Le recensioni della redazione QLibri

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    30 Luglio, 2018
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Genitori sbagliati

A Ludlow, nella regione delle Midlands occidentali in Inghilterra, il passato sembra non voler cedere il posto al presente: una sensazione frequente in quella zona del Regno Unito così ricca di storia, è come se un passato lontano, lento e inesorabile, incurante delle regole del tempo, urtasse contro il proprio futuro, rimanendo intatto.
Motivo per cui numerosi turisti affollano vicoli e strade del paese ammirando case e costruzioni fortificate che hanno mantenuto inalterati i tratti tipici dell'architettura medievale in perfetta sintonia col castello costruito nel secolo XI e che domina il paese da un'altura.
Ma se da un lato Ludlow soddisfa pienamente le aspettative dei turisti affamati di storia e gossip più o meno documentato sui componenti delle varie dinastie nobiliari che si sono succedute nel territorio, dall'altro offre ben poche attrattive ai giovani del posto, la maggiorparte studenti del college provenienti da famiglie legate a rigidi quanto anacronistici princìpi morali e spesso ossessionate dal timore che i figli possano commettere quegli errori tipici della gioventù, rovinandosi così la vita e le speranze di carriera e successo per il futuro.
Ma non è certo semplice tenere sotto controllo ed arginare il desiderio di trasgressione ed indipendenza dei ragazzi, tanto più in un piccolo paese come Ludlow che non offre loro alternative tanto allettanti quanto sesso e alcol per una serata fuori dagli schemi.
Non è quindi inusuale se l'agente ausiliario Ruddock venga chiamato di notte durante le festività natalizie per riportare ordine nei vari pub e locali del paese a causa della baldoria e degli schiamazzi di decine di ragazzi ubriachi; è piuttosto strano però che proprio durante quella notte l'agente Ruddock abbia lasciato solo il diacono Ian Druitt in un ufficio della locale stazione di polizia dopo averlo arrestato in seguito ad un'accusa anonima di pedofilia e che il diacono abbia approfittato di quell'assenza per suicidarsi con una stola.
Ed il suicidio sarebbe stato probabilmente archiviato come tale visto che le prime indagini non avevano sollevato evidenze in senso opposto se il padre del diacono non fosse un certo Clive Druitt, noto imprenditore legato ad un altrettato noto politico parlamentare, fermamente convinto dell'innocenza del figlio e soprattutto dell'assurdità di quel gesto contrario sia alla sua indole sia alla sua fervente fede cattolica.
Il vice-commissario della Metropolitan Police non può pertanto esimersi dall'inviare sul luogo la sovrintendente Isabelle Ardery accompagnata dal sergente Barbara Havers con l'incarico di verificare eventuali negligenze o errori nel corso delle indagini.
In realtà, la coppia mal assortita Ardery-Havers non riuscirà a far luce sulla vicenda sia a causa del rapporto poco collaborativo tra le due investigatrici sia per la precaria condizione psicologica di Isabelle alle prese con un divorzio in corso e con l'abuso ormai incontrollabile di vodka.
Sarà l'ingresso in campo dell'ispettore Thomas Lynley a portare una svolta nell'inchiesta grazie alla sua determinazione nel dar seguito ai dubbi già sollevati dal sergente Havers e riuscendo così a sbrogliare i fili di una matassa sin troppo intricata.

Elizabeth George, prolifica scrittrice statunitense di indubbio talento nel genere giallo, non delude le aspettative dei suoi lettori con un nuovo caso per l'ispettore Lynley articolato su una trama ben congegnata che l'autrice impreziosisce con un'accurata e profonda descrizione dei vari personaggi, mettendo in risalto gli aspetti più fragili del loro carattere o, viceversa, quelli più oscuri ed inquietanti e rendendo così ogni personaggio, agli occhi del lettore, un possiblle colpevole.
E' palese l'abilità dell'autrice nello scandire i tempi del romanzo, dosando con estrema parsimonia all'inizio gli ingredienti più accattivanti lasciandone comunque subodorare la presenza al lettore che rimane così piacevolmente attratto dall'intreccio ben miscelato tra le indagini investigative e il racconto di alcuni episodi salienti nella vita dei suoi personaggi, in modo particolare i più giovani, vittime esasperate di un'ingerenza eccessiva, quasi ai limiti della morbosità, da parte delle rispettive famiglie.
Il rapporto genitori-figli è infatti uno degli elementi chiave di questo romanzo e lo stesso titolo 'Punizione', che generalmente è associato al castigo da parte dei genitori verso i figli, assume qui una valenza anche nel senso opposto, ossia come rimprovero e condanna dei figli verso i genitori.
E poichè, commmentando un romanzo giallo, ogni parola in più accresce il rischio di svelare particolari fondamentali della trama, lasciatemi concludere con una bellissima citazione di Nino Manfredi nel film 'In nome del Papa Re' che ovviamente non ha alcun relazione col romanzo di Elizabeth George (come traspare anche dall'inflessione romanesca del testo) ma si adatta perfettamente alla sua trama:
"I figli so' diversi, e noi, invece d'esse contenti che non ce somigliano, li volemo fà diventà come noi che, poi, manco se piacemo".

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Romanzi storici
 
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siti Opinione inserita da siti    28 Luglio, 2018
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IL MONDO È UN LUOGO ASSURDO

Recentemente ripubblicato da Fazi Editore, il primo volume della trilogia dedicata alla famiglia Aubrey, per chi non conosce l’autrice Rebecca West, è una ghiotta occasione di lettura da non farsi sfuggire. Restituisce l’opera come già apparsa nell’edizione Mattioli 1885 e fa entrare il lettore in una dimensione di lettura gradevole, fresca e insieme appassionante.
Non ci si aspetti, a dispetto delle sue oltre cinquecento pagine, un susseguirsi di eventi spalmati in un ampio ventaglio cronologico; i fatti narrati da Rose, una delle figlie dei coniugi Aubrey, godono di una prospettiva difficilmente inquadrabile in una trama specifica o in un mero susseguirsi di eventi: gli episodi salienti si contano sulle dita di una mano. Tutto scorre in una straordinaria quotidianità che esula dai parametri sociali conclamati, accettati e inseguiti nei primi anni del Novecento inglese. Tutto ha il sapore di un sano e, agli occhi degli altri, eccentrico anticonformismo. La famiglia, un padre dissipatore delle residue fortune, mente aperta e anticipatoria dei declini delle epoche successive; una madre, talentuosa pianista dedita all’educazione musicale dei suoi quattro figli; la poco dotata violinista e primogenita Cordelia; Mary e Rose, le gemelle, virtuose pianiste, e il maschietto, ultimogenito, al quale pare essere concesso strimpellare solo il flauto dolce, è un mondo a sé stante. Gradevolissimo e nelle sue storture invidiabile.
La coppia genitoriale è in perenne conflitto ma capace anche di grandi riavvicinamenti, la loro sorte in questo volume appare sospesa e destinata a risolversi in successivi sviluppi e lo stesso ingresso nell’età adulta dei loro figli genera speranze di forti riscatti rispetto all’estrema miseria e instabilità subita durante l’infanzia. Ciò che colpisce è però quanto il modello educativo attuato in questa famiglia, lo si intuisce senza averne diretta conferma, sia destinato, nonostante le avverse fortune, ad essere un modello vincente perché basato sulla cultura. A lettura ultimata scatta un meccanismo di immediata nostalgia e naturale curiosità rispetto all’evoluzione dei singoli destini, rispetto all’avvolgente voce narrante affidata ad una prosa limpida e chiara e a un romanzo che ha il dono di un’estrema efficacia e naturalezza. Da leggere e da ascoltare nelle numerose suggestioni musicali suggerite tra pianoforte e violino.

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Consigliato a chi ha letto...
Piccole donne? In realtà non lo ho mai letto e non posso porlo come metro di giudizio per vicinanza stilistica, posso solo dire che l'universo femminile rappresentato, con le dovute differenze geografiche e storiche, mi ha fatto venire in mente le altre sorelle. Suggestioni autoindotte.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    24 Luglio, 2018
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Piuttosto noioso

Negli ultimi tempi mi imbatto spesso nel nome di Simon Beckett. È certamente un autore sulla cresta dell'onda, abbastanza da generare curiosità; per cui, quando si è trattato di scegliere l'opera da recensire, la mia curiosità mi ha lasciato pochi dubbi.
Dannazione.
Questo libro mi ha piuttosto deluso, per vari motivi. In primis avrebbe dovuto essere un thriller, ma lo diventa soltanto nell'ultimo terzo di storia: prima dobbiamo sciropparci l'eterna indecisione della protagonista (con la quale non ho empatizzato), che tergiversa sulle sue decisioni per pagine e pagine e finisce sempre per prendere quella sbagliata. Secondo aspetto, molte cose, a livello narrativo non reggono, e ci sono diversi avvenimenti inverosimili che lasciano alquanto straniti (protagonista cosparsa di benzina che, in una casa in fiamme, ne esce viva; ma non solo questo).
Purtroppo questa storia non riesce a intrigare, si sofferma all'infinito sulla decisione della protagonista sull'eventualità di procedere all'inseminazione artificiale; da chi prendere il seme, finendo poi per fare una scelta totalmente assurda; come conseguenza di questa scelta assurda, un altro tempo infinito per scegliere se tenere il bambino o meno. Tutti i personaggi si comportano in modo strano: la protagonista prende delle decisioni del tutto insensate; la sua migliore amica tutto sembra tranne che la sua migliore amica; il personaggio che dovrebbe essere il "killer" (piuttosto atipico)... beh, lasciamo stare.
L'unica cosa che mi è piaciuta abbastanza sono le riflessioni che scaturiscono nel lettore riguardo l'aborto.
Non c'è coinvolgimento, non c'è modo di appassionarsi nemmeno quando la storia si trasforma (quasi) in un thriller... insomma, mi ha piuttosto deluso. La piacevolezza ha due stelline, non perché non sia scorrevole, ma perché questo romanzo non riesce a coinvolgere né ad appassionare.

Kate è una donna in carriera, che lavora nel campo delle comunicazioni e della pubblicità. La storia ha inizio con la vincita di una commessa che può cambiarle la vita, una commessa vinta a discapito del suo ex fidanzato, impiegato in un'altra azienda. Un altro psicopatico, che ha un evoluzione piuttosto inverosimile. Scottata dall'esperienza precedente con questo ex, Kate non è il tipo di donna che vuole ripetere l'esperienza, ma non nasconde il suo desiderio di fare un figlio.
Ma come avere un figlio senza il rapporto matrimoniale necessario? Kate si imbatte nella risposta del tutto casualmente, su una rivista, e la risposta è... fecondazione assistita. Le strutture che offrono questo servizio si avvalgono di donatori anonimi, ma questo non pare soddisfare Kate. Allora qual è la scelta? Mettere un annuncio sui giornali, sperando che qualche sconosciuto risponda. Lo sconosciuto si presenta e sembra talmente carino da far pensare: "ma davvero c'è bisogno della fecondazione assistita?" Peccato che per giungere a questa conclusione la protagonista abbia bisogno di elucubrazioni infinite che portano il lettore quasi allo sfinimento... come è ovvio che sia, questo sconosciuto si rivelerà tutto meno quello che sembra.
Una domanda sorge spontanea: ma l'adozione? (Ovviamente non sarebbe esistito il libro in questo caso, è soltanto per ironizzare sull'infinito tergiversare di Kate)
Simon Beckett, rimandato!

"Alcuni momenti bruciano nella mente per sempre."

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Racconti
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    18 Luglio, 2018
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L’amaro sapore della vita

È l’America rurale delle fattorie isolate e degli sperduti villaggi lontani dai rumori assordanti delle grandi città, l’America dei boschi magicamente rischiarati dalla luce dei falò e degli affascinanti laghi ghiacciati, delle stazioni di servizio e delle strade polverose dove corrono stancamente i pick-up e la malinconia delle vecchie canzoni country, quella ritratta con assoluta maestria in questa bellissima raccolta di Nickolas Butler.
Al suo interno, dieci racconti, dieci piccole storie che trasudano una umanità tormentata e disillusa, spesso smarrita, talvolta rabbiosa e violenta, ma anche desiderosa d’amore o, almeno, di un sogno o un ideale in cui credere.
Una scrittura incisiva, semplice e priva di fronzoli, a tratti essenziale e ruvida quanto le stesse storie narrate, ma non meno magnetica e coinvolgente, fin da subito trasporta chi legge nel vivo di vicende intense e struggenti che la penna dell’autore statunitense riesce a esporre con poche sapienti pennellate. Se scrivere racconti è un arte rara e preziosa non comune a tutti, allora Butler è un vero artista poiché, in uno spazio pur sempre limitato anche nel caso dei testi più lunghi, dimostra di saper concentrare un tale intreccio di sentimenti ed emozioni da non far rimpiangere affatto il più ampio respiro tipico del romanzo.
Forse, come ha scritto Le Monde recensendo il libro, “ogni racconto di questa raccolta riesce a imprimersi nell’anima del lettore come un pezzo della sua esistenza”; di certo, in molti di essi si possono ritrovare frammenti di sé, delle proprie inquietudini, paure, speranze. Tra le storie più belle che meritano di essere citate, “Acqua piovana”, “Sotto il falò”, che ha dato il titolo all’intera raccolta, “Petrolio dolce”, capace tra l’altro di somministrare una dose di suspense non di poco conto, “Nelle contee occidentali” e “La gente dei treni va piano”, tutte dal finale che rimane amaramente aperto e con personaggi spesso scandagliati nel profondo; le ultime tre, in particolare, per trama e stile narrativo, sono meritevoli come minimo di cinque stelle ciascuna, piccoli capolavori che parlano di donne e uomini in cerca di giustizia, sia pure sommaria, o semplicemente di una strada da seguire.
Nativo della Pennsylvania e cresciuto nel Wisconsin, Nickolas Butler è un scrittore vincitore di prestigiosi premi nel suo Paese e ora molto apprezzato anche in Europa. In Italia, la casa editrice Marsilio ha già pubblicato “Shotgun Lovesongs” (2014) e “Il cuore degli uomini” (2017), a cui adesso si aggiunge questa nuova pubblicazione che, considerando l’alta qualità del contenuto, non tarderà – è ipotizzabile – a ottenere significativi riconoscimenti di critica e pubblico.

“Rimasero sedute insieme nel vento, i capelli coprivano i loro volti. Le imbarcazioni da carico sul lago si muovevano piano formando delle creste bianche che si infrangevano contro i moli e le scogliere.
Sopra di loro, silos per il grano ormai abbandonati si stagliavano nel cielo blu e uno stormo di piccioni si muovevano in cerchio. Videro un cane a tre zampe trotterellare in mezzo a una distesa di camioncini arrugginiti, il naso nero ad annusare nell’aria la brezza d’acqua dolce.”
(Dal racconto “Nelle contee occidentali”)

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...a chi ama leggere racconti.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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3.3
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    18 Luglio, 2018
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Colpevole! Nonostante ogni ragionevole dubbio?

Il romanzo è la storia di quattro donne tormentate.
Kate Woodcroft: è un avvocato penalista, lavora per il Crown Prosecution Service britannico e si occupa di preferenza di casi di violenza carnale a danno di donne e minori. Le viene proposto il procedimento a carico di James Whitehouse, sottosegretario nel governo Tory in carica. Accusa: aver violentato in uno degli ascensori della Camera dei Comuni una sua collaboratrice, Olivia, con la quale aveva intrecciato una relazione da lui bruscamente conclusa pochi giorni prima. Kate non ci mette più di un attimo ad accettare quel caso. Si butterà anima e corpo per ottenere la condanna dell’uomo politico. Anzi, man mano che il processo prosegue, la sua determinazione aumenta sino a far sospettare che esistano pure inconfessati motivi personali dietro a questa sua pervicacia.
Olivia: è davvero una vittima o sta montando tutto per vendicarsi dell’uomo che amava e che l’ha scaricata in malo modo dalla mattina alla sera?
Sophie, la moglie di Whitehouse: per quanto umiliata e scossa dalla scoperta dell’infedeltà di James, non crede alla sua colpevolezza. Lo ama teneramente ed è fermamente certa che egli sia un uomo gentile, padre ammirevole, incapace di simili gesti. Tuttavia durante le udienze la sua fede comincia a vacillare. James sarebbe davvero incapace di una brutalità come quella che gli viene imputata? E lei riuscirà a sopportare questo dubbio atroce che la rode?
Holly Day: la sua storia si alterna, in flashback, alla vicenda processuale contemporanea. Alla fine degli anni ’90 era una giovane “provincialotta” di Liverpool, matricola a Oxford, con borsa di studio per Anglistica. Era una ragazza piena di speranze, catapultata in un mondo esclusivo popolato da “figli di papà” ricchi e amorali che credono sia loro tutto concesso, tutto perdonato e tutto sanabile con qualche fascio di banconote da cinquanta. Alla fine del secondo semestre dovrà ricredersi amaramente su quell'ambiente che, sino ad allora, l’aveva esaltata ed affascinata. Riuscirà a riprendere il controllo della sua vita così crudelmente devastata?

“Anatomia di uno scandalo” non è un legal thriller sullo stile dei romanzi di John Grisham, come ad un primo sommario esame potrebbe apparire. Il tema centrale del romanzo è il processo a carico di James Whitehouse e la storia si sviluppa attorno alle varie fasi dibattimentali, ma si tratta in realtà di un romanzo a tema e, soprattutto, a tesi.
Il tema, ovviamente, è quello della violenza carnale sulle donne, vista dalle donne stesse; donne che spesso si sentono più colpevoli dello stupratore per quello che hanno subito: perché temono di aver fornito “segnali” sbagliati; di non essere state chiare nell'esplicitare il loro rifiuto; di essere state LORO ad indurre il comportamento brutale. Da qui discende anche la difficoltà di ottenere giustizia, soprattutto quando tra uomo e donna esiste già un rapporto consolidato e, quindi, nella coscienza comune (anche femminile!), l’atto sessuale in sé verrebbe ritenuto consensuale, a prescindere, se non addirittura “dovuto”.
La tesi del romanzo, invece, è che si dovrebbe sempre ricercare la giustizia sostanziale non quella del caso specifico, che giustizia non è. Il violentatore dovrebbe essere condannato sempre e comunque, per quello che è per davvero, e non per quello che, in aula, si è riusciti a dimostrare che ha fatto (o non fatto) nel caso concreto. Non è giusto farla franca solo perché in quell'unica determinata circostanza, portata in dibattimento, la prevaricazione non risulterebbe così evidente o, magari, perché si è stati abili a convincere la giuria. Per un reato così abietto si deve pagare il fio, se serve mettendo sul conto pure reati (o colpe) risalenti a decenni precedenti, purché giustizia sia fatta.
La tesi è interessante e meriterebbe di un approfondita analisi. Nel romanzo, però, gli argomenti usati a sostegno di ciò non sono persuasivi. La giustizia non può confondersi con la vendetta, con la ritorsione, altrimenti vittima e carnefice diventano indistinguibili. Invece nel romanzo si respira soprattutto rancore, astio e brama di rivalsa più che ansia nel riaffermare il sacrosanto diritto all'autodeterminazione delle donne. Quindi Sarah Vaughan si dimostra un avvocato assai meno abile a difendere la propria opinione di quanto Kate Woodcroft lo sia nella finzione letteraria.
Detto questo “Anatomia di uno scandalo” è un buon libro scritto, con sagace tempismo, su un tema estremamente attuale e scottante. Non è, però, un romanzo perfetto. La trama si snoda in modo piuttosto piatto, senza clamorosi sussulti. I rovesciamenti di fronte ci sono, ma seguono il normale alternarsi di accusa e difesa, proprio come in Tribunale, senza colpi di scena.
Le uniche due “sorprese” ci vengono "telefonate" e sono piuttosto prevedibili e scontate, quasi attese. Anche il finale, sin troppo diluito e solo parzialmente consolatorio, non aggiunge molto al contesto generale. Esso appare solo come una promessa di vendetta che, forse, potrà concretizzarsi in futuro. L’A. sembra quasi voler ammettere, amaramente: “purtroppo nel mondo reale le cose finiscono così, senza il botto finale”!
In generale si può riconoscere che sia un romanzo ben scritto, con stile fluido, ma freddo ed impersonale. Anche quando si descrivono le emozioni più forti non ho avvertito una particolare tensione emotiva: sembra di trovarsi di fronte ad un resoconto giornalistico. Nessuno dei personaggi, siano vittime o (presunti) carnefici, riesce a catturare con la sua personalità. Nessuno è davvero simpatico, nessuno veramente odioso, nessuno è ineccepibile. Ognuno, prima o poi, mostra le sue pecche, i suoi lati oscuri assieme a quelli buoni. Tutto ciò è umano, ma non giova al racconto che risulta abbastanza monotòno.
Nel lettore maligno si instilla pure il dubbio che l’A. si sia posta pure un secondo fine (meno nobile): quello del pamphlet, dell’attacco sottile contro una certa classe politica di segno opposto alle sue convinzioni. E’ difficile ignorare, infatti, che i “buoni”, siano tutti di simpatie Laburiste, mentre l’imputato sia un deputato Conservatore; che lo siano tutti coloro che lo sostengono o si comportano secondo la stessa (scarsa) morale; che egli si chiami Whitehouse (tradotto, guarda caso, fa “Casa Bianca”… nell'era del “trumpismo”); che lo scandalo, invece, sia stato rivelato da “the Guardian” giornale di note tendenze liberal con il quale pure l’A. ha lungamente collaborato. L’A. in postfazione, nega ogni relazione a fatti reali, ma, come diceva un nostro politico del passato, “A pensar male si fa peccato, tuttavia…”
—————————
Per concludere mi permetto di aggiungere alcune osservazioni alla traduzione (che, se volete, si possono tranquillamente ignorare).
Tutto il romanzo ruota attorno ad una espressione verbale che James avrebbe usato e che viene indicata come l’indizio probante della violenza e della non consensualità del rapporto carnale. Nella traduzione, però, questa sensazione non si avverte. Intendiamoci la parola utilizzata è sicuramente volgare e rozza, probabilmente pure arrogante, forse offensiva, per gli animi più impressionabili, ma, in italiano, non ha quell'effetto drammaticamente dirompente che viene percepito dai protagonisti. Non è quella frustata che si pretenderebbe di infliggere: o, se lo è, viene inferta con un fascio di spaghetti cotti. Posso supporre che ciò dipenda o da una diversa sensibilità britannica al lemma usato o dalla traduzione non particolarmente efficace o proprio dalla mancanza di una espressione italiana che rechi in sé una tale carica emotiva. Purtroppo mancando questa connotazione di ferocia si indeboliscono le basi del castello accusatorio smontando così la credibilità del romanzo. Peccato!
Poi, il termine “Patrocinante della Corona”, usato per rendere l’espressione inglese “Crown Prosecutor” (la professione di Kate, equivalente al nostro Sostituto Procuratore della Repubblica, ovviamente con i dovuti distinguo in considerazione del diverso sistema giudiziario) è piuttosto improprio e un po’ goffo. Fa quasi sorridere perché suggerisce l’idea di un avvocato inesperto, alle prime armi, quando, invece, Kate è un vero dobermann della Pubblica Accusa.
Infine ho trovato parecchio fastidioso che sia Kate che la sua avversaria in giudizio (Angela) siano definite costantemente “avvocata”, al femminile, quando in inglese l’espressione “barrister” è indeclinabile. E’ vero: tradurre al femminile il nome delle professioni è divenuto di moda per una certa corrente giornalistica italiana eccessivamente “political correct”. Tuttavia “avvocata” è sgraziato, in contrasto al buon uso della lingua italiana, ma soprattutto si scontra con la pratica concreta in ambito curiale. Nessuna donna, che eserciti la professione forense (neppure coloro che agitano continuamente la bandiera femminista), vorrebbe sentirsi affibbiare una qualifica che suona come uno sberleffo più che un omaggio alla femminilità: potrebbe rispondere con epiteti tutt'altro che femminili! Perciò, per favore, evitiamo!

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Romanzi
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    18 Luglio, 2018
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Come un uragano...



Dieci racconti, tutti ambientati a Corpus Christi, in Texas...zona calda e soggetta a tempeste, ad uragani.
Dieci racconti che, proprio come gli uragani, ti spazzano via.
Emozionano, commuovono, colpiscono nel punto in cui fa più male.
Uragani che segnano l'inizio di un dolore senza fine, ed uragani che riavvicinano.
L'uragano malattia, che porta con sé dolore fisico, paura di morire e il desiderio di avere accanto qualcuno, magari un figlio, che, anche mentendo, ti dica "Non c'è nulla da temere, non ti preoccupare, ci sono qui io".
Morte e amore si rincorrono, si mescolano...
La perdita è ovunque fra le pagine, la si respira in ogni racconto, è come pulviscolo, ti entra negli occhi e li fa bruciare...
Perdita fisica che, a volte, si trasforma in perdita di contatto con la realtà, quando la mancanza e l'assenza diventano così insopportabili da portare alla follia.
C'è tanto dolore, è innegabile, ma non c'è disperazione...in ogni racconto troviamo un gesto, una frase, anche una sola parola, capaci di donare un po' di luce, di speranza.
Uomini, donne, genitori, figli, amanti...che, pur trovandosi nel cuore della tempesta e senza nessun appiglio, fanno di tutto per rimanere in piedi.

Tre di questi racconti hanno gli stessi protagonisti e costituiscono, messi insieme, un breve romanzo eccezionale che mi ha commosso profondamente.

Questa raccolta di racconti costituisce l'esordio di Johnston (precedente a "Ricordami così"), che si rivela, anche nella forma breve, abilissimo nell'entrare sotto la pelle dei suoi personaggi, e molto bravo nel donarceli nudi, in tutta la loro complessità, intimità, senza mai cadere nel sentimentalismo.
Per gli amanti dei racconti, imperdibile.

