Le recensioni della redazione QLibri

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    07 Dicembre, 2018
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Colomba, Dante e il Padre: ultima puntata

Sandrone Dazieri, dopo aver pubblicato Uccidi il padre, a cui ha fatto seguito L’angelo, torna in libreria con Il re di denari. Protagonisti assoluti di questa trilogia sono Colomba Caselli e Dante Torre.
Colomba è una poliziotta, che dall’ultima indagine ha riportato una grave ferita all’addome, conosciuta come “la combattente di Venezia”, si è ritirata a vivere tra le colline delle Marche, ovvero:
“Aveva trentacinque anni, ed era un vicequestore aggiunto della polizia, a riposo da quando un fantasma le aveva infilato un coltello nell’addome e rapito Dante Torre, l’Uomo del Silo.”
Ora è disorientata, ferita nel corpo e nell’anima, è:
“Ancora magra e pallida, coperta con una finta pelliccia che sarebbe stata bene addosso a un homeless, con gli occhi lucidi e cerchiati.”
Piange la scomparsa nel nulla di Dante Torre, forse il suo unico amico, geniale ed estroso cacciatore di persone scomparse. Chi è? Lui ha alle spalle una particolare storia di sofferenze e di abusi, inflittagli dal Padre:
“Dante non ricordava nulla del proprio passato, quello che sapeva della sua famiglia era stato un falso ricordo inculcatogli dal Padre durante i lunghi anni di isolamento della sua infanzia. “
Ma chi è questo famigerato Padre?
“Il Padre aveva agito in due periodi distinti. Il primo era stato tra la fine degli anni Sessanta fino al 1989. Le vittime del primo periodo, le otto identificate, sembravano pescate in modo casuale nella mappa d’Italia. Un bambino era stato rapito durante una gita scolastica vicino Roma, un altro fingendo annegamento tra i mulinelli del Po in Emilia. L’unica cosa che avevano in comune era l’essere stati seppelliti tutti assieme in barili di acido un giorno imprecisato dell’89. La documentazione della seconda fase, cominciata negli anni Duemila, era corposa quanto la prima e riguardava anche lei e Dante. (…) Tutti i prigionieri erano stati identificati, ma non tutti erano tornati con le rispettive famiglie. Alcuni di loro erano scomparsi da anni ed era stata dichiarata la loro morte presunta, i genitori si erano separati o erano morti, o non avevano voglia di riprendere a occuparsi di figli problematici, diventanti ancor più problematici durante la prigionia.”
Ora Colomba è sola, in un villino di campagna sommerso dalla neve, isolata e al freddo, quando da alcuni rumori esterni si accorge che c’è un ragazzino nella rimessa. E’ impaurito, sporco di sangue e non parla. Si accorge subito che lui è autistico, per di più ha gli stessi riflessioni incondizionati che erano caratteristiche tipiche dei bambini abusati dal Padre. Schiena rivolta all’interlocutore, uno strano e continuo dondolio rivolto alla finestra. Lo carica sull’auto e si reca dai Carabinieri della locale stazione. Scopre che lui si chiama Tommy, e la sua famiglia adottiva è stata barbaramente trucidata. I sospetti si concentrano immediatamente su di lui. Ma Tommy è, in realtà, il centro di un mistero che affonda le radici in un altro passato, che lo collega direttamente con la scomparsa di Dante. Così quando la stessa riceve una telefonata in cui le si consiglia di:
“una lunga vita tra le colline”,
non può che agire, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. E forse anche quella dello stesso Dante.
Sandrone Dazieri in quest’ultimo capitolo della trilogia, costruisce:
“un castello di specchi e di inganni, una matrioska di colpi di scena che si susseguono pagina dopo pagina fino all’inquietante finale.”
Una lettura ad alto tasso adrenalinico, ricco di suspence e di intrigo. Purtroppo è una lettura che rimanda fortemente agli altri due libri precedenti e ho fatto un po’ di fatica nella comprensione, non avendoli letti, ma i riferimenti sono, comunque, ben spiegati e chiari. Un thriller scritto con una prosa che avvince il lettore in una spirale densa e profonda, tra continui rimandi tra passato e presente. Inquietante ed angosciante, tratta, con passione e perizia di metodo, molti importanti temi, quali l’autismo, la storia dei bambini abusati a Villa Azzurra a Torino, la vicenda degli autisti a Silicon Valley… Un bel libro, un po’ lungo, ma nel complesso un testo avvincente e curioso per gli amanti del genere.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto sandrone Dazieri, Uccidi il padre e L'angelo.
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Romanzi autobiografici
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    06 Dicembre, 2018
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Vergogna sociale



Nel 1952 Annie Ernaux ha 12 anni...ed assiste a quella che sarà per lei una scena indelebile, indicibile, che le "farà prendere sciagura" e che segnerà la fine della sua infanzia, nonché la presa di coscienza del suo status sociale.

In un pomeriggio domenicale di metà Giugno, suo padre, in preda ad un attacco di rabbia violenta, tenta di uccidere sua madre.

"Non è successo niente" le diranno poi...
Ma lei non riesce a dimenticare, non riesce a raccontare, non riesce neanche a scrivere (fino alla stesura di questo libro nel 1995) quello che ha visto.
Dal quel momento in poi sentirà su di sé il peso della vergogna, intesa proprio come "vergogna sociale", come un marchio che le entra sottopelle e che la relegherà per sempre al di fuori del ceto borghese a cui lei tanto aspirava.
Inizierà proprio in quel momento il lento rifiuto delle sue umili origini, che la porterà a "tradire" la sua essenza, i suoi genitori, la loro cultura, il loro essere così ben radicati in quel "qui da noi", con la loro latrina in cortile, la volgarità di suo padre, la camicia da notte macchiata d'urina di sua madre, come a sottolineare una precisa linea di demarcazione tra ciò che sono e ciò che non saranno mai.
La vergogna di vivere secondo regole bigotte e perbeniste, dove "nulla si pensa e tutto si compie" come è giusto che sia, rispettando i tempi prestabiliti per ogni cosa: fare la comunione, fare la permanente, avere il ciclo, le calze da donna, bere vino, fumare una sigaretta, lavorare, frequentare qualcuno, sposarsi, avere figli, vestirsi di nero, smettere di lavorare, morire.

Essere persone a modo.
Pregare.
Sapersi comportare.
Pregare.
Essere come tutti.
Pregare.
Non credersi chissà chi.
Pregare.
Ma soprattutto, fondamentale, porsi sempre la domanda "cosa penseranno di noi"?...ed agire di conseguenza.

In un ambiente così chiuso, regolato e giudicato sulla base di certi codici, non c'era assolutamente spazio per la scena di quella domenica di Giugno.
Annie sente di non poter più appartenere alla categoria delle persone perbene,
i suoi occhi hanno visto ciò che non dovevano vedere...

Come sempre, nel suo stile unico, lucido e preciso, la Ernaux cerca di scrivere, senza vergogna, un libro sulla vergogna...unico punto di congiunzione tra la donna che scrive queste pagine e la dodicenne che le ha vissute...e senza il quale, forse, non sarebbe mai nato in lei il desiderio di ribellarsi al suo ambiente, il desiderio di essere migliore, il desiderio di scrivere.
Ancora una volta la Ernaux ci dona una parte di sé, una parte importante, la scintilla che ha acceso la fiamma della sua personalissima rivoluzione e che l'ha resa la donna che è adesso, una scrittrice di grande talento che fa ancora i conti col suo passato.




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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    30 Novembre, 2018
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Quando la trama è uno spoiler

Quando il grande nome ti delude, è una sensazione piuttosto strana. Ti chiedi se magari è il genere d’appartenenza a non essere nelle tue corde; se il modo di scrivere dell’autore non ti entusiasma né ti emoziona; se semplicemente la storia non fa per te. John Grisham mi ha deluso con questo suo romanzo e, per quanto mi è possibile, cercherò di sviscerare i motivi.

“La resa dei conti” racconta la storia di Pete Banning, eroe di guerra che un bel giorno si sveglia e decide di uccidere il pastore della chiesa del suo paese.
Una decisione inevitabile, da quanto dice lui. Manderà in malora la sua vita, quella di sua moglie, dei suoi figli e delle persone che lavorano per lui, ma a quanto pare non c’è alternativa. Dunque lo farà e, in quanto ai suoi motivi, li porterà con sé nella tomba.
In tre righe vi ho spoilerato mezzo libro. Non mi linciate, non è colpa mia: basta che leggiate la trama e vi ritroverete nella stessa condizione. Assurdo ma vero, e nonostante questo non è nemmeno la prima volta che capita; ora non saprei dirvi quale sia stata l’altra occasione, ma questo la dice lunga su quanto il tal libro mi sia rimasto impresso. Ci si aspetta che gli eventi anticipati nella trama occupino (voglio esagerare) 50-60 pagine, che vengano appena accennati.
Invece no.
Dunque, le prime duecento pagine raccontano il processo di Pete Banning, del quale già conosciamo l’esito. Come ammazzare la suspense.
La seconda parte ci racconta le vicissitudini e gli orrori che hanno portato il protagonista a essere l’uomo che è e a diventare un eroe di guerra: forse la parte più interessante, che racconta dell’entrata in guerra dell’America e di uno scenario particolare, sempre tenuto in secondo piano quando si parla della Seconda Guerra Mondiale: la campagna delle Filippine. Pur essendo a volte ripetitivo e dilungandosi un po’, questa parte risulta interessante nonostante l’autore ci abbia permesso di sapere in anticipo che Pete Banning si salverà. In fondo, abbiamo già assistito alla sua esecuzione dopo il processo.
La terza e ultima parte si concentra sulla causa legale che porta la moglie dell’assassinato a cercare di ottenere i terreni dei Banning. A questo punto l’unica cosa che tiene in piedi la curiosità è la voglia di conoscere il mistero (l’unico) che il protagonista non ci vuole svelare e si porterà nella tomba: perché l’ha fatto? Durante la lettura speri non sia quello più banale… il primo che verrebbe in mente alla maggior parte dei lettori. Speri vivamente che l’autore si sia inventato qualcosa di eclatante, in modo da capovolgere l’opinione di un libro che è nato male.
Invece no.

Tornando alla faccenda della trama che anticipa troppo gli eventi, mi ha lasciato talmente esterrefatto che sono andato a controllare se anche nell’edizione inglese veniva anticipato l’esito del primo processo. A quanto pare… no. Mondadori, ma un po’ di furbizia? Il mio giudizio sarebbe stato sicuramente meno duro, e aver appurato il fatto che l’errore è da imputare a una scelta scellerata da parte della casa editrice italiana, ha attutito un po’ la delusione nei confronti dell’autore. Anche se nella seconda parte già sappiamo che il protagonista si salva, permetti che nelle prime duecento pagine non so se verrà giustiziato?
In conclusione, forse quello del thriller legale non sarà il genere che prediligo, ma oggettivamente c’è stata più di una scelta sbagliata. Sia da parte dell’editore che dell’autore.

“Non ho niente da dire.”

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BettiB Opinione inserita da BettiB    25 Novembre, 2018
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La balena del colore della luna

Più che una favola mi è sembrato di leggere una delicatissima poesia.
Questo racconto breve di Sepulveda parla della grande balena bianca, il capodoglio color della luna. Il capodoglio racconta la vita nel profondo del mare, racconta delle altre creature che vi abitano, della vita che scorre con un equilibrio esatto e pacifico. Racconta degli usi che le balene e le altre specie hanno per coesistere tutti insieme nella grande distesa blu. Racconta delle storie che i capodogli bianchi si sono tramandati nel tempo, fino a giungere a lui, che ora ha il compito di proteggere questo equilibrio. Un equilibrio raggiunto anche con i lafkenche, gli uomini del mare, che abitano l'isola Mocha e convivono con il mare, lo venerano e lo rispettano.
Ma poi una specie diversa inizia ad arrischiarsi in mare, prima su assi di legno, poi su vere e proprie navi. Avidi e carichi di odio, sono gli uomini: l'unica specie che si attacca a vicenda. Solcano il mare, sempre più a largo, a caccia delle balene e dell'oro grasso. Arpionano e torturano e squartano senza pietà.
Il grande capodoglio si avvicina piano per conoscerli, per capirli, per imparare da loro. Quando impara che tutto quell'odio non ha fondo, quando le grandi navi degli uomini solcano il mare sempre più numerose e sempre più agguerrite, il capodoglio capisce che deve agire.
Lui ha il compito di proteggere il viaggio delle 4 vecchie balene che trasportano i corpi dei lafkenche morti sull'Isola in cui riposeranno in eterno, e quando anche l'ultimo lafkenche sarà morto e la sua anima trasportata sull'isola, allora tutte le creature del mare potranno compiere l'ultima grande traversata, guidati dagli uomini del mare, fino all'isola dove l'equilibrio del mare è ancora intatto e la furia degli uomini non potrà mai raggiungerli.
Ma una sera di tempesta la Essex, una poderosa baleniera, attacca le 4 vecchie e le uccide. Mocha Dick, cieco dalla furia, distrugge la nave e specie sul fondo del mare tutti gli uomini a bordo, consacrando la sua leggenda. Ma il compito è fallito, non si può proteggere il mare dall'uomo.
La leggenda della Essex ha dato vita a Moby Dick.
L'inizio del racconto - una balena bianca riversa a riva, morta - allla Storia di una Balena bianca raccontata da lei stessa.

Parlo di poesia, perché lo stile è tanto delicato e "leggero" da sembrare appunto poesia. Il racconto scorre come il mare, lieve, senza opinioni di sorta o giudizi. E' una storia: una storia di pace interrotta dall'avidità di una specie che distrugge e uccide chi vive in questo mondo da molto prima di lui.
Non vi è morale, giudizio o recriminazione nelle parole di Sepulveda, solo i fatti, raccontati con un carico di malinconia dolcissima. Una storia che sembra venire da lontano, che riprende i fili delle antiche tradizioni e leggende degli uomini del mare, del rispetto per un passato indigeno e profondo che affonda le radici nell'acqua salata.

Un punto di vista diverso, che per la sua leggerezza ben si adatta anche alla lettura dei più piccoli, secondo me. Anche se è ai grandi che dovrebbe far scendere una lacrimuccia, se non di pena almeno di colpevolezza.

Bellissima favola, da tenere nel cuore ogni volta che si guarda il mare.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    21 Novembre, 2018
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Middle England, middle class, middle age.

Non c’è dubbio: Jonathan Coe è uno scrittore geniale, di sicuro uno dei migliori scrittori inglesi, che unisce al dono della narrativa una verve satirica e un’acuta capacità di analisi degli eventi sociali e politici del suo tempo.
Con il suo ultimo romanzo “Middle England” egli ci ripropone i personaggi de “La banda dei brocchi” e di “Circolo chiuso”, seguendoli nel corso degli ultimi otto anni del nuovo millennio. Siamo dunque di fronte a un Benjamin, un Doug e una Lois ormai giunti alla maturità, con tanti dubbi e tante ansie nient’affatto risolti. A Sophie, figlia di Lois, l’eredità complessa e confusa di un mondo caotico con poche certezze e tanti limiti.
Ciò che più sta a cuore a Coe è descrivere la situazione politica e sociale in cui si è trovata la Gran Bretagna dal 2010 ad oggi. A Doug il compito di denunciare la crisi e il declino del partito laburista, responsabile di aver causato l’impoverimento della media e piccola borghesia, lasciando immutati i privilegi di pochi. È Doug che riconosce, in un incontro con Ben, che la gente è stanca, rabbiosa e disgustata. Né le cose sembrano migliorare con l’avvento dei Tories di Cameron, sicuro di sé al punto da indire un referendum sulla Brexit, con l’impegno di restare a risolvere i problemi del paese nel caso d’un voto favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, promessa che non avrebbe mantenuto, lasciando a Theresa May il compito di rispettare la volontà popolare. Ed è attraverso i personaggi di Ben, Lois e Doug che possiamo constatare con quale drammatica consapevolezza si sia vissuta e si viva tuttora una decisione destinata ad avere un’influenza determinante sulla vita di ciascun individuo. La nazione sembra letteralmente divisa in due: da una parte c’è chi, come il padre di Lois e Ben, legato ancora ai ricordi del passato, vorrebbe che al suo paese fosse restituita quella sovranità che gli è stata tolta con la sua adesione all’Europa, dall’altra chi ritiene che far parte dell’Europa sia un’opportunità da non perdere. Ciò di cui tutti si rendono perfettamente conto è che la politica di austerità che l’Europa ha imposto ai suoi membri ha impoverito il paese, trasformando persino il territorio, in seguito alla chiusura di fabbriche e industrie per far posto a attività commerciali. “Un edificio non è solo un posto, non ti pare?” – dice Colin a suo figlio Ben – “E’ anche la gente. La gente che ci sta dentro […..] Se non produciamo niente, non abbiamo niente da vendere, perciò come faremo a sopravvivere?”
Ben, Doug e Lois vedono accentuarsi intorno a loro uno strisciante sentimento xenofobo e sovranista, aumentare l’intolleranza per l’avversario politico, atteggiamento che raggiunge il momento culminante con l’assassinio della deputata Jo Cox.
Pur mantenendo una posizione equilibrata ed equidistante verso la problematica della Brexit, sembra tuttavia che Coe lasci trasparire il suo rammarico di vedere il suo paese chiudersi nuovamente in un isolazionismo che ha comunque sempre caratterizzato la sua politica, pur riconoscendo che un’Europa così fondata su rigide regole economiche e nessuna politica comunitaria non può che vedere rinascere i nazionalismi e avviarsi ad una chiusura sempre più drastica delle frontiere. Cosa che non può che palesare il fallimento degli ideali sui quali l’Europa avrebbe dovuto fondarsi.
L’originalità di questo romanzo consiste proprio nell’aver messo l’accento su come la politica influisca in maniera determinante sulla vita dei singoli individui, con i suoi personaggi borghesi di mezz’età nell’ Inghiterra delle Midlands.
Middle England, Middle class, Middle age.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    16 Novembre, 2018
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Beviamoci sopra (un caffè)

Il nuovo libro di Eggers è chiaro e ben scritto ma di tipo documentaristico. Il protagonista, Mokhtar, un nome una garanzia,è uno yemenita trapiantato in America, che aspira a mettere su un’impresa commerciale del caffè tra MoKha (Yemen) e il mercato USA. Lo Yemen, MoKha in particolare, è la terra natale del caffè come viene fin troppo dettagliatamente ricordato.
Nel testo sono descritte tutte le tappe della realizzazione del sogno dall'ideazione alla attuazione attraversando difficoltà di ogni tipo. Ci sono anche ricadute positive per il paese in guerra dove il lavoro scarseggia e è mal pagato. Il nostro eroe dovrà diventare prima un Q grader, cioè un esperto sommelier della variante arabica del caffè (la variante robusta richiede un esperto con una diversa specializzazione); poi apprendere alcune nozioni sulla coltivazione e lavorazione della materia prima, trovare i finanziatori, non farsi ammazzare dalla concorrenza a volte sleale, e infine riuscire a esportare il caffè dal paese in guerra. La storia è vera. Il protagonista, Mokhtar, ha doti affabulatorie non di poco conto. E’ un Perlasca yemenita, che anziché salvare esseri umani grazie alle sue doti di improvvisazione riesce a realizzare un’impresa non certo meno difficoltosa, anche se per il lettore meno coinvolgente.
Il libro è ben scritto e ben documentato. La narrazione resta però asettica, asciutta, senza gli slanci inventivi o umanitari di Eggers, quelli per cui uno corre a comprare i suoi libri. Anche la parte avventurosa dell’attraversamento del paese in guerra a me è sembrata poco coinvolgente. Per esempio Ologramma per il re a me è piaciuto molto di più dal punto di vista narrativo, anche se l’argomento potrebbe essere simile. Forse è la storia in sé che non merita un intero libro.
Gli aspetti più interessanti sono quelli marginali: il quartiere povero in cui Mokhtar vive con la famiglia in America, la storia del nonno yemenita che ha perso la sua parte di eredità per la gelosia dei fratelli quando lui solo è chiamato al capezzale dal padre morente. Il ragazzo chiede una capra e rinuncia al resto dell’eredità ma gli viene rifiutata pure quella (la capra vale più di te) per cui parte senza la capra. Ma poi ha successo e manda soldi a casa alla madre (da quello che vale meno di una capra). Sembra una storia biblica, bellissima. Quella storia avrei voluto leggere!
Alcuni aspetti della vita nello Yemen sono interessanti. Mentre la tensione al successo e all'integrazione del protagonista, non so, mi sembrano una perdita. Certe dinamiche politiche e culturali o sociali che pure avrei approfondito volentieri non sono state esplorate dato che superflue per il racconto. Il libro non è narrativa, ma un resoconto giornalistico (ben fatto) della rocambolesca realizzazione del sogno americano di uno yemenita ben integrato. La storia a me non è sembrata molto interessante né per l’argomento né per il taglio che le è stato dato. Magari può essere un esempio di come si mette su una attività commerciale equa e solidale unendo utili e giustizia sociale (seppur relativa).
Potrebbe essere interessante da proporre ai ragazzi delle scuole di ragioneria o agli studenti di economia. C’è anche una descrizione dettagliata della pianta del caffè e della sua coltivazione nonché malattie e metodi di scelta dei chicchi (rossi e non verdi) e via discorrendo. Per cui forse andrebbe bene anche per gli studenti degli istituti agrari.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Novembre, 2018
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La baita maledetta

Il protagonista di questo romanzo decide di omettere il suo nome, per quanto riguarda il resto invece, è molto quello che racconta di se, forse anche troppo.

Maledetto è il giorno in cui decide di ristrutturare la vecchia baita che si trova spersa nel bosco, ad attenderlo, nascoste nel muro, ci sono tre mummie, sicuramente di donne, con strani segni addosso scritti in una lingua incomprensibile. Quelle mummie diventeranno la sua ragione di vita e la sua ossessione, saranno le “sue donne”.

Nato in una famiglia maledetta, per tutta la vita il suo pallino fisso sarà l’odio nei confronti delle donne. Un odio che nasce e cresce fin da piccolo, circondato anche da familiari e amici misogini. Per il genere femminile non ci sono mai belle parole, solo pensieri orribili e atteggiamenti non proprio delicati, ma dove lui non riuscirà ad arrivare, ci penseranno gli altri a completare l’opera.

L’incontro con le tre mummie diventa un lungo viaggio, ricco di digressioni in cui il protagonista spesso perde il filo del discorso per immergersi in altri pensieri e altri dettagli che spesso stancano il lettore o che nel mio caso non reputo così fondamentali. Spesso diventa ripetitivo, in alcuni casi monotono con ripetizioni su ripetizioni, che in un romanzo di 280 pagine, tolgono molto alla trama. Una trama che mi chiedo ancora perché scriverla.

In quella natura incontaminata sono molte le cose che accadono, alcune non sappiamo se “fantasiose” oppure “influenzate” dall’uso continuo da parte del protagonista di alcol e belladonna.

Nella prefazione si parlava di un libro commovente, appassionante e intenso. Personalmente ho trovato questo libro pieno di odio nei confronti delle donne e del genere femminile in generale. Un libro che mi ha lasciato molto disgusto e un’immagine delle persone non buono. Tutto il bello che riguarda la natura, nel mio caso è passato in secondo piano anche perché leggere cose così orribili, fatte alle donne, mi ha tolto tutta la fantasia per il resto.

Buona lettura.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Novembre, 2018
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Tre donne, tre vendette.

Il suo nome è Ingrid Steen, è la moglie di Tommy Steen uno dei più rinomati giornalisti del momento in Svezia nonché direttore dell’Aftonpressen, ed è la madre di Lovisa, figlia nata dall’unione e di cui si occupa a tempo pieno essendo stata costretta a lasciare il lavoro, a sua volta di report, per sopperire alle volontà del marito che la voleva a casa ad occuparsi della prole. Ha di recente scoperto, oltretutto, che quest’ultimo ha ricominciato a tradirla.
Il suo nome è Victoria Brunberg, ha venticinque anni, è di origine russa e dopo aver perso in una uccisione il compagno Jurij, è stata comprata come “moglie per corrispondenza” da Malte, svedese, violento, ubriacone, in sovrappeso e con scarsa cura della propria igiene personale. La tiene segregata in casa in una piccola proprietà sperduta nei boschi oltre Stoccolma perché lei è una sua proprietà e deve fare quello che vuole, come e quando lo vuole.
Il suo nome è Birgitta Nilsson, è una maestra delle scuole elementari, è la maestra di Lovisa. Apparentemente la sua vita è calma, ha un marito e due figli gemelli di venti anni, la sua indole è pacata e il suo carattere mite. In realtà ha un atteggiamento verso il mondo di auto-colpevolezza, perché la sua quotidianità è fatta di violenza e di errori che le vengono sempre e immancabilmente imputati da parte del marito che nei momenti in cui è certo di non essere visto e nei punti in cui sa perfettamente non esistere visibilità, non manca di sferrarle colpi brutali che le lasciano ecchimosi nel corpo e nella mente.
Tre donne, le protagoniste di quest’ultimo romanzo in anteprima mondiale di Camilla Lackberg, le cui strade si incontrano grazie a FamiljeLiv.se per non separarsi mai più. Perché è ora di dire basta, di vendicarsi dei soprusi subiti, di liberarsi di questi sposi che le tradiscono, maltrattano, picchiano. E quale miglior piano se non unire le forze in quello che è un omicidio camuffato da tragico incidente?
Con una penna rapida che tocca le corde più intime del lettore soprattutto per quanto riguarda le angherie che è costretta a subire Victoria, l’autrice svedese costruisce un romanzo dal buon intreccio narrativo e da una trama che funziona. Peccato però che talvolta si contraddica (ed es. la stessa Victoria prima non sa guidare la macchina e quindi non può prendere il furgoncino di Malte per scappare e poi invece addirittura vi si mette al volante perché Jurij le aveva insegnato a guidare una Mercedes), che tenda a cadere nel prevedibile e che vuoi per il tema attualmente in voga, vuoi perché di recente è uscito in Italia un romanzo dalla stessa impostazione e con problematica annessa e più precisamente “Sbirre” di Carlotto, De Giovanni e De Cataldo, il testo tende ad avere quel tratto comune del deja-vu. Non stupisce dunque che si concluda in pochissime ore e che lasci una sensazione piacevolezza ma non indimenticabilità. Una buona prova ma certamente non la migliore della Lackberg.

