A schiovere A schiovere

A schiovere

Letteratura italiana

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In queste 101 voci napoletane Erri De Luca innesta cultura e storia di un’intera città e dei suoi abitanti. Lo fa liberamente, muovendosi da una parola all’altra in maniera apparentemente casuale – “a schiovere”, come si dice a Napoli, a vanvera –, eppure tutto si tiene e diventa racconto: canzoni, film, poesie, la smorfia, ricordi d’infanzia e di una vita, curiosità linguistiche e corse di ragazzi sul basolato lucido di pioggia. “L’italiano usato in queste pagine per raccontare,” scrive l’autore in apertura, “è vocabolario aggiunto, adatto alla mia indole appartata. Lingua lenta di parole piane, è opposta all’altra sbrigativa, di parole tronche. L’italiano stava per me nei libri, silenzioso, spazioso, di entroterra. Il napoletano era portuale, carico di salsedine. Dove il napoletano scortica, l’italiano allevia. Mi ci affezionai per riparo. Fuori soffiava da ogni punto cardinale il napoletano, dentro la cameretta dei libri c’era a forma d’insenatura l’italiano. Grazie allo spessore degli scaffali imbacuccava pure contro il freddo, ’o fridd’. Senza coincidere si sono dati il cambio, escludendosi. Ma in queste pagine vanno per la sola volta sottobraccio.” Ad accompagnare parole e racconti, usciti nell’omonima rubrica settimanale del “Corriere del Mezzogiorno”, i disegni di Andrea Serio. E ogni voce è una storia da scoprire. A schiovere. È la maniera con cui mi vengono le storie, sbucate alla rinfusa da un guizzo di ricordo.



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A schiovere 2024-03-07 10:42:33 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    07 Marzo, 2024
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"Napoli, capitale dell'anima".


Dopo aver letto il "vocabolario napoletano di effetti personali" (così recita il sottotitolo del divertente saggio di Erri De Luca), ho ricordato quella famosa frase di Luciano De Crescenzo che faceva : "Dovunque sono andato nel mondo, ho visto che c'era bisogno di un poco di Napoli". Ecco, Napoli è Napoli, città unica, dove non esiste una parola dialettale che indichi la noia. E di parole e detti dialettali napoletani De Luca ne sciorina ben 101, accompagnati da significativi disegni e spiegati con ironia, sapienza frizzante e note storiche che spaziano dalla fondazione della città da perte dei Greci fino ai tempi moderni, guerre mondiali comprese. Si comincia con " 'A capp' abbascio" che indica il moto del cadere, e qui De Luca inizia a intrattenere il lettore con una esperienza personale, quella di una assistente di volo che, alla richiesta del suo nome, rispose "Karim" (in napoletano "cadiamo") , spaventando a morte i passeggeri. E si continua poi, in ordine alfabetico, con Allucco (strillo), Ammappucciato ( stropicciato) , Ammuina ( baraonda apparente: qui voglio citare un mio ricordo, il famoso ordine di un ammiraglio della flotta borbonica, "facite ammuina", per dare l'impressione di un gran darsi daffare, in presenza del sovrano, senza nessuna pratica utilità). E via di questo passo. Alcune espressioni sono ben note anche a chi non è napoletano (ad esempio: Iamm' , Omm' e niente, Pazziare, Scètate, Scuccia', Zeffunno"...), altre invece sono veri e propri neologismi, incomprensibili a chi non è del posto ( Artéteca, Bafuogno, Cusetore, Frantellicco, Ggrare, Paparacianno, Sbafantiello, Secutasòrece, etc. : lascio al lettore la sorpresa di capirne il significato). Ogni voce è accompagnata da un commento, serio o scherzoso, dell'autore, e, come già accennato all'inizio, da ricordi di momenti storici importanti vissuti dalla città di Napoli: i tempi dei Borboni, con il sovrano disperato per la scarsa combattività delle sue truppe, anche cambiando divisa (" comm'e vieste 'e vieste, tanto fuieno sempe!"), le emigrazioni di fine Ottocento e primi Novecento (" pe' terre assai luntane" !), i bombardamenti nella seconda guerra mondiale e la fuga nei rifugi ( e la nonna dell'autore, che seraficamente non si muoveva dalla sua camera da letto), l'insurrezione popolare del '43 e la cacciata dei tedeschi, l'arrivo degli Americani e l'ospitalità dei napoletrani in cambio di vettovaglie, la VI flotta nel porto di Napoli ed i commerci in dollari al posto della lira, gli anni della Repubblica e la sopportazione paziente di diffamazioni gratuite. Non mancano riferimenti frequenti alle più belle poesie di Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani, alle canzoni di Roberto Murolo, ai film di Totò e di Eduardo De Filippo.
Insomma, citazioni, ricordi familiari, storia napoletana: tutto scorre nelle pagine frizzanti e colte di Erri De Luca. Tanto da far scrivere allo scrittore e regista Stanislao Nievo: " Se ci fosse una capitale dell'anima, tra oriente e occidente, tra sensi e filosofia, tra onore e imbrogli, avrebbe sede qui".

