Violeta Violeta

Violeta

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Violeta nasce in una notte tempestosa del 1920, prima femmina dopo cinque turbolenti maschi. Fin dal principio la sua vita è segnata da avvenimenti straordinari, con l’eco della Grande guerra ancora forte e il virus dell’influenza spagnola che sbarca sulle coste del Cile quasi nel momento esatto della sua nascita. Grazie alla previdenza del padre, la famiglia esce indenne da questa crisi solo per affrontarne un’altra quando la Grande depressione compromette l’elegante stile di vita urbano che Violeta aveva conosciuto fino ad allora. La sua famiglia perde tutto ed è costretta a ritirarsi in una regione remota del paese, selvaggia e bellissima. Lì la ragazza arriva alla maggiore età e conosce il suo primo pretendente... Violeta racconta in queste pagine la sua storia a Camilo in cui ricorda i devastanti tormenti amorosi, i tempi di povertà ma anche di ricchezza, i terribili lutti e le immense gioie. Sullo sfondo delle sue alterne fortune, un paese di cui solo col tempo Violeta impara a decifrare gli sconvolgimenti politici e sociali. Ed è anche grazie a questa consapevolezza che avviene la sua trasformazione con l’impegno nella lotta per i diritti delle donne. Una vita eccezionalmente ricca e lunga un secolo, che si apre e si chiude con una pandemia.



Recensione della Redazione QLibri

 
Violeta 2022-02-06 13:48:04 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    06 Febbraio, 2022
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La storia di una vita lunga quasi un secolo

«Sono venuta al mondo un venerdì di tempesta del 1920, l’anno del flagello. La sera della mia nascita era saltata la corrente, come spesso succedeva durante i temporali, ed erano state accese le candele e i lumi a petrolio, sempre a portata di mano per le situazioni di emergenza. Marìa Gracia, mia madre, sentì le contrazioni, che ormai riconosceva facilmente dopo aver già partorito cinque figli e, rassegnata all’arrivo di un altro maschio, si abbandonò al dolore aiutata dalle due sorelle che, avendola assistita in quel frangente diverse volte, riuscivano a mantenersi lucide.»

Eppure, questa volta, a nascere non è un maschio quanto una bambina subito caduta di testa in quel mondo non sempre ospitale ma venuto ad accoglierla in modo un po’ rudimentale perché scivolata proprio dalle mani della donna che avrebbe dovuto rappresentare il ponte di passaggio tra il grembo materno e il nuovo vivere. Una bambina il cui nome non poteva che essere Violeta.

«È l’illustre nome della bisnonna di mia madre, che ricamò lo stemma della prima bandiera dell’Indipendenza all’inizio dell’Ottocento.»

E Violeta nasce in un periodo molto particolare, in un secolo fatto di sconvolgimenti. In primo luogo proprio innanzi a quella pandemia che aveva colto la famiglia stessa di sorpresa. Quella influenza spagnola, detta solo “la spagnola”, che sino ad allora li aveva risparmiati per questioni di “isolamento geografico” di quel Cile così lontano ma che alla fine, seppur con ritardo, era sopraggiunta. Ancora, sulle retrovie, il ricordo fantasma di quella Grande guerra che era giunta al suo concludersi lasciando i popoli piegati su se stessi. Violeta cresce in un ambiente tutto sommato favorevole, anche a livello economico. Questo, in particolare, grazie al padre che previdente riesce a garantirle una vita serena e fatta di benessere. Ciò almeno sino alla Grande depressione che quella vita elegante compromette al punto dal tutto far loro perdere. Sconvolgendo gli equilibri, costringendo allo spostarsi, obbligando a reinventarsi. Violeta in tutti questi sconvolgimenti è anche vittima di una violenza fatta di un atto vile dettato dalla brutalità ma è anche una donna che scopre di un amore mai provato prima. Un amore di una forza e di una entità tale da non avere eguali, un legame indissolubile che viene raccontato con estrema lucidità, così come vengono raccontati quei giorni di cambiamento sociale e politico di un Paese non sempre semplice da decifrare nei suoi meccanismi e altrettanto complesso da delineare in quell’alternarsi di povertà e ricchezza che perennemente lo hanno caratterizzato. Tra gioie e dolori, lutti e nuove speranze. Il tutto sino all’inevitabile epilogo.

