Una storia semplice
Letteratura italiana
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Opinioni inserite: 3
ho fatto una strana esperienza di lettura
Premetto che non è il genere di libro che leggo spesso, molto piccolo e se non fosse per qlibri non sarei riuscita a classificarlo nei "racconti" ... sembra un piccolo poliziesco.... all'inizio addirittura scontatuccio però è carino il capovolgimento che l'autore attua.... devo dire la verità, mi sembra uno di quelle letture per ragazzi (non inteso in senso dispreggiativo) essendo abbastanza sempliciotto per quanto riguarda il modo di scrivere e la storia di per sè... però,tutto sommato è carino, l'ho letto in pochissimo tempo, tipo un oretta e questo non mi ha dato la possibilità di affezionarmi ai personaggi e alla storia, cosa che io invece amo particolarmente fare!
cmq è un'esperienza che valeva la pena fare, perchè ho capito che mi piacciono i libri con almeno 200 pag, dove la storia si mescola con l'aspetto umano dei protagonisti, cosa che l'autore essendo un libro di 60 pag circa, tralascia!!!
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romanzo, e il titolo è un ossimoro
Non è contando il numero delle pagine che si arriva a classificare un libro! Un racconto, lungo o breve che sia, ha una diversa scansione narrativa di quella di “Una storia semplice”. I tempi narranti e lo sviluppo della trama sono senz’altro quelli del romanzo. Vedi la caratterizzazione e il numero dei personaggi, i vari punti di vista, le scene diverse e, soprattutto, il ritmo. Ma è tutto merito dell’autore, che in così poche righe ha saputo espandere un mondo narrativo a sé stante, così completo che altri autori – con storie simili – ci raccontano generalmente in 400 pagine. Sciascia incarna lo spirito siciliano alla grande: sintetizzando, si può dire nel palmo di una mano, ironia, mimica e realismo. Il solo titolo, “Una storia semplice”, ha una funzione ben determinata nel romanzo: un ossimoro che lo si scopre leggendo proprio la trama ma il cui rimando Sciascia ce lo offre con i pensieri del personaggio - colonnello (…il colonnello vide, invece, il caso molto complicato). Un ossimoro che con il “siciliano sentire” si trasforma in pura ironia; un’ironia che ci racconta il sopruso, una certa mafiosità, che fa capire, che spinge oltre l’interpretazione. E tutto questo Sciascia ce lo offre scrivendo in puro italiano, senza utilizzare cioè quel dialetto siciliano che di per sé è già intriso di ironia. L’ironia e la “sicilianità” di Sciascia sono tutte al netto, farina del suo sacco. Un grande.
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Il titolo è ingannevole
Il titolo inganna e del resto Sciascia, se non fosse quel grande scrittore che è per la capacità di analizzare fatti e fenomeni nelle loro mille sfaccettature, addentrandosi nell’apparenza alla ricerca di una possibile verità, non avrebbe potuto e voluto scrivere una vicenda gialla, ambientata in una Sicilia di epoca indeterminata, di assoluta linearità, in cui la vittima è proprio la persona che è e l’assassino, o meglio i colpevoli, sono quelli che il lettore attento dei romanzi dell’autore siciliano si attende.
Il racconto, perché trattasi di racconto lungo e non di romanzo, è invece estremamente complesso. Tutto ciò che a prima vista sembrerebbe di un’estrema semplicità è invece un gomitolo ingarbugliato, dove personaggi della giustizia e religiosi sono uniti da un unico filo conduttore che è quello della criminalità organizzata, insomma di quell’organismo distruttore, frutto di connivenze e di indifferenze, che è la mafia.
Del resto chi non vede, o meglio chi vede e non parla, riesce ad avere vita lunga, e così un testimone avrà dei vuoti di memoria del tutto provvidenziali che non gli impediranno tuttavia di collaborare con la polizia per pervenire alla soluzione di un pluriomicidio, anche per potersi così scagionare, in quanto lui stesso sospettato, ma che riconosciuto il capobanda, personaggio dalla doppia vita ed estremamente influente, eviterà di svelarne il nome, eclissandosi alla svelta, fuggendo da quel mondo di costante tensione in cui l’onesto finisce con l’essere sempre la vittima.
Veramente indovinati i personaggi, fra i quali emerge per atavico intuito il brigadiere, in eterno dissidio di classe con il commissario, e il professor Franzò, che in realtà interpreta il punto di vista Sciascia in un dialogo di alto livello proprio con il sottufficiale.
Una storia semplice fu pubblicato postumo, dopo la morte dell’autore, come lasciò scritto anche nelle volontà testamentarie. Ma esso stesso, cioè questo racconto, è un lascito, quasi un’ammonizione per i posteri sul lento disgregarsi delle istituzioni corrose dal cancro mafioso, al punto da diventarne strumento di conservazione fino a esserne esse inglobate.
Come al solito la lettura, più che consigliabile, è vivamente raccomandabile.









