Le recensioni della redazione QLibri

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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    02 Marzo, 2020
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Per i vivi e per i morti, salvezza.

"Maria ho perso l'anima!
Aiutami Madonnina mia!"

E' questo il ritornello di questo libro, che è un canto che implora salvezza, dalla prima all'ultima pagina. Un canto in prosa, pervaso di poesia e di tanta umanità e pietà e che si propone di lanciare dei forti ma semplici messaggi soprattutto ai giovani. Daniele, il narratore di questa storia, rappresenta una grande fetta di adolescenti di oggi: a vent'anni è già depresso, con accessi di rabbia, che già da qualche anno fa uso di stupefacenti, incompreso dai genitori e in generale dalla società. A seguito di un episodio di una forte manifestazione della sua furia interiore, viene ricoverato in un istituto per un trattamento sanitario obbligatorio per una settimana. E' da lì che questo canto ci arriva e rappresenta la sostanza del libro: viviamo assieme a Daniele per sette giorni la sua esperienza, chiusi in una stanza assieme ad altri cinque pazienti che condividono un destino e fanno comunità, l'unica via della salvezza o quanto meno quella che li fa stare meglio e li aiuta ad aiutarsi, perché in fondo chi ha perso l'anima non sono i pazzi, ma i sani.

Innanzitutto ho visto una leggera critica dell'autore alla superficialità con la quale un adolescente viene subito catalogato come depresso, non appena lui si pone delle domande un po' più profonde come sul senso della vita o su Dio, ciò mette subito in allerta genitori e/o docenti e quindi di corsa dagli psicologi, aumentando in questo modo probabilmente il disagio del giovane. Oggi ci si aspetta che ogni adolescente sia felice per il semplice fatto che lui abbia vent'anni, ma ciò non basta. A vent'anni si è anche sensibili nonché abbastanza intelligenti per capire cose più profonde, soprattutto nella società di oggi in cui siamo avanti in tutto:

"(…) un ragazzo de vent'anni dovrebbe esse felice, tu invece vai avanti a tristezza, non sapemo più che fa' pe' lavattela de dosso.(…) Io vorrei vedette felice".(…)
"Ma io non so infelice, non se tratta de felicità, me sembra d'esse l'unico a rendese conto che semo tutti equilibristi, che da un momento a un altro uno smette de respira' e l'infilano dentro 'na bara, come niente fosse, che er tempo me sembra come n'insulto, a te, a papa', e me ce incazza. Ma io in certi momenti potrei accendere le lampadine co' tutta la felicità che c'ho dentro, veramente, nessuno sa che significa la felicità come lo so io." (pag.22)

"Ormai tutto è malattia, ma vi siete mai chiesti perché?(…) Perché un uomo che s'interroga sulla vita non è più un uomo produttivo, magari inizia a sospettare che l'ultimo paio di scarpe alla moda che tanto desidera non gli toglierà quel malessere, quell'insoddisfazione che lo scava da dentro. Un uomo che contempla i limii della propria esistenza non è malato, è semplicemente vivo." (pag.106)

Daniele ci porta per mano in un mondo fragile, ma non per questo meno umano, un mondo che è vittima non solo del proprio destino ma un po' anche dal sistema: corpo sanitario distaccato e freddo e a volte anche genitori colpevoli, come nel caso di Valentina o Gianluca. L'unica possibilità di sollievo in quel ambiente crudo è fare comunità, legare umanamente con gli altri pazienti, gli unici in grado di capirsi a vicenda e di poter discutere tra loro ciò che con i medici era impossibile.

So che questo libro è stato proposto per il premio Strega 2020, non so se vincerà ma l'ho trovato molto istruttivo oltre che ben scritto, pertanto spero che avrà una buona possibilità perché se lo merita .Deliziosa la parte dialettale con la quale vengono costruiti tutti i dialoghi e profonda e poetica la penna dell'autore che non a caso, prima ancora di essere uno scrittore è un poeta.
Un libro che consiglio soprattutto ai giovani ma anche agli adulti perché fa da ponte tra loro. Insegna di come sia importante nei nostri giorni social ma pieni di solitudine fare gruppo "fisico" e sostenersi a vicenda, parlandone. Insegna ad apprezzare la propria realtà che non è così atroce come si presenta e che probabilmente ci sono delle altre ancor più crudeli per cui ci si può ritenere fortunati. C'è un bellissimo episodio che insegna un'altra importantissima lezione: prestiamo attenzione a ogni nostro gesto e mai, dico mai fare del male per scherzo, anche innocentemente, perché le ripercussioni possono essere più gravi di quello che immaginiamo. Questo soprattutto per i giovani ma non solo. Un libro che a mio avviso rende più consapevoli sulla vita, scritto in modo impeccabile e con molti affondi di approfondimento sulle tematiche.

"Oggi so che non sono io a vedere grandi le cose, ma sono loro a esserlo, io mi limito a guardarle nella loro reale dimensione. Ogni singola giornata è costellata di azioni, visioni, degne di un'epopea straordinaria." (pag.167)

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Gialli, Thriller, Horror
 
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    02 Marzo, 2020
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Il regno della noia

Una tremenda tempesta seppellisce il Quèbec sotto una coltre di neve e ghiaccio.
Mentre qualcuno sfugge al vento gelido nel tepore di casa, tra biscotti al burro di arachidi e la stufa a legna, il capitano Gamache e’ convocato in una fattoria decadente al cospetto di un notaio, che lo informerà di essere stato nominato esecutore testamentario di una sconosciuta e stramba baronessa.

Tre sono le vicende principali che si intersecano nel romanzo, ma se la treccia è flaccida prima o poi si scioglie.
Salvo il salvabile e lo faccio con lo stesso spirito che avrebbe un imprenditore fallito di fronte all’ennesimo tragico bilancio consuntivo, tra le infinite voci purpuree ne stano giusto un paio in attivo.
L’incipit è veramente buono e la trama potenzialmente interessante, purtroppo lo sviluppo e’ misero, di mistery io non trovo nemmeno l’ombra in una giornata di nuvole.
Lungo e logorroico, acquoso e confusionario si perde in personaggi scialbi, chiacchieroni e privi di un marcato taglio psicologico.
Le mosse che districano la matassa si rivelano banali, ma carenza è ovunque. Capita spesso in queste serie che il protagonista sia il fulcro del racconto e sappia catalizzare l’attenzione a prescindere dalla trama. Ci si affeziona ad un detective per il suo carisma, il fascino, l’intelligenza, l’avvenenza o la simpatia… Questo Gamache – nel presente capitolo- e’ l’apoteosi del nulla, mai incontrato in decenni di gialli e thriller un soggetto cardine tanto trasparente.
Quindici euro, uno spaghetto senza sale e pure scondito.

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Romanzi autobiografici
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    29 Febbraio, 2020
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Speriamo bene...

Ipocondria. Una fobia che toglie il fiato ogni giorno a tante, tantissime persone. Come vincere un qualcosa che è capace di entrarti dentro, sotto la pelle, al punto tale da vincolarti in ogni tua scelta, in ogni tua decisione, in ogni attimo della giornata tanto da riuscire a limitarti nel vivere più comune? Non è semplice e forse un vero e proprio rimedio non esiste. Certamente, però, parlarne può essere un grande aiuto e questo perché condividere le paure può servire a destabilizzarle così come fare gruppo può essere fondamentale per sconfiggere un nemico unico.
L’ipocondria non è un qualcosa di momentaneo, non conosce questo termine, non gli è proprio, non è concepito nel suo vocabolario. Un ipocondriaco non è una persona che deve uscire da un periodo difficile, da una fase dell’esistenza con una fase ciclica che ha un inizio e una fine. Per un ipocondriaco il periodo difficile è la vita stessa. Per un ipocondriaco la paura è una costante, un sibilo persistente, un rumore ininterrotto e onnipresente. Un qualcosa che deve essere per quanto possibile gestito per se stessi, per i propri cari.
È con grande coraggio che Lorenzo Marone in “Inventario di un cuore in allarme” ci racconta delle sue paure, delle sue debolezze, delle sue preoccupazioni. Ansie che giornalmente cerca di combattere con la speranza di riuscire a non trasmetterle al figlio.
Protagonista dunque di questo testo non è tanto una storia fatta di tante voci e tanti personaggi con una narrazione caratterizzata da un filo conduttore in evoluzione e/o uno scritto poetico dove a regnare sono le caratteristiche comuni e proprie dei libri dell’autore, in questo caso a far da protagonista e padrona, è la persona con tutta la sua fragilità, con tutte le sue contraddizioni, con tutta la sua umanità.
Quello di Lorenzo Marone è uno scritto ricco di spunti di riflessione, che invita a guardarsi dentro e che invoglia a cercare conforto nell’altro perché esternandole, quelle paure, è possibile vivere meglio, è possibile stare meglio. Non è un libro per tutti. Per leggere “Inventario di un cuore in allarme” occorre non solo una grande predisposizione d’animo ma anche una ricerca, la ricerca di una cura, la ricerca di un qualcosa che sentiamo mancarci.
Un volume eterogeneo che si fa leggere con rapidità, dai toni meditativi e ironici al contempo, che ci parla di malattia, di timore, di insicurezza, di fobie ma che apre anche uno spiraglio sulla speranza e sul vivere.

«Ma fino a quando non si spegneranno le luci, lo spettacolo andrà avanti. E noi continueremo a fare la nostra minuscola parte su questo assurdo e magnifico palco.»

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    29 Febbraio, 2020
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Scelte difficili

Emma è una donna di mezza età, è sposata con Fausto ed ha una figlia adolescente che non comprende. É una donna molto insoddisfatta, Emma, per le scelte che ha compiuto e che sembra aver subito più che aver veramente voluto, una donna molto sola, che non si sente amata dalla figlia e che non appare provare forti sentimenti per nessuno e niente. Non ama il suo lavoro, un lavoro che le è piovuto addosso per ripiego, non sembra provare granché nemmeno per il marito, arrivato in un momento difficilissimo della sua vita e che appare tollerato per puro ripiego.
Emma infatti, quando frequentava l'università, è rimasta incinta: ciò ha condizionato pesantemente la sua vita, rendendola una serie di situazioni non scelte ma accettate in nome del senso di responsabilità, un insieme di seconde possibilità che si sono rivelate in tutta la loro tristezza proprio per quello che sono: seconde possibilità, ripieghi, realtà a cui Emma è arrivata per mancanza di meglio.
In questa vita scialba e grigia si aggiunge l'incapacità della donna di comprendere la figlia, che le è sempre sembrata lontana e inaccessibile ma che, con l'adolescenza, ha alzato un vero e proprio muro di incomunicabilità nei suoi confronti. Fino ad arrivare al giorno in cui Matilde, la figlia inaccessibile, comunica ai genitori di essere incinta, a soli diciotto anni. L'evento imprevisto non avvicina affatto le due figure femminili, anzi, se possibile le allontana ancora di più. Matilde va a cercare l'aiuto di una vecchia amica della madre, Irene, che è diventata una suora di clausura. L'inaspettato (e un po' inverosimile) avvicinamento di Matilde alla vecchia amica materna renderà possibile un chiarimento fra Irene ed Emma, che non si erano più viste né parlate da diciotto anni.
“Insegnami la tempesta” è un romanzo sull'incomprensione e sull'incomunicabilità insita nei rapporti umani, che certamente non risparmia le relazioni genitori-figli. La vita, la letteratura, la psicoanalisi, ci insegnano anzi che il legame madre-figlia o padre-figlio è spesso difficile ed in alcuni casi profondamente problematico: siamo quindi di fronte ad un tema interessante e coinvolgente. Purtroppo, non credo che l'autrice sia pienamente riuscita a costruire su questa avvincente tematica un altrettanto appassionante romanzo. La narrazione è costruita facendo intuire al lettore la centralità e l'importanza di alcuni momenti e personaggi, mentre invece quei momenti e personaggi scorrono quasi senza lasciare traccia...
In conclusione, un romanzo che si fa leggere, che riesce anche ad aprire spiragli di riflessione personale, ma che sicuramente non può dirsi indimenticabile o imprescindibile.

«Che figlio è quello immune dal bisogno? Le creature che hanno urgenza di noi non sono mai quelle che scegliamo. Ne vorremmo altre, che invece sfuggono come se traessero energia dalla nostra volontà di renderci insostituibili. Il bisogno è una dinamica squilibrata.»

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    26 Febbraio, 2020
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La via crucis del marito tradito

Il signor Cardinaud è un libro interessante come argomento e come punto di vista. Un marito abbandonato dalla moglie con due bambini piccoli decide di rintracciarla e di riportarla a casa. La donna tra l’altro sparisce senza un biglietto di spiegazione con i soldi del mutuo, lasciandolo nei guai con il pagamento, con l’organizzazione della casa e costringendolo a chiedere notizie in giro facendoci la figura del fesso. Il fatto di dover chiedere prestiti, ferie, di subire gli sguardi curiosi e le battute della gente sono visti come una sua via crucis personale. Il punto di vista è interessante, come è interessante il suo desiderio di riprendere la moglie senza rancore e senza nemmeno desiderio di vendetta. Però ho trovato la scrittura troppo povera.
Il protagonista non suscita particolare simpatia. Il rapporto con la moglie ha delle ombre. Il suo amore per lei sembra come quello che uno può avere per un soprammobile che vuole assolutamente avere in casa costi quel che costi. Ma non ci vedo comprensione, anzi ci vedo la volontà di non comprendere e di non parlare per non sapere e per evitare di guardare le cose in faccia dando loro un nome. Perciò il rapporto con la donna è fatto di silenzi e di abitudini, di cibo preparato in un certo modo, di bambini educati in un certo modo.
Mi sarebbe piaciuto che l’autore indagasse più a fondo sulla psicologia di lui e di lei e sul loro matrimonio. La figura di lei è inanimata, pare un oggetto sia per il marito che per l’amante e anche per il lettore, priva di volontà e di sentimenti nei confronti dei figli, del marito e dell’amante: una figura grigia, vuota come una bambola. E poi l’amante mi sarebbe piaciuto conoscerlo meglio. Troppo facile dire che è il peggiore uomo del mondo. La lotta tra il bene e il male ha qualcosa che non va quando il male è tutto da una parte e il bene solo dall’altra. Insomma, Simenon è un autore dallo stile cristallino, netto, efficace, sintetico. Ma, la lettura di questo scrittore di gialli, mi ha lasciato tante curiosità insoddisfatte, per cui mi è sembrato di avere letto un giallo senza una soluzione. Credo che l’autore per le sue caratteristiche sia più tagliato per il romanzo di genere.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    21 Febbraio, 2020
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una forza antica e senza tempo

Il nuovo lavoro di Giorgio Montefoschi, critico letterario e Premio Strega nel 1994 è edito da “La nave di Teseo”, collana Oceani.
Un titolo coraggioso, perché potrebbe far pensare ad una storia d’amore melensa e ritrita. Invece è veramente un bel libro, intenso e nostalgico.
“Il desiderio non conosce tempo” leggiamo nella quarta di copertina e nella storia è così. Matteo Gennari, il protagonista, è sempre stato innamorato di Livia Ceriani, da che erano ventenni, studenti all’Università di Roma.
La storia è divisa in tre parti: nella prima parte, la passione che Matteo prova per Livia seppur ancora giovane, impacciato è già struggente desiderio, una fiamma che avvampa forte, da sconquassargli il petto. Nella seconda Matteo è diventato giornalista, è sposato, ha due figli, ma l’improvvisa apparizione di Livia che torna dopo vent’anni di assenza, annulla tutta la vita intercorsa in questi anni, azzera le distanze, il matrimonio con Anna, i figli avuti con lei. Tutto. Al desiderio tutto soggiace. Ma è un desiderio ricambiato solo in parte. Livia, sfuggente giovinetta e poi donna indipendente, lascia ogni volta l’amaro in bocca al protagonista, un uomo nei confronti del quale ho provato sentimenti altalenanti, dalla simpatia alla rabbia.

Uno stile delicato, che sa dipingere immagini di leggerezza e di fuoco, il fuoco del desiderio, una calamita irresistibile, un richiamo che non si può ignorare, quella che fa tornare ogni volta Matteo dalla donna che, ancora a distanza di quarant’anni, entra nei suoi sogni, col suo sorriso da ragazzina, gli occhi scuri, i capelli al vento insieme alle atmosfere di quando nelle estati lontane andavano in vespa.

Roma non è sullo sfondo, Roma è protagonista in questo romanzo, con i nomi delle vie da Viale Bruno Buozzi ai Parioli, a Villa Borghese, d’estate, d’autunno, d’inverno coi suoi colori ed i suoi profumi: la stessa Livia dopo vent’anni in Inghilterra sente il richiamo della sua città e forse anche dell’amore che dice di non provare, “Io non amo nessuno”. Ma...sono solo parole?
Nella storia intervengono vari personaggi, familiari e soprattutto amici di gioventù che si incontrano a distanza di tempo, ognuno cambiato, segnato. Nella vita si cambia, ma il desiderio persiste. Matteo nel cuore sembra sempre lo stesso giovane che si legge all’inizio del libro: sempre smanioso, taciturno, sempre innamorato della stessa donna.

La predominanza della forma dialogata su quella narrativa ha un grande pregio di cui mi sono accorta solo più tardi: entrando nei dialoghi non solo il narratore si eclissa quasi del tutto, ma lo stesso lettore si annulla, diventa egli stesso partecipe di una storia in divenire, è spettatore dei discorsi. Il lettore rischia di dimenticarsi che sta leggendo.

Una lettura che coinvolge, la storia di due amanti, che come sostiene la Sgarbi nella seconda di copertina , si ameranno e si cercheranno anche reincarnati in nuove vite. Un libro struggente, tenero.







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Consigliato a chi desidera leggere una storia ben scritta, immersiva e coinvolgente, ma allo stesso piacevole e non impegnativa
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    19 Febbraio, 2020
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Storie di legami

Questo libro mi ha lasciato molte perplessità, dovute al fatto che non l'ho trovato affatto caratterizzato dagli aggettivi che gli vengono addossati: "scrittura audace, delizioso umorismo, declinazioni dell'amore, saggio, astuto, etc", mi chiedo se ho letto lo stesso libro! Escluso questo dubbio e tenendo presente che c'è un'inevitabile dose di soggezione nell'interpretazione di qualsiasi cosa, libri inclusi, cercherò di esporre la mia di impressione.

Il libro parta di legami affettivi (o che si presumono tali), da quello coniugale a quello fraterno o genitoriale e si propone di approfondirli attraverso i personaggi e le varie situazioni che Elisabeth J. Howard crea.
Premesso che il libro è uscito nel 1969 e che l'autrice ha avuto un'infanzia traumatica oserei dire e una vita in seguito burrascosa, mi sarei aspettata da lei una profondità e saggezza maggiore rispetto a quello che ho incontrato in questo romanzo, pieno di cliché. Certo, qualche perla di saggezza si intravede qua e là e guadagna la fiducia del lettore, ma non possono, da sole, reggere a lungo l'intero romanzo.

"Elisabeth per parte sua scoprì in quel momento che si arriva presto a un punto in cui ogni cosa che si fa o si prova acquista un che di falso; ti sembra di abbracciare o accarezzare un albero anziché una persona; ogni cosa che dici sembra denunciare che non hai capito il problema oppure che non te ne importa."

I personaggi femminili presentano una debole personalità, spesso lasciandosi vittime delle circostanze o sfuggile passando dalla padella alla brace, i personaggi maschili invece, tranne due sui quali ho qualche riserva (Oliver e John) sono meschini, misogini e subdoli. Le situazioni invece che delineano la trama del libro le ho trovate in gran parte inverosimili e con alcuni cliché molto scivolosi, il che da un tocco di futilità e noia al tutto.
Anche la prosa non è delle più brillanti e la cosa che più mi ha lasciato in bianco sono stati i dialoghi mancati. Mi spiego: i dialoghi ci sono e in alcuni spunta fuori anche una leggera, ma molto leggera battuta di spirito, ma quando le cose sembrano prendere una piega interessante e profonda, il dialogo cessa facendo largo a una narrazione riassuntiva in terza persona che elenca gli argomenti (interessanti) successivamente trattati nel dialogo. Un po' una delusione, quasi come una pigrizia dell'autrice a impegnarsi nella costruzione del dialogo, oppure, brutto a dirlo, magari anche incompetenza. A questo punto meglio evitare di andare a toccare certi tasti se poi rimangono lì fini a sé stessi, noi lettori siamo piuttosto attenti ai dettagli. Oltre a questo sono rimasta un po' insoddisfatta anche da come le storie sono state riunite tra loro: mi è mancata una certa armonia e ho avuto l'impressione di leggere un libro abbastanza frammentato. Anche la sfumatura noir della parte finale la si capisce molto prima e l'effetto sorpresa finale viene un po' a scemare. C'è però una scena nelle ultime pagine che ho trovato grottesca e che nella sua "tragicità" diventa quasi comica.

I legami di questo libro sono per lo più legami tossici, sbagliati, se ne salvano solo due: il legame fraterno tra Oliver ed Elisabeth, che si dimostra tenero e costruttivo seppur ha le sue imperfezioni e quello del "vero amore" tra John ed Elisabeth (metto le virgolette a quest'ultimo perché lo considero inverosimile). Tutti gli altri sono legami malati in cui i personaggi si legano a persone chiaramente sbagliate nella speranza di sfuggire la loro condizione insoddisfacente, ma immancabilmente nessuno garantisce loro la salvezza e meno che mai una persona che già in partenza si dimostra inappropriata, così non si fa altro che appesantirsi ancor di più l'esistenza.

Nel complesso è un libro che si fa leggere ma non bisogna avere moltissime aspettative, intrattiene in maniera delicata e anche gradevole ma senza lasciare particolari impronte nel lettore, prevalentemente un libro dal tono triste.