«È arrivata la fine. Sono qui ad aspettarla in compagnia di Etelvina, della mia gatta Frida, dei cani della fattoria che non hanno padroni e che ogni tanto vengono a sdraiarsi ai miei piedi, e dei fantasmi che mi circondano. Torito è il più assiduo, perché questa casa è sua e io sono sua ospite. Non è cambiato, i morti non cambiano […]»

Ma chi è Violeta? Chi è questa donna il cui volto ci ha accompagnato per quasi un secolo in questo ultimo lavoro a firma Isabel Allende? Violeta altro non è che Francisca Llona Barros, detta “Panchita”, scomparsa tre anni fa all’età di 98 anni e di fatto madre della scrittrice. Isabel Allende sin dai primi mesi della scomparsa, mesi vissuti in isolamento a seguito della pandemia da coronavirus, sente che questa storia deve scriverla. Ma per farlo ha bisogno di tempo. Perché questa storia nasce a distanza di un secolo esatto dalla nascita della madre e proprio in tempo di epidemia spagnola (ieri) da Covid (oggi). Un circolo, come da lei definito, “poetico” che aveva necessità di prendere forma e campo anche se questo avrebbe necessitato di un tempo maggiore perché certi legami nel sangue restano anche se la vita li distanzia a livello fisico e dunque proprio per questo serve maturazione e maturità dall’evento anche solo per riviverlo e tornarci sopra. Una vita che si apre con una pandemia e che, per paradosso delle circostanze, si chiude con una epidemia. Tuttavia, sempre di un trauma e di una perdita si tratta. Ecco allora che Violeta inizia il racconto, un racconto suddiviso in sezioni (dal 1920 al 1940, dal 1940 al 1960, dal 1960 al 1983, dal 1983 al 2020) e che prende in considerazione eventi diversi in blocchi diversi e che al contempo vede quale destinatario Camilo. Tra lettere, passioni, emozioni e ricordo. Perché la memoria non vada perduta.
La Allende dona ai suoi lettori uno scritto che è prima di tutto destinato a se stessa perché catarsi, perché necessario alla stessa elaborazione del lutto e della perdita. Non è la prima volta che la narratrice usa lo strumento della scrittura per esorcizzare ed eviscerare un dolore, non è la prima volta che la parola diventa il suo – ma anche nostro – angolo di pace in un mondo di non pace. Non è nemmeno l’unica scrittrice, la stessa Serrano, ma anche molti altri ancora, hanno usato, ed usano, la penna per affrontare quei dolori dell’obbligato esistere che ci piegano e talvolta tentano di spezzarci. In molti, d’altra parte, concordano nel riconoscere che le storie sono prima di tutto vita vera che trova forma e coraggio nella parola scritta e che da qui insegna. Da Dacia Maraini a Daniele Mencarelli ci viene ricordato e insegnato che non c’è storia più potente di quella dell’esistenza concreta perché capace di suscitare e risvegliare emozioni autentiche. Ed ancora, la stessa Maraini, insegna e consiglia agli aspiranti scrittori di scrivere tutti i giorni un poco e di narrare prima di tutto quella che è la loro esperienza di vita, una vita vissuta e non solo bramata, perché come disse Hemingway “Per poter scrivere della vita, prima devi viverla”.
E questo la Allende fa. Scrive di una vita che ha vissuto al fianco della madre e che per mezzo di lei e dei suoi lasciti ha rivissuto. Ha scritto, ha dedicato alla donna, ha lasciato nella memoria.

«Dopo aver vissuto un secolo, mi sembra che il tempo mi sia scivolato tra le dita. Dove sono finiti questi cento anni? […] Le anime senza peccato fluttuano leggere verso lo spazio siderale e si trasformano in polvere di stelle. Addio, Camilo, Nieves è venuta a prendermi. Il cielo è bellissimo…»

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