Le recensioni della redazione QLibri

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Dicembre, 2019
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Azione e non molto di più

Tiepido. È il primo termine che mi viene in mente pensando a questo romanzo. Sì, mentre leggevo ho avuto l'impressione che Lansdale non si sia sforzato poi molto; che abbia scritto questo romanzo in un giorno di noia in cui non aveva nulla di meglio da fare. Il titolo stesso: "Elefante a sorpresa", non ha molto a che vedere con "l'indagine" che Hap e Leonard si trovano ad affrontare; tutti i romanzi dei due investigatori avrebbero potuto intitolarsi cosi. Forse anche Lansdale ha trovato difficoltà a scegliere un titolo per questo romanzo che, in fondo, ha una trama debole: è più una sequela di scene d'azione senza alcun mistero né indagine. Hap e Leonard, nel bel mezzo di uragani e diluvi universali, difendono a suon di pallottole la testimone oculare di un omicidio, perseguitata da un boss della Dixie Mafia.
Punto. Il romanzo è null'altro che questo.
Mi ha dato la sensazione di uno di quei film d'azione che vai a vedere per divertirti un paio d'ore, ma che oltre questo non lasciano molto altro. Ora, se stessimo parlando di un altro autore, dalle limitate capacità e che si offre a un certo tipo di pubblico (senza molte pretese), sarebbe anche accettabile. Ma parliamo di Joe R. Lansdale, maledizione; un uomo che ho scritto romanzi di altissimo livello come "Paradise Sky". Anche lo stile è molto scialbo, sottotono, seppur scorrevole. Certo, la serie di Hap e Leonard è sempre stata un po' cosi: scanzonata, semplice, in certi tratti esagerata, ma devo dire che, forse, di questo loro ritorno si poteva anche fare a meno. Lo dico da grande estimatore di Lansdale: Joe, torna a mostrarci quello che davvero sai fare... e se è necessario, sì, lascia perdere Hap e Leonard; per un po' almeno!
Signori, mi rendo conto che questa recensione potrà risultare estremamente breve, ma giuro che non c’è molto altro da dire. Dunque, se siete fan sfegatati di Hap e Leonard, magari leggetelo; in caso contrario, direi di passare oltre.

“Tu prova a mettere la speranza da una parte e la merda dall’altra, e vedrai dove penderà la bilancia.”

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Romanzi storici
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    30 Novembre, 2019
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La Repubblica de' Noantri

Come abbiamo imparato sui banchi di scuola, il 1848 fu un anno cruciale nella storia del nostro Risorgimento. In quei mesi si rafforzò in molti italiani la speranza di un mondo nuovo, in cui le potenze straniere fossero finalmente cacciate dal Paese e l’Italia divenisse uno stato unitario e democratico.
L’immaginario Folco Verardi, protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti giovani che, abbagliati dal mito dell’unificazione, si unirono a frotte in improvvisati eserciti di volontari che combatterono nella I Guerra d’Indipendenza.
Folco aveva lasciato il suo lavoro di garzone di fornaio a Ravenna e si era arruolato nella Legione dei Volontari Pontifici che, sotto il comando del generale Durando, era partita per portare aiuto alle truppe di Carlo Alberto nella sua guerra contro l’Impero Austro-Ungarico.
Aveva partecipato alle battaglie di Vicenza dove il Corpo di spedizione si era battuto con valore e abnegazione, ma quando, il 29 aprile 1948, Pio IX aveva tolto il suo appoggio all’intervento e richiamato le truppe, lo sconcerto lo aveva preso. Come tanti suoi commilitoni era tornato a Roma nella speranza che non fosse già tutto finito. Qui aveva trovato una città in subbuglio e in aperto contrasto con la nuova politica conservatrice imposta dal Primo Ministro Pellegrino Rossi. Ed è qui che lo troviamo all’inizio del romanzo.
Assieme a tanti popolani romani sarà testimone dei successivi avvenimenti a partire dalle turbolente riunioni sediziose in taverne e magazzini, sino all’assassinio del Rossi; dall’instaurazione della Repubblica Romana all’elezione dell’Assemblea Costituente per giungere sino alla successiva, disperata lotta dei ribelli contro la restaurazione del potere temporale del Papa.

In questo suo romanzo Vittorio Evangelisti ci mostra la tragica, gloriosa epopea della Repubblica Romana vista dal basso, attraverso gli occhi candidi e ingenui di Folco, cioè nel modo in cui avrebbe potuto viverla uno qualunque dei tanti popolani che si votarono anima e corpo a quella causa, magari senza neppure comprenderne i più profondi ideali così come concepiti e propugnati dai vari Mazzini, Garibaldi, Saffi o Armellini.
Non è difficile immaginare lo stesso A. calato nei panni di quel immaginario garzone di fornaio, mentre si aggira per le piazze e le borgate di Roma e diviene testimone, talvolta anche in modo inconsapevole, di quegli storici avvenimenti come un muto, ammirato osservatore.
L’intento che l’A. si era prefisso, quindi, è nobile e ben concepito: mostrare la storia dalla parte della moltitudine di coloro che, normalmente, sono costretti a subirla pure quando, come in questa occasione, avrebbero l’opportunità di scriverla e far sentire la propria voce in capitolo. Purtroppo, e spiace davvero rilevarlo, detto lodevole obiettivo non è stato seguito da una altrettanto efficace realizzazione.
Al romanzo manca una vera trama che si distingua dalla mera, diligente esposizione dei fatti di cronaca di quei mesi e dall'elencazione puntigliosa dei personaggi storici coinvolti nell’azione. Folco ci appare un personaggio piuttosto sciapo, privo di alcuna caratterizzazione. È poco più che un paio d’occhi e di orecchie, un tramite che ci rende edotti dei vari accadimenti di cui si trova ad essere casualmente spettatore o che apprende nel letto di qualche procace ragazza o ai tavoli delle osterie che frequenta con solerte impegno tra bevute epiche e riepilogo di tutta la gastronomia romana (forse anche di quella che verrà inventata un secolo dopo!).
Gli eventi ci sono raccontati in modo apatico, pedantemente spento, come potremmo leggerli su un libro di storia per le scuole medie. Solo nelle fasi finali dell’assedio è dato trovare un po’ di pathos e partecipazione emotiva; troppo tardi e troppo poco, ahimè.
Il resoconto, indubbiamente, è accurato e sin troppo pignolo: insomma ci dà contezza che l’A. si sia ampiamente documentato prima di prendere la penna in mano, ma resta privo di passione e senza alcun approfondimento psicologico o sociologico. Anche i personaggi storici agiscono sulla scena come pallide comparse di una rappresentazione precisa, ma statica. Lo stile, anonimo e senza nerbo, non contribuisce ad accendere l’attenzione del lettore. Ogni tanto si ha l’impressione di incappare pure in qualche clamoroso falso storico. Uno tra tutti: può mai un popolano semianalfabeta disquisire di comunismo e di idee “comunistiche” quando il “Manifesto” di Marx era stato pubblicato pochissimi mesi prima a Londra? In generale, poi, l’A. fatica a dissimulare le sue simpatie politiche. Così fa agire e parlare i suoi personaggi come ci si aspetterebbe da un nostro contemporaneo. Pur riconoscendo che fu proprio in quei mesi che sbocciarono i germi di tutte le future istanze democratiche nel Mondo attuale l’approccio è decisamente anacronistico in quel contesto. Se è vero che Folco è l’alter ego dell’A. troppo spesso il secondo influenza il modo di sentire e di agire del primo.
Tuttavia non sono questi gli aspetti che più deludono, quanto, appunto, la narrazione monocorde e priva di emozione: per accendere gli animi e la fantasia non è sufficiente inserire qua e là i versi di qualche famoso inno patriottico o un’ode risorgimentale, come si farebbe a conclusione di una riunione di partito. Né qualche fervorino ideologico è sufficiente a dar corpo e anima ai personaggi e rendere vivo il racconto. E' sotto questo profilo che il libro mostra le maggiori carenze.
In conclusione la lettura è piuttosto noiosa, poco coinvolgente che si fa fatica a portarla a termine. Ciò è un vero peccato perché l’argomento era estremamente stimolante e poteva portare a risultati molto più accattivanti.
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Per chi già conosce bene l’opera di Evangelisti conviene segnalare che questo può essere considerato una sorta di prequel della trilogia “Il sole dell’avvenire” dove ritroviamo la famiglia Verardi, negli anni successivi ai fatti qui narrati.

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Sono sinceramente incerto se consigliarlo o meno. L'argomento meriterebbe sicuramente: purtroppo la storia della Repubblica romana è piuttosto negletta e un "ripasso" non sarebbe inopportuno, ma il risultato finale non è dei migliori, disgraziatamente.
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    20 Novembre, 2019
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Viaggio in Giappone

"Le antiche famiglie di luoghi remoti, comprese quelle prive di una storia illustre, custodiscono leggende e tradizioni uniche tramandate di generazione in generazione."

Inizia con questa frase "La foresta d'acqua" dello scrittore giapponese Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994. Ambientato tra Tokyo e una "piccola valle immersa nella foresta" dell'isola Shikoku il libro, fortemente autobiografico e scritto in prima persona, parla dell'intenzione di uno scrittore ormai oltre settantenne, Choko Kogito alter ego di Oe, di scrivere un ultimo romanzo sulla prematura scomparsa del padre decine di anni fa, annegato nel fiume in piena. In realtà questa sua intenzione lo tormenta da anni ma è sempre stato bloccato dalla madre, custode di una valigia in pelle rossa contenente tutto il materiale appartenente al marito e che per il figlio avrebbe rappresentato il materiale necessario per la creazione del "romanzo dell'annegamento". A dieci anni della morte della madre finalmente ne entra in possesso... Questo è il filo conduttore, il sentiero d'ingresso nella foresta di Kenzaburo.

"Un particolare che ho notato man mano che passano gli anni e si invecchia è che si viene pervasi sempre più del desiderio di sistemare le cose nel miglior modo possibile senza lasciare niente di irrisolto." Kogito ha un passato irrisolto, trasformato in un sogno che lo tormenta da una vita - o forse un incubo?- in cui suo padre si trova in una barca nel fiume in piena e il figlio non riesce a raggiungerlo. Un padre "amato disperatamente", visto come un eroe negli occhi del figlio, fa un gesto incauto, incompreso e come conseguenza finisce come preda di un fiume vorace. A questo tormento interiore cerca di mettere fine attraverso appunto la scrittura di un romanzo, ma sarà forse la via più efficace e migliore per tutti? "Pensavi, grazie al tuo nuovo romanzo, di restituire l'onore al nostro povero padre e di cancellare il senso di colpa del ragazzino che quella notte tornò disperato a riva nuotando come un cagnolino? In che modo, in concreto? E nutrivi forse la vana speranza di ottenere come per magia una chiave per risolvere tutti i problemi semplicemente passando in rassegna il materiale contenuto nella valigia di pelle rossa?"

Non viene sviluppata soltanto la storia del padre di Kogito e del loro rapporto ma anche quella del legame fragile che unisce Kogito e suo figlio Akari, affetto da una malformazione sin dalla nascita. A questi si aggiunge un altro personaggio cardine, l'attrice teatrale Unaiko, anche lei alle prese con la resa dei conti di un passato turbolento e che porta come tematica la lotta contro l'abuso sulle donne e sui bambini, sviluppata nella terza e ultima parte del romanzo. La forza e l'importanza delle donne per la famiglia e per gli uomini in generale, viene notata durante tutto il percorso del libro, Kenzaburo dandole ampia voce.

La cosa che più mi è piaciuta in questo libro è stata l'ambientazione. Mi sono sentita letteralmente trasportata in Giappone ogni volta che aprivo il libro, come se facessi un viaggio e in più con una guida turistica perché oltre alle belle descrizioni paesaggistiche vengono spesso narrati anche miti locali, tradizioni e storia, elementi saldamente legati agli abitanti. Si respira anche un'atmosfera calma, rispettosa e i personaggi sono sempre pacati ed educati nonostante ci sia qualche momento di alta tensione eppure non perdono mai l'equilibrio interiore, tra sussurri e inchini hanno luogo tempeste. Credo che Kenzaburo sia un ottimo veicolo della cultura autoctona giapponese per il resto del mondo. Un'altra cosa che mi ha piacevolmente colpita di Kenzaburo è la sua vasta cultura europea e i suoi frequenti riferimenti letterari, cita addirittura Céline con una sua frase "Teniamo alta la testa, su, coraggio!", autore che per stile e argomenti lo trovo diametralmente opposto a Kenzaburo eppure...

Ci sono però degli aspetti che personalmente ho gradito un po' meno e mi hanno reso la lettura un po' faticosa. A partire dallo stile. Sebbene sia scritto in prima persona, l'autore da pochissimo spazio ai suoi pensieri espressi in modo diretto (e quindi più coinvolgente per il lettore) ma crea piuttosto delle situazioni di dialogo tra lui e i vari personaggi e sono questi ultimi a esprimere ciò che secondo loro l'autore prova o ha provato in passato. Quindi la voce dello scrittore, nonostante sia il personaggio principale, si fa sentire attraverso le altri voci con le quali lui dialoga: la moglie, la sorella Asa, Unaiko e così via. A un certo punto anche uno dei personaggi glielo fa notare. "Tu non dici granché e resti perlopiù in silenzio ad ascoltare, non riesco mai capire cosa ti passi per la testa.", si "tira le orecchie" da solo in pratica. Sebbene sia una modalità valida come tutte le altre a me ha reso la lettura meno coinvolgente di quanto sperassi proprio perché non sono riuscita a entrare in empatia con il personaggio principale. Altro aspetto che ha peggiorato ulteriormente la situazione è stata la prosa che, seppur elegante, troppo artefatta, "burocratica" quasi a piccoli tratti come se fosse un compitino, che allontanava ancor di più i miei tentativi di raggiungere la mente del personaggio e di sentirmi coinvolta. Questa prosa lineare, pacata, sì elegante ma che non osa quasi mai, nel bene o nel male, determina un ritmo di lettura costante e prevalentemente lento.

Alto elemento per me disturbante, oltre allo stile, è stato l'egocentrismo dell'autore. Tutto ruota attorno a lui, ai suoi bisogni e alle sue opere. Addirittura è presente una compagnia teatrale di cui Unaiko appunto ne fa parte, che si occupa di mettere in scena esclusivamente la sua opera leggendo e rileggendo tutti i suoi testi, come se fossero una Bibbia. La moglie, la sorella, Unaiko, tutte in punta di piedi attorno a lui a servirlo e riverirlo anche quando viene meno ai suoi doveri di marito e padre, preoccupate sempre a fare in modo che lui stesse bene e se qualcosa gli viene rimproverato il rispetto e la reverenza non mancano mai. Stessa cosa succede quasi con tutti gli altri personaggi, tant'è vero che ho pensato "Dio esiste ma tranquillo, non sei tu!". L'egocentrismo va benissimo, ma poi quando è sorretto dallo stile sopramenzionato, diventa noioso, fastidioso, inutile e si tende a perdere l'interesse per continuare la lettura. Alto aspetto per me negativo è la ripetizione, dettata più da questo suo egocentrismo che da una esigenza stilistica: intere scene vengono continuamente ripetute appesantendo la narrazione.

C'è un momento all'interno del romanzo in cui mi sono detta "ecco che ci siamo! ora si decolla!" perché l'autore si lascia un po' andare e mi richiamava le crisi epilettiche di Dostoevskij fonte di ispirazione, la memoria involontaria di Proust e in generale il rapporto arte-malattia nella letteratura:

"Quei farmaci erano molto potenti, perciò cercavo di farne uso il meno possibile ed ero consapevole che avrei fatto bene a smettere al più presto. Quando riaprivo gli occhi prima dell'alba, a distanza di poche ore dall'assunzione, mi ritrovavo in preda di un prodigioso "risveglio della memoria" (...). Non potevo fare a meno di chiedermi se quel enorme attività cerebrale fosse in qualche modo collegata all'energia stupefacente che si accompagnava agli attacchi di vertigini, e avevo la netta sensazione che quel recente malessere racchiudesse in sé un più ampio significato."

...però il ritmo non è mutato di molto. Ho trovato invece molto poetico il finale, che, seppur tramite un terzo personaggio comparso nella seconda metà del libro, chiude a cerchio il tema dell'annegamento del padre, trasmettendo nelle righe finali un senso di risoluzione e sollievo.

Per concludere lo vedo adatto a chi vuole viaggiare con la mente in Giappone e vuole immergersi sulla sua cultura e la sua storia, a chi ha già letto Kenzaburo perché dentro si ritrovano tutte le sue opere, ma anche a chi ha letto "Il cuore delle cose" di Soseki, libro ampiamente trattato all'interno di questa opera.








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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    18 Novembre, 2019
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Vera, Nina, Ghili, e Rafael

Nel suo ultimo romanzo “La vita gioca con me”, David Grossman ha raccontato, in forma liberamente romanzata, la storia di Eva Pani? Nahir, una donna conosciuta e stimata in Iugoslavia, che era stata internata nell'isola di Goli Otok, uno dei gulag di Tito. Eva e Grossman erano legati da una forte amicizia e lei voleva che lo scrittore trasformasse in romanzo la vicenda che aveva vissuto e che raccontasse anche la storia di sua figlia, Tiana Wages. E così l'autore ha dato vita ai personaggi di Vera e Nina, che animano questo intenso romanzo accompagnate dagli altri due protagonisti della narrazione, Ghili e Rafael.
Vera è una donna forte, profondamente viva ed energica, ha raggiunto la ragguardevole età di novant'anni e in quella occasione tutta la sua famiglia si è riunita per festeggiarla. La narratrice di questa storia è la nipote di Vera, Ghili, una donna ormai prossima alla quarantina che ci racconta della sua famiglia molto particolare attraverso un diario, quaderni scritti a mano su cui annota ricordi, idee, intuizioni, pensieri. Alla festa per il novantesimo compleanno di Vera torna in Israele Nina, figlia di Vera e madre di Ghili, una persona tormentata ed estremamente fragile, che non ha mai superato il trauma subito a sei anni e mezzo, quando, nella Iugoslavia degli anni Cinquanta del Novecento, suo padre morì e sua madre fu internata nel campo di rieducazione sull'isola di Goli Otok. Nina sembra essere capace soltanto di rifiutare le persone che più l'hanno amata e che le sono state più vicino: soprattutto Rafael, il suo compagno e padre di Ghili, che ha trascorso tutta la vita con l'intenzione e il desiderio fortissimo di amarla; ma anche la figlia Ghili, da lei abbandonata a soli tre anni e mezzo; e la madre, verso la quale prova un risentimento antico e coriaceo per averla
lasciata sola quando fu deportata sull'isola di Goli Otok. Eppure il legame fortissimo tra Rafael, Ghili, Nina e Vera rimane vivo e profondamente intenso, nonostante la lontananza, l'abbandono, il rifiuto, il tradimento. E quando Nina ancora una volta mostra la sua fragilità, ed è costretta a chiedere aiuto alla sua famiglia perché le sta accadendo qualcosa che non potrà affrontare da sola, i quattro decidono di intraprendere un viaggio speciale. Andranno in Croazia, nella cittadina natale di Vera, ?akovec, e successivamente sull'isola di Goli Otok, dove la donna era stata segregata per circa tre anni. Un viaggio che li porterà a ricercare le loro origini e l'origine del loro legame, così indissolubile ed allo stesso tempo così carico di risentimento, segreti inconfessabili e amarezza. Potranno rievocare l'infanzia di Vera, l'amore che l'aveva unita così profondamente al padre di Nina, Miloš, ripercorrere l'itinerario che l'aveva portata sull'isola di Goli Otok, sentire la sua sofferenza, comprendere o condannare le sue scelte. L'idea è quella di realizzare un documentario sulla storia di Vera da poter rivedere nel futuro: per non perdere del tutto la memoria del passato, per riappropriarsi finalmente delle scelte, anche sbagliate, che hanno segnato la loro vita per sempre.
Un romanzo coinvolgente, che tratta i temi della memoria e del ricordo come base per poter costruire un futuro migliore. E che ci fa riflettere sulla natura dei legami familiari: indissolubili, necessari ed imperfetti, sublimati e scalfiti dalla vita ma che rimangono una priorità della nostra umile umanità.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Novembre, 2019
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Un'ultima avventura per Max Gilardi


Ho letto con molta emozione e commozione l’ultimo libro edito da Elda Lanza dal titolo La terza sorella. Il libro è uscito edito giovedì 14 novembre a pochi giorni di distanza dalla morte della stessa autrice, avvenuta la domenica precedente. Il testo vede l’ultima avventura dell’avvocato Max Gilardi, felice creatura partorita dall’abile penna di Elda Lanza. L’avvocato, ex poliziotto, dall’intuito sagace e dalla preparazione ineccepibile, ha visto impotente la morte della sua prima moglie, al cui seguito nulla è stato uguale, per cui:
“Non si ama mai allo sesso modo due volte. (…) Con quel corpo tra le braccia al quale non potevo dare aiuto, io ho sperato di morire, di non avere un giorno dopo. Poi la vita prosegue e non ti chiede eroismi.”
Qui è alle prese con un caso coinvolgente, che lo vede più che altro in veste di amico e consulente. Ma chi è la terza sorella di cui si fa riferimento nel titolo? E’:
“la figlia dell’amore. La più amata.”
Si tratta, infatti, di tre sorelle: Elena, Eleonora, Elisa. Tre baronesse, che vivono in un luogo particolare,
“che non era un castello, neppure nelle intenzioni, ma uno strano palazzo a strati, sospeso tra scale e balconate.”
Una di loro, Elena, si è appena sposata con Carlo, con testimone di nozze proprio l’avvocato Gilardi. E’ felice, serena. Quando in una tragica notte viene uccisa con un grosso ferro conficcato in gola. Chi ha potuto commettere un atto tanto brutale? Chi la voleva morta, lei che non aveva nemici? Forse che la sua felicità era fonte di invidia in chi non poteva avere un tale benessere? Chi poteva odiarla tanto?
Un bel mistero e
“Storie un po’ oscure”,
che affondano le radici nella storia di una famiglia benestante, in un passato lontano, mai dimenticato. Una storia che cova odio nel profondo, trascinato a lungo nel tempo. Dalla signora “gentile ed elegante” un’ultima vicenda che affascina con il garbo che le è sempre stato consono e che trascina il lettore in un vortice coinvolgente di emozioni e sentimenti.

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Consigliato a chi ha amato tutti i libri di Elda Lanza.
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lapis Opinione inserita da lapis    17 Novembre, 2019
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Road to Ruin

"Perché dovevi arrivare tu a farmi sentire così solo?"

La felicità è una droga, la più potente, la più distruttiva. Dopo averla assaggiata, ne vorrai ancora, e ancora, e ancora. Eppure, avresti dovuto saperlo, Harry, che la felicità è uno stato di emergenza che non può durare. Sono secondi, minuti, giorni, e dopo, non resta altro che rimpianto, vuoto, astinenza. E neanche tutto l’alcol del mondo riuscirà a ingannare il dolore.

Dal giorno in cui l’amata Rakel lo ha lasciato, questa volta per sempre, Harry Hole è ripiombato nel baratro della bottiglia e della depressione. Ed è proprio in questo momento che il destino lo metterà di fronte al caso più complesso, brutale e straziante della sua intera carriera. Perché questa volta dovrà combattere contro il dubbio della propria stessa colpevolezza, contro quelle mani imbrattate di sangue di cui non conserva nemmeno un ricordo, contro la paura di essere diventato un mostro. Allora il bisogno di un colpevole diventa l’unica ragione di vita, e la caccia non è mai stata così torbida e disperata.

Ottima la penna, le pagine procedono con intrigante fluidità, nonostante la strabiliante ricchezza di sfumature, dettagli e indizi che l’autore dissemina lungo il cammino. Non ci si annoia, con Harry Hole. Sarà la coinvolgente miscela di investigazione e vicende umane, che si addentra senza sconti nell’abisso di passioni, fallimenti e colpe di ciascun personaggio. Sarà la grintosa e oscura atmosfera, alimentata dalla profonda malinconia di un protagonista il cui fascino sta proprio nella vulnerabilità e nella capacità di aggrapparsi all’unica cosa che lo può tenere a galla, il suo fiuto di poliziotto e il suo inossidabile senso di giustizia. Sarà la trama sapientemente disegnata con geometrico rigore, in cui sospetti e vicoli ciechi, diversivi e colpi di scena si stratificano con linearità e limpidezza. Impossibile perdersi, impossibile non appassionarsi perché c’è davvero tanta umanità in questo thriller.

“Il coltello” rappresenta il mio primo incontro con il famoso poliziotto scandinavo. Il romanzo può sicuramente essere letto anche senza avere una conoscenza pregressa di questa serie, come è capitato a me, regalando una compagnia piacevole e appagante. A mio avviso però una storia come questa, che si gioca tutta nell’universo emotivo e personale del protagonista, merita di essere letta all’interno di un percorso. Arrivata all’ultima pagina quindi, consiglierei a me stessa e a chi come me non ha familiarità con Harry Hole, di tornare all’inizio della serie. Non è mai troppo tardi, in fondo.

“Sto dormendo. E finché dormo, finché riesco a restare nel sogno, potrò continuare a cercarlo. Ma ogni tanto, come adesso, ho la netta sensazione che venga meno. Devo concentrarmi e dormire, perché se mi sveglio... Mi renderò conto che è vero. E allora morirò”.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Novembre, 2019
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A volte non serve cercare oltreoceano

Devo cominciare questa recensione con un'ammissione di colpa. Chi segue le recensioni che scrivo sa che spesso prediligo gli autori stranieri. Spesso ci si fa affascinare dai nomi: Michael Connelly, Jo Nesbø, Jeffery Deaver, o per rimanere nell'ambito dei "thriller legali" un certo John Grisham.
E spesso ci si rimane delusi.
Quest'ultimo libro di Gianrico Carofiglio è la dimostrazione che in casa abbiamo degli ottimi autori, che a volte si rivelano più meritevoli di lettura di "quelli che hanno il nome famoso". Certo, Gianrico Carofiglio non è l'ultimo arrivato, ma devo ammettere che mi ha davvero stupito.
Cominciamo dallo stile, che è la cosa che più mi ha colpito: accurato, coinvolgente, riflessivo, a volte adornato da una sottile ironia utile a stemperare; capace di dosare perfettamente dialoghi e narrazione. Dalla spiccata capacità di emozionare e fare riflettere, risulta evidente che l’etichetta di “autore d’intrattenimento” a Carofiglio sta più che stretta, e infatti credo non possa limitarsi a questo. L’autore non strizza continuamente l’occhio al lettore, non vuole farlo contento a ogni costo con scelte banali volte a regalargli una leggerezza passeggera; l’autore vuole lasciare il segno. Non ha paura di soffermarsi su verità scomode e difficili da digerire, a volte angoscianti; perché è consapevole che questo spingerà il lettore a fermarsi a ponderare quel che ha appena letto, regalandogli l’impagabile sensazione di aver letto qualcosa di vero, non contraffatto da artificiosi addolcimenti. La dolcezza c'è come c'è nella vita: a piccole dosi, senza ignorare i momenti difficili che a quella dolcezza danno una marcia in più.
La figura dell’avvocato Guerrieri è praticamente viva: un personaggio così ben reso da poter credere di incontrarlo, un giorno o l’altro, lungo la strada di casa. Afflitto da dilemmi, vittima di debolezze e capace di piccoli atti d’eroismo , Guerrieri è un personaggio in cui ogni lettore può vedere una parte di sé stesso e (sono sicuro) anche l’autore ha messo moltissimo del suo essere.
Insomma, non so più che dire per farvi capire che sì, “La misura del tempo" è un romanzo da leggere e Carofiglio un autore da approfondire.
O almeno io lo farò.

