Le recensioni della redazione QLibri

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    12 Mag, 2021
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Il noir come metafora della vita


“Il giallo, la detective story è la testimonianza commovente che il mondo sia un posto decente dove vivere. L’ordine del mondo viene rotto da un omicidio? Niente paura, arriva il detective e scopre il colpevole. Al contrario, il vero noir è l’esplorazione del mondo visto come un labirinto caotico al quale il protagonista, che è spesso un criminale, cerca di imporre un ordine parziale. Il noir assomiglia alla vita.” Con queste parole, che delineano un preciso quanto giusto distinguo tra i due generi letterari, il giallo e il noir, Raul Montanari ha introdotto su Il Fatto Quotidiano del 7 maggio 2021 una breve presentazione del suo ultimo romanzo “Il vizio della solitudine”.
Come sempre nelle sue opere Montanari affronta temi tanto attuali quanto problematici, attraverso storie che per la loro dinamicità risultano avvincenti e interessanti.
Qui il tema centrale è sicuramente la discrasia che si rivela fin troppo spesso tra la legge voluta dal legislatore e il concetto di giustizia. Approfondire l’argomento implicherebbe necessariamente valutazioni di tipo politico, poiché nella nostra società non esiste un’univoca opinione sulla materia. Non si può tuttavia negare che troppo spesso la legge si presta a interpretazioni contrastanti o viene applicata con minore o maggiore rigore. È dunque su questa base che si muovono i protagonisti de “Il vizio della solitudine”, i quali rifuggendo dall’idea di lasciare impuniti alcuni tra i più biechi criminali che in qualche modo hanno evitato una giusta pena per i crimini commessi, si ergono essi stessi a giudici arbitrari, con l’illusione di fare giustizia. Ma, ovviamente, è lo stesso concetto di giustizia arbitraria che è inaccettabile in un paese democratico, ed è in fondo questa stessa consapevolezza che rende difficile la vita all’ispettore Ennio Guarnieri, che si ritrova infine impigliato in una rete da cui gli riesce difficile districarsi. Il senso di colpa emerge inevitabilmente e induce l’ispettore a parlarne con un sacerdote, il quale confessa di non sapere cosa Dio pensi dei crimini degli uomini, egli sente che il suo compito è solo quello di riconciliare i peccatori con se stessi.
Siamo dunque di fronte a una storia di solitudine, la stessa solitudine che spesso affligge l’uomo contemporaneo, incapace di scelte coraggiose che aprano il suo animo al mondo esterno con disponibilità e tolleranza.
Temi forti e impegnativi in una trama scorrevole, un romanzo avvincente.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    12 Mag, 2021
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Iris al cioccolato e morti ammazzati per Vanina

Giovanna Guarrasi, detta Vanina, vicequestore in forza al reparto Reati contro la persona della Questura di Catania si trova ad affrontare due spinose situazioni. La prima riguarda l’omicidio di un mite professore di filosofia, Enzo La Barbera, amato da tutti, schivo e gentile, attivo nel recupero dei ragazzi tossicodipendenti. È stato trovato, accoltellato, in una piccola grotta naturale, scavata da un fiumiciattolo che scorre sotto Catania, che viene usata come séparé di un pub cittadino.
La seconda questione la riguarda personalmente: alcune settimane prima si è trovata a casa una busta contenete un proiettile: tipica intimidazione in stile mafioso e, da quel giorno, non può spostarsi senza una nutrita scorta che le limita i movimenti e le impedisce di agire come vorrebbe. Vanina si sente in gabbia.
Nel frattempo l’indagine per la morte di La Barbera si indirizza verso due distinte direzioni. O è stato un omicidio di mafia, perché qualcuno s’è sentito infastidito dall’opera contro la diffusione delle droghe che svolgeva il professore. Ma la mossa di per sé sarebbe stata stupida e i mafiosi sono tutt’altro che stupidi. Oppure i moventi vanno ricercati in fatti risalenti addirittura a oltre trent’anni prima, quando Enzo era un ragazzo ribelle che soggiornò in una comune di hippies ove accaddero fatti inquietanti.
Nonostante le intrinseche difficoltà in cui si trova a dover indagare Vanina riuscirà a venire a capo di entrambe le vicende, mentre, d'altro canto, la sua situazione sentimentale si farà particolarmente complicata.

Non conoscevo l’opera di Cristina Cassar Scalia e ne sono rimasto piacevolmente sorpreso. La scrittura è fresca e scorrevole e la storia si fa leggere con piacere anche da chi non conosce gli antefatti per non aver letto i tre romanzi che precedono questo.
Onestamente è difficile combattere la diffusa sensazione di déjà-vu che il personaggio di Vanina e il suo entourage suscitano. Una volta accettato ciò, però, questa spontanea e vulcanica “Lolita Montalbano” risulta indubbiamente simpatica e alcuni personaggi di contorno sono davvero divertenti. Purtroppo collaboratori e comprimari sono tanti e spesso restano dei semplici nomi che è difficile inquadrare caratterialmente. Ma la storia fluisce senza intoppi, con una ragionevole cadenza da vicenda verisimile, cioè con tutti gli inevitabili tentennamenti a cui, nella realtà, un’indagine va incontro.
Anton Checov scriveva che se in una narrazione compare una pistola questa, prima o poi deve sparare. La Cassar Scalia ci mette davanti agli occhi ben due pistole metaforiche ed entrambe “spareranno” prima della fine del romanzo. Quindi un lettore attento non deve stupirsi se già da pagina 140 riesce a immaginare quale sarà l’epilogo della storia. Tutto sommato, però, non l’ho ritenuta una circostanza spiacevole, ma, al contrario, appagante e rassicurante: certe assurde giravolte che alcuni autori infilano negli ultimi capitoli, giusto per creare il colpo di scena finale, sono più irritanti che divertenti.
In definitiva ho trovato il libro gradevole e anche le incursioni in catanese stretto (non pervasive e onnipresenti come in Camilleri) contribuiscono a dare freschezza al testo. Consigliabilissimo come lettura distensiva.

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Consigliato a chi s'è già affezionato alla figura di Vanina Guarrasi leggendo i romanzi precedenti.
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    09 Mag, 2021
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Assassinio allo specchio

L’ultimo thriller della nota scrittrice svedese Camilla Lackberg non preannuncia un delitto, un crimine o un fatto di sangue, oggetto di intervento da parte dell’investigatore di turno, nemmeno ci presenta un mistero.
Racconta invece di una festa, più o meno innocente, con qualche trasgressione e parecchie esagerazioni con l’alcool, ma niente di che, a ben pensarci, dopotutto è un giorno di festa, anzi di una delle feste istituzionali più sentite in tutto il mondo, il Capodanno, e come si suol dire, semel in anno è lecito andare sopra le righe.
Una festa in casa tra giovani, dove per casa per meglio dire intendiamo una lussuosissima villa, una di quelle strabilianti costruzioni hollywoodiane, talora ricchissime quanto pacchiane, piantate su pilastri a guisa di eccentriche palafitte, tutte saloni e vetrate a parete intera, da dove lo sguardo scorre libero su scenari e panorami mozzafiato, specchiandosi isomericamente sulle analoghe costruzioni dei vicini sodali nel benessere.
“…Le ville sono imponenti, affacciate sullo stretto. Le più belle hanno la spiaggia privata, naturalmente…le grandi finestre panoramiche diventano come degli acquari in cui vivono i ricchi”.
Una festicciola per pochi intimi, quattro giovanissimi, due ragazzi e due ragazze, amici intimi tra di loro potremmo dire dalla culla:
“…abbiamo sempre fatto tutto in quattro…perché eravamo i più rovinati. Perfetti e funzionanti all’esterno, ma tristi e danneggiati dentro…”
Mentre nella villa di fronte, a portata di vista, date le enormi vetrate illuminate a giorno, si svolge un analogo festeggiamento di fine d’anno, presenti i genitori dei quattro giovani, che pure sono soliti frequentarsi, coltivare tra loro rapporti di amicizia come accade tra i loro ragazzi.
Dopo tutto, si tratta di pari grado dell’agiata classe capitalistica del paese, imprenditori di successo, affaristi, professionisti arrivati.
Insomma, una gran festa di membri affermati della ricca, opulenta, società svedese, uomini in smoking e donne ingioiellate con tanto di capi firmati di alta sartoria.
Sono presenti qui, equamente divisi, adulti da un lato e giovani dall’altra, le famiglie al completo degli enfant prodige di un capitalismo sfrenato, disinvolto nell’accumulo di denaro e nell’arroganza mostrata. La ricchezza sfrenata esibita come trofeo che li autorizza a sentirsi padroni senza limiti.
Come spesso succede potere economico e disprezzo per chi ne è privo vanno di pari passo in tutti i paesi del mondo, anche nella Svezia considerata a torto isola felice socialmente parlando.
La ricchezza, specie da speculazione, si accompagna facilmente ad un degrado morale, il lusso fa perdere sempre la testa a chi non possiede maturità per gestirla, né etica né morale, e nemmeno l’intelligenza per capire la sottile e fondamentale differenza tra l’avere e l’essere, tra il possedere valori ed essere il valore di quanto si possiede.
In estrema sintesi, il romanzo della Lackberg, o per meglio dire il racconto lungo della scrittrice svedese, trattandosi di un volumetto di poco più di un centinaio di pagine, focalizza un primo ambiente, quello dei “grandi”, tratteggia gli adulti lì presenti, ricchi e meschini, arrivati ma egoisti, egocentrici e villani, sono radunati qui adulti che a torto o a ragione perdono progressivamente la loro umanità man mano che progrediscono nella scala della ricchezza, divengono miseri e miserabili malgrado i mezzi, il denaro, la posizione raggiunta.
Restano primitivi delle caverne, malgrado le ville, accecati dal loro egoismo, dalla loro avidità, dal loro individualismo, perciò sono vili e spregevoli, e come tali criticati, se non disprezzati, dalla rispettiva prole, per le loro mancanze nei loro confronti.
Esistono famiglie in cui, sollevato il velo delle apparenze, si scopre un verminaio insospettabile, comportamenti crudeli ed aberranti, e i figli, i giovani, per definizione i più fragili ed innocenti, sono sempre vittime di questo tipo di genitori.
I loro comportamenti non sono solo anaffettivi, e sarebbe il meno, infatti adulti che dovrebbero fungere da guida ed esempio spesso sotto l’egida della famiglia compiono autentiche nefandezze, sono disastrati e disastrosi, le loro azioni nei confronti dei figli sono sempre gravissime, tanto di più quando si tende a tenerle nascoste da una patina di perbenismo e correttezza di ipocriti modi d’essere e di vivere.
Come in tutte le feste con famiglie amiche, si provvede a sistemare gli adulti ad un tavolo ed i bambini ad un tavolo a parte, solo che dato il livello di sfrenata ricchezza a cui appartengono i protagonisti di questa storia, non di tavoli si parla ma di ricche ville adiacenti.
Ed ai giovani non vengono distribuiti cibi più semplici, il raffinato catering distribuisce comunque a entrambe le dimore aragoste, caviale, champagne, cibi pregiati e vini costosi, e nel malaugurato caso finissero le scorte, la dispensa di casa è naturalmente fornitissima di ogni ben di Dio, e del più costoso anche, si tratta in ogni modo di giovani della borghesia agiata e privilegiata.
Giovani che, quasi volessero dimenticare le sofferenze patite dai congiunti, che festeggiano laidamente nella villa adiacente, si rifugiano nel loro mondo, cercano scampo nei momenti felici dell’età dei giochi, giochi da ragazzi, e quindi, manco a farlo apposta, trascorrono le ore prima del cambio d’anno cimentandosi nel gioco dei ragazzi per antonomasia, il Monopoli.
Il quale è come una sorta di cammino di vita capitalistica, un accumulo di beni, case, terreni, costruzioni, inevitabilmente ai giovani viene in mente il loro futuro a simile guisa, letteralmente soccombono alla paura, al terrore, di divenire adulti spregevoli esattamente uguali ai congiunti che vedono festeggiare dall’altra parte delle vetrate. Degni eredi dei loro killer, destinati a divenire tali.
Davanti ai loro occhi scorre un vero e proprio assassinio allo specchio, si prefigura un destino abietto di identificazione coatta in modi di essere che li hanno straziati a dismisura nel fisico e nel morale.
Il Monopoli, a cui hanno sostituito alle inutili banconote false, obblighi di dirsi la verità e pegni rivelatori che inconsciamente li portano a deflagrare, li ispira, confessandosi a vicenda i torti, le sofferenze e gli abusi subiti, fa da catarsi, da input ad agire per riprendersi in qualche modo le redini della loro esistenza.
“Segreti e bugie vengono portati alla luce, dipanati di fronte agli altri. Scoppiano come bolle.”
Solo che crescere educati in un certo modo, innesta comunque modi errati di risolvere le questioni, difficilissimi a sradicare, specie quando non si ha ancora raggiunto un certo grado di maturità, che rappresenta poi la vera liberazione di una persona.
Il racconto della Lackberg in verità non stupisce, non presenta colpi di scena o lieta fine liberatoria.
Resta però un buon romanzo, scritto bene, con personaggi tracciati in poche linee ma a tinte marcate, un racconto lungo, e forse per la sua brevità non particolarmente esauriente del discorso.
Pieno di dolore, di violenza, di brutalità, ci presenta una realtà appena sorta, perciò pulita ed innocente, sporcata, screziata irrimediabilmente dall’egoismo e dalla meschineria altrui, ancora più perfida perché proviene dalla famiglia, che dovrebbe essere rifugio sicuro, affettuoso ed accogliente, dove genitori e figli giocano insieme all’aria aperta, di giorno.
Non un coacervo di perfidie, un gioco della notte, da tenere nascosto, come la vergogna che è.

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I libri di Camilla Lackberg
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Romanzi
 
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siti Opinione inserita da siti    08 Mag, 2021
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Risurrezioni diluite

Come tutti i manoscritti, anche questo che sta alla base de ”Il vino dei morti” ha una storia affascinante: non è rilegato, è composto di 331 fogli, è a firma Romain Kacev, è siglato dalla data 1938- il che lo colloca come l’opera prima di R. Gary -, fu consegnato alla donna che amava all’epoca e da lei conservato fino al 1992 per poi finire all’asta ed essere così ritrovato da Philippe Brenot che ne ha curato l’edizione per i tipi di Gallimard nel 2014. Ora Neri Pozza ci dà occasione di leggerlo in traduzione italiana e di migliorare dunque la conoscenza dell’autore di numerosi romanzi che hanno riscosso successo anche presso il pubblico nostrano, da “La vita davanti a sé” a “Gli aquiloni” o ancora “Educazione europea” o “Il senso della mia vita” per citarne solo alcuni.
Più che godere di un’esperienza di lettura al netto, ci ritroviamo però a scoprire che questo è il pozzo sacro dal quale l’autore ha continuato ad attingere per la creazione di molti dei suoi romanzi futuri: interi stralci di questo primo scritto sono infatti stati riversati in “Educazione europea” o in “Mio caro pitone” o ancora in “Pseudo” o ne “La vita davanti a sé”. E questo ci porta a sconfinare quasi nell’esegesi non tanto di questo romanzo quanto dei successivi, nel tentativo di penetrare il segreto di una scrittura che fu, come ben sappiamo, truffaldina, legata allo schermo dello pseudonimo Émile Ajar, irriverente, scanzonata e al tempo stesso delicata e profondamente umana. È come se Gary avesse insomma scritto un unico grande romanzo. Proprio ciò che questo primo non è, esso infatti si presenta come una giustapposizione episodica di grotteschi quadretti dall’aldilà. In fuga nell’oltretomba è il novello picaro Tulipe che, dopo aver scavalcato il cancello di un cimitero, si ritrova nel mondo dei morti. Inizialmente questi hanno le sembianze che avevano da vivi ma a guardarli da vicino il loro disfacimento è ancora in divenire: vermi fuoriescono da orbite oculari o da ombelichi, arti si staccano, a volte basta uno starnuto per rompere l’illusione dell’integrità corporea. Sono morti viventi: soggetti a tutte le manifestazioni corporali, anche le più volgari, parlano tra di loro e ricordano episodi della loro vita. Sono sbirri per lo più, prostitute e caduti in guerra. Un universo di miseria umana in una visione tutta terrena scaturita da un vino di pessima qualità, quello bevuto dal protagonista prima del suo ruzzolone nel perimetro infernale. Perché inferno è, questo.

“ Il vino dei morti” è così paragonabile a un negativo pronto allo sviluppo che restituirà, come in una risurrezione diluita, personaggi già stazionati all’inferno, da lì provenienti, pronti per un nuovo giro di giostra, nell’inferno fatto terra.

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Fantascienza
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    06 Mag, 2021
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Parkour

Il mio professore di letteratura tedesca un giorno disse che, all’inizio di una lettura, lo scrittore stringe un patto col lettore dandogli un’idea di ciò che dovrà aspettarsi in seguito: se lo scrittore ci dà indizi di natura fantastica, il surreale non ci apparirà strano ma bensì atteso; nel racconto realista l’approccio sarà molto più ancorato alla verosimiglianza mentre in quello storico il lettore si aspetterà anche una corrispondenza precisa e priva di errori alla Storia. Quello che fa Michele Vaccari in questo romanzo è prendere quest’idea (che è quasi una regola), accartocciarla con sdegno e gettarla via.
Questi tre elementi da me citati si fondono, mostrando ambizioni piuttosto ardite.
Nella prima parte ci troviamo in una Genova distopica (di cui vengono citati i nomi di molti luoghi che, se non li conosci, non ti dicono nulla), dominata da una sorta di governo vegano (?) che sembra aver tratto la conclusione che l’estinzione di massa sia l'ambizione più giusta da perseguire per l'umanità. Parte dunque il massacro delle madri: essere incinte è una cosa fuorilegge e uno dei nostri personaggi principali è proprio una di loro, ovviamente provvista del classico “dono” capace di sovvertire gli schemi, un dono che sarà ancor più potente nella figlia eletta. Sa un po’ di cliché attualizzato, ma quantomeno siamo ancora nei limiti “dell’atteso” di cui parlavo prima, con tanto di strizzatina d’occhio a Orwell con l’introduzione della cosiddetta Lingua Nuda, che tuttavia a differenza della Neolingua non sembra essere altro che un miscuglio di termini presi dalla peggior gioventù, da internet e dallo spagnolo (???) senza avere un effettivo scopo come lo aveva la “creatura” del Socing. Se la meta è l’estinzione, qual è il motivo per il quale il governo vorrebbe introdurre una nuova lingua? Potrebbe esserci, ma non è chiaro; in realtà sembra più un modo di scimmiottare una piega del linguaggio moderno, portandolo all'estremo.
Nella seconda parte ci troviamo catapultati in una sorta di poliziesco-fantascientifico, per mezzo del racconto di un altro personaggio già incontrato nella prima parte e macchiatosi di un’orribile colpa. I riferimenti alla storyline di base, tuttavia, ci sono ancora.
Nella terza parte però avviene la frattura che mi ha fatto storcere il naso definitivamente: ci troviamo davanti a un lunghissimo flashback che ci catapulta all’interno del mondo partigiano, cent’anni lontano dagli eventi finora narrati. Certo, si tratta di un flashback di un personaggio importante ma il lettore (o almeno io) si ritrova scagliato molto lontano, per un numero di pagine troppo lungo e con un livello di dettaglio che appare un po' eccessivo. Questo perché la priorità dell’autore sembra essere quella di sviscerare il tema della diversità, di voler provare a includere tutti i motivi della nostra contemporaneità (Covid compreso) e sbatterceli davanti, ma credo che il modo in cui lo faccia sia (probabilmente per volerli includere tutti insieme) un po’ banale e intacchi il procedere della storia. Perché non concentrarsi su uno, due temi? Il lungo flashback di Spartaco Delfino è rivolto a Egle per il raggiungimento di quello che sarà il suo destino, ed è proprio per questo che il soffermarsi su determinati dettagli e discettazioni è per me forzato: qual è, per Egle, l’utilità di conoscere i dettagli precisi della vita sessuale del nonno? Non meritava, il tema trattato nel flashback di Spartaco, una storia a sé? L’autore vuole mettere tutto insieme e questo si scontra violentemente con la coerenza del racconto, deviando da quel che dovrebbe essere davvero utile ai fini della storia principale.
Le prime tre parti sono un’evidente preparazione per le ultime due parti, ma per quando ci arrivi ti senti già sfiancato e confuso, incapace di poter dire davvero cosa tu abbia letto. A questo si aggiungono pagine colorate di diverso colore (che hanno il loro bell’impatto visivo, ma il cui contenuto non fa che confondere ulteriormente), parti in corsivo inserite qua e là in cui la voce narrante cambia tono, citazioni da manoscritti… l’inventiva è una cosa buona, ma va dosata: le idee ci sono e in certi casi anche buone, così come alcune riflessioni, ma è troppo. Oltretutto, io sono un amante di tutti i generi toccati da questo romanzo, ma qui si salta dall’uno all’altro come una lunghissima ed estenuante sessione di parkour.
“L’Ottimo è nemico del Buono”, mi hanno sempre detto. Hanno ragione.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    05 Mag, 2021
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Tutto muta, nulla muta

Massimo Carlotto ha scritto numerosi romanzi tra cui: Arrivederci amore, ciao; L’oscura immensità della morte, La signora del martedì. E’ l’inventore del personaggio investigatore Marco Buratti, detto l’Alligatore. Ora torna in libreria con E verrà un altro inverno.
Un libro che si legge con piacere. Un ritratto puntuale e anche un po’ amaro sulle condizioni di vita di certa provincia italiana.
Racconta, con uno stile preciso quanto scarno che colpisce per l’assenza di emotività, la vita di un piccolo paesino di provincia del Nord, dove chiunque entra a far parte della comunità viene definito e trattato come “uno straniero” da tenere a bada. E’ quanto accade a Bruno Manera, ricco imprenditore, che sposa Federica Pesenti. Lui:
“Era un uomo abbastanza colto e dai gusti raffinati nel campo enogastronomico e della moda. Requisiti fondamentali per frequentare certi ambienti senza essere scambiati per arricchiti o pidocchi rifatti, come si usava definirli.(…) non era uno spilungone ma nemmeno basso, occhi nocciola, un ciuffo di capelli sale e pepe sulla fronte alta, un sorriso accattivante.”
Lei, erede di una dinastia di imprenditori, molto considerati, anche se nei contenuti non poi così ricchi a causa di speculazioni economiche sbagliate, ma facente, comunque, parte di quella che è considerata:
“L’elite dei capitani di industria, detto dei “maggiorenti”,
Federica trentenne, è molto più giovane di lui, e un insieme di motivazioni lo rendono particolarmente avverso a tutti. La situazione precipita quando Bruno Viene brutalmente aggredito, e nessuno mostra solidarietà nei suoi confronti, neppure la moglie. Anzi, lo accusano, velatamente, di essersi arricchito illegalmente e di aver portato il crimine in un paese molto tranquillo. L’unico ad aiutarlo è Manlio Giavazzi, vigilante della locale banca. Chi è costui? Un uomo
“Che si portava addosso la croce di un passato che nessuno voleva condividere, soprattutto senza il conforto di una solida situazione economica.”
Che cosa ha in mente il vigilante? Perché cerca di risolvere tutti i suoi problemi? A cosa mira veramente?
Massimo Carlotto scrive un romanzo che colpisce duramente. Splendido e capace ritratto di un microcosmo, dove tutti gli esseri umani hanno qualcosa da nascondere, dove regna incontrastato un clima di ipocrisia e di grettezza mentale inverosimile. Uno spaccato di provincia che suscita nel lettore un profondo senso di sgomento:
“Da quelle parti si badava al sodo anche quando ci si ammazzava, sentimenti e passioni non avevano mai scatenato pulsioni omicide. “
Una trama ricca di colpi di scena , personaggi perfettamente delineati, e uno stile arguto e preciso caratterizzano un romanzo che parla di attualità, che trascina il lettore in atmosfere noir che non concedono scampo. Perché:
“verrà un altro inverno”,
e tutto cambierà, per non cambiare niente. Intenso, particolare, annientante.

