissinotto si ispira ad un fatto di cronaca, realmente accaduto. Il fatto è noto come il massacro di Jonestown del 1978, dove viene annientato il progetto del Tempio del Popolo, elaborato dal reverendo Jones. Fu il più grande suicidio collettivo della storia moderna e vide la morte di più di 900 membri di una setta religiosa, che volontariamente o comunque sotto costrizione si uccisero assumendo dosi letali di veleno. Alessandro Perissinotto prende spunto da un gatto di cronaca del passato per elaborare, con puntigliosità e sapienza letteraria, un perfetto thriller intrigante ed appassionante.
La vicenda narra di come Elizabeth, detenuta con cavigliera elettronica, sceglie di scontare la sua pena a Frisco, Colorado. Lì ha ereditato il vecchio cottage appartenuto a sua zia, una donna poco amata da tutti, di cui lei serba un ricordo alquanto sgradevole. Il suo progetto di recupero le impone anche un lavoro alla stazione di servizio locale, che per lei, una ex spogliarellista, rappresenta l’avvio verso una nuova vita. Lei è:
“Una donna che aveva sempre camminato sulla linea sottile che separa l’arte di arrangiarsi dal crimine vero e proprio.”
A guastare un quadro così idilliaco una serie di messaggi inquietanti, che vanno dall’introduzione forzata in casa sua, alla sua stessa devastazione totale successiva, ad una cartolina bellamente posata dove non dovrebbe essere. Per la protagonista un ritorno inevitabile ad un passato che lei ha cercato in tutti i modi di superare . Da dove viene questa minaccia? E perché costui la perseguita dopo quarant’anni? Elizabeth riuscirà a superare tanto dolore per tornare a vivere?
Un libro che per struttura e prosa ricorda i thriller americani ad alto tasso adrenalinico. Un mix potente di realtà e fantasia: la strage di Jonestown è descritta con perizia storica:
“La vicenda di questa setta punta a una follia di massa di fronte a cui crollano i canoni del crimine e della psichiatria.”
La prosa è fresca, e tagliente, trascinante ed adrenalinica. I personaggi descritti bene senza troppi fronzoli per una trama ben congegnata. Una lettura che trascina lontano il lettore, in un episodio tragico della Storia americana, secondo solo a quello delle Torri Gemelle, che si libra alto nel cielo con forza narrativa non comune. Un confine sottile tra realtà e fantasia per un romanzo assai intrigante, costruito con la tecnica di continui flash back su e giù lungo il tempo, che provocano nel lettore un forte impatto emotivo.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    25 Giugno, 2020
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Storia di un'ossessione

Avete presente il racconto "Morte di un impiegato" di Cechov? Ecco se vi capiterà di leggere "Kaddish.com" troverete in Larry (o Rab Shuli), lo sfortunato e ossesso impiegato. Per una cosa da nulla, pensate, uno starnuto! perseguita con insistenza una "Sua Altezza" per scusarsi di avergli bagnato/sputato involontariamente la testa calva con i droplet -passatemi il temine in auge- del proprio starnuto. Non contento dalle scuse accettate in fretta, con la brama russa di "spiegarsi meglio", l'impiegato finisce per assillare questa "Altezza" e mano a mano che le risposte diventano più scoccianti anche il suo impegno nel voler chiarire la cosa diventa sempre più ossessivo fino a causarli una morte di crepacuore. Per uno starnuto non esaustivamente spiegato e scusato dall'impiegato. Qui, abbiamo la stessa situazione paradossale che, più che kafkiana (nota presa dalla copertina) trovo sia per l'appunto, "cechoviana".

In "Kaddish.com" si ha la stessa situazione: Larry ragazzo trentenne e nonconformista, dovrebbe recitare il kaddish per l'anima di suo padre che viene a mancare, ossia una preghiera ebraica di lutto, più volte al giorno, per la durata di unici mesi, come primogenito maschio. Ma da ebreo non praticante non ci pensa minimamente a imbattersi in una tale impresa quindi delega un estraneo, sul sito Kaddish.com a farlo nel suo posto dietro pagamento. La situazione si complica e diventa paradossale quando, vent'anni dopo, Larry- ormai Rab Shuli fedele ebreo che vive una vita secondo tutte le regole e usi del caso, diametralmente cambiato, si rende conto dell'errore commesso e quindi cerca di rintracciare sul vecchio sito la persona che aveva pregato al posto suo, per riprendersi i propri diritti di primogenito per la sua serenità spirituale. E da qui parte l'aspetto "cechoviano" del libro: più cerca e più si inabissa nelle sabbie mobili, per una questione talmente da nulla, proprio come lo starnuto dell'impiegato. Certo, qualcuno dirà che non è proprio una cosetta da poco, per un fedele tenace rappresenta una cosa importante e sono d'accordo, ma il motivo perde in valore e importanza per via di tutte le trasgressioni morali e non solo, che Rab Shuli commette in questa sua ricerca. Fa cose ben peggiori per salvaguardare un ideale nel quale forse non crede nemmeno lui e che sta diventando solo un'ossessione compulsiva, fino a raggiungere un epilogo tragicomico nel finale, in cui la porta ad uno stato parossistico.

A mio parere l'autore è ancora acerbo, l'idea di base è carina ma il modo in cui è stata sviluppata non mi ha soddisfatto. Mi sono mancati i dettagli della sua evoluzione come personaggio principale: nella prima parte troviamo un Larry concupiscente e ateo per poi ritrovarlo nella seconda parte come Rab Shuli sposato con due figli e che segue scrupolosamente la sua fede ed è lontano da ogni mezzo elettronico senza dire molto sul perché di quella evoluzione o quanto meno con un minimo di introspezione. Con la stessa facilità lo ritroviamo nella terza parte smanettare sul PC e "sporcare" l'anima candida di un dodicenne che lo aiuta nella sua assurda ricerca. Nemmeno gli altri personaggi sono descritti meglio e domina anche una certa contraddizione per quanto li riguarda e se è stata voluta, non ha saputo però evidenziarla. I dettagli non sono ben curati, anche se su alcuni sì è impegnato di più a inserirli con un certo criterio e simmetria (vedi il numero delle anime servite su kaddish.com). La comicità è debole, la prosa non riesce a raggiungere l'ironia e la scioltezza necessaria a far scattare la risata come per esempio succede nel "Lamento di Portnoy"di Philip Roth, dove si ha a che fare sempre con un personaggio ebreo, giovane e ribelle come Larry, siamo lontani anni luce dalla prosa frizzante e brillante di Roth. Un'altra cosa che non mi è piaciuta è stata l'abbondanza di termini ebraici, troppi, tradotti nel glossario a fine libro e non a piè di pagina (questo però dipende dall'editore ovviamente ed è alquanto scomodo interrompere la lettura per andare a fine libro e cercare l'elenco alfabetico la parola). Volendo si può anche farne a meno perché non di rado vengono tradotte proprio nel testo e si può intuire ma altre volte no.

Per concludere, un libro curioso, molto "ebraico" sia per la terminologia utilizzata ma anche per le varie descrizioni, con una seconda parte decisamente più piacevole rispetto alla prima e anche con qualche spunto interessante sull'attualità, ma frutto di uno scrittore che, a mio avviso, ha ancora un po' di strada da fare.

"Per svelare i segreti della Torah occorre essere disciplinati. Occorre lavorare e pensare. Ma questo? Basta sapere come rivolgere la domanda, e tutto il sapere diventa pigramente tuo.(...)E qui in queste macchine si trova quella conoscenza esatta - perché i pubblicitari, i governi e quelli con buone e cattive intenzioni possono usarla come ritengono opportuno. E' tutto accessibile, necessità e sogni, peccati e segreti, tanto che Gavriel, battendo sulla tastiera, può scoprire dove si trova una persona in quell'istante, un'umile persona che non vuole farsi trovare."

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    22 Giugno, 2020
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I luoghi a cui apparteniamo

Nel locale fumoso la notte si accompagna alle note di “I love you a thousand ways”.
Bellissima, i capelli scuri le cadono sul viso stirato in un sorriso assente e deciso, accavalla le gambe e si scoprono le ginocchia. Troppo pesante il trucco sugli occhi già grandi, la scollatura profonda di quell’abito rosso così stretto che pare strapparsi, le cuciture tese sull'ampio ventre al termine di una gravidanza.
La fanno ballare, la fanno saltare, la fanno girare su se stessa, le offrono un drink dopo l’altro mentre lei, dolcemente, acconsente ancora più pallida, più sudata che mai nel vestito logoro, sempre sorridente.
Non piange più, superata una certa soglia di dolore dicono che nemmeno le lacrime diano sollievo.
Se non con te, piangerò io per te, “I love you a thousand ways” non è una canzone d’amore stanotte, è l’urlo di guerra sanguinoso ed ignobile con cui ti condanneranno a risarcire i suoi peccati.

Dovrebbe essere un uomo il protagonista di questo romanzo di Haruf, eppure il legame più forte si è creato nei confronti di una donna.
Il suo personaggio carismatico, potente, coraggioso ci conduce nelle strade di Holt, dove giustizia non esiste. Non nei tribunali, che permettono ai colpevoli di imboccare la migliore via di fuga. Non nella gente, che pur di vendicarsi dei torti subiti e dell’inadeguatezza del sistema si accanisce sugli innocenti rivelandosi impietosa, cieca, vorace. Colpa ed espiazione sono un territorio sconosciuto per chi strafottente e perentorio si ripresenta per vincere di nuovo.

Scorrono veloci ed accattivanti le pagine in una cittadina agricola della provincia americana, i campi coltivati a mais nascondono punte di freccia perdute dai nativi nelle immense praterie. L’amarezza ed il peso di un destino ormai scritto si addensano in una nube di polvere che si appiccica addosso fino a lasciarci soffocare, ci verrà mai concesso un ultimo respiro?

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    19 Giugno, 2020
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Macerie della Storia tra sentimenti e radici

Siamo tutti portatori d’acqua, sia essa quella con cui si riempie il secchio a una sorgente o la stessa linfa vitale che costituisce per la maggior parte il nostro organismo. Da tale considerazione, in apparenza scontata e banale, è forse possibile prendere le mosse per recensire questo romanzo di Atiq Rahimi che catapulta il lettore in una storia drammatica e affascinante tra Europa e Asia.
In verità, sono due, e ben distinte, le vicende narrate che procedono in parallelo all’indomani dell’11 marzo del 2001, data funesta che resterà marcata a fuoco negli annali della barbarie e dell’oscurantismo più incredibili. Chi non ricorda, infatti, l’abbattimento a suon di dinamite dei due Buddha, giganteschi e millenari, scolpiti nella roccia della valle di Bamiyan, in Afghanistan, a opera del regime talebano all’epoca al potere?
A Kabul, ancor prima dell’aurora, Yussef inizia quella giornata come una delle tante della propria grama esistenza di fatiche. Curvo e ingrigito anzitempo, il pover’uomo fa il portatore d’acqua, mestiere che ha ereditato dal padre, al pari di un bastone di giunco e un otre di pelle di capro. Da quando è esplosa la siccità, e non nevica più nemmeno sulle montagne dell’Hindu Kush, il suo lavoro è stato rivalutato poiché solo lui, assurto a una sorta di ruolo di “salvatore degli assetati”, conosce la via sotterranea di un’antica sorgente avvolta nella leggenda e può così portare l’acqua alla moschea e alle famiglie del quartiere; persino il mullah, che impartisce ordini e sguinzaglia i soldati alla ricerca di fedeli da trascinare a forza alla preghiera dell’alba, dipende da lui per gli approvvigionamenti idrici. Della famiglia non gli resta più nessuno, se non la giovane e silenziosa cognata, Shirin, che suo fratello maggiore ha lasciato a casa partendo tempo addietro alla volta dell’Iran e sulla quale ora il portatore d’acqua ha in teoria diritto di vita e di morte. A una infinità di chilometri di distanza, a Parigi, un altro afghano, Tamim, si appresta ad alzarsi con il proposito di abbandonare moglie e figlia per trasferirsi ad Amsterdam, città dove si reca abitualmente per lavoro e ha una relazione extraconiugale con una misteriosa ragazza, Nuria, accanto alla quale desidera ora vivere. Da lunghi anni è soltanto “un afghano impagliato” che nell’esilio ha sepolto ricordi e nostalgia, pure il suo stesso nome, sostituito dal più occidentale Tom, per travestirsi da cittadino francese che, tuttavia, continua sempre a smarrirsi fra le due culture; la lingua persiana si ostina a dominarne pensieri ed emozioni, sebbene questi vengano poi espressi in quella francese. Una strana sensazione di déjà-vu, inoltre, scandisce la sua vita senza gettarlo però nell’inquietudine, facendolo anzi sentire padrone del tempo e conscio come di una vaga profezia dal sapore del sogno, mentre la propria perenne condizione di esiliato affiora non meno consapevole.

