Narrativa italiana Romanzi Gli ultimi giorni di quiete
 

Gli ultimi giorni di quiete Gli ultimi giorni di quiete

Gli ultimi giorni di quiete

Letteratura italiana

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Antonio Manzini lascia da parte per un momento Rocco Schiavone e con lui l’indagine classica, le scene del delitto, le prove da raccogliere, le dinamiche a volte comiche a volte violente delle guardie e dei ladri. Ma tiene per sé l’intensità drammatica, i dilemmi morali, le ferite sentimentali che caratterizzano le storie del vicequestore romano, e pare ulteriormente amplificarle. In questo romanzo mette al centro di una vicenda amara e appassionante una donna, Nora, che sta tornando a casa con un treno interregionale. Seduto su una poltrona, non distante da lei, c’è l’assassino di suo figlio. L’uomo dovrebbe essere in prigione a scontare il delitto, invece è lì, stravaccato sul sedile. Dal giorno della morte di Corrado, Nora non si è mai data pace. Ora deve portare l’orribile notizia a Pasquale, il marito, col quale a malapena si parla da cinque anni. La vita di entrambi è finita da quando il figlio è stato assassinato da un balordo durante una rapina. Comincia così un calvario doloroso e violento, un abisso nel quale Nora precipita bevendo fino all’ultima goccia tutto il veleno che la vita le ha servito. Non può perdonare e accettare il figlio sotto una lapide e l’omicida in giro a ricostruirsi un’esistenza. Di chi è la colpa? Dove inizia la pietas e dove finisce la giustizia? E chi ha davvero il diritto di rifarsi una vita, quelli come Nora e Pasquale, che non riescono a smettere di soffrire, o chi ha sbagliato, ha ucciso un innocente e poi ha pagato la sua pena con la società? Forse non esiste un prezzo equo, un castigo sufficiente, per aver cancellato un’esistenza dal mondo. Dieci o venti anni di galera, sicuramente il prezzo per Nora e suo marito non è calcolabile; la giustizia fa il suo corso, vittime e carnefici si adeguano, ma non sempre. Almeno Nora tutto questo non l’accetta. Per lei quel giorno di viaggio in treno sarà «il primo giorno di quiete».



Recensione della Redazione QLibri

 
Gli ultimi giorni di quiete 2020-10-26 18:41:22 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    26 Ottobre, 2020
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Fine pena mai