La storia di questo romanzo ruota tutta su Iacopo Cardaci, ragazzo accusato dell'omicidio di uno spacciatore e già condannato in primo processo. La madre dell' accasato è una vecchia fiamma dell'avvocato Guerrieri, al quale si rivolge per il processo in appello. Incapace di dire di no a Lorenza e resosi conto dell' inefficacia della difesa che lo ha preceduto, Guerrieri decide di prendere in carico questo lavoro, nonostante sia chiaro fin da subito che le speranze di ribaltare la sentenza siano ridotte al minimo.
Mai scontata, mai banale, questa storia si legge in un attimo e, in certi tratti, è anche capace di emozionare.
Consigliatissimo.

“Quando sei giovane e pensi a un mondo e a un tempo in cui tu non esistevi, la cosa non ti turba. Perche' la storia sembra dotata di una direzione implicita che porta fatalmente al momento in cui sei tu a irrompere sulla scena. Il mondo senza di noi prima di noi è una lunga fase preparatoria. Il mondo senza di noi dopo di noi invece è semplicemente il mondo senza di noi. Finché appare lontano riusciamo a placare l’angoscia dell’idea. Ma io so che fra qualche settimana, al massimo qualche mese, non ci sarò più e il mondo continuerà a esistere, senza nemmeno una increspatura. Senza nemmeno un sussulto. Voi piangerete, ma poi dovrete occuparvi delle questioni pratiche e smetterete di piangere. E comunque sarete sollevati che questa sofferenza non ci sia più. Potrete distogliere lo sguardo e occuparvi di vivere. Come è giusto. E tutto sarà finito.”

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    12 Novembre, 2019
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La porta come metafora della vita

Con il suo ultimo romanzo “La seconda porta”, Raul Montanari si conferma, ancora una volta, scrittore di talento, acuto osservatore della realtà che ci circonda, di cui fa un’analisi minuziosa ed equilibrata.
Attraverso l’uso originale della metafora della porta, egli pone a confronto due mondi diversi e contrastanti, quello di Milo, il protagonista, e quello di Adam, rifugiato e fuggiasco. La porta, infatti in sé ha una duplice funzione: da una parte stabilisce un contatto con il mondo esterno, dall’altra può escluderlo. Essa, dunque, può essere mezzo di crescita se aperta a esperienze diverse e molteplici, ma al contempo garanzia di sicurezza se chiusa a ciò che è estraneo e che costituisce motivo d’inquietudine.
Da qui il tema centrale del romanzo, una riflessione ben articolata sul problema dell’immigrazione, dell’accoglienza, dei rapporti con chi si considera “diverso” per religione, per etnia, per orientamento sessuale. È un discorso che comprende valutazioni basate su un concetto di pietas diverso in ogni individuo e valutazioni più generiche che attengono più specificamente alla politica.
Non a caso Montanari afferma: “Quelli che sono favorevoli all’accoglienza devono fare discorsi complessi, spiegare che l’ondata migratoria non si può arrestare, ma solo gestire, magari risalire alle responsabilità dell’Occidente [……] dire che il mescolarsi di razze è cosa positiva […..]. I populisti di destra fanno un discorso semplicissimo: questa è casa nostra, stiamo bene senza di loro, cacciamoli fuori. Stop. [….]”
Il rapporto Milo – Adam offre all’autore l’opportunità di valutare tutte le difficoltà reali che il tema dell’immigrazione solleva, al di là di ogni retorica o di paternalismo, che rischierebbe di degenerare in un buonismo ipocrita. Adam, infatti viene visto nei suoi lati positivi, senza però trascurare né i suoi difetti né le sue colpe. Così la generosità di Milo si alterna a momenti di diffidenza e sfiducia, specialmente nel momento in cui si trova a dover gestire situazioni di potenziale violenza.
Nonostante la serietà del tema centrale del romanzo, il racconto è alleggerito dal susseguirsi di eventi che creano suspense e rendono la lettura scorrevole e piacevole.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    07 Novembre, 2019
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La spia che odiava la Brexit

Nat è un agente del Secret Service di mezza età. Sono venticinque anni che recluta e gestisce spie nell'Europa orientale e, quando viene richiamato a Londra dall'ultima missione in Estonia, si aspetta un decoroso pensionamento o un ricollocamento in qualche comoda sine cura dell’amministrazione inglese. Invece viene assegnato a un nuovo incarico nella sede londinese dell’Office. Quello che gli affidano è un dipartimento decisamente secondario, chiamato da tutti, spregiativamente, il “Rifugio” perché, lì, ci sono solo agenti accantonati dalle altre sezioni in quanto ritenuti privi di alcuna rilevanza. Inaspettatamente, però, al Rifugio si troverà di fronte a due scottanti situazioni.
La prima riguarda la sua giovane collega Florence. Lei si batte con ostinata determinazione perché i Capi approvino una strettissima sorveglianza su un faccendiere ucraino che sposta enormi quantità di soldi di provenienza quantomeno dubbia, con la complicità di potenti società della City. Riuscirà a far accettare il suo piano?
La seconda riguarda il Sergei, giovane russo-georgiano arruolato come agente dormiente dal suo Paese, ma che, sin dal suo sbarco in Inghilterra, ha dichiarato di voler disertare. Quando Mosca, finalmente, si ricorda di lui e gli chiede di attivarsi, Nat viene subito avvisato e intuisce che dietro all'operazione, di cui il ragazzo è solo uno dei tanti ingranaggi, c’è una degli agenti più in gamba di tutta la Russia la quale, forse, si appresta ad arruolare un funzionario inglese di spicco, pronto a tradire. Per Nat potrebbe essere il classico “colpaccio” che rilancerebbe tutta la sua carriera.
In parallelo a queste vicende lavorative Nat conduce una vita abbastanza ordinaria che divide con la moglie Prue, valente avvocato, specializzata nelle cause “etiche”, la figlia Steff, irrequieta diciannovenne contestataria, e il gioco del badminton per il quale ha una vera passione che, in passato, gli è stata pure utile per reclutare spie all'estero.
Sarà proprio nel suo club di badminton che Nat farà la conoscenza col ritroso Ed. Apparentemente si tratta di un ricercatore ventottenne che lavora per una agenzia di comunicazione. Ha sfidato Nat, campione del circolo, e in breve ne è divenuto l’avversario fisso in una serie di accanite partite. Ma è soprattutto nel relax del dopo partita che Ed si apre e sfoga tutto il suo risentimento contro la follia della Brexit, contro Trump (che paragona a Hitler), contro tutta la classe politica inglese, che considera corrotta e idiota. Chi è effettivamente Ed? Solo un giovane frustrato e deluso dal mondo in cui vive o è qualcos'altro?

È raro che una spy-story possa divenire un libro di valenza politica, ma da Le Carrè ci si può aspettare questo e altro. Nei suoi libri non si susseguono inseguimenti, mirabolanti avventure alla James Bond o suspense che si taglia col coltello. Le spie sono spesso pingui burocrati. Le vicende procedono piano con l’indolenza con cui si verificano, normalmente, le circostanze della vita. Ma più che in altri romanzi la nostra vita reale viene portata allo scoperto e diviene giocatore di primo piano nella narrazione.
Questa affermazione è quanto mai vera per ciò che riguarda questo romanzo. Un vecchio proverbio sentenzia che ne ha uccisi più la penna che la spada. Se il detto potesse applicarsi alla lettera, probabilmente Le Carrè sarebbe sotto processo per tentato omicidio plurimo. Infatti, quest’ultima sua opera, distribuita in contemporanea europea, è una vera arma puntata contro molti personaggi di spicco della scena politica internazionale. Evidentemente l’A., aveva così tanti sassolini nelle scarpe che se li è dovuti togliere tutti contemporaneamente; scegliendosi bersagli davvero grossi da colpire.
Attraverso la bocca dei suoi personaggi scarica tutto il suo livore contro l’attuale politica mondiale a cominciare da quella del suo Paese e dei suoi compatrioti favorevoli ad abbandonare l’Unione Europea, per passare a coloro che (ufficialmente in modo legale) guadagnano riciclando i capitali delle varie mafie (russa, ucraina, georgiana, etc.). Continua occupandosi dell’attuale amministrazione americana (vero bersaglio del libro e attaccata con pesantissimi epiteti) senza risparmiare colpi bassi a quella russa. Raramente mi è capitato di leggere un libro, che non fosse un mero libello politico, così pieno di invettive e violenti attacchi contro personaggi di spicco della politica mondiale viventi e operanti.
Abilmente Le Carrè non prende posizione, perché le ingiurie escono ora dalla bocca di Ed, giovanotto manifestamente disadattato e nevrotico, ora da quella di una vecchia spia in agiato ritiro a Karlovy Vary (quindi da personaggi immaginari e, in quanto tali, non incriminabili), ma è difficile pensare che quelle espresse non siano le opinioni personali dell’A.. C’è da immaginare, perciò, che questo romanzo farà parecchio discutere, soprattutto in un Regno Unito ancora squassato dall'incertezza sulla Brexit e che andrà alle urne tra poco più di un mese. Anzi non è affatto escluso che l’intento di Le Carrè sia pure quello di dare una scossa ai suoi compatrioti.
La trama, nello stile dell’A., non è incalzante, ma la tensione, che le vicende narrate dallo stesso Nat fanno intuire, è palpabile, anche se, spesso, è solo interiore ai personaggi; non è fatta di gesti eclatanti, ma è suggerita da accenni, da brevi frasi.
Il climax finale è emozionante anche se ci conduce ad una fine che non è una vera fine, ma forse solo un inizio di qualcosa di diverso. Ma, in fondo, non sono così tutte le vicende della nostra vita?
Insomma un libro decisamente accattivante che vale la pena leggere anche, se non soprattutto, per l’attualità dei temi trattati, si condividano o non si condividano le idee espresse dai personaggi.

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ovviamente a chi ama Le Carrè e il suo stile garbato, ma anche a coloro che vogliono leggere un libro spionistico vero, e credibile.
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siti Opinione inserita da siti    02 Novembre, 2019
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Persi per sempre

Ennesimo inedito del grande Singer restituito a quasi trent’anni dalla morte al pubblico mondiale e in Italia per iniziativa della casa editrice Adelphi che, avvalendosi della professionalità di Elisabetta Zevi, il cui nome non ha bisogno di presentazioni, e della traduzione dell’altrettanto affermata e brava Elena Loewenthal, permette di conoscere meglio la produzione del premio Nobel per la letteratura, 1978. È l’ennesimo scritto in yiddish, la lingua madre, mai rinnegata e anzi elevata a statuto letterario, la lingua di tutta la sua produzione, un patrimonio culturale da coltivare e tenere vivo in terra straniera a ricordare un mondo perduto ma ancora pulsante. Sono gli anni sessanta, quelli della rivoluzione culturale giovanile, quelli compresi più nel dettaglio fra la fine del dicembre 1967 e il maggio 1968, a vedere l’uscita a puntate sul quotidiano yiddish di New York ??Forverts?? di questo bel romanzo sotto lo pseudonimo Yizkhok Warshavski, quello usato per la produzione ‘popolare’ oltre che per i pezzi giornalistici.

E forse è vero, troviamo in quest’opera una prosa più dimessa, una struttura più sobria, quasi un fare didascalico, una minore tensione narrativa, un intreccio tutto sommato prevedibile, ma la penna del grande Singer è ben riconoscibile e restituisce una dimensione più americana, avvicinabile al migliore Malamud e oserei dire anche al più feroce Simenon. Una miscela di ebraismo e di americanità che rende questa lettura estremamente moderna e avvincente, senza peraltro tralasciare, ma anzi nutrendosi, fin nella sua essenza più profonda, della cultura ebraica che l’ha partorita.

È infatti la storia di tanti polacchi, ma due in particolare, il ricchissimo Morris Kalisher e lo sfaccendato Hertz Minsker, il nostro ciarlatano, che, negli anni del secondo conflitto mondiale, prima del coinvolgimento degli USA nella guerra, proliferano nel grande sogno americano, tutti sfuggiti dalle adunche grinfie della sanguinaria mano nazista. Sono immigrati, chiaramente identificabili eppure ben assimilati, spesso hanno ripudiato il loro credo e vivono lontani dalla legge della Torah e lo avrebbero fatto a prescindere dalla loro condizione. Sono esseri finiti, tremendamente umani, pieni di limiti e dalla condotta riprovevole; qualcuno si è arricchito, molti vivono di espedienti, altri confermano la loro indole che ha come comune matrice l’identità del perseguitato, dell’esule senza requie, talvolta dell’apolide. Si arrangiano come possono in un’ America, e qui New York ne è il simbolo perfetto, che accoglie ma divora, inglobando in uno sterile capitalismo i destini di un pullulare di persone che si sviliscono in esistenze frenetiche e vuote e in un materialismo senza speranza sfociante in un inevitabile ateismo. Il pensiero del destino dei propri connazionali chiusi nei ghetti, costretti alla stella gialla, tradotti forzatamente in campi di lavoro o di sterminio, qualche volta si affaccia nelle loro coscienze, le ripulisce blandamente, resettandole per il successivo abominio. Il maggiore rappresentante di questo tormentato modo di vivere è lui, il ciarlatano: si nutre di teorie che mischiano edonismo spinoziano a misticismo cabalistico, condito di un pizzico di idolatria, a saldare, confondendoli inevitabilmente, piacere e religione. È un grande amatore, un temprato simulatore, il peggiore traditore. Si dibatte nell’eterno dubbio esistenziale, il dubbio gli è necessario per affermare che scienza e religione sono parte di un’unica verità della quale ancora nessuno è stato messo a parte. Tanto vale allora buttarsi nella parapsicologia …

La trama insomma, capirete, è presente e pure gradevole, ma è debole pretesto per intessere una brillante tragicommedia, una vera e propria pantomima che si nutre del variegato e brillante modulo della commedia degli equivoci, rendendo gradevole una lettura che è puro atto di denuncia della condizione dell’ ebreo moderno. Chi è costui? Non solo il ciarlatano, sarebbe troppo comodo! L’ebreo moderno non ha niente da invidiare al nazista, “siamo tutti nazisti, nazisti circoncisi”, lo pensa Morris, lo conferma Hertz, vermi senza dio, votati al dio denaro, alla solitudine inghiottiti e divorati dalle splendide luci della città, meritano certo, gli ebrei, l’ennesima trappola per topi che la moderna civiltà offre nella dorata America.
Ritratto amaro e impietoso , se i toni lievi della commedia non hanno sortito l’effetto contrario, umoristico e paradossale, dell’ebreo perso per sempre. Aldilà della specificità culturale e storica, fa sorridere amaramente il comune destino di ogni uomo sulla terra, con la netta differenza che forse noi, un cantore così della nostra disfatta non lo abbiamo se non andando fino ai tempi di Dante.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    31 Ottobre, 2019
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Tra autobiografia e critica sociale spietata

«Un atteggiamento tossico sembrava esondare da ogni post o commento o tweet, che ci fosse davvero oppure no. Si trattava di un fastidio del tutto nuovo, qualcosa che non avevo mai provato prima – e si accompagnava a un’ansia, a un senso di oppressione che provavo ogni volta che mi arrischiavo ad andare in rete, la sensazione che in un modo o nell’altro avrei commesso uno sbaglio per il semplice fatto di condividere ciò che pensavo a proposito di qualcosa. Tutto ciò sarebbe stato impensabile dieci anni prima – l’idea che un’opinione potesse diventare qualcosa di sbagliato – ma in una società inferocita e polarizzata c’era chi veniva bloccato a causa delle proprie opinioni e perdeva follower perché veniva percepito in modi che potevano essere inesatti. […] Come se nessuno sapesse più distinguere un essere umano da una serie di parole digitate su un touchscreen. Il clima culturale in generale pareva incoraggiare il dialogo ma i social media erano diventati una trappola e quello a cui in realtà miravano era silenziare l’individuo.»

L’idea di scrivere un nuovo romanzo, a distanza di ben trent’anni dall’uscita del primo, nasce in Ellis nel 2013 mentre si trovava in autostrada dopo aver trascorso una settimana a Palm Springs con un’amica con cui era stato al College negli anni ’80. Anni ben diversi da quelli attuali, anni in cui andare a scuola o non andarci, guardare un programma o un altro alla tv non aveva la stessa risonanza, protezione e ovattamento di oggi.

«Non fregava niente a nessuno i quello che guardavamo o no, di come ci sentivamo o di cosa desideravamo, e non eravamo ancora stati incantati dalla religione del vittimismo. Paragonata a ciò che oggi viene considerato accettabile ora che i bambini sono ipercoccolati fino all’inettitudine, era l’età dell’innocenza.»

Anni in cui comprese che non l’essere vincenti ma l’essere “frustrati, disillusi e feriti rendeva il piacere, la felicità, la consapevolezza e il successo sia più tangibili sia palesemente assai più intensi”. Ma adesso chi è Bret Easton Ellis oltre che “il cattivo” per eccellenza che divulga coscientemente sui vari canali social impressioni, considerazioni, provocazioni e pensieri? Come non far ciò, d’altra parte, in un’epoca in cui la libertà di parola si è evoluta al punto tale da diventare una cd. “responsabilità di parola” all’interno della quale viene abnegato ogni confine tra pubblico e privato tanto che ogni individuo si sente legittimato a proferir tutto ciò che passa per la mente? Il risultato pertanto del fenomeno è che i confini del che cosa è possibile o meno raccontare si sono talmente dilatati da raggiungere estremità vacue, non limiti.
E questo in un certo senso è quello che fa Ellis: analizzare il fenomeno radicato in una società fatta ormai di luci, neon, apparenze, oggetti scintillanti, droghe, alcol, sesso, estremizzazioni, feticismi e cercare di trovarne una spiegazione. Perché la prima impressione che emerge dalla lettura di “Bianco” è che, in questa lunga disamina che parte proprio dagli anni della sua giovinezza, passando a quelli che sono stati gli anni del successo, ci si stia trovando di fronte ad una spiegazione del perché Bret sia una persona così schietta e “stronza” o del come un uomo della sua età non riesca a far i conti con questo mondo così radicalmente cambiato a fronte del “quando si stava meglio” anche se in verità si stava peggio.
Per poter davvero apprezzare “Bianco” è necessario conoscere gli anni ’80 e considerarli quale il momento storico in cui un po’ tutto ha avuto inizio tra alienazioni e ossessioni ed eccessi, è necessario avere consapevolezza, ancora, di quelli che sono stati gli anni ’90 e duemila con tutte le relative conseguenze fino alla crisi economica del 2008 e il seguente decennio.
L’obiettivo di Ellis è senza dubbio quello, dopo aver dipinto un quadro che rappresenta una vera e propria panoramica del presente, di tirare le fila ma senza mai cadere nella rassegnazione o nella depressione. La narrazione è infatti intrisa di disincanto, di cinismo, di entusiasmo. “Bianco” può definirsi pertanto un saggio di critica cinematografica e di critica a quello che sin dal primo capitolo è definito come “Impero”, l’Impero americano.
Quello che avete davanti, se deciderete di leggerlo, è un testo stratificato, con molto da offrire, capace di suscitare riflessioni nel lettore ma che richiede un certo impegno nella sua discoperta. In parte per questa forte impronta autobiografica che lo caratterizza, in parte per la necessaria chiave di lettura che richiedere di applicare per essere apprezzato e compreso nelle sue varie sfaccettature, in parte per questa serie di tematiche scottanti che tratta.
Un saggio che consiglio a tutti coloro che cercano scritti di sostanza, attuali e volontariamente provocatori e a tutti coloro che vogliono interrogarsi sulle cause del tempo che viviamo.

«In passato, nell’ormai lontana epoca dell’Impero, gli attori potevano tutelare le loro identità scrupolosamente progettate ed enigmatiche in modo più facile e completo rispetto al giorno d’oggi, in cui tutti viviamo nel mondo digitale dei social media e dove i nostri telefoni catturano senza filtri istanti che una volta restavano privati e ciò che ci passa spontaneamente per la testa può venire tradotto in una frase o due su Twitter.»

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archeomari Opinione inserita da archeomari    31 Ottobre, 2019
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Un uccellino contro i naufragi della vita

Sandro Veronesi è uno scrittore pluripremiato. Tutti si ricorderanno del romanzo “Caos calmo” che, oltre allo Strega, ha vinto altri due premi internazionali ed ha avuto anche una famosa trasposizione cinematografica con Nanni Moretti e Isabella Ferrari. Io però mi avvicino per la prima volta a questo autore, attirata dal titolo e dalla seconda di copertina dove si legge : “un romanzo potentissimo , che incanta e che commuove, sulla forza struggente della vita”.
In effetti ho trovato una storia e una scrittura potente, a volte leggera, che ripercorre tutte le pagine del romanzo.
Perché un colibrì a dare il titolo all’opera?
Perché un uccellino, il più piccolo uccellino al mondo, con il corpicino e le ali iridescenti, capace di batterle 70/90 volte al secondo, venerato dai Maya che credevano fosse l’incarnazione dei guerrieri del sole? Perché questa scelta?
Perché il colibrì, che passa la vita a consumare tutta la sua energia per battere le ali senza muoversi, sospeso nell’aria, è simile al protagonista del nostro romanzo, Marco Carrera. Da ragazzino la madre lo chiamava “colibrì “ per via della sua corporatura e della sua altezza, di molto inferiori alla media dei ragazzi della sua età, un “gap” che recupererà con una cura a base di ormoni e che nel giro di pochi mesi gli farà conquistare prodigiosamente 16 cm di altezza!
Specialista in oftalmologia, Marco, all’inizio del libro, si trova, da un giorno all’altro, nell’occhio del ciclone di una serie di disgrazie: lo psicologo che segue Marina, sua moglie, entra nello studio e gli comunica una brutta notizia che stravolgerà l’apparente serenità delle sue giornate. Sua moglie chiede il divorzio ed è già incinta di un altro. Da quel momento parte una narrazione a ritmo serrato, con sequenze dialogate (pochissime, due o tre, solo quando Marco conversa con Carradori, lo psicologo della ex moglie che interverrà poi quasi alla fine del romanzo), discorsi indiretti liberi (tantissimi), poche descrizioni, molte sequenze riflessive, mai pesanti, perché condite da quella ironia che genera un’amara risata.
Le disgrazie sono veramente tante, lutti atroci, malattie terribili-lo stesso Veronesi ha confessato di aver interrotto la stesura del libro per curare un cancro - , amori assoluti e difficili, amicizie che non ti aspettavi. Ma come reagisce Marco?
Come il colibrì, l’antico guerriero Maya reincarnato in uccello, che nonostante le avversità si tiene sempre ben fermo, fedele a se stesso, ai suoi valori e consuma tutte le sue energie per mantenere quella posizione di sopravvivenza.

“E anche tutto l’amore che è stato sparso per il mondo, tutto il tempo che è stato sperperato e tutto il dolore che è stato provato: era forza, tutto, era potenza, era destino, e puntava lì.
- I lupi non uccidono i cervi sfortunati, Duccio - dice- Uccidono quelli deboli”.
-
Questa consapevolezza è l’unico modo per non soccombere alla “dittatura del dolore”.

Un romanzo che parla di amore, di dolore, ma soprattutto di forza.
Magistrale la penna di Veronesi che rende originali certe situazioni che potrebbero risultare banali, scontate e ti tiene incollato alla pagina fino alla fine del romanzo. Un sacco di citazioni importanti, musicali, cinematografiche e letterarie, da “La patente “ di Pirandello all’omaggio all’amico Sergio Claudio Perroni, suicidatosi quest’anno a Taormina, uno dei padri fondatori della casa editrice indipendente “La nave di Teseo”, la stessa che ha ripubblicato tutte le opere del Veronesi. A fine libro troverete una interessante postilla dell’autore che spiega come sono nati termini, luoghi e situazioni di questo romanzo.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Ottobre, 2019
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Esilio; una storia troppo spesso dimenticata

Siamo nel 1939, la guerra civile spagnola sta giungendo alla sua conclusione, il clima politico europeo è preoccupante a causa della forza e della devastazione dei regimi dittatoriali che stanno prendendo sempre più campo. Victor Dalmau era entrato nell’esercito repubblicano nel 1936, come quasi tutti i ragazzi della sua età, ed era partito per difendere con il suo reggimento Madrid, in parte occupata dai nazionalisti – come si autoproclamarono le truppe insorte contro il governo – e luogo dove utilizzava i suoi tre anni di studi in medicina per curare i feriti piuttosto che per tenere un fucile in mano nelle trincee. In seguito, era stato destinato ad altri fronti. Fratello di Guillem Dalmau, entrambi erano stati educati in una scuola laica e cresciuti in un piccolo appartamento nel Raval, in una casa della classe media, in cui la musica del padre e i libri della madre avevano sostituito il dogma religioso. I Dalmau non militavano in alcun partito politico, ma la diffidenza di entrambi nei confronti delle autorità e di qualsiasi tipo di governo li portava a schierarsi con gli anarchici. Oltre alla musica, il padre, Marcel Lluìs, aveva trasmesso ai figli la curiosità per la scienza e la passione per la giustizia sociale.
A causa di una grave ferita alla gamba, Victor era stato rimandato ingessato – per grazia di un medico inglese che aveva optato per la steccatura piuttosto che per una diretta amputazione – a Barcellona dove quanto prima si era rimesso in sesto per tornare al lavoro. Al contempo, una grave perdita familiare lo obbliga a far ritorno a casa dove ad attenderlo trova Rose Bruguera, giovane pianista amica di famiglia, allieva prediletta del genitore venuto nel mentre a mancare, e che fino all’intervento del suo salvatore viveva da sola in una Barcellona sempre più pericolosa. Con, nel 1939, il termine della Guerra Civile Spagnola e la vittoria dei franchisti, per i due giovani non c’è alternativa che lasciare la terra natia in quello che è un viaggio che attraversa prima i Paesi Baschi, poi i Pirenei, poi la Francia e infine il Cile, sinonimo di terra promessa e di nuove possibilità. Purtroppo, però, anche a distanza di anni e di integrazione, l’esilio non è finito. Ed è attorno a questo tema che ruota l’intero romanzo dell’Allende, un’opera che fa respirare al lettore le atmosfere dei romanzi del passato dell’autrice, le atmosfere quei libri che con la loro intensità catturavano e conquistavano senza mai, come a discapito di alcuni più recenti, disilludere le aspettative.
Esilio e radici, legami e storia. Una storia dimenticata, una storia di fatto attuale e composta da profughi, accoglienza, perdita, dolore, lasciti, separazione. Una storia che riparte proprio da quel 3 settembre 1939, con quel piroscafo francese “Winnipeg” salpato il 4 agosto dal porto di Pauillac, con destinazione Valparaìso, “lungo petalo di mare”, e con a bordo oltre duemiladuecento fuggitivi dalla Guerra Civile Spagnola. Una spedizione umanitaria possibile, oltretutto, grazie a Pablo Neruda, il futuro Premio Nobel per la Letteratura, che all’epoca ricopriva incarichi consolari tra Francia e Spagna.
La scrittrice porta a termine una vera e propria opera di ricostruzione che va dalle condizioni del viaggio a quelle di maggiore integrazione. Fatti e persone citate e narrate sono reali e quei pochi che sono inventati sono il ispirati a uomini e donne realmente conosciuti e incontrati dall’Allende.
Al tutto si aggiunge una penna precisa, meticolosa, erudita, profonda che accompagna e conduce per mano passo dopo passo nello svolgersi di ogni singolo evento. Il lettore è conquistato da questo scritto così pieno di spunti di riflessioni e di tematiche profonde tanto che giunge alla sua conclusione in tempi molto brevi. Un ritorno alle origini.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    27 Ottobre, 2019
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Ma cos'è la verità