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Racconti
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    04 Mag, 2021
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Onora il padre

La scrittura di Erri De Luca si riconosce per un attributo semplicissimo, subito evidente, immediatamente lampante: la sua essenzialità.
Lo stile dello scrittore napoletano è peculiare come non mai per questo motivo, vanta un’asciuttezza di modi che non rimanda al prosciugato, al riarso ed al laconico, bensì al breve, all’agile, al conciso ma costruttivo, ai suoi testi smilzi non corrisponde mai una povertà di contenuto, tutt’altro.
De Luca è autore potente, colto, elegante, forbito: usa termini adatti, racconta con parole precise, perciò solo per questo le sue conclusioni sono esaurienti ed esaustive, esprime sempre compiutamente il suo dire con le opportune locuzioni.
Un suo testo non è brusco e stringato, semplicemente non è ridondante, perché non ha necessità di dilungarsi per esternare ancora meglio il concetto, è superfluo un ulteriore dire.
Per questo i suoi testi non contano molte pagine, come questo volumetto “A grandezza naturale”, e però per quanto esile il racconto restituisce una natura grande, estesa, ricercata e particolareggiata.
Erri de Luca è uomo nato in una città di mare, espansiva, dispersiva e contraddittoria, a quella appartiene ed in essa è cresciuto a sua immagine, assorbendone gli umori insieme alla salsedine, e però ha anche acquisito negli anni, smussandolo ad arte, cesellato dai suoi trascorsi di vita, l’animo brusco, non rude ma sollecito, non burbero ma silenzioso, di uomo di montagna, di montanaro con scarponi, piccozza e dita forti da arrampicata, vista la levatura morale raggiunta, direi montanaro di alta quota. Non un semplice esteta dei monti, direi una stella alpina, con i colori di anemone di mare.
Così anche la sua scrittura ci appare, aspra e rocciosa, solitaria e silenziosa, di pochi concetti essenziali espressi con ancora meno parole: l’alta montagna vanta aria gelida e rarefatta, non permette di arieggiare inutilmente i denti. Nemmeno sott’acqua puoi darti a conversazioni, ma a brevi cenni.
Resta perciò un uomo che della vita ha assorbito e conservato al meglio tutte le esperienze: pertanto sia dai vasti orizzonti di mare, che degli sguardi sconfinati diffusi sulla valle dalle vette alpine, ne conserva l’ampiezza. La profondità, ed il suo significato: spazia sull’orizzonte ampissimo, lo riporta uguale con vocaboli esatti, la restituisce sfrondata, rifinita, essenziale, ma se ne sprigiona comunque copiosamente l’etica e la morale acclusa, e questa sua peculiarità ne fa un testimone attento, critico e misurato della società civile del suo secolo, che gli ha dato i natali a metà del suo corso.
Tema di “A grandezza naturale” è la paternità, un concetto ed una esperienza comune ma anche non di tutti: tutti abbiamo la prerogativa di essere figli, molti invece padri non lo sono e non lo sono mai stati, tra questi si conta anche De Luca, che padre di suo non è, ma un padre lo ha avuto, come tutti.
Come dire, un’esperienza a metà, figli sì ma padri no: ciò malgrado, il tema è sempre comunemente sentito, giunge cioè sempre il tempo della vita in cui lo status di genitore va considerato in toto, qualche riflessione la propria coscienza la sollecita comunque in sede di bilanci e revisioni, e se non si è dato personalmente alla luce bambini, e quindi non si può discettare su se stessi in tale veste, comunque bambini, giovani, figli lo si è stati, nell’uno e nell’altro caso o in ambedue i ruoli si può, si deve, riconsiderarsi e porsi in confronto con l’insegnamento e l’esempio paterno ricevuto, il pensiero torna inevitabilmente al proprio di genitore, lo si voglia o no.
E la conclusione, spesso, è una sola: onora il padre. Senza se, e senza ma, a volte è una conclusione quasi inevitabile, aveva ragione lui, viene da dirci quando siamo avanti negli anni.
Il ciclo della vita è un cerchio, prima o poi si ritorna all’origine, al punto di partenza, l’origine ci ha decisi e poi plasmati, non è un punto infinitamente lontano ormai svanito anche nel ricordo e non più riconoscibile, tutt’altro: cuore e mente te lo riportano integro così com’era, nel bene e nel male, a grandezza naturale.
In un modo o nell’altro con la paternità, in sintesi, giunge prima o poi un momento della vita con cui bisogna farci conti.
A prima vista, il concetto di paternità è visto, specie in età adolescenziale, da chiunque, come un nodo. I nodi per definizione prima o poi vanno sciolti, sono fatti per questo, l’intreccio della canapa ha una funzione concepita in maniera duplice, per unire e poi separare.
Quando invece stretti, impossibili a sciogliersi, vale a dire privati dell’ambivalenza d’uso, allora è una deviazione dalla norma. Non legano, strozzano, sono privi di opzione.
I nodi migliori sono ad esempio quelli delle guide alpine capi cordata, i quali si legano ai compagni che li seguono con un tipo particolare di nodo: questo, quando sollecitato da un brusco strappo, si allenta anziché stringersi, si scioglie invece di serrare, in modo che, nel malaugurato accidente di un incidente, di un piede in fallo, la guida non trascina nella rovinosa caduta nell’abisso tutti i compagni di cordata. Tuttavia, il più delle volte, il nodo appare invece talmente inestricabile, che il distacco tra padre e figlio, più spesso per mano del secondo, avviene con uno scioglimento gordiano, vale a dire con un taglio secco. Ma questo non è uno sciogliere, è un troncare, significa in sintesi rimandare il concetto del distacco a considerazione futura.
Su queste riflessioni di base, Erri De Luca poggia la sua riflessione espressa in questo libro, che è permeato, e forse originato, dai suoi personali studi sull’ebraismo e sull’idioma yiddish.
Dopotutto, il primo e più maestoso esempio di apparente severità paterna nei confronti dell’educazione del proprio figliolo, che in realtà ha dei motivi non immediatamente riconoscibili, viene proprio dai testi sacri, la divinità che per i suoi scopi sacrifica il proprio figliolo.
Il proprio unico figliolo, perciò ancora più amato, che in punto di morte lo scongiura di scostargli l’amaro calice da bere, che lo accusa finanche di averlo abbandonato: e come dargli torto?
Chi poteva davvero capirne le ragioni?
E si parla del Padre e del Figlio per antonomasia.
Un concetto ribadito dal celebre episodio di Abramo e Isacco, in cui il patriarca non esita a portarsi sul monte con il suo unico figlio deciso a sacrificarlo come ordinatogli.
Isacco non capisce, e questo emblematico episodio da un lato esterna il difficile concetto di paternità da un punto di vista dell’obbedienza del figlio, per antica consuetudine dovuta sempre e comunque al proprio genitore.
Dall’altro, Abramo ha i suoi buoni motivi per compiere senza esitare l’insano gesto richiestogli, è anche lui tenuto all’obbedienza cieca per un Padre, che Isacco naturalmente non comprende; lo comprendiamo noi, ma a cose fatte, viene da dire a babbo morto.
Isacco, essendo figlio, obbedisce, potrebbe facilmente sciogliersi, è più giovane e forte, potrebbe sopraffare il genitore che è deciso a incaprettarlo, e però non si ribella.
“…Da loro in poi, il rapporto padre-figlio è una disputa tra un nodo e il suo disfacimento...”
L’episodio biblico è quanto mai esemplare di come sia difficile definire cosa è giusto e cosa no nella paternità, comprendere certe decisioni e non altre, esistono limiti dipendenti da troppi parametri, sempre assai sfumati, nella paternità, vista dall’uno e dall’altro estremo della corda che unisce i due in un nodo agile, leggero, stretto, inestricabile, e via così.
Su questa falsariga, Erri De Luca dipana il suo raccontare sul concetto di padre e figlio, e viceversa, inoltrandosi in un excursus che inizia dall’alba dei tempi, passa per Marc Chagall, pittore ebreo fuoriuscito dalla Russia che omaggia il proprio genitore con un quadro riconoscente, l’olio su tela “Il padre”, appunto, sviscerando i motivi e della tela e del metodo di lavorazione e dei motivi della raffigurazione, giunge a ricordare l’epopea di un maestro di scuola ebreo che non ebbe figli, e però amò tanti figli, i suoi alunni, si improvvisò padre per morire insieme ai figli degli altri, i suoi scolaretti ebrei, nelle camere a gas a Treblinka. Naturalmente, oltre ai figli De Luca ci racconta anche delle figlie, come la ragazza che un giorno scopre di essere figlia di un criminale di guerra nazista, che si nasconde ed ha una doppia vita per sfuggire ai cacciatori di nazisti:
“…il sangue non sporca…accusa…”
L’etica della giovane è contraria, agli antipodi con quella del padre, gli vuole però comunque bene, non lo abbandona né lo denuncia, ma non può ammettere che la sua progenie discenda da quella responsabile di simili orrori, quindi sacrifica sé stessa per amore filiale, sceglie di negarsi per sempre la discendenza, riscattando le magagne paterne nell’accudire quella abbandonata.
De Luca non si sottrae, ci racconta anche di sé, dei suoi genitori, persone semplici, frugali, essenziali:
“Sono debitore a loro due della migliore scuola di economia, farsi bastare quello che c’è. Mi è servito pure con la scrittura…”
E potremmo riportare ancora altro: da Napoli, dove:
“…l’adolescenza è stata un’età adulta…”
a Vienna, dalla Terra Promessa ai campi di sterminio dell’est europeo, la voce di Erri De Luca racconta quanto detto e altro ancora, ed è incredibile che lo descriva accuratamente in poco più di un centinaio di pagine.
Perché sia chiaro che lo descrive, non lo evoca, lo dice chiaro e tondo, con parole precise, non secche, ma sostanziali. Riferite ad un concetto, quello della paternità, a cui desidera restituire a grandezza naturale il suo peso basilare: di più, essenziale.

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Erri De Luca
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    26 Aprile, 2021
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Parlami della guerra soldato

Adagiato sulla sedia a dondolo all'ombra del suo portico, il vecchio veterano è pronto ad affrontare un viaggio nel passato stimolato da una giovane ricercatrice per ripercorrere alcuni degli episodi più cruenti e controversi della sanguinosa guerra civile americana.
Mentre le mani tremanti sorreggono un bicchiere di limonata per smorzare la calura degli stati del sud, la memoria di Dick pur vacillando sul presente, comincia a ricordare con lucidità le decine di compagni d'armi, le avanzate nei boschi, i guadi nelle paludi melmose, la fame, la malattie e le ferite, insomma tutti i volti di un conflitto che ha portato solo morte e disperazione nella totalità delle case.
I ricordi del veterano sono un fiume in piena, pronto ad abbandonare gli argini e a travolgere colei che ascolta alla ricerca di uno scoop giornalistico ed in secondo luogo il lettore.
Si tratta di un racconto fatto di immagini forti, per nulla edulcorate dalle nebbie del tempo.
Le violenze legate al razzismo e alla resa in schiavitù di esseri umani si legano a filo doppio allo scempio della guerra.
Nefandezze, soprusi e bestialità predominano su umanità, fratellanza e giustizia.

A cavallo tra verità storica e romanzo, lo scritto di Barbero è strutturato come un minuzioso flusso di coscienza, per contenuto e veste stilistica. Discorso diretto e indiretto si fondono in un unicum inestricabile che ingoia il lettore costringendolo ad una maratona di lettura dai ritmi serrati.
Una folla di nomi e visi equiparabile ad un intero reggimento viene riesumata dalla memoria del reduce e prende vita attraverso la penna di Barbero.

Uno scritto dal carattere stilistico marcato, frutto di una scelta dell'autore ponderata e voluta; intenso senza dubbio ma a tratti straniante.
Per chi saprà seguire la voce del vecchio combattente fino all'epilogo, le sembianze dell'odio prenderanno forma davanti agli occhi.

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    23 Aprile, 2021
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drogàti

“Ma il leone è apparso ancora…”

Samuel ha diciotto anni, vive con la madre – la donna più pia e retta che io conosca- e ha deciso che non ha senso lavorare molto per guadagnare poco, quando spacciando droga si può ottenere molto lavorando poco. Samuel eccelleva in matematica, prima di abbandonare la scuola.

“…tenendo tra le fauci enormi…”

Manfred è un poliziotto del dipartimento di Stoccolma, padre non più giovane di una bimba piccina.
Una manina sporca di burro impedisce la presa. Dopo la luce, arriva il buio.

“…una candida colomba immacolata.”

Pernilla è l’agnello, pura e algida ha sempre chinato il capo e accettato il suo destino di privazioni. Ma una madre quanta forza può stanare in se stessa per sfuggire il proprio figlio alla morte? L’agnello e il leone.

Samuel, Manfred e Pernilla sono le voci narranti che si intrecciano scandendo le sorti delle vittime e dei carnefici che brulicano sotto la cenere di un mondo che si muove in remoto.

Interessante scoperta Camilla Grebe, di cui approfondirò la bibliografia, questo suo lavoro si legge d’un fiato, trattando tre filoni principali che rivendicano il ruolo protagonista.
Ovviamente si tratta di un thriller, un buon thriller con qualche ciocca di capelli tirata un po' troppo forte, ma che si perdona senza indugio. Poco poliziesco e poco scientifico, il livello di suspense è eccellente e sebbene non sia sferzato da una tempesta di colpi di scena, quelli che incontriamo sono sublimi.
L’autrice propone un romanzo che pure si focalizza molto sui rapporti umani nelle famiglie coinvolte, invitando il lettore amabilmente nelle vicende di questa gente.
Infine, come fosse un video in loop, è una ricorrente denuncia sulle oscene dipendenze funzionali della società moderna e sul narcisismo cronico che ha appestato gran parte di noialtri, popolo dei selfie e dei like sui social.
Un bel thriller, non il solito thriller.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    19 Aprile, 2021
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La colpa che non c'è e la sua espiazione

Nicoletta Verna è nata a Forlì, ma vive a Firenze, dove si occupa di comunicazione e web marketing nel settore editoriale. E’ autrice da saggi e di volumi su media e cultura di massa e ha insegnato Teorie e tecniche della comunicazione presso diversi atenei e istituti italiani. Il suo romanzo d’esordio si intitola Il valore affettivo, ed è pubblicato dalla casa editrice Einaudi. Narra una storia che colpisce al cuore e nel profondo.
E’ la storia di una donna, Bianca. Un passato tragico la segna irrimediabilmente. La morte della sorella Stella. Stella era tutto. Tutto ciò che non era lei. Un punto d’appoggio, sempre serena e coscienziosa, altruista. Non aveva difetti né pecche. Fino alla “disgrazia”, all’incidente senza ritorno. Dopo di che nulla è più. Ma Bianca ha solo sette anni e la sua famiglia non c’è più.
La madre che prima gestiva una lavanderia, la chiude ed inizia a far uso smodato di psicofarmaci.. nel primo anniversario della morte di sua sorella Bianca trova la madre nella vasca da bagno con le vene tagliate. E’ solo il primo di tanti, vani, tentativi di suicidio. Il padre cerca di resistere fino a che lei diventa un po’ più grande, e poi emigra in Svizzera. Lei è sola a combattere con i fantasmi e con la pazzia materna. Decide di andare a studiare a Milano, dove incontra Carlo, promettente professore di cardiochirurgia. Così si fa strada nella mente di Bianca un folle quanto astruso progetto: rinascere finalmente tramite la devozione assoluta verso quest’uomo, che diventa un mero strumento per espiare una colpa, che in realtà non c’è. Riuscirà Bianca nel suo intento? Lei, che non sente più nulla, che non prova emozioni, che divide il mondo sentimentale esattamente come fa per la raccolta indifferenziata, ha ancora una chance di vita?
Un romanzo profondamente introspettivo, racconta una vicenda che entra nel cuore del lettore, alternando racconti di vita presenti e del passato in un unicum totale. Colpisce il ritratto di Bianca, protagonista del libro, che non sente più nulla, una maniaca compulsiva tanto lucida quanto fredda, per la quale:
“il mio corpo è come il mio cuore: riesce ad abituarsi a qualunque dolore.”
E’ una sofferenza urlata, tacendo, quella di Bianca. E l’autrice riesce in una narrazione che risulta, in ultimo, di grande qualità. Con uno stile forse un po’ freddo ed asciutto, ma sempre preciso, puntuale, colto e raffinato; l’autrice scava a fondo nell’animo umano dei personaggi, fornendo, così, una narrazione di grande pregnanza e di grande intrigo. Il romanzo ha avuto una menzione speciale della Giuria Premio Calvino 2020, ed è più che meritata. Una lettura molto adatta a chi ama leggere di vicende familiari, di scavi introspettivi, di follia, di lutti e di tragedie. Un romanzo dai forti connotati psicologici.

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Adatto a chi ama i romanzi dai forti connotati introspettivi e psicologici.
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siti Opinione inserita da siti    18 Aprile, 2021
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Uno per tutti, tutti per uno

Tredici snelli capitoli dal tono colloquiale e a tratti disinvolto si snodano in un improbabile romanzo sulla vita del grande scrittore. Non è un romanzo, sicuro. Non è nemmeno un saggio, questo è certo, verrebbe forse l’orticaria allo squisito Paolo Nori vedersi preso così troppo sul serio. Paragoniamo dunque questo scritto a una chiacchierata fra amici appassionati di letteratura, i quali hanno, in particolare, il piacere di parlare di Dostoevskij. E Paolo Nori lo potremmo paragonare all’animatore di tale chiacchierata, il più titolato a farlo non perché professore all’università, non perché scrittore e traduttore, ma semplicemente perché è come noi un appassionato di letteratura, nella fattispecie, lui, di quella russa. E allora sgomberato il campo da qualsiasi fraintendimento iniziale - Nori te lo fa capire subito con grande onestà intellettuale di che cosa si tratterà e spetta a te, caro lettore, accettare o meno questo patto narrativo implicito - si inizia a leggere una deliziosa biografia. Non ha il tono accademico, non è centripeta, piuttosto liquida, con momentanei travasi nella vita personale del curatore. E chi di noi non travasa la lettura nella sua biografia o la sua vita nella lettura? Inutile negarlo, il doppio filo è impossibile da sciogliere, il lettore che parla delle sue letture parla anche di sé. Tanto meno ha la presunzione di insegnarti qualcosa:

“È impossibile, secondo me, imparare Dostoevskij, non c’è un libro definitivo, su Dostoevskij, tanto meno questo, devo dire, ma ripercorrere la sua vita incredibile, io credo che sia una cosa che si può fare, se no questo libro cosa l’ho scritto a fare?”

Eppure, leggendo questa biografia si viene arricchiti e non solo dal confronto con la prospettiva di un altro lettore, ma anche da conoscenze sulla vita privata del russo ampiamente documentate da numerose fonti letterarie. Dal libro di memorie di Anna Dostoevskaja ,“Dostoevskij, mio marito”, Castelvecchi, Roma, 2014, a quello di Serena Vitale, “Il bottone di Puskin” o ancora a quello di J, Brokken, “Il giardino dei cosacchi”. Poi via via Gide, Nabokov, Freud, per stare su scritti disponibili in traduzione italiana, oltre al rimando a una essenziale bibliografia critica in lingua russa. La narrazione, seguendo un criterio gioco forza cronologico, ripercorre gli episodi salienti della vita dell’autore accostandoli puntualmente alla genesi e alla pubblicazione delle sue opere. Purtroppo, soprattutto all’inizio con una tendenza all’anticipazione della trama che potrebbe rovinare la lettura a chi ancora non conoscere l’opera omnia, tendenza che rientra progressivamente nel corso della trattazione. Si ritrova tutto ciò che già si sa rispetto alla vita dell’autore, con l’unica differenza che lo sguardo non è puntato solo su di lui ma abbraccia Gogol, Puskin, Turgenev, Goncarov e Tolstoj e le loro relazioni, quando esse, per pura coincidenza dei termini temporali delle loro esistenze, sono state possibili.
A me, lettrice non particolarmente amante dei russi, fatico sempre a leggerli, in particolare Dostoevskij, il libro in questione ha regalato un nuovo entusiasmo, è stato utile laddove alcune opere le avevo lette, è stato indispensabile per accompagnarmi al proseguimento delle successive, aprendomi al contempo alla lettura degli altri grandi, a partire da Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”, seguendo con Gogol di “Anime morte”, per giungere a Puskin e al suo “ Eugenio Onegin”. Penso che su tutti la precedenza verrà però data a “ Il villaggio di Stepàncikovo e i suoi abitanti”, a detta di Nori uno tra gli scritti di Dostoevskij meno noti e più sorprendenti.

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i russi ma anche no
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    14 Aprile, 2021
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Ottavia, Verdiana e quegli anni che passano

«Da quando ho ripreso in mano l’album e cominciato a scrivere questa storia, non riesco più a smettere. Non che abbia molto da fare, ma non credo che questa spiegazione basti. È qualcosa di molto più profondo, che non sono in grado di governare. Dopo avermi lasciato in pace per tanto tempo, ora il passato mi chiama. Pretende di tornare.»

L’estate è nel fiore del suo sbocciare quando, in quel 10 di giugno del 1940, l’Italia di Mussolini compie la scelta di entrare in quella che sarà la guerra più aberrante che la Storia ricorda. Nel mentre, due sorelle, Ottavia Valiani, la maggiore, e Verdiana, la minore, vivono il loro status di Contessine in una cittadina toscana ancora oggi esistente come tutti i luoghi narrati nella vicenda e, caso o ironia della sorte vuole, siano il terreno sul quale la qui scrivente cammina e ha camminato negli anni essendo questi ultimi i luoghi ove ella è cresciuta ed abita.
In questa Toscana di tumulti la famiglia Valiani vive nella sua bolla d’incanto. I figli giocano a tennis, le domestiche governano la casa, il marito e la moglie cercano di far sopravvivere un matrimonio fatto di tradimenti e lacrime, remissione e obblighi. Tra le due sorelle esiste da sempre un rapporto controverso. Se Ottavia è infatti la figlia maggiore adorata e prediletta, bella e primeggiante, splendente e viva, Verdania è un po’ il brutto anatroccolo che vive nell’ombra dell’altra e che la invidia tanto da arrivare a spiarla anche quando quei baci bocca a bocca fatti di sospiri e desiderio la colgono con il fascista Ademaro.
Passano i giorni, passano gli anni, la guerra è in corso, le leggi razziali in atto. Miriam, l’amica di Ottavia, è una delle voci che rappresentano le conseguenze del terrore provocato dal loro subentrare, è colei che per prima porta alla luce la verità di quei campi di concentramento pronti ad accoglierli perché loro sono peggio dei “prigionieri di guerra”. Il fascismo, a sua volta, da radice diventa germoglio, da germoglio tronco e albero. Governa la patria, si insinua nei cuori, pullula con la sua violenza e non tollera chi si rifiuta di combattere e di lottare per i valori del Duce. Passano i giorni, passano i mesi e passano ancora i ricevimenti, le parate, i balli e le imboscate che alternano verità a menzogne, mescolandole tra loro, scindendo i destini, delineando le sorti.

«Eppure basta girarlo, perché quei frammenti diventino un mondo vibrante di colori e di forme che per pochi momenti ti incanta e subito cambia, trova nuove similitudini, nuove disposizioni, un disegno differente, divide quello che aveva unito e collega quello che separava. Sfolgora, e sparisce. Fino dentro il buio. È un giocattolo povero, per anime semplici di bambini lontani. Un pensiero mi piglia alle spalle. E se ognuno di noi fosse una scheggia trasparente in balia del caleidoscopio che chiamiamo vita?»

Ed è da queste brevi premesse che prende il via “Tutto il sole che c’è”, una storia che tratta di legami famigliari, di incomprensioni, tradimenti, legami fragili e spesso caratterizzati da gelosie, una storia che nella storia parla della nostra Storia ricostruendola per mezzo della voce di quei protagonisti – dalla famiglia alla servitù passando per gli amici e i tanti destini che si incontrano.
L’opera proposta da Antonella Boralevi è una storia a tre voci: è la storia della famiglia, è una storia d’amore fatta di tenerezze e ostilità, è la storia della Grande Storia che fa il suo corso sullo sfondo e tuttavia quale prima protagonista. A riprova di ciò molto interessante è la nota storica a conclusione dell’opera nonché “il ricettario” inserito sempre al termine della stessa che consente al lettore curioso di potersi cimentare nelle ricette proposte all’interno dello scritto dalle cuoce dei Valiani.
Se cercate un romanzo che sia interamente storico questo titolo non fa per voi perché la Storia si respira ma resta sullo sfondo e si sviluppa per mezzo delle coralità che si alternano nel proseguire in quella che è una narrazione suddivisa per periodi e rielaborata anche come un diario. Se invece amate le storie che trattano di famiglie, d’amore e di legami e che si sviluppano in un periodo storico quale quello del Secondo conflitto mondiale, questo libro non mancherà di solleticare i vostri appetiti e di appagarli grazie non solo a un componimento ricco ma anche a uno stile rapido che accompagna pagina con fluidità e magnetismo per oltre un decennio.

«La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita. O no?»

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Romanzi
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    12 Aprile, 2021
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Vietnam

“Oh, Guava, un tempo pensavo che il nostro destino fosse nelle nostre mani, ma ho imparato che, quando c'è una guerra, le persone sono solo foglie che cadono a migliaia, a milioni, a causa dell'imperversare della tempesta”.

“Quando le montagne cantano” è il primo romanzo della poetessa vietnamita e in questa storia si sente l'amore e il dolore per il suo paese.

Siamo negli anni '70 e Diêu Lan e la nipote Huong devono correre sulle montagne, la guerra è arrivata anche ad Hà Nôi, nel Nord del Vietnam, per la piccola nipote è la prima volta che la guerra si avvicina così, anche se i suoi genitori sono partiti per combatterla, ma per la nonna questa non è la prima guerra e la prima separazione dai figli e per rendere la nipote più consapevole dell'importanza della famiglia gli racconta la sua storia.

“Comprendi perché ho deciso di raccontarti della nostra famiglia? Se le nostre storie sopravvivono, noi non moriremo, neanche quando i nostri corpi non saranno più su questa Terra”.

Fra passato e presente, fra ritorni e partenze, fra dolori e speranze viviamo gli anni che hanno distrutto una nazione, la sofferenza inflitta alla popolazione e le ingiustizie che in ogni guerra ci sono. Ma la scrittrice ci apre anche gli occhi sulle tradizioni del suo paese, sulla bellezza dei proverbi e l'importanza dei loro significati e anche se si perde la speranza bisogna sempre trovare la forza di andare avanti.

Un libro che ti tiene incollata alle pagine, pagine che provocheranno sdegno, tristezza e un senso di ingiustizia ma poi la forza che queste donne riescono a tirare fuori, di questo popolo che cerca sempre di rialzare la testa davanti a tutto, ti aprono il cuore e la voglia di andare in quei luoghi.

Grazie allo stile molto elegante e ricercato e mai violento ( la storia racconta cose dure e forti ma lo fa senza andare nel dettaglio), anche se in alcuni casi si sente che la “penna” è ancora da rodare, mi sono immersa in queste pagine e ne sono uscita arricchita. Ho approfondito l'aspetto storico e culturale di un paese che mi affascina molto e che troppo spesso ha dovuto subire le decisioni di altri.

Lasciatevi conquistare da queste pagine, non ne rimarrete delusi.

Buona lettura!!!

