Il mantello Il mantello

Il mantello

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Il mantello è un libro che nasce da un momento eccezionale della vita della grande scrittrice cilena. La perdita di Margarita per cancro, la terza di cinque sorelle molto unite, fa vacillare tutto il suo mondo. Ma invece di sfuggirgli, Marcela decide di abbracciare il suo dolore e di dedicarvisi interamente per cento giorni della sua vita. Ritirata in campagna, usa la scrittura come strumento di riflessione e introspezione, per mettere ordine fra i suoi pensieri e aprire gli occhi. E quelli che all’inizio sono solo appunti sparsi diventano presto un romanzo, per la prima volta in forma autobiografica. Denso di riferimenti letterari, da Philip Roth a Canetti, passando per Philippe Claudel, Brodskij, Freud, Virginia Woolf solo per citarne alcuni, con incursioni nei territori dell’infanzia e a volte persino un garbato umorismo, Il mantello è il racconto delle emozioni e dei sentimenti che si affrontano quando si perde una persona cara.



Recensione della Redazione QLibri

 
Il mantello 2020-10-02 11:17:52 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    02 Ottobre, 2020
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Piccole donne

Il rapporto tra due sorelle, in particolare in una famiglia in cui le sorelle sono più di due, è sempre un rapporto un po' speciale, spesso collocato su un gradino più elevato nell'ordine degli affetti familiari.
Un rapporto amorevole, molto più intenso di quello che intercorre normalmente tra i fratelli solo maschi, e tra fratelli e sorelle.
Del tutto diverso dal rapporto che si può avere con l’amica del cuore, spesso è anche più conflittuale, talora polemico e dispettoso, non di rado divergente, ma sempre affezionato, complice, partecipe, quando è davvero forte è energicamente intrigante, coinvolgente come poche relazioni al mondo.
Un po' quanto appare evidente nel celeberrimo “Piccole donne” di Luisa May Alcott, in cui le quattro sorelle March, tutte diversissime tra loro, sono però un’entità unica, indivisa, unite in un rapporto, possibile solo al femminile di amore, amicizia, premura e solidarietà, quasi fossero una sola donna.
Questo è quanto rievoca ne “Il mantello” la scrittrice cilena Marcela Serrano, e l’occasione per parlarne, però, coincide con uno dei momenti più difficili da affrontare nell'esistenza di ognuno, allorché viene meno una persona cara, amatissima, come nello specifico la sorella Margarita.
La perdita di una sorella, in verità, non è mai in un certo senso nell'ordine naturale delle cose. Dopotutto in qualche modo si è inconsapevolmente già preparati alla scomparsa dei propri genitori, avverrà prima o poi, è nella norma, magari anche del partner di vita, sebbene non sia piacevole soffermarsi su questi pensieri, mai però si è veramente preparati alla scomparsa di una sorella, quantunque afflitta da una malattia inesorabile, meno che mai al sopravvivere al proprio figlio.
Tutto quanto la scrittrice lo descrive efficacemente già all’inizio del libro:
“Quando ti muore il marito sei vedova. Quando ti muore il padre sei orfana…Io non sono né l’una né l’altra…Sono qualcosa che non ha nome, perché la mia perdita è orizzontale. Un bel problema: comincio già sapendo che le parole non bastano. Non ne esiste nessuna per definire il mio stato. Non hanno inventato nessuna parola per una sorella rimasta senza sorella. “
Ecco, la scrittrice ha appena enunciato un paradosso importante: ha il cuore a pezzi, è tremendamente affranta per la scomparsa della sorella a cui era legatissima.
È sotto choc, stordita, disorientata, malgrado fosse perfettamente al corrente delle condizioni disperate in cui versava Margarita.
Fin dall'inizio della comparsa del suo male, Marcela Serrano era perfettamente conscia della gravità della malattia contro cui da anni la coraggiosa sorella Margarita combatteva, un tumore al seno.
E però…e però non trova le parole per esplicitare questo dolore, per definirlo e definirsi.
Il che, per una scrittrice, appare il colmo. Mica tanto: l’elaborazione di un lutto prevede la sua metabolizzazione, la sua primaria assimilazione prima della catarsi.
Il dolore va definito per bene prima, vanno rievocati i comuni ricordi, e questo ricordare i momenti condivisi e convissuti, lieti e brutti che siano, avviene anche con irrisoria facilità.
Poi da quei ricordi devi sintetizzare il significato che ti porti a fartene una ragione, e non puoi farlo, non ti riesce, non ti viene perché è il dolore stesso che ti blocca, ti toglie il respiro, inaridisce la fonte dei vocaboli che servono per delineare i motivi di una accettazione.
Marcela Serrano è una delle voci più rappresentative dell’odierna letteratura cilena, e come tutti i buoni scrittori, è stata e continua ad essere una lettrice appassionata.
Ricorre allora alle sue letture, utilizzando brani e scrittori che delineano al meglio il suo stato d’animo attuale, annichilito dal grave lutto, in un certo senso possiamo dire che chiede l’aiuto dei colleghi in questo difficile momento della sua esistenza.