L’ultima intervista è un romanzo autobiografico o pseudo autobiografico scritto sotto forma di intervista, dove la forma dell’intervista è un pretesto per parlare di sé senza seguire un ordine cronologico stretto, saltando soprattutto all’inizio da un argomento all’altro per riprendere più avanti i due fili conduttori principali: il rapporto con la moglie Dikla e il rapporto con la scrittura. Entrambi i rapporti stanno vivendo una grossa crisi, probabilmente le due crisi sono correlate. Entrambe le crisi sono legate al rapporto tra scrittura e vita e tra vita e verità, quindi tra arte e verità. Questo ultimo argomento di discussione, cioè il rapporto arte-verità, andava di moda il secolo scorso, oggi come oggi è difficile che qualcuno sostenga ancora che l’arte debba essere legata alla verità, pena un ruolo minore. Nessuno pretende dallo scrittore che sia assolutamente sincero, ammesso e non concesso che verità e sincerità siano la stessa cosa. Dikla rimprovera al marito di non essere veritiero ma di raccontare troppi segreti di famiglia. In parole povere racconta fatti personali e problemi personali ma senza guardarne in faccia le cause, addomesticandoli a suo beneficio come se volesse fascinare il pubblico per tirarselo dalla sua come si fa nelle famiglie in crisi in cui ogni coniuge cerca di avere l’appoggio degli altri membri della famiglia oppure di usare i problemi famigliari per trarne storie. Del resto questo ruolo di fascinatore lo scrittore se lo rimprovera lui stesso, lo giudica severamente, lo bolla come immorale. Nevo ammette di essere il responsabile dell’ascesa del peggior politico israeliano del quale ha scritto e continua a scrivere i discorsi, discorsi assolutamente vuoti e populisti. In un certo senso l’autore è alla ricerca della verità nella scrittura ma cede facilmente alla fascinazione, al potere che riesce ad esercitare sugli altri e anche al denaro. L’immagine che dà di se stesso è tenera, sentimentale, fedele alla moglie. Ma, nonostante questo si capisce che l’immagine è deformata e falsa per le varie occasioni di tradimento vero o immaginato che descrive. Però come quello che racconta della sua vita ha del falso in sé, così la sua scrittura. Seduce, è formalmente intrigante, con un certo sentimentalismo di buon livello.
Insomma, credo che Nevo si renda conto che la scrittura può essere di più, soprattutto per uno con il suo talento. I grandi della letteratura russa, ad es. Dostoevskij o Solzenicyn hanno fatto della letteratura una forma di ricerca, proprio come Schopenhauer intendeva l’arte. Io credo che Nevo aspiri a qualcosa del genere ma non vuole perdere il pubblico che spesso chiede qualcosa di più commerciale e finto, come il buon politico. Nevo è sempre un sentimental-buonista. Gli unici momenti in cui tira fuori un pizzico di cattiveria è quando parla dei colleghi scrittori, in particolare dello scrittore reduce della Shoah, il cui romanzo di 10 kg di peso, di migliaia di pagine lo insegue come uno stalker, e dello scrittore di gialli scandinavo più fascinoso e commerciale di lui. In un certo senso lui si barcamena tra un modo e l’altro di scrivere senza scegliere una strada o l’altra. Le primissime pagine mi sono sembrate molto molto belle e toccanti cioè più del resto del romanzo. Del resto è molto difficile mettersi a nudo in un romanzo dato che poi all’autore è richiesto di accompagnarlo in giro per il mondo. Io credo che su questo la Ferrante abbia assolutamente ragione, un romanzo non dovrebbe avere la faccia dell’autore cucita addosso. Le parti sulle presentazioni dei romanzi rendono l’idea di come funziona il mercato dei libri e sono abbastanza snervanti. Invece sono interessanti le pagine che rendono l'idea della situazione esplosiva in Israele.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    23 Ottobre, 2019
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Una leale comunità canina


Arturo Pèrez-Reverte ha pubblicato numerosi bestseller, tra i quali: Il Club Dumas, Il tango della vecchia Guardia, Il codice dello scorpione, L’ultima carta è la morte. Ora torna con I cani di strada non ballano, un libro surreale ma carico di significati profondi, che ha come protagonisti dei cani di strada.
Protagonista assoluto della narrazione è Nero, un cane che ha passato la sua esistenza a cercare di sopravvivere alle due lotte dei combattimenti tra simili, e di cui, ora che è vecchio, porta con autorevolezza, i segni. Lui è:
“nato meticcio, incrocio tra un mastino spagnolo e un fila brasileiro. Da cucciolo ho avuto uno di quei nomi teneri e ridicoli che mettono ai cagnolini appena nati, ma da allora è passato molto tempo. L’ho dimenticato. E’ da tanto che tutti mi chiamano Nero.”
Con i combattimenti ha imparato il vero significato della sopravvivenza, che conduce a:
“fare ricorso a tutta l’esperienza, al mio sangue freddo e alla forza di volontà che mi restava per non lasciarmi trascinare in quegli abissi oscuri da cui raramente un cane esce”.
Alla sera Nero ed altri si ritrovano al “cosidetto Abbeveratoio” di Margot, un luogo vicino al fiume in cui sversano l’anice dalla vicina distilleria, di cui tutta la loro comunità canina si disseta a più non posso. Ma un giorno si respira aria di grave preoccupazione: sono, infatti, scomparsi il ridgeback Teo e il levriero russo Boris, detto Boris il bello. Che cosa è accaduto? Sono stati catturati? Sono, forse, finiti allo “Scannatoio”, ovvero in un
“inferno dove soltanto la violenza e la crudeltà ti davano modo di sopravvivere.”
Radio Cane trasmette notizie infauste circa la loro sorte. A Nero non resta che intraprendere un lungo viaggio, un lungo percorso avventuroso alla loro ricerca. Tutto all’insegna di un unico principio che regola la loro vita: la lealtà, difficile in quanto
“piacciono quelli che sono leali, e di questi tempi non lo siamo più neanche noi cani”.
Un libro duro, profondo e piuttosto violento. Ho faticato molto nella lettura a causa di una eccessiva crudezza di situazioni, di personaggi e di situazioni descritte. Ad una più attenta riflessione, però, un testo che narra una storia che finisce per essere paradigma, duro e crudo, del vivere quotidiano degli esseri umani, che non concede spazio ai sentimenti né affezioni. Ma in qualche modo anche un messaggio di speranza, in un mondo di sopravvivenza, composto da valori morali fondanti forti e di grande lealtà. Una lettura “bifronte” che induce alla meditazione, anche e soprattutto riguardo ad un universo animale migliore di quello composto dagli umani e senzienti, poiché
“i cani non ballano”
Ma
“sopravvivono con lealtà.” .

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    13 Ottobre, 2019
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“La musica non è un suono ma un concetto” (Schonbe

L’arte, ogni arte, coinvolge sensi e anima di ciascun fruitore. Ciò, ovviamente, a livelli diversi, secondo le conoscenze e le esperienze specifiche di ognuno. Solo alcuni riescono a cogliere e penetrare il vero significato, le sottili sfumature, la specificità di un’opera d’arte. Per giungere a questo occorre uno studio costante e approfondito. Dunque l’arte è accessibile solo a una élite che abbia ad essa dedicato tempo ed energie? No assolutamente no. L’arte è patrimonio di tutti e ogni interpretazione, ogni esperienza da essa derivata aiuta a crescere e ad ampliare la conoscenza del mondo che ci circonda.
In questo libro dal titolo significativo “Assolutamente musica”, significativo perché solo di musica si parla, sciolta, libera da divagazioni in altri campi, Murakami Haruki ha raccolto le conversazioni avute con il grande direttore d’orchestra Ozawa Seiji, sul tema del rapporto tra spartito ed esecuzione, della necessaria sintonia tra direttore e solista, tra direttore e altri elementi dell’orchestra.
I dialoghi svelano l’importanza di certi aspetti dell’esecuzione e dell’interpretazione musicale che sfuggono all’orecchio inesperto dell’ascoltatore, il significato delle pause, la difficoltà di tenere a lungo una singola nota, l’abilità di orchestra e solista ad intendersi. Ogni orchestra suona a modo suo, ha una sua interpretazione d’uno spartito e il suo suono cambia con il direttore, ma mantiene il suo carattere originale, tuttavia il direttore troppo rispettoso del parere dei musicisti va incontro a difficoltà nel dirigere. Dunque è importante la cura del dettaglio, la tempestività con la quale i musicisti colgono la segnalazione del maestro a entrare. Ozawa e Murakami si trovano d’accordo nel sottolineare che lo stile dell’orchestra assomiglia allo stile dello scrittore. Anche per chi scrive la parola e l’insieme delle parole sono musica. Se un componimento letterario non ha musicalità, non ha ritmo difficilmente avrà successo. Non a caso le opere di Murakami sono tutte scandite dal suono di celebri brani.
Il rapporto direttore-musicisti è importantissimo. Il direttore comunica la sua interpretazione dello spartito attraverso una gestualità a lui propria, in un gioco che coinvolge corpo e intelletto, con un risultato unico. Interpretare un compositore vuol dire averne approfondito l’epoca, averne compreso la sua visione del mondo. Qui il dialogo si sofferma sia pure brevemente sulla analogia tra l’interpretazione di un’opera pittorica e un’opera musicale. Non a caso si accenna a Mahler, a Klimt e a Schiele nelle cui opere ben si capisce la rottura col mondo tedesco, la fine di un’epoca.
Murakami e Ozawa si soffermano poi anche su jazz e lirica, concordi sull’importanza e l’interesse di ogni genere musicale, per concludere con un’importante affermazione: “Per creare la buona musica, innanzitutto è necessaria una scintilla, poi la magia. In mancanza di una delle due, niente buona musica.”

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    12 Ottobre, 2019
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Un matrimonio

Tom e Louise sono una coppia in crisi coniugale. Hanno deciso di rivolgersi ad una consulente matrimoniale e tutte le settimane, poco prima della seduta, si ritrovano nel pub di fronte alla casa della terapista per bere qualcosa e parlare un po'.

Il libro di Nick Hornby, “Lo stato dell'unione” è una pièce teatrale e non un romanzo. È costituito quasi interamente dalle battute che si scambiano i due coniugi nel pub prima di entrare dalla consulente matrimoniale, che costituisce l'unica ambientazione. L'autore interviene pochissimo e solo per fornire qualche indicazione didascalica su qualche stato d'animo o sommaria descrizione.

I dialoghi sono taglienti, talvolta ironici, talvolta amari e ci raccontano un matrimonio che sta finendo: Tom e Louise non avevano quasi niente in comune quando si sono messi insieme, a parte le parole crociate e il desiderio di diventare genitori, si sono uniti per formare una famiglia ma cosa li ha tenuti insieme? Il sesso. Ed ora che la stanchezza, i problemi di lavoro dell'uno, la tendenza ad annoiarsi dell'altra li hanno allontanati non riescono più a fare sesso (almeno non fra di loro). Il matrimonio è sull'orlo del baratro: riusciranno a salvarlo? Più che gli incontri con la consulente matrimoniale, saranno decisivi gli appuntamenti preliminari al pub: tra un sorso di vino bianco e una pinta di birra sarà possibile per Tom e Louise sviscerare sogni, dubbi e desideri e dirsi, finalmente con sincerità, cosa vogliono cambiare e cosa vogliono salvare del loro matrimonio.

“Lo stato dell'unione” è un libro che si legge in un soffio, vi strapperà qualche risata e vi trasmetterà un po' di malinconia. L'amore, quando diventa un matrimonio che dura da tanto tempo, si trasforma, cambia e risente della stanchezza, delle insoddisfazioni personali, della difficoltà a comunicare dei coniugi.

“ «No, non... Stiamo uscendo dal seminato. Ma forse è questo che ci aspettiamo da un matrimonio. Una macchina a moto perpetuo che non esaurisce mai l'energia. Però noi abbiamo dei figli, un mutuo, tua madre, mio padre, il lavoro, il non lavoro... Come fa uno a non sentirsi oppresso da tutto questo?»”

Non resta che parlarne in modo brillante e pungente, mescolando la tristezza all'ironia, con leggerezza.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    10 Ottobre, 2019
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Non aprite quella porta

"Fendevo l'acqua con il corpo, filando da un'estremità all'altra della vasca come una macchina ben oliata, azionata da gesti precisi, perfettamente concatenati. Quando toccavo la parete facevo una capriola e puntavo i piedi per spingermi nell'altra direzione.(...) Il vigore che mi gonfiava i muscoli mi rallegrava, inanellai le vasche senza contarle. Alla fine, sott'acqua, braccia lungo i fianchi, mi lasciai andare. La testa sbucò dalla superficie, con la bocca aperta per respirare l'aria, le mani trovarono il bordo e, sfruttando lo slancio, effettuarono con scioltezza un sollevamento per tirare fuori dall'acqua il corpo grondante."

Un uomo biondo, una donna bionda con lo chignon, un'altra con i cappelli corti corvini, un bambino biondo, un uomo bruno e una donna formosa dai cappelli rossi, questi sono i personaggi dell'ultimo libro di Jonathan Littell. Niente nomi, solo caratteristiche fisiche. Sette capitoli circolari, in cui viene descritta la stessa storia, però da più prospettive: l'io narrate è ora l'uomo biondo, ora la donna bionda con lo chignon, ora il bambino biondo. Iniziano tutti con l'uscita di un corpo grondante dalla piscina per poi concludersi sempre lì con un preciso tuffo. Nel mezzo, una ricerca, una fuga del narratore dentro un lungo e contorto corridoio buio contente tante porte che danno su vari scenari di vita. In tutti i sette capitoli, questi scenari sono gli stessi e si succedono nella stessa ordine: la vita di famiglia, due amanti in albergo, un monolocale dedicato alla solitudine, una festa di gruppo e infine una scena di guerra. Mutano i personaggi, gli oggetti e le situazioni, penetrano da uno scenario all'altro e subiscono metamorfosi, si sdoppiano, un grido di una scena avrà l'eco in un altra. Ad esempio, nella scena famiglia il bambino biondo gioca nella sua cameretta con dei soldatini giocatolo uccidendoli, nella scena guerra invece il bambino biondo viene crudelmente ucciso dai soldati.

Questa circolarità dei singoli capitoli e la connessione delle cinque scene si estende anche all'insieme del libro. Man mano che si va avanti nel romanzo si percepisce un aumento di intensità di questa fuga nel corridoio buio e le piccole scene si sviluppano da un capitolo all'altro avendo un loro epilogo. Per quanto sia fissa e matematica l'impostazione del romanzo, con ripetizioni anche di intere frasi che il lettore ormai imparerà a memoria e rappresenterà per lui delle linee guida, tipo "tu sei qui" sulle mappe, essa contiene un gioco di specchi, di sdoppiamenti, un labirinto in qui tutto muta e si trasforma: "come il racconto di quell'evento inaudito che adesso sto cercando di costruire, facevo acqua da tutte le parti; fuggivo, ma in me stessa, per sempre libera."

La particolarità di questo romanzo non consiste soltanto nella forma ma anche nel suo contenuto che è caratterizzato da un alto tasso di violenza ed erotismo. Il sesso è presente quasi in tutti i scenari e viene descritto in tutte le sue forme, da autoerotismo a orgie omosessuali. Credo che Littell sia un ibrido tra De Sade e Henry Miller, ci sono delle scene allucinanti che però, prima ancora di disgustare il lettore, incuriosiscono perché inaudite e scritte, secondo me, bene. Eccone un esempio:

"Appoggiai le rotule sul campo di erbe del copriletto e mi voltai: il mio orifizio macchiato di sangue era al centro dello specchio, delineato da due pieghe di carne gonfie, pelose, che scostai e scrollai come vecchi cenci lerci, scoprendo le mucose rosa e l'apertura spalancata che, man mano che vi affondavo le dita, si dilatava smisuratamente, senza limiti, un organo cavo ripiegato su se stesso, senza più alcuna relazione con me. Alla fine tutta la mia mano si ritrovò al suo interno, il polso stretto fra i tessuti spugnosi e sporchi, e mossi le dita, pizzicando i nervi come corde, inviando lungo il mio sistema nervoso i trilli di una musica al tempo stesso priva di timbro e carnale, che si raggruppava qua e là in vibrazioni convergenti prima di implodere, e scoccare di rimando fiotti di luce che mi attraversavano a rimbalzi il corpo svuotato, sparpagliandolo per la stanza. Ciò nonostante il sesso non cessava di rimanere spalancato, ora occupava la maggior parte dello specchio con tutta la sua profondità aperta dalle mie due mani, nera, abissale, alla fine abbastanza grande perché ci ficcassi tutta la testa e la facessi scomparire dentro, seguita dall'insieme dei miei organi che da lì si dispersero nel grande appartamento, lasciando il corpo vuoto disteso sul copriletto verde e oro, una conchiglia bianca e liscia, senza asperità, pura superficie avvolta dal sonno."

Così come mancano i nomi ai personaggi, a loro mancano anche i pensieri, i sentimenti e lo spirito critico. In questo libro, nonostante la narrazione sia in prima persona, tutto viene descritto con assoluto distacco, c'è un silenzio totale della coscienza dei personaggi, delle loro intenzioni, di ciò che reputano giusto o sbagliato,si limitano solo a descrivere il presente "visibile", non esistono legami affettivi non esistono rimpianti o introspezioni, esiste solo "ora" in un mondo estraneo a loro. Solo nel finale, l'autore sembra rompere questo silenzio e lasciare trasparire un messaggio:

"mi sentivo invaso da un vasto senso di futilità, forse, pensavo, se avessi scorto qualcun altro, una figura umana, avrei potuto raggiungerla, avremmo camminato insieme e questo avrebbe forse alleviato un po' i nostri passi, perché anche se non ci fossimo parlati, se non avessimo scambiato nemmeno una parola, avremmo sentito il nostro rispettivo respiro e il suono delle nostre falcate, una presenza, quindi, sarebbe stata lì accanto a me e io accanto a lei, avrebbe avuto un che di vagamente confortante, ma non c'era nulla, nemmeno un'ombra (...)".

Per concludere, è un libro di forte impatto: violentissimo, freddo, osceno, sporco, immorale ma cattura proprio per questo fascino del male e per il modo in cui è stato scritto e che fa la differenza tra un bravo scrittore e uno mediocre. Trasmette un grande senso di solitudine, però, del resto, si nasce e si muore soli, e nel mentre la situazione cambia di poco.

Piccola curiosità: Il sottotitolo” Nuova versione” fa riferimento all’ampliamento del libro originale,” Una vecchia storia”, pubblicato qualche anno prima e contenente i primi due capitoli. La nuova versione ne aggiunge i successivi cinque e secondo me è un esperimento riuscito che incorpora perfettamente la versione precedente e da luce a un nuovo libro, più compatto.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    04 Ottobre, 2019
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Che stia davvero tornando il King di una volta?

Intendiamoci, "L'istituto" non è un'opera esente da difetti e probabilmente non è neanche lontanamente accostabile a quei capolavori che sono "Il miglio verde", "22/11/'63" oppure "It"; ma è comunque un romanzo che ci fa risentire il sapore del King migliore, quello che l'ha portato a essere quello che è.
Mentre in seguito alla lettura di "The Outsider" poteva sussistere il dubbio che fosse solo una buona uscita in mezzo alle tante recenti delusioni, la lettura di quest'ultimo romanzo ci rivela un King in grande spolvero e fa recuperare speranze ai suoi fan che sperano in altri capolavori che siano al livello delle opere del passato, anche perché a rigor di logica un autore dovrebbe essere come il vino e migliorare col passare degli anni. Ai tempi di della trilogia che aveva inizio con "Mr. Mercedes" sembrava che questo discorso non si applicasse in questo caso, e che il Re fosse precipitato in un rovinoso declino senza uscita.
Questo timore potrebbe essere infondato.
Lo stile di King è coinvolgente e scorrevole come sempre, capace in certi tratti di tenerti incollato alle pagine, anche se ci sono dei momenti in cui la storia tende a rallentare e l'autore a ripetersi. L'originalità della storia e il mistero che la impregna, tuttavia, riescono a stimolare la curiosità del lettore e a spingerlo a non demordere anche nei tratti più lenti.
Come dicevo all'inizio però, quest'opera non è esente da difetti; anzi, direi che ce n'è uno piuttosto evidente che nella mia testa ha un po' sminuito il valore di tutta la storia, perché è su questo presupposto che si regge tutta la trama tessuta dall'autore. Non posso essere più specifico, altrimenti rischierei la lapidazione per "spoileraggio" acuto, ma posso dirvi che un lettore attento e più schizzinoso di me che si accorga della stessa incrinatura narrativa, potrebbe avere una reazione molto meno pacata della mia, che mi sono limitato ad abbassare di un'unità il voto al contenuto.

La storia si concentra su Luke Ellis, ragazzino dodicenne dall'intelligenza talmente straordinaria da portarlo anche a una così giovane età, a presentarsi per i test d'ingresso di due importanti università. Contemporaneamente.
L'intelligenza, tuttavia, non è l'unica peculiarità a rendere speciale questo ragazzino, e saranno proprio le sue altre doti a spingere una squadra di rapitori a uccidere i suoi genitori, rapirlo e portarlo in una struttura detta "L'istituto". Luke si risveglierà in una stanza in tutto e per tutto simile alla sua, se non fosse per la totale assenza di finestre.
In questo Istituto Luke conoscerà tanti altri ragazzi come lui, che vengono sottoposti ai trattamenti più brutali pur di far emergere le loro capacità, che a quanto sostengono i direttori di quell'inferno vengono utilizzati per "il bene della nazione". Cosa può capirne un bambino, per quanto dotato, del bene di una nazione? Come può un bambino anche solo pensare di sacrificare la propria spensieratezza nel nome di qualcosa che non è ancora in grado di capire?
King mette in piedi una storia originale, che potrebbe concludersi con questo tomo o anche dipanarsi in nuove pubblicazioni. Certo, occorrerà impegno per dare nuova linfa a una storia che sembra averci già detto molto di quel che aveva da dire, ma potrebbe valerne la pena.

"C'era un aggettivo per definire le persone come lei, ed era: fanatica. Eichmann, Mengele e Rauff erano scappati, seguendo la loro natura di codardi e di opportunisti, ma quel fanatico del loro Führer era rimasto e aveva preferito suicidarsi. Luke era quasi certo che, avendone l'opportunità, quella donna avrebbe fatto altrettanto."

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Settembre, 2019
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Il ritratto vivido della Barcellona inizio '900

Il suo nome è Dalmau Sala, è figlio di un anarchico giustiziato dalle autorità, esiliato e poi deceduto a causa delle torture subite, vive con la madre Josefa e la sorella Montserrat e presta i suoi servigi presso il maestro Don Manuel proprietario della “Manuel Bello Garcìa. Fabrica Azulejos”, un luogo che, superata l’insegna in ceramica azzurra e bianca, si estende tra vasche e seccatoi, magazzini e fornaci. Si tratta di una fabbrica di medie dimensioni specializzata nella realizzazione di lavori in serie e nella realizzazione di pezzi speciali disegnati o immaginati dagli architetti e dai capomastri per gli edifici o per i tanti esercizi commerciali, botteghe, farmacie, alberghi, ristoranti e locali vari che facevano della ceramica l’elemento decorativo per eccellenza. Questo è il lavoro di Dalmau: disegnare, creare progetti originali poi prodotti in serie che entrano a far parte del catalogo della ditta nonché concretizzare e sviluppare i progetti ideati dai capimastri nella costruzione di case e negozi, spesso soltanto abbozzati, o ancora, realizzare i modelli che i grandi architetti modernisti presentano a lui già perfettamente elaborati. Il disegnatore, di umili vesti e origini, lavora in uno studio accanto a quello del maestro, dispone di uno spazio proprio in cui disegnare piastrelle con motivi orientaleggianti, dai fiori di loto, alle ninfee, ai crisantemi. Aveva perfezionato l’abilità nel disegnare fiori seguendo vari corsi nella scuola della Llotja di Barcellona, dove era entrato all’età di dieci anni, una scuola che comprendeva dall’aritmetica, alla geometria, al disegno figurato, geometrico e orientale, al disegno applicato alla produzione industriale.

«In definitiva, aveva imparato tutto quello che c’era da sapere sulla posa di piastrelle e mosaici, finché, a soli diciannove anni, grazie ai suoi meriti era diventato il primo disegnatore e progettista di Don Manuel. Invidie e rancori, ovviamente, non erano mancati in una fabbrica dove a molti costava fatica obbedire a un giovane che neanche si presentava in abiti eleganti, con tanto di cappello, e che, fino a poco tempo prima, lavorava in ginocchio accanto a loro; tuttavia, il talento e la professionalità di Dalmau avevano ben presto dissipato i malumori»

Follemente innamorato di Emma Tàsies, una donna abile nei lavori in cucina e per questo impiegata in una trattoria, dai seni grandi e sodi, il ventre piatto, la vita stretta e i fianchi tondi, una donna voluttuosa e molto ben proporzionata, il viso ovale dagli occhi grandi e castani, labbra carnose e zigomi pronunciati e naso dritto, deciso che ne annunciava il temperamento e il carattere determinato e indipendente, Dalmau è preoccupato per le stesse ideologie rivoluzionarie che la caratterizzano e che sono proprie anche della sorella.
Siamo a Barcellona nel 1901. La vita dei protagonisti è caratterizzata da grandi tensioni sociali; la miseria delle classi più deboli si scontra con il lusso delle classi più forti, con la rivoluzione industriale e le sue continue e inarrestabili evoluzioni, con il sopraggiungere di una nuova e rivoluzionaria stagione artistica, quella del Modernismo. Le classi operaie non rifuggono agli scioperi, alle proteste, anche se ciò può comportare un prezzo molto alto da pagare. Montserrat, a sua volta anarchica come il padre e il fratello maggiore dei tre, Tomàs, di fatto soltanto una libertaria che aspira al bene comune e ad abolire la schiavitù degli operai affinché tornino ad essere liberi, un’ingenua idealista, lo constaterà sulla propria pelle nel momento in cui verrà arrestata e condotta nel carcere di Amalia, luogo dove subirà molteplici violenze, anche sessuali. Come tirarla fuori? Come salvarla da quell’accusa di ribellione e di aggressione a un soldato che aveva addirittura graffiato oltre che colpito tanto da finire sotto la giurisdizione del tribunale militare e non più civile? C’è soltanto una persona che può aiutare la donna e quella persona è Don Manuel che, come ha salvato Dalmau dall’obbligo militare pagandone l’esonero, può intervenire a favore della diciottenne ma ad una sola condizione: la sua conversione al cattolicesimo.
Da questi brevi assunti ha inizio “Il pittore di anime” un romanzo ricco di spunti di riflessione e stratificato che conduce il lettore alla riscoperta di un periodo storico di grandi mutamenti fatto di luci e ombre che si susseguono ed intersecano tra loro.
L’autore non si risparmia nella narrazione, riesce a ben bilanciare le vicende storiche con quelle dei personaggi che in un crescendo costante invitano a proseguire nella riscoperta delle vicende in quello che è un romanzo emozionante in cui non mancano i sentimenti, non manca la solidarietà, non manca l’amore, non manca il cambiamento. L’impressione del conoscitore man mano che il testo si apre nelle varie danze è proprio quella di trovarsi innanzi ad un quadro che viene dipinto pennellata dopo pennellata. L’opera si dipana in un lasso temporale ampio, tocca molteplici problematiche, affronta la crisi economica, affronta la povertà, il corpo privato della sua dignità per la sopravvivenza, affronta la menzogna, la malattia, la voglia di riscatto, la vendetta personale, la ribellione, l’ingiustizia e molto molto altro ancora. I personaggi sono tutti magistralmente costruiti e le descrizioni delle ambientazioni che li accompagnano per mano rendono il componimento ancora più vivido e veritiero nella mente di chi legge. Il tutto partendo dalla dicotomia tra lotta operaia e classe ricco borghese incrollabilmente di fede cattolica, il tutto partendo dalla dicotomia tra ribellione alla grigia tradizione e società in evoluzione.
Il risultato è quello di uno scritto godibilissimo, che si fa divorare, che cattura pagina dopo pagina e che mantiene alta la qualità delle opere a firma Ildefonso Falcones. Diverso da opere quali “La cattedrale del mare” ma non per questo a loro inferiore. Tra le pagine il Falcones a cui siamo abituati si ritrova interamente, in ogni suo corollario e in ogni sua sfumatura. È un volume, ancora, che ricorda, a tratti, lo stile e l’impostazione di Ken Follett ne “La trilogia del Novecento” e per questo mi sento di consigliarlo a tutti coloro che amano il romanzo storico nonché i libri di sostanza e di spessore.