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A chi ama i gialli scandinavi.
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siti Opinione inserita da siti    13 Novembre, 2018
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Risvegli quotidiani

"Souvenirs dormants", il titolo in lingua originale non viene tradito ma solo tradotto e permette proprio una lettura di questo breve, emblematico, potente lavoro del Nobel francese tutto giocato su due dimensioni vitali per l’essere umano: il ricordo e il sogno. Spesso, capita a tutti noi, soprattutto quando i giorni accumulatisi in anni si sono adagiati in un’identità che faticosamente abbiamo costruito e della quale mancano i particolari, perché offuscati da un ricordo non nitido, non oggettivo, non reale ma trasfigurato da pericolose sovrastrutture che ci hanno complicati, le due dimensioni si mescolano, si confondono e determinano nuove verità. Il tutto in fondo rimane misterioso, come la nostra esistenza, fatta di relazioni importanti ma costellata di comparse. Persone che abbiamo appena incrociato, in periodi brevi della nostra vita, incontri fugaci, apparentemente insignificanti che prepotentemente tornano in altre stagioni della vita, nel sogno, nel ricordo, nella rimembranza non casuale ma cercata o più semplicemente attraverso un ennesimo, fortuito incontro. E così, possiamo ripercorrerla la nostra esistenza incastonandola anche in una perfetta geografia: luoghi e ambienti che con la loro fisicità, con la loro presenza, richiamano il ricordo senza però mantenerlo, conservarlo o sigillarlo, poveri custodi di un effimero transitorio che è libero, passeggero, difficilmente intrappolabile. La geografia del ricordo in questo scritto è quella degli spazi esterni di Parigi, quei luoghi che già Modiano ha riesumato in altri suoi romanzi imprimendogli una forte potenza evocatrice, l’universo delle comparse è invece tutto al femminile in un andamento a ritroso che copre la vita di un uomo a partire dal suo debutto da giovincello nei misteri di Parigi. E ora, da vecchio, Parigi è popolata di fantasmi e il narratore si confonde con l’autore e la consapevolezza dell’errore insito nel proprio vissuto amareggia per la sua fuggevolezza:”se potessimo rivivere alle stesse , negli stessi luoghi e nelle stesse circostanze ciò che abbiamo già vissuto, ma viverlo molto meglio della prima volta…”.
Splendida lettura, ve la consegno con grande convinzione.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    10 Novembre, 2018
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UNA STORIA CHE POTEVA DARE DI PIU'

Un’estate, un ragazzo, la maturità ma anche un’occasione per crescere per diventare grandi, per affacciarsi al mondo del lavoro.
Un’estate che segna il cambiamento, forse un passo per andare verso l’età adulta.
Un’estate di bilanci e di nuovi inizi dove tutto viene messo in discussione anche se stessi. E’ giusto bruciare le tappe e non viversi l’ètà in cui viviamo? E’ però anche giusto non cogliere l’attimo e l’opportunità che ci si presenta davanti?
A volte correre troppo è sbagliato e alcune volte no.
Max questo lo sa, sa che nella sua estate della maturità tutto può accadere, come dover scegliere cosa fare del suo futuro, ma questa volta la decisione la può prendere solo lui.
La storia di questo ragazzo rappresenta in maniera molto veritiera quello che succede oggi ai giovani, che vogliono tutto e subito e non conoscono la gavetta o il sacrificio per arrivare. Questo lo vediamo tutti i giorni grazie a internet, ai social dove si creano fenomeni solo grazie ai follower e a niente altro. Solo chi ha talento resiste, va avanti e non sarà solo un fuoco di paglia.
Max ha una dote incredibile, ci sa fare con il computer ma come accade oggi per caso il suo talento viene riconosciuto e gli darà la possibilità di trasferirsi a Roma e iniziare a lavorare per una start up. Una notizia che gli sconvolgerà la vita.
Le cose cambiano, il mondo del lavoro trasforma le persone e ti fa maturare, non sei più “protetto” dalla scuola ma te la devi cavare da solo e anche riconoscere le tante insidie che si creano all’interno di un ufficio, come in un negozio, in un bar ecc. In qualsiasi ambiente tu sia, ora te la devi cavare da solo.
La generazione Z, di cui Max fa parte, chiamata anche Millennial, si distinguono per la loro velocità mentale, per la voglia di cambiamento in una continua corsa verso il nuovo e sempre alla ricerca di conquistare qualcosa di più. Sono cresciuti fin da piccoli con internet, sono intelligenti, perspicaci ma anche più presuntuosi e alcune volte indisponenti.
In queste pagine ho visto quanto rispetto alla mia generazione questa fosse diversa, molto lontana, questi ragazzi nascono già pronti, pieni di sogni, aspirazioni e lottano per riuscire ad arrivare, per loro non c’è tempo da perdere. Per loro non esiste la parola non riuscire, o almeno ci provano in tutti i modi.
Per quanto possa apprezzare che un ragazzo giovane e anche della provincia di Padova, come lo sono io, arrivi a pubblicare con una casa editrice importante come la Einaudi, non capisco come si possibile leggere una storia così semplice. Tutto è lineare, lo stile pulito, semplice, diretto, con alcune parolacce, ma manca sempre qualcosa, forse l’emozione. Un appunto però lo farei, meglio scrivere gay che non dei termini dispregiativi soprattutto del nostro dialetto, che risultano offensivi in un mondo dove le differenze sono sicuramente un valore aggiunto e non un motivo di regressione. Strano che nell’editing questo termine sia passato inosservato.

Certo è un romanzo attuale, che descrive sicuramente i giovani d’oggi, ma è solamente una storia che possono leggere i ragazzi o è anche per gli adulti? Io non sono riuscita ad entrare nel mondo di Max, a capire le sue problematiche, i suoi dubbi, i suoi dilemmi, forse abbiamo età troppo diverse, che poi una decina d’anni cosa sono? Eppure mi sono resa conto di come la mia maturità e tutto il resto sia stata molto diversa da quella che ha vissuto il protagonista o da quella che vivono i giovani d’oggi.
Quello che manca secondo me è qualcosa che spinga il lettore a emozionarsi, mi sembrava di avere tra le mani qualcosa di già sentito, già visto e forse questo è il limite di questo romanzo.
L’idea sicuramente è buona ma qui siamo di fronte ad una domanda, perché casa editrice come Einaudi pubblicano questi libri? Me lo sono chiesta prima di iniziarlo e dopo averlo finito non mi sono data una risposta. Nulla di nuovo, eppure secondo me questo ragazzo può fare di più, anzi sicuramente farà di più.
Un’altra cosa che vorrei far notare è la discrepanza tra il titolo “Gli squali” con il disegno della copertina, sono chiaramente dei capodogli, questa differenza è dovuta a qualcosa?
Forse non sapremo mai la risposta ma mi sembra molto strana una cosa del genere.
Auguro all’autore di continuare a scrivere e la prossima volta di regalarci una storia diversa e più vera.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    09 Novembre, 2018
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L'uomo Leonardo Da Vinci

L’uomo di cui si parla nell’ultimo libro di Marco Malvaldi, dal titolo La misura dell’uomo, è sicuramente eccezionale, e ha lasciato una profonda orma nella cultura. Stiamo, infatti, parlando nientedimeno che di Leonardo da Vinci. Un protagonista eccellente intorno al quale l’abile penna di Marco Malvaldi costruisce un giallo storico impeccabile e di grande pregnanza letteraria. A cinquecento anni dalla morte di Lenardo Da Vinci, l’autore racconta una storia che non può non affascinare. Siamo molto lontani dalle atmosfere del Bar Lume a cui Malvaldi ci aveva abituato; ma in comune con i predetti c’è sicuramente un tratto che caratterizza queste narrazioni, ed è la forte ironia che le pervade. Un’ironia qui soffusa ma precisa e puntuale, che colpisce indistintamente, sia di Ludovico il Moro e la sua corte, sia di Beatrice d’Este che dello stesso Leonardo.
Gli ingredienti fondamentali di questo testo sono:
“Un taccuino segreto. Una morte inspiegabile. Un genio che a distanza di cinque secoli gioca con la nostra intelligenza e ci colma di stupore.”.
Siamo nell’ottobre 1493 e Ludovico il Moro ha commissionato a Leonardo la costruzione di un enorme statua equestre. La sua fama va di giorno in giorno aumentando, e lui è un uomo che vive con la madre Caterina, e uno strano quanto dispettoso ragazzetto , Salai, che lo aiuta nei lavori di bottega. Ha idee straordinarie, che precludono i tempi, ed è solito aggirarsi per il Castello Sforzesco indossando una veste di panno rosa, sotto la quale nasconde un taccuino su cui appunta continuamente idee e teorie. Inoltre è vegetariano e si dice omosessuale:
“Avete ragione madre. Io faccio cose contro natura. Anzi, a essere preciso, faccio una e una sola cosa contro natura. E sapete qual è? (…) Non mangio carne. Non mi nutro dei resti di altri animali a me inferiori, uccisi da me o da altri non importa, come fa la gran maggioranza delle bestie in natura. Ingozzarsi di carne di animali più deboli è cosa secondo natura, e io non solo non lo faccio, ma la aborro.”.
In un contesto simile un uomo viene trovato morto all’interno della Corte stessa; non si capisce di che cosa sia deceduto, visto che non ha segni di violenza, eppure… I malevoli si scatenano, e la superstizione è in agguato. A Leonardo su richiesta dello stesso Ludovico non rimane che tramutarsi in detective per aiutare il suo Signore. Dunque un Leonardo insolito, ma non meno intelligente, affascinante, abile artista e precursore delle scienze. Bellissime e precise le descrizioni che riguardano l’organizzazione e la vita delle botteghe d’artista del periodo, per cui:
“Ogni artista, a quei tempi, aveva in casa un pollaio, e non per motivi alimentari. All’epoca di Leonardo, la tecnica per dipingere ad olio non era ancora padroneggiata appieno: nella Firenze del Quattrocento si dipingeva spesso a tempera, cioè mescolando – temperando, dal latino, anche se Leonardo il latino non lo sapeva, ma la procedura funzionava lo stesso- i pigmenti con una parte legante, come il rosso d’uovo, il quale seccando avrebbe formato un reticolo proteico in grado di attaccarsi alla superficie e di ingabbiare i colori in Aeternum. (…) ogni artista per avere a disposizione uova fresche faceva la cosa più ovvia, cioè teneva un pollaio in casa. Proprio da lì incominciava.(…) Prima di appoggiare un pennello sulla tavola, passava del tempo.”.
Abile e precisa è anche l’elaborazione del sistema bancario dei tempi, che nel testo ha un ruolo determinante:
“La banca è come un giocoliere. Tiene in equilibrio i denari degli altri, e ogni qual volta che tocco la moneta altrui, a me rimane ben poco in mano. Ma anche se tengo in aria dieci piatti, in mano me ne rimane sempre uno solo, e nemmeno quello è mio.”
Una lettura che mi ha fatto tornare indietro nel tempo, mi ha fatto apprezzare gli studi e la cultura dell’epoca, la lingua, la scienza. Perché certamente Leonardo è stato un genio assoluto, che possedeva infinite capacità, tra cui:
“Questa capacità rende l’uomo simile a Dio: quella di inventare cose che non esistevano prima, e dare loro significato. Ogni uomo può dar forma, nella sua testa, a oggetti che non esistono, e convincere gli altri che tali oggetti esistono, o esisteranno.”.
Un romanzo giallo storico multiforme, dalle mille facce e dai variegati e disparati argomenti. Una trama geniale, personaggi perfettamente descritti e delineati, una prosa accattivante ed affascinante. Una eccezionale lettura “d’artista”!

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    08 Novembre, 2018
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Lo “spleen” in salsa yiddish

Shraga Unger è un vecchio conferenziere, anzi, come lui stesso tiene a precisare, è un vecchio conferenziere malato, ridicolo nonché del tutto superfluo e fastidioso. Si guadagna da vivere tenendo pubblici discorsi nei kibbutz sparsi sul territorio di Israele durante gli ultimi anni ’60. Si è fossilizzato su un unico argomento: l’ebraismo nell'URSS e, dopo aver sperimentato sulla sua pelle la durezza dell’antisemitismo sovietico, è giunto a tal punto di paranoia da incentrare i suoi monologhi solo sulla minaccia bolscevica che lui afferma essere perennemente incombente. Egli stesso teme che proditori attacchi ad Israele da parte dell’orso russo possano venir mossi nell'immediato futuro, come primo passo verso la conquista del Mondo. Si documenta, legge compulsivamente ogni notizia disponibile, accumula giornali e lettere da oltre cortina per comprovare i suoi timori. Per il resto, trascina la sua vita in un grigiore infinito, ripetendo ogni giorno, meccanicamente, gli stessi gesti, gli stessi rituali, senza alcun entusiasmo. L’unico barlume di affetto, per la cantante Ljuba che negli anni pregressi lo aveva accompagnato nei suoi giri di propaganda, è anch'esso ammuffito con lui. Alla fine pure l’ardore antibolscevico si affievolirà, travolto dalla marea montante della sua amarezza cosmica. Shraga, mestamente, accetterà il suo inevitabile accantonamento ai margini di una società che ormai non comprende più.
Anche il Conte Guillaume di Touron, signore di un piccolo feudo nei pressi di Avignone, è afflitto dal male dell’esistenza. Inoltre, giacché egli ha dilapidato tutte le sostanze di famiglia, è carico di debiti. I suoi vigneti sono afflitti da una malattia misteriosa, le bestie si ammalano e i contadini sono inquieti e ribelli. Vivendo a metà dell’undicesimo secolo l’unica soluzione che individua per tentare di risolvere le sue inquietudini interne ed esteriori è partire con tutto il suo seguito per unirsi alla Crociata cristiana in Terra Santa. Ma il viaggio, lungo e difficoltoso, non fa che acuire le sue ansie ed i suoi intimi turbamenti. Nonostante gli incoraggiamenti ed i “saggi” consigli del parente Claude “Spallastorta” (cronachista della vicenda), la depressione che lo affligge non fa che accrescersi. Addirittura pare estendere i suoi nefasti effetti a tutta la missione. Evidentemente un ebreo si è infiltrato nella corte e sta ammalorando i migliori intenti di buon cristiano del Conte. Ma, ahimè, non si riesce ad individuare il maligno infiltrato. Così, anche quando il gruppo di ardimentosi crociati entrerà nei territori in cui allignano fiorenti comunità ebraiche, la gioia di poter glorificare il Signore torturando e mettendo a morte gli assassini di Cristo, incendiandone le proprietà e confiscandone i beni, non recherà alcun giovamento all'impresa o al morale complessivo. Quando l’inverno comincerà ad imperversare sulla carovana ogni speranza di vedere l’agognata Gerusalemme svanirà nel dolore e nell'afflizione.
I due racconti di cui è composto il volumetto di Amos Oz sono assai distanti per contenuti, epoca di ambientazione e stile narrativo, ma sono improntati dal medesimo pessimismo cosmico e dagli stessi malesseri esistenziali; dalla stessa noia ed accidia. Li accomuna identico disagio, medesimo “spleen”. Per altro il concetto di spleen trova le sue radici proprio nella cultura ebraica e queste due storie lo sostanziano perfettamente.
L’immanente pessimismo di Shraga, che è costantemente costernato dalla minaccia bolscevica, non è per nulla dissimile dalla cupezza che ammanta il gruppo di improbabili crociati di Guillaume. Il primo scarica i suoi umori malsani nelle inutili (ed inascoltate) filippiche in sperduti kibbutz, i secondi, non riuscendo, per loro intrinseca inettitudine, a raggiungere la Terra Promessa di Gerusalemme si accaniscono sui poveri malcapitati che si trovano ad incrociare, non rendendosi conto che il vero nemico è nei loro cuori, nel loro animo preda di una depressione cupa, angosciosa, dalla quale non riusciranno a fuggire.
Alla fine della lettura ci resta addosso una sensazione malsana, un senso di depressione generalizzato, di insofferenza e repulsione anche nei confronti dei protagonisti e delle loro storie.
Prima di affrontare questi due racconti non conoscevo la prosa di Amos Oz e da essa sono restato per un verso sorpreso e, per l’altro, profondamente incupito, come se la depressione dei protagonisti fosse infettiva.
Lo stile letterario è ricercato e profondo e di questo si deve rendere merito anche all'ottima traduzione in italiano. Tuttavia il soliloquio del primo racconto alla fine risulta un poco pesante da seguire: instilla quello stesso fastidio che Shraga stesso ammette di ingenerare nel prossimo (e forse questo è un ulteriore punto a favore dell’A.).
Le considerazioni in esso svolte oggi ci appaiono datate. Il racconto, all'atto della stesura, aveva una ambientazione contemporanea, infatti “Amore tardivo” è del 1970, cioè della medesima epoca nella quale l’io narrante, Shraga, ci parla. Tuttavia i cambiamenti epocali che il Mondo nel frattempo ha subito ci fanno apparire i cupi rimescolii mentali del conferenziere ancora più muffiti ed incoerenti. Al contrario appare ancora più evidente il patologico scoramento nella personalità del protagonista.
Il secondo racconto, eponimo della raccolta, risulta più leggibile, forse anche grazie al crudele sarcasmo con cui ci viene mostrato il Medioevo cristiano, cinicamente descritto col freddo distacco di chi, pur discendendo dalla genealogia di vittime di quelle “Sante guerre”, lo esamina come un analista di laboratorio.
In complesso la breve antologia, pur non risultando affatto piacevole (ma non penso neppure che questo fosse l’obiettivo dell’A.) è, comunque, un’ottima lettura scritta in modo raffinato e interessante.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Novembre, 2018
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La strana serenata

Arriva in libreria la nuova edizione di un racconto di Kazuo Ishiguro, “Crooner”, che era già stato pubblicato da Einaudi nel 2009 e faceva parte della raccolta “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo.”
Si tratta di un oggetto degno di nota, una bella edizione dei Supercoralli impreziosita dalle originali illustrazioni della bravissima fumettista Bianca Bagnarelli: un libricino che sarà sicuramente un piacere avere nella propria libreria o regalare a chi lo saprà apprezzare.
Tornando al testo però, devo ammettere che avrei preferito poter leggere tutti i racconti della raccolta, che comunque sono legati dallo stesso tema e che, immagino, avranno un denominatore comune che non può essere compreso appieno dalla lettura di un solo racconto.
Detto questo, arriviamo a “Crooner”.
La voce narrante, Jan, un chitarrista originario di un Paese ex-comunista che lavora a Venezia, suonando nelle orchestre dei locali del centro, ricorda uno strano episodio che gli capitò di vivere all'inizio di una primavera come tante. Mentre suonava in piazza san Marco, al caffè Lavena, in una ventosa mattina di marzo, vide e riconobbe fra i turisti Tony Gardner, un cantante americano ormai di mezza età, di cui era un'accanita fan sua madre. Il personaggio famoso infatti era stato importante per la mamma di Jan, che ascoltando le sue canzoni aveva potuto continuare a sognare. E' per questo che il nostro chitarrista tiene tanto ad andare a conoscere personalmente Mr Gardner. Il vecchio cantante, il crooner, si mostra subito aperto e disponibile nei confronti del giovane, soprattutto quando comprende che è un musicista e gli fa una richiesta particolare: aiutarlo a fare una serenata a sua moglie Lindy, con la quale è sposato da ventisette anni.

“-Continuo a non capire, Mr Gardner. Il mondo suo e di Mrs Gardner non può essere tanto diverso da quello di tutti gli altri. È per questo, Mr Gardner, precisamente per questo motivo che le sue canzoni da anni e anni significano tanto per gente che vive ovunque. Perfino dove stavo io. E che cosa dicono quelle canzoni? Che se due smettono di amarsi e devono separarsi, è un peccato. Ma se si amano ancora, hanno il dovere di restare insieme per sempre. È questo che dicono quelle canzoni.”

L'ingenuo Jan rimarrà molto sorpreso dopo aver suonato con Tony Gardner quella sera, su una gondola, a Venezia: ci sono mille diverse motivazioni che inducono una coppia a rimanere insieme, ed altrettante che la inducono a separarsi.
Una strana malinconia attraversa questo racconto, sicuramente accompagnata da una sottile ironia che prende in giro l'improbabile rilancio di chi in passato aveva incarnato, con le sue canzoni, la speranza e il sogno di libertà, ed ora invece si mostra nel suo ridicolo egocentrismo e nella sua esasperata superficialità.
In conclusione, una buona lettura che ci parla di “musica e crepuscolo”.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Novembre, 2018
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Vincoli. Vincoli

«Edith Goodnough meritava di essere vista in quella pallida luce azzurra, e comunque so che le stelle brillavano per loro nel cielo terso e c’era un grande silenzio.»

È la primavera del 1977 a Holt, Colorado. Edith Goodnough sta per compiere ottant’anni, è una vecchia signora con i capelli bianchi eppure è ancora elegante e bella come doveva esserlo nel 1922 quando di anni ne aveva soltanto venticinque e quando nei suoi occhi brillava la luce per quei brevi attimi vissuti, con quei finestrini di una vecchia Ford T abbassati, con la notte che scorreva tra la quotidianità di una vita che mai le era ed è appartenuta. Nell’oggi giace in un letto bianco dell’ospedale della città, non vive più in campagna, pesa ancora meno dei cinquanta chili che non ha mai pesato, del suo passato non resta altro che il rudere di una casa e un cane che uggiola legato in attesa di due coccole e di un pasto e nel suo presente e futuro pende una grave accusa. Perché lo sceriffo e gli avvocati attendono che le sue condizioni di salute migliorino esclusivamente per metterla su una sedia a rotelle e condurla in tribunale, dall’altra parte della cittadina, luogo dove verrà sottoposta a processo e giudicata per un crimine che riguarda suo fratello Lyman e di cui lei pare essere l’artefice. Un cronista di Denver, un articolo che in parte è vero ma che in realtà non è altro che parte di una parte della storia, uno sceriffo che non è altro che un figlio di buona donna, un vicino di casa di nome Sanders Roscoe, un uomo sulla cinquantina, tarchiato, testardo e da sempre legato ai due fratelli Goodnough. È lui che si scaccia quel reporter, è lui che si rifiuta di parlare con il giornalista di fatti di cui non dovrebbe conoscere nemmeno l’esistenza, è lui che si fa voce narrante di questa piccola perla a firma Kent Haruf.
E così torniamo nel passato. È la tarda primavera del 1896 quando Roy Goodnough e sua moglie Ada Twamley giungono dall’Iowa a quella che poi sarebbe diventata la Holt, Colorado, che abbiamo conosciuto con la Trilogia della pianura. Quelle che si trovarono di fronte allo sganciare del loro carro, non erano certo le terre floride e ricche che si sarebbero aspettati dopo un così lungo viaggio, ma Roy era testardo e determinato. Aveva fretta, voleva piantare i suoi semi, costruire la sua vita in quel luogo prima che la compagna potesse risvegliarsi dal sogno del matrimonio a malapena consumato. Dopo un periodo di sopravvivenza, la costruzione della loro casa, la faticosa nascita della figlia Edith Goodnough nel 1897, quella del fratello Lyman Goodnough nel 1899. La prematura scomparsa della madre, i due figli adolescenti rimasti soli con quell’uomo. Un padre che non è un padre ma un padrone, un individuo pieno di rabbia e rancore che li costringe a restare al suo fianco, che obbliga lei a prendere il posto della madre, e Lyman a rilegarsi al ruolo di contadino che ara i campi e alleva le bestie senza possibilità di mutare la propria condizione. John Roscoe, al tempo un bambino, poi un adolescente, ancora un uomo adulto che mai viene ben visto da Roy perché per mezzo di sangue indiano, perché innamorato di Edith, perché elemento di disturbo nel suo astuto piano; assiste, osserva, non resiste. Perché soltanto lui, padre-padrone, era legittimato a decidere per i figli, a decidere del loro futuro, del loro presente e del loro passato. Un passato, un presente, un futuro, fatto di lui. A qualunque costo, a qualunque prezzo. E come meglio riuscire in questo progetto demoniaco se non avendo la fortuna nella sfortuna di sfruttare un tragico incidente? Un tragico incidente a cui sarebbe sopravvissuto per la bellezza di altri 37 prima che la morte si decidesse a portarselo via. A discapito dei fratelli, a discapito di Edith e della sua vita. Una donna che ha vissuto una vita in casa, una vita fatta di servilismo, una vita alimentata con il ricordo di un amore che mai ha avuto modo di sbocciare, una vita fatta di solitudine che non migliora nemmeno nella sua parte finale, anzi, peggiora.
Questo e molto altro è “Vincoli. Alle origini di Holt”, classe 1984, di Kent Haruf. Un romanzo forte, dove la voce narrante è Sanders, ma dove ogni protagonista è percepito con tutta la sua personalità disarmante nella sua seppur costretta condizione vincolante, un romanzo dove non mancano le tematiche care all’autore, non manca l’amore perduto, non manca la famiglia, non manca la solidarietà tra fratelli, non manca la separazione, non manca il sacrificio, non manca la lontananza, non manca l’abbandono, non manca l’isolamento, non manca la violenza che riveste i panni di quella tipica che si consuma nei luoghi domestici, non manca il dolore per la perdita, non manca il dolore per quella vita sfumata, per quel tempo passato che mai tornerà. E non manca ancora quello stile inconfondibile, che è magia e che è lama. Che è mistero e poesia, che è durezza e ferita, che è crudeltà. Il risultato finale è quello di un elaborato di grande spessore, di empatia e immedesimazione ai massimi livelli. Un altro piccolo gioiello che ci riporta tra i luoghi di Holt e che arricchisce la composizione a firma Kent Haruf.