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    11 Aprile, 2021
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La madonna delle lacrime, l'oppio per il popolo

Ottavo capitolo delle avventure di Carlo Montessori, “Flora” si apre con il misterioso rapimento di Flora De Pisis, emblema televisivo del trash nazional-populista, della fucilazione del pudore, delle nefandezze costanti per aumentare l’audience con il suo programma “Crazy Love” a cui lo stesso Carlo aveva contribuito nella realizzazione, per poi, si noti bene, staccarsene quando i contenuti erano diventati tali da essere paragonabili alla vergogna pura. Ma cosa ne è stato di Flora!? Chi potrebbe aver avuto interesse a rapirla e perché? Siamo davvero certi, pensa ancora Montessori, che il suo rapimento non sia frutto di una messinscena ad opera della stessa conduttrice per ampliare le attenzioni a lei rivolte nonché il risvolto del pubblico sempre e immancabilmente avvezzo allo scandalo e di questo famelico e bramoso?
Siamo di nuovo a Milano, una Milano oscura e intrisa delle sue luci e ombre caotiche e dove la Grande Fabbrica della Merda, epitome della televisione berlusconiana, muove i suoi ingranaggi partendo da un mistero che pone sin da subito dubbi sulla propria autenticità. L’indagine viene affidata al protagonista principale, ormai fedelissimo, in collaborazione con Oscar Falcone ed Agatina Cirrielli, ex sovraintendente di polizia, a cui, per volontà incontrovertibile viene aggiunta anche Bianca Ballesi più gli altri fidatissimi del cast di sempre e alcuni assenti magistralmente sostituiti per questo nuovo episodio delle avventure.

«Carlo pensa per un istante al potere di quell’iperrealismo che rende finto ciò che è vero, dunque perfettamente plausibile il falso.»

E Robecchi ci fa destinatari ancora una volta di un bel noir, un titolo scritto bene, ironico, pungente, che ben mixa il giallo con l’attualità. Per alcuni potrà risultare essere più debole proprio la parte giallistica che, come già si evince dalle prime battute, è messa in dubbio con artifizio narrativo, dallo stesso autore. Perché Alessandro Robecchi, in “Flora”, non si propone soltanto di donare ai suoi lettori uno scritto che sia intriso di quegli elementi essenziali che ne caratterizzano sempre i lavori in particolar modo seriali ma si prefigge anche l’obiettivo di narrare una storia nella storia e per effetto di narrare la nostra Storia. Tanti sono i riferimenti agli anni passati nel nostro paese ma anche a quelli che ne sono gli effetti nel nostro quotidiano. I meccanismi televisivi, scenici, sono illustrati con tale veridicità che viene spontaneo immaginarsi taluni degli attuali protagonisti dei salotti tv annuire alla uno o alla due in perfetta fluidità e senza alcuna minima interruzione di movimento, in perfetta naturalezza.
Il risultato è quello di un testo che trattiene e coinvolge, incuriosisce, che sa essere poetico nella sua agrezza, che non teme di mostrare il volto della società che oggi ci circonda. Montessori & Company non deludono le aspettative, guardano a quel che accade e al caso da risolvere con sguardo inflessibile, inducono alla riflessione evidenziando il ruolo di una donna che nel nostro vivere è ravvisabile in tanti altri omonimi volti maschili e femminili e non solo televisivi e che non teme di camminare sopra al pudore, di piegarlo alle proprie necessità, di utilizzare la notizia per le esigenze indotte dal momento, che non cede un attimo all’idea di poter costruire, con il suo effetto, un mondo a sua immagine e somiglianza.
Tuttavia, non teme nemmeno quel passato fatto di amor fu e di resistenza, non teme nemmeno di rievocare quel che soltanto la letteratura può ed è capace di rievocare, non teme di riportarci a una storia ancora più lontana ed eppure così vicina.
“Flora” è un libro che scuote, che ben evolve la serie, che non manca di riconfermare le qualità e capacità di Alessandro Robecchi grazie a uno stile originale, iconico, acuminato e arguto che coniuga suspense, letteratura, presente, passato, libertà, amore e una storia lontana di sentimento e resistenza.

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Letteratura rosa
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    10 Aprile, 2021
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Le storie uniscono

"Cara lettrice, caro lettore,
la storia che stai per leggere è stata scritta in trenta giorni durante il lockdown. A fine giornata inviavo il capitolo a mia madre e a un gruppo di sette amiche”.

Alessia Gazzola inizia con questa premessa la lettura del suo nuovo romanzo. Per me è stato facile immedesimarmi nelle “riceventi”, con una delicatezza unica l'autrice ha aiutato questo gruppo di otto donne in un momento molto difficile, creando un appuntamento fisso. Quello che ho maggiormente apprezzato è stata l'ambientazione della storia. La Gazzola ci ha fatto prendere l'aereo e ci ha fatto volare in una residenza inglese, con tanta storia e tanto passato.

La storia parte bene, la protagonista Angelica, figlia minore di una famiglia benestante, in cui tutti hanno già trovato il loro posto nel mondo, viene spesso ripresa dalla famiglia perché non ha le idee molto chiare sul suo futuro. Angelica ha ventisette anni, è una sognatrice e ama preparare i lievitati; ma un caso fortuito o anzi la zia Edvige, la riportano sulle tracce del suo bisnonno in Inghilterra.

Stiamo parlando ovviamente di letteratura rosa, il libro conta poco più di 180 pagine e la prima metà è un vero toccasana, ci troviamo catapultanti in questi ambienti bucolici e molto stile “Austen” ; ma proprio quante le cose dovrebbero diventare più interessanti la storia perde, l'autrice inizia a correre, anche troppo e tutto succede in fretta e poco si riesce ad assaporare. Anche la piacevolezza iniziale perde e quel brio con cui la lettura era partita, lungo la strada si è perso.

Lo stile è sempre piacevole anche se questa tendenza a dilungarsi su alcune parti e a saltarne ben altre le ho riscontrate anche in altre opere dell'autrice.

Un libro piacevole e leggero che però non supera le tre stelle di piacevolezza anche se le basi di partenza erano ben diverse.

“In un bilancio tra il dire e il fare e tra il non fare e il tacere, quest'ultima combinazione ha vinto a mani basse. E questo dovrebbe farmi riflettere, perché come dice sempre la zia Edvige, con l'acqua tiepida non si cuoce niente”.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    04 Aprile, 2021
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Sorrida signor sequestratore

Il romanzo messicano è un libro documentario, una interessante inchiesta giornalistica che smaschera le modalità con cui la polizia messicana lavora. Nel caso giudiziario reale seguito da Volpi vengono accusati di essere dei sequestratori Israel Vallarta (e in seguito quasi tutti i membri della sua famiglia) e la sua ex moglie, che disgraziatamente era sua ospite al momento dell’arresto, Florence Cassez. L’arresto di Florence e Israel viene fatto risalire dalla polizia al giorno successivo a quello effettivo e in circostanze diverse da quelle reali. I due vengono sequestrati dalla polizia, torturati per un giorno intero, derubati, infine costretti a confessare il rapimento di quattro persone in diretta TV. Solo lui però confessa, lei non cede. I sequestrati liberati in finta-diretta TV, sono stati verosimilmente trasportati in casa di Vallarta dopo il suo arresto e torturati pure loro dalla polizia per un gorno per renderne più spettacolare la liberazione. Vallarta stesso dopo il giorno di tortura si dichiara colpevole durante la diretta davanti ai giornalisti che lo interrogano. Non viene concesso loro nell’immediato un avvocato e a lei viene negata la protezione consolare.
Il titolo del libro dunque è ironico dato che il romanzo non è quello di Volpi ma quello scritto e messo in onda dalla polizia messicana dell’AFI, con la collusione preoccupante dei media messicani complici di coprire la verità pur di fare audience, e della classe politica. Certo una simile combinazione di corruzione, menzogna e prepotenza va denunciata perciò credo che il romanzo messicano di Volpi sia un libro necessario. Il libro mi ha ricordato il romanzo di Bolano dalla parte dei delitti quarta parte di 2666
Così dice Florence Cassez condannata a 60 anni di carcere per rapimento :
“Ho accumulato 1726 giorni di carcere ingiusto. Sono stata condannata per effetto di una montatura televisiva e della manipolazione della malafede di testimoni che hanno cambiato versione al ritmo delle necessità pubblicitarie dell’accusa. La realtà di un processo parallelo di ordine mediatico e la manipolazione che quest’ultimo ha implicato, hanno annullato il giusto processo e il principio di innocenza e mi hanno privato di una effettiva opportunità di difesa. SONO INNOCENTE”
Certo, è preoccupante il fatto che di montatura si tratti, che agli imputati sia impedito di difendersi , che le confessioni non siano ricavate ricorrendo a indagini e testimoni ma solo alla tortura, che in Messico più del 90% delle cause in cui il difensore è assegnato d’ufficio si concluda con la condanna dell’imputato. La sola cosa che importa alla polizia è dimostrare la propria efficienza a voler essere buoni. Ma forse c’è dell’altro. Le piste che porterebbero a indagare sui figli di un noto magistrato non vengono seguite, i fratelli Rueda Cacho, figli del noto ministerio Publico Marco Antonio Rueda Valencia sono totalmente ignorate come del resto succede anche nel libro di Bolano dalla parte dei delitti. Volpi riporta con avvocatesca meticolosità tutti i passi della lunga vicenda dei processi Vallarta Cassez. Nonché il braccio di ferro tra stati per la liberazione della cittadina francese.
Il racconto ha dell’incredibile per la determinazione con cui la polizia persegue le sue menzogne e l’occultamento della verità in un paradossale rovesciamento di ruoli. Israel in tutta la vicenda si preoccupa di Florence. Chiede aiuto per lei persino a una detenuta, la generalessa, narcotrafficante, che incredibilmente credendo alla innocenza di Florence dopo averla interrogata decide di aiutarla e proteggerla nel suo soggiorno in carcere. In tutta la vicenda non è chiaro il ruolo dell’ambiguo Margolis, considerato un protettore della comunità ebraica messicana, ma probabilmente coinvolto non solo nelle liberazioni eroiche di sequestrati ebrei , ma anche in manovre più losche.
Il libro è interessante e necessario. Certo Volpi ha scelto di inseguire la verità, tutta la verità in modo oggettivo. Questo rende la lettura più pesante e capziosa. Il lettore si ritrova in un labirinto di fatti, complotti, bugie, omissioni, relazioni che formano una matassa indistricabile. La lettura perciò è difficile e forse la scelta di cercare la verità lasciando aperte tutte le possibilità senza proporre una soluzione propria, scelta che sarebbe in certo modo romanzesca, non è la migliore per il lettore.
A me non è piaciuto che Florence abbia scelto di dissociare la sua vicenda giudiziaria da quella dell’ex marito e che gli abbia chiesto di mentire per difendersi meglio, di dire cioè che non erano insieme la mattina dell’arresto, nella stessa casa in cui non c’era nessun altro, non c’erano quindi persone rapite in ostaggio .
Certo Florence ha avuto dalla sua l’intera Francia, ma Israel?
Confesso che tra i due la mia simpatia va tutta a lui. Lui è stato torturato, lui e tutti i suoi fratelli e parenti vari, i genitori hanno venduto la casa per difenderlo e lui ha mentito contro il suo interesse solo per fare uscire lei. Prima dell’arresto lei era ospite da Israel e non c’era nessun altro, non c’erano ostaggi. Allora perché non dirlo, perché dubitare di lui, perché avercela con lui dopo?
Certo la vicenda viene seguita all’opposto di come ha fatto la polizia, e proprio per cercare la verità è raccontata in tutti i suoi cavilli giudiziari in modo snervante per il lettore e Volpi non dà corda al romanziere che c’è in lui, nel senso che vuole solo la verità, niente di meno. Perciò lascia il lettore a chiedersi dove sia finita senza proporne una troppo caldamente. Una lettura pesante ma importante data la mole di menzogne che sulla vicenda i media e la polizia hanno fatto passare. Da noi la polizia lavora diversamente, eppure la tentazione di forzare le cose ci può essere sempre, come dimostrano i fatti di Genova o altre recenti vicende nostrane. Perciò apprezzo la scelta di Volpi di fare luce basandosi solo sui fatti. L’apprezzo più come cittadino che come lettore. La lettura infatti è faticosa, procedendo tra troppi personaggi e cavilli legali.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    31 Marzo, 2021
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Cuori invisibili

“Quando tornerò” di Marco Balzano è un romanzo familiare a tre voci, quello di una giovane madre della Romania, Daniela, che vive e lavora come badante a Milano, e i suoi due figli, una ragazza ed un ragazzo, rimasti nel paese natale; la prima, Angelica, appena alle soglie della maggiore età, il secondo è Manuel, un ragazzino che sta appena affacciandosi sull’adolescenza.
Si parlano, si raccontano, si dicono: prima il ragazzo, poi la madre, infine Angelica.
Questo, perciò, è un testo sonoro, non è un audiolibro e però è un libro da sentire, di poche parole all’inizio, ma poi quasi subito progressivamente ingravescente di dialoghi e discorsi, un romanzo di cui porsi in ascolto in religioso silenzio, da orecchiare tenendo fissi gli occhi sulla pagina come fossimo assorti sul labiale.
Marco Balzano, già autore dell’intenso e fortunato “Resto qui”, stavolta fa da fonico, registra suoni e dialoghi, li modula, ce li porge e ce li fa ascoltare con decisione senza omettere alcuna nota, anche le più stridule: il suono è invisibile ma concreto, come certe persone che nessuno nota eppure esistono, vivono con noi e intorno a noi, ci badano e si prendono cura di noi, dei nostri nonni, dei nostri cari anziani e malati. Sono cuori invisibili, ma cuori vivi, che battono, che palpitano, che stentano.
Cuori invisibili, resistenti e resilienti.
Balzano raccoglie le loro pulsazioni, il ritmo, gli sbalzi pressori, più spesso le fibrillazioni o le aritmie, e lo fa con intensa e diretta partecipazione empatica, è evidente dal modo, la gentilezza, la delicatezza con cui sistema i microfoni a portata di voce dei suoi protagonisti, ma allo stesso tempo dosando perfettamente il bilanciamento e trascrivendo con cura quanto registrato.
Una scrittura asciutta, dialogata, che estrinseca nel parlato azione e pensiero, condotta ed emozioni, eventi e sensazioni, direi davvero un ottimo elaborato, più sentito e maturo del precedente libro.
Come dire, risaltano qui solo le voci essenziali della famiglia protagonista e narrante, poiché la figura paterna, che pure c’è e che a tratti fa sentire la sua voce, per quanto flebile, non conta, è ininfluente, semmai un impiccio più che altro, nel racconto non ha la stessa incisività degli altri componenti, madre e figli. Non può averla, almeno questo genitore, una sorta di arcaico e anacronistico padre padrone, benché giovane d’età, figura che ancora sopravvive e non è una eccezione per i luoghi di cui si parla, l’entroterra rurale dei paesi dell’est europeo dopo la caduta dell’impero sovietico.
Evento storico e politico disastroso, che ha trasformato la forza motrice dei paradisi socialisti del lavoro in un esercito di badanti. Due terzi dei quali sono donne.
Perciò l’ uomo di casa, il capofamiglia, brusco, rude, lavoratore poco specializzato e poco scolarizzato, dedito facilmente all’alcol come requisito indispensabile per la patente di “uomo e maschio”, ha poca voce in capitolo in questo libro che parla di forza, ma di quella vera, quella di certe donne come Daniela, la forza d’animo indispensabile per tollerare esistenze estenuanti, sfibranti, deprimenti. Talora il padre sembra un estraneo ai suoi stessi congiunti, più che un fantasma, una persona assente anche quando è in presenza, può ammaliare la figlia e il figlio, forse, data la loro età, salvo non rendersi mai conto della realtà delle cose, posticipa qualsiasi scelta e decisione, è inconsapevole ed irresponsabile ad un tempo. Ha un vissuto fuggevole ed estraniante dalle vicende e dai pensieri del resto del gruppo, questi ultimi tre legati invece da un intreccio complesso in cui coesistono sentimenti di abbandono, di nostalgia, di solitudine, di lotta per la sopravvivenza, e cocciuta disperazione. E sogni, desideri, ambizioni comuni ed usuali.
Un romanzo familiare, e sarebbe da dire meglio un dramma familiare, se non fosse che quanto descritto non viene vissuto come un dramma, ma quasi come un destino ineluttabile.
Per quella famiglia, e per tante come loro, il penoso trascinarsi dell’esistenza rincorrendo i bisogni primari è la norma, è nell’ordine delle cose. Questo è un libro, asciutto, duro, ma estremamente reale.
Si racconta qui della fatica dell’esistenza, del logorio di certe esistenze per vivere, è infatti una storia di migranti, di moderna schiavitù travestita da migrazione, di esodo forzato.
Una normale famiglia romena, di estrazione rurale, si ritrova quasi da un giorno all’altro sul baratro del fallimento. Il capofamiglia perde il lavoro, unico sostentamento del nucleo familiare, non riesce a trovarne un altro, e come tipico di quelle popolazioni dell’entroterra arretrato, risolve con l’alcool la sua depressione ed incapacità di agire. Tocca alla madre, Daniela, come tante altre, se non tutte, le donne della regione, trovare un’attività che permette al resto della famiglia di sopravvivere, al marito disoccupato di procurarsi i materiali edilizi necessari per sistemare l’abitazione, soprattutto per permettere ai figli di continuare a studiare. Fuori dal paese, naturalmente. In Italia, a Milano.
Un giorno all’improvviso. Partendo di nascosto dagli stessi familiari, di notte come un ladro.
Perché è inutile restare a fare la guardia ad un mondo che muore.
Un viaggio su un autobus, certo non su un barcone alla deriva nel mare a rischio della vita, ma non meno inammissibile, per giungere in un’altra nazione, in un’altra città con lingua diversa, usi e costumi insoliti e discordi.
Per esercitare la professione di badante.
“…questo è il lavoro che si trova, questo è il paese dove siamo nati, e questo è il tempo in cui ci tocca vivere, non l’ho scelto io…”
Un lavoro duro, difficile, estenuante, deprimente per chi magari ha altri titoli e qualifiche più elevate, per di più svenduto a prezzo irrisorio: la maggioranza della popolazione del mondo occidentale benestante, gode di alimentazione, cure mediche e conforti tali da allungare l’esistenza, pertanto è anziana. Gli anziani necessitano di cure, le cure per definizioni sono prerogativa delle donne, le donne dell’est sono in condizioni disperate, al punto di accettare una modesta retribuzione, che nessun occidentale accetterebbe, per prestare queste cure, e si prestano.
A caro prezzo, ma un prezzo in capo a loro, non ai datori di lavoro.
“Le prime parole che ho imparato in Italia sono stati i nomi delle malattie, i principi attivi dei farmaci, le parti inferme del corpo. Quando me ne rendevo conto impietrivo.”
Vengono per prendersi cura, ma sono cuori invisibili, nessuno si prende cura di loro, nemmeno quelli rimasti a casa e che dai proventi dei loro sforzi traggono soldi, sostentamento, mantenimento agli studi, videogiochi, gadget tecnologici, ricariche telefoniche e tutto quanto serve.
Solo che per gli uni e gli altri si perde di vista cosa effettivamente serve.
Daniela lavora instancabilmente perché la famiglia abbia cose, e si perde non nella fatica che costa procurare cose ma nella tristezza della solitudine, che a sua volta le restituisce solo una cosa, la depressione:
“…la mia vita, finche non ritornerò a Radeni, sarà sempre veder morire dei vecchi, pensavo.”
”Quando tornerò” non è solo il titolo del libro, o un auspicio di tempi migliori, è una chimera, è una nenia che Daniela si ripete come un karma per trovare in sé forze residue e motivazioni sufficienti per continuare in un’esistenza, infine, di mero sfruttamento, che inevitabilmente si tramuta in un “mal d’Italia”, il limite ultimo dei muli da soma sfruttati fino all’inverosimile.
Per vivere non basta una retribuzione per quanto modesta e irregolare: serve altro, serve affetto, tenerezza, calore, attenzione, cura reciproca, supporto, conforto, vicinanza.
Tutte cose che la famiglia, gli affetti, ti assicurano: vale per Daniela “reclusa” a Milano come per Angelica e Manuel bloccati in Romania e pervasi di nostalgia struggente per la madre e consunti per il desiderio spasmodico di un corso diverso della loro esistenza.
Dovrà però tornare a forza, Daniela, a seguito di un evento straziante: Manuel ha un incidente con il motorino, giace in coma. Così la donna ritorna al suo paese in Romania, Redeni, giace per mesi al capezzale del figlio, e gli parla, gli bada, lo assiste, si prende cura di lui, questa volta non è una badante, ma solo una madre, gli sta vicino con cocciutaggine ed amore senza fine.
La sua retribuzione stavolta non sarà irrisoria e in nero, come un’elemosina per vivere, ma inestimabile è il riprendersi parte delle esistenze dei figli che si era persa, e che loro di lei avevano perso. Termina la storia infine come è giusta che finisca, con le esistenze di ciascuno che si separano, ancora una volta, ma con un appuntamento, un “quando tornerò” meglio delineato, dopo un percorso che è come il tragitto di un boomerang lanciato in aria.
Sfreccia in alto, raggiunge un culmine, poi vira e torna indietro: in quell’attimo devi essere pronto a saltare per riafferrarlo mentre torna e ricade, devi raccogliere il testimone.
Un bel libro, consiglio di leggerlo e farlo leggere; perché è ben scritto, perché Marco Balzano dà voce a chi non l’ha, rende noti i cuori invisibili che non sono fantasmi ma sono concreti, umili, silenziosi, non badanti ma non badati che permettono ai visibili fortunati di vivere la loro concretezza agiata disinteressandosi della vil materia del vivere; infine, perché il messaggio racchiuso in un libro talora si comporta esattamente come un boomerang, sfreccia nell’aria, curva e torna indietro, e qualcuno salta per prendere il testimone. Deve saltare, ha un senso solo così.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Marzo, 2021
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I nostri legami imperfetti

Jacopo ha trentun anni, lavora ai servizi sociali del Comune ed ha una voragine al posto della vita sentimentale. La situazione peggiora quando sua madre viene ricoverata in una clinica dopo essere stata trovata a vagare in stato confusionale vestita da sposa. La degenerazione del suo sistema nervoso rende necessaria una degenza in quella clinica per persone non più autosufficienti.

Il racconto di Jacopo quindi si dispiega alternando piani temporali del passato, in cui si rievocano suoi episodi dell’infanzia e dell’adolescenza, a momenti del suo presente. Dal passato di Jacopo emergono ricordi impressi di densa malinconia: una famiglia mancata, la quotidianità vissuta in un quartiere degradato di Napoli, il Rione delle mosche, occupando un appartamento in modo abusivo, le prime fallimentari esperienze amorose. Su tutto questo mare di solitudine e tristezza affiora, come una barca sulla superficie dell’acqua, la figura carismatica e problematica della madre: una donna bellissima e profondamente legata al figlio, ma anche una persona estremamente complicata, con serie difficoltà a mantenere relazioni stabili e mature, probabilmente già segnata dalla malattia dell’Alzheimer.
Nel presente Jacopo ha un’occupazione stabile, ha sensibilmente migliorato la sua condizione sociale, ma continua a vivere un’esistenza segnata da un inquieto sconforto, caratterizzata da relazioni superficiali ed inappaganti.

Un romanzo profondamente malinconico ed intimistico, in grado di scavare sotto la superficie degli avvenimenti per proporre una riflessione su questi nostri legami imperfetti, su queste nostre famiglie disfunzionali, sulla profonda frustrazione e infelicità che permea così tante delle nostre esistenze e relazioni. Mi ha ricordato, per certi aspetti, lo stile di Lorenzo Marone degli esordi, con la narrazione di storie di personaggi solitari che cercano di afferrare un contatto con il prossimo. Ho letto molti commenti su questo romanzo che ne denotano l’ironia; la stessa fascetta riporta una frase di Viola Ardone che dice: “Un racconto di graffiante bellezza e di spietata ironia”. Devo ammettere che io non sono riuscita a cogliere l’ironia di questo testo; se pure c’è in alcuni passaggi, mi è sembrata particolarmente amara.
Ho percepito invece una profonda tristezza che emerge dalle pagine, sostenuta da una scrittura trasparente e diretta.

In conclusione, un romanzo in grado di suscitare nel lettore una certa empatia verso il protagonista e un discreto coinvolgimento nei confronti della narrazione, nel complesso una lettura piacevole e di buona qualità letteraria.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    28 Marzo, 2021
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La responsabilità del desiderio

“Ero qualcosa di bianco. Vago alla pari di quel colore che a me sembrava la tinta del vuoto e dell’assenza cromatica. Come lui ero indefinita e indefinibile, la mia purezza - in base a quanto mi era stato insegnato - poteva coincidere solo con lo sgombero di ogni passione o desiderio. E come lui ero invisibile.
Ora so che non esiste via più disperata di quella che vorrebbe condurti alla perfezione”.

