La casa dei fiamminghi La casa dei fiamminghi

La casa dei fiamminghi

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«Insomma, che cosa ci faceva in quel posto? Non era in missione ufficiale! Qualcuno accusava i fiamminghi di avere ucciso una giovane donna, ma non era nemmeno sicuro che fosse morta! [...] «E, ammesso che fosse morta, l’avevano davvero uccisa? Magari, uscendo avvilita dalla drogheria, si era lasciata attirare dalle acque torbide del fiume. «Non c’erano prove! Non c’erano indizi! Machère procedeva a testa bassa, ma non avrebbe scoperto nulla, per cui da un giorno all’altro la Procura avrebbe certamente deciso di archiviare il caso. «Perché dunque Maigret si lasciava invischiare in quello scenario che gli era del tutto estraneo?»

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La casa dei fiamminghi 2017-09-12 17:41:03 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    12 Settembre, 2017
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Certo che, per essere un commissario parigino, Maigret se ne va parecchio in giro: come nel precedente ‘Il caso Saint-Fiacre’, eccolo in trasferta (convocato là da una lettera anonima, qui direttamente da un’appartenente alla cerchia dei sospettati) a seguire nel tempo libero una non-indagine nella quale, almeno all’inizio, manca persino una vittima accertata. In un paesino sulla Mosa vicino al confine franco-belga – un posto umido e piovosissimo, va da sé – una giovane donna del popolo è svanita nel nulla dopo aver dato alla luce un figlio il cui genitore è il rampollo dell’unica famiglia fiamminga del paese, assurta allo status piccolo-borghese perché i barcaioli loro compatrioti si rivolgono solo al modesto emporio che gestiscono in una zona periferica: i rimanenti abitanti sono convinti che proprio in quella casa sia da ricercare il motivo della scomparsa. Affiancato da un poliziotto locale meno stupido di quanto sembrerebbe, Maigret si dedica all’analisi delle circostanze e, soprattutto, degli accusati che vivono nel loro mondo chiuso: un padre instupidito dalla vecchiaia, una madre che tutto regola, due figlie di cui una prende ogni iniziativa e l’altra che non si vede mai, più il suddetto fratello portato in palmo di mano da chiunque e adorato dalla scialba fidanzata. Ennesima riproposizione del classico microcosmo autoreferenziale di Simenon, tanto a modino fuori, quanto minato da grosse magagne all’interno con l’aggravante della rigidità data dal perbenismo luterano come già in ‘Un delitto in Olanda”: il commissario dà l’impressione di divertirsi nella sua caccia al sepolcro imbiancato, facendosi al contempo rimpinzare nella dimora dei fiamminghi e tenendo d’occhio la povera abitazione della ragazza, il di lei fratello sbruffone (peraltro l’unica figura poco riuscita al punto da dar l’impressione del riempitivo) oltre a un marinaio ubriacone che pare sapere troppe cose. Una volta di più la soluzione, più che venir scoperta, finisce per venire a galla da sé senza però regalare soddisfazione a chicchessia, tanto meno al Maigret che percorre immusonito l’acido capitolo conclusivo. Il risultato è un romanzo diseguale e non annoverabile tra i migliori della serie, ma comunque capace di coinvolgere nella sua atmosfera fondamentalmente malsana.

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