--"Una soluzione provvisoria. E' questo che possiamo essere gli uni per gli altri." E siccome Elisabeth parve ricominciare a piangere, si corresse: "Questo non vale per le persone che si amano davvero."--

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Si per chi vuole una lettura leggera ma non troppo banale, no per chi vuole un po' più di spessore e coerenza.
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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Febbraio, 2020
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Milano, i Navigli e il commissario

Luca Crovi, profondo conoscitore del genere giallo, dopo aver pubblicato L'ombra del campione, torna in libreria con L'ultima canzone del Naviglio. Protagonista indiscussa la città di Milano negli anni Venti e il commissario Carlo De Vincenzi, creatura presa a prestito da Augusto De Angelis.
Siamo a gennaio del 1929, il fascismo sta prendendo sempre più piede, e sta acquisendo un potere basato più sulla malvagità e l'intimidazione che altro, ed è ovvio che il clima in generale sia di paura e di sgomento. Ecco l'autore cerca di esprimere proprio questo, con una tecnica narrativa innovativa e di gran fascino. Infatti il libro è strutturato da tanti capitoli, ognuno dei quali descrive una storia che inizia e si conclude lì. Di per sè sono vicende che si autoconcludono, formando così un quadro illuminante costituito da tante piccole pennellate messe lì ad arte. Ne consegue una pletora di personaggi e di trame che si incastrano una nell'altra e che costituiscono nell'insieme un unicum di grande spessore narrativo. C è il maestro Arturo Toscanini che pur intimidito dalle brutali camicie nere continua a rifiutarsi di suonare l'inno nazionale, c'è il Generale Inverno che con una malia speciale paralizza la città milanese e non solo:
"Il Generale Inverno sferzava con la sua frusta il territorio che aveva invaso."
Su tutti gli argomenti svetta la personalità del "commissario poeta" De Vincenzi, un signore a tutti gli effetti, trasportato in una realtà in continua evoluzione e peggioramento.
I racconti descrivono con il fascino indiscusso del tempo che fu, differente dall'attuale, ma qui descritta con precisione e sapienza di chi conosce a menadito l'argomento. Una bella lettura che nel bene come nel male, trasporta in altri tempi, conducendo per mano il lettore in una trama di grande spessore narrativo, che colpisce e che si ricorda nel tempo.

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Romanzi storici
 
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    18 Febbraio, 2020
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“A volte basta un filo a cambiare la trama.”


Che nascere donna non sia mai stato facile in qualsiasi tempo e luogo è risaputo. Nemmeno l’Inghilterra ancora dell’epoca imperiale sembra aver risparmiato niente alle suddite di sua maestà britannica, alle quali si è continuato a chiedere di scegliere tra famiglia e lavoro, tra matrimonio e un nubilato maldestramente etichettato come una sprezzante condanna senz’appello.
Giunta alla bella età di trentotto anni, Violet Speedwell è una di quelle donne non sposate a cui la bigotta e ipocrita società inglese degli anni Trenta del secolo scorso richiede unicamente di votarsi alla cura dei genitori e di tenere un comportamento moralmente non riprovevole. Anche lei, al pari di tante, fa parte suo malgrado del poco invidiato club di “donne in eccedenza”, come vengono additate le nubili rimaste tali anzitutto a causa della penuria di giovani uomini imputabile alla grande guerra che si è conclusa da meno di tre lustri; sui campi di battaglia del vecchio continente sono caduti anche un fratello e il fidanzato, perdite incolmabili che bruciano come ferite sempre aperte nella sua esistenza scandita dalla routine familiare e i ritmi del lavoro da dattilografa. L’improvviso trasferimento da Southampton a Winchester da lei richiesto la sottrae, per fortuna, al caratteraccio di una madre che, più che sostenerla, pare annichilirla, mentre la nuova città, dove si accosta al mondo delle ricamatrici legate all’antica Cattedrale, finisce per affrancarla aprendole nuovi, imprevedibili e insperabili orizzonti. Dopo lutti e amarezze varie, la vita sorriderà ancora a Violet? E, soprattutto, Violet saprà sorridere di nuovo alla vita?
Con una storia bellissima e intensa che conquista a poco a poco il lettore, ritorna in libreria Tracy Chevalier, già autrice de “La ragazza con l’orecchino di perla” (Neri Pozza, 2000), nonché di altri grandi successi internazionali. Anche quest’ultimo romanzo, grazie alla trama coinvolgente e alla scrittura resa particolarmente scorrevole dall’abile stile narrativo, ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo successo letterario di questa autrice nata nel 1962 negli Stati Uniti, ma trasferitasi in Inghilterra fin dagli anni Ottanta. Tra queste pagine, infatti, emerge una sensibilità tutta femminile che si addentra nell’intimo della protagonista, facendone un ritratto perfetto che mette a nudo sentimenti, emozioni, timori e, nonostante tutto, il desiderio di amare ed essere amata ancora una volta. Violet, però, non è l’unica a testimoniare quanto sia difficile per una donna farsi strada e affrontare una società che, per quanto civile e “moderna”, si arrocca in un umiliante e opprimente maschilismo, spesso alimentato, paradossalmente, dal medesimo gentil sesso.
Se, da un lato, aveva rivendicato un tempo la propria libertà sessuale ripiegando tristemente su quelli che chiama gli uomini dello sherry, la cui compagnia poteva andar bene giusto per una notte, Violet stessa all’inizio si dimostra a disagio di fronte alla scoperta della relazione saffica tra due colleghe ricamatrici su cui gravano maldicenze e riprovazione sociale. Gilda, Dorothy e anche la non più giovane signorina Louisa Pesel emergono nel corso della narrazione come figure molto più intelligenti e autorevoli di qualsiasi uomo, illuminando d’un tratto con una luce nuova il mondo di Violet. Quello dell’emancipazione femminile, che passa attraverso la realizzazione professionale e il coraggio di disporre di se stesse senza condizionamenti né imposizioni, è il tema intorno al quale ruota indiscutibilmente questo romanzo che, oltretutto, rivela un prezioso lavoro di ricerca e documentazione storica, dal momento che la Pesel e i ricami della Cattedrale di Winchester, come si apprende da una nota finale, non sono fantasie della penna della Chevalier. E, non a caso, l’arte del ricamo finisce qui per svestirsi di quella semplicistica parvenza di passatempo da zitelle (per riprendere l’impietosa definizione data dalla madre della protagonista), divenendo ben presto quel qualcosa di cui si ha profondamente bisogno – come afferma invece il campanaro Arthur – per liberarci da noi stessi.

“[…] Violet scoprì che ricamare non era poi così diverso da battere a macchina, però dava più soddisfazione. Una volta che ci avevi preso la mano, diventava perfino rilassante e potevi dimenticare ogni altro pensiero, concentrandoti unicamente su ciò che avevi davanti. La vita allora si riduceva a una sfilza di punti blu che s’intrecciavano sul canovaccio, uno sprazzo di rosso che pian piano diventava un fiore. Invece di redigere documenti per persone che non avrebbe mai conosciuto, Violet vedeva nascere sotto le sue dita figure dai colori vivaci. […]”

Così, fra gli intrecci di quei colori e le meravigliose composizioni dei cuscini della cattedrale, Violet è capace di far proprio quel coraggio che è sempre difficile afferrare se non si è disposti a pagarne il prezzo, scoprendo infine che, talvolta, basta davvero un filo diverso per cambiare del tutto la misteriosa trama dell’esistenza.

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siti Opinione inserita da siti    14 Febbraio, 2020
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Nel cuore degli uomini

Wisconsin, nel Midwest, nel cuore della regione dei Grandi Laghi, un piccolo paese del Wisconsin in realtà, spopolato, abitato solo da vecchi, gente semplice, lavoratori in pensione, mariti e mogli con alle spalle solide unioni matrimoniali o amari fallimenti. Un luogo piccolo, dove tutti si conoscono, dove la comunità intreccia il proprio vissuto con le gioie o i dolori degli altri. Un luogo fatto di piccoli semplici gesti, sguardi schietti, rare le espressioni più vive d’affetto, arrivano solo quando è veramente necessario. Lyle, il sessantenne protagonista, vive qui con la moglie Peg e da poco, i due coniugi, ospitano la figlia adottiva e il suo bambino, Isaac, gioia pura per il nonno che aveva perso il suo unico figlio maschio di nove mesi. Pochi amici, ma veri e preziosi. Un lavoro per tenersi vivo, la cura di un frutteto di un’anziana coppia cui presta il lavoro non tanto per la retribuzione quanto per l’amore per i meli che vi abbondano, fragili e delicati nel fiore e nel frutto: una varietà unica e preziosa. Le vicende personali della figlia Shiloh portano nel cuore della famiglia le ombre dell’incomprensione, le distanze dell’ insicurezza, aprono ferite che un tempo si erano rimarginate; sono decisioni adulte, percorsi individuali, quelli che un genitore, pur disapprovando, non può contrastare perché correrebbe il rischio di allontanare per sempre l’amore di un figlio trascinando in questa deriva anche gli altri affetti, la moglie, il nipote. È dunque il romanzo di Lyle, personaggio davvero ben tratteggiato, irrisolto nella sua fede, contrastato dalle certezze altrui, capace però di ponderare sempre il suo dubbio, di mettersi in discussione, di tentare di capire anche quando è evidente che ciò che accade è pura follia. Shiloh è vittima di un manipolatore che la mette in pericolo e soprattutto mette a rischio la vita del piccolo Isaac, ritenuto dal predicatore, di cui si è innamorata, un guaritore. Ispirato ad un fatto di cronaca, il romanzo non risente per niente della matrice cronachistica e non è nemmeno affidato ai toni melodrammatici o alla suspense che avrebbero potuto farlo scadere al rango di uno scritto scontato e prevedibile. Il dramma è sempre sullo sfondo, allontanato, dilatato, irrisolto; più importante è invece perdere lo sguardo nei rapporti interpersonali, scandire i fatti con il susseguirsi delle stagioni, avere il tempo di respirare la natura, la vita, le sue gioie e i suoi dolori. Convincente.

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Vita93 Opinione inserita da Vita93    06 Febbraio, 2020
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Non c’è viaggio senza meta

Roberto Costantini, nato a Tripoli nel 1952, è un autore interessante e capace di trasmettere nelle sue opere la stessa vivacità e dinamicità che contraddistingue la sua carriera lavorativa. Studente a Stanford, ingegnere, consulente aziendale, dirigente della Luiss di Roma dove insegna “Business Administration”, nonché autore della celebre e fortunata serie avente per protagonista il tormentato commissario Balistreri.

Dopo sei romanzi incentrati su tale figura, stavolta Costantini si è cimentato in una storia che ha per protagonista una donna di nome Aba Abate.
Madre di due adolescenti, Francesco e Cristina. E sposata con Paolo, che considera il suo uomo ideale. Colto ma non noioso, romantico ma mai melenso, presente e allo stesso tempo mai soffocante. Paolo sogna da anni di fare lo scrittore ed è l’incarnazione vivente del “vivi e lascia vivere”. Il perfetto contraltare di una donna estremamente meticolosa, efficiente ed organizzata come Aba.

Tutti, familiari compresi, credono che Aba sia un’impiegata amministrativa del ministero degli Interni, quando in realtà lavora sotto copertura, e con il nome in codice Ice, per i servizi segreti italiani. Coordina una rete di infiltrati nelle moschee situate in Italia. Una vera e propria seconda vita.
E proprio attraverso uno dei suoi infiltrati più affidabili, scopre che un pericoloso terrorista, dall’identità sconosciuta, sta per imbarcarsi dalla Libia. Pronto a raggiungere l’Italia per farsi esplodere in un imprecisato luogo affollato.
Il romanzo trae quindi spunto dall’attualità, affondando le radici in tematiche quali gli sbarchi, l’immigrazione, l’integrazione tra culture differenti, il terrorismo di matrice islamista, e le questioni economiche che si celano dietro questi aspetti.

E non mancano interessanti spunti di riflessione su quanto oggi sia difficile conciliare la vita familiare con un’attività lavorativa impegnativa e stressante.
Aba si divide infatti tra colleghi pieni di segreti e con punti di vista e interessi non sempre perfettamente collimanti, funzionari e mercenari libici che agiscono con procedure ed etiche del tutto diverse da quelle occidentali, e la cosa a cui tiene di più in assoluto. La famiglia. Ma mantenere un equilibrio sarà sempre più difficile, in una caccia all’uomo ansiogena e accentuata dalla suddivisione in capitoli secondo i giorni della settimana.

Incuriosisce lo stile narrativo scelto dall’autore. La storia si dipana infatti su tre piani, con differenti tipi di narrazione. La vicenda è narrata da Aba in prima persona quando si trova a casa o comunque in compagnia dei familiari. La narrazione si svolge invece in terza persona quando il focus si sposta sull’ambito lavorativo. Quasi come un simbolo della doppia vita della donna. Gli affetti e la complicità emotiva da una parte, e il necessario distacco dall’altra per svolgere bene il proprio mestiere. E infine il corsivo, che esprime i pensieri della protagonista, un mezzo utile per creare affinità con il lettore.

“Una donna normale” mette le basi per una probabile nuova serie. A mio avviso il confronto con i precedenti lavori del bravo Costantini è tuttavia a svantaggio di questo ultimo romanzo, che pur essendo un buon testo, non raggiunge i livelli di intrattenimento, maturità, carisma, profondità e introspezione psicologica dei personaggi che erano il punto forte delle travagliate indagini del commissario Balistreri.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    05 Febbraio, 2020
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Dora e i predatori più pericolosi

Dora è una ragazzina di 13 anni, porta le trecce come Greta Thunberg, sua eroina, e adora Dian Fossey, il mito a cui vorrebbe ispirarsi. Dora ha saputo da suo padre, componente del Soccorso alpino di San Candido, che c’è un nido di linci, lassù in val Fiscalina, proprio dove dovrà essere costruita una stazione di risalita. Quella mamma lince dovrà essere catturata, messa in gabbia e spostata altrove. Dora non ci sta: gli animali non debbono finire in gabbia. Dora prepara lo zaino e scappa di casa per andare a salvare la lince. Pensa di farsi aiutare da Gert, suo amico di chat line. Gert dice di appartenere alla Resistenza che lotta contro la distruzione dell’ambiente da parte dell’Uomo. Ma Gert, in effetti, dipendente di uno parco-zoo austriaco, è un schizofrenico omicida. Forse è stato proprio lui a uccidere il collega Hannes Baumgartner, omicidio sul quale sta indagando il capitano Orlandi della locale stazione dei Carabinieri.
Si scatena una disperata ricerca su un territorio enorme, aspro e impervio, con il duplice obiettivo di trovare e salvare Dora e di catturare Gert. Sono coinvolti gli abitanti del luogo, quelli del Soccorso alpino, i Freiwillige (i Volontari). Tutti sono pervicacemente animati dall'ancestrale istinto di difesa del territorio e dei suoi abitanti contro le aggressioni. Però alcuni hanno buone intenzioni, altri meno. Molto meno.
Oltre a questo difficile problema di gestione delle forze, Orlandi deve affrontarne un altro, interno. È stato distaccato presso il suo comando il capitano Viktor Martini, una scheggia impazzita, in attesa della condanna definitiva della commissione disciplinare e del congedato coattivo, è stato confinato nell'ufficio S: l’ufficio scartoffie. Viktor, infatti, dopo aver risolto l’atroce indagine dello Squartatore del Testaccio, ha “dato di matto”. Adesso preferisce seppellirsi nelle pratiche, nei verbali, piuttosto che impugnare nuovamente una pistola. Però sarà proprio Viktor, compulsando documenti, rileggendo deposizioni, mettendo a nudo le sue ferite psicologiche anche con gli indagati, a individuare gli indizi giusti che instraderanno le ricerche.

“L’animale più pericoloso” è un romanzo uscito a puntate sul quotidiano La Repubblica e ora è stato ripubblicato da Einaudi in forma integrale. In quest’opera, che è quasi un istant book, D’Andrea affronta tutti i temi di maggiore attualità del momento: la difesa dell’ambiente, la violenza sulle donne, lo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, le intolleranze, etc.
In teoria sarebbe tanta carne al fuoco, forse addirittura troppa. Fortunatamente gli accenni a questa o quella problematica sono solo funzionali allo svolgersi della storia che, sostanzialmente, è una frenetica corsa contro il tempo per il salvataggio della ragazzina e per la cattura dei colpevoli.
La storia parte un po’ zoppicando, a causa di una certa frammentarietà nel modo in cui i vari contesti sono introdotti. Poi, però, una volta ricomposto il mosaico generale che fa da sfondo al racconto, la narrazione procede spedita e tiene col fiato sospeso il lettore sino alla fine, senza mai svelare troppo, senza eccessivi colpi di scena, ma con un realismo e una credibilità delle situazioni da far supporre quasi che si tratti del resoconto romanzato di fatti realmente accaduti, con l’unica esclusione, forse, del finale, abbastanza inattendibile ed eccessivamente convulso.
Lo stile è agile e scorrevole e si legge con piacere, anche se ho sentito un po’ la mancanza di una più accurata descrizione ambientale. La regione in cui si svolge la vicenda è stupefacente (le Dolomiti, le abetaie incuneate nelle strette valli alpine, la Croda Rossa, i pianori da cui spaziare con lo sguardo). Purtroppo chi non conosce la Val Pusteria può solo immaginarseli quei luoghi, e l’A. (altoatesino) si concentra solo sull'azione e sui personaggi, dandi i paesaggi per scontati.
Quanto ai personaggi, ben caratterizzati Dora, Gert e Viktor, mentre gli altri, che non solo comprimari di contorno, avrebbero meritato una maggiore cura descrittiva.
Detto questo “L’animale più pericoloso” è un bel romanzo da leggere tutto d’un fiato, ma anche da meditare, perché sotto la vicenda fittizia covano tanti problemi concreti, irrisolti e di estrema attualità, perché, come dice Gert, “c’è di peggio che la morte”, com'è vero che “l’animale più pericoloso è quello ferito”.

______________

Devo fare una postilla per la pagina del pignolo: nel 2020 è inaccettabile che un libro abbia tanti refusi. Una tiratina d’orecchi a Einaudi e al suo editor!

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lapis Opinione inserita da lapis    04 Febbraio, 2020
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“E' la vita che è una solenne fregatura”

Ci sono romanzi di evasione, che leggiamo per dimenticare almeno per qualche ora il lato oscuro del mondo, immergendoci in una favola d’amore, tanto bella quanto irreale, o in una serratissima indagine, in cui alla fine i cattivi vengono sempre smascherati e puniti. E poi ci sono romanzi come questo, che nascono invece con il chiaro intento di farci ricordare.
Che il mondo non è abitato solo da principi e principesse, ma da personaggi ammaccati, fragili e controversi. Marginali o emarginati. E decidere chi è buono e chi è cattivo non è sempre così facile.
Che la vita sa essere spietata e si accanisce proprio su chi è più vulnerabile. Perché non importa quanto provi a nasconderti e camuffarti, la lama affilata e impietosa dell’intolleranza ti raggiungerà ovunque.
Che la giustizia a volte è davvero ingiusta. E non ci sono processi per chi non soddisfa i criteri di accettazione condivisi: la società ha già emesso la sua inappellabile condanna mediatica, di accuse, minacce e insulti social. A volte, non serve nemmeno la galera per sentirsi in prigione.

Un attore porno a fine carriera, un’assassina da prima pagina, un vecchio travestito: ecco i protagonisti di questa storia. Le loro vite si toccano solo marginalmente finché una sciagurata concatenazione di eventi ed effetti collaterali li travolgerà, in un rocambolesco percorso di sopravvivenza.

“Ogni giornalista si innamorerebbe di voi, i personaggi perfetti di quelle vicende di cronaca nera che si trascinano negli anni. E in questa società basata sullo sberleffo feroce diventereste il motore infinito di battute e fotomontaggi condite con tante faccine che si sganasciano.”

Un classico noir, dunque. Invece no, quest’etichetta sembra non calzare a pennello. Latitano le atmosfere cupe e tormentate. La denuncia sociale vira su note umoristiche, con punte di comicità. La trama perde univocità per moltiplicarsi in un caleidoscopio di visioni, storie e personaggi. Si scopre così che i veri protagonisti di questo racconto sono i sentimenti. Sentimenti semplici, banali, quotidiani. La paura della solitudine di un vecchio in veletta e tubino è la stessa del nonnino in pantofole. Il bisogno di sentirsi accuditi di un quarantenne che ha venduto il proprio corpo, rifuggendo obblighi e legami, è lo stesso del giovane impiegato delle poste che si scopre all’improvviso malato. La richiesta d’amore di una donna che ha vissuto la galera e l’ingiustizia, è la stessa di ogni creatura sfortunata e indurita, che però vuole ancora credere alla speranza, nonostante tutto.

Massimo Carlotto si è divertito a sparigliare le carte, miscelando aspra critica sociale a semplicità di sentimento, parole affilate e volgari a note soffuse e malinconiche, profonde riflessioni a commedia grottesca. Un lavoro nel complesso scorrevole e godibile, a tratti forse un po’ superficiale nell’intreccio e soprattutto nella definizione emotiva dei personaggi, ma che ci trasmette un forte messaggio chiedendoci di guardare alla realtà senza pregiudizi, senza affidarci a facili verità, ma con dubbio, comprensione e umanità.

“In un delitto tutti guardano al carnefice e alla vittima. Ma intorno a loro c’è un mondo di persone che reagiscono in modo diverso, travolte dal dolore o dalla rabbia che modificano per sempre la loro esistenza”.

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    04 Febbraio, 2020
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tabula rasa

1812, Paradise, colonia inglese, Giamaica.
La notte e’ calda e afosa, dagli alloggi degli schiavi una bimba mulatta striscia sull’erba verde e fresca vicino al fiume.
Osserva silenziosa la grande casa padronale dietro lo zuccherificio, illuminata dal tremolio delle candele l’ombra della Signora che si prepara per la notte di candido lino. Ha solo sette anni e sta per essere chiamata a prestare servizio in casa, la schiavitù è reale e brutale e legale.

1826, tribunale di Old Bailey, Londra.
La sala e’ gremita, la spada e’ incisa sul muro alle spalle del giudice. Il fruscio delle toghe e’ coperto dalle ingiurie del pubblico che le grida: Assassina! Le catene alle mani, il viso chinato, gli sputi su di lei.
Vogliono vedere impiccata la mulatta criminale, sul banco le prove dell’omicidio dei suoi padroni, accanto al coltello un vaso contenente un feto umano.

Frances leggeva Milton un tempo, lui diceva che la mente e’ il proprio luogo che puo’ fare un cielo dell’inferno, un inferno del cielo. Rammentando o dimenticando.
Non ricordo risponde l’assassina, non ricordo. Io l’amavo, non lo avrei mai fatto, non ricordo. Non ricordo.

Bellissima e ricca la trama e buona la ricostruzione storica, per la maggior parte del romanzo mi successe quel che di rado mi accade. Nulla, zero, indifferenza. Apatia e privazione totale da ogni stimolo emozionale, positivo o negativo che esso fosse.
La passione non mi bruciava priva come era delle sue membra scarlatte e roventi, la violenza non mi feriva colpendomi col profondo nero di una verga sulla tenera pelle nuda. Il dolore non era intriso del denso viola di una ferita inferta e sanguinante, la menzogna era sbiadita e non mi imbrogliava col suo giallo fluorescente e beffardo, nemmeno un pugno di bianco nella tenerezza che avrebbe dovuto mondarmi. Discreta era la narrazione, senza pero’ che l’autrice riuscisse a donare la vita ai suoi personaggi.
Poi nelle ultime cento pagine la Collins ritrova il vigore e torna tra noi. La smette di incartare tonnellate di idee, ora diventa madre delle sue creature. Ora esse respirano, si disperano, palpitano.
Il tribunale si popola di uomini e donne vere, infervorati e crudeli, le grida ed i silenzi. Gli avvocati procedono con le loro accorate arringhe, l’imputata freme, urla e si dibatte.
Eccoli i colori, eccola Frances, la schiava la bambina la donna l’assassina quando soffriva, amava, leggeva, ubbidiva, quando veniva vessata e punita. Finalmente, finalmente.