“[…] Scrivendo in persiano si rende però conto che le sue parole francesi, prese in prestito fresche fresche dai dizionari, non hanno mai vissuto dentro di lui. Sono estranee ai suoi pensieri, ai suoi sentimenti… in esilio nella sua anima afghana, che lui vorrebbe tanto travestire da intelletto francese. Invano. […]”

Attraverso una prosa molto bella e di grande profondità, Rahimi, in asilo politico in Francia ben dal 1984, ci parla di sentimenti e radici, porgendo al lettore pagine intense in cui il suo Afghanistan emerge in tutta la miseria (non solo materiale) della propria storia recente, ma anche come luogo di memorie, e in un certo qual modo pure di rimpianti, smarrito in una lontananza ormai satura di macerie dell’anima insanabili e ridotte alla stregua di quelle lasciate dai maestosi Buddha di Bamiyan. L’intreccio delle vicende dei due protagonisti, nell’alternanza ben studiata dei capitoli, offre una lettura interessante da cui non si fa fatica a lasciarsi conquistare; in particolare, della storia di Tamim/Tom colpisce questa continua fuga dalle origini per trovare rifugio in menzogne, le proprie e altrui, alle quali è preferibile credere pur di non affrontare la fragilità del dubbio e d’improvviso viene naturale domandarsi se in questo personaggio tormentato non si debba vedere, magari limitatamente ad alcuni aspetti, un alter ego dello stesso autore, considerato il suo status di naturalizzato francese. Di certo, come portatore d’acqua, l’esiliato in Francia non può essere d’aiuto né a se stesso né agli altri poiché la sorgente della propria linfa vitale si è prosciugata, come infine qualcuno gli sentenzia, mentre in patria Yussef, abbandonatosi alla stanchezza e all’ossessione amorosa, rifiuta con un moto di ribellione di riempire ancora il vecchio otre. Sebbene sfuggenti e quasi invisibili fin dall’inizio del romanzo, entrambi i personaggi femminili di Shirin e Nuria risultano molto ben riusciti, così come anche quello del venditore indù Lala Bahari, suggellando una dimensione doppia, irreale, onirica che nella parte conclusiva disorienterà il lettore fino alle tre scarne notizie di cronaca riportate in chiusura.
Una bella novità editoriale, già pubblicata Oltralpe lo scorso anno, forse priva negli ultimi capitoli dello stesso incanto che caratterizza i primi, ma un’opera comunque più che meritevole di lettura che, oltretutto, ha il merito di riportare l’attenzione occidentale sul dramma, quello afghano, spesso dimenticato e, vista la forte instabilità dell’area, in verità mai concluso.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    15 Giugno, 2020
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Luna & Febo

«Giura che non mi dimenticherai. Giura su ogni scrigno di noce, e su ogni chicco di uva e grillo nascosto e stella del firmamento. Giura per il fiato che manca quando ci tuffiamo nella paglia, giù per dieci metri dal granaio, e dopo tanti voli siamo un po’ pesti ma felici.»

Protagonista di questo nuovo romanzo a firma Stefano Benni è Febo, adolescente di appena tredici anni che vive in un borgo sull’Appennino insieme ai nonni. All’ombra dei Castagni Gemelli tante leggende si susseguono, alcune paurosissime, altre di grande umanità e intensità. Tanti sono i personaggi che si susseguono che vanno da Slim e i sette fratelli di Carta a Zanza passando per Bue e il padre Chicco, ma tra tutti è lei ad essere la vera co-protagonista: Luna. Luna che vive con ‘Ca Strega, Luna che è selvaggia, Luna che è muta o forse muta non è ma dalla sua bocca non proferiscono mai parole, Luna che in uno di quei tanti lanci sulla paglia cade male e si ferisce alla schiena restando costretta su una sedia a rotelle. E anche se a poco a poco sente nuovamente i suoi piedi e anche se a poco a poco quella sensibilità arriva, non ne fa parola con l’amico di sempre. Poi, il mutamento, il rinnovamento, poi una profezia in un pomeriggio dei tanti su una mano di ferro. I destini che si separano, le strade che si allontanano per incroci e sentieri diversamente percorsi.
Luna si risveglia in un istituto di suore in cui potrà recuperare la voce grazie al dottor Mangiafuoco, Febo si ritrova in città dove porta avanti i suoi studi.
Passano gli anni, si susseguono gli avvenimenti. I due eroi sono separati eppure legati da un filo invisibile che li riporterà a ritrovarsi e riperdersi in un continuo di incontri preceduti da una separazione obbligata che mai risparmia, nemmeno quando, quell’unica volta, pensano di poter invece davvero restare insieme.

«Anche perché mi piaceva andare al fiume a pescare. E non è vero che è una cosa diversa, perché un amo in bocca fa male, e non è vero che i pesci non soffrono perché sono muti, come mi facevi capire tu Luna, quando ti mostravo le mie prede.»

Si ritrovano adulti, si rincontrano. Lei in quel del gelo nordico, lui in quel del caldo tropicale. Ancora una volta agli antipodi. Lui che ha fatto della passione per l’ecologia il suo lavoro e che adesso è padre, lei che ha fatto della sua assenza di voce la voce di altri dedicando la sua esistenza all’aiuto del prossimo, all’insegnare la lingua dei segni a chi non ha altri strumenti. Si ritroveranno per quell’ultima separazione che incombe e che non risparmia.

«Ma non scriverò più. Sognerò, piuttosto. Sogno e ti vedo mentre con aria di sfida mi dici “vedi, vado a testa alta, più in alto di tutti”. E il ramo cede e caschi dal fico. E io ragazza muta vengo a chiederti con i segni: ti sei fatto male? Poi ti aiuto a rialzarti, e ce ne andiamo. Dove? In quale pianeta? In nessun altro pianeta. Qui. È qui che siamo stati un po’ felici.»

Con “Giura” il lettore è partecipe di un romanzo in cui tutte le caratteristiche e tematiche tipiche dell’autore non vengono a mancare. Se già conoscete e amate la sua penna vi sentirete a casa. Non mancheranno luoghi e situazioni surreali avvalorati da quel giusto tocco di ironia e malinconicità, di brio e di nostalgia, di profezia e di fato, di destino e di vita. Il tutto in un caleidoscopio di personaggi che colorano le pagine con le loro variopinte sfumature e peculiarità. Il tutto in un mix di circostanze che, tra un tono leggero e l’altro, affrontano anche problematiche attuali e vicine a ogni uomo. Se al contrario non amate lo stile narrativo dello scrittore e non siete avvezzi a scritti caratterizzati da irreale e oniricità sarà un po’ più faticoso entrare nelle pagine, diventarne davvero partecipi, farle proprie.
Immaginario, visionario, fondato su quel filamento invisibile che unisce anime talvolta parallele.

«I due giganti erano felici di essere morti insieme. Ma anche se noi eravamo insieme e abbracciati, lo sapevamo. Ci avevano diviso, ancora una volta.»

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Si = a chi ama gli scritti di Benni;
No = a chi non è avvezzo alle sue storie e alla suo stile.
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    14 Giugno, 2020
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Dove sono le ossa?

Ho sempre associato Temperance Brennan alle ossa. In tutti i suoi romanzi mi hanno sempre divertito e intrigato le molte pagine passate in un laboratorio a esaminare ossa, ricostruire cadaveri, cogliere indizi e dare credito a intuizioni. Questo secondo me distingueva e dava un qualcosa in più ai gialli di Kathy Reichs rispetto a molti degli altri presenti sugli scaffali delle librerie. La Tempe di questo romanzo, invece entra ben poco in sala autopsie. Diciamo che non è più quella dei primi tempi. E' alle prese con un aneurisma che le provoca forti mal di testa e la rallenta, pur non riuscendo a fermarla. Si inimica il suo nuovo capo e finisce per essere cacciata dall'istituto di medicina legale, ma anche questo non la fa demordere. Le sue indagini assumono una connotazione un po' diversa. In questo romanzo diventa più un investigatore tradizionale che uno scienziato. Questa volta non sono le ossa a parlare e a sussurrarle i loro segreti, ma sono persone che ancora respirano.Si lanca in pedinamenti, interrogatori di testimoni, si improvvisa esperta del cyber spazio. Insomma un sacco di roba, anche gradevole da leggere, ma non la solita Brennan. La storia è piuttosto complessa. Partiamo del ritrovamento di un cadavere non identificabile a causa dello scempio che sul suo viso hanno fatto un gruppo di maiali. Convinta che l'uomo sia lo stesso che alcune sere prima la osservava nel buio e che sia anche la stessa persona che le ha inviato le foto di un bambino scomparso l'osteopatologa decide di indagare da sola. Affiancata da un poliziotto che stenta a starle dietro, così si lancia in quelli che all'inizio sono solo tentativi. Spara nel buio, finché riesce a mettere assieme una storia che per quanto incredibile si rivela essere parzialmente vera. La verità completa arriverà solo più tardi e sarà peggiore di quanto ipotizzava.
Nel complesso ho trovato questo giallo discreto: parti un po' faticose e pesanti si alternano ad altre pagine agili e piene di sorprese. Durante la lettura ho pensato più volte che ci fossero troppi argomenti diversi messi assieme. Pedofilia, truffe informatiche, traffici loschi, omicidi e chi più ne ha più ne metta. Prima di arrivare all'ultima pagina però tutto è stato spiegato: ogni pezzo è andato al suo posto, ogni incongruenza è stata spianata. il credibile è rimasto tale e l'incredibile è diventato per lo meno ipotizzabile.

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Romanzi storici
 
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siti Opinione inserita da siti    14 Giugno, 2020
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Come le stelle alpine

Il delicato compito, assolto egregiamente da Ilaria Tuti, di far conoscere il ruolo assunto dalle donne friulane durante la Grande Guerra, non era esente dal pericolo più strisciante e latente ovvero quello di non contribuire affatto a restituirne la memoria ma, al contrario, paradossalmente, di impoverirla ulteriormente con un racconto poco degno di nota. E invece, la scrittrice friulana, conosciuta e apprezzata da molti lettori per i suoi precedenti romanzi con protagonista, guarda a caso una donna, il commissario Teresa Battaglia, e la sua terra, il Friuli , riesce a restituire il vero senso della partecipazione femminile al conflitto e la misura di tale impegno, lasciando il lettore attonito rispetto al coraggio e alla generosità di queste donne. E in realtà, dietro la storia particolare legata agli anni del conflitto, vi è la storia millenaria della donna: “la nostra capacità di bastare a noi stesse non ci è riconosciuta, né concessa. L’abbiamo tessuta con la fatica e il sacrificio, nel silenzio e nel dolore, da madre in figlia … ”; ora l’occasione di essere audaci e coraggiose potrà essere palese agli occhi di tutti perché questa volta a chiamare è la guerra, compito solo maschile. È facile riconoscere l’importanza della donna, ma peggio la si dà per scontata, quando a lei è affidato un ruolo cristallizzato, la cura della casa , dei bambini, o ancora dei vecchi, la fatica del tirare avanti in assenza dell’uomo, diverso è invece riconoscerle pare dignità in un terreno mai sperimentato prima: quello delle trincee, dei camminamenti, dei sentieri esposti ai cecchini austriaci … Questo fanno le donne in questione, le Trogarinnen, le Portatrici. Munite solo della loro capiente gerla e degli scarpetz, scarpe fatte di stracci sovrapposti, aderenti alla dura roccia, camminano dal paese fino al fronte e trasportano viveri, medicinali, munizioni portando con sé il canto, la gioia e perfino la speranza. Sono mamme con il seno turgido e dolorante, lasciano i loro piccoli a casa dopo la poppata, sono figlie devote con il pensiero del malato che le attende a valle, sono giovani donne innamorate in attesa che la guerra restituisca loro il ragazzo, vivo. Fra tutte spicca Agata Primus, la sua voce narrante permette di focalizzare l’attenzione del lettore su una storia particolare, la sua, che ha il dono di essere l’emblema di tutte le restanti. Sullo sfondo le vite delle vere portatrici sulla scorta di un’ accurata ricostruzione storica che è stato possibile realizzare a partire proprio dai documenti che la memoria , questa volta maschile, ha voluto conservare e perpetrare. Libro bello, delicato e doloroso, necessario per conservare la memoria di una pagina importante della storia d’Italia, stavolta scritta dalle donne.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    12 Giugno, 2020
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Una Justine contemporanea

Joyce Carol Oates è una scrittrice di spicco nel panorama letterario americano, sia per la sua prolificità ma anche per la qualità della sua prosa. Questo romanzo è il secondo che leggo, dopo "Scomparsa" che mi era piaciuto molto, e le mie alte aspettative non sono state deluse. Caso vuole, sfortunatamente, che la sua uscita in Italia coincida con un periodo di intense proteste in America dovute all'uccisione di George Floyd e quindi la lettura di questo libro è stata ancor più sentita per quanto mi riguarda.
Cosi come in "Scomparsa", anche qui la protagonista è una ragazzina, Violet Rue, che rappresenta anche la voce narrante e che per buona parte del libro è quasi una Justine di De Sade. Una vittima della società, della sua famiglia, dell'ambiente che frequenta e infine del suo amante. Tutte le volte che sembra essere "al sicuro", il malvagio è dietro la porta. Allontanata dalla sua famiglia all'età di dodici anni, intraprende un percorso di sofferenze ma anche di crescita e quindi di nuove consapevolezze. Il romanzo è suddiviso in tre parti: nella prima viene descritta la situazione scatenante, la "deflagrazione della bomba", nella seconda le macerie e infine, nella terza, si cerca una ricostruzione di ciò che è rimasto. 

Dopo un bellissimo incipit che presagisce il dramma, e che verrà poi ripreso nel finale con una struttura quindi circolare, Oates riesce a delineare perfettamente una società, una famiglia e infine un individuo. I temi trattati sono molti ma nonostante ciò non si ha mai l'impressione di "troppa carne sulla brace" perché si concatenano con armonia, come se fossero un "causa-effetto". La moglie sottomessa al marito, tradita e trascurata vista quasi come se fosse solo una fabbrica di figli nonché la serva della casa; la rigida educazione cattolica ma anche la sua ipocrisia che inevitabilmente spicca fuori; i pregiudizi dei bianchi verso le persone di colore o dei bianchi più ricchi di loro, per contro, i pregiudizi delle persone di colore dei confronti dei bianchi; gli abusi sessuali, l'amore che inizia a trasformarsi in odio, il disgusto e l'indifferenza verso la propria persona, l'autopunizione, il razzismo, l'utilità e i modi riformativi delle carceri; ma, nonostante tutto e tutti, il forte richiamo delle proprie radici.
I personaggi sono tutti ben delineati e dal carattere forte e determinato, come per esempio il padre di Violet, e se possiamo leggere soltanto la voce introspettiva di lei, attraverso i suoi occhi riusciamo a distinguere bene e a capire anche i personaggi circostanti. Con uno stile di scrittura fluido e accurato, carico di flash-black e di momenti di riflessione si rivela essere un romanzo corposo ma anche movimentato, con un colpo di scena finale che, se da un lato è inaspettato, dall'altro è un confronto atteso e temuto per l'intero romanzo. 