 

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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    17 Luglio, 2018
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La razza superiore

Lo sport dei re è un romanzo monumentale, ben scritto dal punto di vista stilistico ma pesantemente statico nonostante parli di cavalli e di libertà (dei neri). Il romanzo a me è sembrato un esercizio di stile, come lo sono ad esempio i romanzi della Tartt, di alto livello di scrittura ma non di pari livello empatico per cui restano un po’ morti. A me lo stile senza slancio mentale o umano non interessa. Da una parte il romanzo è certamente ambizioso, vorrebbe proporre una costruzione epica, una epopea famigliare grandiosa, qualcosa tipo Via col vento ma con un impegno socio-culturale più spiccato. E quale filone tocca il senso di colpa americano più della schiavitù, dello sfruttamento dei neri e del razzismo? I giurati del Pulitzer davanti a certe tematiche spesso perdono di obiettività letteraria, ho notato con altri romanzi.
La storia (600 pagine) ha come protagonisti i Forge, una famiglia bianca destinata a far soldi a palate all’inizio con il mais (con Henry padre) poi con i cavalli (con Henry figlio). Gli uomini della famiglia tendono a parlare ai figli attraverso lunghi discorsi sermoneggianti. Il primo Henry e poi anche il secondo sono dei fanatici della propria superiorità famigliare, che il secondo Henry fissato con la genetica e gli incroci arricchisce con nozioni su una presunta superiorità razziale biologicamente dimostrata della razza bianca sulla nera, e nell’ambito della razza bianca dei Forge sul resto del mondo. Questa teoria, ricollegandosi anche alle modalità di incroci dei cavalli, serve anche a giustificare l’incesto, dato che tra cavalli la morale non lo vieta, anzi serve a produrre esemplari di razza superiore.
Il romanzo è pesante. Pesante per le prediche degli Henry, per la tipologia umana monoliticamente bastarda, debole e depravata dei bianchi-maschi senza incrinature né sfumature che li rendano umanamente accettabili. Le donne bianche sono tutte abbastanza egoiste, costrette secondo la logica del romanzo a lasciare marito bastardo e figlio/a e a tradire il marito spesso con il nero superiore in tutto e soprattutto anatomicamente. Anche la figlia di Henry Forge-figlio, Henriette, ha una relazione con il nero dipendente del padre e da questa relazione nasce un figlio, bellissimo, la cui ereditarietà non discuto nella recensione.
In genere polpettoni di questo tipo hanno uno spiacevole contenuto sentimentalistico che manca totalmente a questo romanzo. Il sesso è visto come qualcosa di molto animale con descrizioni a volte davvero sgradevoli. Il sesso tra uomini è molto simile a quello tra cavalli. Tra l’altro al lettore non sono risparmiate descrizioni raccapriccianti di accoppiamenti di cavalli oltre che di uomini. Il sentimento non c’è nemmeno dove ci dovrebbe essere e stranamente se ne sente la mancanza in questo romanzo. Anche i cavalli, animali che in genere evocano immagini positive (la corsa, la libertà) qui hanno perso totalmente il loro aspetto legato alle aspirazioni più spirituali dell’uomo e sono bestie, non animali, bestie mitologiche. La prima descrizione di cavallo nel testo è quella di un animale selvaggio che stacca la testa del padrone a morsi. In ogni caso si capisce che l’autrice se ne intende di cavalli e parla con cognizione.
Inutile dire che il rapporto incestuoso tra padre (Henry figlio) e figlia che è forse la cosa meglio descritta nel romanzo crea una cappa oppressiva.
I personaggi più positivi sono i neri. Ma anche in questo c’è una sproporzione e uno sbilanciamento nel testo. Pare che l’anima sia appannaggio dei neri mentre i bianchi l’hanno persa. In ogni caso, anche se i neri sono più vicini a Dio perché Gesù, come dice il predicatore nel miglior predicozzo del romanzo, è morto nero, pare che nessun uomo sia più davvero uomo. Come i cavalli sono fatti di sola materia: muscoli, sperma e poco altro, così anche gli uomini. Il romanzo manca di vita vera, di slanci, di umanità, di disperazione, di sofferenza, di sfaccettature psicologiche anche se i personaggi sono ben descritti ma restano statici.
Insomma è un testo molto ben scritto ma che non mi sento di consigliare. Mi ha fatto venire in mente un’altra saga I Cazalet soprattutto per il simile tema della relazione incestuosa padre-figlia. Ma nei Cazalet si sente Elizabeth Jane Howard ha bagnato la penna con il suo sangue e si sente la cappa di tristezza e di verità del suo pur lunghissimo racconto. Potrei dire lo stesso dei Melrose. Questo romanzo è molto più ambizioso ma leggendolo si sente soprattutto il legno della scrivania.

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Storia e biografie
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    13 Luglio, 2018
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LE VALOROSE SEMISCONOSCIUTE

Ho trovato molto interessante la lettura di questo saggio dedicato ad alcune donne che nel loro settore sono riuscite ad emergere e a lasciare un segno.
Sappiamo bene quanto sia difficile e impervia la strada per le donne, nella famiglia, nel lavoro, nella società il nostro percorso è in ascesa e lastricato di piccoli, grandi ostacoli che dobbiamo superare ogni giorno.
Noi non siamo credibili, non siamo giuste, non viene quasi mai riconosciuto il nostro valore, non veniamo considerate alla pari degli uomini e oggi la realtà è ancora la stessa, sì siamo riuscite ad ottenere dei diritti maggiori rispetto ad una volta, ma la nostra voce ancora non si sente.
La parità tra uomo e donna è ancora molto lontana e a mio avviso se abbiamo ancora bisogno di festeggiare la festa delle donne o di scrivere libri dove vengono fatte conoscere delle donne importanti, allora non abbiamo fatto nessun passo in avanti ma due indietro.
Nel passato, nel mondo dell’editoria, per risultare credibili e poter pubblicare un libro di successo e non essere etichettato come “romanzetto scritti da donne per le donne”, le scrittrici dovevano usare uno pseudonimo maschile, ancora una volta celare la loro vera identità e nascondere il loro talento mettendo un cerotto davanti alla bocca.
Sì mi viene in mente la caricatura di una donna con il cerotto sulla bocca quanto mai attuale in molti settori, dove non si ritiene necessario che le donne parlino, basta pensare al cinema e a quante discriminazioni ci siano verso di noi.
In tutto questo clima ci troviamo in libreria saggi come questo, dove viene posta l’attenzione su un tema che sembra ai più non avere importanza, ben trentaquattro donne che sono riuscite a passare alla storia perché sono diventate importanti nel loro ambiente, hanno lottato per i loro diritti e hanno saputo affermare la loro indipendenza.
Ma il problema più grande è che molte di queste donne sono semisconosciute, di loro non si parla mai in tv o nei giornali, sono riuscite a lasciare un segno ma non vengono ricordate, si fa fatica a trovare lo spazio giusto per parlare di loro.
Questo libro è quel contenitore adatto per dar voce a queste donne che altrimenti resterebbero ancora emarginate in un piccolo spazio della storia. Il testo è formato da una selezione di donne che vengono definite “valorose”, la scelta è stata fatta a discrezione dell’autrice che è partita nel raccontare la loro storia, da una varietà di rosa che stata a loro dedicata.
Non ne citerò una rispetto all’altra perché per me, ogni capitolo è diverso e ogni personalità che ho incontrato in questo testo, merita di essere ricordata.
Naturalmente le valorose non sono solamente queste, ma possiamo considerare questo libro come la prima parte di una lunga enciclopedia alla quale, speriamo ogni giorno, di poter aggiungere un nuovo nome.
Perché per essere valorose non serve solamente avere un talento, ma basta avere coraggio, avere carattere e farsi rispettare nella vita di tutti giorni anche non facendo delle grandi imprese.
Il libro inizia con un commento da parte dell’autrice, che in poche pagine ricorda che la donna nonostante tutto è sempre in secondo piano rispetto all’uomo, anche se questi maschi a volte non sono nemmeno troppo talentuosi o intraprendenti. Come ci dice Serena” c’è un enorme spazio nel mondo per uomini mediocri, ma non c’è alcun spazio per le donne mediocri”, questo riassume il succo della nostra società, ancora maschilista e legata a retaggi e pregiudizi del passato.
L’autrice dedica qualche pagine alla descrizione della vita di queste donne, ho trovato che la scrittura fosse molto semplice e che il testo fosse scorrevole, però l’impressione generale che ho avuto è che fosse più una carrellata di nomi. Pensavo che sarebbe stato più una sorta di omaggio ma a mio avviso, queste biografie vanno approfondite e questo è solo un assaggio, che rimanda ad uno studio più attento.
Ho apprezzato di più la vita delle valorose che la struttura del testo così come è stata presentata nel libro, avrei sicuramente gradito un commento maggiore dell’autrice oppure almeno uno o due capitoli intermedi per parlare delle donne e delle condizioni che oggi abbiamo nella società.
Il libro si compone delle personalità delle donne che l’autrice ha scelto di raccontare quindi sicuramente risulta essere una lettura interessante, ma che ripeto deve essere solo un punto di partenza che va analizzata in maniera più ampia.
Direi infine, che ho trovato questo saggio stimolante e pieno di spunti per poter approfondire la biografie di alcuni di queste “valorose”, nel complesso l’ho trovato un testo gradevole e mi è piaciuta l’idea di partire da una varietà di rosa per parlare di queste donne.

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altri testi per approfondire le biografie delle donne citate nel libro
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Romanzi storici
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Luglio, 2018
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Hieronymus Bosch

«Imparai Giovanni», mi diceva «che l’eccesso di luce inganna la vista e impedisce di riconoscere la realtà»

1550. Giovanni Ciocchi è stato eletto Papa e nella sua nuova veste ha assunto il nome di Giulio III. È ormai un uomo più che adulto, un uomo che non può dimenticare quel che è stato. Sa che è tempo di narrare, di raccontare quei fatti che furono e che ancora sono vividi nella sua mente.
Contava appena quindici lustri quando, insieme al suo Magister, l’inquisitore francescano Martino da Barga, mentore dell’adolescente nonché maestro di vita a cui è stato affidato dal padre, si mette in viaggio per Venezia. La ragione della loro convocazione presso la Serenissima risiede nel fatto che sono stati chiamati a partecipare al processo inquisitorio contro un valente pittore, e più precisamente contro il pittore fiammingo Jeroen Anthoniszonn van Aken, meglio conosciuto come Hieronymus Bosch, o ancora, per noi italiani, Bosco di Bolducin, invitato a corte niente meno che dalla nobile famiglia Grimani di, appunto, Venezia appena un anno prima dei fatti di cui all’imputazione. Accusato di eresia e blasfemia per aver dipinto un Cristo in croce con fattezze femminili, l’artista si distingue sin da subito per la sua particolare visione del mondo e non sarà semplice per il Magister riuscire a tutare i suoi interessi soprattutto perché proprio mentre in capo a questo pende una gravissima ipotesi di colpevolezza, iniziano a manifestarsi macabri omicidi: ogni vittima che viene rinvenuta priva di vita presenta un segnale da decifrare, un segnale apparentemente privo di senso (come il deposito di cibo vicino al corpo o ancora la presenza di monete e piumaggio vario sul medesimo) ma che in realtà è parte di un quadro più grande. Il Magister, noto oltretutto investigatore, non può sottrarsi al compito di scoprire chi si cela dietro questi crimini efferati, in parte per un senso di giustizia, in parte perché i principali sospetti di colpevolezza ricadono proprio su Hieronymus, di cui ha assunto la difesa. Il suo, tra l’altro, è un ruolo ancora più delicato se si pensa che è stato nominato sì avvocato della difesa – o se preferiamo del diavolo visto che tutti gli inquisiti sono considerati ipso facto emissari del demonio – e quindi del pittore all’interno del tribunale dell’Inquisizione, quanto anche difensore del suo committente stesso e dunque una della famiglie più potenti del tempo. Martino, tra l’altro, non può permettersi di inimicarsi né l’inquisitore, né il Papa, né la Repubblica di Venezia, ma nemmeno i Grimani. Senza contare, ancora, che l’accusato è protetto da Filippo il Bello. Riusciranno Maestro e allievo a far chiarezza sul mistero?
Quello costruito da Carlo A. Martigli è un perfetto thriller con una base storica e artistica solida a cui si aggiunge un linguaggio pregiato, minuto, erudito, attento e preciso. Attraverso la figura del pittore olandese e grazie allo scandalo artistico che ne ha da sempre accompagnato la fama, l’autore riesce a dar vita a un giallo storico che affascina, conquista e colpisce in ogni sua minuzia e colpo di scena.
La trama è inoltre compatta e ben incasellata, i personaggi sono concreti, palpabili e non compiono mai gesta eccessive, si basano sempre sulla logica e l’intelletto e mediante questi elementi giungono a conclusioni e intuizioni di vario genere. Ciò li rende veritieri e affascinanti per il conoscitore che si approssima agli avvenimenti tanto che la lettura scorre rapida e senza difficoltà. Ogni tassello riesce a ricondurre a quello che è il passo successivo fino alla discoperta di quello che è il disegno finale.
Un giallo storico che si distingue per trama, ricostruzione e stile narrativo. Pregiato, raffinato, intrigante.

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Letteratura rosa
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Luglio, 2018
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Vale & Slate

Premetto sin da subito che se cercate un libro da spiaggia e da estate e/o un romanzo rosa, semplice, con una trama abbastanza lineare ma prevedibile e non particolarmente impegnativo, “Quando tutto cambia” di Abbi Glines fa al caso vostro, se cercate altro o siete avvezzi a letteratura diversa, non è proprio il genere di elaborato che vi soddisferà.
Vale e Crawford si conoscono sin da quando sono bambini e con il tempo la loro amicizia è diventata qualcosa di ben più profondo, si è cioè trasformata in amore. La sera del diploma, la tragedia. Un incidente stradale e per i due protagonisti la vita cambia interamente perché mentre la ragazza esce illesa dal sinistro, il giovane resta, al contrario, gravemente ferito: a distanza di cinque settimane da questo egli è ancora in stato comatoso. Ogni mattina lei si reca all’ospedale dove per il resto della giornata, con orari suddivisi con il proprio fratello Knox e i genitori del malato, cerca di solleticare la sua attività celebrale con letture e stimoli di vario genere. È qui che, una mattina come tante incontra Slate Allen, iscritto ala Kappa Sigma con Knox e con cui inizia una scambio di battute e flirt che li porterà ad avvicinarsi. L’inizio di questa routine e altri fattori esterni poteranno l’adolescente a capire che deve andare avanti, che deve andare al college a cui già è iscritta (e a cui sono iscritti anche Knox e Slate), e che deve prendere decisioni in via autonoma. Fino a questo momento, infatti, si rende conto, ha sempre preso decisioni che accontentassero Crawford, perfino nella scelta della facoltà universitaria non è stata da meno. Soltanto adesso che ne ha preso le distanze per circostanze di forza maggiore ha aperto gli occhi. Sostiene di essersi comportata da egoista, di non aver pensato alla sua famiglia e al suo futuro, talché, decide di riprenderne in mano le redini. Giunta nella nuova realtà non fatica a fare nuove conoscenze ma tutti diffidano dalla sua presunta amicizia con Slate perché nessuna persona di sesso femminile è sua amica, lui ha una reputazione chiara da difendere. Eppure, lei non è come le altre, e lui non è come tutti pensano. Vale riesce a vedere oltre il suo aspetto e la sua fama, lui resta sorpreso dalla purezza e genuinità di questa donna che gli è entrata dentro. E proprio quando la loro storia inizia a prendere forma, ecco che il sogno giunge al termine e sopraggiunge il risveglio… Eh sì, perché in realtà in coma non era Crawford bensì Vale che si renderà però ben presto conto di quanto il suo idilliaco divenire con il fidanzato storico sia un ricordo lontano, di quanto non voglia più questo idilliaco divenire, di quanto l’esperienza della malattia l’abbia cambiata e di come abbia bisogno di altro nella sua vita. Non solo. Ha il ricordo di una sensazione diversa, di un amore forte, passionale, vivo. Ma quando può averlo provato? Perché ha la costante sensazione che nella sua esistenza manchi qualcosa e qualcuno? Perché ha come l’impressione che con Slate ci sia un filo invisibile che li lega? Come può pensare questo e sognare di lui se per oltre un mese non è stata cosciente?
A prescindere dalla trama che può o meno piacere – e sulla quale mi sono dilungata per esprimere quanto segue – la prima impressione che sovviene nella mente del lettore, è quella di trovarsi di fronte a due romanzi “incollati” tra loro: dal momento in cui si scopre che è Vale ad essere stata in coma, si ritrovano molteplici dei personaggi che avevamo conosciuto nella prima parte ma con un ruolo completamente diverso. I protagonisti mutano radicalmente, basti pensare a Slate che da bello e dannato si ritrova a essere bello, dannato ma anche sensibilissimo e pronto a una relazione seria. Ma come, viene da pensare, ma non era colui che si dava al sesso libero, a relazioni ovunque e con chiunque e che non voleva storie serie?
Tutto questo per dire che, per dare un colpo di scena all’opera, la scrittrice ne ha completamente mutato l’essenza tanto che non si riconosce più quel che si era letto e si presume di trovarsi di fronte a un testo diverso da quello che avevamo preso in mano. È come se la Glines prima avesse intessuto una trama, poi si fosse resa conto che era troppo scontata, troppo simile a romanzi sul genere di “After” e via dicendo, e abbia ritenuto necessario mutare quel che aveva sino ad ora costruito. Il problema è che così facendo ha snaturato quelli che erano i suoi protagonisti non considerando, ancora, che avrebbe così disorientato il pubblico e che, di fatto, per sorprendere il conoscitore, sarebbe bastato molto meno.
Dal punto di vista stilistico l’opera si presenta caratterizzata da un linguaggio poco erudito, basico e caratterizzato da un uso diffuso del passato remoto.
In conclusione, piacevole, di facile lettura, con le sue pecche. Adatto a chi cerca un qualcosa con cui evadere e a chi ama il rosa.

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Letteratura rosa
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    10 Luglio, 2018
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Kindred Spirit

Sunset Beach è un luogo magico, una spiaggia dove è possibile trovare una cassetta delle lettere chiamata Kingred Spirit ovvero “Anime gemelle”. Qui chiunque, sia in maniera anonima o meno, può lasciare un suo pensiero, un suo desiderio, la propria storia o anche solo un saluto.

I protagonisti dell’ultimo romanzo di Sparks sono Tru e Hope. Tru è un uomo di quarant’anni bianco, nato e cresciuto nello Zimbabwe, dove fa la guida ai safari. Hope è un’infermiera che non sta passando proprio un gran bel periodo, sono molti i pensieri che la assillano. Il destino e il piccolo Scottie li farà incontrare nel North Carolina.

“L’amore vero era spontaneo, imprevedibile, e poteva nascere semplicemente ascoltando un uomo leggere una lettera d’amore trovata in una cassetta delle lettere in mezzo al nulla in un tempestoso pomeriggio di settembre”.

Erano anni che non mi trovavo fra le mani un libro di Sparks e dopo la lettura posso confermare che questo autore ed io, non abbiamo molto feeling. Parto dal presupposto che sono una lettrice anche di letteratura rosa e come tale non sono inesperta. Lo stile dell’autore è molto ridondante e prevedibile ma soprattutto “quasi” surreale. Nella vita può veramente succedere di tutto, su questo non ci sono dubbi, ma pur essendo un romanzo, (cosa che all’inizio non credevo) l’autore ha un po’ troppo esagerato.

La cosa che più mi ha infastidito è il fatto che l’autore parte con un “autoriferimento” che mette i presupposti per una storia con un fondo di verità. Pagina dopo pagina trovavo difficile credere anche minimamente alla realtà, ma la fiducia nelle parole iniziali dell’autore mi faceva provare qualche brivido pensando, wow, la vita può veramente sorprenderci. Alla fine è arrivata la “doccia fredda” e anche quel poco che mi aveva emozionato mi ha sdubbiato.

So che quando cerchiamo questo genere di letture alcuni elementi sono essenziali come la leggerezza, lo schema ben stabilito e l’amore, ma in questo manca la credibilità. So che le amanti di Sparks avranno molto da ridire, ma spero che tutte rifletteranno molto sulla prima scelta di Hope e forse questo le farà pensare con occhi diversi anche al resto della storia.

In conclusione posso consigliare questo libro solo alle amanti dell’autore, alle altre che amano la letteratura rosa o anche i romanzi d’amore, cercate altro.

“Credo che, in un angolino della propria mente, la maggior parte di noi si domandi: Che cosa sarebbe successo se avessi seguito il mio cuore? È impossibile conoscere la vera risposta. Una vita, in fin dei conti, è semplicemente un insieme di piccole vite, ciascuna vissuta per un giorno, e ognuno di questi giorni è fatto di scelte e conseguenze”.

Buona lettura.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    09 Luglio, 2018
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Io confesso! Ti confesso!

Tempo di confessioni per il barone Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, Commissario presso la Regia Questura di Napoli. Non solo perché il delitto di cui si deve occupare questa volta è quello relativo all'uccisione di padre Angelo, un gesuita da tutti ritenuto uomo di solidissima fede, di vasta cultura teologica ed un angelo in terra, che dedicava l’esistenza a confortare e, appunto, confessare i fedeli con passione e dedizione; ma soprattutto perché lui stesso è giunto ad un punto di non ritorno con Enrica. I due giovani, ormai, si vedono regolarmente, con la benedizione del cav. Colombo, il padre di lei. Tuttavia Ricciardi si sente in dovere di confessare il tormento che lo agita: il “fatto”, quell'esercito di morti violenti che continuamente lo ossessiona, quella “pazzia” che, egli crede, non gli consentirà una esistenza serena assieme ad Enrica.
Anche Maione si trova di fronte a nuovi tormenti. L’agente scelto Felice Vaccaro, nuovo ingresso in questura, assomiglia troppo al suo Luca, morto in servizio cinque anni prima, perché egli non ne rimanga turbato ed attratto. Poi c’è una serie di rapine incomprensibili, fatte, apparentemente, da dilettanti, ma sempre con tempistica perfetta, tale da sfuggire alle ronde predisposte per catturarli, tale da apparire uno sberleffo alla sua abilità di poliziotto.
Per tutti si preannunciano strazianti disinganni e faticosi recuperi di serenità.

Quando chiusi “Rondini d’inverno”, il volume che precede questo nella serie del Commissario Ricciardi, debbo confessare che ero visibilmente commosso. Raramente mi capita di farmi coinvolgere sino a quel punto. Tuttavia l’estemporanea battuta finale - quell'ultima frase (“Cavaliere, buonasera. Mi scuso per le circostanze, ma le chiedo il consenso di frequentare sua figlia Enrica”), pronunciata dal letto d’ospedale da Ricciardi, al culmine di un'acme di tensione - era stata una sferzata improvvisa e davvero toccante.
All'epoca la ritenni una chiusura idonea ed efficace per mettere un punto fermo alla serie. Un po’ come quando, nei film degli anni ’50, il regista glissava sul bacio finale tra i due innamorati carrellando sul mazzo di fiori o sulle fiamme del camino e lasciando proseguire la scena alla sola immaginazione dello spettatore, mentre scorrevano i titoli di coda. Sì, probabilmente io avrei calato il sipario sulla vita privata di Luigi Alfredo ed Enrica, lasciandoli soli, entro la riservatezza delle loro dimore immaginarie, a risolvere i problemi della loro complicata relazione che doveva restare solo loro. Per tessere una nuova trama gialla avrei probabilmente cercato qualche altro protagonista.
Perciò scoprire che De Giovanni aveva pubblicato un nuovo romanzo mi ha suscitato improvvisa meraviglia, ma anche tanta gioia: in fondo i lettori sono delle crudeli sanguisughe che non si contentano mai dei personaggi che amano e pretendono sempre di più da essi. Proprio per tale motivo perdonano anche quel continuo altalenare delle situazioni (come nella fattispecie) che fa tanto telenovela brasiliana.
Tanto premesso e perdonato, “Il purgatorio dell’Angelo” è un ottimo romanzo, perfettamente degno dei precedenti ed altrettanto godibile. Godibile nonostante che in esso l’ondata di onnipresente malinconia e tristezza permei ogni situazione, ogni avvenimento, senza tregua per il lettore. Non esistono accelerazioni nell'azione poliziesca, interludi comici o trasgressioni romantiche che diano un attimo di sollievo alla cappa di mestizia che sovrasta tutto, a dispetto del fulgido maggio in cui si svolge l’azione.
Anche i toni carichi dell’amore, quello tra Luigi ed Enrica, quello di Maione per Lucia ed il defunto figlio Luca, quello di Bianca per Luigi e per Carlo, sono offuscati da questa patina grigia che non dà speranze, ma solo pena.
La trama gialla è ben congegnata anche se non particolarmente arzigogolata. In fondo, però, come sempre ha tenuto a precisare l’A., i suoi romanzi non sono pensati per proporre un mistero poliziesco, bensì per scoprire ed analizzare sentimenti umani.
In quest’opera di sentimenti finiti sul tavolo settorio, come i cadaveri del dott. Modo, ce ne sono davvero parecchi.
Innanzi tutto c’è l’amore in tutte le sue sfaccettature: quello paterno e quello di un padre spirituale; quello di una madre che ha perso il figlio e quello di una madre che, accecata dall'affetto, non si rende conto di danneggiare e non favorire la figlia; quello passionale tra un uomo ed una donna che, talvolta, acceca e fa commettere idiozie; quello per Dio che a volte si tramuta pure in odio. Ma c’è anche l’amicizia, che può essere cattiva consigliera; la fede ed i suoi insondabili moventi; la vendetta ed il rancore.
Sono davvero tanti i sentimenti investigati ma, sempre, con grazia e poesia e con una delicatezza estrema.
Lo stile di De Giovanni è come al solito impeccabile; c’era da dubitarne? Tuttavia, con una certa sorpresa, ho notato che i primissimi capitoli sembrano ingranare la marcia giusta con una certa difficoltà. Ormai De Giovanni ci ha abituato alla perfezione e, quindi, non ci si contenta di nulla di meno. Perciò ci si stupisce a individuare qualche frase (pochissime invero, due o tre, al massimo) un po’ sciatta, una punteggiatura meno curata del solito, una costruzione sintattica un po’ farraginosa. Sembra quasi che il motore del romanzo abbia subito una ‘partenza a freddo’ che ha causato qualche “grattata” nelle prime battute.
Poi, però, si ritorna alla stessa splendida prosa ben nota a chi conosce l’A.. Tanto bella e raffinata che dispiace quasi che la trama ci induca inesorabilmente a proseguire sulla scia degli avvenimenti che si susseguono, e non ci lasci soffermare, con calma, a leggere e rileggere alcune frasi, per assimilarne appieno la musicalità e la profonda umanità, per goderne sino in fondo del significato e della costruzione.
In definitiva “Il purgatorio dell’Angelo” è, come al solito, un bel pezzo di letteratura la cui unica pecca è rappresentata dal fatto che le storie personali dei protagonisti sono ormai divenute preponderanti sul resto delle vicende. Quindi risulta assai difficile, se non impossibile, ad un neofita, apprezzarne la trama quando non si è ancora entrati appieno nel mondo del Commissario Ricciardi. Ma per gli aficionados è un piacere che si vorrebbe protrarre ancora a lungo.