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archeomari Opinione inserita da archeomari    03 Febbraio, 2020
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Il colore dei segreti e delle paure

Percival Everett, scrittore americano eclettico, prolifico e caratterialmente schivo, non ama parlare di sè nè dei suoi libri. Vanta un passato da musicista jazz e da allevatore di cavalli.
Ecco il suo nuovo lavoro, edito dalla Nave di Teseo, collana Oceani.

Nella seconda di copertina si legge che l’autore ha qui raggiunto il traguardo del romanzo perfetto. Everett è sicuramente uno degli scrittori americani contemporanei più interessanti, mai monotono, sempre alla ricerca di contenuti diversi.
“Quanto blu” è un romanzo che appassiona, ben costruito, e che nonostante i continui salti temporali non stanca, mantiene sempre desta l’attenzione del lettore.
La storia segue tre fili che si intrecciano e vanno a risolversi nel finale, ognuno di essi è riconoscibile grazie al titolo. Come un puzzle, ogni tessera trova man mano il suo posto e ricompone la storia di Kevin Pace, il protagonista che è anche narratore.
Kevin è un artista, un pittore nero, di cinquantasei anni, sposato con Linda, dalla quale ha avuto due figli, April e Will, di 16 e 12 anni.
Il protagonista si presenta nelle prime pagine e ci fa subito immergere nel suo passato: la narrazione è l’alternarsi di due lunghi flashback, uno che si inserisce nel 1979 (il titolo di ogni capitolo contenente questo flashback è infatti “1979”) ambientato nel Salvador a ridosso della guerra civile, ove ha vissuto eventi traumatici che lo hanno segnato per sempre e un altro, intitolato semplicemente “Parigi”, che narra la “sbandata” avuta con una giovanissima acquerellista, Victoire, dieci anni prima, mai confessata alla moglie.
La cornice in cui si inseriscono i due principali flashback si intitola “Casa” e racchiude non solo gli eventi del presente del protagonista, ma anche del passato legati però alla presenza di Linda, dalla richiesta di volerlo sposare agli eventi del finale.

La presentazione editoriale vuole attirare l’attenzione sulla storia di un quadro che Kevin tiene nascosto a tutti, anche al suo miglior amico, alla famiglia, perché racchiude il suo segreto più grande che verrà svelato alla fine. In realtà il quadro è solo lo specchietto delle allodole per attirare il lettore fino alla fine, perché si parla veramente poco della sua realizzazione. Un colore e le sue sfumature per rappresentare tutto l’inconfessabile di una vita intera.

“Lo dicevano spesso, che io evitavo il blu. Ed era vero. Quel colore mi metteva in crisi. Non riuscivo a controllarlo. C’era quasi sempre come una base di calore nella mano di fondo, ma in superficie non si vedeva mai, non era mai più che un’idea in nessun quadro. E sebbene il blu sia tanto piacevole (...) non lo potevo usare. Il colore della fedeltà, della lealtà, l’argomento dei filosofi, il nome di una forma musicale... ma il blu non era mio”.

Ciò che va riconosciuto all’autore è la varietà. Varietà nell’ambientezione, varietà nell’azione (in particolare nei capitoli in cui si narra l’avventura salvadoregna), varietà nei registri linguistici unite ad una certa profondità di scavo psicologico, intimo, che arriva alla confessione finale solo alla fine, in quanto tutta la storia lascia sempre qualcosa di sospeso, di insoddisfatto nella curiosità del lettore.
Everett cerca di distrarre chi legge rivelando man mano dei particolari che possano fargli pensare al finale, ma... non ve lo dico.

Complessivamente un romanzo piacevole, ben costruito, ma che non mi fa pensare certo ad un capolavoro, in quanto il finale, che non posso rivelare, non mi ha convinto, mi ha lasciata perplessa e insoddisfatta.
Ultima osservazione: ho trovato nell’edizione tre refusi, di cui due veramente importanti per la comprensione della storia. Ho segnalato alla casa editrice, sperando che si siano accorti prima di me.

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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    31 Gennaio, 2020
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Ado, dove sei?

Pietro Gerber è uno psicologo infantile: usa l'ipnosi per curare i traumi dei suoi piccoli pazienti, per insegnare loro a mettere ordine in una memoria resa fragile dal dolore in modo che possano imparare a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.
In un piovoso giorno di fine inverno riceve una misteriosa telefonata: una collega lo contatta dalla lontanissima Australia e gli parla di una sua paziente, Hanna Hall, che probabilmente soffre di amnesia selettiva. La dottoressa Walker la sta curando con l'ipnosi e, durante una seduta, Hanna ha ricordato un evento violento avvenuto proprio in Toscana, dove viveva quando era bambina. Hanna sta arrivando a Firenze e Theresa Walker chiede a Gerber di occuparsi di lei: anche se lui cura solitamente minori, potrà rivolgersi alla bambina che è ancora dentro Hanna.
Fin dal primo incontro, Gerber ed Hanna manifestano una strana attrazione l'uno verso l'altra. La giovane donna, attraverso le sedute di ipnosi, riporta alla luce della sua memoria una storia molto particolare ed inquietante. Da bambina si spostava in continuazione con i genitori, conducendo un'esistenza molto singolare: vivevano in luoghi isolati e occulti al resto del genere umano, gli estranei erano un pericolo grandissimo da evitare in ogni modo. Perché Hanna e i genitori rifuggivano ogni contatto sociale? Cosa nascondevano? Perché avere tanta paura degli altri? E, soprattutto, cosa c'era veramente dentro una piccola cassa di legno sigillata con la pece, che la famigliola si portava sempre dietro, che veniva di solito sepolta sottoterra in prossimità dell'abitazione in cui i tre si trovavano? Cosa vuole Hanna da Gerber? É veramente una paziente che ha bisogno d'aiuto oppure è una pericolosa criminale?
Naturalmente il lettore potrà avere delle risposte a tutti questi interrogativi, una volta ultimata la lettura di questo nuovo thriller di Donato Carrisi. Purtroppo, rispetto ai precedenti romanzi dell'autore, ho trovato quest'ultima opera un po' sottotono. Mi spiego meglio: ricordo che quando leggevo “L'uomo del labirinto” di sera non riuscivo a staccarmi dalla lettura e, quando decidevo finalmente di smettere, ero turbata e non riuscivo a prendere sonno facilmente. Stavolta invece mi capitava di addormentarmi sulla pagina. Certo, è anche vero che questo è un romanzo che segue il filone de “La ragazza della nebbia”, non quello del “Suggeritore” o del “Tribunale delle anime”. É un thriller più realistico, senza sequenze troppo violente, eccessivamente angoscianti e sconvolgenti. Però... Alla fine la storia non mi è sembrata così intrigante e il finale, non è un tipico finale alla Carrisi, che di solito, invece di sciogliere le tensioni le accresce.
In conclusione, si tratta di un thriller che si legge volentieri, ma che non brilla per originalità e che non suscita particolare coinvolgimento.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    26 Gennaio, 2020
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Sergio Stokar un'esistenza "diversa"

Tullio Avoledo pubblica con la casa editrice Marsilio il suo primo noir dal titolo Nero come la notte, un romanzo duro, cupo, violento, il cui tema principale, di grande attualità, è sicuramente la diversità, ovvero la presa di coscienza dell’esistenza di “un differente”, per poi scoprire che ciò non è poi tale nella realtà.
Si narra la storia di Sergio Stokar e del suo vissuto,
“nero come la notte”.
In una vita “altra” è stato un poliziotto dalle simpatie filo naziste, testimoniate anche dallo strano anello che era solito indossare;
“un tempo in cui ero potente e rispettato, il primo della classe, l’uomo dell’anno. Anzi, di tutti gli anni. Passati, presenti e futuri. Ci fosse stato un Nobel per i poliziotti l’avrei vinto a mani basse. (…) La mia vita era tutta una recita, una serie di performance applauditissime. “
Un passato in cui lui, personalità bordeline, aveva una moglie che lo ha abbandonato, dopo averlo dissanguato economicamente, dopo essere andata a convivere con il suo stesso avvocato,affascinante principe del foro. Un’epoca differente che:
“Era, nella magica Milano da bere, e poi nella Roma dei potenti, al seguito del mio Magistrato Onesto diventato Onorevole, ero un cavaliere senza macchia, e senza paura. Mi piaceva, mostrargli agli altri. Pieno di idee su come andava il mondo, e su come avrebbe dovuto andare. Soprattutto su come avrebbe dovuto andare. Io e le mie grandi utopie. Tutti mi adoravano. Tutti non aspettavano altro che vedermi cadere.”
Infatti un giorno cade, trascinando in un mare nero la propria esistenza. Si risveglia, dopo una massiccia assunzione di ogni tipo di droghe, in uno strano posto chiamato “Le Zattere”. Un luogo che:
“non si può nemmeno chiamare quartiere è una terra di nessuno in cui città e campagna competono per il primo premio allo squallore assoluto. Brutte fabbriche, quasi tutte chiuse, s’intervallano a campi spogli, a viadotti incompiuti, a residui di un ostinato mondo contadino. “.
Lì viene salvato da uno strano dottore indiano e da sua moglie. Il Consiglio, che amministra con pugno di ferro un tale “ecomostro” ai confini della realtà, gli offre l’occasione di redimersi e di superare le difficoltà della vita. Deve scoprire la verità sulla morte, orribile e tragica, di tre ragazze che abitavano proprio alle Zattere. Riuscirà a superare le sue paure, e a tornare in quel mondo esterno ricco di brutture e di limitazioni, che tanto lo aveva segnato? Riuscirà ad individuare la verità dietro a tanta violenza?
Una lettura che trascina in un vortice oscuro e nero come la pece. Ambientato una città del Nord-Est mai nominata, ma facilmente identificabile, un luogo dove la crisi economica ha inciso in maniera esponenziale, dove ancora oggi la si vede e la si respira in quelle lunghe file di capannoni dismessi, testimoni muti di una ricchezza che non è più. Un romanzo che alterna con efficacia atmosfere violente e crude all’Arancia Meccanica di Kubrick, espressamente citato, a momenti di cupa malinconia, di rimpianto per un passato vissuto che tuttavia ferisce ancora. Una testo che avvince e trascina il lettore
“nei recessi più oscuri di una società rabbiosa e corrotta.”
Di grande attualità, scritto con una prosa schietta e priva di fronzoli, il testo racconta con sapienza narrativa una storia dei giorni nostri, con un finale che non può che stupire anche il lettore più smaliziato.

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siti Opinione inserita da siti    25 Gennaio, 2020
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Quello che non si dice

Opera del 2004, già edita in Italia e riproposta ora da Feltrinelli nella collana “I Narratori”, interessante prodotto di uno scrittore colombiano, Juan Gabriel Vásquez, che riesce a catturare l’interesse dell’editoria internazionale e viene acclamato come una delle voci più innovative della recente letteratura sudamericana. Non delude le aspettative.
Il romanzo è innanzitutto un libro nel libro, racconta infatti le conseguenze accorse alla voce narrante in seguito alla pubblicazione del suo primo libro e viene siglato da un post scriptum che inserisce ulteriori sviluppi alla vicenda confinata in questo suo secondo libro intitolato appunto “Gli informatori”. La struttura narrativa è perciò complessa, originale, capace di determinare un andamento vivace alla scrittura che si avvale, giocoforza, di ampie analessi oltre che di inserti narrativi dal respiro documentario.
Nei primissimi anni ’90 del secolo scorso, Gabriel Santoro è richiamato dal padre, di cui porta lo stesso nome, perché l’anziano genitore che solo tre anni fa aveva bocciato in maniera del tutto inaspettata e feroce il suo libro con una recensione impeccabile, determinando quindi il loro allontanamento, deve subire un importante intervento chirurgico. Questo evento iniziale genera a cascata tutti gli sviluppi successivi: il parziale riavvicinamento dei due e la svolta imprevista del decesso del padre, eventi che a loro volta generano, a spirale, il riemergere di un passato celato che Gabriel tenterà di decodificare al di là della cortina di mistificazione che il sapiente genitore, docente di retorica, ha innalzato.
È la storia della Colombia, terra di arrivo per molti profughi tedeschi durante i feroci anni del nazismo, terra che ospita inizialmente e poi rigetta, in seguito agli sviluppi della II guerra mondiale, i pericolosi tedeschi, tutti, a prescindere dalla loro ideologia, è dato per scontato che siano tutti nazisti. Si tratta spesso di tedeschi perfettamente integrati nel tessuto sociale colombiano, ne hanno sposato le donne, hanno da loro figli che parlano spagnolo e sono cattolici. Un centinaio vengono internati nell’ Hotel Sabaneta di Fusagasugá, a sud di Bogotà, questo libro parla anche di loro e di come ci siano finiti.
Tutto ruota intorno al valore della parola e come declama lo stesso Santoro nella sua aula universitaria qui si parla “di quello che non si dice, di ciò che sta oltre il racconto, il computo, il riferimento”. Spesso la verità è impossibile da ricercare. Buona lettura.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    20 Gennaio, 2020
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L'ho sopravvalutato?

Ho recensito più di una nuova uscita di Joe R. Lansdale nel recente periodo, e nella mia testa ha preso a formarsi un interrogativo: avrò sopravvalutato l'autore, o questo è un periodo in cui è semplicemente svogliato? Immagino che potrò capirlo soltanto leggendo altre delle sue opere più apprezzate, scritte tempo fa. Forse così potrò capire se Lansdale è un autore di semplice intrattenimento con qualche guizzo felice (come "Paradise Sky"), o se come Stephen King sta puntando sulla quantità e meno sulla qualità, quantomeno di recente.
Dico questo perche' “Caldo in inverno" non è altro che un modo per passare una piacevole giornata di lettura, ma ben lontano dalla letteratura; così come i film Marvel sono film adatti a passare un piacevole paio d'ore, ma ben lontani dal grande cinema.
È curiosa, oltretutto, la scelta di inserire questo libro nella collana "Gialli Mondadori", mancando in esso quelli che sono le fondamenta del giallo: detective, indagini, ricerca dell'assassino da parte dei protagonisti e del lettore, che collabora pur essendo inascoltato. “Caldo in inverno” è un'opera carica di testosterone, sparatorie e Dixie Mafia, cosi come piace a Lansdale ultimamente, anche nel recentissimo "Elefante a sorpresa". Niente mistero, dunque, solo tensione e adrenalina. Non c’è molto da aggiungere sulla trama, considerato che è tutta ben descritta nella quarta di copertina. Questa storia procede per la sua strada, senza colpi di scena di sorta, seguendo le gesta di personaggi (di cui alcuni anche interessanti) che sarebbero perfetti per un film d’azione.
Certo, questi sono romanzi piacevoli da leggere, ma in passato se volevo leggere qualcosa di simile mi "rivolgevo” ad altri autori, perché ero convinto che Lansdale appartenesse a un’altra categoria, una spanna sopra di loro; che fosse capace di ben altro.
Mi sbagliavo? Ve lo farò sapere, perché credo che la mia prossima lettura di Lansdale sarà rivolta a qualcuna delle sue opere più conosciute.

“All’epoca, ero certo di essere io l’eroe e di poter trionfare sempre. Dopo l’esperienza nell’esercito e dopo essere stato in guerra, non mi ero mai più sentito un eroe. Di certo, non mi sentivo un dannato eroe in quel momento.”

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Gennaio, 2020
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L'Antigone napoletana

Il bambino nascosto è un bellissimo romanzo-sceneggiatura sul tema della mafia. Ricorda per argomento la paranza e gli ambienti di Saviano. Sembra ,leggendo, di vedere già il futuro film, protagonista il solitario, schivo maestro di pianoforte Toni Servillo, nel romanzo Gabriele Santoro,. La trama è semplice e interessante. Due bambini di dieci anni scippano la madre del boss mafioso De Vito che cade battendo la testa e muore. I genitori dei bambini devono sacrificare i figli per ripagare lo sgarro, ma uno dei due bambini, Ciro, si nasconde a casa del maestro di musica, che inizia a vivere spiato e braccato dalla mafia in casa sua. Il maestro ha un fratello magistrato con cui è in cattivi rapporti, ma che decide di contattare per chiedere consiglio. Questo fa sì che sia messa a confronto la misericordia con la giustizia. Così come Antigone contro gli ordini dello zio Creonte decise di dare sepoltura al fratello Polinice, così anche Gabriele si scontra con la durezza della legge che non prevede la preveggenza del crimine in casi come questo. Anzi gli contesterebbe il reato gravissimo di sottrazione di minore. In ogni caso Andò pone in modo toccante il problema del male, dell’abitudine al male; di come la rassegnazione di fronte al male sia già di per sé un male peggiore del male stesso. Il suo romanzo è una riflessione profonda su questo tema con grande apertura di orizzonti morali: la misericordia supera sempre la giustizia di gran lunga (non sono nata per condividere l’odio ma l’amore, dice Antigone), il bene vince sul male ma è necessario il sacrificio espiatorio dell’innocente per rovesciare la mentalità consolidata aprendovi un varco.
Perciò a ragione il maestro cita: se non dovessi tornare sappiate che non sono mai partito.
Forse, per il modo di affrontare il tema della mafia, per la bellezza dell’affetto disinteressato tra maestro e allievo, per l’arte (la musica) che accomuna le anime di Gabriele e del suo dotatissimo allievo di fortuna Ciro il libro mi è sembrato molto coinvolgente. Del resto Andò è una persona di grande spessore e intelligenza. L'incipit non è la parte migliore del romanzo, l'inizio è legnoso ma poi si scioglie subito.

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La paranza dei bambini di Saviano
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    18 Gennaio, 2020
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Indagine tra camice e reparti ospedalieri

«Lì dentro il tempo era sospeso, a regolare l’esistenza e la cadenza temporale erano i dolori, le piccole, analisi e prelievi. E le visite. Mogli, mariti, fratelli e fidanzati che ogni giorno si presentavano nelle stanze, un traffico continuo di bottiglie d’acqua, dolcetti, giornali e riviste che cercavano di nascondere l’ansia e la paura. Turnazioni di amici o parenti con lo stesso sorriso a mezza bocca e le stesse notizie di chi è fuori e prosegue nella sua quotidianità. Portavano l’odore familiare ai pazienti per accompagnare la guarigione o per non lasciare solo chi stava per abbandonare la vita. Un piccolo e insignificante scampolo di memoria che potesse accendere nel moribondo anche un solo minuto di sollievo. Amore puro che ti faceva lasciare casa e impegni e dare tutto il tuo tempo al malato nutrendolo con la speranza, coi sorrisi, anche solo con la presenza fisica. […] Dolori, pillole, analisi, prelievi, visite e i pasti. Tutto fuori orario, l’ospedale era un microcosmo che obbediva a regole che niente avevano a che fare con la vita prima del ricovero. La scansione temporale serviva forse a distrarre i malati, a farli vivere in una dimensione diversa e assuefarli un po’ come si fa con le divise quando si parte per la leva. Tutti uguali, tutti anonimi, tutti con l’orologio della caserma. Andarsene al più presto da quella dimensione disumana e tornare alle proprie case era l’unico desiderio, pensiero fisso costante che abitava quei corpi stremati, anche nei sogni notturni.»

E questo Rocco lo sapeva benissimo. Lo sapeva benissimo come il fatto che le notti negli ospedali sono molto più lunghe dei giorni; sono tempo ininterrotto, interminabile. È il 26 dicembre e il vicequestore Schiavone ha appena subito un importante intervento chirurgico atto a salvargli la vita ma che gli è costato un rene. Quasi contemporaneamente alla medesima operazione, una nefrectomia radicale, è sottoposto Roberto Sirchia, il quale, non riesce però a sopravvivere alle procedure mediche attuate. Nei confronti di Filippo Negri, primario del reparto, scatta una denuncia per presunto errore medico: Sirchia, possessore del gruppo sanguigno 0 Rh negativo ha subito una trasfusione errata. Ma com’è possibile se nel sacco trasfusionale proprio quello era il gruppo contenuto? Tuttavia, per Rocco qualcosa non torna. C’è un odore strano, una strana puzza. Troppi sono i tasselli che non combaciano soprattutto se si considera che predetta operazione doveva essere effettuata già un mese prima al tragico evento e che era stata rimandata esclusivamente a causa di un peggioramento delle condizioni di salute del paziente.

«Dottor Negri, io e lei in fondo lavoriamo nello stesso campo. Lei deve evitare che una persona diventi un cadavere, io devo capire chi quel cadavere l’ha prodotto. Due anelli di una stessa catena. Le sue mani mi hanno salvato la vita, ora tocca a me.»

Con “Ah l’amore l’amore” torna in libreria Rocco Schiavone, eclettico eroe nato dalla penna di Antonio Manzini. I fatti ripartono esattamente dal dove li avevamo lasciati e cioè da quella sparatoria sul piazzale della ditta Roversi, quando, il vicequestore, insieme alla sua squadra, aveva portato a termine l’arresto della banda di falsari e rapinatori responsabili di un duplice omicidio a Saint-Vincet. Enigma ancora irrisolto riguardava quella pallotta sparata da non si sa chi e che con il suo incedere aveva gravemente ferito il funzionario di polizia. Pallottola, questa, che lo porta ad una degenza obbligata che lo vede comunque in prima linea con un’indagine che può apparentemente essere ricondotta ad un caso di malasanità. La trama che si snoda tra le pagine è solida e intrigante, il giallo ben orchestrato così come la linea narrativa che è logica e ben costruita. Manzini, tra le righe, sottopone al lettore anche molteplici riflessioni su quella che è ad oggi la dimensione ospedaliera sempre più ridotta ad una gestione amministrativa di un’azienda più che ad un luogo all’interno del quale curare le persone. La burocrazia, cioè, regna sovrana e detta regole imprescindibili e insindacabili per ogni membro del personale e della degenza. Ancora, l’autore si interroga e ci interroga sui valori umani, sui principi, sulla forza della memoria e sul denaro che è una costante che spesso può portare a compiere gesta di dubbia moralità.
In conclusione, un degno seguito della serie, un libro piacevole e scorrevole che non mancherà di conquistare il cuore degli appassionati.

«Quando uno ha un rapporto esclusivo, tende a cacciare tutto e tutti, il mondo intero. È quello che abbiamo fatto. Solo che il mondo poi rientra da una finestra, e te la fa pagare. Ti ricordi?»