Concludo con qualche frammento che mi è particolarmente piaciuto:

"Loro erano cattolici, i matrimoni duravano anche quando l'amore si consumava, si sfilacciava come un tessuto lavato mille volte dal quale le macchie non vanno più via. Finché morte non ci separi - cazzate come tutto ciò che riguarda la Chiesa eppure, lui e Lula stavano insieme. Ciò che li aveva tenuti insieme è stato il perdono di Lula. E ciò che permetteva a lei di perdonare era l'amore. Il punto debole della donna, l'amore a prescindere. L'amore senza dubbi. L'amore come ossigeno che aspireresti anche da una cannuccia sporca e rotta, per il quale ti metteresti in ginocchio nel fango, qualsiasi cosa pur di sopravvivere perché senza di lui non puoi vivere."

"Come sono silenziose le persone maltrattate. L'intimità del silenzio ti è naturale. Tu sai quanto possono essere aspre e abrasive le parole, per chi è ferito. Meglio restare in silenzio finché non verranno le parole giuste."

"Caldo precoce di maggio, un sole biancastro cade diritto sul mio viso, non ho ancora messo tende, veneziane. Fuori dalla finestra c'è un balcone, una ringhiera che proietta sbarre d'ombra contro i vetri, sul letto, sulla mia faccia mentre sono distesa a letto svegliata dal buffo cagnolino che vuole soltanto baciarmi."

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    11 Giugno, 2020
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IL DIALOGO COME SALVEZZA PER LA COPPIA

L'invenzione di noi due è un libro ben scritto ma che purtroppo non riesce a coinvolgere il lettore.
Non si crea quell'empatia necessaria con i protagonisti della storia, Milo e Nadia, che regalano poche emozioni.
I temi sono un po' scontati e sicuramente già sentiti, già letti, nel corso del testo ci sono sicuramente moltissime citazioni sull'amore che potrebbero andare bene per un manuale ma non per un libro di narrativa.
Il protagonista si chiama Milo e ci racconta la sua storia d'amore con Nadia, sono sposati da 15 anni e alla soglia dei cinquant'anni d'età vivono una crisi di coppia molto forte, più delle precedenti che hanno avuto.
Quello che manca in questo matrimonio è il dialogo, mi sono chiesta perché Milo, per cercare di riconquistare Nadia, le abbia scritto fingendosi un altro uomo.
Perché non è andato a casa e l'ha affrontata?
E' stata la paura di perderla?

"E' triste, tragico persino, ma torniamo a occuparci delle cose quasi sempre quando sono finite."

Tra i due personaggi ci sono molte cose da risolvere, sia per quanto riguarda le loro aspirazioni personali sia per i loro progetti matrimoniali, su quello che vogliono fare nel loro futuro.
Milo vive di ricordi, dei momenti felici che lui e la moglie hanno trascorso assieme e dopo un po' questi continui capitoli che ci raccontano il passato, mi sono sembrati alquanti sdolcinati e stucchevoli.
Hai quarantasette anni e non venti perché non ci parli con tua moglie?
C'è un punto nel romanzo dove lui le fa trovare in frigo dei contenitori con dei piatti già pronti e lei non mangia nulla di quello che Milo le prepara e invece di chiederle come mai, fa passare un po' di tempo facendo mille ipotesi. Alla fine pensa che sia meglio affrontare la cosa. Capisco che Milo voglia prendersi cura della moglie e per lui questo semplice gesto di cucinare è un atto d'amore, ma agli occhi di Nadia potrebbe non essere visto come tale.

"Nadia ormai non mi amava più, ma sapeva che non mi avrebbe lasciato mai."

Milo è un personaggio che viene descritto come un uomo debole, senza coraggio, fragile e riservato mentre Nadia come una donna creativa, ma poco concreta; insegue il sogno di diventare scrittrice anche pesando sull'economia famigliare.

Credo che il raccontare la storia di una coppia normale, che vive una vita semplice e che nonostante i tanti problemi che hanno cerca di amarsi e di andare avanti, non sia sbagliata come idea, solo che la loro storia risulta da subito poco interessante e vuota.
Forse a me non è arrivato il messaggio che l'autore voleva trasmettere.

"Lo lessi una volta, da qualche parte: l'amore è un privilegio. Non è un elemento previsto dalla natura, ma un'invenzione umana."

Milo vuole capire cosa succede a Nadia, come mai loro non sono più la coppia di quindici anni fa, lui cerca anche di capire cosa ha sbagliato, cosa fare per rimediare, per migliorare le cose tra di loro, ma questo si traduce nella scelta di scriverle fingendosi un altro uomo.
Inoltre, il protagonista si perde in lunghe riflessioni con se stesso, su come mai sono arrivati a questo punto, su quello che sua moglie non gli ha mai detto e io continuavo a pensare che la cosa più brutta che possa capitare ad una coppia sia il silenzio, la mancanza di dialogo e di un confronto costruttivo.

Lo stile dell'autore è impeccabile, curato, con molte frasi ad effetto sull'amore che però a me non hanno lasciato nulla.
Come lettrice preferisco uno stile più semplice con una storia che mi sappia coinvolgere ed emozionare, rispetto a una scrittura più complessa e a una narrazione che non mi lascia nulla.

Mi sono chiesta quale sia lo scopo di questo libro? Il salvare un rapporto in crisi? Cercare di andare avanti ritrovando l'amore perduto di un tempo? Riaccendere la fiamma della passione? Oppure il cercare di resistere come coppia e non lasciarsi davanti agli ostacoli della vita?
Forse nessuno o magari tutti questi, io non l'ho capito.

Sicuramente l'autore crede molto nell'amore, che è un sentimento per lui indispensabile come lo è per Milo che non pensa a nessun altra se non alla moglie, che la trova bella anche nei suoi difetti e che nonostante tutto risposerebbe ancora.
Ma è giusto rimanere assieme non per amore, ma per paura di restare soli o per abitudine?
O forse il vero amore è anche lasciare andare l'altra persona, affinché possa trovare la sua felicità altrove? Che sia con un'altra persona oppure seguendo un proprio sogno?
Se Nadia non è felice della sua vita, se ha delle aspirazioni che Milo che non capisce, se il loro matrimonio non è più fatto d'amore ma di necessità, non è il caso di lasciarsi?
Credo di non riuscire a capire Bussola come autore, non riesco a trovare nelle sue storie un qualcosa che mi sappia emozionare, oppure come vissuto e come età, sono lontana dalla storia che ho letto in questo romanzo.
Resto dell'idea che a questo libro manchi qualcosa.

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sì se amate Matteo Bussola
no se cercate un libro con delle emozioni
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Narrativa per ragazzi
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    08 Giugno, 2020
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Gli Snow si posano in cima

Lucy Gray Baird si sistema con una mano i riccioli intrecciati a fiori selvatici ormai appassiti, sale sul palco con quel vestito scolorito a balze multicolore, che apparteneva a sua madre. Si muove lasciando che l’abito fluttui al ritmo della voce, mentre il pubblico ascolta in estasi e le telecamere zoomano.
Lucy che è ballata dell’usignolo e del serpente si infila tra le labbra un petalo della rosa che lui le ha regalato e lo mastica, pensando a quanto abbia il sapore dell’infanzia. Poi, zigzagando tra la folla, estrae una serpe dalla tasca e la infila nell’abito di chi la sbeffeggiava.
Il tempo della mietitura è ormai finito.
Lucy Gray è il tributo femminile del lontano Distretto 12 alla decima sessione degli Hunger Games, assegnata al giovane mentore Coriolanus Snow.

Quarto volume della serie, si tratta di un prequel che anticipa di molti anni quanto abbiamo vissuto nella trilogia. Sebbene in sinossi si parli ampiamente dei giochi, mi preme sottolineare quanto il focus del romanzo sia un altro, ossia la provenienza di quello che diverrà il ben noto presidente Snow.
Se l’aspettativa sbagliata uccide il libro più di quanto ottenga il tridente sull’uomo disarmato, non approcciatevi al romanzo nella speranza di incontrare l’opulenta Capitol City, né tanto meno i bulimici effetti speciali delle precedenti arene.
Siamo situati in un tempo poco distante dalla guerra, anche le casate più nobili vivono in ristrettezza. L’arena e’ un luogo ricoperto di macerie ed abbandonato a se stesso, niente clamore nei colpi di scena, nessuna tecnologia sbalorditiva. Gli Hunger Games sono in questo volume una lunga, misera performance che vi accompagnerà per qualche centinaio di pagine noiose, non ritrovatevi - come me- gatto a nutrirsi di una lisca di pesce.
Ciò premesso, la scrittura della Collins scivola comunque come acqua fresca sulle mani sudate e la prima metà del libro scorrerà senza faville ma pure senza pene. Il racconto riprende poi vigore e piacevolezza, cucendo con un robusto filo di nylon la figura di Snow.

Strattonata la logora coperta che serve da sipario, canto io canti tu cantano loro e l’eco delle ghiandaie che ripetono nel bosco la stessa strofa: “Verrai, verrai, all’albero verrai, di corda una collana, insieme a dondolare?”

Coriolanus Snow ha mai amato, ha mai avuto un amico fraterno, è mai stato capace di sacrificare il suo ego e provare empatia per gli uomini e le donne dei Distretti?
Gli Snow si posano in cima.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    07 Giugno, 2020
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In amore si rimane coinvolti completamente

Si può talvolta storcere il naso di fronte a titoli che odorano di facile retorica e mieloso sentimentalismo. Però è vero -e bisogna ammetterlo- che:

“Tutte le storie parlano d’amore (...). Le grandi e le piccole, le belle e quelle meno belle, quelle che ci rendono tristi e quelle che ci dovrebbero consolare. (...).
Sia che le storie siano state inventate secoli o millenni fa in terre lontane e straniere, spiegò lui, o ieri sera in una piccola capanna sull’altra sponda del fiume, tutti i grandi racconti conoscono un unico argomento: lo struggimento del cuore per amore”.

Sono le parole dello zio U Ba rivolte al nipote dodicenne Bo Bo, nell’incipit del romanzo, già una dichiarazione di intenti da parte dello scrittore tedesco Jan Philipp Sendker che con questo ultimo lavoro chiude una trilogia iniziata con “L’arte di ascoltare i battiti del cuore” (Neri Pozza, 2009] e proseguita con “Gli accordi del cuore” (Neri Pozza, 2012).
Dico subito che non ho trovato necessario leggere i libri precedenti in quanto i fatti salienti riguardanti le vicende di Julia e dell’incontro con quello che diventerà suo marito, Thar Thar, vengono riportati sinteticamente e sapientemente amalgamati nel nuovo libro.
“La memoria del cuore” è la tormentata e toccante storia di un dodicenne, Bo Bo, che cerca di capire la ragione per cui non vive con i suoi genitori, come in una famiglia normale, ma con lo zio U Ba. Una volta all’anno viene a trovarlo per poco tempo suo padre, Thar Thar, mentre della madre, di cui sa che è afflitta da una strana malattia, non ha che ricordi lampo di “un sorriso che scalda il cuore” e una “voce cristallina”.
Bo Bo è dotato di un dono particolare, quello di capire le emozioni della gente:
“Per me gli occhi possono luccicare, scintillare o essere incandescenti come le braci ardenti nel fuoco. Possono brillare, fremere, essere ombrosi e un attimo dopo quasi trasparenti. Negli uomini possono essere vacui come quelli di un uccellino morto o scoppiare quasi di paura come quelli di un pollo al macello. Gli occhi possono essere torbidi come l’acqua di una pozzanghera fangosa o abbaglianti come la luce del sole. Ogni espressione ha infinite sfumature, e tutte hanno sempre un loro significato preciso”.

Questa dote lo aiuta a percepire quando dietro ad una bugia c’è un grande bisogno, quando le persone fanno finta di star bene, ma dentro soffrono. Un giorno costringerà lo zio a farsi raccontare la storia d’amore dei suoi genitori e da lì l’azione narrativa inizierà un lungo flashback interrotto da pochi ritorni al presente. Tutto il romanzo si svolge tra Stati Uniti, dove Julia Win, sua madre e sorella di U Ba, è nata e vissuta per ventotto anni, e la Birmania, dove invece Thar Thar, suo padre, manda avanti un monastero dove si prende cura di ragazzini disabili e deformi, rifiutati dalle loro famiglie.
Stati Uniti e Birmania, Occidente e Oriente, due luoghi che Sendker dimostra di conoscere molto bene dalle strade alla cultura culinaria: l’autore ha vissuto diversi anni in America e ha viaggiato come inviato in Birmania per oltre venticinque anni.
Mentalità diverse, ritmi di vita diversi che si riflettono sulla velocità dell’azione narrativa. Il romanzo si divide in tre parti: la prima parte è ambientata nella capanna dello zio U Ba a Kalaw, con le poche amicizie di Bo Bo e i tanti libri ammassati negli angoli; la seconda riporta il lungo racconto di U Ba sull’amore tormentato e infuocato tra Julia e Thar Thar, suoi genitori e si sposta a Manhattan; nella terza parte si torna al presente e l’azione si svolge di nuovo in Birmania, ma...non posso più dire altro, a voi la scoperta. Qual è la malattia di affligge Julia? Perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per vedere il figlio? Come mai Bo Bo ha una cicatrice che parte dalla bocca ed arriva quasi all’orecchio?

