La forma dei sogni La forma dei sogni

La forma dei sogni

Letteratura italiana

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Una telefonata anonima raccomanda di tenere d'occhio tale Annamaria Di Spigno, una popolana che vive nei Quartieri Spagnoli di Napoli. La cosa strana è che a fare la telefonata è stata con tutta probabilità una donna della zona bene della città, e questo induce il commissario Santagata ad approfondire la questione. Intanto l'agente Acanfora è alle prese con il suo amico d'infanzia Ciro, che si è finalmente convinto a farsi ospitare in una comunità di recupero. Ad un patto però: che Acanfora gli mandi una lettera per ogni partita giocata dal Napoli. Acanfora, che di calcio capisce poco, pur di aiutare il suo amico, accetta, e comincia così a scrivergli inimitabili cronache delle partite e del clima sempre più eccitato che si respira in città per le imprese della squadra. Santagata, intanto, scopre che la Di Spigno è una nota spacciatrice, ma quando con il suo fidato Acanfora si accinge ad interrogarla, viene a sapere che la donna è deceduta. Una morte sospetta, tanto più che le tradizionali consuetudini del lutto non sono state rispettate. Inoltre la donna è stata cremata in tutta fretta, quasi a voler nascondere inopportune verità. Santagata e Acanfora cominciano così ad indagare, infilandosi in un labirinto di ipotesi che sembra indecifrabile, ma che pare collegare i vicoli dei Quartieri alla ricca borghesia. Seguire le indagini di Santagata e Acanfora vuol dire immergersi nell'essenza di una città unica nel suo genere. In primo luogo per la lingua aderente e straordinariamente espressiva usata dall'autore. In secondo luogo perché ogni angolo dai due protagonisti visitato, diviene di colpo vivo e palpitante, drammatico e divertente al tempo stesso. Il tutto avvolto dallo sguardo acuto di Acanfora, che racconta la storia in prima persona, arricchendola di continuo con particolari degni di un poeta.



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La forma dei sogni 2024-03-23 18:46:42 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    23 Marzo, 2024
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Un sogno nel cuore

L’ultimo romanzo di Andrej Longo segna un ritorno: a differenza di tutti gli altri suoi lavori, in verità davvero pregevoli, che potremmo definire “individuali”, con personaggi a sé stanti, unici e irripetibili, questa volta lo scrittore ischitano-napoletano ripropone attori che abbiamo già avuto modo di conoscere in un suo precedente libro, originale e fortunato, “Chi ha ucciso Sarah”.
Trattasi nello specifico dell’agente di polizia Antonio Acanfora, voce narrante che riporta, in forma discorsiva e familiare, così coinvolgendo subito e confidenzialmente il lettore, i fatti, i dialoghi e le personali riflessioni e considerazioni su tutto quanto accade durante il suo servizio, militando in un distretto di polizia di uno dei quartieri più popolari e popolosi di Napoli.
Il suo contrappunto è il diretto superiore, l’alter ego altrettanto semplice ed umile ma più colto e gentilizio, il commissario Santagata, che alle osservazioni semplici, schiette e pragmatiche del suo sottoposto, affianca la profonda conoscenza non solo del mestiere, ma in particolare di usi, costumi, consuetudini, idee e filosofia di luoghi e persone, come dire anima e corpo, di Napoli, storia, cronaca, racconto ed indole della città e dei suoi abitanti.
Insieme ad Acanfora e Santagata operano con vario grado e mansioni gli agenti Scarano, Lo Masto, Cipriani, Cerasella: ognuno a sé stante e tutti insieme a formare una ben affiatata squadra, come quella di una compagine calcistica. Ciascun membro giostra nel suo ruolo naturale, che gli è più congeniale, chi difende, chi attacca, chi coordina, chi para e chi fa gol, chi si fa male e chi subentra, e tutti insieme si schierano al meglio, con un modulo di base o adattandolo alle circostanze ed agli avversari, all’occorrenza ciascuno lascia la sua posizione e corre in aiuto partecipe e sodale con le attività altrui.
Non a caso abbiamo usato lessico e fraseologia calcistica: perché se è vero che qui si racconta di insolite vicende criminose, di cui la squadra viene informata ancora prima che gli stessi accadano, al racconto del quotidiano professionale si affianca quello del personale, come spesso succede nella realtà. L’agente Acanfora, del tutto digiuno di calcio, pallone, partite, e normalmente immune da tifo e scomposte passioni calcistiche, e via dicendo, è costretto, per pressanti ragioni morali, dettati da antica e stretta amicizia, a seguire costantemente, con attenzione, e prendendo pure accurati appunti, il campionato della squadra azzurra. Tutta la città si sta infatti accalorando, si vanno entusiasmando tutti indistintamente, vecchi, giovani, donne e bambini come non avveniva dai tempi di Maradona, Dio in terra erbosa. Non c’è alcuno che, mai come questa volta, in silenzio e trepidando, non stia seguendo appassionatamente le gesta, la trionfale e vittoriosa cavalcata del Napoli in lotta per vincere lo scudetto. In sintesi, questo romanzo non è nulla di diverso, è esattamente come tutti gli altri a firma del suo autore: sempre, nei libri di Andrej Longo, i fatti sono pretesti per descrivere altro, per dichiarare il suo amore, direi di più, la sua essenza di vita, l’origine prima della sua scrittura. L’autore è come uno stilista, fa sfilare nelle sue pagine una ed una sola modella, bellissima ed intrigante, eclettica ed intelligente, che sfoggia di volta in volta tutti i capi del suo guardaroba, da quelli di alta sartoria ai panni più umili e consunti dall’uso. La sola, vera e unica protagonista di tutti i romanzi di Andrej Longo è Napoli, la sua città, e con lei la sua gente che fa da sé per fare per tre, e talora esagera, ma si sa, nessuno si salva da solo, da soli non si può porre rimedio alle mancanze di secoli, nessuno descrive meglio città ed abitanti di quanto sappia fare in poche parole Andrej Longo, e per lui il commissario Santagata:
“…Guarda la nostra città, per dire. È una città piena di persone in gamba, scetate, intelligenti, con mille idee, mille progetti. Persone che spesso fanno sacrifici impensabili, per mettere ogni giorno il piatto a tavola per la famiglia. Però, a mio avviso, ognuna di queste persone lavora solo per sé stessa, chiusa dentro al proprio orizzonte, senza occuparsi troppo di chi le sta vicino. Cosa dicono di solito di noi napoletani: che siamo bravi nell’arte di arrangiarci. Però, chi si arrangia, lavora solo per sé stesso. E questo crea dei limiti che non si riescono a superare. Delle mancanze a cui da soli non si può porre rimedio.”
Con la sua scrittura agile, aggraziata, snella ed immediata, Andrej Longo scrive con eleganza di un sogno, lo fa vivere con pagine vaporose, con parole mai velleitarie, sempre pratiche e snodate, che arrivano a segno. Abbiamo tutti un sogno nel cuore, un desiderio inespresso per timore di vederlo svanire sul più bello, Longo di questo ha scritto, e poiché è un sogno del cuore, ha narrato di un amore. Molti amori sono spesso inconfessabili, a pena di vederli svanire nelle prime luci del mattino, ma non è affatto detto che riescano sempre impossibili a realizzarsi, quasi che sogno fosse sinonimo di chimera. Tutt’altro: però, non devi mollare
L’ultimo romanzo di Andrej Longo forse è un giallo, o solo un racconto di amore e di amori, forse è tanto altro ancora riversato su carta, ma in particolare questa è la storia di un sogno che si realizza.
Di più: una meta che sembra realizzarsi pian piano, quasi in punta di piedi, senza parere e senza neanche citarlo per esteso, un crescendo rossiniano che non riesce a contenere tutta la trepidazione dell’attesa e l’eventuale, auspicabile tripudio finale, servirà un sequel, probabilmente.
Per dare forma compiuta al sogno nel cuore e segnare il gol vincente.