Fa sempre piacere scoprire una nuova voce della narrativa italiana contemporanea degna di nota e la Ruotolo è una vera scrittrice, perchè scrive come si suol dire,“dannatamente bene”.
Si sente che è un’autrice che sa muoversi con disinvoltura anche sul binario della poesia, perché “Quel luogo a me proibito” ha dei passaggi a tratti urticanti, graffianti, scomodi talmente son veri ed autentici privi di ogni forma di ipocrisia e se non fosse per quella sapienza delicata e sottile della scelta delle immagini e quel brevissimo e intenso lirismo di cui lei è capace, la storia in sè potrebbe essere facilmente liquidata come quella di una donna che si è autocastrata, per educazione ricevuta.
La voce narrante, senza nome, parla in prima persona, partendo dall’origine del male di famiglia, che lei chiama “vergogna” e che comincia con le vicende del nonno paterno e delle nonna materna. Il primo aveva macchiato il suo stato di onorata vedovanza, portandosi in casa una povera donna senza carattere per poi conviverci in regime more uxorio, trattandola come uno straccio da buttare via dopo l’uso e la seconda invece, aveva cresciuto da sola, senza un uomo al suo fianco, la madre della protagonista, senza darle mai un briciolo di affetto: una madre e poi una nonna incapace di slanci verso la figlia e verso i nipoti, interessata unicamente a se stessa.
Questa è la tara di famiglia che l’io narrante quasi si autoimpone di espiare, evitando di indugiare in qualsiasi forma di piacere o di divertimento, conducendo, sin da preadolescente un’esistenza parallela a quella delle sue coetanee.
Le prime venti pagine sono storie di non-amore, di disaffezione che colpisce anche gli animali, vittime al pari dell’io narrante: non c’è un briciolo d’amore per niente e per nessuno. Dura la legge della vita.
“Chi siamo veramente, la reale misura dell’umano, non sono dati dal rapporto tra pari. È il riguardo per chi è più debole a qualificarci. Il nostro essere perbene è dimostrato dallo scrupolo con cui tocchiamo chi è diverso, svantaggiato oppure semplicemente nel bisogno. (...)”
I primi tentativi di approccio con l’altro sesso sono ostili e fallimentari da subito, ma la protagonista era stata messa già in guardia da sua madre:
“Non perderci tempo e testa appresso ai maschi, o la vita non sarà più roba tua”.
Quella stessa madre le diceva che il corpo era “un animale da tenere a bada” e che “troppa vita fa male”, bisognava evitare vestiti ed atteggiamenti che eccitassero pensieri impuri negli altri.
A parte indicare vergogna e disonore dappertutto, cambiare canale alla tv in certi momenti dei film, i genitori sono assenti, “hanno delegato ai libri” l’educazione all’amore e al sesso. Prima di avvertire il bisogno di vita, lei si era già allenata alla rinuncia, guardando le altre coetanee flirtare con i ragazzi, qualcuna di loro addirittura rimane incinta e abbandona la scuola dell’obbligo.
“Quel luogo a me proibito” è la storia di una donna quarantaduenne che cerca di ricostruire tramite i dettagli di alcuni ricordi del passato la radice di quella sua paura di amare, di conoscere il proprio corpo, quell’incapacità di donarsi totalmente ad un uomo che la desidera per quello che è. Quell’uomo è Andrea che risveglia in lei la consapevolezza che esista qualcosa al di là di quello che aveva creduto potesse meritare. Un percorso doloroso e travagliato, a volte disturbante, che ti graffia dentro e mai ti accarezza. Una scrittura primordiale e sensuale che sa concretizzare le immagini solo suggerendole. Ma il libro non è romantico, nè sentimentale. È la storia di un trauma, di un dramma.
L’ambientazione è poco rilevante, viene nominata Napoli per indicare la grande città lontana, ma l’opera della Ruotolo non ha alcun cenno di regionalismo folkloristico (che tanto piace ai lettori stranieri) che possono essere suggeriti, ad esempio, da scrittrici come la Ferrante o la Dipietrantonio.

Un libro che lascia dei solchi nel lettore, nel bene e nel male.

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È bello scoprire anche le altre opere della scrittrice, anche le poesie.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    27 Marzo, 2021
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American graffiti technology

Quando si dice: la classe non è acqua.
Magari non molti ne sono a conoscenza, ma la scrittrice americana Patricia Cornwell, autrice di fortunati best seller del genere dei medical-thriller, è una figlia d’arte, in un certo senso, o per meglio dire una pronipote d’arte.
Discende infatti direttamente da Harriet Beecher Stowe, l'autrice del famosissimo “La capanna dello zio Tom”, un testo miliare per il riconoscimento dei diritti umani e dell’abolizione della schiavitù ai tempi della guerra di secessione americana.
La Stowe, nel romanzo che le diede la fama ma anche in altri suoi scritti, descriveva le nefandezze e le atrocità perpetrate all’epoca, e chissà, forse ancora oggi, su esseri umani di altro colore, per i motivi più abietti, economici in primo luogo, e mascherati da una ipocrita parvenza di paternalismo e perbenismo.
La Cornwell non le è stata da meno, è anche lei una osservatrice attenta della parte più infida della società americana del suo tempo, ed una critica severa dei guasti brutali e sanguinosi che questa, carente di etica e propinatrice di esempi e figure deleterie per una sana crescita morale dell’individuo, provoca nelle persone più deboli, disagiate e disagevoli: siano queste le vittime innocenti di omicidi e fatti delittuosi, ma anche gli stessi colpevoli.
Per questo, e non a caso, il suo personaggio più noto è il medico legale Kay Scarpetta, che conta milioni di affezionati lettori in tutto il mondo.
Un medico legale addetto principalmente alle autopsie su vittime di omicidi, che seziona i cadaveri per reperire tutti gli elementi utili che chiariscono le cause di morte violenta.
Talora suggeriscono, per chi possiede innati la scienza e la sensibilità necessaria, finanche i motivi reconditi che portano un assassino ad accanirsi sulle sue vittime, fino a decretarne la morte.
La dottoressa Scarpetta indaga quindi indirettamente su vittima e responsabile, quasi fossero le due facce della stessa medaglia: l’omicidio.
La maggiore efferatezza che un essere umano può perpetrare ai danni di un suo simile.
Non si limita quindi a svolgere esclusivamente il suo compito di medico legale in indispensabile supporto all’ingrato lavoro della squadra omicidi della polizia locale.
Oltre ad esaminare le vittime sul tavolo delle autopsie, rilevando cause ed indizi di primaria importanza per l’identificazione dell’autore dei delitti, Kay Scarpetta incide più a fondo con il suo bisturi, partecipa in primo piano direttamente o indirettamente alle indagini giudiziarie, per il tramite dei suoi sodali, l’amico poliziotto Pete Marino, il marito Benton Wesley dell’FBI e la propria nipote Lucy, anche lei in servizio all’FBI come esperta informatica.
Patricia Cornwell, come molti scrittori, ma raramente in maniera tanto evidente come nel suo caso, ha immesso tanto di sé in questo personaggio della dottoressa Scarpetta, ed è questo uno dei motivi del successo dei suoi romanzi, quelli che vedono protagonista il medico legale: la scrittrice americana descrive semplicemente sé stessa, lo fa bene, con stile, accuratezza e precisione, non potrebbe farlo meglio, è come guardarsi allo specchio, senza troppo sforzo.
La Cornwell, infatti, è una donna eccezionale, una gran signora colta, affascinante, intelligente, sensibile e sopra le righe, non perché eccessiva, ma perché ha fatto tesoro del suo intenso vissuto personale, è stata infatti una donna che ha avuto e superato con sacrificio, tenacia e perseveranza problemi medici di natura non indifferente.
Per di più non è nata nel benessere e nella tranquillità finanziaria, ha dovuto affrontare una vita difficile carente di risorse economiche, nel bisogno e nelle rinunce.
Ha allora sfruttato il suo talento naturale per lo sport, è stata infatti una valente tennista che ha lambito il professionismo, assicurandosi in tal modo l’accesso alle borse di studio nell’università americana e conseguendo brillantemente una laurea in inglese.
Si è poi impiegata con fortuna a vario titolo nei servizi tecnici sia nel campo della medicina anatomo patologica che nelle scienze informatiche, da qui la sua padronanza delle materie nei suoi lavori.
Soprattutto, come Kay Scarpetta, Patricia Cornwell è una donna che da sempre mostra empatia per i suoi simili, perché ha vissuto sulla sua pelle quanta possa essere terribile e nociva la meschinità umana, pronta a ferire stupidamente e impietosamente la sensibilità dei propri simili, spesso solo per il gusto di farlo, inducendo i più fragili e deboli a compiere quegli atti delittuosi di cui sia lei che il suo personaggio ne hanno avuto evidenza fisica nelle sale autoptiche.
Basti in ultimo ricordare che Patricia Cornwell, con semplicità e determinazione, ha avuto il coraggio in epoca non sospetta, nella società americana ancora pervasa di bigottismo e cecità di vedute, di rivendicare apertamente le proprie scelte personali di vita, è stata una dei primi personaggi noti e conosciuti dall’opinione pubblica a rivelarsi in un coming out, esponendo senza problemi ma anche senza alcuna vanteria i propri orientamenti sessuali, che la porteranno in seguito anche a contrarre regolare matrimonio con una persona dello stesso sesso.
I libri con Kay Scarpetta, per concludere, specialmente i romanzi cronologicamente editi per prima, sono testi originali, sorprendenti, diversi da altri, sono una bella rivelazione anche per i non appassionati. Certamente, va considerato che sono thriller di genere, ma risultano comunque ben scritti, gradevoli, anche interessanti ed avvincenti, insomma una discreta se non ottima lettura.
Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco.
Successivamente infatti la scrittrice ha ritenuto, giustamente, di dover crescere e staccarsi dalla inevitabile ripetitività dei racconti con il personaggio che le ha regalato popolarità, e si è cimentata in altri generi letterari, creando altri eroi di carta: ma non con uguale successo di critica e di lettori, anzi.
Dopo una serie quindi di libri con poca o nessuna fortuna, la Cornwell pare essersi ripresa con l’ultima sua creatura, Callisto “Calli” Chase, una giovane agente dei servizi di sicurezza della NASA, l’ente spaziale americano, che ha fatto il suo esordio nel romanzo precedente a questo, “Quantum”. Malgrado la giovane età, Calli è una donna affascinante per molti versi, nel fisico, nei modi, nell’intelligenza, sapiente e scientificamente multi-abile: è infatti una pilota, una scienziata, una esperta della più raffinata e avveniristica tecnologia informatica, una specie di agente segreto addestrata pertanto all’uso delle armi, di tattiche e strategie di vigilanza e sicurezza, un agente specialissimo quindi, un cyberninja come lei stessa si definisce:
“Gli agenti speciali, i cyberninja come me, devono avere una laurea. Alcuni hanno anche un dottorato e una formazione in diverse discipline che spaziano da scienze e ingegneria a psicologia e arte…ma sono anche ingegnere aerospaziale, fisica quantistica, pilota collaudatore e astronauta in fieri”.
Un altro particolare che la caratterizza è che Calli ha una sorella gemella, un vero e proprio clone perfettamente identico ed interscambiabile, Carme, come lei agente dei servizi di sicurezza della NASA. Con tale premessa, data la sua preparazione il minimo da aspettarsi è che Calli sia coinvolta in intrighi, azioni, avventure galattiche che hanno a che fare con la salvezza del pianeta, che contemplano pertanto dimestichezza con un’informatica altamente specialistica, l’Intelligenza Artificiale elevata alla massima potenza, il cybercrimine, i voli spaziali e quanto altro di avveniristico si possa ipotizzare: oserei dire che si tratti di autentici romanzi di fantascienza, ambientati ai nostri giorni e portati al parossismo.
Per spiegarmi meglio, tutti conosciamo almeno tramite la pubblicità quei moderni Smart TV che permettono di fare a meno del telecomando, offrendoci la possibilità di cambiare canale o regolare il volume con un cenno, semplicemente facendo sventolare una mano nell’aria: ebbene, tramite particolari sottilissimi e microscopici dispositivi impiantati in lei, per mezzo di mega sofisticati computer, algoritmi inestricabili e tecnologie segretissime, Calli va oltre, sventolando le dita apre porte e mette in moto l’auto a distanza, telefona senza cellulare e senza auricolare, riceve in un batter d’occhio direttamente in testa miriadi di informazioni su qualsiasi cosa richieda, vede o sente.
Va in giro con un’auto, un grandioso SUV del tutto futuristico, che a momenti non soltanto ti conduce da solo, ma è dotato di computer, schermi, touchscreen che in pratica ti collegano con tutto e tutti, è corazzato e armato di lanciafiamme, cannone sparacqua ad alta pressione in grado di bucare i pneumatici avversari, rampa di lancio per droni, pannelli solari, fucili mitragliatori che sparano infallibilmente dal retro senza neanche mirare, in grado di perforare un blindato, la stessa autovettura con un semplice tocco cambia in corsa colore della carrozzeria e targa, la forma dell’auto non ancora, ma insomma ci stanno lavorando: al confronto, la mitica Austin Martin di James Bond è una reliquia preistorica. Come le sue avventure salva mondo.
Insomma, il romanzo è questo: un cyberromanzo. Un testo specialistico, assolutamente di genere.
Può piacere, certo, ma ha anche qualche punto debole, diciamo così.
La trama è complicata, un sequel del romanzo precedente, un prequel del prossimo, un pochino troppo intricata e piena zeppa di sigle, di acronimi, di termini scientifici, di rimandi alla fisica quantistica e all’ingegneria che, per quanto interessanti, alla lunga stancano.
Probabilmente sarà un mio limite se non riesco ad apprezzare in pieno, è vero che chi non ama la matematica e la fisica quantistica è perché non la capisce; purtroppo, però a non capirla sono in parecchi. Inoltre, manca di suspense, di thrilling, di attesa, di paura.
Anche lo stile di scrittura è particolare, ridondante, Patricia Cornwell indubbiamente sa scrivere, scrive bene, ci mancherebbe, ne ha data ampia prova, e però proprio per le caratteristiche della storia e della protagonista stavolta effettua in un certo senso uno “spin”, una rotazione sull’asse della sua scrittura, che appare più elaborata, forse più elegante, ma a mio parere anche più involuta, appesantisce la lettura. Per esempio:
“Avanzo attraverso il parcheggio infido e fangoso con gli alberi spogli che schioccano con un rumore di ossa e i vecchi cespugli sempreverdi che frusciano come rigide sottogonne sferzati dalle raffiche di vento.”
Ecco, mi appare pesante e anacronistica come descrizione, sepolcrale, per di più detta da una moderna cybereroina. Tutto il romanzo, quindi, appare come una celebrazione dell’american way of the life, un excursus onorifico del patriottismo e della capacità tecnico scientifica americana all’avanguardia nella ricerca e nelle scienze, specie quelle aereo spaziali, tale che i posteri possano un giorno apprezzare l’American graffiti technology e rilevarne quanto abbia inciso nel progredire dell’umanità.
Ci sta pure, ma è il modo che non va, è troppo, troppa carne al fuoco.
Non riesci a voltarla per una giusta cottura, ti sfugge, finisce che si brucia, o peggio si carbonizza.
Servirebbe, più che uno spin, un differente step.

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Patricia Cornwell, ma non aspettatevi Kay Scarpetta o un medical thriller, è altro, piacerà solo agli appassionati del genere cyber-thriller.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    19 Marzo, 2021
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Cociss e Rosa

La casa editrice Sellerio riedita un precedente romanzo di Giampaolo Simi, intitolato Rosa elettrica. Chi è Rosa?
“Da piccola mi chiamavano la bambina elettrica. Quando ci mettevano a dormire, mio fratello Diego spegneva la luce e voleva che “facessi le lucciole”. Qualsiasi maglia sintetica, appena la sfilavo dalla testa, mandava schiocchi e scintille. Gli piaceva da matti, gli sembrava una magia. A me piaceva un po’ meno, quando prendevo la scossa dalla portiera dell’auto, dal tostapane o dall’antenna della tv portatile . Diego giunse alla conclusione che io avessi dei superpoteri, così un giorno mi chiese di stringere in mano per tutta la notte le pile ministilo del walkman che gli avevano regalato a Natale. La mattina dopo il suo walkman funzionava.”
Ora, però, è diventata adulta, ma incrollabile è la fiducia che lei nutre per gli esseri umani. Lavora in polizia, prima era alla Stradale, ora gli affidano un incarico eccessivamente delicato.
Cociss, ovvero Daniele Mastronero, è un ragazzo di diciotto anni, ma ha l’esperienza di vita di un uomo di sessanta. Drogato fino al midollo, pare abbia ucciso in un agguato un uomo, ed incidentalmente due bambine. E’ un capozona, ed ha deciso di collaborare. Ma a modo suo. Per lui:
“Non devi sapere chi sei, non devi chiederti per cosa uccidi. Non c’è nessun diritto a rimanere vivi per il solo fatto di essere nati. Si vive nella paura e nel dolore. Qualsiasi cosa, dopo la morte, non sarà peggio di tutta questa paura e di tutto questo dolore.”
Ma è stato veramente lui a sparare?
“Nessuno sa che Cociss ha sparato il 28 aprile in corso Due Sicilie. E Cociss non ha da raccontare vent’anni di faide, non è un testimone, non può fornire apporti nuovi e significativi a qualche grande processo in corso. “
E allora? Alla giovane donna il compito di scortare ed assistere un tale individuo. Ma lei è troppo giovane; e lui impossibile da prevedere. Un soggetto fuori dalle regole e dagli schemi. Abbandonarlo a se stesso forse sarebbe l’unica soluzione, ma Rosa sente verso di lui un’ affinità. Istinto materno? O sindrome di Stoccolma? Lei, voce narrante, corre pericoli, agisce per intuito ma anche per ingenuità, in un ingranaggio più grande di lei.. Riuscirà a salvarlo? E lei stessa come ne uscirà?
Un giallo classico, scritto con una prosa asciutta, fredda, sintetica; ma che colpisce al cuore. Rispetto ai precedenti dove si indagava sull’animo umano e sui sentimenti; qui i temi trattati sono violenti e di attualità: la droga, il malaffare, la mafia, le guerre tra bande rivali e tanti tanti soldi. Un personaggio di donna forte e ben tratteggiato, capace di distinguersi per capacità ed intuito; forse appunto con un po’ troppa ingenuità. Una storia forte, nuda e cruda, ma anche con tratti di sentimento e di tenerezza. Un dipinto sul genere umano e sui mali che affliggono la società moderna, che avvince e intriga moltissimo il lettore di genere.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Marzo, 2021
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Kingmix

Le pubblicazioni di Stephen King sono ormai stabilizzate a un numero elevatissimo l’anno. È un peccato, tuttavia, dover ammettere che soltanto poche sono davvero degne del King che abbiamo imparato ad amare nel corso degli anni. “Se scorre il sangue” si era rivelata una piacevolissima sorpresa, e non solo perché conteneva in sé il sequel di un’altra delle sue ultime opere più riuscite - “The Outsider” - ma anche perché vi si poteva leggere anche altri racconti più che degni di nota. Molte delle altre opere recentemente pubblicate, tuttavia, non sono altro che un buon passatempo senza infamia e senza lode, e mi duole dire che questo è anche il caso di “Later”.
La sua pecca più evidente sta nell’originalità. King riprende alcuni motivi ricorrenti - come il “rito di Chüd”, presente in It ma se non sbaglio citato anche in altre opere - e batte strade narrative che sanno un po’ di già visto: il ragazzo “col dono” protagonista di questo romanzo, Jamie, non può evitare di riportarci alla mente il famigerato “Shining”, caro il mio Re. È King allo stato puro, sia chiaro, ma piuttosto che rivelarsi un pregio questo aspetto ha il gusto di ripetizione e “comfort zone”, più che essere un arguto utilizzo di "collaudati strumenti del mestiere". C’è l’elemento orrorifico (peculiare dei suoi “It”, “The Outsider”), l’elemento poliziesco (caratteristico della serie di “Mr. Mercedes”), il ragazzino con un dono o in lotta contro il male (i già citati “Shining” e sempre “It”), ma si ha quasi l’idea di avere a che fare con un “Best of” delle idee dell’autore, sulla falsa riga del mondo musicale, ma al cui interno vengano solo messi soltanto venti secondi di ogni canzone, e nemmeno i ritornelli.
Non mi dilungherò sulla trama, se non per dirvi che può intrattenervi piacevolmente per qualche ora, seppur permangano in me forti dubbi sul fatto che qualcuno, soprattutto chi conosce il meglio dell’autore, possa restarne folgorato. Come ho sempre detto riguardo a King, da uno come lui ci si aspetta sempre il meglio: ma sebbene non mi sia mai capitato di leggere qualche suo lavoro che possa davvero definirsi brutto, è chiaro che questo “meglio” venga ormai fuori a fasi alterne.
Forse “Later” è un titolo appropriato, in questo senso.

“Alle cose incredibili si finisce per fare l’abitudine. Fino a darle per scontate. Si può provare a evitarlo, ma succede lo stesso. Ci sono troppi misteri, tutto qui. Li trovi dappertutto.”

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Romanzi
 
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    14 Marzo, 2021
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Cercando dodo

Isola di Mauritius, terra di avventurieri e di esploratori, di marinai e botanici, di schiavi e colonizzatori.
Regno incontaminato della Natura, foresta endemica che è culla di tutta la storia evolutiva.
Il mondo vegetale e animale si è cristallizzato nel bozzolo originario, mantenendo esemplari, colori, suoni e profumi antichi come il mondo.
Una terra fatata e d'incanto.
Finchè l'equilibrio viene rotto dalla voracità umana in cerca di lucro, di materie prime, di profitti ad ogni costo.
Scorre sangue e distruzione sull'isola, la bellezza della vita lascia il posto allo sfruttamento delle risorse e degli esseri umani.
Le piantagioni di tabacco e di canna da zucchero stravolgono il volto dell'isola paradisiaca rendendola più simile ad un impianto industriale.

Le Clezio è legato a doppio filo a Mauritius, terra natia del padre, suolo di cui si sente parte e che ha percorso in lungo e in largo alla ricerca non solo di radici, ma di storie e volti da raccontare.
L'autore è un cacciatore di storie, è un viaggiatore che esplora l'essenza dell'uomo in qualsiasi angolo del mondo, la sua penna presta la voce agli ultimi, ai diseredati del progresso e della società.

“Alma” è uno splendido viaggio scandito da diversi piani temporali che si intrecciano con le loro storie di uomini e donne dimenticati, sottomessi, vilipesi, calpestati.
Quella narrata è la ciclicità storica, l'arroganza del potere socio-economico sulla fragilità umana, la cecità di fronte alla sofferenza, l'usurpazione a scapito del rispetto e dell'uguaglianza.

La scrittura di Le Clezio è il risultato di una fusione perfettamente calibrata e studiata tra realismo e onirismo. Dall'osservazione dei visi di oggi, riprendono vita gli uomini del passato, testimoni di un vissuto lontano eppure ancora lucido e doloroso.
Una sinfonia riuscita, per mescolare passato e presente con un sottofondo di note melanconiche e struggenti.

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Racconti
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    11 Marzo, 2021
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Viaggio nei molteplici spazi dell’io.

Una raccolta di otto racconti che ci ripropongono alcuni dei temi più cari a Murakami. Un io, alter ego dell’autore, indaga nel suo essere presente, come in quello passato non senza immaginare il futuro. In questo viaggio a volte realistico, a volte fantastico, ma sempre ricco di interrogativi esistenziali ai quali l’autore evita di dare risposte certe, ritornano i temi dell’amore, della morte, dello sport, dell’arte ora come poesia, ora come musica, ora come semplice esperienza estetica.
La fisicità di una donna incontrata per caso non è affatto inconciliabile con la sua vena poetica, anzi questa sua sorprendente attitudine induce a riflettere, a porsi domande sulla vita e sulla morte.
“Poso l’orecchio sul cuscino di pietra, e ascolto il suono del sangue che scorre” – la pietra fredda e immobile come una lapide nasconde in sé il fluire di quella che fu vita, per poi divenire polvere – “Spezzare, essere spezzati, se poso la nuca sul cuscino di pietra, ecco, è diventato polvere.
Nel secondo racconto il lato incomprensibile della vita è rappresentato come un cerchio con tanti centri. Una figura difficile da immaginare, che può però aiutare a capire ciò che sembra incomprensibile. Murakami non rinuncia a creare stupore nel lettore neanche quando immagina un passato che possa rivivere nel presente con gli stessi protagonisti come nel caso del disco di Charlie Parker che suona la bossa nova. Sono piani diversi che si sovrappongono in un gioco stimolante che ci trasporta indefinitamente tra l’ieri e l’oggi.
La musica accompagna ogni racconto, come sempre nelle opere di Murakami, dal beat e pop rock dei Beatles, a quella classica di Strauss o Shumann come in Carnaval.
La più originale di queste otto storie è certamente “Confessione di una scimmia di Shinagawa” che propone l’incontro tra il protagonista e un macaco parlante. Qui il fantastico assume quasi un aspetto di normalità fintanto che i due personaggi si scambiano confidenze e riflessioni sulla vita. È nel momento in cui questo incontro entra a fare parte delle esperienze del passato che ci si interroga sulla veridicità degli eventi raccontati, soprattutto quando una sia pur minima traccia ne è rimasta nel presente.
L’ultimo racconto che ha il titolo della raccolta è emblematico dello stile e della narrativa di Murakami. Ritorna l’interrogativo su quale sia il limite tra il sogno e la realtà. È la vita dell’essere umano un viaggio onirico attraverso molteplici esperienze e relazioni?

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Romanzi
 
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    11 Marzo, 2021
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Troppa felicità fa male

"Vuole solo che lui stia bene. Lui e tutti gli estranei che incrocia per strada. Che gioisca della palese incoerenza del mondo. Questo e nient'altro vuole da tutti, in tutti i Paesi." 

Generosity è il nomignolo di Thassa, figlia della felicità, personaggio principale del libro, una sorta di principe Myskin contemporaneo ma in versione femminile. Lei ama la vita e gioisce di ogni cosa vivendo con pienezza il presente, non sa cosa significano i sentimenti o i pensieri negativi e la sua esuberanza è decisamente contagiosa. E se la bontà infinita di Myskin lo catalogava come un idiota, oggi, l'infinita felicità di Thassa la stigmatizza quasi come una povera malata inconsapevole che ha bisogno di cure e supporto per... essere meno felice.(?!!) Infatti il primo a preoccuparsene è il suo docente di scrittura creativa Russell Stone che apre anche il sipario del racconto. Thassa è algerina, e nella sua lingua il suo nome significa "cuore, gioia", mentre Stone, bhé, una pietra di nome e di fatto. L'interessamento di Stone è la prima tessera a cadere sulla successiva in questo gioco di domino che diventerà la vita di Generosity. Ma una sana dose di affari propri, no? Scherzi a parte, questo interessamento, sicuramente in buona fede, scatena dei meccanismi che risulteranno insostenibili sul lungo andare. L'attenzione principale sarà quella della scienza, sotto le sembianze dell'esperto in geni Thomas Kurton che desidera studiare Thassa e i suoi geni per poterli riprodurre e creare la felicità, a portata di tutti. Le cose precipitano quando il suo anonimato non è più garantito e la figlia della felicità viene data in pasto ai leoni.

Powers sposa anche in questo libro l'idea della parte scientifica all'avanguardia (e anche oltre) che si propone di cambiare la natura umana, migliorandola- o almeno con questa intenzione- ma sarà mai possibile? La natura umana, cosi come la natura in generale, nasce perfetta e laddove l'uomo interviene, il suo equilibrio viene meno.

"Migliorate pure, dice. Il miglioramento non significherà nulla, sulle lunghe distanze. Il rimodellamento della natura umana sarà approssimativo e pieno di difetti come i rimodellatori. Non ci sentiremo mai migliorati. Saremo sempre banditi da qualche altro Eden. Il commercio dell'infelicità rimarrà una industria fiorente."