Si tratta di un romanzo toccante, che si legge con grande piacere e regala momenti di tenerezza. La scrittura di Sendker è capace di notevole forza espressiva, sa caricare bene le immagini e le descrizioni dei pensieri dei personaggi al punto tale da toccare le corde del cuore di chi legge e far passare le emozioni direttamente su di lui. Sendker ti fa provare quelle emozioni, si fa ponte di empatia.
Una storia indimenticabile, che rimane.

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A tutti, anche a chi NON ha letto i primi due libri della trilogia, nello specifico
“L’arte di ascoltare i battiti del cuore”
“Gli accordi del cuore”
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    07 Giugno, 2020
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I titoli di coda più belli della vita in comune

Il protagonista di questo romanzo, l’ultimo appena edito di una serie che lo vede da tempo alla ribalta, l’avvocato Vincenzo Malinconico, è forse il personaggio meglio riuscito, e quello più noto, dello scrittore napoletano Diego De Silva.
Direi di più: tra tutti, questo è il racconto più bello, più umano, più appassionante della serie, certamente quello più romantico e delicato, non dico malinconico, che la battuta neanche è in linea con il personaggio.
L’avvocato non è, e non è mai stato, una persona mesta, triste o grigia, tutt’altro, è sempre stato invece ironico, dissacrante e divertente nel suo vivere e divenire, e in questo libro come non mai, è un vero “eroe” del normale quotidiano.
Eroe, a modo suo, perché ha inteso come il disincanto, il sarcasmo, il surreale e una buona dose di umorismo involontario, siano le uniche armi efficaci per affrontare con sufficiente serenità l’esistenza, spesso assurda e illogica, com’è effettivamente spesso irrazionale la vita di chiunque.
Malinconico è un vero mito quindi, per i suoi lettori ed estimatori, malgrado lui stesso tenda a sminuirsi ed a sottovalutarsi.
Un racconto letteralmente basato sui valori che contano, come da titolo, e poiché sono valori universalmente riconosciuti come eccelsi e supremi, Malinconico stesso, uomo satirico e beffardo, disilluso ma non afflitto, con i piedi ben piantati sul terreno, tende in modo sarcastico a ironizzare che siano valori effettivamente connaturati alla sua natura, è scettico che siano davvero nelle sue corde, per quanto si ritenga, in fondo, una persona onesta e leale, almeno con se stesso.
Tali valori sono quelli noti dell’amore, in primis, nonostante il suo rapporto caldo, conflittuale e controverso sia con l’attuale compagna Veronica, sia con le sue ex Nives e Alessandra Persiano, quindi la famiglia, i figli, Alfredo e Alagia e il pet d’ordinanza, il gatto Alfonso detto Alfonso Gatto, un felino evidentemente con movenze poetiche, la salute, gli amici e colleghi, tra tutti l’avvocato Beniamino “Benny” Lacalamita, e naturalmente i clienti: tutti insieme delizie e, talora, croce del nostro Avvocato Malinconico, da cui il sottotitolo in cui dichiara che, certe cose, talora, uno preferirebbe non scoprirle.
Un gran bel libro, mi è piaciuto molto, l’ho apprezzato come il migliore dello scrittore napoletano.
Intendiamoci, Diego de Silva è un signor scrittore e non da ieri, ha dato ampiamente prova di sé, della sua bravura, della sua abilità narrativa nel descrivere, intensamente e con ritmo ammaliante, i fatti della vita, per quanto insoliti e destabilizzanti, già dai suoi lontani, e subito fortunati esordi con “Certi bambini” e Voglio guardare”.
La serie di romanzi con Vincenzo Malinconico l’ha semplicemente consacrato autore popolare, noto al grande pubblico, in particolare perché nell’avvocato sui generis, e quanto mai reale, De Silva ha avuto modo di mostrare al meglio la sua vena sorniona e sarcastica, volutamente comica, ma quanto mai logica, e con un retrogusto filosofico che rende ragione oserei dire della palese napoletanità del nostro autore.
Davvero un bel libro, direi ottimo come qualità della storia, piacevolezza di lettura, significato recondito struggente e coinvolgente.
Con un linguaggio ironico, sarcastico, pungente, volutamente dissacrante, Diego De Silva ci offre lo spettacolo di “uno qualunque” che tanto qualunque non è, è un campione, un araldo, un emblema della quotidianità dell’esistenza e di come va ad affrontata: esattamente come fa Malinconico.
Con disincanto, certo, con un certo distacco, e però senza mai rinunciare, senza poter fare a meno nel modo più assoluto del calore umano, della condivisione dei sentimenti, della comunanza elettiva con i suoi simili, malgrado le loro colossali pecche: Vincenzo Malinconico è un uomo arguto e sornione, ma è intelligente, e come tale non rinuncia alle prerogative, e agli obblighi, non solo giuridici, del suo essere sociale.
Perciò quando un bel giorno si presenta all’improvviso alla porta di casa sua una ragazza seminuda, in fuga da una retata in una casa di appuntamenti di cui il nostro nemmeno sospetta l’esistenza nel condominio dove risiede, non esita a darle ospitalità, arrivando a coprirla e rendersi complice di reato nel mentire alle forze dell’ordine sguinzagliate alla sua ricerca.
Non lo fa per rivoluzionario spirito contraddittorio, nemmeno per simpatia nei confronti della ragazza, nemmeno tanto simpatica e riconoscente, tra l’altro, segue l’istinto, vale a dire il cuore, anziché la ragione, semplicemente perché è nella sua indole cortese, gentile, partecipe alle asperità dell’esistenza altrui.
Vincenzo Malinconico reagisce ai contrattempi e agli imprevisti con uno sberleffo, con una battuta, con sarcasmo, e mostra con spirito la sua filosofia di vivere, che contempla l’umana vicinanza con i suoi simili.
Naturalmente, il fato benigno lo ripaga come merita, complicandogli l’esistenza, specie se, per esempio, la ragazza in questione è la figlia del sindaco in carica.
Nulla di cui meravigliarsi, è la norma per Malinconico: ” …Le cose che succedono nelle nostre immediate vicinanze ci lasciano sempre increduli, specie quando nella vita ci succede poco.”.
A Malinconico succede invece parecchio, anche quando per esempio è impegnato nel suo normale lavoro di avvocato a difendere una signora, in una causa di separazione, e la stessa se ne esce rimarcando i suoi modi di dire: “…noi avvocati scriviamo i titoli di coda della vita in comune”, una frase che diventerà da quel momento in poi il tormentone del povero Malinconico tutte le volte che tratterrà di divorzi e separazioni nell’esercizio della professione.
Non demorde, però, il nostro avvocato: rivendica sempre il diritto di dire quello che non voleva. Vincenzo Malinconico è un avvocato…” più che di grido, direi di gemito”.
Questa frase gli calza a pennello.
Non è un matrimonialista, o un penalista, nemmeno ha uno studio suo o è associato ufficialmente allo studio Lacalamita. Sa fare tutto, come i mediocri. I bravi si specializzano.
Perciò è un precario, un provvisorio, un effimero, un incerto della vita.
Un intellettuale prestato all’avvocatura, e come tale portato alla riflessione più che al conflitto.
Come tutti noi, possiede poche e dubbiose certezze, e qualche sicura paura, senza tentennamenti.
La stessa paura che assale tutti noi quando, per esempio, ci ammaliamo.
Si ammala, Vincenzo Malinconico. Si spaventa, sebbene il medico lo esorti ad affrontare il problema come una cosa tra le altre: sa che, il limite di questa esortazione, è che nessuno ti spiega come si fa. Attende perciò come tutti noi, tremebondo, il risultato delle analisi cui si sottopone.
I risultati arrivano: “Avrebbe dovuto dirmelo, il dottore. Quando ti darò la notizia, non guardare il tramonto. Sentirai la mancanza di tutto.”.
Sono questi i momenti in cui ti sorreggono…i valori che contano.
Vincenzo Malinconico apprende che non è vero che l’esistenza deve necessariamente avere una veste…Addolorata. Afflitta. Affranta. Contrita. Angustiata.
Tutti sinonimi del suo rifiuto ostinato nel ricordare il nome della sua segreteria: non è un caso.
Lo sconforto, la sfiducia, la tristezza, seppure velati dal sarcasmo e dall’ironia, non hanno proprio motivo di essere se la tua donna, i tuoi figli, le tue tuoi ex, gli amici, i colleghi, i medici, i compagni di stanza, ti si stringono intorno, ti abbracciano, nel nome dei valori che contano.
“…vivere ogni giorno che ti viene regalato con intensità e riconoscenza, circondato dalle persone che ami e dagli amici (pochi e veri) che ti ritrovi accanto, fregandotene delle piccole, miserabili preoccupazioni con cui ti sei inutilmente intossicato l’esistenza…La vita…bisogna tenersela stretta.”
Tutto questo che dice l’avvocato Vincenzo Malinconico, ed è l’essenza stessa del romanzo, un romanzo che è bello, è bello scoprire, è bello scoprirlo.
Commuove, incanta, delizia.
Sarà sentimentale, smielata e struggente, ma è bellissima quest’idea:
“Mi piace l’idea che siamo in tanti nello stesso recinto, e che possiamo farcela.”.
Come personalmente direi che è bellissimo questo romanzo di Diego de Silva.



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Diego De Silva, e i suoi libri con protagonista l'avvocato Vincenzo Malinconico.
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    06 Giugno, 2020
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VERO COME LA FINZIONE

“Ormai, Quichotte e io non siamo più due esseri diversi, uno creato e l’altro creatore. Ora io sono parte di lui, come lui è parte di me.”