«Bisogna andare avanti, ma non credo che tornare al monumentalismo, all’architettura che cerca una bellezza monumentale o addirittura la manifestazione del potere, e che alla fin fine si sottomette ai dettami della politica, sia paragonabile al Cubismo o al Surrealismo, che sono le massime espressioni dell’indipendenza e della libertà interpretativa dell’artista. Nel Noucentisme e nelle altre correnti simili che si diffondono in tutta Europa, le istituzioni si arrogano il diritto di promuovere l’arte pubblica, l’arte urbana, e lo fanno secondo la loro ideologia, che ancora una volta tentano d’imporre al pubblico» p. 673

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Settembre, 2019
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Un semplice primo amore

Quando ho letto la trama di questo libro sono rimasto piuttosto incuriosito: mi fa sempre un certo effetto veder citare determinati autori, e leggere il titolo “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut mi ha fatto ben sperare riguardo questa storia, spingendomi a leggerla. Tuttavia, come succede con marchette, fascette e affini, anche la trama può essere ingannevole. Mentre nella mia mente immaginavo una storia di formazione in cui i libri(quelli belli) hanno un ruolo fondamentale, mi sono ritrovato a leggere niente altro che la storia di un primo amore adolescenziale, che non ha molto di originale e in cui i libri non hanno il ruolo che avevo sperato.
Certo, lo stile dell’autore è scorrevole(e ci mancherebbe, considerando il genere a cui si è rivelato appartenere), ma manca di quel qualcosa che può distinguerlo dalla miriade di altri libri simili. Non ho letto l’altro libro dell’autore che, stando alla fascetta dovrebbe aver venduto milioni di copie, ma dovesse essere simile fatico a spiegarmene il motivo.
Non si può dire che Nicholls sia stato una rivelazione, insomma, tuttavia c'è da dire anche che non prediligo il genere.

La storia è completamente incentrata sulla figura di Charlie Lewis, fresco diplomato e non certo con lode. Ragazzo che si autodefinisce piuttosto anonimo, che vive una situazione familiare non facile e non fa altro che vivere la vita piuttosto passivamente, senza una vera passione che gli infiammi l’anima. Il suo unico passatempo è divertirsi in modi piuttosto "estremi" in compagnia del suo gruppetto di amici.
L’estate in cui la scuola finisce, tuttavia, si rivelerà piuttosto densa di avvenimenti: lo porterà ad allontanarsi dai suoi vecchi amici e, casualmente, incontrare quello che sarà il suo primo amore: Fran Fisher. Quella che inizialmente sarà una cotta lo spingerà a far parte di una compagnia teatrale, la Compagnia del Bardo, che sta lavorando per mettere in scena Romeo e Giulietta. Qui Charlie incontrerà anche molti dei suoi ex compagni, con i quali stringerà rapporti che durante la scuola non si sarebbe mai sognato. Questa nuova esperienza porterà Charlie a sbocciare, non senza difficoltà, introducendolo nel nuovo mondo dell’età adulta.

"[...] per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient'altro, qui c'è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai dei gusti più raffinati... Ma quando la senti per radio, be', è ancora una bella canzone. Proprio bella."

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Settembre, 2019
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La voce di Briseide

«Alle donne si addice il silenzio»

Se è vero che la storia viene raccontata e tramandata dai vincitori, è altrettanto vero che per molti secoli la letteratura ha avuto la voce quasi esclusiva dei maschi. Alle donne si richiedeva di essere sottomesse, di arrendersi placidamente alla propria sorte e soprattutto di essere silenziose. Mai soggetti narranti, al massimo oggetti vuoti ed esteriori di racconti con protagonisti gli uomini.

Pat Barker ha cercato, ai nostri giorni, di restituire invece una voce a quei soggetti della letteratura che nell'Antichità non l'hanno potuta avere: le donne appunto. Possiamo così leggere una riscrittura dell'Iliade fatta dal punto di vista di Briseide. Quante volte, leggendo questo classico dei classici, questa storia immortale che ha sconfitto il tempo per innumerevoli generazioni, ci siamo trovati al cospetto di questa ragazza! Una schiava, un premio di guerra del famoso eroe Achille. Quante volte ci siamo soffermati a riflettere su quello che poteva voler dire ciò? Essere una schiava, essere un premio di guerra. Pat Barker ci conduce in questo territorio inesplorato e ci fa rivivere la famosa guerra attraverso la voce atterrita e disincantata di Briseide.

«[...] A furia di ripensare al mio tentativo di fuga, mi ero convinta di aver voluto evadere non tanto dall'accampamento degli achei, quanto dalla storia di Achille; avevo tentato, e non ci ero riuscita. Perché questa, badate bene, era la sua storia: la sua ira, il suo dolore. Che io fossi in collera, che soffrissi anch'io, non importava. E invece eccomi di nuovo lì, ad aspettare il momento in cui lui avrebbe deciso che era ora di andare a dormire: ancora in trappola, ancora imprigionata dentro la sua storia, senza una parte autentica da poter definire mia.»

La narrazione si apre con l'assedio da parte degli achei della città di Lirnesso, alleata di Troia. Ben presto i guerrieri greci la espugnano e uccidono tutti i maschi. Briseide è la giovane moglie del re Minete e, insieme alle altre donne, viene fatta prigioniera e portata come trofeo di guerra nell'accampamento greco sulla spiaggia alle pendici della città di Troia. Sarà scelta come premio da Achille, sarà la sua schiava. Briseide è una sopravvissuta: ha visto morire, trucidata per mano di Achille, tutta la sua famiglia. La sua vita precedente non esiste più, non ha più uno status sociale, parenti, protezione. Ma ciò che è più difficile da sopportare è diventare la concubina dell'assassino dei suoi familiari, dello spietato uccisore dei suoi fratelli, di Achille. Briseide è una schiava, è costretta a servire, curare, assecondare i desideri sessuali dei propri nemici. Inizialmente è fiera ed orgogliosa, e prova repulsione verso altre donne che mostrano condiscendenza e attaccamento verso i greci. Eppure con il tempo ogni confine è destinato a sfumarsi, ogni netta separazione sembra sfaldarsi fra chi condivide la stessa condizione della guerra. É vero, la posizione dei guerrieri achei è ben diversa da quella delle schiave troiane, ma alla fine il destino di tutti è subordinato alla stessa logica violenta e disperata della guerra. Una sorte che accomuna tutti, uomini e donne, vincitori e sconfitti.
É in questo contesto che può prendere vita e diventare reale un sentimento affettuoso verso il proprio rapitore, o un gesto ospitale e rispettoso verso il più acerrimo nemico.

«Tuttavia è alle ragazze che penso più spesso. Arianna, che sul tetto della cittadella mi aveva teso la mano prima di gettarsi nel vuoto. Oppure Polissena, che solo qualche ora prima aveva detto: “Meglio morire sulla tomba di Achille che vivere ed essere schiava”. Sul promontorio soffiava un vento freddo, e io rimasi lì, a sentirmi volgare, stupida e abietta al cospetto della loro fiera purezza. Ma poi il bambino scalciò. Premetti forte una mano sulla pancia e mi rallegrai di aver scelto la vita.»

In conclusione quindi, un romanzo riuscito, che, pur facendoci riconsiderare l'Iliade con uno sguardo diverso, ne conserva comunque la potenza e la grandezza letteraria.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    13 Settembre, 2019
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la mitologia del vivere sentimentale


Chiara Valerio, responsabile della narrativa italiana per la casa editrice Marsilio, lavora anche a Rai Radio 3. Il suo ultimo libro è Storia umana della matematica. Ora esce con Il cuore non si vede, un libro di grande classe, scritto con una prosa più che perfetta. Purtroppo il contenuto, la trama non è stata di mio gradimento.
Il libro racconta la storia di Andrea Dileva, che una mattina si sveglia, improvvisamente, accanto a Laura, sua moglie, e scopre di non avere più un cuore. Più avanti si scopre manchevole anche dei polmoni. Come è possibile? Come fa a vivere ugualmente? Lui, quarantenne, professore di greco, ottimo studioso , si ritrova in una situazione paradossale. Lui che vedeva:
“Il futuro d’altronde non era roba per lui. Aveva fatto studi classici e insegnava greco, ea un’autorità, e , a tratti, non gliene importava niente, andava in giro per convegni e si annoiava, formava studenti dicendo loro che senza memoria del passato non esiste immaginazione del futuro e probabilmente, mentre lo diceva e ripeteva, ne era convinto, ma no, il futuro non gli interessava. Si situava , come Borges, in un punto indefinito della decadenza dell’impero romano. Il suo sentimento più persistente era il tramonto.”
Lui che considerava
“la mitologia come l’archetipo di ogni cosa”,
non sa come trovare una soluzione. Ragiona e riflette, affermando di essere
“diventato uno studioso di mitologia ma avrei potuto diventare un cocainomane, così esposto alla polverina che dà allegria. “
Potrebbe cercare una soluzione con Carla, la sua amante. Ma lei a sua volta ha un marito, un figlio, un lavoro e con il suo corpo ha sempre avuto un rapporto altalenante. E allora Simone, suo figlio, che gli è molto affezionato e comprende le situazioni più articolate. Ma lui è un bambino, quel figlio che lui avrebbe tanto voluto avere. Simone:
“era il vaso per tutti i fiori raccolti in solitari e meno solitari anni di studio, (…) era la terra per quelli che lui credeva fiori recisi e invece si erano rivelati capaci di semi e germogli.”
In questo modo si forma intorno alla sua persona un coro di donne che raccontano la loro storia, stupendolo con ironia e passione. Fino al finale, sorprendente e metafora dei tempi moderni.
Un libro che mescola mitologia, l’amore per un passato ricco di cultura, profondo e colto, all’oggi, dipinto come insicuro, fragile, poco coinvolgente e superficiale. Un flusso di coscienza ininterrotto, metafora della fragilità e della sofferenza dei sentimenti e della condizione umana. Un ottimo e perfetto esercizio di scrittura, privo di una trama e di un contenuto coinvolgente.

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Religione e spiritualità
 
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archeomari Opinione inserita da archeomari    09 Settembre, 2019
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Una lettura nuova e una nuova consapevolezza

Dopo “Le ultime diciotto ore di Gesù “ in cui si narrava del processo, della tortura e della morte di Yehoshua ben Yosef (Gesù figlio di Giuseppe), Corrado Augias torna a parlare dei testi religiosi, per la precisione dei quattro Vangeli canonici, ma con un taglio innovativo.
Partendo dell’osservazione di Borges, secondo il quale i testi sacri sono un ramo della letteratura fantastica, Augias affronta la narrazione dei Vangeli lontano dal manto fideistico e teologico, come è suo stile e, insieme a Giovanni Filoramo, emerito professore di Storia del Cristianesimo, ci parla dei vari personaggi del racconto evangelico come se fossero personaggi di una qualsiasi pregevole opera di letteratura.
In effetti le Sacre Scritture, considerando tutto il complesso di testi che formano la Bibbia, comprendono anche cantici e salmi, testi poetici in qualche modo, quindi quale punto di vista migliore per leggere anche i quattro Vangeli?
Questa tecnica permette di focalizzare l’attenzione su figure importanti nella vita di Gesù: i suoi genitori terreni, che risultano alquanto sbiaditi nei testi in esame, suo fratello Giacomo (il termine ‘adelphos’ in greco significa ‘fratello di sangue’, ma la Chiesa, per la difesa del dogma della verginità perpetua di Maria, non ammette tale traduzione), il procuratore Ponzio Pilato, Pietro, i componenti del sinedrio, etc. Senza trascurare però i personaggi che dalle narrazioni evangeliche appaiono delle semplici figurine: Lazzaro, i Magi, Barabba, il famoso e sconosciuto legionario che infierisce sul corpo esanime di Gesù e altri ancora.
Nel libro c’è un paragrafo interessantissimo anche sulla natura, che è sempre sullo sfondo delle azioni di Gesù e che si può leopardianamente interpretare come fredda, distante ed indifferente alle sorti umane.
Questo tipo di lettura, sostenuto dalla cultura storica di entrambi gli autori (innegabilmente profonda quella del professor Filoramo) e che non si concentra più solamente sulle ‘intoccabili’ figure di Gesù e/o di Maria, probabilmente susciterà meno polemiche da parte dei teologi e del mondo intellettuale più o meno cattolico, rispetto a quando Augias pubblicò insieme a Mauro Pesce “Inchiesta su Gesù”. Ma non è detto!

Anche nel caso di questo saggio, come per “Inchiesta su Gesù”, la trattazione si svolge sotto forma di conversazione tra Augias e lo specialista di Storia del Cristianesimo, il professor Filoramo e, come al solito, le domande del primo sono tante, ma le risposte univoche, comprensibilmente, sono veramente poche. Il professor Filoramo, lungi dal fare forzature, ricorre comunque a ipotesi probabili e ben ponderate alla luce del confronto dei vari testi e delle notizie storiche in suo possesso. Molto controverso è lo stesso processo contro Gesù, riportato in maniera diversa dai quattro evangelisti che, probabilmente non sono mai esistiti:

“(...) quegli autori non ci sono. I nomi che identificano i vari testi sono attribuzioni convenzionali o di comodo, non corrispondono a delle persone reali. Per esempio: a seconda di come si collocano Luca e Matteo rispetto al più antico Vangelo di Marco, Matteo si rivolgerebbe prevalentemente ad un pubblico giudeo-ellenistico, per cui le date potrebbero essere gli anni Ottanta per Matteo e gli anni Novanta per Luca”.

Spesso ci sono divergenze tra il loro modo di narrare alcuni eventi e anche in contesti in cui essi sono inseriti.
C’è da aggiungere che Augias, nelle sue conferenze non molto tempo fa, ha detto di non volersi “fidare” troppo dell’evangelista Matteo, perché troppo filoromano e lo stesso papa Ratzinger, da teologo , nel suo libro, “Gesù di Nazareth” (2007) lo dichiarò. Questo per evidenziare quanto sia difficile muoversi con disinvoltura tra i Vangeli canonici, essendoci spesso molte incongruenze tra le narrazioni e la spiegazione a tali incongruenze non è affatto semplice, poiché i Vangeli non vennero scritti immediatamente dopo la predicazione di Gesù: addirittura quello di Marco potrebbe risalire al II secolo, cento anni dopo i fatti narrati!

Colpiscono i rapporti genitori terreni-figlio Gesù, sui quali Augias punta la lente e focalizza alcuni aspetti che noi giudicheremmo atipici: l’irrispettosità a volte di Gesù nei confronti della madre (vedi episodio delle nozze di Cana), l’assenza di tatto nei confronti del padre , Giuseppe, quando nomina “le cose del Padre mio”. Questa rudezza viene giustificata dal Filoramo spiegando che Gesù predicava qualcosa che andava contro le Leggi ebraiche che seguivano i suoi pii genitori, ha esplicazione proprio nell’essenza della natura di Gesù e tutto ciò, quindi, comporta atteggiamenti poco riguardosi nei confronti dei genitori. Lui sa di essere l’Eletto.

Come si è detto, Augias insieme a Filoramo cerca di fare una ricostruzione letteraria dei Vangeli , tant’è che quasi in tutti i paragrafi, all’inizio, c’è una narrazione romanzata fatta dallo stesso Augias (un dilettarsi nella narrativa?) degli eventi che verranno poi trattati. Viene sottolineato anche come alcuni famosissimi particolari dei certe storie, siano in realtà degli espedienti letterari, talvolta di matrice ellenistica: il ballo sensuale di Salomè e la seduzione di Erode, il bacio di Giuda (che altro non è che l’agnitio, il riconoscimento, dal momento che non c’era alcun bisogno di indicare fisicamente Gesù ai suoi aguzzini), la stessa morte di Giuda, narrata però stavolta dagli “Atti degli apostoli” con particolari cruenti...
Lascio a voi altre intriganti scoperte, guidati dalla piacevolissima penna di Augias e la preparazione di Filoramo.


Interessantissima la lettura dei personaggi di Giuda e di Maria Maddalena, certamente le più affascinanti, dopo quella del predicatore Gesù, per tutta una serie di vicende che pochi conoscono, ma che gli autori svelano sottolineando anche la loro forte umanità. Non a caso queste figure hanno alimentato le fantasie di artisti, letterati e registi di ogni tempo, a testimonianza di quanto le Sacre Scritture, al di là del messaggio teologico, offrano anche un godimento letterario.

La letteratura è spesso costruzione, non solo ispirazione e i Vangeli stessi, presi in esame parallelamente tradiscono talvolta delle forzature, superate solo da una spiegazione simbolica e teologica. Ma al di là di questa “rigidità teologica” i protagonisti dei Vangeli sono “personaggi della vita, partecipi, uomini e donne, alla nostra comune condizione di mortali”.

Un interessante saggio dall’elegante veste editoriale, dettaglio che non guasta, con la sovracopertina recante l’eccelsa opera del Masaccio, “Il tributo”, perfettamente in armonia con il contenuto del testo.

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Innanzitutto i Vangeli e gli Atti degli Apostoli.
Augias - Pesce, Inchiesta su Gesù
Augias-Cacitti, Inchiesta sul Cristianesimo
Augias, Le ultime diciotto ore di Gesù
Augias-Vannini, Inchiesta su Maria
Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    09 Settembre, 2019
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Aurora e il buio

Torna la profiler Aurora Scalviati in L’ultima notte di Aurora, dopo essere già stata protagonista ne Aurora nel buio e Osservatore oscuro. Aurora è una donna difficile, con un trascorso travagliato, nel corso dell’ultima indagine una scheggia le si è conficcata nella tempia sinistra, soffre di un disturbo bipolare, è spesso alle prese con demoni che la tormentano, e sovente si chiede se:
“Si possa mai uscire dal buio?”.
Non è facile avere a che fare con lei, infatti:
“La tua necessità di tenere tutto e tutti sotto controllo è un mostro bulimico, pronto a divorare ogni cosa.”
Per cercare di superare le sue paure si reca alla conferenza del professor Manni, una autorità esperta di disturbi post traumatici. Lì, nel bagno incontra una strana ragazza, dai lunghi capelli neri, che poco dopo si getta dal terrazzo dell’albergo. Aurora è sconvolta ed è ossessionata dalla visione e dalle ultime parole dette dalla ragazza. Contemporaneamente deve occuparsi di un altro caso intricato: un uomo, Alberto Rivalta, viene trovato morto lungo le rive del Po. L’omicidio è particolarmente efferato, l’uomo, infatti, è stato bendato, torturato e il viso scuoiato. In tasca una strana fotografia di una bambina. Peccato che l’uomo non risulti essere sposato, né tanto meno padre. Ad Aurora non resta che indagare. Ma per farlo ha bisogno di rimettere insieme la sua vecchia squadra investigativa, i Reietti: Bruno, dalla cui morte della moglie non ha più notizie; Silvia ora divenuta guardia forestale, e Tom, l’hacker, esperto informatico. Ma non tutti sono disposti ad aiutarla e a tornare operativi. Non tutti vogliono soffrire nuovamente. E Aurora cosa fa? Come risolvere un
“mosaico che cominciava sempre più a prendere forma, assumendo i contorni di una ossessione?”
Un thriller che procede spedito, ambientato nella bassa emiliana, tra le brume e le nebbie fascinose del Po. Un libro ben analizzato e ben congegnato. Un testo preciso e puntiglioso, sicuramente frutto di un ottimo lavoro di ricerca, che si occupa dei demoni della mente, dell’esistenza di altre forme di vita, oltre la morte, di devianza mentale, di depravazione e di pedofilia. Temi trattati con sicurezza e con conoscenza dell’argomento. La vicenda narrata funge da pretesto per la discussione di temi di forte impatto emotivo, che percorrono tutto il narrato. Una lettura che non può che appassionare e trascinare il lettore negli abissi del buio più concreto, per poi emergere nel chiarore del giorno nuovo. Una bella lettura, intrigante ed avvincente.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto e amato Maurizio De Giovanni e la serie dei Bastardi di Pizzofalcone.
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Romanzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Settembre, 2019
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Un grande romanzo di attualità

«L’Europa ha pensato di fare una cosa simile con i migranti. Quando la gente saliva sui barconi, l’Europa ha cercato di chiudere il Mediterraneo E quando l’Europa si è accorta che non è possibile chiudere un mare intero e sorvegliare una costa tortuosa lunga migliaia di chilometri, allora ha spostato di nuovo il confine sulla terraferma, questa volta però in Africa. Ha pagato l’Egitto, l’Algeria, la Tunisia, il Marocco e un po’ anche i libici, ma un po’ di meno, ovvio. Perché a tutt’oggi nessuno saprebbe a chi darli i soldi, in Libia. Ma agli europei non è bastato. Anche perché i nordafricani hanno imparato la lezione e si sono messi a riflettere ad alta voce su cosa sarebbe successo se non avessero sorvegliato con attenzione quei confini. Lo hanno imparato dai turchi: grazie a loro hanno visto quanto rispetto e attenzione si riceve a far leva sui migranti. Così gli europei hanno messo mano ad altri fondi e tirato la linea successiva a sud del Sahara. Proprio per questo il sogno di Mahmoud di avere un passatore di prima classe non è più divertente. Perché nel frattempo ci sono soltanto passatori di prima classe.»

Siamo in un futuro non troppo lontano, l’era di Angela Merkel è giunta al suo epilogo, lo scenario che si apre innanzi ai nostri occhi è quello di una Europa chiusa e refrattaria ad ogni forma di accoglienza in cui il sistema degli sbarchi clandestini è stato debellato creando una sorta di frontiera invalicabile già nei paesi del nord-africa: pagando questi ultimi ogni forma di immigrazione è sorvegliata a vista in quanto per poter approdare in un paese europeo è necessario disporre di un passatore di prima classe, di disponibilità economiche non indifferenti e attendere, attendere il proprio turno, attendere di aver ricevuto una sorta di autorizzazione dallo stato ospitante che, come in primis la Germania, ha adottato una soglia massima di richiedenti asilo. Si sono così venuti a creare dei veri e propri lager di milioni di persone che semplicemente aspettano. Aspettano talmente tanto che sarebbero disposte perfino ad attraversare il deserto del Sahara a piedi pur di cambiare la loro condizione.
Nel frattempo, la presentatrice tedesca Nadeche Hackenbusch, nota per le sue partecipazioni a diversi reality show che non ne hanno certamente rivalutato la fama e rivalutata dal pubblico del piccolo schermo per aver portato alla ribalta diverse trasmissioni televisive tedesche grazie al suo impegno sociale, di modeste origini (non ce lo dimentichiamo, eh), dedita all’uso preventivo di botulino, ambiziosa e alla ricerca della vera notorietà, viene ingaggiata per recarsi personalmente in uno dei lager più grandi dove dovrà fare una serie di servizi atti a mostrare al pubblico europeo quel che si nasconde e cela dietro la facciata.

«Naturalmente non promette niente. Conclude la visita all’emittente con disinvoltura, come è nota fare. Ma quando è un’altra volta seduta nella sua limousine e detta alla nuova un capoverso della sua filosofia di vita, è ancora distratta anche se questo non è da lei. Si arrabbia quasi e tuttavia i suoi pensieri tornano sempre al trailer come lo avesse già finito di girare. La voce ferma e lei che dice: “Ospite stasera di Nadeche Hackenbusch: sua santità”.»