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Andrej Longo
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La forma dei sogni 2024-02-08 07:42:25 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    08 Febbraio, 2024
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Indagini poliziesche e tifo calcistico

La narrazione è ambientata a Napoli, Quartieri Spagnoli. Una telefonata anonima, che sembra arrivare da una zona bene della città, suggerisce di tenere sotto controllo una popolana, Annamaria Di Spigno, che, poco dopo, viene trovata morta nel suo letto. La cosa non è chiara, l'agente Antonio Acanfora, che è poi la voce narrante, si insospettisce: la donna viene cremata troppo rapidamente, un'autopsia non è più possibile, il marito, che tiene un bar, non sembra troppo amareggiato, veste alla moda, è noto come scommettitore incallito. I sospetti aumentano quando su un bicchiere usato dalla Di Spigno e fornito dalla figlia, quella sì veramente addolorata, vengono trovate tracce di veleno. Partono le indagini: il marito, principale sospettato, ha sempre bisogno di soldi (tutto è intestato alla moglie), è coinvolto in traffici illeciti e, lo scopre proprio Acanfora, fornisce cocaina ad un noto dentista, l'uomo che potrebbe avergli fornito i composti chimici per far fuori l'ingombrante moglie. Successo finale quindi del bravo Acanfora, dei suoi colleghi e del commissario Santagata che li dirige.
Ma c'è tutta un'altra vicenda che anima il racconto. Riguarda i rapporti tra Acanfora e un giovane cascato nelle trappole della droga, Ciro. Il ragazzo, un amico d'infanzia del poliziotto, rapina addirittura l'anziana madre di Acanfora, ma viene beccato e malmenato a dovere: pentito, accetta il ricovero in comunità, Acanfora prende a cuore il caso e gli promette di fargli i resoconti di tutte le partite del Napoli. Ed ecco la parte più singolare del racconto: Acanfora si intende poco di calcio ed inizia così a frequentare bar e locali dove vengono trasmesse le partite, proprio nell'anno dello scudetto, di Spalletti e della Coppa Campioni. Le cronache che Acanfora invia regolarmene a Ciro sono gustose, piene di annotazioni sui giocatori, sui loro precedenti, sulla vita pregressa: insomma, resoconti particolareggiati, con risvolti interessanti, a volte esilaranti. Emerge Napoli, una città nel suo genere unica, unita in un tifo calcistico altrettanto unico, passionale, nel ricordo del mitico Maradona: Acanfora riesce addirittura a trascinare nel tifo l'anziana madre, che ad ogni gol, esulta come una ragazzina. E poi ci sono le lettere a Ciro, un aiuto che contribuisce a far uscire il ragazzo dal tunnel della droga: la gratitudine di Ciro si palesa in una sua risposta ad Acanfora, "con la tua lettera in mano, mi pare una possibilità ci sia ancora, e che qualcosa di buono nella vita forse la posso ancora fare, grazie Antò e forza grande Napoli!".
Singolare ed espressiva la lingua usata dallo scrittore. E' un napoletano verace, stretto, vivace, la lingua parlata dalle persone comuni, nella quale ovviamente sono quasi aboliti i congiuntivi. Un linguaggio che si mescola sapientemente all'italiano, condito da proverbi locali e da interessanti citazioni, anche gastronomiche e calcistiche.
Per gli amanti di un giallo intrigante e del calcio (soprattutto del Napoli), un'esperienza imperdibile.

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