“Don Chisciotte” è generalmente considerato il primo romanzo moderno della letteratura europea, un’opera quindi seminale come poche altre e che, nonostante la sua veneranda età, è periodicamente capace di uscire dai polverosi testi scolastici e di ritornare in auge, in una maniera che potrebbe essere considerata sorprendente, ma in realtà non lo è affatto, se solo si considera quanto il Seicento di Cervantes assomiglia per molti versi a quei periodi di crisi dei valori e di crollo degli ideali che hanno percorso con ricorrente frequenza l’Ottocento e il Novecento, per non parlare poi di quell’epoca di profondo turbamento morale e spirituale che è la nostra, dove molteplici espressioni di illusoria fuga dalla realtà tentano ogni giorno un grandissimo numero di persone le quali trovano probabilmente troppo gravoso portare sulle spalle l’angoscioso fardello del presente. Opera seminale, ed anche opera citata in innumerevoli occasioni, al punto che Pierre Menard, un personaggio del borgesiano “Finzioni”, si impegna addirittura, in un’operazione di infinita e vertiginosa difficoltà, a riscriverla (non semplicemente trascriverla e copiarla, si badi bene), componendo ex novo un “Chisciotte contemporaneo” fino a far coincidere mimeticamente il suo risultato, parola per parola, con il testo originario. Salman Rushdie, tre quarti di secolo dopo Borges, con intenti del tutto diversi ma con analogo spirito postmoderno, ha voluto riprendere in mano a modo suo la storia dell’hidalgo più celebre della storia, trasferendola dalla Mancia secentesca all’America contemporanea. Anziché i romanzi cavallereschi, a ottenebrare la mente del protagonista e a rendergli sempre più confuso il confine tra verità e menzogna c’è questa volta la televisione (“a volte si scopriva incapace di distinguere la realtà dal reality, e aveva cominciato a considerarsi cittadino naturalizzato di quel mondo immaginario al di là dello schermo a cui era così devoto […], come una Dorothy dei giorni nostri che mediti di trasferirsi in pianta stabile a Oz”), mentre la Dulcinea di cui egli si invaghisce e a cui dedica cavallerescamente la propria vita diventa una popolare conduttrice del piccolo schermo. A bordo di una comunissima Chevrolet, che sostituisce Ronzinante, e in compagnia di un Sancho prodigiosamente generato in una notte di stelle cadenti, con la sola forza del suo desiderio e con “la grazia del cosmo”, Quichotte parte alla conquista dell’amata, in una picaresca avventura “on the road” piena di incontri, sorprese e contrattempi, nel corso della quale gli Stati Uniti trumpiani, quelli a noi ahimè ben noti dell’”America first”, rivelano il loro volto più intollerante, facinoroso e razzista. Chi si aspetta una versione 2.0 del “Don Chisciotte” cervantesco rischia però di incorrere in una cocente delusione. Se l’organizzazione formale del romanzo di Rushdie omaggia sotto molti aspetti quella dell’opera originaria (ad esempio, le didascalie presenti all’inizio di ogni capitolo che riassumono in poche parole quello che il lettore andrà a leggere, la moltiplicazione dei narratori, in una struttura a matrioska, a scatole cinesi, comune peraltro a tanti altri romanzi del passato, come il “Manoscritto trovato a Saragozza” di Jan Potocki o il “Frankenstein” di Mary Shelley), man mano che esso procede la vicenda del “cavalier cortese” viene letteralmente soverchiata (e ciò non dovrebbe sorprendere affatto chi conosca un poco il genio fantastico e debordante dello scrittore di Bombay) da un’infinità di altre storie, suggestioni e citazioni. La stessa centralità di Quichotte viene messa in discussione già nel secondo capitolo, quando scopriamo che egli è un’invenzione di Sam Du Champ, alias Fratello, un mediocre scrittore di libri di spionaggio, che decide dopo tanti anni di letteratura commerciale, di scrivere un romanzo in cui riversare le proprie ossessioni e le proprie paranoie. Le storie si duplicano, si ramificano, si confondono come in un vertiginoso ed helzapoppiano gioco di specchi, e gradualmente accanto alla figura di Quichotte, che testardamente, maniacalmente persegue la sua irrealizzabile missione, incurante di ogni avversità, foss’anche l’imminente fine del mondo, fino al punto di sembrare al termine, paradossalmente, il più equilibrato e normale tra tutti, accanto alla sua figura – dicevo – altri personaggi, altri deuteragonisti, dalle molteplici e imprevedibili sfaccettature esistenziali, sgomitano nella testa del loro autore per prendere il sopravvento e catturare irresistibilmente (come in una moderna versione dei “Sei personaggi in cerca di autore” di Pirandello) l’attenzione del lettore. Personalmente sono rimasto affascinato dal personaggio di Sancho: nato come per partenogenesi dalla mente di Quichotte, tal quale Pinocchio dalle mani di Geppetto, tormentato dalla sua condizione di paria (inizialmente è addirittura un essere in bianco e nero, poco più di un ologramma), inevitabilmente incatenato al suo padre-creatore, sua ombra e suo clone (persino “i miei ricordi sono i suoi”), egli è terrorizzato dalla costante, paranoica percezione che ci sia qualcosa di pericolosamente sballato nel mondo (come un qualche errore nello spazio-tempo che fa sì che non si possa neppure essere sicuri di risvegliarsi nello stesso posto in cui ci si è coricati); la sua ostinata ricerca di autonomia e di indipendenza è quasi commovente nel suo adolescenziale candore, e ciò lo rende, pur essendo la più improbabile delle creature, il personaggio più umano e autentico dell’intero romanzo, se non addirittura la sua coscienza critica. Mentre si sforza caparbiamente di “umanizzarsi” (conquistando gradualmente il colore come i personaggi di un vecchio film della fine del secolo scorso, “Pleasantville”), laddove invece Quichotte vuole solo “angelicarsi”, Sancho riflette spesso su chi ci sia dietro il suo creatore, intuendo che dietro ogni autore c’è sempre un altro autore, dietro ogni dio c’è sempre un altro demiurgo; e così, senza darlo apparentemente troppo a vedere, Rushdie passa da Collodi a Borges (la nascita di Sancho e la scoperta della natura fittizia di Quichotte mi ha inevitabilmente richiamato alla mente il suo memorabile racconto “Le rovine circolari”) e di qui alla metafisica e alla teologia, sia pure in forma sarcastica (“Forse lui e io, Dio e io, potremmo capirci, potremmo discutere amabilmente, perché sì, insomma, siamo entrambi immaginari”).
Il pirotecnico virtuosismo stilistico di Rushdie alterna e intreccia ineludibilmente i piani del racconto, fino al punto di arrivare a sospettare che “a volte la storia raccontata la sapeva più lunga di chi la raccontava”. In un paradossale rovesciamento delle parti (alla “Rosa purpurea del Cairo”, per intenderci), il personaggio immaginario acquisisce uno status di realismo addirittura superiore a quello del suo creatore (“Lo stesso Quichotte, se avesse saputo dell’esistenza di Fratello, avrebbe potuto affermare che in realtà era la storia dello scrittore a essere una versione alterata della sua, invece che il contrario, e avrebbe potuto sostenere che la sua vita immaginaria era di certo la narrazione più autentica tra le due”). Nell’Era rushdiana del Tutto-può-succedere, dove un figlio può essere procreato per puro sforzo di volontà e un vecchio idealista un po’ tocco coltivare il sogno di far innamorare di sé l’inavvicinabile regina dei talk show, la fascinosa erede di Oprah Winfrey, i confini tra arte e vita, tra verità e finzione, vengono clamorosamente meno, e si può legittimamente essere posseduti “dalla stolta convinzione secondo cui le fantasie delle persone creative potevano traboccare dai confini delle opere stesse e avevano il potere di entrare nel mondo reale e trasformarlo”. Come nei romanzi di Murakami (ma va detto che Rushdie, nella mia personalissima opinione, sta a Murakami come Umberto Eco sta grosso modo a Dan Brown), al lettore è richiesta una notevole sospensione dell’incredulità. Il realismo “irreale” di Rushdie, con improbabili portali che permettono di accedere a universi paralleli, città “mammuttizzate”, statue e pistole che parlano, non è facilmente digeribile da un lettore che al massimo si aspetterebbe qualche strampalata battaglia di un vecchio pazzo contro l’equivalente moderno di un mulino a vento. No, qui è l’intero mondo a essere deragliato nella follia, il tempo stesso a essere shakespearianamente “uscito dai cardini”. Rushdie si comporta come uno spericolato giocatore d’azzardo, e quando non si accontenta di creare un parallelismo tra Sancho e Pinocchio, ma addirittura fa comparire inopinatamente in scena un grillo parlante italiano e una fata turchina grassa e malvestita, rischia di cadere nel ridicolo più grossolano. Confesso di essermi più volte aspettato da un momento all’altro il crollo rovinoso della pericolante costruzione da lui messa in piedi. Eppure, miracolosamente, alla fine tutto torna, il fantasy più sfrenato trova una sua plausibile quadratura, e le due storie che a lungo procedono parallele riescono alla fine, con un colpo di scena ispirato a un racconto poco noto di Katherine MacLean, a fondersi con inaspettata credibilità.
“Quichotte” è pieno di citazioni, dalla prima all’ultima pagina. L’ossessione del protagonista per Salma R. è paragonata a quella melvilliana di Achab per Moby Dick, l’apocalisse che avanza mentre la conclusione del libro si avvicina è ripresa dal racconto di Arthur C. Clarke “I nove miliardi di nomi di Dio”, il surreale soggiorno nella fantomatica cittadina di Berenger è ispirato a “Il rinoceronte” di Eugene Ionesco (tra l’altro il nome della città è uguale a quello del protagonista della pièce di Ionesco). Rushdie non è un autore spocchioso, che se la tira con il suo sapere enciclopedico. Le sue citazioni coinvolgono tanto la cultura alta quanto quella bassa e popolare, le grandi opere dell’antichità così come i format televisivi, i videogiochi, i film di animazione, e Giasone alla ricerca del Vello d’Oro può benissimo stare a fianco del principe Rama in cerca della sua sposa Sita, e Dante Alighieri accanto a Mario l’Idraulico. Inoltre i suoi innumerevoli riferimenti, che a volte sono dei veri e propri prestiti letterari, non vengono mai occultati cripticamente, ma sono spesso e volentieri svelati, magari in qualche capitolo successivo, a uso e consumo anche del lettore intellettualmente meno smaliziato (un po’ come nella Settimana Enigmistica la soluzione dei rebus e delle sciarade è riportata qualche pagina dopo, a beneficio di coloro che non sono in grado di risolverli con le proprie forze). Rushdie ironizza spesso sulla spazzatura culturale che frastorna i cervelli americani, facendone addirittura il suo bersaglio preferito, ma, proprio come il suo protagonista, che nel suo ascetico cammino di purificazione per rendersi degno dell’amata non disdegna di ispirarsi alle serie televisive più kitsch e corrive, così egli fa largo uso dell’immaginario di Google e di Wikipedia, riconoscendone la pervasiva ineluttabilità nel momento stesso in cui lo rende oggetto di critica.
Cos’è quindi “Quichotte”, alla fine dei conti? E’ sicuramente un’opera che denuncia la crescente disumanizzazione della società contemporanea (stiamo “perdendo la bussola morale per diventare creature uscite da un passato barbarico, preumano, violento e, al contempo, mostri capaci di tormentare il presente umano”), ma è anche un melodramma familiare, una storia d’amore, un romanzo di viaggio, un racconto di formazione, una satira di costume. E’ un romanzo che, mettendo il realismo molto, molto sullo sfondo, adotta i meccanismi narrativi della favola, del fantasy, della sci-fi e persino della spy story, in un pastiche assolutamente originale e sorprendente. In questa proliferazione di storie, “la vera storia è che non c’è più alcuna storia vera”. Allora, forse, il realismo “irreale” e fantasmagorico di Rushdie può diventare l’unico modo rimasto, ai nostri giorni, per riuscire a decifrare questa nostra realtà “disintegrata”, consapevoli che “il surreale e persino l’assurdo possono oggi come oggi offrire gli elementi più adatti a descrivere la vita reale”. Ho parlato di pastiche poc’anzi, e difatti “Quichotte” è un’opera annoverabile a pieno titolo nel postmodernismo. Come altri autori postmoderni prima di lui (penso soprattutto al Pynchon di “V”, con le sue didascalie all’inizio di ogni capitolo, e a quello di “Mason & Dixon”, con il suo uso dei sostantivi con la maiuscola, come nelle edizioni originali di Jonathan Swift), Rushdie adotta alcuni degli stilemi dei romanzi del ‘700 e dell’800, ma poi li rovescia con una visione fortemente meta-narrativa. “Quichotte” è infatti, nel suo già citato saltare da un piano all’altro della narrazione, una profonda riflessione sul lavoro dello scrittore e sul rapporto dell’autore con le sue creazioni. Per Fratello l’invenzione romanzesca è, sotto la sua superficie, un inconscio processo di espiazione delle colpe del passato, di elaborazione dei rimpianti e di sublimazione dei desideri inappagati, un modo per realizzare attraverso la fantasia i sogni impossibili e pacificare la propria coscienza. Non deve sorprendere pertanto che “il mondo che Fratello aveva inventato si era trasformato in realtà”, perché lui è Quichotte, lo era già prima di immaginarlo, e mentre con il procedere del romanzo si delinea pian piano il destino del personaggio e dell’universo che lo circonda, in modo speculare l’autore impara a decifrare se stesso (“Forse questa storia bizzarra era una versione trasfigurata della sua”). Rushdie fa coincidere la fine del mondo con la fine del suo libro (“Il mondo non ha altro scopo che la conclusione del tuo libro. Quando l’avrai finito, le stelle cominceranno a spegnersi”) e, narcisisticamente, si pone nella posizione di quei monaci che credono che l’universo avrà raggiunto il suo obiettivo e smetterà di esistere quando il supercomputer installato nel loro monastero avrà contato tutti i nove miliardi di nomi di Dio. La morte di Don Chisciotte di Cervantes (che è anche, e soprattutto, la morte delle illusioni e della capacità di nutrire nobili ideali) si trasforma così nella morte dell’autore moderno (e del sogno impossibile di Quichotte e di Salma). Potrebbe essere, per Salman Rushdie, un’opera-testamento perfetta con cui uscire di scena, anche se, egoisticamente, non ce lo auguriamo davvero. Trentotto anni dopo la dissoluzione di Saleem Sinai in una miriade di pezzi simboleggianti la nazione indiana, Rushdie chiude infatti alla perfezione il cerchio raccontando, con la sua solita vena sarcastica e grottesca, ma anche con un pessimismo inedito, la inarrestabile e sconvolgente disintegrazione del mondo, come se tutto ormai sia già stato detto o, il che è in fondo lo stesso, sia impossibile dirlo altrimenti, con parole nuove.

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"Giles ragazzo-capra" di John Barth
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    03 Giugno, 2020
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Piacere di conoscerti, Manrico Spinori

Il Pubblico Ministero Manrico Spinori della Rocca, detto il “Contino” e per gli amici Rick, è un gentiluomo di origini nobiliari con tanti nomi quanti titoli, una madre con tendenza alla ludopatia e dai modi eleganti e affascinanti. Eccellente nel suo lavoro vede la sostituzione, dopo oltre vent’anni di indagini sui più svariati cittadini al di sotto di ogni sospetto, di Scognamiglio, aiutante, amico, confidente, fratello, a causa di una malattia celata a tutti ma di fatto inarrestabile con la Cianchetti, ispettrice dichiaratamente coatta, impaziente e irruenta. Deborah, un metro e ottanta di altezza accompagnati da tatuaggi etnici posizionati e sfoggiati sui poderosi bicipiti con i quali pratica pugilato e vincitrice della medaglia d’argento agli ultimi campionati interforze di tiro con la pistola libera, incurante della stagione invernale è solita indossare il chiodo di pelle nera su maglietta bianca e jeans strettissimi abbinati a un capello scuro a caschetto che ben si mixa con una bellezza che non può passare inosservata, non vede di buon occhio quel PM con quei modi gentili e altolocati. Che non la sottovaluti, eh! Che lei non è la prima venuta, è in gamba. Poi, un giorno come un altro una morte si palesa innanzi al rinnovato duo: Mario Brans, nome d’arte dello Stefano Diotallevi, in passato Ciuffo d’oro, idolo delle masse popolari degli anni ’60 e ’70, perisce in un incidente stradale mentre era a bordo con il suo autista Mangili. Omicidio stradale? Incidente? Errore fortuito? Oppure si tratta di un delitto bello e buono stante la manomissione dei freni della vettura sulla quale erano a bordo?
Per Rick e la Cianchetti, e per tutta la squadra investigativa rigorosamente al femminile del PM, si apre un’indagine affatto scontata e dai ritmi rapidi e ben cadenzati.

«Il dolore ha così tante manifestazioni, e così diverse fra loro. Non sarebbe mai riuscito ad adattarsi.»