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Ovviamente a chi ha letto i precedenti romanzi della serie, ma in genere a tutti perché la purezza dello stile è un piacere in sé. Tuttavia va tenuto presente che gli antefatti, pur se periodicamente ricordati, pesano grandemente sulla comprensione di reazioni e comportamenti dei protagonisti.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Luglio, 2018
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un omicidio cinquantenne

Tornano i cari e spiritosi vecchietti del Bar Lume, con A bocce ferme di Marco Malvaldi. La serie è iniziata nel 2007, e questo è il settimo della serie. Di lui, autore, mi ha colpito una dichiarazione che ha reso, in cui afferma che:
“Parrà turpe, ma a lui devo la tranquillità economica. (Camilleri Andrea, ndr.). Se Camilleri scrive e vede, consente a uno o due giovani all’anno di provarci. Ho sfruttato la sua traccia. Oggi scrivere gialli è comodo. Passa per una operazione culturale. Per me che sono tifoso, stargli accanto è come giocare nel Torino.”
I protagonisti a latere di questo libro sono quattro arzilli vecchietti: Aldo, Ampelio, Pilade e il Rimediotti, meglio conosciuti come “I quattro della Banda della Maglia-di-lana”. Frequentano e quasi “vivono” nel Bar Lume, di proprietà di Massimo, nipote di Ampelio, e di Tiziana. Massimo è spesso insofferente e sarcastico nei confronti dei quattro:
“Abbi pazienza, Massimo, ma stai diventando insopportabile. Tratti male chiunque. Finchè lo fai con tuo nonno e con quegli altri con cui hai confidenza pace. Ma non è che puoi mandare in culo le persone solo perché ti chiedono una centrifuga.”
A mediare c’è Marco Pardini, detto Marchino:
“balconista ufficiale del BarLume da un paio di anni. Del perché un cristone di un metro e novanta con una vistosa collezione di muscoli in bellavista sia soprannominato Marchino, le ipotesi valide sono due. “.
Un’indagine difficile, compiuta da Alice Martelli, vicequestore nonché fidanzata di Massimo, chiama in causa come testimoni proprio i quattro. All’apertura del testamento di Alberto Corradi, proprietario di una importante azienda farmaceutica del luogo, si apprende come quest’ultimo si dichiari colpevole di aver ucciso il padre putativo della stessa, tale Camillo Luraschi, da lui stesso adottato. La notizia è sconvolgente, anche perché a Matteo Corradi nominato erede universale non può spettare qualcosa che risulta essere frutto di un omicidio. Però l’omicidio dopo cinquant’anni è caduto in prescrizione. E allora? Le indagini si complicano ulteriormente con la violenta morte di Ubaldo Giaccherini, operaio in pensione, che dichiarava di possedere importanti informazioni riguardo al passato. Tutto ciò è misterioso, perché i quattro conoscevano bene Alberto, e non sono convinti della sua confessione, per cui:
“quella era la domanda cruciale. Quella che le ripassava nel cervello da un paio di giorni, fastidiosa come un pulmann che va nella direzione giusta ma è strapieno, e tu non sai se è il caso di salirci o di aspettare quello dopo.”.
L’indagine prosegue, tra svolte e depistaggi, con un occhio rivolto al passato. Ad un passato, il ’68, complicato e difficile, che spesso non si vuole ricordare, che.
“era il momento della protesta studentesca. E qui siamo accanto a Pisa. (…) Novantamila persone, di cui cinquantamila studenti universitari. Un testone enorme su di un corpo rachitico, come diceva il Nardi. Un assetto squilibrato. E infatti quello successe, si perse l’equilibrio.”
Un giallo differente dal solito, un giallo che alla trama, decisamente classica del genere, affianca un clima ironico e spiritoso, che travolge il lettore. La vena comica ed umoristica percorre incessante tutto il libro, affiancato dall’uso sparso del dialetto toscano, che farcisce e condisce amabilmente le battute dei quattro vecchietti. Una trama intrigante e complessa tra chiacchiere da bar, pettegolezzi di provincia e derisioni da compagnoni. Una bella e stimolante lettura.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto i precedenti sei libri di Marco Malvaldi, con protagonisti i quattro vecchietti del BarLume.
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Racconti
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Luglio, 2018
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Tre donne poliziotto

Sbirre reca in sé tre firme autorevoli come quelle di Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni. Il punto cardine del libro è che le protagoniste sono tre donne:
“Anna aveva due vite e ha perso tutto.
Alba non crede a nessuno.
Sara è la donna invisibile.”
Queste tre figure sono il frutto della fantasia di tre giallisti importanti per l’editoria italiana: uno ha inventato Marco Burrotti detto L’Alligatore, l’altro ha firmato Romanzo criminale e Suburra, e l’ultimo il commissario Ricciardi e i Bastardi di Pizzofalcone.
Ora parlano di tre poliziotte, tre donne in divisa. Ma:
“Le sbirre di questi racconti sono creature di confine, paladine mancate, guerriere comunque sconfitte, sedotte dal delitto, soggiogate dalla vendetta, in bilico tra bene e male.”.
Il primo racconto vede protagonista il vicequestore Anna Santarossa, una donna corrotta, che insieme al suo amante Zeno Degrassi, vendono “soffiate” alla mafia bulgara, spietata come non mai. Qualcosa sconvolge gli equilibri e il cadavere del suo amante viene ritrovato orrendamente mutilato. Lì Anna comprende di aver commesso un errore determinante. La sua vita è sconvolta, la sua perfetta immagine di giovane donna sposata ad un dentista ed inflessibile poliziotta perduta per sempre. E allora come comportarsi? Inseguita da criminali indefessi e pericolosi non le rimane che inventarsi e costruirsi una terza vita, dove non esistono né valori né regole per salvarsi.
Invece il commissario Alba Doria si trova ad indagare su un omicidio inquietante: un giovane della Roma bene ha sparato ai due genitori, e poi si è gettato dalla finestra con il suo computer, quasi obbedendo ad un ordine che non si sa da dove e da chi proviene. Nessuno le crede, ma lei ben presto si rende conto di dover affrontare le insidie del web, di un uomo misterioso che si fa chiamare “il Maestro”, che semina odio e vendetta tra le pieghe più segrete del dark web.
L’ultimo racconto, a firma De Giovanni, vede Sara Morozzi, una donna speciale, fantastica. Lei sa leggere le labbra delle persone, e interpretarne il linguaggio del corpo. Ha lavorato fino a poco tempo prima per i Servizi, ora, dopo la morte dell’amato compagno, si è ritirata a vita privata, alle prese con la cura delle tante ferite che la opprimono. Ma un evento tragico la costringe a ritornare là dove aveva lasciato: l’investimento del suo unico figlio abbandonato da lei in tenera età, per seguire un grande amore, segreto e difficoltoso. Ora cerca vendetta ma a modo suo.
Questo testo spazia :
“Dall’estremo Nordest di una frontiera selvaggia fino alla Napoli anonima di sobborghi e quartieri residenziali, passando per una Roma in cui davvero aprile è il più crudele dei mesi e la primavera ha smesso di riscaldare i cuori. Massimo Carlotto Giancarlo De Cataldo e Maurizio De Giovanni raccontano l’Italia al tempo dell’illegalità globalizzata, delle “fake news”, del condizionamento di massa. Svelano le ossessioni, le paure e la privata ferocia di coloro che dovrebbero difendere l’ordine pubblico. Inaugurano una “new wave” della letteratura nera, in cui la donna non ha più nulla di fatale, ha rinunciato alle pose marziali della giustiziera e, lontana dall’eroismo inquirente, restituisce la cupezza di una realtà quanto mai controversa.”.
Non si può rimanere indifferenti dinnanzi a queste tre figure di donne. Donne sofferenti, difficili da comprendere, donne in bilico tra bene e male in un sottile confine. Una lettura che colpisce il lettore trascinandolo in un vortice di emozioni e di sentimenti. Un caleidoscopio di figure femminili affascinante e profondo. Una narrazione precisa e sintetica, che giunge al nocciolo profondo delle tematiche discusse. Un ottimo testo e una bella lettura.

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Consigliato a chi ama i libri di Massimo carlotto, Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale e suburra) e Maurizio De Giovanni, Sara al tramonto.
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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Luglio, 2018
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Non la migliore Torregrossa

“Glielo spiego per l’ultima volta, si tratta di omicidio quando uno, pure che è fimmina, l’ammazzano e basta. Nel femminicidio invece c’è una violenza ideologica che si protrae nel tempo e si vuole annientare l’autonomia della vittima. È chiaro adesso?”

Giuseppina Torregrossa ritorna al giallo e ripropone i protagonisti di “Panza e prisenza”. Marò è stata promossa e si dedica ai casi di anti-femminicidio, Sasà, invece, non è soddisfatto del suo destino e la relazione con Marò non sembra procedere per il meglio.

Fra i due, il ruolo principale è quello di Marò che si ritrova a dover risolvere un caso non semplice perché la vittima è in vista e soprattutto ha molte similitudini con la nostra protagonista che oltre alle indagini dovrà pensare anche a se stessa e al suo futuro.

Come di consuetudine, la Torregrossa ambienta i suoi libri in Sicilia, qui siamo a Palermo e questa volta le Sante a cui chiedere aiuto sono più di una. Si prova con la santuzza Rosalia, che questa volta sembra non aver voglia di ascoltare le preghiere dei devoti, che così sono costretti a invocarne altre per ricevere “aiuto”, perché il caldo non sta rendendo facile la vita agli abitanti.

Ho letto diversi libri di quest’autrice e amo molto il suo stile ma come “giallista” un po’ perde. La
Torregrossa mette l’amore per la sua terra nei suoi romanzi e trascina sempre il lettore, dove vuole lei. Con i gialli invece mancano quelle digressioni o quelle ambientazioni che ti fanno “volare” in Sicilia. Specialmente nelle prime cinquanta pagine mi sono proprio sentita spaesata, era tutto un susseguirsi di situazioni sconnesse fra loro con lo scopo di presentare i vari protagonisti, che invece di aiutarti ad ambientarti, non ti facevano ancora entrare nella lettura. Questa volta sono molte le accuse al popolo “siculo” che l’autrice presenta.

Il basilico poi pensavo avesse un ruolo più “evocativo”, invece rimane abbastanza marginale. Insomma non la migliore Torregrossa, questo non toglie il fatto che l’autrice sa scrivere e che rimane per me una scrittrice veramente valida.

Buona lettura.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    06 Luglio, 2018
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Ogni cosa è collegata alle altre

“Tutti sono convinti che i problemi siano qualcosa di personale, ma, nell'immensità che ci circonda, è più inquietante pensare a come ogni cosa sia collegata alle altre. Ecco perché in tanti preferiscono scrivere a noi anche se hanno già qualcuno accanto. Vogliono avere la certezza che lanciando un sassolino in questo oceano così vasto potranno vedere comunque i cerchi nell'acqua. Vogliono sapere che dall'altra parte c'è qualcuno, anche se si tratta di qualcuno che non potranno mai vedere.”

Guriko e Donko sono due sorelle che hanno sofferto tantissimo durante l'infanzia e l'adolescenza. Adesso, all'età di circa trent'anni, hanno aperto un sito internet dove ricevono e rispondono a mail di persone sconosciute che chiedono un consiglio, confidano un problema o uno stato d'animo.
La voce narrante appartiene a Guriko, la sorella minore, che si occupa a tempo pieno del sito e gestisce la casa, mentre ricerca faticosamente pace, serenità ed equilibrio interiore. La sorella maggiore, Donko, è invece più eccentrica, meno propensa all'interiorizzazione delle esperienze; ha un lavoro nella redazione di una rivista femminile ed una spiccata tendenza ad innamorarsi. Non vuole sposarsi o costruire relazioni stabili però, è attratta soltanto dalla fase iniziale delle storie d'amore, dopodiché perde tutto l'interesse. Le due sorelle sono unite da un passato difficile e da un profondo legame che i genitori si immaginavano già per loro prima che nascessero: decisero infatti, alla nascita della prima figlia, di darle la metà del nome Donguri (castagna in giapponese), mentre l'altra metà del nome l'avrebbero data alla sorellina, che sarebbe nata un paio d'anni dopo.
Guriko sta attraversando un momento particolare, esce raramente, non ha una vera e propria vita sociale, ma vive intensamente una spiccata sensibilità. Riesce ad essere in contatto con la propria parte interiore più profonda e sommersa, che si manifesta nelle sensazioni, nei ricordi, nei sogni.

Siamo di fronte ad un breve romanzo delicato ed introspettivo: lo stile di Banana Yoshimoto è lieve nel descrivere situazioni dolorose e complicate. Ognuno vive cercando di tirare avanti meglio possibile, affrontando lutti, abbandoni, incomprensioni inevitabili. Ma nessuno è completamente isolato dagli altri, anzi, siamo tutti collegati da una rete di sentimenti ed emozioni: quello che provano gli altri, quello che accade a chi ci ha voluto bene ha un effetto che ricade su di noi.

“ Una persona muore e fa un cerchio sull'acqua che si allarga a includere chi gli sta intorno. Ciascuno di noi occupa una porzione di spazio in questo mare enorme che è la somma di tutte le nostre anime, ed è uno spazio uguale per tutti.”

Una lettura che induce alla meditazione ed all'introspezione. Una storia sussurrata che lascia nell'aria una miriade di pensieri e riflessioni.

“Di tanto in tanto penso a tutti gli uomini straordinari che lasciano questo mondo senza scrivere libri, senza andare in tv, senza quasi mai raccontare le proprie idee ed esperienze. Mi immagino la loro interiorità come qualcosa di limpido, simile a un lago dalla superficie cristallina che, al momento della morte, li inghiotte serenamente, in armonia. La laboriosità delle loro vite è controbilanciata dalla quiete con cui il cielo li prende con sé. Le loro mani rugose e piene di graffi, le carni esauste e raggrinzite sfumano con grazia. Come una piante che si secca conservando la propria bellezza, se ne vanno senza lasciare ombre.”

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lapis Opinione inserita da lapis    01 Luglio, 2018
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"La mano del tempo cancella ogni traccia"

Mappa vuol dire esplorazione e ricerca. Viaggio e scoperta. Ed è proprio una strana mappa, composta da una manciata di frasi immerse in un mare di cancellature, la traccia che viene affidata al biblioterapeuta Vince Corso. Forse porterà a un libro, forse non porterà a nulla. Ma Vince non può far altro che prendersi cura di quelle poche parole superstiti.

Il tempo è capace di annerire tutto, di ridurre in cenere e tizzoni bruciati le parole dei libri così come l’edificio dei nostri ricordi. Quelle poche frasi sono tutto ciò che l’Alzheimer ha lasciato alla voce di un uomo che ha consacrato la sua vita allo studio, al collezionismo, alla lettura. E allora ritrovare il libro a cui quelle parole appartengono è l’unico modo per ritrovare la sua storia. E scoprire che ogni parola e ogni coincidenza può essere decisiva per il nostro destino.

Fabio Stassi ci accompagna senza fretta in un viaggio sfumato di mistero, arricchendo sempre di più la posta in gioco, mettendoci al cospetto di un mosaico di personaggi, di libri e di citazioni uniti da un unico filo, il filo della memoria. A fare da sfondo alle vicende narrate, una Roma sporca e piovosa, corrosa dall'intolleranza e avvelenata dalla tristezza, una città grigia di sofferenza e rassegnazione.

Non si tratta di un classico rompicapo alla ricerca di un colpevole; l’autore utilizza un climax di mistero per catturare l’attenzione del pubblico e parlarci di altro. Del mondo, diventato così complicato. Di noi stessi, sempre più egoisti e concentrati sul nostro tornaconto. Di ricordi, che possono essere momenti da salvare o veleni capaci di intossicare il presente. È un bel romanzo che non manca di stile, raffinatezza e cultura, intessuto di rimandi e dettagli letterari che saranno di certo apprezzati da tutti gli amanti dei libri. La storia si srotola fluida su un tappeto di malinconia, lasciando però una residua sensazione di avere partecipato a qualcosa di bello e poetico, ma di non aver avvertito vibrazioni sulle corde del cuore.
Cosa resta? Un profumo di carta ingiallita e l’eco di una dolce melodia francese.

“Eppure continuo ad amare la letteratura di un amore sconsiderato, a ricevere i miei pazienti, a dare, per quel poco che conta, un ricovero passeggero ai loro dispiaceri, convinto che non ci sia gesto più umano che leggere e che anche un libro possa essere medicamentoso. Ma le parole degli altri non possono salvare nessuno se non diventano le tue”.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    25 Giugno, 2018
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La solitudine dell'uomo senza dei


“La casa dei nomi” di Colm Toibin ripropone in una prosa limpida e essenziale la storia tragica di Agamennone, Clitennestra, Ifigenia, Elettra e Oreste. In contrasto con un re, Agamennone, timoroso degli dei, sleale e infido al punto da ordire il più basso degli inganni ai danni della bellissima figlia Ifigenia, che offre come vittima sacrificale nel rito propiziatorio in occasione della guerra imminente, emerge la possente figura di Clitennestra, ferita nel suo orgoglio di moglie e di madre, che scatena la sua furia senza limiti, pronta a vendicarsi con ogni mezzo del tradimento patito. È la stessa regina a raccontare il mutamento del suo animo, a descrivere come da sposa fedele e orgogliosa si sia trasformata in donna vendicativa e violenta.
Accanto a Clitennestra le due figlie: Ifigenia, da un lato, fragile e forte al tempo stesso, consapevole dell’orrendo sacrificio di cui sarà vittima, ribelle eppure passiva, costituirà il motivo scatenante della vendetta della madre e Elettra, determinata e dotata delle qualità necessarie per esercitare il potere, pur soffrendo nella sua solitudine e nel suo isolamento.
Se dunque le donne di questo romanzo ereditano dalle eroine di Euripide, di Eschilo e di Sofocle la forza e la passione, esse tuttavia sono personaggi estremamente umani, lontani dalla logica schiacciante e riduttiva della fede divina alla quale soggiacere, Oreste, che rappresenta il futuro del regno, al contrario, presenta fragilità incolmabili, soprattutto se visto accanto ad Egisto, il classico uomo nuovo, senza scrupoli e senza reali legami affettivi. Non c’è dubbio che nel confronto con i classici greci, il romanzo di Toibin é più vicino alla realtà contemporanea, proprio per la semplicità della forma espressiva priva della solennità della rappresentazione teatrale. Il tema politico, predominante nella tragedia greca, è qui solo accennato. Ciò che conta è l’animo dei personaggi, le loro passioni, la loro lotta per la giustizia, in un mondo non più condizionato e dominato dal potere degli dei.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    23 Giugno, 2018
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Lucrare sui grandi nomi scomparsi

La morte di un autore può avere molteplici effetti. Mettendo da parte gli sfortunati il cui valore viene riconosciuto soltanto postumo (come non pensare a Kafka), questi effetti sono piuttosto controversi. Nel caso in cui a passare a miglior vita sia un autore famoso, le sue opere ritornano improvvisamente in auge, affollando scaffali e vetrine di tutte le librerie e balzando improvvisamente in testa nelle wishlist dei lettori. Andando un po' più avanti nel tempo, se gli autori sono abbastanza "commerciali", gli editori cominciano a spulciare nei loro computer (chissà che non facciano scrivere qualcosa a un ghost writer?) alla ricerca di qualche opera inedita o incompiuta, così da poter continuare a lucrare sul nome del defunto. Peccato che, a parte rari casi, quelle opere siano rimaste inedite per un motivo ben preciso, che lascio alla vostra perspicacia.
Questo è successo e continua a succedere con Michael Crichton, e a quanto pare sta accadendo anche con Giorgio Faletti. Ora, io non ho letto molto dell'autore e non posso dire se rientri o meno nelle mie corde, ma posso dire che la pubblicazione de "L'ospite" ha davvero poco senso, se non quello di dare un contentino (?) ai fan dell'autore.
Non oso immaginare cosa accadrà con Stephen King... lunga vita al Re.

All'interno di questo libricino ci sono soltanto due brevi racconti, completamente scollegati tra loro; inoltre, mentre il primo racconto può avere attinenza con il titolo dell'opera (ma nemmeno tanto), il secondo non ha alcun collegamento e sembra essere stato messo lì giusto per arrivare alle cento pagine.
Si tratta di due racconti incredibilmente diversi tra loro: il primo racconta della scomparsa di un uomo dello spettacolo e della sua ricerca da parte di un giornalista e sua nipote; il secondo un breve racconto poliziesco, tra l'altro abbastanza carino. Ma continuo a non capire cosa ci faccia all'interno di questo libro; certo, è concepibile la pubblicazione di una raccolta di racconti e che questi siano diversi tra loro... ma due?
Tirando le somme, direi che all'opera dell'autore questo piccolo libro non aggiunga alcun valore, così come i nuovi libri di Crichton. I veri capolavori li hanno scritti in vita e queste nuove pubblicazioni sono poco più che un contentino per chi amava gli autori e sente la loro mancanza, oltre che un metodo che gli editori hanno per far soldi...
Leggetelo solo se siete fan di Faletti e cercate qualcosa di leggero per quando sarete sotto l'ombrellone, anche se forse potreste trovare qualcosa di meglio. Non me ne voglia il buon Giorgio, pace a lui.

"Ci sono cose che arrivano e passano, perché siamo uomini e riusciamo a dimenticare. Ce ne sono altre che non passano mai. Per lo stesso motivo. Perché siamo uomini e non le vogliamo dimenticare."

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Romanzi
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    19 Giugno, 2018
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We are lost, mistah.

Nel cuore della notte tutto può succedere, è in quel momento che l'esistenza di un uomo può prendere pieghe inaspettate.
E' come essere in bilico, in precario equilibrio, tra la luce e le tenebre, la speranza e la disperazione: si può sprofondare nel buio o scorgere i primi bagliori dell'alba.
La notte diventa metafora della vita e durante una notte si racconta una vita, quella di Anna e del suo uomo, il poeta.
Chi la racconta è proprio lui, il poeta.
O meglio, quello che ne resta del poeta.
Ora è uno sconosciuto, uno come tanti, barba incolta, abbigliamento trasandato, sguardo vuoto ed anima affogata nell'alcol, in viaggio su uno di quegli autobus che sembrano cadere a pezzi da un momento all'altro ma che miracolosamente ancora si muovono per le strade del terzo mondo, trasportando turisti avventurosi (o semplicemente sprovveduti) in zone disperse di quell'immenso continente, animati dalla promessa di assistere all'incanto di un tramonto dai colori boreali lungo il pendio di un vulcano.
Tra i turisti, seduto accanto a lui, c'è un giovane in viaggio con la sua fidanzata, italiani anche loro. Non ci vuole molto tempo prima che il giovane riconosca in quello sconosciuto il 'poeta', proprio colui divenuto famoso anni addietro in Italia su ciò che fu definito da tutti i media lo 'scandalo della poesia'.
E quell'uomo aveva un vulcano dentro che ardeva dal desiderio di buttar fuori lacrime, rabbia, parole a lungo trattenute: fu così che nel cuore di quella notte il poeta raccontò al giovane che lo aveva riconosciuto la storia della sua vita, della sua donna Anna, della notte che li aveva allontanati, del baratro in cui era sprofondato e da cui era riemerso, faticosamente, ricostruendo il suo legame con Anna e riconquistando la sua dignità di uomo ma, quando tutto sembrava volgere per il meglio, di nuovo la notte, il buio, la rovina.
Devo essere sincero, ero fortemente scettico su questo romanzo di Marco Rossari definito sulla quarta di copertina come una storia d'amore, sesso e politica, una storia per adulti, come lascia forse intuire la stessa immagine di copertina.
E sono rimasto piacevolmente sorpreso sin dalla lettura dei primi capitoli quando si è rivelato ben più articolato e coinvolgente di un banale romanzo a sfondo erotico.
La scrittura è attenta, sempre accurata nella scelta dei termini ma senza perdere leggerezza, scorrevolezza anzi magnetizzando l'attenzione del lettore sia nelle descrizioni di 'intermezzo' del paesaggio, della gente e delle abitudini di un popolo così lontano dalla cultura occidentale sia nello sviluppo della trama principale incentrata sulla storia di Anna e del poeta.
"Viaggiare in quei luoghi, pensavo con l'ingenuità dell'epoca, ti faceva tornare a quando la strada era davvero di tutti. La vita - degli uomini , degli animali, delle cose - traboccava dagli interni per rovesciarsi fuori. Se in quel momento esatto avessi dovuto indicare un simbolo della civiltà occidentale, avrei senza esitazione indicato una porta, ancora prima di un sistema fognario. La strada che entra nelle stanze dove vivi. E che ne esce di continuo: al posto delle porte, tende; invece che finestre, veli. Niente uscio, niente vetrine, tutto costantemente esposto."

