I paesaggi perduti I paesaggi perduti

I paesaggi perduti

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Cosa accade quando una delle più importanti scrittrici contemporanee, autrice di romanzi dalle trame avvincenti e personaggi memorabili, decide di abbandonare la finzione per raccontare di sé? Non un memoir sulla sua vita di scrittrice e nemmeno una classica autobiografia. Joyce Carol Oates non racconta tutto, ma solo quello che è decisivo, gli anni cruciali per la persona (e la scrittrice) che sarebbe diventata. Addentrandoci nelle pieghe dell'infanzia e dell'adolescenza scopriamo tanti misteri e capiamo dove nasce l'immenso serbatoio di storie che è la mente di Joyce Carol Oates. Il padre e la madre che sono personaggi da romanzo, il pollo "un po' speciale" come migliore amico, il primo incontro con la morte quando la migliore amica si suicida, una sorella che è un enigma pericoloso e triste, gli amori e i libri, Alice nel paese delle meraviglie. Ma il vero protagonista è il paesaggio, quell'America rurale fatta di fattorie e avventure all'aria aperta, duro lavoro e perdita, felicità estive, un paesaggio che diventa molto più di uno sfondo per i romanzi futuri. È l'origine stessa del desiderio di scrivere. Ci sono molte foto in questo romanzo, sfilate dall'album di famiglia e mostrate per la prima volta ai lettori. Istantanee di tanto tempo fa e ritratti recenti, tutti ugualmente animati da un fascino mitico che ci fa riconoscere in quei volti lontani e imperscrutabili i fantasmi della nostra infanzia, gli stessi che potremmo ritrovare nei bauli dimenticati nelle soffitte delle nostre case di famiglia. Queste foto, assieme ai ricordi dell'autrice, a volte commoventi a volte irriverenti e teneri, ci dicono che quei fantasmi sono gli stessi per tutti noi e ci stanno vicini per tutta la vita, fino a quando non finiamo per diventare noi stessi questi fantasmi che abitavano il paesaggio e il tempo perduto della nostra infanzia.

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I paesaggi perduti 2017-08-16 17:26:19 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    16 Agosto, 2017
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Un viaggio nel tempo e nella storia americana

I paesaggi perduti non è il diario di una vita di scrittura, e neppure una autobiografia tradizionale, bensì va inteso come i frammenti di un delicato diario autobiografico di Joyce Carol Oates, una delle più importanti scrittrici contemporanee, autrice di romanzi dalle trame avvincenti e con personaggi memorabili. Un diario, composto da uno straordinario collage di ricordi, impressioni, piccoli fatti quotidiani importanti o no, pudori e riservati sentimenti familiari, così belli e veri anche forse perché non urlati strepitando.
L’autrice narra solo quello che lei stessa considera determinante, ovvero gli episodi che in qualche modo hanno lasciato in lei una traccia indelebile. Cominciando dai primi lontanissimi sprazzi dell’infanzia, addirittura legati ai suoi due, tre anni, ricostruiti da una foto scattata davanti alla fattoria dei nonni adottivi ungheresi a Millersport, dove doveva vivere la sua famiglia, anche perché la Depressione aveva profondamente scosso in negativo l’America. Una comunicazione poco più che a gesti con la nonna che cucinava piatti speciali, ma non parlava l’inglese, cosa che invece in qualche modo faceva il gigantesco nonno che derideva bonariamente la piccola nipotina. La vita di un bambino in una fattoria con dei polli che presentano un mondo a sé, con Happy un pollo speciale come amico, un pollo femmina e affezionata a Joyce quasi come se fosse un cane è solo uno degli episodi determinanti. Poi c’è il padre che adorava suonare il piano, guardare la boxe, volare e la madre, madre e moglie straordinaria, ma che non ha mai superato appieno il complesso di essere stata “data via” dalla vera famiglia, che la Oates descrive: sono soltanto dei personaggi tra tanti che sembrano uscire da un romanzo, come il fratello, Fred Robin, di cinque anni più giovane di lei a cui dedica il libro, che le ha sempre dato affetto e supporto in ogni evento. Torna qui il duro impatto della autrice con la morte, ad esempio, quando la sua migliore amica, figlia di un grande medico, in crisi di depressione si uccide e la difficile accettazione della sorella minore che, con la sua diversità rappresenta una parentesi familiare pericolosa e triste. L’amore per la scrittura, gli anni dell’università a Syracuse, poi a Madison, con i suoi dogmi letterari e l’insonnia che la attanaglia, ma dove incontrerà Ray Smith, il suo futuro marito. E poi il primo racconto pubblicato da una rivista femminile…. Il matrimonio, il pellegrinaggio nei ricordi nelle varie università dove ha insegnato con Roy, e poi lo scrivere, il successo, i libri.
Ma forse il principale protagonista di questo libro è proprio il paesaggio, lo scenario di un’America rurale fatta di fattorie, avventure all’aria aperta, duro lavoro, felicità estive, che si è trasformato spesso in uno sfondo per tanti suoi futuri romanzi. Leggendo I paesaggi perduti scopriamo da dove nasce l’immensa fucina di storie conservata dalla mente di Joyce Carol Oates. E…. forse è la vera fonte della sua scrittura.
Una bella storia fatta di tempi e legami per l’autrice determinanti. Uno spaccato di vita vera di oltreoceano fine anni quaranta, cinquanta, meno patinata di quanto si vede spesso al cinema, ma reale, emozionante, interessante e narrata con grande umanità da una autrice brillante, vivace e in grado di farci fare con lei un lungo ed intelligente viaggio nel tempo e nella storia americana.

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