Nel sottofondo avanza parallelamente anche il tema del cambiamento climatico, altra natura che l'uomo ha effettivamente intaccato e che gli effetti sono inequivocabili, cosa succederà con quella umana quando i bambini che devono ancora nascere verranno creati sul catalogo, con i geni più desiderabili? Powers dice che nel tempo, la letteratura si è sempre avverata in qualche modo, succederà così anche con le idee sviluppate qui? Speriamo di no, ve lo immaginate un mondo pieno di persone beate e che vivono a lungo, molto a lungo?! Che sovraffollamento! Ce lo fa immaginare molto simpaticamente Saramago in "Le intermittenze della morte".

Altra tematica alla quale l'autore strizza l'occhio è quella del mercato dello show televisivo e di come la verità viene riscritta dal copione per essere quella che i moderatori voglio far credere, un po' come nel 1984 di Orwell. Non manca nemmeno quella della letteratura e della scrittura.

A mia opinione questo libro di Powers è molto più accessibile a tutte le categorie di lettori, a differenza di "Orfeo" che ho trovato più di nicchia e con una componente scientifica e tematica abbastanza ingombrate che vede come lettore ideale un appassionato alla musica e alla genetica, mentre in "Generosity", seppur la genetica sia sempre presente, lo è in maniera più blanda e ben intrecciata con una trama vivace e che tiene sempre sveglia l'attenzione e la curiosità del lettore. Anche la prosa è molto curata, sia come linguaggio che ho trovato elegante, metaforico e simbolico al punto giusto, sia come riferimenti letterari -infatti vengono nominati Pynchon, Dostoevskji, Henry James, Melville e altro ancora. Ma la cosa che più mi è piaciuto è stato lo stile perché c'è il narratore onnisciente facilmente identificabile in Powers, che interagisce sia con i suoi personaggi che con il lettore, dando un tocco di giocosità e originalità, mi ha ricordato per certi versi Nabokov, ma solo per certi versi, intendiamoci.

Ci sono anche un paio di cose che non ho apprezzato molto, come per esempio lo sviluppo finale dei personaggi Russell e Candance, soprattutto quello di Russell in quanto personaggio ampiamente descritto all'inizio ma che nell'epilogo viene un po' liquidato in fretta a mio parere e su Candance avrei preferito qualche luce in più in quanto l'ho trovata un po' ambigua. Allo stesso modo ho trovato di cattivo gusto e poco originale la fine che appioppa allo scienziato Thomas Kurton - che poteva benissimo chiamare Steve Jobs a questo punto. Per contro mi è piaciuto come ha gestito la parte finale su Miss Generosity e come ha calato lo sipario. Sicuramente una interessante e gradevole lettura che offre qualche spunto di riflessione.

"Dalla mia postazione, l'intera razza umana ha combinato qualche stupidaggine da giovane, un'acrobazia che ha rovinato qualcuno. Il segreto della sopravvivenza sta nel dimenticare. Se l'evoluzione favorisse la coscienza, ogni cosa dotata di spina dorsale si sarebbe impiccata a una trave del soffitto milioni di ani fa, e gli invertebrati avrebbero ripreso il comando."

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Romanzi
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Marzo, 2021
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Raùl e il mistero di quell'ultima estate

«Il dolore fisico è come un subdolo rettile. […] Compare dal nulla, ti resta nel corpo finché vuole, a volte per sempre, e alla fine, se sei fortunato, se ne va di nascosto, senza nemmeno salutarti.»

È estate, siamo in Sud Italia e più precisamente tra quei luoghi incantevoli che caratterizzano e rendono unica la Costiera Amalfitana. Un gruppo di turisti di origine americana si trova a soggiornare in un albergo del luogo a causa di un guasto alla loro imbarcazione. È qui che il gruppo composto da Mark, Basil, Emma, Claire, Angelica, Paul, Margot e Oscar incontra Raùl, un uomo originario del Perù che visitava il paesino ogni estate sin da quando era piccolo, molto più grande di loro, indicativamente dell’età di una sessantina d’anni, che trascorre i primi giorni del loro arrivo nella struttura in totale solitudine con il suo taccuino, osservandoli da lontano ma senza mai avvicinarsi. È dopo aver visto Mark ancora dolorante alla spalla che decide di compiere il primo passo e, con quello che sembra essere un gesto magico, toccandola riesce a guarirlo. A questo primo elemento di mistero si aggiunge il fatto che quest’uomo indecifrabile sembra conoscerli da tempo, sembra conoscere di informazioni che caratterizzano il vissuto di ciascuno e che ne riportano alla luce le crepe più oscure, gli amori da tempo immemore celati, i legami spezzati. Tra tutti, però, la sua attenzione si focalizza su Margot che subito diffida delle sue parole che rivelano quello che avrebbe potuto essere il suo nome di battesimo, Maria. Mentre i giorni passano e gli americani sono sempre più inclini a legare con Raùl, ella persiste nell’istinto di mantenerlo a distanza, di rifuggire a quel fascino che la attrae inconsciamente a lui. Inaspettato ha luogo un pranzo con lui, una chance che viene concessa a cui segue un secondo pranzo e una serie di passeggiate e di momenti di condivisione.

«Perché? Perché nessuno vuole accettare chi è veramente, ecco perché. Tutti reclamano per sé l’io che ritengono migliore, sperando di essere amati per ciò che non sono e non potranno mai essere. E il piccolo miracolo della vita, minuscolo e al contempo imponderabile, è imbattersi in persone che ci vedono per come siamo e ci vogliono proprio per quello – e di solito sono anche quelle che disprezziamo di più, che accogliamo nelle nostre vite con risentimento, sdegno e infinita apatia, a volte perfino odio. Se due individui si amano per ciò che sono davvero, per loro il tempo si ferma, e se per caso non muoiono insieme nello stesso istante, chi sopravvive non si riprende mai, non dimentica mai, e anzi continua ad aspettare finché non ritroverà l’altro tra chissà quante vite. Per citare le parole di Shakespeare, e ciascuno fu il tutto dell’altro. La persona amata ritorna sempre. L’attesa, però, è straziante: si aspetta non solo di vivere, ma anche di morire insieme. Vedete, è la vita a essere transitoria, non l’amore.»

Chi è davvero Raùl? Che sia un ciarlatano? Che abbia preso informazioni su di loro online? Oppure, nelle sue parole, nelle sue rivelazioni, vi è un fondo di verità che si cela in un passato radicato in un tempo che è stato scandito da quattro decenni? Arriverà il momento della verità e sarà in questo istante che tutti i tasselli combaceranno e ritorneranno al loro posto rivelando al lettore che dietro le apparenze, che dietro all’impossibile, si cela il possibile, si cela una bellissima e intensa storia d’amore che supera la morte, che supera gli ostacoli, che va oltre l’odio, il disprezzo e le incomprensioni.
Una storia, quella proposta da André Aciman che si fa semplicemente divorare, che si legge con piacere e che porta il conoscitore a essere trasportato nei meandri del tempo, del piacere, del legame affettivo. A tratti, e soprattutto nel finale, la vicenda può ricordare “Storia di due anime” di Alex Landragin ma la maestria dell’autore è anche quella di saper prendere i dovuti intervalli e di sapersi differenziare offrendo a chi legge un titolo originale nel suo genere e adatto ai sognatori e agli animi più sensibili che cercano storie e amori senza tempo.
Un titolo di grande piacevolezza, rapido nella lettura, godibilissimo. Da leggere.

«Perché si ha bisogno di chiedere, perché si ha bisogno di sapere, perché temo il peggio.»

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    07 Marzo, 2021
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Il primo cold case per Cormoran Strike e Robin

«Puoi portare un peso e continuare ad avere le mani libere solo se te lo leghi alla schiena. Sposati e riavrai l’uso delle mani. Se non ti sposi, non avrai mai le mani libere per nient’altro.» - in “Sangue Inquieto” ma tratta da “Anna Karenina”.

Quando Cormoran Strike conosce Anna a tutto stava pensando tranne che alla possibilità di ricevere un incarico così particolare e inaspettato. Si trova in Cornovaglia perché Joan, la cara zia Joan, sta male, le è stato diagnosticato un tumore molto aggressivo e le cure sono l’unica e ultima speranza rimasta per la sua sopravvivenza e per la famiglia. Era quasi stato sbattuto fuori di casa da questa perché dopo una settimana di presenza la stessa donna desiderava che il nipote uscisse e staccasse un po’ da quell’ambiente intriso dell’odore della malattia, ma mai si sarebbe aspettato di essere fermato da quella figura femminile, accompagnata da una più che amica, per essere investito del primo cold case per l’agenzia investigativa che sta gestendo con la socia Robin. Attualmente ben quattro sono i casi all’attivo di questa e indagare su un fatto avvenuto ben oltre quarant’anni prima, per quanto si dica di no, solletica immediatamente la sua curiosità. Oggetto dell’indagine è la scomparsa, e per i tempi di allora, presumibile morte, di Margot Bamborough, occorsa nel 1974 al termine di una giornata negli studi medici ove questa lavorava in qualità di professionista sanitario. Uscita dal lavoro dopo una visita imprevista a una persona la cui identità resta celata non riuscendosi bene a decifrare se appartenente al genere maschile o all’altro, questa è misteriosamente scomparsa senza più lasciare traccia di sé. I sospetti ricadono immediatamente su Dennis Creed, classe 1937, che negli anni in cui è ambientata la vicenda era noto per essere definito il Macellaio dell’Essex stante le violenze sessuali, fisiche e le torture arrecate alle sue vittime rinvenute sempre prive di vita. Ed è forse questa certezza senza eguali che induce a ritenere che il colpevole sia lui mixata a una serie di indagini di polizia condotte prima da un uomo divenuto ossessionato dal caso tanto da essere ricoverato per patologia psichiatrica e poi da un altro detective sopraggiunto a mesi di distanza dalla scomparsa/morte della vittima e ormai offuscato da un altro fatto di cronaca tale da mettere in secondo piano le sorti di questa, che il caso resta irrisolto e che viene archiviato negli scantinati dei locali di polizia e negli scantinati della memoria. Eppure, seppur quasi tutti abbiano dimenticato, seppur molti altri non desiderino che la verità venga a galla, c’è una voce tra queste che invece quella verità desidera scoprirla ed è la figlia Anna che, con un grande atto di coraggio, chiede all’investigatore con una gamba sola di scoperchiare quel vaso di Pandora.

«Non pensi che tendiamo ad attribuire a certe categorie di persone una bontà a priori? Immagino che tutti abbiamo bisogno di riporre la nostra fiducia in coloro che sembrano avere un potere di vita e di morte.»

E Strike, insieme alla sempre più cara Robin, lo fa. Un anno il tempo che viene loro concesso per far luce sul mistero, un anno che vedrà il duo ricostruire dinamiche, vite, opinioni, pensieri e svelare segreti e che condurrà il lettore in un viaggio che, nonostante la mole, si ultima fin troppo rapidamente e con grande piacevolezza.

«Sapere quello che ha passato, quello che ha vissuto con i suoi occhi… fa sì che gli si possano perdonare tante cose… Ma vale lo stesso per tutti, no? Nel momento in cui si viene a sapere come stanno le cose, si spiega tutto. È un peccato che spesso non si sappia niente finché non è troppo tardi…»

Il ritmo narrativo è rapido, fluido, accattivante, il giallo costruito è privo di sbavature, regge bene, è solido nella sua articolazione ma anche nel suo sviluppo, i colpi di scena non mancano e sono tutti perfettamente introdotti al punto giusto e a seguito di una ricostruzione logica e lineare di quelli che sono stati i misteri di un quarantennio dai volti molteplici. Al tutto si somma una ulteriore caratterizzazione dei personaggi che crescono insieme alle vicende, che vengono ulteriormente approfonditi e rivelati rispetto ai precedenti volumi e che acquisiscono di uno spessore ancora più stratificato e una prosa ricca, gaudente che riesce a narrare senza spiegare. Unica pecca che ho ravvisato, se proprio si vuol essere puntigliosi, sono alcune eccessive descrizioni che popolano soprattutto la prima parte dell’opera e che talvolta possono risultare superflue rispetto all’oggetto del narrato.
In conclusione, se avete amato le avventure di Strike e Robin non resterete delusi nemmeno da questo nuovo episodio di queste e anzi, giunti alla sua conclusione vi sorprenderete della rapidità con il quale lo avete ultimato, dell’appagamento che vi avrà lasciato e non mancherà di essere presente anche quel senso di vuoto che accompagna il termine di una lettura piena, corposa e soddisfacente. A quando il nuovo capitolo?

«Al buio, però, ascoltando con quanta più attenzione possibile, iniziò a intuire delle melodie tra gli accordi sospesi, smise di paragonare quella musica alle cose che era abituata a sentire, e comprese che le immagini che aveva trovato alienanti perché troppo strane erano in realtà confessioni di inadeguatezza e sradicamento, della difficoltà di fondere assieme due vite diverse, dell’attesa di un’anima gemella che non era mai arrivata, del bruciante desiderio d’amore e libertà.»

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    06 Marzo, 2021
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Dio, che bello essere vivi!


Mi ricordavo che questi racconti letti secoli fa mi erano piaciuti molto, ma non che fossero così belli. Ai racconti David aggiunge una prefazione toccante e un racconto finale commovente per la naturalezza con cui condivide con il lettore il suo desiderio ingenuo e tenerissimo di poter riavere indietro, dieci minuti soltanto, il tempo di un abbraccio, la madre morta. Sia nella prefazione e che nei racconti David ci fa entrare nella sua vita, non perché le storie siano autobiografiche alla lettera, probabilmente non lo sono, ma contengono un nucleo di verità che non è limitato al famoso coming out relativo all’essere gay. Certo il tema dell’identità sessuale c’è, ma non mi pare sia così pressante come nei libri di altri autori. Si percepisce piuttosto un senso di contentezza di sè che fa risaltare l’insoddisfazione altrui. Quella ad esempio della coppia in crisi o dell’amica del gay innamorata infelicemente dell’amico, che passa la vita al suo fianco così simile e affine alla figura della moglie di una certa età, ingrassata, casalinga, dipendente dal marito, in certi racconti pure malata di cancro, innamorata perdutamente del proprio marito e ovviamente non ricambiata. C’è il malessere legato al naufragio della famiglia, il senso di perdita per la sua fine (Ballo di famiglia, Danny in transito). Il disfacimento della relazione è legato al desiderio di vita e di conseguenza di piacere a scapito dei legami di sangue in cui l’affetto incatena la voglia di vivere e di realizzarsi. Spesso uno dei coniugi, di solito la donna, ama senza speranza il marito infedele, cade in depressione dopo la separazione, si sente così male da non poter più pensare ai figli. Il racconto più bello e anche più toccante è Danny in transito, che rende meravigliosamente il disagio di Danny e quanto sia profondo e ingiusto il suo dolore . In questo racconto il lettore si sente in sintonia con la nonna che rimprovera tutta la famiglia, che dice che ai suoi tempi si soffriva ma si rimaneva al proprio posto pensando ai figli. Questo racconto è bellissimo. C'è anche il tema dell'amore edipico con il genitore di sesso opposto, tema appena accennato, ma importante per decifrare alcuni personaggi dei racconti. Per alcuni di loro l'identità gay sembra legata al legame troppo stretto con la madre. David Leavitt è uno scrittore di grande sensibilità, che emerge pienamente in questi racconti. In altri testi invece prevale una scrittura diversa, o troppo gay, nel senso più di genere o troppo estetizzante come nel decoro che a me non è piaciuto molto.

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Gli occhi vuoti dei santi di Giorgio Ghiotti
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siti Opinione inserita da siti    04 Marzo, 2021
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Un perfetto piano orizzontale

Una scrittura tesa, asciutta, essenziale delinea una manciata di personaggi e li inchioda a uno scenario imprescindibile alla messa in scena. Un immobilismo di fondo fa risaltare i pochi fatti che agitano la scena e centellinate azioni ne sono il motore di avvio e di spegnimento. Il tutto racchiuso in un ambiente che fa del moto la sua principale forza in un ritmo binario, quello dell’alta e della bassa marea, puntuale, ossessivo, opprimente. Le coup de vague, letteralmente il colpo d’onda, è ciò che potrebbe sconvolgere l’assetto iniziale, ma una donna, forte come la roccia del frangiflutti trova la quadra, e come una livella accerta il piano perfettamente orizzontale. Nessun travaso, nessuna deviazione.

Jean è un giovanotto ormai cresciuto, un trentenne, abita con le sue due zie presso la fattoria del Coupe de Vague, prospiciente la spiaggia omonima che si apre a una distesa adatta, con le sue maree, alla coltura dei mitili; commerciano in cozze e in ostriche a due passi da La Rochelle. Il loro è un piccolo borgo, poche case isolate, le più vicine all’Oceano che aggrappano un piccolo centro abitato poco distante, tutto involuto in se stesso, pochi affacci all’esterno, un solo posto di eccezione per l’osservazione: il bar della piazza centrale. Jean è un elemento estraneo a questo ambiente, è molto bello e prestante, non ha studiato nel piccolo paese, è sempre rimasto, per scelta delle sue due zie, incontaminato dall’ambiente sociale. È però un giovane e come tale si dedica alle ragazze, il boschetto vicino alla costa conserva il ricordo delle sue conquiste, non ama nessuna, ne frequenta qualcuna e ne viene soddisfatto. Marthe è una di loro, ma ora Marthe è incinta. Il piano si è inclinato. Jean si rivolge alle sue due zie e da quel momento cessa di agire o meglio le sue azioni saranno lo specchio fedele di quel piano premeditato per lui fin dalla nascita dalle due megere, l’unica differenza è che ora, pur continuando ad agire per volontà loro e non motu proprio, pur attraversando flebilmente la verità, ne è consapevole. Un classico personaggio tipitizzato, fisso e immobile, appena scosso dagli eventi, incapace di agire, tragico nella sua accettazione di uno stato iniziale che è meglio non modificare…

Nessuna scossa, nessun cambiamento, un piccolo coup de vague, non c’è rimedio al perbenismo.

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Simenon, il multicolor letterario dell'infamia borghese
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Romanzi
 
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    03 Marzo, 2021
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La difficoltà di essere giovani

“La giovinezza è un’arte, ci vuole tempo per acquisirla. Parecchi anni dopo sono finalmente diventata giovane.”

Come spesso accade con i romanzi di Amélie Nothomb, il poco tempo necessario alla lettura è inversamente proporzionale a quanto il breve scritto possa risultare spiazzante.
La protagonista di “Gli aerostati” è Ange, una studentessa di filologia all’Università di Bruxelles. Appena entrata nell’età adulta, si crogiola in quella condizione dolce-amara di solitudine e libertà che caratterizza spesso questo momento di passaggio. E’ soddisfatta dagli studi che ha scelto, che la interessano e la appassionano, ma non ha delle relazioni soddisfacenti nella sua nuova vita a Bruxelles. La sua coinquilina è una persona un po’ particolare, con la quale è molto difficile instaurare un legame, gli altri studenti sembrano ignorarla completamente.
Ange, per guadagnare qualcosa, decide di pubblicare un annuncio per offrire lezioni private di letteratura francese e grammatica agli studenti delle superiori. E’ così che conosce Pie, un ragazzo di sedici anni completamente disinteressato alle discipline umanistiche e letterarie e del tutto incapace di instaurare legami significativi con altri esseri umani.
Nel romanzo si parla di problemi di dislessia da parte di Pie. Su questo punto specifico ritengo che l’autrice, se non ha trattato l’argomento in questo modo volutamente per realizzare una qualche metafora sull’impossibilità di leggere e decifrare i segni della nostra esistenza, ha dimostrato molta superficialità e completa ignoranza della questione. Nothomb infatti liquida il noto disturbo specifico dell’apprendimento come scarso interesse verso la lettura e la letteratura, e sinceramente al giorno d’oggi non credevo ci fossero ancora molte persone che si approcciano al problema in questo modo, figuriamoci una scrittrice di successo.
Pie infatti, guidato dal fascino della giovane insegnante, inizia a leggere con passione e velocità grandi classici e capolavori della letteratura mondiale, superando magicamente qualsiasi oggettiva difficoltà, per poi disquisirne in modo brillante con Ange.
I due sono entrambi molto soli e Pie in particolare ha difficoltà ad interagire nel mondo reale. Ange quasi risplende in questa sua dimensione di studiosa solitaria e libera che viene disprezzata dai coetanei ma amata da persone di età diverse dalla sua.
Infine ci troviamo gettati in una conclusione alla Nothomb, sorprendente: ci prende in contropiede, ci cattura e ci fa pensare e ripensare a questo breve romanzo anche dopo che lo abbiamo finito di leggere.

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A chi apprezza lo stile Nothomb
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Letteratura rosa
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    03 Marzo, 2021
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Coronavirus anche qui...

Anna Premoli torna in libreria con il terzo e ultimo capitolo dedicato ai “moschettieri” di Milano e l'ultimo rimasto è Ludovico. La storia parte bene e a tinte molto originali, per la prima volta (anche se conosciuta di sfuggita negli altri libri) torna in scena la ex moglie Ginevra. Scelta insolita per un romanzo rosa ma per questo anche più curiosa.

La storia come dicevo parte bene, anche perché l'autrice sa scrivere, su questo non ci sono dubbi, il problema sono i personaggi e il seguito. Ludovico bene o male l'avevamo un po' conosciuto grazie ai due precedenti romanzi, per quanto riguarda Ginevra, oltre a sapere che è magra non sono proprio riuscita ad immaginarmela, figurarsi ad immedesimarmi in lei. I personaggi non decollano, restano un po' “piattini” ma quello che rovina tutto è l'arrivo del Coronavirus.

Se avessi letto questo libro a distanza di qualche anno probabilmente lo avrei potuto apprezzare di più o comunque avrei riflettuto su un periodo della mia vita che sinceramente vorrei non aver vissuto. Ma qui siamo ancora in piena pandemia e la letteratura rosa dovrebbe avere il dono di farti rilassare, divertire, svagare e soprattutto evadere e non trovarti davanti quello che purtroppo non è stato ancora superato.

Posso apprezzare la storia che voleva essere più matura di altre ma neanche quella si salva visto il contesto. Un libro che si fa leggere ma che gli manca quelle spensieratezza e leggerezza che ti aspetteresti da una lettura del genere..altrimenti avrei scelto altro.

La Premoli ormai è molto lontana dai suoi inizi, quando finivi un libro e avevi subito la voglia di ricominciarlo, questo l'ho finito e chiuso.

Buona lettura.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    01 Marzo, 2021
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Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei

Mio padre mi diceva sempre: Attenta al pozzo, bambina mia.
Mio padre non sapeva che ogni donna ha il suo pozzo in cui cadere.

Aba è una moglie, una madre la cui vita sta deragliando, le difficoltà in famiglia scalfiscono un equilibrio sempre più precario. Aba è una donna che è stata tradita.

Ice è un funzionario dei servizi segreti italiani, Ice è una spia, Ice è colei che sa mentire meglio di chiunque altro. Ice ha tradito.

Aba e Ice due volti nella stessa persona, ma per quanto ancora? La guerra è ovunque.

Spy story ambientata tra Italia e paesi arabi, la scintilla da cui si sprigionano le fiamme del romanzo è un attentato terroristico sventato a Roma. L’inizio è promettente e prevede tre filoni narrativi. Posizionati nel presente, nel passato ed in parallelo essi si incrociano e mirano a scavare nei complessi meccanismi celati dietro l’attacco all’occidente.
L’appetibilità della fiction si perde nelle lunghe pagine dedicate all’Italia, dove i vertici dell’intelligence si annacquano in eterne discussioni sul modus operandi da utilizzare per gli interrogatori dei terroristi, dividendosi tra i sostenitori del garantismo di casa nostra e coloro che invece vorrebbero cedere i prigionieri agli alleati americani, più pratici nel far parlare i muti. La salvezza del romanzo sta tra gli Emirati Arabi e Tripoli, le cui descrizioni attente e l’ottima profilatura dei personaggi riescono a suscitare la suspense necessaria per procedere nella lettura.
Le molte, troppe ripetizioni di concetti che infarciscono il libro mi hanno procurato un principio di orticaria, che poi è esploso definitivamente nelle ultime pagine. Il lavoro di Costantini termina infatti con l’inizio di quello che sarà l’incipit di un successivo romanzo e qui nulla ci sarebbe di male se mi avesse fornito tutte le risposte cercate avidamente in queste 398 pagine, al prezzo di copertina di ben 22 euro. Il costo del sapere sarà forse di altrettanti, e allora il mio prurito sanguina di fronte al marketing dell’arroganza.
C’è molto di positivo e molto di negativo, difficilissimo dare un giudizio parziale, per me è una sufficienza con qualche riserva pronunciata con gengive intrise di aceto bianco.

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Racconti
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Marzo, 2021
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Un po' anonimo

È piuttosto complicato recensire una raccolta di racconti come questa: le storie sono piuttosto disomogenee, se si fa eccezione per le tre parti del racconto “L’acchiapparatti” che è stato diviso non so per quale oscuro motivo, mettendoci altri racconti in mezzo.
Lo stile della Ishiguro è scorrevole, piacevole, non si risparmia in crudezza quando necessario ma non lascia il segno se non in pochi tratti.
Alcuni racconti possono effettivamente ricollegarsi a quello che è il titolo “Vie di fuga”, ma è un filo piuttosto sottile e secondo me non abbastanza sviluppato: sebbene alcuni dei personaggi alla fine del proprio racconto si aprano una strada per fuggire da quello che è uno stato emotivo o sociale, questa fuga ha una consistenza troppo debole e forse solo in un un racconto è effettivamente percepibile: racconto che probabilmente è anche il più apprezzabile, che narra di una ragazza che passa le sue giornate sul tetto di casa e “fa amicizia” con uno stormo di piccioni. Per quanto riguarda il racconto dell’acchiapparatti, che dovrebbe essere quello principale, ci ho trovato larghi tratti di nonsense: sebbene sia i personaggi che le vicende siano velate di fiabesco, queste in certi tratti risultano totalmente assurde anche per il genere; i personaggi si comportano in maniera insensata soprattutto nelle loro interazioni, che sono molto spesso inverosimili: robe di uno che ti uccide il cane e alla fine della fiera lo saluti con mille ringraziamenti.
Ho cercato di staccare il nome di Naomi da quello ingombrante di suo padre, premio Nobel, ma onestamente credo che non fosse stato per tale parentela la scrittrice starebbe ancora sgobbando e piangendo sangue (come noi comuni mortali) per farsi leggere nel proprio paese, e di certo non starebbe pubblicando in tutto il mondo. Magari ci sarebbe riuscita in seguito, ma non così presto.