La scrittrice cilena non ci offre qui la lettura di un suo romanzo, meno che mai una autobiografia; in questo bel libro, un piccolo volumetto che si legge con fluidità, malgrado la tristezza di cui è permeato, che però mai ne appesantisce la lettura, si riportano episodi lieti, gentili, teneri, divertenti di un vissuto di una normale famiglia piccola borghese. Di retroterra culturale e di crescita formativa improntata sui principi di antica saggezza di stampo contadino, seguita da studi e appartenenza piena al vivere e alla partecipazione civile di un paese, tanto tipico quanto tormentato politicamente, come il natio Cile. Un libro costituito di tanti paragrafi brevi e brevissimi, talora di una sola pagina e di poche parole: l’autrice preferisce affidarsi più all'immagine suscitata brevemente da qualche riga e captata in misura dipendente dalla sensibilità del lettore, anziché delineare con precisione fatti e persone. Direi perciò che è un libro fortemente evocativo, ma evoca con forza, con energia, è graffiante, pungente, ti inchioda alla lettura certo, ma molto di più alla riflessione ed alla ponderazione.
Questo non è affatto un libro pesante, una raccolta di dolorosi ricordi, è un bel libro, un saggio di tenerezza, è un elogio di sentimenti affettivi, è un viaggio nella memoria per riacquistare il presente, è un giungere ad una inevitabile conclusione: la morte è una costante nell'esistenza di ognuno, non si può negarla. Ma non si vive per i morti e con i morti, il mondo è solo per i vivi.
Quello che ci affratella ai nostri cari scomparsi, molto più dei vincoli di amore e di sangue, è la memoria dei nostri affetti perduti.
I nostri morti sono scomparsi dal numero dei vivi, ma sono sempre ben presenti in noi.
E tanto basta, e ci deve bastare.
Allora, e solo allora, elaboriamo il lutto, e ce ne liberiamo, pur continuando ad avere nei cuori i nostri cari. Così fa Marcela serrano, e riprende a scrivere.
Ma appunto come dicevamo, ripercorre la sua storia con Margarita, scandendone i punti salienti con le sue letture preferite.
La scrittrice trova conforto nella lettura…”la lettura è un’anticipazione della gioia - Jorge Luis Borges”.
Il lutto impigrisce ogni sua azione…”nessuno ha mai parlato della pigrizia del dolore – C.S. Lewis”.
Il dolore della perdita stranamente è un va e vieni di continuo…”Mi fa una paura folle il carattere discontinuo del lutto – Roland Barthes”
Cosa succederà dopo il tempo dal lutto…”Il rispetto della realtà prende il sopravvento – Sigmund Freud”.
La perdita della sorella è una mancanza incredibile…”Un essere solo vi manca, e tutto sembra deserto – Philippe Aries”
L’unico sudario adatto ad una persona estroversa, vitale e sorridente come Margarita? Nessun sudario, qualcosa di più adatto, ecco, un mantello, per esempio, un bel mantello...”Tanti quadrati o rettangoli, uniti tra di loro…scintille di colore…petardi in un giorno di festa, verdi, rossi, bianchi, stampati, marrone, viola, uno nero qui, uno rosa là, stretti gli uni agli altri in un diligente lavoro di patchwork – Il mantello di Clara Sandoval”.
Quello che unisce ancora di più due sorelle, è che inevitabilmente sono state compagne di giochi, hanno condiviso i segreti più intimi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza, compresi gli amori, le infatuazioni, le assurdità tipiche dell’età, non può esistere un legame più forte quando è legato inestricabilmente da emozioni simili, come catene di diamante inscalfibili…”Se la patria è l’infanzia, una sorella è la mia compatriota – Rainer Maria Rilke”.
Si può continuare a scrivere dopo un simile lutto? Non è significativo di un cuore freddo? ...”Nel cuore di ogni scrittore c’è un pezzetto di ghiaccio – Graham Greene”.
Marcela Serrano non è la sola ad aver scritto un libro sulla perdita di un familiare, basti ripensare a Philip Roth ed al suo romanzo “Patrimonio”, in cui ci racconta con certosina diligenza del padre e del declino fisico del genitore fino alla fine, quasi come un’odissea che ogni uomo affronta nel suo divenire adulto.
Tuttavia, l’originalità della Serrano sta nel citare altri scrittori, come detto, per giungere alla conclusione che un lutto, per quanto grave, è un’esperienza comune, ovunque esistono persone che piangono i loro morti. Ma appunto perché è evento comune e condiviso, significa che si supera, si può superare, è uno stato transitorio. Certo, devi transitare.
Se nel transito trovi aiuto e consolazione, meglio ancora, non tutti amano viaggiare da soli.
Se poi viaggi con le tue letture preferite, quelle per te più significative, tanto di guadagnato.
Certo, la perdita rimane. Ma ne hai una qualche consolazione.
Meglio che niente: a qualcuno non è dato neanche quello, talora nemmeno un corpo da piangere.
Piangono i loro figli, vivono tuttora il loro lutto, le piccole donne che mai riusciranno ad elaborare il lutto dei propri figlioli, i desaparecidos cileni. Marcela Serrano lo sa, lo ricorda, lo rievoca:
“Ha ragione Faulkner quando dice che il passato non muore mai. E che non è nemmeno passato.”