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    17 Gennaio, 2020
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Fiducia

Ventotto anni. Giovane, bella, carismatica era Franci. Era perché di lei ormai non resta che un corpo privo di vita, un corpo nudo ucciso da un fendente in pieno cuore, un corpo ucciso a poche ore da quello che sarebbe stato il suo matrimonio con Giovanni Sorbo, figlio incensurato (laureato in economia, residente a Milano e prestante attività lavorativa in una importante filiale bancaria del milanese) del boss dell’omonimo clan mafioso. Uno dei più importanti, uno dei più potenti. Come dunque non sospettare immediatamente di una sua responsabilità nell’uccisione della ragazza? Anche indiretta, ma pur sempre una responsabilità. Lojacono e la sua squadra, coadiuvati da Laura Piras, non sono però convinti di questa prima ricostruzione. Troppo semplice ma soprattutto c’è qualcosa che non torna. Gli abiti ripiegati in perfetto ordine, il luogo del ritrovamento in prossimità della grotta degli innamorati ma pur sempre in pieno territorio di criminalità organizzata, il fatto che la vittima non abbia reagito così da far pensare ad una fiducia mal riposta. Le indagini proseguono e con esse i pezzi di un puzzle che cerca di essere ricostruito tra il dolore dei familiari, del cugino, della di lui moglie e della di lei migliore amica, dei singoli personaggi dei bastardi di Pizzofalcone che tra un tassello e l’altro vivono le loro così diverse vite. Vite fatti di amori che non possono sbocciare, di amori che non possono essere dichiarati, di amori che tardano a trovare la loro luce, di amori che devono ricostruirsi per un bene superiore.

«Due più due. Alla fine, è sempre questione di due più due. Voi nel vostro mestiere fate così, no? Mettete in fila le cose, le sommate fra di loro e traete le conclusioni. E pensate pure che siano oggettive, le conclusioni. Che invece, ve lo posso garantire, sono spesso figlie del pregiudizio.»

Quello orchestrato in “Nozze” da Maurizio De Giovanni è un giallo dai tratti tipici dell’autore e al contempo composto da un mistero che ben si interfaccia e intermezza con le varie vicissitudini personali che riguardano ciascun protagonista. L’opera è dunque caratterizzata da un buon ritmo narrativo, rapido e fluente, a cui si affianca una trama compatta e ben costruita seppur sia facilmente intuibile chi sia il responsabile dell’omicidio. Ad ogni modo il testo è di piacevole lettura, porta avanti le avventure dei personaggi in modo lineare e senza eccessivi colpi di scena ed è capace di affrontare anche tematiche sottese quali, appunto, il non fidarsi delle apparenze, del pregiudizio. Forse non il migliore dello scrittore ma godibile.

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sonia fascendini Opinione inserita da sonia fascendini    26 Dicembre, 2019
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Giocare con l'ambiguità

Due gemelle: Calli e Carme tanto uguali esternamente che è difficile distinguerle. Il fidanzato di Carme abbraccia la sorella sbagliata per errore, o perché è quello che vuole veramente. Il capitano e mentore di Calli per essere sicuro di parlare con la persona giusta tasta il polpastrello della ragazza dove sa che deve esserci una cicatrice. I loro genitori le scrutano pensierosi e eludono domande dirette. Una vita stana è quella di queste donne cresciute in una base della Nasa e abituate ai segreti: quelli dei genitori che non possono parlare dl loro lavoro e quelli che hanno tra loro. Così ugual all'esterno, ma così diverse, quasi incompatibili dentro. Si conoscono poco, o forse così bene da dubitare l'una dell'altra ma nonostante tutto da decidere di rischiare carriera e affetti pur di aiutarsi. Quando entrambe decidono di iniziare una carriera all'interno di organismi militari le cose si complicano. Le parole che non si possono dire, ma forse solo accennare prestando attenzione a microspie e a orecchie indiscrete diventano sempre di più. Niente di strano quindi se ci sono partenze improvvise o se qualcuno della famiglia Chase rimane assente senza spiegazione per lunghi periodi. Più strano invece che un generale con quattro stelle faccia domande su Carme senza dare ulteriori spiegazioni, Strano anche che alla vigilia di due importanti missioni spaziali che dovranno essere coordinate da Calli un badge venga rubato, qualcuno faccia scattare l'allarme di un sotterraneo segreto e la proprietaria del badge scomparso decida di suicidarsi in modo alquanto complicato. Da qui partono le indagini di Calli: una specie di factotum della Nasa esperta di cybersicurezza, ma attiva anche nel collaborare a indagini che esulano dai suoi compiti principali. Sullo sfondo sua sorella, il rapporto che lega le due ragazze e uno strano episodio che le ha viste coinvolte nell'infanzia. In primo piano le indagini che sembrano portare verso Carme e come contorno segreti di Stato, depistaggi e operazioni di facciata che nascondono altro.
Direi che la signora Cornwell si sia abbastanza discostata dai romanzi della serie di Kay Scarpetta. In realtà in Calli Chase che da come finisce il romanzo probabilmente diventerà una nuova investigatrice seriale, vedo molto di Lucy Farinelli, la nipote della dottoressa Scarpetta. L'ambientazione e le caratteristiche degli altri personaggi però sono abbastanza nuovi. La trama è piuttosto contorta: sembra quasi che l'autrice abbia voluto mettere troppe cose in poco spazio. Inoltre, pur tenendo conto che parlando di servizi segreti ad alto livello ci si può sbizzarrire con la fantasia mi sembra che si tocchino livelli di irrealtà abbastanza elevati. Finale aperto, anzi apertissimo, senza vere risposte e che rimanda al prossimo volume. Abbastanza deludente per me questo aspetto. Tanto impegno per rimettere assieme tutti gli indizi e le mezze informazione che la Cornwell ha seminato nel corso del romanzo, per poi rimanere a bocca asciutta.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    23 Dicembre, 2019
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Genesi

“Sbalorditivo. Un thriller avvincente e implacabile”. Questa è la marchetta stampata, neanche dietro, ma sulla copertina di questo romanzo; a pronunciarla non un fesso qualsiasi, ma un maestro del genere quale è Don Winslow. Lasciando perdere l’altra marchetta di Michael Connelly (che rivolta a questo romanzo mi pare una balla, perché c’è pochissimo se non nulla di propriamente originale), la marchetta di Winslow andrebbe studiata a fondo. Lungi da me andare oltre l’obiettività, ma definire sbalorditivo questo romanzo mi sembra eccessivo; la scusante che offro all’autore della marchetta è che, considerata la somiglianza tra il modo di scrivere e la storia raccontata da Hamilton proprio con Winslow, volesse salvaguardare sé stesso. Non puoi dire, di un autore che ti somiglia in maniera evidente, che fa schifo. Io apprezzo Winslow e ho trovato questo romanzo - sotto certi aspetti - molto simile al suo “Corruzione”, pur considerando quest’ultimo di gran lunga superiore.
Tutto questo per dirvi: non fidatevi troppo delle marchette, anche se a pronunciarle dovesse essere lo spirito di Dostoevskij.
Tornando al romanzo, pur non essendo sbalorditivo è comunque una lettura che si fa in breve tempo, sia per la sua scorrevolezza sia per la inusuale brevità, per un romanzo del suo genere. Una buona lettura da fare sotto natale, senza impegno, anche se secondo me un periodo come questo si presta benissimo a letture più impegnative e profonde; ma non siamo tutti uguali. In fondo questo libro può rappresentare il principio di una serie in grado di regalare buone soddisfazioni agli amanti del noir-thriller di stampo americano e soprattutto a chi apprezza gli autori delle marchette che lo accompagnano, e cercano una nuova serie di genere da seguire.
Tuttavia, prima di procedere all’acquisto di questo romanzo, voglio darvi alcune avvertenze. Primo, non aspettavi una grande profondità di contenuti: siamo alle prese con un’opera di puro intrattenimento, tutta azione, senza particolari guizzi e con qualche forzatura fatta al preciso scopo di mettere tutti i tasselli al proprio posto, di posizionare gli elementi su cui si fonderà la serie che l’autore ha in mente (e che, se non sbaglio, ha già una seconda pubblicazione oltreoceano). Secondo: pur incuriosendo e raccontando una discreta storia di genesi, gli eventi narrati non hanno granché di originale (e qui torniamo alla marchetta truffaldina), sono un po' triti, senza colpi di scena da mascella spalancata.
Riassumendo, una lettura piacevole che vi consiglio solo se amate il genere, se vi piacciono i romanzi in serie e ne cercate una nuova da seguire.

Nick Mason è rinchiuso in un carcere, accusato di omicidio, e pare che dovrà restarci ancora per molto tempo. In prigione la sua vita scorre sempre uguale, senza che nessuno gli causi particolari problemi, ma anche senza nessuno che vada a trovarlo o gli faccia una telefonata. Sua moglie le ha chiesto il divorzio tramite un avvocato, senza una parola, senza un cenno, tenendolo lontano da sua figlia Adriana e non permettendogli di vederla neanche una volta.
Nick Mason non ha molto per cui vivere, se non sé stesso.
Il momento di svolta è l’incontro (forzato) con Darius Cole, che si interessa di lui per chissà quale oscura intuizione e decide che è l'uomo giusto per svolgere dei lavori scomodi per lui. Cole, infatti, è un boss di Chicago il cui potere non è stato scalfito dalla sua detenzione; tuttavia, considerata la sua distanza geografica, ha bisogno di un braccio armato che continui a far rispettare le sue regole in città. Quel braccio sarà proprio Nick Mason; Cole non sarà abbastanza potente da scarcerare sé stesso, ma lo è abbastanza da far uscire lui e costringerlo a fare quel che chiede.
Nick uscirà di prigione, scagionato dalle accuse, ma da quel momento non sarà comunque libero. Avrà una seconda vita da vivere, ma sarà una vita che appartiene totalmente a Darius Cole.

“Non ho bisogno di farmi degli amici qui dentro. Quando ti fai un amico, i suoi nemici diventano tuoi nemici. Non ne ho bisogno.”

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Corruzione di Don Winslow
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Dicembre, 2019
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Teresa vuole fiducia

Pietro è un uomo particolare, premiato dalla vita da un fascino oscuro e a volte eccessivo che fa sì che uomini e donne siano ben disposti nei suoi confronti, che gli dà straordinaria facilità di relazione e di relazioni, straordinario successo quando pubblica libri zeppi di luoghi comuni dato che pure i suoi libri godono del suo fascino.La sua immagine è quella di un uomo tranquillo, che sa ascoltare e che mette gli altri a loro agio. Gli uomini desiderano essergli amici e le donne avere relazioni con lui, spesso relazioni erotiche ma per non sapere immaginare di meglio, dato che il suo fascino non è tanto di tipo erotico quanto affettivo. Le donne vorrebbero legarsi a lui il più strettamente possibile e sognano di dormire sulla sua spalla. (Forse l'effetto dei suoi libri sulla scuola?). Ma non tutte le donne soffrono di tale mancanza di fantasia. La sua fidanzata Teresa gli propone un legame basato sulla reciproca confidenza di un segreto terribile. Dopo la confidenza ognuno avrà in mano la serenità dell'altro.Dopo la confidenza i due si lasciano e Pietro sposa Nadia. Nadia è anche lei vittima del suo fascino, ma dato che moglie, quindi legata a lui in modo particolare, è vittima in altro modo, nel senso che si sente oscurata dal suo fascino, relegata alla condizione di madre e di serva,per di più è frustrata nelle sue legittime ambizioni di carriera dato che a lei va tutto male. Nel matrimonio iniziano crepe e screzi e insoddisfazioni da ambo le parti che lo metterebbero a rischio se non tornasse in ballo Teresa con una idea nuova relativamente, nel senso che è una propaggine della precedente idea del reciproco scambio di confessioni: il matrimonio etico. Ognuno di loro userà il segreto come arma di ricatto per costringere l'altro a comportarsi bene. Lei in particolare veglierà sul matrimonio di Pietro. L'idea è abbastanza inusuale. Pietro non sa se fidarsi di Teresa, la ritiene pazza pericolosa e capace di tutto. Ma a tratti la fiducia affiora nonostante il ricatto etico e quando affiora le cose vanno bene. In fondo Teresa vuole solo tenersi una persona mal gestibile come Pietro senza fare la fine di Nadia, aiutando lui e Nadia a essere felici per quello che possono a distanza. Vuole ritagliarsi un ruolo nel suo cuore, o meglio nella sua testa, un ruolo di amica disinteressata. E' una donna intelligente, dunque dubita del cuore di Pietro latitante in tutti i suoi rapporti perchè anaffettivo- e vuole aiutarlo da lontano, dato che la sua vicinanza è pericolosa. Però questo rapporto richiede fiducia e la confessione iniziale comporta paura. Da qui la difficoltà ad andare avanti. E' ovvio che occorre un salto nel buio: la scelta a priori della fiducia da parte di Pietro. In fondo, Teresa gli ha già chiaramente dimostrato di tenere a lui e di non essere una minaccia. Ma la sfiducia può ribaltare le cose.
Il libro ha un incipit bellissimo, una trama insolita. Emerge una scrittura da maestro e una trama un po' lontana dalla vita, un po' astratta. Le relazioni di Pietro sono poco credibili dato che passa da un amore all'altro nel giro di poche righe e questo disturba il lettore che vorrebbe credere a quello che gli viene raccontato ma non può. Perciò il testo è più un gioco intellettuale piacevole che un racconto verosimile. Probabilmente non si sforza nemmeno di esserlo, all'autore piace più l'idea astratta e la scrittura della vita.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    18 Dicembre, 2019
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Cullen Post e i Guardian Ministries

Torna in libreria John Grisham con un personaggio fuori dagli schemi e tutto da scoprire. Il suo nome è Cullen Post e il suo più grande traguardo è stato quello di creare la Fondazione denominata Guardian Ministries per garantire una difesa a tutti coloro che sono stati ingiustamente condannati. Raggio d’azione, Florida. Due le collaboratrici fidate a cui si aggiunge un altro personaggio con un passato molto particolare e che a sua volta è stato tra i primi ad essere salvato da una condanna sproporzionata e a suo danno. Come sopravvive la Fondazione? Con i proventi ricavati da benefattori che ne stimano l’attività e l’impegno.
Laureato in legge, prete della chiesa episcopale, con un matrimonio finito male alle spalle e un carattere estremamente particolare, Mister Post è consapevole delle difficoltà e delle contraddizioni intrinseche a quella società in cui vive e fatta di una dicotomia che vede agli antipodi la massima ricchezza e di contro l’estrema povertà. Anche per questo motivo non poteva sottrarsi alla difesa di Quincy Miller, giovane di colore scampato per miracolo alla pena di morte ma comunque destinatario di una condanna all’ergastolo per la presunta uccisione di un avvocato dai dubbi traffici che, una ventina di anni prima, gli aveva fatto perdere la causa di divorzio. Tuttavia, nella ricostruzione dei fatti tanti sono gli elementi che si contraddicono e che dunque fanno pensare ad un omicidio commesso da altri e attribuito al capro espiatorio per eccellenza. Ma come muoversi in quello che è un terreno intriso di mine ed altamente pericoloso? Perché dietro la facciata si celano loschi traffici che indisturbati continuano a palesarsi e che vedono coinvolta una rete molto ampia e fatta di autorità locali e poliziotti corrotti fin nel midollo. L’opera di ricostruzione deve avere luogo partendo da quei testimoni e dalle loro false dichiarazioni, deve avere luogo ripartendo da quei documenti contraffatti o nascosti o alterati a seconda delle circostanze più eterogenee.
Che dire, in questo legal thriller gli elementi che hanno portato a far amare Grisham ci sono tutti. La trama è molto originale e solida, i personaggi ben costruiti e capaci di conquistare per la loro grande eterogeneità e diversità rispetto alle canoniche figure che siamo abituati ad incontrare, le vicende sono ben articolate e lo stile narrativo è rapido e incisivo.
L’opera, inoltre, lascia molto spazio all’aspetto legale più che a quello thriller. Vengono ampiamente descritte le fasi di preparazione e di rianalisi del processo, vengono articolate le varie e nuove tecniche investigative nonché le pratiche più e meno comuni di escussione dei teste per ottenere quella determinata x o y prova risolutiva mentre difettano gli aspetti più tecnicamente thriller.
Forse non il miglior libro di questo autore ma certamente il migliore degli ultimi anni. Una lettura consigliata sia agli amanti del genere che non.

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Romanzi storici
 
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archeomari Opinione inserita da archeomari    13 Dicembre, 2019
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Qualunque artista sogna di cambiare il mondo

Qualunque artista sogna di cambiare il mondo, di migliorare la vita e l’anima degli altri, con le proprie opere. E io, a modo mio, l’avevo fatto”.

Plautilla Briccia, figlia dell’eclettico ed inquieto Giano Materassaio, racconta la sua vita in prima persona, dai primi ricordi dell’infanzia agli ultimi momenti . Un testamento di forza, di coraggio, di passione per l’arte e di desiderio di riscatto sociale. Ultimo lavoro di Melania Mazzucco, una scrittrice italiana tra le più amate ed apprezzate (oltre che pluripremiate) che torna al suo cavallo di battaglia : il romanzo storico.

Dal concepimento alla stesura di questo romanzo la scrittrice ha speso più di un decennio di ricerca in vari archivi e biblioteche. Sul sito Einaudi la Mazzucco ha reso disponibile un fascicolo di 27 pagine di bibliografia dei luoghi, delle persone, delle opere citate, per gli scrittori e gli studiosi che vorranno avvalersene per approfondimenti, poiché tutti i personaggi, anche quelli minori, sono realmente esistiti.

Il libro è abbastanza voluminoso, ma la lettura è veramente godibile ed interessante la trama. È uno di quei romanzi che fanno compagnia e che dispiace terminare.

La narrazione si snoda in un doppio filo temporale: quello principale e più ampio che comprende le vicende di Plautilla dal 1624 al 1678 e quello più piccolo degli “intermezzi” (così chiamati nel libro) posti alla fine di ogni capitolo che narrano gli eventi dell’estate della Repubblica romana del 1849, con Garibaldi che, dopo essere passato per porta San Giovanni era volto all’inseguimento delle truppe dell’esercito napoletano. I capitoletti “lampo” degli intermezzi hanno la loro ragion d’essere nella presenza dell’ imponente Villa Benedetta, la grande Villa, il sogno di Plautilla chiamata dai soldati che lì si rifugeranno, il Vascello, per via della sua forma ad imbarcazione. Potete ammirare la Villa e le opere di Plautilla Briccia negli inserti illustrati del libro, che rendono prezioso il volume, graficamente ben curato.

Un’opera di grande respiro, sia per la ricchezza di personaggi in cui si imbatterà Plautilla, sia per la poderosa ricostruzione storica. La rigorosità è protagonista insieme all’architettrice: personaggi calati perfettamente nell’epoca e nel contesto di una Roma barocca del Seicento, l’epoca dell’arte fastosa e capziosa, l’epoca in cui la Chiesa cattolica rispose alla “sfida” della riforma luterana costruendo chiese e cattedrali maestose e imponenti, per riconquistare i suoi fedeli catturandoli col piacere delle immagini e dei racconti visivi. Un terreno narrativo fertile per raccontare di intrighi, di miserie, della quotidianità della morte, di bigotteria e di libertinaggio, di pittori “posseduti dal colore” come Pietro da Cortona e il Bernini che dominano la scena artistica e culturale della Roma di quel secolo.
È questo il contesto in cui vive la nostra “architettrice”, la nostra Plautilla. Educata dal padre, uno scrittore di libelli molto amati dal popolo, snobbato dagli ambienti aristocratici, la protagonista non solo riuscirà ad uscire dall’umile ruolo di decoratrice di arredi, ma, grazie all’aiuto di Elpidio Benedetti, giovane abate al seguito del famoso cardinale Mazzarino, si farà strada tra le famiglie più importanti di Roma dipingendo quadri a tema religioso fino a realizzare il suo sogno più grande :

“Diventare architetto, (...) trasformare un disegno in pietra, un pensiero in qualcosa di solido, perenne. Tirar su una casa. Scegliere le tegole del tetto e il mattonato del pavimento. Immaginare facciate, cornicioni, architravi, logge, scale, frontoni, prospettive, giardini. Per quanto ne sapevo, una donna non l’aveva mai fatto. Non esisteva nemmeno una parola per definirla”.

Ma come in tutte le grandi cose, c’è un prezzo alto da pagare, un sacrificio grande e, per una donna, un percorso ancora più difficile e doloroso. “L’arte non si concilia col fardello del matrimonio” le aveva detto suo padre e lei non potrà mai scoprire la gioia di essere amata nel senso pieno del termine, di avere tra le braccia un figlio, carne della propria carne, che non sia uno dei figli della sorella Albina, morta dopo il settimo parto. La Mazzucco ha una penna versatile e scorrevole che sa descrivere anche le scene più crude e dolorose, i particolari più cruenti e realistici di un mondo dove la morte faceva parte della quotidianità delle famiglie, dove i bambini che riuscivano a superare i cinque anni di età potevano sperare di diventare adulti, dove le donne invecchiavano a trent’anni per i troppi parti, tenute lontane dal mondo della cultura perché considerate inferiori all’uomo intellettivamente. La storia di Plautilla, riesumata dalla polvere dei secoli, ci viene restituita in tutta la sua straordinarietà dalla penna di Melania Mazzucco insieme ai colori ed ai fasti dei personaggi che hanno fatto la storia di Roma e dell’arte barocca.

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La lunga attesa dell’angelo, Melania Mazzucco
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    13 Dicembre, 2019
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L'atelier di una fabbricante d'angeli



Questa donna non finisce mai di stupirmi, ha la capacità di spogliarsi completamente e di rimanere così, nuda, inerme e disarmata al centro di una grande piazza piena di gente, ignara del freddo e degli sguardi altrui, perché assolutamente consapevole della sua nudità e dell'importanza del suo gesto.
Questo fa la Ernaux con ogni suo libro.
Ci offre la sua vita.
Ogni volta un pezzettino in più, ogni volta un dolore diverso.

Queste pagine sono tremende.
Ci raccontano di una notte del '64 in cui, nella stanza 17 dello studentato femminile a Rouen, una giovanissima Annie ha vissuto un'esperienza di vita e di morte.
Quella dell'aborto.
Clandestino.
La disperazione di una ragazza di 23 anni alla ricerca di qualcuno che l'aiuti a commettere "un reato", disposta a tutto pur di non avere quel bambino, anche infilarsi dentro un ferro da calza, da sola...senza però avere il coraggio di andare fino in fondo.
Quando si spegne ogni speranza di trovare un medico disposto ad aiutarla, non le rimane altro che affidarsi ad una "fabbricante d'angeli"...una mammana...una donna che, in qualche modo, l'ha fatta nascere come altro da sé, ha fatto di lei una donna diversa.
Una donna che, in una sola notte, ha perso il corpo della sua adolescenza, un corpo vivo e segreto, un corpo tutto suo, e si è ritrovata esibita, divaricata,  abrasa...esposta al giudizio.
Sì, perché questo libro non è semplicemente il racconto di un aborto, ma molto di più...è la voce di tutte quelle donne a cui è stato negato un diritto, che hanno rischiato (ed anche perso) la vita per rivendicare una scelta inalienabile.
Privarle di tale diritto è semplicemente "violenza".
La violenza di dover fare tutto da sole, e in fretta: trovare qualcuno disposto ad infrangere la legge, trovare i soldi, ingoiare in silenzio tutto il dolore, e sperare di non morire dissanguate sul tavolo di una cucina o in un bagno per studentesse...

