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Smarrimento

Letteratura straniera

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La vita del giovane astrobiologo Theodore Byrne è divisa tra due grandi amori. Il cosmo, che scandaglia in cerca di vita su pianeti lontani decine di anni luce, e il figlio Robin, che Theodore cresce da solo dopo la morte della moglie, un’attivista ambientale. Robin ha nove anni, è un bambino “diverso” anche se nessun medico è arrivato a una diagnosi risolutiva. Ha un animo sensibile, progetta di disegnare tutti gli animali in via d’estinzione ma a scuola è nei guai dopo aver aggredito un compagno. Theodore si rifiuta di tenere a bada con i farmaci le intemperanze di Robin, così si affida a una terapia emotiva sperimentale, che stimola il ragazzo con le registrazioni dell’attività cerebrale della madre. I risultati sono stupefacenti: Robin ritrova l’entusiasmo e inizia a sostenere in prima persona, incoraggiato da Theodore, la causa ambientalista, diventando una celebrità fino a quando la politica mette in discussione la loro felicità. Come possiamo spiegare ai nostri figli un mondo che vuole autodistruggersi? Il nuovo romanzo di Richard Powers è la storia del feroce amore di un padre e di un figlio, che lottano per salvare se stessi su un pianeta di cui, forse, abbiamo perso il controllo.



Recensione della Redazione QLibri

 
Smarrimento 2021-11-19 17:45:52 kafka62
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
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5.0
kafka62 Opinione inserita da kafka62    19 Novembre, 2021
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IS THERE LIFE ON MARS?

“La vita è una cosa che dobbiamo smettere di correggere”

