Narrativa straniera Racconti Il collezionista di conchiglie
 

Il collezionista di conchiglie Il collezionista di conchiglie

Il collezionista di conchiglie

Letteratura straniera

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«Raccogliere conchiglie - ciascuna uno stupore - conoscerne i nomi, lasciarle cadere nel secchiello: di questo era piena la sua vita, di questo traboccava. Certe mattine, muovendosi per la laguna, provava l'impulso quasi irresistibile di inchinarsi.» Queste sono otto storie fuori dagli schemi, permeate da un velo di magia e tuttavia profondamente ancorate all'umanità, molto reale, dei personaggi che le abitano. Otto storie che danno forma a una mappatura precisa e avvincente dei diversi paesaggi del mondo e dell'anima, all'interno dei quali le emozioni più intense - il lutto, la perdita, la metamorfosi, l'amore - trovano un'eco nella natura. In queste pagine si allargano fulgide barriere coralline abitate da molluschi velenosi, remote distese africane di erica gigante, selvagge brughiere argentee silenziose, foreste innevate in immobile attesa del disgelo. E lì, adagiate su un implacabile fondale, si dispiegano alcune memorabili vicende umane. Come quella di un cacciatore del Montana costretto a confrontarsi con la «sensibilità acuta e forestiera» della moglie nei confronti degli animali, o quella, luminosa, di Joseph Saleeby, ladruncolo e perdigiorno, in fuga dalle violenze inaudite della guerra civile liberiana, che in terra d'Oregon vorrebbe trovare redenzione e un luogo da poter chiamare casa. Prima dello straordinario successo di Tutta la luce che non vediamo, che lo ha visto trionfare sulla narrativa contemporanea americana degli ultimi anni, Anthony Doerr compose queste eccentriche prove d'autore, in cui ritroviamo il talento di una scrittura lirica e commossa di fronte al mistero dell'esistenza.

Recensione della Redazione QLibri

 
Il collezionista di conchiglie 2017-05-15 11:07:35 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    15 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Mag, 2017
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il fascino della natura

Otto racconti compongono quest'opera di esordio (2002) di A. Doerr, vincitore del Premio Pulitzer nel 2015 con “Tutta la luce che non vediamo” e ora nelle librerie italiane con “Il collezionista di conchiglie”.
La prima caratteristica che colpisce e cattura in questa raccolta è l'ambientazione: dal reef del Kenya ai boschi di conifere del Montana, dalle coste oceaniche del Maine alla lussureggiante vegetazione della Tanzania, Doerr trasferisce il lettore in luoghi affascinanti e carichi di suggestioni. Il paesaggio è sempre in primo piano nella narrazione, le descrizioni incantano e gli animali sorprendono per la loro facoltà di comunicare con l'uomo e svelare, a chi li sa ascoltare, messaggi e segreti. Gli elementi naturali assumono un significato simbolico, rappresentano un momento di passaggio, sono l'emblema della morte e della rinascita. La natura si fa specchio dei sentimenti degli uomini, della loro sofferenza e del loro desiderio di essere liberi, felici, in armonia con ciò che li circonda. I protagonisti dei racconti sono colti nel momento della crisi, in procinto di attuare un cambiamento radicale della loro esistenza, nell'atto di compiere quella metamorfosi che li farà rinascere creature nuove, consapevoli di aver finalmente trovato la strada giusta da seguire. I personaggi di Doerr sono quasi sempre in viaggio, alla ricerca di qualcosa o qualcuno che li possa appagare, che possa dare un senso alle loro vite e colmare il profondo senso di solitudine in cui si trovano.
I racconti sono tutti molto coinvolgenti, la prosa è ricca di immagini, suoni, colori, profumi, suggestioni. In alcuni testi prevalgono le descrizioni e l'introspezione del personaggio (ad esempio in “Certi treni”e in “Un garbuglio presso il fiume Rapid”), in altri a questi elementi si aggiunge l'azione che coinvolge il lettore in rocamboleschi viaggi e nell'incontro di bizzarri personaggi (come in “Così ci raccontavamo la storia di Griselda” e ne “Il 4 Luglio”).
Mi hanno particolarmente coinvolta tre storie. La prima è quella di Dorotea, adolescente protagonista del racconto “Certi treni”; la ragazza, insieme ai genitori, lascia l'Ohio per approdare sulle coste del Maine dove il padre spera di trovare un lavoro e riscattarsi socialmente. Lì, a contatto con l'oceano, Dorotea scopre e affronta le prime delusioni, si appassiona alla pesca, ma soprattutto ha la possibilità di stupirsi di fronte ad una manciata di sabbia in cui si nasconde un brulicare di vita; i sensi di Dorotea si acuiscono: “Il silenzio le sale nell'orecchio come un'onda e si frange in un arcobaleno di rumori minuscoli: un richiamo di civetta, il suono flebile di risa al falò, i pini che scricchiolano, cicale che stridono, riposano, stridono. Roditori che frusciano tra i rovi. Ciottoli che tintinnano. Foglie che dondolano. Perfino le nuvole che marciano. E sotto, il mormorio del mare avvolto nella nebbia. Questo è davvero un mondo pieno. Trabocca.” (p. 104). Doerr ha la capacità di far sentire il lettore parte di un mondo naturale magico, misterioso, affascinante e perfetto in cui è l'uomo l'elemento negativo, quello che guasta l'armonia.
Il secondo racconto ad avermi colpita è “Il guardiano”: in una terra sconvolta dall'orrore dalla guerra, la Liberia, Joseph, prima ladro e poi anche assassino, dopo aver perso sua madre è costretto a fuggire nell'Oregon dove trova lavoro come guardiano in una ricca tenuta. Lì scoprirà un altro orrore, più subdolo, ma altrettanto devastante: la spietatezza e l'indifferenza degli uomini che lo faranno sentire un escluso, un reietto. Joseph viene licenziato, non ha più nulla per cui vivere, ma quando niente sembra più avere un senso, Joseph pianta dei semi, come faceva sua madre, sul terreno nel quale aveva seppellito i cuori di alcuni capodogli spiaggiati, orrendamente mutilati da chi ne doveva smaltire le carcasse. Il desiderio di riscatto non lo abbandona: in una notte in cui lui stesso si sente senza speranza, salva una ragazza che vorrebbe morire annegandosi nell'oceano. I frutti delle sue piantine, due meloni, gustati insieme a Belle, la ragazza che ha salvato, sono una bellissima immagine finale: il simbolo di due vite che rinascono alla speranza.
Infine l'ultimo, splendido racconto: “Mkondo”. Questo termine significa corrente, flusso, ma è anche il gioco che Maima, in Tanzania, faceva fin da bambina: Maima segue un percorso, una strada, fino alla fine e poi fa un passo in più, va oltre, qualunque sia il pericolo, qualunque sia l'ostacolo. Ward, un ricercatore dell'Ohio, giunge in Tanzania per trovare un fossile, si imbatte in Maima e ne resta affascinato. Maima lo corrisponde, lo sposa, si trasferisce in America dove lui continua a lavorare in un museo di storia naturale. La ragazza, relegata in un ambiente chiuso ed asfittico, deperisce come una pianta senza luce, come le poiane incatenate che lei tenta di tenere in cantina, nonostante le lamentele dei vicini. Passano gli anni, Maima e Ward vedono inaridire anche il loro rapporto fintanto che la giovane donna, ormai fotografa affermata, sceglie di tornare in Tanzania. Ward, infelice senza di lei, deciderà di fare anche lui il suo Mkondo, il suo passo oltre le certezze: la andrà a raggiungere in quei luoghi selvaggi ed incontaminati, potrà sentirsi di nuovo vivo e ritroverà l'amore, senza dover dire una parola, con un fiore in mano.