Viviamo ancora oggi in una società che guarda l'aborto, seppur legale, come "il male", come omicidio...e la gravidanza, anche quando non è desiderata, come una benedizione, un regalo, qualcosa per cui gioire...sempre e comunque.
E non è così.

La Ernaux ci dona, come sempre alla sua maniera, affilata, e senza nessun artificio letterario, un'esperienza che, passando attraverso il suo corpo, si fa universale e tocca la sensibilità di tutti.
Per qualcuno questo racconto potrà essere irritante, fastidioso, addirittura osceno, ma l'autrice ci dice: "se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo".
Questo libro sarà esposto al giudizio esattamente come lo è stato il suo corpo all'Hotel-Dieu, la notte in cui l'hanno salvata dall'emorragia...
Questo libro è proprio come la sua scrittura: necessario.


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...a chi ama la scrittura affilata e diretta della Ernaux.
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    13 Dicembre, 2019
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Storie di avventurieri

Vendo tutto e mi trasferisco su un'isola tropicale, aprirò un bar o qualche altra attività e mi godrò la vita in infradito, costume e una bevanda fresca in mano ammirando su una spiaggia bianchissima le tonalità di blu di un mare incontaminato. Lì la vita è più semplice, il costo della vita basso etc etc... Eh, in quanti non l'abbiamo pensato almeno una volta nella vita?! Pensiero frequente, soprattutto nei momenti più difficoltosi in cui si vuole cambiare radicalmente la propria vita... ecco, se dovesse far nuovamente capolino questo pensiero intimo, leggete questa breve raccolta di racconti e presto cambierete idea. Apprezzerete le difficoltà attuali e sicuramente vi aiuterà a reputarvi fortunati.

"Sono storie di gente che quando era partita era piena di entusiasmo, di vita, di speranze, di progetti, e che i tropici hanno ridotto in uno stato che... Che cercherò di spiegarvi più avanti! Capite allora perché, durante i miei viaggi, mi è rimasto un debole per gli adorabili falliti in Francia? Quasi dei falliti da commedia, falliti fortunati, insomma, in confronto ai falliti dell'inferno..."

Con uno stile asciutto ma anche agghindato di immagini poetiche e nostalgiche, la presente raccolta di Simenon, frutto dei suoi viaggi "esotici" in cui è stato testimone diretto o indiretto delle sventure raccontate, si presenta come una raccolta molto compatta, quasi come se fosse un breve romanzo sviluppato sul tema della sfortuna (da cui si collega anche il titolo "La cattiva stella") che spesso accompagna chi si avventura in queste imprese, infatti l'autore preferisce chiamarli avventurieri e non falliti perché "Erano uomini che aspiravano a una vita più vasta, più libera, e che non hanno esitato a lasciare tutto per tentare l'avventura.". In molti scritti oppure nelle leggende, questi avventurieri tornano in patria ricchi, da eroi insomma ma nei suoi viaggi Simenon non ne ha incontrati nemmeno uno, anzi, tutto il contrario.

"Non c'è niente di più triste per me che vedere, in una regione popolata di negri, di indios o di canachi, un bianco, uno dei nostri, ridotto in uno stato più miserabile del più miserabile degli indigeni. In questi casi si crea una solidarietà di razza. Ti vergogni per l'Europa, per te stesso."

Una sorta di inno agli illusi avventurieri che, nonostante il coraggio e la tenacia, non hanno minimamente realizzato i loro progetti ma sono andati o andranno incontro a una morte ignobile. Un velo di tristezza alleggia dunque tra le righe ma riesce a essere smorzato da situazioni che risultano comiche perché paradossali e grottesche, come ad esempio l'usanza delle donne indigene (tra l'altro bruttissime) di salire in cima a una palma per far vedere le loro "grazie" nel minimo dettaglio per conquistare l'uomo che desiderano, che a sua volta dovrebbe arrampicarsi a raggiungerle. C'è anche del macabro in alcune scene e l'ambientazione si presenta spesso soffocante dall'umidità e dalla calura, fitta di foreste impenetrabili e di insetti inclementi che non danno mai tregua, un ambiente respingente e selvaggio contro il quale è difficile vincere. Non solo l'ambiente è ostile ma lo è anche la società che seppur selvaggia è comunque presente, costituita da leggi, gendarmi ed esattori e tu da straniero parti svantaggiato. C'è chi ce l'ha fatta, ma molto pochi e la differenza rispetto a chi fallisce a Parigi o a Londra è che nel primo caso il fallito è morto, impazzito o rinchiuso in qualche galera tropicale, nel secondo caso magari non farà grande carriera ma almeno potrà diventare un uscire o un venditore di biglietti autobus e vivere in una città colorata da luci di caffé, godere del sorriso di una bella ragazza e contemplare una bella giornata primaverile.

"Ecco ciò che più mi premeva dire, ciò che secondo me bisogna dire: è finita l'epoca in cui il mondo era troppo grande per l'uomo. Il mondo è diventato troppo piccolo, e in Africa come in Asia, nel Pacifico come in pampa, l'avventuriero si sente stretto all'angolo. Gendarme ed esattore! Tutto il resto è letteratura, e cattiva letteratura perché manda allo sbaraglio tanti bravi ragazzi, che meriterebbero di meglio."

Un penna sapiente quella di Simenon che crea il giusto equilibrio tra descrizioni ambientali, approfondimenti psicologici e sociali, personaggi ben descritti a volte in pochissime righe ma molto incisive, utilizzando una prosa limpida e priva di retorica.

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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    09 Dicembre, 2019
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Vade retro

Giovanna allontanati, non dovresti ascoltare voci nascoste da porte socchiuse.
La bimba che sei stata sta sfuggendo. Domani sarai turbata, lacerata, confusa.
Annasperai in un passato impostore alla ricerca di radici, riflessa nello specchio l’immagine di colei che portava sul dorso la lettera scarlatta. Cosa e’ stato di noi e cosa ne sarà.
Il mondo degli adulti si dischiude veloce su un panorama di piccole e grandi bugie, dolore e delusione forgiano la donna che incarnerai.

Letta l’opera omnia di Ferrante, l’apprezzai quando eravamo in pochi, rispetto ad oggi.
Non sempre erano letture stellari, ma io l’amavo. Amavo l’elettricità. Le scosse che mi sferzavano ad ogni libro e con lei, con loro, io pure mi ferivo e crollavo e soffrivo e poi risorgevo e stavo meglio.
Una scrittrice verace, vitale, viva.
Poi quest’ultimo romanzo e mio malgrado devo constatare, di nuovo e con orrore, di quanto sia mortificante la differenza tra un autore famoso ma non glorioso, che scrive per passione e per virtù ed un autore che ha raggiunto un successo sfavillante e scrive per sfamare il momento propizio.

Esclusa la partenza briosa, il libro narra con uno stile piatto ed oltremodo ripetitivo una carrellata di luoghi comuni. I dialoghi sono di una banalita’ imbarazzante, i personaggi sono privi del taglio realistico per cui l’autrice mi era ben nota.
Napoli, che si presta alla prosa e alla poesia pure di un’analfabeta, qui trapela solo per un breve tratto di grigia periferia e poi e’ uno stradario arido ed asettico. Mancano l’arte, gli odori, i sapori, i rumori, i colori. Siamo a Napoli, senza Napoli.
Pruriginosi i profili delle donne che ne emergono, confinati in un mondo di poligamia maschile. Cornute e mazziate, perennemente ingannate, fragili, promiscue nell’accettare l’uomo condiviso, arrese al martirio di colombella abbandonata. Colte e non scolarizzate, egualmente esanimi sotto lo stesso cielo ombroso.

A meta’ strada tra un romanzetto per adolescenti e la trasposizione di un corposo fotoromanzo anni Novanta, si presta senz’altro benissimo quale copione per la prossima telenovela sudamericana in mondovisione.
Scritto dal Re Mida del momento, lascio l’uovo d’oro a chi apprezza il freddo metallo.
Io torno volpe per pollai, a stanare la letteratura che vive di esseri animati, di paglia e del tepore di un uovo che senza clamore, se ho fame, sa pure sfamarmi.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    08 Dicembre, 2019
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L'ispettore Francesco Bagni

Torna l’ispettore Francesco Bagni, già protagonista de Trilogia della città di M e La strategia del gambero, ora in Anello di piombo. L’ispettore, creatura di Piero Colaprico, è nato in Svizzera, è un ottimo e deduttivo investigatore, ma è anche un uomo profondamente solo, in preda ad un dolore sofferto, perenne, senza sbocchi. Infatti:
“Non aveva paura, Bagni . Provava in quel momento una profonda solitudine. Una solitudine assoluta, nella quale s’avvolgeva sin da piccolo. Non era un problema essere solo. Il problema era che intorno a lui, e alla memoria di Nesi, si stava delineando una sigla misteriosa e fetente, chiamata Anello.”
Un dolore, una mancata elaborazione di un lutto particolare: quella del suo maestro e mentore Nesi Sebastiano, detto Tanone, morto anni prima mentre stava conducendo un’inchiesta assai delicata. Infatti indagava sulla strana morte dello psichiatra Eleuterio Rupp, ucciso a Milano negli anni Ottanta. Chi voleva la morte di uno psichiatra all’apparenza irreprensibile? Forse la moglie,
“Bella come una montagna di ghiaccio”,
o c’è dell’altro? Perché poco dopo scompare un libro dal suo studio? E quale significato ha la riproduzione dell’uomo Vetruviano posizionato alle spalle nello studio dello psichiatra?
Tutti quesiti che il suo defunto superiore affida ad un diario che Bagni sta affannosamente, anni dopo, leggendo, cercando di arrivare, finalmente, a fare chiarezza. Si scontra però con i segreti, le omissioni di uno stesso Stato che non riconosce più come suo:
“aveva parlato della teoria del Doppio Stato: uno Stato legale, che mostra la sua faccia, la sua debolezza e la sua forza; e uno Stato occulto, illegale, dove non contano i ruoli ufficiali, ma altri poteri.”
Una lettura avvincente, scritta adoperando uno stile che coinvolge e trascina con curiosità. La descrizione di uno spaccato di vita passata, che però tutt’ora presenta lati oscuri ed inquietanti:
“ Da quando il comunismo stava crollando come sistema. Da quando quel balordo del papa polacco era sfuggito all’attentato dei bulgari, da quando Cosa Nostra era diventata un sostegno ingombrante e imbarazzante, da quando Giulio Andreotti era stato fottuto da Bettino Craxi e il ministro degli Interni, primo o poi, non sarebbe stato più espressione della parte di Democrazia Cristiana più legata al mondo della Nato. Sia i vecchi equilibri sia uno come lui contavano sempre meno.”
Una bella lettura, trascinante e fascinosa, precisa e coinvolgente. Un testo che fa riflettere sui tanti misteri che ancora attanagliano il nostro bel Paese.

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A chi voglia approfondire il personaggio dell'ispettore Francesco Bagni può leggere: Trilogia della città di M e La strategia del gambero
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    08 Dicembre, 2019
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L’insonnia uccide

Non è certo il miglior Tahar Ben Jelloun quello che è tornato di recente in libreria, ancora una volta accompagnato dalla casa editrice “La nave di Teseo”, a circa un anno di distanza dalla pubblicazione de “La punizione”. Stavolta, la vicenda narrata si presenta del tutto diversa rispetto a quella autobiografica del romanzo dello scorso anno che ci aveva reso partecipi di quanto accaduto allo stesso autore quando era studente e a tanti altri giovani come lui nel Marocco della metà degli anni Sessanta, sotto il regno di Hassan II.
Anche “Insonnia” ci riconduce nel Paese maghrebino, dove uno sceneggiatore di Tangeri combatte, stremato, una lotta ormai quotidiana contro il suo cronico stato di veglia. Trama, per certi aspetti, non priva di originalità né di ingredienti mirati ad alimentare la curiosità del lettore, dal momento che l’anonimo io narrante protagonista, per riuscire a dormire, inizia a uccidere periodicamente, cosa che sembra concedere requie alle sue notti. Pur non essendo un delinquente, e tutt’altro che un uomo malvagio, cinico o insensibile, si ritrova all’improvviso dentro una spirale di morte (violenza, in questo caso, non risulta il termine più appropriato) che sembra creargli dipendenza ai fini del sonno. Per riposare ha bisogno di uccidere, anche se lui stesso non si definisce un assassino, ma un “acceleratore di morte” poiché le sue vittime, uomini e donne, sono per lo più persone di età avanzata, già moribonde con un piede nella fossa, al cui capezzale fa di tutto per trovarsi al momento cruciale dell’ultimo respiro; dà persino prova di sapersi fermare in tempo quando dubita che l’ora fatale sia giunta per l’apparente morituro di turno. Inoltre, come si accorge ben presto, più sono alti il livello sociale e il prestigio della persona di cui lui accelera il decesso, più i suoi PCS (punti credito di sonno) aumentano a dismisura garantendogli mesi, se non anni, di soddisfacente riposo notturno.
Attraverso una serie di bizzarre avventure, spesso al limite dell’improbabilità, Tahar Ben Jelloun ci racconta una storia di cui – secondo il parere della sottoscritta che pur adora questo grande scrittore – si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno e che, alla fine, non lascia profonda traccia di sé. Siamo lontani dal livello qualitativo di romanzi come “Partire”, “Au pays” e il già citato “La punizione”, per non parlare del noto “Creatura di sabbia”, giusto per restare nell’ambito della sola narrativa. Non sono per niente d’accordo con la critica francese (France Inter) che ha definito questo nuovo lavoro dell’autore in questione “sorprendente e incalzante”, presentandolo addirittura come romanzo rivelazione dell’anno: il ritmo, tutt’altro che incalzante, si perde in una narrazione non sporadicamente piuttosto lenta, carica di riflessioni, ricordi e, a tratti, persino farneticazioni dovute all’insonnia. Del resto, chi ne soffre, in genere, non è proprio scattante. Anche del Marocco in sé, al contrario di quanto avviene in altri suoi libri, Ben Jelloun ci consegna poco o niente, semplicemente uno sfondo incolore che, fatta eccezione per qualche nome arabo e chiari riferimenti islamici, avrebbe potuto essere quello offerto da qualsiasi altro luogo. No, Tahar Ben Jelloun, che ho imparato ad apprezzare ormai da tempo, questa volta non entusiasma né convince appieno, capace com’è di ben altre prove.
Nel complesso, dunque, una lettura senza troppe pretese, di mero intrattenimento, buona magari a riempire, perché no, la notte di chi soffre d’insonnia.

“[…] La notte è così. Non abdica mai, piena di risorse e di tormenti. E io non sono in grado di trattare con lei. In fondo, nessuno ne è capace. Non è assumendo forti sonniferi che si vince la partita.”

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archeomari Opinione inserita da archeomari    04 Dicembre, 2019
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Ritorno alla letteratura del viaggio

A partire dalla fine dell’Ottocento ad oggi la letteratura ha smesso di essere “letteratura del viaggio” per diventare invece “letteratura della fine del viaggio”. Con i mezzi di trasporto e, ancora di più, la rivoluzione digitale, la grande metafora del viaggio che ha alimentato le più grandi opere dell’umanità -poemi epici, la Divina Commedia, il Milione (per citarne solo pochi e rimanere in Europa...) ha perso col tempo il suo “valore di esperienza essenziale che aveva nelle società tradizionali” , come conoscenza, come crescita, a anche fuga ed evasione (rimando all’interessante fascicolo I rivista letteraria “L’asino d’oro”, maggio 1990, “Fine dei viaggi: spazio e tempo nella narrativa moderna”).
Peter Handke in questo nuovo libro, da lui definito “ultimo epos” come si legge nella seconda di copertina, riprende, sotto certi aspetti, il significato del viaggio, dello spostamento fisico, a piedi, alternato a brevi “strappi” di percorso su rotaie, in cui il cammino diventa scoperta o ri-scoperta, diventa un percorso interiore ed intimo.
Con uno stile inconfondibile, falsamente agile e diretto, poiché apparentemente scorrevole, ma che risulta poi denso di immagini, di simboli e di rimandi, costringe il lettore a concentrarsi sulle pagine, a rileggere molti passi sia perché superbamente poetici, visionari e paesaggistici, sia perché dalle righe irraggiano significati che richiedono ulteriori riflessioni.
Un ritorno alla letteratura come scoperta, ma con originalità.
L’ambientazione e la collocazione temporale sono contemporanee, ci sono riferimenti ad episodi della storia mondiale recente, strizzatine d’occhio alla cinematografia e alla musica moderne, ma le vicissitudini della “ladra di frutta” sono come marginali a tutto ciò. La narrazione è in prima persona: l’io narrante, un uomo in là con gli anni, decide di mettersi in viaggio, di lasciare la sua “baia di nessuno” e tornare ai luoghi del suo passato. Contemporaneamente anche una giovane donna, chiamata “la ladra di frutta”si mette in viaggio per ritrovare la madre, una bancaria in carriera che aveva deciso di abbandonare il suo lavoro. Due cammini che si sovrappongono generando coincidenze, esperienze uniche, epifanie, barlumi di vita autentica, veri e propri rapimenti dell’anima.
Già dalle prime pagine si respira un Handke meno cupo e funerario rispetto a ‘Infelicità senza desideri”, la sua penna crea magiche sinestesie che attivano i sensi del lettore: primi piani naturalistici, brevi però, si alternano ai pensieri e si inseriscono nel tessuto della storia. Indimenticabile l’immagine estiva con cui inizia il romanzo: tutto comincia con una puntura di ape, ai primi giorni di agosto

“Era - anche questo come sempre - un giorno di sole, almeno nella tarda mattinata, di inizio agosto, ma non ancora un giorno torrido, con un azzurro invariabile, alto e sempre più alto nel cielo. Neanche l’ombra di una nuvola -e se pure ce ne fosse stata una: ecco che si era già dissolta. Soffiava un vento leggero, tale da mettere le ali ai piedi, come spesso in estate veniva da ovest e ci si immaginava che dall’Atlantico si diramasse nella baia di nessuno. Non c’era rugiada da asciugare. Come accadeva già da una settimana buona, gironzolando la mattina presto per il giardino non si avvertiva nemmeno un sentore di umidità sulla pianta dei piedi, per non dire poi tra le dita”.

La puntura d’ape è il segnale: è ora di partire, è tempo di rimettersi in cammino e così l’io narrante decide di mettersi in viaggio e a raccontarci della “ladra di frutta”, anche lei in viaggio. Questa fantomatica creatura, ricostruzione di una fanciulla fuori dall’ordinario, che da bambina rubava frutta che trovava a portata della sua mano, da ogni ramo in cui capitava di imbattersi, è calata nel suo tempo (ama il rap, usa uno smartphone), ma allo stesso tempo è un’outsider, vive ai margini, è “invisibile”. Ed Handke gioca molto sulla visibilità/invisibilità di questa giovane, ora notata dalle persone, ora dimenticata, ora viva e reale ora personaggio immaginario. Ed anche il tempo, nonostante gli agganci ed i riferimenti con la contemporaneità sembra sospeso, anzi sembra completamente assente. Ci sono momenti in cui il tempo non conta...sembra di vivere in un sogno e Handke è il maestro dello straniamento.

“Già: per l’ennesima volta nella mia vita avevo visto proprio quelli che mi erano più vicini, e, mi si presentavano davanti in carne ed ossa, come dei fantasmi, totalmente diversi, particolarmente pallidi, estranei, anzi, proprio per il loro particolare vivo pallore, come persone particolarmente diverse. Anche coi miei figli mi è capitato (...)”


In questo libro il viaggio della “ladra di frutta” assurge a metafora dell’esistenza: il lutto, un’amica di infanzia ritrovata, l’amore, l’essere figlia. Un romanzo in cui il simbolico gesto di rubare un frutto e di non essere visti assume significati più profondi del piccolo furto in sé.

Nel romanzo tornano i paesaggi (e termini) cari all’autore: la Piccardia, la Gare Saint Lazare, Courdimanche, la “baia di nessuno” , e, seppur soltanto nominata , la Sierra de Gredos, cui l’autore dedica un’opera interessante “Le immagini perdute ovvero attraverso la Sierra de Gredos” (al momento fuori catalogo, in attesa di ripubblicazione Guanda).

Un libro che ha tanto da raccontare.

“La ladra di frutta” è un romanzo complesso, che merita, come le grandi opere del passato, una rilettura anche a distanza di tempo, un libro universale che, sono sicura, non smetterà di parlare alle future generazioni.