Si conoscono ai tempi del liceo, lui era il classico ragazzo, figlio della borghesia bene di Milano, insodisfatto, insicuro, imbranato, ribelle contro la società, i ricchi, il capitalismo solo per sfogare la sua incapacità di agire, anzi reagire, di conquistare una propria dignità.
"Ero un figlio odioso e velleitario, che cerca nella poesia una chiave per il mondo, quindi non la trova. Restavo in quel limbo, in quell'ipocrisa vivente. Gridavo a mia madre che odiavo il cashmere e non sapevo di averlo addosso. Regalavo ad un barbone la paghetta che mi allungava mio padre , svoltato l'angolo, vomitavo per l'odore. Credevo in un comunismo emotivo, vacuo. Tifavo rivolta, ma non passavo all'azione."
Per questo si rifugiava nella poesia:
"Forse avevo solo bisogno di vendicarmi della mia viltà. Tutta la poesia in fondo non è che una grande forma passivo-aggressiva di autocommiserazione. Dal grande autore sino all'ultimo stronzo che declama in metropolitana."
Poi però intravede Anna, la ragazza col berretto rosso, che frequenta i comitati e le organizzazioni studentesche di ispirazione comunista. Per giorni percorrono insieme gli stessi tratti di strada senza mai parlarsi, a malapena si incrociano gli sguardi:
"prima lei davanti ed io dietro, poi lei dietro ed io davanti, poi diagonali, obliqui, sparsi. Il kamasutra dell'indifferenza e della timidezza: tutte le posizioni per dirci che eravamo soli."
Passa del tempo prima di una timida stretta di mano, un contatto, un segno, una parola. Dopo però l'amore scoppia violentemente, un fulmine nel cielo grigio di Milano e delle loro esistenze.
"Io, lei. Lei, io."
E nessun altro, sino alla nascita inattesa, non voluta, della figlia.
"Fare un figlio è una questione di geometria. Sai chi l'ha detto? Un poeta. Chi altri? Quando sei convinto che la vita sia piana, ecco che si aggiunge una terza dimensione. Profondità."
Ma quella figlia, quel piccolo corpicino, compie il miracolo: non separa, ma unisce e rafforza. Lui trova lavoro come aiutante in una piccola libreria di periferia (molto più remunerativo del lavoro da poeta) e lei si afferma come giornalista politica.
E chissà, avrebbero potuto continuare così per anni, per sempre, insieme e felici, se la notte non si fosse portata via la loro bambina, all'improvviso, 'fulminante' dicevano i medici del pronto soccorso, tutto nel cuore di quella notte.
Ciò che segue è il racconto della disfatta di un uomo, una discesa in caduta libera verso l'abulia e passiva rassegnazione, l'annullamento totale di ogni forma di rispetto verso se stesso e gli altri.
Trascorre le notti tra sesso ed alcol, dialogando senza alcun ritegno su chat pornografiche con donne sconosciute ma sole e perse come lui, oppure seduto allo stesso sgabello dello stesso bar circondato da bicchieri vuoti, piangeva senza piangere, moriva senza accorgersene:
"Bere è un continuo indietreggiare davanti alla morte, correndoci incontro. Ma bisogna bere da soli per capirlo. Devi stare con il decimo bicchiere di veleno a stazionare in un solo punto preciso del bar: tenere la posizione è un imperativo, devi essere il perno intorno al quale tutto gira."
E' la parte più cruda del romanzo: il linguaggio diventa volutamente volgare, i molteplici incontri a sfondo sessuale vengono descritti senza moderazione o parsimonia di dettagli, non c'è erotismo, a mio parere non c'è volontà di eccitare o stimolare l'immaginazione del lettore, è pura pornografia di milleriana memoria, sesso allo stato brado, selvaggio, disinibito, riflesso incondizionato della sua condizione di degrado interiore.
Lo so, molti potrebbero non gradire, molti potrebbero storcere il naso disgustati.
Ma non mi sembra che questa dell'autore sia stata una scelta dettata da secondi fini, esigenze pubblicitarie o di un mercato sempre più affamato di sesso.. 'Il vero volto del mondo era tra le nostre gambe'.
La definirei piuttosto una scelta 'stilistica' coerente con lo sviluppo della trama e con l'evoluzione (o, forse, meglio dire regressione) psicologica del protagonista.
D'altronde 'quale scrittore non è un pornografo? Quale scrittore non mette sulla pagina ciò che è osceno, ciò che è fuori, ciò che è parte dell'animo umano?'
E se, come nel mio caso, vi lascerete sedurre dal racconto del poeta sino all'epilogo finale apprezzerete ancor più il valore di quella scelta: in un mondo sommerso dal sesso, in un mondo in cui lo schermo diventa 'un buco della serratura attraverso il quale vedere il pianeta', paradossalmente è una poesia d'amore di un uomo verso la propria donna che diventa strumento di scandalo, che distrugge l'esistenza.
"E sai qual è la cosa tremenda, la cosa esilarante? Tragedia, farsa: avevamo retto alla morte di una bambina, ma non al video di un pompino in rete."

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antonelladimartino Opinione inserita da antonelladimartino    18 Giugno, 2018
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L’arrivo delle tenebre

Una casa abbandonata, o forse no. Là dentro è successo qualcosa, non c’è dubbio. Ma in fondo, è soltanto una casa. L’orrore, quello vero, è altrove.

Le ombre del male si annidano ovunque, ma quando trovano la cornice giusta, acquistano una forza che forse è più inquietante del male stesso. La narrazione ci propone una lotta senza esclusione di colpi all’interno del protagonista. All’inizio, il protagonista si muove in armonia con le forze della vita, che sembrano invincibili, sostenute dall’amore, dalla famiglia, da ogni singola cellula del corpo. Ma le ombre del mare usano un’arma altrettanto potente: la curiosità, quella malata, quella che trae forza dalle ombre che albergano in ognuno noi, nessuno escluso. C’è soltanto una differenza, la scelta, quella sostenuta dal libero arbitrio (se c’è).

Una trama semplice semplice, priva di fronzoli, bellissima. Descrizioni accurate, che tuttavia si inseriscono nel ritmo senza smorzarlo. L’arena della contesa è analizzata minuziosamente, scivolando fin negli scambi tra mente e corpo, nell’osservazione dei cambiamenti sincronizzati dei due, che dovrebbero far parte della stessa squadra, e invece perseguono fini diversi: le cellule vogliono vita, la mente vuole affondare lo sguardo, fin dove non c’è luce.

Il protagonista riflette su se stesso, si osserva, si diverte, prende coscienza dei rischi e ci prende gusto, come uno spettatore che si perde in un film. Il percorso è lungo, accidentato, e passa necessariamente attraverso un bosco, che ricorda quello metaforico delle fiabe e comprende immagini suggestive, quasi poetiche. Rincorrendo le ombre dell’orco, il protagonista si avvicina all’ambiente fino a fondersi, a diventare altro da sé.
“Ero e basta: avevo perso la necessità di agire, l’angoscia di eccellere, la brama di appartenere.”

Il percorso prosegue snodandosi in un’evoluzione è complessa, l’indagine interiore genera altri incontri, altri altri sviluppi che sorprendono e si rincorrono fino alla fine, quando la metamorfosi giunge a compimento.

Il romanzo è ricco di contenuti, ben condito scelta lessicale e abbondante negli intrecci inattesi, eppure l’ho divorato come uno stuzzichino. Il protagonista ci offre come dessert quella che potrebbe sembrare una morale, uno monito. Ma l’orrore non concede rimedi.

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romanzi di genere, romanzi introspettivi, romanzi di qualità.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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lapis Opinione inserita da lapis    17 Giugno, 2018
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Verosimile o similvero?

Andrea Camilleri porta nuovamente in scena la sua creatura più splendente con una nuova avventura interamente dedicata al mondo del teatro, che l’autore siciliano così ben conosce e ama. E, per una volta, trasforma i suoi affezionati lettori in veri e propri spettatori.

Sul palcoscenico letterario si mescolano realtà e finzione, in uno strano gioco delle parti. Attori che recitano le proprie verità. Cadaveri che si sdoppiano e si nascondono. Drammi sociali che diventano scenografie. Addirittura brani in corsivo si stagliano dalle pagine per incastonare scene drammatiche o divertenti, dotate della forza immaginifica di un film, o citazioni poetiche a sottolineare attimi di intensa emozione. Perché in questa rappresentazione sono in scena, ancora una volta, le passioni. Le passioni di Salvo Montalbano.

La sua acuta curiosità di sbirro, innescata dalla figura di Carmelo Catalanotti, vittima dai connotati oscuri e ambigui. Colto lettore, usuraio di medio calibro, regista sperimentatore di un proprio, personalissimo, metodo di recitazione basato sullo scavo psicologico e sulla ricerca di quella goccia di verità nascosta, capace di trasformare un attore in un interprete del similvero. Poi lo sdegno civile, di fronte a un mondo che priva gli uomini del lavoro e, così, della dignità e nega ai bravi giovani persino la possibilità di sognare un futuro semplice. E, infine, la passione di un uomo che si sentiva destinato a un lento tramonto e, all’improvviso, si sente vivo, in preda alle impetuose emozioni di un’inaspettata e irrinunciabile fantasia sentimentale.

Molto semplice la trama e piuttosto prevedibile la pista criminosa, la bellezza della scrittura di Camilleri sta nella straordinaria capacità di tracciare scenari, che siano ambientali o piscologici. Uno dei romanzi più introspettivi della serie, in cui le malinconiche riflessioni e gli imprevedibili entusiasmi del commissario diventano trama a sé.

Con la solita penna ironica e leggera, che sempre incanta, Camilleri incastona un nuovo, importante tassello nella storia del suo personaggio, che, mai come stavolta, ci appare fragile e umano. A fine lettura, prevale una sensazione dolce-amara di stordimento, di sospensione in una strana dimensione di irrealtà dove l’impossibile sembra possibile.

Un po’ confusa, non mi rimane che salutarti, Salvo. Alla prossima avventura.

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Romanzi
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    17 Giugno, 2018
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Tu e io, io e tu

È un racconto brevissimo, geniale nella sua originalità “Il mio romanzo viola profumato” di Ian McEwan che nell’edizione Einaudi viene associato, non a caso, al saggio “L’io” pronunciato dall’autore per il conferimento del premio Bottari Lattes Grinzane 2018.
È la storia di un tradimento, di uno dei tradimenti più vili che calpesta i vincoli sacri dell’amicizia e della lealtà. È di un vero e proprio crimine che si macchia Parker Sparrow, scrittore mediocre ma ambizioso, che sottrae all’amico fedele Jocelyn Tarbet, scrittore di successo, un manoscritto di grande valore artistico, che con opportune modifiche egli presenta come suo, rovesciando la sorte che era loro toccata fino a quel momento. Lo scrittore mediocre raggiunge il successo, lo scrittore di successo, accusato di plagio, viene dimenticato e cade nella detestata e detestabile mediocrità. Eppure l’inganno e l’ipocrisia giocano ancora il loro ruolo determinante, al punto che tutto possa continuare come prima, mutatis mutandis.
Questa breve storia porta in primo piano il tema del rapporto di ogni individuo con il proprio ego. Se poi ci si muove nel campo dell’arte, questo tema è assai più pressante e significativo.
McEwan traccia abilmente le linee entro le quali l’artista opera, più che uno studio psicologico il suo è uno studio antropologico. In un mondo così concentrato sull’esaltazione dell’io, come quello in cui viviamo - si pensi alla funzione dei social che permettono a chiunque di mettersi in vetrina ed esaltare o esporre la propria personalità e all’uso così frequente dei selfie - non c’è assolutamente da meravigliarsi se anche il mondo dell’arte amplifichi e moltiplichi questa tendenza all’esaltazione del proprio io. McEwan ricorda come nella narrativa l’uso della prima persona risale già a secoli addietro, basti pensare alla Clarissa Harlow di Richardson che altro non è che un romanzo autobiografico. E, aggiungerei, cosa dire del Robinson Crusoe? E come non pensare al Dottor Jekill e Mr. Hyde di Stevenson, nel quale l’io addirittura si sdoppia? Dunque il rapporto autore-protagonista ha sempre posto interessanti spunti critici ai lettori più attenti. La presenza dell’io in ogni opera d’arte è determinante. Lo stesso Flaubert dichiarava: “Madame Bovary c’est moi”. Nell’arte figurativa non possiamo ignorare la funzione dell’autoritratto. Ricordiamo anche solo Van Gogh o, tra le pittrici più amate, Frida Kahlo. D’altronde McEwan si sofferma su un punto molto interessante. L’individuo nella sua storia umana dall’infanzia alla vecchiaia, sviluppa caratteri e sentimenti diversi. Egli è tante persone diverse nel tempo, che trovano una unità e una composizione alla fine del percorso esistenziale. Non c’è dubbio, comunque, che se si volesse dare una valutazione morale sulla esaltazione dell’io, non potremmo fare a meno di sottolineare che la maggior parte dei mali dei nostri tempi deriva proprio da un individualismo esasperato, che porta ad ignorare i più deboli e ad esaltare tutto ciò che attiene alla sfera del successo e della ricchezza.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    15 Giugno, 2018
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Rinascere da capo

Titolo ambiguo, “Cattiva”: lo è la madre, cattiva, con i propri pensieri disperati che urlano silenziosi, o la figlia, con i suoi pianti improvvisi senza apparente motivo? O forse lo sono in egual misura entrambe, ciascuna portatrice a suo modo, seppur a livello inconsapevole, di bisogni egoistici?
Attraverso una scrittura intima, inquieta, priva di edulcorazioni di sorta, a tratti anzi quasi sfrontata e coraggiosamente schietta, si anima la vicenda narrata nel nuovo romanzo di Rossella Milone, edito da Einaudi. Una piccola storia che si rivela grande come non può che esserlo ogni volta il miracolo della vita che si rinnova e si affaccia inerme e incosciente al mondo.
Una coppia di genitori, Emilia e Vincenzo, da un lato, una bimba di appena due mesi dall'altro. Con sensibilità e delicatezza tutte al femminile, viene posta al centro di queste pagine l'esperienza della maternità e, in particolare, la nascita del primo figlio, vera e propria rivoluzione nella vita di una donna che, per ovvi motivi, risulta sempre maggiormente coinvolta (e sconvolta) da un evento come questo rispetto a ciò che invece succede alla figura paterna. Un groviglio di sentimenti, emozioni, sensazioni, capitolo dopo capitolo, trova precise e intense descrizioni, mentre a poco a poco emerge il convincimento che nella cura della prole ci sia qualcosa di ancestrale, istintivo, addirittura “animalesco”; e allora non ci si stupisce neanche più pensando di essere una lupa o qualsiasi altra bestia di cui sopravvive appunto l'istinto nella parte più recondita delle nostre cellule. Del resto, come l'autrice ben sottolinea, non vi è niente di razionale nei primi mesi di vita di un bambino, semmai è tutto molto illogico, imprevedibile, profondamente materico e corporeo.

“E allora mi chino su di lei, le accarezzo la fronte, le ficco la mia gola sul viso, una preda che si arrende e mostra la giugulare. Voglio che qualche parte di me che non conosco – i pori, il modo unico in cui si compongono le mie particelle invisibili di acqua e urea – sappia cosa si fa, sappia come calmarla, darle la sicurezza che pretende. Io non lo so. Ci sarà qualche parte dentro di me che ancora tiene le pinne, o la coda, che ancora tiene il sangue freddo dei rettili da cui provengo, che ancora si ricorda come si fa a tenere a bada un cucciolo che frigna, […] quella parte di me che sta assopita nel mio tempo perduto, sepolta come un fossile – saprà come si fa?”

La linearità della storia s'intreccia a ricorrenti e ampi flashback che ripercorrono talvolta l'infanzia, talaltra episodi dell'età adulta della protagonista, mentre il ricordo delle varie fasi del parto si snoda in parallelo con il proprio carico di ansia e dolore. Facendo ricorso a un io narrante davvero emozionante e coinvolgente, la penna della Milone ci consegna il ritratto di una giovane donna che cammina lungo il non facile percorso da seguire per diventare madre, pericolosamente in bilico tra feroci notti insonni e voglia di normalità, tra timore di allontanarsi troppo dalla propria figlia e inconfessabile desiderio di fuggire; su tutto, pesanti come macigni, incombono un senso di inadeguatezza ad affrontare la nuova situazione postnatale e quello di solitudine che sfocia spesso violento nelle forzate veglie notturne e permea fin da subito anche la vita di chi nasce.

“Quando uno nasce, nasce per sé, ed è in quel momento lì che l'individuo mette al mondo la propria solitudine: quando nasci, quando muori, il resto non conta, ché la fatica di nascere e di morire è la fatica di contenere tutto quello che c'è al centro, e gli altri non possono fare nulla, in quegli attimi fortissimi tutto quello che ti rimane è quello che sei.”

“I pescatori rimangono. Il mare rimane. C'è un pezzo di città che sta sveglio con me. A sentirmi meno sola non mi sento, la notte ha un suono troppo robusto, quasi ingombrante, ché anche se stiamo svegli – io e quegli uomini – ciò che condividiamo non è la veglia, ma una specie di isolamento.”

Particolarmente suggestive le immagini di Napoli e della sua costa in versione notturna, quella città di mare dove “[...] il sonno, si è perso nei vicoli strettissimi” e sulla quale aleggia sempre la presenza rassicurante del suo vulcano. Un bel romanzo originale incentrato sull'estrema fragilità femminile in un momento certamente unico e speciale nella vita di ogni donna, ma non per questo privo di sofferenza e sentimenti contrastanti che finiscono per provare psiche e corpo. Pagine che parlano dell'immensità di quell'amore che fa sì, quando viene al mondo una nuova vita, che chi è madre rinasca per buona parte una seconda volta.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    14 Giugno, 2018
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Hippie, ieri e oggi

Siamo nel 1970 quando due luoghi, Piccadilly Circus, a Londra, e il Dam, a Amsterdam, si contendevano il privilegio di essere considerati il centro del mondo. È ancora il 1970 quando i biglietti aerei avevano un costo talmente elevato da poter essere considerati un privilegio delle élite, è ancora il 1970 quando un gruppo di ragazzi dai lunghi capelli, gli abiti sgargianti e il loro libertinaggio venivano considerati una minaccia per il “buoncostume e per la società”. È ancora il 1970 quando i genitori di questi giovani così screditati cercavano di far loro comprendere quella che secondo la loro visione del mondo era la giusta strada da intraprendere, è ancora il 1970 quando i Beatles stessi si avvicinavano e allontanavano dal movimento fautore della ricerca del karma, è ancora il 1970 quando il “Gazzettino invisibile” diffondeva la notizia di un sentiero hippie, un itinerario che conduceva dall’Olanda, da Amsterdam a voler essere precisi, fino in Nepal, a Kathmandu, mediante l’ausilio di un biglietto del pullman che costava meno di cento dollari e che consentiva di percorrere paesi ricchi di curiosità e interessi quali la Turchia, l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan, il Pakistan e altre aree dell’India, in appena tre settimane.
E ancora è il 1970 quando le strade di Paulo e Karla si incontrano. E sì, quel Paulo non è niente meno che Paulo Coelho stesso. L’uomo che, nato a Rio de Janeiro il 24 agosto 1947, è oggi uno degli scrittori più affermati e acclamati del panorama letterario. Ha una vocazione precoce per la scrittura, una vocazione che viene accantonata a causa dei rigidi dettati familiari che lo avviano agli studi di economia. Il suo è un animo ribelle, però, un animo che a causa dei forti contrasti con i genitori lo porta negli anni dell’adolescenza al ricovero psichiatrico con tanto di sottoposizione ad elettroshock e che successivamente, proprio nel 1970, lo induce a lasciare gli studi di economia per intraprendere un periodo di vagabondaggi e scrittura. In questo contesto farà tante esperienze di vita, proverà droghe, si lascerà fluttuare nell’amore, condurrà riflessioni, imparerà a conoscersi e a vedersi con i propri occhi e conoscerà, ancora, poeti e cantautori che lo avvicineranno all’esoterismo in particolare sarà il poeta Raul Seixas a legarlo al gruppo denominato “Società Alternativa” che, con le sue pratiche esoteriche, portava avanti una lotta contro la dittatura militare. Non mancheranno ancora arresti, percosse e torture, non mancherà ancora l’avvicinamento alla religione del cattolicesimo.
Tutto questo e molto altro ancora sono quegli elementi che condurranno Coelho a dar vita a quel realismo magico misto a spiritualità che lo caratterizza e che ne ha consacrato, nonostante i primi quasi flop de “L’alchimista”, la fama e l’apprezzabilità.
“Hippie” è una vera e propria biografia dell’autore, un memorandum in cui quest’ultimo ci rende partecipi di quegli anni che ne hanno scandito la crescita e la giovinezza e in cui lo stesso ci dona la storia della sua vita. Scritto con una penna leggera, non impegnativa, e atto a ricostruire anche la società del tempo dalla visione interna e esterna alla dimensione dei figli dei fiori, il testo si presenta quale un elaborato adatto a tutti, un elaborato che non si fatica a leggere e che si apprezza per la sua genuinità. Le storie raccontate sono tutte vere, sono vissute e provate in prima persona dall’uomo in questo suo viaggio di riscoperta, e anche se cronologicamente possono essere state sfalsate o ricostruite secondo una logica narrativa più coerente alla stesura che alla realtà, non mancano di colpire.
Certo, deve piacere l’autore e deve interessare conoscere della sua giovinezza, altrimenti la lettura resterà fine a sé stessa. Altro pregio della medesima sono i messaggi di amore, di comprensione, di condivisione, di altruismo, di interrogazione, di sguardo rivolto anche agli altri e non solo a sé stessi, che questa contiene.

«È importante condividere. Per quanto possa apparire scontato, è fondamentale non lasciarsi condizionare dal pensiero egoistico di arrivare da soli alla fine del viaggio. Chi agisce in quel modo, scoprirà soltanto un paradiso vuoto, privo di interesse, e presto si ritroverà sopraffatto dalla noia» p. 85

Una lettura leggera, estiva, piacevole, che si conclude in pochissime ore. Adatta a chi cerca scritti riflessivi ma non particolarmente impegnativi.

«Lotta perché è necessario lottare, è arrivato il momento del combattimento.
Lotta perché sei in armonia con l’universo, con i pianeti, i soli che esplodono e le stelle che si rimpiccioliscono e si spengono.
Lotta per seguire il tuo destino, senza pensare a guadagno o lucro, a perdite o strategie, a vittorie o sconfitte.
Non agire per una gratificazione personale, ma per la gloria dell’Amore Supremo che, anche se può offrire soltanto un fugace contatto con l’Universo, chiede una devozione totale: un semplice atto d’amore, null’altro.
Un amore senza obblighi o pretese. Un amore che gioisce per il semplice fatto di esistere e poter manifestarsi.» p. 98

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    13 Giugno, 2018
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una fallace ascesa sociale

I soldi sono tutto porta la prestigiosa firma di Fabio Calenda. Lui è nato a Parigi, e ha vissuto a Roma. Ha diretto gli studi finanziari e la formazione in una banca d’investimento e ha collaborato per dieci anni con il supplemento finanziario del quotidiano “La Repubblica”. Ha pubblicato il fantasy archeologico La porta del tempo e successivamente Rosso totale, la storia d’amore tra due ragazzi di opposta estrazione sociale durante gli anni di piombo a Roma.
Ora in questo libro una storia che racconta di una truffa colossale; un libro amaro, scritto con una prosa lieve e precisa, che denota buona conoscenza dei meccanismi che regolano e costruiscono l’alta finanza. Una vicenda che inizia a Roma nel novembre 2006 e termina a dicembre del 2009. Il protagonista assoluto è Gianni Alecci, cinquantacinquenne, con due figli, moglie a carico che lo disprezza continuamente, una suocera a dir poco difficile, un’amante più giovane Lou, che alterna momenti di grande passione ad altri in cui poco lo apprezza. Una che:
“Gli va proprio a sangue, non soltanto per le sue acrobazie tra le lenzuola, ma anche per la prontezza di lingua e per le sue bizze, rivelatrici di una fragilità disarmante. (…) Il coinvolgimento fisico non gli impedisce di vivere la storia come un magnifico altrove in cui rigenerarsi, prima di ripiombare nel grigiore della routine: un giardino segreto pieno di delizie da assaporare con avidità, anche al costo di incappare in qualche spina.”.
Mentre la moglie Eleonora è una lagna, sciatta, poco curata, lo disprezza in continuo e gli fa pesare le sue scarse capacità. Lei:
“sta diventando sempre più sciatta, lo fa apposta. Da secoli non mette piede dal parrucchiere. Un tempo sotto il casco di Grazia ci passava la vita. Non gliene frega più niente di tenere i capelli in ordine: tanto più adesso, dopo l’alzata di ingegno di tagliarseli. E dire che aveva la capigliatura più bella di Roma.”.
Ma lui ha una strategia:
“conosce alla perfezione la ricetta per gestire un caso del genere: attendere che fiocchino le accuse, subito dopo cadere dalle nuvole e negare tutto, anche l’evidenza.”.
Il figlio più grande, Roberto, appena potuto è fuggito all’estero, a Londra, lontano da nonna e madre, ma ciononostante gode della loro massima stima. E’ quasi un mito, il suo volere legge ferrea:
“lo sguardo di Roberto esprimeva un’attesa, che lui interpretò come senso di colpa. (…) La scelta di Roberto di terminare il liceo in Inghilterra suggellò il distacco definitivo. (…) Londra è stata la sua salvezza. Da solo, c’è andato, neanche a sedici anni, pur di fuggire il clima avvelenato dalla tua stramaledetta ostilità.”
Stefano, il figlio più piccolo, è un adolescente problematico che poco comprende ed accetta le dinamiche familiari che tentano di irretirlo. In questo quadro di sofferenza e di scarsa avvedutezza, Gianni tenta l’ascesa sociale, deve trovare ad ogni costo soldi che gli permettano di compiere il grande salto di qualità. L’occasione gli è offerta dal suo amico avvocato Alberto Lepore,
“Lepore aveva ingranato, diventando in tempo record un penalista di grido, (…) era stato il più solerte a mantenere il filo della consuetudine, suscitando incontri diradati ma regolari.”.
La fortuna gli viene incontro nell’investire ingenti patrimoni in Aletheia, una società di fondi offshore, gestita da un asso della finanza: Vincenzo Greco, un suo ex compagno di classe al liceo. Convinta moglie e suocera in questa, Gianni cerca e trova innumerevoli altri investitori. Ecco che le porte dei salotti più esclusivi gli si aprono e nel giro di due anni il suo status muta, diventando un vincente. Ma c’è un fantasma che si sta affacciando prepotente: la crisi. E allora? Le difficoltà ritornano e il bel sogno si rivela un inutile e vacuo castello di carte.
Liberamente ispirato alla vicenda del cosidetto “Madoff dei Parioli”, la storia è priva di scrupoli, di scarsa moralità e di scarsi valori. Racconta di un mondo acido e cinico, di un uomo profondamente solo, privo di scrupoli e di nessun sentimento. La caccia al soldo, alla ricchezza e a qualunque prezzo è di rilevanza nel libro, che si è rivelato, al termine, una lettura poco piacevole proprio nella sua intima caratterizzazione e nei contenuti.