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Il collezionista di conchiglie 2017-09-11 13:34:47 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    11 Settembre, 2017
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Un Doerr meno coinvolgente

Leggere due libri dello stesso autore, pubblicati con quindici anni di differenza, non sempre è un bene. Ho “conosciuto” il premio Pulitzer del 2015 proprio con il romanzo che l’ha fatto vincere ovvero “Tutta la luce che non vediamo”, un libro che ho particolarmente apprezzato.

Ora invece mi trovo ad aver ultimato “Il collezionista di conchiglie”, una raccolta di racconti che risale al 2002. I racconti sono ben otto, chi più lungo chi meno. Lo stile dell’autore è sempre sublime, quello che non mi ha convinto sono le storie. Alcune mi sono arrivate, altre pur avendole finite da pochi giorni, trovo già difficoltà a ricordarle.

I temi sono molto vari, come anche i protagonisti. Quello che mi è rimasto particolarmente impresso è “Certi treni”. Ho apprezzato in alcuni le ambientazioni, in altri i personaggi e le tematiche, ma nell’insieme, anche dopo tutte queste cose, quello che mi porto dietro alla fine della lettura è veramente poco.

Per lo stile lo consiglierei, per il contenuto ci penserei.

Vi lascio con due piccole frasi:

“Cose che passi la vita a schivare, e ti ritrovi a cercarle”.

“Per ritrovare una cosa, disse, l’unico modo è perderla, prima”.

Buona lettura.

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Il collezionista di conchiglie 2017-05-31 08:46:46 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    31 Mag, 2017
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Natura e saggezza

Dopo lo straordinario successo de “Tutta la luce che non vediamo” Anthony Doerr torna in libreria con un testo classe 2002 costituito da racconti, otto a voler essere precisi.
Due sono gli elementi forti dell’opera: le ambientazioni e lo stile narrativo caratterizzato da una penna solida, fluente e che accarezza. Questa si apre con il racconto di cui al titolo, con un testo dove suggestione, magia e passione si fondono in un unico elemento. A completamento di ciò un protagonista privo di vista eppure amante – e gran conoscitore – del mondo acquatico. La sua passione è tale da fondere il carattere umano con quello naturale. Perché la natura, con la sua genuinità, è emblema del dolore, della morte, della rinascita, della perdita, del dubbio, del desiderio di libertà e armonia, del sentimento umano con tutte le sue sfumature.
Non manca poi la caratterizzazione dei personaggi: questi maturano e crescono innanzi alle difficoltà, dopo esserne rimasti basiti, sconvolti, destabilizzati, riescono cioè a raggiungere un nuovo livello di consapevolezza, di esistenza, di saggezza, di pienezza. Non si tratta tanto di una delineazione fisico-caratteriale, quanto emotiva, interiore. Non sono inoltre mai individui statici, essi sono generalmente soggetti in movimento, “alla ricerca di”, spesso solitari perché soltanto imparando a stare da soli è possibile dare un senso alle vita e colmare il senso di vuoto che la condizione di unicità comporta, soltanto sapendo stare con sé stessi è di poi possibile stare anche con gli altri.
Non è ancora da sottovalutare la profonda disamina che tra le righe viene fatta circa l’uomo e il suo posizionarsi, spesso, se non sempre, in una condizione di disequilibrio, di rottura dell’armonia.
Unica pecca dello scritto è che l’eccessività di racconti sfianca il lettore che finisce col non riuscire ad apprezzarne ogni corollario. Le storie rischiano cioè di perdere di spessore e particolarità tanto da risultare piatte, uniformi, indistinte. Sarebbe dunque ottimale leggerne uno alla volta tra un romanzo e l’altro.

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