L’angelo della televisione, Malaika (come si dice in swahili) che aiuta i poveri, è giunta nei lager. In poche ore la voce si è sparsa, Lionel sa che lei è l’unica occasione per andarsene e spalleggiato da 150mila migranti e dal pubblico televisivo che li sta seguendo si mette in marcia verso l’Europa. Gli ascolti raggiungono le stelle, la pubblicità assicura milioni di entrate, il successo per l’emittente è assicurato. Ma la politica? Cosa fa in tutto questo la politica tedesca? Si muove? Valuta il problema? Riflette sul da farsi? No. La politica tedesca semplicemente si volta e attende. Un’attesa calma, placida, silente che vedrà il ministro dell’interno Leubl obbligato ad una scelta soltanto quando il corteo si sarà talmente avvicinato da costituire un vero problema. Cosa fare? Accogliergli o respingerli?
Ancora una volta, seppur a distanza di sei anni da “Lui è tornato”, Timur Vermes torna ad osservarci da vicino e questa volta si concentra sul tema dell’immigrazione nonché sulle pieghe che la nostra società contemporanea ha preso. La soluzione che viene proposta a questa grande e attuale problematica, che si sostanzia in somme di denaro devolute ai paesi africani affinché questi attuino un vero e proprio ferreo controllo a quelli che sono i flussi sino alla creazione di veri e propri campi di concentramento in piena regola, può da un lato risultare una soluzione assurda, dall’altro suscitare i favori di chi non è favorevole ad accogliere queste persone che sanno benissimo cosa lasciano ma non sanno cosa si troveranno davanti. Dittature, genocidi, povertà, guerre, discriminazioni razziali, soprusi, sfruttamenti di ogni genere sono soltanto alcune delle motivazioni alla base del loro spostamento. Vermes ci obbliga a soffermarci sul tema, ci obbliga ad interrogarci. Il lettore viene conquistato sin dalle prime pagine dall’universo che è stato costruito, divora il componimento eppure, una volta giunto alla sua conclusione, non lo mette via, questo continua ad esistere nella sua mente e continua a ripresentarsi suscitando ogni volta diverse riflessioni. Perché il tema dell’immigrazione è un qualcosa di attuale ma anche perché è un qualcosa di irrisolto e a cui una versa soluzione non c’è perché tante sono le ragioni insite alla base, le motivazioni che ne giustificano l’esistenza, le circostanze che lo rendono possibile. È un macro-problema, complesso e stratificato che qui viene analizzato con una doppia prospettiva, quella tedesca quale rappresentante dei popoli europei, quella dei lager nord-africani, quali rappresentanti dei flussi migratori.
Timur Vermes estende fino ai massimi livelli le circostanze narrate, non teme di destare gli animi, non teme di far storcere i nasi e proprio per questo arriva. Arriva grazie alla sua scrittura scevra, al suo stile limpido e accessibile a tutti, il suo stile ironico e acuto, alla sua attenzione costante verso quello che è il mondo che ci circonda in tutte le sue sfumature e drammaticità, grazie ad un epilogo che lascia un deciso retrogusto amaro.
Un libro per tutti e di tutti, un libro di quelli che vanno letti poco alla volta, gustati e fatti propri. Per riflettere, per guardare alla tematica da una prospettiva diversa.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    09 Settembre, 2019
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Rose e spine per Mina

Gelsomina Settembre, detta Mina, è una quarantenne divorziata, di professione assistente sociale. Svolge la sua attività scarsamente e saltuariamente retribuita in un Consultorio ASL sito in un palazzo fatiscente nei Quartieri Spagnoli di Napoli. La sua lotta quotidiana consiste nel sopravvivere alle GdM (giornate di merda), che il destino le ammannisce con sempre maggiore frequenza, e sopportare stoicamente i suoi due Problemi (entrambi con la P maiuscola). Il Primo, e più assillante, è rappresentato dalla madre Concetta. La donna, sin dalle prime ore del giorno, si aggira minacciosa per casa sulla sua sedia a rotelle - che, con cigolii vari, intona gli incipit di popolari canzoni (sempre diverse a seconda dell'oliatura ricevuta) – e non manca occasione per infamarla e sbatterle in faccia che sta invecchiando e che a quarant'anni suonati non ha ancora trovato un straccio d'uomo che la faccia vivere nell'ozio e nell'agio, per quando lei, pensionata invalida, non ci sarà più. Il Problema Due, invece, farebbe la felicità della maggioranza delle donne ma non sua. Mina, infatti, possiede un seno di esuberante, seducente, prorompente fastosità, del tutto ignaro dell’esistenza della forza di gravità. Ma lei lo umilia dentro maglioni informi o casacche monastiche perché le ripugna il fatto che gli uomini vogliano relazionarsi solo con quell'appendice fisica, che lei aborre, e non con la sua intelligenza superiore.
Le giornate al Consultorio, poi, sono sempre ugualmente frustranti, dovendosi confrontare con donne bisognose di aiuto che non vogliono o non possono essere aiutate e con utenti di entrambi i sessi che cercano solo di eludere leggi che non si possono trasgredire. Poi, saltuariamente, arrivano pure i guai grossi, quelli veri, quelli che non ti fanno dormire la notte, come quello che le rivela la piccola Flor. Ha solo undici anni, ma ormai la vita l’ha fatta maturare in fretta e con gli occhi sgranati dal terrore confessa a Mina che il padre, prima o poi, ucciderà di botte la madre, immigrata peruviana, che per lui non è altro che il comodo capro espiatorio su cui sfogare tutti i suoi improvvisi scatti d’ira cieca. Ma che fare, se la donna non vuole sporgere denuncia, a suo dire per difendere la bambina, e il padre è un delinquente d’alto bordo, forse collegato alla camorra e al traffico illecito di armi?
Il microcosmo di guai e insoddisfazioni di Mina, questa volta, poi, si incrocerà a sua insaputa con un problema ancora più preoccupante: a Napoli da qualche tempo sta operando un metodico serial killer che uccide le sue vittime con un colpo di Luger alla nuca, dopo aver fatto recapitar loro dodici rose rosse, gambo lungo. Apparentemente, non c'è alcun collegamento tra i morti, ma è evidente il nesso tra gli omicidi. Nessun altro indizio aiuta le indagini: i carabinieri e il Pubblico Ministero Dott. De Carolis brancolano nel buio, sinché…

Io ho un personale debito di gratitudine nei confronti di Mina: l’ho incrociata casualmente alcuni anni fa poiché era la protagonista di un racconto (“Un giorno di Settembre a Natale”) inserito in una delle numerose antologie stagionali di Sellerio (“Regalo di Natale in giallo”). È stato solo grazie a lei se ho conosciuto la splendida e immaginifica prosa di Maurizio De Giovanni di cui mi sono immediatamente, perdutamente innamorato.
Purtroppo, dopo quel breve incontro, Mina è scomparsa dai radar dei lettori affezionati dell’A. napoletano, apparendo solo in un raccontino ancor più breve sempre inserito in una miscellanea simile.
Quindi è con gioia che ho appreso l’uscita di questo romanzo interamente dedicato a lei.
Dopo una lunga attesa (inspiegabilmente il volumetto è uscito con oltre un anno di ritardo rispetto alla data inizialmente programmata), finalmente ho potuto leggere questa nuova opera di De Giovanni che si distingue nettamente dalle precedenti, note al grande pubblico.
Infatti, dove i romanzi del Commissario Ricciardi sono ammantati da una cappa di cupo pessimismo e di melanconica poesia, solo raramente diradata dai siparietti comici del Maresciallo Maione con Bambinella, i racconti di Mina sono tutti intessuti su una trama di ironia beffarda, di equilibrato umorismo, di graffiante causticità. In essi emerge più che altrove la filosofia dei napoletani per la quale anche le situazioni più drammatiche, in fondo, non sono mai cose serie e il lato comico della vicenda prima o poi emerge.
Poi, dove la serie dei “Bastardi di Pizzofalcone” appare come una fotografia a forti tinte dei mali di Napoli, le storie dell’assistente sociale pettoruta e dei personaggi che le gravitano attorno, invece, mostrano il lato più scanzonato della città partenopea, quello dove basta un po’ di inventiva, qualche sotterfugio al limite del lecito (o anche oltre questo limite, purché sempre sia a fin di bene) per risolvere “il guaio” di turno, per metterci “una pezza sopra”.
L’unico mio timore era che questo genere di storie non reggesse la distanza. Nel breve respiro di un racconto i vari tormentoni, le reiterate “uscite” di Concetta, del portiere-satiro Giovanni Trapanese, detto Rudy, del ginecologo Domenico Gammardella “chiamami Mimmo”, sono gradevoli e strappano più di un sorriso, quando non una piena risata liberatoria. Ma sulla lunghezza di un romanzo ce l’avrebbero fatta a non annoiare?
Sono stato felice di constatare che lo stile e l’abilità letteraria di De Giovanni abbiano vinto anche questa scommessa: “Dodici rose a Settembre” si rivela senza dubbio un buon libro, divertente, a momenti spassoso, pur trattando, coi dovuti rispetto ed empatia, le circostanze dolorose quando non addirittura tragiche che narra e senza rinunciare a qualche frase che fa meditare.
Forse l’A. ha insistito troppo su alcuni tormentoni, forse alcune battute dopo un po’ perdono di efficacia e freschezza, ma complessivamente l’opera è decisamente gradevole e leggibilissima. I personaggi sono ben delineati anche per chi li incontra per la prima volta e lo stile è (manco a dirlo) impeccabile, ma pure brioso e scorrevole.
Gli unici due nei li ho trovati nella trama più propriamente poliziesca. Infatti il killer delle rose rosse assomiglia decisamente troppo, come tipologia, modus operandi e moventi, a quello de “Il metodo del coccodrillo”. Ciò toglie ogni sorpresa al lettore affezionato al quale sembra di assistere ad un déjà-vu.
Inoltre uno dei pochi colpi di scena di tutto il romanzo va perduto per chi già conosce il personaggio di Mina e i suoi trascorsi familiari e, quindi, se lo aspetta sino dall'inizio. Ma va detto in tutta franchezza che questo romanzo non è un giallo in senso classico: l’indagine di carabinieri e PM fa solo da fondale alle tribolazioni della deliziosa assistente sociale. Lei si muove su un piano narrativo differente ed è su quello che va a posarsi la nostra attenzione. Solo nelle battute conclusive si trova a vivere, suo malgrado, una storia ancor più incasinata di quelle che è normalmente avvezza ad affrontare nelle sue consuete GdM, le quali, poi, alla fine, possono pure mostrare un lato non sgradevole e rivelarsi meno dM di quanto temuto.
In definitiva il romanzo è tutto da godere e assaporare.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ama De Giovanni, a chi ama Napoli e a chi vuol passare alcune ore in compagnia di una storia divertente e gradevole. L'aver letto precedentemente i due racconti d'esordio ("Un giorno di Settembre a Natale" e "Telegramma da Settembre") non è condizione essenziale per la comprensione delle situazioni, anzi, in alcune circostanze spoglia un po' la gioia della scoperta.
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siti Opinione inserita da siti    06 Settembre, 2019
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Due ragazzi del '99

È in libreria dal tre settembre il nuovo romanzo di Marcello Fois, scrittore prolifico che spesso ha fatto oggetto di narrazione la sua terra, la Sardegna, immergendo il lettore in atmosfere e ambientazioni pregne di storia, tradizioni, identità e che altre volte ha scritto sperimentando nuovi moduli letterari e abbandonando lo scenario noto della terra di appartenenza. “Pietro e Paolo” sigla il ritorno alla Sardegna , questa volta quella dei primi anni venti del Novecento, quelli immediatamente precedenti e di poco successivi al primo conflitto mondiale. È proprio la guerra è il fattore che determina il cambiamento del rapporto fra Pietro e Paolo, fra il figlio del servo e il figlio del padrone: sono coetanei e a dispetto della loro diversa estrazione sociale coltivano, crescendo insieme, una bella amicizia. Pietro custodisce il sapere antico, quello della terra, della conoscenza della flora e della fauna, Paolo gode del privilegio di poter frequentare la scuola e accedere al sapere , quello veicolato dalla scrittura, quello spesso snaturato dalla mancata conoscenza della realtà per cui si crede a tutto ciò che dice il maestro. I due bambini scambiano i loro saperi, li barattano, li intrecciano abbeverandosi così di un sapere più completo e traendone giovamento entrambi. Svelare oltre della trama andrebbe a rovinare il piacere di una lettura che fa leva sulla curiosità di capire a cosa allude la voce narrante, di sapere che cosa è successo e quale sarà l’epilogo della vicenda. La struttura stessa della narrazione, scandita da brevi capitoletti con una numerazione a ritroso dal sedici allo zero, accompagna velocemente il lettore alla fruizione dell’opera che ha il pregio di far godere di una buona storia capace di far riflettere sul valore dell’amicizia.

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    06 Settembre, 2019
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Le cose più semplici sono quelle più difficili da

"I cambiamenti climatici non sono un puzzle sul tavolino del salotto cui dedicarci quando siamo liberi e ci sentiamo ispirati. E' una casa in fiamme. Più tardiamo ad occuparcene più diventerà difficile occuparcene (...) ben presto raggiungeremo un livello critico di cambiamenti climatici fuori controllo che renderà impossibile salvarci a prescindere dai nostri sforzi."

Messaggio duro, apocalittico, che tutti noi sappiamo essere vero eppure non ci crediamo e individualmente non facciamo nulla che possa contribuire a un miglioramento dell'ambiente. Nella miglior ipotesi ne parliamo con falso pathos, come se fosse un problema di Marte e non nostro e sono sempre gli altri che devono fare qualcosa: le industrie, lo stato, le scoperte tecnologiche, cosa potremmo mai fare noi, 1 contro miliardi di persone e milioni di industrie? Rinunciare alla macchina e preferire i mezzi pubblici, viaggiare meno in aereo e ridurre il consumo di carne e derivati animali?! In primis la nostra rinuncia individuale avrà impatto zero, quindi perché farla? Inoltre, cosa non meno importante, verremo visti come fanatici, strani, incompresi e magari persino derisi dagli altri, quindi a maggior ragione non ha senso farlo - "non penserai mica di poter salvare il mondo?!" -? Siamo di fronte al paradosso del Comma 22 dell'omonimo libro di Heller: chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.». Nella nostra attualità il paradosso è: per salvare il pianeta tutti noi dobbiamo cambiare stile di vita, ma se gli altri non lo fanno allora non lo faccio nemmeno io! Un circolo vizioso che include tutti noi e il non agire è una trappola mortale per l'umanità. La soluzione c'è e nel caso dell'emergenza ambientale, l'autore ci invita a tutti a creare la ola, l'onda che travolge anche gli altri a reagire. Però questa ola deve avere un punto di partenza, un personaggio forte o un contesto forte che la scateni e gli dia inizio. Questo stesso libro può essere considerato il tentativo di creare una ola perché Jonathan Safran Foer è uno scrittore incredibilmente capace a suscitare emozioni, a smuovere l'animo con semplicità, non ha scorciatoie e va direttamente al cuore e alla coscienza del lettore che anche in questo caso non rimarrà indifferente.

Questo libro è a metà tra il saggio e il romanzo. Contiene il giusto numero di dati scientifici e tesi scientifiche senza mai annoiare il lettore perché essi sono intrecciati sia con esempi comportamentali realmente accaduti in caso di grandi disastri (esempio la seconda guerra mondiale, l'Olocausto e anche alcuni esempi biblici del vecchio testamento) sia con racconti autobiografici. Crea molti parallelismi e a costo di sembrare ripetitivo va a toccare spesso lo stesso punto ma lo fa sempre in un modo diverso, come se volesse essere capito da tutti e rafforzare bene il concetto in chi lo ha già colto, usando esempi dai più disparati: dai risultati degli sportivi alle Olimpiadi alla creazione dell'ola tra le api. Un libro che non è retorico, non incolpa nessuno e non da le solite indicazioni del tipo "comprate le auto ibride o elettriche" (sulle quali lancia un grande dubbio tra l'altro) o "chiedete ai vostri figli di rispettare il pianeta" o ancora "votate i partiti che ci tengono all'impatto ambientale". Lui prende una lente d'ingrandimento e la pone sulle soluzioni più semplici e alla portata di tutti e soprattutto su quelle che hanno maggior impatto in questa battaglia e che noi non vogliamo prendere in considerazione. Auguro al destino di questo libro di poter essere l'inizio di una ola, perché rappresenta un forte grido all'arresto di questo incontrollabile e inutile consumismo. Bel colpo anche questa volta, caro Foer.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    06 Settembre, 2019
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Impossibile o possibile?

«Penso ancora oggi che l’arbitro sia lo scopo e la funzione dello Stato, permettere ai partecipanti uno svolgimento secondo le regole. È ingenuo da parte mia, le vedo bene le disuguaglianze. Ma continuo ad essere un tifoso dell’arbitro. Per più di mezza vita ho studiato la legge per praticare la giustizia nella forma più vicina all’esattezza. Non è arido il Codice se cerca l’equilibrio dei pesi sopra i piatti della bilancia. Considero il mio lavoro un dovere civile. Ho per la giustizia la devozione che altri esprimono attraverso la fede.»

Impossibile che lei non abbia commesso il reato. Impossibile che io sia accusato del delitto. Due uomini, un magistrato istruttore, un ex compagno, un uomo che durante una scalata in montagna, avvistata una persona precipitare, chiama i soccorsi. Ma perché allora, il funzionario, è così sicuro della sua colpevolezza? Perché sostiene a così gran voce che in verità la caduta non è stata accidentale bensì premeditata? Perché è convinto che sia stato proprio il fermato a spingerlo giù dalla Cengia? Forse perché i due si conoscevano? Forse perché il deceduto quarant’anni prima si era reso colpevole di tradimento denunciando quelli che erano suoi alleati diventando collaboratore di giustizia? Ma a quale scopo? Per quale ragione?

«Chi ha commesso un tradimento ha tradito anche se stesso. Per quanto si convinca di avere fatto la cosa necessaria, ha strappato una parte di sé, dalla sua gioventù. So di un efficiente traditore che accompagnava i carabinieri nei luoghi dove potevano arrestare i suoi compagni, perché erano per lui le persone migliori che aveva conosciuto. Sapeva che sarebbero stati torturati, ma pure tradendoli, continuava a stimarli.»

Una faccenda, quella narrata, che riguarda il detenuto e l’istruttore che rappresenta lo Stato. Un duello tra presente e passato, tra individualità e senso di collettività, di solidarietà, tra valori di un tempo e valori di un altro, tra uomini che hanno vissuto un periodo storico e altri che ne hanno appreso i colori e le sfumature sulla carta, sui verbali. A far da sfondo la montagna, che è anche movente con la sua immobilità, con la sua impossibilità. Un interrogatorio, quello che ha luogo, che non risparmia colpi, che non ha remore, che passa dalla natura alla letteratura citando addirittura Leonardo Sciascia concentrandosi nel periodo in cui quest’ultimo ricoprì il ruolo di parlamentare ed evidenziando come moralità umana e legalità talvolta possano non trovarsi sullo stesso piano.

«Può darsi. Opposto invece è sottolineare la propria presenza, il desiderio ossessivo di lasciare traccia, immagine, espressione. Voler aggiungere il proprio nome all’elenco delle celebrità, così innumerevole da coincidere con l’anonimato. L’ossessione di farsi dichiarare notevole dagli altri non mi riguarda. Sono stato di una generazione che ha agito in nome collettivo perciò considero insignificanti le individualità, le personalità.»

Con “Impossibile” Erri de Luca offre al suo pubblico un romanzo intelligente, di facile lettura ma non di contenuto irrisorio, anzi. Al suo interno, tra lo scontro verbale che prende campo tra i due protagonisti, vengono affrontate molteplici tematiche della nostra società, della sua evoluzione, di quel che è diventata. Già dall’impostazione grafica – viene utilizzato il carattere che soventemente è di uso per la stesura dei verbali in tribunale e non solo – l’opera conquista e lascia il segno. Nel suo scorrimento il lettore più attento viene invitato ad interrogarsi su questioni di grande attualità che dimostrano e confermano la particolare attenzione politica e sociale di uno scrittore non indifferente al nostro quotidiano.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    05 Settembre, 2019
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La strada

Questo romanzo di Eggers è veramente molto bello. Ricorda per alcuni tratti Il deserto dei tartari di Buzzati e anche La strada di Cormac, dato che proprio della costruzione di una strada tratta il romanzo. Questa strada viene costruita in un paese presumibilmente africano, devastato da una guerra civile, in cui ancora girano fazioni nemiche. Dovrebbe essere un simbolo di rinascita dopo la devastazione, di pace dato che entrambe le fazioni collaborano alla costruzione, dovrebbe portare vita, aiutare forme di commercio, facilitare la vita alla gente, per esempio ai malati che necessitano di cure mediche disponibili solo nella capitale. Il lavoro viene svolto da una ditta che vuole restare anonima e da due soli dipendenti della ditta 4 e 9. 4 deve guidare l’asfaltatrice e 9 è incaricato di rimuovere gli ostacoli incontrati lungo la strada. 4 e 9 nemmeno tra loro si scambiano informazioni anagrafiche. Queste, sarebbero pericolose, se rese note li metterebbero a rischio di rapimento a scopo di estorsione. La strada viene costruita nel “deserto” cioè in un paese senza infrastrutture, devastato dalla guerra dove la gente vive in estrema povertà e in condizioni igieniche disastrose. Lungo la strada si incontrano tracce della guerra, enormi sacchi neri, carri armati, carcasse di aerei e anche gente che si riunisce, festeggia, accoglie, offre alcolici e cibo locale (scarso) prevandosene. Immagini di morte e di speranza si alternano nel romanzo e sono immagini così forti che sono quasi simboliche. I cumuli di sacchi neri ad esempio, e il bambino fermo nel mezzo della strada. E’ veramente bello come 4, soprannominato Orologio per la sua dedizione al lavoro, si preoccupi del bambino e lo prenda in braccio, gesto notato e apprezzato dai parenti del bambino. Eggers propone come suo solito una storia di amicizia, anzi più storie di amicizia. Una tra 4 e 9, due persone molto diverse, 4 pignolissimo e scrupolosissimo nel lavoro, 9 all’opposto un edonista che sembra far tutto meno che lavorare. Ma racconta anche l’amicizia tra persone di culture diverse e questi incontri sono prima minati dal sospetto poi man mano più tranquilli fino a creare un legame forte. Eggers è molto bravo a far partecipare il lettore all’asfaltatura della strada, a farlo preoccupare del rispetto dei tempi, a fargli scoprire la gente locale, generosa, buona, ospitale, ingenua, come tutti sono ingenui rispetto alla capacità di calcolo delle grandi organizzazioni governative o imprese. E’ molto bello entrare pagina dopo pagina nel mondo di 4, nella sua “musica”, nel suo amore per i bambini, e anche la sua apertura progressiva verso la gente del posto accantonando pregiudizi e paure. Bellissimo poi il contrasto di questa estrema apertura al termine del lavoro, con il finale. Il finale ci riporta alla strada di Cormac, alla considerazione che il vero nemico non è l’uomo ma l’organizzazione. Questa fantomatica organizzazione che lavora assoldata da uno stato perseguendo un fine di lucro non può che prestarsi a essere uno strumento di morte. Questo romanzo ricorda per il clima surreale anche Ologramma per il re, ma secondo me è migliore di Ologramma. E’ veramente un bellissimo romanzo e, in questi tempi di chiusura mentale, un romanzo necessario.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    19 Agosto, 2019
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"Il Mediterraneo è..."

È difficile, forse impossibile, provare a dare una definizione chiara e concisa di Mediterraneo, questo Mare Nostrum così affollato di Storia e storie, senza rischiare di perdersi in rivoli di pensieri e osservazioni filosofeggianti. Persino uno scrittore del calibro di Georges Simenon resta, come lui stesso confessa, “con la penna a mezz’aria, in seria difficoltà”, cercando per esso una definizione appropriata.
Prende così avvio, con l’assorto tentativo di completare la frase “Il Mediterraneo è…”, questa nuova pubblicazione dell’Adelphi che intende inaugurare una serie di reportage del celebre autore belga; gli articoli racchiusi tra queste pagine risalgono al 1934, quando furono pubblicati su un settimanale francese durante l’estate del medesimo anno, a seguito di una crociera a bordo di una goletta italiana. È dunque un Simenon in un certo qual modo inedito – di certo, non troppo noto al grande pubblico – quello che qui si svela al lettore, sebbene, anche da cronista, egli non rinunci mai del tutto al suo ruolo di narratore.

“[…] vi prometto che d’ora in poi non mi dimenticherò mai più che il mio mestiere, come diceva Stevenson, è quello di «raccontatore di storie».”

E le storie, infatti, non mancano in questo suo affascinante andare per mare, come quella della donna senza cuore o, ancora, quella dei cugini; storie che viaggiano anch’esse attraverso i flutti correndo, spesso, di bocca in bocca tra i marinai; storie che emozionano, stupiscono, atterriscono a seconda dei casi, dipingendo un’umanità variegata, a volte stracciona e vagabonda in cerca di semplice sopravvivenza, a volte più ricca e organizzata a caccia di affari lungo le coste del Mediterraneo, piccolo mare, anzi “piccolissimo”, in cui si finisce per incontrare sempre le stesse imbarcazioni che “nell’incrociarsi, si fanno dei gran gesti di saluto.”
Dalla costa francese alla Tunisia, dall’isola d’Elba a quella di Malta, ombelico mediterraneo, senza tralasciare Sicilia e Sardegna, la navigazione di Simenon è occasione per parlare di quei singoli luoghi e, allo stesso tempo, di tanti altri; ed è così che, miglio dopo miglio, porto dopo porto, si delinea ciò che è il Mediterraneo: il maestrale che tarda ad arrivare, un “campo di golfi”, un intreccio di profumi, colori e sapori, l’acqua limpida rischiarata dalla luce della luna, banchi di tonni e sardine inseguiti dai pescatori, l’illusione di un approdo che invece si allontana, isole che spuntano un po’ ovunque, l’amaro ricordo di chi è costretto a emigrare verso altri mari e sconfinati oceani… E tanto altro ancora.
Una più che buona lettura, in particolar modo entusiasmante soprattutto nella prima parte, sostenuta da uno stile “narrativo” di alto livello che tratta con identica enfasi pescatori di murene, esche da pesca e bordelli, mentre la scrittura si colora spesso di fine ironia e si fa colloquiale in un tu per tu con chi legge che non può che renderla più coinvolgente.
Corredato di un gran numero d’immagini che si devono alla Leica di Simenon, il libro testimonia anche la grande passione dell’autore per la fotografia, la quale per lui – come ben sottolinea Matteo Codignola nella sua interessante nota conclusiva – altro non era che “una prosecuzione della scrittura con altri mezzi”. In fin dei conti, il Mediterraneo, bizzarra somma delle più disparate cose, non è pur sempre uno o più scatti da conservare nell’album dei ricordi?

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Agosto, 2019
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Storie di donne

Un sapore amaro caratterizza i vari racconti che compongono questo scritto di Anita Nair, piccole narrazioni che raccontano storie di donne: donne abbandonate, insoddisfatte, sottomesse, donne vittime di violenza, perseguitate, abusate, ma anche donne coraggiose, indipendenti, talentuose.

Il romanzo presenta una struttura un po' particolare: tutto inizia e ruota attorno alla storia di Srilakshmi, che si svolge in India nel 1965; lei è una donna apparentemente appagata, ha raggiunto fama e notorietà come scrittrice, nello stesso tempo è una scienziata, una zoologa che insegna al college. In realtà Srilakshmi è una donna sola, ha rifiutato di sposarsi a 16 anni come hanno fatto le sue sorelle, ha voluto studiare, non ha voluto essere al servizio di un uomo per poter inseguire i suoi autentici desideri. Ha raggiunto il suo obiettivo ma al prezzo di essere continuamente giudicata, in una società ancora fortemente patriarcale e maschilista. Non ha voluto seguire le regole che le avrebbero imposto un marito scelto dalla famiglia, di conseguenza, secondo la morale comune, adesso deve rinunciare completamente all'amore. Così, in un giorno feriale, un lunedì limpido e luminoso, si toglie la vita. La sua anima però non è libera di raggiungere un Aldilà o di reincarnarsi in qualche altra creatura; il suo spirito rimane intrappolato in questo mondo e, per ragioni che non voglio svelare a chi eventualmente vorrà leggere il libro, si ritrova, molti anni dopo la morte, in un albergo di lusso dei giorni nostri, il “Near the Nila”. É in questo hotel che il fantasma di Srilakshmi entra in contatto con le storie di quelle donne di cui parlavo inizialmente. Ed è per questa particolare struttura narrativa che, con “Sapore amaro” possiamo leggere sia un romanzo breve -la storia di Srilakshmi- sia una raccolta di racconti, che ci narrano le vicende di diverse donne, protagoniste di storie difficili, aspre, tormentate, penose, che hanno a che vedere con la condizione femminile.

C'è Urvashi, una donna di mezza età, benestante, insoddisfatta del proprio matrimonio, che viene perseguitata dal suo amante. C'è Najma, giovane insegnante deturpata con l'acido da un uomo che era stato da lei rifiutato. C'è la piccola Megha, bambina di 6 anni violentata da un pedofilo. C'è Brinda, straordinaria campionessa di badminton che ha sacrificato l'infanzia e l'adolescenza per le vittorie sportive. C'è Liliana, una ragazza italiana la cui vita rischia di andare in pezzi dopo aver fatto una sciocchezza ad una festa che è stata ripresa e diffusa su internet. E non è finita qui. Ci sono altre storie, altre vite di donne che vengono raccontate.

In conclusione quindi, una lettura apparentemente poco impegnativa ma in realtà molto stimolante per chi è interessato alla questione femminile nel mondo odierno. Un romanzo che permette di entrare in contatto con alcune storie molto attuali e molto tristi e che lascia un retrogusto particolarmente amaro. Amaro come il sapore di una vespa, inghiottita da una bambina troppo ingenua ed orgogliosa pensando di poter gustare miele dolcissimo e che invece lascia in bocca un gusto particolarmente acre.

«Una mattina, mentre mi trovavo presso l'alveare, una delle api si lanciò contro di me emettendo un forte suono iroso. Come mi si avvicinò, aprii la bocca. L'ape ci volò dritta dentro e io l'addentai, pronta a ricevere il miele di cui la sapevo piena.
Non avevo mai sentito un sapore tanto fetido e acre. [...]»

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A chi è interessato alla condizione femminile.
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Racconti
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    02 Agosto, 2019
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Un'inquietante lettura estiva

Sebbene in copertina vengano menzionati Stephen King e Bev Vincent, loro sono soltanto i curatori di quella che è una raccolta di diciassette racconti a tema "viaggi ad alta quota", alla quale hanno contribuito entrambi con un racconto a testa, in mezzo ad altre storie raccontate da autori di tutti i tipi e tempi. Dunque troverete autori leggendari come Arthur Conan Doyle e Ray Bradbury, contemporanei più famosi come lo stesso King oppure Dan Simmons, insieme a penne meno conosciute.
E' ovviamente superfluo soffermarsi sullo stile, data la varietà di autori che differiscono molto tra loro sia per linguaggio, sia addirittura per genere: perché nonostante si soffermino su un tema in comune, alcuni si soffermano più sull'orrore, altri sulla fantascienza, altri sul realismo. Questo però è un punto a favore per quanto riguarda la varietà delle storie: si passerà infatti da storie ambientati in vecchi aerei monoposto, ai grandi uccelli d'acciaio per trasportare decine e decine di passeggeri. Anche la piacevolezza dei racconti è molto variabile: alcuni mi sono piaciuti parecchio... altri avrebbero potuto, secondo me, essere saltati a piè pari. Ci sono alcuni racconti davvero degni di nota che, come è prevedibile, sono quelli scritti dalle penne autorevoli che ho citato prima. Pur non raggiungendo picchi di eccellenza superlativa, questa raccolta può essere un'ottima scelta per delle letture mordi e fuggi tipiche della stagione estiva.