Antonio Manzini torna in libreria sorprendendoci con una storia che non vede tra i protagonisti il suo personaggio più noto, il vicequestore Rocco Schiavone, da tanti ben conosciuto anche per l’ottima resa scenica che ne ha dato sul piccolo schermo l’attore Marco Giallini.
Schiavone nei romanzi cult di Manzini è un investigatore atipico, potremmo definirlo come un poliziotto sui generis che indaga in romanesco, con acume e ironia, nel mentre cerca disperatamente di restituire un senso alla propria esistenza, sconvolta dall’assassinio dell’adorata moglie Marina, avvenuta in tragiche circostanze per mano di un pregiudicato risentito nei confronti del poliziotto.
Una tragedia personale che restituisce sprazzi di intensa ed insolita tenerezza alle sembianze del poliziotto, di per sé persona intelligente, ricco di umanità, di buon senso pratico, positiva, ma che i fatti della vita, la sua crescita esistenziale nelle difficili e tormentate borgate romane, per quanto talora gravide di incredibili fortissimi legami di fratellanza, amicizia e solidarietà, hanno reso cinico, disincantato, irriverente nella distinzione netta tra bene e male, tra lecito o penalmente perseguibile.
Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia, a mio parere Manzini non è da meno neanche stavolta, anche senza Schiavone ha scritto un bel libro, ci sorprende piacevolmente con un’ ottima storia, attuale e moderna nei temi e nei personaggi, descritti con semplicità e sapienza, resi alla perfezione nella loro essenza, assistiamo attenti ad un raccontare reale e non di fantasia, sintetico, essenziale ma fluido e intenso, forse vigoroso solo a tratti, ma è così che deve essere.
Perché questo è una storia di vite infrante, un racconto disperato e disperante, e la disperazione, quella vera, se pure sorge d’improvviso, evidenzia appieno i suoi nefasti effetti spalmandosi nel tempo, approfondendo le sue spire gradualmente, avvelenando in profondità l’esistenza delle sue vittime; non è vigorosa al suo insorgere, è più subdola e deflagrante solo nel finale. Come questa storia.
Una storia che senza mezzi termini, da subito, dall’inizio, prende il lettore, lo avvince, lo interessa, lo inchioda alle pagine, neanche tante, che si fanno leggere con un misto di piacevolezza ed amarezza insieme. Un romanzo che si legge con piacere, dunque, anche se parla di dolore, di cordoglio, di afflizione, senza però mai scadere nel patetico o nella mestizia fine a sé stessa, e questo risultato lo raggiunge solo chi sa come scriverne. E bene anche. L’autore ha fatto davvero un ottimo lavoro.
Antonio Manzini ci riporta al meglio una storia dissacrante e dissacratoria, un racconto profanante del senso della giustizia, narra del comune buon senso infranto dalle tragedie personali.
Tratta di un assassinio, e di tutte le sue vittime, non tanto colui che è caduto, ma tutti quanti gli sopravvivono, a partire dal reo fino ai familiari dell’ucciso, quasi che un omicidio fosse un corpo pesante gettato a forza, con rabbia cieca ed impulsiva al centro di uno lurido specchio d’acqua, e il turbinoso moto ondoso con le onde concentriche che ne derivano travolgono inesorabilmente te rovinosamente tutti coloro che ne sono in qualche misura coinvolti, colpevoli ed innocenti, carnefici e vittime, un tsunami disastroso e irrimediabile. Per tutti e per chiunque.
Nora e Pasquale sono una comune coppia di mezz’età, gestiscono con buona fortuna una florida attività imprenditoriale a conduzione familiare, sono titolari di una tabaccheria nel centro città.
La loro esistenza si svolge tranquillamente lieta e felice, come quella di tante famiglie, ruota attorno al nucleo fondante della loro vita di coppia, l’unico adorato figliolo Corrado.
Si svolgeva: un triste giorno, per pura fatalità Corrado è da solo in servizio in tabaccheria, un balordo tenta una rapina, e vuoi per il dilettantismo del rapinatore, vuoi per il coincidere degli eventi, la paura e lo stress del dilettante, l’impulsivo reagire del giovane, il fato avverso e la cattiva congiuntura delle stelle e dei pianeti, fatto sta che Corrado muore accoltellato ed il rapinatore arrestato in flagranza.
Una rapina finita male che è non solo una tragedia, ma il prologo della disperazione annunciata.
