Le recensioni della redazione QLibri

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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    18 Aprile, 2019
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Homo Homini Lupus...

Steven Stelfox è un discografico, per la precisione lavora come talent scout per una major discografica e in una città come Londra durante gli anni 90 il suo lavoro è simile a quello dei primi cercatori di oro o petrolio in America: basta trovare la riserva giusta, la band giusta, e la tua vita cambia radicalmente, stenti, povertà, debiti e frustrazione diventeranno solo un brutto ricordo sepolto sotto milioni e milioni di sterline, annullato dalla luce abbagliante del successo e del potere.
Cosa serve? Fortuna? Sì, certamente, perchè è come cercare un ago in un pagliaio: la musica in quegli anni è diventata per tanti giovani uno specchietto per allodole, sulla scia del rapido exploit di personaggi come Madonna, le Spice Girls, Bono, Kilie Minogue e molti altri, chiunque - musicista o presunto tale - cerca quell'opportunità di successo. E proliferando la paglia nel granaio tanto più arduo diventa per un discografico trovare l'ago, quell'unico ago capace di scalare le classifiche nazionali ed internazionali nel giro di poche settimane, di stazionare giorni e giorni nei programmi radiofonici principali sino alla conquista degli agognati dischi di platino. E la fortuna conta più dell'esperienza e della cultura musicale nel lavoro del talent scout: perchè un disco di successo non è necessariamente un disco di buona musica, è fondamentalmente un disco che vende, solo un disco che entra nella testa e nella vita della gente può alimentare le tasche di chi lo sponsorizza e lo produce, e se la massa vuole spazzatura il disco sarà spazzatura. E in un mare di immondizia rimane a galla ciò che ha più ambizione, più tenacia e spregiudicatezza:
'Certe volte, quando gente che non capisce una mazza dell'industria discografica cerca di capire il mio mestiere, butta lì: "Ah, quindi cercate talenti?" E' inaccurato. Madonna, Bono, le Spice Girls, Noel Gallagher, Kylie Minogue.. credete davvero che qualcuno di loro sia talentuoso? Non fatemi ridere, cazzo. Sono ambiziosi, ecco cosa sono. E' lì che si trovano i soldi. In culo al talento.'

E se l'ambizione fa la differenza tra chi diventa star e chi rimane nell'anonimato più assoluto, tra i discografici vince invece la superbia, l'opportunismo, il doppio gioco, l'arrivismo, il cinismo più feroce, mors tua vita mea, se non sbrani gli altri sarai sbranato tu stesso. Steven lo sa benissimo, nel suo campo ha esperienza da vendere, squalo tra gli squali: ed è proprio quando la situazione diventa critica che emerge la sua indole più brutale e spregiudicata:
'Frugo nella valigia, tiro fuori la copia tutta sottolineata di Scatena il mostro che è in te di Hauptman e la scorro finchè non trovo il passaggio che cercavo: "In ogni impresa difficile e meritevole arriverà un momento in cui la più facile forma di azione sarà rinunciare al movimento in avanti, lasciarsi conquistare dall'inerzia e ritornare allo status quo. Solo l'uomo forte e coraggioso, riconoscendo quel momento, si opporrà all'inerzia e si farà strada sino alla fase successiva. Costi quel che costi. Chiamo tale frangente il momento critico della volontà.'

'Uccidi i tuoi amici' è il primo romanzo di John Niven (risale al 2008) sebbene sia stato pubblicato in Italia solo quest'anno; tuttavia, l'autore non ha certo bisogno di presentazioni considerato il successo a livello mondiale conseguito qualche anno fa con 'A volte ritorno', ironico ed irriverente romanzo con protagonista Gesù richiamato per la seconda volta da Dio sulla Terra per rimettere un pò d'ordine. E non a caso ci torna nei panni di un musicista chitarrista, perchè Niven prima del folgorante successo come scrittore ha lavorato per svariati anni nel mondo della musica prestando il suo servizio a diverse etichette musicali ed è forse questo, a mio parere, l'aspetto più terrificante di questo suo libro: quanto di ciò che racconta è vero e quanto frutto del tentativo dell'autore di descrivere le ferocia di quel mondo e dell'umanità che la popola esasperandola all'ennesima potenza? Perchè pur estremizzando l'atteggiamento cinico e camaleontico dei vari personaggi, essi rimangono comunque .. realistici, credibili. Detto in altri termini, per quanto assurda possa sembrare la vita di Steven, un'alternanza perenne di sesso, droga, alcol e per quanto disumano possa sembrare lo stesso Steven, non si fatica a credere che possa essere proprio così.
Avete presente The Wolf of Wall Street, il film di Scorsese con Di Caprio nei panni del broker spregiudicato e consumatore cronico di droghe di ogni tipo? Ecco, immaginate quell'uomo, quel lupo avido di potere e denaro, privo del seppur minimo freno inibitore, sia etico sia morale, trasferitelo dal mondo della finanza a quello della musica ed ecco 'Uccidi i tuoi amici'. Tutto nel testo è portato agli eccessi, non solo a livello di contenuti ma anche nello stile che si avvale spesso di un linguaggio volgare ed osceno. Il libro è stato osannato dalla critica, soprattutto in virtù della sua vena satirica ed umoristica. "Divertente da star male", scrive addirittura The Times. Ora, pur conscio del mio carattere tendenzialmente mesto e malinconico, non ricordo durante la lettura di questo libro un solo periodo, dico uno, che mi abbia indotto ad abbozzare un cenno di sorriso. E sono anche consapevole che lo humour inglese tendenzialmente offre il meglio di sè nei contesti più tragici cercando proprio di sminuire la drammaticità della situazione; il fatto è che... non ho trovato proprio niente da ridere!!
Pertanto: vi è piaciuto The Wolf of Wall Street? Vi piacciono gli eccessi, le vite spericolate e spregiudicate? Gli uomini senza cuore e senza scrupoli? Siete curiosi di sapere come nasceva una star della musica negli anni '90 e come ruotava intorno ad essa la macchina discografica? Volete farvi un'idea del limite a cui possa giungere la perversione umana o conoscere più di 20 modi diversi per dire cocaina? Bene, allora Uccidi i tuoi amici fa al caso vostro. Altrimenti desistete!

"Il mondo discografico è una trincea crudele e superficiale, avida di soldi: un ambiente fasullo dove ladri e papponi scorazzano a piacimento e i buoni schiattano come cani. Fin qui il lato positivo."
(Hunter Thompson)

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    16 Aprile, 2019
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Psicanalisi con omicidio

Alicia Berenson era una affermata pittrice. Era innamoratissima del marito Gabriel, noto fotografo di moda. Era ricca. Viveva in una bella casa a Londra. La sua vita sembrava perfetta. Ma un 25 agosto la polizia fece irruzione a casa sua e trovò Gabriel morto, con il volto sfigurato da cinque colpi di pistola. Alicia, impietrita in piedi davanti a lui, aveva le vene dei polsi tagliate. Sopravvisse, ma da quel giorno smise di parlare, sia pure per difendersi dall'accusa di omicidio.
È stata rinchiusa in un manicomio criminale e lì è restata a languire per sei lunghi anni sino quando lo psicologo forense Theo Faber, ammaliato dalle sue opere, soprattutto dall'ultima, “L'Alcesti”, dipinta dopo i tragici eventi, decide di far di tutto per riportare in superficie quello spirito dolente e riportarlo alla vita. Si instaura, così, un complicato rapporto psicanalitico a doppio senso. Mentre Theo cerca di far breccia nella dura scorza di mutismo e indifferenza di Alicia, al tempo stesso è costretto a riesaminare i propri traumi infantili, causati dal padre violento ed arrogante, e di adulto con moglie adorata, ma infedele.

“La paziente silenziosa” è un romanzo insolito, ma decisamente intrigante. La tensione emotiva, il thrilling, è palpabile, ma si nasconde in modo insidioso nelle pieghe pigre e morbide di una narrazione lenta come possono esserlo i resoconti quotidiani di un diario; quello scritto da Alicia e quello solamente narrato da Theo. Le vicende si susseguono quasi torpide, senza scosse. Ci mostrano prima gli iniziali insuccessi di Theo come psicologo (che non riesce a far reagire la donna) e come uomo (prima frustrato dall'arroganza paterna e, poi, umiliato dall'infedeltà della moglie). Da medico lo vediamo tramutarsi in investigatore accanito che cerca di ricostruire il passato della paziente e, contemporaneamente, di dare un volto all'amante della moglie. Infine, in un climax da tragedia greca (proprio come l'Alcesti) le vicende accelerano sino al drammatico ed inaspettato finale.
La parte più coinvolgente è proprio questo doppio flusso narrativo che ci mostra Theo sia nelle vesti di medico che in quelle di “paziente” di sé stesso. Probabilmente le due vicende raccontate separatamente non avrebbero avuto il medesimo impatto emotivo, ma questo alternarsi di fronti angoscia ed affascina nel contempo. La bellezza di questo avvicendarsi di storie è tale che pure in assenza dello sconvolgente finale il romanzo sarebbe stato ugualmente godibile. Il coup de theatre conclusivo giunge come un violento ceffone in faccia al lettore che rimane totalmente spiazzato, attonito ed incredulo. Ma anche ipotizzando una conclusione più pacata e composta sarebbe difficile non partecipare delle vicende di Alicia e Theo.
Una piccolissima postilla che non vuol essere uno spoiler, ma un riconoscimento alla genialità dell’A.: come i più grandi registi di film gialli ci mette davanti agli occhi immediatamente gli indizi per la soluzione dell’enigma poliziesco (il titolo del quadro ed il nome dello psicologo), ma solo nelle ultime pagine è possibile comprendere il furbo ammiccamento in essi contenuto. Bravo, davvero bravo!

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    14 Aprile, 2019
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Donne parecchio arrabbiate...

Dopo “Donne che non perdonano” Camilla Lackberg, tra le autrici scandinave più lette al mondo e con oltre ventitré milioni di copie in sessanta paesi, imprenditrice di successo, fondatrice di Invest in Her, società che investe nell’imprenditoria al femminile, impegnata in prima linea per l’abbattimento delle disparità tra uomo e donna in particolare in ambito salariale, torna in libreria con “La gabbia dorata”, romanzo che ci presenta per la prima volta Faye una protagonista letteralmente imprigionata in una vita di lusso e apparenze.
Facciamo un salto nel passato. È il 2001 e Matilda ha appena lasciato Fjällbacka, un luogo fatto di vuoto e di brutti ricordi, di una vita dolorosa e capace di condizionarla in ogni aspetto, di circostanze devastanti e deleterie fatte di violenza e morte. È una giovane donna ambiziosa che dopo tanta fatica e tanti sforzi è riuscita ad entrare all’università e ad intraprendere quel sentiero per il futuro così bramato e per quel riscatto tanto cercato. È proprio per tutti questi sforzi che abbandona il suo vecchio essere, rinuncia al suo primo nome e adotta ufficialmente il secondo, Faye. È qui che conosce Chris, compagna di scorribande ma amica brillante e intraprendente che non la abbandonerà nemmeno nei momenti di bisogno. Ed è sempre qui che incontra Jack Adelheim, nobile e benestante uomo, fondatore della Compare e socio di Henrik, di cui non può che innamorarsi follemente.
Torniamo nel presente. Faye è una donna sposata, madre di Julienne, la bambina di cinque anni nata dall’amore con Jack. Per lui ha rinunciato al suo sogno, ha interrotto i suoi studi nonostante il suo talento e la sua indiscussa intelligenza e arguzia per gli affari e si è confinata ad interpretare il ruolo di compagna perfetta, attenta ad ogni esigenza del marito, sottomessa e comprensiva. Tuttavia, qualcosa non va nel loro rapporto. All’inizio pensa che ciò possa essere determinato dal suo mutamento di fisico essendo passata, dopo la gravidanza, da una taglia xs/s ad una m, oppure, ancora, ipotizza che questa freddezza, lontananza e distanza possa essere dettata dai tanti impegni che costantemente l’imprenditore ha per reggere l’imponenza della società di cui è a capo.
È prigioniera Faye, di un mondo frivolo e fatto di superficialità, di un castello di carte che da un momento all’altro potrebbe crollare. E di fatto, basta una piccolezza affinché questo venga meno: il tradimento da parte di Jack, la sua volontà di divorziare ad ogni costo, il trovarsi letteralmente sulla strada della nostra eroina a causa di una convenzione matrimoniale precedentemente firmata che la esclude da ogni bene, da ogni forma di sostentamento anche minimo. Che fare? Come ripartire? Ma soprattutto, come vendicarsi? Perché a un primo momento di sgomento, di pianto, di disperazione per quell’esistenza che si è vista portare via, per lei non esiste altro che la vendetta, un piatto che va servito freddo ma che quando arriva non manca di mostrarsi in tutta la sua devastante brutalità.
Quello di Camilla Läckberg è un romanzo che ha molte tematiche in comune con il precedente “Donne che non perdonano” e che da esso non riesce a distanziarsi totalmente. È un elaborato che si legge rapidamente, che non impegna, che mantiene una linea costante che segue senza troppi colpi di scena dall’inizio alla fine, che parla di donne vendicative e arrabbiate, pronte a tutto pur di raggiungere gli obiettivi prefissati. È anche uno scritto “sporco”, con molto sesso e scene di sesso, alcol, sigarette, droga e libertà di costumi che sono spinti fino ai massimi livelli. La protagonista si evolve, muta, passando dall’essere asservita al compagno a ritrovare il suo vecchio essere in una versione più rinnovata.
Ad ogni modo, nonostante questa rapidità di lettura questa trama lineare, qualcosa manca a questo, e a questi ultimi testi, a firma Läckberg, libri che si distanziano dai suoi precedenti lavori ma che al contempo seguono tutti il medesimo filone. Il risultato è che, o questa tematica si ama, o al contrario si finisce con il restare sdubbiati e col chiedersi se dietro questo atteggiamento non vi sia qualche motivazione personale. Bello e apprezzabile il proposito di parlare di donne, di diritti, di parità di sessi, bello e apprezzabile ancora il messaggio di invitare le donne vittime, plagiate o sottomesse a ribellarsi alla propria gabbia dorata, ma a mio modesto parere ci sono tanti modi per farlo, modi che esulano e prescindono dalla vendetta personale.
In ogni caso, un libro parzialmente piacevole, non indimenticabile, non eccelso, che si esaurisce in breve tempo, adatto agli amanti del genere e a chi cerca contenuti di questo tipo. Per chi ama componimenti più eruditi, il suddetto certamente non risulterà essere adatto.

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si = a chi ama il genere e cerca elaborati di questo tipo,
No = a chi cerca testi di maggiore sostanza.
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    14 Aprile, 2019
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Volare è il sogno segreto dell’uomo.

In questa raccolta di sedici testi, Jonathan Franzen tratta con lucidità ed obiettività del pericolo concreto che l’umanità tutta sta correndo di estinguersi nella sua irrazionale e mal programmata corsa verso un progresso irresponsabile. Non si tratta di una posizione retriva nei confronti del giusto progredire della scienza, che sarebbe follia fermare ad un pregiudizievole stallo, quanto piuttosto di una disamina di quanto possa essere dannoso non considerare i reali rischi di una programmazione superficiale ed egoistica. Non c’è dubbio, sostiene Franzen, che molti, troppi danni sono già stati inflitti alla natura e in generale al mondo che ci circonda. Le stime statistiche sono persino indulgenti rispetto a quella che è la realtà. “Lo scienziato che prevede con sicurezza un riscaldamento di cinque gradi entro la fine del secolo, potrà magari dirvi, in privato, davanti a una birra, che in realtà se ne aspetta nove.”
Il discorso di Franzen parte da una considerazione puramente letteraria per poi affrontare l’argomento da una posizione più specificamente naturalista.
Consideriamo, egli dice, quanto si sia diffuso l’uso del tweet, conciso, rapido ed efficace nel comunicare opinioni, idee, considerazioni. La velocità del tweet entra certamente in competizione con la lunghezza dell’articolo o del saggio, tuttavia non permette l’approfondimento del tema, lascia ogni argomento ad un livello di superficialità che non è di aiuto né alla cultura né tanto meno alla politica. Che alcuni capi di stato affidino le considerazioni e le decisioni del proprio agire ai 280 caratteri ammessi dalla piattaforma twitter sembra essere persino poco rispettoso nei confronti di coloro che li hanno delegati a operare per gli interessi delle nazioni che rappresentano.
Dal punto di vista più specificamente naturalistico, Franzen affronta l’argomento da birdwatcher, da appassionato ambientalista che ha potuto constatare nei suoi frequenti e ricorrenti viaggi la scomparsa di numerose varietà di uccelli, vuoi per le conseguenze del riscaldamento del globo terrestre, assai più serio di quanto si dica, vuoi per quella indiscriminata e folle passione per la caccia. Basta prendere atto di quella realtà che ha portato all’estinzione di molte specie di uccelli nell’Europa dell’est, meta di turismo venatorio. “Oltre ai considerevoli danni immediati che provocano, i turisti della caccia italiani hanno introdotto il principio del massacro indiscriminato e nuovi metodi per conseguirlo, in particolare l’uso dei richiami registrati, catastroficamente efficaci nell’attirare gli uccelli. […..] Questa nuova sofisticatezza [..…] ha trasformato l’Albania in un gigantesco buco nero per le correnti migratorie dell’Europa Orientale: milioni di uccelli vi entrano e pochissimi ne escono vivi.”
Nella sua ansia di girare il mondo per constatare di persona le condizioni in cui versa il nostro pianeta, Franzen si spinge fino alla fine della fine della terra, col desiderio di vedere il pinguino imperatore. Si, gli uccelli per Franzen sono importanti e dovrebbero esserlo per ciascun essere umano perché a loro è concesso ciò che l’uomo ha sempre desiderato fare ma che riesce a realizzare solo in sogno: volare.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Aprile, 2019
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"Attilio contro tutti" in esilio volontario a Rocc

Il suo nome è Attilio Campi, ha quarantotto anni, vive a Roccapane, fittizia località ove le vicende sono ambientate, e coltiva zafferano. Indossa un vecchio giaccone, una pazzesca giacca con i revers sciallati, assolutamente inadatta a uno statista ed è l’autore di una legge, avente ad oggetto un’uniforme obbligatoria, nelle scuole di ogni ordine e grado, che avrebbe cambiato in meglio questo paese ma che è stata brutalmente bocciata. Perfino dai membri del suo stesso partito, che sono stati i primi a non comprenderne il senso, a non apprezzarne i risvolti.
Ha una sorella di nome Lucrezia che vede, quando va bene, un paio di volte l’anno e che vive a Londra con il terzo marito e due figli di cui uno drogato e, attualmente, a fargli compagnia tra i campi e la natura, vi sono una Bulgara, che ha risolto la faccenda del canapè di zia Vanda, e un ex tossico, Severino, che puzza di capra e che gli sta facendo un corso accelerato di redenzione. Ad aggiungersi a questo caleidoscopio di personaggi, Gavanin Saverio, in arte Beppe Carradine, con i suoi sermoni e filosofeggia-menti contrastati dall’enunciazione del nome di ogni albero esistente da parte dell’eclettico protagonista e il pastore Federico Pozzi che dovrà vedersela, per ragioni che non preannuncio, con le nuove leggi sull’immigrazione.

«Come se mi avesse toccato l’angelo della quiete. Tutto si allenta e mi torna in mente quando, molti mesi fa, in piedi accanto al bosco, nel mezzo della notte, guarii dall’ansia di avere ragione uscendo per sempre, con un clic dolcissimo, dalla chat “Attilio contro tutti”»

Ma chi è Attilio Campi e perché ha lasciato tutto per emigrare nella quiete e noia di Roccapane? Attilio Campi era un politico, un politico che avrebbe potuto diventare Ministro o Capo del Governo, era un nemico da odiare ma anche un modello da imitare, un uomo che si è spogliato della sua veste e che adesso è soltanto uno sconosciuto come tanti. La sua colpa è stata quella di aver, una volta nominato presidente della Commissione Educazione e Cultura, presentato una proposta di legge giudicata anacronista e inopportuna da quello stesso partito (come anzidetto) di appartenenza per poi essere cassata senza nemmeno essere discussa in Parlamento. E dire che se Attilio aveva proposto l’uniforme per gli studenti era proprio per rimediare a quella subdola banalità che è l’anticonformismo: «mettiti addosso questa, ragazzo, così per un po’ non devi più perdere tempo a distinguerti a tutti i costi. Puoi pensare veramente a chi sei e a chi vorresti diventare, non a quale felpa metterti» p. 25
Dal rifiuto di questa proposta ha avuto luogo una vera e propria battaglia social, una guerra di tweet, post, commenti e controcommenti a cui Campi non poteva fare a meno di rispondere, sia che il soggetto fosse in grado di modulare un pensiero concreto, sia che fosse uno rozzo e poco addestrato nemico avvezzo a linciaggi e risse quasi come se esserne munito potesse in un qualche modo rappresentare e costituire un talento.
In questo esilio rappresentato da Roccapane, il protagonista inizia una lotta senza eguali contro il passato, contro i ricordi che sono un peso insondabile e inesorabile. Gli oggetti fisici finiscono con l’essere per lui il massimo del deleterio: libri, lettere, fotografie, mobili, cianfrusaglie e molto altro ancora sono un male da estirpare a qualunque costo. Da qui ha inizio la progettazione dei roghi che avrebbero avuto lo scopo di eliminare tutto, di ridurre in cenere quei lasciti di vite altrui. Peccato però che, nel sognare questa vita tranquilla e dal passo spedito, bruci proprio l’unica cosa che non avrebbe dovuto bruciare, un qualcosa che è l’emblema delle sue radici e che avrebbe potuto modificare, o nuovamente collocarlo, nel mondo.
Un eroe attaccabrighe e insofferente è il nuovo personaggio proposto da Michele Serra ne “Le cose che bruciano”, un romanzo stratificato, scritto con una penna intelligente, forbita e ironica che racchiude al suo interno molteplici spunti di riflessione. Perché in quella che può apparire come una semplice storia di redenzione e fuga da un mondo che non ci vuole e che ci rifiuta, un mondo bislacco fatto di frivolezze e apparenze e dove è data voce anche a chi voce non dovrebbe avere, in realtà vi è molto di più. E nulla e nessuno è risparmiato in questo scritto. Quella che emerge dall’analisi dell’opera è una radiografia magro-amara dell’Italia di oggi sia dal punto di vista politico che sociale che dei valori. Dai social si passa all’impoverimento culturale ed emotivo per giungere al degrado delle istituzioni e dei rappresentati di queste.
Una valutazione pungente che si esaurisce in brevissimo tempo, che richiede una seconda e terza rilettura per cogliere anche quegli aspetti e quelle sfumature che ad una prima analisi possono essere sfuggite, ma che lascia il segno tanto da ritornare a più riprese a distanza di tempo.

«”Stai rivoltando la frittata, Atti.”
“Ho fatto politica per qualche anno”»

«Devo scaricargliela addosso, la differenza, oppure devo portarmela dentro senza dire niente, visto che sono stata io a fabbricarla quella differenza?»

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    11 Aprile, 2019
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Una ragazza ferita. Una rinascita duplice.

Valeria Parrella, è nata nel 1974, e vive a Napoli. Ha esordito con la raccolta di Racconti Mosca più balena. E poi ha pubblicato: Lo spazio bianco, Tre terzi, Lettera di dimissioni, Tempo di imparare, Ma quale amore, Troppa importanza all’amore, e Enciclopedia della donna. Aggiornamento. Ora pubblica con la casa editrice Einaudi: Almarina. Un romanzo intenso e profondo, toccante, che parla di dolore e di rinascita, del risorgere dopo grandi momenti difficili e traumatici. E di come questa risalita stessa sia sempre e comunque irta di ulteriori difficoltà ed ostacoli.
La protagonista di questa storia si chiama Elisabetta Maiorano, ha cinquanta anni, ed è una insegnante di matematica. Ma svolge il suo lavoro in un luogo particolare: nel carcere minorile di Nisida, un’isola del Mediterraneo:
“Nisida è un carcere minorile, le avessi scavate con le mie mani le strade di tufo che fanno arrampicare su la macchina. Come se mi stessero facendo un favore.”
Un luogo dove vigono leggi ferree che lo differenziano dalla normale comunità, per cui:
“Per oltrepassare il cancello grande si deve bussare a un campanello, il campanello sta a dieci passi piccoli dalla guardia che mi ha controllato i documenti. (…) C’è, in questa prassi, tra il casotto delle guardie e quel cancello, un’atmosfera diversa di ossigeno rarefatto. “
Gli abitanti di questo carcere sono giovani adolescenti minorenni, con vita e trascorsi passati che li hanno segnati in profondità, e che cercano affannosamente di costruirsi una vita. Magari differente da quella vissuta finora. Ma il percorso è lungo, e irto di impedimenti. Gli insegnanti, inoltre, devono porsi nei loro confronti con un certo distacco, per non farsi travolgere e perdere di obiettività. Un giorno, però, giunge ospite una giovane persona di nome Almarina:
“Oggi a lezione c’è una ragazza nuova. (…) Ci dice che ha sedici anni, che è una rumena (o quello che ne resta, dopo che il padre la violentò e la rovinò di mazzate). Non riesce a farsi capace che quella vita che ricorda sia la stessa che mena ora: la morte della madre, la perdita del fratello, non vedere mai più i boschi neri, la neve. (…) Almarina sa che quello che non è presente alla vista non esiste più.”
Per la vedova cinquantenne Elisabetta, Almarina, appare come una figlia mancata e il suo futuro tutto da costruire. Insieme. Ma….
Un libro ricco di poesia, che racconta, con uno stile ricco di fascino, e molto colto, una quasi “storia di amore”. Una storia di vuoti, di perdite, di cadute, e di tanto tanto dolore, ma anche di rinascita e di superamento. Una lettura che travolge e coinvolge in un turbinio di emozioni e di sentimento, con rara maestria e capacità. Notevolmente coinvolgente, ricco di sensibilità e di introspezione.