Dunque, se siete persone che hanno già paura di volare, forse questo libro non è proprio quello che fa per voi, considerato che si tratta sempre di storie che non presentano premesse incoraggianti per quanto riguarda il volo; in realtà si può dire che ci vengano presentate tutte le possibili cause che possono portarlo a finire male, nei limiti del normale e anche oltre. Dunque aspettatevi storie cariche d'ansia e tensione; preparatevi a fronteggiare viaggi nel tempo, mostri d'ogni tipo e guasti meccanici di vario genere.
Un'opzione valida per chi cerca qualcosa di leggero da portarsi dietro in spiaggia.

"Se i pionieri dell'aviazione potessero vedere la bellezza e la perfezione dei meccanismi di cui disponiamo oggi grazie al sacrificio delle loro vite!"

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    25 Luglio, 2019
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Preziose cicatrici



Yoshie è un sopravvissuto.
Era ancora un bambino quando, insieme a suo padre, si trovava a Hiroshima il giorno in cui fu sganciata la bomba atomica.
Era solo un bambino quando si è ritrovato, senza più un padre, in quel luogo,  in quel nulla senza contorni, in cui "tutto era mescolato con tutto".
Era solo un bambino quando, poco dopo, la bomba su Nagasaki si portò via il resto della sua famiglia.
Non rimase più nulla.
"Sua madre e le sue sorelle erano irrintracciabili persino come morte: smisero di esistere due volte".
Yoshie cresce con gli zii, studia e poi cerca di cominciare un'altra vita...e passa tutta la vita a cercare di cominciare altre vite, cambiando continuamente luoghi e persone (da amare), cercando un posto dove poter risultare irraggiungibile a se stesso, dove poter seminare i ricordi, nella speranza di cancellare tutte le cicatrici, ben visibili e ramificate sulla sua schiena e nell'anima.
Parigi, New York, Buenos Aires e Madrid.
Rispettivamente Violet, Lorrie, Mariela e Carmen.
Le città che lo hanno accolto e le donne che lo hanno amato...e perso.
Sono loro che ci parlano di Yoshie, ci raccontano di un uomo silenzioso, solitario, uguale e sempre diverso.
Un uomo a cui manca sempre qualcosa.
E quel qualcosa forse lo troverà molti anni dopo, quando, ormai anziano, si deciderà a tornare in Giappone...e il terremoto/tsunami del 2011, con la conseguente esplosione della centrale di Fukushima, lo obbligherà a fare i conti con tutte le cicatrici che si porta addosso (e dentro) sin dall'infanzia.
Capirà che la soluzione non è nasconderle, queste cicatrici, ma come insegna il Kintsugi, impreziosirle con l'oro...perché ciò che ha subito un danno, ed è sopravvissuto, è ancora più prezioso, più importante.
E lui dovrà cercare il suo oro nei luoghi semideserti delle zone evacuate vicino Fukushima , dove, dopo tanti anni, ritroverà quel "silenzio" che non è semplicemente mancanza di rumore, ma un silenzio specifico, di scomparsa simultanea, un silenzio che è totale assenza.

Pagine dense, dalle quali traspare il lavoro immenso che c'è dietro.

Eppure...nonostante l'interesse per il tema trattato e nonostante la bravura di Neuman (di cui ho apprezzato moltissimo "Parlare da soli", "Le cose che non facciamo" e "Vite istantanee"), ho trovato questo libro a tratti noioso.
Forse il mio limite, perché sicuramente è un limite mio, sta nel fatto che questo non è solo un romanzo, è anche un po' un saggio, indagine giornalistica, ricerca storica, politica, antropologica...mentre io forse cercavo principalmente il risvolto psicologico di un uomo che ha passato la vita a cercare di ricomporre i pezzi della sua identità, di sanare quella frattura interna che lo ha segnato nel suo cammino attraverso un secolo e un mondo ferito.

Comunque un libro importante, che prende posizione e non lascia indifferenti.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    12 Luglio, 2019
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Istanbul, città femmina

Sarà poi vero che, quando il nostro cuore cessa di battere, l’attività cerebrale persista per svariati minuti? E, nel caso, quanti e quali pensieri in quel momento sopravvivono?
La mente di Leila, dopo la morte, ha continuato a essere attiva esattamente per dieci minuti e trentotto secondi, un lasso di tempo insignificante ma sufficiente per rievocare, partendo da sapori e profumi che riaffiorano come per incanto, tutta una vita iniziata non nel migliore dei modi e finita tragicamente. Prende così avvio la vicenda narrata nel nuovo romanzo di Elif Shafak, scrittrice turca tra i nomi più noti dell’odierno panorama letterario, non solo vicinorientale ma mondiale.
Leila, la protagonista, soprannominata “Tequila” per la sua resistenza a mandar giù le amarezze della vita un sorso dopo l’altro, era una prostituta della vecchia via dei bordelli di Istanbul, città di cicatrici più che di occasioni, dove era arrivata ancora molto giovane, sola e senza un soldo, facile preda di chi se n’era subito approfittato vendendola a uomini di tutte le età; il passo che l’aveva poi portata a esercitare in una casa di tolleranza autorizzata era stato brevissimo. Nata e cresciuta in una cittadina di provincia lontana anni luce dalla capitale, Leila fuggiva da un ambiente familiare pieno di veleni e menzogne. L’amore l’aveva dapprima sfiorata, poi trovata, infine tristemente abbandonata, mentre l’amicizia, quella più autentica e coltivata nel corso degli anni, avrebbe continuato a riempire e sostenere la sua esistenza messa a dura prova. E proprio i suoi amici, cinque in tutto, ognuno a suo modo appartenente a un mondo di reietti della società, trovano ampio spazio tra le pagine del romanzo con le rispettive storie che s’intrecciano a quella di Leila.
Trama originale e anche appassionante, quella costruita dall’autrice che ci racconta non soltanto una dolorosa vicenda umana, seppur di fantasia, ma pure parte della storia contemporanea di un Paese, la Turchia, da sempre in bilico tra Europa e Asia. Sullo sfondo, bella e dannata con le proprie aspirazioni occidentalizzate, compare in particolare Istanbul, “città femmina” secondo la definizione della stessa Shafak, dove convivono modernità e tradizione e nella quale si ritrovano i sogni e le disillusioni di tanti che vi si sono trasferiti per cercare fortuna. Il Cimitero degli Abbandonati di Kylos, esistente per davvero, diviene drammatico simbolo di come la vita possa concludersi nel peggiore dei modi per molte di queste persone che sono tagliate fuori dal perbenismo ipocrita della società, Leila e i suoi amici compresi.
A parte la traduzione in lingua italiana che reitera scorrettamente la parola musulmano con la doppia esse (persino in arabo, si scrive con una esse sola!) e diverse imprecisioni formali anch’esse ripetute più volte, il romanzo offre una prima parte, incentrata sulla storia personale di Leila dalla nascita fino alla morte violenta, che cattura il lettore con uno stile affascinante e coinvolgente; nella seconda e terza parte, a mio parere, l’intensità della narrazione viene invece decisamente a scemare, seppure vi siano svelati vari retroscena utili a ricostruire il quadro completo della storia, forse per via degli eventi finali troppo concitati o dei tanti dialoghi non esaltanti tra gli amici. Nel complesso, una buona lettura che, tuttavia, non mantiene pienamente le promesse iniziali.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    11 Luglio, 2019
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Attenzione all'orso-coniglio mannaro

Il nuovo romanzo di Lethem è un noir dall'ambientazione originale. La vicenda si svolge in una parte desolata della California con deserti, montagne e chilometri di nulla tra roulotte, capanne e grotte abitate da persone che hanno lasciato la civiltà e si sono riunite in fantomatiche comunità a metà strada tra zen, new age e setta con relative regole rigide e integralismo. L’ambientazione è la cosa più interessante e riuscita della storia che è piacevole e di facile lettura, ma a mio parere non esce dai confini di una letteratura di genere. Di questo autore non riesco a cogliere la decantata originalità.Lo stile è curato, si sente che è un buon lettore, anzi io direi che questo libro si ispira a due autori in particolare: Chandler e la Ferrante. Però, tra i due, è la Ferrante a fare la parte del leone nel senso che anche se il detective selvaggio richiama per i modi poco ortodossi e il moralismo free lance il caro vecchio Marlowe, forse proprio per questo, cioè per distogliere il lettore da un accostamento troppo scontato e difficile da reggere ( Marlowe è Marlowe), l’autore sceglie di parlare con la voce della cliente e non del detective, una donna matura di mezza età, piuttosto colta che richiama per modi e linguaggio l’Elena della Ferrante. In una situazione però più adatta a Marlowe. Al romanzo manca un po’ di spessore psicologico e di empatia per spingersi oltre il genere. La protagonista che fa tanti chilometri per salvare la figlia dell’amica, studentessa universitaria ribelle, poi non le rivolge mezzo pensiero dedicando tutte le sue attenzioni all'investigatore, al suo corpo e ai suoi cani. Ci sono anche alcune incongruenze che l’editor americano avrebbe dovuto eliminare. Se il detective conosceva già Arabella, non si spiega la sua reazione nella scena della buca. Caduta di stile pure la folgorazione lesbo per la ragazza che è del tutto fuori luogo. Ma forse è di moda, dato che simili brutture compaiono anche in altri romanzi contemporanei: centinaia di pagine dedicate al grande amore e folgorazione lesbo (Sally Rooney) che piove nel mezzo della storia dal nulla. Ma a parte la bruttezza di tali parentesi, la conclusione del romanzo di Lethem è inficiata nella sua efficacia proprio da tali digressioni/ folgorazioni che minano l'immagine di detective e cliente come possibili genitori affidatari/ educatori.
Lethem ha anche il gusto dei richiami, delle citazioni, e una certa ironia nei nomi (l’orso Yogi, attenzione pericolosissimo!). Però devo dire che preferisco a lui gli autori che cita anche se in casi come questo ho il dubbio di essermi perso l’opera migliore. L’autore ha una buona dose di ironia che nei dialoghi è più scontata ma viene fuori nel finale. Dopo tante avventure, salvataggi e scopate, dopo aver affrontato orsi di tutti i tipi, deserti, lotte e pericoli vari, il vero pericolo per la narratrice è incastrarsi in una casa con l’amato a pulire cesso e pavimenti per una marea di gente.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    11 Luglio, 2019
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Potere agli angeli

Il filone dei romanzi complottistico-religiosi si arricchisce di un nuovo capitolo. Glenn Cooper immagina che esista la possibilità di evocare gli angeli grazie all'uso di un oggetto capace di riflettere la luce, un medium particolarmente dotato e la conoscenza delle giuste formule. Secondo lo scrittore tutta una serie di angeli se ne starebbe lì in attesa di essere evocato. Questi angeli un po' maestri severi, un po' servitori disponibili garantirebbero a chi li ha al proprio servizio di tenere tra le mani le sorti dell'intera umanità. Solo una cosa questi angeli sarebbero restii a dare agli uomini: la formula per accedere al quarantanovesimo livello. In questo, quello che si trova più in alto di tutti, infatti risiede l'angelo caduto: Satanian. Essere al suo cospetto ed avere la forza d'animo di affrontarlo significa ottenere tutti i vantaggi che solo il male può dare. L'autore arriva a ipotizzare che anche le crociate e altre grandi battaglie a sfondo religioso sarebbero state agevolate con interventi di tipo angelico. Dalla ricerca di questa formula che solo poche volte gli angeli si sono fatti convincere a cedere, salvo poi pentirsene, parte la trama di questo romanzo. Un potente immobiliarista di origini asiatiche, ma trasferitosi negli Stati Uniti, infatti venuto a conoscenza del ritrovamento di un kit per l'evocazione angelica si dà da fare con tutti i mezzi per entrarne i possesso. A difendere il mondo il dapprima inconsapevole Cal Donovan, figlio dell'archeologo che ha fatto la scoperta.
Ho trovato questo romanzo poco stimolante e privo di grandi attrattive. Devo dare merito a Cooper di essere un buon narratore. Con naturalezza salta da un'epoca storica all'altra, da uno scenario all'altro senza mai perdere per strada il lettore. Il suo tratto è semplice e lineare, forse un po' troppo orientato verso la chiarezza e la semplicità a discapito della tensione e del mistero. Questa mollezza nello scrivere si abbina a una trama che con qualche correzione avrebbe potuto essere più accattivante e originale. Gli elementi che entrano in questo genere ci sono tutti: l'affasciante studioso, una bella, giovane e entusiasta ragazza che lo aiuta nella difesa del mondo. e ancora un cattivo con risorse finanziarie infinite oltre a una immoralità di tutto rispetto. Infine il nostro povero mondo e noi poveri cittadini ignari che come al solito siamo in balia di un folle qualsiasi. I personaggi però sono solo tratteggiati, i momenti di azione sono piuttosto soft e il finale è scontato. Da bravo scrittore di serie, naturalmente Cooper ha scelto un finale che lascia la porta ben spalancata al capitolo successivo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    11 Luglio, 2019
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Una conclusione senza il botto

"Il confine" rappresenta il finale della trilogia per la quale Don Winslow è più famoso: quella incentrata sui cartelli della droga e che ha come protagonisti l'agente Art Keller e il Patròn Adàn Barrera.
Quest'ultimo capitolo presenta lo stesso problema che presentavano anche i capitoli precedenti: è troppo, troppo lungo. Mentre in passato questo problema era meno marcato e pesante, in questo caso l'ho avvertito tutto. Troppi dettagli, eventi, ripetizioni, ma soprattutto, troppe storyline parallele.
Vorrei soffermarmi proprio su quest'ultimo aspetto.
Nessuna delle storyline create dall'autore in questo libro possono essere considerate per nulla interessanti, ma devo dire che sono probabilmente superflue nello svolgimento degli eventi che si vengono a raccontare nel romanzo. Avrebbero potuto costituire materiale per dei romanzi a sé stanti (ovviamente arricchiti da altro), ma lasciano in certi casi una spiacevole sensazione, che riesco a spiegare solo in questo modo: rendono ancor più pesante una lettura che è già stracarica di avvenimenti e personaggi. Credo che se non fosse stato per lo stile piacevole di Winslow, la cosa avrebbe potuto provocarmi istinti suicidi. Certo, capisco che un autore voglia creare un mondo tutto suo e che nel capitolo conclusivo voglia concludere degnamente, ma lo si può fare anche senza scrivere pagine su pagine.
Oltretutto, nonostante la storia sia piacevole, a tratti adrenalinica e interessante, non è la conclusione "epica" che mi aspettavo dalla trilogia che ha principio con "Il potere del cane". Una storia piacevole, ma non uno di quei finali indimenticabili che restano impressi nell'immaginario del lettore.

La storia comincia con la morte di Adàn Barrera, protagonista indiscusso del precedente capitolo "Il cartello". Il libro rimane dunque immediatamente orfano di uno dei suoi personaggi più carismatici, durante una spedizione atta a eliminare i leader dei Los Zetas, violentissimo rivale del cartello di Sinaloa, il Patròn resta ucciso e il suo corpo non viene ritrovato. Quest'ultimo particolare genera il dubbio che ci seguirà per la prima parte del libro: Barrera è davvero morto?
Nel clima di dubbio riguardo a quest'ultimo aspetto, si cominciano a creare i primi movimenti di tumulto all'interno dei cartelli messicani, privi di un leader e agitati dalle eventuali questioni di successione. Nel frattempo, Art Keller viene nominato direttore della DEA, incarico che accetta dopo un'iniziale titubanza, convinto dalla possibilità di fare davvero qualcosa per estirpare il cancro della droga negli Stati Uniti.
Tuttavia, Keller si ritroverà faccia a faccia con delle verità scomode, che coinvolgono non solo criminali conclamati e riconosciuti, ma anche persone che normalmente sono considerate al di sopra di ogni sospetto. Dunque, si troverà a combattere con nemici diversi che, in fondo, sono la stessa cosa.

"Alcuni vogliono zittirlo e mandarlo in galera; sa che ci sono anche altri, pochi, che vogliono ucciderlo. Quasi si aspetta di udire il rumore di uno sparo mentre sale i gradini per andare a testimoniare, perciò la risata di quel bambino è un sollievo, un promemoria del fatto che fuori dal mondo della droga, delle menzogne, del denaro sporco e dell'omicidio, c'è un'altra vita, un'altra terra, dove i bambini ancora ridono."

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Consigliato a chi ha letto...
I precedenti capitoli "Il potere del cane" e "Il cartello"
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Avventura
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Luglio, 2019
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VXA-01

Sud America, gennaio 1525. Un colpo tremendo capace di far perdere l’equilibrio, ma non anche di scalfire la pesante armatura, è quello che colpisce al petto Diego Alvarado. Francisco Pizarro, un uomo fatto della stessa pasta del primo soldato spagnolo ma di cui quest’ultimo non riesce a fidarsi, lo accompagna nella missione. Una spedizione la cui riuscita è sempre più ardua non solo a causa del nemico ma anche della malattia, del vaiolo. Una patologia dai minuscoli agenti patogeni (responsabili anche del morbillo) che si è propagata con ogni respiro, ogni schizzo di sangue e saliva tra gli indigeni del Nuovo Mondo che non vi erano mai stati esposti. Non hanno difese, questi, contro quel nemico invisibile. E così, nel giro di una settimana la maggior parte dei guerrieri che avevano partecipato all’attacco contro gli spagnoli infetti si sarebbero ammalati, nel giro di un mese sarebbe stato colpito l’intero villaggio, nell’arco di un anno decine e decine di insediamenti sarebbero stati contagiati ed entro dieci anni l’intera regione sarebbe stata piegata dall’epidemia. Senza alcun controllo, il vaiolo avrebbe cioè decimato l’impero Inca spianando la strada ai colonizzatori invasori.
I nostri giorni. Sette giorni, sette giorni per perlustrare tutto quell’oceano e trovare un ago in un pagliaio. Sette giorni per trovare e neutralizzare una bomba ad orologeria che avrebbe potuto scuotere le stesse fondamenta terrestri.
Di tutti gli uomini della NUMA, Gunn è sempre stato quello più enigmatico. Prossimo alla cinquantina non ha mai perso la passione e l’amore per la precisione, il suo carattere è sempre stato impetuoso ma riservato, spiritoso e divertente senza però mai abbassare la guardia. La sua mente è sempre stata perennemente vigile, riflessiva ma attenta e pronta a venire a capo di ogni situazione, di ogni più complessa circostanza. La sua visita, e questo Kurt Austin, ex agente della CIA e adesso capo della squadra progetti speciali della NUMA, subacqueo di prim’ordine ed esperto in operazioni di recupero, lo sa bene, non è certo un caso e tantomeno è un incontro di piacere. Se il vicedirettore si è mosso sino alle Hawaii per cercarlo, qualcosa di davvero grave deve essere accaduto. È sufficiente un breve colloquio per capire che è così, che Kurt non si è sbagliato: il veicolo chiamato Nighthawk, denominazione ufficiale VXA-01 e grande il doppio del suo prototipo, l’X-37B che altro non era che un banco di prova per sviluppare tecnologie all’avanguardia, è scomparso in un’area del Pacifico lontana da tutto, ipoteticamente nelle Galàpagos, e indicativamente posizionata a quattromilacinquecento miglia da Pearl Harbor e a duemila novecento da San Diego. Dal momento della perdita delle sue tracce e del supposto ammaraggio, i servizi di intelligence europei e nello specifico russi e cinesi si sono mossi; si contano ben trenta navi di tre paesi diversi in movimento a cui si sommano una decina di veicoli aerei. Tutti militari. Ma cosa si cela dietro a tutto questo interesse per il Nighthawk? Che dipenda soltanto dal fatto che è il veicolo più avanzato che sia mai esistito? Che dipenda dal fatto che sia stato costruito con materiali e tecnologie di due generazioni più avanti rispetto a quelle delle agenzie russe, cinesi ed europee? Che dipenda dal fatto che è un veicolo capace di manovrare in orbita, di agire autonomamente e di portare a compimento missioni mai neppure ipotizzate per uno shuttle pur non possedendo la propulsione a ioni la cui assenza, comunque, non va ad inficiare sul fatto che il suddetto mezzo è capace di ridurre della metà i viaggi Terra-Luna nonché il tempo di percorrenza verso Marte? O forse il motivo di cotanto interesse è determinato da un carico di materiale rarissimo estratto dalla parte superiore dell’atmosfera e conservato a una temperatura prossima allo zero assoluto e che sino a che si mantiene in detta condizione resta inerte per dimostrarsi, in caso di scongelamento, un pericolo tale da poter scatenare una catastrofe di proporzioni inimmaginabili?
Clive Cussler e Graham Brown propongono con “Il mistero degli Inca” un romanzo d’avventura in piena regola, con qualche tratto fantascientifico che ben si mixa con il dato storico. Le ambientazioni variano e si spostano dalle Isole Galapagos, alle giunge del Sudamerica, alle Ande, passando per la Cina e la Russia e alternando le vicende del presente con quelle di un passato che ha segnato la storia dell’umanità. Lo stile narrativo è fluido e accattivante e ben si amalgama a una trama ben orchestrata e leggera. L’opera si presta ad uno scorrimento rapido e ricco di colpi di scena, con protagonisti solidi e concreti e con vicende che sanno catturare l’attenzione. Non spicca particolarmente per contenuti e tematiche affrontate ma certamente si dimostra essere un’ottima lettura da spiaggia nonché un elaborato adatto a chi ama il genere dell’avventura e a chi cerca un qualcosa di non impegnativo ma che sappia tenerlo con il fiato sospeso. Diversamente, potrebbe risultare inadeguato o non soddisfare le esigenze del lettore.
In conclusione, una buona prova, non eccelsa e indimenticabile ma piacevole.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    09 Luglio, 2019
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L’esercito degli Idioti Nazionali

«Oggi abbiamo ucciso l’imprenditore Paris Fokidis. Non vi diremo perché l’abbiamo ucciso. Lo dovrà scoprire la polizia, che è il Cerbero del sistema. Noi diremo solo una cosa: meritava di morire. L’esercito degli Idioti Nazionali»

Quando il commissario Kostas Charitos apprende della rivendicazione da parte del gruppo terroristico (o del gruppo organizzato perché ancora troppo pochi sono gli elementi per capire chi è l’autore del reato), è da poco diventato nonno del piccolo Lambros. La vittima deceduta a causa dell’esplosione di un ordigno non è altro che un imprenditore di successo, Paris Fokidis, dall’animo filantropo e apparentemente integerrimo in tutto. Da un albergo in Calcidica – il suo luogo natale – il magnate è arrivato ad essere il proprietario di una catena alberghiera, la Fokea SR Hotels, con alberghi siti nei centri più disparati (ovvero, da Anàvyssos a Noùfaro, località dove è avvenuto l’assassinio, arrivando a Sifnos, a Creta e a Xilòkastro) e ad essere titolare di un’agenzia di viaggi organizzati a Londra. Il suo curriculum vitae è chiaro e limpido, i panni che riveste sono evidentemente quelli di un uomo altruista e benefattore ma allora perché nella rivendicazione si asserisce al fatto che meritasse suddetta morte? E perché la stessa è trascritta a mano e non da pc e oltretutto con un’ottima calligrafia vergata con calamaio e pennino? Chi poteva avere un motivo per uccidere un imprenditore così perfetto e, per di più, mettendogli una bomba in macchina? Chi è l'Esercito degli Idioti Nazionali? Qual è il movente che può aver spinto ad un siffatto gesto? Questo ancora Charitos e la sua squadra non sono in grado di stabilirlo ma una cosa è certa, dietro la facciata si nasconde qualcosa perché è indubbio che la vittima sapesse perfettamente come nascondere la natura e le dimensioni dei suoi interessi. Da questi brevi assunti avrà inizio un’indagine concreta e lineare che porterà gli agenti ad investigare non soltanto su un semplice caso di omicidio ma anche su fatti e dinamiche che coinvolgono la nostra società odierna. Perché nelle opere di Petros Markaris mai e poi mai ci si sofferma soltanto al giallo, le sue pagine ospitano con grande maestria e modi garbati anche gli usi e i costumi della realtà greca nonché dei suoi problemi, delle sue criticità e delle sue pecche. In particolare né “Il tempo dell’ipocrisia” tra le tante tematiche che vengono affrontate vi sono quelle del lavoro, della classe benestante che mangia e si arricchisce sulle spalle sempre più provate della classe media o medio-bassa, dei licenziamenti in età adulta (dai quarantacinque anni in su) a favore di assunzioni di personale più giovane, meno costoso e quindi meno pagato, del PIL che viene dichiarato in crescita anche se si è ben consapevoli che di questo beneficeranno i ricchi mentre agli altri nemmeno il merito di aver creato un flusso positivo in entrata pagando le tasse verrà riconosciuto, dei paradisi fiscali, del malessere di questi tempi così poco meritocratici e così tanto funesti.
Al tutto si aggiunge una prosa curata in ogni dettaglio, dal giusto ritmo narrativo, ben articolata, fluente ed erudita con personaggi a loro volta solidi e tangibili. Ottima anche l’ambientazione che è originale così come questa storia in cui non tutto è come appare, non tutto è come sembra. Totalmente appropriato anche il titolo dell’opera.
Un elaborato che intriga e che conquista sia per il giallo che per i fatti di attualità che vi sono custoditi e che sono capaci di indurre riflessione nel lettore.

