Narrativa italiana Romanzi Le madri non dormono mai
 

Le madri non dormono mai Le madri non dormono mai

Le madri non dormono mai

Letteratura italiana

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Diego ha nove anni ed è un animale senza artigli, troppo buono per il quartiere di Napoli in cui è cresciuto. I suoi coetanei lo hanno sempre preso in giro perché ha i piedi piatti, gli occhiali, la pancia. Ma adesso la cosa non ha più importanza. Sua madre, Miriam, è stata arrestata e mandata assieme a lui in un Icam, un istituto a custodia attenuata per detenute madri. Lì, in modo imprevedibile, il ragazzino acquista sicurezza in sé stesso. Si fa degli amici; trova una sorella nella dolce Melina, che trascorre il tempo riportando su un quaderno le «parole belle»; guardie e volontari gli vogliono bene; migliora addirittura il proprio aspetto. Anche l'indomabile Miriam si accorge con commozione dei cambiamenti del figlio e, trascinata dal suo entusiasmo, si apre a lui e all'umanità sconfitta che la circonda. Diego, però, non ha l'età per rimanere a lungo nell'Icam, deve tornare fuori. E nel quartiere essere più forte, più pronto, potrebbe non bastare.



Recensione della Redazione QLibri

 
Le madri non dormono mai 2022-06-12 15:46:10 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Giugno, 2022
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Miriam & Diego e il mondo dentro e fuori

«Negli occhi nerissimi teneva il coraggio che l’aiutava a campare fuori, nel rione e per le strade di periferia nell’esistenza precaria di ogni giorno, in quegli occhi Miki riconobbe il suo stesso convincimento, quello che tocca agli sfortunati: che l’altro sia il nemico da sconfiggere, e che dentro ogni essere umano ci sia un diavolo impossibile da estirpare. E sentì ancora una volta di trovarsi dalla parte sbagliata, lui prigioniero come lei, anche se in maniera diversa, prigioniero del suo lavoro, del passato, della famiglia, dei muri che la vita, il carceriere più crudele, gli aveva alzato attorno, della diffidenza costante che consuma e ti fa triste, solo, e morto, quella diffidenza che spesso basta a giustificare l’inganno altrui, perché chi in nessuno crede da nessuno verrà creduto.»

Il suo nome è Miriam. È una giovane e bella donna dagli occhi scuri e il carattere forte che mai mostra la sua fragilità al mondo che la circonda. Anche adesso, ancor più adesso. Adesso che la sua vita è approdata in un Icam, Istituto di detenzione attenuata, insieme a Diego il figlio di nove anni. La condanna, detenzione illegale d’armi, per proteggere forse altri, quel padre ancora più assente di cui il figlio ha ben poco ricordo. Diego che di anni ne ha nove e che non ha artigli per difendersi in quel mondo fatto di rione e strade, Diego che è troppo buono per il quartiere napoletano in cui è cresciuto e in cui è stato deriso per i suoi piedi piatti, gli occhiali e la pancia. Diego che tra queste mura cambia, cresce, acquista sicurezza in sé, Diego che impara a sua volta l’universo delle parole che la cara Melina annota e trascrive perché le “parole belle” devono essere custodite, Diego che muta volto, forma e faccia perché in quel mondo fuori ci deve ritornare. Lui che già conosce l’esclusione e l’isolamento. E ancora Miriam che non riesce a fidarsi del prossimo, soprattutto degli uomini. Che sente una morsa strapparle il respiro ogni volta che sente l’occhio maschile sul proprio corpo, Miram che non può mostrarsi debole e ancor meno può cedere. Miriam che non si fida e ancor meno affida. Una madre che cerca di tirar su forte e duro quel figlio che, al contrario, sorride a chi incontra perché nelle persone vede il buono.

«[…] Giacomo si chiese se l’accesso di rabbia che l’aveva pervaso non fosse solo invidia per Gramigna, che s’era liberato del desiderio di vivere, che rende inevitabilmente schiavi.»

