Stella Maris Stella Maris

Stella Maris

Letteratura straniera

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Quando bussa alla porta della clinica psichiatrica Stella Maris, con quarantamila dollari in contanti in una busta e poca carne addosso, Alicia Western ha vent'anni e altri due ricoveri alle spalle. Il compito che attende il dottor Cohen, che la prende in cura, è di quelli che possono far vacillare la fiducia di un medico nella propria professione. Con diagnosi plurime di sociopatia deviante, anoressia, probabile autismo, tendenze suicide e schizofrenia paranoide, Alicia è accompagnata fin dalla pubertà da uno stuolo di personaggi allucinatori capeggiati dall'individuo pinnuto e astruso che lei chiama Talidomide Kid. Ma accanto alle sue molte patologie psichiatriche, la giovane Western è anche una matematica di genio con un QI non testabile, nonché una virtuosa del violino troppo assorbita dalla teoria dei topoi per raggiungere nella musica un'eccellenza a lei accettabile. Ardua missione, per un terapeuta, cercare di strappare i brandelli di un'anima lacerata alle spire di una mente tanto vorace: nella danza di parole che i due ingaggiano, a ogni passo del medico corrisponde un nuovo imprendibile exploit della paziente, intriso di beckettiana ironia e puntellato di autorevoli teorie. Grothendieck e Gödel, Maxwell e Feynman. Kant, Schopenhauer e Wittgenstein. Bach. Il sapere moderno distillato in un lasciapassare per il nichilismo. Nel parterre di riferimenti di Alicia un solo nome compare con sospetta parsimonia, ed è quello di suo fratello Bobby, lasciato in coma in Italia dopo un incidente automobilistico, e dato per morto. Di Bobby Alicia non vuole parlare. Ed è proprio in quell'eloquente silenzio che lo psichiatra incunea il suo grimaldello. Perché ora sa che solo di Bobby, solo a Bobby, Alicia vorrebbe parlare. Seduta dopo seduta, il tempo a disposizione si fa sempre più breve. E nel ticchettio ora sommesso ora impetuoso di quell'orologio che lei sa leggere anche al contrario, Alicia si prepara a dimostrare l'estrema verità che ha appreso su questa esistenza: che «il mondo non ha creato un solo essere vivente che non intenda distruggere».



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Stella Maris 2023-10-05 15:45:31 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    05 Ottobre, 2023
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FLIRTED WITH YOU ALL MY LIFE

“Se non fosse diventata una matematica cosa le sarebbe piaciuto essere?
Morta.”