«Edith aveva pianto. Indossava un vestito nuovo e si era un po’ sistemata i capelli, ma per il viso non era riuscita a fare niente. Il suo viso era andato in frantumi. La cinsi con un braccio.» p. 142

«[…] Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.» p. 255

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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Novembre, 2018
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Non sono perfetta neppure io

Sara Rattaro con “Andiamo a vedere il giorno”, torna a parlare della famiglia del precedente libro “Non volare via” letto da me diversi anni fa.

I nostri protagonisti sono cresciuti non solo “fisicamente” e la famiglia dopo la burrasca del precedente libro e anni di quiete si ritrova ancora in piena tempesta.

Se nell’altro libro la voce narrante era dell’adultero padre Alberto, questa volta la protagonista è Alice, la figlia che nel precedente libro aveva proprio beccato il padre con l’amante. Alice è una giovane donna che pur studiando e ancora molto giovane, si è sposata con il suo amore di una vita, Andrea.

“Ero lì. Io, la figlia perfetta, la moglie migliore, la sorella più affidabile” eppure il libro inizia con Alice appena lasciata dal marito e come in passato anche in questo caso, l’unica soluzione che trova è quella di fuggire, ma questa volta, mamma Sandra non la farà partire da sola anche per rimediare a delle mancanze che sente “Dalla nascita di Matteo, le nostre vite sono state stravolte e mi capita di pensare che il tempo dedicato ad Alice sia sempre stato troppo poco. Non avevo trascorso molti momenti da sola con mia figlia”.

Questo viaggio le farà crescere, unire e soprattutto riflettere e scoprire che alla fine non sono poi così diverse.

Sara Rattaro porta in questo libro il vero ruolo della famiglia. Ho apprezzato il suo non essere scontata e di rendere la perfezione poi non così perfetta. Alice da giudice si trova sul banco degli indagati e l’unica che può salvarla e “assolverla” è solo lei stessa.

Tutto si ripete ma non secondo gli schemi. L’unico che rimane sempre una spanna sopra gli altri è Matteo, sordomuto dalla nascita, che della sua famiglia ha veramente capito tutto, ma non la giudica, anzi la comprende e la ama fino in fondo.

Lo stile dell’autrice è molto semplice e comprensibile, il libro è diviso in piccoli capitoli in cui i punti di vista sono quelli dei vari componenti, anche se Alice è l’anello di congiunzione. La storia è riflessiva, io mi sono rivista nella vecchia Alice, quella inflessibile e convinta che certe cose non possano capitare a te, ma il vederla così fragile e in balia di se stessa mi ha fatto riflettere.

Non ho apprezzato in alcuni casi la brevità dei capitoli e soprattutto la parte in corsivo messa qua e là, per me invece che un ulteriore punto di riflessione era uno stacco dalla narrazione. Il finale poi è stato troppo breve, chissà se l’autrice ritornerà a parlare di questa famiglia speciale, sicuramente la voglia di sapere altro è rimasta.

Il libro si legge “in un soffio”, lo consiglio, anche se lo vedo più vicino a un pubblico femminile che maschile.

Buona lettura.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    06 Novembre, 2018
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Il fascino dell'Himalaya

Paolo Cognetti, dopo aver vinto il Premio Strega con Le otto montagne, torna in libreria per esprimerci, ancora una volta, la sua passione per la montagna in Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya. Il racconto breve , ma intenso e passionale, di un percorso di viaggio, filosofico e molto intimistico. Un taccuino di viaggio, corredato anche si disegni, che:
“Disegnare mappe piaceva anche a me. Avrei tenuto un taccuino come il suo, nei momenti di riposo, su un quaderno nero che mi ero portato, robusto ma abbastanza morbido da stare arrotolato in tasca.”.
Paolo Cognetti è alla soglia dei fatidici anni quaranta, e vuole:
“celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza.”,
decidendo così di partire per un luogo un po’ particolare:
“partii per la terra di Dolpo, un altipiano nel nord ovest del Nepal dove avremmo superato passi oltre i cinquemila metri, viaggiando a piedi per circa un mese lungo il confine tibetano. Il Tibet era una meta che non si poteva raggiungere. (….) Però esisteva, o così mi avevano raccontato, un piccolo Tibet in terra nepalese sopravvissuto per qualche dimenticanza della storia. (…) c’è una regione tutta sopra i quattromila metri, non raggiunta dai monsoni né dalle strade, la più arida e remota e la meno popolata del Paese. Forse lassù, mi dicevo, avrei potuto vedere il Tibet che non esiste più.”.
Più che un viaggi è un pellegrinare:
“Gnaskor, ovvero girovagare: così vengono definiti i pellegrinaggi in Tibet. Un pellegrinaggio è in ogni cultura un cammino di purificazione, però nel girovagare, nel camminare in tondo, non c’è alcun punto di arrivo, che invece è fondamentale nei pellegrinaggi che intendiamo noi. “
Con lui c’è: un libro, Il leopardo delle nevi, di Peter Matthiessen,
“uscito nel 1978 e tuttora sui banchi di ogni libreria di Katmandu, (…) Anche quel libro aveva a che fare col mio viaggio, anzi in parte l’aveva ispirato, perché avrei percorso un buon tratto del sentiero descritto lì dentro.”.
E due amici di sempre: Nicola e Remigio:
“Nicola a cui mi legava un’amicizia nascente. Ci eravamo incontrati da poco, sentivamo di assomigliarci, ed eravamo nella fase in cui si ha tutto da scoprire l’uno dell’altro. (…) Remigio, l’amico più caro e difficile che avessi a quel punto della mia vita. Nei dieci anni della nostra amicizia non ero mai riuscito a portarlo via dal paese di montagna dov’era nato e cresciuto.”.
L’Himalaya, la loro meta, non è un luogo qualsiasi. E’ necessario organizzare una vera e propria spedizione, con l’aiuto di guide esperte, di muli resistenti alla fatica, e saper costruire un campo alla sera, per poi disfarlo la mattina successiva. E saper, soprattutto, sopportare gli sforzi, le difficoltà, i problemi che inevitabilmente si incontrano. L’autore non scala la montagna, non raggiunge la vetta, si limita ad osservarla, a conoscerla, ad amarla, perché:
“Trovavo un legame tra questo bisogno di città sante alla fine del cammino e l’ossessione alpinistica per le vette delle montagne: sentivo usare la cima come metafora del paradiso, e la parola ascesa in senso spirituale.”
Quello compiuto dall’autore è una specie di osservazione diretta sul campo, un allontanamento forzoso dalla civiltà, in forza di un cammino per cui:
“camminare era la nostra missione quotidiana, la nostra misura del tempo e dello spazio.”
Una ricerca precisa di un mondo nuovo, spirituale e profondo, lontanissimo dalla quotidianità del mondo occidentale, fatta da tecnologia, da telefoni che suonano e molto altro ancora. Per giungere al termine ad una discesa dove:
“quello che esiste è visibile agli occhi, non tutto è comprensibile, non tutto lo puoi cogliere e portare con te.”
Un libro che comunica una passione forte, decisa, bellissima, che è quella per la montagna che conduce l’autore a studiarne anche i segni invisibili che la caratterizzano, come:
“la purezza a cui accediamo , o abbiamo l’illusione di accedere salendo alla quota degli elementi si inquina in fretta tornando tra gli uomini, e con lei si intorbidisce la chiarezza di pensiero.”.
Un testo illustrato, dettagliato, una ricerca all’anima della montagna, alla sua spiritualità, e alla sua intima essenza. Un bel libro che si divora in un attimo, una prosa semplice e frizzante, che si addentra con minuzia nei contenuti espressi. Un elaborato di grande fascino ed eleganza.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Novembre, 2018
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Il Re è (quasi) tornato

Finalmente uno dei miei autori preferiti torna a scrivere qualcosa che non mi abbia fatto storcere il naso. Sì, perché ultimamente la qualità dei suoi lavori (almeno quelli che io mi sono trovato a leggere) aveva lasciato alquanto a desiderare. "Il bazar dei brutti sogni" si era rivelata una raccolta di racconti di media qualità, mentre "Mr. Mercedes" e il suo seguito "Chi perde paga" mi avevano talmente deluso dallo scoraggiarmi nella lettura dell'ultimo capitolo della trilogia che aveva come protagonista Bill Hodges.
"The Outsider", finalmente, rimette un po' in luce la grandezza di Stephen King, pur rimanendo lontano dagli splendori de "Il miglio verde" ma anche del più recente "22/11/'63". Questa storia si è rivelata piuttosto originale, nella prima metà un poliziesco-noir puro e semplice, per poi trasformarsi, nella seconda metà, in qualcosa di più simile al King che ci ha spaventati tutti. Stranamente, ho apprezzato di più la prima parte (che ha anche certi picchi di puro King); la seconda mi ha appassionato meno e l'ho trovata anche più lunga di quanto avrebbe potuto essere.
Nonostante questa storia presenti per la maggior parte personaggi completamente nuovi, ritrova un collegamento con la trilogia di Mr. Mercedes, in qualche tema e in uno dei suoi protagonisti, Holly Gibney. Chi ha apprezzato quelle storie potrà sicuramente esserne soddisfatto; personalmente ha inquinato un po' il mio giudizio in negativo, ma è una cosa che non saprei spiegarvi razionalmente e dunque strettamente personale.
"The Outsider", dunque, lascia intravedere una piccola ripresa nel nostro amato King, sperando che presto possa sfornarci un nuovo capolavoro che sia all'altezza dei vecchi lavori.
Abbiate fiducia, gente; io adesso ne ho.

"The Outsider" comincia col brutale omicidio di un bambino, Frank Peterson. Un caso semplice, all'apparenza, considerando che sulla scena del crimine vengono ritrovate più tracce (tra impronte e DNA) di quante ne siano realmente necessarie, oltre alla presenza di vari testimoni oculari. Tutte queste prove indicano come colpevole un solo uomo: Terry Maitland, allenatore di baseball delle squadre giovanili, che mai nessuno a Flint City si sarebbe mai sognato di sospettare. Se hai un figlio, "Coach T" deve averlo per forza allenato, ed è così anche per il figlio del detective Ralph Anderson. Reso sicuro dalla mole di prove a sua disposizione, il detective arresta Terry davanti a quasi duemila persone, durante un match di baseball.
Terry è stupefatto dalle accuse che gli vengono fatte, ma ogni criminale simulerebbe tale stupore; peccato che, molto presto, a sostegno dell'innocenza di Terry verranno fuori prove in quantità industriale, che superano in mole e qualità quelle sollevate dall'accusa.
Ma allora chi ha ucciso Frank Peterson?
Né i nostri protagonisti né il lettore potranno mai immaginarlo prima della fine.

"[...] riflettere sulla propria sanità mentale probabilmente non era un buon segnale. Era un po' come pensare al battito del proprio cuore: se ti trovi nelle condizioni di doverlo fare, quasi certamente sei già nei guai."

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    31 Ottobre, 2018
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Quando l’ideologia si scontra con la realtà

Con il titolo Proletkult è stata pubblicata l’ultima opera del collettivo di autori che si firmano con lo pseudonimo Wu Ming. E’ un romanzo originale, con qualche rallentamento nel ritmo della narrazione quando si sofferma su alcuni aspetti filosofici che sono stati alla base delle teorie marxiste e leniniste sulle quali si è fondata la nascita dell’Unione Sovietica.
Osserviamo innanzitutto la copertina del libro edito da Einaudi Stile Libero: l’illustrazione di Riccardo Falcinelli rappresenta una falce e martello costituita da un assemblaggio di astronavi, siluri, razzi proiettati verso galassie sconosciute o immaginarie. Ciò ci porta immediatamente a pensare che il romanzo voglia da una parte descrivere la realtà degli anni venti in quella che ormai non era più la Russia degli zar, e dall’altra parte rappresentare il sogno di un mondo ideale e perfetto che avrebbe ormai potuto realizzarsi solo in una sfera ultraterrestre.
Illusione e disillusione sono i sentimenti che hanno albergato a lungo nell’animo di Aleksandr Bogdanov, il vero protagonista del romanzo, filosofo e politico oltre che medico, il quale aveva enunciato la teoria della tectologia, scienza secondo la quale ogni istituzione, ogni forma della società moderna deve essere basata su una rigorosa organizzazione delle strutture. Su queste basi nacque il Proletkult, un organismo fondato nel 1917, per creare un’arte per i proletari, che si liberasse del fardello delle ideologie borghesi. -“L’arte non è una decorazione. Come la scienza, serve a organizzare le esperienze. Ma a differenza della scienza non usa concetti astratti. Usa immagini vive.”
“Proletkult era il divenire, era lo spostamento del punto di vista, il movimento che cambia il modo di organizzare l’esperienza del mondo. Cioè la realtà.”
“Ho sempre pensato che costruire una nuova cultura fosse il modo migliore di difendere la rivoluzione.” “Se gli operai conquistano le fabbriche, ma non hanno una nuova cultura per organizzarle, finiranno per dipendere dagli ingegneri e dai tecnici che già lavoravano per i vecchi proprietari, oppure ne imiteranno l’opera, con risultati peggiori, e così la pretesa rivoluzione non produrrà un reale cambiamento, se non in peggio.”- così dice Bogdanov con la sua genuina onestà intellettuale, la sua consapevolezza che il sogno comunista delle origini fosse ormai svanito. Da questa disillusione aveva visto la luce quel mondo immaginario, perfetto nella sua concezione, il mondo di Nacun, che viene descritto nel suo libro Stella Rossa. Nacun è una sorta di Città del sole, in cui regna la legge universale dell’organizzazione: sembra evidente anche l’influenza de La Repubblica di Platone.
Da questo mondo ideale immaginario crede di essere giunta Denni, sempre alla ricerca spasmodica di un rifugio, che le permetta di sfuggire alla solitudine e al deserto affettivo della sua adolescenza. Denni, personaggio che vive tra realtà e immaginazione, desidera solo tornare a Nacun.
Su questa contrapposizione realtà-sogno si muove tutto il romanzo, e sulla base di questa contrapposizione, chiudiamo il libro sull’ultima pagina per tornare a osservare la copertina, in una naturale e istintiva chiusura del cerchio.


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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    28 Ottobre, 2018
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L'amore malato

Camille Preaker è una giornalista del Chicago Daily Post. Giovane e bella, molto bella, fisico longilineo e viso dai lineamenti delicati, un fascino tuttavia che non diventa appariscenza anzi, tutt'altro, rimane occultato, coperto.
Vestiti lunghi sempre, per nascondere i segreti del suo corpo, riflessi incondizionati del suo tormento interiore. Vive a Chicago, in un piccolo monolocale, completamente sola, niente piante o animali di compagnia, presenza umana ridotta al minimo indispensabile da quando, otto anni prima, ha abbandonato Wind Gap, una cittadina dispersa nel Missouri dove è nata e vissuta sino all'età adolescenziale.
"Un agglomerato piccolo e soffocante in cui eri costretto ogni giorno ad imbatterti nelle persone che odiavi. Persone che sapevano tutto di te. Il tipo di posto che lascia il segno."
Lascia il segno. Dentro, e fuori. Sulla pelle.
Un posto asfissiante per Camille che non trova ossigeno nemmeno a casa propria, in famiglia: nata da genitori poco più che diciottenni, il padre, un ragazzo del Kentucky mai conosciuto, la madre Adora unica discendente della più ricca famiglia del luogo. Ed anche unica superstite, visto che dopo la scandalosa nascita di Camille i nonni materni muoiono per la vergogna ed Adora eredita casa e patrimonio oltre a conquistare l'affetto e l'ammirazione dei suoi concittadini per la determinazione e la premura con cui si occupa di Camille e della piccola Marian nata dal matrimonio riparatore di Adora con Alan, un uomo 'insipido, con la profondità di una lastra di vetro'.
Ma l'amore Di Adora verso Camille è malato, morboso, opprimente; ciò che agli occhi degli altri potrebbe sembrare frutto di un istinto materno protettivo e benevolo è in realtà la manifestazione di un egoistico desiderio di controllo totale sulla vita delle persone a lei più vicine.
Camille, però, avverte sin da ragazza qualcosa di strano nel comportamento della madre, una sensazione che non riesce a decifrare bene inizialmente perchè Adora rimane pur sempre sua madre e non è facile per Camille interpretare correttamente i suoi gesti, non è semplice percepire nelle sue carezze e nelle sue parole la differenza tra amore materno e amore verso se stessa.
E' stata la morte improvvisa della sorella Marian a soli 10 anni a spezzare definitivamente il già labile legame che ancora tratteneva Camille alla sua famiglia e a Wind Gap convincendola a trasferirsi il più lontano possibile, in città, a Chicago, iniziando così la sua carriera di giornalista.
Ma non è stata forse una saggia decisione quella di accettare l'incarico da parte del suo capo per una trasferta proprio a Wind Gap con l'obiettivo di raccogliere quante più informazioni possibili in merito alla crudele uccisione di una bambina del luogo a cui il killer ha strappato via tutti i denti per motivi ancora sconosciuti, un caso stranamente simile ad un altro assassinio altrettanto violento avvenuto qualche mese prima sempre a Wind Gap. Non è solo l'opportunità di scrivere un buon articolo che induce Camille ad accettare l'incarico; c'è anche un inspiegabile desiderio da parte sua di ritornare in quel luogo dopo così tanti anni per capire, per tentare di ricostruire alcuni eventi della sua adolescenza che sono come offuscati nella sua memoria, ricordi confusi e nebbiosi che inconsciamente ha provato a rimuovere senza mai riuscirci del tutto.
Ci sono ancora tracce della sua vita a Wind Gap che non sono state sepolte dal tempo e che esercitano su di lei un forte richiamo. Cosi come le tracce che lei ha lasciato sul suo corpo, sulla propria pelle, parole incise nella carne delle braccia, delle gambe, sul seno, sull'addome, ogni punto del suo corpo è ricoperto di parole che pulsano e vibrano nella pelle comme fossero vive, sveglie:
"Il fatto è, vedete.. sono una che si taglia. O, se preferite, che si incide, si tagliuzza, si affetta, si pugnala. Sono un caso molto, molto speciale. Perchè ho uno scopo. La mia pelle, dovete sapere, urla. E' coperta di parole - , , , - come se un intagliatore alle prime armi avesse imparato il mestiere sulla mia carne."
Segni, cicatrici, crepe nella pelle, parole soffocate dentro per lungo tempo che cercano di emergere, di essere urlate fuori. Perchè quelle parole nascondono una verità che non può essere più taciuta, una rabbia interiore che non può essere più frenata.
Gillian Flynn, dopo il grande successo editoriale de L'amore bugiardo, confeziona un altro thriller dalla forte connotazione psicologica: gli omicidi efferati delle due bambine di Wind Gap diventano a loro volta gli indizi della presenza di un mostro ben più crudele e subdolo del vero killer, una mente perversa cresciuta nell'odio che contamina e ammorba coloro che non riconoscono il suo amore malato, anche perchè troppo giovani per farlo.
Ed è un male che indirettamente sembra infettare proprio loro, le ragazze più giovani, le adolescenti, troppo inclini ad atteggiamenti violenti e di prevaricazione sulle compagne più deboli e smaniose di potere, di sentirsi desiderate ed ammirate, di avere tutto e subito, senza remore e senza inibizioni, pur essendo ragazzine di soli 13 anni.
E la causa, la fonte del male, è nella famiglia, in un rapporto malsano e venefico tra madre e figlie.
"Un bambino svezzato con il veleno considera il dolore un conforto."

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Ottobre, 2018
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"Faites vos jeux, s'il vous plait"

Dopo “L’anello mancante. Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”, Antonio Manzini fa ritorno in libreria con “Fate il vostro gioco”, giallo che ci propone una nuova avventura del personaggio più famoso nato dalla sua penna e immaginazione; Rocco Schiavone.
Due coltellate, una all’altezza della giugulare e l’altro al fegato, hanno determinato la morte di Romano Favre, sessantenne pensionato ragioniere legato al casinò di Saint-Vincent per la sua attività di “ispettore di gioco”. Il ritrovamento ha avuto luogo per mano dei vicini di casa e più precisamente da parte di due vecchiette e da Arturo Michelini, croupier presso il casinò Saint-Vincent che, insospettiti dall’assenza di risposta da parte del contabile perfino di fronte alla fuga della sua amata gatta siamese chiamata Pallina, decidono di andare a verificarne lo stato di salute. Sangue, tanto sangue. Non vi sono dubbi sulle cause del decesso. Sul luogo intervengono Schiavone e la sua squadra che già dai primi rilievi si rendono conto che qualcosa nella ricostruzione dei fatti non torna. Basti pensare, in merito, a quel bic bianco rinvenuto sul comodino del defunto o ancora a quella fiche del casinò di Sanremo (perché di questo casinò e non del più vicino Saint-Vincent?) racchiusa nella sua mano. O ancora, basti pensare, a quella porta finestra lasciata misteriosamente aperta e a quella toppa della porta con al suo interno inserite le chiavi di casa. Tanti tasselli, questi, che non solo fanno capire a Schiavone di trovarsi di fronte ad “un morto che parla” ma che al contempo aprono la prospettiva su uno scenario ben più ampio, fatto di riciclaggio, di criminalità, di sotterfugi, di gioco d’azzardo, di ludopatia, di strozzinaggio, di usura e molto altro ancora. E seppur il vicequestore riesca ad arrivare alla conclusione e alla risoluzione del caso, le trame e le prospettive sono talmente intricate e ben articolate tra loro da rendere inevitabile il proseguo delle vicende proposte in un nuovo e separato capitolo. Da qui, il finale aperto sull’indagine e il sipario che definitivamente – e dolorosamente – scende su quel maledetto “7-7-2007”.
Quello che ci troviamo di fronte in questo nuovo capitolo delle avventure del romano esiliato vicequestore, è un testo con tutte le caratteristiche del giallo, è un testo con un ottimo intreccio narrativo, è un testo con un mistero che regge su tutta la linea e che è caratterizzato da un rapporto causa-effetto ben cadenzato e ritmato, ma è anche un testo in cui riscopriamo la figura di questo eclettico funzionario di polizia. Paradossalmente, infatti, si percepisce dalla sua voce la stanchezza di una vita fatta di dissoluzione e dolore, si percepisce la stanchezza di un lavoro usurante in prossimità dei cinquant’anni, si percepisce la nostalgia per quei tempi ormai andati che mai potranno fare ritorno. Il suo è un tono malinconico, molto più vicino ai romanzi noir che ai gialli veri e propri, se vogliamo. E forse questo è dovuto al fatto che Rocco, così come il suo vicino Italo Pierron, ancora non hanno superato il tradimento di Caterina, occorso in quel di “Pulvis et Umbra”. Tratti immancabili e che non mutano attengono invece all’indole rozza, schietta, smaliziata, cinica e ironica a cui siamo abituati sin dai primi episodi.
Un giallo che tiene bene nonostante questo non fosse semplice visto il grande successo e la meravigliosa riuscita proprio di “Pulvis et Umbra”, che ad oggi, insieme a “7-07-2007”, è sicuramente il capitolo meglio riuscito dell’intera saga. Non ci resta altro che aspettare il prossimo volume delle avventure di questo versatile personaggio.