E così, pagina dopo pagina, impariamo i ritmi di una vita dietro le sbarre. Una vita fatta da una parvenza di quotidianità, una vita tra divani e sbarre alla finestra perché pur sempre una condanna deve essere scontata. Ed ancora Melina che è una bambina fragile che ama le “parole belle”, le annota e cerca un ordine per quel mondo così disordinato e caotico. Ancora Amina fuggita dalla Nigeria che la vuole schiava. E Dragana che nei pensieri belli non riesce a credere. Anime devastate a cui si affiancano altrettante rose dai propri incubi. Tra queste vi è Miki, abbreviazione di Michele, che con la sua Tilde divide la vita ma che è schiacciato tra demone e desiderio, Greta con la sua ferita che non sembra aver ancora trovato una cura, Antonia che rifugge dalla monotonia. E Giacomo che rappresenta il confine tra mondo di fuori e mondo di dentro.

«[…] Capitava spesso negli ultimi tempi che la tristezza scendesse improvvisa sulle cose, a rubarsi il sorriso della mamma e il buonumore suo, allora in quelle occasioni lui strizzava gli occhi e provava a immaginarsi lontano, sul camion del babbo, a percorrere con lui una strada dritta in un giorno di festa, il vento d’estate che entrava dai finestrini, e suo padre allegro che mordeva un panino alla mortadella tenendo il grosso volante con una sola mano.»

Nato dall’esperienza diretta occorsa nel 2021 dall’autore in un Icam in provincia di Avellino (Icam di Lauro), “Le madri non dormono mai” è uno scritto meditato e cadenzato in cui si è protagonisti e non solo spettatori. Si cerca lo stesso abbraccio nell’altro, si cerca la possibilità di fidarsi e affidarsi, si osserva il paradosso del “mostro” che è sempre in agguato, pronto a coglierti di sorpresa. C’è ancora Napoli con i suoi paradossi fatti di arroganza, violenza e mancanza di opportunità mixata a una cordialità corale. C’è un dolore misto a speranza, ci sono silenzi che sono pause necessarie. Ci sono volti vividi e vivi che sono delineati con verità e concretezza.
E c’è la riflessione. Perché quando si è davvero liberi? Quando si è invece prigionieri? Qual è il confine tra prigionia e libertà? È possibile essere prigionieri anche in quello che è un mondo apparentemente libero e senza sbarre?
Lorenzo Marone torna in libreria con un romanzo con un grande obiettivo: quello di sensibilizzare il lettore e spronarlo a riflettere su tematiche importanti che vanno dalla detenzione penale, alle carceri, alla maternità, alla libertà.
Non mancano le assonanze con altri titoli del medesimo genere, anche di recente pubblicazione, non manca un ritmo ben cadenzato anche se talvolta più lento rispetto a quella che è la narrazione complessiva. Nel complesso una piacevole lettura in cui si ritrovano alcune tematiche care allo scrittore ma altrettante frutto di una chiara e ponderata meditazione dettata dall’esperienza in prima persona. Un buon prodotto per chi ama questo format.

«Te l’ho detto che la gente è cattiva, ma forse non è manco cattiva, è che non se ne fotte di niente, la gente, non se ne fotte se cambi o muori, se tieni paura o no, se tieni fame o stai bene. La gente, io ho capito questo, tiene a pensare solo ai cazzi suoi. E però ho capito pure un’altra cosa, che la gente non se ne fotte niente perché non conosce, perché quando incontri una persona e le vuoi bene allora te ne importa. Anche io ti ho incontrato, e ti ho conosciuto, e ora ci tengo assai a te. E quindi penso che bisogna muoversi e incontrare a tutti quanti nella vita perché se no non vuoi bene a nisciuno, ma allora che campi a fare? […] Vorrei essere più grande, così potrei venirti a cercare. E vorrei pure che tutti tenessero la dolcezza tua, perché il mondo sarebbe un posto bello assai. E invece così non ho l’ho capito se mi piace. Però quando mi viene la tristezza apro il quaderno e leggo le parole belle una a una e mi pare di vederle, mi pare di sentire il loro odore nel naso e davanti agli occhi mi appari tu e mammà, e anche quei giorni belli, e così la tristezza mi passa. Ciao Melina mia, ti mando un bacio sulla fronte, come facevo in carcere. A volte mi pare che quella cella è stata l’unica casa che ho avuto.»

