Storia di una capinera
Letteratura italiana
Editore
Giovanni Verga nacque nel 1840 a Catania, dove trascorse la giovinezza. Nel 1865 fu a Firenze e successivamente a Milano, dove venne a contatto con gli ambienti letterari del tardo Romanticismo. Il ritorno in Sicilia e l’incontro con la dura realtà meridionale indirizzarono dal 1875 la sua produzione più matura all’analisi oggettiva e alla resa narrativa di tale realtà. Morì a Catania nel 1922. Di Verga la Newton Compton ha pubblicato I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, Storia di una capinera e Tutti i romanzi, le novelle e il teatro.
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Amore e Psiche
è stato davvero così esagerato Verga? siamo sicuri che questo non sia veramente l'Amore? quello vero, quello incondizionato, quello anche immaginario per certi tratti. io sono sicura che chissà dove, chissà quando, almeno una donna abbia provato la follia dell'amore, la morte dell'amore. è un libro travolgente, straziante a dir poco, ma Vero! mi è scivolato tra le mani in due giorni, lasciandomi le lacrime agli occhi, nonostante si sappia fin dall'inizio la fine del libro. immaginiamoci di essere Maria... non proveremmo le stesse emozioni? gli stessi ardori? lo stesso dolore che ti gonfia il cuore e non ti lascia respirare?.....
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Ultimo aggiornamento: 24 Aprile, 2012
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L'esagerazione di Verga
"Non è la nausea, la stanchezza, la sazietà ciò che qui produce la catastrofe: è la pienezza, è la forza che non può esercitarsi sul di fuori, e si scioglie, si disorganizza da se stessa con cieco furore". (Luigi Capuana)
Leggendo "Storia di una capinera" non si trova quel Verga esponente del Verismo, bensì ci si imbatte in un opera di palese ispirazione romantica, in cui però si evidenziano gli elementi che caratterizzeranno l'autore siciliano nei suoi romanzi e racconti futuri. La compassione per i deboli, ma nello stesso tempo la triste certezza di una situazione immutabile nel suo pessimismo, caratterizzano il bereve romanzo epistolare in cui la storia si snoda tra pagine intense e profonde. Pagine dominate dall'esagerazione, da un eccesso drammatico dal quale stracolma una disperazione sempre più accentuata; un climax doloroso, che trasforma l'amena situazione iniziale, in un disperato parossismo conclusivo. Storia di una capinera è la storia di Maria, un'educanda che, dopo essere uscita dal convento per sfuggire al colera, conosce le felicità della vita. Ma è una fuga apparente, coercizzata dalla mentalità arcaica di una classe sociale ancorata al passato. Maria è costretta a tornare in convento e si strugge d'amore consumandosi in maniera direttamente proporzionale all'aumentare del suo ardore. Ed ecco che Verga capovolge e disgrega la situazione iniziale, costruita, a ben vedere, su un'originaria negazione della vita e di conseguenza destinata all'esclusione. Il romazo coinvolge, attira nel suo vortice di eccesso e tragico, spinge il lettore ad identificarsi con la protagonista, a riconoscere un'enfasi che non può essere ricondotta a mera fantasia dell'autore. Pertanto ( e inevitabilmente) si è spinti a scorgere tra le righe un'esperienza autobiografica, capace di intrappolare ed ispirare lo stesso Verga. Il romanzo è la testimonianza di un amore cieco e di un furore interno che come dice Capuana "si disorganizza in se stesso", la prova di come una limitazione sconvolga l'animo e spinga gli uomini alla follia. Nello stesso tempo però Verga ci dimostra come spesso non siamo in grado si ribellarci ed abbattere le consuetudini. Certo, qui,tale situazione, è portata all'estremo, alla teatralità, ad una poetica dell'ecceso tipicamente romantica. Ma questo delirio non è raccontato per il puro piacere di esagerare. No, è un delirio che s'identifica in un pessimismo iperbolico.
Consigliato.
"Oh! Marianna! come questa parola [Dio] mi atterrisce!deliro, tu lo vedi... sono fuori di me... non so che cosa abbia... sarà la febbre... saranno i nervi... sarò matta..." (Giovanni Verga, "Storia di una capinera", dalla lettera del 5 Luglio)
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Il romanticismo di Verga
Questo breve romanzo in forma epistolare fu scritto da Giovanni Verga nell’estate del 1869, durante un suo soggiorno a Firenze, e fu pubblicato nel 1871 sulla rivista “La ricamatrice” e quasi contemporaneamente in volume, incontrando subito un notevole successo di pubblico. Al riguardo, si consideri che in circa venti anni ne furono vendute 20.000 copie, entità modesta se raffrontata agli esiti dei moderni best seller, ma notevole ove si tenga presente che la popolazione italiana, assai inferiore numericamente all’attuale, era inoltre largamente analfabetizzata, limitando così di fatto la dimensione dei potenziali lettori.
Il romanzo è in parte autobiografico e prende spunto da una vicenda realmente accaduta al Verga in età giovanile, il che comprova la partecipazione emotiva presente nell’opera, non solo spiegabile con l’intenso romanticismo di cui è pervasa. Non ci è dato di sapere se, oltre all’epidemia di colera che costrinse la famiglia e lo scrittore a rifugiarsi a Tebidi e all’infatuazione di lui quindicenne per Rosalia, educanda del monastero di San Sebastiano di Vizzini, altri elementi della trama siano realmente accaduti, circostanza di cui tuttavia dubito, mentre invece non è improbabile che la delusione amorosa possa aver non poco contribuito alla creazione di quest’opera, uno sfogo insomma, in cui le intense passioni traboccano e cozzano contro consuetudini alle quali, soprattutto la protagonista, non è in grado o non vuole ribellarsi.
Siamo ancora assai lontani dal Verga più maturo, da quello di maestro nel verismo, eppure già si notano caratteristiche che resteranno inalterate, come la compassione per gli sventurati, con l’acquiescenza tuttavia a un ordine costituito immutabile, sicché le condizioni di vita, e le vite stesse, restano rinchiuse irreparabilmente nei confini e nei limiti della propria classe.
Pur tuttavia, la narrazione, benchè in forma epistolare, è snella e accattivante, e poi non c’è cuore che possa resistere alla vicenda di Maria, novizia non per vocazione, ma per imposizione, e se poi a ciò aggiungiamo l’amore che essa reclama e che provocherà ancor di più la volontà di recluderla in convento, è evidente che si toccano corde intime, più che tocchi stilettate, che finiscono per coinvolgerci oltre misura. E quanto più ardente è la passione, quanto più assoluta è la disperazione per l’impossibilità di coronare un legittimo desiderio, tanto più finiamo con l’essere partecipi, avversando la perfida matrigna e impietosendoci per la povera fanciulla.
Sono esternazioni di sentimenti portate all’eccesso, quei grandi amori e quelle profonde delusioni tanto care al romanticismo, ma che fanno presa indubbiamente, visto che ancor oggi il romanzo è largamente apprezzato.
Fra l’altro, dallo stesso, è stato tratto un film per la regia di Zeffirelli che, anche per sua natura, ha accentuato impeti e struggimenti, con notevole consenso da parte degli spettatori.
Del resto, io stesso, se dovessi valutarlo per il pathos che mi crea, dovrei definirlo un capolavoro, ma se guardo con tono più distaccato concludo che sicuramente non lo è, pur restando un buon romanzo, la cui lettura è indubbiamente consigliabile.