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Consigliato a chi ha amato: Ottessa Moshfegh, Eileen.
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    04 Aprile, 2019
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Il crollo delle illusioni

Jostein Gaarder, autore di quel capolavoro che è stato Il mondo di Sofia, libro indimenticabile e che ha fatto la storia della letteratura e non solo, torna in libreria con Semplicemente perfetto. Un libro, come è nello stile dell’autore, colto, dotto, inframezzato da precise riflessioni filosofiche, che si divora in un baleno.
Nella vita del protagonista del racconto, Albert, da tempo, tutto è:
“semplicemente perfetto”.
Una moglie, Eirin, conosciuta a diciannove anni, e mai più lasciata. Sposata, con lei concepisce un figlio, fino a diventare nonno. Prima di lei, una fidanzata sola: Marianne, con cui intrattiene da sempre degli ottimi rapporti, al punto da diventare il loro medico di famiglia. Tutto per lui percorre binari lineari, a parte un periodo di crisi e un fugace ritorno con Marianne, presto interrotto, divenuto solo più un ricordo. Ora, dopo trentasette anni di vita comune, Eirin è in Australia ad un congresso di biologia marina, per presentare la sua scoperta destinata a sconvolgere il mondo accademico di cui lei fa parte da tanti anni. In questo contesto Albert riceve una notizia destinata a mutare radicalmente. Infatti nella sua vita fa irruzione, prepotente e malefico, lo spettro della malattia. Quella che non perdona, che non lascia scampo. Albert è disorientato, ha bisogno di solitudine per riflettere e prendere eventuali decisioni. Non può che recarsi là dove tutto ha avuto inizio: la Casa delle fiabe. Lì ripensa alla vita, per cui:
“La vita di un uomo si riassume semplicemente così: C’era una volta…. E venne una notte. Adesso è arrivata la notte.”
E durante questa notte cupa e dolorosa il suo pensiero non può non andare a “Riccioli d’oro”:
“Ogni tanto chiamo Eirin “Riccioli d’oro”. Ma in tutti questi anni il motivo per cui le ho dato questo nomignolo è stato il nostro segreto. Era un fatto legato più al porridge che al colore dei suoi capelli.”
Lei può essere d’ora innanzi il suo scopo di vita? Perché vivere? E perché far soffrire i propri familiari? Coloro i quali ti amano indiscriminatamente, senza sé, senza ma? Riflettere sulla finitezza umana è giocoforza per il nostro protagonista:
“Per quasi tutta la vita siamo condannati a vivere con la consapevolezza che tutto il meraviglioso spettacolo che abbiamo vissuto – una terra dalle incredibili forme di vita, un oceano con una miriade di esseri diversi e un cielo stellato sopra di noi, lontano miliardi di luce, tanto che possiamo solo sognare di scoprire cosa contenga-, tutto questo, dopo pochi anni siamo condannati a lasciarlo, e per me il momento si sta avvicinando.”
Un racconto lungo, poco più di cento pagine, dove vengono affrontati svariati temi legati all’esistenza umana, trattati con capacità e particolare sapienza narrativa. Uno stile “perfetto”, di fascino, profondo dove si colgono gli aspetti bivalenti dell’essere umano: la sua profondità, la sua sapienza, ma anche la sua miseria, il suo essere finito, la malattia, la decadenza, la morte e l’eros. Un romanzo che trascina e che offre una visione del mondo, nonostante tutto, positiva e rasserenante. Perché la vita va sempre e comunque vissuta fino in fondo. Un motivo determinante e fondamentale per proseguire nel cammino umano lo si trova sempre, anche nel buio più profondo e tragico. Un messaggio di speranza, un inno alla vita profondo e totale in cui immergersi con impegno.

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Consigliato a chi ha amato Il mondo di Sofia
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Racconti di viaggio
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    30 Marzo, 2019
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Mobilitare il coraggio contro la retorica della pa

Paolo Rumiz racconta, in questo libro di non fiction, un itinerario dell'anima: un pellegrinaggio interiore che l'ha portato sulla via dei monasteri benedettini per riscoprire le radici autentiche dell'Europa.
Un giorno di qualche anno fa infatti, mentre sta compiendo un cammino nei luoghi del terremoto appenninico, arrivando a Norcia vede, tra le rovine, la statua di San Benedetto. É incredibilmente intatta tra le macerie e porta la scritta «San Benedettino. Patrono d'Europa». Per Rumiz è una specie di folgorazione, un segno da cogliere: in un'Europa tartassata dai nazionalismi di ritorno, che si sta chiudendo in se stessa e rifiuta l'accoglienza degli Ultimi, in un'Europa xenofoba e razzista dominata dalla paura, che fine ha fatto il messaggio di San Benedetto? Quel messaggio che mette al centro l'ascolto, l'accoglienza, il lavoro e lo studio che hanno come fine quello di celebrare lo splendido Creato e quindi Dio, l'operosità buona che riesce a cogliere i doni dall'ambiente senza distruggerlo, la letizia che nasce in un'esistenza che non nega la spiritualità ma anzi la comprende e la vive appieno?

«Un vento profumato penetrava le rovine e io sentivo che nel mio mondo parole chiave come silenzio, dedizione, spirito di sacrificio erano state liquidate o avevano smarrito il loro senso. La stessa parola “Europa” si era perduta. I fondamenti della cultura cristiana – compassione e solidarietà- erano diventati un reato. Sulla pelle dei disperati, un'intera classe politica faceva le prove generali di una spietatezza che sicuramente sarebbe ricaduta sui nostri figli, ma noi eravamo incapaci di accorgercene.»

Rumiz pensa quindi di andare di persona a visitare diversi monasteri benedettini, in Italia, Francia, Germania, Svizzera, Belgio, Ungheria, per ritrovare lo spirito che ha guidato il monachesimo e comprendere quanto da quello spirito possiamo ancora oggi trarre insegnamento e ispirazione per muoverci in un presente piuttosto fosco.
Anche i primi monaci benedettini vissero in un'epoca molto difficile: l'impero romano d'Occidente era caduto e i territori italici erano circondati ed attaccati da popolazioni violente e bellicose. Ebbene, che cosa hanno fatto i benedettini in questa situazione? Si sono aperti all'altro, l'hanno ascoltato e accolto: hanno praticato la solidarietà, il lavoro manuale, lo studio e la lettura, la carità. In questo modo hanno conquistato i conquistatori, li hanno convinti a diventare cristiani ed a far parte del loro mondo. In questo modo è nata l'Europa.
Il destino dell'Europa, secondo Rumiz, non può essere altro che questo: accoglienza, integrazione, solidarietà e democrazia. Il destino dell'Europa è scritto nella sua posizione geografica, una penisola che dall'Asia si protende verso l'Oceano Atlantico: nella storia è sempre stata il punto d'arrivo di migrazioni di popoli che, non potendo attraversare il mare, si sono stanziati qui.
L'Europa è un'anomalia democratica stretta fra giganti che vorrebbero toglierla di mezzo. La salvezza dell'Europa non può che essere rappresentata dall'unione e non certo dal riaffiorare di sterili nazionalismi.

« “[...] Basta guardare le mappe per capire che in tanti vorrebbero toglierci di mezzo. Sono riuscito a spiegarlo persino ai bambini delle elementari. Ho disegnato per loro l'Europa alla lavagna con intorno i pericoli che la minacciano. A nord, le lusinghe di Putin. A est, il focolaio mai spento dei Balcani e dell'Ucraina, i reticolati, i nazionalismi etnici, le mire della Cina. A ovest, i dazi di Trump, l'autolesionismo di Brexit, la Catalogna. A sud, il mare dei naufraghi, l'islamismo violento, le dittature, la guerra, le bombe sui civili. Mai nella storia abbiamo avuto tanti problemi in comune, ho detto ai piccoli scolari. Poi ho chiesto: 'In mezzo a tutto questo, voi cosa fate? Restate uniti o vi dividete?'. 'Uniti, uniti!' hanno gridato. Lo capiscono anche i bambini. L'Europa delle nazioni invece, anziché compattarsi litiga, alza reticolati, abbatte regole di garanzia, mette in discussione le conquiste democratiche. Rinnega le radici cristiane. Dimentica Benedetto...” »

É necessario quindi mobilitare il coraggio contro la retorica della paura: comprendere e smontare i meccanismi che ci stanno portando all'autodistruzione.
Rumiz scrive un testo luminoso ed illuminante che si muove tra racconto di viaggio, percorso spirituale, lucida analisi della situazione europea attuale. Quasi su ogni pagina mi sono soffermata, ho letto e riletto alcuni passaggi, ammirando la prosa elegante ed efficace, le riflessioni amare ma necessarie, la speranza ferita ma mai abbandonata di un intellettuale che ci costringe ad interrogarci sul presente riscoprendo le nostre radici storiche in modo serio ed appassionato.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    29 Marzo, 2019
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Nelle mani del fato

Dopo aver letto non molto tempo fa “La variante di Lüneburg” dello stesso autore, mi accingo a recensire quella che è la sua più recente uscita. Da entrambe le letture si evince che, oltre a essere un profondo conoscitore del mondo degli scacchi, Paolo Maurensig ne è davvero un amante appassionato, che accosta questo gioco a qualcosa di quasi divino. Come suggerisce il titolo di questo libro, dopotutto.
Devo dire che lo stile di Maurensig si è confermato di buona fattura: chiaro, scorrevole, capace di emozionare nei momenti giusti; soprattutto nel finale mi è sembrato capace di smuovere qualche corda del mio animo. Anche “Il gioco degli dèi", dunque, si è rivelata una bella lettura, che ci rende partecipi di una storia che, oltre a essere un piacere da leggere, ci regala anche qualche momento di sana riflessione. Certo, Maurensig dovrà essere bravo in futuro nel continuare a variare molto le sue storie, se vuole mantenere come cardini gli scacchi (e anche qualche altro elemento, come la guerra), ma mi sembra che finora ci sia riuscito bene.
Il realismo di Maurensig non concederà tuttavia molte soddisfazioni al lettore amante dei risvolti sempre positivi degli eventi; per quanto mi riguarda questo è un punto a favore dello scrittore, che riesce a dipingere la vita in maniera autentica e senza forzare la mano per “accontentarci”.
Tuttavia, c’è sempre spazio per la speranza.

In questo libro diventiamo spettatori di quella che è stata la vita di Malik Mir Sultan Khan, indiano di umili origini che si ritrova un dono: è un vero e proprio campione del chaturanga, ovvero l’antenato del gioco che noi chiamiamo scacchi. Da ragazzino, nel suo villaggio, farà la sua comparsa una tigre che lo priverà di entrambi i genitori, lasciandolo completamente solo. In soccorso dei suoi servitori arriverà il principe Sir Umar Khan. Il nobile Khan, conosciuto per essere un uomo buono che si preoccupa dei suoi sudditi, allestirà un accampamento e, nelle pause che ci saranno tra una battuta di caccia alla tigre e l’altra, ascolterà le richieste di aiuto degli abitanti del suo villaggio. Tra questi il piccolo Malik, che gli farà una richiesta insolita: vuole diventare un campione di chaturanga.
Da qui si scateneranno una serie di eventi che porteranno Malik a confrontarsi con i più grandi campioni di scacchi; ad affrontare e sconfiggere il più grande giocatore del mondo: Capablanca; a vincere più di una volta il titolo di campione di scacchi britannico. Tuttavia, come al solito, la guerra verrà a sconvolgere la vita e il futuro di Malik, che si ritroverà trascinato in una serie di eventi che gli segneranno la vita, in certi casi episodi piuttosto amari.
Una volta chiuso il libro lo riporremo con la consapevolezza di aver appreso una storia che valeva la pena di essere raccontata.

“Essere supportati dagli dèi non è poi quella gran cosa che tutti credono; non è un merito muoversi appesi alle loro fila, diventare una loro pedina. È appena poco più dici che fa un servo nell’obbedire ai desideri e ai comandi del proprio padrone.”

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La variante di Lüneburg
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    29 Marzo, 2019
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La realtà attraverso gli occhi di uno che corre...



Difficile dire di cosa parli questo libro...un po' romanzo, un po' autofiction, un po' cronaca, un po' saggio filosofico.
Covacich si mette a nudo e diventa protagonista di se stesso...o forse solo "veicolo" per parlarci di altro.

Lui corre, nonostante la scoperta di un problema cardiaco, non riesce a rinunciare ai suoi chilometri, alle sue scarpe da corsa, al piacevole contatto con il tessuto tecnico dell'abbigliamento sportivo, e se pur con un'andatura più tranquilla, ci porta con sé per le strade di Roma Nord e nei suoi pensieri, nei suoi ragionamenti.
Troviamo i senzatetto che si stordiscono nel vino a buon mercato per arrivare a sera, gli spritz e i lupini consumati in un bar del Villaggio Olimpico, gli zingari con i loro accampamenti, i lavavetri e i loro modus operandi, i topi, gli alberi, le donne...
Covacich prende la sua vita e ne estrapola momenti, donandoci riflessioni, storie, appunti, domande.
Perché il ragazzino in gita scolastica precipita dal balcone dell'albergo?
E perché lui riesce a percepirne quasi il sollievo?
Il cane legato alla catena, soffre? Oppure si sente padrone assoluto e soddisfatto del suo mondo che finisce esattamente dove lui riesce ad arrivare?
Siamo davvero come alberi, piantati a caso uno accanto all'altro?
Siamo davvero così soli?
Sarà vero che la morte arriva solo quando la vita decide di lasciarle un po' di spazio?

Ma, soprattutto, chi è quell'uomo che di notte fuma in casa sua e che vede soltanto lui?
L'alter ego dell'autore si materializza in una sorta di Zuckerman grasso, nudo e osceno.

Un libro che si assapora piano.
A volte spietato, ma anche dolce e ironico.
Reale e realistico, ma ricco di iperboli mentali.
Una lettura che non presenta nessun cedimento, nessun momento noioso, che ci fa guardare la realtà circostante attraverso un filtro nuovo, attraverso occhi attenti e indagatori.
Covacich si conferma, per me, un acuto osservatore del nostro vivere quotidiano, un uomo che non ha timore di ammettere le proprie debolezze, i propri limiti e in grado di trasformare qualcosa di molto intimo in qualcosa di molto universale.

Un libro senza una storia, ma pieno di storie.




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kafka62 Opinione inserita da kafka62    29 Marzo, 2019
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IO, VAGABONDO CHE SON IO

“Fluidità, mobilità e illusione: questo vuol dire essere civilizzati. I barbari non viaggiano, loro si spostano soltanto con uno scopo o compiono razzie.”

Marc Augé coniò alla fine del secolo scorso un bizzarro neologismo, il “nonluogo”, per designare quegli spazi, come i centri commerciali, le sale d’aspetto e soprattutto gli aeroporti, i quali hanno in comune la prerogativa di non creare relazioni tra la moltitudine di persone che in essi quotidianamente si incrociano. Tali luoghi per l’antropologo francese possiedono una connotazione eminentemente negativa, in quanto sono caratterizzati dall’individualismo, dall’anonimato e dalla provvisorietà. Leggendo “I vagabondi” non sono così sicuro che Olga Tokarczuk condivida fino in fondo la critica della “surmodernità” insita negli studi di Augé. Molte pagine del suo libro sono infatti ambientate proprio negli aeroporti o nelle stazioni della metropolitana, e in questi luoghi, simboli del fascino, per non dire addirittura dell’ossessione, per gli spostamenti e i viaggi, così come nelle impersonali camere d’albergo delle città straniere, la scrittrice polacca si trova perfettamente a proprio agio. Quello della Tokarczuk è una sorta di atipico “invito al viaggio”, inteso non nel senso turistico del termine, bensì in una connotazione esistenziale, wendersiana (mi riferisco a film come “Alice nelle città” o “Nel corso del tempo”), come necessità di muoversi, spostarsi, non mettere radici in nessun posto, in una coazione che non ha come oggetto una meta particolare, una destinazione specifica, ma il movimento stesso, il passaggio cioè da uno stato di inerzia, di stasi a uno stato di continuo cambiamento, gravido di opportunità latenti. In uno dei capitoli più paradigmatici del libro, una adepta di una fantomatica setta di nomadi espone con queste parole la sua filosofia di vita: “Dondola, continua, muoviti. E’ l’unico modo che hai di sfuggirgli. Colui che governa il mondo non ha potere sul movimento e sa che il nostro corpo in movimento è sacro, solo allora potrai sfuggirgli, una volta che sarai partita. Lui regna su ciò che è immobile e congelato, su ciò che è passivo e inerte. […] Perché tutto ciò che ha un posto fisso su questa terra, ogni nazione, chiesa, governo umano, tutto ciò che ha conservato una forma in questo inferno si mette al suo servizio. Come tutto ciò che è definito, che va da qui a là, che rientra in uno schema, che è inscritto in un registro, numerato, evidenziato, sottoposto a giuramento; tutto ciò che è raccolto, messo in vista, etichettato. Tutto ciò che blocca: case, poltrone, letti, famiglie […] Cresci i tuoi figli, dal momento che li hai partoriti inavvertitamente, e poi parti; seppellisci i genitori, che ti hanno imprudentemente chiamato a esistere, e vai. […] Beato è colui che parte.” La narratrice ricorda un episodio della sua infanzia, quando si era trovata per la prima volta davanti al fiume Oder e, di fronte allo spettacolo di questo gigantesco nastro mobile che scorreva oltre la cornice, fuori del mondo, aveva desiderato di trasformarsi da grande in una delle barche che vedeva navigare sotto i suoi occhi affascinati. Consequenzialmente alla sua fantasia infantile, la Tokarczuk ha scritto un libro che celebra in ogni sua pagina l’instabilità, la precarietà, l’imprevedibilità, fedele all’idea che “è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo”, che “il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”. Si snoda così in caotica successione una serie di frenetici e irrequieti spostamenti della protagonista alla volta di luoghi di cui a volte non viene citato neppure il nome. Non sono affatto reportage di viaggio, niente che possa un giorno rientrare in una guida turistica, dal momento che “descrivere significa distruggere”. Le stesse mappe che fanno capolino di quando in quando tra le pagine del libro sembrano piuttosto degli enigmi che degli strumenti per raccapezzarsi, sembrano costruite più per perdersi che per orientarsi, nella convinzione che la salvezza è forse quella di non riconoscere mai il posto in cui ci si trova, per non affezionarsi e scoraggiare così la tentazione di fermarsi e mettere radici.
Anche i racconti che interrompono le riflessioni e gli aneddoti della voce narrante sono caratterizzati da una simile irrequietezza. La moglie che sparisce misteriosamente col figlioletto nell’isola croata dove è in vacanza col marito (in una sorta di versione contemporanea e prosaica di “Picnic a Hanging Rock”), la madre di famiglia che fugge per qualche giorno dalle responsabilità domestiche per sperimentare l’inusuale e inaspettatamente consolante condizione di senza tetto, la figlia del famoso anatomista olandese del Settecento Frederik Ruysch la quale, dopo la vendita della collezione anatomica del padre allo zar di Russia (con quei feti conservati nei barattoli che erano diventati per lei come dei figli), sogna di travestirsi da uomo per imbarcarsi come marinaio e partire alla volta di mari lontani, la sorella di Chopin che porta da Parigi, nascosto sotto la gonna, il cuore del fratello per seppellirlo nella natia Polonia, sono tutti personaggi che, nell’arco di poche, memorabili pagine, esprimono un sottile e misterioso male di vivere, una sorta di degenerazione, di disintegrazione dell’io che forse solo la partenza verso l’ignoto, il precario, il transitorio può aiutare a guarire.
I viaggi raccontati da Olga Tokarczuk non sono solo quelli fisici, da un luogo a un altro, ma sono anche quelli nella memoria (“con l’età la memoria comincia piano piano ad aprire i propri precipizi olografici, tirandone fuori ogni giorno, uno dopo l’altro come nodi su una corda, e poi ogni ora e ogni minuto […] - è come l’estrazione di scheletri antichi dalla sabbia: all’inizio si vede solo un osso, ma il pennello presto ne scoprirà altri, finché verrà portata alla luce un’intera struttura complessa: giunture e articolazioni che sorreggono il corpo del tempo”) e nella mente (le conferenze sulla psicologia di viaggio organizzate negli aeroporti, che ci fanno conoscere stravaganti e inverosimili specializzazioni come la psicoanalisi topografica e la psicoteologia di viaggio), i viaggi nell’aldilà (quieti e sommessi trapassi, come quello del vecchio professore in crociera nelle isole greche) e, soprattutto, i viaggi all’interno del corpo umano. Quest’ultima è forse la parte più curiosa e avvincente de “I vagabondi”. Partendo dalla similitudine tra il corpo umano e il mondo esterno (“come se si stesse risalendo un fiume alla ricerca della fonte, allo stesso modo con il bisturi si sale lungo i vasi sanguigni per trovarne l’inizio”), l’autrice, affascinata dall’anatomia al punto da preferire i musei scientifici, e addirittura le cosiddette “stanze delle meraviglie” e le collezioni di curiosità, ai musei artistici, ci parla di imbalsamazioni, di plastinazioni, di soluzioni chimiche per conservare i preparati organici, di lezioni anatomiche che sembrano uscite da un quadro di Rembrandt. Personaggi inventati, come il dottor Blau (che sogna la plastinazione di tutti gli uomini, perché ogni corpo umano merita di sopravvivere), e personaggi realmente esistiti, come il già citato Frederik Ruysch o Philip Verheyen, lo scopritore del tendine d’Achille (il quale, ossessionato dal dolore “fantasma” che lo affligge inspiegabilmente là dove una volta c’era la sua gamba, amputatagli anni prima per un’infezione, si ostina fino alla sua morte a dissezionare il suo arto, alla ricerca di una verità che non troverà mai), sono tra le figure meglio tratteggiate del romanzo.
“I vagabondi” è un testo strano, eterogeneo, difficile da classificare. E’ un libro di viaggi senza geografia, una sorta di spazio mentale in cui contano le persone più dei luoghi (“la meta dei miei pellegrinaggi è sempre un pellegrino”), in cui aneddoti, meditazioni, curiosità si affastellano in modo apparentemente caotico e anarchicheggiante (in linea con la personalità dell’autrice, che per natura si definisce attratta dall’imperfetto, dall’incompleto e dal difettoso). Non si capisce bene se sia più un romanzo, un diario, una autobiografia, una raccolta di racconti o un saggio. Sarebbe probabilmente piaciuto molto a Calvino per la prospettiva anticonvenzionale, fantasiosa e straordinariamente “leggera” con cui tratta i suoi svariati, apparentemente inconciliabili argomenti (dai racconti alla “Mille e una notte” alle scritte sugli assorbenti igienici, dai programmi televisivi notturni visti nella camera di un hotel ai pellegrinaggi per visitare le sante reliquie). Non nascondo che l’approccio per il lettore, stordito dall’eterogeneità e dalla dispersività di questo ponderoso volume, può essere respingente. Eppure, se si ha la pazienza di arrivare alla fine, si scopre che tutto possiede un suo ordine rigoroso, che tutto segue un coerente filo logico. E’ un po’ come quel gioco enigmistico in cui nella pagina vediamo all’inizio un incomprensibile guazzabuglio di puntini numerati, ma quando poi uniamo questi puntini tra loro viene fuori finalmente un disegno intelligibile di cui prima non riuscivamo neppure a sospettare l’esistenza. Proteiforme e poliedrico, fluido e instabile, “I vagabondi” è anche un libro a suo modo necessario, soprattutto in un’epoca come la nostra in cui gli spostamenti di milioni di persone da una parte all’altra del pianeta mettono quotidianamente, disperatamente in discussione il concetto stesso di società e di convivenza civile.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Marzo, 2019
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… Cambieremo il caso in destino.

«Chi aveva detto che le storie, se non si raccontano si disseccano a poco a poco, si sbriciolano e scompaiono nel nulla? L’unico modo per preservarle è raccontarle. Chi lo aveva detto?» p. 22

Due uomini di diversa età e con due diversi punti di vista sulla vita che si incontrano per caso, sono i nuovi protagonisti nati dalla penna precisa e curata di Gianrico Carofiglio e contenuti ne “La versione di Fenoglio”. Il primo è il Maresciallo dei Carabinieri Pietro Fenoglio, ex studente di Lettere presso la facoltà di Torino, che a sedici mesi dalla pensione a causa di una severa artrosi all’anca, con decorso quasi fulmineo, si vede costretto prima ad operarsi e poi a sottoporsi ad una serie di sedute di riabilitazione, il secondo non è altro che Giulio Crollalanza, reduce da un incidente stradale a sua volta operato per l’inserimento di una protesi all’anca, di anni ventitré, studente di giurisprudenza prossimo alla laurea (due esami e la tesi), figlio d’arte e con un futuro già spianato, un futuro che tuttavia non vuol intraprendere perché come comprendere cosa voler fare della propria vita, come comprendere quale strada sia giusta e quale sbagliata per noi?