“Be’, allora le avrei detto… che mi ero fermato su una collina del Somerset e avevo scoperto che le illuminazioni esistono e che, per quanto la vita sia colma di spaventi e delusioni, l’armonia si manifesta in istanti fugaci di una chiarezza così limpida che donano a chi li afferra un attimo di qualcosa di simile alla redenzione.”

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Romanzi
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    23 Febbraio, 2021
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Le molteplici funzioni dell’arte del Cinema.

L’ultimo romanzo di Jonathan Coe, Io e Mr Wilder, offre davvero molti spunti di riflessione non solo sull’arte del Cinema, quanto anche e soprattutto sulla vita stessa.
Il racconto è affidato a un io narrante che si identifica con la protagonista Calista Frangopoulou, musicista dilettante e poi professionista che rievoca la sua giovinezza segnata in maniera indelebile dall’incontro con l’anziano regista Billy Wilder che determinò alcune delle scelte più importanti della sua vita. È una storia che ci conduce attraverso un mondo di personaggi reali e immaginari che ha lo scopo di sottolineare quale sia e possa essere la funzione del Cinema nella società contemporanea e quale sia stato il fascino da esso esercitato durante tutto il corso del Novecento.
Non a caso tra i tanti produttori, registi e scenografi di Hollywood, Coe ha scelto proprio Wilder, al quale si devono alcuni dei successi più clamorosi del Cinema americano, ma anche alcuni flop altrettanto clamorosi. E già qui ci si può domandare secondo quali canoni si può determinare il successo o il fallimento di un film? La prima risposta risiede nel gradimento del pubblico, a prescindere dal valore intrinseco dell’opera stessa. Tenere presenti le esigenze di una platea vasta ed eterogenea come quella cinematografica è certamente determinante. Il pubblico del Cinema può essere di “èlite”, se con questo termine si vuole fare riferimento a volte a sproposito, a quegli spettatori più o meno acculturati che preferiscono il genere impegnato a finale aperto che si offre a molteplici interpretazioni, o viceversa di “massa” se dallo spettacolo esso cerca svago, emozione, evasione dalle difficoltà della vita quotidiana.
Billy Wilder, infatti, firmò splendide commedie che riscossero il consenso di tutto il mondo del cinema come “L’appartamento”, “A qualcuno piace caldo”, “Sabrina”, Irma la dolce”, e opere che al contrario segnarono il suo declino come “Fedora” e “Buddy Buddy”. Ciò che in ogni caso risulta evidente è che anche in quelle commedie che eccellono per la vivacità della sceneggiatura, la raffinatezza della scenografia e dell’interpretazione di divi affermati, vi è di fondo sempre un tema serio, più impegnativo, su cui riflettere, che sostanzialmente si esplicita in una critica sui limiti e i difetti della società americana. La forma e la vena satirica e umoristica della maggior parte delle opere di Wilder definirono il loro grande successo. “Fedora” che aveva ripreso il soggetto dello spietato declino della star di successo già affrontato ne “Il viale del tramonto” non avrebbe avuto lo stesso destino delle commedie brillanti, poiché il soggetto era troppo amaro, poco gradevole per un pubblico in cerca di sollievo nelle sale cinematografiche. E a questo proposito, proprio il personaggio Wilder, nel romanzo di Coe, farà un’analisi spietata del successo de “Lo squalo” di Spielberg, dovuto a quell’esigenza di emozioni forti che il pubblico va maturando via via che nel Novecento si vanno esaurendo messaggi artistici di forte impatto. Ma la critica a “Lo squalo” non impedisce a Wilder di riconoscere il grande talento dello Spielberg di “Schindler’s list”, un soggetto che lo stesso Wilder avrebbe voluto affrontare se non fosse stato troppo coinvolto nella tragedia della Shoah, essendo egli stesso di origini austriache e avendo perso la madre in un campo di concentramento.
“Io e Mr Wilder” è dunque, nel suo complesso, un omaggio al Cinema, a chi ad esso ha dedicato la vita, a che ne ha esaltato la funzione etica, sia nella sua forma divulgativa che in quella più specificamente artistica. Jonathan Coe ancora una volta affronta temi di grande attualità con un occhio costantemente rivolto al nostro mondo contemporaneo di cui approfondisce anche i lati più oscuri, quei lati che spesso troppo opportunisticamente si è portati a ignorare e a dimenticare.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    20 Febbraio, 2021
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La sisifea condanna delle donne

Del matrimonio o della sisifea condanna delle donne

“Ho cominciato a vivere in un tempo diverso. Niente più ore sospese, indolenti e spensierate ai tavolini dei bar, niente più Café Montaigne nel mese di ottobre. Le ore dimenticate di un libro continuato fino all’ultimo capitolo, delle discussioni tra amici. Morto, per me, il ritmo dell’infanzia e degli anni prima (...)Ma non morto per lui. A pranzo, la sera, il sabato e la domenica, lui ritrova il tempo dilatato, legge Le Monde, ascolta dischi, sistema la scacchiera, si annoia persino. (...)Per me ormai esiste un tempo uniformemente ingombro delle più disparate incombenze. Separare i panni da lavare, ricucire il bottone a una camicia , la visita dal pediatra, è finito lo zucchero. Una lista che non ha mai emozionato né divertito nessuno. Sisifo, con il suo masso da spingere all’infinito, almeno ha un certo stile, un uomo su una montagna che si staglia nel cielo; una donna nella cucina di casa sua, che getta il burro in padella trecentosessanta cinque giorni l’ anno, non è né affascinante, né assurda, è la vita, bella mia”.

L’ultimo libro pubblicato in Italia, dalla casa editrice Orme, della pluripremiata Annie Ernaux, è la storia di una donna che, attraverso i volti di altre donne della sua vita, zie, nonne, la sua stessa madre, si scontra contro la dura realtà della diversificazione dei ruoli maschio/femmina e che impara a criticare solo quando sarà inutile ogni tentativo di ribellione. Perché “è la vita, bella mia” si sentirà dire dalla suocera, dalle amiche già sposate e, infine, se lo ripeterà lei stessa nell’interminabile flusso di coscienza che sta alla base della narrazione, fino a farlo diventare un mantra, per ricordarsi che non c’è scampo.
Chi è avvezzo alla scrittura della Ernaux, riconoscerà dalle prime battute lo stile asciutto, cristallino, scabro ed essenziale, senza orpelli retorici: riconoscerà la fredda lama della sua penna chirurgica.
Scritto in prima persona, una (auto)biografia di una donna cresciuta in una famiglia sui generis dove i ruoli tradizionali sono praticamente capovolti

“Mia madre è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno. (...) Si porta in scia un uomo dolce e trasognato, dalla parlata pacata (...) Il mio, di padre, la mattina non esce, e se è per questo nemmeno il pomeriggio. Resta a casa. Sta al bancone del caffè drogheria, lava i piatti, cucina, sbuccia le verdure.”

L’immancabile caffè drogheria, presente nelle altre opere autobiografiche della Ernaux, il voler sottolineare la specificità del padre “il mio, di padre” rivela un non celato paragone con i padri delle altre sue amiche, che invece portano i pantaloni del dominio domestico, non si occupano di faccende e nel weekend si concedono il bicchierino fuori casa.
Non ci mette molto a capire, osservando i padri delle altre amiche e gli uomini della sua famiglia (tranne sue padre) che: “ in me si fa largo confusamente la convinzione che quasi tutti i guai delle donne siano causati dagli uomini”.
Siamo negli anni Quaranta del Novecento e anche qui, senza indicare le date, si annusano le atmosfere, le usanze di un piccolo mondo di provincia ormai scomparso.
La madre le consiglia di studiare, di diventare qualcuno, “essere attrezzate per la vita”, ma la protagonista narrante imparerà che non basta la cultura e un buon lavoro a proteggersi da tutto “incluso il potere degli uomini”.
Indottrinata per dodici anni sulla devozione della donna per la sua futura famiglia e il suo futuro marito, quando poi trova l’amore è già pronta al sublime sacrificio che le impedirà di dedicarsi nei tempi regolari al concorso per insegnanti che tanto agognava da ragazza. La vita di una casalinga madre è una fatica di Sisifo senza gloria alcuna, un continuo e infinito sacrificio, una catena di sofferenza con ben poche soddisfazioni. Una storia in cui si rispecchiano adesso ben poche donne, per fortuna, ma che fa riflettere su quanta strada le donne hanno fatto dagli anni Settanta ad oggi. Almeno in alcuni Stati del mondo.

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Più volte menzionato dall’ autrice “Il secondo sesso” della De Beauvoir
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    16 Febbraio, 2021
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Una Casa grande come il Mondo

Una casa (anzi Casa, con la "C" maiuscola) sterminata, dove si susseguono, innumerevoli, Saloni e Vestiboli (anch'essi con l'iniziale maiuscola) grandi come piazze e alti come cattedrali; tutti fittamente riempiti di statue come sale museali. Una Casa dove Scalinate monumentali portano ai livelli inferiori, ove l’Oceano irrompe con imponenti onde di marea che travolgono ogni cosa; o risalgono a quelli superiori con le nuvole che penetrano nelle sconfinate aule offuscandole in dense coltri nebbiose e, talvolta, scaricando in esse violenti acquazzoni.
Le numerosissime statue che gremiscono le sale sono una presenza incombente e, al tempo stesso, tranquillizzante, nelle loro immote ed eterne posture. Alcune sono di dimensioni ciclopiche, altre a misura d’uomo; alcune sono immobilizzate in atteggiamenti sereni, in gesti quotidiani, in posture ieratiche; altre si contorcono in pose orrorifiche o strazianti.
Questo ambiente fantastico e inquietante è il luogo ove vive Piranesi, un giovane che dedica tutto il suo tempo alla ricerca, allo studio della Casa, da lui assunta a vera divinità protettiva della sua stessa esistenza. Non sa da quanto tempo si trovi lì: non ha memoria di una vita precedente. Abita lì da anni, da decenni, da una vita intera? I suoi diari retroagiscono solo di sei, sette anni. Lui, però, si è perfettamente adattato alla Casa. Ne ha esplorato centinaia di Saloni in ogni direzione. Li ha catalogati, se n'é fatta una mappa mentale perfetta. Si è avventurato pure nei pericolosi livelli inondati e in quelli superiori. Trae il proprio nutrimento da ciò che Essa gli offre: pesci e alghe. Dialoga con gli uccelli che la abitano. È l’unico umano (vivente) presente in quei luoghi; l’unico assieme all'Altro, un uomo di mezza età, taciturno, sfuggevole, sempre elegantemente vestito. A cadenze settimanali incontra Piranesi in uno dei Saloni centrali. Pare che si dedichi a un diverso tipo di ricerca verso una non meglio chiarita Conoscenza superiore. Si avvale delle esperienze, ormai enciclopediche, di Piranesi su quell'infinito labirinto che è la Casa.
Ad un tratto, però, nella Casa compare un’altra presenza, inizialmente occulta e solo ipotizzata, ma, ben presto, molto più concreta e immanente. Si tratta di 16; così, almeno l’ha chiamata Pirantesi, perché sarebbe la sedicesima persona di cui ha contezza (le altre tredici, però, sono solo povere ossa sbiancate dal tempo). 16 è un nemico? Una minaccia letale, come afferma l’Altro? Odia davvero la scienza e si promette di fare impazzire lui e uccidere l’Amico? Quali sono le sue losche mire?
In un accelerarsi di accadimenti ci vengono svelati, con studiata calma da pokerista, gli antefatti, i complicati retroscena, i rapporti che legano tutti i protagonisti, forse anche i Morti, sino a un finale che toglie il fiato e lascia un melanconico languore.

Quando sono giunto a leggere le ultime parole di “Pirantesi” l’unico commento che sono riuscito ad articolare è stato solo un “Oh!” a bocca piena con le labbra a disegnare un cerchio perfetto. Un “oh” di ammirazione, di stupore e di meraviglia e, perché no, di commozione sincera, mista a un affetto empatico per il protagonista.
La costruzione della Clarke è fascinosa e avvincente allo stesso tempo: un viaggio in un sogno a occhi aperti, in un luogo dove spazio e tempo hanno un significato davvero relativo e dove le visioni che evoca sono immaginifiche, talvolta terribili, sempre affascinanti.
Il libro è un sapientissimo cocktail di elegante fantasia, di spettacoli onirici, di immagini fantasma rubate alla storia dell’arte, di filosofia, di thriller, di poesia e magica invenzione. Ma è anche un gioco, una specie di enigma che ci spinge, assieme a Piranesi (anzi al posto suo, impossibilitato com'è, lui, dalla sua pervasiva dimenticanza del passato), a scoprire quali arcani misteri si celino in quegli ambienti incredibili, al limite della più sfrenata immaginazione, che, proprio perciò, noi possiamo solo intuire.
Le domande che ci vengono incessantemente poste sono: qual è il senso di tutto ciò? Dove si trova la Casa? Come ci si giunge? Chi è l’Altro? E il Profeta? E 16? E Piranesi, chi è davvero? Anche il suo nome, inventato con una certa dose di malvagio sarcasmo dall'Altro, evoca le conturbanti e seducenti “Carceri d’invenzione” dell’omonimo incisore veneziano del XVIII secolo, tanto simili ai Saloni della Casa, ma il personaggio è un rompicapo che neppure il finale ci aiuterà a risolvere totalmente.

La storia, tutta giocata sulla lettura dei diari di Piranesi, ove il giovane annota con puntigliosa precisione i suoi pensieri e ciò che gli accade, segue cadenze impeccabili, che tengono perfettamente desta l’attenzione senza stravolgere il fluire del tempo in quel Mondo fatto di marmi eterni, perennemente congelati nei loro gesti. Le sue considerazioni, ingenue come quelle di un fanciullo, ci commuovono e ci ispirano, ma, alla fine, ci conducono alle medesime conclusioni che lui stesso trarrà da quella sua incredibile avventura e che si faticherà a non fare proprie.

In definitiva “Piranesi” è un piccolo capolavoro, e dico piccolo unicamente perché è lungo solo 260 pagine; ma anche poche di più sarebbero state superflue se non dannose.
Giunti al termine, l’unico rimpianto che ci rimane è che, nella nostra realtà, non esista davvero una Casa in cui rifugiarsi quando si è tristi e stanchi, un posto in cui, come dice Piranesi, la Bellezza sia incommensurabile e la Gentilezza infinita; un luogo dove poterci illuminare di un’immensità esaltante e ristorarci in una pace consolatrice.

______________________
Sono stato a lungo incerto se inserire questa osservazione per l’angolo del pignolo. Il libro mi è piaciuto così tanto che mi era sembrato ingiusto sollevare un’obiezione che lo rendesse meno desiderabile. Ma, ragionandoci sopra, sono giunto alla conclusione che come la Cappella Sistina rimarrebbe un’opera mirabile anche se, in un angolo, ci fosse uno sbafo di tinta a rovinare un piccolo particolare, così, si parva licet componere magna, anche questo libro non sarà sminuito dal mio piccolo appunto.
Comunque questa nota può tranquillamente essere ignorata.
Il libro esordisce con questa cronologia: “Annotazione per il primo giorno del quinto mese dell’anno in cui l’albatross…”. Solo venti pagine dopo si legge “Questo diario inizia nel quinto giorno del quinto mese dell’anno in cui…”. Questa discrepanza inizialmente mi ha un poco indispettito, facendomi temere una imperdonabile negligenza nell’A. In seguito si possono rilevare altre incongruenze temporali che comprimono troppe attività (o troppi giorni) in intervalli cronologici dichiaratamente inferiori.Dopo l'iniziale fastidio, ragionandoci sopra, mi sono reso conto che il tempo è un concetto di per sé estraneo alla Casa. Inoltre, nella quasi totalità, i vari riferimenti temporali e spaziali sono pressoché perfetti, quindi questi “scivoloni” non incidono neppure minimamente sul contenuto complessivo e sulla piacevolezza della storia narrata.

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... quell'altro capolavoro che fu “Jonathan Strange & il signor Norrell”. Questo ne è pienamente all'altezza, anzi, forse, è addirittura superiore, giacché l’unico difetto che trovai nel primo romanzo era la sua eccessiva prolissità. Questo, i nvece, è perfettamente calibrato. Peccato solo che la Clarke pubblichi un libro ogni 15 anni…
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    15 Febbraio, 2021
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Anelli di nebbia, algide dita

Barcellona, nera nei fumi di fabbriche che ammorbano i cieli blu e poi, dissanguatasi in tramonti memorabili, la città nasconde guglie di cattedrali maestose tra le spesse trapunte della notte.
Vive, la nebbia tra le pagine vive una vita propria. Cristallizzata scivola sulle alte vetrate di una chiesa e mentre il vento spinge la foschia tra i banchi, un manto biancastro si aggrappa alle candele, celando l’ombra inginocchiata in confessione.
Angeli neri baciano famelici l’amore altrui, impietosi bombardano morte lanciando ordigni che non toccheranno mai terra.

Alicia mi stringe sul pavimento freddo della villa abbandonata, le sue labbra esangui mi ripetono che così mi avrebbe abbracciato mia madre, se solo avesse potuto darmi un nome.

Davanti alle braci del camino due sagome si intravedono gesticolare, sprofondate nelle grandi poltrone scure. Il vino dolce e squisito scivola in gola e accarezzato dal tepore delle fiamme, Cervantes cede dolcemente al sonno, mentre l’editore continua silenzioso la lettura del manoscritto.

“Mi amerai sempre, vero?” E io le dico di sì.

Undici racconti, alcuni inediti e alcuni pubblicati su riviste, vengono raccolti in questo tributo all’autore in cui si celebra la sua penna affabulatrice, che confonde un lettore perduto per sempre nel labirinto di un mondo realmente irreale. Ballano le righe con le fotografie d’epoca di Barcellona, vestita in bianco e nero, dove il fumo di una locomotiva è lo sposo invecchiato della foschia che l’alba esala tra i palazzi e la pietra.

Un uomo corre, pare uscire di scena con passo brioso, come Carlos Ruiz Zafón oltrepassa il confine del suo ultimo libro, il corpo a mezz’aria che non calpesterà mai più il selciato della città di vapore.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    15 Febbraio, 2021
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La banalità della rete

Al centro di questo romanzo, il terzo della serie di racconti seriali che lo vede protagonista principale, è il commissario di Polizia Vincenzo Arcadipane, in servizio presso la questura di Torino.
Un poliziotto singolare, sia nell’aspetto che nel vissuto, diversissimo nella sua normalità piccolo borghese da altri suoi colleghi investigatori romanzati, sparsi per la penisola letteraria italiana. Arcadipane è un piemontese sabaudo e savoiardo, di quelli di una volta, per così dire, di quando cioè la FIAT a Torino e dintorni era letteralmente fiat lux: faro, luce e richiamo per il colto e l’inclita, ma da quando il colosso delle auto, e non solo, si è trasferito altrove, la città pare aver acquisito solo tinte crepuscolari; in realtà Arcadipane che la conosce bene lo sa, i chiaroscuri sono sempre stati insiti sia nella città che nella gente.
In sintesi, trattasi di un romanzo che ricorda, e non poco, nella descrizione di luoghi ed atmosfere, tanto Cesare Pavese con le sue langhe, che i due Fenoglio, lo scrittore Beppe dei gloriosi giorni di Alba, e il maresciallo dei carabinieri Pietro, presente nei romanzi di Gianrico Carofiglio.
Con qualcosa, nello stile di scrittura, che richiama il Simenon prima maniera, d’altra parte è inevitabile l’influenza della vicina Francia, manco a farla apposta le ultime pagine di questo libro di Longo sono ambientate in una malga piemontese per l’alpeggio di bovini, poco distante dal confine.
Insomma, un Montalbano versione piemontese, meno mare e piatti di pesce e più nebbia, agnolotti e tinte esoteriche, e però come quello vero, sanguigno, e radicato nel profondo nel suo territorio.
Arcadipane è un uomo del suo tempo, che il suo tempo, quale che fosse, lo ha vissuto ed impiegato al meglio; ora però il tempo è passato facendo il suo corso, oggi è un ultracinquantenne stanco, infiacchito, fuori forma, spossato da come sta andando la sua esistenza, se non a rotoli, certo in discesa ripida e con l’impianto frenante bisognoso di sostituzione in toto e non più di saltuari rabbocchi del liquido dei freni. Niente di tragico o particolare, come tutti, risente dei colpi che la vita non gli ha risparmiato nella professione, delicata e deprimente insieme quando ci si occupa di delitti e delle relative miserie umane, mestiere esercitato sempre con scrupolo, puntiglio ed applicazione, e una quantità inesauribile di buon senso pratico. Soprattutto, avvalendosi delle sue doti naturali, la tenacia, e un istinto infallibile per imboccare la pista buona, un istinto non da cane di razza, ma da mulatto da strada, che una volta convinti di aver individuato le orme giuste, seguono il sentiero fino in fondo, senza farsi fuorviare, incuranti di qualsivoglia elemento sviante le indagini, casuali o sistemati invece a bella posta per depistare le indagini.
Un uomo normale, che affronta la normalità dell’esistenza, e il male, il delitto, è cosa normale, fa parte della vita. Non dovrebbe, ma è così, e Arcadipane si dispone in campo per affrontarlo al meglio.
Se la vita è una partita di calcio, Arcadipane sa benissimo qual è il suo ruolo e la sua posizione in campo, quella di mediano settepolmoni, in mezzo al campo, in posizione mai statica, su e giù per aree e perimetro azzannando le caviglie degli avversari di maggior classe, senza mai perderli d’occhio, anticipandoli se riesce o asfissiandoli quando in possesso di palla.
Una vita da mediano, perché nato senza i piedi buoni, destinato giocoforza ad un ruolo fuori dai riflettori, e però essenziale e delicato, il centro nevralgico del gioco di squadra: se così lo ha cantato Ligabue, deve essere vero. Solo che, dopo aver calcato con onore l’erba o la terra battuta di tanti campi, ora Arcadipane ha meno entusiasmo, articolazioni meno forti e muscoli sfibrati, vorrebbe stare qualche turno in panchina, se non in tribuna, a riflettere sulla sua esistenza professionale, e di riflesso anche su quella privata: una recente separazione dalla moglie ancora nei suoi interessi sentimentali, e che invece ha già un altro compagno, il rapporto pressoché formale malgrado tutti i suoi sforzi almeno di apparire in presenza nelle loro vite con i due figli, che vede poco, male e di sfuggita, una ragazza di cui dimentica sempre cosa studia all’università ed un ragazzo, che tra l’altro calciatore lo è per davvero, militando nel Carpi in serie C; con tutta quanta la famiglia il solo legame che pare gli sia rimasto è il cane Trepet, un botolo di razza indefinibile. Che lo rappresenta bene, se è vero che un cane finisce per assomigliare al padrone: l’ineffabile Trepet è quieto, paziente, cocciuto, ed ha solo tre zampe. Incompiuto come il suo padrone, quindi. Tutta questo suo essere incompiuto, Arcadipane lo estrinseca in una sua ubbia: è un consumatore smodato di sucai. Le compra in quantità industriale, le distribuisce sfuse nelle tasche, sta sempre a portarsele in bocca senza neanche accorgersene, ne ha una dipendenza compulsiva e ossessiva, e certamente non hanno una funzione sostitutiva di altri vizi, dato che il nostro continua anche ad indulgere nel tabagismo. Per chi non le conoscesse, le sucai sono delle caramelle gommose alla liquirizia ricoperte in superficie da granelli di zucchero, insomma non proprio il massimo di una alimentazione sana e corretta, ma tant’è, il nostro commissario è un essere umano con tutte le manchevolezze della specie, tant’è che si fa aiutare da una specialista in supporto psicologico che egli affettuosamente considera una psicopazza, che insiste perché il commissario ponga fine alle proprie carenze affettive all’origine di tutte le sue mancanze e imperfezioni ed all’uopo si dia da fare ad allacciare interazioni sociali sui siti di incontri.
Davide Longo in questo suo romanzo e nei due precedenti ha il merito di aver creato un personaggio nuovo, simpatico, accattivante, umanissimo, diverso dai soliti investigatori di carta, normale e originale insieme. Un uomo qualunque, all’apparenza, ma è questo suo essere comune che lo rende positivo, gradevole a leggersi, Vincenzo Arcadipane, e le storie in cui agisce, non sono eroi o vicende straordinarie, sono persone e cose di tutti i giorni, ed il loro fascino sta in questo, rappresenta ciò che è noto e che si presenta comunque in modo ogni volta diverso.
La normalità che fa notizia, anche se più spesso la notizia tende a divenire normale.
Il commissario è tanto insolito quanto ordinario, appare banale ma prende, affascina, si fa seguire, ci sembra estremamente fragile ed invulnerabile, ed invece è semplicemente un uomo che non si nasconde, non maschera le proprie debolezze, sconfitte, insoddisfazioni, ma appunto questa consapevolezza ce lo rende gradito, lo rende forte, reale, vincitore.
Il suo acume investigativo sta in questa sua normalità, Arcadipane ha l’efficacia di colui che non da nulla di scontato, non ritiene di essere un genio che tutto risolve, ma ha bisogno di vedere, di soppesare, di andare a fondo alle sue intuizioni ed delle proprie sensazioni, darle un ordine ed un senso, senza lasciare che le cose scorrano in una e in una sola direzione, perché è proprio la sua esistenza che gli comprova che le cose prendono talora vie nuove, impreviste e all’improvviso, e non per questo prive di logica e verità.
Una povera badante straniera è brutalmente attaccata a calci e pugni e ridotta in fin di vita all’uscita della metropolitana; tutta la violenza è ripresa dalle telecamere di sicurezza, ed il ragazzo colpevole facilmente identificato e arrestato, oltretutto anche dato l’eccentrico abbigliamento con il quale si era vistosamente camuffato. Il giovane è uno che:
“Ti piace menare le mani, andare in curva, frequentare posti dove qualche volta si fa rissa e hai anche due arresti per spaccio da minorenne. Per non farti mancare niente la seconda volta hai pure rotto il naso ad uno degli agenti”.
Insomma, un caso plateale, un colpevole senza ombra di dubbio, date le prove televisive.
E però, il ragazzo non lo ammette. Nega di essere il responsabile. Consente solo all’abbigliamento vistoso, a suo dire indossato per tenere fede ad una scommessa, niente più che un gioco.
Ma non ha commesso alcun pestaggio, lo nega con tenacia e convinzione.
Nessuno gli crederebbe, è un caso eclatante, un caso chiuso, il solito balordo che ne ha commessa una più grave del solito. Un ragionamento che vale per tutti, ma non per Arcadipane.
Che dà retta al suo fiuto, manda in giro i suoi uomini con precise direttive, e di verità ne appronta un’altra. Forse altrettanto malevola, altrettanto assurda, incredibilmente mediocre, il male per il male senza altro movente, un male banale, come è sempre banale il male, come lo definì Hanna Arendt.
Questione risolta? Affatto: Arcadipane non desiste neanche da sé stesso, basta un’indecisione nel nuovo sospettato per farlo dubitare ulteriormente anche della sua stessa seconda opzione.
Poiché non è un eroe solitario, poiché sa perfettamente i propri limiti, le proprie imprecisioni, la propria assoluta normalità, e quindi può sbagliare e sbagliarsi come chiunque, Arcadipane che è uomo da sport di squadra la sua squadra ricostruisce, chiede cioè supporto ai fidati compagni di percorso professionale, da cui ora i casi della vita lo hanno separato. Si consulta con i suoi colleghi del cuore, il suo vecchio capo Corso Bramard, ora in lotta con un tumore che lo deteriora lentamente, e con l’agente Isa Mancini, ragazza irruente ora dislocata alla stradale per motivi disciplinari dettati proprio dalla sua aggressività, per quanto giustamente motivata. A loro si aggiunge un ex collega, Luigi Normandia, una figura preoccupante da tratti ossessivi, tormentosi, mistici, direi ascetici, una figura inquieta e inquietante. E grazie a loro, si trovano nuove tracce. E le tracce portano al:
“ Il dark web è tutta un’altra storia. È la parte ultima dell’iceberg, quella profonda, una striscia non troppo grande, dove le acque sono sempre buie e la luce non arriva…un posto dove si sbrigano le faccende che non hanno bisogno di occhi.”
Ecco, qui sta il valore di questo “Una rabbia semplice” di Davide Longo, ed è un bel valore, questa è veramente una bella lettura, non solo deliziosa e rilassante, ben scritta e ben presentata, ma anche in grado di suscitare delle belle riflessioni sull’oggi, sul nostro presente, sul nostro vissuto.
Il che vuol dire sulla tecnologia informatica che in tutto oggi ci pervade e ci invade: che non è una scienza per pochi eletti. Certo, siamo tutti convinti che gli esperti dei computer e dell’informatica sono tutti dei cervelloni, dei geniacci, una specie di scienziati pazzi persi tra numeri ed algoritmi, l’esperto informatico per eccellenza lo immaginiamo come un:
“un uomo tra i trenta e i quaranta, colto, creativo, intelligente, introverso, che sa le lingue e legge molto” In realtà, l’informatica e il web non celano alcun mistero insormontabile, li maneggiano efficacemente soprattutto i ragazzini, figuriamoci, e comunque tutta la tecnologia si riduce al fatto essenziale che ci fornisce solo una cosa banalissima come il web, l’enorme mare che tutti ogni giorno navighiamo con piacere e senza timore, o quasi, che tutti conosciamo o presumiamo di conoscere e padroneggiare, quando invece quasi tutti in effetti di esso non sappiamo che la punta dell’iceberg.
Certo, poi almeno per sentito dire abbiamo un’idea anche del deep web, quello davvero pericoloso che non vediamo facilmente, ma sappiamo che esiste, dove si trovano trafficanti di armi, di droghe, di esseri umani, di cose abominevoli come la pedofilia e la pornografia e altro.
Questo deep web provoca il nostro sdegno, la nostra condanna, il nostro biasimo, la nostra censura.
La rabbia…la rabbia no. Quella è riservata ad altro, al dark web
Il dark web è il fondo assoluto, appena un centimetro sopra la melma del fondo.
Esattamente come sul fondo degli oceani, su questo altro fondale vivono figure e creature di cui non abbiamo conoscenza diretta, pesci dagli occhi enormi che occupano la totalità del muso per cercare di carpire inutilmente una stilla di luce, che a quelle profondità non arriva mai.
Creature cieche, che però sanno muoversi, sono nel loro habitat.
Ci appaiono mostruosi, ma sono semplicemente adattati all’ambiente.
Anche noi appariamo mostri ai loro occhi. Essi sono come noi: se l’ambiente è nocivo, sono nocivi. Se sono grandi, mangiano il piccolo. Se sono bambini, giocano: perché è il gioco che insegna le cose della vita, i bambini giocano alla guerra perché imitano, ma non sono consapevoli di quanto male e quanto dolore arreca la guerra. Ecco, succede questo nel dark web:
“Lo sai che in Siberia si sono formati dei buchi di centinaia di metri nel terreno? Voragini di cui non si vede il fondo. Le chiamano le porte dell’inferno…quei buchi sono dovuti al surriscaldamento. La temperatura si alza, lo strato di permafrost si scioglie, la terra che lo ricopriva non ha più sostegno…lascia perdere il buco…cerca di capire perché la temperatura si alza.”
Vincenzo Arcadipane nella sua normalità, con il banale buon senso lo capisce, non gli interessa il dark web in sé e per sé, comprende nella sua interezza che ciò che accade nel dark web è una semplice conseguenza dei guasti fuori del web.
“…è colpa della noia, della rete, o del fatto che abbiamo buttato tutto?”
Sono queste storture esterne quelle che portano i cacciatori a risalire in superficie per dare prova di sé, mettersi in gioco, accumulare punti che diano un senso al loro ingegno.
Tuttavia, la vita non è un gioco, e Arcadipane sa quello che deve fare, è inutile gettare le reti a strascico per setacciare il fondo, il suo compito, il suo dovere, è dare la caccia e fermare una volta per sempre il gioco nefasto, bloccare i “ surface hunters”, i cacciatori di superficie.
Lo fa con calma, con efficacia, al meglio che gli riesce, assaporando un sucai, ha zucchero in superficie, dolcifica e quindi semplifica un po' le cose, tuttavia lo fa con rabbia, quella è necessaria, sempre le vittime innocenti suscitano rabbia. Una rabbia semplice, anche se è proprio quella più letale, però semplice. Una rabbia semplice, adatta alla banalità del male. E della rete.

