I delitti della casa decagonale
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Un gioco d’ingegno ma con poca anima
Da appassionato di gialli classici non potevo lasciarmi sfuggire La casa decagonale di Yukito Ayatsuji, un chiaro e dichiarato omaggio a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. L’incipit è da manuale: un gruppo di studenti del club della deduzione si isola su un’isola deserta, all’interno di una strana struttura decagonale legata a un brutale delitto irrisolto, e gli omicidi iniziano puntualmente a susseguirsi.
Il punto di forza risiede indubbiamente nell'atmosfera claustrofobica, nella struttura geometrica della casa e nell'onestà della sfida logica: gli indizi ci sono tutti e il colpo di scena finale, condensato in una rivelazione folgorante, mantiene esattamente ciò che promette. Tuttavia, il romanzo mostra anche diversi limiti che ne riducono l’impatto complessivo.
La caratterizzazione dei personaggi è fin troppo superficiale e stereotipata; i ragazzi appaiono più come pedine funzionali alla risoluzione dell'enigma che come esseri umani dotati di reale profondità psicologica. Inoltre, il ritmo nella parte centrale tende a stagnare in dialoghi a tratti ripetitivi e meccanici.
Un ottimo giallo deduttivo e rigoroso nell'intreccio, che paga però il prezzo di una certa freddezza emotiva: un’ottima sfida per la mente che merita ampiamente più di una semplice sufficienza, pur senza raggiungere l’eccellenza




