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Romanzi storici
 
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ALI77 Opinione inserita da ALI77    01 Dicembre, 2019
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UN VIAGGIO NELL'ITALIA MEDIEVALE

Ho sempre sentito parlare molto bene di Matteo, autore della mia stessa città Padova, ma non avevo mai letto nulla di suo fino ad ora.
Le sette dinastie è un romanzo storico, ambientato nel basso medioevo, la narrazione parte dal 1418 e arriva al 1476, raccontandoci la vita di ben sette famiglie. Queste sono al potere di alcune delle più importanti città dell'Italia di quell'epoca, quali: Milano, Venezia, Ferrara, Firenze, Roma e Napoli.
Il libro parte da un'accurata ricostruzione storica che ci porta a conoscere le dinamiche che si instaurano in queste dinastie, gli intrighi e le alleanze che si creano per riuscire a mantenere il potere e a non farsi sopraffare o sconfiggere da un'altra famiglia rivale.
La base del romanzo parte dalla storia, da eventi veramente accaduti, certamente la narrazione in alcuni punti è romanzata, in quanto è impossibile sapere con esattezza come si siano svolte veramente le cose, ma l'autore anche in questo, è riuscito a rendere le vicende credibili e verosimili.
Le dinastie di cui si parla nel libro sono: Visconti/Sforza, Condulmer, Estensi, Medici, Colonna, Borgia e Aragonesi.
Nel corso del libro ci sono delle famiglie che vengono affrontate in maniera più approfondita, come ad esempio quella dei Visconti/Sforza o dei Condulmer, mentre altre come i Medici o gli Estensi hanno un ruolo meno rilevante.
Il destino di queste famiglie si incrocia, con una serie di alleanze, tradimenti, intrighi e trattative tutto condito da una buona dose di crudeltà e di guerra.
La figura che mi ha colpito di più è quella di Filippo Maria Visconti, un uomo che i libri di storia non ci avevano descritto così, il duca di Milano era tutt'altro che un aitante e affascinate combattente, ma piuttosto era un codardo, un ipocondriaco e aveva dei vistosi problemi fisici alle gambe. Era ossessionato dall'essere ferito, non usciva mai dal suo castello ed era pieno di spie ed erano talmente tante, che non sapeva più chi gli era fedele e chi no.
Un uomo che lasciava combattere gli altri invece di essere in prima linea, ma con tutti questi difetti fisici e psichici, trovo alquanto difficile un suo coinvolgimento diretto durante la guerra.
Fa uccidere la prima moglie, mentre la seconda la rinchiude in una torre, ma riesce a trovare l'amore con la sua amante Agnese del Maino che gli darà la sua unica figlia Bianca Maria.
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La narrazione prosegue con gli anni, facendoci conoscere e ripassare la storia, che probabilmente avevamo studiato male e con poco gioia, quando andavamo a scuola.
Certo, se la storia fosse raccontata in questo modo ci verrebbe voglia di approfondire e di studiare il medioevo e sarebbe anche piacevole.
Un altro tema che mi ha incuriosito leggendo questo libro è il ruolo delle donne in una società così maschilista. Le donne non avevano voce in capitolo, ma riuscivano ad essere determinanti e a influenzare gli uomini con cui avevano delle relazioni amorose.
Basti pensare ad Agnese del Maino e alla figlia Bianca Maria, che sono riuscite con la loro intelligenza, astuzia e anche bellezza ad imporsi in un mondo fatto da uomini, anzi alcune volte i loro personaggi e la loro evoluzione era più interessante rispetto ai protagonisti maschili.
Bianca, in particolare, mi ha sorpreso: seppur all''apparenza sembrava essere molto fragile, in realtà si è dimostrata una donna determinata, con una volontà di ferro. Lei andava a combattere in prima linea, a fianco del marito Francesco Sforza per riconquistare Milano, dopo la scomparsa del padre Filippo Maria Visconti. Questa ultima parte non è romanzata, perché sono stati trovati dei modelli di armatura fatti in base alla corporatura di Bianca.
La figura della donna sebbene non sia mai stata ricordata nei famosi libri di scuola che vi dicevo prima, ora in questo testo viene rivista e messa in luce come merita.
La scrittura di Matteo è sicuramente molto scorrevole, riusciamo ad appassionarci alle vicende e ad essere affascinati da un mondo così lontano ma che fa parte della nostra storia, delle nostre origini.
Ho trovato la ricostruzione storica molto dettagliata, accurata e verosimile e sono rimasta molto colpita dalla descrizione anche dei costumi che indossavano all'epoca, quindi c'è stato sicuramente un lavoro di studio e di ricerca molto approfondito.
I dialoghi sono realistici e plausibili, certo alcune parti sicuramente sono romanzate ma è possibile che i fatti si siano svolti in un modo molto simile.
Ho apprezzato i capitoli brevi che hanno sicuramente dato maggior ritmo alla storia, che non risulta essere lenta o pesante.
Immagino che sia stato molto difficile gestire la scrittura di sette dinastie, in questo credo che il testo sarebbe stato ancora migliore, se l'autore si fosse soffermato solo su alcune famiglie oppure su una sola, come aveva fatto in precedenza con la saga dedicata ai Medici.
Questo libro risulta fin da subito molto interessante, l'autore credo sia un ottimo narratore e romanziere, in grado di raccontare e far conoscere la storia non annoiando il lettore, anche se il romanzo storico non è il nostro genere preferito.
Una scrittura appassionate e incalzante che permette di seguire le varie vicende con interesse e anche curiosità.
Matteo è un autore preparato, poliedrico che riesce ad essere convincente e a descrivere con maestria, un mondo così lontano da noi, ma ancora così affascinante e tutto da scoprire.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    01 Dicembre, 2019
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Azione e non molto di più

Tiepido. È il primo termine che mi viene in mente pensando a questo romanzo. Sì, mentre leggevo ho avuto l'impressione che Lansdale non si sia sforzato poi molto; che abbia scritto questo romanzo in un giorno di noia in cui non aveva nulla di meglio da fare. Il titolo stesso: "Elefante a sorpresa", non ha molto a che vedere con "l'indagine" che Hap e Leonard si trovano ad affrontare; tutti i romanzi dei due investigatori avrebbero potuto intitolarsi cosi. Forse anche Lansdale ha trovato difficoltà a scegliere un titolo per questo romanzo che, in fondo, ha una trama debole: è più una sequela di scene d'azione senza alcun mistero né indagine. Hap e Leonard, nel bel mezzo di uragani e diluvi universali, difendono a suon di pallottole la testimone oculare di un omicidio, perseguitata da un boss della Dixie Mafia.
Punto. Il romanzo è null'altro che questo.
Mi ha dato la sensazione di uno di quei film d'azione che vai a vedere per divertirti un paio d'ore, ma che oltre questo non lasciano molto altro. Ora, se stessimo parlando di un altro autore, dalle limitate capacità e che si offre a un certo tipo di pubblico (senza molte pretese), sarebbe anche accettabile. Ma parliamo di Joe R. Lansdale, maledizione; un uomo che ho scritto romanzi di altissimo livello come "Paradise Sky". Anche lo stile è molto scialbo, sottotono, seppur scorrevole. Certo, la serie di Hap e Leonard è sempre stata un po' cosi: scanzonata, semplice, in certi tratti esagerata, ma devo dire che, forse, di questo loro ritorno si poteva anche fare a meno. Lo dico da grande estimatore di Lansdale: Joe, torna a mostrarci quello che davvero sai fare... e se è necessario, sì, lascia perdere Hap e Leonard; per un po' almeno!
Signori, mi rendo conto che questa recensione potrà risultare estremamente breve, ma giuro che non c’è molto altro da dire. Dunque, se siete fan sfegatati di Hap e Leonard, magari leggetelo; in caso contrario, direi di passare oltre.

“Tu prova a mettere la speranza da una parte e la merda dall’altra, e vedrai dove penderà la bilancia.”

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    30 Novembre, 2019
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La Repubblica de' Noantri

Come abbiamo imparato sui banchi di scuola, il 1848 fu un anno cruciale nella storia del nostro Risorgimento. In quei mesi si rafforzò in molti italiani la speranza di un mondo nuovo, in cui le potenze straniere fossero finalmente cacciate dal Paese e l’Italia divenisse uno stato unitario e democratico.
L’immaginario Folco Verardi, protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti giovani che, abbagliati dal mito dell’unificazione, si unirono a frotte in improvvisati eserciti di volontari che combatterono nella I Guerra d’Indipendenza.
Folco aveva lasciato il suo lavoro di garzone di fornaio a Ravenna e si era arruolato nella Legione dei Volontari Pontifici che, sotto il comando del generale Durando, era partita per portare aiuto alle truppe di Carlo Alberto nella sua guerra contro l’Impero Austro-Ungarico.
Aveva partecipato alle battaglie di Vicenza dove il Corpo di spedizione si era battuto con valore e abnegazione, ma quando, il 29 aprile 1948, Pio IX aveva tolto il suo appoggio all’intervento e richiamato le truppe, lo sconcerto lo aveva preso. Come tanti suoi commilitoni era tornato a Roma nella speranza che non fosse già tutto finito. Qui aveva trovato una città in subbuglio e in aperto contrasto con la nuova politica conservatrice imposta dal Primo Ministro Pellegrino Rossi. Ed è qui che lo troviamo all’inizio del romanzo.
Assieme a tanti popolani romani sarà testimone dei successivi avvenimenti a partire dalle turbolente riunioni sediziose in taverne e magazzini, sino all’assassinio del Rossi; dall’instaurazione della Repubblica Romana all’elezione dell’Assemblea Costituente per giungere sino alla successiva, disperata lotta dei ribelli contro la restaurazione del potere temporale del Papa.

In questo suo romanzo Vittorio Evangelisti ci mostra la tragica, gloriosa epopea della Repubblica Romana vista dal basso, attraverso gli occhi candidi e ingenui di Folco, cioè nel modo in cui avrebbe potuto viverla uno qualunque dei tanti popolani che si votarono anima e corpo a quella causa, magari senza neppure comprenderne i più profondi ideali così come concepiti e propugnati dai vari Mazzini, Garibaldi, Saffi o Armellini.
Non è difficile immaginare lo stesso A. calato nei panni di quel immaginario garzone di fornaio, mentre si aggira per le piazze e le borgate di Roma e diviene testimone, talvolta anche in modo inconsapevole, di quegli storici avvenimenti come un muto, ammirato osservatore.
L’intento che l’A. si era prefisso, quindi, è nobile e ben concepito: mostrare la storia dalla parte della moltitudine di coloro che, normalmente, sono costretti a subirla pure quando, come in questa occasione, avrebbero l’opportunità di scriverla e far sentire la propria voce in capitolo. Purtroppo, e spiace davvero rilevarlo, detto lodevole obiettivo non è stato seguito da una altrettanto efficace realizzazione.
Al romanzo manca una vera trama che si distingua dalla mera, diligente esposizione dei fatti di cronaca di quei mesi e dall'elencazione puntigliosa dei personaggi storici coinvolti nell’azione. Folco ci appare un personaggio piuttosto sciapo, privo di alcuna caratterizzazione. È poco più che un paio d’occhi e di orecchie, un tramite che ci rende edotti dei vari accadimenti di cui si trova ad essere casualmente spettatore o che apprende nel letto di qualche procace ragazza o ai tavoli delle osterie che frequenta con solerte impegno tra bevute epiche e riepilogo di tutta la gastronomia romana (forse anche di quella che verrà inventata un secolo dopo!).
Gli eventi ci sono raccontati in modo apatico, pedantemente spento, come potremmo leggerli su un libro di storia per le scuole medie. Solo nelle fasi finali dell’assedio è dato trovare un po’ di pathos e partecipazione emotiva; troppo tardi e troppo poco, ahimè.
Il resoconto, indubbiamente, è accurato e sin troppo pignolo: insomma ci dà contezza che l’A. si sia ampiamente documentato prima di prendere la penna in mano, ma resta privo di passione e senza alcun approfondimento psicologico o sociologico. Anche i personaggi storici agiscono sulla scena come pallide comparse di una rappresentazione precisa, ma statica. Lo stile, anonimo e senza nerbo, non contribuisce ad accendere l’attenzione del lettore. Ogni tanto si ha l’impressione di incappare pure in qualche clamoroso falso storico. Uno tra tutti: può mai un popolano semianalfabeta disquisire di comunismo e di idee “comunistiche” quando il “Manifesto” di Marx era stato pubblicato pochissimi mesi prima a Londra? In generale, poi, l’A. fatica a dissimulare le sue simpatie politiche. Così fa agire e parlare i suoi personaggi come ci si aspetterebbe da un nostro contemporaneo. Pur riconoscendo che fu proprio in quei mesi che sbocciarono i germi di tutte le future istanze democratiche nel Mondo attuale l’approccio è decisamente anacronistico in quel contesto. Se è vero che Folco è l’alter ego dell’A. troppo spesso il secondo influenza il modo di sentire e di agire del primo.
Tuttavia non sono questi gli aspetti che più deludono, quanto, appunto, la narrazione monocorde e priva di emozione: per accendere gli animi e la fantasia non è sufficiente inserire qua e là i versi di qualche famoso inno patriottico o un’ode risorgimentale, come si farebbe a conclusione di una riunione di partito. Né qualche fervorino ideologico è sufficiente a dar corpo e anima ai personaggi e rendere vivo il racconto. E' sotto questo profilo che il libro mostra le maggiori carenze.
In conclusione la lettura è piuttosto noiosa, poco coinvolgente che si fa fatica a portarla a termine. Ciò è un vero peccato perché l’argomento era estremamente stimolante e poteva portare a risultati molto più accattivanti.
________________
Per chi già conosce bene l’opera di Evangelisti conviene segnalare che questo può essere considerato una sorta di prequel della trilogia “Il sole dell’avvenire” dove ritroviamo la famiglia Verardi, negli anni successivi ai fatti qui narrati.

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Sono sinceramente incerto se consigliarlo o meno. L'argomento meriterebbe sicuramente: purtroppo la storia della Repubblica romana è piuttosto negletta e un "ripasso" non sarebbe inopportuno, ma il risultato finale non è dei migliori, disgraziatamente.
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    20 Novembre, 2019
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Viaggio in Giappone

"Le antiche famiglie di luoghi remoti, comprese quelle prive di una storia illustre, custodiscono leggende e tradizioni uniche tramandate di generazione in generazione."

Inizia con questa frase "La foresta d'acqua" dello scrittore giapponese Kenzaburo Oe, premio Nobel per la letteratura nel 1994. Ambientato tra Tokyo e una "piccola valle immersa nella foresta" dell'isola Shikoku il libro, fortemente autobiografico e scritto in prima persona, parla dell'intenzione di uno scrittore ormai oltre settantenne, Choko Kogito alter ego di Oe, di scrivere un ultimo romanzo sulla prematura scomparsa del padre decine di anni fa, annegato nel fiume in piena. In realtà questa sua intenzione lo tormenta da anni ma è sempre stato bloccato dalla madre, custode di una valigia in pelle rossa contenente tutto il materiale appartenente al marito e che per il figlio avrebbe rappresentato il materiale necessario per la creazione del "romanzo dell'annegamento". A dieci anni della morte della madre finalmente ne entra in possesso... Questo è il filo conduttore, il sentiero d'ingresso nella foresta di Kenzaburo.

"Un particolare che ho notato man mano che passano gli anni e si invecchia è che si viene pervasi sempre più del desiderio di sistemare le cose nel miglior modo possibile senza lasciare niente di irrisolto." Kogito ha un passato irrisolto, trasformato in un sogno che lo tormenta da una vita - o forse un incubo?- in cui suo padre si trova in una barca nel fiume in piena e il figlio non riesce a raggiungerlo. Un padre "amato disperatamente", visto come un eroe negli occhi del figlio, fa un gesto incauto, incompreso e come conseguenza finisce come preda di un fiume vorace. A questo tormento interiore cerca di mettere fine attraverso appunto la scrittura di un romanzo, ma sarà forse la via più efficace e migliore per tutti? "Pensavi, grazie al tuo nuovo romanzo, di restituire l'onore al nostro povero padre e di cancellare il senso di colpa del ragazzino che quella notte tornò disperato a riva nuotando come un cagnolino? In che modo, in concreto? E nutrivi forse la vana speranza di ottenere come per magia una chiave per risolvere tutti i problemi semplicemente passando in rassegna il materiale contenuto nella valigia di pelle rossa?"

Non viene sviluppata soltanto la storia del padre di Kogito e del loro rapporto ma anche quella del legame fragile che unisce Kogito e suo figlio Akari, affetto da una malformazione sin dalla nascita. A questi si aggiunge un altro personaggio cardine, l'attrice teatrale Unaiko, anche lei alle prese con la resa dei conti di un passato turbolento e che porta come tematica la lotta contro l'abuso sulle donne e sui bambini, sviluppata nella terza e ultima parte del romanzo. La forza e l'importanza delle donne per la famiglia e per gli uomini in generale, viene notata durante tutto il percorso del libro, Kenzaburo dandole ampia voce.

La cosa che più mi è piaciuta in questo libro è stata l'ambientazione. Mi sono sentita letteralmente trasportata in Giappone ogni volta che aprivo il libro, come se facessi un viaggio e in più con una guida turistica perché oltre alle belle descrizioni paesaggistiche vengono spesso narrati anche miti locali, tradizioni e storia, elementi saldamente legati agli abitanti. Si respira anche un'atmosfera calma, rispettosa e i personaggi sono sempre pacati ed educati nonostante ci sia qualche momento di alta tensione eppure non perdono mai l'equilibrio interiore, tra sussurri e inchini hanno luogo tempeste. Credo che Kenzaburo sia un ottimo veicolo della cultura autoctona giapponese per il resto del mondo. Un'altra cosa che mi ha piacevolmente colpita di Kenzaburo è la sua vasta cultura europea e i suoi frequenti riferimenti letterari, cita addirittura Céline con una sua frase "Teniamo alta la testa, su, coraggio!", autore che per stile e argomenti lo trovo diametralmente opposto a Kenzaburo eppure...

Ci sono però degli aspetti che personalmente ho gradito un po' meno e mi hanno reso la lettura un po' faticosa. A partire dallo stile. Sebbene sia scritto in prima persona, l'autore da pochissimo spazio ai suoi pensieri espressi in modo diretto (e quindi più coinvolgente per il lettore) ma crea piuttosto delle situazioni di dialogo tra lui e i vari personaggi e sono questi ultimi a esprimere ciò che secondo loro l'autore prova o ha provato in passato. Quindi la voce dello scrittore, nonostante sia il personaggio principale, si fa sentire attraverso le altri voci con le quali lui dialoga: la moglie, la sorella Asa, Unaiko e così via. A un certo punto anche uno dei personaggi glielo fa notare. "Tu non dici granché e resti perlopiù in silenzio ad ascoltare, non riesco mai capire cosa ti passi per la testa.", si "tira le orecchie" da solo in pratica. Sebbene sia una modalità valida come tutte le altre a me ha reso la lettura meno coinvolgente di quanto sperassi proprio perché non sono riuscita a entrare in empatia con il personaggio principale. Altro aspetto che ha peggiorato ulteriormente la situazione è stata la prosa che, seppur elegante, troppo artefatta, "burocratica" quasi a piccoli tratti come se fosse un compitino, che allontanava ancor di più i miei tentativi di raggiungere la mente del personaggio e di sentirmi coinvolta. Questa prosa lineare, pacata, sì elegante ma che non osa quasi mai, nel bene o nel male, determina un ritmo di lettura costante e prevalentemente lento.

Alto elemento per me disturbante, oltre allo stile, è stato l'egocentrismo dell'autore. Tutto ruota attorno a lui, ai suoi bisogni e alle sue opere. Addirittura è presente una compagnia teatrale di cui Unaiko appunto ne fa parte, che si occupa di mettere in scena esclusivamente la sua opera leggendo e rileggendo tutti i suoi testi, come se fossero una Bibbia. La moglie, la sorella, Unaiko, tutte in punta di piedi attorno a lui a servirlo e riverirlo anche quando viene meno ai suoi doveri di marito e padre, preoccupate sempre a fare in modo che lui stesse bene e se qualcosa gli viene rimproverato il rispetto e la reverenza non mancano mai. Stessa cosa succede quasi con tutti gli altri personaggi, tant'è vero che ho pensato "Dio esiste ma tranquillo, non sei tu!". L'egocentrismo va benissimo, ma poi quando è sorretto dallo stile sopramenzionato, diventa noioso, fastidioso, inutile e si tende a perdere l'interesse per continuare la lettura. Alto aspetto per me negativo è la ripetizione, dettata più da questo suo egocentrismo che da una esigenza stilistica: intere scene vengono continuamente ripetute appesantendo la narrazione.

C'è un momento all'interno del romanzo in cui mi sono detta "ecco che ci siamo! ora si decolla!" perché l'autore si lascia un po' andare e mi richiamava le crisi epilettiche di Dostoevskij fonte di ispirazione, la memoria involontaria di Proust e in generale il rapporto arte-malattia nella letteratura:

"Quei farmaci erano molto potenti, perciò cercavo di farne uso il meno possibile ed ero consapevole che avrei fatto bene a smettere al più presto. Quando riaprivo gli occhi prima dell'alba, a distanza di poche ore dall'assunzione, mi ritrovavo in preda di un prodigioso "risveglio della memoria" (...). Non potevo fare a meno di chiedermi se quel enorme attività cerebrale fosse in qualche modo collegata all'energia stupefacente che si accompagnava agli attacchi di vertigini, e avevo la netta sensazione che quel recente malessere racchiudesse in sé un più ampio significato."

...però il ritmo non è mutato di molto. Ho trovato invece molto poetico il finale, che, seppur tramite un terzo personaggio comparso nella seconda metà del libro, chiude a cerchio il tema dell'annegamento del padre, trasmettendo nelle righe finali un senso di risoluzione e sollievo.

Per concludere lo vedo adatto a chi vuole viaggiare con la mente in Giappone e vuole immergersi sulla sua cultura e la sua storia, a chi ha già letto Kenzaburo perché dentro si ritrovano tutte le sue opere, ma anche a chi ha letto "Il cuore delle cose" di Soseki, libro ampiamente trattato all'interno di questa opera.








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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    18 Novembre, 2019
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Vera, Nina, Ghili, e Rafael

Nel suo ultimo romanzo “La vita gioca con me”, David Grossman ha raccontato, in forma liberamente romanzata, la storia di Eva Pani? Nahir, una donna conosciuta e stimata in Iugoslavia, che era stata internata nell'isola di Goli Otok, uno dei gulag di Tito. Eva e Grossman erano legati da una forte amicizia e lei voleva che lo scrittore trasformasse in romanzo la vicenda che aveva vissuto e che raccontasse anche la storia di sua figlia, Tiana Wages. E così l'autore ha dato vita ai personaggi di Vera e Nina, che animano questo intenso romanzo accompagnate dagli altri due protagonisti della narrazione, Ghili e Rafael.
Vera è una donna forte, profondamente viva ed energica, ha raggiunto la ragguardevole età di novant'anni e in quella occasione tutta la sua famiglia si è riunita per festeggiarla. La narratrice di questa storia è la nipote di Vera, Ghili, una donna ormai prossima alla quarantina che ci racconta della sua famiglia molto particolare attraverso un diario, quaderni scritti a mano su cui annota ricordi, idee, intuizioni, pensieri. Alla festa per il novantesimo compleanno di Vera torna in Israele Nina, figlia di Vera e madre di Ghili, una persona tormentata ed estremamente fragile, che non ha mai superato il trauma subito a sei anni e mezzo, quando, nella Iugoslavia degli anni Cinquanta del Novecento, suo padre morì e sua madre fu internata nel campo di rieducazione sull'isola di Goli Otok. Nina sembra essere capace soltanto di rifiutare le persone che più l'hanno amata e che le sono state più vicino: soprattutto Rafael, il suo compagno e padre di Ghili, che ha trascorso tutta la vita con l'intenzione e il desiderio fortissimo di amarla; ma anche la figlia Ghili, da lei abbandonata a soli tre anni e mezzo; e la madre, verso la quale prova un risentimento antico e coriaceo per averla
lasciata sola quando fu deportata sull'isola di Goli Otok. Eppure il legame fortissimo tra Rafael, Ghili, Nina e Vera rimane vivo e profondamente intenso, nonostante la lontananza, l'abbandono, il rifiuto, il tradimento. E quando Nina ancora una volta mostra la sua fragilità, ed è costretta a chiedere aiuto alla sua famiglia perché le sta accadendo qualcosa che non potrà affrontare da sola, i quattro decidono di intraprendere un viaggio speciale. Andranno in Croazia, nella cittadina natale di Vera, ?akovec, e successivamente sull'isola di Goli Otok, dove la donna era stata segregata per circa tre anni. Un viaggio che li porterà a ricercare le loro origini e l'origine del loro legame, così indissolubile ed allo stesso tempo così carico di risentimento, segreti inconfessabili e amarezza. Potranno rievocare l'infanzia di Vera, l'amore che l'aveva unita così profondamente al padre di Nina, Miloš, ripercorrere l'itinerario che l'aveva portata sull'isola di Goli Otok, sentire la sua sofferenza, comprendere o condannare le sue scelte. L'idea è quella di realizzare un documentario sulla storia di Vera da poter rivedere nel futuro: per non perdere del tutto la memoria del passato, per riappropriarsi finalmente delle scelte, anche sbagliate, che hanno segnato la loro vita per sempre.
Un romanzo coinvolgente, che tratta i temi della memoria e del ricordo come base per poter costruire un futuro migliore. E che ci fa riflettere sulla natura dei legami familiari: indissolubili, necessari ed imperfetti, sublimati e scalfiti dalla vita ma che rimangono una priorità della nostra umile umanità.