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Letteratura rosa
 
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3.3
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    08 Luglio, 2019
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ADMIRAL HOUSE E LA FORZA DI POSY

Admiral House, è l'ambientazione perfetta che fa da sfondo a questa nuova storia romantica scritta da Lucinda Riley.
Ci troviamo a Southwold nel Suffolk, e siamo immersi in una natura meravigliosa, in giardini stupendi e profumati dove possiamo ammirare varie specie di farfalle.
Chi conosce già questa autrice sa bene che il suo punto di forza è proprio la creazione di storie famigliari con molti personaggi riuscendo a spaziare anche nel tempo, unendo epoche lontane in maniera assolutamente coerente e riuscendo a non far sentire al lettore il cosiddetto "salto temporale".
La storia di questo libro si svolge principalmente nel 2006, ma ci saranno alcuni capitoli che torneranno indietro negli anni della seconda guerra mondiale e in quelli successivi, per spiegare meglio alcuni passaggi delle vicende che stiamo leggendo.
Posy Montague è la protagonista indiscussa dell'intero romanzo, donna forte e molto legata alla sua famiglia, ha quasi settant'anni e vive da sola a Admiral House. Nonostante l'età, Posy lavora ancora part-time nella sua galleria d'arte e cura la villa di campagna, dove è nata e cresciuta e dove fino a qualche anno fa abitava con i suoi figli Sam e Nick.
Il marito di Posy è venuto a mancare quando i loro figli erano piccolissimi e la donna ha dovuto crescerli da sola, con coraggio e determinazione.
Admiral House è una dimora piena di ricordi e Posy non vorrebbe mai lasciare la sua casa, ma non può più sostenere le spese per mandarla avanti e i figli non sono intenzionati ad abitarci.
"Entro breve il giardino era diventato il suo padrone, il suo amico e il suo amante, e non le era rimasto tempo per nient'altro."
Sam il primogenito, è sposato con Amy e ha due figli e vive a Londra in un minuscolo e fatiscente appartamento, da anni il ragazzo colleziona fallimenti su fallimenti e la moglie è seriamente preoccupata per il futuro dei suoi figli.
Nick, invece, vive da oltre dieci anni in Australia, è più affidabile del fratello e ora dopo tanto tempo lontano dall'Inghilterra decide di tornare e aprire una nuova attività nel suo paese d'origine. Il rapporto tra i due fratelli non è dei migliori anche perchè Nick non ha mai visto i suoi nipoti.
Posy dal canto suo ha sempre cercato di tenere uniti i due figli anche se forse qualcosa non ha funzionato.
"Quella sensazione l'aveva prostata. Fino a quel momento non aveva mai capito davvero che cosa fosse la depressione, anzi, la considerava un segno di debolezza, [...] Aveva bisogno di qualcosa che le tenesse la mente occupata, che la distraesse dal pensiero dei ragazzi e dal vuoto che provava."
Posy ad un certo punto si decide a mettere in vendita la proprietà anche se è l'ultima cosa che vorrebbe fare, ormai per lei quella casa è troppo grande e non riesce più a pagare le spese per la sua manutenzione.
"Sì. E' l'amore che fa nascere la magia nella vita, Posy. Anche nelle giornate più uggiose, è capace di illuminare il mondo e farlo sembrare splendido com'è adesso."
Un giorno la protagonista, rivede per caso il suo grande amore Freddie, l'uomo che molti anni prima l'ha lasciata senza una spiegazione. E' come se il tempo non fosse passato, ma Posy non è sicuramente incline ad accettare di nuovo Freddie nella sua vita, ma non sa ancora che l'uomo ha tenuto per sé un segreto che potrebbe sconvolgerla.
Il libro si concentra anche sulle vicende dei figli di Posy, Sam e Nick.
Sam, è un uomo inaffidabile, che nonostante abbia una famiglia e due figli non è ancora un uomo responsabile, vive di sogni ma in realtà non è in grado nemmeno di badare a se stesso. Litiga spesso con la moglie Amy, che dal canto suo, cerca di tenere unita la famiglia, anche se non è felice e questa non era la vita che avrebbe immaginato.
Conosciamo anche meglio Amy e il suo matrimonio con Sam, le difficoltà economiche sono alla base dei problemi che ci sono tra di loro, l'uomo è un sognatore e pensa solo a se stesso e non alle conseguenze di quello che fa.
Nick, l'altro figlio di Posy, invece è un uomo con la testa sulle spalle, è però chiuso all'amore fino a che non incontra Tammy e con fatica riuscirà ad aprire il suo cuore, ma anche per lui un segreto rischierà di rovinare questo amore appena nato.
Sam e Nick, hanno dei segreti come anche Admiral House ne contiene uno di terribile che nessuno potrebbe immaginare.
Posy è forse il personaggio che viene approfondito di più, ci viene descritto come una persona vera, autentica e genuina, che ci porta per mano nella storia e ci fa conoscere la forza delle donne quando c'è di mezzo la cosa più importante, la famiglia.
La lettura di questo libro è da subito stata coinvolgente e appassionante, il primo capitolo ci catapulta in questa bellissima villa con una torre dove il padre di Posy, colleziona farfalle, da qui la famosa "Stanza delle Farfalle".
Ma le prime pagine ci mostrano come, in contrapposizione alla bellezza della villa e delle farfalle, ci sia anche la guerra e il terribile destino di molte famiglie.
Nel complesso il libro si legge velocemente, ci sono molti colpi di scena e il lettore non si annoia, ma ci sono dei punti deboli a mio avviso che vorrei analizzare.
L'autrice introduce molti personaggi e ne approfondisce circa cinque/sei che sono quelli principali, sicuramente quello che viene sviluppato maggiormente è Posy.
Ma in contrapposizione ne nomina altri che proprio non conosciamo, l'aiutante di Tammy al negozio o i soci di Sam, che quindi vengono solo indicati a titolo informativo.
Ma dal punto di vista psicologico, leggiamo solo le dinamiche legate al personaggio di Posy, conosciamo le sue paure, le sue preoccupazioni, le sue ansie, le sue gioie nel presento e nel passato.
I personaggi femminili però, tranne Posy, non hanno sfaccettature, sono piatti e hanno un ruolo positivo nella storia, lo stesso per quelli maschili dove li troviamo o totalmente negativi oppure talmente perfetti da non sembrare reali.
Un esempio è Sebastian Girault, lo scrittore famoso che andrà a vivere con Posy a Admiral House per scrivere il suo nuovo libro, è affascinante, ricco, buono ed estremamente gentile, un po' troppo per non far sospettare al lettore, che forse i personaggi introdotti siano sicuramente troppi per riuscire ad approfondirli tutti al meglio.
Forse meno storie all'interno dello stesso libro avrebbero creato delle dinamiche, allo stesso modo interessanti ma avrebbero reso il romanzo più vivido e reale.
La storia in alcuni punti è molto prevedibile e forse scade un po' nel classico cliché del romanzo rosa, dove ci sia aspetta solo fiori e felicità.
Lo stile di narrazione è come sempre molto scorrevole, semplice e immediato, ho apprezzato che la maggior parte della storia fosse ambientata ai giorni nostri, con qualche salto indietro nel tempo che però non ha fatto perdere il ritmo alle vicende narrate.
I capitoli sono brevi e molto veloci da leggere, nonostante qualche perplessità che il testo mi ha lasciato per me questo libro merita più della sufficienza.
Anche se arrivo alla conclusione, che questo romanzo sia una lettura non impegnativa, molto leggera proprio per il periodo estivo, anche se credo che l'autrice riesca a costruire delle storie ben più complesse.
Ho apprezzato sicuramente il personaggio di Posy e mi è dispiaciuto per lei, perché dopo tanti anni dove ha dato tutto per la famiglia, alla fine si ritrova sola, allo stesso modo ho ammirato anche il suo coraggio nell'affrontare la vita e i piccoli, grandi ostacoli che ha incontrato.
Alla fine della quarta di copertina è stata scritta una nota "Personaggi indimenticabile e sconvolgenti verità...", questa mi sembra un po' esagerata, ma credo che di questo libro ricorderò la semplicità e la forza di Posy, l'amore che non ha età e confini e l'ambientazione suggestiva e magica di Admiral House.

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Sì se siete delle fan di Lucinda Riley e vi piacciono le storie leggere e romantiche
No se pensate che sia un libro impegnativo e ci sia una grande storia famigliare
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Romanzi
 
Voto medio 
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Luglio, 2019
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Marie & Sylvie

Quando Sylvie e Marie prendono servizio quali cameriere presso la pensione Les Ondines hanno rispettivamente diciassette e diciotto anni. Tuttavia, nonostante siano quasi coetanee, cresciute insieme e legate da un rapporto di amicizia ai confini tra l’amore e l’odio, molteplici sono le differenze che le contraddistinguono. Mentre Sylvie Danet è figlia di un capomastro all’arsenale, ha un corpo sinuoso, un seno invidiato da tutti che non manca di mostrare impudicamente, una femminilità pronunciata e la spregiudicatezza di chi vuole arrivare e migliorare la propria condizione sociale, Marie Gladel è figlia unica, orfana di padre, strabica e ingenua ma è anche un giovane donna onesta che conosce alla perfezione la mente dell’altra. Ecco perché quando il corpo del ventitreenne Louis – dall’intelligenza di un bambino di otto anni e gli occhi chiari e ingenui – viene rinvenuto privo di vita nel ripostiglio delle scope è chiaro a quest’ultima che il suo gesto sia collegato alla compagna. La fine della stagione; un fatto che segna la svolta, lo sfruttare di quel corpo, la partenza per Parigi. Sempre loro, ancora insieme ma ciascuna indipendente.
La convivenza durerà circa una decina di mesi, sino a che le loro strade non si separeranno a causa della classica goccia che fa traboccare il vaso e di una ferita che difficilmente potrà risarcire. Si scroceranno nuovamente una prima volta nel 1945, ventitré anni dopo il fatto, e si rincontreranno davvero nel 1950 quando Sylvie si recherà da Marie per chiederle aiuto a causa di una vicenda ereditaria… Riceverà il suo socccorso o questo le verrà negato?
Con una penna fluida e densa Georges Simenon torna, in “Marie la strabica”, a raccontare dell’animo umano e più precisamente torna a narrarci della psiche femminile e dei suoi aspetti più caratteristici e profondi. L’intera opera si snoda sulle personalità di queste due donne così diverse eppure così tra loro vincolate, nel bene e nel male. Ne analizza le menti, i comportamenti, le morali, i contrasti e il risultato è quello di un testo che si fa divorare in poche ore, affatto scontato, dall’epilogo agrodolce e che lascia il segno per la sua semplicità.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.5
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4.0
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    06 Luglio, 2019
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Pinturas rojas come il sangue

Nell’estate del 2016 Parigi scopre che un nuovo efferato serial killer si aggira tra le sue strade. La prima vittima è la giovane spogliarellista Sophie. È stata trovata in una discarica, completamente nuda, legata, anzi strangolata, con la sua stessa biancheria intima, brutalmente sfregiata per simulare uno straziante urlo alla Munch, reso più agghiacciante dalla pietra atrocemente incastrata nella sua gola. Dopo alcune settimane di infruttuose ricerche, a cura della seconda sezione criminale, le indagini sono affidate alla squadra di Stéphane Corso, capo della prima sezione.
Corso è un poliziotto caparbio e ostinato sul quale pesa il burrascoso passato, fatto di abbandoni, orfanotrofi, vita precaria presso famiglie affidatarie, microcriminalità, violenze fatte e subite, abuso di droghe e alcool. Recuperato a una vita “normale” (o quasi) grazie alla protezione della Bompart, Capo della Criminale, ormai si dedica anima e corpo solo al suo lavoro, convinto che l’unica forma di redenzione per lui stia nel far rispettare la legge… a qualsiasi costo. Sul suo presente grava pure la difficile relazione con la ex moglie Èmiliya, in pubblico brillante funzionario ministeriale, ma nell’intimità una perversa sadomasochista. Lei gli contende con tutti i mezzi più sporchi l’affido del figlio, il piccolo Thaddée, e Stéphane ne teme l’esiziale influsso.
Nonostante questa difficilissima situazione personale l’ispettore si mette rapidamente al lavoro e, in pochi giorni, delinea la tipologia del presunto assassino, il quale, nel frattempo, ha fatto una nuova vittima, amica fraterna della prima. Il secondo omicidio ricalca in tutto e per tutto il primo ed entrambi richiamano alla mente i raccapriccianti dipinti dell’ultima fase artistica di Goya, quella delle pinturas negras e delle ancor più inquietanti pinturas rojas recentemente venute alla luce.
Così l’attenzione di Corso, indirizzato da un collega in pensione, si interesserà di un idolatrato pittore: Philippe Sobieski. Tutti gli indizi convergono su di lui. Già condannato a diciannove anni per un omicidio a scopo di rapina che ha alcuni punti di contatto con le odierne uccisioni, ha un trascorso carcerario da efferato giustiziere e una psicologia contorta e violenta. Pratica il bondage e tutte le forme più crude di sesso. Ha ritratto le due vittime di cui era amante. I suoi quadri trasudano violenza e depravazione. Però, ha un alibi per le ore dei delitti ed è tenuto in palmo di mano da tutti gli ambienti culturali di Francia per il crudo ed esasperato realismo delle sue opere. È considerato un genio, la pecora smarrita ritornata all’ovile. Forte di queste protezioni e del fascino ambiguo che esercita, tenterà di beffarsi della polizia. La tenacia di Corso sembrerà aver la meglio sui suoi giochetti. Tuttavia è davvero lui l’assassino?
Il “polar” è un genere letterario di grande successo in Francia. Etimologicamente la parola dovrebbe essere la crasi dei termini policier e noir, ma il richiamo al gelo della calotta artica non è meramente casuale. Gli autori francesi più di tutti gli altri scrittori di thriller accentuano i lati crudi della vicenda narrata. Non provvedono ad alcuna autocensura, non smussano le descrizioni, non glissano sugli aspetti più orribili, ma, al contrario, analizzano, accentuano la crudezza, radicalizzano le situazioni. Nulla è lasciato all’immaginazione; tutto è indirizzato a far rabbrividire il lettore.
Nell’iniziare “La Maledizione delle Ombre” mi ero già predisposto, con una certa angoscia, ad affrontare una simile rudezza di immagini, una brutalità, una tensione emotiva che non ti fanno fiatare sino alla fine.
Questo romanzo non fa eccezione: la trama è dura e cruda sino all’esasperazione e il linguaggio adoperato l’asseconda. L’A. scava senza pudore nelle più segrete e oscure pieghe dell’animo umano. Non mancano descrizioni forti, soprattutto nella prima parte del romanzo, contesti ben oltre il limite dell’accettabile. Alcune minuziose descrizioni rasentano la bassa macelleria e, inevitabilmente, suscitano repulsione. Ci si può fare una “cultura” (non richiesta) sulle più incredibili perversioni sessuali e sulle tecniche di tortura, pornografia estrema e degradazione del corpo umano. Tuttavia la storia è narrata con un distacco da analista. L’esposizione spesso risulta asettica come fatta da un freddo osservatore esterno.
I sentimenti di Corso (personaggio non particolarmente simpatico né oltremodo deduttivo) ci vengono descritti, ma non se ne diviene partecipi. Gli omicidi efferati suscitano orrore, ma non empatia.
Molto intelligente, apprezzabile e, soprattutto, inquietante è il filo conduttore (ufficiale) del romanzo: la relazione tra la brutalità umana e l’impeto artistico che agita una psiche tormentata. Lo stile accurato di Grangé, poi, rivela una profonda, indiscussa cultura e una puntigliosa documentazione. Forse un po’ troppo puntigliosa la descrizione di Parigi, quasi da guida turistica, così particolareggiata da consentirci un “pedinamento” di Corso nelle sue peregrinazioni, ma, tutto sommato è interessante.
Complessivamente, però, ho avuto la sensazione che manchi quel quid decisivo per fare del romanzo una storia pienamente convincente. La trama risulta troppo arzigogolata, contorta, ben oltre la plausibilità: sono troppe le situazioni nelle quali si deve far ricorso alla sospensione dell’istintiva incredulità e chiudere un occhio su passaggi zoppicanti sotto il profilo logico. Le oltre cinquecento pagine, poi, risultano eccessive: è impossibile mantenere la propria attenzione viva su ogni passaggio.
I colpi di scena si susseguono, soprattutto nella seconda parte del libro, in un crescendo rossiniano, ma spesso giungono prevedibili, un po’ perché non sono tutti così sorprendenti, un po’ perché si intuisce che sono necessari a tenere viva la storia che, altrimenti, perderebbe di interesse e si avvilupperebbe su sé stessa. L’epilogo vorrebbe essere una sorta di coup de theatre da grande prestigiatore, ma, in fondo non risulta neppure così stupefacente. L’A. ha abusato troppo, durante tutto il testo, di improvvisi cambi di rotta, assuefacendo in tal modo il lettore che, alla fine, smette di meravigliarsi, quando addirittura non riesca a precorre i tempi e prevedere le varie “sorprese”.
In conclusione, pur essendo un romanzo buono e ben scritto, non riesce a toccare tutte le giuste corde per divenire davvero un’opera effettivamente memorabile. Piacevole se ci si accontenta di farsi trascinare dalla storia senza porsi domande, un po’ meno se si analizzano con attenzione le varie situazioni. Peccato!

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A chi conosce e apprezza la prosa di Grange: il suo romanzo più famoso è “Fiumi di porpora” sul quale è stato adattato pure il film di Kassovitz, con J. Reno e V. Cassel. In genere a chi ama i polar e gode a farsi torcere le budella da situazioni raccapriccianti.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    28 Giugno, 2019
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Harry e le menzogne

Peter Swanson, americano, dopo aver pubblicato Il lungo inganno, Quelli che meritano di essere uccisi e Senti la sua paura, torna in libreria con Una perfetta bugia, i cui contenuti principali sono:
“Una morte misteriosa. Un ragazzo intrappolato in una rete di sottili bugie. E due donne troppo affascinanti per non essere pericolose. Sullo sfondo, un paesino del Maine dove niente è come appare e nessuno è chi dice di essere.”
Ingredienti che non possono che attrarre il lettore.
Il libro narra la storia di Harry, giovane studente universitario, in procinto di discutere la sua tesi universitaria, che riceve una di quelle telefonate destinate a distruggere per sempre la propria vita. A chiamarlo è la matrigna, Alice, che gli annuncia la morte, avvenuta in circostanze misteriose di suo padre: il libraio Bill. Normalmente lui si reca a fare una passeggiata tranquilla sempre sullo stesso promontorio, ma in quel giorno sembra trovare proprio lì la morte. Una morte inspiegabile e misteriosa, poco comprensibile. Ad Harry non resta che affrontare una pesante situazione, aggravata anche dal clima di greve menzogna che lo attornia. Un clima dove tutti mentono. Ha mentito prima suo padre che, dopo aver sposato in seconde nozze una ragazza molto più giovane di lui, la tradisce bellamente con Grace. Mente Alice che pare decisa a sedurre il figliastro, e che nasconde con abilità una vita passata di segreti, cupi e misteriosi. Mente John, il socio di suo padre,circa la sua vera identità e il suo passato lavoro. Mente, ovviamente, Grace, una bella ragazza, che pare conoscere molto intimamente Bill, e che sembra avere troppo fascino per il contesto in cui vive. Infatti:
“Aveva i capelli di un castano profondo, quasi neri, e gli occhi azzurri con delle pagliuzze verdi. Il nasino piccolo con la punta leggermente all’insù, e una bocca stretta con il labbro inferiore più carnoso di quello superiore. Aveva sopracciglia folte e scure e un’ombra di lentiggini sulla fronte, un’età imprecisata tra quella di Harry e i trent’anni.”
In un tale contesto il percorso per ristabilire almeno una parvenza di verità non può che essere irto di ostacoli, reso con grande perizia e sapienza narrativa dall’autore.
Una lettura alla “Hitchcock”, un’atmosfera sospesa dove si respira un’attesa malcelata, che rende il clima pesante ed enigmatico. Una lettura molto interessante, e molto intrigante. Non conoscevo questo autore e mi riprometto di leggere altri suoi libri; visto la seduzione che questo ultimo ha esercitato su di me. In generale, un ottimo giallo, costruito ad incastro, la cui trama, perfettamente congegnata, esercita un fascino irresistibile per il lettore, costretto a proseguire imperterrito la lettura fino alla soluzione finale, del tutto inaspettata ed imprevedibile.

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Consigliato a chi ha letto ed amato i libri precedenti di Peter Swanson: Il lungo inganno, Quelli che meritano di essere uccisi e Senti la sua paura.
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Romanzi
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    27 Giugno, 2019
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Siamo uomini o ominicchi?

Amurusanza: è un termine mancante nel dizionario della lingua italiana perché è stato coniato e tramandato dalla cultura e dalla tradizione popolare siciliana che impregna col suo vernacolo le pagine dell'omonimo romanzo di Tea Ranno, purtuttavia senza mai risultare tedioso ed ostico: indubbio merito dell'autrice che ha saputo orchestrare armoniosamente le parole attraverso una scrittura d'impatto che si rivela tale soprattutto nei dialoghi tra i vari protagonisti, ma nello stesso tempo permeata di una certa musicalità che ammalia ed incanta il lettore, come se quei termini, per quanto sconosciuti, divenissero subito chiari nel significato e comprensibili a tutti, siciliani e non.
Amurusanza è una parola che raccoglie in sé tutto ciò che può far bene all'anima, che la riscalda e la ricolma di amore: gesti, pensieri, piccoli doni, parole dolci sussurrate ma anche passionali ed impetuose dimostrazioni di affetto.
E Agata Lipari, la bellissima e sensuale Tabacchera, di amurusanza ne ha ricevuto tanta dal marito Costanzo Di Dio, e tanta ne ha donato a quell'uomo di cui era
follemente innamorata: un uomo tutto d'un pezzo, fervido ed accanito sostenitore dell'ideologia comunista in un'epoca e in una società in cui l'ideologia - qualunque essa fosse - era sempre più schiava e sottomessa all'interesse personale:
S'era innamorata di lui appunto ascoltandolo nei discorsi che l'infiammavano in piazza, o davanti al negozio, ogni volta che qualcuno esibiva l'entusiasmo facile per un'Italia nuova, forte, azzurra e televisiva, fatta di sorrisi e belle ragazze, di un liberismo che vuole dire:"Io penso a me, alla panza mia, chi resta s'arrangia".
E sarebbero vissuti per anni in perfetta armonia, magari con tanti figli e nipoti al seguito, trascorrendo le afose giornate estive nella Saracina, la splendida tenuta di campagna che Costanzo possedeva e che aveva curato personalmente, se un infarto non avesse stroncato cuore e sogni di Costanzo lasciando Agata sola e vedova in un paese dove già prima le donne la invidiavano per la sua statuaria bellezza, fonte di cattivi e peccaminosi pensieri per i propri mariti, e dove gli uomini altro non desideravano se non trasformare quei pensieri in fatti e azioni.
'Ma lei niente. Ferma. Muta. Si limita a scavarli con gli occhi cercandogli negli occhi l'anima meschina che corre a infrattarsi nel carbone delle colpe, dietro il sipario delle palpebre calate, nel fondo opaco della loro coscienza, semmai ne possedessero una. "Condoglianze" dicono le mogli. "Condoglianze" dicono i figli. E intanto la guardano, tutti la guardano Agata Lipari, ora vedova Di Dio. Alta, bella che belle come a lei non ce ne sono, snella e slanciata, le caviglie sottili, il petto superbo, il collo lungo, bianco, carezzato da capelli neri che scendono fin oltre le spalle. La guardano.'
E aveva ragione Costanzo, una compagnia di porci erano i suoi concittadini, "anime nere" senza onore e rispetto per se stessi e gli altri, agli ordini del sindaco 'Occhi janchi' che tra tutti era il peggiore: mafioso e corrotto politicamente, riusciva a domare le menti poco acculturate dei suoi compaesani piegandole al suo volere, con promesse di favori e piaceri in cambio del loro consenso e appoggio alla sua amministrazione, la stessa che aveva già favorito la costruzione di un stabilimento petrolchimico vicino al paese e che avrebbe presto ottenuto finanziamenti e concessioni per lo smaltimento dei rifiuti, trasformando poco alla volta quell'angolo di paradiso in un quartiere industriale che avrebbe probabilmente risollevato il tasso di disoccupazione ma anche quello dei decessi per tumori e inquinamento ambientale.
Fortunatamente però, il marcio non ha ancora insozzato la coscienza di tutti: in quel piccolo paese c'è ancora qualcuno che crede nella giustizia, divina e terrena, c'è ancora chi sia disposto a sacrificare il proprio interesse personale a favore di quello collettivo e chi decida di non barattare la propria dignità di uomo in cambio di un posto di lavoro o una concessione a proprio vantaggio, e c'è persino chi trova il coraggio di opporsi al pregiudizio e ad un'omologazione di massa verso un atteggiamento fortemente maschilista sedimentato nel corso dei secoli e che solo una vera e propria rivoluzione culturale potrebbe sgretolare.
E' così che lo scontro tra la 'tabacchera' ed 'occhi janchi' diventa rappresentativo della Sicilia perbene che cerca di emergere dalla melma fatta di omertà, corruzione, clientelismo ed arretratezza culturale che sembra aver sedimentato su questo territorio nel corso degli anni, infangando luoghi che avrebbero potuto distinguersi - se opportunamente valorizzati - per la loro bellezza paesaggistica ed infettando come una metastasi ogni (seppur rara) cellula buona, debole baluardo di sani valori come l'integrità morale, l'onestà ed il rispetto del prossimo.
Il messaggio quindi è chiarissimo: c'è ancora tempo e modo di salvare la Sicilia, se ogni siciliano singolarmente riuscisse a scrollarsi dalla coscienza quel fango e con fierezza riprendesse possesso della propria dignità di uomo.
Nel romanzo c'è ottimismo, c'è fiducia nella possibilità di cambiamento: per quanto la trama evolva attraverso episodi a volte farseschi, riportando spesso alla mente la commedia napoletana con tanto di presenza soprannaturale (quasi fosse necessario l'intervento dell'anima defunta di Costanzo per smuovere e risvegliare gli animi sopiti dei suoi concittadini), si avverte forte il desiderio da parte dell'autrice che la speranza di una Sicilia più 'pulita' (e non solo dal punto di vista ambientale) non si riduca ad una mera utopia.
Cosa servirebbe? Ce lo dice proprio nel titolo: amurusanza.

"Parola d'ordine ci vuole,
mio signore,
per accedere alle stanze
della vita,
parola stramma
di desiderio e ardimento
che squaglia il gelo
e splende sparpaglio
di bellezza e luce.
La sapesse, Vossia,
quella parola?
La covasse da mill'anni
in petto?"
"Amurusanza"
fa lui senza esitazione.
E le porte si spalancano
e il sole ride
e la vita
canta.

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Romanzi autobiografici
 
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    26 Giugno, 2019
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Un percorso tra vita e produzioni letterarie

Paul Auster è considerato tra i più validi scrittori statunitensi viventi e questo libro-saggio rappresenta il background della sua opera. Non è una autobiografia vera e propria ma un'intervista durata circa due anni da parte dell'accademica I.B. Siegumfeldt, che ripercorre tutta la sua opera letteraria ponendo quindi accento non tanto sulla sua vita privata ma su quella artistica. Certo, tra le due c'è sempre un solido filo conduttore e infatti tutti gli aspetti personali che riguardano l'autore emergono sempre in relazione ai suoi libri.

Prima di iniziare a leggerlo, mi ero fatta un'idea diversa sul contenuto, credevo che contenesse soprattutto sue filosofie di vita, pensieri articolati collegati al suo vissuto e nella prima parte del libro- dove vengono osservate le sue opere autobiografiche- effettivamente questo succede, ma in maniera abbastanza blanda e spesso ricorrendo alle citazioni vere e proprie dai libri scritti piuttosto che un suo libero pensiero modellato in modo spontaneo, che dica sì le stesse cose ma in maniera diversa, più colloquiale, più "spiegata" per il lettore. Questa non vuole essere una critica ma solo un'aspettativa un po' sopravvalutata forse, distorta. Questa è la seconda volta che mi capita di leggere un libro-intervista e nel primo caso, chi intervistava faceva spesso delle domande semplici a volte persino banali ma la risposta dell'autore era quasi sempre un interessante studio argomentato oppure delle altre domande più profonde e argute, in questo caso invece spesso succede il contrario: le domande spesso corredate da interpretazioni sono davvero interessanti e stimolanti, e alcune risposte dell'autore un po' scialbe e ripetitive.

"I.B.S.: In questa pagina (tratta dal libro "Notizie dell'interno") lei parla anche di una rivoluzione sociale: "La rivoluzione sociale dev'essere accompagnata da una rivoluzione metafisica. Bisogna liberare non solo le esistenze fisiche ma anche le menti. In caso contrario ogni conquista di libertà sarà necessariamente illusoria e passeggera. Bisogna creare armi che permettano di ottenere e conservare la libertà. Per fare questo è necessario guardare con coraggio verso l'ignoto, verso il trasformarsi della vita...L'ARTE DEVE BUSSARE CON VIOLENZA ALLE PORTE DELL'ETERNITA'..." Era una specie di manifesto?
P.A. (Ride): Non sapevo di cosa parlavo.
I.B.S.:"Le porte dell'eternità!" Non la realtà, ma l'eternità?
P.A.: Non ne ho idea.
I.B.S.: Però l'ha inserita nel libro.
P.A.: Si perché era così enfatico, così enfatico che l'ho scritto a lettere maiuscole. L'ho tenuto nel libro ma non lo capisco."