Un adolescente affetto da sindrome di Asperger scopre una passione viscerale per la natura, inizia a sostenere la causa ambientalista e diventa in breve tempo una celebrità della rete: questo succinto identikit vi fa forse venire in mente qualcuno in particolare? Se, come credo, la risposta è positiva e il pensiero è andato automaticamente alla bionda e minuta ragazzina svedese di “Fridays for future”, sappiate che, ripreso quasi alla lettera dalla sinossi sul risvolto di copertina, esso descrive invece il piccolo protagonista di “Smarrimento”, l’ultimo lavoro di Richard Powers. Dopo averlo visto diventare uno dei guru indiscussi della narrativa ecologista con “Il sussurro del mondo” (in una recente visita al Festival della Scienza di Genova ho trovato il suo “Overstory” citato, all’interno della mostra “Lessico e nuvole. Linguaggio, comunicazione e percezione della crisi climatica”, come uno dei romanzi fondamentali, insieme a quelli di Amitav Gosh, Margaret Atwood ed altri ancora, di quello che ormai è diventato un vero e proprio genere letterario), non sono affatto sorpreso di questa scelta. In effetti, “Smarrimento” riprende proprio là dove “Il sussurro del mondo” si era concluso, in un paesaggio edenico, stupefacente e incomparabile come quello della foresta vergine delle Smoky Mountains, il parco naturale dove lo scrittore dell’Illinois ha scelto recentemente di andare a vivere. Il timore di trovarmi di fronte a una sorta di copia conforme, di seguito meno ispirato del suo grande successo, scritto magari per sfruttare l’inattesa popolarità garantitagli dalla vittoria dl Pulitzer e cavalcare la moda di un argomento che (per fortuna!) sta entrando sempre più spesso, sull’onda emotiva dei drammatici cambiamenti climatici del pianeta, nelle pagine dei giornali e nei talk show televisivi, si è per fortuna dissolto dopo le prime pagine. E’ vero che, come in tutti i libri di Powers, il messaggio che emerge dal testo è chiaro e inequivocabile: il nostro pianeta è in pericolo e il tempo per salvarlo sta per scadere, l’habitat di piante e animali viene sempre più spesso messo a repentaglio dal dissennato comportamento dell’uomo, il riscaldamento globale e gli altri cambiamenti del clima sono, se non ignorati, colpevolmente sottovalutati dalla maggioranza della gente, politici compresi. Se queste tematiche costituiscono, in linea con la sensibilità dell’autore, una sorta di leitmotiv, di costante accompagnamento, di basso continuo, in “Smarrimento” c’è però molto di più, a partire dallo straordinario rapporto esistente tra i due protagonisti del romanzo, un padre rimasto recentemente vedovo e il proprio figlio “diverso” (nel libro viene affettuosamente appellato come un “alieno”, una “persona di un altro mondo”). In questa complicata ma dolcissima relazione traspare tutto il dolore per l’assenza della figura coniugale e materna che è venuta tragicamente a mancare, la difficoltà, la solitudine e spesso l’inadeguatezza di essere un genitore single e di dover portare avanti, a volte contro le stesse istituzioni, l’educazione di un figlio problematico, ma anche l’affetto ineguagliabile e incondizionato tra due figure che non rinunciano mai ad attraversare la vita con gli occhi pieni di reciproco rispetto e di stupore per le meraviglie del creato. Scopriamo una tenerezza insolita, pudica e delicata, in un autore che finora, anche quando parlava di amore, era sempre stato un po’ algido, emotivamente distaccato, come se guardasse tutto da una prospettiva superiore, quasi “sub specie aeternitatis”, e questo nuovo sguardo fa risaltare vividamente la coppia nei confronti dei personaggi sullo sfondo, trasformandola in una sorta di emblematica fiammella di ostinazione e di speranza che si fa strada, pur impotente a vincere il buio, nell’impenetrabile oscurità di una notte smisurata e paurosa. Theo e suo figlio Robin vengono a un certo punto definiti come “gli ultimi componenti dell’equipaggio di una navicella spaziale generazionale che era giunta alla fine delle sue possibilità molto prima di aver raggiunto la sua nuova casa”, e questo senso di essere dei superstiti, gli ultimi esemplari sopravvissuti di un’impresa pionieristica senza possibilità di successo ma necessaria, si respira fino alla fine del libro. Questa metafora “spaziale” non è affatto peregrina, perché Theo è un astrobiologo, il quale dedica il proprio lavoro a cercare prove della presenza di forme di vita in altri pianeti, da qualche parte nell’immensità del cosmo, per mezzo di simulazioni basate sui pochi dati che gli strumenti astronomici sono in grado di mettergli a disposizione. L’importanza della sua “quest” va ben oltre le concrete (invero scarse) possibilità di