«Pensavo che siamo come i serpenti. Ci lasciamo dietro la vecchia pelle perché abbiamo bisogno di quella nuova. Ma la vecchia pelle c’è stata. È un fatto, senza la vecchia pelle quella nuova non c’è» p. 378

«Che tu puoi essere qui e altrove, sei sempre tu e io sono sempre io. Tempo, spazio, non importa, Rocco. Quello che conta è che siamo qui. La differenza? A me certe cose non interessano più, a te sì. Ma il motiov lo conosci.» p. 380

«Lei sa come far credere che qualcosa sia vera? È semplice. Si dicono un sacco di verità comprovate e in mezzo, come un’insalata, si butta una cazzata che la gente prenderà per buona.» p. 388

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Romanzi
 
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Flavia Buldrini Opinione inserita da Flavia Buldrini    22 Ottobre, 2018
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Tutta un'altra storia

Ciò che Evelina Santangelo ci prospetta, ambientato nel prossimo futuro, in un non lontano 2020, è davvero un altro mondo, il quale si affaccia dagli occhi spauriti dei “bambini viventi”, la cui leggenda sconvolge e agita gli animi di una compassata Pianura Padana, come infestata dai fantasmi di quell’infanzia altra che non ha conosciuto altro che il dolore e la morte e mette in subbuglio la tranquilla ordinarietà scolastica, tra maestre e genitori spaventati e le Forze dell’Ordine in continua allerta. Inoltre, queste inquietanti suggestioni popolano la solitudine di un anziano vedovo soprannominato Orso che vive con il suo cane Lupo e sollevano la violenza cieca degli skhinead che danno alle fiamme un campo rom. Frattanto, si seguono a distanza due storie parallele che avranno epiloghi insospettati: un ragazzino, di nome Khaled, che attraversa dal Nord al Sud tutta l’Italia con un trolley rosso che non molla mai, che poi si svelerà in modo agghiacciante contenere il cadavere del fratello Nadir, morto tragicamente in un incidente sul lavoro, che il giovane vuole riconsegnare, dal porto di Palermo, alla sua terra e ai suoi cari; ciò in cui alla fine, nonostante tante traversie, riesce. Poi è il dramma angoscioso di Karolina a Bruxelles, la quale, per inseguire le tracce di suo figlio Andreas scomparso, irretito dalla propaganda jihadista, smarrisce progressivamente le coordinate della propria esistenza, fino a vederla frantumarsi in un’improvvisa detonazione davanti al Palazzo di vetro, ad opera di un attentatore, che si rivelerà essere un povero disperato, Omar, strumentalizzato ai fini della barbarie terroristica, che era stato anche amico di Khaled, aiutandolo a trovare il passaggio per la Sicilia, sfruttando proprio le sue conoscenze e risorse economiche ‘altolocate’. Ciò che si legge dietro le righe è, dunque, che, nonostante le notevoli disparità, tutte queste campionature umane sono accomunate da un’ontologica miseria, che è anche alla radice di ciò che finisce per ipostatizzarsi in strutture di male dietro cui si trincerano inconfessabili paure e debolezze. Inoltre, quello che all’esterno appare come indizio di chissà quale terrificante minaccia, in realtà è solo l’espressione della problematicità e della condizione di precarietà di ogni individuo. Il merito di uno scrittore è, infatti, quello di indagare, in controluce al “vero storico”, secondo l’incisiva definizione del Manzoni, il “vero poetico”, vale a dire la vicissitudine umana, intrisa di lacrime e sangue, che sottentra alla cinica aridità della cronaca.
Affiora, dunque, da queste pagine, attraverso un lucido visionarismo, un’umanità dolente e inerme, atterrita dalla propria stessa immagine che, proiettata sul grande schermo della Storia, assume sinistri riflessi di autodistruzione e di morte, amplificati dalla grancassa della fittizia ideologia che l’avalla, alla stregua di una maschera grottesca che cela la nuda verità che non si ha il coraggio di guardare in faccia.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    22 Ottobre, 2018
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Il valore della libertà

Ci sono voluti quasi cinquant’anni prima che Tahar Ben Jelloun trovasse le parole giuste per raccontare la sua storia. Proprio lui, che, di storie, ne ha scritte una infinità, paradossalmente, non riusciva a scrivere la propria. Perché quella narrata ne “La punizione”, il nuovo romanzo dello scrittore marocchino nativo di Fes e residente da lungo tempo in Francia, è una vicenda che sa di memoria e profonda amarezza. Un viaggio a ritroso seguendo le pesanti orme del tempo, una rielaborazione dolorosa ma necessaria di quanto accaduto tanti anni fa per poter chiudere i conti con un passato che non è possibile cancellare né ignorare del tutto.
Era il marzo del 1965 quando gruppi di studenti universitari manifestarono pacificamente per le strade di Rabat e Casablanca; in quell’occasione, la repressione, piuttosto brutale, non si fece attendere. Tra quei ragazzi, c’era anche Tahar Ben Jelloun, all’epoca studente di filosofia. L’anno seguente, per lui e una novantina di altri giovani che erano stati segnalati, la “punizione” bussò alla porta di casa sotto forma di perentoria convocazione a presentarsi presso uno sperduto campo militare nelle vicinanze della città di Meknès, nel nord del Paese. Era l’epoca in cui molta gente spariva all’improvviso, inghiottita dalla cieca violenza del regime dell’allora sovrano Hassan II, e si viveva in un continuo clima di paura; esercito e polizia, avendo carta bianca, facevano ricorso a qualunque mezzo pur di reprimere ogni possibile dissenso. La monarchia ’alawide offriva il volto forse peggiore di tutta la sua storia.

“Cosa abbiamo fatto di così grave? Organizzarci legalmente, manifestare pacificamente, reclamare libertà e rispetto.”

Per tutta risposta, vennero spediti anzitutto al campo militare di El Hajeb, dove ebbe così inizio un vero e proprio internamento, il cui scopo ufficiale era quello di rieducarli e insegnar loro a diventare bravi cittadini, all’insegna del vecchio e abusato slogan “Allah, al-watan, al-malik” (“Dio, la patria, il re”) che ancora oggi si vede scritto a grandi caratteri e disseminato qua e là per il Marocco. A scandire le lunghe giornate in quel luogo poco ameno si susseguivano maltrattamenti, umiliazioni, privazioni di ogni genere alla completa mercé di comandanti militari semianalfabeti, psicopatici e privi di scrupoli, spesso in preda a delirio di onnipotenza.
Picchiati, denutriti, sporchi e infreddoliti, con i capelli costantemente rasati a zero, i “puniti” venivano tenuti nel più totale isolamento, senza che le rispettive famiglie sapessero ciò che in realtà accadeva; per di più, perdere la vita per il minimo accenno di ribellione o a causa di pericolose simulazioni di operazioni di guerra (non mancavano, infatti, le tensioni con la vicina Algeria) rischiava di essere tutt’altro che improbabile. Il giovane Tahar trascorse oltre un anno e mezzo in quello stato di detenzione, mentre a sostenerlo accorrevano, per fortuna, la tenacia della sua poesia, il profondo amore per la letteratura e, da grande appassionato di cinema quale era, la magia delle immagini dei film che amava, come quelle di Charlie Chaplin nei panni di Charlot.

“[…] di fronte alla sensibilità, alla intelligenza, il potere oppone la brutalità e la stupidità. La prima arma è l’umiliazione, questa violenza che consiste nel declassarci, nel metterci sull’orlo del baratro minacciandoci di darci un calcio nella pancia. Mi aggrappo ai ricordi delle mie letture; non so se recito fedelmente ciò che ho letto o invento delle frasi. Ho in mente Dostoevskij, ?echov, Kafka, Victor Hugo… […] Nella mia testa sfilano scene dai film di Charlie Chaplin. Perché il bravo Charlot viene a trovarmi in questa terra ingrata e macchiata da militari abietti? Ne rido di nascosto […] Quell’omino che riesce a ridicolizzare i violenti che lo perseguitano mi ossessiona. Quel genio ha vendicato milioni di umiliati nel mondo. Ecco, questa era la sua missione, il suo disegno. Grazie, Charlot.”

Poi, inattesa e quasi irreale, la fine della prigionia, anche se le sue catene sembravano trascinarsi pure nella vita civile (“Sono stato liberato ma non sono libero.”). La vera liberazione, non a caso, arriverà soltanto diverso tempo dopo e a seguito di un evento davvero sorprendente e imprevedibile…
Una prosa che cattura fin dalle prime battute, appassionante ed estremamente fluida per un romanzo che si fa testimonianza diretta, viva, palpitante e che riconferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, le straordinarie doti di narratore di Tahar Ben Jelloun, nome tra i più noti e apprezzati sulla scena letteraria internazionale. Il suo linguaggio semplice e chiaro che si propone con garbo, le sue denunce, i suoi messaggi di pace e tolleranza religiosa (a tal proposito, invito a leggere le bellissime e istruttive pagine del breve saggio “L’Islam spiegato ai nostri figli”, Bompiani, 2001), il suo chiamare tutto col proprio nome e raccontare le cose così come stanno senza edulcorazioni di sorta fanno di lui un autore particolarmente interessante da seguire. Quest’ultimo suo lavoro, nello specifico, come spesso accade in molte opere della vastissima produzione di Ben Jelloun, punta l’attenzione su un Paese, il Marocco, dietro la cui immagine patinata di meta turistica più o meno a buon mercato persistono problemi assai gravi, quali tortura per dissenso politico, sempre mal tollerato dalle autorità, e corruzione abnorme che rallenta l’apparato burocratico e calpesta i diritti dei cittadini, sebbene sotto l’attuale sovrano Mohammed VI, non certo temuto come il terribile padre Hassan II, siano stati realizzati importanti ma non ancora sufficienti cambiamenti.
Infine, un romanzo che, attraverso la vicenda personale del suo autore, ci parla del valore della libertà, di quanto essa sia preziosa per la nostra dignità di esseri umani e di come, talvolta, basti davvero poco per perderla.

“Sarei potuto uscire dal campo cambiato, indurito, adepto della forza e anche della violenza, ma sono uscito com’ero entrato, pieno di illusioni e tenerezza per l’umanità. So che mi sbaglio. Ma senza quella prova e quelle ingiustizie non avrei mai potuto scrivere.”

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Consigliato a chi ha letto...
...altri libri di Tahar Ben Jelloun, tra cui segnalo, in particolare, "Marocco, romanzo" e "Partire".
Ma non necessariamente, nel senso che ci si potrebbe accostare a questo autore anche iniziando da questo romanzo.
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Romanzi autobiografici
 
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BettiB Opinione inserita da BettiB    21 Ottobre, 2018
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"Non è semplice diventare uno spettatore" scrive Daniel Pennac nel suo ultimo libro, "Mio fratello". Pennac si riferisce al teatro, ma forse implicitamente anche alla vita: non è facile stare a guardare la vita, nel su bene e nel suo male.

"Mio fratello" è un brillante racconto divisi in tre macrotemi perfettamente alternati:
1. L'adattamento teatrale che Pennac ha portato in scena, pochi mesi dopo la morte del fratello Bernard, del "Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street" di Melville: opera riadattata in una lettura per un singolo interprete - Pennac stesso - e raccontata seguendo il flusso di pensieri del notaio che assume il famoso Bartleby.
2. Le "reazioni" del pubblico in sala. Dall'inizio alla fine, seguendo il ritmo della storia, Pennac analizza e sorride ai suoi spettatori: è uno spaccato molto bello dell'atmosfera che si respira a teatro, del pubblico che si immerge a tal punto nella storia da non riuscire a staccarcisi una volta usciti dallo spettacolo.
3. I ricordi, "che erano sensazioni", del fratello Bernard, della vita passata insieme, soprattutto delle cose dette - pochissime - e delle cose non dette - talmente tante da chiedersi "chi ho perso?".

Il filo rosso che unisce queste anime è proprio il personaggio di Bartleby, tanto particolare quanto impossibile da non amare: protagonista della piece teatrale, il preferito dai fratelli Pennac, tanto simile proprio a Bernard e quindi idea da portare in scena per una sorta di "continuità": portando in scena Bartleby Pennac sta ancora parlando con il fratello. La somiglianza tra i due appare sempre più chiara man mano si prosegue la lettura, e arrivarci così piano, accarezzando quasi i due uomini, penso sia la perla più bella dell'autore.
Soprattutto perché Pennac riconosce di parlare di un fratello che conosceva ma forse no: del quale ricorda alla perfezione gesti e sfumature, ma con cui non ha mai condiviso segreti, confessioni. Un fratello che ha vissuto la propria solitudine in silenzio, senza disturbare, lasciandosi dare l'etichetta più comoda per gli altri.

Devo ammettere che mi sono avvicinata a questo libro, per la sua peculiare composizione, un po' scettica. Nel giro di poche pagine mi sono ricreduta: lo stile brillante e al contempo delicato di Daniel Pennac trasporta in una storia di profondo amore tra fratelli, mai pienamente espresso. E insieme la storia dell'"umanità", con gli schemi e le domande e le curiosità da soddisfare sempre.
Mentre a volte "fin dall'inizio non succede quasi niente e non succederà più niente fino alla fine." E questa è la vita.

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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    21 Ottobre, 2018
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Le piccole mani

“Dove sono andato, Noemi?” - una vocetta nei sogni - “Vuoi veramente saperlo? Preparati che sto per dirti una cosa bella: è successo una mattina, sentivo le ali forti forti, così ho provato ad alzarmi in volo. E ho volato, io volavo! E sono volato su, più su, nel cielo dove riuscivo a vedere il giardino, il tetto, la strada, le cave. E dall’alto, io vi guardo sempre dall’alto Noemi, continuo a guardarvi, non dimenticarlo, quella mattina io vedevo voi, piccoli, che mi cercavate.”

Noemi, 9 anni, mani troppo piccole per stringerne altre ancor più piccole, mentre la calca aumenta, mentre mamma è più avanti, impegnata ad inseguire fotografi cui esibire il suo bambino. E’ così che Andrea perde la stretta della piccola sorella. O forse è Noemi a non essere capace di tenerlo a sé.
Passano i giorni, tra le ricerche della polizia, le domande dei giornalisti, i falsi avvistamenti, i gesti di solidarietà, le chiacchiere malevole, l’affievolirsi dell’interesse… Passano gli anni di Noemi, tra la fragilità di sua madre, l’adolescenza, la voglia di fuggire in città, la morte di suo padre, infarto fulminante, l’università, l’incontro con Davide.
Noemi è matura. Determinata a non subire alcun senso di colpa. E’ forte, a suo modo, Noemi. E così non dimentica, non rimuove: non si assopisce, in lei, il desiderio di sapere, e quello – diverso – di comprendere, attraverso i ricordi della bambina e le capacità della donna.
Comprendere, prima di ogni cosa, chi sono – realmente e senza finzioni – i familiari attorno ai quali si è dipanato l’infelice evento, e quel che è venuto dopo…

Ci sono romanzi nei quali il come (raccontare una vicenda) rappresenta, per l’autore, una sfida più affascinante rispetto al cosa, alla vicenda stessa.
“Matrigna”, di Teresa Ciabatti, gira secondo il moto di gravitazione di un pianeta sul proprio asse: in modo regolare, progressivo, immodificabile, alcune zone del racconto vengono alla luce, mentre altre tornano in ombra. Zone che corrispondono ad altrettanti personaggi. Sono, fino agli ultimi capitoli del libro, quasi esclusivamente personaggi femminili – Noemi, sua madre, sua zia –, mentre quelli maschili restano in disparte, esistenti più che altro nei ricordi (tristi), nelle preghiere, nelle invocazioni, nei rimpianti. Se ne distaccano Davide e Luca, figure in certo modo parallele: punti di riferimento, il primo per Noemi, il secondo per sua madre. Ma la ragazza, grata a Davide, non può esserlo a Luca, del quale comincia a diffidare: troppo giovane (rispetto alla madre), troppo sfuggente… E’ da qui, da qualcosa che succede molto tempo dopo la scomparsa del fratello, che imprevedibilmente nascono i presupposti per “risolvere” il mistero.
Non il racconto di un evento-limite dunque, ma qualcosa di più complesso: lo sguardo soggettivo su un evento-limite e sul modo in cui le vite scorrono attorno a (ed in memoria di) esso.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    21 Ottobre, 2018
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Esercizi d'inesistenza

Esercizi d'inesistenza. É questo ciò che ogni giorno prova a fare Leone, un bambino di soli sei anni, che ha da pochi mesi iniziato a frequentare la prima elementare. I suoi genitori sono separati e Leone vede il padre un venerdì ogni quindici giorni, per andare a cena in un anonimo Fast food e non dirsi niente, non avere un minimo scambio di sentimenti e neppure di comunicazione quotidiana. Con la madre Katia invece, Leone convive e quindi con lei esiste una relazione basata su momenti di vita vissuta insieme: anche se sono pochi e caratterizzati dalla fretta. La mamma di Leone è una donna sola, lasciata dal marito dopo solo un anno di matrimonio, non può contare sulla presenza di una famiglia d'origine perché aveva solo la madre, che è morta sei mesi prima. L'assenza della nonna pesa come un macigno sull'esistenza di Leone e su quella di Katia, il dolore causato dalla perdita e dal lutto viene negato, soffocato e quasi nascosto, come se i due in qualche modo se ne dovessero vergognare: non ne parlano apertamente l'uno con l'altra. Katia è profondamente triste, vive immersa nella sua solitudine, sopraffatta dagli innumerevoli impegni quotidiani; non sa e non riesce a comunicare con il proprio figlio.
Ciò che emerge dalla lettura dell'ultimo romanzo di Paola Mastrocola è il ritratto di una società, la nostra, che appare come un luogo malsano e malinconico: una somma di individui che rimangono tutti ben separati e distanti; ciascuno irrimediabilmente solo e triste, chiuso nella propria stanchezza e superficialità. Il quadro che esce tratteggiato dalla penna esperta dell'autrice è abbastanza desolato: un insieme di persone che non crede più in niente, che non è in grado di trovare uno scopo e di dare un valore profondo alla propria esistenza. Ci si accontenta di vivere seguendo lo stimolo di un'emozione o di una sensazione, come una nave che si disperde per il mare senza una meta da raggiungere.
Il piccolo Leone viene ad un certo punto bullizzato e deriso dai suoi compagni. I suoi genitori, la madre in particolare, si vergognano di ciò che sta facendo, lo rimproverano, iniziano seriamente a preoccuparsi. Volete sapere perché? Qual è l'atroce problema? Leone prega. Ha avuto un'educazione cristiana, sebbene la madre non ne abbia mai saputo nulla, dalla nonna, che è morta da pochi mesi. (E anche questo fa riflettere su quanto la nonna e la madre di Leone comunicassero tra loro). Insomma, il bambino crede a Gesù, lo prega e questo scatena una serie di problemi.
Mi sembra evidente quindi come il romanzo voglia denunciare una forte crisi di valori che senza dubbio caratterizza la nostra società. Non si può rimanere indifferenti di fronte a questo: una società che isola e ridicolizza un bambino perché prega? Ma che tipo di persone possono essere delle persone che fanno una cosa del genere? Degli esseri umani che non credono più in niente, che hanno rinunciato alla speranza, vuoti, e che vivono una vita senza senso: non ci si stupisce più di constatare quanto dolore, tristezza e solitudine animino le loro esistenze.
Il romanzo è caratterizzato da una narrazione che inizia come realistica ma a poco a poco e in modo sempre più marcato, diventa allegorica. Gli ultimi tre capitoli in particolare mi hanno lasciata spiazzata, intrisi di un realismo magico che trasforma la trama in una metafora. Non sono sicura di essere riuscita ad apprezzare pienamente questo finale.
In conclusione quindi, leggendo “Leone” abbiamo la possibilità di riflettere su quanto la vita di molte persone di oggi sia permeata da una dolorosa solitudine e di interrogarci sul perché avvenga questo. É una storia apparentemente semplice ma in realtà fortemente allegorica: una lettura che può soddisfare anche il lettore più esigente. Mi rimane solo un dubbio sulla scelta stilistica dell'autrice nel finale, ma naturalmente, si tratta solo della mia opinione personale.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    20 Ottobre, 2018
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La giovane somala Sahra

Le rughe del sorriso di Carmine Abate è il titolo del suo ultimo, sentimentale e toccante, libro. Racconta, con metodo e disincanto, una storia dei giorni nostri, di grande attualità. Una storia scritta che incanta e stupisce, con drammatica consapevolezza, che conduce il lettore all’interno di uno dei problemi più discussi e complessi del tempo: l’immigrazione dell’Africa verso l’Italia.
L’autore racconta, infatti, la storia di Sahra, una giovane somala che con la cognata Faaduma e la nipotina, vivono all’interno di un centro di accoglienza in Calabria. A narrare di loro è il giovane insegnante d’italiano, Antonio Cerasa, che in quel centro vi lavora. Sahra è:
“Sahra era di una bellezza speciale, a incignare dall’occhi e dalla bocca che appena li quadravi ti fulminavano in un sorriso lampante, zuccherino come un fico nivurello. Per non parlare della restante nascosta sotto la veste larga e colorata, che ti metteva allegritudine quando la miravi. (…) No, non lo sapevamo che Sahra era studiata , non si dava tante arie, sembrava una di noi, solo più nivura, più alta e più bella.”
E’ una giovane di rara bellezza, di grande fascino, elegante ed educata. Il suo sorriso è:
“no, non era un sorriso di compiacimento. A volte sorrideva solo con la bocca, mostrando i denti bianchi e forti, una sensualità inconsapevole che attizzava la voglia di baciarla, mentre i suoi occhi non cambiavano espressione, inseguivano traiettorie enigmatiche, che nessuno di noi poteva intercettare perché nessuno aveva vissuto il suo dolore.”
Finchè un giorno scompare nel nulla. E’ un mistero che addolora, di cui nessuno si capacita, ma lei:
“della sua vita non amava parlare con nessuno. Alle mie domande rispondeva gentile ma in maniera sintetica o evasiva, cosicchè di lei conoscevo poche storie frammentarie, per giunta sfocate. I suoi segreti se li teneva annodati dentro un fazzoletto di cotone e in fondo alle pupille nere nere, scintillanti.”
Non resta che al giovane insegnante, segretamente innamorato di lei, di ricostruire la sua storia, la sua vita, i suoi dolori. Non sarà sempre facile: si parte dal villaggio somale di Ayuub a Mogadiscio, per passare nell’inferno delle carceri libanesi, passando poi per il Trentino e giungere in Calabria. Sarà così che questa assenza si tramuterà in presenza lieve e costante, eterea, nella vita del giovane, fino alla sua naturale conclusione.
Un libro scritto con una prosa precisa ed attenta, poetica che incanta. Bellissime le pagine, ad esempio, dedicate alla narrazione di quando Sahra vede per la prima volta la neve in Trentino:
“L’unica cosa che non poteva immaginare, pur avendola vista in decine di foto, fu la neve, la sua magia, piccole piume che cadevano dal cielo, e formavano un manto bianco luccicante di cristalli, soffocando ogni rumore. (…) I fiocchi di neve le sciamavano attorno come miriadi di piccole farfalle bianche, poi le si posavano sena peso sulla faccia, sul velo, sulle mani.”
A fare da contraltare a tanta magia le pagine in cui l’autore descrive la situazione immigrati, la piaga del caporalato:
“ragionavano coi paraocchi, sulla base dei pregiudizi, per sentito dire. (…) I migranti ci ricordavano troppo chi eravamo fino a ieri e molti lo volevano dimenticare, prendendosela con persone senza alcuna colpa, se non quella di avere un destino peggiore del nostro.
Migliaia di braccianti stranieri vivevano ancora ammassati in dormitori di fortuna, una parte di loro per tutto l’anno, circondati da cumuli di spazzatura, sfruttati di giorno da padroni, caporali e capineri. “
Un libro toccante e sentimentale, che non giudica mai, che guarda con disincanto ad un problema difficile ed ostico, privo di artefici ideologici, moralismi e quant’altro. Lasciando una finestra aperta sulla bellezza del vivere quotidiano poiché:
“tutte le verità di questa storia, di cui ancora ignoravo il finale, tutte le sofferenze e le gioie dei protagonisti, il loro passato e il sogno del futuro, persino la crudeltà dei nostri mondi, parevano custoditi nelle rughe del sorriso di Sahra, come in uno scrigno segreto. “.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Ottobre, 2018
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un uomo decadente e cattivo!

