Le vergini Le vergini

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Ci sono professori capaci di incantare e far scoprire universi interi. È il caso dell'eccentrico, coltissimo Edward Fosca, il cui corso di tragedia greca è seguito con passione quasi ossessiva. Tanto che alcune studentesse, conquistate e rapite da quelle storie antiche, hanno fondato una setta segreta: Le vergini. Ma le ombre dei miti classici arrivano a minacciare gli alti saloni e le guglie gotiche di Cambridge. E quando alcune ragazze vengono ritrovate uccise molti degli indizi conducono proprio al professor Fosca.



Recensione della Redazione QLibri

 
Le vergini 2022-02-13 18:38:55 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    13 Febbraio, 2022
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Ancora psicologia e omicidi

Mariana, oriunda greca, ma da decenni trapiantata in Inghilterra, è un’abile terapeuta di gruppo a cui la vita ha riservato una serie interminabile di lutti: i genitori, la sorella maggiore e il cognato, l’adorato marito Sebastian, tutti morti in circostanze drammatiche. Le è rimasta solo la nipotina Zoe, che studia a Cambridge e che lei adora. Quando quest’ultima la chiama con voce affranta per chiederle di raggiungerla al più presto al college perché è avvenuto un fatto tragico, Mariana ripiomba nell’angoscia da cui cercava faticosamente di uscire dopo la perdita di Sebastian.
Giunta a Cambridge, al St Christopher’s College, scopre che l’amica più cara di Zoe, Tara, è stata brutalmente assassinata, sacrificata come in un rito pagano. La donna combatte tra due istinti, quello di fuga dall’ennesima tragedia e quello di protezione verso Zoe. Si sforzerà di lottare contro il primo: resterà a fianco della nipote e proverà pure ad indagare su chi potrebbe essere stato l’autore di quell’orribile omicidio, anche a dispetto della polizia, che la vuole tener lontana dalle indagini. Ma il brutale autore del delitto non si fermerà al primo crimine e Mariana sa, o crede di sapere, chi sia il colpevole, anche se non c'è alcuna prova a suo carico. Lei non solo teme possa farla franca, ma pure di andar a far parte dell’elenco delle vittime.

Alex Michaelides dopo il sorprendente romanzo d’esordio, “La paziente silenziosa”, ritorna a trattare il connubio tra psicanalisi e istinti criminali con il compito di stupirci ancora; impresa tutt’altro che agevole. Il lettore che ha assorbito lo sconvolgente colpo di scena finale del primo romanzo ormai dalla sua prosa non dico che pretenda, ma, quantomeno, si auspica qualcosa di altrettanto sbalorditivo. Ormai, però, proprio perché da lui ci si attende tutto e il contrario di tutto, riuscire ancora a meravigliare non è cosa da poco.
Il romanzo, parte lento e in modo non particolarmente accattivante. La protagonista, la giovane Mariana, non ci risulta troppo simpatica, almeno nelle prime pagine: abile terapeuta quando si tratta di sciogliere i nodi psicologici dei pazienti, appare troppo piegata sui propri traumi e conflitti personali, ancora irrisolti. Il suo comportamento ci appare confuso se non addirittura scombinato, anche le tecniche psicanalitiche che utilizza sembrano abbastanza convenzionali e non particolarmente efficaci. Si fatica pure ad ambientarsi tra le austere e onuste mura di Cambridge, abituali a Michaelides, in quanto sua alma mater, ma ignote al lettore che non viene adeguatamente preparato a familiarizzare coi luoghi e i suoi riti.
Insomma, come il cigno iconico che fa spesso la sua comparsa tra le pagine del libro, sembra che la storia fatichi a spiccare il volo. Anche la trama gialla parte lenta e indecisa, nonostante la brutalità dei delitti. Infatti, come la protagonista, si è chiusi fuori dai luoghi ove operano gli inquirenti: si osservano i fatti da una prospettiva defilata e non si riesce a divenire partecipi della tensione emotiva presente e che, invece, dovrebbe essere palpabile. Fortunatamente, man mano che si procede nella lettura, proprio come avviene nella tragedia greca che guida le mosse dell’omicida, il pathos cresce. Le minacce appaiono sempre più incombenti. La figura del prof. Edward Fosca, che Mariana, sin dalla premessa, ci indica come l’unico sospetto per i crimini, s’accresce di connotati sinistri e inquietanti. Il suo cerchio di allieve predilette, “Le Vergini”, entro il quale l’assassino attinge le sue vittime, si mostra di pagina in pagina nei lati più funesti e malsani di setta iniziatica con fini perversi. Insomma il lettore viene gradualmente catturato in un vortice di tensione a spire via via più strette.
Ho molto apprezzato la pennellata d’artista di importare, a tre quarti della storia, uno dei personaggi più significativi del precedente romanzo. La sua presenza è meramente accidentale e non influisce sull'evolversi dei fatti; un po’ come un lampo all’orizzonte, sul mare, non cambia il clima sulle nostre teste. Ma, personalmente, ammetto di aver fatto un salto sulla poltrona riconoscendone il nome; la sua semplice evocazione ha impresso una robusta accelerata alla narrazione.
Il finale, sicuramente a sorpresa, anche se non del tutto inaspettato, è decisamente shoccante e in buona parte soddisfa le nostre aspettative di sbalordimento. In realtà il libro sembra proprio costruito in funzione di quell'unico colpo di scena risolutivo che rialza retroattivamente tutto il contenuto del romanzo. Senza anticipare nulla, mi limito a osservare come la trama nel suo complesso sia un evidente omaggio a uno dei più famosi gialli di Agatha Christie (non dico quale, per non togliere la sorpresa, ma è lo stesso autore, maliziosamente, ad accennarvi in apertura).
Come nel precedente romanzo, anche in questo, Michaelides tocca i temi a lui più cari: oltre alla psicanalisi, che forse è sin troppo invasiva e non sempre convincente, c’è l’amore per la letteratura, soprattutto la tragedia greca classica che fa da filo conduttore dei delitti; e su di essa la storia giostra con abilità e pertinenza, traendone gli spunti più interessanti.
Insomma, probabilmente il libro è lievemente inferiore all’opera d’esordio, ma è sicuramente piacevole e meritevole di una lettura appassionante.
_______________
Un commento conclusivo: personalmente ho trovato abbastanza frustrante trovarmi davanti citazioni da Euripide, sudare anche solo per leggerle e riconoscere che “non go capio un’ostrega, ciò!” come avrebbe detto (eoni fa!) il mio professore di quarta ginnasio. Ma Mariana… Mariana, no, non può dichiararsi così sprovveduta. Lei ha vissuto sino a tutta l’adolescenza ad Atene, aveva un padre greco e, sicuramente, ha studiato in scuole greche anche la letteratura del suo Paese. Com’è possibile che ogni volta che si trova davanti a qualche verso di Euripide cada dalle nuvole e si debba far tradurre il testo da altri, magari una professoressa di letteratura inglese? Sino a metà degli anni ’70, la Grecia era in situazione di diglossia: convivevano sia il demotiki (moderno) che il katharévousa e quest’ultimo (lingua ufficiale dello Stato, usato in letteratura e parlato dalle persone colte) non differiva molto dalla lingua di Platone e Aristotele. Quindi…

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
"La paziente silenziosa". Mai come in questo caso, conoscere il precedente libro aggiunge un quid in più al piacere della lettura di questo.
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