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Davide Longo e Vincenzo Arcadipane
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    08 Febbraio, 2021
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La stanchezza di vivere

Un romanzo che ci pone davanti ad una profonda stanchezza di vivere, questo “Chiaroscuro” di Raven Leilani. Se pensiamo che la protagonista ha solo ventitré anni, possiamo assaporare fino in fondo il retrogusto piuttosto amaro che si nasconde in questa narrazione.

Edith è giovane ma già profondamente sola; usa il sesso per colmare il senso di vuoto che contraddistingue la sua vita. In una New York frenetica e indifferente lei è afroamericana, orfana, donna. Sembra incapace di continuare a lottare in una battaglia in cui ha già perso in partenza, sembra troppo stanca per volere davvero aspirare alla felicità. Non ha la forza per venir fuori dallo squallore in cui si è trovata e sembra voler semplicemente sopravvivere. Spesso, rivolgendosi a se stessa, si ripete che è felice di essere viva, ma è evidente che questo mantra di auto convincimento è poco efficace. In parallelo infatti emerge dal suo flusso di pensieri il concetto che se fosse morta sarebbe tutto molto più semplice.

Mentre cerca un salvagente negli incontri sul web conosce Eric, un uomo che ha il doppio dei suoi anni ed è sposato. Quando Edith perde il lavoro e si trova in gravi difficoltà economiche, il regno della possibilità che siamo abituati ad associare all’America rivela invece il suo lato più oscuro. Semplicemente la società in cui Edith vive è del tutto indifferente alla sua sorte, gli unici che le rivolgono attenzione sono appunto il suo amante, Eric, e sua moglie Rebecca. Quest’ultima decide di ospitare Edith nella loro casa coniugale, di offrirle vitto, alloggio e un po’ di soldi. Lo fa essenzialmente per desiderio di controllo all’interno della relazione disfunzionale con il marito. Eric e Rebecca hanno adottato una figlia afroamericana, Akila, di tredici anni, che riesce ad instaurare un qualche tipo di legame con Edith.

Si tratta quindi di una lettura che definirei, in conclusione, un pochino disturbante nel suo mettere in luce lo squallore diverso di esistenze diverse. Tutte caratterizzate da un forte senso di solitudine, di incapacità di realizzare legami profondi con gli altri, soffocate da eccessivo individualismo, in un vuoto dove sembrano fare la differenza soltanto i beni materiali. Un romanzo, in ogni caso, riuscito, proprio perché questa tristezza e stanchezza di vivere che vi viene rappresentata emerge con nitida chiarezza.

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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    07 Febbraio, 2021
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Personaggi in cerca di autore, e viceversa

Il successo di alcuni personaggi di pura invenzione letteraria, almeno quelli più noti e di frequente riscontro in libreria, poiché protagonisti di fortunati romanzi seriali, risiede certamente nell’indubbio valore dei loro autori nell’offrire buone storie, interessanti, ben scritte e gradevoli a leggersi.
La qualità del prodotto offerto determina, un titolo dopo l’altro, un meccanismo di fidelizzazione nei confronti delle figure degli interpreti da parte della maggioranza dei lettori: pertanto, a chi legge riesce particolarmente gradito rincontrarli periodicamente, conoscere gradualmente sempre un po' di più del loro vissuto, i loro trascorsi, come sono, cosa pensano, come vivono quando non sono impegnati al di fuori della storia che si sta leggendo.
Se ne vuole sapere di più, una vera e propria ricerca di un gossip cartaceo, il lettore appassionato è curioso di sapere come mai fanno quello che fanno, cosa è accaduto che determina certe reazioni da parte loro e non altro, e via così, una forte curiosità nei confronti del privato dei loro eroi, di quanto non espressamente o compiutamente rivelato, quantunque sia ben noto che si tratti in fin dei conti di personaggi di fantasia.
Lo scrittore sensibile agli umori del suo pubblico avverte chiaramente questo che altro non è che un indice di gradimento del suo personaggio, pertanto nelle sue storie si premura di centellinare informazioni sul privato dell’interprete principale, un ritratto a tinte lievi appena accennato e però intimo e intrigante, che si intreccia spesso e volentieri nella trama stessa della storia raccontata, e a lungo andare delinea nei libri che si succedono una più o meno completa biografia del personaggio principale.
Ecco quindi che dopo la lettura di un certo numero di romanzi, per esempio, il lettore affezionato dello scrittore Maurizio De Giovanni conosce perfettamente in cosa consiste il “fatto” che segue e caratterizza il Commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in servizio presso la squadra omicidi della Regia Questura di Napoli negli anni della dittatura fascista; oppure come mai, nei romanzi di Antonio Manzini, un “romano de’ Roma” purosangue come il vicequestore Rocco Schiavone è costretto suo malgrado ad esercitare le sue funzioni nei commissariati della nevosa Valle d’Aosta; ed infine perché mai in una ridente cittadina balneare della Riviera toscana a risolvere enigmi polizieschi sono dei baldi vecchietti ottuagenari, come accade nei romanzi dello scrittore pisano Marco Malvaldi.
Chi ha letto i libri dei citati, magari sa rispondere; chi ne ha letto uno solo, è curioso di saperne di più.
La scrittrice spagnola Alicia Gimenez Bartlett ha fatto di più, presa magari da un entusiastico fervore letterario, ha deciso di offrire condensato in un solo testo di tutto e di più del personaggio che le ha procurato maggiore fortuna e notorietà, l’ispettrice di Polizia Petra Delicado, in servizio presso la squadra omicidi del commissariato di Barcellona.
L’ “Autobiografia di Petra Delicado” pertanto non è un giallo, non un romanzo, è esattamente quello che dice di essere, una biografia, un ritratto di sé stessa delineato proprio dal personaggio in prima persona. Letteralmente un’autobiografia, il personaggio Petra Delicado lo dice subito nelle pagine iniziali, ha bisogno di uno stacco esistenziale da tutto e tutti, pertanto si ritira per una settimana in un austero convento di religiose, fuori dal mondo, spegne cellulari e tecnologie per meglio isolarsi, e su quaderni di scuola riversa la propria esistenza, niente più di quello che potrebbe definirsi un esercizio spirituale, una forma di catarsi, o anche un modo con cui autore e personaggio ritrovano sé stessi.
Petra Delicado non è un personaggio in cerca d’autore, o che disconosce la sua autrice.
Nemmeno la Gimenez Bartlett ha qui necessità di cercare il suo personaggio, svelarne chissà quale lato oscuro taciuto altrove, nessun mistero questa volta, la sua creatura le è chiara nei minimi particolari, la scrittrice non è alla ricerca del tempo perduto, semplicemente desidera offrire al lettore vecchio e nuovo un ritratto di Petra condensato e però ben estrinsecato nei particolari perché, come spesso accade, se Alicia Gimenez Bartlett ha creato Petra Delicado, poi Petra Delicado è cresciuta e cammina con le proprie gambe, la Bartlet non inventa più niente, è Petra Delicado che le racconta le sue storie, le sue indagini, la sua vita, la Gimenez Bartlett si limita ormai semplicemente a smistarle al lettore come tali. Con questa “Autobiografia” Alicia Gimenez Bartlett rende chiaro che la sua creatura non le appartiene più, è stata ormai adottata dai suoi lettori, a loro la offre in tutti i suoi risvolti privati, e con tutti i particolari, come è giusto che sia.
Nei libri di Alicia Gimenez Bartlett Petra Delicado, sia nella professione che nella vita privata è esattamente quello che il suo nome indica, una donna che è ferma, tenace, ostinata, e contemporaneamente, perché lei è completa, sa che una cosa non esclude l’altra, è anche una donna dall’anima delicata, sa essere quando occorre sensibile, garbata, leggiadra, deliziosa.
Come noi tutti, ha varie sfaccettature, non aderisce ad alcun cliché prestabilito, non a caso svolge una professione che vox populi vorrebbe appannaggio del rude maschilismo, e lo svolge meglio di tanti uomini. Petra Delicado è in sintesi una normalissima donna in gamba, concreta, sia intelligente che di buon senso pratico, e però dolce, amabile, deliziosa all’occorrenza, in sintesi è sé stessa con pari sensibilità e durezza secondo quando serve, e non per stereotipi antiquati.
Non una femminista ante litteram semplicemente una donna comune che da sempre rivendica senza timori il suo essere donna, adulta, autonoma, responsabile intelligente e sensibile.
L’ispettrice è una donna specchio dei suoi tempi, nata in un’epoca difficile per la Spagna, un duro periodo di transizione per il paese, passato dal franchismo e da un regime autoritario e reazionario ad un clima con maggiore libertà in essere, ma con forti resistenze a divenire il nuovo.
Sia Petra che Alicia hanno vissuto di persona la difficoltà di mantenersi donne, padrone di sé stesse e del proprio destino, in un’epoca in cui, malgrado i cambiamenti, ci si ostinava nelle famiglie e nella società a relegare le donne in una posizione stereotipate e antiquate, quanto meno subordinata al genere maschile. Il romanzo tratteggia un profilo preciso, esauriente, esaustivo, di una donna che ha ben chiaro che non intende abdicare alle proprie scelte in nome di principi in cui non crede e non sente suoi, e che giunge a tale consapevolezza attraverso i fatidici passaggi che iniziano dall’infanzia, descrivono la giovinezza, gli studi, l’età matura, gli amori e poi i matrimoni, ben tre!
Sono proprio le sue esperienze di vita a costruire il viatico per cui Petra Delicado è quella che è, una donna che diffida dell’amore imperituro, del matrimonio indissolubile, della famiglia patriarcale e maschilista, anche se si innamora, ama e sa amare, che si è sposata perseverando per ben tre volte ma non ama il matrimonio, e fa scandalo con la sua scelta di non avere figli:
“…La mia infanzia mi ha segnato, come succede a tutti. Non mi va di essere troppo amata, mi accontento del giusto. Non mi piace la famiglia come istituzione. Non ho mai avuto figli.”
Si susseguono le descrizioni, le scuole prima presso istituti di educazione religiosa e poi in quelli laici, la scelta universitaria ed il cambio di rotta nell’indirizzo di studi per influenza del suo compagno.
Ancora, dopo la laurea il matrimonio e l’iniziale excursus professionale come avvocato a ruota del primo marito Hugo, colui che l’aveva condizionata sia nelle scelte di studi che in quelli programmatici dell’esistenza, il suo rendersi conto dell’errore e porvi rimedio prima con il divorzio per poi entrare, quasi per caso, nelle forze di polizia.
Un secondo matrimonio con un originale e assai più giovane ristoratore, Pepe, naufragato dopo ancora meno tempo del primo matrimonio. Senza per questo demordere dalla sua caparbietà e dalla sua dolcezza con la quale continua ad essere lieta per quello che è e per quanto è:
“Se tutti dovessero dare retta alle brutte esperienze del passato, nessuno muoverebbe più un passo e l’umanità sarebbe ferma all’età della Pietra”.
No, Petra Delicado come una pietra sa che stare fermi non funziona, serve evolvere, anche se pietra occorre rotolare, rotolarsi nella vita, ed è questa sua indole, questa sua concretezza, un misto di buon senso, pragmatismo e un tocco di leggerezza che le permettono di affinare il suo intuito come donna e tradurlo in una abile capacità investigativa.
Petra è tosta nel cercare ciò che non quadra, ma è anche empatica nel comprendere perché le cose non quadrano. Inizia una lunga gavetta come archivista, con inevitabili frustrazioni per non essere impiegata in ciò in cui si è preparata, senza però mai demordere o deprimersi, per poi sfruttare una fortuita opportunità per mettersi in luce come investigatrice.
“La vita continua sempre, questo è un grande insegnamento.”
Di là, saranno casi a seguire, successo dopo successo, Petra descrive qui appena un accenno ai suoi primi casi risolti, in cui però il lettore affezionato riconosce le trame dei primi successi della Gimenez Bartlet. Infine, la sua consacrazione ufficiale impiegata in pianta stabile come punto di forza nel lavoro di investigazione nella squadra omicidi, in coppia col fido partner Fermin Garzon.
Ed è storia d’oggi.
In definitiva, non è una cattiva lettura, anche per chi non è proprio un fan della scrittrice spagnola.
Perché ha un bel stile discorsivo accattivante, coinvolgente, si fa leggere con piacere, interessa, a tratti avvince, e non è un giallo, non ci sono misteri da risolvere. Dimostra che certo, costruire un bel personaggio, conduce la storia. Però poi la storia devi saperla scrivere, portarla all’attenzione del lettore; Alicia Gimenez Bartlet ci offre un saggio di abilità, con una biografia della sua eroina, raccontata in prima persona, scrive una storia nella storia, descrive l’iter in divenire di una donna in uno dei periodi più critici nella storia del suo Paese, ma insieme anche il progredire della Donna.
In sintesi, direi che è un libro femminista, un omaggio alle donne, che nella loro semplicità sanno essere pietre e delicate insieme.
L’altro genere, non lo sa fare con pari efficacia, diciamolo, da uomo a uomo.

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I libri di Alicia Gimenez Bartlett con Petra Delicado protagonista
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    07 Febbraio, 2021
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Un inno alla musica

Questo libro può avere tre scenari di lettori: chi ama o semplicemente gradisce la musica classica andrà in visibilio, chi è curioso verso la musica classica ma ha un approccio incostante sarà probabilmente avvicinato ancor di più verso di essa e la lettura di "Orfeo" sarà molto gradevole e infine chi la trova noiosa e incomprensibile troverà questo libro illeggibile e lo abbandonerà dopo non molte pagine. Ecco, questa premessa mi sembra d'obbligo davanti a un romanzo così di nicchia.
Il protagonista è Peter Els, compositore e grande amante della musica e la narrazione si sviluppa su due piani che si intrecciano, quello del suo passato che ripercorre la sua vita dall'infanzia a tarda età e quello presente, in cui l'ormai settantenne Peter Els finisce in non pochi guai per colpa di un esperimento batteriologico ed è costretto a sfuggire alla polizia. La trama in sé l'ho trovata davvero scarna se rapportata a quanto spazio occupa la musica in questo libro. Vengono descritte le emozioni che la musica suscita, come la musica prende forma cioè il processo di composizione, alcuni frammenti addirittura sono abbastanza tecnici che per chi non ha studi musicali rimangono un po' oscuri, i riferimenti ai grandi compositori classici ma anche moderni sono numerosissimi e contiene anche delle vere storie dei loro pezzi e dei compositori stessi come per esempio "Kindertotenlieder" di Mahler, e che dire delle pagine dedicate al "Quartetto per la fine del tempo" di Messian?! Pagine bellissime e interessantissime in cui riporta alla luce come questo quartetto fu composto nel campo di concentramento di Gorlitz e suonato per la prima volta nelle baracche piene di detenuti e guardie del campo, maestoso esempio di come la musica unisce.
"Le note aleggiano e crescono. Rendono le parole inutili quanto un ventriloquo alla radio. Luce e buio schizzano su Peter a ogni cambio di accordo, fremendo senza intermediari. Le note ruzzolano in avanti; ricadono battuta dopo battuta sulle successive, assecondando una logica interna, cupa e bellissima. Un altro accordo lattescente, inquieto, torce le viscere al bambino. Vari sentieri promettenti conducono a note sconosciute. Ma fra le tante diramazioni possibili, la melodia si fa strana. Un salto a sorpresa fa venire la pelle d'oca a Peter. Gli avambracci sono un fiorire d'increspature. Un abbozzo di desiderio gli inturgidisce la minuscola mascolinità. Il gruppo di angeli ubriachi passa a una canzone più difficile. i nuovi accordi sono come il bosco sulla collina vicino alla casa della nonna di Peter, dove il padre una volta l'ha portato a giocare con la slitta. Passo dopo passo i cantanti incespicano verso un fitto di armonie aggrovigliate. Qualcosa allunga il piede e fa lo sgambetto alla musica. Le dita della madre si perdono. Battono su vari tasti, tutti sbagliati. I cantanti agitano il bicchiere di gin e capitombolano ridendo dentro un fosso. Poi, dal suo nascondiglio, il bambino in pigiama intona a squarciagola le note dell'accordo perduto."
Il primo amore di Peter fu "La Jupiter" di Mozart, a essa ne seguì molti altri e tutti descritti in questo libro che personalmente trovo riduttivo chiamare romanzo perché trascende da esso. Ho avuto l'occasione di scoprire tante curiosità nonché molti pezzi che mi sono segnata e più di tutti il Quartetto di Messian, che è di una bellezza e tristezza impressionante ed ascoltarlo mentre leggevo la sua storia e anche la sua spiegazione in questo libro è stata davvero una esperienza artistica. Questo è un libro da leggere ascoltando anche i numerosi pezzi ai quali fa riferimento, per mia esperienza il valore cresce esponenzialmente, a meno che conoscete già quei brani musicali.
La prosa è molto armoniosa, elegante, a volte asciutta come nel caso della descrizione della gita al lago in cui il padre di Peter ha un fatale infarto, altre volte più dettagliata - e questo succede quando si descrive la musica perché la narrazione sembra prendere il volo e lasciarsi andare alle sensazioni.

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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Febbraio, 2021
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Educazione sentimentale a metri quadri

Andrea Bajani con il suo nuovo romanzo decide di raccontare la vita di Io (così verrà chiamato per tutto il libro), attraverso le abitazioni in cui il protagonista è cresciuto ed ha vissuto gli attimi salienti della sua vita.

Il romanzo è innovativo, su questo non ci sono dubbi, l'autore suddivide il libro in capitoli dedicati alle varie case, ogni due o tre pagine ci troviamo in un anno diverso e in una nuova casa.
Partiamo dalla sua nascita, ma i salti temporali sono continui, andiamo avanti e indietro nel tempo e spesso ci ritroviamo dopo molte pagine nelle solite case, ma in anni e situazioni differenti.

Lo stile dell'autore è particolare, forse anche un po' troppo, minimalista nel rappresentare alcune scene ma comunque non superficiale. Non sarà facile mettere tutti i tasselli al posto giusto per avere alla fine un quadro generale, molte volte durante la lettura mi sono sentita un po' spaesata, non è poi semplice leggere un libro in cui i protagonisti sono Io, Nonna, Madre, Padre, Sorella, Moglie, Bambina e Tartaruga.

Bajani mostra il dietro le quinte, quello che succede nelle case e non solo. Un romanzo che si fa leggere ma che non mi ha entusiasmata. Avrei preferito un approccio più empatico, una storia se non più lineare, almeno più coinvolgente. Le basi ci sono tutte, l'idea è interessante, le dinamiche molto forti ma nel complesso non incanta.

Questo è solo un pensiero personale, l'autore a mio avviso “gioca” troppo con l'italiano, cerca di esaltarlo e di utilizzare parole molto ricercate, a volte anche troppo, ma il risultato non è poi così piacevole, che voglia mettere troppo in luce le sue doti?

Non so se consigliarlo e non saprei a chi consigliarlo...posso dire che è un libro diverso e forse adatto a chi vuol apprezzare nuovi stili di scrittura.

“È da qui, nascendo che il mobilio detterà a Io per sempre la sua legge: sarà lui, da oggi in poi, ad avere l'ultima parola su tutti gli spazi che Io vorrà abitare, sulle metrature, sull'altezza dei soffitti, sull'organizzazione degli oggetti, dei vestiti, della pasta e del cibo in scatolette.”