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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Novembre, 2019
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Un'ultima avventura per Max Gilardi


Ho letto con molta emozione e commozione l’ultimo libro edito da Elda Lanza dal titolo La terza sorella. Il libro è uscito edito giovedì 14 novembre a pochi giorni di distanza dalla morte della stessa autrice, avvenuta la domenica precedente. Il testo vede l’ultima avventura dell’avvocato Max Gilardi, felice creatura partorita dall’abile penna di Elda Lanza. L’avvocato, ex poliziotto, dall’intuito sagace e dalla preparazione ineccepibile, ha visto impotente la morte della sua prima moglie, al cui seguito nulla è stato uguale, per cui:
“Non si ama mai allo sesso modo due volte. (…) Con quel corpo tra le braccia al quale non potevo dare aiuto, io ho sperato di morire, di non avere un giorno dopo. Poi la vita prosegue e non ti chiede eroismi.”
Qui è alle prese con un caso coinvolgente, che lo vede più che altro in veste di amico e consulente. Ma chi è la terza sorella di cui si fa riferimento nel titolo? E’:
“la figlia dell’amore. La più amata.”
Si tratta, infatti, di tre sorelle: Elena, Eleonora, Elisa. Tre baronesse, che vivono in un luogo particolare,
“che non era un castello, neppure nelle intenzioni, ma uno strano palazzo a strati, sospeso tra scale e balconate.”
Una di loro, Elena, si è appena sposata con Carlo, con testimone di nozze proprio l’avvocato Gilardi. E’ felice, serena. Quando in una tragica notte viene uccisa con un grosso ferro conficcato in gola. Chi ha potuto commettere un atto tanto brutale? Chi la voleva morta, lei che non aveva nemici? Forse che la sua felicità era fonte di invidia in chi non poteva avere un tale benessere? Chi poteva odiarla tanto?
Un bel mistero e
“Storie un po’ oscure”,
che affondano le radici nella storia di una famiglia benestante, in un passato lontano, mai dimenticato. Una storia che cova odio nel profondo, trascinato a lungo nel tempo. Dalla signora “gentile ed elegante” un’ultima vicenda che affascina con il garbo che le è sempre stato consono e che trascina il lettore in un vortice coinvolgente di emozioni e sentimenti.

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lapis Opinione inserita da lapis    17 Novembre, 2019
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Road to Ruin

"Perché dovevi arrivare tu a farmi sentire così solo?"

La felicità è una droga, la più potente, la più distruttiva. Dopo averla assaggiata, ne vorrai ancora, e ancora, e ancora. Eppure, avresti dovuto saperlo, Harry, che la felicità è uno stato di emergenza che non può durare. Sono secondi, minuti, giorni, e dopo, non resta altro che rimpianto, vuoto, astinenza. E neanche tutto l’alcol del mondo riuscirà a ingannare il dolore.

Dal giorno in cui l’amata Rakel lo ha lasciato, questa volta per sempre, Harry Hole è ripiombato nel baratro della bottiglia e della depressione. Ed è proprio in questo momento che il destino lo metterà di fronte al caso più complesso, brutale e straziante della sua intera carriera. Perché questa volta dovrà combattere contro il dubbio della propria stessa colpevolezza, contro quelle mani imbrattate di sangue di cui non conserva nemmeno un ricordo, contro la paura di essere diventato un mostro. Allora il bisogno di un colpevole diventa l’unica ragione di vita, e la caccia non è mai stata così torbida e disperata.

Ottima la penna, le pagine procedono con intrigante fluidità, nonostante la strabiliante ricchezza di sfumature, dettagli e indizi che l’autore dissemina lungo il cammino. Non ci si annoia, con Harry Hole. Sarà la coinvolgente miscela di investigazione e vicende umane, che si addentra senza sconti nell’abisso di passioni, fallimenti e colpe di ciascun personaggio. Sarà la grintosa e oscura atmosfera, alimentata dalla profonda malinconia di un protagonista il cui fascino sta proprio nella vulnerabilità e nella capacità di aggrapparsi all’unica cosa che lo può tenere a galla, il suo fiuto di poliziotto e il suo inossidabile senso di giustizia. Sarà la trama sapientemente disegnata con geometrico rigore, in cui sospetti e vicoli ciechi, diversivi e colpi di scena si stratificano con linearità e limpidezza. Impossibile perdersi, impossibile non appassionarsi perché c’è davvero tanta umanità in questo thriller.

“Il coltello” rappresenta il mio primo incontro con il famoso poliziotto scandinavo. Il romanzo può sicuramente essere letto anche senza avere una conoscenza pregressa di questa serie, come è capitato a me, regalando una compagnia piacevole e appagante. A mio avviso però una storia come questa, che si gioca tutta nell’universo emotivo e personale del protagonista, merita di essere letta all’interno di un percorso. Arrivata all’ultima pagina quindi, consiglierei a me stessa e a chi come me non ha familiarità con Harry Hole, di tornare all’inizio della serie. Non è mai troppo tardi, in fondo.

“Sto dormendo. E finché dormo, finché riesco a restare nel sogno, potrò continuare a cercarlo. Ma ogni tanto, come adesso, ho la netta sensazione che venga meno. Devo concentrarmi e dormire, perché se mi sveglio... Mi renderò conto che è vero. E allora morirò”.

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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    12 Novembre, 2019
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A volte non serve cercare oltreoceano

Devo cominciare questa recensione con un'ammissione di colpa. Chi segue le recensioni che scrivo sa che spesso prediligo gli autori stranieri. Spesso ci si fa affascinare dai nomi: Michael Connelly, Jo Nesbø, Jeffery Deaver, o per rimanere nell'ambito dei "thriller legali" un certo John Grisham.
E spesso ci si rimane delusi.
Quest'ultimo libro di Gianrico Carofiglio è la dimostrazione che in casa abbiamo degli ottimi autori, che a volte si rivelano più meritevoli di lettura di "quelli che hanno il nome famoso". Certo, Gianrico Carofiglio non è l'ultimo arrivato, ma devo ammettere che mi ha davvero stupito.
Cominciamo dallo stile, che è la cosa che più mi ha colpito: accurato, coinvolgente, riflessivo, a volte adornato da una sottile ironia utile a stemperare; capace di dosare perfettamente dialoghi e narrazione. Dalla spiccata capacità di emozionare e fare riflettere, risulta evidente che l’etichetta di “autore d’intrattenimento” a Carofiglio sta più che stretta, e infatti credo non possa limitarsi a questo. L’autore non strizza continuamente l’occhio al lettore, non vuole farlo contento a ogni costo con scelte banali volte a regalargli una leggerezza passeggera; l’autore vuole lasciare il segno. Non ha paura di soffermarsi su verità scomode e difficili da digerire, a volte angoscianti; perché è consapevole che questo spingerà il lettore a fermarsi a ponderare quel che ha appena letto, regalandogli l’impagabile sensazione di aver letto qualcosa di vero, non contraffatto da artificiosi addolcimenti. La dolcezza c'è come c'è nella vita: a piccole dosi, senza ignorare i momenti difficili che a quella dolcezza danno una marcia in più.
La figura dell’avvocato Guerrieri è praticamente viva: un personaggio così ben reso da poter credere di incontrarlo, un giorno o l’altro, lungo la strada di casa. Afflitto da dilemmi, vittima di debolezze e capace di piccoli atti d’eroismo , Guerrieri è un personaggio in cui ogni lettore può vedere una parte di sé stesso e (sono sicuro) anche l’autore ha messo moltissimo del suo essere.
Insomma, non so più che dire per farvi capire che sì, “La misura del tempo" è un romanzo da leggere e Carofiglio un autore da approfondire.
O almeno io lo farò.

La storia di questo romanzo ruota tutta su Iacopo Cardaci, ragazzo accusato dell'omicidio di uno spacciatore e già condannato in primo processo. La madre dell' accasato è una vecchia fiamma dell'avvocato Guerrieri, al quale si rivolge per il processo in appello. Incapace di dire di no a Lorenza e resosi conto dell' inefficacia della difesa che lo ha preceduto, Guerrieri decide di prendere in carico questo lavoro, nonostante sia chiaro fin da subito che le speranze di ribaltare la sentenza siano ridotte al minimo.
Mai scontata, mai banale, questa storia si legge in un attimo e, in certi tratti, è anche capace di emozionare.
Consigliatissimo.

“Quando sei giovane e pensi a un mondo e a un tempo in cui tu non esistevi, la cosa non ti turba. Perche' la storia sembra dotata di una direzione implicita che porta fatalmente al momento in cui sei tu a irrompere sulla scena. Il mondo senza di noi prima di noi è una lunga fase preparatoria. Il mondo senza di noi dopo di noi invece è semplicemente il mondo senza di noi. Finché appare lontano riusciamo a placare l’angoscia dell’idea. Ma io so che fra qualche settimana, al massimo qualche mese, non ci sarò più e il mondo continuerà a esistere, senza nemmeno una increspatura. Senza nemmeno un sussulto. Voi piangerete, ma poi dovrete occuparvi delle questioni pratiche e smetterete di piangere. E comunque sarete sollevati che questa sofferenza non ci sia più. Potrete distogliere lo sguardo e occuparvi di vivere. Come è giusto. E tutto sarà finito.”

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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    12 Novembre, 2019
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La porta come metafora della vita

Con il suo ultimo romanzo “La seconda porta”, Raul Montanari si conferma, ancora una volta, scrittore di talento, acuto osservatore della realtà che ci circonda, di cui fa un’analisi minuziosa ed equilibrata.
Attraverso l’uso originale della metafora della porta, egli pone a confronto due mondi diversi e contrastanti, quello di Milo, il protagonista, e quello di Adam, rifugiato e fuggiasco. La porta, infatti in sé ha una duplice funzione: da una parte stabilisce un contatto con il mondo esterno, dall’altra può escluderlo. Essa, dunque, può essere mezzo di crescita se aperta a esperienze diverse e molteplici, ma al contempo garanzia di sicurezza se chiusa a ciò che è estraneo e che costituisce motivo d’inquietudine.
Da qui il tema centrale del romanzo, una riflessione ben articolata sul problema dell’immigrazione, dell’accoglienza, dei rapporti con chi si considera “diverso” per religione, per etnia, per orientamento sessuale. È un discorso che comprende valutazioni basate su un concetto di pietas diverso in ogni individuo e valutazioni più generiche che attengono più specificamente alla politica.
Non a caso Montanari afferma: “Quelli che sono favorevoli all’accoglienza devono fare discorsi complessi, spiegare che l’ondata migratoria non si può arrestare, ma solo gestire, magari risalire alle responsabilità dell’Occidente [……] dire che il mescolarsi di razze è cosa positiva […..]. I populisti di destra fanno un discorso semplicissimo: questa è casa nostra, stiamo bene senza di loro, cacciamoli fuori. Stop. [….]”
Il rapporto Milo – Adam offre all’autore l’opportunità di valutare tutte le difficoltà reali che il tema dell’immigrazione solleva, al di là di ogni retorica o di paternalismo, che rischierebbe di degenerare in un buonismo ipocrita. Adam, infatti viene visto nei suoi lati positivi, senza però trascurare né i suoi difetti né le sue colpe. Così la generosità di Milo si alterna a momenti di diffidenza e sfiducia, specialmente nel momento in cui si trova a dover gestire situazioni di potenziale violenza.
Nonostante la serietà del tema centrale del romanzo, il racconto è alleggerito dal susseguirsi di eventi che creano suspense e rendono la lettura scorrevole e piacevole.

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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    07 Novembre, 2019
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La spia che odiava la Brexit

Nat è un agente del Secret Service di mezza età. Sono venticinque anni che recluta e gestisce spie nell'Europa orientale e, quando viene richiamato a Londra dall'ultima missione in Estonia, si aspetta un decoroso pensionamento o un ricollocamento in qualche comoda sine cura dell’amministrazione inglese. Invece viene assegnato a un nuovo incarico nella sede londinese dell’Office. Quello che gli affidano è un dipartimento decisamente secondario, chiamato da tutti, spregiativamente, il “Rifugio” perché, lì, ci sono solo agenti accantonati dalle altre sezioni in quanto ritenuti privi di alcuna rilevanza. Inaspettatamente, però, al Rifugio si troverà di fronte a due scottanti situazioni.
La prima riguarda la sua giovane collega Florence. Lei si batte con ostinata determinazione perché i Capi approvino una strettissima sorveglianza su un faccendiere ucraino che sposta enormi quantità di soldi di provenienza quantomeno dubbia, con la complicità di potenti società della City. Riuscirà a far accettare il suo piano?
La seconda riguarda il Sergei, giovane russo-georgiano arruolato come agente dormiente dal suo Paese, ma che, sin dal suo sbarco in Inghilterra, ha dichiarato di voler disertare. Quando Mosca, finalmente, si ricorda di lui e gli chiede di attivarsi, Nat viene subito avvisato e intuisce che dietro all'operazione, di cui il ragazzo è solo uno dei tanti ingranaggi, c’è una degli agenti più in gamba di tutta la Russia la quale, forse, si appresta ad arruolare un funzionario inglese di spicco, pronto a tradire. Per Nat potrebbe essere il classico “colpaccio” che rilancerebbe tutta la sua carriera.
In parallelo a queste vicende lavorative Nat conduce una vita abbastanza ordinaria che divide con la moglie Prue, valente avvocato, specializzata nelle cause “etiche”, la figlia Steff, irrequieta diciannovenne contestataria, e il gioco del badminton per il quale ha una vera passione che, in passato, gli è stata pure utile per reclutare spie all'estero.
Sarà proprio nel suo club di badminton che Nat farà la conoscenza col ritroso Ed. Apparentemente si tratta di un ricercatore ventottenne che lavora per una agenzia di comunicazione. Ha sfidato Nat, campione del circolo, e in breve ne è divenuto l’avversario fisso in una serie di accanite partite. Ma è soprattutto nel relax del dopo partita che Ed si apre e sfoga tutto il suo risentimento contro la follia della Brexit, contro Trump (che paragona a Hitler), contro tutta la classe politica inglese, che considera corrotta e idiota. Chi è effettivamente Ed? Solo un giovane frustrato e deluso dal mondo in cui vive o è qualcos'altro?

È raro che una spy-story possa divenire un libro di valenza politica, ma da Le Carrè ci si può aspettare questo e altro. Nei suoi libri non si susseguono inseguimenti, mirabolanti avventure alla James Bond o suspense che si taglia col coltello. Le spie sono spesso pingui burocrati. Le vicende procedono piano con l’indolenza con cui si verificano, normalmente, le circostanze della vita. Ma più che in altri romanzi la nostra vita reale viene portata allo scoperto e diviene giocatore di primo piano nella narrazione.
Questa affermazione è quanto mai vera per ciò che riguarda questo romanzo. Un vecchio proverbio sentenzia che ne ha uccisi più la penna che la spada. Se il detto potesse applicarsi alla lettera, probabilmente Le Carrè sarebbe sotto processo per tentato omicidio plurimo. Infatti, quest’ultima sua opera, distribuita in contemporanea europea, è una vera arma puntata contro molti personaggi di spicco della scena politica internazionale. Evidentemente l’A., aveva così tanti sassolini nelle scarpe che se li è dovuti togliere tutti contemporaneamente; scegliendosi bersagli davvero grossi da colpire.
Attraverso la bocca dei suoi personaggi scarica tutto il suo livore contro l’attuale politica mondiale a cominciare da quella del suo Paese e dei suoi compatrioti favorevoli ad abbandonare l’Unione Europea, per passare a coloro che (ufficialmente in modo legale) guadagnano riciclando i capitali delle varie mafie (russa, ucraina, georgiana, etc.). Continua occupandosi dell’attuale amministrazione americana (vero bersaglio del libro e attaccata con pesantissimi epiteti) senza risparmiare colpi bassi a quella russa. Raramente mi è capitato di leggere un libro, che non fosse un mero libello politico, così pieno di invettive e violenti attacchi contro personaggi di spicco della politica mondiale viventi e operanti.
Abilmente Le Carrè non prende posizione, perché le ingiurie escono ora dalla bocca di Ed, giovanotto manifestamente disadattato e nevrotico, ora da quella di una vecchia spia in agiato ritiro a Karlovy Vary (quindi da personaggi immaginari e, in quanto tali, non incriminabili), ma è difficile pensare che quelle espresse non siano le opinioni personali dell’A.. C’è da immaginare, perciò, che questo romanzo farà parecchio discutere, soprattutto in un Regno Unito ancora squassato dall'incertezza sulla Brexit e che andrà alle urne tra poco più di un mese. Anzi non è affatto escluso che l’intento di Le Carrè sia pure quello di dare una scossa ai suoi compatrioti.
La trama, nello stile dell’A., non è incalzante, ma la tensione, che le vicende narrate dallo stesso Nat fanno intuire, è palpabile, anche se, spesso, è solo interiore ai personaggi; non è fatta di gesti eclatanti, ma è suggerita da accenni, da brevi frasi.
Il climax finale è emozionante anche se ci conduce ad una fine che non è una vera fine, ma forse solo un inizio di qualcosa di diverso. Ma, in fondo, non sono così tutte le vicende della nostra vita?
Insomma un libro decisamente accattivante che vale la pena leggere anche, se non soprattutto, per l’attualità dei temi trattati, si condividano o non si condividano le idee espresse dai personaggi.

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ovviamente a chi ama Le Carrè e il suo stile garbato, ma anche a coloro che vogliono leggere un libro spionistico vero, e credibile.
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siti Opinione inserita da siti    02 Novembre, 2019
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Persi per sempre

Ennesimo inedito del grande Singer restituito a quasi trent’anni dalla morte al pubblico mondiale e in Italia per iniziativa della casa editrice Adelphi che, avvalendosi della professionalità di Elisabetta Zevi, il cui nome non ha bisogno di presentazioni, e della traduzione dell’altrettanto affermata e brava Elena Loewenthal, permette di conoscere meglio la produzione del premio Nobel per la letteratura, 1978. È l’ennesimo scritto in yiddish, la lingua madre, mai rinnegata e anzi elevata a statuto letterario, la lingua di tutta la sua produzione, un patrimonio culturale da coltivare e tenere vivo in terra straniera a ricordare un mondo perduto ma ancora pulsante. Sono gli anni sessanta, quelli della rivoluzione culturale giovanile, quelli compresi più nel dettaglio fra la fine del dicembre 1967 e il maggio 1968, a vedere l’uscita a puntate sul quotidiano yiddish di New York ??Forverts?? di questo bel romanzo sotto lo pseudonimo Yizkhok Warshavski, quello usato per la produzione ‘popolare’ oltre che per i pezzi giornalistici.

E forse è vero, troviamo in quest’opera una prosa più dimessa, una struttura più sobria, quasi un fare didascalico, una minore tensione narrativa, un intreccio tutto sommato prevedibile, ma la penna del grande Singer è ben riconoscibile e restituisce una dimensione più americana, avvicinabile al migliore Malamud e oserei dire anche al più feroce Simenon. Una miscela di ebraismo e di americanità che rende questa lettura estremamente moderna e avvincente, senza peraltro tralasciare, ma anzi nutrendosi, fin nella sua essenza più profonda, della cultura ebraica che l’ha partorita.

È infatti la storia di tanti polacchi, ma due in particolare, il ricchissimo Morris Kalisher e lo sfaccendato Hertz Minsker, il nostro ciarlatano, che, negli anni del secondo conflitto mondiale, prima del coinvolgimento degli USA nella guerra, proliferano nel grande sogno americano, tutti sfuggiti dalle adunche grinfie della sanguinaria mano nazista. Sono immigrati, chiaramente identificabili eppure ben assimilati, spesso hanno ripudiato il loro credo e vivono lontani dalla legge della Torah e lo avrebbero fatto a prescindere dalla loro condizione. Sono esseri finiti, tremendamente umani, pieni di limiti e dalla condotta riprovevole; qualcuno si è arricchito, molti vivono di espedienti, altri confermano la loro indole che ha come comune matrice l’identità del perseguitato, dell’esule senza requie, talvolta dell’apolide. Si arrangiano come possono in un’ America, e qui New York ne è il simbolo perfetto, che accoglie ma divora, inglobando in uno sterile capitalismo i destini di un pullulare di persone che si sviliscono in esistenze frenetiche e vuote e in un materialismo senza speranza sfociante in un inevitabile ateismo. Il pensiero del destino dei propri connazionali chiusi nei ghetti, costretti alla stella gialla, tradotti forzatamente in campi di lavoro o di sterminio, qualche volta si affaccia nelle loro coscienze, le ripulisce blandamente, resettandole per il successivo abominio. Il maggiore rappresentante di questo tormentato modo di vivere è lui, il ciarlatano: si nutre di teorie che mischiano edonismo spinoziano a misticismo cabalistico, condito di un pizzico di idolatria, a saldare, confondendoli inevitabilmente, piacere e religione. È un grande amatore, un temprato simulatore, il peggiore traditore. Si dibatte nell’eterno dubbio esistenziale, il dubbio gli è necessario per affermare che scienza e religione sono parte di un’unica verità della quale ancora nessuno è stato messo a parte. Tanto vale allora buttarsi nella parapsicologia …

La trama insomma, capirete, è presente e pure gradevole, ma è debole pretesto per intessere una brillante tragicommedia, una vera e propria pantomima che si nutre del variegato e brillante modulo della commedia degli equivoci, rendendo gradevole una lettura che è puro atto di denuncia della condizione dell’ ebreo moderno. Chi è costui? Non solo il ciarlatano, sarebbe troppo comodo! L’ebreo moderno non ha niente da invidiare al nazista, “siamo tutti nazisti, nazisti circoncisi”, lo pensa Morris, lo conferma Hertz, vermi senza dio, votati al dio denaro, alla solitudine inghiottiti e divorati dalle splendide luci della città, meritano certo, gli ebrei, l’ennesima trappola per topi che la moderna civiltà offre nella dorata America.
Ritratto amaro e impietoso , se i toni lievi della commedia non hanno sortito l’effetto contrario, umoristico e paradossale, dell’ebreo perso per sempre. Aldilà della specificità culturale e storica, fa sorridere amaramente il comune destino di ogni uomo sulla terra, con la netta differenza che forse noi, un cantore così della nostra disfatta non lo abbiamo se non andando fino ai tempi di Dante.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    31 Ottobre, 2019
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Tra autobiografia e critica sociale spietata

«Un atteggiamento tossico sembrava esondare da ogni post o commento o tweet, che ci fosse davvero oppure no. Si trattava di un fastidio del tutto nuovo, qualcosa che non avevo mai provato prima – e si accompagnava a un’ansia, a un senso di oppressione che provavo ogni volta che mi arrischiavo ad andare in rete, la sensazione che in un modo o nell’altro avrei commesso uno sbaglio per il semplice fatto di condividere ciò che pensavo a proposito di qualcosa. Tutto ciò sarebbe stato impensabile dieci anni prima – l’idea che un’opinione potesse diventare qualcosa di sbagliato – ma in una società inferocita e polarizzata c’era chi veniva bloccato a causa delle proprie opinioni e perdeva follower perché veniva percepito in modi che potevano essere inesatti. […] Come se nessuno sapesse più distinguere un essere umano da una serie di parole digitate su un touchscreen. Il clima culturale in generale pareva incoraggiare il dialogo ma i social media erano diventati una trappola e quello a cui in realtà miravano era silenziare l’individuo.»