«Ma sai, per quanto pensiamo di essere superiori a certi meccanismi, questi ci condizionano. Possiamo essere abbastanza lucidi da osservarli in noi stessi eppure incapaci di contrastarli davvero» p. 9

«Mi ha molto incuriosito. A volte mi domando in che modo la gente scopra la propria strada, perché io temo di non riuscire a trovare la mia. Ammesso che esista una mia strada. […] Non sono sicuro che il paragone funzioni. Si può giocare bene a calcio senza averlo visto in televisione. Non si può scrivere – credo – senza aver letto molto. Non ricordo chi ha detto che ogni vero scrittore è seduto su una catasta di libri altrui. Diciamo che la lettura è un presupposto necessario, anche se non sufficiente, per scrivere qualsiasi cosa» p. 16-17

Come poter crescere? Come acquisire quella postura morale che significa accettare la responsabilità di essere vivi? È un qualcosa che ha a che fare con la dignità di essere donne e uomini di fronte al caos dell’universo, di essere sconvolti dai fatti che quotidianamente ci accadono, di essere preda di dubbi e incertezze che sembrano minare tutte le nostre sicurezze per incrementare quelle crepe che ci portiamo dentro e contro cui lottiamo. E forse, nessuno ha una vera risposta per tutti questi quesiti, oppure, più semplicemente, una risposta non c’è perché viene da sola o non arriva mai. Sta di fatto che tra una seduta di riabilitazione e l’altra, sotto la vigile e attenta sorveglianza di Bruna e in una Bari tra le retrovie, tra i due nasce un rapporto di complicità, una voglia di raccontare e di ascoltare, uno scambio sincero che in modo diverso arricchisce entrambe portando ad una personalissima crescita.
Perché se Giulio è in quella fase in cui non ha certezze sul futuro e su se stesso, non riscontra in sé qualità degne di nota o pregi di alcun genere, è schiacciato dalla famiglia e dalla volontà di un padre autoritario e di una madre accondiscendente e sua volta dura, Fenoglio è attanagliato dalle paure di un’età che sembra essere arrivata troppo presto e che sembra avere il sapore di una conclusione amara. Non si sente più un uomo appetibile, ha un matrimonio alle spalle finito male, ha tanti timori per quei giorni in cui non sarà più in servizio e per quei tentativi con cui cercherà di riempire il tempo e così, narra. Parla al ragazzo di come ha cominciato, del perché ha cominciato, del come si investiga, del com’è entrato nel nucleo investigativo, di quali sono i stati i casi più salienti della sua carriera, di quali sono gli stratagemmi per riconoscere un bugiardo da una persona che sta dicendo la verità, di come condurre un interrogatorio, dell’importanza dell’osservare e del non rifuggire, degli incontri, della casualità o non casualità di questi, dell'importanza delle storie e di come queste debbano essere raccontate per non essere perdute e molto altro ancora.
“La versione di Fenoglio” è un romanzo rapido e di facile lettura che si esaurisce in poche ore ma che lascia il segno. In questo è possibile ritrovare il Carofiglio delle investigazioni e della procedura penale che tanto affascina con i suoi gialli e le sue inchieste ma anche un Carofiglio più introspettivo che si interroga sulla vita, sul tempo che passa, sul destino, sulle insicurezze, sull’esperienza e tanto tanto altro. Aspetto quest’ultimo, che per mio gusto personale, ho particolarmente apprezzato.
Un perfetto mix tra le due essenze di uno scrittore che sa farsi apprezzare ogni volta con semplice genuinità.

«… Cambieremo il caso in destino.» p. 167

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Marzo, 2019
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Giallo al km 123

Un cellulare spento destinatario di messaggi d’amore disperati, un incidente al km 123 di via Aurelia da Grosseto verso Roma, un uomo, Giulio Davoli, gravemente ferito. Un sinistro che fa pensare ad un incidente, un testimone, il signor Corradini ex collaudatore con molta pratica e esperienza alla guida, che afferma con assoluta certezza che si è trattato senza ombra di dubbio di un tamponamento volontario, "non una sbandata bensì una correzione di sterzo calcolata al millimetro". Il conducente ha cioè preso l’altra macchina non centrandola per aver la certezza di spingerla in avanti in modo da farla ruotare su se stessa e farla finire nella scarpata. Una moglie dal temperamento freddo che non esita ad attuare la sua vendetta nel momento meno aspettato tanto da destare persino qualche sospetto su un possibile coinvolgimento nel tentato omicidio del coniuge. Nondimeno, altri fatti misteriosi di minacce e altre morti, si susseguono. Che sia lei l’artefice di tutto? Qual è il vero ruolo della ventottenne Ester? Che sia stata soltanto “amante” del cinquantacinquenne Davoli oppure il suo atteggiamento apparentemente leggero, frivolo, preda degli stati emozionali più eterogenei (dalla gelosia all’amore, alla frustrazione), non aveva altro che lo scopo di celare astiose e implacabili intenzioni?
Un giallo perfettamente architettato questo breve romanzo di appena 138 pagine e interamente articolato attorno all’infedeltà coniugale e a quel circolo vizioso che ruota ininterrotto attorno al km 123. Un testo di breve lettura dove gli elementi propri di Andrea Camilleri si fondano con perfetta armonia e si ritrovano tutti. Una storia, ancora, rapida e di facile scorrimento che purtroppo si esaurisce in appena un’ora e mezzo ma che ha la capacità di invogliare alla lettura il conoscitore dall’inizio alla fine. Quest’ultimo è infatti curioso di apprendere dell’arcano, della sussistenza o meno di una serie di omicidi concomitanti, di chi è effettivamente l’artefice del piano che ha portato alla rovina del Davoli e alla “libertà” di altri.
Non certamente il miglior Camilleri ma comunque un elaborato piacevole, godibilissimo e dove alcunché è come appare.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Marzo, 2019
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La gentilezza dello sguardo rivolto alla vita

«La risposta l’avrebbe trovata presto, probabilmente. E forse, crescendo, l’avrebbe trovata anche per le altre domande. Domande di ogni tipo. Quale mazza usare? Esisteva davvero un museo del panino? Perché ai tuoi ebrei non piaceva giocare a golf? Il padre aveva avuto paura o era solo concentrato a bordo del De Havilland? E Mussolini, come sapeva il fatto suo? Perché il cibo usciva così diverso dall’altra parte del corpo? Come si evitava di far cadere la cenere da una sigaretta accesa? Il Paradiso era in cima al camino come sospettava? Come mai il visone era così ostinatamente attaccato alla vita?» p. 18

Jean Serjeant nasce quando la Prima Guerra Mondiale è conclusa e i primi rudimenti per la Seconda iniziano a fiorire, cresce con il mito dello zio Leslie, imbonitore che la trascina nei suoi peregrinaggi, durante le partite di golf o che ancora le insegna il rito segreto per non far cadere la cenere della sigaretta, conosce Thomas – Alba Due – Prosser, sergente-pilota di Hurricane IIB che in quella notte del giugno del 1941 sui cieli francesi volgendosi a est per guardare la Manica, si accorse di quell’arancia del sole viscosa e già spuntata all’orizzonte, per poi lasciarsi rovinare in una discesa di qualche migliaio di piedi per esser risorpreso sempre da quel miracolo circolare che per la seconda volta si levava dallo stesso punto dello stesso mare per regalargli un’altra alba, una seconda, a pochi minuti dalla prima, dimostrando che sì, tutto era possibile, e conferendogli quel soprannome di battaglia che sempre lo ha accompagnato, si sposa con un uomo che crede di amare quando alla fine di sentimenti d’amore alcunché comprende, e dopo vent’anni di matrimonio, all’età di trentotto anni, resta finalmente incinta di Gregory, circostanza, che la porta a distaccarsi da quell’unione fine a se stessa e a crescere il figlio da sola.
Jean è una donna ordinaria. Il suo è un aspetto normale, avvalorato da un carattere silente che non trabocca mai di emozioni e che lascia scorrere gli eventi per quel che sono, eppure, ella è anche una donna che volge al mondo uno sguardo diverso, un occhio fatto di curiosità. E tutto ha inizio proprio in quegli anni giovanili in cui tanti erano i quesiti e ben poche le risposte, tanti erano gli interrogativi di cui la maggior parte privi di rilevanza. Questa ingenuità e questa fame di sapere le fanno da bussola nella vita adulta, un’esistenza incolore e comune fatta di fallimenti, insoddisfazioni, momenti sfumati, attimi trascorsi, e tentativi di comprendere quell’universo maschile così anomalo e incomprensibile anche con avvicinamenti alla sfera femminile diametralmente opposta. La sua è una vita lunga, che mentalmente può essere suddivisa in tre sezioni che proprio nell’ultima confluirà in una saggezza ricercata e tuttavia inaspettata, in un coraggio imprevisto rivolto al cercar di dar risposta, con quel suo percorso su questa terra, a domande mai esplicitamente formulate quali: come fa la gente comune che conduce un vivere anonimo e mesto a proteggersi dal tedio? Come può, se ne è capace, render unica questa nostra presenza in questo mondo? Com’è riuscito in questa impresa così sorprendente il sergente-pilota Thomas Prosser? Com’è riuscito a renderla eccezionale? Che la risposta ad ogni quesito sia imparare a scorgere lo straordinario nell’ordinario, il magico nel quotidiano?
Con uno scritto avvalorato da una penna pregiata, curata in ogni minimo dettaglio e capace di costruire personaggi solidi e vividi nella mente del lettore, Julian Barnes ci propone un testo apparentemente di facile e veloce lettura ma, la cui essenza e l’insita morale, sopraggiunge con tutta la sua forza soltanto a distanza di tempo dalla sua conclusione. Non stupisce pertanto, nel proseguire del componimento, il ritrovarsi più volte a chiedersi dove effettivamente egli voglia arrivare, quale forza abbia questa donna così curiosa e così eclettica che tanto desidera sapere, che tanto si è chiesta, che tanto si è risposta e che soltanto alla fine è arrivata a porsi quelle che ritiene essere le domande dal giusto significato, dal corretto epilogo, quale sia, ancora, il lascito di questa vita incolore ma ciò nonostante ricca di colore, non stupisce, dunque, coglierne le vere sfumature a giorni di distanza, quando la mente, confusa e stordita, torna a riproporsi quegli stessi dubbi e quelle stesse questioni che quegli occhi rivolti al cielo solevano proporsi.

«In passato credevo di conoscere le risposte – disse Jean. – Ecco perché me ne sono andata. So cosa fare, pensavo. Forse devi convincerti di conoscerle le risposte, altrimenti non combini mai niente. Pensavo di conoscerle quando mi sono sposata; o meglio, credevo che sarei stata capace di trovarle. Pensavo di conoscerle quando me ne sono andata. Adesso non ne sono più tanto certa. O meglio, adesso so quali sono le risposte a domande diverse. E magari va così: sappiamo solo le risposte a un certo numero di cose a seconda del momento» p. 145

«- Oh, ricordarle tutte, adesso è una parola! Per esempio, volevo sapere se esisteva un museo del panino e, se sì, dove si trovava. E perché agli ebrei non piaceva giocare a golf. E come sapeva il fatto suo Mussolini. E se il paradiso era in cima al camino E perché il visone è così ostinatamente attaccato alla vita.
- E sei riuscita a trovare qualche risposta?
- Non ne sono sicura. Non ricordo più bene come sia andata: se abbia trovato le risposte o abbia perso interesse nelle domande. Suppongo, che crescendo, mi sia resa conto che l’idea che un museo conservasse il panino uova e crescione della regina Vittoria fosse una vera stupidaggine, e poi ho scoperto che agli ebrei il golf non piaceva, ma erano i golfisti che non sopportavano gli ebrei. Quanto al paradiso in cima al camino: forse a un certo punto ho imparato che ci sono domande che devono essere formulate diversamente per ottenere una risposta. E non ho mai scoperto perché il visone è così ostinatamente attaccato alla vita» p. 176

In conclusione “Guardando il sole” di Julian Barnes è un elaborato che nasconde al suo interno tanti quesiti filosofici, che richiede una lettura centellinata, che arriva “a distanza” di tempo, che suggerisce di vedere e di chiedersi. Vedere perché talvolta basta schermarsi gli occhi con le mani che perfino il sole può diventare un oggetto di osservazione tra gli interstizi delle dita schiuse, chiedersi, magari anche errando, ma pur sempre curiosando perché la vita è così effimera, labile, imprevedibile, lieve e dolorosa al contempo, che richiede di essere vissuta, assaporata con gli occhi genuini di un bambino.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    21 Marzo, 2019
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un rifugio devastante

Il cuore e la tenebra è l’ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia. Un romanzo del tutto differente dai suoi precedenti. Un testo corposo, che induce alla riflessione intrinsecamente difficile e complicata. Apre scenari e domande di grande spessore narrativo. Penso che nulla renda meglio l’idea di questo testo, se non le parole stesse dell’autore in una nota a calce:
“Il cuore e la tenebra è la storia di un uomo che, non tollerando più il suo presente e non vedendo più alcun futuro, sceglie di rifugiarsi nel passato. Ma non in un passato per così dire di comodo. (…) no: lui sceglie il cuore di tenebra dell’Europa. Da artista e uomo di spettacolo, resta affascinato dallo “spettacolo”messo in scena da Hitler. Vedi Joseph Conrad in Cuore di tenebra. (…) Incapace di liberarsi dal senso di colpa che lo attanaglia dopo aver distrutto la sua famiglia, Federico Rallo si fa carico di una colpa ancora più grande. E’ il suo modo di chiedere perdono.”.
Dunque la storia di un figlio, Giulio, che apprende della morte del proprio padre a Berlino. Il suo non è un padre qualsiasi: famoso direttore d’orchestra, dopo aver vissuto per molti anni a Milano, si trasferisce a Berlino, in seguito alla nomina di direttore della Filarmonica. Ossessionato, però, da una perfetta idea di esecuzione della Nona Sinfonia diretta da Furtwangler nel 1942 per il compleanno di Hitler, costringe gli orchestrali a prove indicibili per ripeterla identica. Fino a quando la successiva rivolta lo costringe al licenziamento. Da lì in poi la rivalutazione del nazismo diventa, per lui, una:
“non tanto come dottrina ma come …. Concezione dell’esistenza.”
Per Giulio un travaglio incomprensibile, una dispersione nel nulla che non comprende e che lo sconvolge. Si rende conto di non aver mai conosciuto a fondo il proprio padre E’ smarrito e quando apre il suo computer si trova davanti a file terribili:
“Apro il Mac .Lo schermo si illumina. Sullo schermo, tutto nero, leggo una frase: WIR KAPITULIEREN NICHT, NIEMALS. Noi non capitoleremo, mai. Poi ai quattro angoli dello schermo, quattro cartelle. La prima è intitolata NAZI. La seconda WORK. La terza FUN. La quarta KINDER. Ovvero …. BAMBINI. Oh mio dio. Vengo attraversato da un pensiero terribile”.
Una discesa negli inferi per comprendere. O forse no. Infatti:
“Fu quello l’istante in cui l’incanto del mondo si spezzò. (…) E come se continuando a leggere ciò che hai scritto mi inoltrassi nel tuo cuore di tenebra.”
Un romanzo che narra di una fuga. Una fuga:
“Da una realtà che non sopportavi più. Ti sei, cioè, ti eri come rifugiato nel Terzo Reich. Aggrappandoti al nazismo. Santo cielo. Per aggrapparsi al nazismo uno deve stare male, molto male.”
Un libro che mi è molto piaciuto. Non è il solito, ironico, Culicchia a cui siamo abituati, ha una profondità di essere e di esistenza al di fuori del comune. Una lettura per certi versi sconvolgenti per il suo intrinseco contenuto, una prosa diretta e colta. Un testo che affronta con sapienza narrativa svariati temi importanti: quali la disgregazione della famiglia,l’amore per i figli, la morte e il distacco, ma anche:
“l’impossibilità di fare davvero i conti con la nostra finitezza, l’egoismo insito nella nostra stessa natura, il ritorno vero o presunto di ideologie che hanno segnato il Novecento, la linea d’ombra che separa il Bene dal Male.”
Un romanzo emozionante, che riflette sulle grandi ideologie, appunto, sul “trionfo della volontà” sull’essere cittadini del mondo. Un mondo infinito per un uomo finito e forse anche miserabile, ma dotato di una essenza unica e totalizzante: il cuore.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    05 Marzo, 2019
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“Ogni parola ha una sua indipendenza e una sua vit

Soffermarsi sul significato di una parola, studiarne le sue origini, approfondirne l’uso che se ne è fatto nel tempo significa effettuare una ricerca storica che ne evidenzi la capacità di cambiare in un vitale processo dinamico.
È attraverso l’esame dell’etimo di dieci parole, tra le più significative nell’uso quotidiano, che, con il suo saggio “Le parole sono importanti”, Marco Balzano riesce a dimostrare come ognuna di esse abbia una storia che muta con il passare del tempo, come si adegui alle esigenze della vita contemporanea, pur mantenendo spesso intatta l’origine e il significato primario. Come ogni individuo conserva in sé l’imprinting della sua origine, pur mutando nel corso della vita con l’accumularsi delle esperienze, divenendo talvolta una persona assai diversa da quella che era in principio, così la parola si evolve e assume vari significati secondo l’uso che se ne fa, o secondo l’ambiente a cui si riferisce. La parola non è solo dunque una convenzione, è un contenitore che accoglie sfumature diverse: la parola dell’agorà non può essere la stessa della piattaforma del web. Essa dunque ci dice molto sui tempi vissuti come su quelli presenti, ha una voce e racconta storie che fanno la Storia.
“Le parole sono importanti” è un bellissimo studio che si addentra nel campo letterario, filosofico e sociologico con grande competenza e che si sofferma su considerazioni di tipo politico, come quando affronta il tema della democrazia e del dialogo o il significato del termine resistenza.
Un’opera breve consigliatissima non solo agli studiosi di filologia, ma anche al lettore che ami conoscere meglio il mondo che lo circonda e trovare risposte a molteplici interrogativi.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    03 Marzo, 2019
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Storie di fanatismo

Edoardo Albinati con Cuori fanatici completa una trilogia, iniziata con Vita e morte di un ingegnere, e proseguita con La scuola cattolica. Il filo comune che lega i tre volumi è sicuramente la memoria, intesa nel doppio senso di tempo storico e tempo privato.
Devo confessare che ho trovato questo libro pessimo. Ho faticato moltissimo a leggerlo, quasi quattrocento pagine lette in ben cinque giorni, con enorme fatica. Una trama che non c’è, personaggi che narrano storie prive di conclusioni logiche, prosa che non segue per nulla i normali costrutti narrativi, priva di una logica ed importante consecutio temporum. E’ un percorso che si snoda, in continuo, di difficile comprensione, composto da continue deviazioni che disorientano il lettore attento e che non comunicano nessun messaggio di senso compiuto. Con tutto che un libro del genere può piacere ad un certo tipo di cultura snob, che dice e non dice.
E’ ambientato, forse, non è così chiaro, diciamo che si intuisce, nella Roma degli anni Ottanta, e narra la storia dell’amicizia tra Nanni e Nico. Loro due danno, così, voce a una fitta serie di ramificazioni costituite da personaggi, storie ed intrecci umani totalmente diversi tra loro, tra letteratura e terrorismo degli anni di Piombo. Perché allora “cuori fanatici”? Che significa? Perché:
“La vita è più forte della salvezza stessa, non se ne sente affatto il bisogno, la reclama solo a parole. Tutti i cuori sono fanatici. Quelli che ci racconta l’autore hanno tra i venti e i trent’anni, e sono posseduti da una smania inesauribile: di capire, di essere se stessi eppure diversi, di proteggersi e bruciare. Vogliono poter desiderare senza limiti.”
Sono dodici capitoli che iniziano con la descrizione di una città fantomatica, che si presume sia Roma, in cui:
“I ciarlatani riscuotono sempre un discreto successo, l’applauso di incoraggiamento che si tributa al folle incatenato mentre si avvia a salire i gradini del patibolo. (..) Il genio plebeo della città ama i fanfaroni, gli eretici, i radicali, chiunque finisce con la lingua schiacciata dalla mordacchia, e scambierebbe di corsa Gesù per il barone di Munchausen a meno di mostrargli Gesù come una formidabile occasione di spettacolo, un altro estremista pazzo intorno alla cui leggenda esercitare la propria incredulità. (…) Certo che in una città così sembra impossibile che accada qualcosa di interessante, o addirittura che accada qualcosa, dato che gli eventi minuscoli passano giustamente inosservati e affondano nel ronzio indistinto, mentre quelli clamorosi producono, per reazione, un tipo tutto speciale di insofferenza.”
Da qui si passa alla storia del professor Nanni Zingone, professore in un liceo romano, e Nico Quel, consulente editoriale,
“una specie di cortigiano della letteratura.”
Nanni è un fanatico dell’insegnamento,
“Sì davvero il prof. Zingone interrogava, interrogava sul serio, unico a quei tempi, in quel liceo dove persino i colleghi ultrasessantenni avevano abolito voti, compiti, scadenze e ingrate trascrizioni.”
Nico, invece, è figlio di un professore gambizzato ai tempi degli anni di Piombo, del fanatismo che tutto distrugge. La loro amicizia è nata:
“in un museo, ritrovandosi davanti allo stesso quadro e rimanendoci a lungo, da soli, ad osservarlo, uno accanto all’altro. Nanni all’inizio aveva creduto a un approccio omosessuale.”
Di qui in poi la raffigurazione di una pletora di personaggi e di vicende. Storie che vengono narrate, a cui il lettore si fa attento e che ad un tratto finale si interrompono, per dar spazio ad altre voci che narrano di tutt’altro. E così via.
Il libro assomiglia ad una matrjoska, dove l’autore presenta:
“Il ritratto di un’epoca, di una serie di personaggi fanatici che in quell’epoca hanno vissuto il loro fanatismo nei modi descritti.”.
Un libro difficile da leggere, che non mi ha entusiasmato per nulla. Mi dispiace, ma non posso consigliarne la lettura.

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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    26 Febbraio, 2019
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“Cosa resta di noi quando perdiamo noi stessi?”

Memoria, radici, sentimenti: sono questi i temi attorno al cui intreccio si muovono i personaggi del nuovo romanzo di Michela Marzano, edito nelle scorse settimane da Einaudi.
Un romanzo bellissimo, intenso, a tratti struggente, che racconta non una ma due storie parallele, seppur appartenenti a dimensioni temporali differenti: una è quella della voce narrante, Alessandra, una quarantenne italiana trasferitasi da molti anni in Francia per sfuggire al peso insostenibile dei ricordi legati a una drammatica vicenda familiare e lasciati nel suo assolato Salento; l’altra, invece, è quella di Annie, l’anziana madre del compagno della stessa protagonista, la quale viene colpita da un disturbo neurodegenerativo che erode senza pietà ricordi e affetti della sua esistenza passata. È a lei che si riferisce quell’ “idda” che riecheggia quasi misteriosamente nel titolo e il cui suono e significato (“lei”, in dialetto pugliese) riemergono all’improvviso dal pozzo del tempo e delle parole identitarie in verità mai dimenticate. Due donne diverse, figlie di epoche lontane, due vicende in apparenza slegate che però, proprio quando sembra che tutto sia finito per via della malattia di Annie, troveranno un punto d’incontro inatteso attraverso uno di quei piccoli grandi miracoli con cui la vita talvolta può sorprenderci.
Particolarmente coinvolgente e profonda, la scrittura dell’autrice ci consegna un’unica storia dai tanti volti che affronta con coraggio anzitutto il tema della malattia negli anni della vecchiaia - la si chiami Alzheimer, demenza senile o in altro modo - mettendo ben in evidenza sia l’estrema fragilità di chi la vive in prima persona sia lo spaesamento, e forse anche la non completa accettazione, da parte dei familiari. “Che cosa resta di noi quando perdiamo noi stessi?” ci si domanda con angoscia di fronte a un evento di tale portata che fa sì che non si riconoscano nemmeno le persone più care; e poi, raggiunta una certa età, chi dice che non si possa avere “diritto” al decadimento mentale? Difficile dare una risposta certa a interrogativi tanto inquietanti perché, come dimostra Alessandra, abbiamo tutti paura di perdere il controllo sulla nostra vita, di non riconoscere gli altri né, tanto meno, riconoscerci.

“Chi siamo davvero? E se la verità fosse altrove, diversa rispetto a quello che pensiamo? E se la parte autentica di ognuno di noi fosse nascosta proprio finché ci sforziamo di controllare tutto, perché ci sono tante cose da fare e non possiamo permetterci il lusso di essere, semplicemente essere, stanchi, depressi, svogliati, capricciosi, noiosi, persino sbagliati e dementi, ecco sì, questo: dementi?”