Buona lettura.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    06 Febbraio, 2021
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I primi passi di una grande scrittrice

Patricia Highsmith è nota al mondo per aver ideato il personaggio di Tom Ripley. protagonista di una serie di romanzi ampiamente trasformati pure in film di successo. In questa collana sono offerti ai lettori italiani alcuni lavori giovanili della controversa scrittrice americana, ma naturalizzata svizzera. Sono sedici racconti scritti tra gli ’40 e ’50, quando l’A. era poco più che adolescente. Sedici storie ambientate in un’America che mostra ancora aspetti ingenui, bigotti e provinciali. Sono francobolli di vita quotidiana, istantanee su micro drammi nei quali i protagonisti si trovano a dover affrontare le piccole tempeste interiori con risultati a volte paradossali, a volte terribilmente concreti.
Una bambina, eccitata dal trasloco a New York, solo per il banale commento di una coetanea precipiterà in uno stato di profondo sconforto. Uno stressato tassista newyorkese fuggito dalla metropoli alla ricerca di pace in una cittadina di provincia, subirà il trauma opposto: dopo essersi sentito accettato e appagato dal nuovo ambiente bonario che lo circonda, si troverà all’improvviso reietto e disperato. Una mamma borghese e conformista spezzerà la spontanea gioia del figlioletto per stupidi pregiudizi classisti. Un collezionista di stampe antiche vedrà scemare la gioia per la sua ultima conquista, a causa di un apparentemente insignificante dubbio semantico. Una governante, troppo ansiosa nel volersi prodigare per la famiglia che l’ha accolta così benevolmente, provocherà una tragedia.

Non è facile commentare un libro privo di una coerenza e unitarietà di base, nel quale ognuna delle parti che lo costituisce fa storia a sé. In alcuni dei racconti si percepisce ancora l’ingenuità infantile della scrittrice. Addirittura è possibile immaginarne il manoscritto, vergato in una calligrafia immatura su quadernetti dalla copertina nera e dai bordi rossi, come si usavano negli anni ’40. In altri, invece, è già presente l’acuta, cinica capacità di osservare e analizzare i comportamenti umani con fredda precisione portando situazioni apparentemente ordinarie alle estreme conseguenze.
I temi delle storie sono molto diversi ed eterogenei: alcuni sono beffardi, altri simpaticamente sentimentali, altri fiabeschi, alcuni sfiorano la tragedia. Il titolo italiano tenta di unificare la raccolta, ma, in effetti, è fuorviante. Per quanto la presenza femminile sia predominante e spesso immanente, non si può affermare che le donne (o le femmine, visto che non si può parlare di donne a proposito di una mamma ragno o di una borsa color cachi) siano le assolute protagoniste, dirette o indirette, delle storie.
Se si vuol trovare un filo conduttore della raccolta lo si potrebbe cercare in quel particolare stato d’animo, quella trepidazione, quel sentimento di lieve inquietudine che sembra riunire quasi tutti i protagonisti delle vicende. Una strisciante angoscia o disillusione mina le loro certezze e li strappa con derisoria crudeltà dalla serenità che agognano. Il più delle volte assistiamo a un loro iniziale stato di ebbra felicità, di ottimismo e gioia incondizionati in cui tutto sembra in perfetta armonia con le più intime aspettative. Poi, per una ragione, non di rado futile e secondaria, quell’apparente stato di grazia si incrina, talvolta repentinamente, talaltra in modo lento e subdolo, e una cappa plumbea di frustrazione se non addirittura di disperazione piomba addosso a loro. In alcuni racconti il processo è inverso e da un’ansia e un’angoscia iniziali sboccia un effimero stato di gaiezza, forse pure sproporzionato alle circostanze. In altri, infine, quel tremore dei sentimenti deflagra in tragedia. In tutti, comunque, la normalità del fatto quotidiano viene amplificata e ingigantita nell’animo dei protagonisti.

Mi piace segnalare soprattutto tre racconti. Ne “Un uomo tanto gentile” due bambine si trovano alle prese con uno sconosciuto che si dimostra oltremodo (troppo?) cortese: fa loro complimenti, offre caramelle, un giro in auto. Visto con gli occhi di una bimba, quell’episodio appare solo come un piacevole intermezzo di una noiosa e afosa giornata estiva. Con la saggezza (o il pessimismo?) dell’adulto (soprattutto dell’adulto di oggi), invece, quella presenza risulta scomoda, incongrua e getta un’angosciante ombra di minacce su tutta la vicenda. La storia è fatta più di sottintesi e di obiter dicta, ma lascia con il fiato sospeso sino all’epilogo.
Per altri versi è simpaticamente coinvolgente “Una scampanellata per Louisa” dove un’acida zitella, immigrata danese, tutta chiusa nel proprio mondo, si trova involontariamente coinvolta nell’assistenza a due bambine e alla loro nonna, ammalate di scarlattina. Quella breve esperienza alla Flora Nightingale le aprirà un mondo di sensazioni nuove schiudendole il cuore a sentimenti a cui pensava di aver rinunciato per sempre.
Infine ne “Il Guardalumache” una situazione strana e surreale, ma, al tempo stesso, convenzionale, evolverà sino a tingersi di connotazioni horror.

Lo stile della Highsmith, in queste sue prime prove, è già decisamente maturo e fluente, considerando, soprattutto l’età a cui le scrisse. l’A. è molto attenta a costruire le ambientazioni e le atmosfere. Con descrizioni precise delinea accuratamente i contesti. Come osservavo sopra, in alcuni casi le storie peccano ancora di una buona dose di ingenuità, ma in generale i racconti, nella loro stringata essenzialità, sono tutti già molto “adulti”: le situazioni sono tratteggiate da abili, rapidi colpi di penna che hanno il merito di lasciare astutamente spazio alla fantasia del lettore perché si scateni aggiungendo, magari, ancora un po’ più di pepe a contesti spesso solo accennati.

In definitiva si tratta di un buon libro, nel quale i singoli racconti possono essere goduti in rapide sessioni di lettura e apprezzati come un cabaret di tartine, dove al dolce si alterna il salato e, magari, il piccante, con gradevole variabilità.

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Febbraio, 2021
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L'incompreso

L’urlo nasce in gola, disperata formulo la parola AIUTO, con tutta l’aria che ho nei polmoni, con tutta la potenza nella mia voce giovane di donna. La mente elabora e lo sconforto ribolle, gridare devo gridare…silenzio.
Non un rumore, non una sillaba, nemmeno uno squittio, resta il fruscio delle lacrime che scendono. Riesco soltanto a piangere, senza tregua e senza speranza.

Risponde affermativamente ad ogni domanda, la testa troppo piccola sul corpo esile. Credono che non capisca, immaginano sia una forma di sottomissione, l’inequivocabile arrendersi del figlio di un dio minore. Lo sguardo liquido e la manina afflosciata tra le dita della donna che lo accompagna.
Poi la porta si chiude.

Un attentato su di un treno, un uomo spara a una sconosciuta e con quella stessa arma, qualche giorno dopo, a un’insegnante viene teso un agguato. L’unico dettaglio comune di un caso che non presenta alcun appiglio. Solo il tempo, solo il crollo emotivo potrà dare una svolta ad un’indagine che è radicata nel passato più oscuro.

Accattivante la trama che vede i moventi ben occultati per gran parte del libro, alcuni spunti sono veramente interessanti e rappresentano il punto di forza di questo thriller stuzzicante, in cui complicato è trovare il bandolo della matassa. La scrittura è fluida e scorre veloce, sebbene complessivamente non mi abbia entusiasmata. L’emisfero investigativo è decisamente penalizzato da una serie di soggetti poco brillanti, imprecisioni e inadeguatezza nell’affrontare un caso ostile servono forse a dare risalto all’unico detective carismatico, che è però sospeso dal servizio ed emerge solo nelle ultime pagine.
Un buon lavoro, con qualche carenza.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    04 Febbraio, 2021
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Maledette marchette

Quando ho scelto di leggere questo romanzo non avevo ancora letto le marchette poste sulla quarta di copertina. Secondo il New York Times, Ian McGuire è un “Dickens coniugato al presente”, mentre per Philipp Meyer - che dopo quest’affermazione diventa un autore che probabilmente non leggerò mai - lo definisce “un autore tra Cormac McCarthy e Raymond Chandler”. Con sole due marchette hanno scomodato due dei miei autori preferiti e uno che è sulla strada per esserlo
3x2.
Ma queste affermazioni sono davvero appropriate? Per me, no: di Cormac McCarthy questo romanzo non ha assolutamente niente, né nello stile né nei contenuti, mentre di Dickens si possono (forse) distinguere gli echi nelle descrizioni che chiamano in causa tutti i cinque sensi, mentre nella caratterizzazione del protagonista O’Connor v’è un timido tentativo di imitare il carisma del Marlowe di Chandler. Come ho già detto in passato, questi paragoni insensati e messi al solo scopo di vendere hanno nel lettore che conosce gli autori un effetto opposto: lo irritano e lo portano a giudicare il romanzo in maniera più severa di quanto probabilmente avrebbe fatto. Buono per le vendite, non per l’autore che si trova a fronteggiare paragoni scomodi e inclementi.
Tralasciando questo, “L’astemio” è un romanzo ben scritto, ma non molto di più. Lo stile è altalenante, in certi tratti di buon livello con dei brani anche piuttosto belli, ma in certi altri dà l’impressione di non avere a che fare con un autore super-acclamato (quale sembra essere Ian McGuire) ma con un esordiente: questo traspare soprattutto nei dialoghi, che sono spesso artificiosi, con diverse espressioni banali o innaturali. Probabilmente sono le descrizioni il punto di forza dell’autore, ma questo non basta a reggere una trama non troppo appassionante e dei personaggi non abbastanza forti e carismatici.
La trama ruota attorno a un evento realmente accaduto, ovvero l’impiccagione di tre feniani (membri della fratellanza repubblicana irlandese) per l’uccisione di un poliziotto inglese. In seguito a questo avranno inizio una serie di eventi che, in breve, vedono come protagonista un mercenario americano (avvolto da un’aura leggendaria) arrivato a Manchester per portare scompiglio nella città a nome dei rivoltosi irlandesi. A cercare di evitare la catastrofe (qualsiasi essa sia) dovrà intervenire O’Connor, poliziotto irlandese trasferito da Dublino a Manchester per i suoi problemi di alcolismo.
Tra le pagine si avverte il tentativo dell’autore di dare una diversa profondità alla sua storia, e il tentativo supremo viene fatto con un finale che, tuttavia, non mi ha lasciato molto più che perplessità.
Mi sa che McGuire dovrà tentare ancora…

“Sono i morti che comandano, pensa, adesso e sempre. Ogni passo avanti è un passo in quella direzione, ogni svolta è parte dello stesso circolo, e quello che chiamiamo amore o speranza è solo un interludio, un modo per dimenticare quel che siamo.”

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Letteratura rosa
 
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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    02 Febbraio, 2021
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Il piacere di leggere

Questo libro ci racconta la vita di Rocco De Falco, un uomo che si è fatto da solo. Figlio minore di due genitori siciliani che si sono trasferiti a Milano in cerca di fortuna e che grazie alle proprie intuizioni al coraggio e al proprio fascino è riuscito a conquistare il mondo. Ricco oltre ogni immaginazione, potente fino all'inverosimile, come spesso succede è carente solo in un settore di quella vita dorata che conduce. Si tratta della vita sentimentale, che è sempre stata in bilico: incapace di amare e di vedere al di là delle apparenze, come possono testimoniare le sue quattro ex mogli. La sua storia ci viene raccontata poco alla volta, intrecciandosi con quella di Giulietta. Lei è il grande amore della sua vita, che lo ha lasciato vicino all'altare perché lo ha scoperto a letto con un'altra. Anche per lei Rocco è stato sempre un'ombra che le ha impedito per tutta la vita di assaporare con pienezza i colori della sua esistenza. Si ritrovano quando entrambi hanno sessant’anni e riprendono le fila della loro vita da dove l’hanno lasciata cominciando dalle basi. Raccontandosi tutti i segreti che non si sono detti da giovani. Non conoscevo Sveva Casati Modigliani e mi è piaciuto molto immergermi in questo modo di scrivere d’altri tempi. Con piacere ho trovato qualcuno che ancora è capace di scrivere usando con competenza anche termini che sonio desueti, ma che rendono perfettamente il senso di quello che ci vuole raccontare. Ho goduto appieno di questo libro, per il solo piacere di leggere, senza mordere il freno per sapere che cosa succede dopo, ma solo per il gusto di vedermi davanti i luoghi e i personaggi descritti. Sempre rappresentati con discrezione, senza eccessi. Da un lato il mondo di Giulietta: una insegnate in pensione che pasa e serate con il club del libro, profuma di violetta e di bucato appena fatto. Dall’altro il modo di Rocco che sa di profumi costosi, aromi di ristoranti a cinque stelle e di mete esotiche. Detto questo commento solo di sfuggita la trama, abbastanza sdolcinata e direi tutt’altro che realistica. Troppo indulgente secondo me la scrittrice verso due persone arroganti e anaffettive. Mi verrebbe da dire che si piglia si somiglia.

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silvia71 Opinione inserita da silvia71    30 Gennaio, 2021
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Il lato oscuro della bellezza

Tre donne le cui vite si sono intrecciate in maniera indissolubile durante l'adolescenza.
Un periodo della vita che ha posto un marchio su ciascuna, destinato a imprimersi nel corpo, nell'animo e a comandarne per sempre le esistenze.
Livia, una ragazza talmente bella esteticamente da fermare lo sguardo a quello splendido guscio che la racchiude; nessuno capace di coglierne i lati oscuri che ne lordano il cuore, nessuno pronto ad allungare una mano per salvarla. Nessuno capace di oltrepassare il muro della bellezza.
Federica, una sorella vittima di un contesto familiare, divisa tra spirito di rivalsa, necessità di attenzioni o semplice desiderio di evasione.
E poi, lei, la voce narrante, la scrittrice in prima persona: prima un'adolescente minata da complessi fisici e contrasti familiari, corrosa dalla ricerca dell'accettazione da parte del prossimo, poi una donna che non ha ancora appianato i conti col passato, che lotta ancora oggi come ieri per trovare un punto di equilibrio con gli altri e con se stessa.

Numerose, importanti e dolorose, le tematiche che trovano linfa da questo flusso narrativo a briglia sciolta, un viaggio introspettivo su due piani temporali, una lenta e tagliente presa di coscienza giunta alle soglie dei cinquant'anni.
Il tempo presente come frutto maturato dalle scelte del passato, un frutto irto di spine che non si possono più estirpare ma con cui bisogna convivere.

E' un'analisi impietosa e senza i veli del perbenismo quella proposta dall'autrice, una voce graffiante che tenta di espellere anni di rancori, di desolazione, di mancanze, di lacerazioni, per portare alla luce quella adolescente sepolta da strati di infinita incomprensione e inadeguatezza.
Una scrittura a scatti che non presta il fianco al fronzolo narrativo, che rispecchia la durezza dei pensieri e delle immagini che emergono dall'oscurità.
Una storia che grida voglia di liberazione ma con la lucida consapevolezza che la strada richiede un lungo e tortuoso percorso.

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Romanzi
 
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Belmi Opinione inserita da Belmi    24 Gennaio, 2021
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L'importante è bere il caffè finché è caldo

Ho iniziato questo libro divisa in due parti: da un lato c'era la mia parte razionale che mi portava a diffidare da queste storie che superano i confini del reale; per fortuna dall'altro, c'era il mio lato sognatore che ha preso il sopravvento e mi ha fatto godere a pieno le bellissime storie raccontate in questo testo.

Il Giappone si sa è un luogo che richiama gli spiriti e ti fa credere a cose anche non reali, ne ho avuto un esempio con la cabina del telefono senza fili di un altro romanzo, qui ci troviamo all'interno di un caffè, dove un solo tavolo permette di tornare nel passato e nel futuro.

Molti di noi vorrebbero avere una possibilità per poter tornare indietro e dire qualcosa a qualcuno, bene in questo caffè si può, ma le regole da seguire sono molte, fra le più importanti c'è quella che non si può modificare il presente, la persona che si vuole incontrare deve essere già stata lì e soprattutto che il caffè va bevuto finché è caldo altrimenti si rischia di rimanere intrappolati.

Ad accoglierci nel caffè c'è la efficiente ma sempre seria Kazu, il tenero papà Nagare e la sua dolcissima bambina Miki che riesce a sdrammatizzare la serietà del romanzo. Un cliente dopo l'altro viviamo le storie e il perché quelle persone hanno bisogno di quel tavolino.

L'atmosfera del Giappone non si vive all'esterno fra ciliegi e palazzi, ma l'autore riesce a portarla all'interno di questo piccolo caffè, una storia che ti aspetti vista la sensibilità e la scelta degli argomenti più adatta ad una scrittrice e invece ti trovi la foto di questo scrittore così sorridente che ti scalda il cuore.

Non ho letto il primo libro dell'autore, con questo non ho avuto difficoltà ad ambientarmi, le storie sono tutte molto forti e la lacrima è scappata. Anch'io avrei voluto gustarmi un bel caffè e farmi sorprendere dalla vita come hanno fatto i vari personaggi.

Un libro veloce, scritto bene e molto profondo ma non pensante. L'autore ha voluto dare un po' di speranza in questo periodo non semplice.

Lo consiglio solo a chi ha voglia di lasciare la realtà e sedersi a bere un buon caffè.

“La sua vita di disperazione era diventata una vita di speranza. Il suo modo di pensare si era radicalmente trasformato.
“Non è il mondo a essere cambiato, sono io...””.

Buona lettura!!!

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Avventura
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    22 Gennaio, 2021
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Onore, vendetta, riscatto.

Torna in libreria Wilbur Smith con “Il richiamo del corvo” opera con la quale l’autore ci invita a riflettere sul destino e la brutalità della natura umana in particolare soffermando la propria attenzione su quel che è stato lo schiavismo in America e sulla potenza dei sentimenti. Sono proprio i sentimenti a far da padroni fra queste pagine, sentimenti ed emozioni che possono distruggerci oppure farci crescere.
Tutto ha inizio quando Mungo St John è costretto a far ritorno a casa dall’università a causa della morte del padre. Mungo ha sempre dato per scontata la sua condizione di agio e benessere. Per lui era un qualcosa di improcrastinabile e di naturale essendo da sempre abituato a non dover far altro che desiderare un qualcosa per appagarlo. Eppure, quando torna a casa, scopre che il suo destino sta per prendere, anzi ha già preso, una direzione diversa perché ha perso tutto. Tutto quello che determinava il suo status benestante non esiste più. Chester Marion, l’avvocato al servizio della famiglia, che si è occupato della proprietà dei St John, li ha mandati in rovina e per mezzo di un subdolo inganno è riuscito a intascarsi l’eredità dell’erede legittimo. Schiavi compresi, compresa la sua Camilla la giovane serva di cui Mungo è innamorato da sempre, compresa quella serva che adesso è resa l’amante del suo nuovo padrone.
Da qui Mungo giura vendetta, giura di riappropriarsi di quel che gli spetta e di liberare quella donna che tanto ama. Le strade in un certo senso si dividono perché mentre lei è costretta a piegarsi alla realtà della schiavitù, egli dovrà fare i conti con una serie di avversità che mai ha dovuto fronteggiare e decidere se spingersi oltre i limiti.

«Una professione magnifica e nobile» sottolineò Mungo, «ma se mai riuscirete a eliminare il traffico di schiavi resterete senza lavoro, quindi è nel vostro interesse garantire che prosegua.»
Fairchild lo fissò orripilato. «Discutere con voi è come discutere con il diavolo in persona» si lamentò. «Il bianco è nero e il nero è bianco.»

Con una penna rapida e fluida, Wilbur Smith dona ai suoi lettori un romanzo d’avventura dalle tinte storiche che non manca di coinvolgere nelle vicende e arrivare a un pubblico vasto. L’opera che contiene al suo interno i tratti tipici dell’avventura, della storia, dell’amore, dell’inganno, del riscatto, della possibilità di salvezza, della ricerca di una nuova strada da poter intraprendere, della schiavitù, dell’odio, della vendetta, della passione e del sentimento, si presta alla lettura di lettori molto eterogenei tra loro. Smith a quarant’anni dalla pubblicazione di “Quando vola il falco”, il primo romanzo della serie dei Ballantyne, torna a proporci un nuovo episodio avente come protagonista uno dei personaggi più amati e più odiati per il suo essere al contempo sia Dr Jekyll che Mr Hyde.
Il titolo non può definirsi il miglior lavoro dello scrittore soprattutto per chi ha letto i suoi lavori più famosi e di successo ma rappresenta comunque una lettura con un suo perché e con qualcosa da dire in particolare proprio sull’aspetto relativo alla schiavitù che pagina dopo pagina emerge con un quadro vivido e ben delineato.
Lineare nella sua costruzione, logico nel suo sviluppo, “Il richiamo del corvo” è una lettura rapida che si conclude in un paio di giorni e che è adatta a chi ama questa tipologia di romanzi a prescindere dall’aver letto i libri precedenti ma anche a chi cerca un elaborato non troppo impegnativo con cui trascorrere ore liete e staccare la spina ma con un componimento intelligente e che nulla lascia al caso.
Godibile, piacevole, di intrattenimento.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    20 Gennaio, 2021
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Penelope Spada

«La nonna diceva che le cose più stupide le fanno le persone più intelligenti. Le persone molto intelligenti fanno errori catastrofici non nonostante la loro intelligenza, ma proprio a causa della loro intelligenza.»

E questo Penelope Spada lo sa molto bene, lei che in un’altra vita è stata Pubblico Ministero, lei che proprio per un misterioso fatto del passato ha perso tutto e trascorre le sue mattinate milanesi tra caffè corretti con Jack Daniel’s dopo nottate perse con uomini sconosciuti e che mai più incontrerà. Quando Zanardi, giornalista con il quale ha collaborato spesso negli anni dei tribunali, manda al suo cospetto Mario Rossi, ella sa che le sue giornate prenderanno una piega inaspettata. Perché tra sigarette, uomini e drink con cui anestetizzare la mente, quel caso solleticherà la sua curiosità, la porterà ad indagare. Quell’uomo, indagato per la morte della moglie Giuliana Baldi e di poi scagionato con una archiviazione, vuole che a suo carico non esista alcun dubbio di possibile colpevolezza non tanto per se stesso quanto per sua figlia adesso piccola ma che un giorno sarà grande e vorrà conoscere dell’omicidio della madre e non dovrà avere dubbio alcuno sulla possibilità di un coinvolgimento del padre.

«Lo so benissimo che i sogni ci sono comunque, anche se uno non se li ricorda. Ma si può dire che una cosa esiste se nessuno la percepisce e nessuno la ricorda? Soprattutto se non è una cosa ma solo una fugace rappresentazione della mente che dorme? Non lo so, ho molti dubbi.»

Tutto ha avuto inizio in quel 13 ottobre 2016 quando Giuliana, istruttrice di fitness e personal trainer, non aveva fatto rientro a casa. La denuncia in questura era valsa a poco; il corpo della donna era stato rinvenuto il giorno seguente, nel pomeriggio, alla periferia di Rozzano. Il cadavere, rinvenuto da un pensionato che stava portando il cane a fare una passeggiata, presentava un colpo d’arma da fuoco alla testa e tanto era chiaro che quello non era il luogo del delitto essendovi la stessa stata trasportata, tanto era chiaro che la ratio della morte era proprio quel colpo di pistola calibro 38. Unico sospettato, il marito. Il caso era stato archiviato con la motivazione che non sussistevano motivi per procedere ma che comunque a suo carico sussistevano “inquietanti” sospetti a causa, appunto, di mancanza di ipotesi alternative. È questo “inquietanti sospetti” che non offre tregua all’uomo che non vuole che un domani la figlia possa anche solo lontanamente pensare che sia stato lui a privarla della madre. Da qui la richiesta di aiuto a Penny preceduta sempre dal suo intuito e impiegata in alcune investigazioni private in ambito coniugale. Ed è ovvio che la sua curiosità è forte, troppe sono le incongruenze evidenziate negli atti, il non fatto. L’indagine ha inizio e porterà alla risoluzione di un buon arcano che non mancherà di solleticare le corde dei lettori appassionati di gialli giudiziari e di Gianrico Carofiglio.

«Quella lucidità avrebbe dovuto infastidirmi o peggio. Invece no. Forse perché non sembrava, come in tanti altri casi del passato, freddezza e oscena insensibilità. Piuttosto una manifestazione dello spirito di sopravvivenza, di adattabilità istintiva agli eventi. Una cosa certamente non morale, ma nemmeno immorale. Sopravvivenza.»

Un titolo rapido è l’ultima opera a firma Carofiglio, uno scritto che si legge in pochissime ore e che si presenta quale il primo episodio di una nuova serie con una nuova protagonista. Ed è proprio Penelope il punto di forza o di debolezza del libro perché o la si ama, o la si odia. La dottoressa Spada è una antieroina, non è l’eroe per eccellenza retto e puro a cui siamo abituati nei romanzi. Sbaglia, è una figura contraddittoria (mangia sano e bio, fuma e beve come se non ci fosse un domani), non riesce a dimenticare quel che è stato, non riesce a farci i conti, è un’anima dolente. Da un lato attrae, dall’altro può respingere. Il suo temperamento e il suo carattere sono le maglie principali che spingono la storia.
Lo stile narrativo è rapido, fluido, diretto. Non mancano i riferimenti giuridici e le canoniche delineazioni in ambito legale, spiccano le emozioni e arriva l’umanità della figura della prima attrice. L’elaborato è in un crescendo, l’asticella sale e ben regge anche nell’epilogo che non delude le aspettative perché lineare e in asse con il narrato che lo precede. Non forse il capolavoro dello scrittore ma certamente un giallo piacevole e con un protagonista diverso dai soliti del romanziere con il quale trascorrere ore liete.
Adatto a chi cerca letture non impegnative, da esaurire in poco tempo, ma che abbiano qualcosa da dire e personaggi che parlano da soli. A conclusione della lettura resta la curiosità del sapere come si evolverà la figura della Spada

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