realizzazione, in quanto essa è, forse inconsciamente, mossa da una salutare messa in discussione dell’antropocentrismo di cui è stolidamente imbevuta la cultura umana. Aleggia costantemente nel romanzo il famoso paradigma di Fermi (perché, dato l’enorme numero di stelle nell’universo, non si è mai avuta notizia di una civiltà extraterrestre?), e le storie su fantasiosi pianeti viventi che Theo racconta ogni notte al figlio prima di addormentarsi, vere e proprie favole fantascientifiche, sono obiettivamente tra le sue pagine più ispirate. In fondo, scrive Powers, “condividono tante cose, l’astronomia e l’infanzia. Entrambe sono viaggi lungo enormi distanze. Entrambe cercano fatti ben oltre la loro capacità di comprensione. Entrambe teorizzano enormemente e lasciano che le possibilità si moltiplichino senza limiti.” Ed è proprio il piccolo Robin, affascinato dalla possibilità che la vita abbia potuto, nei miliardi di anni di vita dell’universo, dispiegarsi in innumerevoli, eccentriche forme (“gli eventi unici erano ovunque, a ogni passo della storia”), a dare una sua personale spiegazione al paradosso del fisico italiano, ipotizzando che gli alieni si nascondano ai terrestri, a causa della profonda sfiducia nella razza umana, giacché troppi esempi del passato, in cui l’approccio tra la cultura dominante sulla Terra e le popolazioni indigene dei nuovi continenti scoperti si è concluso con immani catastrofi umanitarie, l’hanno irrimediabilmente screditata. A differenza del padre, il cui lavoro è la naturale prosecuzione del suo amore giovanile per la fantascienza, di cui le sue fantasie sono impregnate, la passione di Robin si concentra su qualcosa di molto più terrestre, ossia gli animali a rischio di estinzione, che egli prima osserva e disegna con infaticabile zelo, e poi decide di aiutare con la sua ingenua ma incrollabile attività pubblica di denuncia. E’ curioso come in questa famiglia, divisa tra telescopi e microscopi, conviva una doppia dimensione, il qui e ora, tangibile e concreto, di Robin, e il non dimostrabile, il potenzialmente possibile ma incommensurabilmente lontano, di Theo. In realtà padre e figlio sono due facce della stessa medaglia, ed il geniale strabismo di Powers fa sì che entrambi, a loro modo e da due angolazioni differenti, mettano alla berlina l’insopportabile e perniciosa hybris con cui gli uomini, nel corso della storia, hanno preteso di trasformarsi, citando il titolo del libro di Yuval Noah Harari, “da animali a dèi”, quando invece, strappata dalla sua apparentemente privilegiata posizione al centro dell’universo, la Terra, ossia “Sol 3, quel puntino blu, aveva molto da offrire, se si riusciva ad allontanarsi dalle specie dominanti abbastanza a lungo da schiarirsi le idee”.
Theo appartiene a quella folta schiera di scienziati (fisici quantistici, programmatori, genetisti, chimici, esperti di realtà virtuale, botanici) che popola tutti i romanzi di Powers. Come il fisico de “Il tempo di una canzone”, che studia disperatamente le curve temporali nella speranza di dimostrare che il tempo non esiste e “gli eventi possono muoversi continuamente verso il proprio futuro intanto che si riavvitano nel proprio passato” (nella inconfessata speranza di poter ritornare dalla moglie morta anni prima), così l’astrobiologo di “Smarrimento” si affida alla scienza nell’illusione di poter far “rivivere” in Theo la compagna perduta. Robin viene infatti inserito, al fine di superare le sue crisi di rabbia e i suoi problemi di autocontrollo, in un esperimento di modifica del comportamento e di controllo delle emozioni, il neurofeedback decodificato, tramite il quale viene accompagnato ad adattare gradualmente la propria attività spontanea al modello cerebrale della madre registrato e archiviato anni prima. Imparando ad adeguarsi agli stati emozionali della madre, è come se Robin la facesse rivivere, realizzando così una sorta di immaginaria, ma non meno potente, sopravvivenza post mortem. Questa utopia, che ambisce ad abolire la dimensione cronologica del tempo, facendo sì che non ci sia più il divenire, ma passato, presente e futuro convivano invece nella stessa dimensione, è uno dei più persistenti leitmotiv dell’opera di Powers, che già trent’anni fa immaginava che un personaggio morto da diversi mesi tornasse a parlare alla protagonista, tramite un virus informatico, dall’altoparlante di una postazione bancomat. E’ forse possibile, per Powers, non solo una persistenza dei ricordi, ma una vera e propria, ben più autentica, immortalità emozionale, che faccia sì che tutta la bellezza e la speranza di una persona possano non scomparire nel nulla ma perpetuarsi nel tempo, tramandandosi letteralmente, come una eredità