Il titolo di questa recensione allude a quello di una canzone di uno dei miei musicisti preferiti in assoluto, Vic Chesnutt, morto suicida a 45 anni, il giorno di Natale del 2009. Come nel brano di questo sfortunato e raffinatissimo cantautore, realizzato pochi mesi prima di morire, anche nelle pagine del dittico di Cormac McCarthy, composto da “Il passeggero” e da “Stella Maris”, aleggia costantemente, come un incombente convitato di pietra, la presenza della morte. “Il passeggero” si apre proprio con il ritrovamento, la mattina di Natale (che strana, atroce coincidenza!), del corpo di Alicia che penzola da un albero, “gli occhi gelidi e duri come pietre” e la fusciacca rossa che spicca sul bianco della neve. D’altra parte, “Stella Maris” fa subito riferimento al fratello di Alicia, pilota di Formula 2, che giace da settimane nel letto di un ospedale italiano, in un coma cerebrale apparentemente irreversibile (anche se noi sappiamo, a differenza della sorella, che poi Bobby è sopravvissuto all’incidente automobilistico, diventando il protagonista de “Il passeggero”). Di solito non mi piace sovrapporre la figura dei personaggi con quella del loro autore, ma qui è innegabile che McCarthy, giunto al capolinea della propria esistenza terrena (anche se l’opera di cui si parla era in realtà in gestazione da molti anni), abbia voluto fare di Alicia una proiezione di se stesso e della propria nichilistica concezione della vita, quasi che parlare così tanto della morte, pur essendoci così vicino, avesse un effetto per così dire palliativo, come se lo scrittore di Providence così facendo riuscisse in qualche modo a esorcizzarla. Nei sette colloqui con il dottor Cohen, registrati con l’asettica e imperturbabile freddezza di un verbale, Alicia sa che la clessidra dei suoi giorni si sta esaurendo e, dopo aver dato l’addio al Talidomide Kid (il congedo con questa bizzarra apparizione, che lungi dall’essere un troll maligno ha rappresentato una sorta di inconscio ed estremo tentativo di resistere alla tentazione dell’autoannientamento, è stato uno dei momenti più belli e strazianti del libro precedente), sta facendo altrettanto con il resto del (poco) mondo che le rimane. La ragazza non coltiva più alcuna speranza per il proprio futuro, e se è approdata alla Stella Maris, una rinomata clinica psichiatrica del Wisconsin, non è per farsi curare (ella nutre infatti una profonda sfiducia nei confronti degli psichiatri, i quali sembrano ignorare del tutto il mondo che sono chiamati a comprendere e che “percorrono i contorni della pazzia come il prete quelli del peccato…, a studiare con una smorfia una realtà che non sussiste”), ma perché “non avevo nessun altro posto dove andare”. Quella di Alicia è una solitudine assoluta, irrevocabile (“Forse è solo questione di non avere nessuno nella propria vita. Di rendersi conto che qualunque cosa sia quella a cui stai per dare addio non ricambierà l’addio”), e d’altro canto la sua interiorità è una fortezza inespugnabile, che non lascia intravedere, se non in modo ingannevole e fugace, varchi di sorta (“Quello che vuole sapere io non sono in grado di dirglielo. E anche se lo fossi probabilmente non glielo direi.”). Il dottor Cohen è un brav’uomo e un medico competente, le tenta tutte pur di essere in qualche modo di aiuto alla ragazza, di cui intuisce l’orrore agghiacciante da cui è attanagliata, ma paradossalmente l’unico suo contributo sarà quello di procurarle quel cappotto e quelle galosce che Alicia utilizzerà (come si può leggere ne “Il passeggero”) nella sua fuga dall’istituto per realizzare nei boschi limitrofi il suo piano suicida.
E’ soltanto parlando di musica, di matematica, di filosofia che Alicia riesce a stabilire un qualche simulacro di contatto umano. Il libro di McCarthy (ché di romanzo in senso proprio non si può veramente parlare, essendo costituito da soli dialoghi, senza nessuna descrizione esterna dell’autore, neppure le sporadiche indicazioni di scena di un testo teatrale) affronta così un dotto campionario di argomenti “elevati” (frutto presumibilmente degli interessi nutriti negli ultimi anni dallo scrittore, il quale ha assiduamente frequentato la comunità di scienziati del Santa Fe Institute nel New Mexico), e risulta pertanto in alcuni punti alquanto ostico per il lettore (lo stesso dottor Cohen, che è un uomo di cultura e di scienza, ammette più volte candidamente di non capire niente delle cose che la sua paziente dice). In “Stella Maris” si discetta di epistemologia, di topologia, di teoria dei giochi e di meccanica quantistica, si discute di come avviene il passaggio dalla mente al mondo o di cos’è la memoria, e si citano Grothendieck, Godel, Von Neumann, Wittgenstein, Russell, Husserl, Feynman e molti, molti altri matematici, fisici e filosofi. Non si tratta a mio avviso di una pura esibizione di erudizione enciclopedica, tutt’altro. Da una parte è infatti quasi ovvio che un personaggio così mostruosamente intelligente come Alicia, che da molto tempo non mantiene più alcun rapporto con la gente, abbia scelto di rifugiarsi nella scienza come unica possibilità per appagare il suo inguaribile solipsismo. Dall’altra, queste riflessioni scientifiche chiamano direttamente in causa le posizioni di McCarthy sulla propria arte. Si pensi ad esempio a tutto ciò che viene detto intorno al linguaggio. Quando Alicia afferma che “l’intelligenza sono i numeri. Non le parole. Le parole sono cose inventate. La matematica no”, viene asseverata l’impossibilità ontologica del linguaggio di addivenire a una qualche verità ultima, il che, se ci si pensa, è, per un uomo che di professione fa lo scrittore e vive quindi di parole, una vera e propria dichiarazione di poetica, ancorché in negativo. La matematica, così come la musica, non hanno veramente bisogno del linguaggio, in quanto i loro procedimenti si compongono in gran parte a un livello inconscio (in un suo saggio del 2017, “The Kekulé problem”, McCarthy