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A schiovere 2024-03-04 22:02:34 lego-ergo-sum
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lego-ergo-sum Opinione inserita da lego-ergo-sum    05 Marzo, 2024
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Voci dalla memoria

Chi parla “a schiovere”, a Napoli, è uno che interviene in modo inopportuno, inappropriato, fuori contesto, a ruota libera, come certi temi o articoli senza né capo né coda. La locuzione descrive la pioggia che cade di traverso a causa del vento, quella pioggia da cui non ti puoi riparare neanche con l’ombrello, che anzi rischia, se lo tieni aperto, di “smerzarse” e di rompersi. E pensare che “schiovere”, in poeti classici come Di Giacomo, voleva dire "cessare di piovere" e oggi l'adoperiamo anche in questa seconda, opposta accezione: “Marzo: nu poco chiove/ e n’ato ppoco stracqua:/ torna a chiovere, schiove,/ ride ‘o sole cu ll’acqua” ("Marzo: un poco piove/e un altro poco cessa di piovere:/torna a piovere, spiove, /ride il sole con l'acqua"). E’ la centounesima voce, l’ultima, di questo glossario che De Luca ci propone, proseguendo una riflessione linguistica cominciata con “Napolide”, e il suo significato si allarga fino a diventare una personale concezione della vita, già in precedenza paragonata alla pallina di un flipper destinata a sbattere qua e là in maniera sconclusionata, senza mai trovare ancoraggi sicuri e stabili.
Da sottolineare l’equilibrio con cui l’autore sa valutare, senza stilare inutili graduatorie, questo suo “bilinguismo”, la compresenza in lui dell’italiano, lingua lenta di parole piane, e del napoletano, sbrigativo e di parole tronche, quelle verso cui si rivolge proprio per questo l’attenzione odierna di rappers e trappers, che lo vedono in ciò più simile all'inglese e più adatto ai loro ritmi.
Dietro ciascuna delle due lingue campeggiano le figure genitoriali: il padre, che gli schiude innanzi, con l’ italiano dei libri e della cultura, più ampi orizzonti di pensiero, la madre, che gli trasmette col dialetto la possibilità di un linguaggio nativo, intimo, proprio di una comunicazione originaria, intrisa di memorie ancestrali. Nel discorso di De Luca riecheggiano note pasoliniane, quando sembra di capire che anche per lui conservare questa prima lingua significa sfuggire all'omologazione culturale, a quella che oggi definiamo globalizzazione (ma considerazioni analoghe valgono, secondo lui, per l’italiano nei confronti dell’inglese).
Le voci dialettali che compongono questo dizionario dell'anima presentano, secondo l’autore, il limite di essere oggetto di scrittura e di essere perciò prive di componenti essenziali quali l’emissione di fiato, il suono che le accompagna, i gesti che ne modificano di volta in volta il significato, ma tracciano comunque un'autobiografia fatta di scorci e frammenti.
Ecco dunque le parole, le locuzioni, i proverbi adoperati e trasmessi dalla figura materna, cui si affianca quella della nonna, spesso accompagnati da sapidi aneddoti familiari, come quel nipote “traseticcio” (persona dotata di petulanza e faccia tosta) che la nonna stessa, sfinita dopo un’ interminabile visita, invita con un’altra espressione partenopea, ad andare via : ”Mo’ te n’ia i’”, "Ora te ne devi andare"(riporto il napoletano di De Luca così com'è scritto, pur non condividendo del tutto le sue soluzioni ortografiche: ma a Napoli, quando si tratta di scrivere in dialetto, nessuno è d’accordo con nessuno, si vive in una diffusa anarchia). De Luca è attratto spesso dalla struttura, dalla forma stessa delle parole e il verbo “i’” (andare, dal latino” ire”) costituisce per lui un primato mondiale di velocità e brevità, come “ammore” un rafforzamento di questo sentimento primario, “primma” e “ doppo” un'accentuazione della semplice idea del prima e del dopo.