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Il mantello 2020-10-10 17:07:28 68
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68 Opinione inserita da 68    10 Ottobre, 2020
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Memoria lucente

Queste pagine non costituiscono la biografia della sorella Margherita, scomparsa prematuramente di un male incurabile nel 2016, ma, come ci ricorda l’autrice, sono solo appunti sulla elaborazione di un lutto di cui l’amata sorella ne è la protagonista inconsapevole, lei che non ha mai preteso di esserlo.
Cento giorni di un lutto autoimposto, un dolore onnipresente, ricordi, parole, immagini di un’ infanzia condivisa, cinque sorelle legate indissolubilmente, la forza dell’ origine, la separazione da una terra amata, i viaggi, la persecuzione, l’esilio e il ritorno, anche solo per un abbraccio.
Chi è stata e continua a essere Margherita, cresciute nella dimora di Los Remolinos, anni importanti, forgianti il carattere e le passioni di una vita, tra letteratura e racconti, tradizioni famigliari e socialità, politica e cultura, sapendo che un giorno o l’altro sarebbero ...” finite prigioniere degli obblighi e dell’autocontrollo “..., e con essi... “ avremmo forgiato le nostre maschere...”.
Nel dopo Margherita diventerà giornalista, si sposerà , avrà’ dei figli, vivrà fuori dal Cile, crescerà , come tutte loro perdendo la propria ..” indole selvaggia “... e quegli ...” ...artigli da pantera “... , una giovane entusiasta della vita, aperta, vivace, divertente, carismatica, senza alcuna vanità, a suo agio in ogni dove, a differenza della quieta e remissiva Marcela, un legame conflittuale e profondo, il loro, incredibilmente vero.
Forse, citando Faulkner, ...” il passato non muore mai e non è nemmeno passato “..., il lutto non esiste, continua a esserci, perennemente, e Marcela non vuole smettere di soffrire, se succedesse le sembrerebbe di tradire la sorella morta e dimenticarla.
Le parole prendono forma, inserite nella memoria, quelle prime settimane trascorse senza Margherita sembrano offuscare e arrestare qualsiasi cenno, movimento, essenza.
Marcela non riesce a leggere, a scrivere, inizialmente pensa di inserirsi in una socialità curativa, accenna a rituali magici e consolatori, ripensando a un corpo che non ha avuto sepoltura ( perché cremato ), insieme al pensiero del dramma e dell’ ingiustizia subita da tanti corpi scomparsi e mai restituiti al dolore dei propri cari ( il dramma di una nazione intera ).
Storia, cultura e letteratura, anni riemersi e mesi che scorrono, mentre i cento giorni di lutto stanno per scadere senza che niente sia successo.
Margherita ha negato a lungo l’eventualità di poter morire, ne’ l’ idea della morte le incuteva paura, ne era semplicemente scocciata. Marcela ha paura della fisicità, del contatto con la malattia e del disfacimento corporale, non riesce ad avvicinarlo e a descriverlo, al contrario di Philip Roth.
A piccoli passi cerca di ritornare alla vita, agli aspri diverbi con la sorella su vari argomenti, domandandosi quanto l’altra avesse la chiara percezione del posto che occupava tra loro, non sospettando di lasciare un vuoto incolmabile: ...” di risate, di facezie, del suo grande fascino, di sapere suscitare intorno a se’ una allegria contagiosa “....
Solo dopo parecchi mesi Marcela finalmente riprenderà a leggere e a scrivere perché ...” il lutto non si può sconfiggere, è semplicemente un modo di vivere diverso “...
Margherita non ha voluto che la lasciasse andare, insieme hanno condiviso un anno di morte e di scrittura, finché avesse scritto lei sarebbe stata viva.

...” Negare la morte? Il mondo è dei vivi e di come si affratellano, di come si legano con i morti. L’ unica cosa importante è lei tra i viventi, la sua memoria. La morte, dove sta la morte? Dov’è la sua vittoria? Non regalerò la vittoria alla morte, continuerò a scrivere”...

Un racconto doloroso, intenso, vero, che rifiuta l’inaccettabile percorso di una semplice elaborazione condivisa, preferendo la strada dell’unicità e della vita, cui la morte continua ad appartenere.
Un percorso della memoria e del silenzio, dell’ intimità, della scrittura, intesa anche come semplice calligrafia, la vivida presenza di lei e delle sue parole, oltre che del suo nome, qui, tra i vivi, ieri, oggi e domani, per sempre...

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