...ecco queste sue risposte mi hanno fatto un po' arrabbiare, perché come lettore cerco di dare un significato a quello che leggo, cerco di capire cosa l'autore mi dice con questa frase, per poi scoprire che non sa nemmeno lui ma suonava bene e allora l'ha scritta. Credo che sia una cosa comune in letteratura, comunque, non solo un artificio usato da Paul Auster ma di tanti altri, tra i quali magari anche classici, però il saperlo, da lettore, mi infastidisce perché mi sento un po' preso in giro. Chissà James Joyce quanto ci ha presi in giro e non tanto a noi lettori quanto ai suoi critici letterari che ancora ci lavorano su.

Archiviato questo rimprovero, devo anche dire che il testo si rivela nel complesso molto interessante sia per chi non ha mai letto nulla di Auster in quanto gli permette di entrare nel suo mondo e di essere guidato per mano tra le sue opere e quindi avere una visione complessiva sulla sua opera riuscendo poi la successiva lettura dei romanzi a interpretarla in maniera più illuminante; ma si rivela ancora più interessante per chi conosce già da tempo questo autore e apprezza i suoi scritti. In questo ultimo caso direi che la lettura è d'obbligo per meglio comprendere e completare i romanzi letti. La cosa che mi è piaciuta molto in questa intervista è che i vari personaggi prendono vita e vengono evocati come delle vere persone, hanno i loro misteri, la loro vita indipendente dall'autore, la loro parte dell'inconscio che nemmeno l'autore può penetrare, davvero un approccio interessante e vivo dove l'autore svela anche molte curiosità che altrimenti un lettore non potrebbe mai conoscere e che danno tutt'altra prospettiva. Credo che avere un testo- guida come questo sul quale potersi confrontare con l'autore, attraverso la sapiente voce di I.B.Siegumfeldt sia una grande fortuna e piacere per un lettore appassionato di Paul Auster. Si passa attraverso i suoi drammi, la sua incapacità iniziale di scrivere prosa, le sue difficoltà finanziarie e il complicato rapporto con il padre, il fallimento del primo matrimonio e rinascita attraverso il secondo, insomma Paul Auster oltre che ad essere una scrittore è un uomo ed è uno che il cammino se l'è costruito con le proprie mani (e penna) tra fatica e sacrifici, è una di quelle persone che nella vita "ce l'ha fatta" e leggerlo sicuramente contribuisce a un arricchimento.

Personalmente faccio parte della prima categoria sopra nominata e cioè da coloro che non hanno letto nulla di Auster ma ne sono incuriosite e la lettura di questa intervista-saggio mi è stata utile a capire il suo "mondo", a farmi un'idea della qualità della prosa che reputo significante e di sostanza ma anche a osservare il suo percorso di crescita artistica. Mi ha invogliata a conoscerlo meglio e approfondirò sicuramente con la lettura di qualche suo romanzo.

"P.A: Voglio rovesciare le cose. Come un architetto che costruisce una casa con tutti i tubi e i fili elettrici a vista. Sono attratto dal versante artificiale della letteratura. Sappiamo tutti che è un libro: lo apriamo sapendo che non è il mondo reale. E' un'altra cosa. Un'invenzione."


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Paul Auster
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Romanzi
 
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    18 Giugno, 2019
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IL GRANDE SOGNO DI UN MONDO INCORROTTO

“Io credo che una foglia d'erba non valga affatto meno della quotidiana fatica delle stelle.” (Walt Whitman, “Tutto vale”)

Circa un anno fa, rispondendo a un commento relativo alla mia recensione de “Il tempo di una canzone”, mi sbilanciai scrivendo che, se un autore contemporaneo fosse stato in grado di scrivere il prossimo “Grande Romanzo Americano”, quello sarebbe stato proprio Richard Powers. Ebbene, lo scrittore dell'Illinois, con “Il sussurro del mondo”, è riuscito a superare ogni più ottimistica previsione e a scrivere addirittura quello che, senza esagerazioni, può essere a mio parere definito il “Grande Romanzo del Pianeta”. Le tematiche ecologiche, come ciclicamente accade, sono tornate di estrema attualità, come dimostra il successo mondiale riscosso da una giovane attivista quale Greta Thunberg, e confesso che quando ho preso per la prima volta in mano il ponderoso volume di 650 pagine mi ha sfiorato il sospetto di un astuto paraculismo, di una opportunistica intenzione di cavalcare un argomento di gran moda come la difesa dell'ambiente. Il dubbio si è però rivelato assolutamente infondato nel breve volgere di poche pagine, tanto appariva chiara e trasparente la volontà di comporre un autentico, genuino inno alla natura e alla bellezza incomparabile degli alberi e delle foreste, e solo secondariamente di lanciare un monito alla civiltà che, attraverso uno sviluppo incontrollato e insostenibile e lo sfruttamento sconsiderato delle risorse (“Stiamo per riscuotere un miliardo di anni di buoni di risparmio planetari e sperperarli in gioielli assortiti”), sta distruggendo intere specie che erano sulla Terra ben prima che facesse la sua comparsa l'uomo. Powers, come sua abitudine, non rinuncia a un approccio marcatamente scientifico, e la biologia (così come la musica e la fisica quantistica ne “Il tempo di una canzone”, o la fotografia, l'informatica e la genetica in altre sue opere) viene sviscerata con l'autorevolezza e la competenza di un vero specialista della materia. Ma egli è altresì convinto, come si esprime uno dei personaggi del romanzo, che “le migliori argomentazioni del mondo non faranno cambiare idea alle persone” e “l'unica cosa in grado di farlo è una bella storia”. Così ne “Il sussurro del mondo” non ci viene presentata una sola bella storia, ma, in un profluvio incontenibile di ispirazione, ben otto storie che, nalla prima parte intitolata “Radici”, costituiscono quasi una raccolta di racconti apparentemente autonomi e autosufficienti. I nove personaggi (giacché in un capitolo ad essere protagonista non è un individuo singolo ma una coppia) sono quanto di più diverso per età, provenienza geografica, estrazione sociale e inclinazioni culturali si possa immaginare. C'è il discendente di una famiglia di coloni che nell'Ottocento si erano trasferiti in America dalla Norvegia, la figlia di un profugo di Shanghai in fuga dal comunismo di Mao, un ragazzo autistico interessato a tematiche di psicologia sociale, un veterano del Vietnam, un avvocato esperto di brevetti e copyright con la sua compagna stenotipista e attrice amatoriale, un programmatore informatico ideatore di videogiochi di successo, una studentessa in crisi di identità e una biologa innamorata delle piante al punto da preferirle di gran lunga agli esseri umani. L'unica cosa che in un certo senso accomuna questi personaggi è che le loro esistenze sono, in qualche caso (la biologa Patricia) in modo evidente, in altri casi in maniera assai più indiretta e nascosta, contrassegnate dalla presenza degli alberi: dal castagno che, per una bizzarra consuetudine tramandata di generazione in generazione dagli antenati di Nicholas, viene fotografato lo stesso giorno di ogni mese, fino a ottenere una sorta di zoopraxiscopio, un migliaio di fotografie che cambiano tra loro impercettibilmente e che, viste in rapida successione, mostrano in time-lapse il mistero della vita in divenire, all'anello di giada con un albero di gelso finemente intagliato portato dalla Cina dal padre di Mimi, dagli alberi piantati dal padre di Adam in occasione della nascita di ciascun figlio e che Adam è convinto che creino un collegamento magico con ciascun bambino influenzandone il carattere e il destino, alla famosa foresta del “Macbeth” che Ray e Dorothy recitano all'epoca del loro primo incontro, dal baniano che salva la vita di Douglas nell'Estremo Oriente al leccio da cui invece precipita Neelay condannandolo a un futuro da paraplegico, e così via. I nove protagonisti sono quasi dei predestinati, degli esseri prescelti (con un meccanismo che mi ha ricordato alla lontana “Incontri ravvicinati del terzo tipo”) per portare avanti le istanze di un mondo a rischio di estinzione. E' così che nella seconda parte (“Tronco”) le varie storie convergono, si sfiorano, si incrociano e si intrecciano, fino a procedere all'unisono sullo sfondo dei movimenti ambientalisti di protesta e del radicalismo ecologista a cavallo tra gli anni '80 e '90 negli Stati Uniti dell'Ovest. Ribattezzandosi con nomi di albero come dei partigiani, Olivia, la donna che è spinta ad agire mossa dalle voci di misteriose creature di luce, Nicholas, Mimi, Douglas e Adam partecipano a sit-in di protesta, occupazioni pacifiche e altre plateali manifestazioni, cercando di mettere i bastoni tra le ruote della fiorente industria nordamericana del legname che disbosca a ritmo forsennato intere foreste di alberi secolari e pagando spesso in prima persona con violenze ed arresti il loro giovanile e appassionato idealismo. Sono anni di ideali, di speranze, di visioni perfino (come detto, Powers non esita neppure a flirtare con il paranormale, come aveva già fatto un altro grande romanzo di questi anni, “Canta, spirito, canta” di Jesmyn Ward), destinati a scontrarsi duramente con interessi, economici e politici, molto più grandi e potenti. Olivia e Nicholas trascorrono addirittura un anno in cima a una gigantesca sequoia, per impedire che venga abbattuta, scoprendo che tra i rami del grattacielo verde, a sessanta metri sopra il livello del suolo, vive uno straordinario e inimmaginabile ecosistema (con tanto di piante di mirtilli e laghetti popolati di salamandre). Il dolore causato dalla vista di tanta distruzione e la volontà di ritardare il più possibile ciò che loro considerano una imminente apocalisse finiscono fatalmente per spingere i cinque amici ad intraprendere piccoli gesti di terrorismo, che sfoceranno inevitabilmente in tragedia. Dal canto suo, Patricia, la biologa che vive appartata nei boschi e le cui idee rivoluzionarie (gli alberi sono organismi sociali, che comunicano tra loro, nell'aria e sotto terra, si nutrono vicendevolmente e costruiscono sistemi immunitari condivisi, diffondendo messaggi chimici di allerta quando un pericolo si avvicina), dopo essere state inizialmente respinte dalla comunità scientifica, tornano in auge riabilitandola agli occhi del mondo, scrive un bestseller sugli alberi e ottiene una generosa sovvenzione pubblica per creare una sorta di banca dei semi di specie a rischio di estinzione, cosa che tuttavia non le impedendisce di sentirsi in colpa al pensiero di quante piante abbiano dovuto essere abbattute per poter stampare il suo libro o quanto danno abbiano arrecato all'atmosfera i suoi viaggi in aereo per scopi scientifici.
La struttura del romanzo di Powers è genialmente a immagine e somiglianza di un albero. Alle radici e al tronco delle prime due parti, seguono la chioma e i semi delle altre due sezioni. E come le storie individuali si erano riunite per un certo periodo nell'azione comune, nella solidarietà della lotta e nella complicità affettiva, così lo scorrere del tempo fa tornare a prevalere le spinte centrifughe e distanzianti. Come i rami che si biforcano e si allontanano, i nove protagonisti tornano a vivere le loro vite solitarie e appartate, minate dal rimpianto per ciò che non si è realizzato, dallo scoramento per i fallimenti subiti e dalla paura nei confronti di un passato che sembra farsi vivo solo come eterna minaccia e non come una promessa che si avvera. E' la vecchiaia che segue all'infanzia e alla giovinezza, in un'altra ideale e simbolica ripartizione del libro. La morte, la solitudine e la condanna fanno capolino nel romanzo, diffondendo un'aura di pessimismo e di sconfitta. Ma le molteplici e imprevedibili diramazioni dei rami di un albero richiamano alla mente anche le diramazioni della vita, le esistenze alternative che si sarebbero potute realizzare in un universo parallelo. Come un mago della dimensione temporale, Powers immagina che un suicidio per aver ingerito un veleno da un bicchiere possa trasformarsi in un brindisi al non-suicidio, o che la figlia che i coniugi Brinkman non hanno mai avuto possa rivivere all'indietro, in un poetico time-lapse, mentre i loro occhi sono fissati sul castagno del loro giardino. C'è un personaggio emblematico che ipostatizza alla perfezione questa “fluidità” temporale, ed è Neelay, il guru della realtà virtuale, il quale attravreso i suoi elaborati videogames crea nuove vite e nuovi mondi, talmente realistici da poter essere preferiti da milioni di persone alla realtà vera. Ebbene, Neelay, sconcertato per il fatto che i suoi giocatori riproducono nei suoi universi virtuali tutti i comportamenti negativi del mondo autentico (cieca violenza, accumulazione indiscriminata di ricchezze, distruzione di risorse, espansione illimitata), progetta un nuovo gioco in cui il mondo è una sorta di nuovo paradiso terrestre, ma in cui le risorse sono calmierate come le nostre, i comportamenti non sono senza conseguenze e le vite non sono infinite, bensì solo una, da gestire con oculatezza, non solo risolvendo problemi ma anche prendendosi cura della comunità, dell'ambiente e della natura circostanti. E' una sorta di sogno chimerico, che dimostra comunque come Powers abbia profondamente a cuore la speranza. In un mondo che l'uomo ha sempre pensato fosse fatto esclusivamente a suo uso e consumo, e che i suoi comportamenti dissennati minacciano pericolosamente di distruggere, non è utopistico pensare che la salvezza risieda proprio negli alberi, “i prodotti più spettacolari di quattro miliardi di creazione”. E' una sorpresa per i personaggi del libro scoprire alla fine, dopo aver faticosamente metabolizzato la delusione per non essere riusciti a salvare le foreste dalla furia erinnica del capitalismo selvaggio, che le creature che dovevano essere salvate non erano gli alberi, ma erano proprio loro, gli uomini, e che i salvatori sarebbero invece stati, con la loro silenziosa e paziente tenacia pronta a sfidare i secoli, gli alberi. “La vita ha un modo tutto suo – pensa Neelay – di parlare al futuro. Si chiama memoria”. Gli alberi di Powers possiedono uno straordinario potere, quello di annullare il confine tra passato e futuro, di trasformare i ricordi in predizioni, di far rivivere ciò che non è più: i ricordi di Mimi bambina che in riva al fiume pesca col padre risuscitano al profumo irresistibile di un pino (“una zaffata devastante di duecento milioni di anni prima”), così come gli alberi piantati in gioventù e poi colpevolmente dimenticati riportano in vita la freschezza e la gioiosità dei primi, spensierati anni del matrimonio di Ray e Dorothy, e le fotografie del castagno degli Hoel dissepolte da Nicholas lo riportano vertiginosamente indietro nel tempo, all'inizio del secolo scorso.
Richard Powers non è uno scrittore che indulge in virtuosismi inutili, in acrobatici tour-de-force verbali, non è un Nabokov o un Faulkner per intenderci. Il suo stile è fatto di periodi brevi, essenziali, precisi, apparentemente neutri e cronachistici, eppure capaci di aperture straordinariamente liriche ed evocative, come un fiume carsico che esce in superficie quando meno lo si aspetta. Se dovessi avvicinarlo a un altro autore contemporaneo, il nome che farei sarebbe senz'altro quello di Cormac McCarthy. Ne “Il sussurro del mondo” questa scrittura appare quanto mai congeniale, perché è come se l'autore si fosse messo alla stessa altezza degli alberi, e osservasse, con il loro stesso metro temporale, le vicende umane. Le tragedie e gli altri momenti topici, per esempio, capitano all'improvviso, quasi senza preparazione, in maniera del tutto anti-emotiva e anti-spettacolare, proprio come se fossero viste “sub specie aeternitatis” (o sarebbe meglio dire “sub specie arboribus”). Sono infatti gli alberi, più che i personaggi umani, i veri protagonisti del romanzo. Le loro esistenze ieratiche e solenni sono, benché misconosciute, sommamente più interessanti di quelle umane. Gli alberi fanno riprodurre gli uccelli, assorbono carbonio, purificano l'acqua, filtrano veleni dal suolo, formano il clima e costruiscono l'atmosfera, riparano, nutrono e proteggono tutti gli esseri viventi, offrendo persino l'ombra ai boscaioli che li distruggeranno. Powers li guarda con un senso di reverente meraviglia, di stupefatto incanto, e dedica loro pagine ispiratissime, magari per descrivere una semplice venatura lignea sulla superficie di un tavolo o la forma unica e inconfondibile di una foglia. Quando scrive il suo libro “La foresta segreta”, Patricia ricerca nel suo scritto tre qualità: speranza, verità e utilità. “Il sussurro del mondo” le possiede indubbiamente tutte quante: in primis la speranza che la civiltà umana, che è ormai ridotta come “un vitello cui vengono somministrati gli ormoni della crescita”, possa finalmente imparare non solo a convivere pacificamente con i suoi vicini vegetali, a cui è legata da tantissime affinità (in fondo, viene fatto notare nel romanzo, tutti quanti proveniamo dallo stesso seme e, pur avendo intrapreso strade opposte, ancora adesso condividiamo il 25% del DNA), ma anche a comprenderli per l'interesse della propria specie (“Se sapessimo cosa vuole il verde, non dovremmo scegliere tra gli interessi della Terra e i nostri. Sarebbero gli stessi!”); la verità, poi, supportata da inoppugnabili anche se sorprendenti (per un profano) affermazioni scientifiche, come la messa in discussione della visione antropocentrica del mondo (in fondo, se riduciamo la vita dell'universo in una sola giornata, l'uomo sarebbe apparso solo pochi secondi prima della mezzanotte); infine l'utilità di trasmettere al lettore una visione inedita del mondo vegetale, dal momento che, dopo aver letto “Il sussurro del mondo”, non credo che si possa più fare jogging in un parco o una passeggiata in un bosco senza guardare i faggi, gli aceri o le betulle con occhi nuovi e pieni di gratitudine, meravigliandosi di averli trattati fino ad oggi con così poca considerazione e degnati di così scarsa attenzione. Ma oltre a speranza, verità e utilità, nell'opera di Powers c'è – soprattutto – bellezza, la bellezza di un libro che ci avvince con le sue straordinarie storie di amore, di amicizia, di dedizione, di tradimento e di perdono, capace di farci attraversare il corso dei secoli, magari in un unico momento di estatica visione (Adam che dal suo appartamento vede improvvisamente Manhattan come doveva essere prima della comparsa dell'uomo, con le sequoie al posto dei grattacieli e gli animali preistorici al posto dei newyorkesi), di farci assaporare la libertà dei nostri limiti e il potere dei nostri sogni (foss'anche solo quello di trasformare il giardino di casa in una piccola foresta, a dispetto di tutte le leggi e le ordinanze comunali), e persino di inviare messaggi a un lontano futuro (come Nicholas che con i tronchi caduti nella foresta compone una gigantesca scritta - “TUTTAVIA” - che può essere letta dallo spazio), la bellezza di un libro eccezionalmente denso, stratificato e complesso, che le mie parole non sono forse in grado di restituire appieno, ma che sono sicuro un giorno sarà considerato un imprescindibile caposaldo della narrativa del XXI secolo. Se anche gli alberi non dovessero riuscire a salvare il mondo, sicuramente, con “Il sussurro del mondo”, avranno in piccola parte contribuito a salvare la letteratura contemporanea.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    17 Giugno, 2019
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Il passero che cammina

Il mio primo impatto con Mo Yan è stato traumatizzante. Di lui colpisce lo stile del grande scrittore al servizio di un contenuto sgradevole e difficilmente comprensibile. Il testo allucinato e onirico fa sì che non si possa raccontare una trama anche perché la oggettività dei fatti viene continuamente messa in discussione, ragion per cui lo stesso episodio viene riferito più volte in modo ossessivo e volutamente contraddittorio, ma questo è il meno. Infatti anche l’identità dei personaggi è mutevole. E’ come se ci fosse un deus ex machina, un io narrante superumano che diventa di volta in volta ogni personaggio oppure, a sua scelta, resta al di fuori della storia come narratore. Il libro ha un incipit bellissimo che ho dovuto rileggere 5 volte prima di rassegnarmi a capire di non averci capito nulla, in cui il narratore, una specie di mostro in gabbia mangiatore di gessetti, racconta a un pubblico di studenti, la storia di un professore di fisica morto durante una lezione sulla bomba atomica. Ma poi il professore ha un sosia, forse, in alcune versioni della storia suo gemello, e comunque suo vicino di casa, anche lui con una moglie e due figli in perfetta e non casuale simmetria. Il professore morto viene rimpiazzato dal sosia benché non sia veramente morto, oppure è morto e risorto, oppure il professore è oltre che se stesso anche il sosia e forse pure il narratore e magari in alcune versioni anche sua moglie e in altre versioni ancora anche qualcuno dei suoi amanti. La realtà è dunque onirica e magmatica, ma molto magmatica. L’incipit con il mostro in gabbia mi è piaciuto moltissimo, ma poi la lettura si fa ardua sia per l’inesistenza di una trama stabile, sia per la sgradevolezza estrema del contenuto. La moglie del primo professore di fisica scuoia conigli, la moglie del secondo professore di fisica lavora in un obitorio come truccatrice di cadaveri. Più che truccatrice è una chirurga plastica di cadaveri, con tanto di descrizioni di estrazioni di grasso adiposo e di visceri di cadavere che vi raccomando. Dunque, scuoia esseri umani.
Anche se Mo Yan è stato accusato di essere allineato al regime comunista cinese, il romanzo contiene una evidente critica sia a Marx che alla società cinese con gli insegnanti, quindi gli intellettuali, che muoiono di fame (mangiano gessetti) e i burocrati del partito che accumulano adipe e si servono a man bassa delle donne proletarie salvo poi mascherare questa condizione di evidente disparità sociale e prepotenza con operazioni di chirurgia plastica post mortem. C’è una falsità sociale diffusa. La giustizia e l’uguaglianza comunista si realizzano, sì, ma solo dopo la morte dato che i conigli scuoiati, così come i morti, contadini o dirigenti che siano, sono tutti uguali. L’obitorio è l’altare dove si realizza l’uguaglianza vera al di là di ogni finzione propagandistica. Io credo che se Mo Yan non ha avuto problemi con la censura è perché nessuno dei suoi papabili censori ha mai letto un suo libro o leggendolo ci ha capito qualcosa.
In ogni caso, il mondo di Mo Yan è terribile. C’è solo materia, materia in decomposizione, materia che sopravvive alla sua morte ma questa sopravvivenza ha qualcosa di mostruoso. E’ come se la materia potesse eternizzarsi, divinizzarsi, perdendo però ogni umanità. Il personaggio nella gabbia dello zoo che compare nell’incipit e che, con il senno di poi, dovrebbe essere uno dei due professori di fisica, è una figura mostruosa, con quegli occhi che mandano bagliori verdi, gli stessi occhi del professore di fisica resuscitato. Il verde ha un significato in genere di rinascita, ma qui è anche e soprattutto legato alla marcescenza cadaverica, per cui è una rinascita ma in una condizione solo materica. I personaggi del romanzo non hanno umanità solo istinti. L’amore è citato nel romanzo come idea, nel senso che, come nei romanzi di Marquez, che solo in questo gli assomiglia, i personaggi hanno istinti e mai affetti. Gli affetti muovono gli istinti o sono istinto mascherato. L’unico affetto autentico è quello della scimmia per il figlio. L’uomo ha un cervello (anche se non superiore a quello della scimmia) che usa solo per fare i suoi interessi perseguendo istinti o necessità materiali. In un certo senso c’è pure una idea di cannibalismo senza sacrificio, che porta a una maggiore materialità e bestialità dell’uomo, all’opposto di quello della religione cristiana. Questa carne che mangiano tutti, che a volte è di animali, carne cruda, carne che ho sospettato venisse anche dall’obitorio, rende l’uomo una bestia più delle bestie dello zoo. Allo stesso tempo ogni personaggio è lo stesso personaggio. Forse per questo alla disuguaglianza sociale si contrappone una gemellanza morale che rende ogni personaggio simile a tutti gli altri nell’essere una bestia in gabbia, la stessa bestia. Il romanzo esprime un materialismo asfissiante. Io credo che ci sia un’esigenza di amore o di spirito in tutto questo. L’amore è citato alcune volte dai personaggi sempre per dire che però l’amore è un’altra cosa, rispetto alle relazioni che vivono. L’amore è come un vago ricordo, ma molto più remoto e inafferrabile e lontano di un vago ricordo. E’ qualcosa come i baffi verdi della moglie del professore di fisica (quello vivo), qualcosa che pare di un altro mondo. Gli uomini sono come la tigre e il leone e generano figli più feroci di loro. Non per niente la tigre e il leone sono una coppia con due figli, simmetrica anch’essa a quella formata da ogni professore di fisica e consorte. E il guardiano dello zoo che ha quegli occhi con pericolosi bagliori verdi e commercia carne umana che scambia con altra carne di animali, sembra una immagine speculare e opposta del Dio cristiano. Per poi sovrapporsi all’immagine del professore di fisica e del narratore dentro la gabbia, mangiatore di gessetti, che non si capisce bene se crei la storia o ne sia attore o tutte e due le cose insieme, un po’ come nella religione cristiana la figura di Cristo ma capovolta e speculare. Il professore è tornato vivo in una resurrezione della materia divinizzata senza però anima, perciò ingabbiata in una eterna schiavitù che alla fine ingloba anche il lettore. Le descrizioni, quelle non di cadaveri, per esempio il temporale che c’è a pagina 300, sono bellissime e il finale è meraviglioso. Il libro data l’inesistenza della storia e la forza delle immagini è quasi fatto per immagini. Ciò non toglie che la lettura sia pesantissima.

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Non è un libro per tutti per le descrizioni morbosamente macabre e molto disturbanti.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    12 Giugno, 2019
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Due ragazze: Chloe e Nicky.

Sorelle sbagliate di Alafair Burke è il suo ultimo libro edito, dopo La ragazza nel parco e La ragazza che hai sposato.
Le sorelle "sbagliate" sono Chloe e Nicky. La prima è sempre stata una ragazza assennata, diligente e studiosa; mentre Nicky è la ribelle problematica, dedita all'alcool e all'abuso di droghe. Così quando sposa Adam e ha un figlio, Ethan, tutti pensano che ci sia un netto miglioramento. Ma gli avvenimenti smentiscono tale convinzione. Quando Nicky viene trovata a bordo piscina drogata, e dopo aver tentato di affogare il piccolo, Adam , disperato, chiede aiuto alla stessa Chloe. Lui che ha:
"Un sorriso bellissimo: dolce, ma anche un po' ammiccante",
Non può che allontanarsi da una moglie così inaffidabile, e gioco forza innamorarsi della cognata. Lo scandalo scoppia, e dopo tanti anni la normalità sembra faticosamente raggiunta. Ma non è così: Adam viene trovato accoltellato nella loro casa negli Hamptons. Chi lo ha ucciso? Nicky torna da loro, profondamente cambiata e così iniziano ad insinuarsi sospetti sulla vera natura del suo matrimonio con Adam e del loro rapporto. Quando Ethan viene accusato di aver ucciso il padre, le due sorelle non possono che affrontare , unite e solidali, un lungo, doloroso, percorso alla ricerca della verità, superando pregiudizi ed illusioni.
Un libro che affronta molte tematiche, che:
"Esplorano la complessità delle relazioni femminili e i diversi ruoli che le donne svolgono nella società contemporanea."
Tratta, in profondità, analizzando e discutendo, dei legami tra fratelli e sorelle, dei rapporti tesi con i genitori, della violenza sulle donne, degli abusi, spesso perpretati all'interno della famiglia stessa.
Tuttavia la lettura è poco profonda, non vi è intrigo né fascinazione. Tutto è molto piatto, e del giallo e delle sue caratteristiche peculiari ha veramente molto poco. Buona è la caratterizzazione dei personaggi, il loro vissuto narrato che conduce a riflettere sugli argomenti detti sopra. Una lettura scarsa, per quanto attiene il genere, buona per la comunicazione e per il pensiero che induce.

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