L’esistenza terrena di Corrado termina, e con essa il suo sorriso e la sua gioia di vivere; e con lui termina anche la vita dei suoi genitori, gli ultimi giorni di quiete, che da quel momento in poi trascineranno le loro esistenze in un susseguirsi di gesti, movimenti, attività stinte, confuse, dissonanti, niente più che tentativi non di dimenticanza, che sarebbe impossibile, ma di annullarsi nell’oscurità e nel silenzio a celare il dolore.
“Portare i fiori sulla tomba di un figlio è contro natura. Piangere sulla tomba di un figlio è contro natura. Vivere al posto di tuo figlio è anche peggio.”
Al dolore si accompagna il rancore, l’astio, il livore per chi ancora respira, quando invece la persona che amavi più di te stesso ha esalato il suo ultimo.
Una reazione assurda e ingiusta ma quasi normale, del tutto logica, difficile a comprendersi se non si è vissuta sulla propria pelle, al rimpianto per l’affetto perduto si accompagna inevitabilmente l’acredine per chi sopravvive, che si reputa sempre immeritevole.
Questo è quanto accade a Nora e Pasquale, e si accentua al massimo grado allorché del tutto casualmente si imbattono nel balordo assassino, Danilo, scarcerato dopo pochi anni di reclusione per sommatoria di benefici di legge.
Una sensazione comune per un evento ricorrente, chiunque sia stato vittima di atti di delinquenza ritiene inadeguata la pena comminata al colpevole, qualunque sia il reato e il danno causato, nemmeno la massima severità, un fine pena mai, placa il personale sentimento di giustizia della parte offesa, figuriamoci per la perdita dell’unico figlio per la cui morte la giustizia ha ritenuto congruo l’estinzione della pena con pochi anni di reclusione.
In Nora e Pasquale scatta allora il meccanismo della rivalsa del borghese piccolo piccolo, un misto di odio, di rabbia, di ricerca della violenza, della vendetta, del sangue e della sofferenza da infliggere personalmente al colpevole, che anni fa fu magistralmente reso sullo schermo da Alberto Sordi in un film di Monicelli, appunto “Un borghese piccolo piccolo” tratto da un bel libro di Vincenzo Cerami.
Solo che la vita non è un film, serve fare i conti con la realtà: Pasquale vuole procurarsi una pistola, per farsi giustizia da solo, non solo per dare un senso ed un significato concreto alla sua scialba esistenza strascicata tra casa, lavoro e manutenzione continua di una vecchia motocicletta, ma anche per interrare una volta per sempre il complesso di colpa che lo tormenta da allora, in quanto avrebbe dovuto trovarsi lui al posto di Corrado quel fatidico giorno, se per una banale casualità non fosse accaduto diversamente.
“Non sono mai stato a favore della pena di morte. Ma della pena sì.”
Ben diverso il piano di Nora, che agisce in maniera più sottile, anche più semplice ed efficace per la sua rivalsa, oserei dire la più logica ed intensamente femminile.
“Una madre non ha più diritto alla vita se suo figlio quel diritto non ce l’ha più…”
Nora sa che quello che l’ha da sempre tormentata non è l’odio che le ha avvelenato l’esistenza, l’odio è solo una conseguenza, un sintomo; ciò che strazia di continuo senza fine è l’ossessione.
L’ossessione di rivedere continuamente la scena, di immaginarla, di creare con la mente alternative e sviluppi diversi, modalità differenti di svolgimento dei fatti, addirittura scenari futuri idilliaci impossibili a crearsi, l’idea fissa che un’immensa ingiustizia è stata commessa, prima da Dio, dal fato o da chi per lui e poi dalla giustizia degli uomini, e questo assillo, questo tormento, questo chiedersi perché Corrado e non altri assai più inutili e immeritevoli del suo figliolo, questa ossessione Nora intende restituire all’assassinio di suo figlio. Pari pari.
Perché si tormenti, accusi il colpo, reagisca, venga punito.
Perciò Nora si trasforma da placida vecchietta in una nemesi che segue Danilo come un’ombra, al lavoro, al bar, al supermercato, a casa, si pone appresso la sua compagna, dovunque vada lo segue, diventa la sua ossessione, perché sa benissimo che questa fa impazzire, basta poco perché questa si trasformi nell’incubo peggiore.
Antonio Manzini ha raccontato una storia di sentimenti, di sensazioni, di emozioni, tutte dolenti, amare, desolanti. Eppure, sono reazioni comunissime, quelle che chiunque proverebbe, davanti a simili tragedie, perchè le sofferenze tratte da tragedie improvvise e inaspettate come solo la vita sa proporre, oltre ogni realtà romanzata, hanno un solo attributo, sono crudeli.
Così crudele è la vita: serve godersi gli ultimi giorni di quiete.