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Le madri non dormono mai 2022-06-21 17:35:44 evelyn73
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evelyn73 Opinione inserita da evelyn73    21 Giugno, 2022
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la mia parola per Melina

Romanzo davvero imperdibile, denso, ricco, vivido. Acquistato a scatola chiusa, stante le mie opinioni assolutamente positive rispetto alle precedenti letture di questo Autore. "Le madri non dormono mai" offre spunti di riflessione continui sul concetto di libertà contrapposto a quello di schiavitù, su quanto l'essere umano possa essere schiavo - seppur apparentemente libero (libero nel senso di "non ristretto", "non detenuto", "non sottoposto a misure coercitive"): schiavo della propria storia familiare, della propria infanzia, ingabbiato in schemi imposti e in una quotidianità sofferta che non è capace di abbandonare, perpetuando dolore, impossibilitato a dare una svolta alla propria esistenza. Questo Uomo, che seppur libero, può avere una vita segnata, difficile, peggio ancora se la società gli assegna un ruolo per il quale non può permettersi di mostrare debolezze (il direttore del carcere, le guardie, la psicologa ....). Al contrario qui, le donne detenute (e i loro figli), seppur formalmente recluse, sono messe nella condizione di essere libere di intraprendere importanti percorsi introspettivi e di crescita, che le portano ad abbandonare il passato, riuscendo a liberarsi dai loro fantasmi interiori e concedendosi di vivere pienamente. Finale crudo, inaspettato. La mia parola per Melina è SPERANZA.

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Le madri non dormono mai 2022-06-15 17:20:07 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    15 Giugno, 2022
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FIORE DI MAGGIO