Tutto ciò, naturalmente, non può non ricollegarsi al tema del passato, quella preziosa identità individuale che, nel bene e nel male, fa parte di noi rendendoci quel che siamo e senza la quale non si può vivere appieno il presente né costruire il futuro. Non lo si può rinnegare, il passato: per quanto lontano si provi ad andare, per quanto si cerchi di ricominciare daccapo altrove rivestendo il cuore d’un manto d’oblio forzato, ce lo porteremo sempre dietro e presto o tardi dovremo affrontarlo perché “[…] il passato non passa mai, e la pace è sempre impastata di rimpianti e recriminazioni.”
Ottima la caratterizzazione dei personaggi, sia femminili che maschili; molto ben curata l’introspezione psicologica che scava nelle emozioni, nei sentimenti, nelle paure in particolare di Alessandra, in quel suo disperato rifiuto di diventare madre che potrà superare soltanto allorché si riconcilierà con la propria storia di figlia.
Un lungo e tormentato viaggio che ricostruisce esistenze ed essenze smarrite e, con tono spesso disarmante, racconta la forza dell’amore che, alla fine di tutto, è la sola cosa che ci appartenga veramente e rimanga per sempre.

“Ci sono cose che, sebbene l’amore che ci lega a una persona sia più profondo di un oceano, non possono essere né dette né spiegate. Nemmeno la persona che amiamo può ripagarci dei torti dell’esistenza. Lo sbaglio peggiore che si può commettere è attribuirle il potere di riparare la nostra vita.
Ma ci sono anche cose che dovrebbero sempre essere dette, pure quando mancano le parole e si è certi di non essere capiti. Altrimenti pian piano ci si allontana, si spalanca la voragine dell’incomprensione, e persino l’amore più grande viene consumato dall’indifferenza. ”

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    25 Febbraio, 2019
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Naxos

«Ho capito che nessuno di noi, purtroppo, può evitare che i nostri figli si sentano derubati da quello che noi saremo o non saremo, gli daremo e non gli daremo… Però se noi, adesso che siamo solo all’inizio, non ci diciamo bugie, se facciamo lo sforzo di rimanere saldi e non permettiamo all’Uragano Figlio di portarsi via le nostre contraddizioni, le nostre impotenze, i nostri più veri, oscuri desideri, se non trasformeremo i nostri figli nella scusa per perdere definitivamente il contatto con quello che davvero siamo, anche se è scomodo, soprattutto se è scomodo, io penso che quando un giorno loro ci chiederanno: che cosa è successo, mamma?, come mai qui, nella mia testa, è tutto per aria? Perché la serratura del mio cuore è stata scassinata, papà?, bè: almeno una risposta da noi ce l’avranno, e non dovranno andare a cercarla da un analista, dall’amore, da una guida spirituale, dall’amore, dai fiori di Bach, dall’amore.» p .23

Quando all’uscita del locale ha conosciuto quello strano soggetto che sin dal principio l’ha approcciata con rudezza e con un soprannome, Occhi, perché quel verde era indescrivibile e alla fin fine nemmeno il resto era poi da buttar via, ella già sapeva che tutto sarebbe finito con quel fare l’amore così naturale e spontaneo che soltanto certi incontri hanno il potere di avere. Stefano era così, è sempre stato così. Nonostante i suoi tradimenti, i suoi alti e bassi, i suoi giorni fissi su PERICOLO BLU dove ogni pretesto era buono, il suo cadere in ogni tipo di droga dalla cocaina alla ketamina passando anche e non di meno per l’eroina, nonostante quella relazione che era chiaramente diventata una terra pericolosa, un Far West dove tutto era lecito per giustificare quel dolore, quel vuoto, quella super eccitazione, per lei nessuno poteva sostituirsi a quel primo grande e devastante amore con cui aveva realizzato i suoi primi libri, con cui aveva disegnato i suoi primi eroi per bambini. Anche adesso che aspetta un figlio da Damiano Massimini, quello stesso psicologo con quindici anni più di lei, la sua barba che pare fatta di polvere che lo fa sembrare più anziano rispetto a quegli occhi chiari, vigili e attenti che sono quelli di un ragazzino che prese in cura proprio quel primo amore, non può far a meno di pensarvi. E poi, poi c’è Di che è stato l’unico a toccare realmente le sue corde più intime, tanto da farla restare invece che, come suo solito, fuggire. C’è Naxos, “un’isola strana, dove le storie cominciano, passano, ma non si chiudono mai, perché c’è sempre qualcuno che si inventa un finale diverso e così tutto ricomincia da capo, come in un eterno presente” (pag. 212). C’è l’esser diventata madre con tutto quel che ne compete, l’esser fragile e al contempo indistruttibile. Chi sono io? Chi ero? Perché sono qui? Perché è così difficile considerarsi una famiglia? Cosa ha davvero significato quell’isola e perché un’assenza può essere più forte e dirompente di una presenza, perché le possibilità possono farci così tanta paura da sembrarci irrimediabilmente pericolose e lesive?
Partendo dal mito dell’abbandono di Teseo e Arianna e con un’eroina molto particolare il cui cuore è suddiviso tra tre uomini, che ha paura, paura di perdere il filo, di perdere le sue certezze, Chiara Gamberale torna in libreria con un libro intriso di molteplici tematiche e di spunti di riflessione. Tutto ha inizio con una seduta in un gruppo di psicanalisi e continua con l’intento di scrivere una lettera al figlio per spiegare quei perché, per dare quelle risposte a cui si somma, ancora, un’autoanalisi che passa dal presente al passato per tornare alla dimensione di Naxos e riuscire ad affrontare quelle fatali trasformazioni che la vita, con la sua durezza, la sua crudeltà, la sua inarrestabilità, semplicemente ci mette davanti. Travolgendoci, destabilizzandoci. Perché qualcuno nasce, altri muoiono, altri si separano da noi per molteplici circostanze, altri restano. Ed è difficile mantenere il controllo quando la nostra esistenza ci sfugge, è inafferrabile. È difficile sapere chi siamo quando tutto quello che sempre ci ha caratterizzato va in frantumi come un vetro di cristallo.
Come fare allora per affrontare tutto questo? Come uscirne indenni? Come rinascere? Prima di tutto occorre conoscersi, sapere chi siamo e solo una volta che tale consapevolezza è sopraggiunta, soltanto quando siamo consapevoli dei nostri limiti e delle nostre colpe, soltanto quando ci assumiamo le responsabilità dei nostri errori senza scaricarli su terzi, allora possiamo dire di avere una possibilità di riuscire. Allora possiamo essere certi di poter amare davvero senza essere schiavi di quella persona impossibile con cui ci facciamo scudo, ci proteggiamo, che diventa lo specchio della nostra insicurezza, dei nostri sbagli, della nostra mancanza.
Questo e molto altro è “L’isola dell’abbandono”, un testo dove siamo chiamati ad interrogarci sui nostri timori, sulle nostre debolezze, sui nostri successi e insuccessi. Ancora, in questo, vengono affrontate problematiche quali la paura di restare di fronte alla possibilità di fuggire, la difficoltà di assumersi le proprie responsabilità, la paura di sbagliare, l’evoluzione, la maturazione dell’essere umano. Perché tutti abbiamo dubbi, tutti abbiamo preoccupazioni, ma possiamo sempre migliorarci, crescere, di affrontare le nuove difficoltà e esperienze della vita. E questo è quello che Chiara e la sua protagonista fanno. Imparando a prendersi cura di loro stesse, imparando a prendersi cura dei loro bambini, imparando semplicemente ad amare con semplicità e genuinità.
Un contenuto forte a cui si associano deliziose illustrazioni (quali il coniglietto Pilù: che fa su e giù) e uno stile narrativo che o si ama o si odia. La prima parte, in particolare è molto descrittiva, prolissa e talvolta confusionaria perché la scrittrice catapulta il lettore interamente nella mente caotica di questa neo madre, ma superata questa il messaggio del testo arriva nella sua totalità e non lascia indifferenti.

«Lei dà un bacio sulla fronte anche a lui. Poi prende Emanuele in braccio, fa finta di mordergli un piedino, l’altro. Gli sussurra in un orecchio: “Ciao amore. Sono tornata”. Lui le afferra un dito con una mano. Con gli occhi cerca Damiano, lo trova. E si calma. Misteriosamente, come misteriosamente si era turbato.
Ma se sapessimo di che cosa abbiamo bisogno, non avremmo bisogno dell’amore. »

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    25 Febbraio, 2019
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"Sono io la tua mamma."

Malone ha poco più di 3 anni ed una fantasia molto fervida: racconta storie di pirati e navi fantasma, castelli e cavalieri e razzi che volano verso pianeti lontani. Il suo migliore amico è un peluche con le sembianze di un aguti, uno strano roditore che vive nelle regioni tropicali dell'America, Guyana in particolare: sono inseparabili Malone ed il suo peluche 'Guti', giorno e notte sempre insieme, la notte soprattutto, quando sotto le coperte, al riparo da tutto e tutti, Guti racconta quelle favole che a Malone piacciono tanto, sempre le stesse favole, una per ogni giorno della settimana, racconti che Malone ha imparato a memoria parola per parola perchè lo aiutano ad essere più forte, più coraggioso, dimenticando - anche se solo per un momento - ciò che più lo terrorizza: la pioggia, con quelle gocce di vetro che lo colpiscono dappertutto lacerandogli la pelle, ed il buio quando chiude gli occhi e si colora progressivamente di rosso, rosso sangue.
Ma tutto ciò non avrebbe insospettito lo psicologo infantile Vasil Dragonman se Malone non avesse detto alla sua maestra che la madre, Amanda Moulin, non è sua madre.
E i ricordi che il bambino ancora conserva di colei che ritiene essere la sua vera mamma e dei momenti della sua vita trascorsi insieme e schematizzati nei suoi disegni, per quanto confusi, per quanto alterati dalla sua immaginazione, incuriosiscono lo psicologo a tal punto da non arrendersi di fronte l'evidenza delle foto di famiglia che ritraggono il piccolo Malone appena nato con Amanda e suo marito Dimitri o dinanzi alle testimonianze del medico pediatra e dei vicini di casa; anzi Vasil, solo contro tutti, riesce a coinvolgere la comandante della polizia locale Marianne Augresse affinché possa aiutarlo a scoprire la verità su Malone prima che la sua memoria, sin troppo volatile come accade in tutti i bambini di quella età, rimuova completamente quelle immagini e con esse il ricordo dell'altra mamma.

Michel Bussi, autore francese dell'alta Normandia, dove è ambientato questo romanzo come diversi altri della sua bibliografia, si conferma ancora una volta uno dei migliori scrittori di thriller contemporanei, come testimoniano anche i vari riconoscimenti da lui ricevuti a livello internazionale.
"La doppia madre" è un romanzo che non lascia scampo al lettore, avviluppandolo nelle sue trame e tra le sue pagine che scorrono rapidissime come un fiume in piena e altro non si può fare se non lasciarsi trascinare dalla sua corrente: il mistero di Malone ed il tentativo di scavare nella sua mente per riportare alla luce quel mondo a cui il bambino resta ancorato da un appiglio molto labile si intreccia in modo inaspettato e mirabilmente architettato con l'indagine guidata dalla stessa comandante Augresse per la cattura di un gruppo di banditi e del loro presunto capo Alexis Zerda a seguito di una rapina a mano armata. Due storie apparentemente disgiunte che progressivamente si riveleranno invece accomunate da uno stesso denominatore: l'amore di una madre, sia esso reale verso un proprio figlio o immaginario, verso un figlio desiderato e mai ricevuto, o perso per sempre.
Un sentimento così intenso che non teme ostacoli se messo alla prova: e se, da una parte, esso rende una donna coraggiosa e temeraria pur di proteggere un bambino come se fosse quel figlio che non potrà più avere, dall'altra può anche portare una donna alla follia, trasformandosi da madre in doppia madre.

"Quando si vuole bene a qualcuno, ma bene sul serio, certe volte bisogna avere il coraggio di lasciarlo andare lontano o di saperlo attendere a lungo. E' una vera prova d'amore, forse l'unica."

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    25 Febbraio, 2019
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Le favolette del Re

Negli ultimi anni siamo abituati a vedere almeno un paio di nuove uscite, partorite da una delle penne contemporanee più amate. Mentre la fine del 2018 era stata segnata da "The Outsider", prima nota piacevole (a dir poco) dopo anni di oblio, nel 2019 King fa il suo esordio con un piccolo libricino; un racconto, che secondo me è più una favoletta con tanto di piccole morali. Nel momento in cui mi sono reso conto che "Elevation" era un libro di questo genere, devo dire che ero piuttosto fiducioso: uno dei migliori autori contemporanei che si cimenta in qualcosa che può trasmettere un bel messaggio, era qualcosa che mi entusiasmava. Ho addirittura pensato: "vuoi che abbia deciso di partorire qualcosa di fortissimo, che si tramandi ai posteri come il Piccolo Principe è arrivato a noi?"
Sì, ragazzi, d'accordo, ho esagerato; ma non mi date addosso.
Inutile aggiungere che le mie speranze erano totalmente vane, e che in fondo questo non è altro che un raccontino neanche troppo bello. C'è la mano di King, e questo si nota soprattutto dall'elemento fantastico (del quale non ho capito molto l'utilità) che è di impronta assolutamente kinghiana, ma che secondo me non è stato ben sfruttato. Si poteva fare molto meglio.

Scott è un uomo di mezza età che un giorno scopre di avere uno strano problema: sta perdendo tantissimo peso, ma la sua stazza fisica rimane sempre la stessa. È come se semplicemente la forza di gravità stesse smettendo di esercitare la sua influenza su di lui. Scott si confronta con un medico in pensione, che gli consiglia di farsi visitare da alcuni esperti, ma entrambi sanno che diventerebbe una cavia da laboratorio; un fenomeno da baraccone. Allora la nuova condizione di "malato terminale" spinge Scott a vivere la sua vita svestendosi di ogni paura, cercando di lasciare un buon ricordo di sé. Castle Rock è un paesino pieno di pregiudizi che lui proverà a combattere a beneficio delle sue nuove vicine di casa. Una di loro è tutt'altro che benevola, nei suoi confronti, ma Scott proverà in tutti i modi a fare breccia nel suo cuore; a farle capire che tra gli uomini ci saranno anche bestie della peggior specie, ma ci sono anche persone buone.

Il tema dei pregiudizi, che alla fine è quello centrale del racconto, è un po' abusato al giorno d'oggi. Oltretutto, i personaggi sono quasi bidimensionali. Certo, non è facile caratterizzare bene un personaggio in poche pagine, ma da King ci si aspetta qualcosa di più di: una donna lesbica arrabbiata con un mondo pregiudizievole, che rifiuta a prescindere anche la gentilezza di un vicino totalmente disinteressato. Oltre a essere un po' forzato il modo d'essere dei protagonisti, è un po' forzato anche il loro stravolgimento.
Forse è blasfemia citare autori come Dostoevskij e Thomas Mann, ma loro certamente ci dimostrano che dar vita a personaggi forti in poche pagine si può, come dimostrano i loro "Le notti bianche" e "La morte a Venezia"; certo quest'ultimo non l'ho amato, ma non si può negare che il protagonista sia ben tratteggiato.
Ora, caro Stephen, tu sei a un bivio: ci hai lasciato tante opere memorabili, ma io so che puoi scrivere la tua "storia definitiva", quella per la quale sarai sempre ricordato. Lo pretendo, perché so che ne sei capace. Non è un obbligo verso i lettori, ma verso te stesso. Qualcuno mi dirà che questa storia è già stata scritta e mi citerà i titoli più disparati... e forse è vero. Forse "la storia definiva" è già stata scritta, ma ogni volta che comincio un nuovo libro del Re sento dentro di me questa strana sensazione.
Sarà il tempo a dire se mi sbaglio o se King ci sta solo facendo aspettare.

"Tutto converge in questo continuo levitare, pensò. Se è questo che si prova morendo, ognuno di noi dovrebbe essere ben lieto di fare il passo estremo."

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    25 Febbraio, 2019
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Le difficoltà amorose e le protezioni

Marco Missiroli, dopo aver pubblicato Atti osceni in luogo privato, con cui ha vinto il Premio Super Mondello, torna in libreria con Fedeltà, un libro che già dal titolo racconta molto del suo contenuto. Un libro in cui si respira sin dall’inizio un senso di attesa, di incompletezza, di sospensione, di un qualcosa che si vorrebbe accadesse ma che non si se accadrà mai.
Narra, con particolare sottigliezza e acume, la storia tra Margherita e Carlo. Lei immobiliarista, lui docente universitario per merito del padre. Un giorno vengono sorpresi, lui e una sua allieva, Sofia, nei bagni dell’università. Lui si difende dicendo che la stava soccorrendo, in seguito ad un suo malore. La verità? Mah. Si intuisce: Sofia che scrive un solo racconto, la gioventù, la libertà. A sognare di lei non può che essere Carlo, in una dimensione altra, differente dalla normalità. Nel frattempo anche Margherita desidera: a causa di una dolorosa pubalgia si reca in un centro massaggi, dove conosce Andrea, uomo dai molti segreti e dalle mille sfaccettature. Il cuore di Margherita è un po’ malconcio e lei si sente come:
“Churchill che si prende un giorno di ferie durante la Seconda Guerra mondiale.”.
Intanto si bea e si perde negli occhi di Andrea, sente su di sé le mani di Andrea e vorrebbe che si mutassero in carezze, in coccole più profonde. Tutto è un dubbio. Il tradimento dei due, sia di Carlo che di Margherita, è solo un mero pensiero o un atto consumato? Infatti:
“Ciò che è stato, ancora è”.
Il confine è sottilissimo, e gioca sull’ambiguità:
“Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento.”
Che cosa è la fedeltà?:
“la fedeltà è un’àncora che ci permette di non essere travolti nella tempesta, ma è anche lo specchio in cui ci cerchiamo ogni giorno sperando di riconoscerci.”.
E allora è gioco forza domandarsi: dichiarare resa alla comprensione o insistere a volersi riconoscere anche nel matrimonio?
“Adulterio contro adulterio: io l’ho fatto ma anche tu probabilmente l’hai fatto. Aveva lasciato depositare il sospetto, discolpandosi un poco dei propri inganni, infastidendosi, ingelosendosi, trattenendosi. “.
Tra una Milano vivida che ricorda i racconti di Dina Buzzati e una Rimini poetica, la narrazione si dipana con sentimento e schiettezza. Un romanzo intimo ed intimistico, che scruta con forza nei legami tra esseri umani, facendo forza sulla loro intrinseca insicurezza. Il narrato è profondo, la prosa ha un taglio poetico che scruta a fondo i pensieri e le emozioni dei protagonisti, trascinando il lettore in una lettura colta e dotta. Una lettura di classe e profondità.

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Consigliato a chi ha amato Dino Buzzati,, Un amore e Irene Nemirovsky, Suite francese
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Febbraio, 2019
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Una nuova avventura per Fra'Svampa

Egitto, Deserto a sud-est dell’oasi di Siwa, 22 gennaio 1616. Kitab e Butrus. La fortuna o forse la malasorte, uno strano luogo, una cassa oblunga realizzata in legno e inserita in una nicchia scavata nella roccia, una maledizione, una maledizione di pietra.
Roma, via Giulia, anno del Signore 1625, 23 Novembre. Fra’ Girolamo Svampa che ha ancora i conti aperti con Gabriele Salluzzo, suo nemico mortale, viene coinvolto nell’indagine su una suora benedettina, suor Matilda, figlia del suo bravo Cagnolo Alfieri, il quale non credendo alle supposizioni di una fuga volontaria per amore attraverso una rocambolesca arrampicata nella ceppa del camino, il più grande, oltretutto, dei disonori, rischia la forca per essersi illuso di poter raddrizzare, facendosi giustizia da solo, il torto subito. Per salvarlo da morte certa e per il legame che li unisce Girolamo cerca di ritardarne e evitarne la condanna capitale e cerca di far luce su una sparizione che è tutt’altro che chiara.
Giunto nella città ambrosiana l’inquisitore si rende contro sin dal principio di trovarsi di fronte ad un muro di silenzio e di menzogna. Prima a mentire è niente meno che Suor Teresa, colei che all’interno della dimensione della clausura è chiamata a rivestire i ruoli più autorevoli di controllo e di umanità. Per riuscire a far luce sui fatti lo Svampa non può fare a meno che chiedere aiuto a Margherita, la femme fatale dai lunghi capelli rossi che non esita un attimo dal tentarlo al peccato. E sarà proprio grazie al suo aiuto che l’inquirente verrà alla luce non di uno bensì di due misteri: un primo avente ad oggetto una monaca deceduta e rinvenuta in uno stato di pietrificazione, un secondo avente ad oggetto una monaca murata viva in una cripta per aver ceduto alla carne. Chi è questa seconda religiosa? Non è niente meno che suor Virginia Leyva, figlia di don Martino de Leyva y de la Cueva-Cabrera, conte di Monza e amico del re di Spagna, ovvero la celebre Monaca di Monza. Un doppio enigma a cui si aggiunge un misterioso pedinatore, due uomini maledetti in un deserto non poi così lontano, uomini alla ricerca di giustizia, un ampio spazio-temporale e geofisico.

«La capacità di descrivere è una qualità rarissima, spesso soppiantata dalla pretesa di riportare agli altri non quel che abbiamo visto, bensì quel che crediamo di aver visto o, ancor peggio, quel che vorremmo aver visto.» p. 140

Con una penna rapida, fluente, precisa e erudita, Marcello Simoni torna in libreria con un nuovo capitolo delle avventure dedicate a fra’ Girolamo Svampa e dona al lettore un testo di grande piacevolezza che conquista sin dalle prime battute. L’opera è caratterizzata da un intreccio narrativo solido, lineare, logico, con personaggi ben strutturati, ma è anche ricco di ponderati colpi di scena che incuriosiscono il conoscitore tanto da indurlo a divorare il componimento.
Simoni conferma la forza del suo personaggio attraverso un elaborato stratificato e nuovamente di gran fascino e originalità. Una lettura godibilissima.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    12 Febbraio, 2019
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Il primo Re

Il lavoro e gli studi di Andrea Carandini, per quanto ancora discussi, hanno gettato una nuova luce sulla figura mitica di Romolo e sulla fondazione di Roma. Tuttavia, se anche oggi si può nutrire una maggior fiducia sul fatto che, alla metà dell’VIII secolo avanti Cristo, sia effettivamente esistito un uomo che diede origine a quella che di lì a qualche secolo sarebbe divenuta la più famosa e potente città del Mondo conosciuto, quel personaggio e la sua storia restano ancora avvolti nelle nebbie della leggenda. Di Romolo non sappiamo molto di più di quanto ci narrano gli Annales e le coeve storie agiografiche della Roma dei Cesari che avevano tutto l’interesse ad avvolgere i natali dell’Urbe di un’aura semi-divina, a cominciare dalla paternità del primo re.
Franco Forte e Giulio Anselmi provano a ripercorrere la storia del fondatore riempiendo i fantasmi descritti nel mito con i muscoli e il sangue di esseri umani che vissero e soffrirono in un’era dura e pericolosa. Li animano con sentimenti e passioni. Riviviamo, così, grazie a loro, quella storia fatta di tormenti e di slanci eroici, ma pure di bassezze e inganni. Siamo fatti partecipi dei loro idealismi e sogni di gloria, ma pure delle insicurezze e dei dubbi che agitano ogni uomo che ignora il proprio futuro e non si aspetta certo di divenire leggenda.
In questo romanzo storico, scritto con uno stile agile e scorrevole, ritroviamo i nomi che studiammo sui banchi di scuola, a cominciare dalla bellissima vestale Rea Silvia messa incinta dal dio Marte (secondo la leggenda) o, più umanamente, dall'amante che nascostamente l’andava a trovare nel tempio dedicato a Giove, ove questa era stata rinchiusa dallo zio Amulio che di lei abusava sin dalla tenera età. Rivediamo Numitore, il padre imbelle, incapace di difenderla dagli abusi del fratello, usurpatore del suo trono. Partecipiamo dei dubbi di Faustolo, il pastore che crebbe i due gemelli assieme alla moglie Acca Laurentia, e che si trovò a dover gestire, con il solo buon senso dell’uomo comune, una situazione assai più grande di lui. Poi, ovviamente, seguiamo le vicende di Romolo e Remo, sino al dissidio finale che porterà a morte il più esuberante dei due, l’inquieto Remo. Partecipiamo alle prime scorrerie della neonata civitas, al ratto delle ragazze sabine, alle guerre con i villaggi limitrofi e al consolidarsi di quelle istituzioni pubbliche che contraddistingueranno la Città-stato per i secoli a venire.
Il racconto fluisce rapido attraverso un panorama ben conosciuto e senza soverchi colpi di scena calcando le orme già tracciate dai narratori del passato. Forse, proprio questo è il difetto maggiore. Gli AA. non ha avuto il coraggio di distaccarsi da ciò che ci narra la tradizione storiografica classica. Romolo e Remo, Tarpeia, Tito Tazio, Osto Ostilio, non ci sono mostrati per nulla diversi da come ci erano stati raccontati dai libri di storia romana. Questo pedissequo accodarsi alle fonti classiche toglie spessore ai personaggi che ci appaiono un po’ troppo convenzionali, meno concretamente umani. Romolo è troppo generoso ed altruista. Remo troppo il Caino della situazione. La divisione tra i buoni, che forniranno di ottime fondamenta morali l’Urbe, e i cattivi, biechi e perversi, è eccessivamente manichea.
Se gli AA. avessero osato riscrivere le vicende concedendosi maggiori licenze e lasciando più libera l’inventiva forse il racconto ne avrebbe tratto giovamento, divenendo esso più seduttivo e i personaggi più credibili e concreti. Così, invece, ne è risultata una vicenda epica, ma convenzionale; timidamente rispettosa della traditio.
Comunque è un’opera sicuramente apprezzabile che si legge rapidamente e con piacere. In un’epoca in cui i programmi scolastici prevedono solo lezioni di “geo-storia” nelle quali non si impara bene né la geografia, né la storia, unire al lato meramente avvincente e ricreativo anche un valore didattico è un’operazione tutt'altro che disprezzabile. E questo è un ulteriore punto a favore di questo libro, consigliabilissimo.