Tra i ricordi della lunga coabitazione con la madre, l’autore annovera il costante bisogno di calore di quest'ultima, quando, nel freddo dell’inverno, invocava una “vrenzola 'e sole”, un piccolo raggio di luce che la riscaldasse. Parola ben lontana, “vrenzola”, dal successivo slittamento semantico che ai giorni nostri, in…neo-napoletano, l’ha condotta a contrassegnare piuttosto una figura femminile grezza e maleducata, come tempo addietro era capitato alle “vaiasse”, le serve di Giulio Cesare Cortese nella Vaiasseide, divenute nel tempo donne volgari e sguaiate.
Altre parole alludono a momenti di formazione e di educazione familiare, come quando l'io narrante viene esortato a non “frusciarse” troppo (“vantarsi”): una lezione di umiltà espressa con un verbo ancor oggi usato contro chi si compiace fin troppo di qualche sua dote o si fa troppo pretendere. A volte i lemmi fanno riferimento o vengono applicati da De Luca alla realtà sociale, come quando ravvisa negli anni settanta, ed in particolare nelle lotte dei disoccupati organizzati, un esempio di ”arteteca”, una febbre reumatica che provocava spasmi ed esuberanza motoria, che si tradusse allora metaforicamente in un incessante movimentismo di piazza. Altre volte l’autore si lancia in fulminanti sintesi storiche e antropologiche: così il verbo “spantecà” (spasimare) supera i confini del linguaggio amoroso tipico della canzone, per diventare la cifra di un’intera città perennemente irrequieta, insoddisfatta, desiderosa di un futuro diverso cui aspira ma che non riesce a raggiungere, la costante di un popolo “scarpesato” , calpestato, oppresso da ingiustizie, invasioni, sopraffazioni, anche se capace di ribellarsi con qualche improvviso “arrevuoto”, da Masaniello alle Quattro Giornate. Alcune voci vengono dal passato e sono forse obsolete, ma nella mente dello scrittore quella sensazione di secchezza che gli ricacciava il fiato in gola quando soffiava lo scirocco si associa… proustianamente al suono del termine” bafuogno” (ma nella mia famiglia era frequente l’espressione “tengo 'a cimma 'e scirocco”, per indicare una condizione di particolare nervosismo, durante la quale era preferibile non accostarsi troppo al genitore che ne era investito: ricchezza lessicale del napoletano! N.d.A.). Né mancano infine citazioni dalla letteratura e dal teatro, in particolare da Eduardo, di cui viene riportato il noto incipit di Natale in casa Cupiello per spiegare l’imperativo “scètate”, in alternanza con “sùsete”: “Lucarie’, scètate songh’e nnove”. E sembra di vederla la successiva svestizione di Eduardo dai numerosi… strati di panni con cui invano aveva cercato di “prendere “calimma” ("calore") durante la gelida notte prenatalizia.
Un saggio in forma di dizionario, questo di De Luca, che riesce piacevole e induce ad una riflessione sul modo in cui ci esprimiamo, in tempi in cui la forza tenace del dialetto sembra nuovamente riproporre le proprie ragioni, specialmente nella città in cui è ambientata una parte significativa dell’universo letterario e saggistico di questo scrittore. Diretto dunque ai napoletani che ne possono più immediatamente fruire, ma rivolto a tutti gli innamorati di quella espressività sorgiva, originaria, forte, cui il dialetto può attingere per contrastare la tendenza da tempo in atto verso un idioma “semplificato e convenzionale”.



