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Sylvia
 
Sylvia 2016-11-21 07:07:49 Mian88
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3.3
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    21 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 21 Novembre, 2016
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Sylvia, oh Sylvia...

Sylvia, un nome, un grande amore, una follia, un viaggio visionario incontrollabile ed inarrestabile. Quando il ventisettenne protagonista di questo lungo racconto fa rientro, in quelli che erano i primissimi anni ’60, a New York, dopo due anni di corsi postuniversitari a Berkley ed altrettanti tre (dal 1953 al 1956) per laureati presso l’università del Michigan, mai si sarebbe immaginato di essere travolto da una spirale di circostanze, eventi di tale portata. L’attrazione di una sera che si tramuta in una livida ossessione per confluire infine in un allucinato inferno coniugale.
Sylvia e il giovane, mai nominato per nome, si conoscono, fanno l’amore, fanno e rifanno nuovamente l’amore ed il giorno dopo vanno a convivere insieme. Lei, studentessa universitaria di lettere antiche, lui scrittore e successivamente professore, che si vede sfuggire la situazione di mano. Ella è una donna incontrollabile, patologicamente affetta da gravi squilibri mentali non curati che fanno si che ogni giorno sia un litigio, che ogni giorno sia una incomprensione, che ogni giorno sia una semplice e pura insania. Ma chi era Sylvia? Sylvia era a suo piacimento una donna timida, dalla sensibilità patologica, preda di improvvisi scoppi d’ira, o ancora era una donna fascinosa, una “puttana per intellettuali”(cit) che si dilettava a sorseggiare bourbon e che si vantava delle proprie infedeltà coniugali col marito per poi richiedere allo stesso di tornare insieme dimostrando così di saper essere splendidamente depravata, dotata di humour brillante e distruttivo, perversa ed irresistibile. Eppure a nulla valeva il fatto che il suo quoziente di intelligenza fosse superiore alla media, a nulla servivano le premure del compagno, ella si sentiva ripugnante, si odiava, detestava il suo riflesso, non si accettava e trovava qualsiasi scusa per rifarsela con Leonard. Che uomini di ogni genere la trovassero attraente, arguta e affascinante, era un mero dato di fatto.

«Darei trenta punti del mio quoziente d’intelligenza per un naso più corto».
«Non c’è niente che non va nel tuo naso».
«E’ troppo lungo, di un millimetro»

Le liti che coinvolgevano la coppia talvolta erano talmente forti e sconvolgenti che perfino i vicini di casa si rifiutavano di porre loro il saluto. O ancora, quante volte l’innominato protagonista, che di fatto però sappiamo essere l’autore stesso, si ritrovava a dover gestire i suoi sbalzi d’umore, a tollerare i suoi scatti inconsueti, a cercare di rassicurarla con ogni gesto d’affetto possibile dormendo appena un’ora per poi alzarsi per andare al lavoro. Quanto semplicemente l’ha amata.
“Sylvia”, Adelphi, è un romanzo autobiografico che narra le vicende che hanno visto protagonisti Leonard Michaels con quella che sarebbe diventata la sua prima moglie, Sylvia Bloch, per confluire infine al tragico ed inesorabile suicidio di questa. L’autore, mantiene un certo grado di riserbo e di ambiguità su ciò che rappresenta verità e su ciò che è, passatemi il termine, “fiction”, eppure pagina dopo pagina si percepisce quanto questa storia abbia significato per lo scrittore, quanto effettivamente lo abbia provato e turbato, lo abbia segnato.
Il racconto segue un equilibrio ed una linea narrativa ben precisa, Michaels è attento, preciso, chiaro e puntuale nella ricostruzione tanto che l’opera si dimostra essere un buon reportage dei fatti, ma al tempo stesso è empatico, diretto, libero alle emozioni che vengono espresse nella loro crudezza, nella loro disperazione, nella loro impotenza. Tra le note di Elvis Presley e Allen Ginsberg, tra i fiumi di alcol, droga, sigarette e sesso, tra le prime chiare manifestazioni di omosessualità, assistiamo alla “folie à deux” di queste anime interdipendenti, incapaci di vivere insieme e di lasciarsi andare, autodistruttive.

«Il mio delitto, che esisteva solo nella sua testa, non poteva essere dimostrato, ma neanche la mia innocenza.[…] Era questa la mia infedeltà segreta, mai confessata ai diari. Malgrado l’infelicità quotidiana del nostro matrimonio, scrivevo che amavo Sylvia. Lo scrivevo ripetutamente nei diari, asciugandomi lacrime sincere e patetiche. “Amo Sylvia”. [..] In un lampo quelle donne si impressero nei miei nervi e nelle mie ossa. Non parlai mai con nessuna di loro, né le rividi. Le ricordavo con amore e disperazione. Cominciai a ricordarle prima ancora che fossero scomparse alla mia vista, come se non fossero mai state altro che reminescenze, figura di una vita precedente e più felice.» pp. 83-85.

«Era come incontrarsi sulla grande ruota dell’esistenza, procedere attraverso altre vite, e poi incontrarsi di nuovo, senza ricordare di essersi già incontrati in precedenza. Però io me lo ricordavo» p. 88

«Il ruggito di un aeroplano squarciò il cielo. Ogni cosa giungeva a me come sensazione, non come sentimento. Non avevo sentimenti a cui fossi in grado di dare un nome. Non avevo sentimenti umani» p. 128

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