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Fantascienza
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Gennaio, 2019
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L'America Post Apocalittica

Sulla scia del grande successo prima fiacco e poi fortunato (grazie alla trasposizione cinematografica) di “Fight club”, classe 1996, Chuck Palahniuk torna in libreria con “Il libro di Talbott” (Mondadori), opera che di questo successo d’esordio ha molto ma che al contempo si spinge oltre, portando alle massime conseguenze le vicende e gli eventi. Tutto ha inizio a causa di un libro nero-blu, un pamphlet, che circola a macchia d’olio tra le persone enunciando e siglando direttive rivoluzionarie e annunciando l’imminenza – tramite la voce degli spot pubblicitari di Talbott Reynolds – del cd “Giorno dell’Aggiustamento”. In vista di ciò un gruppo di ragazzi come tanti crea una lista di persone da uccidere, o comunque da privare di un orecchio (e per la precisione, che sia l’orecchio sinistro!); uomini e donne che fanno parte dell’èlite della società americana essendo politici (la cui colpa è quella di mandare in guerra una intera generazione di giovani, in parte perché difficili e quindi ingestibili, in parte per far fronte al sovraffollamento degli esemplari maschili rispetto ai femminili, dunque, da ciò, perché studiare, perché impegnarsi se sei già uno zombie che cammina, tanto vale sballarsi con droghe, sesso e alcol), professori (che rappresentano i detentori del pensiero e che per questo hanno commesso il reato di indurre a pensare, a riflettere, ad interrogarsi e da qui, male ai libri che sono il nemico per eccellenza), giornalisti, notabili e chi più ne ha più ne metta, l’importante è alimentare l’odio. Perché questa lista e i principi di questo libro circolano nel web, cadono in balia degli Haters diventando un mantra inarrestabile.
Ma non è ancora finita, per niente. Perché mentre questa ribellione ai potenti da parte di chi ha deciso di non esser più carne da macello per l’ennesima guerra in Medio Oriente si diffonde, contemporaneamente, con la Dichiarazione di Interdipendenza, gli ormai ex Stati Uniti vengono ridefiniti nel loro essere attraverso criteri razziali che distribuiscono e suddividono gli abitanti in base al colore della pelle, alle preferenze sessuali, alle idee. Il risultato ultimo è la creazione di tre nuovi stati-nazione: la Caucasia (dove vengono confinati i bianchi), Blacktopia (lo stato destinato alle persone di colore) e Gaysia (ex California ad oggi dedicata esclusivamente alle persone omosessuali, un po’ come la Grecia nell’opera di Fabio Canino, classe 2016, intitolata “Rainbow Republic. Romanzo distopico gay”, ma con le dovute differenze). Tra le conseguenze di questo fenomeno vi è l’esodo degli ex statunitensi verso il Messico, Messico che chiude le frontiere per il surplus di esuli americani, i quali, pertanto sono costretti a vivere in un inferno senza via d’uscita. A movimentare una trama già di per sé fortemente articolata, si aggiungono una serie di circostanze e vicissitudini che romperanno il disequilibrio creato, perché questa America post apocalittica deve dire la sua e ha ancora molto altro da dire.
Una vera e propria satira è “Il libro di Talbott” del noto freelance statunitense, un elaborato intriso di paradossi, intriso di vicende portate ai massimi estremi del loro essere, intriso di una miriade di personaggi presentati in modo irregolare, senza, quasi, un filo logico di congiunzione. Questo è determinato anche dal fatto che lo scrittore tende a mutare voce narrante di paragrafo in paragrafo, presentandoli quasi tutti insieme, e di poi, distanziandoli e rimescolandoli e reintroducendone di nuovi nel proseguire del testo. Il conoscitore, dunque, soprattutto nella prima parte, fatica un po’ ad entrare in sintonia con il componimento anche perché non solo mutano gli elementi anzidetti, ma varia anche lo stile adottato a seconda del protagonista narrante che assume connotati tipicamente adolescenziali, abbreviati e troncati (vedi ‘sto) con le voci più giovani e autorevoli con quelle più adulte. Non solo, a ciò occorre aggiungere che poiché lo scritto è una vera e propria ironica derisione degli Stati Uniti che vengono analizzati e scrutati con un occhio ipercritico che nulla lascia al caso e che nulla vuol risparmiare, ancora più complesso è per chi vi si avvicina da oltreoceano conoscere e coglierne ogni sfumatura.
Altra nota che non passa in secondo piano è certamente il costante riferimento ad autori della fantascienza del ‘900 e alle opere relative. Tra queste spicca costantemente senza remore “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury.
In conclusione, “Il libro di Talbott” è un distopico impegnativo, con molteplici significati e spunti di riflessione, adatto a chi conosce molto bene la società americana e a chi ama il genere. Il rischio è altrimenti è quello di cadere vittima di questa prolissa e stratificata impalcatura narrativa tanto stilistica che contenutiva.

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Si = a chi ama il genere distopico e a chi conosce bene la società americana,
No = a chi non ama il filone, a chi non è interessato alla tematica e/o non apprezza questo tipo di stile narrativo.
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    28 Gennaio, 2019
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Una piacevole sorpresa

C'è da premettere che non sono una persona che si scervella troppo sugli avvenimenti politici che avvolgono l'Italia. Certo, non provo molta simpatia né stima per le persone che attualmente guidano il Paese, persone che non si fanno il minimo problema a nascondere la propria ignoranza su determinati argomenti, spesso sparando giudizi o facendo proclami che non hanno alcun fondamento logico né che denoti una minima conoscenza di ciò di cui si parla; ma questo è un atteggiamento che mi urta indipendentemente dalla politica. Oltretutto, la disumanità che queste persone stanno dimostrando giorno dopo giorno non fa altro che rendere il quadro più squallido e preoccupante.
Questo libro si concentra proprio su questi aspetti, su qualcosa che oggi stiamo vivendo e toccando con mano, e credo lo faccia in maniera efficace, mettendoci in condizione di ridere ma anche di riflettere. Ci sono tantissimi rimandi alla nostra attualità: ci sono i "buonisti" e i "pietisti"; c'è la propaganda feroce e disinibita tramite social e l'offendere quel che non si può contrastare con la logica; c'è un Ministro dell'Interno amato dal popolino che ragiona con la pancia (chissà chi è); c'è un Italia che ormai si è disabituata a ragionare con la propria testa per seguire i propri istinti e coloro che questi istinti sanno scatenare.
Giacomo Papi si rivela una buona penna, con uno stile fluido e piacevole da leggere; ma credo proprio che i sostenitori di Salvini e company (ops, ho detto il nome, vabbè chissene) non apprezzeranno molto questa lettura. Chi ha un minimo di sale in zucca la apprezzerà o quantomeno saprà prenderla con un po' di filosofia.

Gli intellettuali sono le prossime vittime delle ire del governo e del popolo. Dopo gli immigrati, i rom e gli omosessuali è il turno di quelli che "si sentono più intelligenti degli altri": i radical chic.
La cultura è difficile, noiosa, complica le cose; dunque va eliminata.
Il primo a fare le spese di questa forma mentis è il professor Giovanni Prospero, insegnante che viene ucciso a suon di botte per aver citato Spinoza durante un talk show. L'assassinio di Prospero è soltanto l'inizio di quella che sarà una vera e propria soppressione della cultura, delle parole e dei concetti difficili che il popolo non può e non vuole comprendere. Dato che il popolino viene prima di tutto, queste cose vanno eliminate. Parte dunque una censimento degli intellettuali, che dovranno iscriversi a un programma di protezione (che sarà pagato di tasca loro, il popolo non deve cacciare un euro per i "diversi").
Giacomo Papi ci racconta una realtà scomoda e ai limiti del surreale, ma che al lettore accorto risulterà spaventosamente familiare. La non tanto velata citazione a Fahrenheit 451 fatta nelle ultime pagine (ti ho scoperto, Papi) è quasi un grido d'allarme, per farci comprendere che noi esseri umani non solo siamo capaci di ripetere gli stessi errori del passato, ma siamo in grado di farne anche di peggiori.

"Perché le emozioni sono facili, elementari. Se impari i trucchi, le puoi governare, mentre i pensieri rimangono liberi, vanno dove dicono loro e complicano le cose. Dove comanda la ragione, la statistica muore."

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    27 Gennaio, 2019
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La spada di ghiaccio

Romanzo d’esordio di Bolano, veramente bellissimo. E’ stato classificato come thriller ma non è naturalmente un giallo classico, forse nemmeno un giallo. E’ una cosa inclassificabile, originalissima, forse più romanzo sentimentale che giallo, ma sentimentale senza zucchero, anzi con un po’ d’aceto. Anche se nella narrazione si intrecciano più voci, più storie d’amore o quasi, la voce più interessante è senza dubbio quella del geniale e arrivista Enric Rosquelles, uomo in carriera, poliedrico, pieno di interessi e tutto cervello. E’ bellissima perché Bolano rende la sua voce particolarmente brillante, geniale, scafata in tutto, ma del tutto innocente e idealista in amore fino al limite massimo consentito. Fino a voler vivere una storia d’amore senza mai viverla, facendola muovere come in una pista di ghiaccio nel territorio dell’idea e del sogno in modo da renderla atemporale, forse eterna. Come un filo che si tende al massimo e poi… vedrete voi la fine. La storia sembra non avere nessuna possibilità. Enric è un uomo grasso e poco dotato fisicamente mentre Nuria, campionessa nazionale di pattinaggio, è bellissima. Per qualche oscura ragione Nuria viene esclusa dalla sua squadra e privata della borsa di studio per lo sport, ragion per cui non potrebbe più allenarsi non essendoci una pista in città. Enric, per poter passare del tempo con la ragazza, costruisce una pista di pattinaggio nella villa abbandonata e in rovina di Benvingut dirottando i fondi del comune. La descrizione della pista e della villa sono bellissime come pure tutti i sogni che riguardano il pattinaggio. L’immagine di Enric che sogna di pattinare come Nuria e le immagini legate ai sogni sono incredibili. Anche la pista è un luogo suggestivo, quasi metafisico. E’ descritta al centro di un labirinto, ricavato nell’antico palazzo in rovina, che a sua volta è come un altro labirinto di sale, scale, stanze. La storia è tutta bellissima, con un finale perfetto, leggermente malinconico, del resto non poteva essere diversamente. Alcune immagini e alcuni passaggi sono di una bellezza eccezionale. Pure i libri nel libro sono interessanti e con immagini simboliche: il fiume ad esempio in cui pattina la santa protettrice delle pattinatrici è come una spada che separa giorno e notte. Così la pista è teatro di una storia d’ amore atemporale, che Enric vorrebbe eterna, ma sembra anche un altare dove si compie il “sacrificio umano”. Secondo me, questo è il miglior libro di Bolano.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    25 Gennaio, 2019
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Ferita turpe in terra di Langa

Alessandro Perissinotto, classe 1964, docente di Teorie e tecniche delle scritture all’Università di Torino, autore di numerosi libri di grande successo, ultimo dei quali Quello che l’acqua nasconde, torna sulla scena letteraria con Il silenzio della collina. Un libro che narra di:
“una ferita, nella carne viva di questi posti.”.
A quale ferita si allude? Al caso di Maria Teresa Novara, una ragazzina di tredici anni che fu rapita da due balordi, portata in una cascina, brutalmente stuprata, messa a disposizione per soddisfare le voglie malsane dei signorotti locali che pagavano i due aguzzini. E quando i due delinquenti, per uno scherzo del destino, vengono arrestati per altri reati, e uno muore affogato nel Po, lei, lasciata sola, muore di fame, freddo e di stenti. Anzi si scopre, più tardi, che muore asfissiata perché qualcuno ha bloccato i condotti di aerazione della cantina in cui era tenuta prigioniera. La violenza è antica, ed è connaturata a queste terre, a una
“terra dura, terra maledetta, ingrata, terra di malora.”
Ambiguità per la terra di Langa. Luoghi meravigliosi, panorami mozzafiato, che ad una vita più approfondita nascondono azioni turpi e nefandezze di ogni genere. Inquietante, allora, diventa “il silenzio della collina”:
“Tutto intorno c’era il silenzio delle colline; un silenzio pieno di rumori, di versi d’animali, di fruscii del vento tra i rami degli alberi e fatto di immobilità assoluta. Un silenzio insopportabile.”
Ed è proprio in questa turpe ed ambigua quiete che si svolge la storia di Domenico Boschis, nato nelle Langhe, ma ben presto trasferitosi a Torino con la sola madre, stanca delle botte ricevute dal marito. Lì iniziano una nuova vita, con un compagno differente. Dopo gli studi Domenico si trasferisce a Roma, dove svolge, con successo, la professione di attore. Ma ora suo padre, affetto da una grave malattia, lo costringe a fare i conti con una parte di vita che lui vuole dimenticare. Tutto precipita in un abisso oscuro quando Domenico, dopo che il padre gli ha urlato con le poche forze rimastagli: “La ragazza! La ragazza, Domenico!”, intraprende una personale indagine, che lo riporta all’indietro nel tempo, in un clima di omertà e di voglia di dimenticare, che lo travolgono, dannandolo per l’eternità.
Il libro è accattivante, molto curioso, feroce e assai crudo. Moltissimi i temi trattati e i riferimenti culturali, molto dotti e precisi. A cominciare dal tema, di stretta attualità, della violenza sulle donne, quel gesto malsano contro cui solo gli uomini devono porvi rimedio, perché:
“Le botte a mano aperta provocano più rumore e dolore e lasciano lividi solo nell’animo.”
Altro tema che percorre tutto il romanzo è il rapporto tra padre e figlio, analizzato nei particolari, prendendo a prestito brani de La lettera al padre di Kafka, per cui:
“Così come veritiere erano le considerazioni di Kafka sulla sincerità e la finzione. Sono un bastardo, ma sono sincero; gli altri che non lo sono fingono soltanto di non esserlo. Un assioma auto assolutorio, l’ipocrisia dei sinceri. (…) La sua prepotenza non disponeva di costrutti sintattici così elaborati e, in fondo, quei costrutti non le servivano: bastavano gli sguardi, le alzate di spalle, i silenzi.”
E poi, ovviamente, in terra di Langa: Fenoglio e la sua Malora, un accenno breve a Pavese, Torino e tant’altro. Un libro ricco,di gran fascino, che urla, pur parlando con quella signorilità e fascino che caratterizza tutti i libri di Alessandro Perissinotto. Testo inappuntabile, trama e personaggi privi di alcun difetto. Forse unico appunto: una qualche sfumatura avrebbe reso il ritratto feroce e crudo di queste terre e dei loro abitanti, un po’ più consono al reale. Più vicino all’altra faccia della medaglia che ha voluto tali terre Patrimonio dell’Unesco. Vivamente consigliata la lettura di un testo che fa riflettere con sobrietà ed eleganza di stile.

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Consigliato a chi ha amato Beppe Fenoglio, La malora oppure Lettera al padre di Kafka
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Gennaio, 2019
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Mona

Il romanzo d'esordio della scrittrice statunitense Jen Beagin, “Facciamo che ero morta”, è incentrato sulla figura della protagonista, Mona.
Mona è una giovane donna di venticinque anni che lavora come donna delle pulizie e fa volontariato distribuendo kit di siringhe nuove ai tossicodipendenti. Il romanzo si apre trasportandoci subito in medias res: Mona sta distribuendo kit puliti quando nota un tossico e scatta l'amore a prima vista.

«L'aveva soprannominato Mister Laido per l'aspetto e i vestiti sporchi. I capelli erano lunghi e formavano un groviglio che solo un bel trattamento all'olio caldo sarebbe riuscito a districare. La faccia era un elaborato reticolo di rughe. Ma era alto, aveva le spalle larghe e, dovendo o volendo, sarebbe stato in grado di prenderla di peso e fare il giro dell'isolato o salire una rampa di scale, cosa che non si poteva certo dire dei suoi fidanzati precedenti. Però si era innamorata soprattutto dei suoi occhi, così scuri e sinceri, che sembravano dire: “Tu sei qui”. »

Fin da subito ci rendiamo conto che Mona è un po' particolare: non solo perché ha scelto di fare la colf, pur essendo giovane e angloamericana, non solo perché si innamora di un tossico poco pulito molto più vecchio di lei che ha in programma di autodistruggersi, ma soprattutto perché è molto sola, triste, con probabili disturbi mentali che le derivano da traumi vissuti nell'infanzia.
Il romanzo apparentemente potrebbe ricordare “Eleanor Oliphant sta benissimo”, con il quale ha in effetti dei punti di contatto. Innanzi tutto perché entrambi narrano la storia di una giovane donna ferita dalla vita durante l'infanzia, che riporta in età adulta diverse turbe psicologiche. Però la somiglianza è solo apparente. Il romanzo di Gail Honeyman narra con determinazione una vicenda di ascesa: dalla solitudine all'amicizia, dal disturbo mentale alla sua guarigione, dalla tristezza alla speranza. E' evidentemente costruito per venire incontro al gusto del lettore, che si sente appagato dalle storie che evolvono in una certa direzione.
“Facciamo che ero morta” non è così. C'è il tentativo di superare il passato e giungere ad una condizione di vita migliore, che procuri minore sofferenza, infatti ad un certo punto, spinta da un evento traumatico, Mona lascia il New England e si trasferisce a Taos, in New Mexico. Il suo percorso di evoluzione rispetto al passato però non è lineare, né facilmente comprensibile. Mona è un personaggio strano e complesso, grottesco in diversi aspetti, e, nel New Mexico non farà altro che incontrare personaggi altrettanto strani, ambigui e a volte grotteschi, se pure sempre molto differenti da lei. Si tratta di un romanzo di formazione molto originale.
Lo consiglio se amate le storie un po' alternative, con personaggi e situazioni lontani dall'essere esemplari e perfetti, ma piuttosto grotteschi e bislacchi, che vogliono raccontare la difficoltà e la tristezza del vivere.

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A chi ha letto e apprezzato Fabio Genovesi in "Chi manda le onde" e "Esche vive". L'accostamento è venuto spontaneo perchè sia Genovesi che Beagin hanno costruito delle storie un po' grottesche con personaggi strani e diversi che agiscono su un fondo di tristezza. E' evidente invece la lontananza nei contenuti fra questi romanzi.
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    17 Gennaio, 2019
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Il dolore del cuore

Un cuore tuo malgrado è il romanzo d’esordio di Piero Sorrentino, nato a Napoli nel 1978. Dottore di ricerca in Studi letterari, ha pubblicato racconti in antologie, ed ora approda sul palcoscenico letterario con questa sua opera.
“Un cuore tuo malgrado” è una espressione, come afferma lo stesso autore, che compare nel romanzo Il cardellino di Donna Tartt. Ma è anche un modo con cui la moglie di Dario Spatola commenta il carattere e il modo di essere del marito. E’ il cuore di Dario viene messo a dura prova nel suo percorso di vita e sarà difficile, quasi impossibile, recuperare un po’ di cuore! Già perché una mattina Dario ha un terribile incidente in cui periscono sua moglie Giulia e il figlio Vittorio. A causare l’incidente una fatale distrazione di Bianca, guidatrice di autobus, come il suo stesso padre. Bianca, quella mattina, si fa distrarre dal suo contemplare in modo gioioso il mondo che la circonda, le sue luci, la sua bellezza, e non vede la station wagon blu di Dario. L’impatto è tragico e segna in modo indelebile sia Bianca che Dario. Bianca inizia un lungo pellegrinaggio tra fisioterapia e un dolore che non riesce ad elaborare. Scrive a Dario ed implora il suo perdono, o perlomeno la sua comprensione. Ma la reazione è tanto fredda quanto terribile:
“Si sa come va in questi casi, no? Le attenuanti generiche, la mancanza di condanne pregresse, l’impossibilità tecnica di definire se la mia condotta di guida avesse contribuito o meno all’esito disastroso dell’evento, e tutta quella disgustosa paccottiglia giuridica grazie alla quale lei s’è salvata dall’unica cos che si meritava: la galera. Sono certo, dunque, che avrà capito da sola – sempre che nel frattempo non si sia distratta un’altra volta- che non ho alcuna intenzione di incontrarla o di stare ad ascoltare le sue spiegazioni. Le auguro,cara Bianca, un’esistenza tormentosa e incerta. Come quella alla quale, con la sua superficialità e la sua incoscienza, lei ha condannato me.”
Bianca, aiutata dalla sorella Margherita, rievoca dolori anche del passato, come la morte del padre, tanto inaspettata e veloce. Le immagini del padre sono un rifugio e un tormento ad una esistenza che pare non avere più senso:
“E’ strano, ma della sua voce so ricordarmi solo se ripenso a quel pomeriggio, perché appartengo alla vasta schiera di coloro che riescono a sentirsi a loro agio unicamente nelle lontananze, a dialogare con gli assenti, a regalare amore nei ricordi.”
Sarà un faticoso allenamento al dolore il cammino futuro della sua vita, tra autodistruzione e forza immane di volontà, alla ricerca di un equilibrio.
Un romanzo dalla trama e dai contenuti veramente belli e notevoli. Una prosa schietta e profondamente scarna lo caratterizzano. I capitoli molto brevi, circa due o tre pagine, rendono la lettura veloce e molto colta. Personalmente mi rende perplessa proprio questa caratterizzazione. I personaggi sono poco descritti, anche nei loro tratti distintivi. Nullo è lo scavo introspettivo e psicologico che, invece, la situazione descritta richiede. Un maggiore approfondimento di questi aspetti avrebbe reso la lettura di questo libro maggiormente piacevole. Pur nella insita piacevolezza della trama.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Gennaio, 2019
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Florent-Claude Labrouste

«Ero capace di essere felice nella solitudine? Pensavo di no. Ero capace di essere felice in generale? È il tipo di domanda che credo sia meglio non farsi» p. 81

Florent-Claude Labrouste ha quarantasei anni, è funzionario del ministero dell’Agricoltura con un conto in banca superiore a settecentomila Euro, abita con Yuzu, donna di origine giapponese poco più che ventenne – particolarmente libertina, sessualmente disincantata e propensa alle sperimentazioni con soggetti diversi dal suo partner – con cui ha una relazione da circa due lustri ormai giunta al suo termine, in un appartamento extralusso alla periferia di Parigi e odia il suo nome perché gli elementi che lo compongono sono del tutto sbagliati. Florent è troppo dolce e vicino al femminile Florence, in senso quasi androgino, Claude rimanda alle Claudettes e al video vintage di Claude Francois ripassato a ripetizione in una serata omosessuale. A causa di una depressione, misantropia e senso di insoddisfazione sempre più pressanti decide di abbandonare la sua vita e di far perdere ogni traccia di sé. Gli sembra, d’altra parte, l’unica alternativa valida all’altra possibilità per riacquistare la libertà, e consistente cioè, nell’omicidio di quella compagna la cui presenza è divenuta insopportabile. Per garantire la riuscita della sua fuga e per tenere sotto controllo questo profondo stato di inquietudine è però necessario un “aiutino” esterno, decide così – a partire dal 2017 – di usufruire della ricerca scientifica e di iniziare a prendere un farmaco di ultima generazione chiamato Capton D-L o più semplicemente Captorix. Quest’ultimo non è altro che una piccola compressa bianca, ovale e divisibile che si basa sull’aumento della secrezione di serotonina nel sangue inibendone la ricaptazione da parte dei neuroni 5-HT1 e che con un “piccolo sacrificio” garantisce i risultati sperati.

«Per questo merito la morte, e anche punizioni ben più gravi, non posso nascondermelo: finirò la mia vita infelice, bisbetico e solo, e me lo sarò meritato.»

Il fuggifuggi porta questo eclettico personaggio in Normandia dove, se da un lato il flusso di pensieri si concentra sulle precedenti relazioni e sulla ricerca un amore perduto, dall’altro, lo porta a rincontrare Aymeric, vecchio amico allevatore di mucche di antica stirpe nobiliare, lasciato dalla moglie, separato anche dalle figlie su cui vanta un diritto mai esplicato di affidamento e che affronta un periodo di crisi economica a causa del crollo delle quote del latte. Sarà durante questa visita che emergerà uno degli episodi più brutali e di forte impatto del volume, un episodio che richiamerà proprio gli scontri dei gilet gialli e che non mancherà di ricollocare l’ottavo lavoro di Houellebecq nella realtà più attuale e più precisamente nelle distorsioni e storture di un presente collocato nell’attesa di un prossimo – e remoto – futuro affatto più propositivo.