psichica, alle generazioni successive. Utopia? Probabilmente sì, ma la scienza, scriveva Powers in “Canone del desiderio”, deve poter “coltivare un’eterna condizione di stupore davanti a qualcosa che diventa sempre più ricco e ingegnoso delle nostre ultime teorie su di esso […] Lo scopo della scienza è quello di perderci nel desiderio del mondo”. Questa “scienza della meraviglia” deve però fare i conti con la realtà, e nel mondo descritto in “Smarrimento”, ambientato sì in un futuro prossimo venturo ma lo stesso perfettamente riconoscibile (dietro l’attivista Inga Alder che ispira Robin con i suoi video c’è ovviamente Greta Thunberg, mentre il Presidente che non riconosce i risultati delle elezioni e boicotta la ricerca scientifica è altrettanto chiaramente Donald Trump), l’utopia si trasforma fatalmente in distopia, e quindi in tragedia. Ecologia ed economia hanno la stessa radice etimologica, ma vanno purtroppo in direzione contraria, come dimostrano i tanti accordi mondiali fino ad oggi falliti per l’incapacità delle grandi potenze di mettersi d’accordo sulla ripartizione degli ingenti costi da sostenere per l’adozione di una energia pulita e per la riduzione dei gas serra. La realtà è che la scienza viene riconosciuta e sovvenzionata solo se è in grado di garantire profitti a breve termine, altrimenti rischia, come i progetti del neurofeedback con cui viene curato Robin o il telescopio da inviare nello spazio che Theo attende da tanti anni per dare un impulso decisivo alle sue ricerche, di essere messa da parte, se non addirittura sabotata. C’è un famoso racconto di fantascienza degli anni ’60, “Fiori per Algernon”, che parla di un procedimento sperimentale per aumentare l’intelligenza, cui si sottopone come cavia il protagonista con ritardi mentali, e che è la neanche troppo dissimulata fonte ispiratrice di “Smarrimento”. La figura di Robin, con la sua tristissima parabola esistenziale, riecheggia infatti in maniera inequivocabile, quella del topo del titolo, conducendo il romanzo verso gli inattesi esiti di un commovente melodramma.
Lo stile di Powers, che ai suoi esordi era raffinatissimo, ma fin troppo erudito, ampolloso, quasi iniziatico, qui raggiunge una laconica asciuttezza, una epigrafica concisione, come le sue frasi secche e stringate, scevre da ogni inutile orpello, volessero dimostrare ad ogni pagina che, come non c’è più tempo da perdere per salvare il pianeta, non c’è neppure bisogno di troppe parole per affermare il proprio messaggio. La prosa scarna e prosciugata di “Smarrimento” mi ha ricordato molto quella de “La strada” di Cormac McCarthy, e non è forse un caso che entrambi i libri abbiano come protagonisti un padre e un figlio in un contesto futuristico (mi auguro solo che “Smarrimento” non sia, come è avvenuto per McCarthy, il canto del cigno di Powers!). Paradossalmente questa rinuncia al plateale virtuosismo, che ancora caratterizzava, almeno nella sua elaboratissima struttura, “Il sussurro del mondo, ha portato in dote a “Smarrimento” una inedita poeticità, una toccante umanità. Non nego che “Smarrimento” sia tra le opere di Powers, non tanto la più riuscita, quanto la più emozionante, la più empatica, la più coinvolgente. Certo, non mancano i consueti, abbondantissimi riferimenti culturali, dal già citato libro di Daniel Keys ai paradossi di Fermi e di Olbers (“se ci sono stelle ovunque, perché il cielo notturno non è pieno di luce?”), da “Il costruttore di stelle” di Olaf Stapledon (“Tutto il cosmo era infinitamente più piccolo di tutto l’essere umano”) e dai racconti della rivista “Amazing stories” alle avveniristiche tecniche psicoterapeutiche o astronomiche, estremamente plausibili da un punto di vista scientifico. “Smarrimento” oscilla costantemente tra la concretezza della realtà e del passato e l’immaginifica, vertiginosa libertà di una storia ai limiti della fantascienza, per concludere che in fondo la vita non ha nulla da invidiare alle più sorprendenti riviste di science fiction e che “non c’è nessun luogo più strano” del nostro pianeta. Siccome “l’esistenza si presenta in una delle tre varietà: nessuna, una, infinita”, Powers si culla a lungo, dolcemente, nell’immaginazione che altri mondi siano possibili, anche se poi, ben più pragmaticamente, incita con veemente coerenza a impegnarsi, come il piccolo Robin, per la nostra povera Terra, a scuotersi da quel torpore che ci fa accettare e abituarci a qualsiasi cosa, ad aprire gli occhi, perché “tutti sanno quello che sta succedendo. Ma tutti distolgono lo sguardo”.

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"Il sussurro del mondo" di Richard Powers
"La strada" di Cormac McCarthy
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