Il precedente Bruciare tutto di Walter Siti era uno “scandalo mancato” nel senso che se ne era discusso per motivi di costume, senza che il contenuto pedofilo influisse più di tanto nella vendita. Ora torna con Bontà, un racconto lungo che del titolo non ha nulla, perlomeno nei contenuti. Al contrario è un testo sulla cattiveria. Di cui, nonostante la brevità, non solo ho faticato a leggere, ma anche a concluderlo. Intendiamoci i temi cari allo scrittore ci sono tutti: la letteratura, i libri, l’omosessualità, il matrimonio civile, la sofferenza, il decadimento, la vecchiaia. E’ lo stile di scrittura, il contenuto stesso del libro che non mi ha convinto per nulla.
E’ la storia di Ugo, un uomo anziano, che ha avuto successo nell’editoria, ora cinico e disilluso, e guarda al mondo con disprezzo e malvagità. Nulla si salva, neppure, ad esempio, il volontariato, perché pensa che:
“chi esagera coi gesti gentili, pensa Ugo, non ha le unghie abbastanza forti per graffiare; è come quelli che si dedicano al volontariato per sentirsi meglio loro. Le schitarrate per i diritti umani, la solidarietà per guadagnare punti agli occhi di Dio, la carità come nevrosi, l’altruismo da fiera e da salotto. Ugo odia il cameratismo, preferisce essere rispettato che venvoluto.”
Non parliamo poi degli scrittori, definiti:
“Il fallimento come scrittori in proprio è il tumore inconfessabile di molti editor; per una sorta di gentlement l’argomento è tabù, cane non mangia cane. Qualcuno ce la fa, pubblica i propri libri presso case editrici concorrenti, pochissimi hanno il coraggio di auto pubblicarsi sfidando il conflitto di interessi-in ogni caso, mescolare i due livelli in pubblico è considerato impudico.”
La letteratura non può che essere un totale fallimento, facile preda delle inutili e vuote logiche di mercato:
“I romanzi sui bambini malati di cancro, sulle donne aviatrici nella Seconda guerra mondiale, sui migranti che ripopolano paesi fantasma, (…) sui trentenni frustrati che riscoprono la natura vergine, sui giornalisti eroi e le camorriste riscattate dalla maternità, sulle paturnie sentimentali del ceto medio purchè finisca bene. Tutto scritto alla carlona, emotività confusa e onanistica, con errori di sintassi e di grammatica e di orecchio. Se la parola ha dato senso al mondo (…) ora la sciatteria della parola serve per restituire il mondo alla sua insensatezza. E i polizieschi, che dio li strafulmini, e i noir anzi i polar; te lo dicono proprio in faccia, “ciò messo dentro un delitto per dare vivacità al plot”, oppure “gli omicidi sono un pretesto per descrivere l’ambiente”. (…) Se nella società cova voglia di morte, per favore, non fabbricateci sopra il nostro intrattenimento. (…) Se la prende col diluvio di troppi titoli, (..): gigantesca autoipnosi di massa, che nasconde la realtà.”
Ugo è molto ricco di famiglia, anche se figlio della guerra, perché nato nel 1944, per cui:
“è ricco grazie alla madre, vedova in successione di due uomini che per l’Italia hanno contato qualcosa (ma nessuno dei due gli è stato padre).”
Abituato a fare del male, non accetta la decadenza, e l’umiliazione che ad essa si accompagna, allora decide di stupire ancora una volta, e sposarsi con Manuel, con un’unione civile. Manuel è molto più giovane di lui, un adone greco che del consorte apprezza solo il vil denaro. E proprio attraverso un falso amore e un suicidio per procura che il protagonista cerca di trovare l’immortalità, di superare i propri limiti per raggiungere, forse, la pace, una forma di riscatto, mai trovata in vita.
Definito nella quarta di copertina come:
“in questo romanzo ironico ed impietoso, lo spirito di una civiltà in agonia è incarnato da un vecchio cinico, deciso –come un eroe tragico o solo stanco- ad annullarsi cercando la morte nell’amore”,
il libro e la sua lettura non mi ha convinto. Morboso nel linguaggio, spesso incomprensibile nei contenuti e nel loro significato, il testo si è rivelato una lettura pesante e poco accattivante. Se, però, si ha molto tempo e, soprattutto, costanza, ad un’analisi più dettagliata e minuziosa si rivela ricco di spunti di riflessione e di discussione per quei temi trattati, come detto all’inizio. Volendo, appunto, salvare qualcosa. Ma è uno sforzo immane.

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    16 Ottobre, 2018
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Questa notte è irreparabile



Una sera d'inverno, a cena, Erri invita alla sua tavola il figlio che non ha mai avuto, da quella donna che decise di abortire...
Un figlio già adulto, che gli farà dono di una paternità inesistente e darà inizio ad un dialogo tra un uomo che non è mai stato padre ed un figlio che non è mai nato, un figlio senza infanzia, senza giochi e senza febbri.
Geppetto forgia il suo bambino con il legno, lui lo fa con quello che sa usare meglio...le parole.
Quelle parole che gli hanno permesso di dare concretezza al suo mondo, di non farlo sentire solo "una persona d'aria", inconsistente, svaporata.

Ha inizio così una sorta di confessione, un bilancio di vita, quasi un testamento...
Lo scrittore ripercorre la sua "vita scivolata", la sua infanzia in una Napoli che accetta i vizi ma non il ridicolo e la goffaggine, ricorda la durezza di sua madre, le arrampicate con il padre, i primi baci, la voglia di andare via, la militanza politica, i libri letti e quelli scritti, le paure represse, il coraggio imitato, il rapporto con le parole, con la fede, con l'amore in quanto "ossigeno", con il proprio corpo...

"Ho un corpo e sono stato al gioco di viverci dentro"

Quale gioco?...il gioco dell'oca.
Un gioco di percorso in cui si lancia un dado e ci si sposta nelle varie stazioni.
Un gioco in cui la vera libertà è quella di scegliere se lanciare o meno...
Il tavolo apparecchiato per due di questa sera è la sua ultima casella.
Vuole fermarsi e lasciare il lancio a lui, a questo figlio assente che pian piano prende forma...
Ma il suo non è un'interlocutore muto, è un figlio che risponde, che mette tutto in discussione, che contraddice.
È la sua coscienza, il suo grillo parlante, è lo specchio in cui non si vuole riflettere.
È il figlio di una sola notte che sceglie di non prendere il testimone della sua vita, che preferisce sparire nel nulla letterario da cui è nato...

"Capolinea, papà, siamo arrivati.
Non esco, rientro. Ritorno nel tuo spazio, dal quale sono uscito perché mi hai fatto posto.
Rientro nel tuo corpo.
Guarda la mia mano, si avvicina alla tua.
Ecco il braccio e il resto di me stesso che si riassorbe in te.
Ci sono quasi, mancano solo gli occhi.
Chiudili, per favore."

Un libro intimo, poetico, dall'atmosfera lieve e rarefatta...un'ipotetica gara a chi esiste di meno.
Una notte senza contorni, che nasce dal silenzio umano e prende forma in un racconto che non c'è, una notte che non si può toccare e che non resta, ma che non si può dimenticare.

"Questa notte non potrà essere tolta dal registro delle notti, fare che non sia accaduta.
È senza rimedio, come ogni azione commessa.
Questa notte è irreparabile."

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    15 Ottobre, 2018
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TRA LAVORO E SOGNI

Suite 405 è il nuovo romanzo di una delle penne più amate della narrativa contemporanea, Sveva Casati Modignani.
Dopo averlo finito ho pensato: finalmente Sveva è tornata ad emozionarmi come lo aveva fatto anni fa, ho sicuramente letto una storia molto attuale e interessante e la sua scrittura semplice dell’autrice mi ha conquistata.
Il libro ha come protagonisti Lamberto Rissotto, imprenditore di succcesso e Giovanni Rancati sindacalista convinto e molto appassionato della sua professione, che lui vive come una “missione”.
Dire che i personaggi principali sono solamente due sarebbe riduttivo, ma diciamo che le vicende girano intorno a questi due uomini che sono molto diversi tra di loro ma che alla fine scoprono di avere molti punti in comune.
Lamberto potrebbe sembrare un imprenditore tutto d’un pezzo, fiero del suo successo, degli affari, spavaldo e pieno di sè ma invece tiene molto ai suoi dipendenti e cerca di migliorare la loro condizione.
La crisi economica dei nostri giorni è presente in maniera molto decisa nel testo e questo ha dato alla storia un punto in più, anche per come l’autrice è riuscita a parlare di questo argomento, in maniera assolutamente realista e non scendendo nel lato sentimentale.
Giovanni è un uomo che si è fatto da solo, ha fatto moltissimi sacrifici per la sua famiglia, ha dovuto rinunciare alle sue aspirazioni personali, purtroppo per lui i sogni sono rimasti tali. Con il suo lavoro, però, si sente utile e sta facendo qualcosa di buono per i lavoratori in difficoltà.
Oltre alla loro storia ci sono dei capitoli dedicati ad alcuni personaggi, il primo è per Armanda la moglie di Lamberto che scompare nei primi capitoli, poi tocca anche a Bruna, la fidanzata di Giovanni e a Chiara amica di Bruna.
Bruna è la fidanzata di Giovanni, fa la parrucchiera e nonostante un matrimonio fallito alle spalle ora è riuscita a ricominciare e ad aprire un proprio negozio. E’ una ragazza dolce e sensibile ma anche molto pratica, conosce da una vita Giovanni ma i due non sono mai riusciti a dichiarare i loro sentimenti l’uno per l’altra. O almeno fino a ora.
Chiara Montini è amica e cliente di Bruna, una ragazza che tira avanti facendo dei lavoretti santuari perché la libreria dove lavorava ha chiuso. Anche qui troviamo una situazione famigliare difficile, ma come spesso ci capita di leggere in queste pagine l’autrice descrive solamente delle situazioni di normalità.
Oggi il lavoro indeterminato non esiste più, siamo in balia delle aziende che sfruttano i lavoratori (la maggior parte) e non dico solo i giovani ma ormai a tutte le età succede questo.
La precarietà e la disoccupazione di certo non fanno vivere bene le persone, questo è un gran problema e alcune volte trascorriamo anni in questo stato, non sapendo se domani avremo ancora il lavoro.
I personaggi sono molto approfonditi e attraverso loro possiamo capire cosa si prova quando una persona è in questa situazione economica molto incerta. Posso dire che per la mia esperienza, trovarsi non per colpa nostra senza lavoro è terribile e ci vuole tanta forza per ricominciare e anche accettare di accontentarsi di quello che troviamo, anche se non è in linea con le nostre passioni.
Ecco noi oggi ci dobbiamo accontentare e farci andare bene tutto? Certo che no, ma si possono comunque coltivare i nostri interessi, anzi lo dobbiamo fare.
Trovare un lavoro che piace oggi è veramente un lusso. E un po’ anche il messaggio del libro, i sogni purtroppo per molte persone rimangono solamente sogni o aspirazioni, ma il segreto è reinventarsi oppure aspettare e avere fiducia perchè che prima o poi le cose belle accadono.
In questo romanzo abbiamo due punti di vista: da una parte l’imprenditore Lamberto e dall’altra Giovanni e tutti gli altri dipendenti e per una volta capo e lavoratori riescono ad andare d’accordo e a trovare un punto d’incontro . Anche se questo oggi è molto difficile da realizzare.
I primi capitoli non mi hanno convinta del tutto,ma poi la storia è decollata e mi sono affezionata in particolare a Giovanni, Bruna e Chiara.
Ho trovato che quello che abbiamo letto sia all’ottanta per cento verosimile e vicino alla realtà, alla nostra vita di tutti i giorni ma credo che alcune parte siano state romanzate. Soprattutto quella finale. E questo mi è dispiaciuto.
I capitoli dedicati alla vita di alcuni personaggi si alternano alla narrazione della storia ai giorni nostri, che ho trovato più convincente e appassionante.
Quello che non riesco a capire è come mai le case editrici si ostinano a stampare libri con moltissime pagine bianche e con caratteri molto grandi. Lo trovo solamente uno spreco.
Il romanzo è stata una sorpresa, ero rimasta delusa dagli ultimi libri di Sveva e speravo di leggere una storia che mi avrebbe appassionato, forte e intensa e in parte è stato così.
Ho apprezzato il realismo, la verosimiglianza dei personaggi e la grande ricerca che c’è stata dietro alla costruzione di questa storia, toccando dei temi forti e attuali ma che in fondo rappresentano il mondo in cui viviamo.
In tutto questo sicuramente ci sono dei punti deboli, alcuni parti risultano molto lunghe e discostano in parte dalla filo conduttore del libro, alcuni passaggi sono romanzati e prevedibili.
Non mi sento tuttavia di dare un giudizio negativo perché la storia mi ha coinvolto e fatto riflettere e perché le vicende di alcuni personaggi mi hanno appassionata.



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altri libri di Sveva Casati Modignani soprattutto i primi
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Politica e attualità
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Ottobre, 2018
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Dallo Space Invaders alla rivoluzione digitale

«[…] In vent’anni la rivoluzione è andata ad annidarsi nella normalità – nei gesti semplici, nella vita quotidiana, nella nostra gestione di desideri e paure. A quel livello di penetrazione, negarne l’esistenza è da idioti ma anche presentarla come una metamorfosi imposta dall’alto e dalle forze del male inizia a diventare piuttosto arduo. Di fatto, ci rendiamo conto che nelle consuetudini più elementari del nostro vivere quotidiano ci muoviamo con mosse fisiche e mentali che solo vent’anni fa avremmo a mala pena accettato in nuove generazioni di cui non capivamo il senso e denunciavamo il degrado. Cosa è successo? Siamo stati conquistati? Qualcuno ci ha imposto un modello di vita che non ci appartiene?» p. 14

Username. Password. Play. Maps. Level Up. Rivoluzione. La rivoluzione digitale. Com’è nata? Perché è nata? Cosa l’ha determinata? Ne siamo stati sopraffatti? Oppure semplicemente ci siamo trovati coinvolti in un vortice di nessi causali e concause che ci hanno assorbito senza che nemmeno ce ne rendessimo conto? Se guardiamo al passato, un passato poi nemmeno così lontano, fatichiamo ad immaginare le nostre giornate, fatichiamo a ricordare quel che eravamo, chi eravamo. Una vita senza app, senza social, senza foto, senza selfie, senza pc oppure con pc destinati esclusivamente all’uso lavorativo, una vita, cioè fatta di altro, di altre priorità. -“Ma davvero abbiamo vissuto così per decenni, per secoli?”- viene quasi spontaneo chiedersi. Sembra impossibile, eppure è così. Space invaders, i primi Commodore 64, i primi mac, windows 95 e la sua destabilizzante impostazione, internet e il word wide web (che badate bene, sono due cose ben diverse), gli mp3, i jpeg, gli mpeg, Mosaic, Cadabra, che non ci dice nulla all’apparenza, ma in realtà altro non è che la prima forma rudimentale del più noto Amazon ed ancora google, yahoo! – che hanno dato inizio alla sagra dei nomi scemi – ed ancora gli smartphone, la mela della apple, facebook, twitter, instagram, youtube, a wikipedia che “tutto” spiega, e ancora e ancora fino ad arrivare alle Alpha Go: la rivoluzione digitale. Una rivoluzione che nasce in tre gesti lunghi che tracciano un nuovo campo da gioco. E più precisamente, un primo che vede la luce con la digitalizzazione dei testi, dei suoi e delle immagini riducendo allo stato liquido il tessuto del mondo, un secondo che vede la realizzazione dei personal computer che non hanno più dimensioni gigantesche e/o funzioni prettamente militari perché ciascuno può avere la propria “scrivania” con il proprio “topo” in movimento per gestire i “cassetti” che, nella terza fase, sono tutti messi in comunicazione affinché ciascuno possa accedere a un cassetto dopo l’altro senza limiti, al cassetto dell’altro, senza remore, senza difficoltà. Una rivoluzione che ha portato alla spersonalizzazione e alla frammentazione, ma anche alla perdita di valori e alla perdita di confronto con il reale. Perché filtri e elementi digitali si mettono in conflitto con quella che sarebbe l’esistenza quotidiana creando e dando vita ad un mondo dove vincere è facile perché non c’è confronto. Il risultato è quello della creazione di individui inadatti alla lotta, incapaci di reagire alle difficoltà, nonché individui che fanno della superficialità i nuovi valori e dei vecchi un qualcosa di obsoleto, deprecabile, inutile. Quasi se ne fossero scordati. E siamo parte del “game”, un luogo che è strategia, un luogo in cui la strategia ha funzionato, un luogo a cui ci siamo talmente abituati che pensare a un risultato diverso da quello raggiunto ci fa storcere il naso, il luogo del tutto e subito e del non guadagnato perché ci spetta “di diritto”.
Con “The game” Alessandro Baricco ricostruisce la spina dorsale di questa rivoluzione digitale che ci ha coinvolto e che ci sta coinvolgendo. Il suo è un percorso che va per tappe, per “epoche”. Ci prende per mano, il narratore, ci ricorda degli anni del calciobalilla, dei flipper e dei rudimentali videogiochi in quella che era la dimensione analogica e ci conduce a quella che è l’era digitale dove l’icona dell’uomo-spada-cavallo viene sostituita dall’icona dell’uomo-tastiera-schermo. Questa è la prospettiva attuale di quel sisma rivoluzionario che è riuscito a mutare interamente la postura di noi umani partendo dalla dimensione più intima: la mente. Perché è in questa che la rivoluzione è stata innescata e che tutt’ora è in una corsa costante senza freni e tempo. E non è stato un processo imposto, bensì un qualcosa che abbiamo scelto, accettato poco alla volta, senza quasi rendercene conto tanto da sfuggirci quasi di mano. Una rivoluzione che probabilmente nemmeno i pionieri della stessa avevano così pensato. Probabilmente alla base vi era l’idea del progresso, di evitare che nuovamente le tragedie del Novecento potessero ripresentarsi, eppure l’esito è stato ben oltre quello aspettato e/o, appunto, preventivato. Non esistono più confini, barriere, politiche intellettuali, caste, élite. O almeno non esistono più in quelle che ne erano le vesti originali, abiti facilmente riconoscibili e per questo da cui era plausibile e possibile mettersi in guardia. L’uomo analogico con le sue verità diventa così sfocato, instabile, mobile e non più immobile. Distinguere tra verità e menzogna diventa estremamente complesso. Tutto si riduce a un “game” in cui ci sono partite da vincere. Finiamo con l’essere bombardati dallo stesso gioco, dallo stesso sistema. Fatichiamo a distinguere le notizie false dalle vere, siamo oggetto di pubblicità e propagande continue, finiamo con l’essere strumentalizzati dai nuovi poteri, ci perdiamo con problemi e questioni a cui precedentemente mai avremmo dato lo stesso peso, fino a renderci assuefatti al meccanismo che distrugge le nostre cellule celebrali riducendoci ad organismi plasmabili ad immagine e somiglianza dei potenti di turno. Perché la politica stessa ha sfruttato questo meccanismo e senza difficoltà continua a sbatterci la nostra stessa cecità sotto al naso. Il tutto volontariamente. Perché siamo noi i primi a volere questo, siamo noi i primi a non ribellarci a questo. In parte perché non ci rendiamo conto del pericolo, in parte perché abbiamo perso lo stimolo e/o la voglia di combattere con qualsiasi arma che sia diversa da un click su uno schermo o su un social. Si afferma così l’individualismo di massa che si sostituisce all’individualismo dell’io, si affermano le nuove élite, il tutto assume nuove forme e si afferma una vera e propria seconda guerra di resistenza di pochi.
Questo e molto altro è “The game”. Un saggio di grande intensità che ricostruisce gli ultimi 50 anni di storia umana evidenziando i pro e i contro dell’innovazione tecnologica, senza la pretesa di trovare risposte alle domande, senza obbligare alcuno a conformarsi o meno alla tesi proposta, eppure obbligando il lettore a confrontarvisi. Sta di fatto che il testo è ricco di spunti di riflessione, è devastante nella sua analisi e ricostruzione, è intelligente nella sua analisi e ricostruzione. Non risparmia niente. Nulla è esente dalla ricostruzione. Dalla politica, alle contraddizioni umane, alla volontà del singolo, al populismo diffuso, alla facilità con cui vengono scelte le strade più semplici a discapito delle più ardue, al modo in cui uno strumento dell’evoluzione e del sapere è fuggito dal controllo del suo stesso ideatore. Si può amare, si può odiare, ma non si può negare. Baricco riesce in un’impresa senza eguali e dona al conoscitore un elaborato stratificato che non delude le aspettative.

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kafka62 Opinione inserita da kafka62    03 Ottobre, 2018
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IL PREZZO DEL SOGNO

Una dozzina d’anni fa Gabriele Muccino girò in America un film intitolato “La ricerca della felicità”. Questa pellicola, al di là del suo effettivo valore artistico, aveva il pregio di mettere al centro della trama quello che ritengo sia il fulcro dell’american way of life, ossia il diritto-dovere di lottare per migliorare la propria condizione personale e di ottenere, grazie esclusivamente alle proprie forze, al proprio ingegno e al proprio lavoro, il successo e l’affermazione sociale, la felicità appunto. Se il cinema hollywoodiano, che fin dalle sue origini ama flirtare con l’happy ending, è sempre stato pieno, da Frank Capra fino ai giorni nostri, di storie che si concludono con l’esaltazione apologetica del sogno americano, la letteratura statunitense è stata al contrario maggiormente critica nei confronti di questo sogno, a cui ha spesso (basti pensare a Steinbeck, per fare un solo nome) attribuito le fattezze di una illusoria e crudele chimera. Grossomodo a metà strada si situa l’ultima voce della narrativa d’oltreoceano, Imbolo Mbue, camerunense d’origine e americana d’adozione, che con “Siamo noi i sognatori” (vincitore nel 2017 del PEN/Faulkner Fiction Award) ha voluto dare la sua personale versione dell’american dream. Il suo libro racconta l’odissea della famiglia Jonga, emigrata in America in cerca di fortuna e di migliori opportunità per i propri figli, ma la cui condizione “irregolare”, dovuta alle difficoltà di entrare in possesso della agognata green card e di ottenere in tal modo la cittadinanza americana, la espone a tutte le incertezze e le traversie che al giorno d’oggi accomunano i migranti di tutto il mondo e che i notiziari televisivi continuano quotidianamente a portare, nella loro crudezza, fin dentro le nostre case. Il capofamiglia, Jende, riesce all’inizio del romanzo a ottenere un ben remunerato impiego come autista al servizio di un facoltoso dirigente finanziario di Wall Street, e questo colpo di fortuna sembra indirizzare positivamente i destini della famiglia: le entrate permettono di mettere da parte dei risparmi per i tempi bui, di pagare gli studi della moglie Neni per diventare farmacista e di togliersi perfino dei piccoli sfizi. Al primogenito Liomi si aggiunge una seconda figlia, e l’America appare davvero il paese dove scorrono “latte, miele e libertà”. La crisi economica è però in agguato (siamo nel 2008, e il datore di lavoro di Jende lavora proprio per quella Lehman Brothers il cui fallimento è stato all’origine della più lunga e devastante recessione mondiale dopo quella del 1929) e l’Ufficio Immigrazione tenta in ogni modo di mettere i bastoni tra le ruote del sogno dei Jonga di diventare cittadini americani.
Se nel romanzo della Mbue gli agili e brevi capitoli seguono alternativamente le vicende di Jende e di Neni, raccontando gioie e dolori della loro vita newyorkese, altrettanto vivide si stagliano le figure deuteragonistiche dei coniugi Edwards, Clark e Cindy, le cui telefonate private, gli sfoghi emotivi e perfino le confessioni intime Jende ha modo di ascoltare mentre accompagna il marito alle riunioni di lavoro e la moglie ai pranzi con le amiche. Quando Neni viene a sua volta assunta come domestica e bambinaia per un’estate, ella diviene addirittura una preziosa confidente della ricca e avvenente padrona di casa, lenendo con premurosa sollecitudine la sue angosce. Ben presto si scopre infatti che dietro alla sfarzosa vita degli Edwards (con domestici e autisti che si prendono cura di loro ad ogni ora del giorno, un appartamento nell’Upper East Side e una seconda casa negli Hamptons) non tutto è perfetto come sembra: Clark passa la maggior parte del tempo lontano dalla famiglia e sfoga lo stress lavorativo per mezzo di incontri clandestini con escort di lusso; Cindy annega la sua depressione nell’alcool e nelle pillole; il figlio primogenito Vince manda provocatoriamente all’aria gli ambiziosi piani predisposti per lui dai genitori per andare in India in cerca di pace e di spiritualità. Insomma, se uno degli intenti delle soap opera era, lo ricordiamo, quello di dimostrare che “anche i ricchi piangono”, beh, allora il libro della Mbue può assomigliare un po’ anch’esso a una soap.
In realtà l’approccio scelto in “Siamo noi i sognatori” è molto più problematico di quanto appaia ad una frettolosa lettura. La scrittrice afro-americana riesce infatti nell’intento di analizzare con intelligenza (ed anche una insospettabile leggerezza) la struttura dei rapporti economici del mondo del XXI secolo, un mondo spietato e iniquo che invita chiunque a entrare per assaporare le delizie della società consumistica, ma che, nella sua apparente democraticità, non fa che perpetuare le disuguaglianze e le disparità sociali, a partire dal significato stesso che per ciascuno dei personaggi ha il lavoro. Per gli Edwards esso è il mezzo per mantenere i propri privilegi e i propri status symbol, per i Jonga è l’unica possibilità per non perdere il diritto a rimanere in America e, evitando l’espulsione, a garantire ai propri figli un futuro dignitoso. Anche la crisi economica non è uguale per tutti. Se per gli Ewards essa significa un abbassamento temporaneo del tenore di vita, per i Jonga è invece la rovina completa, il fallimento. Viene qui adombrata in chiave contemporanea la concezione marxista della storia, con la sua divisione della società per classi, il carattere eminentemente transazionale dei rapporti umani e l’alienazione sociale che si riflette persino nelle vite private (“Per la prima volta nella loro lunga storia d’amore ebbe paura che la picchiasse. Era quasi certa che l’avrebbe picchiata. E se l’avesse fatto, avrebbe saputo che non era il suo Jende che la picchiava, ma un essere grottesco creato dalle sofferenze di una vita da immigrato in America.”). C’è una differenza sostanziale, però, rispetto al marxismo: da parte delle classi sociali più povere, degli immigrati e del sottoproletariato urbano vi è una adesione incondizionata all’american way of life, e mai si intuisce alcuna autentica velleità trasformatrice della società. Il signor Edwards è il modello a cui la famiglia di Jende aspira (“un giorno diventerai un pezzo grosso di Wall Street come il signor Edwards”, confida Neni al figlio), e neppure l’improvviso e inopinato licenziamento è in grado di mettere in discussione questa granitica certezza. Anche quando Neni decide di venire sorprendentemente meno ai propri valori morali per salvare la propria famiglia a spese della signora Edwards, non c’è in questa scelta alcuna rivendicazione ideologica né tantomeno alcun rancore personale represso, ma semplicemente un disperato espediente alla Filumena Marturano.
Non posso negare che il romanzo della Mbue soffra di un certo didascalismo di fondo. Si prenda ad esempio il sogno premonitore di Jende, in cui gli imbroglioni che hanno truffato la madre dell’amico prefigurano gli speculatori di Wall Street che con i subprime e i derivati hanno rovinato decine di migliaia di risparmiatori. Viene poi accennato (anche se ironicamente smentito) un parallelismo tra l’America della crisi economica e l’Egitto delle bibliche piaghe, come se le due calamità siano state un comune castigo nei confronti di chi aveva “preferito la ricchezza alla rettitudine, la rapacità alla giustizia”. Anche al netto di certe ovvie semplificazioni, ritenute evidentemente necessarie per far comprendere al lettore medio gli effetti sul mondo reale di una crisi finanziaria epocale (ad esempio, il meccanismo perverso dei prestiti che le banche concedevano largamente prima del 2008 anche a chi non poteva concedere alcuna garanzia viene sintetizzato nel caso di un amico di Jende, il quale perde la casa non potendo più pagare le rate del mutuo), “Siamo noi i sognatori” è un’opera che vanta una discreta complessità psicologica. La perdita del posto di lavoro, l’improvviso abbassamento del tenore di vita e, soprattutto, la paura di dover abbandonare gli Stati Uniti per sempre, innescano nei coniugi Jonga una serie di reazioni non scontate, di dolorosi adattamenti alla realtà, di metamorfosi caratteriali (anche nei rapporti reciproci), che portano Jende e Neni alla fine del romanzo ad essere molto diversi dalle figure candide e ingenue che erano all’inizio (Neni arriva a pensare di divorziare dal marito e fare un matrimonio di convenienza con un americano pur di ottenere la cittadinanza, o addirittura di dare in adozione il figlio per permettergli di continuare a vivere negli Stati Uniti). La Mbue è sincera e parla di cose che evidentemente conosce molto bene, dal momento che molte peripezie passate dai protagonisti devono anche essere state le sue, da quando, diciassettenne, mise per la prima volta piede negli Stati Uniti. La sua prosa semplice e scorrevole, abbastanza elementare nella sintassi e nel lessico (con il ricorso frequente a termini africani), è comunque efficace (nonostante qualche buonismo di troppo) nel costruire personaggi di notevole spessore (soprattutto quelli femminili di Neni e Cindy, dolorosamente sfaccettati, a fronte di una maggiore prevedibilità di quelli maschili) e nel mettere a confronto (a volte anche con effetti che rasentano l’umorismo) due culture così diverse e per certi versi inconciliabili come quella occidentale e quella africana. Il finale conciliatorio, che sembra contraddire il cinismo di altre parti del romanzo, non deve trarre in inganno. Quella che risuona nella testa del lettore, una volta chiuso il libro, è soprattutto una domanda (che la situazione dell’America odierna, in cui a Obama è succeduto Trump, rende ancora più pressante): se il sogno americano è quello descritto dalla Mbue, valeva davvero la pena sognarlo?