Con “Io sono il castigo”, Giancarlo De Cataldo torna in libreria con il suo primo personaggio seriale. Suo rinnovato protagonista non è altro che un funzionario di giustizia di alto rango sociale e di origini dal sangue blu, dai modi che conquistano e dalla spalla magistralmente costruita e atta a smorzare toni e situazioni con il suo essere spigliata e diretta senza freni e/o riserve. Il risultato è quello di un buon giallo, un giallo ben articolato e ben costruito che ricorda alla lontana l’impostazione Carofigliana (per ruolo del protagonista e/o per tipico giallo con tonalità giudiziaria) ma che se ne distanzia per molteplici aspetti concentrandosi in quella che è l’attività di polizia di cui è titolare il pubblico ministero.
Stilisticamente De Cataldo si spoglia delle precedenti penne che lo hanno caratterizzato e ne abbraccia una più erudita, in conformità del suo eroe principale, ma al contempo anche più gretta nel caso di Deborah, una penna quindi che ben si confà a ogni voce narrante con massima versatilità ma che nel complesso è musicale e armonica tanto che accompagna passo passo il lettore.
In conclusione, un piacevole primo capitolo di una serie da scoprire e a cui appassionarsi episodio dopo episodio.

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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    31 Mag, 2020
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Pensavo fosse amore invece era un calesse

Il romanzo ci racconta attraverso i ricordi di vari personaggi la storia di un gruppo di amici, che vivono in un posto dell’Ohio dimenticato dal progresso (ma a quanto pare non da Dio), e che sognano di andarsene altrove. Bill fa coppia con Lisa, il suo migliore amico Rick sta invece con Kaylyn, poi c’è Hailey che sta con Dan e Stacey con Ben Harrington, infine 56 sta ( si fa per dire) con Tina. Ovviamente uomini e donne sono tutti bellissimi, i più begli esemplari della scuola. Dan e Rick, i bravi ragazzi, partiranno per l’Iraq mentre Bill andrà al college. Dan e Lisa sono molto amici, dall’infanzia, accomunati dall’amore per i libri. Ora, anche se le coppie sono quelle che ho detto, alcuni di loro hanno amori trasversali. Per esempio, Bill ama la fidanzata del suo migliore amico Rick, Kaylyn , mentre Lisa, la fidanzata di Bill, ama Stacey e così via. Il romanzo è scritto in modo fluido e scorrevole, con uno stile buono anche se non particolarmente interessante. La storia è divisa in capitoli che sono scritti come memorie partendo da personaggi diversi, per esempio Bill, oppure Stacey o Dan eccetera, che ricordano e raccontano la stessa storia ma ognuno vi aggiunge il suo tassello come se si stesse componendo un Puzzle morboso-sentimentale, un sentimentalismo intriso di sesso, in cui sentimento e istinto si confondono . Le prime pagine del libro sono le più promettenti, nel senso che i primi malumori tra Bill e Rick sembrerebbero dovuti a una diversa visione del mondo. Rick è di educazione cattolica, un bravo ragazzo un po’ coglione, mentre Bill si dichiara di mente molto più aperta. L’11 settembre con la caduta delle torri gemelle porta a galla i malumori. All’inizio sembra che davvero Bill aspiri a una comprensione del mondo più ampia e si interessi dell’opinione altrui, anche quando l’altro è un terrorista. In realtà, si capisce presto che Bill se ne frega di tutti, degli amici prima che dei terroristi, dato che i terroristi stanno chissà dove e gli amici sono invece suoi vicini di casa. La sua apertura mentale, diventa una (anacronistica?) filippica contro la morale cattolica. Sembra che tutti i cattolici del mondo siano traslocati in Ohio e si interessino di impedire agli amici di scopare. In realtà gli amici fanno tutto quello che vogliono a partire da sesso e droga, che sembrano solo l’innesco di una forte pulsione mortifera che pervade tutto il romanzo. Ma anche questa pulsione ha una connotazione nel romanzo più commerciale che esistenziale. La grande apertura mentale di Bill consiste nel diritto di avere una relazioni anche con la ragazza del suo migliore amico senza dovergli spiegazioni, e nel consumare/spacciare droghe di ogni tipo possibilmente in combinazione con farmaci e alcool. Molte pagine sono dedicate agli effetti delle droghe spesso in miscela. I personaggi galleggiano fin dall’inizio nella nebbia dell’ipocrisia, non quella dei loro genitori, ma proprio la loro. Sono incapaci di parlarsi con sincerità, di avere rapporti umani disinteressati, di amicizia. Il finale è il trionfo dell’ipocrisia quando Bill e Stacey si confrontano e Bill ascolta le ragionevoli ma allarmanti supposizioni dell’amica, si tiene per sé la sua parte di verità, pronuncia persino la sua frase memorabile che chiude il libro: Continua a indagare Moore, eccetera. Non ho provato simpatia per molti personaggi.
Lo stile del romanzo è buono, c’è una buona capacità narrativa, ma si incontra una limitatezza di interessi che rendono la narrazione angusta. Non c’è una vera ricerca né il tentativo di mettere a nudo la pochezza delle relazioni né l’ambiente soffocante né il malessere esistenziale. A me sembra che l’interesse dell’autore non vada al di là della scopata e questo per 530 pagine è snervante. Gli ultimi due capitoli secondo me sono i peggiori, con la deriva pulp che accende il fuoco d’artificio di sesso e violenza del finale. Il libro è chiaramente un libro commerciale, ha gli ingredienti giusti per farsi leggere anche da chi non ama leggere, è scorrevole e parla di intrecci sentimentali erotici con abbondanza di dettagli morbosi per chi ama il genere.
Non lo consiglio a chi cerca qualcosa di bello da punto di vista letterario.

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Romanzi storici
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    30 Mag, 2020
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Il poeta gaglioffo e la lampada misteriosa

Parigi 1463, François Villon sta contando le ore che lo separano dalla forca alla quale è stato condannato per recidiva di reati. Educato alla vita pia, alle lettere e alla cultura dal padre adottivo, Guillaume de Villon, canonico di Saint-Benôit, François è stato attratto, sin da giovane, dall’esistenza fellona e godereccia trascorsa ai margini della società e della legalità. Adesso dovrà scontare tutte in una volta le sue innumerevoli bravate. Inaspettatamente, però, quando ormai ha abbandonato ogni speranza di cavarsela per l’ennesima volta, gli viene comunicato che gli e stato concesso il condono della pena. Ma le condizioni alle quali gli viene restituita la libertà sono pesantissime: il bando da Parigi per dieci anni e, soprattutto, l’obbligo di recarsi in Borgogna a rintracciare il "re del Coquillard", Nicolas Dambourg, bandito gentiluomo che Villon considera come un secondo padre, assieme al canonico. Questo vincolo gli è stato imposto da un misterioso individuo incappucciato da un manto grigio e di aspetto minacciosissimo. Forse, nonostante tutto, lo spirito ribelle di François lo spingerebbe a eludere questa imposizione che sa tanto di tradimento. Tuttavia una tragica scia di sangue, che il misterioso incappucciato semina tra le persone che gli sono più care, lo costringe, suo malgrado, a portar a termine la missione che rischia di perdere il suo caro amico.
Scoprirà che i motivi, per i quali alcuni potenti individui stanno dando la caccia all’ormai anziano Dambourg, sono connessi a una serie di losche malversazioni commesse in passato da costoro ai danni dei reduci della Guerra dei Cent’anni; appropriazioni che il vecchio brigante vorrebbe smascherare. Sopra tutti vi è implicato pure Jacques de Villiers attuale prevosto di Parigi, la spietata mano della giustizia francese in nome di re Luigi XI e, guarda caso, proprio colui che ha graziato Villon. Intrecciata con questa vicenda ve n’è una ancor più oscura connessa a una misteriosa ampullae diaboli che vedrebbe coinvolto, addirittura, Pedro Zacosta, Gran Maestro dei Cavalieri Ospitalieri.
Vaso di coccio in mezzo a questa miriade di agguerritissimi vasi di ferro, François Villon dovrà dar fondo a tutta la sua inventiva e cercare l’appoggio delle poche amicizie che gli sono rimaste per districarsi dagli impicci e far salva la vita.

Avevo conosciuto la prosa di Marcello Simoni con il suo primo e più noto libro (Il Mercante dei Libri Maledetti) e non ne ero restato particolarmente convinto, perché ritenevo che le tante promesse inizialmente fatte dal romanzo fossero state solo parzialmente esaudite nello svolgimento.
In questa nuova fatica l’A. affronta il non facile compito di inserire una vicenda, fatta di intrighi e duelli e del tutto inventata, in un contesto rigidamente storico, per di più scegliendo come protagonista il più noto dei poeti tardo medievali della letteratura francese e per comprimari molti personaggi realmente vissuti all’epoca. Giunto alla parola fine debbo dire che la scommessa è stata vinta.
La storia furbescamente è fatta partire proprio nel momento in cui Villon, ottenuta la grazia e bandito da Parigi, fa perdere le tracce ai suoi biografi. Dal 1463 in poi nessuno sa più cosa accadde davvero al poeta maledetto né quando sia morto. L’A., quindi, ha buon gioco nell’inventarsi una vicenda alla Robin Hood in cui questo affascinante letterato si trasforma in vendicatore delle ingiustizie commesse dai potenti e difensore del popolo angariato. Lo stile non è esente da mende, ma la prosa scorre rapida e fluida. Non c’è tempo, quindi, per soffermarsi su eventuali imprecisioni, falsi storici o furbesche strizzatine d’occhi al lettore moderno.
L’intreccio, poi, è davvero accattivante, mozzafiato e, tutto sommato, verisimile (la corruzione è vecchia come il Mondo). Con abilità veniamo condotti per le strade di una Parigi medievale che ricorda tanto quella di Hugo, ma che qui le descrizioni rendono così vivida da illuderci di essere davvero tra i tortuosi vicoli, nelle fumose bettole, nei postriboli o entro i cupi palazzi del potere. Sfruttando abilmente le stesse ballate di Villon come fonte di ispirazione e notizie, le atmosfere sono rese vivide e credibili.
In conclusione il libro è godibilissimo e fonte di piacevoli scoperte, anche storiche e letterarie, giacché lo stesso Villon si autocita spesso parlando con i versi che lo hanno reso famoso.

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Racconti
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    27 Mag, 2020
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Ben fatto, vecchio mio

“Ratto”, ovvero l’ultimo racconto di questa raccolta, mi ha lasciato l'impressione che le difficoltà del protagonista a concludere un romanzo nascondano una paura o un’effettiva difficoltà del King recente. Un po’ come le paure espresse in “Misery”. Infatti, sebbene “L’istituto” e soprattutto “The Outsider” siano dei buoni lavori, avevano dei cedimenti che lasciavano in bocca il sapore della stanchezza, dell’indolenza, dell’incapacità di concentrarsi e trovare espedienti narrativi davvero soddisfacenti. Questo li rende, seppur siano godibili, ben lontani dai vecchi capolavori del Re. Per quanto riguarda i racconti, il discorso pare molto diverso: questi ultimi infatti si dimostrano solidi e mantengono tutte le peculiarità che ci hanno portato ad amare King nel corso di tutti questi anni.
Si, “Se scorre il sangue" è davvero un ottimo lavoro.
Ovviamente, l’attenzione di chi si appresta alla lettura è focalizzata sul racconto (o romanzo breve) che dà il nome alla raccolta, che ha come protagonista Holly Gibney e appartiene al filone degli “Outsider”. Questo suggerirebbe che gli altri tre racconti, come accaduto in passato, siano stati buttati lì per rimpolpare un tomo altrimenti troppo sottile: pescati nella massa di inediti scritti dall’autore e buttati lì a caso. E invece sapete una cosa? sono forse ancora più belli del racconto “principe”, ed è davvero difficile decidere quale io abbia preferito; forse quello meno orrorifico e più letterario della raccolta: “La vita di Chuck”.
Variegate eppure estremamente kinghiane, ognuna di queste storie mi ha colpito in modo diverso: “Il telefono del signor Morrigan" mi ha impressionato e spinto a lasciare la luce accesa un po' in più; “La vita di Chuck" ha stimolato riflessioni e pensieri, lasciando il segno con la sua narrazione “invertita”; "Se scorre il sangue" ha placato la sete thrilleristica dell'autore (che fossi in lui abbandonerei; ma se proprio non ce la fa, molto meglio col contesto "Outsider”), fornendo comunque un discreto intrattenimento; "Ratto" mi ha coinvolto nelle difficoltà e nelle paranoie del protagonista scrittore, per il quale non potevo non provare almeno un pizzico di empatia.
Nonostante l'età che avanza, oltretutto, è bello vedere come King si stia adattando ai nostri tempi e spingendosi verso contesti e temi attuali come l’ascesa della tecnologia e il problema cambiamento climatico: cose che è stato molto abile a trattare e integrare soprattutto nei primi due racconti.
Per concludere, se nel caso delle mie ultime recensioni dell'autore ero un po' restio nel consigliare o meno la lettura della nuova uscita di turno, in questo caso non ho alcun dubbio: promosso a pieni voti. Leggetelo.

