Narrativa straniera Racconti Atti di adorazione
 

Atti di adorazione Atti di adorazione

Atti di adorazione

Letteratura straniera

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L'opera contiene sette racconti inediti di Yukio Mishima.



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Atti di adorazione 2015-01-09 04:46:33 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    09 Gennaio, 2015
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Tre pettini

“Atti di adorazione” è una raccolta di sette racconti, nei quali Yukio Mishima si riconferma autore complicato, dalle mille sfaccettature. I racconti non esauriscono infatti il loro significato nella storia, che spesso è sprovvista di azione, ma costituiscono occasione per riproporre culti, luoghi, idee e rappresentazioni.

Il primo racconto dà il nome alla raccolta e s’intitola “Atto di adorazione”.
Il protagonista è Fujimiya, un vecchio professore-poeta sessantenne (“Non c’era persona più solitaria e distaccata di lui”), fisicamente poco avvenente (“L’occhio cieco del professore era il sinistro”), stravagante nei modi di fare (“Lo avevano soprannominato dottor Strambo”), idolatrato dagli allievi (“Attorno al professore si era raccolta una schiera di seguaci, che lo consideravano un dio e si sorvegliavano gelosamente a vicenda nel timore di vedersi usurpare il favore presso il maestro”), spesso ermetico (“L’unico desiderio del professore… era che l’oscurità cavernosa della sua stanza migliore si riempisse del soffio della gioventù”), afflitto da misofobia, che manifesta nel disporre sempre di “un tampone imbevuto d’alcol”.

Quando parte per un pellegrinaggio (“Il loro triplice pellegrinaggio ai templi di Kumano”), chiede alla governante Tsuneko (“Talvolta ella si considerava addirittura la vestale del tempio di una sorta di comunità segreta, nata intorno alla figura del professore”), vedova quarantacinquenne che è anche aspirante poetessa, di accompagnarlo tra le ambiguità (“Ella aveva sognato un reciproco rispetto esaltato non da un amore comune, ma dall’amore sublime che dimora all’ombra dei cedri antichi, nel profondo delle montagne. Non avrebbe avuto nulla a che vedere con le solite banalità dell’amore tra uomini e donne ordinari, e nemmeno con l’esaltazione della reciproca bellezza che talvolta passa per amore”) e le complicanze (“La donna si accorgeva di essersi abbandonata ai pensieri più proibiti”) del loro rapporto.

Tsuneko è convinta che l’anziano professore nasconda un segreto (“Tsuneko si era convinta che, se soltanto fosse riuscita a comprendere il segreto che permetteva al professore di spremere una tristezza tanto raffinata da una vita così prosaica, lei sarebbe stata in grado di scrivere poesie degne del suo maestro”). Ne avrà la certezza quando assisterà, presso ogni tempio visitato, al rito dell’interramento di tre pettini (“Il professore continuava a tacere sui pettini ornamentali”), ciascuno dei quali reca un ideogramma che compone un nome di donna: Kajoko. Di tutto ciò la donna fornirà la propria personale interpretazione, anche alla luce del concetto dell’arte poetica come nascondimento (“Con il risultato che queste poesie descrittive, così emozionalmente trattenute, hanno una sottile capacità di destare sentimenti”).

Come spesso avviene in Mishima, la storia è anche occasione per celebrare luoghi e tradizioni. In particolare l’abilità descrittiva si abbatte sulla “cascata di Nachi… uno dei luoghi sacri”, oggetto di credenze mitologiche (“La convinzione che il luogo fosse l’accesso al regno dei morti”) e dall’aspetto simbolico (“Non aveva più niente della ninfa, era anzi un’immensa divinità maschile dall’aspetto feroce”).

Tra gli altri racconti, segnalo “La sigaretta”, che affronta il tema dell’adolescenza come epoca di scontro tra interiorità ed esteriorità, mutamenti fisici e turbamenti psicologici, emozioni e trasgressioni, individualismo e istinto gregario.

In “Pane all’uva”, invece, ritroviamo un Mishima straordinariamente inquietante sia nella raffigurazione di un giovanile rito collettivo (una specie di rave: “Poco dopo un giovane in perizoma di pelle di leopardo comparve brandendo in una mano una scimitarra e nell’altra un pollo bianco, vivo, ciondolante a testa in giù”), sia nell’affresco del protagonista scampato a un tentativo di suicidio (“E a poco a poco, era divenuto trasparente…”), sia nell’abbozzo di una violenza forse incomprensibile ai nostri occhi…

Bruno Elpis

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