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    01 Ottobre, 2018
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Rivoluzioni tradite

Disillusione, dolore, rabbia accompagnano la lettura del nuovo bellissimo romanzo che riporta all’attenzione dei lettori italiani lo scrittore egiziano ‘Ala al-Aswani, tra i più noti, nonché discussi, autori contemporanei del mondo arabo. Fin dai tempi di “Palazzo Yacoubian”, esploso come caso editoriale nel 2002 (pubblicato in Italia quattro anni dopo), al-Aswani squarcia impietosamente il velo dietro cui si celano le profonde contraddizioni, l’ipocrita strumentalizzazione della religione e l’immensa voragine della corruzione della società egiziana.
Stavolta, però, tutto ciò fa da cornice e miccia esplosiva alla rivoluzione che infiammò il Paese nordafricano nel 2011, nell’ambito della cosiddetta Primavera araba sfiorita anzitempo. Passo dopo passo, si viene condotti proprio nel cuore di quella rivoluzione che vide in particolare la città del Cairo farsi tragico teatro di imponenti manifestazioni popolari che chiedevano a gran voce la caduta dell’allora presidente Hosni Mubarak e dell’ancien régime locale; ad animarle, migliaia di studenti universitari e cittadini comuni, proprio come Khaled, Asma’ e Ashraf, tra i protagonisti di questo libro che, con sguardo attento e partecipe, cerca di ripercorrere le tappe e andare a fondo di un avvenimento storico di tale portata. Del resto, l’autore, medico diviso tra letteratura e impegno politico, partecipò attivamente alle giornate di protesta, tant’è che le intense pagine che le raccontano, sia attraverso le vicende dei personaggi creati dalla sua penna sia attraverso l’efficace inserimento di alcune voci fuori campo che sanno tutt’altro che di fiction, finiscono per diventare una drammatica testimonianza di tutto quel tumultuoso periodo.

“Sono corso verso il Nilo. I gas lacrimogeni ammorbavano l’aria e io piangevo. Non so se per il gas, per il ragazzo morto, per me stesso, o per tutte queste cose insieme. Mentre mi allontanavo, ho visto con i miei occhi dei corpi maciullati dal passaggio dell’autoblindo. Budella, cervella, gambe, persone tagliate a metà. Ecco cosa ho visto. Ma il peggio è stato vedere la gente che correva in preda al panico e calpestava tutti quei brandelli. Nessuno ci pensava, a tutti interessava solo mettersi in salvo. Avete idea di cosa vuol dire avere davanti il corpo di un martire, vedere che tutti gli passano sopra, che lo calpestano, che lo spostano senza neanche guardare giù?”

Dunque, una scrittura, quella di al-Aswani che si fa impegno civile, gridando, pur nel silenzio dell’inchiostro, e puntando il dito anzitutto contro le ingiustizie e i corrotti a vario titolo, dai gradini più bassi fino ai vertici delle medesime istituzioni politico-giudiziarie e militari, ma anche contro la troppo spesso indifferente passività da parte della popolazione egiziana nel suo insieme alla quale, a conti fatti, non sembra stare a cuore altro se non portare a casa uno stipendio e sopravvivere, anche a scapito della propria dignità di esseri umani. Pazienza se i ricchi e i potenti continueranno a schiacciare i poveri e gli ultimi fra gli ultimi che popolano le periferie più estreme sommerse da cumuli di rifiuti, l’importante è campare… Per chi e per che cosa hanno allora sputato lacrime e sangue, si domandano con profonda amarezza, gli sconfitti di Piazza Tahrir, i ragazzi feriti e incarcerati, le ragazze umiliate e stuprate nelle caserme. A che cosa è valso, infine, il sacrificio di tante giovani vite spezzate, dal momento che in Egitto niente è cambiato?
Già, perché, anche se Mubarak è caduto, purtroppo il regime corrotto è rimasto in piedi e ben saldo al potere, con l’esercito e i servizi segreti di sicurezza che spadroneggiano indisturbati; mentre si legge l’atrocità delle loro torture, il pensiero non può non correre al nostro Giulio Regeni la cui memoria attende ancora giustizia, al pari di quella delle vittime egiziane che hanno visto tradita la loro rivoluzione proprio da quello stesso popolo per il quale essa era stata avviata. Ma sono davvero così inconciliabili la democrazia e il rispetto dei diritti umani con la fede islamica? Seppure tale quesito sembri aleggiare sconfortante senza risposta tra le pagine conclusive del romanzo, già nel corso della narrazione le parole di chi è animato da autentica onestà e vorrebbe mutare in meglio il volto del Paese non lasciano dubbi: il problema non è l’Islam, come qualcuno avrebbe interesse a far credere, ma la corruzione, la brama di potere e di denaro e l’Egitto, lascia intendere l’autore, si merita ben altro rispetto ai generali e ai ciarlatani travestiti da santoni che sviliscono patria e religione riempiendosi indegnamente la bocca con il nome di Allah, a cui si addebita uno status quo putrescente che sarebbe pure tempo di cambiare.
Un libro da leggere, tutt’altro che pesante malgrado i temi trattati. Consigliabile a chi già conosca altri romanzi di al-Aswani (la cui scrittura, oltretutto, è godibilissima, a tratti particolarmente abile a fare sottile ironia sulle alte divise e sul velo indossato da certe pie donne “musulmane”) e, soprattutto, a chi abbia interesse ad approfondire la rivoluzione del 2011 e a conoscere la fasulla democrazia egiziana, in parte economicamente sostenuta – facciamo mea culpa – dall’ipocrisia delle diplomazie occidentali. Nella speranza che, un domani non troppo lontano, Piazza Tahrir possa davvero essere degna del nome che porta: Piazza della Liberazione.


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Mian88 Opinione inserita da Mian88    27 Settembre, 2018
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Poveglia: mistero, presente, passato.

«In fondo, pensò, lo aveva in tutte le cose, soprattutto nella vita degli uomini: la notte trascina tutto in una direzione oscura, e ciò che di giorno ci sfiora e poi sfugge via in un sussurro, nel buio e nel silenzio della notte ingigantisce fino a scuoterci nelle viscere; sia che si tratti di paure, di sofferenze o di ricordi. […] Non era poi così difficile, da credere: facciamo fatica a resistere quando la notte è breve, figurarsi se dovesse diventare quasi perenne» p. 42

Essendo stata un lazzaretto durante la peste di fine Settecento nonché sede di un manicomio negli anni centrali del ‘900, Poveglia, è ad oggi un’isola abbandonata nel veneziano, un luogo di miti e leggende, un luogo di fatto abitato solo e soltanto dalle anime delle vittime della morte. Eppure, c’è chi ha pensato e ha ritenuto che questa fosse la località ideale per espandere una già avviata attività commerciale nel settore della ristorazione, e questa persona nient’altro non è che Rodigro Leone che più nel dettaglio ha deciso di acquistare l’intero territorio di sette virgola venticinque ettari per dar vita ad uno specifico progetto consistente nell’adibire ogni zona della medesima ad una specifica destinazione culinaria con tanto di vere e proprie zone di degustazione e arredamenti a tema. Il visitatore potrà così sentirsi tanto a Tokyo quanto a Parigi e decidere di gustare tanto le specialità russe che cilene, per fare un esempio. Progetto ambizioso per tutti ma non per Rodigro che, per realizzarlo e sfatare il mito costituisce una vera e propria squadra composta da una influencer di nome Elena, di invidiabile bellezza e milioni di follower su Instagram, un acchiappa fantasmi olandese di nome Van Dijk, un noto blogger con il sogno di scrivere e ex compagno di scuola dell’imprenditore, Oscar, Virgilio, amico di quest’ultimo e con specifiche competenze in materia di territorio e infine Rossella, giornalista, sorella dell’impresario e amore giovanile di Oscar.
La permanenza sull’isola mette sin dal principio i protagonisti all’erta, misteriose visioni fanno seguito al loro arrivo e al contempo vengono rinvenuti all’interno della struttura adibita a reparto psichiatrico strani nastri, datati e incisi a mo’ di diario dai vari abitanti del posto negli anni del suo utilizzo a manicomio e più precisamente dal medico Edmund e sua moglie Elvira, un infermiere, cinquanta pazienti e un parroco. Ma cosa è accaduto davvero sull’isola in quegli anni? Di chi sono le voci che dai nastri emergono e che a loro volta dichiarano di aver sentito altre voci? Quale mistero si nasconde in questo luogo di sangue e dolore? Che l’isola sia davvero infestata? O che ora, come allora, il morbo del terrore abbia preso campo suggestionando quella che era la psiche di persone isolate dal mondo e già psicologicamente fragili?
Con “Il morbo del terrore” Valerio Finizio ci regala un testo caratterizzato da quel giusto connubio tra ironia e riflessione e da una storia che sin dalle prime pagine si distingue dalle altre conquistando il lettore vincendo i preconcetti dello stesso. La penna dell’autore è magnetica, fluente, diretta, non si perde in digressioni inutili e non pretende di essere erudita seppur non si confini alla semplicità e impersonalità che spesso è propria di chi ancora non ha fatto il suo esordio nel mondo della scrittura, e a maggior ragione per questo riesce a dar vita a luoghi e sensazioni, a immedesimare chi legge, a incuriosirlo e a renderlo partecipe. Non solo. Altra maestria che è propria dell’esordiente scrittore è quella di dar vita a un elaborato che sulle prime faccia pensare a un thriller che fa leva sul paranormale e l’horror propri dell’isola infestata di turno, quando in realtà riesce a contenere molto più perché riesce a staccarsi da questo presunto genere di appartenenza per confluire in quello di avventura con caratteri anche di amore e spunti di meditazione sulla società moderna e sul come l’uomo si stia evolvendo nel tempo e a fronte dell’avvento dei social network. Pertanto, da una storia che può sapere di “risentito”, il narratore riesce a dare quel tocco di originalità che fa la differenza. Il tutto in modo molto lineare, senza strafare. Il testo tiene bene, non mancano i colpi di scena e l’intreccio è solido. Unica remora, la parte finale che è buona ed è calzante ai fini anche se rischia di cadere nel surreale assonandosi, indirettamente, a testi di fantascienza contemporanei nonché a pellicole cinematografiche.
In conclusione, un romanzo godibilissimo, che fa venir voglia di conoscere ancora questo scrittore, che incuriosisce su Poveglia stessa e che rappresenta una buonissima base di partenza. Cosa ci riserverà ancora Finizio in futuro? Siamo curiosi di scoprirlo. Aspettiamo il tuo prossimo romanzo, Valerio.

«Desideriamo tante cose, nella nostra vita, alcune le cerchiamo ardentemente da perdere il senno. Scaviamo con le unghie fino a farle sanguinare. Eppure, quando la nostra ricerca sta per finire… allora cambia tutto. Iniziamo a chiederci se quello per cui abbiamo lottato per così tanto tempo sia quel che vogliamo davvero.» p.68

«Per quanto non lo voglia ammettere, l’uomo è un animale sociale e ha bisogno di qualcuno con cui condividere pensieri, emozioni, esperienze. Ma a discapito di questa nostra necessità, ci stiamo trasformando sempre più in lupi solitari, che al posto dei sentimenti veri accettano surrogati digitali senza il minimo valore. Ci circondiamo di amici virtuali, di persone che non conosceremo mai davvero, e crediamo che avendone sempre di più potremo colmare questo vuoto che sentiamo dentro. Ma non bastano mai, e continuiamo a gettare il nostro tempo nella tazza del cesso. E l’amore insieme al tempo, con un unico colpo di scarico. È passato di moda, l’amore, come fosse un semplice grammofono: ha segnato un’epoca ormai passata, e oggi se ne sta nelle soffitte a prendere polvere insieme agli insetti e ai suoi dischi in vinile» p. 98

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    27 Settembre, 2018
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Hap, Leonard ed il Professore “Segregazionista”

Hap Collins s’è appena sposato con l’amata Brett Sawyer. Durante la festa di nozze, a base di hamburger e salsicce cotti sul barbecue, si presentano due individui (una donna anziana, Judith, e suo figlio, Thomas) che si fanno riconoscere immediatamente come Pentacostali, per i quali solo il “bianco è bello e puro”, mentre il nero (anzi “negro”) va evitato con ogni precauzione. Leonard Pine, socio di Hap, ma inequivocabilmente molto scuro di pelle, e anche di carattere, oltre che dichiaratamente gay, li prende subito di petto. Però, in fondo, sono clienti paganti e, alla fine, i due investigatori accettano di ascoltarli. Essi li incaricano di ritrovare la figlia di Judith o, almeno, di fargli saper se è viva o morta. Jackie, meglio nota come Jackrabbit, per via dei grossi incisivi da coniglio, dopo aver smarrito la retta via, rinnegata la fede di famiglia, essersi trasferita a Marvel Creek con persone di dubbia reputazione e, addirittura, accoppiata con un nero di nome Ace (orrore!), è scomparsa da settimane, forse mesi. Potrebbe pure essere stata uccisa.
Hap e Leonard si mettono in viaggio per la cittadina che, tra le altre cose, è il paese natale dei due. Qui faranno la conoscenza con una cricca numerosa (e pericolosa) di razzisti furenti, capeggiati da un tal Professore che si definisce, eufemisticamente, “segregazionista” solo perché sa parlar forbito e si veste con eleganza, ma che, in effetti, è il più arrabbiato di tutti.
L’indagine li porterà più volte a scontrarsi con loro e, in una escalation di botte e sparatorie, a rischiare personalmente la vita. Tuttavia, ormai, non si tratta solo di portare a termine con professionalità il mandato ricevuto. Scoprire cos'è accaduto a Jackrabbit è diventata proprio una questione di principio!

Avevo già fatto la conoscenza con Lansdale leggendo “La Foresta” che mi aveva interessato e stupito, per la ricostruzione di un Texas duro e crudo, magari sboccato, ma molto credibile. Non conoscevo per nulla, invece, i personaggi di Hap e Leonard, coppia decisamente particolare di investigatori privati in bianco e nero. Sono i protagonisti di una lunga serie di romanzi (22 pubblicati in USA, undici tradotti in italiano), ambientata in un East Texas brutale e scurrile; saga che è divenuta un serial TV di successo.
Questo romanzo, penultimo del ciclo, ha una trama piuttosto povera. La ricerca di Jackrabbit, infatti, si può condensare tutta nella continua contrapposizione dei due eroi, buoni (si fa per dire!), coraggiosi e liberal, contro la marea montante dei razzisti, ottusi, brutali ed avidi, che mentono in continuazione, li aggrediscono per principio e che, alla fine, vengono affrontati, e via via eliminati, in una progressione di insulti, violenza e morti, non diversamente da quello che potrebbe avvenire in un fumettone pulp o in un TV movie di serie B.
Lo stile di Lansdale è particolarissimo ed è quasi un suo marchio di fabbrica. Tutti i personaggi, nessuno escluso (comprese le ragazze) si esprimono esclusivamente con un linguaggio pesantemente scurrile ricorrendo a continue metafore di contenuto scatologico che vorrebbero essere battute ironiche, quando, addirittura non umoristiche, ma che colpiscono il segno solo una volta ogni tanto. Per altro, la voce narrante (Hap) rincara la dose di oscenità con i suoi commenti “fuori campo”.
Questa tecnica narrativa, se all'inizio può essere anche divertente (soprattutto per chi è nuovo del genere), alla fine risulta abbastanza tediosa, perché mostra una certa artificiosità, sovrabbondanza ed eccessiva ripetitività. Al contrario la descrizione dei personaggi è piuttosto approssimativa e sommaria. Tutti sono più o meno fungibili tra di loro e non è individuabile una loro caratterizzazione nei loro comportamenti o nei loro dialoghi.
L’agilità della narrazione rende comunque facile la lettura e si giunge, in fretta, al termine del racconto, peraltro senza essere stupiti da colpi di scena imprevisti o trovate narrative stupefacenti.
Ciò che rimane, alla fine, è la sensazione di aver letto un volumetto di pura evasione; un libricino che non lascerà (né, onestamente, pretende di lasciare) alcuna traccia nel lettore, ma che consente di passare qualche ora di assoluta astrazione dalla realtà, perché si spera che l’East Texas non sia davvero com'è descritto, assistendo, da spettatori indifferenti e neutrali, a quella che potrebbe essere descritta come una mega rissa da saloon lunga duecento cinquanta pagine. Dimenticabile.

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Consigliato a chi ha apprezzato i precedenti romanzi con protagonisti Hap e Leonard, anche se, rispetto a ciò che conoscevo di Lansdale, questo libro mi è sembrato un po' sottotono e "tirato via".
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    26 Settembre, 2018
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Tracce di romanzi minimi

"Hanno scoperto una cosa sull’amore. Una cosa scientifica. Hanno fatto degli studi per capire che cosa tiene unite le coppie. Sapete che cos’è? Non è l’andare d’accordo. Non sono i soldi, o i figli, o una visione condivisa della vita. E’ avere cura uno dell’altro. Le piccole gentilezze reciproche. Passarsi la marmellata a colazione. Oppure, durante un viaggio a New York, tenersi per mano un istante nell’ascensore della metropolitana. Chiedere: ‘Com’è andata la giornata?’ facendo finta che ti interessi. E’ questa la roba che funziona.”

Questa è una, solo una cosa sull’amore; nell’intero libro, l’unico riferimento espresso al titolo.
In realtà, la cosa sull’amore di cui parla Eugenides nei suoi dieci racconti sono quelle tante cose su cui ciascuno riversa se stesso, l’umana necessità di “sentire” amore (nel darlo e nel riceverlo).
Per Charlie quella cosa sull’amore è restare nascosto in una siepe a guardare attraverso la finestra di casa, immobile per non farsi scoprire mentre viola la distanza di cinquanta metri dalla sua famiglia stabilita dall’ordinanza restrittiva di un giudice (“Trova il cattivo”).
Per Mitchell è il paradiso che, nel pieno della notte del Bengala, riesce ad assaporare nel ritmo della terra, nel sale che si succhia dalla pelle, nel sangue che sente pulsare alla luce della luna, nonostante la malattia contratta in quei posti lontani da casa, nonostante la consapevolezza che le persone che lo amano, dopo il suo prosciugarsi, non capiranno (“Posta aerea”).
Per Tomasina, alle soglie dei quarant’anni (passati a rendere inattaccabile la sua posizione di manager aziendale, e quindi il suo tenore di vita), quella cosa sull’amore è la maternità – ora è l’ultima occasione, oltre sarà troppo tardi – da ottenere attraverso la selezione del miglior seme dei propri conoscenti (“Siringa per ungere la carne”).
Per Kendall, è la capacità che avevano i suoi genitori di rendere la casa ordinata e accogliente, ciò che lui, in condizioni di relativa povertà, non riesce a garantire ai propri figli, e che lo convince ad organizzare una truffa impossibile ai danni del suo datore di lavoro ("Great experiment").

C’è una letteratura americana contemporanea che sa guardare i propri personaggi nella quotidianità, sa descriverli intenti in quelle cose nelle quali la vita ha (o dovrebbe avere) davvero un senso. Jeffrey Eugenides, nato a Detroit da famiglia di origini greche, fa parte di questa tendenza a pieno titolo: i suoi racconti sono curati, eterogenei, venati di umanità. Sembrano tracce di romanzi che intendono ripiegarsi discretamente su se stessi, lasciando al lettore la possibilità di immaginare una storia che prosegua oltre la sua trama. Merito di personaggi ottimamente descritti e caratterizzati (anche in quei racconti che appaiono un po’ meno riusciti), cui non mancano sprazzi di intensa ironia, o di disillusione.
In definitiva, uno stile ed una sostanza da scrittore vero, capace di generare nei lettori la sana curiosità di seguire le storie, e consumarne le pagine.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    23 Settembre, 2018
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L'isola, il violino, l'amore

Nel nuovo romanzo di Valentina D'Urbano, “Isola di Neve”si intrecciano due storie parallele: una ambientata fra l'estate e l'autunno del 1952, l'altra fra l'autunno del 2004 e l'inverno del 2005. Entrambi gli intrecci si svolgono su un'immaginaria isoletta italiana, forse collocata nel Tirreno centrale (da lì si può raggiungere in qualche ora Roma), chiamata Novembre, e sulla sua “gemella”, un'altra piccola isola dove era collocato un carcere di massima sicurezza, Santa Brigida.

La vicenda del 2004 ha per protagonista Manuel, un giovane di 28 anni che ha lasciato Roma dopo aver compiuto un atto di cui si pente e si vergogna moltissimo. Manuel è un alcolista , sente di aver compromesso per sempre la sua vita e si rifugia sull'isoletta dove hanno abitato per tutta la vita i suoi nonni, Libero e Livia, e dov'è nata sua madre, per nascondersi dal mondo e trovare un po' di pace. La notte però non può dormire: qualcuno suona il violino in un modo travolgente ed appassionato, sicuramente un professionista. Così conosce Edith, violinista dal talento straordinario, che gli racconta di una vicenda avvenuta sull'isola una cinquantina di anni prima e che ha come protagonista un famoso musicista originario di Dresda, proprio come lei, Andreas von Berger, rinchiuso per qualche mese nel carcere di Santa Brigida. Manuel ed Edith vogliono riuscire a ricostruire quella storia dimenticata: c'è di mezzo un preziosissimo violino perduto, una partitura da ritrovare e soprattutto, una struggente storia d'amore da sottrarre all'oblio del tempo.
Quale sarà il filo che collega Manuel ed Edith al violinista Andreas von Berger ed alla sua amata, Neve?