L’idea di scrivere un nuovo romanzo, a distanza di ben trent’anni dall’uscita del primo, nasce in Ellis nel 2013 mentre si trovava in autostrada dopo aver trascorso una settimana a Palm Springs con un’amica con cui era stato al College negli anni ’80. Anni ben diversi da quelli attuali, anni in cui andare a scuola o non andarci, guardare un programma o un altro alla tv non aveva la stessa risonanza, protezione e ovattamento di oggi.

«Non fregava niente a nessuno i quello che guardavamo o no, di come ci sentivamo o di cosa desideravamo, e non eravamo ancora stati incantati dalla religione del vittimismo. Paragonata a ciò che oggi viene considerato accettabile ora che i bambini sono ipercoccolati fino all’inettitudine, era l’età dell’innocenza.»

Anni in cui comprese che non l’essere vincenti ma l’essere “frustrati, disillusi e feriti rendeva il piacere, la felicità, la consapevolezza e il successo sia più tangibili sia palesemente assai più intensi”. Ma adesso chi è Bret Easton Ellis oltre che “il cattivo” per eccellenza che divulga coscientemente sui vari canali social impressioni, considerazioni, provocazioni e pensieri? Come non far ciò, d’altra parte, in un’epoca in cui la libertà di parola si è evoluta al punto tale da diventare una cd. “responsabilità di parola” all’interno della quale viene abnegato ogni confine tra pubblico e privato tanto che ogni individuo si sente legittimato a proferir tutto ciò che passa per la mente? Il risultato pertanto del fenomeno è che i confini del che cosa è possibile o meno raccontare si sono talmente dilatati da raggiungere estremità vacue, non limiti.
E questo in un certo senso è quello che fa Ellis: analizzare il fenomeno radicato in una società fatta ormai di luci, neon, apparenze, oggetti scintillanti, droghe, alcol, sesso, estremizzazioni, feticismi e cercare di trovarne una spiegazione. Perché la prima impressione che emerge dalla lettura di “Bianco” è che, in questa lunga disamina che parte proprio dagli anni della sua giovinezza, passando a quelli che sono stati gli anni del successo, ci si stia trovando di fronte ad una spiegazione del perché Bret sia una persona così schietta e “stronza” o del come un uomo della sua età non riesca a far i conti con questo mondo così radicalmente cambiato a fronte del “quando si stava meglio” anche se in verità si stava peggio.
Per poter davvero apprezzare “Bianco” è necessario conoscere gli anni ’80 e considerarli quale il momento storico in cui un po’ tutto ha avuto inizio tra alienazioni e ossessioni ed eccessi, è necessario avere consapevolezza, ancora, di quelli che sono stati gli anni ’90 e duemila con tutte le relative conseguenze fino alla crisi economica del 2008 e il seguente decennio.
L’obiettivo di Ellis è senza dubbio quello, dopo aver dipinto un quadro che rappresenta una vera e propria panoramica del presente, di tirare le fila ma senza mai cadere nella rassegnazione o nella depressione. La narrazione è infatti intrisa di disincanto, di cinismo, di entusiasmo. “Bianco” può definirsi pertanto un saggio di critica cinematografica e di critica a quello che sin dal primo capitolo è definito come “Impero”, l’Impero americano.
Quello che avete davanti, se deciderete di leggerlo, è un testo stratificato, con molto da offrire, capace di suscitare riflessioni nel lettore ma che richiede un certo impegno nella sua discoperta. In parte per questa forte impronta autobiografica che lo caratterizza, in parte per la necessaria chiave di lettura che richiedere di applicare per essere apprezzato e compreso nelle sue varie sfaccettature, in parte per questa serie di tematiche scottanti che tratta.
Un saggio che consiglio a tutti coloro che cercano scritti di sostanza, attuali e volontariamente provocatori e a tutti coloro che vogliono interrogarsi sulle cause del tempo che viviamo.

«In passato, nell’ormai lontana epoca dell’Impero, gli attori potevano tutelare le loro identità scrupolosamente progettate ed enigmatiche in modo più facile e completo rispetto al giorno d’oggi, in cui tutti viviamo nel mondo digitale dei social media e dove i nostri telefoni catturano senza filtri istanti che una volta restavano privati e ciò che ci passa spontaneamente per la testa può venire tradotto in una frase o due su Twitter.»

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archeomari Opinione inserita da archeomari    31 Ottobre, 2019
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Un uccellino contro i naufragi della vita

Sandro Veronesi è uno scrittore pluripremiato. Tutti si ricorderanno del romanzo “Caos calmo” che, oltre allo Strega, ha vinto altri due premi internazionali ed ha avuto anche una famosa trasposizione cinematografica con Nanni Moretti e Isabella Ferrari. Io però mi avvicino per la prima volta a questo autore, attirata dal titolo e dalla seconda di copertina dove si legge : “un romanzo potentissimo , che incanta e che commuove, sulla forza struggente della vita”.
In effetti ho trovato una storia e una scrittura potente, a volte leggera, che ripercorre tutte le pagine del romanzo.
Perché un colibrì a dare il titolo all’opera?
Perché un uccellino, il più piccolo uccellino al mondo, con il corpicino e le ali iridescenti, capace di batterle 70/90 volte al secondo, venerato dai Maya che credevano fosse l’incarnazione dei guerrieri del sole? Perché questa scelta?
Perché il colibrì, che passa la vita a consumare tutta la sua energia per battere le ali senza muoversi, sospeso nell’aria, è simile al protagonista del nostro romanzo, Marco Carrera. Da ragazzino la madre lo chiamava “colibrì “ per via della sua corporatura e della sua altezza, di molto inferiori alla media dei ragazzi della sua età, un “gap” che recupererà con una cura a base di ormoni e che nel giro di pochi mesi gli farà conquistare prodigiosamente 16 cm di altezza!
Specialista in oftalmologia, Marco, all’inizio del libro, si trova, da un giorno all’altro, nell’occhio del ciclone di una serie di disgrazie: lo psicologo che segue Marina, sua moglie, entra nello studio e gli comunica una brutta notizia che stravolgerà l’apparente serenità delle sue giornate. Sua moglie chiede il divorzio ed è già incinta di un altro. Da quel momento parte una narrazione a ritmo serrato, con sequenze dialogate (pochissime, due o tre, solo quando Marco conversa con Carradori, lo psicologo della ex moglie che interverrà poi quasi alla fine del romanzo), discorsi indiretti liberi (tantissimi), poche descrizioni, molte sequenze riflessive, mai pesanti, perché condite da quella ironia che genera un’amara risata.
Le disgrazie sono veramente tante, lutti atroci, malattie terribili-lo stesso Veronesi ha confessato di aver interrotto la stesura del libro per curare un cancro - , amori assoluti e difficili, amicizie che non ti aspettavi. Ma come reagisce Marco?
Come il colibrì, l’antico guerriero Maya reincarnato in uccello, che nonostante le avversità si tiene sempre ben fermo, fedele a se stesso, ai suoi valori e consuma tutte le sue energie per mantenere quella posizione di sopravvivenza.

“E anche tutto l’amore che è stato sparso per il mondo, tutto il tempo che è stato sperperato e tutto il dolore che è stato provato: era forza, tutto, era potenza, era destino, e puntava lì.
- I lupi non uccidono i cervi sfortunati, Duccio - dice- Uccidono quelli deboli”.
-
Questa consapevolezza è l’unico modo per non soccombere alla “dittatura del dolore”.

Un romanzo che parla di amore, di dolore, ma soprattutto di forza.
Magistrale la penna di Veronesi che rende originali certe situazioni che potrebbero risultare banali, scontate e ti tiene incollato alla pagina fino alla fine del romanzo. Un sacco di citazioni importanti, musicali, cinematografiche e letterarie, da “La patente “ di Pirandello all’omaggio all’amico Sergio Claudio Perroni, suicidatosi quest’anno a Taormina, uno dei padri fondatori della casa editrice indipendente “La nave di Teseo”, la stessa che ha ripubblicato tutte le opere del Veronesi. A fine libro troverete una interessante postilla dell’autore che spiega come sono nati termini, luoghi e situazioni di questo romanzo.

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Mian88 Opinione inserita da Mian88    28 Ottobre, 2019
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Esilio; una storia troppo spesso dimenticata

Siamo nel 1939, la guerra civile spagnola sta giungendo alla sua conclusione, il clima politico europeo è preoccupante a causa della forza e della devastazione dei regimi dittatoriali che stanno prendendo sempre più campo. Victor Dalmau era entrato nell’esercito repubblicano nel 1936, come quasi tutti i ragazzi della sua età, ed era partito per difendere con il suo reggimento Madrid, in parte occupata dai nazionalisti – come si autoproclamarono le truppe insorte contro il governo – e luogo dove utilizzava i suoi tre anni di studi in medicina per curare i feriti piuttosto che per tenere un fucile in mano nelle trincee. In seguito, era stato destinato ad altri fronti. Fratello di Guillem Dalmau, entrambi erano stati educati in una scuola laica e cresciuti in un piccolo appartamento nel Raval, in una casa della classe media, in cui la musica del padre e i libri della madre avevano sostituito il dogma religioso. I Dalmau non militavano in alcun partito politico, ma la diffidenza di entrambi nei confronti delle autorità e di qualsiasi tipo di governo li portava a schierarsi con gli anarchici. Oltre alla musica, il padre, Marcel Lluìs, aveva trasmesso ai figli la curiosità per la scienza e la passione per la giustizia sociale.
A causa di una grave ferita alla gamba, Victor era stato rimandato ingessato – per grazia di un medico inglese che aveva optato per la steccatura piuttosto che per una diretta amputazione – a Barcellona dove quanto prima si era rimesso in sesto per tornare al lavoro. Al contempo, una grave perdita familiare lo obbliga a far ritorno a casa dove ad attenderlo trova Rose Bruguera, giovane pianista amica di famiglia, allieva prediletta del genitore venuto nel mentre a mancare, e che fino all’intervento del suo salvatore viveva da sola in una Barcellona sempre più pericolosa. Con, nel 1939, il termine della Guerra Civile Spagnola e la vittoria dei franchisti, per i due giovani non c’è alternativa che lasciare la terra natia in quello che è un viaggio che attraversa prima i Paesi Baschi, poi i Pirenei, poi la Francia e infine il Cile, sinonimo di terra promessa e di nuove possibilità. Purtroppo, però, anche a distanza di anni e di integrazione, l’esilio non è finito. Ed è attorno a questo tema che ruota l’intero romanzo dell’Allende, un’opera che fa respirare al lettore le atmosfere dei romanzi del passato dell’autrice, le atmosfere quei libri che con la loro intensità catturavano e conquistavano senza mai, come a discapito di alcuni più recenti, disilludere le aspettative.
Esilio e radici, legami e storia. Una storia dimenticata, una storia di fatto attuale e composta da profughi, accoglienza, perdita, dolore, lasciti, separazione. Una storia che riparte proprio da quel 3 settembre 1939, con quel piroscafo francese “Winnipeg” salpato il 4 agosto dal porto di Pauillac, con destinazione Valparaìso, “lungo petalo di mare”, e con a bordo oltre duemiladuecento fuggitivi dalla Guerra Civile Spagnola. Una spedizione umanitaria possibile, oltretutto, grazie a Pablo Neruda, il futuro Premio Nobel per la Letteratura, che all’epoca ricopriva incarichi consolari tra Francia e Spagna.
La scrittrice porta a termine una vera e propria opera di ricostruzione che va dalle condizioni del viaggio a quelle di maggiore integrazione. Fatti e persone citate e narrate sono reali e quei pochi che sono inventati sono il ispirati a uomini e donne realmente conosciuti e incontrati dall’Allende.
Al tutto si aggiunge una penna precisa, meticolosa, erudita, profonda che accompagna e conduce per mano passo dopo passo nello svolgersi di ogni singolo evento. Il lettore è conquistato da questo scritto così pieno di spunti di riflessioni e di tematiche profonde tanto che giunge alla sua conclusione in tempi molto brevi. Un ritorno alle origini.

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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    27 Ottobre, 2019
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Ma cos'è la verità

L’ultima intervista è un romanzo autobiografico o pseudo autobiografico scritto sotto forma di intervista, dove la forma dell’intervista è un pretesto per parlare di sé senza seguire un ordine cronologico stretto, saltando soprattutto all’inizio da un argomento all’altro per riprendere più avanti i due fili conduttori principali: il rapporto con la moglie Dikla e il rapporto con la scrittura. Entrambi i rapporti stanno vivendo una grossa crisi, probabilmente le due crisi sono correlate. Entrambe le crisi sono legate al rapporto tra scrittura e vita e tra vita e verità, quindi tra arte e verità. Questo ultimo argomento di discussione, cioè il rapporto arte-verità, andava di moda il secolo scorso, oggi come oggi è difficile che qualcuno sostenga ancora che l’arte debba essere legata alla verità, pena un ruolo minore. Nessuno pretende dallo scrittore che sia assolutamente sincero, ammesso e non concesso che verità e sincerità siano la stessa cosa. Dikla rimprovera al marito di non essere veritiero ma di raccontare troppi segreti di famiglia. In parole povere racconta fatti personali e problemi personali ma senza guardarne in faccia le cause, addomesticandoli a suo beneficio come se volesse fascinare il pubblico per tirarselo dalla sua come si fa nelle famiglie in crisi in cui ogni coniuge cerca di avere l’appoggio degli altri membri della famiglia oppure di usare i problemi famigliari per trarne storie. Del resto questo ruolo di fascinatore lo scrittore se lo rimprovera lui stesso, lo giudica severamente, lo bolla come immorale. Nevo ammette di essere il responsabile dell’ascesa del peggior politico israeliano del quale ha scritto e continua a scrivere i discorsi, discorsi assolutamente vuoti e populisti. In un certo senso l’autore è alla ricerca della verità nella scrittura ma cede facilmente alla fascinazione, al potere che riesce ad esercitare sugli altri e anche al denaro. L’immagine che dà di se stesso è tenera, sentimentale, fedele alla moglie. Ma, nonostante questo si capisce che l’immagine è deformata e falsa per le varie occasioni di tradimento vero o immaginato che descrive. Però come quello che racconta della sua vita ha del falso in sé, così la sua scrittura. Seduce, è formalmente intrigante, con un certo sentimentalismo di buon livello.
Insomma, credo che Nevo si renda conto che la scrittura può essere di più, soprattutto per uno con il suo talento. I grandi della letteratura russa, ad es. Dostoevskij o Solzenicyn hanno fatto della letteratura una forma di ricerca, proprio come Schopenhauer intendeva l’arte. Io credo che Nevo aspiri a qualcosa del genere ma non vuole perdere il pubblico che spesso chiede qualcosa di più commerciale e finto, come il buon politico. Nevo è sempre un sentimental-buonista. Gli unici momenti in cui tira fuori un pizzico di cattiveria è quando parla dei colleghi scrittori, in particolare dello scrittore reduce della Shoah, il cui romanzo di 10 kg di peso, di migliaia di pagine lo insegue come uno stalker, e dello scrittore di gialli scandinavo più fascinoso e commerciale di lui. In un certo senso lui si barcamena tra un modo e l’altro di scrivere senza scegliere una strada o l’altra. Le primissime pagine mi sono sembrate molto molto belle e toccanti cioè più del resto del romanzo. Del resto è molto difficile mettersi a nudo in un romanzo dato che poi all’autore è richiesto di accompagnarlo in giro per il mondo. Io credo che su questo la Ferrante abbia assolutamente ragione, un romanzo non dovrebbe avere la faccia dell’autore cucita addosso. Le parti sulle presentazioni dei romanzi rendono l’idea di come funziona il mercato dei libri e sono abbastanza snervanti. Invece sono interessanti le pagine che rendono l'idea della situazione esplosiva in Israele.

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Gialli, Thriller, Horror
 
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    23 Ottobre, 2019
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Una leale comunità canina


Arturo Pèrez-Reverte ha pubblicato numerosi bestseller, tra i quali: Il Club Dumas, Il tango della vecchia Guardia, Il codice dello scorpione, L’ultima carta è la morte. Ora torna con I cani di strada non ballano, un libro surreale ma carico di significati profondi, che ha come protagonisti dei cani di strada.
Protagonista assoluto della narrazione è Nero, un cane che ha passato la sua esistenza a cercare di sopravvivere alle due lotte dei combattimenti tra simili, e di cui, ora che è vecchio, porta con autorevolezza, i segni. Lui è:
“nato meticcio, incrocio tra un mastino spagnolo e un fila brasileiro. Da cucciolo ho avuto uno di quei nomi teneri e ridicoli che mettono ai cagnolini appena nati, ma da allora è passato molto tempo. L’ho dimenticato. E’ da tanto che tutti mi chiamano Nero.”
Con i combattimenti ha imparato il vero significato della sopravvivenza, che conduce a:
“fare ricorso a tutta l’esperienza, al mio sangue freddo e alla forza di volontà che mi restava per non lasciarmi trascinare in quegli abissi oscuri da cui raramente un cane esce”.
Alla sera Nero ed altri si ritrovano al “cosidetto Abbeveratoio” di Margot, un luogo vicino al fiume in cui sversano l’anice dalla vicina distilleria, di cui tutta la loro comunità canina si disseta a più non posso. Ma un giorno si respira aria di grave preoccupazione: sono, infatti, scomparsi il ridgeback Teo e il levriero russo Boris, detto Boris il bello. Che cosa è accaduto? Sono stati catturati? Sono, forse, finiti allo “Scannatoio”, ovvero in un
“inferno dove soltanto la violenza e la crudeltà ti davano modo di sopravvivere.”
Radio Cane trasmette notizie infauste circa la loro sorte. A Nero non resta che intraprendere un lungo viaggio, un lungo percorso avventuroso alla loro ricerca. Tutto all’insegna di un unico principio che regola la loro vita: la lealtà, difficile in quanto
“piacciono quelli che sono leali, e di questi tempi non lo siamo più neanche noi cani”.
Un libro duro, profondo e piuttosto violento. Ho faticato molto nella lettura a causa di una eccessiva crudezza di situazioni, di personaggi e di situazioni descritte. Ad una più attenta riflessione, però, un testo che narra una storia che finisce per essere paradigma, duro e crudo, del vivere quotidiano degli esseri umani, che non concede spazio ai sentimenti né affezioni. Ma in qualche modo anche un messaggio di speranza, in un mondo di sopravvivenza, composto da valori morali fondanti forti e di grande lealtà. Una lettura “bifronte” che induce alla meditazione, anche e soprattutto riguardo ad un universo animale migliore di quello composto dagli umani e senzienti, poiché
“i cani non ballano”
Ma
“sopravvivono con lealtà.” .

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Racconti
 
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    13 Ottobre, 2019
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“La musica non è un suono ma un concetto” (Schonbe

L’arte, ogni arte, coinvolge sensi e anima di ciascun fruitore. Ciò, ovviamente, a livelli diversi, secondo le conoscenze e le esperienze specifiche di ognuno. Solo alcuni riescono a cogliere e penetrare il vero significato, le sottili sfumature, la specificità di un’opera d’arte. Per giungere a questo occorre uno studio costante e approfondito. Dunque l’arte è accessibile solo a una élite che abbia ad essa dedicato tempo ed energie? No assolutamente no. L’arte è patrimonio di tutti e ogni interpretazione, ogni esperienza da essa derivata aiuta a crescere e ad ampliare la conoscenza del mondo che ci circonda.
In questo libro dal titolo significativo “Assolutamente musica”, significativo perché solo di musica si parla, sciolta, libera da divagazioni in altri campi, Murakami Haruki ha raccolto le conversazioni avute con il grande direttore d’orchestra Ozawa Seiji, sul tema del rapporto tra spartito ed esecuzione, della necessaria sintonia tra direttore e solista, tra direttore e altri elementi dell’orchestra.
I dialoghi svelano l’importanza di certi aspetti dell’esecuzione e dell’interpretazione musicale che sfuggono all’orecchio inesperto dell’ascoltatore, il significato delle pause, la difficoltà di tenere a lungo una singola nota, l’abilità di orchestra e solista ad intendersi. Ogni orchestra suona a modo suo, ha una sua interpretazione d’uno spartito e il suo suono cambia con il direttore, ma mantiene il suo carattere originale, tuttavia il direttore troppo rispettoso del parere dei musicisti va incontro a difficoltà nel dirigere. Dunque è importante la cura del dettaglio, la tempestività con la quale i musicisti colgono la segnalazione del maestro a entrare. Ozawa e Murakami si trovano d’accordo nel sottolineare che lo stile dell’orchestra assomiglia allo stile dello scrittore. Anche per chi scrive la parola e l’insieme delle parole sono musica. Se un componimento letterario non ha musicalità, non ha ritmo difficilmente avrà successo. Non a caso le opere di Murakami sono tutte scandite dal suono di celebri brani.
Il rapporto direttore-musicisti è importantissimo. Il direttore comunica la sua interpretazione dello spartito attraverso una gestualità a lui propria, in un gioco che coinvolge corpo e intelletto, con un risultato unico. Interpretare un compositore vuol dire averne approfondito l’epoca, averne compreso la sua visione del mondo. Qui il dialogo si sofferma sia pure brevemente sulla analogia tra l’interpretazione di un’opera pittorica e un’opera musicale. Non a caso si accenna a Mahler, a Klimt e a Schiele nelle cui opere ben si capisce la rottura col mondo tedesco, la fine di un’epoca.
Murakami e Ozawa si soffermano poi anche su jazz e lirica, concordi sull’importanza e l’interesse di ogni genere musicale, per concludere con un’importante affermazione: “Per creare la buona musica, innanzitutto è necessaria una scintilla, poi la magia. In mancanza di una delle due, niente buona musica.”

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