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Fr@ Opinione inserita da Fr@    13 Giugno, 2018
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Un viaggio nel passato per capire chi siamo

Nella Bologna degli anni Ottanta (che sembrano così vicini e così lontani allo stesso tempo) Tommy Bandiera cresce con la mamma Alice dopo la morte del padre. L’infanzia trascorre con la mamma, la nonna, gli zii, in particolare l’avventuroso zio Ianez (un nome, una garanzia), i giochi e le gare in bici con gli amici - fratelli Athos e Selva fra cortile e parrocchia, e le prime relazioni con le coetanee, in particolare con Ester, conosciuta per un caso particolare al cinema.
Di Ester, bella e impossibile, si invaghisce anche il nuovo arrivato a scuola Raul, che sarà per Tommy una vera propria nemesi ma anche un modello di vita irraggiungibile. L’adolescenza alle superiori, vissuta nel tentativo di capire chi si è e cosa fare nella propria vita, vede protagonista questo triangolo, assumendo così il racconto le tendenze a essere quasi una educazione sentimentale, iniziata con la giovane età del protagonista e terminata nell’estate dei diciotto anni.

“Tu che sei di me la miglior parte” edito da Mondadori è un romanzo corposo, da non sottovalutare leggendo la trama, il titolo o osservando la copertina. L’autore Enrico Brizzi, noto ai più per “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” realizza un incredibile dipinto dell’Italia anni Ottanta e Novanta, gli oggetti, i luoghi, le abitudini. Per me che non ho vissuto quegli anni è stato un vero viaggio nel tempo, come se invece li avessi provati sulla mia pelle: non riesco nemmeno a immaginare cosa possa essere la lettura di questo romanzo per chi come Tommy ci è nato, cresciuto, vissuto.

Ma il romanzo è più di una semplice presentazione di chi eravamo una trentina di anni fa, è davvero molto di più. Accompagnando Tommy in tutta la sua infanzia possiamo quasi considerarlo un vero romanzo di formazione, a tratti dolce e a tratti spietato…. Un po’ come è la vita.
Infatti l’autore ci fa vivere in prima persona, un’altra volta per molti lettori probabilmente, tutte le avventure, i problemi, i sentimenti che abbiamo dall’infanzia fino all’adolescenza. Ci fa scoprire come se fosse per la prima volta cosa è l’amicizia, la fiducia, l’amore, il sesso, le feste, la necessità di stare soli e capire cosa fare e cosa essere. L’autore ci racconta cos’è la vita, che, purtroppo o per fortuna non è mai bianca o nera, ma piena di sfumature, tutte diverse.

Quindi, che dire se non buona lettura? :)

"Sedevamo sull'erba a due passi dal laghetto, e mentre mangiavo il mio trancio di pizza non potevo levare gli occhi di dosso a Ester. Ogni suo gesto esprimeva la fierezza diuna giovane donna che comincia ad aprirsi la strada da sola. Mi faceva pensare a sua madre, così come mi era apparsa la prima volta; ormai la bellezza dell'una era quella dell'altra, e mi dissi che appartenevano a unaspecie rara e speciale, una stirpe di creature mandate sulla terra a far sognare e disperare gli uomini".

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Consigliato a chi ha vissuto gli anni '80 e '90 sicuramente ma anche a chi non avendoli vissuti vuole fare un salto indietronel tempo.
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    12 Giugno, 2018
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Zia Hank, la terribile!

Irving Ravetch e Harriet Frank sono stati due tra i più apprezzati sceneggiatori di Hollywood degli anni tra il ’60 e l’80. Più volte nominati per Oscar e Golden Globe, hanno vinto numerosi premi con le loro opere. Ma sono stati anche una famiglia; una famiglia complessa ed ingarbugliata che può essere sintetizzata con una delle prime frasi di questo libro di memorie: “un fratello e una sorella sposarono una sorella e un fratello. La coppia più anziana non aveva figli e quindi quella più giovane glieli prestava”.
Michael, ma per tutti Mike, è il figlio maggiore di Merona e Marty Frank, ma è stato anche “adottato” sentimentalmente dagli zii Irv e Hank (contrazione da Harriet Frank). Soprattutto zia Hankie, vulcanica, impetuosa, irruente donna in continuo movimento, in continua azione, monopolizza l’affetto di Mike cercando di trasformarlo nel figlio che lei non ha potuto avere; cercando di riservare per sé sola tutto il tempo libero che il ragazzo ha, per ricolmarlo di attenzioni, per dargli l’educazione che ritiene egli meriti, anche a costo di far sentire discriminati gli altri due figli del fratello e della cognata.
Sino all'età di otto, dieci anni, Mike è lusingato dalle attenzioni che gli vengono rivolte. È felice per la montagna di regali di enorme pregio che gli vengono fatti continuamente. Si esalta quando la zia lo porta per mercatini d’antiquariato o lo istruisce su ciò che è buono (b.) e ciò che è non buono (n.b.) quindi da evitare. Però, crescendo, comincia a percepire che questo affetto è patologico e asfissiante, opprimente. La zia è generosissima con tutti, ma la sua generosità non è disinteressata: pretende che gli altri ricambino rendendosi sempre disponibili ad ogni suo minimo richiamo, per assecondarla nei suoi capricci. Di capricci zia Hank ne ha tantissimi: dall'arredamento compulsivo della casa all'antiquariato; dalla letteratura al teatro, al cinema (mi raccomando non "ai film” che è solo il termine per definire la pellicola di celluloide!! ). Tutti rigorosamente selezionati tra b. e n.b. secondo i suoi gusti estremamente selettivi ed insindacabili. La musica classica è ottima, ma solo fino a Brahms; nella letteratura Shakespeare è obbligatorio, mentre sono b. Hemingway e Faulkner, assolutamente n.b. Roth e Zola. Per ciò che riguarda il cinema Lubitsh e De Sica sono b., Fellini (con l’esclusione delle prime opera) è n.b. L’arredamento “formale” è b. quello mo-der-no (detto così, sillabato) assolutamente no ed è meglio evitare anche chi lo sceglie, in quanto trattasi certamente di persona non affidabile.
Zia Hank è inclusiva ed esclusiva, egocentrica e competitiva con tutti. Ma soprattutto non accetta mai un no come risposta. Ogni tentativo di allentare le briglie con cui tiene vincolati parenti ed amici viene considerato una offesa mortale a lei medesima ed una palese dimostrazione di ingratitudine che la offende, deprime e contro la quale reagisce con smisurata durezza. Come comprenderà Mike molto tardi nella vita, Harriet con la sua generosità (apparente) vuole comprare l’affetto degli altri, vincolandoli alla sua volontà. La zia non ama, conquista. Se ci si oppone si viene collocati immediatamente in una lista di proscrizione che può durare anche anni o tutta la vita e che può dar luogo ad episodi di crudeltà feroce nei confronti degli esclusi che vengono spietatamente umiliati e offesi anche pubblicamente.
Proprio per questa oppressiva, ma anche affascinante, ammaliante, dinamica presenza, Mike farà estremamente fatica ad emanciparsi subendo avvilenti episodi di bullismo scolastico, crisi di sensi di colpa, malattie psicosomatiche, furenti litigate. Inutile sarà cercare supporto nei genitori, che non sanno come opporsi alla irruenza di Hank, inutile e controproducente cercare aiuto presso Irving, che è un uomo gentilissimo, spigliato, logico e di ironia sferzante, quand'è solo, ma che, quando si parla di Hank, diviene solo il marito sempre condiscendente, sempre pronto a soddisfare i capricci di lei, sempre passivo e remissivo, sempre difensore a spada tratta di ogni illogico eccesso.

L’A. con questo romanzo – che, in realtà, è una accurata biografia della vita dei Mighty Franks (i Formidabili Frank, il modo con cui Herriet definiva la sua famiglia), ma soprattutto della sua personale esistenza vicino ad Harriet jr Frank – mette a nudo il lato oscuro della famosa sceneggiatrice, ponendo in atto un’opera di esperta, ma pure impietosa dissezione autoptica del suo rapporto affettivo con la zia. In un passaggio del libro si osserva come Hank fosse riuscita a contraddire pure Tolstoj ove afferma che “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo”: infatti la famiglia Frank era felice, ma a modo suo. Ma quella dei Frank è stata davvero felicità o solo pura apparenza volta a celare una profonda, indicibile pena?
Sotto certi aspetti l’opera può essere intesa come una lunghissima seduta psicanalitica durante la quale Mike Frank adulto maturo, “butta fuori” tutto quanto si è accumulato nel petto del Mike bambino, adolescente e giovane uomo, per liberarsi finalmente dei blocchi che ciò gli ha causato. Ma così facendo li scarica tutti sulla nostra coscienza di lettori.
Proprio per questo motivo dopo le prime divertenti pagine si comincia a sentire un crescente imbarazzo a proseguire nella lettura. Sembra quasi di osservare dal buco della serratura la vita altrui senza staccare l’occhio neppure quando compaiono scene imbarazzanti o rigorosamente private.
Io non sono mai stato amante del gossip, che trovo stucchevole e noioso. In questo caso, non di gossip si tratta, ma di una demolizione sistematica della figura pubblica di una donna che, detto per inciso, all'atto dell’uscita del romanzo era ancora in vita all'invidiabile età di oltre 100 anni e che dovrebbe tuttora essere vivente.
L’A. con uno stile impeccabile, agile e coinvolgente, ma decisamente maramaldesco (in senso proprio, vista anche l’età della “vittima”), ci porta ad odiare questa figura guidandoci per mano attraverso i patimenti da lui sofferti che ci fa sentire come nostri e contro i quali ci spinge alla ribellione. Conquista la nostra solidarietà, ottiene il nostro supporto morale, ma alla fine ci lascia con un gusto amaro in bocca. Infatti se si trattasse solo di un romanzo (di pura fantasia) sarebbe un’opera eccellente: vibrante, intrigante, coinvolgente; toccante, a volte. Ma ciò che ci viene narrato è tutto vero, forse solo un po’ romanzato, ma realmente accaduto nei tempi e nei modi descritti. Allora ci si chiede: che diritto abbiamo per andarci ad impicciare di faccende altrui e divenire giudici del comportamento di chi non ha neppure avuto l’opportunità di parlare in propria difesa?
Per tale motivo, pur trattandosi di un libro effettivamente ben scritto e interessante, non mi sono sentito di attribuirgli un voto di piacevolezza particolarmente alto.
___________________________

Una piccola postilla conclusiva da super pignolo: ad un certo punto nel romanzo, che procede in attento ordine cronologico, si incorre in un fastidioso scivolone. Cioè vengono collegate alla storia narrata circostanze sicuramente posteriori. Si dà luogo, così, ad un palese anacronismo che è irrilevante, nel contesto generale della narrazione, ma che per parecchie pagine confonde e spiazza fino ad insinuare lo spiacevole dubbio di non aver capito bene lo svolgersi della trama. A quel punto forse era meglio omettere quel riferimento o accettarne una diversa collocazione temporale! No?

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... e apprezzato libri sul tipo di "Mammina cara" di Christina Crawford e, in genere, i memoir che scavano nella vita privata dei personaggi famosi per metterne in risalto le debolezze umane. Se già si conosce la storia professionale di I. Ravetch e H. Frank (autori di "Hud il selvaggio, "La lunga estate calda", "Cowboys", "Norma Rae", "Il buio in cima alle scale") può essere, poi, una occasione interessante per osservarli nella vita privata, con uno sguardo un po' impiccione ed indiscreto.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    10 Giugno, 2018
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Una scomparsa autorevole

Il presidente è scomparso è considerato il thriller dell’anno, e reca in sé due autorevoli firme: uno è stato il Presidente degli Stati uniti nel 1992, rimasto in carica fino al 2001. Concluso il mandato ha creato la Clinton Foundation, dedicata al miglioramento delle condizioni di salute della popolazione mondiale, allo sviluppo delle pari opportunità per le donne, alla lotta contro l’obesità infantile e alla prevenzione in campo medico, allo sviluppo delle opportunità di crescita economica e allo studio degli effetti del cambiamento climatico. E’ autore di una serie di saggi che ha riscosso un grande successo di pubblico. L’altro, James Patterson, è un giallista di fama internazionale. Detiene il record dei Guinnes dei Primati per il numero di volte in cui i suoi romanzi hanno raggiunto il primo posto nelle classifiche del New York Times.
Insieme si cimentano nella scrittura a quattro mani, che diventa una ricetta perfetta per scrivere un thriller politico destinato a divenire un bestseller mondiale. Uno ha la competenza e una perfetta conoscenza dei meccanismi della politica americana e l’altro quelli della tecnica investigativa. Uniti sono questi gli elementi che caratterizzano e segnano fortemente tutta la narrazione, tramutandola in un thriller che non può non affascinare il lettore.
Il libro si apre con il Presidente degli Stati Uniti, Jonathan Duncan, impegnato a difendersi davanti alla Corte Costituzionale da un’accusa tanto grave quanto infamante, quella di impeachment:
“prima o poi, ogni presidente si trova a dover prendere decisioni in cui la scelta giusta da un punto di vista pratico è invece quella sbagliata sul piano politico. Se la posta in gioco è alta, bisogna seguire la propria coscienza e sperare che l’opinione pubblica cambi idea. In fondo è per quello che si viene eletti.”.
I suoi avversari politici sono furiosi e scatenati, vogliono assolutamente annientarlo. Lo accusano di aver avuto contatti telefonici ufficiosi ed equivoci con una delle pedine più importanti del terrorismo internazionale, tal Suliman Cindoruk:
“E il capo di questi Figli della Jihad non è forse un tale Suliman Cindoruk, signor presidente?
Ecco ci siamo. Cala l’asso.
Sì, Suliman Cindoruk è il loro leader.
Ed è considerato il cyber terrorista più pericoloso e prolifico del mondo, è così?
Mi sembra una buona definizione.
E’ nato in Turchia, ma non è musulmano. E’ un estremista laico e nazionalista che vuole combattere l’influenza occidentale sul Medio Oriente e sull’Asia Centrale. La sua jihad non ha nulla a che fare con la religione.”
Inoltre la scomparsa in Algeria di un importante agente americano, pare sacrificato alla causa, apre scenari inconsueti per il Presidente, che attaccato ovunque decide di sparire temporaneamente. Pare per salvare il suo stesso Paese e la sua integrità. Ma un Presidente può scomparire nel nulla, anche se per poco tempo, senza che nessuno ne sappia nulla? L’uomo più potente e difeso al mondo scompare, evanescente come l’acqua. Lo stesso Bill Clinton in alcune interviste ha specificato che in casi di grave ed assoluta criticità anche l’uomo più potente al mondo può scomparire, sebbene per periodi brevi e al fine di risolvere questioni spinose. Così operando anche ad essere protetto nel modo e ne tempi normalmente configurati. Il libro è molto intrigante, e traspare nettamente una conoscenza perfetta non solo dei meccanismi e dei sotterfugi della politica americana, ma anche del ruolo e della vita che si svolge all’interno della Casa Bianca. L’ambientazione è tratteggiata in modo sapiente, ad esempio quando parla:
“La “stanza” è la Sala Roosevelt, di fronte allo Studio Ovale. Perfetta tanto per le riunioni, quanto per la finta udienza della commissione speciale, visto che tra i cimeli appesi alle pareti campeggia sia il ritratto di Teddy Roosevelt a cavallo con l’uniforme dei Rough Riders, sia il Premio Nobel per la pace attribuitogli per la risoluzione del conflitto russo-giapponese. Non ci sono finestre, gli ingressi si possono chiudere e proteggere facilmente.”
Un thriller che scarica adrenalina, si sente e si percepisce la pressione degli eventi, il peso delle decisioni lampo, il ruolo determinante ed egemonico di una figura così importante. Di grande attualità per gli argomenti trattati, che spaziano dalla minaccia jhadista, al terrorismo internazionale alla minaccia del cyber e dell’hackeraggio. Un libro che narra con perizia e sapienza narrativa dei misteri e dei segreti celati intorno alla Casa Bianca, quella fortezza che pare inespugnabile agli occhi di tutto il mondo, ma che forse non è proprio così. Per non parlare delle difficoltà psicologiche, delle logiche astruse di potere, vissute da un uomo forse più potente al mondo, che in questo caso si rivela anche e soprattutto nel lato umano della propria personalità e della propria intima solitudine. Nessun dubbio che questo libro sia destinato ad avere un successo planetario.

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Libri per ragazzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Giugno, 2018
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Per #Millennials

È estate quando i genitori di Evy, conclusa la scuola, decidono di mandarla in vacanza dalla nonna Lea in montagna.
Quest’ultima, non vedente, è una persona molto saggia e autosufficiente che non manca di consigliare la nipote e di accostarla a quelli che sono i veri e sani valori della vita. Per la quindicenne la permanenza sui monti significa essere isolata da quelli che crede essere i suoi best friends in quanto la connessione non funziona se non sulla vetta del massiccio, ritrovare vecchi amici d’infanzia, quali Alice, ma anche incontrarne di nuovi come Manuel nonché innamorarsi del “lupo bianco” Chris. Da un primo approccio di amore-odio tra i due si instaura una piacevole intesa che verrà scossa dai primari sconvolgimenti adolescenziali. Matureranno altresì anche i rapporti di amicizia, Evelyn in particolare, ridimensionerà quello con Leila e Johnny, per avvicinarsi ad un più maturo concetto del legame in sé.
Con “#OPS” Elisa Maino offre al pubblico un libro semplice, con una trama non particolarmente elaborata, un linguaggio non volgare ma tipico dei suoi quindici anni – dove pullulano gli OPS!, gli slang e anche le colonne sonore del momento (in merito consiglio l’ascolto dei Pink Floyd) – e per questo munito di quelle tipiche contraddizioni proprie di chi ancora deve crescere e maturare soprattutto in ambito di scrittura. Il libro è sufficientemente lineare, la trama regge, però talvolta la sensazione è quella di qualche passaggio mancante, di qualche dettaglio ovviato. Si presta ai cuori sognatori perché privo di quelle esagerazioni o fatti eclatanti che potrebbero sconvolgere completamente lo scorrimento e si avvicina, per purezza, a quegli scritti che tra adolescenti andavano una quindicina di anni fa. Non ci troverete cioè sesso, parolacce, droga, o altro. Anzi. Evy insegue un sogno, quello di diventare una ballerina professionista (come la Maino stessa, viene da chiedersi), si circonda di persone solide (Chris seppur coetaneo – tra tutti – è colui che va per la sua strada non cedendo al “gruppo” ed è colui che, insieme alla nonna, è più maturo e per questo capace di mantenerla sulla retta via), si impegna per raggiungere il suo obiettivo allenandosi con costanza, non beve e non fuma. Questo è molto apprezzabile soprattutto visti gli eccessi che sembrano essere diventati per i ragazzi la regola. Ribadisco, il volume ha – logicamente – delle incongruenze tra cui il fatto che i personaggi si limitano ad una descrizione sommaria rischiando anche di contraddirsi, tra cui il fatto che sussiste un uso spropositato di nomi inglesi con annessi e connessi e tra cui il fatto che solo le ambientazioni tutto sommato riescono, ma si legge.
Pertanto sconsiglio la lettura di questo romance ai più grandi e a chi è abituato a saggi, classici, thriller e a libri di maggiore sostanza mentre lo consiglio ai cd. “Millennials” e in particolare agli adolescenti tra i 12 e i 16/17 anni che potranno trovare nelle sue pagine quella dimensione di pace, sogni e valori che la tecnologia che talvolta attenta.

«Questo mondo non è cambiato da quando ho perso la vista. In questo universo c’è tanta oscurità, ma c’è anche tanta luce, ricordatelo» p. 82

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Consigliato a chi ha letto...
si = ai ragazzi fra i 12 e i 16/17 anni che cercano un libro che sappia farli sognare e senza eccessi e ai docenti che cercano qualche lettura estiva - e non impegnativa - da consigliare alle proprie studentesse per avvicinarle alla lettura
no= ai più grandi che cercano romanzi di maggiore spessore e che per questo cercano volumi di maggiore spessore.

Infine, una nota per l’autrice: Elisa, resta con i piedi per terra, studia e impegnati per raggiungere quello che è il tuo sogno che sia la danza e/o lo scrivere o altro. E se questo sogno è far della scrittura il tuo mestiere ricordati che la base di partenza è buona ma che dovrai lavorare ancora per capire qual è la tua dimensione, per raggiungere anche lettori più adulti e per capire di cosa, in futuro, vorrai parlare. Va per la tua strada, non farti influenzare dagli amici, dai social, dalla moda. Non perdere la tua identità. Non dimenticare chi sei e perché hai scritto. Sii come il tuo Chris prima ancora che come la tua Evelyn. Buon proseguimento.
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Giugno, 2018
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Contrera

L’ex poliziotto Contrera non è certo persona di moralità incorruttibile, anzi. Se è stato costretto a lasciare l’arma e la divisa per dedicarsi all’attività di investigatore privato, è proprio perché più volte si è abbandonato alla tentazione dettata da quel confine sottile tra legalità e illegalità e più precisamente dall’illiceità. Qualche bustarella da un lato, qualche occhio chiuso dall’altro, qualche partita di droga non riconsegnata per essere venduta, qualche piccolo espediente per arrotondare lo stipendio sono solo alcune delle colpe a lui ascrivibili. Ma Contrera è un uomo che non si perde d’animo. Anche se la sua vita è andata a rotoli, anche se non ha più rapporti con la ex moglie e con la figlia quindicenne dai capelli verdi Valentina, anche se si arrabatta con quei pochi euro raggranellati mediante i pedinamenti di mariti infedeli, anche se il suo ufficio è sito in una lavanderia a gettoni di un marocchino, Mohamed. E sarà proprio quest’ultimo a coinvolgerlo in questa prima particolare indagine stilata da Christian Frascella. Eh sì, perché il nipote del proprietario, Driss, si è cacciato in guai seri con degli strozzini albanesi, uomini loschi e appartenenti alla mala a cui deve almeno settemila euro. Il primo contatto di Contrera con il capoccia Oskar e il suo gruppo di seguaci non va nel migliore nei modi, ma neanche nei peggiori se si considera che il detective riesce ad ottenere una dilazione di pagamento di ben dieci giorni. Pochi, ma sempre meglio della morte, no? Asserisce l’uomo dalla giacca mimetica alla guida di una panda young del ’97. Di fatto per il povero sbruffone di un Contrera le cose sono solo destinate a peggiorare e questo, in particolare, quando Oskar, dopo un colloquio poco fruttifero con l’agente stesso, viene rinvenuto privo di vita nel suo locale e con un coltello piantato nel petto, questo quando tutti i sospetti della sua morte ricadono proprio sul giovane marocchino, avvistato mentre si dava alla fuga dal luogo del delitto. Molte le incongruenze nella ricostruzione dei fatti, lacunose anche le prove a carico del giovane, eppure la polizia, condotta dal vicequestore De Falco sembra aver già riscontrato in lui il colpevole perfetto. E Contrera che ha un codice d’onore tutto suo, che ha sempre la battuta pronta per nascondere quelli che sono i guai, i rimorsi e i dubbi della sua vita deviata, che comunque ha un tacito accordo con Mohamed non può proprio fare a meno di non indagare. Deve scoprire la verità e trovare Driss prima che sia troppo tardi. Ce la farà?
Ambientato nella Torino oscura della criminalità in una città quindi ben diversa da quella ricca e positiva che siamo abituati a vedere e scritto con una penna ironica, fluida, ilare, “Fa troppo freddo per morire” è un poliziesco/comedy che a tratti, per le qualità del suo eroe principale, ricorda la serie di Rocco Schiavone di Antonio Manzini ma che comunque se ne distanzia e differenzia per indagine, struttura della storia e enigma ricostruito. Frascella riesce quindi a creare un protagonista che si odia e si ama al contempo a cui si affianca una prima indagine piacevole e solida. Non solo, l’autore riesce anche a delineare il panorama multiculturale attuale, evidenziandone pregi e difetti ma senza mai cadere in banalità e/o luoghi comuni.
Una buona prova.