Amore di mamma: si dice di un amore senza fine, oltre ogni limite, istintivo e viscerale.
Infinito e prezioso, eterno e insostituibile, tenero e burbero, dolce e solenne.
Quello che è dedicato solo ai figli, senza risparmio, ad ogni costo.
Pronta a tutto, ogni madre difende ad oltranza la prole, l’accarezza e la protegge, ama come nessun altro al mondo saprà amarti in vita tua: si intende qui l’Amore di Mamma con le maiuscole, quello che da sempre per chiunque, laici o devoti, si santifica nel mese di maggio.
Perché una madre in fondo questo è, un fiore di maggio: ed è un fiore che, come ti accarezza, sa farsi anche roccia all’occorrenza, è nato su uno scoglio e come tale fa da frangiflutti contro i burrascosi marosi dell’esistenza. Sempre e comunque, in ogni luogo.
Fiore di maggio è l’omonima canzone di Fabio Concato, citata nel testo, ed è quanto di più adatto per descrivere le vere protagoniste del libro, le madri, che letteralmente non dormono mai per i loro figli, non ne hanno tempo, modo e soprattutto serenità per farlo, specie in un contesto affliggente come quello qui narrato.
L’ultimo romanzo di Lorenzo Marone di questo parla, con la delicatezza, la prosa fluente e incisiva, la tenerezza e la sensibilità sua propria, di cui lo scrittore napoletano ha già dato prova tante altre volte.
Qui Marone si riconferma alla grande, racconta con rispetto e discrezione di mamme, di donne che esplicano a modo loro, ma pur sempre al meglio possibile, un ruolo genitoriale nelle condizioni esistenziali più difficili.
Perché vivono, e diventano madri, in un contesto di degrado e di miseria, di ignoranza e di abbandono, di violenza e delinquenza: e per di più, quasi come diretta conseguenza, l’humus di origine le destina alla reclusione forzata. Con figli al seguito.
“…senza i figli, quelle madri si riducevano all’osso. Senza i figli erano solo detenute.”
La realtà, fragile e toccante, su cui Marone in questo libro ha focalizzato la sua attenzione facendone un garbato ambito narrativo, è l’ICAM, l’istituto di custodia attenuata per detenute madri.
All’apparenza è una struttura di avanzata civiltà, un luogo di reclusione strutturato in guisa di miniappartamenti individuali senza sbarre o porte blindate, con spazi comuni di convivialità ed interazione sociale, con tanto di supporto medico e psicologico.
All’apparenza: né più né meno è un carcere, che, come tutte le carceri finisce per racchiudere in una bolla tutti quelli al suo interno, liberi e reclusi, guardie e prigionieri, senza distinzioni di sorta. Un’umanità ristretta, quasi mai per scelta ma per necessità, siano essi vigilati che vigilanti, tutti insieme ma non appassionatamente forzati nella realtà aberrante di un carcere: davvero non il massimo dell’esistenza, quindi.
Figuriamoci quanto questo può valere per mamme che scontano, più o meno giustamente, è da vedersi, reati talmente gravi da richiedere la privazione della libertà personale; e quale effetto produce sui loro bambini in tenera età, ovviamente innocenti e però costretti ad analoga restrizione di spazi e respiri. Sarebbe come a dire, il tutto è peggio che andare di notte.
Qui le responsabili di reati di vario genere, che sono anche madri di figli in tenera età, possono scontare la loro pena insieme ai loro piccoli da accudire, certamente sempre privati della libertà personale e comunque sotto custodia di agenti di vigilanza, tuttavia assicurandosi per i bimbi un minimo di salvaguardia del delicato equilibrio psicofisico di libera crescita, riducendo l’impatto nefasto di un qualsiasi regime carcerario con una parvenza di comune quotidiano familiare.
“…la forza qui dentro non va usata, ci sono i minori.”
I bambini assorbono tutto come spugne, la realtà carceraria normale si ripercuote negativamente sul loro crescere, allora interviene questo nuovo modo di gestire la pena delle madri, l’ICAM è un estremo tentativo della società di ricreare in qualche modo un habitat “normale”, che attenui i traumi infantili evitando disagi e disadattamento futuri.
I figli crescono naturalmente in un contesto matriarcale, poiché i loro padri sono necessariamente esterni a tale dedicato luogo di reclusione, anche perchè più spesso sono essi stessi dediti ad atti delittuosi e pertanto rinchiusi in carceri comuni.
I bambini crescono quindi con le loro mamme, come loro rinchiusi in una prigione a cielo aperto, ne escono per un minimo di necessaria interazione sociale con i coetanei “liberi”, con il supporto di volontari esterni al carcere, e naturalmente per andare come di consueto a scuola con un usuale scuolabus, che li preleva e li conduce agli istituti delle scuole primarie, e da cui dopo l’orario scolastico li riporta a “casa”, perché tale per loro è il carcere, spesso la sola casa che hanno conosciuto. E altrettanto spesso, è una casa anche migliore, pulita e dotata di servizi, cure mediche, dieta sana, non di rado se non sempre i piccoli provengono da territori abitativi arrangiati e fatiscenti, insalubri e deleteri per la loro crescita fisica e morale.
