Le nuvole non hanno lacrime
Letteratura italiana
Editore
Gavino Puggioni. Alcune sue poesie sono state pubblicate già in alcune antologie del 1958-59 dirette da Ernesto De Leo, poeta e animatore della Editrice Musicale Letteraria Il Sole D'oro di Genova. Altre poesie, negli stessi anni, pubblicate da riviste e giornali di cultura poetica de L'Approdo del Sud di Napoli. E in quel periodo giovanile, dai 17 ai 21 anni, scrive 96 poesie dedicate al suo essere, alla sua terra, a chi vi lavora , nel bene e nel male. Scrive anche undici racconti “tristi” e nostalgici e tutto questo rimane custodito per otto lunghi lustri, prima su quaderni scolastici e poi da questi trasferiti su fogli di A4, aiutato dalla sua vecchia lettera ventidue. Dopo una lunga parentesi di lavoro, nel 2001, riprende a scrivere con lena e amore per il tempo passato pur vivendo il presente e guardando al futuro. Nel 2003 pubblica FINAGLIOSU raccolta delle prime prove di scrittura, arricchita da due nuovi racconti dedicati, uno, alla memoria e l'altro alla storia. Nel 2004, sempre per i tipi della Magnum Edizioni, da alle stampe L'ARCOBALENO IN GIARDINO, poesia e piccola prosa che rivelano l'animo del poeta, tra ricordi, realtà e speranze di una vita vissuta ed intensa. Nel 2007, sempre per lo stesso Editore, pubblica NEL SILENZIO DEI RUMORI, biografia dei battiti del suo cuore, della sua anima, dell'uomo che ama, che esalta e difende l'amore per tutti, in particolare per i bambini, per i bambini del mondo, ai quali dedica delicatissime poesie. Collabora al quindicinale di politica e cultura IL SASSARESE e per quattro anni ha scritto e collaborato alla rivista di cultura LA FRISAIA. Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari nazionali ed internazionali di Poesia ottenendo lusinghieri risultati.
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Il disagio esistenziale
Già il titolo sembra esulare dalla visione poetica che hanno le nuvole. Nei versi di tantissimi autori, a parte le forme e i colori, ricorrono le lacrime delle nubi, che quasi sembrano sciogliersi vedendo dall'alto le miserie, materiali, ma soprattutto morali, degli uomini.
E invece troviamo poesie che denotano un sottofondo di amarezza esistenziale, come meno larvatamente in “Polvere di stelle”, una metafora piuttosto esplicita delle auto illusioni degli uomini, o come anche in “Fermare la luce”, quasi uno sfogo nella constatazione della freddezza dei sentimenti e della sostanziale solitudine che accompagna il cammino terreno.
A volte questo stato di disagio prorompe in un urlo metafisico che vorrebbe essere liberatorio e che invece è un ulteriore affondo nella piaga che all'interno accompagna il poeta (...Di paura/urlo/la mia innocenza/che mi trascina/che non mi vuole/) E così anche l'aspetto più reale della natura finisce con l'essere il riflesso di un'azione umana devastatrice ed impietosa, con quella terra che tutto accetta, anche di essere parte di una apocalisse provocata dai suoi abitanti.
Le voci, suoni che dovrebbero essere normali, diventano urla soffocate, in uno sgomento che tanto richiama l'opera pittorica di Munch.
In una visione disincantata e profondamente caustica la vita diventa un palcoscenico su cui nessuno è se stesso, ma tutti recitano un copione, suonano uno spartito disarticolato da quello degli altri, in una confusione e stridore di note che sancisce - ancora una metafora - l'innata incomunicabilità, fonte e frutto di una solitudine egoistica a cui lasciarsi andare pur di continuare a essere parti della rappresentazione.
Nemmeno il sogno è una fuga, perché si rivela sempre un incubo, un riflesso mentale della desolazione del giorno, né è possibile dimenticare, poiché la vita di questa umanità è la nostra vita, una miseria interiore di giorno, una tragica visone onirica di notte.
E non è che i “Pensieri”, silloge nella silloge, abbiano una fonte d'ispirazione diversa, perché, se pur affrontando il tema dell'esistenza in altro modo, resta forte e inscindibile quella consapevolezza di vuoto a cui si è tuttavia del tutto incapaci di porre rimedio.
Nella visione del mondo che ha Gavino Puggioni non c'è spazio per la speranza, non c'è un tentativo di trovare soluzioni, perché l'uomo, sembra dirci, non ha vita se non nella vita stessa, comunque essa sia, ed accettarla vuol anche dire viverla, in tono rancoroso, dimesso, gracidante, ma pur sempre vita è, insoddisfacente, incongruente, illogica.
E' un'amarezza anche al vetriolo, ma è comunque e sempre il segno che l'insoddisfazione, se è la misura della nostra sconfitta, è anche il sintomo che testimonia chi siamo.