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Romanzi
 
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silvia t Opinione inserita da silvia t    05 Giugno, 2018
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Anni lenti

Mi sono approcciata a questo libro non conoscendo l'autore, spinta dalla trama che sembrava interessante, seppur non scevra da potenziali banalità, ma si sa dipende dalla penna di chi scrive rendere la più semplice delle storie una bellissima esperienza letteraria.
L'ambientazione è la Spagna degli anni sessanta, le prime cellule separatiste basche che si formano, l'odio che trasuda verso Franco, la quotidinità delle famiglie, l'universale grettezza del popolino.
Se c'è una cosa che almeno nella prima parte del romanzo è ben fatta è l'atmosfera, polverosa di quei quartieri bagnati da una pioggia minacciosa, lenta e incessante.

Non è stata una lettura che mi ha lasciata soddisfatta, ancora prima che per la sceneggiatura per lo stile.
La scelta di utilizzare la metascrittura mi è sembrata artificiosa e inutile al fine di far vivere la storia, perché se da una parte la contrapposizione tra le memorie del protagonista e gli apunti dello scrittore danno forza alla figura del protagonista stesso, dall'altra succhiano tridimensionalità a tutti gli altri personaggi, relegandoli nella penombra di un passato lontano col quale male si empatiza.

Si capiscono le intenzioni dell'autore, ma a mio avviso il risultato è privo di forza e alla sua conclusione non si rimane con nessuna immagine fissata nella mente, con l'impressione di non aver conosciuto nulla in più se, come me, non si era appreso prima da altre fonti.

Non mi sento di consigliarne la lettura, seppur abbia molte qualità, uno stle veloce e semplice, dialoghi mai banali, lessico colto, ma comprensibile e la simpatica caratteristica di mostrare come pensa uno scrittore mentre crea, i suoi pensieri, i suoi dubbi le sue paure; ma ripeto quello che secondo me è l'essenza della storia è soffocata da artefici stilistici, che sono certa hanno fatto la fortuna del titolo, ma che io non sono riuscita ad apprezzare in pieno.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    05 Giugno, 2018
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Guillermo e Manolo

«Tutto era lento e insieme frenetico, mentre continuavano ad arrivare corpi su corpi, straziati, uomini a volte coscienti, a volte no, e quasi tutti piangevano, urlavano, si lamentavano, ma alcuni si limitavano a guardarsi attorno in silenzio con gli occhi sbarrati. Erano i peggiori, perché capivano che stavano morendo, ed erano pochi ma pur sempre tanti, troppi per noi che non bastavamo mai per tutti, noi incapaci di salvarli, e a volte dimenticavo tutto, chi ero io, cosa ci facevo lì, cosa stava succedendo. Finché intravedevo una possibilità, un corpo quasi intero, uno squarcio netto, un rosario di ferite da schegge, spaventose ma superficiali, e allora, in un attimo, mi tornava in mente tutto: Forza, svelti, questo lo salviamo…»

Madrid, 30 Marzo 1947. Una domenica come tante dopo il conflitto, dopo anni di sangue. Un incontro. Una donna, Amparo, che conosce la vera identità di Rafael Cuesta Sànchez, una donna che sa che in realtà dietro a questa falsa identità (una delle tante) si cela Guillermo Garcìa Medina. Una donna che al momento del loro incontro non ha idea che quel rendez-vous è stato determinato da una pregnante necessità; quella di aiutare niente meno che Manuel Arroyo Benìtez. Ma per capire quale legame si cela dietro questo appuntamento inaspettato dobbiamo tornare indietro nel tempo e poi, nuovamente, andare avanti sino agli anni della Guerra Fredda.
Madrid, 1936, la carneficina. La speranza di potersi salvare dai bombardamenti, ospedali di fortuna. È in questo scenario di morte che si aprono le vicende. Guillermo è appena un tirocinante eppure in quei pochi mesi ha acquisito una conoscenza e padronanza della medicina senza eguali. Fuori da quelle mura improvvisate la vita si dipana tra sostenitori della Repubblica e sostenitori di Hitler. Tra i neri vi è niente meno che Amparo Priego Martìnez, nipote di Don Fermin, amica d’infanzia del protagonista che chiederà il suo aiuto per poter far fronte alla situazione politica dove tutti sono nemici di tutti.
È il 1937 quando la strada del medico si interseca inesorabilmente e ininterrottamente con quella di Manuel Arroyo Benìtez, nato a Robles de Lanciana, e noto anche come Leon, Felipe Ballesteros Sanchez nonché Peter Louzàn Valero, Josè Gallardo Ortega e chissà quante altre identità. Nato da una famiglia poverissima con tanti figli dove la sua presenza o assenza nemmeno veniva notata, cresciuto come chierichetto per poi proseguire gli studi presso il liceo e concluderli nell’università di legge per avvicinarsi ancora alle lingue e alla carriera diplomatica (almeno all’inizio), Manolo è un uomo ferito che necessita di cure, ma, è anche una spia. Una trasfusione, sarà determinante per il suo avvenire.
E da questo incontro nascerà una collaborazione nonché una amicizia, un legame, senza eguali, un rapporto che li accompagnerà per tutta la vita. Una amicizia, questa, che si dipana in una storia avventurosa che si muove nel tempo e nello spazio, passando tra Spagna, Svizzera, Inghilterra, Germania, Russia, Stati Uniti e Argentina, e tra soldati, diplomatici, nazisti, agenti della Cia. La missione, inoltre, principale dei due sarà quella di smascherare un’organizzazione clandestina volta a far espatriare i criminali del Terzo Reich, sottraendoli alla condanna. A dirigerla, nel cuore della capitale spagnola, è niente meno che Clara Stauffer, nazista e falangista. Infiltrazioni, azioni in incognito e sotto falsa identità, tra criminali di guerra e tesori trafugati, sono protagonisti indiscussi di un romanzo in cui il confine tra “i buoni” e i “cattivi” è sottilissimo.
Almudena Grandes con “I pazienti del Dottor Garcia”, ricrea lo spaccato storico che va dal preludio della Seconda Guerra Mondiale, l’ascesa di Franco, il venir meno di uno stato repubblicano, l’avvento delle prime trasfusioni e dei successivi progressi della scienza medica, sino ad arrivare nel pieno degli anni settanta e cioè negli anni della Guerra Fredda e della caduta del dittatore spagnolo. Il testo è un elaborato solido, forte, con una trama ricca di colpi di scena e priva di sbavature. A personaggi inventati, ancora, se ne alternano altri realmente esistiti che rendono più vivido e concreto il racconto. La scrittrice ha di fatto compiuto un perfetto lavoro di ricostruzione storica a cui si affianca una narrazione fluida che ricorda quella di Ken Follett nella Trilogia del Novecento e che per questo si rende adatta a tutti, piacevole, avvincente e di facile scorrimento. Qualche difficoltà può essere determinata dai continui cambi di identità degli attori che ne determinano le fila e dal grande numero di personaggi inseriti, ma, la stessa, non manca di ricordare a chi legge chi ha innanzi in quel momento preciso delle avventure e qual è il ruolo di quelle che potranno o non potranno essere comparse.
E se anche la storia può non sembrare particolarmente originale stante la già ritrovata tematica delle spie e della ricerca dei criminali nazisti in altre opere (basti pensare a “Il profumo delle foglie di limone” di Clara Sanchez, per non andare lontano) e stante l’impostazione narrativa simile a quella di autori quali il già citato Follett, l’autrice non delude e anzi viene ricompensata a pieni voti della fatica fatta.
“I pazienti del Dottor Garcia” è infatti un libro che merita di essere letto, che conquista, affascina e avvince il conoscitore, che è vario per situazioni e per elementi storici e che porta anche ad interrogarsi su quel confine tra giusto e sbagliato e buoni e cattivi che spesso attanaglia l’essere umano. Non fatevi spaventare dalla mole, merita.

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siti Opinione inserita da siti    31 Mag, 2018
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I pericoli del fanatismo

Romanzo d’esordio del premio Nobel, scritto in Yiddish e pubblicato a puntate su “Globus”, rivista letteraria di Varsavia, nel 1935, tradotto poi in inglese nel 1955.
Goray, piccola comunità polacca, risollevatasi dagli attacchi dei cosacchi che hanno sterminato e disperso la popolazione ebrea nel 1648, è ora una comunità pacifica guidata da un rabbino che a tratti quasi si annoia anche se fatica a incanalare i malumori dei membri della sua famiglia in perenne discordia. Progressivamente la comunità viene investita da straordinarie dicerie: prossima è la venuta del Messia e con essa la fine della lunga schiavitù del popolo ebraico, si avvicina il giorno della liberazione. E giunge l’anno 1666 e in piena aderenza ai calcoli cabalistici Shabbatay Tsevi si rivela come il Messia tanto atteso, egli chiede devozione totale al male in cambio della fine dell’esilio e della tanto agognata Terra d’Israele. Tutti gli sono devoti… In questa cornice storica si inserisce la vicenda romanzata di Rechele della quale si racconta la breve e triste sventura che accompagna il triste collassare degli eventi.
Le pagine si susseguono in un alternarsi di cadute e di risalite, di dannazioni e di resurrezioni, di grandi flagelli e di momentanee schiarite, di condanne e di pentimenti e con essi vacilla anche l’attenzione del lettore che arranca tra toni cupi ed eventi incredibili, consapevole comunque di avere tra le mani le pagine di un grande narratore, seppur all’esordio.
Consigliato se interessati alla storia degli ebrei nell’ Europa orientale del XVII secolo, all’esoterismo ebraico, alla cabala, al primo nucleo del futuro sionismo.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    31 Mag, 2018
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Eleanor

Eleanor Oliphant ha trent’anni, una laurea in lettere classiche e da nove lavora in una agenzia di grapich design dove si occupa di note di credito. È una persona normale, caratterizzata da un aspetto normale e che mira alla normalità. È alta più o meno nella media, ha un peso approssimativamente nella media, ha lunghi capelli lisci castano chiaro che le arrivano giù fino alla vita, una pelle chiara e un volto che è un palinsesto di fuoco in quanto caratterizzato da un naso troppo piccolo e occhi troppo grandi, orecchie affatto eccezionali e una serie di lunghe cicatrici che le scendono dalla tempia alla gola deturpandole metà viso. La sua vita è scandagliata da una routine bel definita in cui dal lunedì al venerdì lavora presso l’agenzia fino circa alle 17.30 pranzando con qualcosa acquistato in bar fuori dall’ufficio (perché ha constato che portarselo da casa è controproducente visto che gli alimenti si deteriorano prima dell’effettivo consumo) e cenando con la solita pasta al pesto, il venerdì sera, poi, mentre tutti si danno ai bagordi lei si concede una pizza margherita acquistata presso il suo rivenditore di fiducia sorseggiando la sua bottiglia di vino. Terminato questo mix alternativo si fa un’altra grande concessione consistente in una bottiglia di vodka con cui si lascia andare solo e soltanto quel giorno alla settimana. Il sabato e la domenica riduce il consumo elargendosi qualche sorso disseminato nelle ore diurne onde essere certa di non essere ubriaca ma nemmeno totalmente lucida. Perché sia chiaro, nessuno deve pensare che lei sia una ubriacona. Già gli sguardi dei suoi colleghi d’ufficio sono eloquenti circa le sue stranezze, certo non vuol dargli altri motivi per additarla in senso negativo. D’altra parte lei è una persona per bene, parsimoniosa, con una vita tranquilla e vezzi che è felice di conservare. A quelle già illustrate si somma infine l’ultima e forse più significativa consuetudine di Eleanor: la telefonata con la mamma il mercoledì sera. Questa è una conversazione telefonica che si svolge sempre alla stessa ora e il solito giorno anche perché la madre della protagonista è agli arresti e dunque non può concederle che quei 15 minuti di considerazione – dolorosa e cattiva – alla settimana.
Eppure di punto in bianco l’abitudinarietà della Oliphant viene stravolta. A un concerto incontra l’uomo della sua vita, o almeno così crede. Ciò la porta a ritenere necessaria una maggiore cura del suo corpo e del suo aspetto, la porta a tentare di inserire nella sua vita uscite e elementi che mai avrebbe pensato di introdurre, e ancora la porta ad acquistare un telefono cellulare nonché un laptop per effettuare le sue ricerche da casa. Tutte quelle spese in così poco tempo? Quasi non si riconosce più. Tuttavia sono necessarie, deve adattarsi a quella che potrebbe diventare la sua nuova esistenza.
Al contempo nella sua realtà riesce ad entrare anche Raymond Gibbons suo collega della sezione dell’helpdesk e dunque specializzato in personal computer e tecnologia. L’uomo dai capelli rossicci chiari tagliati corti nel tentativo di nascondere l’ assottigliamento e la diradazione, una barbetta bionda stopposa, una pelle molto molto rosa, un abbigliamento alquanto opinabile, nerd nel midollo, fissato con i videogiochi e associato a un maiale ad una prima occhiata dalla protagonista, riuscirà con la sua semplicità e genuinità ad aprirsi un varco nella rude e impenetrabile corazza della donna finendo con l’instaurarci un rapporto di amicizia molto profondo che azionerà gli ingranaggi per il suo effettivo cambiamento. Sarà nel vero senso della parola il primo essere umano ad essere amico di Eleanor. Si perpetreranno, tra l’altro, tutta una serie di circostanze che consentiranno al lettore di conoscere del passato di questo personaggio eclettico e di grande profondità. Pagina dopo pagina questo sarà sempre più coinvolto e rapito dalle vicende tanto da non riuscire a staccarsene.
“Eleonor Oliphant sta benissimo” è infatti uno scritto di gran contenuto ma anche di grande forza empatica. È caratterizzato da una serie di personalità forti e magistralmente delineate che conquistano e convincono chi legge. La ragazza, in particolare, con il suo linguaggio erudito, il suo equilibrio faticosamente conquistato, il suo distacco emotivo da tutto quel che le accade attorno e anche la riscoperta di sé, la maturità conquistata dagli eventi che la porteranno a fare i conti con il passato, ad affrontarlo, a parlarne, a rompere quella cupola invisibile che si era costruita intorno, la rendono palpabile, concreta e impossibile da non amare.
Al tutto si somma uno stile narrativo arguto, forbito, fluido, intelligente che si avvalora della tecnica del “narrare ma non spiegare”, del “fai vedere, ma non limitarti a una mera esposizione (e che è ravvisabile in scrittori quali Fredrick Backman e i suoi “L’uomo che metteva in ordine il mondo” e/o “Britt-Marie è stata qui”e/o “Mia nonna saluta e chiede scusa”), elementi questi che consacrano lo scritto quale un piccolo gioiello semplicemente indimenticabile.
Goliardico, ricco di contenuti, sagace, riflessivo.

«Quando si legge di “mostri”… nomi noti… si dimentica che avevano una famiglia. Non spuntano fuori dal nulla. Non si pensa mai a chi resta ad affrontare i postumi.» p. 336

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    25 Mag, 2018
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Il canto delle sirene

“Il cielo sopra l'Everest”, scritto da David Lagercrantz e pubblicato da Marsilio nel maggio 2018, racconta una immaginaria spedizione sull'Everest, svoltasi nel 2000. Gli avvenimenti narrati nel libro prendono liberamente spunto da una reale vicenda che si svolse nel 1996 ed ebbe come drammatico epilogo la morte di ben 8 alpinisti, colti da una tempesta mentre scendevano dalla vetta più alta della Terra.
Il testo di Lagercrantz è un “page turner”, un libro che si legge tutto d'un fiato: gli eventi sono raccontati con lo scopo evidente di catturare l'attenzione del lettore, uno scopo che viene pienamente raggiunto.
Un gruppo di alpinisti, la maggioranza dei quali non professionisti, si accinge a raggiungere la vetta dell'Everest. Per poterci riuscire hanno dovuto pagare delle somme esorbitanti ed affidarsi a guide e portatori esperti di alta quota. Tutti sembrano avere una motivazione ineccepibile per tentare quest'impresa un po' folle: è nella natura dell'uomo sognare di oltrepassare i propri limiti e molte persone di quella sfortunata spedizione sono incuranti di rischi e pericoli e vogliono solo aggiungere un'altra sfida vinta alla loro collezione. All'interno del gruppo però la solidarietà e l'amicizia sono soltanto apparenti, sotto la superficie covano invidia, rancore, gelosia, disprezzo di sé e desiderio di vendetta. Tutto questo, unito alla completa mancanza di rispetto verso lo spirito della montagna, non può portare di sicuro al buon esito dell'impresa.
Lagercrantz padroneggia con maestria l'intreccio della narrazione alternando analessi e prolessi che tengono il lettore incollato alla pagina. Inoltre dimostra di essersi documentato scrupolosamente sull'argomento: leggendo si ha quasi l'impressione di trovarsi sull'Everest, a quote non propriamente confortevoli per l'essere umano, tra mancanza di ossigeno, probabile congelamento, perdita di liquidi, rischio elevato di pazzia e morte. Tuttavia ho avuto l'impressione che la psicologia dei personaggi sia stata descritta in maniera un po' superficiale e talvolta banale. Ed anche lo stile dell'autore mi è sembrato un pochino anonimo, con ripetizioni frequenti delle stesse frasi e degli stessi concetti.
Quindi, in conclusione, consiglio “Il cielo sopra l'Everest” a chi è in cerca di un romanzo d'avventura dal ritmo serrato e dall'ambientazione affascinante. Chi cerca qualcosa in più potrebbe rimanere deluso.

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Romanzi
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    24 Mag, 2018
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More "Less" for all...



Arthur Less è un uomo che fugge.
Fugge dalla perdita del fidanzato (che si sposa con un altro), dal fallimento del suo ultimo romanzo (che nessuno vuole pubblicare), dal suo cinquantesimo compleanno (che lo terrorizza), ma più di ogni altra cosa fugge da se stesso...
Alle soglie della mezza età, non si sente ancora pronto a lasciar andare la giovinezza e quindi scappa, corre lontano per non farsi raggiungere dalla vecchiaia e dalla solitudine.
Ma si sa, puoi anche girare mezzo mondo, prendere aerei, attraversare città, deserti e tempeste di sabbia, alla fine, il "tempo" ti troverà, ovunque tu sia...e insieme ad esso anche tutti i problemi che pensavi di aver seminato.
Arthur Less è un novello Peter Pan, incapace di crescere, inadeguato, imbranato, un po' vigliacco...
La sua adorabile goffaggine, insieme ad una narrazione lieve ed ironica e ad un finale riuscitissimo, mi hanno conquistata e mi hanno fatto superare fasi della lettura piuttosto noiose.
Perché lo ammetto, questo tipo di romanzo un po' rocambolesco, non è esattamente nelle mie corde, ma sono comunque contenta di averlo letto, di aver fatto la conoscenza di questo personaggio così imperfetto, così ingenuamente inconsapevole di ciò che gli sta intorno, da riuscire a trasformare la tragedia in commedia, ogni volta.
È un perdente che alla fine vince sempre.

Questo libro, nella sua leggerezza, è un viaggio alla ricerca di se stessi, un voler dimostrare che possiamo vivere anche senza il nostro "abito blu con la fodera fucsia", quello in cui ci sentiamo sicuri, quello che ci protegge e ci identifica, e dentro il quale spesso ci nascondiamo.
Togliamoci i nostri abiti blu, spogliamoci delle nostre paure e del nostro senso di inadeguatezza, e teniamoci la nostra spontaneità, il candore con cui guardare il mondo e la capacità di amare...

E infatti questo è anche un libro sull'amore, sull'eterna diatriba tra passione bruciante e quotidianità...
"Cos'è l'amore? Una cosa buona e cara? Oppure fuoco e fiamme?"
O forse "il trucco sta nel non innamorarsi"?

Premio Pulitzer 2018, con questa motivazione: " Un libro generoso, musicale nella prosa e ampio in struttura e portata, sul diventare grandi e sulla natura essenziale dell'amore".
Sottoscrivo, ma, ad onor del vero, io preferisco il Greer de "La storia di un matrimonio", più intenso e profondo.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    22 Mag, 2018
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così credibile da essere incredibile

Come una donna passa dal buttare la spazzatura a diventare una consulente della polizia in un'indagine per omicidio. Marnie, una tatuatrice si imbatte nel cadavere di un uomo che sembra essere stato parzialmente scuoiato per rimuovergli un tatuaggio. Viene ingaggiata dal responsabile delle indagini, che contro il parere del suo diretto superiore ipotizza l'esistenza di uno scuoiatore seriale alla caccia di tatuaggi particolarmente belli. Un personaggio, che convinto che anche l'arte del tatoo meriti di essere inserita tra quelle più nobili e che quindi valga la pena collezionare anche i migliori pezzi prodotti da questi artisti.
L'autrice ha deciso di tratteggiare a colori vividi, con molti dettagli i tre protagonisti principali del volume. Ha invece solo abbozzato le altre persone che ruotano nella loro orbita. Una scelta che di solito mi piace poco, ma qui trovo sia vincente. In questo modo tutta l'attenzione è sul crimine, mentre i dettagli di contorno fanno quello che devono fare: il contorno.
Il serial killer ci parla in prima persona e si rivolge a noi con supponenza, ostentando la sua abilità e le sue conoscenze. Senza pudori o vergogne ci racconta del piacere che prova nel sentire la pelle morbida o il sangue caldo delle sue vittime sotto le mani. Si venta di quanto i suoi coltelli siano affilati, della sua abilità nel maneggiarli e nella sua capacità di destreggiarsi tra i segreti della conciatura del pellame. Con noi si apre, ci racconta del suo passato, de suo mentore, dei suoi progetti. ma non è uno stupido nulla gli sfugge sul suo aspetto, sul luogo dove è localizzata la sua tana.
Marni il secondo dei protagonisti è una donna che dapprima ci appare fragile: un coniglietto bagnato fradicio che trema di fronte alla sua ombra. Intuiamo che il passato è stato cattivo con lei e il presente nonostante si sforzi di essere buono non riesce a conquistare la sua fiducia. Niente di più sbagliato, dentro di sé ha una scorta di risorse e di capacità di iniziativa invidiabile.
Infine Francis Sullivan: l'ispettore. Difficile riuscite ad inventarsi un investigatore non ancora visto senza ridurlo a una macchietta. La Belsham c'è riuscita. Francis ha i capelli rossi, è timido, non beve, non fuma e va a Messa, anzi ha anche la chiave della chiesa per accedervi quando ne ha bisogno. Ma è tutt'altro che un bigotto e uno sprovveduto. Promosso nonostante sia il più giovane del suo gruppo, si trova davanti al suo primo caso da capo. Ostacolato dai suoi sottoposti e sottostimato dai suoi superiori non gli resta altro che fare affidamento su testardaggine e orgoglio.
La trama nel complesso è ben strutturata. i racconti di indagini e delitti sono del tutto credibili. L'autrice riesce a descriverci con naturalezza scene raccapriccianti e pratiche disumane. I numerosi dettagli sulle tecniche usate dal killer sono sicuramente frutto di un attenta preparazione. Il mondo che gira attorno ai negozi di tatuaggi ci viene raccontato segnalando le bizzarrie che caratterizzano i protagonisti, ma anche le loro normalità e fragilità.
La Belsham crolla solo nelle ultime pagine. dopo aver combattuto con orgoglio per oltre 350 pagine contro banalità e cliché, cade nelle ultime pagine propinandoci ancora una volta la solita vecchia trita e ritrita storiella sentimentale tra la donzella in pericolo e l'eroe sul cavallo banco che l'ha salvata. Da lettrice navigata, capisco che ci sia la necessità di mantenersi aperte le porte per un eventuale seguito delle indagini di questa coppia. In definitiva, però l'episodio non mi ha affatto rovinato il piacere della lettura alla quale confermo il parere positivo..