aveva citato come esempio illuminante proprio il caso del chimico tedesco Kekulé, il quale aveva raccontato ai suoi amici e colleghi come la struttura molecolare esagonale del benzene, la cui definizione lo aveva reso famoso, gli fosse stata ispirata dal sogno di un serpente che si mordeva la coda). L’inconscio, per McCarthy, ha funzionato benissimo per milioni di anni, rispondendo perfettamente ai bisogni biologici dell’evoluzione, ma l’arrivo del linguaggio è stato come una sorta di invasione parassitaria, “un’epidemia folgorante”, che ha colonizzato gli esseri umani, a scapito proprio dell’inconscio, spingendoli ad anteporre al mondo la sua rappresentazione, a sostituire “la realtà con l’opinione”. Non mi sento di escludere che una parte considerevole del pensiero nichilista di McCarthy possa farsi discendere proprio da queste considerazioni. Se infatti, parafrasando ironicamente il famoso aforisma di Wittgenstein (“ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”), si arriva tautologicamente a dire in “Stella Maris” che “di ciò di cui qui non sappiamo niente non sappiamo niente”, allora, con lo stesso ragionamento, giungere a dimostrare l’assoluta inanità, la totale sterilità dei colloqui tra Alicia e il dottor Cohen è un passo davvero molto, molto breve da compiere.
In “Stella Maris” la scrittura di McCarthy è densa come piombo, scura come la notte profonda. Leggere questo libro è un po’ come un’estenuante immersione in apnea, in cui si sa oltretutto di avere solo pochi secondi per riemergere alla luce del sole e riprendere il fiato. McCarthy è arrivato, attraversando una no man’s land rarefatta e inesplorata, fino al limite estremo della letteratura (già sfiorato anni prima con “Sunset Limited”, opera per molti versi apparentabile a “Stella Maris”), e si è affacciato su un altro universo sconosciuto agli altri scrittori, un posto da cui, voltandosi, ha probabilmente potuto dare un ultimo sguardo al nostro mondo così distante dal nulla sconfinato in cui si trovava. Alcune sue pagine sono veramente agghiaccianti, come quelle in cui Alicia descrive nei più minuziosi dettagli fisiologici le varie fasi che portano alla morte per annegamento. Quello di Alicia è un personaggio “sovrumano”, nel senso che ha ormai varcato quelle colonne d’Ercole che per il resto dell’umanità, quella “normale”, costituiscono un confine invalicabile, e si è irrimediabilmente affacciata sull’orlo di un mondo spaventoso ed inquietante. Alicia ha guardato dritto negli occhi l’orrore: nel sogno kafkiano di Archatron che racconta al dottore, ella ha potuto intravedere quel demone tremendo che si annida sotto la superficie della realtà. “Il mondo non ha creato un solo essere vivente che non intenda distruggere”. Per lei, figlia di uno dei fisici che hanno lavorato al Progetto Manhattan, perfino la guerra nucleare è inevitabile (“Probabilmente è come per qualsiasi bancarotta. Più riesci a rimandarla e peggio sarà… La gente non combatte con le pietre quando ha dei fucili”). Se è possibile essere felici solo fino a un certo punto, il dolore sembra invece non avere limiti. Alicia e il dottor Cohen si soffermano persino sul perché i neonati piangano e sul perché, raggiunta una certa fase della loro crescita, smettano di farlo. Per la ragazza la risposta è inesorabile: piangendo i bambini esprimono la rabbia nei confronti di un mondo che è diverso da quello che avrebbe dovuto essere. Ma siccome a suscitare la rabbia sono solo le cose che possono essere riparate, a un certo punto essi capiscono che all’ingiustizia non c’è rimedio, e la rabbia si trasforma in dolore. La cosa peggiore di questo mondo spietato e crudele è però che esso ci ignora e ci ha sempre ignorati (“il mondo non sa che siamo qui”), per cui, come altrettanti condannati a morte, non ci resta che rifugiarsi in un ultimo, utopistico desiderio, non tanto di non esistere più, ma addirittura di non essere mai esistiti.
In questa opera di inaudita sofferenza, capace di toccare vette di inenarrabile pessimismo, è tuttavia ancora possibile scorgere, come fioche fiammelle che brillano in lontananza nell’oscurità circostante, alcuni barlumi di umanità, se non proprio di speranza. L’amore per la musica (la ragazza ha speso gran parte dell’eredità della nonna per acquistare un antico e prezioso violino) e, soprattutto, quello per il fratello (benché fosse sempre stata consapevole della natura incestuosa del suo desiderio, ella avrebbe voluto sposare Bobby, di cui era profondamente innamorata, e farlo “entrare in lei come in una cattedrale”) sono ancora in grado di far commuovere Alicia. Ma la verità, incontestabile e irreversibile, è che Alicia si sta congedando definitivamente dal mondo. Come una navicella spaziale che sta perdendo progressivamente il contatto con la base prima di smarrirsi nel vuoto cosmico, la cinica, scettica e intelligentissima Alicia, apparentemente ermetica come una corazza a prova di proiettile, lascia dietro di sé, prima di sparire definitivamente, soltanto flebili tracce che, come frammenti di una misteriosa meteora, forse nessuno sarà mai in grado di interpretare: la nostalgia per una fede che non solo non si è mai posseduta, ma che a stento è possibile concepire come una implausibile possibilità astratta, e soprattutto il desiderio di un calore che possa scaldare anche soltanto per pochi attimi un cuore ineluttabilmente ghiacciato, e che nelle ultime righe del libro si materializza in un’estrema, commovente e disperata richiesta di stabilire una forma, anche la più semplice, anche la più banale, di contatto umano.

“Credo che il nostro tempo sia scaduto.
Lo so. Mi tenga la mano.
Tenerle la mano?
Sì. Voglio che lo faccia.
D’accordo. Perché?
Perché è quello che fanno le persone quando aspettano la fine di qualcosa.”

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Cormac McCarthy: "Il passeggero"
Cormac McCarthy: "Sunset Limited"
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