Nel corso delle 500 pagine del romanzo il lettore troverà la risposta a tutti gli enigmi che l'autrice ha sapientemente disseminato nella prima parte del libro. Personalmente però non mi è piaciuto il finale del testo: mi è sembrato troppo forzato ed abbastanza inverosimile, come se lo scopo della narrazione fosse unicamente quello di stupire il lettore con effetti speciali. L'ho trovato macchinoso e più adatto ad altri generi letterari.
Si tratta comunque di un romanzo piacevole e che presenta una buona dose di romanticismo; leggendolo non correremo certo il rischio di annoiarci. Viene stimolata in continuazione la nostra curiosità, lo stile dell'autrice è fluido ed espressivo, il libro si legge tutto d'un fiato. Sicuramente Valentina D'Urbano sa raccontare emozioni e sentimenti.
Avrei preferito però un romanzo meno costruito ed artificiale nella trama e più genuino e profondo.

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siti Opinione inserita da siti    23 Settembre, 2018
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OGNI UOMO TREMA

È un resoconto dettagliato di uno stato patologico, quello legato alla depressione, che accompagna l’autore, un quarantacinquenne, nel suo percorso di vita. Ha il sapore dell’amarezza quando i limiti imposti dalla malattia si fanno insopportabili, paralizzanti ed escludenti. Ha il sapore della speranza quando il paziente cerca l’aiuto del medico e si affida alla chimica per ristabilire gli scompensi che causano il suo malessere. Ha il sapore del disinganno quando ci si imbatte nella scarsa empatia di chi lo dovrebbe sostenere. Ha tutta la magia di un tentativo di vivere nel racconto della quotidianità in seno alla sua famiglia: è sposato e ha un bimbo piccolo. Riesce ad amare e a essere amato. Lavora e anche in quell’ambiente, almeno quello più recente, trova comprensione.
Dietro la storia personale della malattia c’è in fondo il male di vivere, quello di tutti. C’è poi quello specifico, la depressione, una cassa di risonanza quasi delle stesse percezioni e difficoltà che si sposano alla condizione umana. C’è inoltre una grande capacità di razionalizzare lo stato patologico, di scinderlo dalla vera essenza della persona. Vi è poi il vissuto, a partire dall’infanzia, l’abbandono del padre e la punizione inferta dal figlio che a sua volta lo negherà impedendogli il proseguimento del loro rapporto. C’è poi il figlioletto suo che chiede del nonno…
È un contributo interessante per chi ha nella sua sfera di interessi le scienze umane. È però anche una bella storia, come quella che si potrebbe leggere in un romanzo. Il taglio autobiografico, la narrazione in prima persona, lo stile chiaro e limpido, i numerosi riferimenti culturali – si spazia dalla musica, al cinema, alla letteratura – lo rendono un libro adatto a tutti. Conoscere la prospettiva dell’altro è sempre illuminante.

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Il male oscuro
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    22 Settembre, 2018
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Una, unica e irripetibile.

La vita d’ogni singolo individuo è in sé unica e irripetibile. Ogni vita è l’insieme di tante storie, ma tra tante storie ce n’è sempre una che conta più delle altre, che si ricorda, si racconta o si tace in un involontario processo di avvicinamento alla verità dei fatti che hanno fatto di noi ciò che siamo.
Da qui trae spunto il bellissimo romanzo di Julian Barnes, “L’unica storia”, un’opera che analizza con spietata veridicità l’animo e i sentimenti umani, senza nulla concedere a una soverchia indulgenza.
Diamo innanzitutto uno sguardo alla sopracoperta dell’edizione Einaudi: come sempre le copertine offrono al lettore spunti di riflessione assai importanti. La realizzazione è di Marco Campedelli ed è intitolata “Handwriting” . Essa riproduce a lapis su carta il titolo del romanzo “L’unica storia” in bella calligrafia, e sostituisce il titolo in stampatello cancellato da un tratto deciso e inequivocabile. Ciò rende immediatamente chiaro il pensiero che si vuole trasmettere: ogni storia è unica come unica è la vita, come unica e significativa è la grafia di ogni individuo.
Il romanzo è diviso in tre parti e anche questa scelta non è casuale. La narrazione della prima parte è affidata allo stesso narratore protagonista della storia, che racconta come, giovane diciannovenne, si innamori di una cinquantenne e venga completamente preso dal fascino di lei e dall’audacia di una relazione così trasgressiva.
Nella seconda parte del romanzo, il capitolo Due, il narratore, Paul, comincia a prendere le distanze da sé come protagonista, alternando sempre più spesso la seconda persona alla prima, come a voler raccontare e spiegare a se stesso i fatti in un tentativo di maggiore obiettività. I fatti narrati mostrano un crescendo di dolorose esperienze e perciò stesso un maggiore distacco dal protagonista diviene assolutamente funzionale al romanzo.
La terza parte, infine, il capitolo Tre, è in terza persona. Il narratore personaggio scompare, i fatti sono presentati nella loro realtà, nell’intento di dare massima credibilità alla storia e allo stesso tempo di offrire una possibilità di riscatto al protagonista.
Ciò per quanto riguarda la struttura del romanzo. Per quanto attiene al contenuto, anche in questo romanzo, come ne “Il senso di una fine”, l’elemento dominante è il tempo. Il tempo che coincide con la vita dell'uomo e la condiziona, il tempo come accumulo generato dal movimento, il tempo che ci vede giovani e poi inesorabilmente vecchi. Il tempo domina tutto, trasforma le persone e i sentimenti, esalta e avvilisce le relazioni, alimenta e distrugge l’amore. E al concetto del tempo è legata la funzione della memoria che permette di rivivere il passato con nostalgia ma con più equilibrato e corretto distacco.
Non è questo il solito romanzo di iniziazione sessuale, non è questa la solita breve storia di una passione fuori dagli schemi, non siamo di fronte al giovane laureato e a una Mrs Robinson, né Paul e il semplice giovane seduttore, non a caso spesso si accenna a lui come “bel ami”, qui siamo di fronte ad un approfondito esame dell’animo umano, di come esso reagisce nelle varie stagioni della vita di fronte all’amore che non sempre si presenta nel suo aspetto più convenzionale e tradizionale.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    21 Settembre, 2018
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Vivere e lasciar vivere

Che cosa spinge un giovane musulmano, nato e cresciuto in Europa, a imbottirsi d’esplosivo per farsi saltare in aria in mezzo alla folla di una metropoli occidentale? Perché in tanti, troppi, si lasciano abbagliare dalle parole di falsi profeti che istigano alla violenza quale unica strada da seguire? Cosa alimenta la rabbia delle periferie, smisurata a tal punto da sfociare in attentati e massacri indiscriminati perpetrati in nome di Dio?
Avvincente ed emozionante, l’atteso nuovo romanzo di Yasmina Khadra cerca di trovare risposte a tali quesiti, presentandosi come una lettura particolarmente invitante per chi sia interessato ad approfondire temi di forte attualità come quelli dell’integrazione e del terrorismo legato all’estremismo islamico. Fin dall’incipit, l’argomento viene affrontato di petto, senza mezzi termini: “Eravamo quattro kamikaze. La nostra missione consisteva nel trasformare la festa allo Stade de France in un lutto planetario.”
Lo scenario iniziale prescelto è quello della Parigi degli attentati del 13 novembre 2015, ancora ben vivi nella memoria dell’opinione pubblica internazionale. Khalil, il protagonista, un ragazzo di origini marocchine che vive in Belgio, è uno dei kamikaze incaricati d’innescare la miccia di quel grande macello che avrebbe avuto risonanza a livello appunto planetario. Qualcosa, però, va storto e per lui, destinato al paradiso dei cosiddetti martiri, si apre sulla terra stessa un inferno forse peggiore di quello dell’oltretomba. Ventitré anni vissuti tra problemi familiari, insuccessi scolastici e disoccupazione, il giovane appartiene alla seconda generazione d’immigrati per la quale, in molti casi, la piena integrazione nel Paese di accoglienza non si è realizzata e il cui disagio e aspirazioni frustrate vengono intercettate da organizzazioni terroristiche subdolamente mascherate da moschee e centri culturali; da qui a ritrovarsi reclutati in operazioni suicide il passo è più breve di quel che si possa immaginare.

“Poi una sera un vicino, un amico o qualcuno che conosci appena comincia a elogiare le prediche dell’imam dell’angolo. […] Alla fine ti convince a seguirlo nel buco dove officia l’imam. […]E così eccoti lì a orecchiare distrattamente, annoiandoti in mezzo al gregge. […] Quanto all’imam, ha una risposta a tutte le domande su cui un tempo ti arrovellavi senza trovare un indizio che ti illuminasse. L’imam ti rimanda alle tue sconfitte, alle vessazioni che credevi di aver superato, alle ferite mai cicatrizzate – il poveraccio diventa tuo sosia, il ribelle tuo fratello siamese, le prediche la tua valvola di sfogo, la violenza la tua legittimazione. Al diavolo i razzisti, a morte gli islamofobi: non porgerai più l’altra guancia.”

Non esser riuscito a portare a termine la missione parigina, oltretutto non per responsabilità propria, non gli preclude la possibilità di prendere parte a un’altra operazione, pianificata con estrema cura, ma nel frattempo, prima che il destino di Khalil si possa compiere in una famosa e affollata piazza di Marrakech, l’imprevedibile lo colpirà negli affetti più cari, all’improvviso e senza pietà, facendo vacillare la fortezza delle sue convinzioni incrollabili e la fede cieca riposta in un Islam manipolato ad arte da chi, caso strano, quando è il momento di agire, non indossa mai cinture esplosive né si sporca le mani di sangue in prima persona.
Con un ottimo stile narrativo che fa perno su un io narrante straordinariamente coinvolgente e convincente, la penna dello scrittore algerino ci sorprende con una storia drammatica che non può non indurre a riflettere; una storia che, attraverso tutti i suoi personaggi, da quelli principali a quelli secondari, tenta di scavare a fondo nella questione, e forse ci riesce pure, evitando banalità e spiegazioni superficiali e andando oltre il concetto di jihad così come ci viene somministrato in modo semplicistico dall’informazione dei media. Parola dopo parola, Yasmina Khadra analizza una pericolosa situazione in seno all’Occidente che si deve sì combattere, ma soprattutto prevenire; ci sono intere pagine davvero significative che danno vita al tormentato monologo interiore del giovane Khalil, pagine in cui, se le si legge e rilegge con attenzione, sta la chiave di tutto.
Il libro punta il dito contro il terrorismo e il fatto che l’autore sia musulmano dà ancor più rilevanza a tale condanna senz’appello; oltretutto, la sua non è una voce isolata all’interno del mondo islamico poiché nessun vero credente può accettare che si commettano simili atrocità in nome di Allah e del suo Profeta. Spesso si addita il Corano in quanto testo che incita alla violenza, ma in realtà i versetti incriminati andrebbero anzitutto contestualizzati, cioè valutati tenendo ben conto dell’epoca storica e del contesto socio-politico in cui essi furono rivelati; del resto, a ben vedere, anche la nostra Bibbia si presenta molto dura sotto certi aspetti, nessuno però si sogna di applicare alla lettera quanto lì scritto altrimenti dovremmo ridurci a sottostare alla legge del taglione. E poi il libro sacro dell’Islam, estremamente complesso anche per i musulmani stessi, afferma tanto altro in fatto di giustizia, pace e conoscenza tra i popoli e i ragazzi indottrinati nelle pseudomoschee delle città europee, proprio come emerge dai fatti di cronaca e anche dal romanzo di Khadra, per lo più non leggono il Corano, accontentandosi delle dubbie interpretazioni di ciarlatani e sedicenti califfi che mistificano la parola di Dio.
Dalle pagine di questo libro, dunque, arriva inequivocabile la condanna del terrorismo, ma anche un monito all’Europa e all’Occidente in generale: agire affinché si combattano, in primis attraverso l’istruzione, razzismo e islamofobia che non hanno ragion d’essere e che, purtroppo, dilagano ormai nelle nostre società tronfie di una superiorità più presunta che reale; e poi impegnarsi per sradicare povertà, ineguaglianza e ignoranza, prima a casa nostra e magari anche in giro per il mondo. Perché senza seminare giustizia ci autodistruggeremo e fra cento anni staremo ancora a parlare di guerre sante facendo il gioco di coloro che con esse ci guadagnano. Soltanto così si potranno arginare l’odio e la rabbia delle periferie, sia quelle delle nostre città dove si concentrano gli immigrati sia di quelle tra le più povere del mondo. Soltanto così si potrà di nuovo nutrire speranza nel futuro. Perché, per dirla con le parole del vecchio Moka, uno dei tanti sconfitti dei quartieri ghetto come quello di Molenbeek, che riecheggeranno alla fine del romanzo, il segreto è “vivere e lasciare vivere. Niente è più prezioso della vita e nessuno ha il diritto di toglierla.”

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    20 Settembre, 2018
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Margherita & Achille

Lo Chef Achille Malventi ha ottantasette anni, è abruzzese di Pescocostanzo, è arrivato a Venezia sessant’anni fa, è alto un metro e cinquantaquattro, è un fascista ed è un uomo incredibilmente ostinato. Sua figlia Margherita, a sua volta Chef, è una ragazza insicura, premurosa, piena di aspettative, e ansiosa nei confronti del padre. II loro rapporto è sempre stato molto particolare: mentre lei cercava di avvicinarvisi, di creare un ponte tra i due, di proteggerlo da se stesso, dal suo essere così maniacalmente in conflitto con il mondo a causa del suo perenne senso di inferiorità dettato dalla modesta altezza, lui è sempre andato dritto per la sua strada per le sue idee, si è fidato delle persona più sbagliate, incurante dei consigli e delle conseguenze, incurante di quelli che erano i rapporti affettivi con la moglie Teresa e la figlia medesima. Il viaggio a Milano presso gli studi del programma Chef Test dove è stato invitato per presentare l’autentica pasta alla Gricia, è dunque l’occasione giusta per cercare di salvare e migliorare il loro rapporto. O almeno è quello che pensa lei perché per lui non è altro che un espediente per rivendicare il torto subito con la perdita forzata del ristorante. È cioè il suo modo di avere giustizia. Ma è anche in questo arco temporale di un giorno e mezzo dove Margherita riesamina il passato e il presente, dove cerca di guardare le situazioni dall’interno e dall’esterno, che i due incontrano Jules; un uomo misterioso, un mago, un illusionista. Chissà. Di fatto, la protagonista sente sin dal primo sguardo una complicità fortissima con il francese, una complicità, una empatia e una comprensione che invece non sente con il fidanzato Luca con cui ha intrapreso una relazione amorosa da ben dodici anni. Jules sembra leggerle dentro, la riconosce per la donna di luna che è, ne è affascinato e le offre, in una semplice conversazione notturna in un bar d’albergo, quelle attenzioni e quegli sguardi che non ha forse mai ricevuto dal suo compagno, un avvocato ingabbiato nel suo lavoro, una persona che ha sempre sminuito l’arte del cucinare quasi fosse un hobby, una persona che ha sempre preteso e mai dato. Tornati a Venezia padre e figlia restano in attesa; lui della messa in onda, lei di comprendere il perché continua a sentire la scia di un così labile rendez-vuos.
Andrea De Carlo torna in libreria con “Una di Luna”, suo ventesimo romanzo, opera che non tratta solo di donne, tema caro all’autore, ma anche del delicatissimo rapporto tra un padre e una figlia. E a queste delusioni, aspettative, rifiuti, tenerezze, frustrazioni, rabbie e speranze, mixa la magia, la forza dell’illusione che giunge e culmina in una volontà di apparire e non più sparire. Fonde inoltre il suo passato come regista e assistente alla regia con la scrittura. Il risultato è un componimento gradevolissimo, che va oltre le apparenze, e, perdonatemi il gioco di parole, le aspettative, questa volta del lettore, stesse. Di grande piacevolezza la tecnica narrativa adottata dove emerge il dato del pensiero contro quello della realtà, il dato del desiderio a dispetto della propria intima contraddizione.

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Romanzi storici
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Settembre, 2018
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Benito Mussolini, ritratto di un'epoca


Antonio Scurati che nel 2005 con Il sopravvissuto ha vinto la XLIII edizione del Premio Campiello, ha al suo attivo una vasta produzione, che spazia da Una storia romantica a Il bambino che sognava la fine del mondo, La seconda mezzanotte a Il padre infedele a Il tempo migliore della nostra vita. Ora scrive M. Il figlio de secolo, il primo volume di una trilogia, un testo di oltre 800 pagine. Un’opera sicuramente monumentale, destinata ad attirare l’attenzione della critica e non, che ho letto con molta attenzione e altrettanta fatica.
Ma chi è M. Il figlio del secolo? E’ Benito Mussolini, colui che ha governato e tiranizzato l’Italia per oltre un ventennio. L’innovazione insita in questo testo è che non si tratta della solita biografia, bensì la voce narrante è Mussolini stesso. Dunque la parabola di vita di un tal uomo si accompagna con la nascita, la crescita e la disfatta di quello che fu il partito fascista, per venire a costituire quello che nelle intenzioni stesse dell’autore è:
“il suo massimo contributo all’antifascismo.”.
Lo stesso autore ne “Il Libraio” ha dichiarato che:
“il fatto è che l’antifascismo Novecentesco non regge più ai tempi nuovi, e dunque, io credo, l’antifascismo va ripensato su nuove basi. Raccontare il fascismo, per la prima volta in un romanzo, attraverso i fascisti e senza pregiudiziali ideologiche, è il mio contributo alla rifondazione dell’antifascismo.”.
Una sorta di
“esorcismo”
Effettuato contro
“il fantasma”,
di quest’uomo che pare essere tornato ad infestare le case. Mussolini è dunque:
“Lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada.”.
Dunque un rivoluzionario, venuto dalla terra di Romagna, abile stratega e abile conoscitore dei meccanismi per aizzare le masse:
“Quando i tuoi amici si scannano a vicenda, la sola da fare è aspettare.”.
E lui ha atteso, non invano. Ha saputo far leva sulle folle, approfittando dell’incertezza, conseguenza del primo dopoguerra, della fame, della sete, della voglia di riscatto in funzione della costituzione di un mondo che si ipotizzava migliore. Questo testo inizia proprio dal 1919 con la Fondazione dei Fasci di combattimento, dove:
“L’Europa è ormai un palcoscenico senza personaggi. Tutti spariti: gli uomini con la barba, i padri monumentali melodrammatici, i magnanimi liberali piagnucolosi, gli oratori magniloquenti, colti e fioriti, i moderati e il loro buon senso, cui da sempre dobbiamo la nostra sciagura, i politici decotti che vivono nel panico del crollo imminente, elemosinando una proroga all’inevitabile evento. (..) Il mondo va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati.”
E termina con il 1924 e l’uccisione di Matteotti. Un tempo breve per una narrazione predominante è data dalla figura di Mussolini, così descritto:
“Benito Mussolini è di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide. Questa sua robustezza gli permette un continuo lavoro. (…) E’ sensuale e ciò è dimostrato dalle molte relazioni contratte con svariate donne. E’ un emotivo e un impulsivo. Questi caratteri lo rendono suggestivo e persuasivo nei suoi discorsi. Pur parlando bene, però, non lo si può definire propriamente un oratore . E’ in fondo un sentimentale e questo gli attira molte simpatie, molte amicizie. (…) E’ molto intelligente, accorto, misurato, riflessivo, buon conoscitore degli uomini, delle loro qualità, e dei loro difetti. “.
La cui filosofia è così riassunta:
“Trattare, ingannare, minacciare. Trattare con tutti, tradire tutti.”.
Un libro poderoso, dove accanto alla narrazione, sempre molto breve e coincisa, della voce narrante, si alternano capitoletti con brani documentari, costituiti da comunicati ufficiali, articoli, lettere, discorsi. Frutto di una ricerca che, si sente, è accurata e stancante. Ne scaturisce, così, un dipinto che non è mai frutto di fervida fantasia, che colpisce e allo stesso tempo, attanaglia nel profondo. Un caleidoscopio di personaggi (da D’Annunzio a Marinetti a Balbo), per non parlare delle innumerevoli amanti (da Margherita Sarfatti a Bianca Ceccato) contribuiscono a rendere un quadro vivido e realistico dell’epoca e del suo protagonista. Un romanzo che farà parlare e discutere; cercando, forse, di dipanare le innumerevoli ombre che tuttora aleggiano intorno a questo argomento. Per quanto mi riguarda ho apprezzato la fine ricerca del testo; mi è parsa troppo pesante la lettura. Credo sia nel complesso una lettura non comune, non per tutti, ma di stretta elite. Un docu-film, come è stato definito, che non mi ha convinto. Penso che sia giusta quell’asserzione, che afferma che:
“Per raccontare Mussolini ci vorrebbe un Malaparte.”.
Ma noi non l’abbiamo!

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Romanzi
 
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lapis Opinione inserita da lapis    17 Settembre, 2018
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Parole e vita

Finalista al premio Pulitzer 2018, l’originale romanzo di formazione scritto dalla nota giornalista del New Yorker Elif Batuman sfugge a qualsiasi convenzione letteraria. Nasce come un lavoro dal marcato accento autobiografico, che riprende un manoscritto giovanile lasciato in sospeso quasi vent’anni fa, con l’obiettivo di dare a quei frammenti di memoria un carattere più generale, un’intelligente e giocosa riflessione sulle potenzialità della scrittura e sulla distanza tra linguaggio e realtà.

La trama de “L’idiota” si compone caoticamente degli episodi della vita di Selin, studentessa diciottenne di origini turche appena arrivata ad Harvard nel 1995. Il mondo universitario le si rivela pieno di codici e sfumature linguistiche nuove, e non è un caso se la giovane protagonista, che sogna di diventare scrittrice e guarda alla vita attraverso una lente narrativa, si affida ai corsi di letteratura, linguistica e filosofia del linguaggio, sperando di trovarvi le coordinate per leggere questa nuova realtà.

Elif Batuman osserva con sguardo acuto, schietto e umoristico l’umana lotta per comunicare e si diverte a creare giochi linguistici, conversazioni che rasentano a tratti l’assurdo, parallelismi tra realtà e finzione. Mentre impara il russo su un libro per principianti che racconta la storia - senza congiuntivi - di Nina, in partenza per la Siberia alla ricerca di Ivan, Selin incontrerà un altro Ivan, studente ungherese di matematica. E mentre partecipa all’improbabile corso di “mondi costruiti”, costruisce con lui un mondo di linguaggio, fatto di e-mail, per partire infine alla volta dell’Ungheria, durante l’estate, a insegnare l’inglese e inseguire un’idea d’amore fatta di inganni verbali.

“Cominciai a pensare che stavo vivendo due vite: una fatta degli scambi di e-mail con Ivan, l'altra fatta di università. Una volta, qualche ora dopo aver ricevuto un suo messaggio, lo incontrai per strada. Sapevo che mi aveva vista, ma fece finta di niente. Continuò a camminare e non aprì bocca”.

La linfa vitale del romanzo è la ricerca di una propria strada nel mondo attraverso le parole. Ma cosa imparerà questa ragazza innamorata della scrittura nel suo primo anno accademico, attraverso il russo e l’ungherese, i segni astratti della matematica e l’html? Che a volte le parole falliscono.

La voce che ci accompagna in questo viaggio è accattivante, elegante e vivace, ma tiene sempre il lettore a una certa distanza. Ad una valutazione complessiva, il romanzo risulta freddo e poco coinvolgente. L’autrice presta più attenzione alle parole che non alle emozioni che stanno descrivendo e la sensazione è che la storia, le tenere e divertenti esperienze della giovane protagonista, così come i curiosi personaggi che la accompagnano, siano sempre fuori fuoco, in secondo piano rispetto alle sottili intuizioni e al gioco comunicativo. Pur avendo apprezzato l’originalità e l’intelligenza di questo progetto letterario, confesso di avere faticato, e non poco, nell’ultimare la lettura di questa storia-non-storia a cui manca, di fatto, tensione narrativa ed emotiva.
Difficile darne una valutazione, il libro è sicuramente ben scritto e non banale, ma se romanzo è, allora non posso non constatare la mancanza di quella componente umana che dovrebbe invece costituirne il fulcro.