«In Occidente nessuno sarà più felice, pensava ancora, mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità come un’antica chimera, non se ne sono più presentate le condizioni storiche»

Mediante l’ausilio di una voce narrante armata da una scrittura densa, fluida eppure tormentata e stratificata da una composizione strutturata in lunghi periodi che si tramutano in coscienza pura e auto-analisi, “Serotonina” è una vera e propria confessione di sofferenza, rancore, ossessione che si articola in un alternarsi continuo tra un presente e un passato che nulla risparmia al conoscitore. Alcuni passaggi, in particolare, sono spinti – come consueto dal saggista – ai massimi livelli tanto da disturbare con la loro crudezza, eccessività (anche sessuale). A questi se ne aggiungono altrettanti ironici e arguti che celano profonde riflessioni.
Il risultato è un elaborato controverso, che infastidisce, che sa essere particolarmente crudele e spietato, che non teme di mostrare le conseguenze peggiori e più estreme di quella società fatta di competizione, fretta, ritmi serrati, freneticità, che non ammette pause, che non consente alternative, che non offre seconde possibilità, possibilità di riscatto o rivalsa e dove la forbice tra ricco e povero è sempre maggiore.
Non stupisce quindi che l’opera di Michel Houellebecq sia stata una delle più attese e promettenti del 2019, non stupisce che abbia raggiunto un immediato successo di vendita in madrepatria, non stupisce che sia considerato il capolavoro di questo autore. Se deciderete di leggerlo ricordate che “Serotonina” non ha limiti e non vuole averne. È una corrente ininterrotta, una cascata di pensieri in costante accelerazione e mai in decelerazione, un torrente che non teme di far storcere il naso e creare disappunto in chi legge, che non teme il suo essere intrinsecamente provocatorio, che non teme di mettere a nudo le anime moderne, che tratta tematiche varie che vanno dal sesso, alle perversioni sessuali, alle crisi esistenziali, all’amore, alla rappresentazione della Francia e dell’Europa del nuovo millennio, che osa. Perché “Serotonina” nel suo toccare una totalità inarrestabile di problematiche e questioni non è altro che un romanzo fortemente umano che per questo si fa amare e odiare. Può inoltre stordire per la prolissità con cui è costruito. La sensazione, grazie alle varie digressioni, ai ragionamenti e pensieri che si susseguono, è quella di essere letteralmente all’interno della mente di Florent, cosa che rende il protagonista vivido e concreto ma che al contempo può rallentare la lettura.

«È una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e meno improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo. La morte, tuttavia, finisce per imporsi, l’armatura molecolare si incrina, il processo di disfacimento riprende il suo corso. È sicuramente più rapido per quelli che non hanno mai fatto parte del mondo, non hanno mai ipotizzato di vivere, né di amare, né di essere amati; quelli che hanno sempre saputo che la vita non era alla loro portata. Costoro, e sono tanti, non hanno niente da rimpiangere, come si è detto; io non rientro nella categoria. Avrei potuto rendere felice una donna. Anzi, due: ho già detto quali. Tutto era chiaro, estremamente chiaro, sin dall’inizio; ma non ne abbiamo tenuto conto. Abbiamo forse ceduto a illusioni di libertà individuale, di vita aperta, di infinità dei possibili? È probabile, quelle idee erano nello spirito del tempo; on le abbiamo formalizzate, ce ne mancava l’inclinazione; ci siamo limitati a conformarci a esse, a lasciarcene distruggere; e poi, per molto tempo, a soffrirne.» p. 331-332

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Racconti
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    09 Gennaio, 2019
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Poveri cristi

È un’America anonima e spenta, pullulante di grigie periferie e poveri cristi in balia di solitudine e tossicodipendenza, quella che trova spazio, e voce, nelle pagine di “Jesus’ son” dello scrittore statunitense Denis Johnson, scomparso nel 2017 e considerato negli USA tra i maggiori autori di racconti del nostro tempo.
Non a caso, questo libro, pubblicato da Einaudi sul finire dello scorso mese di novembre, si presenta come una raccolta di singoli racconti accomunati però da quello che ha tutta l’aria di essere il medesimo io narrante, protagonista di una vicenda i cui tasselli sono episodi talvolta tragici e amari, talaltra quasi surreali.

“Stavo all’Holiday Inn da tre giorni, sotto falso nome, in compagnia della mia ragazza, sinceramente la donna più bella che avessi mai conosciuto, a farmi di eroina. Facevamo l’amore a letto, mangiavamo bistecche al ristorante, ci bucavamo al cesso, vomitavamo, piangevamo, ci accusavamo, ci imploravamo, ci perdonavamo, promettevamo e ci portavamo in paradiso a vicenda.” (da “Lavoro”)

Si rimane colpiti sia dal contenuto dei testi sia dallo stile narrativo dell’autore, e non sempre positivamente; in un primo momento, forse, addirittura spiazzati e spaesati. Per quanto mi riguarda, pur essendo un’appassionata di racconti e convinta sostenitrice del loro grande valore letterario spesso oggi snobbato da numerosi lettori, questi di Johnson non rientrano propriamente nel genere che preferisco e si discostano, solo per fare un esempio, da quelli di Nickolas Butler, altro noto autore americano contemporaneo, di cui, nei mesi scorsi, avevo letto e molto apprezzato la raccolta “Sotto il falò” (Marsilio, 2018).
Tuttavia, ho trovato almeno due racconti (“Matrimonio sporco”, dove si parla d’aborto, e “Beverly Home”), nonché diversi passi sparsi tra gli altri titoli presenti in “Jesus’ son”, di una profondità sorprendentemente disarmante che, d’un colpo, mi ha fatto rivalutare l’intera opera. Il senso della solitudine che sfocia nell’emarginazione, il peso dell’esistenza che cerca leggerezza nello sballo artificiale e nel sesso, la sofferenza di mucchi di umanità allo sbando emergono attraverso una scrittura che a tratti, per una inaspettata liricità, incanta. E fa molto riflettere.

“Sono salito su una carrozza mentre si chiudevano le porte; come se il treno stesse aspettando proprio me. E se ci fosse solo neve? Neve dappertutto, fredda e bianca, a riempire ogni distanza? E io che attraverso questo inverno seguendo il mio senso delle cose, finché non raggiungo un boschetto di alberi bianchi. E lei mi fa entrare.
Uno stridio di ruote, e d’un tratto ho visto solo le scarpe grosse e brutte degli altri passeggeri. Il rumore è cessato. Abbiamo oltrepassato scene di una solitudine straziante.
Attraverso i quartieri e oltre i marciapiedi delle stazioni, ho sentito la vita cancellata che mi sognava alle spalle. Sì, un fantasma. Una traccia. Qualcosa che rimane.”

Una lettura che, con buona probabilità, potrebbe non andare incontro ai gusti di tutti i lettori, ma non da rigettare in toto. Di certo, un autore da approfondire.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    23 Dicembre, 2018
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‘O conto quaicuno ‘o tè da pagà

Agora “con l’accento sulla prima a, per piacere, quella iniziale” è un paese (immaginario) arroccato alle pendici dei monti Lepini. Metà sta in pianura e metà con le spalle ai colli. È situato tra Norma, Sermoneta e Sezze, s’affaccia sulla piana dell’Agro Pontino e, quando c’è bel tempo, da lì si vede sino al mare di Ostia antica. Conta meno di ottomila abitanti, tutti si conoscono, o quasi. Tra le strette stradine di Agora, in quei luoghi ove ancora si mostrano tracce dell’antico fasto della Roma dei Cesari, non accade mai nulla, o quasi. Là, la vita scorre uguale. Sempre. O quasi. Perché il 25 febbraio 1996 accadde un fattaccio inaudito: due giovani, due fidanzatini, furono ritrovati uccisi in un modo brutale, animalesco. Emanuele Ferraro, 23 anni, disoccupato, ricevette 60 coltellate. Loredana Proietti, 17 anni, studentessa, 124, in tutte le parti del corpo. Sino a sfregiarla. A ritrovarli furono il padre di lei, ex carabiniere in pensione, assieme al figlio minore Michele e ad un amico di Emanuele, Giacinto Sangiovanni. Preoccupati per la irreperibilità dei due, penetrarono da una finestra della casa di Emanuele sfondando un vetro ed trovarono la ragazza in un mare di sangue sul letto. Emanuele era nel bagno, semi accasciato sul lavandino.
Questa è la storia dell’indagine e del successivo processo che ha portato alla condanna del presunto omicida o, forse, dell’oscuro errore giudiziario che ha sbattuto in galera un innocente incastrato da indizi inconsistenti e argomentazioni giudiziarie fragilissime, quando non speciose. Rileggendo i verbali di interrogatorio, riascoltando i testimoni (tra essi anche gli autori del fatto?), consultandosi con esperti esterni, compulsando documenti storici, il libro cerca di ricostruire i fatti (inventati, ma profondamente ispirati ad un fatto vero) e di fare una analisi storica, sociologica e psicologica dell’episodio e del suo contesto culturale. Si inoltra nel labirinto di deposizioni contraddittorie e contrastanti. Cerca di individuare indizi o elementi di prova accusatoria o a favore. Ci riferisce l’epilogo (insoddisfacente) della vicenda giudiziaria e ci suggerisce una seducente spiegazione alternativa. Scopriremo così che nessuno è esente da colpa, piccola o pure grande. Che anche i fidanzatini non erano angeli scesi in terra. Che i loro amici e parenti avevano, ognuno, punti d’ombra più o meno oscura. Ma scopriremo, pure, che su nessuno di essi si è formata la prova inconfutabile della responsabilità per un così atroce delitto.
L’unica cosa che verrà provata, alla fine, l’unica cosa che emergerà, indiscussa, è la constatazione che il reale è inconoscibile. Tuttavia, come si sarebbe commentato ad Agora: “’A justizzia è justizzia però e ‘o conto quaicuno ‘o tè da pagà” (La giustizia è giustizia e qualcuno deve pagare il fio) quindi qualcuno sconterà la pena anche se non sarà colui che la merita.
Il libro di Pennacchi è davvero strano e si presta a molteplici modalità di lettura e, di conseguenza, ad altrettanto numerose chiavi interpretative. Io, e ammetto il mio errore, ho preteso di leggerlo come un romanzo, nonostante lo stesso autore avverta sin dalle prime pagine di non essere capace di scrivere un romanzo giallo. Anzi egli stesso esordisce proprio scrivendo “Io questo libro non lo volevo fare. Non avevo nessunissima intenzione di impicciarmi di questa storia”, mentre più sotto soggiunge “a ognuno il suo mestiere. E il giallista non è il mio”.
Io lettore, per tutte le prime cento pagine, ho pensato che, forse, se avesse seguito quel suo istinto iniziale avrebbe compiuto un’opera meritoria. Infatti, la prima parte del romanzo non è altro che la trascrizione, mi auguro non pedissequa, ma ampiamente rielaborata (perché sennò altrimenti…) dei verbali dell’inchiesta. L’asciutta, scarna e ostica prosa di Carabinieri, Polizia di Stato, Procuratore della Repubblica, Giudice del riesame è solo saltuariamente interpolata dalle divagazioni storico-sociologiche dell’A.; dal racconto di episodi autobiografici; dai commenti che, lui, da spettatore esterno, si sente di aggiungere alle risultanze istruttorie. Ne risulta un testo difficilmente leggibile, faticoso, assai poco accattivante. Poi, la narrazione si fa più fluida. La prosa diventa più facile da seguire e più piacevole, quando, dal riferire l’indagine, si passa alla sua analisi, alla formulazione delle ipotesi, all’indagine su moventi, credibilità di alibi e deposizioni, plausibilità degli atti d’accusa. Ma complessivamente non è un’opera soddisfacente, come romanzo, pur avendo sezioni interessanti e pagine anche molto gradevoli.
Ma ripeto, il mio approccio s’è rivelato sbagliato. A posteriori mi son reso conto che avrei potuto seguire l’indagine non solo leggendola, ma letteralmente studiandone le deposizioni; confrontandole le une con le altre, mettendo in evidenza le contraddizioni e le lacune; ricostruendo le storie secondo le singole versioni dei fatti. Se avessi avuto la pazienza di seguire questo metodo di lettura — che mi avrebbe sicuramente impegnato un tempo almeno triplo — avrei goduto delle seducenti esperienze dell’inquirente, avrei individuato la caterva di incongruenze su cui si basò quell’inchiesta, che sono assai di più di quelle evidenziate dall’A., e, forse, con un’analisi approfondita, avrei pure scoperto il vero colpevole dove Tribunale, Corte d’appello e Cassazione hanno fallito. Insomma, avrei “giocato” assieme all’A. a fare il detective.
In alternativa, ponendo sullo sfondo il filone narrativo principale, e concentrandosi unicamente sulle interpolazioni fatte scivolare da Pennacchi tra gli atti di causa, avrei tratto piacere dagli aneddoti storici e dalle dotte citazioni a supporto, dalle digressioni psicologiche e da quelle sociologiche, spesso molto profonde, dai gustosi i battibecchi tra l’A. e lo Psicanalista o l’eminente Penalista scelti come consulenti. Pure gli intermezzi autobiografici avrebbero accresciuto il loro godimento.
Purtroppo così non è stato, e me ne rammarico. Pur riconoscendo all’A. un’ottima tecnica narrativa, una non comune abilità a miscelare i vari stili riuscendo a passare dall’uno all’altro in punta di piedi, in modo quasi inavvertibile, non posso onestamente annoverare questo libro tra le mie preferenze. Solo alla fine ho deciso di aggiungere una stellina alla piacevolezza, e proprio per scusarmi per il mio errato approccio al libro al quale debbo riconoscere il merito di aver tramutato un fattaccio di cronaca in un’opera letteraria non priva di pregio.
Perciò, pur non sentendomi di sconsigliarne la lettura, debbo avvertire che si tratta di qualcosa molto più impegnativa di quanto le 214 pagine di testo farebbero supporre.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    17 Dicembre, 2018
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La terra del cervo

“Le persone affette da demenza da lunghi anni, che sembrano aver rinunciato al mondo e a cui il mondo sembra avere rinunciato, verso la fine della loro vita hanno una specie di risveglio e riprendono lucidità, come se la demenza fosse solo una finzione, un gioco, o magari un modo di difendersi dagli altri. E quando la morte si avvicina la maschera cade e lascia spazio al dolore, alla sofferenza e forse al rimorso. Così anche se per anni sono sembrati indifferenti a chi si è preso cura di loro, in punto di morte sembrano aggrapparsi a quelle persone e avere bisogno di un loro sguardo, di una carezza.”

È Zvi Luria, ex ingegnere ai lavori pubblici, responsabile di grandi opere come costruzioni di strade e tunnel destinati a congiungere luoghi altrimenti irraggiungibili, il protagonista dell’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua ed è intorno al suo decadimento cognitivo che l’autore costruisce una storia che offre molteplici e importanti spunti di riflessione.
È dunque proprio quando Zvi, raggiunti i limiti di età, deve abbandonare il lavoro e rinunciare alla costruzione di altri tunnel sull’autostrada, che egli si trova prigioniero del tunnel più buio dell’esistenza. La sua progressiva perdita di identità si accompagna a una inevitabile perdita di dignità umana e sociale, tanto più rilevante quanto più prestigioso è stato il ruolo ricoperto nel passato. Ed è proprio il tema dell’identità che è centrale nel romanzo.
Se Zvi, il cui nome evoca l’immagine maestosa del cervo, va progressivamente verso una perdita di prestigio e di consapevolezza di sé, altrettanto privi di identità, per motivi politici, sono i pochi rifugiati palestinesi nascosti in cima a una collina nel deserto del Negev. È per salvare l’esistenza di costoro che Zvi è chiamato a raccogliere le sue ultime capacità cognitive, necessarie a costruire il tunnel che impedirà la demolizione della collina, altrimenti indispensabile per la realizzazione della strada che servirà all’esercito. Il tunnel assume qui, ancora una volta, una valenza positiva, in quanto rifugio e via di salvezza.
Il tema della convivenza con i palestinesi è d’altronde presente in tutto il romanzo: Yehoshua non manca di sottolineare come in molti casi essi siano riusciti ad integrarsi nella società israeliana e come i bambini palestinesi siano curati negli ospedali israeliani. Si nota, tuttavia, quanto egli sia sensibile al problema della perdita di identità nazionale che l’integrazione stessa può comportare. Non a caso il personaggio Zvi insiste a chiamare la bella Ayalà con il suo nome originale Hanadi, quasi a voler sottolineare l’importanza e il diritto/dovere di rispettare le origini di ciascun individuo. A questo proposito ricordiamo che Yehoshua , con Oz e Grossman ha sottoscritto il documento favorevole al riconoscimento dello stato della Palestina.
Proprio spinto da questo desiderio di pacifica convivenza, Zvi con un ultimo sforzo volto a controllare il suo stato confusionale, affronta un avventuroso viaggio per raggiungere di nuovo il deserto di Negev, luogo simbolo nella storia di Israele, dove riposano le spoglie di Ben Gurion, al fine di constatare che i lavori del tunnel siano iniziati e soprattutto che i rifugiati siano in salvo. Ed è qui che Zvi si ricongiunge al cervo, al suo alter ego, la cui sagoma si staglia maestosa sulla collina. Ed è qui che simbolicamente finirà il suo viaggio, lasciando al lettore un amaro e doloroso interrogativo sul futuro.

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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    14 Dicembre, 2018
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castore e polluce

La prima cosa che mi ha incuriosito leggendo questo libro è l’autore. Una coppia sposata che si dedica a questo genere, infatti mi intriga parecchio. Soprattutto perché raramente ho letto qualcosa di così crudele e inquietante. Mi sono spesso soffermata a immaginarmi la vita di coppia di questi due signori scandinavi: colazione parlando di cadaveri, pranzo con un accenno al modo più doloroso per uccidere qualcuno. Comunque la parte più interessante del romanzo, così come deve essere, rimane la trama e non i suoi autori. Io non avevo letto in precedenza niente di Lara kepler, quindi non ero a conoscenza delle vicende di Joona Linna e della sua squadra. Non ho comunque trovato alcuna difficoltà a destreggiarmi tra le varie vicissitudini dei protagonisti e a capire per sommi capi cosa è successo nel passato. In questo episodio si verificano in tutta Europa una serie di delitti particolarmente cruenti, che hanno come vittime dei delinquenti abituali. Le polizie dei vari stati se ne preoccupano relativamente liquidando la cosa come un beneficio per la società. Se ne preoccupa, invece Linna che intuisce che dietro potrebbe esserci la mano di Jurek Walter. Si tratta di una vecchia conoscenza del poliziotto che ha ucciso anche la compagna di Linna, oltre ad aver braccato lo stesso e sua figlia per parecchi anni. Peccato che Jurek è stato ucciso da Saga Bauer, il suo corpo finito in acqua è stato ripescato e il DNA ha confermato che si trattava di lui. E allora Linna è solo vittima delle sue ossessioni, o il suo sesto senso ha ragione e il serial killer è riemerso dalla tomba? A questo punto inizia ha un lato una fuga nel tentativo di salvare sé e i propri cari da parte di chi crede alla seconda ipotesi. Gli altri e sono la maggior parte, invece indagano in altre direzioni. La decisione di dividersi si rivela il primo grande errore dei “buoni”.
Questo libro mette in discussione molte regole del giallo. Intanto il serial killer in oggetto non è crudele: è efficiente. Questo lo rende del tutto amorale, insensibile verso la sofferenza delle vittime. Ciò che conta è l’obiettivo da raggiungere. Poi è molto intelligente e sempre razionale. Tutte le sue mosse sono ben calcolate e calibrate in modo da ottenere il massimo danno col minimo dispendio di energia. Spesso sono le stesse vittime che abilmente guidate da lui si fanno più male di quanto avrebbero immaginato di potersi fare. Di conseguenza anche chi lo insegue deve diventare come lui. Questa caccia non è adatta a uomini e donne con un buon cuore. Nessuna pietà neppure di fronte a qualcuno che implora di fermarsi, perché in questo caso chi à pietoso ha perso in partenza.
Inutile sottolineare che mi è piaciuto molto questo romanzo. Trama ricca di personaggi e di ambientazioni, ma sempre precisa e mi ripetitiva o banale. Stile semplice da seguire, ma con molti dettagli, a volte anche raccapriccianti, comunque sempre funzionali alla trama e non inseriti solo per il piacere di scuotere il lettore. Finale che è riuscito a sorprendermi, senza buonismi, e senza lieto fine.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    07 Dicembre, 2018
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Colomba, Dante e il Padre: ultima puntata

Sandrone Dazieri, dopo aver pubblicato Uccidi il padre, a cui ha fatto seguito L’angelo, torna in libreria con Il re di denari. Protagonisti assoluti di questa trilogia sono Colomba Caselli e Dante Torre.
Colomba è una poliziotta, che dall’ultima indagine ha riportato una grave ferita all’addome, conosciuta come “la combattente di Venezia”, si è ritirata a vivere tra le colline delle Marche, ovvero:
“Aveva trentacinque anni, ed era un vicequestore aggiunto della polizia, a riposo da quando un fantasma le aveva infilato un coltello nell’addome e rapito Dante Torre, l’Uomo del Silo.”
Ora è disorientata, ferita nel corpo e nell’anima, è:
“Ancora magra e pallida, coperta con una finta pelliccia che sarebbe stata bene addosso a un homeless, con gli occhi lucidi e cerchiati.”
Piange la scomparsa nel nulla di Dante Torre, forse il suo unico amico, geniale ed estroso cacciatore di persone scomparse. Chi è? Lui ha alle spalle una particolare storia di sofferenze e di abusi, inflittagli dal Padre:
“Dante non ricordava nulla del proprio passato, quello che sapeva della sua famiglia era stato un falso ricordo inculcatogli dal Padre durante i lunghi anni di isolamento della sua infanzia. “
Ma chi è questo famigerato Padre?
“Il Padre aveva agito in due periodi distinti. Il primo era stato tra la fine degli anni Sessanta fino al 1989. Le vittime del primo periodo, le otto identificate, sembravano pescate in modo casuale nella mappa d’Italia. Un bambino era stato rapito durante una gita scolastica vicino Roma, un altro fingendo annegamento tra i mulinelli del Po in Emilia. L’unica cosa che avevano in comune era l’essere stati seppelliti tutti assieme in barili di acido un giorno imprecisato dell’89. La documentazione della seconda fase, cominciata negli anni Duemila, era corposa quanto la prima e riguardava anche lei e Dante. (…) Tutti i prigionieri erano stati identificati, ma non tutti erano tornati con le rispettive famiglie. Alcuni di loro erano scomparsi da anni ed era stata dichiarata la loro morte presunta, i genitori si erano separati o erano morti, o non avevano voglia di riprendere a occuparsi di figli problematici, diventanti ancor più problematici durante la prigionia.”
Ora Colomba è sola, in un villino di campagna sommerso dalla neve, isolata e al freddo, quando da alcuni rumori esterni si accorge che c’è un ragazzino nella rimessa. E’ impaurito, sporco di sangue e non parla. Si accorge subito che lui è autistico, per di più ha gli stessi riflessioni incondizionati che erano caratteristiche tipiche dei bambini abusati dal Padre. Schiena rivolta all’interlocutore, uno strano e continuo dondolio rivolto alla finestra. Lo carica sull’auto e si reca dai Carabinieri della locale stazione. Scopre che lui si chiama Tommy, e la sua famiglia adottiva è stata barbaramente trucidata. I sospetti si concentrano immediatamente su di lui. Ma Tommy è, in realtà, il centro di un mistero che affonda le radici in un altro passato, che lo collega direttamente con la scomparsa di Dante. Così quando la stessa riceve una telefonata in cui le si consiglia di:
“una lunga vita tra le colline”,
non può che agire, mettendo a repentaglio la sua stessa vita. E forse anche quella dello stesso Dante.
Sandrone Dazieri in quest’ultimo capitolo della trilogia, costruisce:
“un castello di specchi e di inganni, una matrioska di colpi di scena che si susseguono pagina dopo pagina fino all’inquietante finale.”
Una lettura ad alto tasso adrenalinico, ricco di suspence e di intrigo. Purtroppo è una lettura che rimanda fortemente agli altri due libri precedenti e ho fatto un po’ di fatica nella comprensione, non avendoli letti, ma i riferimenti sono, comunque, ben spiegati e chiari. Un thriller scritto con una prosa che avvince il lettore in una spirale densa e profonda, tra continui rimandi tra passato e presente. Inquietante ed angosciante, tratta, con passione e perizia di metodo, molti importanti temi, quali l’autismo, la storia dei bambini abusati a Villa Azzurra a Torino, la vicenda degli autisti a Silicon Valley… Un bel libro, un po’ lungo, ma nel complesso un testo avvincente e curioso per gli amanti del genere.

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Consigliato a chi ha letto...
Consigliato a chi ha letto sandrone Dazieri, Uccidi il padre e L'angelo.
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Romanzi autobiografici
 
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    06 Dicembre, 2018
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Vergogna sociale



Nel 1952 Annie Ernaux ha 12 anni...ed assiste a quella che sarà per lei una scena indelebile, indicibile, che le "farà prendere sciagura" e che segnerà la fine della sua infanzia, nonché la presa di coscienza del suo status sociale.