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Romanzi autobiografici
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    21 Mag, 2018
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L'AMORE NON TI COMPLETA MA TI COMINCIA

E’ la prima volta che affronto un libro di Matteo Bussola, non sapevo cosa aspettarmi e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Dopo aver letto questo romanzo mi sono detta: finalmente ho trovato un autore italiano che sa cosa significa scrivere ed emozionare con le parole.
Le parole sono proprio al centro della sua scrittura, l’autore le ricerca con cura e importanza e dà un vero e proprio “peso” a quello che scrive.
Il tema fondamentale dell’intero testo è l’amore di coppia in tutte le sue “fasi”, ma più in generale sull’amore, da quello ricambiato a quello immaginato e purtroppo anche a quello fallito o che abbiamo perso.
Matteo scrive dei racconti e assegna un titolo ad ognuno di loro, dividendo l’intero libro in quattro sezioni: il rosso che significa passione, il blu per nostalgia e consapevolezza, il verde per memoria e scoperta e infine il bianco per la rinascita.
I racconti riguardano sia le esperienze dello scrittore fino alla sua situazione attuale con Paola e le loro tre figlie. Oltre alle sue vicende personali troviamo anche le storie che gli sono state raccontate e il lettore in alcune pagine si riconosce in queste storie comuni.
Quello che mi ha colpito di più è la scrittura di Matteo che è viva, con le parole noi riusciamo ad immaginarci la storia che lui ha vissuto e questo lo riesce a fare solo una persona che ha una grande padronanza della lingua italiana.
Le sue esperienze passate hanno permesso di rendere lo scrittore la persona che è oggi, il racconto ci viene proposto in maniera autentica e sincera.
L’amore non è sempre bello, ma ogni storia è diversa dalle altre e anche nel libro passiamo da una fase di conoscenza, felicità, passione ad un periodo di dolore e di sofferenza.
L’amore richiede degli enormi sacrifici e molte volte non finisce come noi ci aspettiamo.
Il libro è una sorta di lungo percorso che porta alla fine alla consapevolezza del vero amore, ripercorrendo le varie tappe della vita di Matteo che riesce a capire e a riconoscere quale sia per lui il vero amore.
Lo scrittore si rende conto di quali sentimenti prova, solo quando si guarda dentro e apre il suo cuore ad un’altra persona e lo fa seriamente senza regole, senza barriere e senza ostacoli.
Il libro non ha di per sé una trama, ma queste pagine che apparentemente sono slegate tra di loro sono propedeutiche al raggiunto della fine e alla scoperta dei sentimenti.
Lo stile dell’autore è molto curato e molto preciso, riesce a catturare le emozioni e a raccontarci con impeto e realismo le storie d’amore più diverse.
Forse per la prima volta troviamo un testo in cui l’amore non viene raccontato in maniera banale e scontata ma viene finalmente descritto in modo onesto e senza creare delle “false aspettative” sui lettori.
L’amore che troviamo in questo libro, non viene raccontato in maniera sdolcinata o proponendoci delle favole, ma ci viene detta la cruda realtà senza filtri, senza romanzare il testo.
E’ proprio questo che rende il libro vivido e reale e vicino a noi, alla nostra quotidianità.
In ogni pagina troviamo delle frasi da sottolineare che rappresentano delle piccole-grandi verità sull’amore.
Le storie d’amore non sono tutti uguali alcune parti del libro mi hanno emozionato e fatto riflettere di più mentre altre mi hanno divertito.
“La vita fino a te” rappresenta uno spaccato dell’amore di oggi, di quante complicazioni e di quante difficoltà due persone trovano per vivere insieme i sentimenti che li uniscono ma soprattutto per scoprire cosa provano veramente.

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Racconti
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    21 Mag, 2018
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Il vicequestore imperfetto

“Mi rendo conto che mi sono divertito come un ragazzino coi trenini elettrici, la speranza è quella di restituire al lettore anche solo una piccola parte della gioia che queste storie mi hanno regalato”.

Antonio Manzini presenta così la sua nuova raccolta di racconti, composta da cinque indagini con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone.

Ho “conosciuto” Rocco Schiavone qualche anno fa con il primo libro della serie “Pista nera”. La “conoscenza” era finita subito perché il protagonista non era proprio nelle mie corde, Manzini per i miei gusti aveva osato troppo.

Ho iniziato quindi la lettura con diffidenza, ma lo stile dell’autore mi ha subito coinvolto ed è riuscito a farmi vedere uno Schiavone, sempre corrotto, imperfetto e un po’ troppo fuori dagli schemi, ma anche simpatico, ironico e di cuore.

Le indagini in realtà sono quattro anche perché un racconto (per me il più bello) tocca un argomento che non ha a che fare con le indagini ma con tanto divertimento e simpatia, si parla della partita di pallone fra questura e magistratura, una vera chicca!

Per quanto riguarda gli altri, ogni vicenda comprende circa una quarantina di pagine e lo spazio per le indagini non è molto, quindi più che indagare, con questi racconti, si ha la possibilità di conoscere Schiavone e le varie interazioni che ha con i suoi colleghi, i superiori e come, anche se ancora molto imperfetto, ha cuore e tanta simpatia e ironia.

Da quello che ho letto in giro, queste non sono proprio storie nuove per gli amanti che hanno seguito l’intera serie, ma sono una ripetizione e molti si sono un po’ sentiti “presi in giro” dalla pubblicazione.
Per chi come me, invece, se le ritrova davanti per la prima volta, sarà davvero difficile non divertirsi.

Mi hanno così divertito che sto ripensando di dare una seconda opportunità alla serie…

Buona lettura!

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    20 Mag, 2018
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la strana scomparsa di una giornalista

Joel Dicker, nato a Ginevra nel 1985, ha pubblicato La verità sul caso Harry Quebert, Gli ultimi giorni dei nostri padri, Il libro dei Baltimore. Ora torna in libreria con un poderoso libro dal titolo: La scomparsa di Stephanie Mailer.
Un libro giallo, ma non solo, piuttosto corposo (più di settecento pagine), che ho letto con interesse e curiosità, che non mi ha mai stancato, grazie alla capacità straordinaria dell’autore che riesce sempre a sorprendere e a creare il giusto tempo dell’attesa. Presentato nel recente Salone del Libro di Torino, Joel Dicker ha dichiarato che con questo libro lui vuole dimostrare che:
“La verità non esiste e la funzione è solo un gioco della realtà”.
La vicenda si svolge ad Orphea, una città immaginaria degli Hamptons, alle porte di New York. Una cittadina tranquilla, la cui quiete viene bruscamente interrotta una notte del 30 luglio 1994, in cui:
“Quadruplice omicidio a Orphea: il sindaco e la sua famiglia assassinati. Sabato sera il sindaco di Orphea, Joseph Gordon, sua moglie e il figlio di 10 anni sono stati trucidati nella loro casa. La quarta vittima è Meghan Padalin, di 32 anni. Quest’ultima, che al momento dei fatti stava facendo jogging, deve avere assistito per caso alla scena ed è stata freddata in piena strada, davanti alla casa del sindaco.”
Molti anni dopo il detective incaricato di seguire il caso, Jesse Rosenberg, sta per abbandonare il lavoro per andare in pensione. Durante i festeggiamenti viene avvicinato da una giornalista dell’Orphea Chronicle, Stephanie Mailer, la quale gli comunica che :
“Secondo lei, nel 1994 abbiamo preso un granchio. Dice che nell’indagine ci è sfuggito qualcosa e abbiamo sbagliato il colpevole. (…) Che la risposta era sotto i nostri occhi e non l’abbiamo vista.”
All’epoca era stato incriminato un ricco ristoratore, Ted Tennenbaum. Purtroppo dopo averne fatto la sua conoscenza, della donna se ne perdono completamente le tracce. Trovare l’assassino e scoprire che fine ha fatto Stephanie diventa una questione principale per gli investigatori, soprattutto per Anna Kanner, nuova vicecomandante
“arrivata a Orphea sabato 14 settembre 2013. (…) Davanti a me si schiudeva una nuova esistenza. Gli unici reperti della mia vita precedente erano i mobili che avevo fatto portare da New York.”.
Sullo sfondo ci sono i preparativi per una nuova edizione del festival teatrale, le manovre politiche dei politici locali, i problemi personali e familiari dei tanti personaggi coinvolti nelle indagini parallele, fino al momento in cui si stabiliscono improbabili e turbolenti collegamenti tra passato e presente. Affascinante è la descrizione dei complessi rapporti che legano le persone che abitano e formano la piccola comunità, intessuti di rivalità, invidie, adulteri, sentimenti di odio, di rivalsa e di vendetta.
Il libro e la sua narrazione sono tese, mozzafiato e sorprendenti nelle sue conclusioni. Lo stile di scrittura è fresco, frizzante, non si perde in inutili digressioni. La curiosità è continuamente sollecitata, e l’intreccio ben congegnato e costruito inchioda il lettore in una lettura forsennata. Una vera e propria discesa negli inferi di una notte buia, attorno al quale ruota una trama densissima e corposa.

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Consigliato a chi ha letto Joel Dicker, La verità sul caso Harry Quebert
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Romanzi
 
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    18 Mag, 2018
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A sangue freddo

Tredici modi di guardare contiene una raccolta di 4 racconti molto diversi come stile. Il primo, quello che dà il titolo alla raccolta e che occupa una metà del libro, è molto brillante e piacevole, una specie di giallo senza suspense. E’ pungente, vivace, forse un po’ costruito rispetto agli ultimi due racconti che preferisco. Il protagonista Mendelsshon senior è un personaggio interessante con le sue amnesie e la sua intelligenza pirotecnica. Il racconto procede avanti e indietro come seguendo i passi di un balletto; si ha l’impressione di seguire i movimenti di un valzer, secondo un ritmo e una musica nascosta. Questo fatto toglie al testo qualsiasi drammaticità, come pure qualsiasi interesse per il caso poliziesco. L’interesse è tutto rivolto alle schermaglie verbali del vecchio e alla sua autoironia pungente. Il giallo di per sé non ha né capo né coda, nel senso che è del tutto assurdo che il povero Mendelsshon venga aggredito e ucciso. Del resto l’autore spiega di avere scritto il racconto dopo avere subito lui stesso un’aggressione simile a sangue freddo del tutto ingiustificata.
Segue Che ore sono lì da te con un’atmosfera afghana (nostalgia di casa e attesa del cecchino) e poi gli ultimi due racconti bellissimi, simili come scrittura di qualità eccelsa. Raccontano due storie molto drammatiche: la prima di una madre che smarrisce il figlio adottivo adolescente e lo crede morto, la seconda di una suora che riconosce il suo stupratore di decenni prima tra i mediatori di un trattato di pace e cerca di capire se sia davvero cambiato magari per opera della grazia divina. Queste due storie mi hanno colpito per la bellezza dello stile e la capacità di raccontare quello che passa nella testa delle due donne con una sensibilità, una intensità e creando una profondissima intimità con il lettore.
Il tema comune è quello della violenza gratuita: l’omicidio nel primo racconto, l’Afghanistan (attesa dell’ attentato) nel secondo, la possibile morte del figlio nel terzo, e infine la storia della suora e dello stupro protratto. Il ricordo della prigionia continua a distanza di anni a minare la mente della suora fino a mutilarne la memoria in uno pseudo-Alzheimer. L’idea di scrivere su questo tema, la violenza, nasce dall’esperienza personale di cui l’autore parla a fine libro in una breve postfazione. McCann rumina sulla aggressione subita attraverso l’invenzione di altre aggressioni in qualche modo simili, fino a immedesimarsi nella suora e a cercare attraverso di lei di esplorare la mente del suo persecutore. E’ molto bello che il racconto finisca con un atto di fiducia da parte della suora in un uomo, un atto di fede in senso lato anche in Dio, nell’umanità, nella bontà da parte dell’autore.

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Romanzi
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    18 Mag, 2018
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And in short I was afraid

È di nuovo il tema dell’ambiguità al centro di Berta Isla, l’ultimo stupendo romanzo di Javier Marias, è l’uomo prigioniero della sua solitudine, condannato a vivere passivamente una vita senza speranza di futuro. C’è tutta l’opera di T.S.Eliot in queste pagine, da The love song of J. Alfred Prufrock, ai Four Quartets fino a The hollow men. Il personaggio di Tomás, infatti, così come ci appare dalla descrizione in prima persona di Berta, sua moglie, è molto simile al Prufrock di Eliot, con la sua incapacità di compiere scelte determinanti per la sua vita, con quella sua spiccata tendenza alla simulazione che è propria dell’attore e che lo rende però più simile al buffone che a colui che sia capace di turbare l’universo. Il dramma di Tomàs consiste in una perdita di identità che lo emargina dal mondo dei suoi affetti per immergerlo in quel mondo di falsità, prevaricazione e violenza in cui vivono gli agenti segreti. La rassegnazione che contraddistingue Tomàs lo induce a trascinare una vita-non vita, nella quale tutto ciò che accade semplicemente non accade, e tutto quello che esiste semplicemente non esiste. Ed è il rapporto col tempo che rende possibile tutto ciò, un tempo che si dilata e resta indeterminato: “Tomàs pensò, ricordò: - La storia è una trama di momenti senza tempo -(T. S. Eliot – Four Quartets)”. La progressiva perdita di speranza trasforma la vita di Berta, che affronta con coraggio la solitudine e i momenti di disperazione con quel senso di soffocamento che è proprio di chi soffre: “ Quel verso ora risuonava dentro di me: - Questa è la morte dell’aria diceva -. E in effetti non era come se mi mancasse l’aria, era qualcosa di peggio; come se l’aria non circolasse più, come se non ci fosse più in tutto l’universo e avesse cessato di esistere. E al termine di qualche verso che non capivo e che perciò non ricordavo Tomàs aggiungeva: - Questa è la morte della terra. - (T. S. Eliot – Four Quartets). Le frequenti citazioni tratte dalle opere di Eliot inducono a pensare che tutto il romanzo sia stato congegnato come una trasposizione in prosa dei versi del poeta, attraverso la realizzazione di personaggi che vivono nell’epoca contemporanea le stesse ansie e le stesse angosce dell’uomo del primo novecento. Marias ha costruito anche tecnicamente un romanzo perfetto, affidando alla narrazione in terza persona la parte che racconta la vita di Tomàs lontano da Berta, e alla voce di Berta il racconto della loro vita in comune e della sofferenza di entrambi. Ed è ancora con i versi di Prufrock che Tomàs descrive infine se stesso : “ I grow old…I grow old…I shall wear the bottoms of my trousers rolled”. Sentirsi vecchio e svuotato di speranze, lo rende simile a un fantasma, a una sorta di Hollow Man. La sua vita come quella di Berta, rimarrà per sempre sospesa, una vita come tante altre, solamente in attesa.

No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo; 
?Io sono un cortigiano, sono uno ?
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,?
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo, ?
Deferente, felice di mostrarsi utile, 
?Prudente, cauto, meticoloso; 
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso; 
?Talvolta, in verità, quasi ridicolo – ?
E quasi, a volte, il Buffone.
 
Divento vecchio… divento vecchio… ?
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo. 
(T. S. Eliot – The love song of Alfred J. Prufrock )

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Mag, 2018
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Ma l'autrice non sapeva come concludere?

Ho dato a questo romanzo un ottimo voto, ma vi assicuro che avrebbe potuto essere facilmente più alto, se non fosse per qualcosa che traspare già dal titolo della mia recensione. Ma ne parlerò tra poco.
Cominciamo dallo stile dell'autrice, che mi ha stupito molto: avvincente come un thriller, ti cattura dalla prima all'ultima pagina e scorre che è un piacere. L'ho letto in due tre ore, pensate un po' voi, anche se è comunque un libro breve, neanche 140 pagine.
L'autrice riesce a caratterizzare molto bene i suoi personaggi, donando agli adulti (con una psicologia più sviluppata) una narrazione in prima persona, e ai bambini (più acerbi) una narrazione in terza. Forse i genitori di Théo si comportano in maniera un po' troppo inverosimile, ma è una cosa su cui si può sorvolare, perché la De Vigan riesce a essere profonda e a rendere alla perfezione i rapporti tra i vari attori della storia che, principalmente, sono bambini, genitori e insegnanti. È un quadro reso molto bene, devo ammettere.
Ma allora vi starete chiedendo, perché quei voti al contenuto e allo stile? Devo ammettere che allo stile ero tentato di dare 5 e al contenuto 4, fino a che non ho letto l'ultima pagina; o forse anche prima, quando mi sono reso conto di quanto fosse impossibile, in così poche pagine, chiudere il cerchio aperto dalla scrittrice. Un finale aperto può essere assolutamente efficace quando l'autore è bravo a impregnarlo di significati nascosti, a scatenare riflessioni nel lettore e portarlo a concluderlo nella sua mente. Questa conclusione, purtroppo, è talmente brusca e immotivata che fa perdere punti a un romanzo che avrebbe potuto essere bellissimo. Ci sono tratti psicologici non portati a termine, situazioni interrotte bruscamente e che non vedranno conclusione (a meno di un sequel? Ma mi pare assurdo, per un libro così breve), indagini psicologiche che avrebbero potuto scavare molto più in profondità ma che invece si fermano a metà strada, donando la sensazione che l'autrice non sapesse come andare avanti. Il motivo deve essere questo, a meno che nella sua mente, con questo finale aperto, l'autrice sperasse di scatenare l'immaginazione di cui ho parlato poco fa. Mi dispiace dirlo, ma credo che si sia sopravvalutata, nonostante sia molto brava.

La storia si concentra su quattro personaggi in particolare: il piccolo Théo, che vive una situazione familiare molto brutta, con due genitori separati e in condizioni psicologiche disastrate, completamente concentrati su loro stessi e quasi indifferenti alla loro creatura; il piccolo Mathis, migliore amico di Théo, suo complice in un gioco molto pericoloso che ha a che fare con l'assunzione di alcool; l'insegnante dei due ragazzini, Hélène, con un infanzia dura alle spalle, l'unica a percepire la condizione disastrata in cui riversa Théo; la madre di Mathis, alle prese anche lei coi ricordi di un'infanzia difficile e un presente che lo è altrettanto.
Un quadro non molto allegro, direi, e che non fa altro che peggiorare di pagina in pagina.
È molto interessante come l'autrice tesse i rapporti tra i vari personaggi, questi quattro in particolare. È molto brava a gestirne le azioni in base alla loro personalità particolare, senza mai farli apparire incoerenti né forzati, portando avanti una storia tragica in cui si spera possa esserci un barlume di speranza, ma che non fa altro che sprofondare nell'oblio più profondo. Mi sarebbe piaciuto sapere se questo oblio sarebbe stato definitivo o se, alla fine del tunnel, ci sarebbe stata una luce.
L'autrice ha sprecato un'occasione per scrivere un libro che potesse essere di grande valore; è un libro comunque piacevole da leggere, bello, ma si avverte comunque la sensazione dell'occasione sprecata.
Peccato.

"Le fedeltà invisibili. Sono fili che ci legano ad altri, ai vivi come ai morti, sono promesse che abbiamo sussurrato e di cui non riconosciamo l'eco, lealtà silenziose, sono contratti per lo più stipulati con noi stessi, parole d'ordine accetate senza averle comprese, debiti che custodiamo nei recessi della memoria."

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Romanzi
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    11 Mag, 2018
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Specchio, specchio delle mie brame..

.. chi è la più bella del reame?

La perfida regina di Biancaneve è un docile agnellino se paragonata a Marie: bella, bellissima, è la reginetta del liceo, invidiata dalle sue coetanee ed ambita da tutti i ragazzi.
E Marie si nutre di tale venerazione: la sua vanità è pari solo al compiacimento che prova quando col suo atteggiamento provoca rancore e gelosia, non si accontenta di essere ammirata ma si sente appagata solo quando vede la stizza negli occhi di chi la osserva e si crogiola nella loro consapevolezza di inferiorità.
"Alle feste le piaceva che i ragazzi avessero occhi solo per lei, stava sempre attenta a non dare l'idea di preferirne uno agli altri - che se ne stessero pure tutti lì, pallidi per l'angoscia di non essere scelti. Quale piacere immenso nell'essere cento volte respirata, mille volte desiderata, e mai colta!"

E' in estasi Marie quando Olivier, figlio ed erede del farmacista di città, la prende in moglie: lui è follemente innamorato, lei ha il cuore che trabocca di gioia al pensiero delle sue amiche che si roderanno l'anima vedendola raggiante al braccio di quell'uomo.
Peccato però che Marie rimanga incinta prima del matrimonio e le famiglie decidano di festeggiare l'unione dei due in modo più riservato ed intimo, lasciando sfumare così il sogno di Marie che già pregustava il suo ruolo da protagonista in una festa sfarzosa in cui tutti i riflettori sarebbero stati puntati su di lei.
Il colpo di grazia arriva poi con la nascita della primogenita, Diane, che sin dal primo momento magnetizza a sè con la sua candida bellezza gli sguardi e l'attenzione di tutti, papà, nonni, amici, tutti tranne Marie, sua madre.
La bimba cresce nella più assoluta indifferenza da parte di sua madre che si limita ad assolvere i suoi obblighi di mamma senza la minima dimostrazione di amore verso la piccola Diane, come se col cordone ombelicale fosse stato reciso anche il loro legame di sangue, sostituito piuttosto da un sentimento di disprezzo e bieca gelosia.
La situazione non migliora con la nascita del fratellino pochi anni dopo e diventa insostenibile con l'arrivo della sorellina Celia, verso cui Marie sembra convogliare tutto quell'affetto negato alla sorella maggiore, instaurando un rapporto iperprotettivo, esasperatamente ossessivo.
Non ci sono alternative per Diane, l'unico modo per rimanere lucida e non cadere nel baratro della follia è fuggire, allontanarsi da casa e dalla sua famiglia per dedicarsi, corpo e anima sarebbe il caso di dire, alla sua grande passione: la cardiologia, lo studio del cuore, l'organo forse più misterioso del nostro corpo, sin dall'antichità considerato dimora dell'anima e dell'intelletto:
"Colpisci il tuo cuore, è là che il genio risiede", dice Alfred de Musset in uno dei suoi versi.
E Diane, che sin da piccola mostrava spiccata intelligenza pari solo alla sua grazia, non avrà alcuna difficoltà a raggiungere ottimi risultati durante la sua carriera universitaria.
Ancora una volta, però, qualcuno cercherà di strapparle il cuore, di colpirla là dove fa più male, facendo riemergere quelle paure, quel senso di rabbia e sdegno verso chi tradisce la sua fiducia ed amicizia a favore del proprio egoistico interesse.

'Colpisci il tuo cuore', ultimo romanzo della prolifica scrittrice belga Amelie Nothomb, riprende in chiave moderna e decisamente 'dark' la favola di Biancaneve.
Le analogie sono tante, alcune più evidenti altre meno: dalla candida innocenza di Diane che cerca in tutti i modi di giustificare e comprendere l'assurda gelosia della madre, sperando sino alla fine di conquistare il suo affetto, all'atteggiamento freddo e disturbato della 'regina' Marie che da una parte entra in competizione con Diane e dall'altra cerca di 'plasmare' la sorella a sua immagine e somiglianza, quasi fosse una sorta di protuberanza uterina.
Ed ancora il padre di Diane, Olivier, completamente succube dalla bellezza della regina, incapace persino di intuire il disagio della figlia e la vessazione psicologica che sta subendo ad opera della madre, una vera e propria violenza perpetrata tra le mura del focolare domestico con un epilogo fin troppo roseo se paragonato a quello dei più recenti casi di cronaca nera: innegabile infatti che l'equilibrio mentale, l'assennatezza e la tolleranza con cui Diane, sin da piccola, reagisce al comportamento della madre siano credibili solo in una realtà da 'favola'.
Una favola per adulti: non un racconto della buonanotte per bambini, bensì un messaggio forte ed esplicito per destare la sensibilità di noi 'grandi' sulla tossicità di un sentimento come la gelosia e l'invidia.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    10 Mag, 2018
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Teresa e Bern: conoscenze fallibili del mondo

A dieci anni dall’esordio che gli valse il Premio Strega con La solitudine dei numeri primi, torna Paolo Giordano con Divorare il cielo: un romanzo che è un ritorno alla giovinezza. Una storia tra tre “fratelli” in una masseria pugliese,
“divisi tra il radicamento alla terra e l’ambizione di prendersi tutto anche il cielo”.
A cui va ad aggiungersi Teresa, sedici anni. Quattro personaggi, un contesto concreto, una storia che attinge a valori e concetti immateriali. Un testo:
“potente e generoso, che restituisce al lettore l’antica meraviglia di una grande storia in cui perdersi”.
In primis la masseria: un vasto luogo dove Cesare, padre “adottivo” dei tre ragazzi, ha creato una piccola comunità dove trovano rifugio ragazzi dati in affido, dove:
“vanno e vengono, in continuo”.
Un luogo dove si lavora, si prega, si imparano a memoria i salmi. Un luogo ricco di sole, da sempre contrapposta all’altra ambientazione: Torino, la città da cui proviene Teresa, luoghi simbolo di emozioni e sensazioni contrastanti, per cui:
“Ormai ero abituata a trovare Torino più inospitale di come l’avevo lasciata, i viali troppo ampi, il cielo bianco e opprimente come un tendone di plastica. Un girono Cesare aveva detto: “alla fine tutto ciò che l’uomo ha costruito sarà ridotto a uno strato di polvere di meno di un centimetro. Siamo così insignificanti. E’ soltanto il pensiero di Dio a renderci degni”. Fra i palazzi del centro le sue parole mi tornavano in mente e tutto mi appariva precario, fasullo. “.
Il libro si apre con una scena piuttosto emblematica: una grande piscina, tre ragazzi si immergono nudi di notte, dall’alto Teresa, ragazza sedicenne, li contempla, li studia, li accompagna nella fuga. Un insieme, il primo di tanti, di trasgressione, misto tra innocenza e passione. Come lo sarà quello di fuggire tra i canneti a fare l’amore con Bern. Dopo quell’intrusione i tre “cospiratori” sono obbligati ad andare a chiedere scusa al padre di Teresa. In quel caso Bern conosce Teresa e l’effetto è dirompente e devastante. Si scopre l’amore, la passione oltre ogni dire. Si consuma nell’arco di una estate, perché nel secondo ritorno Teresa perde Bern, che non c’è più, tutti sussurrano qualcosa di terribile al riguardo. Ma anni dopo, quando arriva di nuovo in Puglia per il funerale della nonna, Teresa incontra di nuovo Bern: con Tommaso e altri amici è tornato alla masseria, divenuta una comune ecologista. Teresa torna con lui, abbandona l’università, Torino, la famiglia. Sarà per sempre…. Anche dopo l’allontanamento da Bern, che risentirà solo dopo anni di dolore causato da un omicidio; e solo in seguito a quell’abissale incontro tra i due la ragazza si metterà alla ricerca delle vicende che avevano segnato dei vuoti all’interno della loro storia. E lo farà in una notte di Natale, con Tommaso, l’ultima voce rimasta, che rivelerà sorprese inaudite.
Bern è il personaggio clou del romanzo, insieme a Teresa. E’ mistero e totalità, è passione irraggiungibile e tormentata, passione consumata e mai più trovata. In ogni suo comportamento c’è un assoluto totale e paralizzante, che non permette mediazioni di nessun tipo. Lui segue le sue passioni e le sue pulsioni, con forza e violenza, senza curarsi di nulla.
E poi c’è Teresa, appunto, l’anima alter di Bern. Cesare la chiama:
“l’Anfibia”,
perché racchiude in sé la durezza del compimento di scelte dolorose, come quella di abbandonare i suoi genitori, Torino, l’Università, e la capacità di conoscersi, di guardare al proprio dolore e alla sofferenza, cercando di superarli.
Un libro complesso, costituito da un forte intreccio, da rimandi al passato, da emozioni da vivere comunque e sempre. L’obiettivo è la conoscenza della vita, poiché:
“c’è sempre molto da conoscere della vita di qualcun altro. Non si finisce mai. E a volte sarebbe meglio non iniziare affatto.”.
Forse dopo questa lettura non avremmo la certezza e la perfetta conoscenza del mondo intero, di certo avremo una marcia in più per comprenderlo ed amarlo.