"Il cervello umano è per sua natura finito - non è altro che una massa di tessuto spugnoso racchiusa in una gabbia di ossa -, ma la mente che vi dimora è infinita. Le sue possibilità sono illimitate, e la sua forza immaginativa va ben oltre ogni nostra capacità di comprensione. Per come la vedo io, quando un uomo o una donna muoiono va in rovina un mondo intero, il mondo che quella persona conosceva, e nel quale credeva. Pensaci, Brian: ci sono miliardi di esseri umani sulla terra, e ognuno di loro ha un mondo intero dentro. Il pianeta come è stato concepito dalla sua mente."
Dal racconto "La vita di Chuck"

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Romanzi autobiografici
 
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siti Opinione inserita da siti    24 Mag, 2020
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Per appassionati

Ultima conversazione pubblica di Romain Gary , realizzata da Jean Faucher per Radio Canada, poco tempo prima che l’autore ponesse fine alla sua vita, uscendo di scena in modo plateale, stile che gli era consono anche in vita. Sicuramente personaggio eccentrico, poliedrico, noto a posteriori per il suo impossibile doppio Goncourt del quale naturalmente tace anche in questa sede, avendo reso a tutti nota la paternità de “La vita davanti a sé” con una lettera postuma. Un uomo che si svela, ormai sessantacinquenne, cercando di smentire i falsi miti circolanti intorno alla sua persona, sfrondando il personaggio, spesso cucitogli addosso in modo posticcio da altri, per restituirci la persona. Il suo affabulare però è sempre di matrice picaresca e allora il racconto della sua vita, perché questo è in sostanza l’oggetto della conversazione, restituisce ancora nuovi particolari e nuovi miti. Colpisce senz’altro il ruolo rivestito dalla madre nella sua educazione, donna che lo ha portato a contatti con culture diverse, quella russa della nascita a Vilnius, la polacca, e per finire quella francese alla quale, da buona russa di fine Ottocento, maggiormente ambiva: “ il suo unico sogno è stato fare di me un francese”; avrebbe voluto addirittura partorirlo in Francia ma le doglie la sorpresero in viaggio, obbligandola a partorire a Vilnius. Raggiunta la Francia, Nizza per la precisione, quando Gary è in età da liceo, lavora sodo, lasciando la sua vecchia professione per fargli studiare legge, e lui stesso si mantiene con mille mestieri mentre già scrive. Nel 1938 va sotto le armi e tra alterne vicende, poiché non ancora naturalizzato francese, pur avendo frequentato la scuola da aviatore, non diventa ufficiale fermandosi al grado di caporalmaggiore, per non deludere la madre inventa uno scandalo sessuale di cui si sarebbe reso protagonista negli ambienti. Molto spesso traspare, durante la conversazione, un atteggiamento protettivo nei confronti della figura materna, e un rapporto speciale che inverosimilmente si mantiene attivo anche dopo la morte della donna. Niente di trascendentale, tranquilli, ma ancora una volta una situazione che fa somigliare la vita dello scrittore a un vero e proprio romanzo… lascio ai lettori la scoperta. Vero è comunque che questa conversazione, in termini di fatti, probabilmente non aggiunge molto alla sua prima autobiografia “La promessa dell’alba”, risalente a vent’anni prima, se non chiarire la stretta relazione esistente tra vita e pubblicazioni dei suoi innumerevoli romanzi, aggiungendo aneddoti e curiosità. Vengono quindi ripercorsi gli anni che , dopo la pubblicazione di “Educazione europea”, giudicato da Sartre il miglior testo sulla resistenza francese, lo portano a vivere una rocambolesca attività in campo diplomatico, rigettando infine tutto quel mondo che gli appare attraversato solo da ipocrisie e menzogne, in bilico tra ideali personali e politica coloniale che non condivide ma che si trova, suo malgrado, a difendere. La parte più intensa della conversazione è certamente quella finale, anticipata dalla leggerezza dei ricordi hollywoodiani e da una mini dissertazione sull’umorismo di Groucho Marx, ad avvallare la tesi che “l ’umorismo è l’arma bianca delle persone disarmate” , vi è inoltre una breve ma interessante rassegna sulla letteratura ebraica della scuola letteraria newyorkese. È la parte decadente, la finale, quella del campo che si restringe, dello sguardo volto più al passato che al futuro pur senza far affatto presagire la sua imminente e drammatica morte; una decadenza legata piuttosto a un sentimento della vita che si accompagna alla consapevolezza di non averla vissuta ma di esserne stati vissuti.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    23 Mag, 2020
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Elementare Kindaichi, elementare

Marzo 1947, il Giappone dopo la disfatta bellica sta lentamente tornando alla normalità. Nelle città satelliti di Tokio però, cominciano a sorgere quartieri malfamati. Tra stradine strette e buie e antichi templi testimoni di un passato più ordinato, spuntano come funghi case di appuntamenti e taverne di dubbia moralità. Proprio in una di esse, la Locanda del Gatto Nero, è rinvenuto un cadavere di donna, malamente sepolto nel cortiletto sul retro dell’edificio. Il corpo, completamente nudo, è in stato di avanzata decomposizione. Soprattutto il viso è irriconoscibile, orrendamente corroso e divorato dai vermi, al punto da rendere impossibile ogni identificazione. La locanda, sino a pochi giorni prima, era gestita da Itojima Daigo e dalla consorte Oshige. Costoro, però, l’hanno ceduta a fine febbraio e ora è in ristrutturazione. Dunque, di chi è quel corpo? I vecchi proprietari sembrano scomparsi nel nulla, ma, stranamente, anche nelle settimane precedenti alla vendita Oshige era praticamente irreperibile, ufficialmente malata, ma celata alla vista pure delle tre inservienti che lavoravano nella locanda. La polizia comincia a temere che il corpo rinvenuto sia quello di Kuwano Ayuko, amante del proprietario, che sarebbe stata uccisa da Oshige in un impeto di gelosia. Quest’ultima, poi, si sarebbe celata al pubblico nel timore di tradirsi. Pochi giorni dopo, però, con un ribaltamento repentino di valutazione, gli inquirenti giungono all’ipotesi che la vittima sia la stessa Oshige mentre, ora, sia Ayuko a spacciarsi per la defunta.
Solo lo strampalato detective privato Kindaichi K?suke, assoldato da Kazama Shunroku, ex amante di Oshige, riuscirà a sciogliere il mistero con un colpo di scena finale.

In questo secondo romanzo che vede come abile risolutore del caso il detective Kindaichi, Yokomizo tenta di affrontare, dopo l’enigma della camera chiusa, un altro classico della letteratura poliziesca: il mistero del cadavere senza volto. Lo scrittore giapponese, come spiega lui stesso nelle premesse, si cimenta col tema tentando una strada innovativa. Quasi si fosse imposto il compito di risolvere un’equazione matematica particolarmente complessa e voglia evitare la soluzione classica, quella nella quale l’omicida si fa passare per vittima, si inventa un piano diabolico che fa attuare al suo assassino.
L’aspetto più negativo del romanzo consiste proprio nell’approccio utilizzato: il rigido meccanicismo del racconto e l’asettica esposizione di un’ipotesi da laboratorio, più che la drammatizzazione di un evento appassionante, lo rendono freddo e poco coinvolgente. Come già nel precedente romanzo (Il detective Kindaichi) anche qui lo svolgimento è tutto teso unicamente a intessere una credibile ipotesi criminosa che smentisca e scardini l’approccio tradizionale. Non una parola è sprecata per una ricostruzione che cali il lettore sulla scena ove si svolge l’azione. Tutto è finalizzato a voler solo dimostrare “scientificamente” che il gioco omicida-vittima possa essere declinato in modi diversi da quelli già utilizzati in passato nella letteratura di genere.
La prima parte del libro, quindi, è dedicata unicamente a fornire gli elementi di indagine senza consentire alcuna partecipazione emotiva del lettore. La narrazione non indulge nella descrizione dei personaggi o delle loro emozioni. I contesti sono descritti solo in funzione dell’enigma che si vuole proporre. Per altro, anche in questo compito l’A. vìola uno dei principi fondamentali del giallo classico: fornire a chi legge tutte le notizie utili in modo da consentirgli, se ne è capace, di anticipare la soluzione finale. Al contrario molti particolari sono tenuti celati e rivelati da Kindaichi non prima della lunghissima spiegazione finale. È lo stesso Yokomizo che, per giustificarsi, ammette che in questa tipologia di enigmi il narratore deve celare la verità all’ascoltatore per avere la possibilità di sconfiggerlo. Opinione rispettabile anche se non necessariamente condivisibile.
Una volta intessuta la trama la seconda parte del romanzo è integralmente destinata alla elaborata spiegazione di come sia concepibile il macchinosissimo (e decisamente artificioso) stratagemma utilizzato dall'omicida. Insomma la costruzione della storia è tutta molto cerebrale e sembra intenzionata soprattutto a mostrare come l’allievo (giapponese) abbia imparato la lezione dai maestri e modelli (occidentali) e abbia saputo superarli in inventiva e fantasiosità. Ritengo che sia un po’ poco perché l’opera risulti completa in ogni sua componente.
Come per il libro che l’ha preceduto, anche in questo, quindi, è il contenitore, inteso come quel soffuso profumo orientale che trasuda dalle righe della narrazione, ad attrarre e dar piacere al lettore, più del contenuto, cioè dell’intreccio poliziesco in sé. Fanno sorridere le reazioni improvvise ed esagerate dei protagonisti a ogni evento inatteso, ma ricordano tanto quegli stupori e quegli scatti bruschi a cui ci hanno abituato la cinematografia e, ancor di più, gli “anime”, nipponici e suscitano simpatia. Le atmosfere, appena accennate, perché date per note al lettore nipponico, sono piacevoli ed esotiche. Quindi, nonostante tutto, si fa presto a calarsi in un Giappone che ormai non è più e assaporarne gli aromi.
In definitiva si tratta di un libro abbastanza gradevole. Tuttavia il lettore smaliziato viene messo sull’avviso: se tutti i romanzi di Yokomizo si dovessero risolvere in una specie di diligente compitino nel quale il romanziere tenta soltanto di riprodurre i temi classici del poliziesco occidentale elaborandoli in salsa wasabi, l’aroma di loto e mandorli in fiore non sarà più sufficiente in futuro a tener vivo l’interesse di chi li legge dall’altra parte del globo.

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Romanzi storici
 
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archeomari Opinione inserita da archeomari    19 Mag, 2020
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L’ULTIMA ISPIRAZIONE

“Che perisse ogni sua speranza. Che se ne stesse solo con la sua gloria, a scrivere per i morti. Avrebbe avuto i suoi posteri, sì, il destino non poteva o non voleva impedirlo: li avrebbe avuti, per secoli. Posterità! Una catena che rotola sulla carrucola: ciascun anello appare per pochi istanti alla luce e subito risprofonda nel buio del pozzo. I posteri non sono che una illusione, lampi che si accendono muti nell’oscurità della storia” (p.99-100).

Un racconto lungo su cui Marco Santagata, nome arcinoto tra gli studiosi di Dante e Petrarca, è tornato più volte per apporre modifiche e varianti: nel 2000 e poi nel 2007 questo libro era stato edito dalla casa editrice palermitana Sellerio. Quest’anno “Il copista” è riedito in versione definitiva da Guanda.
Il protagonista è un Petrarca ormai anziano, amareggiato e ferito dai terribili lutti che lo hanno colpito e tormentato dagli acciacchi dell’età, specialmente dall’ulcera allo stomaco (e l’autore indugia, soprattutto nelle prime pagine, nel descrivere con pochi chiari tratti i particolari del decadimento fisico del poeta).
La perdita del caro figlio Giovanni e del nipote Francesco, periti per mano della peste del ‘61, per non parlare di quella dell’amata Laura, morta tempo addietro anch’essa per la pestilenza, nel 1348, hanno segnato per sempre la vita del sommo. L’evento recente che però lo tormenta forse più di tutti è l’abbandono dell’amato copista: Giovanni Malpaghini, detto anche Giovanni da Ravenna.
Sappiamo infatti che, nella realtà, questo giovane aveva copiato per lui numerosi componimenti del celebre Canzoniere e delle epistole Ad familiares, però ad un certo punto si era rifiutato di proseguire nel lavoro ed aveva abbandonato Petrarca che lo aveva amato quanto un figlio suo.
In questo libro Santagata immagina le motivazioni (inventate, lo dice nella postfazione) dell’allontanamento del giovane.
Santagata immagina un venerdì degli ultimi istanti di vita del poeta fiorentino, in una giornata uggiosa nella triste città di Padova, in cui preso dai ricordi e dalle recenti vicissitudini della sua vita, riesce a concludere una canzone che aveva promesso all’amico Giovanni Boccaccio: la canzone numero 323 del De Rerum Vulgarium Fragmenta, ossia il Canzoniere. Tale componimento è un tributo all’amico dal momento che contiene chiari riferimenti al Decameron, in particolare alle novella di Nastagio degli Onesti ( “la repente tempesta oriental...” è la peste del 1348 di origine asiatica, i cani da caccia che inseguono una fiera dal volto di donna).

Il Petrarca che conosciamo in queste pagine è un uomo distrutto, ancora tormentato dal dissidio interiore tra il desiderio di una spiritualità intima e consolatoria e quello della gloria e del suo ricordo presso i posteri.
Anche se all’epoca in cui era morta, Laura era diventata una “botte da vino” (p.59). ingrossata ed invecchiata dalle troppe gravidanze, continuerà ancora ad ispirare Petrarca, perché il ricordo della sua bellezza rimarrà intatto del suo cuore e nella sua memoria.
“Laura era giovane e bella. Non importava che in quell’aprile lontano fosse morta una donna obesa e invecchiata. Era giovane, perché con lei morivano tutti i giovani. Anzi, tutti gli uomini. Anche i vecchi muoiono giovani rispetto all’eternità. Giovani e belli, perché la vita, unico bene che possediamo, è bella” (pag. 111).

Ed ecco la penna del Santagata ritrarre quei tormentati momenti, riprodurre quei nessi “tra biografia ed ispirazione” di un uomo solo ed abbandonato, ormai stanco nel corpo e nello spirito, stanco di credere nell’al di là, che trova ancora dei fulminei barlumi di autentico slancio artistico per terminare la sua canzone dedicata a Laura.




