Operatori e cose Operatori e cose

Operatori e cose

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Immaginate di svegliarvi una mattina co­me le altre e vedere ai piedi del vostro let­to tre figure spettrali, ma terribilmente ve­re – un ragazzino con un sorriso stampato sul volto, un uomo anziano dall’aria auto­revole, che ispira fiducia, uno strano indi­viduo con lunghi capelli dritti e neri, linea­menti femminei e un’espressione arrogan­te. E immaginate, da quel giorno in poi, di non poter più pensare liberamente, di di­ventare le cavie di un oscuro esperimento e non poter fare altro che eseguire i loro ordini. È quello che è accaduto a Barbara O’Brien, pseudonimo di una giovane donna che al­la fine degli anni Cinquanta ha pubblicato questo libro: una delle più straordinarie te­stimonianze dall’interno di un delirio schi­zofrenico durato sei mesi, da cui miraco­losamente, e con le sue sole forze, è riusci­ta a liberarsi. Ma chi sono quelle figure che ha visto materializzarsi nella sua stanza, e cosa vogliono da lei? Sono gli «Operato­ri», occhiuti guardiani che nel suo univer­so paranoide studiano, sorvegliano, escogi­tano sempre nuovi modi per esercitare po­tere sulle loro vittime, le «Cose», a cui non resta che guardare e aspettare. Eppure, u­sciti insieme a lei dalla cronaca del suo deli­rio, ci sembra di avvertire una strana affinità fra l’operare di quelle feroci e perse­cutorie presenze e la struttura stessa su cui si regge il mondo chiamato «normale».



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Operatori e cose 2022-02-28 23:30:44 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    01 Marzo, 2022
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Onde, sulla spiaggia arida

Possiamo scegliere due modi per affrontare l’intelligenza tagliente e il tenero disincanto di questo libro di Barbara O’Brien, misterioso pseudonimo di un’autrice di cui non sappiamo nulla, neanche il nome. Possiamo cioè scegliere se accontentarci di un gusto facile e torbido e leggere questo volume come il resoconto miracoloso - dall’interno - di un delirio schizofrenico (cosa che in effetti è), oppure tentare di fare un passo oltre e leggere queste pagine come la storia di un’anima e di una mente che si ricompongono. Barbara O’Brien si sveglia una mattina qualunque vedendo ai piedi del letto tre figure inesistenti e che hanno però la consistenza ineludibile della realtà: tre allucinazioni che saranno il preludio a tre mesi di deliri paranoici che la faranno precipitare in un mondo governato dagli Operatori, uomini che hanno il potere di controllare le menti degli altri esseri umani, le Cose, che non hanno questa capacità. In questo mondo allucinato, che ha però sinistri bagliori della verità del reale, Barbara O’Brien cade e risale, senza alcun tipo di trattamento medico, come per miracolo. Ed è quando finisce il delirio, a metà del libro, che inizia la parte più avvincente: quella dell’analisi introspettiva, della vita che riprende, del mosaico che cerca il proprio spazio. Perché quando la mente torna in possesso di se stessa, svuotata dalla stanchezza della scissione interiore, frustrata dalla sua impossibile possibilità nel mondo, anche il delirio più eccentrico può forse nascondere le tracce di quell’inconscio che nelle sue misteriose vie ci conduce invece alla salvezza. Perché nella cronistoria così accurata di Barbara il confine tra malattia, Es e costrizione sociale sgrana continuamente una certa cosa nell’altra e alla fine della lettura, quando la spiaggia secca e arida della sua mente cosciente torna ad accogliere le onde umide delle emozioni e dei sentimenti, quando cioè la vita si riappropria di se stessa, in tutta la sua interezza, scorgiamo forse i contorni di un male che, faustianamente, da sempre persegue il bene.

La medicina contemporanea forse non classificherebbe quella di Barbara O’Brien come schizofrenia perché per definizione il delirio non ha coscienza di sé: eppure quello che di questo volume resta non è solo la grazia inaspettata della scrittura, il bagliore acuminato del pensiero, ma anche - e soprattutto -la consapevolezza che la malattia mentale è figlia del nostro tempo, del ritmo sincopato del lavoro, dell’alienazione rispetto all’ambiente, della distorsione spazio-temporale delle nostre giornate lavorative. Nelle meticolosa attenzione con cui Barbara di prende cura di se stessa intravvediamo alla fine, come in un darwinismo della malattia, che l’interazione tra geni e ambiente mefitico può davvero produrre l’involuzione della specie. E Barbara ce lo ricorda, col suo volto sfuggente, col suo nome segreto, con l’innocenza intatta della sua spregiudicata trasparenza. Eppure amaramente di lei, alla fine, nulla sappiamo davvero.

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