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kafka62 Opinione inserita da kafka62    05 Mag, 2018
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KATRINA, MADRE ASSASSINA

“Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera, e i greci avrebbero detto che era trainato dai draghi. La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lascaiti vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bimbi appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perchè impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo. Katrina è la madre che ricorderemo finché non arriverà un'altra madre dalle grandi mani spietate, sanguinaria.”

Nel 2012 un film del regista esordiente Benh Zeitlin, “Re della terra selvaggia”, aveva fatto conoscere al grande pubblico una delle zone più povere e degradate degli Stati Uniti, il delta del Mississippi, raccontando la storia di una bambina di sei anni, Hushpuppy, che vive con il padre nella “Grande vasca”, una zona acquitrinosa perennemente flagellata da alluvioni e da uragani. Quella pellicola, vincitrice della Camera d'or al Festival di Cannes e candidata al premio Oscar per il miglior film, era stata un vero e proprio shock, dal momento che i luoghi e i personaggi che rappresentava apparivano incredibilmente lontani dagli Stati Uniti che cinema e TV normalmente ci propinano, immersi com'erano in una sorta di neo-medioevo pre-tecnologico. Con “Salvare le ossa”, scritto negli stessi anni ma pubblicato solo adesso in Italia da NN Editore (probabilmente grazie al fatto che nel frattempo l'autrice ha vinto ben due National Book Awards), Jesmyn Ward ci riporta negli stessi posti del film, quel bayou endemicamente sconvolto dalla miseria e dalle catastrofi naturali. Nella Fossa, una vasta depressione argillosa circondata da boschi di pini e di querce, vive, tra automobili abbandonate, pollai fatiscenti ed elettrodomestici arrugginiti abbandonati alla rinfusa, in una casa “tutta sbilenca” con “il colore della ruggine”, la famiglia afroamericana dei Batiste, un padre alcolizzato e dispotico e quattro figli ancora minorenni (la madre è morta di parto dando alla luce l'ultimo di essi). L'unica femmina è la quindicenne Esch, voce narrante del romanzo. Esch è una sorta di sognatrice in un mondo sporco, squallido e brutale, che non lascia spazio ai sogni e che non pare concedere alcuna prospettiva ad una adolescente come lei, men che meno il lusso dell'autocommiserazione. Perfino il sesso, che lei ha sempre praticato compulsivamente con tutti i ragazzi della compagnia (poiché fin dall'inizio è stato “come nuotare nell'acqua” ed “era più facile dargli quello che volevano che negarglielo”) è un modo per sentirsi come le dee, le eroine e le ninfe del libro di mitologia che sta leggendo durante l'estate, Euridice, Psiche o Dafne. E' però Medea il personaggio in cui Esch si riconosce di più, dal momento che Manny, il ragazzo di cui è innamorata e da cui sta aspettando un bambino, non la guarda nemmeno negli occhi e le preferisce vigliaccamente un'altra fanciulla, come il Giasone del mito. La Ward circonfonde Esch di uno sguardo tenero e affettuoso, al punto che non facciamo fatica a parteggiare per la sorte di questa figura esile, timida e goffa, che custodisce il segreto che porta in grembo interrogandosi sul significato misterioso di essere madre (quando assiste al raptus della cagna di Skeetah contro uno dei suoi cuccioli, Esch si domanda: “E' questo che significa essere madre?”). Accanto a lei c'è anzitutto il fratello Skeetah, la cui esistenza è dedicata alle cure per China, la femmina di pitbull dal pelo bianco che lui fa combattere in sanguinosi incontri clandestini e che all'inizio del libro vediamo impegnata a sfornare la sua prima cucciolata. Tra il ragazzo e la sua cagna c'è un rapporto speciale, che potrebbe derfinirsi quasi un rapporto d'amore (“Skeetah guarda China come se volesse immergersi in lei e annegare”), a cui Esch guarda con una sorta di trattenuta invidia. C'è poi il primogenito Randall, colui che dopo la morte della madre ha preso in mano le redini della famiglia e a cui il piccolo Junior è morbosamente attaccato, come se vedesse in lui una specie di surrogato materno. Vedendo Randall portare Junior aggrappato alla sua schiena, Esch non può fare a meno di pensare al rapporto tra Achille e Patroclo. Tra tutti i fratelli c'è da sempre un legame di mutua protezione, fatto di un affetto riservato, silenzioso ma profondo, che sembra creare uno scudo contro le prepotenze del padre, il quale però è paradossalmente l'unico a percepire la pericolosità dell'uragano in arrivo e a prodigarsi per mettere in sicurezza la casa ed accumulare viveri e scorte di emergenza, inascoltato dai suoi familiari come la profetessa Cassandra dai concittadini troiani nell'Iliade.
“Salvare le ossa” è apparentemente incentrato sull'uragano Katrina, che nel 2005 ha seminato terrore, morte e distruzione lungo le coste della Florida, della Louisiana e del Mississippi. In realtà a Katrina sono dedicati soltanto gli ultimi due capitoli del libro. Negli altri dieci capitoli l'attesa del ciclone rimane sullo sfondo, come un'eventualità incerta e improbabile a cui la famiglia Batiste (con l'esclusione, come detto, del padre) non ha il tempo di pensare, immersa com'è in preoccupazioni più urgenti e pressanti. Skeetah deve pensare a proteggere i cuccioli di China, e per procurar loro le medicine necessarie non esita a organizzare con i fratelli un furto presso l'abitazione di una famiglia bianca dei dintorni; Randall cerca di essere ammesso a un campus estivo di basket, nella speranza di intraprendere una carriera sportiva a livello universitario; e infine Esch si trova a fare i conti con la sconvolgente scoperta di essere incinta. Lungo giornate talmente calde che l'aria sembra “densa come acqua sul punto di bollire”, l'implacabile conto alla rovescia di quella che è una tragedia annunciata ci fa assistere a corse a perdifiato nei boschi, a cruenti combattimenti di cani, a risse tra clan rivali, a incidenti grandguignoleschi, a cui si alternano oziosi bighellonamenti, pigre bevute di birra sdraiati sui cofani di un'auto e rinfrescanti nuotate nelle limacciose acque dello stagno vicino a casa. La Ward sa organizzare con innegabile sapienza la sua scrittura: la comprime e poi la distende, la accelera e subito dopo la rallenta, condensandola in scene concitate e frenetiche (il combattimento tra China e Kilo) oppure al contrario concedendosi parentesi più rarefatte (la ricerca delle uova nascoste da parte di Esch). Nel suo stile c'è un grande senso del ritmo, come in una partitura jazz, che abbraccia il lettore con dolcezza e poi lo stringe e lo avvince implacabilmente, senza più lasciargli il tempo di respirare. Un esempio delle qualità compositive della Ward si può trovare nella sequenza a “montaggio alternato” in cui il sanguinoso infortunio alla mano del padre viene narrato contemporaneamente all'uccisione di uno dei cuccioli da parte di China: è talmente tesa ed emotivamente intensa da assurgere al livello di una tragedia classica, con in più gli stilemi di una narrazione estremamente moderna. Quello alla tragedia non è un riferimento azzardato: infatti tra i modelli della scrittrice statunitense ci sono proprio le tragedie greche, oltre che i miti delle antiche cosmogonie (come il Diluvio biblico). Già ho parlato in precedenza dell'attrazione di Esch per il personaggio di Medea, alla cui vicenda ella accosta costantemente le proprie personali disavventure. E' però con l'uragano Katrina, che i notiziari della TV annunciano ogni giorno sempre più vicino e potente, che l'ineludibile fato fa irruzione prepotentemente nella storia, dispensando con cieca inesorabilità sofferenze e distruzione e punendo come una nemesi celeste l'hybris degli uomini. L'apocalittico cataclisma, che coincide ovviamente con il climax del romanzo, è anche l'occasione per una catarsi purificatrice. “La tragedia per mezzo della pietà e del terrore – ha scritto Aristotele nella sua “Poetica” - finisce con l'effettuare la purificazione di così fatte passioni.” E' infatti in questa drammatica occasione, facendo fronte comune contro le avversità della sorte, che i Batiste si riscoprono una famiglia unita. Lo stesso capofamiglia, che fino ad allora era apparso prevaricatore e violento, si prodiga per tenere tutti i figli uniti, riscoprendo quell'istinto protettivo da troppo tempo dimenticato (c'è poi un piccolo grande gesto di umanità che mette in una luce diversa il padre, ed è subito prima della fuga nel solaio della casa invasa dall'acqua, quando egli si preoccupa di portare con sé, come unico, estremo ricordo della vita trascorsa, una busta contenente le foto della moglie morta). Nella lotta per la sopravvivenza si rinsaldano non solo i legami familiari, ma anche la solidarietà comunitaria, come ben sa chi ha avuto la sventura di essere vittima di un terremoto o di un'alluvione. Nello scenario da fine del mondo in cui si trovano catapultati Esch e i suoi fratelli il giorno dopo l'uragano, le porte delle case si aprono per accogliere coloro che sono rimasti senza un tetto, e le scorte previdentemente accumulate sono condivise per sfamare i vicini più sfortunati. Grazie a un finale aperto che non intende precludere la speranza, “Salvare le ossa” è un romanzo in qualche modo salvifico, cosa che lo accomuna ad altri grandi capolavori della letteratura americana del passato, come “Furore” di John Steinbeck.
“Sono i corpi a raccontare le storie”, scrive Jesmyn Ward. Fedele a questo assunto, “Salvare le ossa” ha una prosa materica, concreta, che riserva ai suoi personaggi la stessa cura, la stessa attenzione ai dettagli impiegata per la descrizione della natura. Così Manny ha “la pelle come il cuore di un tronco di pino appena tagliato” e il viso “come un fiore di magnolia che si agita nel vento”, Big Henry ha gli occhi con “il colore dell'asfalto scolorito” e Randall “sul campo da basket si muove come un coniglio”. La Ward è inoltre abilissima a contrappuntare il monologo di Esch con una serie di repentine e folgoranti metafore: la cagna che partorendo spalanca di scatto occhi e denti richiama alla mente i fedeli della chiesa metodista in preda allo Spirito Santo; il quarto cucciolo che esce dal ventre di China piange come gli indiani di New Orleans alla parata del Mardi Gras; le braccia di Skeetah che ricadono e si sollevano di lato sembrano i petardi del 4 luglio “che sprizzano scintille da tutti i lati, in un frizzare di luce acida”; la mano fasciata del papà sembra un nido di ifantria stretto intorno al ramo di un noce, e così via. Grazie all'uso insistito del procedimento metaforico, la scrittura della Ward, oltre ad essere profondamente originale, assurge a pregevolissimi preziosismi stilistici, conferendo una strabiliante qualità poetica alle proprie pagine. E' un piacere raro scoprire un tale lirismo nelle descrizioni più prosaiche, come quando si legge (e cito per brevità un solo esempio tra i tanti che si potrebbero proporre) che le galline che scappano nello spiazzo davanti alla casa “si sparpagliano qua e là come un turbinio di petali di mirto crespo sotto un acquazzone estivo”. Questo metodo rispecchia il carattere immaginifico di Esch, per la quale tutte le cose intorno a lei (alberi, animali, elementi naturali) si connettono le une con le altre in una sorta di primitivo panteismo, e prendono magicamente vita, assumendo connotazioni quasi umane (così la lingua d'acqua che invade la Fossa sembra un serpente che voglia giocare e l'uragano si mette improvvisamente a sghignazzare). Il bayou, grazie alla prosa ispirata della Ward, acquista così risonanze magiche, avvincendoci con il fascino paradossale di un mondo che ci ammalia proprio nel momento stesso in cui dovrebbe atterrirci (un po' come avveniva con il sertao di Guimaraes Rosa). Confesso di avere accolto con entusiasmo la notizia che “Salvare le ossa” è il primo libro di una trilogia di prossima pubblicazione, la quale spero faccia di Bois Sauvage una specie di Yoknapatawpha dei giorni nostri.

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"Furore" di John Steinbeck
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Fr@ Opinione inserita da Fr@    04 Mag, 2018
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Soffrire per essere liberi: ne vale la pena?

Questo romanzo è un pugno allo stomaco.
259 pagine divorate, lette più e più volte per cercare di capire ogni parola, ogni frase.
Letto un capitolo passavo immediatamente al successivo, ma più volte mi sono fermata nel mezzo della lettura per tornare indietro e rileggere un passaggio. Questo romanzo è violento, diretto, ti apre gli occhi.

“L’animale femmina” è il romanzo d’esordio di Emanuela Canepa, vincitrice con la sua opera del premio Calvino 2017, il premio italiano più importante assegnato ai nuovi autori. Seguiamo la vita di Rosita, studentessa fuggita dal suo paese e dal controllo della madre, fuori sede e fuori corso a Padova. Le prime pagine ci mostrano una ragazza che cerca di concludere qualcosa nella sua vita ma il lavoro al supermercato non ha fatto altro che rallentare il suo percorso di studi in medicina e non l’aiuta a vivere serenamente e decentemente. In più, l’unico uomo che frequenta è sposato e, quando va bene, lo vede una volta al mese.
Per questo, l’incontro alla vigilia di Natale con l’avvocato Lepore che le offre un posto di lavoro nel suo ufficio legale come segretaria part – time le sembra quasi un sogno. Non ha capito che invece si tratta di un incubo. Lepore inizia ben presto a esercitare una “sottile” manipolazione psicologica nei confronti della giovane, tormentandola con discorsi sempre più misogini.
Nel mentre seguiamo anche la storia di due ragazzi alla fine degli anni ’50, inizio anni ’60:Ludovico e Guido sono giovani, vorrebbero vivere una vita spensierata ma devono presto affrontare i doveri (e i dolori) della vita adulta.

Questa breve descrizione non rende giustizia alla complessità del racconto. Anche i personaggi sono estremamente complessi, ma sono veri. L’autrice è riuscita a caratterizzarli in maniera impeccabile per quanto riguarda i loro pensieri e le loro azioni.
Rosita è una donna complessa di cui ho apprezzato alcuni comportamenti e di cui non ne ho compresi altri. E’ una ragazza che soffre a causa di una madre oppressiva, di un amore impossibile ma che la fa stare bene (“Il problema tra di noi è che non esiste nessun spazio di negoziazione. Non ci sono occasioni per smussare gli spigoli, o provare a costruire una rete di cura per i bisogni dell’altro. Ogni volta è come se fosse la prima, si ricomincia da capo, due perfetti sconosciuti che devono imparare tutto l’uno dell’altra. Magari è anche per questo che continua a piacermi tanto. Forse la chimica e l’intimità sono inversamente proporzionali”), per gli studi arretrati, per non riuscire ad arrivare a fine mese… ma nel corso del romanzo subisce una vera metamorfosi: stranamente una scelta sbagliata si rivela la migliore per imparare a essere libera.
Per descrivere l’avvocato Lepore vorrei usare una parte di intervista alla stessa autrice, che lo dipinge cosi: “L’avvocato Lepore è un uomo ombroso e cinico, innamorato della sua visione del mondo sulla quale non ammette contraddittorio. Pensa male di tutti, non ha stima per nessuno, il suo unico piacere è catalogare gli individui. Ma gli uomini lo interessano meno. È sulle donne soprattutto che riversa la sua insoddisfazione e la sua smania aristotelica di classificatore”.

Lo stile del romanzo è semplice, mai pensante nonostante un lessico ricercato, mai banale. Alcune frasi sono vere e proprie perle che ho letto più volte per poterle comprendere al meglio: “Non importa se stai bene o male, se sei infelice o pensi a te come un miserabile senza speranza. A livello cellulare il ciclo di riproduzione si svolge per tutti allo stesso modo. A livello cellulare l’inadeguatezza non è codificata”.
Il romanzo potrebbe apparire a una lettura superficiale come un libro femminista, pro – donna e contrario al maschilismo. Non è (solo) questo, è molto, molto di più. E’ una indagine psicologica della mente femminile ma, come scoprirete leggendolo, anche maschile. Terminato il romanzo ho pensato che la conclusione fosse stata troppo rapida, ma in realtà non avrei potuto immaginare un finale diverso.
Spero presto di leggere una nuova opera di questa autrice, merita davvero. Quindi, che dire se non buona lettura? :)

“Capisce cosa significa desiderare, commutare la fantasia in atto, riversarla sul corpo, integrarla nelle percezioni. E gli si rivela il senso dell’ossessione, l’esigenza della pelle. Lo appaga il vigore delle fasce muscolari tese sotto le sue mani, le venature dei tendini affilati al posto della carne morbida che affonda, e che è l’unica pratica di un corpo diverso dal suo che ha fatto fino a quel momento. E’ un impulso violento, una colluttazione. Ludovico è dominato dall’ossessione di sperimentare, stringere e mordere, mettere alla prova il vigore del corpo che fa male, fa bene, si contrae, si contorce”.

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Consigliato alle donne. E agli uomini. A tutti insomma.
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    30 Aprile, 2018
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Nomen omen

Il destino di ogni individuo è certamente segnato dal luogo in cui nasce, dalla famiglia a cui appartiene, dalla cultura che ne condiziona le scelte, anche se non si può dire che questi elementi siano sempre definitivamente determinanti grazie al libero arbitrio di cui ciascuno può disporre.
“Chi è nato tondo nun po’ murì quadrato” è un detto che ricorre spesso nel romanzo di Fortunato Cerlino, “ Se vuoi vivere felice”. È lo stesso personaggio di Fotunato a spiegarne il significato: “ La prima volta che ho sentito questa frase me l’ha detta Tonino Naso ‘e cane. Significa che nessuno, per quanto lo desideri, potrà mai sfuggire alle sue origini, che sono anche il suo destino.” E le origini di Fortunato sono nella periferia più povera di Napoli, dove l’assenza delle istituzioni e la mancanza di lavoro costituiscono un terreno fertile per il radicamento della delinquenza più feroce. Generazioni di ragazzi trascorrono la maggior parte della giornata sulla strada, acquisendo dimestichezza con la prepotenza e la prevaricazione, per conquistarsi il rispetto dei coetanei. Si formano così O’ Lión , O’ Bulldog e Naso ‘e cane. Qui l’amore si impone non si conquista, l’odio e il rancore sostituiscono la solidarietà . Pur appartenendo ad una famiglia povera ma onesta, la frustrazione quotidiana del piccolo Fortunato lo induce a compiere piccoli furti nel grande Euromercato che appare a tutti come una sorta di Leviatano, con la sua mostruosa quantità di merci che offre al pubblico, sollecitando al consumismo. La consapevolezza di non essere in grado di affrontare e soddisfare i desideri indotti dal mondo circostante, genera rabbia e rancori nell’ambito familiare e fuori di esso. Fortunato che pure ha toccato il fondo nel momento in cui ha sottratto i soldi nascosti dalla mamma per il battesimo dell’ultimo nato, ha sempre coltivato un sogno, ha sempre sperato di diventare un celebre cantante, o un attore o uno “strologo”. Ed è il sogno che salva Fortunato, è il presagio contenuto nel suo nome che si fa realtà, quasi a dimostrazione che il miracolo, a cui spesso si allude nel corso del romanzo, può effettivamente verificarsi. Si, perché negli ambienti più poveri e degradati dove la speranza di una vita migliore si affievolisce con il passare dei giorni, ci si rifugia spesso nella superstizione.
Con una malinconica nostalgia del passato, quarantacinquenne, Fortunato ritorna a visitare Pianura, quella periferia abbandonata al degrado, per ritrovare se stesso, per dialogare col bambino che era stato, con l’ansia e il timore di non ritrovarlo più perché il tempo e il successo hanno cambiato tante, troppe cose. Ma il bambino Fortunato è sempre lì, in attesa di ricongiungersi con l'adulto in una prospettiva di serenità. È l’ora di lasciare svanire i rancori, di dare spazio a vite future, alla speranza e all’amore. È questo il messaggio del Fortunato/Savastano, è questa l’altra faccia di Gomorra.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    29 Aprile, 2018
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QUESTA STORIA NON MI HA CONQUISTATA

Questo romanzo parla di due donne, due sorelle molto diverse tra di loro, che si rivedono dopo moltissimi anni a causa di un’eredità lasciata da una loro zia.
Agnese manca da Firenze da oltre 35 anni, da quando decise di andarsene da una città e da una vita che non le appartenevano più. I motivi che l’hanno allontanata dalla sua città natale sono vari e gli scopriremo durante il corso della narrazione.
Micaela, invece, vive da sola nella città toscana ed è lei a richiamare la sorella.
Agnese e Micaela sono una l’opposta dell’altra, Agnese è sempre stata una ragazza seria, studiosa e solida, come dice il titolo affidabile, ora la sua vita è ad Ancona, è una donna realizzata sia nella vita privata che in quella professionale. E’ una donna che appartiene all’alta borghesia, che vive in un quartiere benestante e con il marito ha lavorato per cercare di dare un futuro migliore alle proprie figlie.
Micaela è invece sempre stata una ribelle, la regina delle feste, una donna che non rispetta le regole, che ha sempre vissuto con leggerezza e piena di entusiasmo.
Il viaggio da Ancona a Firenze per Agnese è un incubo, nonostante la donna abbia sempre viaggiato molto, queste poche ore che la separano dalla sorella e dal suo passato le sembrano pesanti e cariche di ansia e preoccupazione.
Le due donne non si sopportano, all’inizio cercano di mantenere un rapporto quanto meno civile, ma poi il loro vero carattere e i ricordi e tutte le incomprensioni e la rabbia repressa negli anni, escono fuori spazzando via la momentanea tranquillità che la lontananza aveva creato.
L’equilibrio seppur precario si spezza e le due donne ripercorrono la loro infanzia e la loro adolescenza e nei vari capitoli riviviamo anche gli aspetti politici e sociali di quegli anni in cui le due donne sono cresciute.
Al di là della storia e della complessità della vita delle due donne, ho apprezzato il fatto che l’autrice abbia analizzato i personaggi a livello psicologico, andando a rivelare le fragilità e le debolezze delle protagoniste senza idealizzarle e senza raccontare bugie.
Agnese e Micaela nonostante gli anni passati e la loro età non più giovane, non cambiano idea rimangono coerenti con il loro vissuto e la loro storia. E non perdonano il passato, non accettano i difetti dell’altra e nemmeno cercano di trovare un punto di incontro.
Se da un lato mi è sembrato molto interessante l’approfondimento psicologico dei personaggi, non posso non dire di aver trovato alcuni difetti in questo testo.
Partiamo dalla copertina, la cover che ci viene proposta sembra essere quella di un thriller, se non avessimo poi letto la trama, anche il titolo mi dà l’idea di un romanzo giallo.
Se iniziamo la lettura sempre quasi di leggere un testo incentrato su una saga famigliare, dove si intrecciano i rapporti personali di due sorelle ma se approfondiamo meglio la storia capiamo che tutto gira attorno ai sentimenti. Anche se la vicenda presenta degli elementi da romanzo giallo.
La prima parte è molto dettagliata, forse troppo, ci troviamo a capire e a sentire il disagio delle sorelle e a vivere con molti particolari la loro reunion e poi a seguirle passo passo nelle ore successive all’arrivo di Agnese a Firenze. La storia prende il via solo nella parte finale del libro.
L’eredità di cui si parla all’inizio viene accennata in un paio d’occasioni ma non è rilevante ai fini del testo, invece leggendo la trama sembrava quasi che questa potesse essere un elemento importante per la storia invece è solo di contorno. Un pretesto per fare incontrare le due sorelle.
Il finale è sicuramente particolare e inaspettato per quello che avevamo letto prima ma purtroppo questo colpo di scena è prevedibile già nella prima parte del testo, dove molto indizi ci hanno rivelato cosa sarebbe successo alla fine.
Questo purtroppo a mio avviso abbassa la valutazione finale perché il lettore dovrebbe essere spiazzato dal finale di un libro o almeno non dovrebbe intuirlo già nelle prime cento pagine.
Lo stile del romanzo è molto curato e il testo si legge velocemente ma è come se il lettore non capisse a cosa puntasse l’autrice, quale sia stato lo scopo di questa storia.
Questa storia non mi ha convinto, non sono riuscita a capire fino in fondo quale sia stato il senso di questo testo, farci conoscere le dinamiche che si creano in una famiglia tra sorelle che hanno caratteri differenti? E che poi decidono di vivere in maniera diversa la loro vita? Che il perdono non viene sempre concesso? Che nonostante tutto quello che succeda non si possa passare sopra i sentimenti negativi e perdonare? Che non è possibile mettere da parte la propria rabbia e i propri risentimenti per ricominciare un rapporto almeno civile? A volte l’affetto e l’amore non possono superare il rancore?
Io sinceramente non ho capito nulla di questa storia, mi sembra di aver letto tre romanzi, Agnese e Micaela oggi, il loro passato e un fatto che le ha legate per sempre.
Questi elementi poi sono stati uniti tra di loro formando i capitoli.
Non posso che essere sincera e dirvi che questa storia non mi ha assolutamente conquistata, nonostante Agnese e Micaela siano dei personaggi verosimili non ho trovato nulla di buono in questa storia, non so voi ma io non consiglierei questo libro.

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