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Gli ultimi giorni di quiete 2020-12-19 17:52:48 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    19 Dicembre, 2020
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Continuare a vivere?

“Convivere con quel pensiero non era facile, aveva scoperto quel piccolo nucleo esplosivo che molti esseri umani hanno che se eccitato e innescato si spacca, deflagra e ci fa dare il peggio di noi; ci trasforma in belve che si scagliano addosso ai diversi, ai deboli, agli emarginati. E fra un po’ considererò l’eugenetica come una ricerca non del tutto disprezzabile.”

Nora e Pasquale hanno subito una perdita devastante, probabilmente la perdita in assoluto più devastante per un essere umano, perché non naturale, perché sfida il corso del tempo e le logiche regole biologiche: la morte del proprio figlio. E’ successo ormai da alcuni anni, ma non moltissimi, dopodiché il dolore li ha compressi in una specie di sospensione dell’esistenza, ha spazzato via ogni altro sentimento, prospettiva, speranza; è rimasto spazio soltanto per quello, per il dolore.

Finché in un giorno come un altro di questa squallida sopravvivenza, Nora, in treno, viene sconvolta da un incontro scioccante e crudele: vede l’assassino del figlio che viaggia tranquillamente, respira, cammina; è seduto, poi alla sua fermata si alza e scende. La donna è scossa ed agghiacciata per l’accaduto: infatti l’assassino del figlio era stato arrestato, processato e condannato. Era stato in carcere, per circa cinque anni, dopodiché, scontata la sua pena, era uscito e adesso stava tranquillamente vivendo la sua vita.

E’ possibile per un genitore sopravvivere alla morte del figlio? E’ possibile attraversare quel dolore e andare avanti? E’ possibile perdonare chi ha tolto la vita al proprio figlio, o semplicemente accettare che quest’ultimo continui a vivere la propria, di vita?

Manzini ci fa riflettere su tematiche molto difficili, inquietanti; con questo romanzo ci vuole mettere di fronte a riflessioni scomode. Ognuno di noi infatti ha una sua etica e morale su determinate questioni, sa quale posizione prendere su precisi argomenti; ma l’autore sembra volerci suggerire che invece, messi davanti a eventi estremi, chissà come reagiremmo. Chiunque legga questo libro si pone queste domande. Spesso sosteniamo delle tesi con argomentazioni che si basano soltanto sulle emozioni e sugli istinti, oppure, al contrario, che si basano solo su ragionamenti: attenzione, sembra suggerirci questo romanzo. E’ importante cercare di comprendere, prima di giudicare.

Questo, secondo me, il pregio maggiore del libro, sostenuto anche da una scrittura piacevole e diretta. Un buon romanzo quindi, che offre interessanti spunti di riflessione.

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Gli ultimi giorni di quiete 2020-11-26 18:25:35 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Novembre, 2020
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Padri e figli, il legame infinito spezzato

«Portare i fiori sopra la tomba di un figlio è contro natura. Piangere sulla tomba di un figlio è contro natura. Vivere al posto di un figlio è anche peggio.»

Se c’è una cosa che un genitore mai si augura e mai è pronto ad affrontare è il sopravvivere a quel figlio che è stato messo al mondo e che, per circostanze spesso imprevedibili o nefaste, è venuto a mancare. Ed è proprio questa la circostanza dalla quale prende avvio “Gli ultimi giorni di quiete”, opera che ci propone un Antonio Manzini diverso da quello che abbiamo conosciuto con la serie dedicata ad Antonio Schiavone e sicuramente invece più vicino, per tematica e sensibilizzazione, a quello che abbiamo incontrato in “Orfani bianchi”. E cosa, ancora, ci chiede tra le righe l’autore, proviamo quando non solo nostro figlio è morto, presuntivamente ha avuto giustizia ed eppure dopo pochi anni quel reo, quel colpevole che si è macchiato di quel sangue e si è reso artefice di quella dipartita prematura e inaspettata, ha nuovamente ottenuto la sua libertà mentre la vittima ha pagato con una pena più cara di un ergastolo?
Un viaggio in treno, una donna, una madre ferita che sopravvive perché deve, lo vede, quell’uomo. Lo ha davanti in quel viaggio, lo segue quando scende, lo riconosce senza ombra di dubbio. La confessione a quel marito che sembra pronto a tutto pur di mettere la parola fine su quel dolore radicato nel cuore e su quell’ingiustizia e infine quel colpevole che negli anni si è ricostruito una vita alla quale non vuole rinunciare.
Tre voci, tre prospettive, tre diversi dolori per tre diversi punti di vista. Manzini ha il grande merito di riuscire a trattare un tema di grande attualità con una analisi che tocca ogni voce e che abbraccia ogni aspetto e sfumatura del tema trattato. E vi riesce senza mezzi termini e senza nulla risparmiare al lettore che, pagina dopo pagina, è chiamato a riflettere e a interrogarsi sulle questioni introdotte ma senza mai cadere nello scontato nel patetico, bensì toccando le corde più intime del conoscitore.
Non c’è altro da dire, c’è solo da leggere. Un titolo che arriva e che raggiunge il suo obiettivo.

«Nicò, una ferita per riaprirsi prima deve richiudersi.»

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