“Quando le leggevamo da bambini, quelle filastrocche sembravano così astratte, e poi da grandi ce le ritrovavamo davanti, il prosciutto e le uova verdi, le caprette e le barchette, il caffè e la cioccolata e i poveretti della città. Ma le civette che facevano l'amore? E il bacio a chi vuoi tu? Certa roba evidentemente non faceva per noi. Cascasse il mondo, cascasse la terra”.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    16 Settembre, 2018
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IL CACTUS NON E' FIORITO

Susan è una donna che ama avere tutto sotto controllo e che programma ogni singolo istante della propria vita sia privata che professionale.
In realtà oltre al lavoro nella sua vita c’è veramente poco, il suo carattere molto particolare, spigoloso, saccente e anche il suo essere critica nei confronti degli altri, la rende sicuramente una persona molto antipatica e poco socievole.
Non ha un vero e proprio fidanzato, ma un uomo, Richard, con cui si incontra una volta a settimana e ha un rapporto solamente fisico senza coinvolgimento emotivo.
All’inizio la storia e anche il personaggio di Susan mi incuriosivano molto, ma poi non ho trovato tutta questa originalità e questa novità in quello che ho letto.
La cosa che mi ha spaventato di più, è che la donna nonostante tutto quello che le è successo rimanesse piatta e senza emozioni, davanti a un lutto importante e anche ad altri eventi che le accadono lei è sempre rimasta impassibile.
Questo credo non sia solo perché Susan sia un’anaffettiva, ma perchè è una persona egoista e immatura, che vuole rimanere dentro uno schema prestabilito dal quale non vuole uscire.
Il suo personaggio stona e non mi ha convinto in molti punti, non vuole condividere i propri spazi, odia le sorprese, non ama essere presa alla sprovvista ma questo suo carattere e questo suo modo di vedere le cose non è causato da un qualcosa, ma solamente da se stessa.
Mi spiego meglio, lei non è diventata così perché le è successo qualcosa nel suo passato o ha qualche particolare paura, ma solamente perché lei non vuole superare i limiti e le barriere che lei stessa si è creata.
Questi paletti fissi che lei mette in ogni cosa della sua vita, se le impone lei da sola non a causa degli altri e non cerca di migliorare se non nella parte finale.
Susan ha un rapporto difficile con il fratello e la maggior parte del libro è incentrato sulla sua “vendetta personale” nei confronti del parente, per riprendersi la casa dove erano vissuti da piccoli.
La trama è quasi inesistente e il libro è sicuramente troppo lungo, nel corso della narrazione ci sono dei momenti in cui Susan racconta alcuni episodi del suo passato, queste pagine secondo me sono molto descrittive e in alcuni passaggi superficiali. Ma il vero peccato è che la maggior parte del romanzo è noioso e la curiosità iniziale svanisce dopo qualche capitolo.
E’ un vero peccato perché si capisce che il personaggio è inventato e non risulta molto realista ma alquanto artefatto e il lettore fa molto fatica ad entrare in contatto con la donna che risulta essere da subito troppo antipatica.
“[…] gli uomioni si aspettano da me sempre più di quanto sia disposta a dare.”
Quello che riconosco a Susan, è il fatto che sia concreta nelle cose importanti della vita, il lavoro, comprare un appartamento e avere un mutuo ma questa sua razionalità a volte è troppo forte e sovrasta anche tutte le emozioni che lei invece prova ma che non mostra mai.
“ A Londra ho costruito la vita perfetta per me. Ho una casa che soddisfa le mie attuali esigenze, un lavoro adeguato alle mie capacità e facile accesso a stimoli culturali di ogni genere.”
In questa frase come vediamo viene usato con forza l’aggettivo possessivo mie, infatti Susan parla solo di se stessa e delle sue esigenze e quindi di fronte alla concretezza di alcuni cose nella sua vita, c’è dall’altra parte uno stato di profonda immaturità nei sentimenti e nei rapporti umani.
La passione che ha per i cactus è azzeccata e in linea con la sua persona, loro non possono parlare e darle fastidio ma in realtà possono pungere a volte e questa è la sua visione della vita: un percorso netto e sempre uguale senza sorprese. Ma quando c’è qualcosa di diverso, che punge appunto, lei lo affronta continuando per il suo percorso senza esitazioni.
Anche la gravidanza che noi intuiamo fin da subito e che lei conferma dopo pochi capitoli, viene vissuta in maniera approssimativa e non sembra smuovere in Susan nessuna emozione.
Sono stati quindi due i punti che mi non hanno convinta e che hanno fatto scendere la mia valutazione, il primo è sicuramente Susan un personaggio forse troppo fuori dagli schemi, egoista e a tratti surreale, mentre il secondo è la mancanza di una vera e propria trama che invece poteva far crescere e maturare la protagonista.
Il libro è molto scorrevole per il linguaggio semplice e diretto che usa l’autrice e trovo corretto l’utilizzo della prima persona che rende la lettura più agevole.
Devo essere sincera con voi e ammettere che negli ultimi capitoli, la storia riprende un po’ il ritmo dell’inizio ma ormai era troppo tardi perchè il cactus è sì fiorito, ma molto in ritardo.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Settembre, 2018
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Un buon esordio per Renée Ballard

Michael Connelly è sicuramente un nome gradito ai puristi del thriller.
Con "L'ultimo giro della notte" il nostro autore non toppa e mette in piedi una storia che intriga e si fa leggere con piacere, pur non brillando per originalità. È forse questo il punto più carente di questa storia, che non presenta nulla di veramente innovativo, anche se c'è da dire che ormai essere originali è diventata davvero un'impresa. Lo stile dell'autore e il nuovo personaggio da lui inventato, tuttavia, riescono a mettere in secondo piano (anche se non del tutto) questa carenza di idee, dando vita a una storia che si legge velocemente.
Come dicevo, probabilmente Renée Ballard e il suo bel caratterino sono quegli aspetti che danno a questa storia qualcosa in più e che fanno nascere intensa curiosità sul seguito (che a quanto pare, in inglese è già stato pubblicato). Non fraintendetemi, questa storia è autoconclusiva e non lascia nulla in sospeso (a parte i rapporti tra i personaggi, che evolveranno inevitabilmente), ma a quanto mi è parso di capire nella prossima storia che avrà come protagonista l'agente Ballard, ci sarà una collaborazione con il personaggio di punta di Connelly: il detective Harry Bosch. Devo dire che sono molto curioso di vedere cosa verrà fuori dalla prossima storia e quali saranno i rapporti tra i due protagonisti, considerando che Ballard si è rivelato un personaggio piuttosto solido.
Ma occupiamoci della trama de "L'ultimo giro della notte".

Renée Ballard lavora all'Ultimo spettacolo, che è solo un nome figo per far capire che lavora al turno di notte, accanto al suo partner Jenkins. Tutto ha inizio una notte che si preannuncia tranquilla, con un semplice furtarello a casa di una vecchietta; ben presto però, ci si renderà conto che quella notte ha in serbo ben altro: prima il pestaggio e le torture ai danni di un transgender, e infine una sparatoria in un locale che provoca cinque morti. Per una serie di coincidenze, Renée si trovera coinvolta in ciascuno di questi casi e, sebbene le sia stato ordinato di starne fuori, decide di approfondire quel che nasconde anche il grave caso di sparatoria. Questo l'immischierà in un gioco pericoloso, che metterà a rischio la sua vita.
Ma non basterà questo a scoraggiarla.
La narrazione porterà alla chiusura di tutti i casi aperti e si presenta come il prologo di una carriera costellata di luci e ombre per la nostra agente Ballard; una carriera che, forse, non avrà molto da invidiare a quella di Harry Bosch.
Fate attenzione però, ho detto FORSE.

"La differenza sta in come una persona gestisce l'oscurità. Lei ha un lavoro che la porta a contatto con i lati peggiori dell'animo umano. È come una legge della fisica: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Se entra nelle tenebre, le tenebre entrano in lei. E a quel punto deve decidere cosa fare al riguardo, come restare al sicuro, evitando che l'oscurità la svuoti dall'interno."

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Corruzione di Don Winslow
L.A. Confidential di James Ellroy
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    12 Settembre, 2018
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L'imperfezione dei sentimenti

Potrebbe essere quello della martoriata Siria oppure quello del sempre fragile Libano lo scenario bellico che fa da sfondo alla vicenda narrata ne “La perfezione del tiro”, romanzo con cui Mathias Énard ritorna ora nelle librerie italiane dopo il successo di “Bussola” di un paio d’anni fa.
Anche se non all’altezza di quest’ultimo, vincitore a suo tempo del prestigioso Premio Goncourt, il libro conferma anzitutto la profondità e la piacevolezza della prosa di questo scrittore francese; in esso, oltretutto, si ritrova presumibilmente un frammento di quel Vicino Oriente a lui così caro, seppure spoglio dei suoi caratteri ormai distintivi (dalle moschee al velo islamico) che sembra addirittura strano non incontrare. È infatti fra gli orrori di un’ordinaria guerra civile di quell’area (ma non sarebbe poi tanto improbabile, in verità, nemmeno se si trattasse dell’odierna Libia allo sbando) che si muove il protagonista di queste pagine, un giovane uomo cresciuto troppo in fretta proprio a causa dello scoppio del conflitto. Un anonimo io narrante che fin dall’incipit trascina il lettore nell’oscuro vortice della sua storia: “La cosa più importante è il respiro. Il suo ritmo lento e regolare, la pazienza del respiro; per prima cosa devi ascoltare il tuo corpo, ascoltare i battiti del cuore, la calma del braccio, della mano. Il fucile deve diventare una parte di te, un tuo prolungamento. La cosa più importante non è il bersaglio, sei tu.”
Un combattente rispettato, si definisce lui stesso più di una volta; un assassino, a detta di altri che, pur rispettandolo, lo temono e, a seconda dei casi, lo disprezzano. Un cecchino freddo, razionale, paziente che spara poco, ma a colpo sicuro, e al quale non importa, quando lo fa, se nel mirino del suo fucile compaiano uomini o donne, vecchi o bambini. Un ragazzo, tuttavia, che non trova il coraggio di uccidere la madre ormai in preda alla follia più tremenda e che si turba ed emoziona pensando a Myrna, l’orfana che lui prende in casa per occuparsi proprio della madre. Sarà la passione per questa quindicenne dal “corpo quasi da donna e un sorriso da ragazzina”, trasformatasi infine in ossessione, a mettere in luce la profonda contraddizione tra le sue due anime: quella del combattente spietato e quella del giovane di diciotto anni che non può non sentire disgusto per ciò che vede intorno a sé, e che compie in prima persona, né trattenere le lacrime.
“Forse la stanchezza e la tensione si accumulano come una polvere invisibile che un bel giorno bisogna spazzar via con le lacrime.”
Il libro, mentre mostra il volto nudo e crudo di una guerra senza nome, offre nel complesso una lettura molto scorrevole e ricca di spunti di riflessione non di poco conto; ben riuscita, inoltre, la scelta di non appesantire lo scenario del conflitto descritto con alcun riferimento geografico né di tipo politico-culturale, prediligendo in tal senso una sorta di vaghezza di tempi e luoghi a tutto vantaggio dell’approfondimento della complessa psiche del protagonista e di quella imperfezione di sentimenti cui sembra essere condannata l’umanità in generale. Drammaticamente realistica e priva di speranza di conclusione, la guerra stessa sgorga dalla penna dell’autore quasi come una entità a sé stante, protagonista a pieno titolo al pari di chi la vive e la racconta: “[…] andava e veniva senza una logica, come da sé; si concentrava in un punto per una settimana e poi si allargava, si estendeva per qualche tempo a tutto il paese prima di ripiegarsi per poi allargarsi di nuovo, come un cane che dorme.” Le sue nefandezze la rendono una spettrale terra di nessuno, dove il confine tra bene e male è sempre più labile e si confonde pericolosamente, scandito dall’eco degli spari improvvisi che arrivano dall’alto degli edifici sventrati.
Alcune parti della narrazione, però, non risultano del tutto convincenti, come quella in cui, verso la fine, si organizza e si esegue la spedizione militare in montagna, pagine che, a mio avviso, catturano molto meno l’attenzione di chi legge facendo svanire la sottile magia delle parole di cui il romanzo, in particolare all’inizio, è intriso. Del resto, la guerra, quando la si vede da vicino, imbruttisce tutto e tutti; cos’altro dovremmo aspettarci? Speranza? Giustizia? Umanità? Di certo, non un epilogo felice.

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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    10 Settembre, 2018
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Philippe e Thomas



Philippe Besson si mette a nudo.
In questo libro autobiografico si dona completamente al lettore, non si nasconde più dietro le parole di qualche suo personaggio, ma diventa contemporaneamente autore e attore della storia.
Una storia struggente, malinconica...
Un amore giovanile intenso, difficile, pieno di tormenti e contraddizioni.
Un amore taciuto, nascosto, vissuto nella clandestinità.
Un amore omosessuale.

Philippe e Thomas si sono amati nel 1984, appena diciassettenni, in una Francia per nulla pronta ad accogliere la passione fra due giovani ragazzi.
Philippe...di famiglia borghese, destinato a studi brillanti e consapevole del proprio orientamento sessuale.
Thomas...figlio di contadini, solitario, introverso, e terrorizzato all'idea di essere quello che è.
Al riparo dagli occhi della gente, chiusi in un cinema, in una cameretta o in un ripostiglio della scuola, riescono ad amarsi, a vivere un amore esclusivo, tutto per loro...ma pur sempre "prigioniero" del pregiudizio.

A distanza di trent'anni, e dopo un incontro inaspettato e decisivo, Besson (ormai divenuto scrittore) decide di portare alla luce questa storia vissuta nell'ombra, fatta di silenzi...e lo fa senza alcuna vergogna, con l'urgenza di chi vuole dare voce a chi non ha il coraggio di dire "io sono questo".

Un libro spudoratamente sincero, che sarà costato tanto all'autore in termini di lealtà, non tanto verso se stesso, ma verso colui che ha amato ed ha vissuto tutta la vita nascondendosi, rinnegandosi...
Questo libro è per tutti quelli come Thomas, per tutti quelli che non ce la fanno, che ogni giorno, guardandosi allo specchio, mentono a loro stessi.

Una confessione bellissima.
Un autore sensibile che mi aveva già conquistato con "E le altre sere verrai?" e che continuerò a seguire...

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    09 Settembre, 2018
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La vendetta

Il romanzo di Pierre Lemaitre mi ha ricordato molto il film La stangata. Una scrittura brillante, mai noiosa che vuole acchiappare l’attenzione con continui colpi di scena. Il tipo di storia si presta perfettamente allo scopo. Il romanzo si apre con la morte di un vecchio banchiere. Al suo funerale assistiamo al primo colpo di scena: il tentato suicidio del nipotino che si getta dalla finestra del palazzo finendo proprio sulla bara. Da lì la corsa in ospedale e la paralisi del bimbo. La madre del piccolo, ricchissima ereditiera, viene truffata e tradita da tutti i suoi collaboratori che anziché ringraziarla per la sua generosità, approfittano della situazione. Ma come nella stangata, poi arriva la vendetta della donna. Il romanzo è ambientato nel periodo dell’ascesa di Hitler e credo che si ispiri almeno in parte ad alcuni fatti di cronaca dell’epoca. L’intento di Lemaitre però non è quello di ricostruire avvenimenti storici o economici, tantomeno di indagare su cause e effetti di questi ultimi in profondità. Quello che vuole è scrivere una storia mozzafiato che avvinca il lettore. Anche l’aspetto psicologico dei personaggi è secondario rispetto alla battuta a effetto, alla frase tagliente, e soprattutto alla concatenazione degli eventi che mantiene un ritmo incalzante per tutto il romanzo. Lemaitre calca la mano sulla perfidia di alcuni personaggi in modo che la vendetta sia attesa e desiderata come in ogni buon romanzo /film d’azione. Ovvio che considerazioni morali o riflessioni o sguardo in profondità su personaggi, fatti, eventi esulano dallo scopo del testo. Spicca fin dalle prime pagine come alcuni personaggi siano decisamente grotteschi, ad esempio lo zio Charles, soprattutto in alcuni momenti particolari come la lettura del testamento. Le considerazioni sulla politica e sui politici, sugli affittuari che non pagano l’affitto e sul modo di indurli a pagare e così via puntano dritto alla pancia del lettore cui il romanzo è diretto. E’ una scrittura brillante ma poco penetrante come invece è quella intelligente di Roth.
Perciò il romanzo è da una parte molto avvincente, adatto a chi da una lettura si aspetta soprattutto un piacevole passatempo. Non credo che sia adatto a chi cerca qualcosa di più, uno sguardo in profondità sulla realtà o sull’uomo che apra la mente a nuovi orizzonti. Il primo volume della trilogia ha vinto il Goncourt, forse per questo mi aspettavo qualcosa di diverso. Comunque il romanzo ha gli ingredienti del bestseller.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Settembre, 2018
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Un ritorno al passato per De Luca

Ritorna il commissario De Luca, personaggio di fantasia nato dalla penna capace di Carlo Lucarelli ne Peccato mortale. Un commissario di grande fascino, particolare, solitario, spesso in preda ad una strana ansia, che si tramuta repentinamente in angoscia. Sempre all’inseguimento della verità, a qualunque costo, per cui:
“Quando racconti le tue cose ci metti una foga, una smania, ti brillano gli occhi come …. Lui dice che ci vede Il Senso della Verità e della Giustizia”.
In questo libro è alle prese con strani accadimenti. Si ritrova, infatti, con:
“un corpo senza testa e una testa senza corpo”.
A lato la cattura di un uomo colpevole di praticare la Borsa Nera, ovvero di rivendere a prezzo esoso cibarie varie ed ogni genere di approvvigionamento, pratica a quei tempi molto diffusa e alquanto riprovevole. Siamo in un periodo brutto, per cui:
“sono brutti momenti, ragazzo mio, e può succedere di tutto. La gente ha bisogno di stare calma, pensare a cose belle e farsi coraggio e queste storie di morti strani che fanno paura non aiutano.”.
Il periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943 è un periodo strano, privo di regole, tempo di scontri:
“E’ incredibile che qui a Bologna ci siano stati solo un ferito ieri e uno ieri l’altro. A Reggio Emilia, alle Officine Reggiane,l’esercito ha sparato e a ucciso nove manifestanti. A Bari altri nove, con più di quaranta feriti. Che volete, non basta cambiare il direttore del “Resto del Carlino” e liberare due antifascisti, la gente fa la coda per il pane, ha paura delle bombe e non vuole più la guerra. Mussolini non c’è più, dice, e allora perché stiamo ancora così, con le zucchine a tre lire al chilo e i mariti e i figli al fronte. E poi ci sono i comunisti con le bandiere rosse, che alzano la testa, non è che per loro finisce tutto con gli spazzini del Comune che ramazzano le cimici e i vetri dei ritratti del duce buttati giù dalle finestre. (…) ma questo paese, De Luca, questa città sono una polveriera pronta ad esplodere.”.
Da una parte i fascisti, dall’altra i tedeschi. De Luca è
“un morto che cammina”,
ma non demorde. Il suo fiuto è infallibile, e gli suggerisce la soluzione. Quella giusta è in sintonia con i tempi, complicata e porta con sé il dover scendere a compromessi. Ma ….
Un ottimo romanzo, scritto con una prosa elegante ed introspettiva. Non comunica mai angoscia disfattista, ma, si cerca sempre di costruire e di giungere a capo dell’enigma. Molto ben descritta l’ambientazione e i fatti storici del periodo; frutto di una ricerca, che si percepisce bene, molto articolata e profonda. Il dolore e la sofferenza del passato fa da sfondo all’interno di una narrazione brillante e di profondo spessore. Ottima lettura.

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Consigliato a chi ha amato i precedenti libri di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario De Luca (Via delle Oche..)
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    07 Settembre, 2018
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MISURARE, SCAVARE...E POI DIMENTICARE



Franzoso ci parla nuovamente dell'infanzia, di un bambino...non "indaco" stavolta, ma un bambino in difficoltà.
Un bambino che lotta contro il mondo degli adulti, contro le loro parole che non capisce, parole che smettono di essere leggere, parole in grado di modificare per sempre la vita delle persone, anche pronunciandole  una volta soltanto.
Da alcune parole non si torna indietro.

Ci mostra subito Matteo, dodici anni, a letto, in preda ai crampi, ad un malessere che lo attanaglia e il desiderio che quella giornata non abbia inizio.
Matteo si porta dentro un dolore...e nessuno degli adulti che lo circondano riesce davvero a superare il muro che lo divide da lui, da quello che gli è successo.
Non sua madre (donna troppo ansiosa e insicura), non i nonni (così poco empatici), non la psicologa (ingabbiata nel suo ruolo), non l'avvocato (troppo autoriferito) né tantomeno il Giudice (il cui unico obiettivo è la verità "a qualunque costo").
Loro vogliono soltanto le sue parole, quelle che lui non vuole e non riesce a dire...mentre lui desidera solo andare a pescare alle chiuse, o sdraiarsi nei campi di mais, o pensare a suo padre che non c'è più.

Franzoso affronta il tema dell'abuso sui minori in un modo particolare, senza raccontare davvero, ma attraverso tutto quello che Matteo non riesce a dire, attraverso il suo disagio, attraverso dialoghi minimi, essenziali, pieni di contraddizioni tra ciò che si dice e ciò che si pensa, ma potentissimi.
Lo fa attraverso le lacrime di sua madre, con le sue frasi spezzate, che dicono tutto e non dicono niente...
Lo fa attraverso il tic-tac di un orologio/sveglia a forma di trattore che segnerà la fine del "tempo dell'infanzia" e l'ingresso nel mondo degli adulti.
Eppure i pochi accenni che ci dà,  sono sufficienti a farci entrare nella storia, a farci tremare al pensiero che il male s'insidia sempre dove non dovrebbe, che il pericolo è troppo spesso nascosto sotto gli abiti della "protezione".

Un romanzo rapido ed efficace, che non giudica e non condanna, ma apre una finestra sul mondo dell'infanzia violata, sottolineando come la violenza e l'abuso possano arrivare anche da altre porte, magari proprio quelle chiamate in causa per "curare" le ferite.
Molto bello.





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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    07 Settembre, 2018
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Infinito nulla o istante eterno

Il romanzo di Haig è al solito piacevole e di facile lettura con spunti interessanti. E’ adatto a un pubblico adulto e forse adolescente, anche se il tono, rispetto ad altri romanzi è abbastanza malinconico. Il tema è quello dell’highlander, dell’uomo affetto da una sindrome di Matusalemme al contrario, che invecchia cioè molto più lentamente dell’uomo normale, circa 15 volte meno rapidamente. Per questo fatto si trova a vivere una infinità di problemi affettivi, relazionali e sociali. Dall’accusa di “stregoneria” o di “patto con il diavolo” a seconda delle epoche al disagio di vedere invecchiare il compagno o la compagna, alla consapevolezza di essere un diverso con la conseguente necessità di nascondersi, di non legarsi mai e di cambiare vita in continuazione. Naturalmente l’attraversare i secoli dà anche una visione della storia differente e più lungimirante rispetto a quella di un effimero cioè di una persona normale.
Haig si immedesima molto bene in Tom, il protagonista. Sente tutta la fatica della sua condizione, l’isolamento, il dramma umano. Per risolvere queste problematiche viene creata dalla comunità degli albatros, cioè da questi soggetti a invecchiamento lentissimo, una specie di società segreta con le sue regole. Tale società si prefigge il controllo. Un controllo non solo finalizzato alla propria difesa e sopravvivenza ma anche alla affermazione soprattutto di qualcuno degli albatros. Insomma si crea una specie di dittatura in cui lo scopo di controllare gli altri membri della società diventa preponderante sull’obiettivo della reciproca solidarietà. L’adesione a questa società tende a mettere i membri al di fuori della morale comune (per esempio ordinando degli omicidi) e diventa inconciliabile con la morale comune e le sue comuni aspirazioni, prima di tutto l’amore in qualunque sua forma e declinazione. Gli albatros devono cercare il piacere, ad esempio quello che viene dall’arte, ma mai l’amore. Queste pagine sulla società segreta sarebbero state interessanti ma sono poco esplorate e lasciate (un po’ troppo) all’immaginazione del lettore. A Haig interessano altri aspetti psicologici e relazionali. Queste vite lunghissime che incrociano le effimere e se le lasciano alle spalle e spesso finiscono nella disperazione, per cui la estrema lunghezza diventa anche estrema vacuità e solitudine. L’idea di Haig è che un solo istante di vero amore, cioè di amore puro contiene in sé tutta l’eternità che queste vite lunghissime e vuote sfiorano dopo averla svuotata di ogni attrattiva.
E’ un libro che riafferma la superiorità dell’amore in tutte le sue forme purchè puro sul piacere e sul potere che sono vuoti surrogati e anche sul tempo. Afferma anche la necessità del coraggio e del rischio mentre la ricerca del potere o l’asservimento al potere richiedono minori risorse mentali.
“Ma quando invecchi, Anton, ti rendi conto che in realtà non la passi mai liscia con niente. La mente umana ha delle prigioni….
….Non puoi scegliere dove nascere, non puoi decidere chi non ti lascerà. In realtà non sono molte le cose che puoi scegliere. Nella vita esistono correnti immutabili, proprio come nella storia. Ma nel suo interno c’è ancora spazio per la scelta.
…Prendi una decisione sbagliata nel presente e quella ti perseguita, proprio come il Trattato di Versailles nel 1919 ha preparato il terreno per l’ascesa al potere di Hitler nel 1933.
….Molti parlano di una bussola morale e io credo che sia vero. Sappiamo sempre cosa è giusto per noi stessi, qual è il nord e qual è il sud. Devi fidarti di questo Anton.”

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