Il dottor Bergelon Il dottor Bergelon

Il dottor Bergelon

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«La parcella della prima operazione che mi procurerà sarà tutta per lei... In seguito, a ogni paziente che mi manderà, faremo a metà...»: questo aveva detto Mandalin, rinomato chirurgo e proprietario di una clinica di lusso. E quando il dottor Bergelon aveva dirottato sulla clinica la prima partoriente, Mandalin li aveva invitati a cena, lui e la moglie, nella sua bella casa dei quartieri alti, dove Bergelon aveva bevuto troppo, come Mandalin del resto, e poi tutto era andato storto, la partoriente era morta, e anche il bambino... Risultato: adesso il vedovo minacciava di ucciderlo – non Mandalin, ma lui, Bergelon! Eppure, ciò che spingerà il giovane medico a infrangere le regole di una tranquilla, e in definitiva soddisfacente, esistenza provinciale non sarà la paura di morire, né saranno le apprensioni di quella moglie rassegnata e piagnucolosa, ma un «lancinante bisogno di cambiamento», come la sensazione di avere addosso un vestito troppo stretto. «In lui» scrive Simenon «c'era una sorta di trepidazione, di ansia, una speranza, un'attesa, la voglia di fare un gesto – ma quale? –, di aprire non una porta, ma una strada, un mondo, una prospettiva nuova...». Come molti personaggi di Simenon, anche il dottor Bergelon ci proverà, a non accettare il suo destino, a togliersi di dosso quel vestito troppo stretto...



Recensione della Redazione QLibri

 
Il dottor Bergelon 2022-02-26 15:10:33 siti
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siti Opinione inserita da siti    26 Febbraio, 2022
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Come i miraggi tra le palpebre socchiuse

Ancora una volta, nella narrazione del belga, è una tranquilla esistenza a essere scossa, spetta questa volta al giovane medico condotto, Bergelon, un trentenne ammogliato e con due figli che vive all’apice della sua tranquillità borghese. Accantonati i vecchi fantasmi familiari, un padre di certo alcolizzato, il medico della modesta provincia settentrionale francese, mena la sua esistenza lungo i binari della quotidianità, consapevole che anche in quel suo piccolo mondo c'è chi vive agli alti piani e chi invece brulica nel sottosuolo. Egli è nel mezzo. Tentato da miraggi economici che poi nemmeno gli interessano più di tanto - è la moglie che governa l’economia domestica facendogli subire una gestione parsimoniosa e non giustificata -, accetta di portare i suoi clienti al ricco dottor Mandalin, proprietario di una lussuosa clinica, precipitando così nel ceto sociale più basso, quello popolare dei suoi clienti, che frequenta per via della sua professione, e al quale si rivolge perennemente tentato. Alcool e prostituzione, le sirene.
Jean Cosson, un suo giovane cliente, ve lo trascina dopo che la moglie e il figlio muoiono per una approssimativa gestione del parto della primipara nella prestigiosa e costosa clinica. Il giovane infatti, inconsolabile, sviluppa un’ossessione nei confronti di Bergelon e lo minaccia a più riprese di morte in un crescendo di tensione che parrebbe naturale far sfocciare nell’omicidio, rappresentato come pressante e imminente per gran parte della narrazione.
Eppure Bergelon non muore: la terribile notte peccaminosa che avrebbe potuto consumarlo per il senso di colpa lo porta alla rinascita, si sente irrimediabilmente attratto dal suo persecutore, non fa nulla per evitarlo e anzi lo cerca, il segreto del persecutore che lui ha scoperto è in fondo l’essenza della sua natura più intima…

”Qual è il momento esatto in cui uno si accorge che un vestito è diventato troppo stretto?"

Bergelon, su consiglio della moglie, lascia infine il paesello per un anticipo delle vacanze estive, parte solo e come già il suo più famoso predecessore Popinga in “L’uomo che guardava passare i treni” cerca la sua libertà. La troverà?

Geniale come sempre.

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“L’uomo che guardava passare i treni”
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