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"Napolide" e i romanzi di ambientazione napoletana di Erri De Luca, "Scritti corsari" , "Lettere luterane", "Contro la televisione" di Pier Paolo Pasolini.
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A schiovere 2024-02-18 09:16:02 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    18 Febbraio, 2024
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Città nuova

Più che una forte scarica di un temporale, trattasi di uno scroscio improvviso di acqua piovana, che però, a causa di un forte vento che spira in senso contrario, crea un turbinio tale che le gocce di pioggia colpiscono il malcapitato di trasverso. Quindi non c’è ombrello che tenga, è battaglia persa proteggerci dall’acqua con il vento che gonfia il parapioggia in senso contrario, come una vela in balia del maestrale, a rischio di strapparcelo di mano, ci bagniamo lo stesso di piovaschi che ci beffano trasversalmente, siamo destinati a soccombere alla ria sorte, e a inzaccherarci comunque senza rimedio, per quanti sforzi facciamo con l’indomabile paracqua, inclinandolo per ripararci in qualche modo. Come dire, un fluire spiovente sorto inatteso e sgradito, fastidioso: un po' come un nostro antipatico e petulante conoscente, in cui ci siamo disgraziatamente incappati mentre eravamo presi dalle nostre faccende. Senza manco salutarci o perdersi in convenevoli, costui con voce querula attacca bottone e inizia a spettegolare di tutto e di tutti, taglia i panni addosso a chiunque ha la sventura di conoscerlo magari solo superficialmente, magnifica solo sé stesso, la sua sagacia e la sua oculatezza, senza interrompersi un momento per dare agio di qualsivoglia replica, e parlandoci sopra letteralmente si pone di trasverso, ci rimbambisce di chiacchiere futili, inzaccherandoci di fango.
Ecco, questo usuale tipo di umanità, anche molto comune, che è importuno e ci importuna nostro malgrado, a Napoli si usa dire che è uno che: “parla a schiovere”, vale a dire blatera fastidiosamente.
Tutt’altra cosa invece è “A schiovere”, l’ultimo lavoro di Erri De Luca; dove lo scrittore napoletano, però, prende il termine a prestito dalla saggezza popolare indigena sua per indicare come nascono i suoi raccontini: d’improvviso, mettendosi poi di trasverso rispetto a quanto stava già facendo, magari di urgente, mentre pensava e si industriava in ben altro, ma è colpa del suo estro potente che non lo molla più, lo spinge a costo di mettersi di trasverso sulla sua strada a scrivere, e per nostra fortuna a condividerci il suo pensiero. Pensieri, scritti e riflessioni che non ci vanno mai di trasverso come un boccone malandrino, sono invece gustosi, prelibati, ma non solo, anche essenziali nei sapori.
Erri De Luca è fortunato titolare di una scrittura scarna, asciutta, lineare, nessuno dei suoi libri conta mai molte pagine, sia che si tratti di romanzi, di saggi, di cronache, De Luca padroneggia la sua lingua e il suo dialetto, si cimenta finanche nell’ebraico, ma sempre usa poche parole, le più adatte alla bisogna, e sempre straordinariamente esaurienti, appropriate, esaustive, convincenti.
Qui lo scrittore napoletano ci presenta quello che a prima vista sembra un glossario, un vocabolario di voci e modi di dire nel dialetto della sua città. In verità, è ben altro, solo un titolo, un pretesto per dire di più, non “a schiovere” ma direttamente, incisivamente e senza tanti giri di parole; e mentre lo dice tende ad infarcirlo della memoria delle sue origini, dei suoi natali, aromatizza di gusto il suo dire con il racconto a volte comico, altre curioso, sempre istruttivo, dei suoi primi anni di vita, di studi, di lavoro nella sua Napoli, Nea-Polis, città nuova, perché è la sola che sa, che conosce e che si rinnova sempre pur restando sempre fedele a se stessa. L’esistenza dell’autore si è poi snodata e proseguita in altri lidi, ma Erri de Luca tuttora pensa in napoletano e racconta in italiano, ne viene fuori un felice connubio che piace, intriga, ammalia. De Luca è stato liceale del classico, operaio di infimo rango, politicamente impegnato come fondatore ed attivista di gruppi dell’estrema sinistra; partecipe in prima persona, rischiando più volte la morte, nelle iniziative di soccorso umanitario in zone di guerra; alpinista e amante della montagna e delle solitudini da eremita; studioso autodidatta di lingue straniere che padroneggia alla grande, tra cui yiddish e l'ebraico antico, traduttore della Bibbia, ma prima di ogni altra cosa, è un poeta, un osservatore, un romanziere: e racconta, e ci racconta. Racconta bene, con voce roca, esponendo i fatti essenziali, e dispensandoci leccornie di vita e di esperienze vissute in prima persona. Con parole scarne, austere, non è che qui si diletta a vantare la sua conoscenza del lessico arguto ed intelligente dei suoi conterranei, ne fa invece un discorso basilare di vita e di valori, ci offre un dizionario di sostanza e di concetto, sa che gli uomini che vivono mille difficoltà acquistano in saggezza e tolleranza, e l’uomo così fatto sapiente è un faro che indica il porto giusto ai suoi simili. Da qui nascono i detti brillanti, significanti, ironici e mordaci, millenari, qui riportati; giacciono sedimentati nelle antiche pieghe di una città che è spalmata su un golfo priva di difese naturali, e perciò nei secoli ha accolto tutti, e da tutti ha imparato, assorbendone il meglio, rimescolandolo con i propri posti e luoghi, usi, sapori, persone e costumi, così rimescolandosi ex novo e declamando il discernimento, l’oculatezza e la saviezza così acquisita nel tempo spennellandola nel proprio idioma. Adattabili a tutti, specialmente ai non napoletani: siamo tutti desiderosi di cittadinanza di una Nea-Polis, una città nuova clemente, aperta, disponibile, tollerante e gentile. In sintesi, umana.

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