In un pomeriggio domenicale di metà Giugno, suo padre, in preda ad un attacco di rabbia violenta, tenta di uccidere sua madre.

"Non è successo niente" le diranno poi...
Ma lei non riesce a dimenticare, non riesce a raccontare, non riesce neanche a scrivere (fino alla stesura di questo libro nel 1995) quello che ha visto.
Dal quel momento in poi sentirà su di sé il peso della vergogna, intesa proprio come "vergogna sociale", come un marchio che le entra sottopelle e che la relegherà per sempre al di fuori del ceto borghese a cui lei tanto aspirava.
Inizierà proprio in quel momento il lento rifiuto delle sue umili origini, che la porterà a "tradire" la sua essenza, i suoi genitori, la loro cultura, il loro essere così ben radicati in quel "qui da noi", con la loro latrina in cortile, la volgarità di suo padre, la camicia da notte macchiata d'urina di sua madre, come a sottolineare una precisa linea di demarcazione tra ciò che sono e ciò che non saranno mai.
La vergogna di vivere secondo regole bigotte e perbeniste, dove "nulla si pensa e tutto si compie" come è giusto che sia, rispettando i tempi prestabiliti per ogni cosa: fare la comunione, fare la permanente, avere il ciclo, le calze da donna, bere vino, fumare una sigaretta, lavorare, frequentare qualcuno, sposarsi, avere figli, vestirsi di nero, smettere di lavorare, morire.

Essere persone a modo.
Pregare.
Sapersi comportare.
Pregare.
Essere come tutti.
Pregare.
Non credersi chissà chi.
Pregare.
Ma soprattutto, fondamentale, porsi sempre la domanda "cosa penseranno di noi"?...ed agire di conseguenza.

In un ambiente così chiuso, regolato e giudicato sulla base di certi codici, non c'era assolutamente spazio per la scena di quella domenica di Giugno.
Annie sente di non poter più appartenere alla categoria delle persone perbene,
i suoi occhi hanno visto ciò che non dovevano vedere...

Come sempre, nel suo stile unico, lucido e preciso, la Ernaux cerca di scrivere, senza vergogna, un libro sulla vergogna...unico punto di congiunzione tra la donna che scrive queste pagine e la dodicenne che le ha vissute...e senza il quale, forse, non sarebbe mai nato in lei il desiderio di ribellarsi al suo ambiente, il desiderio di essere migliore, il desiderio di scrivere.
Ancora una volta la Ernaux ci dona una parte di sé, una parte importante, la scintilla che ha acceso la fiamma della sua personalissima rivoluzione e che l'ha resa la donna che è adesso, una scrittrice di grande talento che fa ancora i conti col suo passato.




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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    30 Novembre, 2018
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Quando la trama è uno spoiler

Quando il grande nome ti delude, è una sensazione piuttosto strana. Ti chiedi se magari è il genere d’appartenenza a non essere nelle tue corde; se il modo di scrivere dell’autore non ti entusiasma né ti emoziona; se semplicemente la storia non fa per te. John Grisham mi ha deluso con questo suo romanzo e, per quanto mi è possibile, cercherò di sviscerare i motivi.

“La resa dei conti” racconta la storia di Pete Banning, eroe di guerra che un bel giorno si sveglia e decide di uccidere il pastore della chiesa del suo paese.
Una decisione inevitabile, da quanto dice lui. Manderà in malora la sua vita, quella di sua moglie, dei suoi figli e delle persone che lavorano per lui, ma a quanto pare non c’è alternativa. Dunque lo farà e, in quanto ai suoi motivi, li porterà con sé nella tomba.
In tre righe vi ho spoilerato mezzo libro. Non mi linciate, non è colpa mia: basta che leggiate la trama e vi ritroverete nella stessa condizione. Assurdo ma vero, e nonostante questo non è nemmeno la prima volta che capita; ora non saprei dirvi quale sia stata l’altra occasione, ma questo la dice lunga su quanto il tal libro mi sia rimasto impresso. Ci si aspetta che gli eventi anticipati nella trama occupino (voglio esagerare) 50-60 pagine, che vengano appena accennati.
Invece no.
Dunque, le prime duecento pagine raccontano il processo di Pete Banning, del quale già conosciamo l’esito. Come ammazzare la suspense.
La seconda parte ci racconta le vicissitudini e gli orrori che hanno portato il protagonista a essere l’uomo che è e a diventare un eroe di guerra: forse la parte più interessante, che racconta dell’entrata in guerra dell’America e di uno scenario particolare, sempre tenuto in secondo piano quando si parla della Seconda Guerra Mondiale: la campagna delle Filippine. Pur essendo a volte ripetitivo e dilungandosi un po’, questa parte risulta interessante nonostante l’autore ci abbia permesso di sapere in anticipo che Pete Banning si salverà. In fondo, abbiamo già assistito alla sua esecuzione dopo il processo.
La terza e ultima parte si concentra sulla causa legale che porta la moglie dell’assassinato a cercare di ottenere i terreni dei Banning. A questo punto l’unica cosa che tiene in piedi la curiosità è la voglia di conoscere il mistero (l’unico) che il protagonista non ci vuole svelare e si porterà nella tomba: perché l’ha fatto? Durante la lettura speri non sia quello più banale… il primo che verrebbe in mente alla maggior parte dei lettori. Speri vivamente che l’autore si sia inventato qualcosa di eclatante, in modo da capovolgere l’opinione di un libro che è nato male.
Invece no.

Tornando alla faccenda della trama che anticipa troppo gli eventi, mi ha lasciato talmente esterrefatto che sono andato a controllare se anche nell’edizione inglese veniva anticipato l’esito del primo processo. A quanto pare… no. Mondadori, ma un po’ di furbizia? Il mio giudizio sarebbe stato sicuramente meno duro, e aver appurato il fatto che l’errore è da imputare a una scelta scellerata da parte della casa editrice italiana, ha attutito un po’ la delusione nei confronti dell’autore. Anche se nella seconda parte già sappiamo che il protagonista si salva, permetti che nelle prime duecento pagine non so se verrà giustiziato?
In conclusione, forse quello del thriller legale non sarà il genere che prediligo, ma oggettivamente c’è stata più di una scelta sbagliata. Sia da parte dell’editore che dell’autore.

“Non ho niente da dire.”

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Romanzi
 
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BettiB Opinione inserita da BettiB    25 Novembre, 2018
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La balena del colore della luna

Più che una favola mi è sembrato di leggere una delicatissima poesia.
Questo racconto breve di Sepulveda parla della grande balena bianca, il capodoglio color della luna. Il capodoglio racconta la vita nel profondo del mare, racconta delle altre creature che vi abitano, della vita che scorre con un equilibrio esatto e pacifico. Racconta degli usi che le balene e le altre specie hanno per coesistere tutti insieme nella grande distesa blu. Racconta delle storie che i capodogli bianchi si sono tramandati nel tempo, fino a giungere a lui, che ora ha il compito di proteggere questo equilibrio. Un equilibrio raggiunto anche con i lafkenche, gli uomini del mare, che abitano l'isola Mocha e convivono con il mare, lo venerano e lo rispettano.
Ma poi una specie diversa inizia ad arrischiarsi in mare, prima su assi di legno, poi su vere e proprie navi. Avidi e carichi di odio, sono gli uomini: l'unica specie che si attacca a vicenda. Solcano il mare, sempre più a largo, a caccia delle balene e dell'oro grasso. Arpionano e torturano e squartano senza pietà.
Il grande capodoglio si avvicina piano per conoscerli, per capirli, per imparare da loro. Quando impara che tutto quell'odio non ha fondo, quando le grandi navi degli uomini solcano il mare sempre più numerose e sempre più agguerrite, il capodoglio capisce che deve agire.
Lui ha il compito di proteggere il viaggio delle 4 vecchie balene che trasportano i corpi dei lafkenche morti sull'Isola in cui riposeranno in eterno, e quando anche l'ultimo lafkenche sarà morto e la sua anima trasportata sull'isola, allora tutte le creature del mare potranno compiere l'ultima grande traversata, guidati dagli uomini del mare, fino all'isola dove l'equilibrio del mare è ancora intatto e la furia degli uomini non potrà mai raggiungerli.
Ma una sera di tempesta la Essex, una poderosa baleniera, attacca le 4 vecchie e le uccide. Mocha Dick, cieco dalla furia, distrugge la nave e specie sul fondo del mare tutti gli uomini a bordo, consacrando la sua leggenda. Ma il compito è fallito, non si può proteggere il mare dall'uomo.
La leggenda della Essex ha dato vita a Moby Dick.
L'inizio del racconto - una balena bianca riversa a riva, morta - allla Storia di una Balena bianca raccontata da lei stessa.

Parlo di poesia, perché lo stile è tanto delicato e "leggero" da sembrare appunto poesia. Il racconto scorre come il mare, lieve, senza opinioni di sorta o giudizi. E' una storia: una storia di pace interrotta dall'avidità di una specie che distrugge e uccide chi vive in questo mondo da molto prima di lui.
Non vi è morale, giudizio o recriminazione nelle parole di Sepulveda, solo i fatti, raccontati con un carico di malinconia dolcissima. Una storia che sembra venire da lontano, che riprende i fili delle antiche tradizioni e leggende degli uomini del mare, del rispetto per un passato indigeno e profondo che affonda le radici nell'acqua salata.

Un punto di vista diverso, che per la sua leggerezza ben si adatta anche alla lettura dei più piccoli, secondo me. Anche se è ai grandi che dovrebbe far scendere una lacrimuccia, se non di pena almeno di colpevolezza.

Bellissima favola, da tenere nel cuore ogni volta che si guarda il mare.

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    21 Novembre, 2018
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Middle England, middle class, middle age.

Non c’è dubbio: Jonathan Coe è uno scrittore geniale, di sicuro uno dei migliori scrittori inglesi, che unisce al dono della narrativa una verve satirica e un’acuta capacità di analisi degli eventi sociali e politici del suo tempo.
Con il suo ultimo romanzo “Middle England” egli ci ripropone i personaggi de “La banda dei brocchi” e di “Circolo chiuso”, seguendoli nel corso degli ultimi otto anni del nuovo millennio. Siamo dunque di fronte a un Benjamin, un Doug e una Lois ormai giunti alla maturità, con tanti dubbi e tante ansie nient’affatto risolti. A Sophie, figlia di Lois, l’eredità complessa e confusa di un mondo caotico con poche certezze e tanti limiti.
Ciò che più sta a cuore a Coe è descrivere la situazione politica e sociale in cui si è trovata la Gran Bretagna dal 2010 ad oggi. A Doug il compito di denunciare la crisi e il declino del partito laburista, responsabile di aver causato l’impoverimento della media e piccola borghesia, lasciando immutati i privilegi di pochi. È Doug che riconosce, in un incontro con Ben, che la gente è stanca, rabbiosa e disgustata. Né le cose sembrano migliorare con l’avvento dei Tories di Cameron, sicuro di sé al punto da indire un referendum sulla Brexit, con l’impegno di restare a risolvere i problemi del paese nel caso d’un voto favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, promessa che non avrebbe mantenuto, lasciando a Theresa May il compito di rispettare la volontà popolare. Ed è attraverso i personaggi di Ben, Lois e Doug che possiamo constatare con quale drammatica consapevolezza si sia vissuta e si viva tuttora una decisione destinata ad avere un’influenza determinante sulla vita di ciascun individuo. La nazione sembra letteralmente divisa in due: da una parte c’è chi, come il padre di Lois e Ben, legato ancora ai ricordi del passato, vorrebbe che al suo paese fosse restituita quella sovranità che gli è stata tolta con la sua adesione all’Europa, dall’altra chi ritiene che far parte dell’Europa sia un’opportunità da non perdere. Ciò di cui tutti si rendono perfettamente conto è che la politica di austerità che l’Europa ha imposto ai suoi membri ha impoverito il paese, trasformando persino il territorio, in seguito alla chiusura di fabbriche e industrie per far posto a attività commerciali. “Un edificio non è solo un posto, non ti pare?” – dice Colin a suo figlio Ben – “E’ anche la gente. La gente che ci sta dentro […..] Se non produciamo niente, non abbiamo niente da vendere, perciò come faremo a sopravvivere?”
Ben, Doug e Lois vedono accentuarsi intorno a loro uno strisciante sentimento xenofobo e sovranista, aumentare l’intolleranza per l’avversario politico, atteggiamento che raggiunge il momento culminante con l’assassinio della deputata Jo Cox.
Pur mantenendo una posizione equilibrata ed equidistante verso la problematica della Brexit, sembra tuttavia che Coe lasci trasparire il suo rammarico di vedere il suo paese chiudersi nuovamente in un isolazionismo che ha comunque sempre caratterizzato la sua politica, pur riconoscendo che un’Europa così fondata su rigide regole economiche e nessuna politica comunitaria non può che vedere rinascere i nazionalismi e avviarsi ad una chiusura sempre più drastica delle frontiere. Cosa che non può che palesare il fallimento degli ideali sui quali l’Europa avrebbe dovuto fondarsi.
L’originalità di questo romanzo consiste proprio nell’aver messo l’accento su come la politica influisca in maniera determinante sulla vita dei singoli individui, con i suoi personaggi borghesi di mezz’età nell’ Inghiterra delle Midlands.
Middle England, Middle class, Middle age.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    16 Novembre, 2018
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Beviamoci sopra (un caffè)

Il nuovo libro di Eggers è chiaro e ben scritto ma di tipo documentaristico. Il protagonista, Mokhtar, un nome una garanzia,è uno yemenita trapiantato in America, che aspira a mettere su un’impresa commerciale del caffè tra MoKha (Yemen) e il mercato USA. Lo Yemen, MoKha in particolare, è la terra natale del caffè come viene fin troppo dettagliatamente ricordato.
Nel testo sono descritte tutte le tappe della realizzazione del sogno dall'ideazione alla attuazione attraversando difficoltà di ogni tipo. Ci sono anche ricadute positive per il paese in guerra dove il lavoro scarseggia e è mal pagato. Il nostro eroe dovrà diventare prima un Q grader, cioè un esperto sommelier della variante arabica del caffè (la variante robusta richiede un esperto con una diversa specializzazione); poi apprendere alcune nozioni sulla coltivazione e lavorazione della materia prima, trovare i finanziatori, non farsi ammazzare dalla concorrenza a volte sleale, e infine riuscire a esportare il caffè dal paese in guerra. La storia è vera. Il protagonista, Mokhtar, ha doti affabulatorie non di poco conto. E’ un Perlasca yemenita, che anziché salvare esseri umani grazie alle sue doti di improvvisazione riesce a realizzare un’impresa non certo meno difficoltosa, anche se per il lettore meno coinvolgente.
Il libro è ben scritto e ben documentato. La narrazione resta però asettica, asciutta, senza gli slanci inventivi o umanitari di Eggers, quelli per cui uno corre a comprare i suoi libri. Anche la parte avventurosa dell’attraversamento del paese in guerra a me è sembrata poco coinvolgente. Per esempio Ologramma per il re a me è piaciuto molto di più dal punto di vista narrativo, anche se l’argomento potrebbe essere simile. Forse è la storia in sé che non merita un intero libro.
Gli aspetti più interessanti sono quelli marginali: il quartiere povero in cui Mokhtar vive con la famiglia in America, la storia del nonno yemenita che ha perso la sua parte di eredità per la gelosia dei fratelli quando lui solo è chiamato al capezzale dal padre morente. Il ragazzo chiede una capra e rinuncia al resto dell’eredità ma gli viene rifiutata pure quella (la capra vale più di te) per cui parte senza la capra. Ma poi ha successo e manda soldi a casa alla madre (da quello che vale meno di una capra). Sembra una storia biblica, bellissima. Quella storia avrei voluto leggere!
Alcuni aspetti della vita nello Yemen sono interessanti. Mentre la tensione al successo e all'integrazione del protagonista, non so, mi sembrano una perdita. Certe dinamiche politiche e culturali o sociali che pure avrei approfondito volentieri non sono state esplorate dato che superflue per il racconto. Il libro non è narrativa, ma un resoconto giornalistico (ben fatto) della rocambolesca realizzazione del sogno americano di uno yemenita ben integrato. La storia a me non è sembrata molto interessante né per l’argomento né per il taglio che le è stato dato. Magari può essere un esempio di come si mette su una attività commerciale equa e solidale unendo utili e giustizia sociale (seppur relativa).
Potrebbe essere interessante da proporre ai ragazzi delle scuole di ragioneria o agli studenti di economia. C’è anche una descrizione dettagliata della pianta del caffè e della sua coltivazione nonché malattie e metodi di scelta dei chicchi (rossi e non verdi) e via discorrendo. Per cui forse andrebbe bene anche per gli studenti degli istituti agrari.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    14 Novembre, 2018
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La baita maledetta

Il protagonista di questo romanzo decide di omettere il suo nome, per quanto riguarda il resto invece, è molto quello che racconta di se, forse anche troppo.

Maledetto è il giorno in cui decide di ristrutturare la vecchia baita che si trova spersa nel bosco, ad attenderlo, nascoste nel muro, ci sono tre mummie, sicuramente di donne, con strani segni addosso scritti in una lingua incomprensibile. Quelle mummie diventeranno la sua ragione di vita e la sua ossessione, saranno le “sue donne”.

Nato in una famiglia maledetta, per tutta la vita il suo pallino fisso sarà l’odio nei confronti delle donne. Un odio che nasce e cresce fin da piccolo, circondato anche da familiari e amici misogini. Per il genere femminile non ci sono mai belle parole, solo pensieri orribili e atteggiamenti non proprio delicati, ma dove lui non riuscirà ad arrivare, ci penseranno gli altri a completare l’opera.

L’incontro con le tre mummie diventa un lungo viaggio, ricco di digressioni in cui il protagonista spesso perde il filo del discorso per immergersi in altri pensieri e altri dettagli che spesso stancano il lettore o che nel mio caso non reputo così fondamentali. Spesso diventa ripetitivo, in alcuni casi monotono con ripetizioni su ripetizioni, che in un romanzo di 280 pagine, tolgono molto alla trama. Una trama che mi chiedo ancora perché scriverla.

In quella natura incontaminata sono molte le cose che accadono, alcune non sappiamo se “fantasiose” oppure “influenzate” dall’uso continuo da parte del protagonista di alcol e belladonna.

Nella prefazione si parlava di un libro commovente, appassionante e intenso. Personalmente ho trovato questo libro pieno di odio nei confronti delle donne e del genere femminile in generale. Un libro che mi ha lasciato molto disgusto e un’immagine delle persone non buono. Tutto il bello che riguarda la natura, nel mio caso è passato in secondo piano anche perché leggere cose così orribili, fatte alle donne, mi ha tolto tutta la fantasia per il resto.

Buona lettura.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    13 Novembre, 2018
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Tre donne, tre vendette.

Il suo nome è Ingrid Steen, è la moglie di Tommy Steen uno dei più rinomati giornalisti del momento in Svezia nonché direttore dell’Aftonpressen, ed è la madre di Lovisa, figlia nata dall’unione e di cui si occupa a tempo pieno essendo stata costretta a lasciare il lavoro, a sua volta di report, per sopperire alle volontà del marito che la voleva a casa ad occuparsi della prole. Ha di recente scoperto, oltretutto, che quest’ultimo ha ricominciato a tradirla.
Il suo nome è Victoria Brunberg, ha venticinque anni, è di origine russa e dopo aver perso in una uccisione il compagno Jurij, è stata comprata come “moglie per corrispondenza” da Malte, svedese, violento, ubriacone, in sovrappeso e con scarsa cura della propria igiene personale. La tiene segregata in casa in una piccola proprietà sperduta nei boschi oltre Stoccolma perché lei è una sua proprietà e deve fare quello che vuole, come e quando lo vuole.
Il suo nome è Birgitta Nilsson, è una maestra delle scuole elementari, è la maestra di Lovisa. Apparentemente la sua vita è calma, ha un marito e due figli gemelli di venti anni, la sua indole è pacata e il suo carattere mite. In realtà ha un atteggiamento verso il mondo di auto-colpevolezza, perché la sua quotidianità è fatta di violenza e di errori che le vengono sempre e immancabilmente imputati da parte del marito che nei momenti in cui è certo di non essere visto e nei punti in cui sa perfettamente non esistere visibilità, non manca di sferrarle colpi brutali che le lasciano ecchimosi nel corpo e nella mente.
Tre donne, le protagoniste di quest’ultimo romanzo in anteprima mondiale di Camilla Lackberg, le cui strade si incontrano grazie a FamiljeLiv.se per non separarsi mai più. Perché è ora di dire basta, di vendicarsi dei soprusi subiti, di liberarsi di questi sposi che le tradiscono, maltrattano, picchiano. E quale miglior piano se non unire le forze in quello che è un omicidio camuffato da tragico incidente?
Con una penna rapida che tocca le corde più intime del lettore soprattutto per quanto riguarda le angherie che è costretta a subire Victoria, l’autrice svedese costruisce un romanzo dal buon intreccio narrativo e da una trama che funziona. Peccato però che talvolta si contraddica (ed es. la stessa Victoria prima non sa guidare la macchina e quindi non può prendere il furgoncino di Malte per scappare e poi invece addirittura vi si mette al volante perché Jurij le aveva insegnato a guidare una Mercedes), che tenda a cadere nel prevedibile e che vuoi per il tema attualmente in voga, vuoi perché di recente è uscito in Italia un romanzo dalla stessa impostazione e con problematica annessa e più precisamente “Sbirre” di Carlotto, De Giovanni e De Cataldo, il testo tende ad avere quel tratto comune del deja-vu. Non stupisce dunque che si concluda in pochissime ore e che lasci una sensazione piacevolezza ma non indimenticabilità. Una buona prova ma certamente non la migliore della Lackberg.

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A chi ama i gialli scandinavi.
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siti Opinione inserita da siti    13 Novembre, 2018
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Risvegli quotidiani

"Souvenirs dormants", il titolo in lingua originale non viene tradito ma solo tradotto e permette proprio una lettura di questo breve, emblematico, potente lavoro del Nobel francese tutto giocato su due dimensioni vitali per l’essere umano: il ricordo e il sogno. Spesso, capita a tutti noi, soprattutto quando i giorni accumulatisi in anni si sono adagiati in un’identità che faticosamente abbiamo costruito e della quale mancano i particolari, perché offuscati da un ricordo non nitido, non oggettivo, non reale ma trasfigurato da pericolose sovrastrutture che ci hanno complicati, le due dimensioni si mescolano, si confondono e determinano nuove verità. Il tutto in fondo rimane misterioso, come la nostra esistenza, fatta di relazioni importanti ma costellata di comparse. Persone che abbiamo appena incrociato, in periodi brevi della nostra vita, incontri fugaci, apparentemente insignificanti che prepotentemente tornano in altre stagioni della vita, nel sogno, nel ricordo, nella rimembranza non casuale ma cercata o più semplicemente attraverso un ennesimo, fortuito incontro. E così, possiamo ripercorrerla la nostra esistenza incastonandola anche in una perfetta geografia: luoghi e ambienti che con la loro fisicità, con la loro presenza, richiamano il ricordo senza però mantenerlo, conservarlo o sigillarlo, poveri custodi di un effimero transitorio che è libero, passeggero, difficilmente intrappolabile. La geografia del ricordo in questo scritto è quella degli spazi esterni di Parigi, quei luoghi che già Modiano ha riesumato in altri suoi romanzi imprimendogli una forte potenza evocatrice, l’universo delle comparse è invece tutto al femminile in un andamento a ritroso che copre la vita di un uomo a partire dal suo debutto da giovincello nei misteri di Parigi. E ora, da vecchio, Parigi è popolata di fantasmi e il narratore si confonde con l’autore e la consapevolezza dell’errore insito nel proprio vissuto amareggia per la sua fuggevolezza:”se potessimo rivivere alle stesse , negli stessi luoghi e nelle stesse circostanze ciò che abbiamo già vissuto, ma viverlo molto meglio della prima volta…”.
Splendida lettura, ve la consegno con grande convinzione.