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Il Canzoniere di Petrarca
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    19 Mag, 2020
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Selma Falck

«[…] Sapeva che nella vita esistevano grandi momenti. E momenti piccoli. L’esistenza era una catena formata da elementi forti e deboli, positivi e negativi, istanti di totale apatia e attimi storici, insomma da tutto ciò che avveniva tra la nascita e la morte. La catena era lunga e quel momento, quella situazione assurda andava vissuta e superata.»

Classe 1966, Selma Falck, di anni cinquantuno (siamo a cavallo tra il 2017 e il 2018), è una ex campionessa della nazionale norvegese di fama mondiale insieme all’amica di vecchia data Vanja e al tempo stesso uno degli avvocati migliori sulla piazza. Tuttavia Selma ha un piccolo ma devastante vizio, un problema di ludopatia che la porta a perdere tutto e a ritrovarsi senza un lavoro, senza un marito e i figli, senza una casa, senza denaro e con un appartamento di modeste dimensioni e dubbia igiene a causa della presenza di topi e scarafaggi quale rifugio e un gatto quale unica proprietà. E proprio adesso che ha toccato il fondo ed è certa che per lei non ci sia un futuro, ecco che il passato torna a bussare alla sua porta: il suo ex capo, Jan Morell, padre di Hege Chin Morell, ha bisogno di lei ma non nelle vesti di legale quanto in quelle di investigatrice. Perché? Perché la figlia, campionessa di sci di fondo norvegese, rischia la squalifica dalle Olimpiadi di PyeonChang in quanto risultata positiva alla valutazione antidoping. Il padre è certo di un sabotaggio e per questo chiede l’aiuto, a determinate condizioni, della collega; ella è la migliore e l’unica in grado di poter provare l’innocenza della sportiva. Ad avvalorare la tesi di Jan vi è la successiva morte di Haakoon Holm-Vegge, campione della nazionale di sciatori di fondo, deceduto misteriosamente all’età di ventisette anni durante uno dei tanti allenamenti. A confermare i sospetti di un sabotaggio dei due migliori sciatori della nazionale norvegese vi è un denominatore comune: il clostebol. Entrambi parrebbero aver assunto la sostanza proibita, lo steroide anabolizzante. Che i due casi siano tra loro collegati? Che sia in atto un complotto? Che i due atleti si siano davvero dopati? Nulla è come appare eppure tutto fa parte di un disegno più grande che trova la sua origine nel passato, in una volontà di vendetta radicata e sedimentata per quasi quarant’anni. Riuscirà Selma a trovare le risposte alle tante domande irrisolte?

«Anche se credi di conoscere la risposta. Non devi costruire prima il tetto della casa, ma scavare per gettare le fondamenta.»

“La pista. La prima indagine di Selma Falck” è un buon giallo, un testo con un intreccio narrativo interessante e ben sviluppato, asciutto e scorrevole, fluido e rapido nella lettura. I personaggi sono ben caratterizzati e le vicende incuriosiscono anche il lettore meno avvezzo alla conoscenza dello sport presentato. L’opera si sviluppa in modo lineare e conduce per mano il lettore sino ad un epilogo che offre una buona risoluzione dell’enigma. Forse un poco acerbo essendo il primo episodio di quello che si presume essere una nuova saga. In ogni caso una lettura godibile, piacevole, immediata con cui trascorrere ore lievi.

«La paura riempiva la stanza. Era annidata in ogni angolo. Si celava dietro le tende tese e chiare che, spinto da un istinto quasi irrefrenabile, avrebbe voluto tirare. Persino al di là di quelle finestre ridicolmente enormi, tra gli abeti cupi che si stagliavano lungo il parcheggio, aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di indefinito e grigio che minacciava di penetrare attraverso il vetro e ghermirlo.»

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Romanzi autobiografici
 
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    13 Mag, 2020
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Ricostruire il palazzo di Cnosso

Profondo, introspettivo e ben scritto. Riassumerei il libro in queste tre parole: profondo perché ha come tema centrale il complesso rapporto genitore-figlio, introspettivo perché rappresenta un percorso interiore a ritroso nel tempo attraverso stralci di memoria sui fatti e soprattutto sulle emozioni provate e su come il passare del tempo le ha cambiate, ben scritto perché oltre a una prosa arricchita di belle metafore e profonda essa è pregna anche di un bagaglio culturale non indifferente. 
Dostoevskij, in "I fratelli Karamazov" sostiene che ognuno di noi è colpevole nel confronto degli altri, la colpa è la nostra ombra: non ce ne possiamo liberare mai. "I colpevoli" - meraviglioso titolo più che mai rappresentativo di questa opera - ha come personaggi due colpevoli: un padre e un figlio che dopo un periodo di silenzio durato trentasette anni, iniziano a costruire un rapporto padre-figlio che non hanno mai avuto. O meglio, il rapporto c'è sempre stato perché se le relazioni sono basate sulla presenza, nel bene o nel male, l'assenza associata al rancore rappresenta un rapporto ancor più forte. L'odio e l'amore hanno la stessa forza d'attrazione. 
Si inizia quindi un percorso introspettivo del figlio che va a setacciare il passato scoprendo e analizzando colpe reciproche ma anche diritti di libertà, un percorso introspettivo sorretto anche dalla letteratura, infatti sono frequenti i riferimenti letterari come per esempio a Kafka e "Lettera al padre" oppure a Leopardi che invia una dura lettera a suo padre, persino la Bibbia viene chiamata in causa, in un bellissimo passo che personalmente ho molto apprezzato:

"A ogni modo la storia e la letteratura ci dicono che non c'è peccato peggiore del tradimento di un figlio nei confronti del padre. Eppure a me sembra peggiore il tradimento del padre nei confronti del figlio, mi sembra più interessante il silenzio di Dio nei confronti di Gesù che muore sulla croce. E se la storia e la letteratura non sostengono che il peccato peggiore è il tradimento di un padre nei confronti del figlio è solo perché la dottrina cattolica non ammette che Dio sia additato come il sommo traditore. Tutto ciò che siamo culturalmente deriva da questa incapacità di porre Dio sul banco degli imputati."

I riferimenti letterali e culturali sono numerosi come dicevo prima: ho avuto l'immenso piacere di imbattermi anche in Thomas Bernhard, autore tra l'altro rinnegato dal padre e sempre accusatorio verso i genitori nelle sue opere, viene citato Dante, Tolstoj e Kant, la "Pala di Brera" di Piero della Francesca ma anche alcuni musicisti che denota probabilmente la passione per la musica dell'autore, riferimenti sempre ben citati e correlati alla narrazione in modo armonioso. 
Andrea Pomella si mette a nudo in questo libro dalle forti tinte autobiografiche, ma leggendolo si scopre che a nudo non è tanto il suo personale rapporto con il genitore quanto il rapporto universale tra genitore e figlio in questa delicata situazione in cui la famiglia si disfa e che per un figlio rappresenta un dramma, un peso da portare nel tempo e a volte anche una colpa ingiusta, soprattutto quando il padre diventa una perenne assenza. L'autore parte quindi da un fatto personale e lo allarga mano a mano nel libro dandogli il carattere di universalità, offrendo quindi al lettore la lente d'ingrandimento che permette di vedere ciò che magari sente ma non sa dargli voce.

"L'origine stessa della discordia deriva da questa insopportabile lontananza che corre tra mia madre e te. Non potevate essere un famiglia, generare figli capaci di tollerare il mondo in perfetto equilibrio fra le vostre due posizioni. Oggi me ne rendo conto più che mai. Il conflitto eterno entro cui mi dibatto deriva da questo. Tu ti sei preso un poco di vita, mia madre e io la vita l'abbiamo lasciata lì. E io, scrivendo, cerco di comprendere, o meglio di allontanarmi dalle scintille del vostro conflitto. Scrivendo, cerco di salvarmi, come un delfino imprigionato tra le chiglie di due navi in perpetua collisione."

E' anche un libro sul perdono in senso lato, moto ben illustrato e caratterizzato: il vero perdono è laddove si perdona l'imperdonabile, tutto il resto sono atti di pietà dettati dalla compassione. Un libro davvero prezioso per quanto mi riguarda e che aiuta ad allargare gli orizzonti, a vedere oltre, a comprendere, un libro attraverso il quale l'autore da voce a ciò che rimarrà muto nel nuovo rapporto padre-figlio, affinché "la vecchia vita non intacchi la nuova".

"Abbiamo attraversato molte età, abbiamo affrontato gioie e dolori,  ciò che ora siamo è il risultato di questa distanza: tu e io siamo un cumulo di circostanze che non riusciremo mai a riepilogare, neppure se un dio benevolo ci concedesse altri trentasette anni da trascorrere insieme."

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Libri introspettivi
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Romanzi
 
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lapis Opinione inserita da lapis    04 Mag, 2020
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Ancora tu. Ma non dovevamo vederci più?

Ancora lei, Olive Kitteridge. Burbera, spietata, a tratti feroce. Ma anche sincera, vulnerabile, compassionevole. Cosa è cambiato, allora? Cosa aggiunge questo romanzo a quanto già sapevamo sul villaggio di Crosby nel Maine e su questa eccentrica donna, che ci siamo ritrovati in qualche modo ad amare più di dieci anni fa? Il tempo.

Lo sguardo che permea questi racconti è infatti quello di chi è arrivato alla fine del proprio viaggio e inevitabilmente si volta indietro, ai miliardi di albe e tramonti che ci hanno regalato lampi di emozione, ma anche agli errori, ai segreti, alle persone allontanate che ora si vorrebbe poter riavere con sé. E ci si aspetterebbe che, osservato all’indietro, il percorso ci mostri chiaramente il suo senso, plasmato sull’incrollabile verità di ciò che siamo, invece molto di quel che abbiamo vissuto appare infine come qualcosa di accettato, modellato dal caso o dalle circostanze. E ci si sente allora come un pezzo di corteccia a galla sul fiume, in balia dell'acqua, inconsapevolmente in corsa verso la cascata. Oltre la cascata, una solitudine che si colora di paura. Paura di non avere più occasioni o di concedersi di sperare ancora. Di essere traditi dal proprio corpo o dalla propria mente. Di morire.

“E capì che non bisognava mai prenderla alla leggera, la profonda solitudine della gente, che le scelte fatte per arginare quella voragine di buio esigevano molto rispetto”.

È con straordinario rispetto e delicata sensibilità che Elizabeth Strout ci presenta ancora una volta fette di vita quotidiana composte di piccoli gesti, mettendoci di fronte a personaggi sempre in bilico tra l’ordinario e il luminoso, ciascuno con il proprio bagaglio di debolezze, indegnità, rimpianti, ricordi. Senza ergersi a giudice, ma con tenera accoglienza. Ancor più in questo ultimo lavoro, che si avvolge intorno allo stadio della vita forse più fragile e colpito dalla sofferenza. Le pagine si animano di una soffusa malinconia. Le parole appaiono così candidamente limpide e schiette da brillare di poesia. L’emozione del nudo dolore e delle sue inattese consolazioni arriva dritta al cuore. Ricordandoci infine che è proprio nel saper tendere l’orecchio, nel chiedere agli altri qualcosa di sé, nell’empatia, che si può trovare un conforto a quell’abisso che è la solitudine.

“Non ho la minima idea di chi sono stata. Dico sul serio, non ci capisco niente”.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    27 Aprile, 2020
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L'alchimista del thriller

La coppia Ballard-Bosch è ormai super affiatata, e promette di tenerci compagnia ancora per un bel po'. Devo dire che, probabilmente, è proprio la capacità che Connelly mostra nel tratteggiare personaggi carismatici e molto vari a garantirgli il successo che ha, e probabilmente avrà ancora per un bel po' di tempo. Penso, oltre ai protagonisti, anche alla forza che ha un personaggio come l'avvocato Haller, che riesce a dare ai romanzi dell'autore quella sfumatura "legal" che rende il tutto più variegato. L’autore si è costruito un contesto super-dinamico, che non annoia mai e non risulta mai ripetitivo.
Connelly ha trovato la formula perfetta per sfornare un romanzo godibile dopo l'altro.
Attenzione però, perché forse è proprio in questo che sta anche il maggior difetto dei suoi romanzi. Sì, perché si percepisce che è un romanzo prodotto secondo una formula; seguendo uno schema che è sempre molto simile pur variando nei contenuti. Cosa implica questa osservazione? Che Connelly potrà sfornare tanti romanzi godibilissimi, ma sarà molto difficile che sforni un romanzo "capolavoro”; sempre restando nei limiti del genere.
“La fiamma nel buio", infatti, segue due o tre linee narrative come tutte le opere di intrattenimento moderne: vuole tenerti incollato a spingerti ad andare avanti, e ci riesce egregiamente. Tuttavia, nella corsa adrenalinica verso la risoluzione dei casi, il lettore non prova più l’ebrezza del coinvolgimento cognitivo, peculiare dei gialli classici; non gli è più possibile fare le sue supposizioni, e dunque deve solo lasciarsi trascinare dagli eventi e dai personaggi. C'era un tempo in cui i thriller provavano a mantenere un minimo di questa peculiarità giallistica: penso a "Il collezionista di ossa" di Jeffery Deaver, tanto per fare un nome. Ma a quanto pare il genere ha ormai preso questa direzione, e quantomeno posso dire che Connelly si è adattato a questa realtà meglio di altri.
Dunque, se cercate una lettura adrenalinica, veloce e coinvolgente, potete tranquillamente leggere “La fiamma nel buio". Seguirete Ballard e Bosch nella risoluzione di ben tre casi: l'omicidio di un giudice, di un vagabondo e di un ragazzo morto ormai da trent'anni.
Buon divertimento.

“Se prendi ogni caso sul personale, ti arrabbi. La rabbia è un fuoco che ti dà la forza di andare fino in fondo ogni volta.”

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