Sono bambini destinati ad arrangiarsi da soli, a crescere in strada, ad imparare presto le leggi della violenza e della prevaricazione, vittime di brutalità o indifferenza, bullismo e prepotenze, arruolati giovanissimi nelle file della criminalità.
Per questo le loro madri li tengono tenacemente con loro, non vogliono che debbano ripercorrere il loro stesso viatico esistenziale improntato all’illegalità, vogliono continuare ad accudirsene per distoglierli da un destino infame, lo stesso che ha ghermito le loro esistenze, temono il trascorrere degli anni perché arrivati all’età di dieci anni, purtroppo i bambini non possono più soggiornare con loro.
“…Hai paura che tua figlia cresca in carcere? Il miglior futuro possibile per tua figlia, tra quelli che le sono rimasti, è con te.”
Lo Stato, malgrado sforzi e buone intenzioni, mostra tutti i suoi limiti.
L’Icam è predisposto per una accoglienza limitata ai tempi della prima infanzia, quando più è richiesta la figura materna come indispensabile supporto di sana crescita affettiva, terminata la quale, all’inizio della pubertà e adolescenza, che pure sono periodi delicatissimi, sciaguratamente la struttura non può far fronte ulteriormente alla congiunta accoglienza madre figli, e se le madri hanno ancora residui di pena da scontare, i piccoli saranno affidati a parenti o ad altri che possano prendersene carico, come le case famiglie, con tutte le conseguenze del caso.
Più spesso deleterie per loro stessi e di converso per la società, ancora una volta fallimentare nel prendersi cura degli ultimi.
Tutto quanto è il romanzo di Lorenzo Marone: ma non è solo una bella storia, che pure richiama un contesto e dinamiche socio esistenziali realmente esistenti, è un bel sentire soprattutto per il modo come il racconto si snoda, per come procede la narrazione, per la cura di confezione e contenuto.
Un racconto delicato di madri, di crescita, di vite, di sonno che non arriva e sogni che non mancano, seppure di difficile realizzazione. Ma i desideri vanno prima sognati, e questi nessuno può limitarli.
Tutta la trama è un insieme di punti di vista diversi e differenti, congiunti e discordanti, connessi e inconciliabili in tutti i sensi.
Questo libro non è un contenitore di parole, ma un registro di voci.
Lorenzo Marone ci fa ascoltare le versioni di Miriam e suo figlio Diego, delle guardie Miki e Leo Gramigna, della nigeriana Amina che di figli con sé ne ha due, Gambo e Adamu, della volontaria Vittoria, di Anna messa male in salute che pure è responsabile della piccola Jennifer che ha con sé, e fuori di un figlio di venti anni abbandonato a sé stesso, con il marito in un penitenziario.
Ascoltiamo la voce del direttore Giacomo Parisi e della psicologa Greta, persone encomiabili per sforzi ed impegno, per quanto insufficienti, e leggiamo quanto scritto sul quaderno delle parole belle, libere, solari, vergate dalla dolcissima Melina.
I personaggi sono precisi, lineari, iscritti con tenacia sulla carta e però incredibilmente fragili, mirabilmente umani, Marone ha una sensibilità straordinaria, non scrive del buono o della bontà, fa invece trasparire spontaneamente dalle sue figure la mitezza e la dolcezza, la mansuetudine e la clemenza, insita in tutti quanti si avvicendano nei capitoli, su uno sfondo di precarietà, insicurezze, problematicità che insistono generando un sopravvivere illegale di obbligato teppismo e malvivenza.
“…Gentilezza viene prima della fiducia.”
I protagonisti parlano di sé e del loro vissuto, di cosa vedono e di come vivono, il romanzo descrive mamma e figli, di come vedono e cosa pensano delle vite delle altre madri e degli altri figli, include nel racconto chi i figli non li ha, o non li ha avuti, o che li vuole e li desidera.
Il finale, tragico, struggente, ardente e doloroso insieme, non è più una voce registrata, ma visto che si parla di un libro, è uno scritto, una lettera, che gronda parole d’amore, che insegnano, fanno riflettere, pensieri che sono i sogni delle madri che non dormono mai:
“…ho capito pure un’altra cosa, che la gente non se ne fotte niente perché non conosce, perché quando incontri una persona e le vuoi bene allora te ne importa…io ti ho incontrato, e ti ho conosciuto, e ora ci tengo assai a te. E quindi penso che bisogna muoversi e incontrare a tutti quanti nella vita perché se no non vuoi bene a nisciuno, ma allora che campi a fare?”
Questa lettera è incredibile, spiega la vita con semplicità, il finale è emblematico di cosa accade a togliere un figlio ad un fiore di maggio: diveniamo tutti, uomini e donne, rocce.
Non scogli del mare, ma pietre aride sotto un sole spietato.



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Lorenzo Marone
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