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ALI77 Opinione inserita da ALI77    10 Novembre, 2018
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UNA STORIA CHE POTEVA DARE DI PIU'

Un’estate, un ragazzo, la maturità ma anche un’occasione per crescere per diventare grandi, per affacciarsi al mondo del lavoro.
Un’estate che segna il cambiamento, forse un passo per andare verso l’età adulta.
Un’estate di bilanci e di nuovi inizi dove tutto viene messo in discussione anche se stessi. E’ giusto bruciare le tappe e non viversi l’ètà in cui viviamo? E’ però anche giusto non cogliere l’attimo e l’opportunità che ci si presenta davanti?
A volte correre troppo è sbagliato e alcune volte no.
Max questo lo sa, sa che nella sua estate della maturità tutto può accadere, come dover scegliere cosa fare del suo futuro, ma questa volta la decisione la può prendere solo lui.
La storia di questo ragazzo rappresenta in maniera molto veritiera quello che succede oggi ai giovani, che vogliono tutto e subito e non conoscono la gavetta o il sacrificio per arrivare. Questo lo vediamo tutti i giorni grazie a internet, ai social dove si creano fenomeni solo grazie ai follower e a niente altro. Solo chi ha talento resiste, va avanti e non sarà solo un fuoco di paglia.
Max ha una dote incredibile, ci sa fare con il computer ma come accade oggi per caso il suo talento viene riconosciuto e gli darà la possibilità di trasferirsi a Roma e iniziare a lavorare per una start up. Una notizia che gli sconvolgerà la vita.
Le cose cambiano, il mondo del lavoro trasforma le persone e ti fa maturare, non sei più “protetto” dalla scuola ma te la devi cavare da solo e anche riconoscere le tante insidie che si creano all’interno di un ufficio, come in un negozio, in un bar ecc. In qualsiasi ambiente tu sia, ora te la devi cavare da solo.
La generazione Z, di cui Max fa parte, chiamata anche Millennial, si distinguono per la loro velocità mentale, per la voglia di cambiamento in una continua corsa verso il nuovo e sempre alla ricerca di conquistare qualcosa di più. Sono cresciuti fin da piccoli con internet, sono intelligenti, perspicaci ma anche più presuntuosi e alcune volte indisponenti.
In queste pagine ho visto quanto rispetto alla mia generazione questa fosse diversa, molto lontana, questi ragazzi nascono già pronti, pieni di sogni, aspirazioni e lottano per riuscire ad arrivare, per loro non c’è tempo da perdere. Per loro non esiste la parola non riuscire, o almeno ci provano in tutti i modi.
Per quanto possa apprezzare che un ragazzo giovane e anche della provincia di Padova, come lo sono io, arrivi a pubblicare con una casa editrice importante come la Einaudi, non capisco come si possibile leggere una storia così semplice. Tutto è lineare, lo stile pulito, semplice, diretto, con alcune parolacce, ma manca sempre qualcosa, forse l’emozione. Un appunto però lo farei, meglio scrivere gay che non dei termini dispregiativi soprattutto del nostro dialetto, che risultano offensivi in un mondo dove le differenze sono sicuramente un valore aggiunto e non un motivo di regressione. Strano che nell’editing questo termine sia passato inosservato.

Certo è un romanzo attuale, che descrive sicuramente i giovani d’oggi, ma è solamente una storia che possono leggere i ragazzi o è anche per gli adulti? Io non sono riuscita ad entrare nel mondo di Max, a capire le sue problematiche, i suoi dubbi, i suoi dilemmi, forse abbiamo età troppo diverse, che poi una decina d’anni cosa sono? Eppure mi sono resa conto di come la mia maturità e tutto il resto sia stata molto diversa da quella che ha vissuto il protagonista o da quella che vivono i giovani d’oggi.
Quello che manca secondo me è qualcosa che spinga il lettore a emozionarsi, mi sembrava di avere tra le mani qualcosa di già sentito, già visto e forse questo è il limite di questo romanzo.
L’idea sicuramente è buona ma qui siamo di fronte ad una domanda, perché casa editrice come Einaudi pubblicano questi libri? Me lo sono chiesta prima di iniziarlo e dopo averlo finito non mi sono data una risposta. Nulla di nuovo, eppure secondo me questo ragazzo può fare di più, anzi sicuramente farà di più.
Un’altra cosa che vorrei far notare è la discrepanza tra il titolo “Gli squali” con il disegno della copertina, sono chiaramente dei capodogli, questa differenza è dovuta a qualcosa?
Forse non sapremo mai la risposta ma mi sembra molto strana una cosa del genere.
Auguro all’autore di continuare a scrivere e la prossima volta di regalarci una storia diversa e più vera.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    09 Novembre, 2018
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L'uomo Leonardo Da Vinci

L’uomo di cui si parla nell’ultimo libro di Marco Malvaldi, dal titolo La misura dell’uomo, è sicuramente eccezionale, e ha lasciato una profonda orma nella cultura. Stiamo, infatti, parlando nientedimeno che di Leonardo da Vinci. Un protagonista eccellente intorno al quale l’abile penna di Marco Malvaldi costruisce un giallo storico impeccabile e di grande pregnanza letteraria. A cinquecento anni dalla morte di Lenardo Da Vinci, l’autore racconta una storia che non può non affascinare. Siamo molto lontani dalle atmosfere del Bar Lume a cui Malvaldi ci aveva abituato; ma in comune con i predetti c’è sicuramente un tratto che caratterizza queste narrazioni, ed è la forte ironia che le pervade. Un’ironia qui soffusa ma precisa e puntuale, che colpisce indistintamente, sia di Ludovico il Moro e la sua corte, sia di Beatrice d’Este che dello stesso Leonardo.
Gli ingredienti fondamentali di questo testo sono:
“Un taccuino segreto. Una morte inspiegabile. Un genio che a distanza di cinque secoli gioca con la nostra intelligenza e ci colma di stupore.”.
Siamo nell’ottobre 1493 e Ludovico il Moro ha commissionato a Leonardo la costruzione di un enorme statua equestre. La sua fama va di giorno in giorno aumentando, e lui è un uomo che vive con la madre Caterina, e uno strano quanto dispettoso ragazzetto , Salai, che lo aiuta nei lavori di bottega. Ha idee straordinarie, che precludono i tempi, ed è solito aggirarsi per il Castello Sforzesco indossando una veste di panno rosa, sotto la quale nasconde un taccuino su cui appunta continuamente idee e teorie. Inoltre è vegetariano e si dice omosessuale:
“Avete ragione madre. Io faccio cose contro natura. Anzi, a essere preciso, faccio una e una sola cosa contro natura. E sapete qual è? (…) Non mangio carne. Non mi nutro dei resti di altri animali a me inferiori, uccisi da me o da altri non importa, come fa la gran maggioranza delle bestie in natura. Ingozzarsi di carne di animali più deboli è cosa secondo natura, e io non solo non lo faccio, ma la aborro.”.
In un contesto simile un uomo viene trovato morto all’interno della Corte stessa; non si capisce di che cosa sia deceduto, visto che non ha segni di violenza, eppure… I malevoli si scatenano, e la superstizione è in agguato. A Leonardo su richiesta dello stesso Ludovico non rimane che tramutarsi in detective per aiutare il suo Signore. Dunque un Leonardo insolito, ma non meno intelligente, affascinante, abile artista e precursore delle scienze. Bellissime e precise le descrizioni che riguardano l’organizzazione e la vita delle botteghe d’artista del periodo, per cui:
“Ogni artista, a quei tempi, aveva in casa un pollaio, e non per motivi alimentari. All’epoca di Leonardo, la tecnica per dipingere ad olio non era ancora padroneggiata appieno: nella Firenze del Quattrocento si dipingeva spesso a tempera, cioè mescolando – temperando, dal latino, anche se Leonardo il latino non lo sapeva, ma la procedura funzionava lo stesso- i pigmenti con una parte legante, come il rosso d’uovo, il quale seccando avrebbe formato un reticolo proteico in grado di attaccarsi alla superficie e di ingabbiare i colori in Aeternum. (…) ogni artista per avere a disposizione uova fresche faceva la cosa più ovvia, cioè teneva un pollaio in casa. Proprio da lì incominciava.(…) Prima di appoggiare un pennello sulla tavola, passava del tempo.”.
Abile e precisa è anche l’elaborazione del sistema bancario dei tempi, che nel testo ha un ruolo determinante:
“La banca è come un giocoliere. Tiene in equilibrio i denari degli altri, e ogni qual volta che tocco la moneta altrui, a me rimane ben poco in mano. Ma anche se tengo in aria dieci piatti, in mano me ne rimane sempre uno solo, e nemmeno quello è mio.”
Una lettura che mi ha fatto tornare indietro nel tempo, mi ha fatto apprezzare gli studi e la cultura dell’epoca, la lingua, la scienza. Perché certamente Leonardo è stato un genio assoluto, che possedeva infinite capacità, tra cui:
“Questa capacità rende l’uomo simile a Dio: quella di inventare cose che non esistevano prima, e dare loro significato. Ogni uomo può dar forma, nella sua testa, a oggetti che non esistono, e convincere gli altri che tali oggetti esistono, o esisteranno.”.
Un romanzo giallo storico multiforme, dalle mille facce e dai variegati e disparati argomenti. Una trama geniale, personaggi perfettamente descritti e delineati, una prosa accattivante ed affascinante. Una eccezionale lettura “d’artista”!

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    08 Novembre, 2018
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Lo “spleen” in salsa yiddish

Shraga Unger è un vecchio conferenziere, anzi, come lui stesso tiene a precisare, è un vecchio conferenziere malato, ridicolo nonché del tutto superfluo e fastidioso. Si guadagna da vivere tenendo pubblici discorsi nei kibbutz sparsi sul territorio di Israele durante gli ultimi anni ’60. Si è fossilizzato su un unico argomento: l’ebraismo nell'URSS e, dopo aver sperimentato sulla sua pelle la durezza dell’antisemitismo sovietico, è giunto a tal punto di paranoia da incentrare i suoi monologhi solo sulla minaccia bolscevica che lui afferma essere perennemente incombente. Egli stesso teme che proditori attacchi ad Israele da parte dell’orso russo possano venir mossi nell'immediato futuro, come primo passo verso la conquista del Mondo. Si documenta, legge compulsivamente ogni notizia disponibile, accumula giornali e lettere da oltre cortina per comprovare i suoi timori. Per il resto, trascina la sua vita in un grigiore infinito, ripetendo ogni giorno, meccanicamente, gli stessi gesti, gli stessi rituali, senza alcun entusiasmo. L’unico barlume di affetto, per la cantante Ljuba che negli anni pregressi lo aveva accompagnato nei suoi giri di propaganda, è anch'esso ammuffito con lui. Alla fine pure l’ardore antibolscevico si affievolirà, travolto dalla marea montante della sua amarezza cosmica. Shraga, mestamente, accetterà il suo inevitabile accantonamento ai margini di una società che ormai non comprende più.
Anche il Conte Guillaume di Touron, signore di un piccolo feudo nei pressi di Avignone, è afflitto dal male dell’esistenza. Inoltre, giacché egli ha dilapidato tutte le sostanze di famiglia, è carico di debiti. I suoi vigneti sono afflitti da una malattia misteriosa, le bestie si ammalano e i contadini sono inquieti e ribelli. Vivendo a metà dell’undicesimo secolo l’unica soluzione che individua per tentare di risolvere le sue inquietudini interne ed esteriori è partire con tutto il suo seguito per unirsi alla Crociata cristiana in Terra Santa. Ma il viaggio, lungo e difficoltoso, non fa che acuire le sue ansie ed i suoi intimi turbamenti. Nonostante gli incoraggiamenti ed i “saggi” consigli del parente Claude “Spallastorta” (cronachista della vicenda), la depressione che lo affligge non fa che accrescersi. Addirittura pare estendere i suoi nefasti effetti a tutta la missione. Evidentemente un ebreo si è infiltrato nella corte e sta ammalorando i migliori intenti di buon cristiano del Conte. Ma, ahimè, non si riesce ad individuare il maligno infiltrato. Così, anche quando il gruppo di ardimentosi crociati entrerà nei territori in cui allignano fiorenti comunità ebraiche, la gioia di poter glorificare il Signore torturando e mettendo a morte gli assassini di Cristo, incendiandone le proprietà e confiscandone i beni, non recherà alcun giovamento all'impresa o al morale complessivo. Quando l’inverno comincerà ad imperversare sulla carovana ogni speranza di vedere l’agognata Gerusalemme svanirà nel dolore e nell'afflizione.
I due racconti di cui è composto il volumetto di Amos Oz sono assai distanti per contenuti, epoca di ambientazione e stile narrativo, ma sono improntati dal medesimo pessimismo cosmico e dagli stessi malesseri esistenziali; dalla stessa noia ed accidia. Li accomuna identico disagio, medesimo “spleen”. Per altro il concetto di spleen trova le sue radici proprio nella cultura ebraica e queste due storie lo sostanziano perfettamente.
L’immanente pessimismo di Shraga, che è costantemente costernato dalla minaccia bolscevica, non è per nulla dissimile dalla cupezza che ammanta il gruppo di improbabili crociati di Guillaume. Il primo scarica i suoi umori malsani nelle inutili (ed inascoltate) filippiche in sperduti kibbutz, i secondi, non riuscendo, per loro intrinseca inettitudine, a raggiungere la Terra Promessa di Gerusalemme si accaniscono sui poveri malcapitati che si trovano ad incrociare, non rendendosi conto che il vero nemico è nei loro cuori, nel loro animo preda di una depressione cupa, angosciosa, dalla quale non riusciranno a fuggire.
Alla fine della lettura ci resta addosso una sensazione malsana, un senso di depressione generalizzato, di insofferenza e repulsione anche nei confronti dei protagonisti e delle loro storie.
Prima di affrontare questi due racconti non conoscevo la prosa di Amos Oz e da essa sono restato per un verso sorpreso e, per l’altro, profondamente incupito, come se la depressione dei protagonisti fosse infettiva.
Lo stile letterario è ricercato e profondo e di questo si deve rendere merito anche all'ottima traduzione in italiano. Tuttavia il soliloquio del primo racconto alla fine risulta un poco pesante da seguire: instilla quello stesso fastidio che Shraga stesso ammette di ingenerare nel prossimo (e forse questo è un ulteriore punto a favore dell’A.).
Le considerazioni in esso svolte oggi ci appaiono datate. Il racconto, all'atto della stesura, aveva una ambientazione contemporanea, infatti “Amore tardivo” è del 1970, cioè della medesima epoca nella quale l’io narrante, Shraga, ci parla. Tuttavia i cambiamenti epocali che il Mondo nel frattempo ha subito ci fanno apparire i cupi rimescolii mentali del conferenziere ancora più muffiti ed incoerenti. Al contrario appare ancora più evidente il patologico scoramento nella personalità del protagonista.
Il secondo racconto, eponimo della raccolta, risulta più leggibile, forse anche grazie al crudele sarcasmo con cui ci viene mostrato il Medioevo cristiano, cinicamente descritto col freddo distacco di chi, pur discendendo dalla genealogia di vittime di quelle “Sante guerre”, lo esamina come un analista di laboratorio.
In complesso la breve antologia, pur non risultando affatto piacevole (ma non penso neppure che questo fosse l’obiettivo dell’A.) è, comunque, un’ottima lettura scritta in modo raffinato e interessante.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Novembre, 2018
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La strana serenata

Arriva in libreria la nuova edizione di un racconto di Kazuo Ishiguro, “Crooner”, che era già stato pubblicato da Einaudi nel 2009 e faceva parte della raccolta “Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo.”
Si tratta di un oggetto degno di nota, una bella edizione dei Supercoralli impreziosita dalle originali illustrazioni della bravissima fumettista Bianca Bagnarelli: un libricino che sarà sicuramente un piacere avere nella propria libreria o regalare a chi lo saprà apprezzare.
Tornando al testo però, devo ammettere che avrei preferito poter leggere tutti i racconti della raccolta, che comunque sono legati dallo stesso tema e che, immagino, avranno un denominatore comune che non può essere compreso appieno dalla lettura di un solo racconto.
Detto questo, arriviamo a “Crooner”.
La voce narrante, Jan, un chitarrista originario di un Paese ex-comunista che lavora a Venezia, suonando nelle orchestre dei locali del centro, ricorda uno strano episodio che gli capitò di vivere all'inizio di una primavera come tante. Mentre suonava in piazza san Marco, al caffè Lavena, in una ventosa mattina di marzo, vide e riconobbe fra i turisti Tony Gardner, un cantante americano ormai di mezza età, di cui era un'accanita fan sua madre. Il personaggio famoso infatti era stato importante per la mamma di Jan, che ascoltando le sue canzoni aveva potuto continuare a sognare. E' per questo che il nostro chitarrista tiene tanto ad andare a conoscere personalmente Mr Gardner. Il vecchio cantante, il crooner, si mostra subito aperto e disponibile nei confronti del giovane, soprattutto quando comprende che è un musicista e gli fa una richiesta particolare: aiutarlo a fare una serenata a sua moglie Lindy, con la quale è sposato da ventisette anni.

“-Continuo a non capire, Mr Gardner. Il mondo suo e di Mrs Gardner non può essere tanto diverso da quello di tutti gli altri. È per questo, Mr Gardner, precisamente per questo motivo che le sue canzoni da anni e anni significano tanto per gente che vive ovunque. Perfino dove stavo io. E che cosa dicono quelle canzoni? Che se due smettono di amarsi e devono separarsi, è un peccato. Ma se si amano ancora, hanno il dovere di restare insieme per sempre. È questo che dicono quelle canzoni.”

L'ingenuo Jan rimarrà molto sorpreso dopo aver suonato con Tony Gardner quella sera, su una gondola, a Venezia: ci sono mille diverse motivazioni che inducono una coppia a rimanere insieme, ed altrettante che la inducono a separarsi.
Una strana malinconia attraversa questo racconto, sicuramente accompagnata da una sottile ironia che prende in giro l'improbabile rilancio di chi in passato aveva incarnato, con le sue canzoni, la speranza e il sogno di libertà, ed ora invece si mostra nel suo ridicolo egocentrismo e nella sua esasperata superficialità.
In conclusione, una buona lettura che ci parla di “musica e crepuscolo”.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Novembre, 2018
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Vincoli. Vincoli

«Edith Goodnough meritava di essere vista in quella pallida luce azzurra, e comunque so che le stelle brillavano per loro nel cielo terso e c’era un grande silenzio.»

È la primavera del 1977 a Holt, Colorado. Edith Goodnough sta per compiere ottant’anni, è una vecchia signora con i capelli bianchi eppure è ancora elegante e bella come doveva esserlo nel 1922 quando di anni ne aveva soltanto venticinque e quando nei suoi occhi brillava la luce per quei brevi attimi vissuti, con quei finestrini di una vecchia Ford T abbassati, con la notte che scorreva tra la quotidianità di una vita che mai le era ed è appartenuta. Nell’oggi giace in un letto bianco dell’ospedale della città, non vive più in campagna, pesa ancora meno dei cinquanta chili che non ha mai pesato, del suo passato non resta altro che il rudere di una casa e un cane che uggiola legato in attesa di due coccole e di un pasto e nel suo presente e futuro pende una grave accusa. Perché lo sceriffo e gli avvocati attendono che le sue condizioni di salute migliorino esclusivamente per metterla su una sedia a rotelle e condurla in tribunale, dall’altra parte della cittadina, luogo dove verrà sottoposta a processo e giudicata per un crimine che riguarda suo fratello Lyman e di cui lei pare essere l’artefice. Un cronista di Denver, un articolo che in parte è vero ma che in realtà non è altro che parte di una parte della storia, uno sceriffo che non è altro che un figlio di buona donna, un vicino di casa di nome Sanders Roscoe, un uomo sulla cinquantina, tarchiato, testardo e da sempre legato ai due fratelli Goodnough. È lui che si scaccia quel reporter, è lui che si rifiuta di parlare con il giornalista di fatti di cui non dovrebbe conoscere nemmeno l’esistenza, è lui che si fa voce narrante di questa piccola perla a firma Kent Haruf.
E così torniamo nel passato. È la tarda primavera del 1896 quando Roy Goodnough e sua moglie Ada Twamley giungono dall’Iowa a quella che poi sarebbe diventata la Holt, Colorado, che abbiamo conosciuto con la Trilogia della pianura. Quelle che si trovarono di fronte allo sganciare del loro carro, non erano certo le terre floride e ricche che si sarebbero aspettati dopo un così lungo viaggio, ma Roy era testardo e determinato. Aveva fretta, voleva piantare i suoi semi, costruire la sua vita in quel luogo prima che la compagna potesse risvegliarsi dal sogno del matrimonio a malapena consumato. Dopo un periodo di sopravvivenza, la costruzione della loro casa, la faticosa nascita della figlia Edith Goodnough nel 1897, quella del fratello Lyman Goodnough nel 1899. La prematura scomparsa della madre, i due figli adolescenti rimasti soli con quell’uomo. Un padre che non è un padre ma un padrone, un individuo pieno di rabbia e rancore che li costringe a restare al suo fianco, che obbliga lei a prendere il posto della madre, e Lyman a rilegarsi al ruolo di contadino che ara i campi e alleva le bestie senza possibilità di mutare la propria condizione. John Roscoe, al tempo un bambino, poi un adolescente, ancora un uomo adulto che mai viene ben visto da Roy perché per mezzo di sangue indiano, perché innamorato di Edith, perché elemento di disturbo nel suo astuto piano; assiste, osserva, non resiste. Perché soltanto lui, padre-padrone, era legittimato a decidere per i figli, a decidere del loro futuro, del loro presente e del loro passato. Un passato, un presente, un futuro, fatto di lui. A qualunque costo, a qualunque prezzo. E come meglio riuscire in questo progetto demoniaco se non avendo la fortuna nella sfortuna di sfruttare un tragico incidente? Un tragico incidente a cui sarebbe sopravvissuto per la bellezza di altri 37 prima che la morte si decidesse a portarselo via. A discapito dei fratelli, a discapito di Edith e della sua vita. Una donna che ha vissuto una vita in casa, una vita fatta di servilismo, una vita alimentata con il ricordo di un amore che mai ha avuto modo di sbocciare, una vita fatta di solitudine che non migliora nemmeno nella sua parte finale, anzi, peggiora.
Questo e molto altro è “Vincoli. Alle origini di Holt”, classe 1984, di Kent Haruf. Un romanzo forte, dove la voce narrante è Sanders, ma dove ogni protagonista è percepito con tutta la sua personalità disarmante nella sua seppur costretta condizione vincolante, un romanzo dove non mancano le tematiche care all’autore, non manca l’amore perduto, non manca la famiglia, non manca la solidarietà tra fratelli, non manca la separazione, non manca il sacrificio, non manca la lontananza, non manca l’abbandono, non manca l’isolamento, non manca la violenza che riveste i panni di quella tipica che si consuma nei luoghi domestici, non manca il dolore per la perdita, non manca il dolore per quella vita sfumata, per quel tempo passato che mai tornerà. E non manca ancora quello stile inconfondibile, che è magia e che è lama. Che è mistero e poesia, che è durezza e ferita, che è crudeltà. Il risultato finale è quello di un elaborato di grande spessore, di empatia e immedesimazione ai massimi livelli. Un altro piccolo gioiello che ci riporta tra i luoghi di Holt e che arricchisce la composizione a firma Kent Haruf.

«Edith aveva pianto. Indossava un vestito nuovo e si era un po’ sistemata i capelli, ma per il viso non era riuscita a fare niente. Il suo viso era andato in frantumi. La cinsi con un braccio.» p. 142

«[…] Ecco, sono passati quasi cinquantacinque anni, una vita intera, e lei ancora non ha imparato a dire a se stessa qualcosa che assomigli a un infinito sì.» p. 255

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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Novembre, 2018
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Non sono perfetta neppure io

Sara Rattaro con “Andiamo a vedere il giorno”, torna a parlare della famiglia del precedente libro “Non volare via” letto da me diversi anni fa.

I nostri protagonisti sono cresciuti non solo “fisicamente” e la famiglia dopo la burrasca del precedente libro e anni di quiete si ritrova ancora in piena tempesta.

Se nell’altro libro la voce narrante era dell’adultero padre Alberto, questa volta la protagonista è Alice, la figlia che nel precedente libro aveva proprio beccato il padre con l’amante. Alice è una giovane donna che pur studiando e ancora molto giovane, si è sposata con il suo amore di una vita, Andrea.

“Ero lì. Io, la figlia perfetta, la moglie migliore, la sorella più affidabile” eppure il libro inizia con Alice appena lasciata dal marito e come in passato anche in questo caso, l’unica soluzione che trova è quella di fuggire, ma questa volta, mamma Sandra non la farà partire da sola anche per rimediare a delle mancanze che sente “Dalla nascita di Matteo, le nostre vite sono state stravolte e mi capita di pensare che il tempo dedicato ad Alice sia sempre stato troppo poco. Non avevo trascorso molti momenti da sola con mia figlia”.

Questo viaggio le farà crescere, unire e soprattutto riflettere e scoprire che alla fine non sono poi così diverse.

Sara Rattaro porta in questo libro il vero ruolo della famiglia. Ho apprezzato il suo non essere scontata e di rendere la perfezione poi non così perfetta. Alice da giudice si trova sul banco degli indagati e l’unica che può salvarla e “assolverla” è solo lei stessa.

Tutto si ripete ma non secondo gli schemi. L’unico che rimane sempre una spanna sopra gli altri è Matteo, sordomuto dalla nascita, che della sua famiglia ha veramente capito tutto, ma non la giudica, anzi la comprende e la ama fino in fondo.

Lo stile dell’autrice è molto semplice e comprensibile, il libro è diviso in piccoli capitoli in cui i punti di vista sono quelli dei vari componenti, anche se Alice è l’anello di congiunzione. La storia è riflessiva, io mi sono rivista nella vecchia Alice, quella inflessibile e convinta che certe cose non possano capitare a te, ma il vederla così fragile e in balia di se stessa mi ha fatto riflettere.

Non ho apprezzato in alcuni casi la brevità dei capitoli e soprattutto la parte in corsivo messa qua e là, per me invece che un ulteriore punto di riflessione era uno stacco dalla narrazione. Il finale poi è stato troppo breve, chissà se l’autrice ritornerà a parlare di questa famiglia speciale, sicuramente la voglia di sapere altro è rimasta.

Il libro si legge “in un soffio”, lo consiglio, anche se lo vedo più vicino a un pubblico femminile che maschile.

Buona lettura.

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