Sole senza nessuno Sole senza nessuno

Sole senza nessuno

Letteratura italiana

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La trama e le recensioni di Sole senza nessuno, romanzo di Letizia Muratori edito da Adelphi. Della sua lontana carriera di modella Emilia non ha conservato molto, tranne una nervosa tolleranza verso l’eccentricità. Eppure la proposta che le arriva all’improvviso da una sua vecchia conoscenza nel mondo della moda, l’ineffabile signor Murita, la lascia per un attimo interdetta: si tratterebbe infatti di curare nei minimi particolari, a partire dagli abiti alla coreografia e oltre, le settantadue ore che alcuni turisti giapponesi amano trascorrere a Roma per ricevere, in una cerimonia che al ritorno presenteranno come un matrimonio esotico, la benedizione della Chiesa cattolica. Essendo nata in sartoria, e dopo anni di passerella, Emilia ha visto ben altro: i capricci di Audrey Hepburn e Ava Gardner, ad esempio, o le bizze di vari stilisti. Ma la sua perplessità non è di carattere professionale. Accade infatti che il lavoro di Murita consista nella messinscena, e quindi nella parodia, di un matrimonio, e che al matrimonio Emilia non pensi volentieri: molto tardivamente quello con Paolo, tenuto in piedi a forza quasi dagli inizi, si sta sciogliendo, mentre sua figlia Sofia, risucchiata da una brillante carriera di fotografa, ha una vita sentimentale che la Chiesa non benedirebbe mai. Eppure alla fine Emilia accetta, innescando una catena di eventi lievemente surreali che punta dritto al cuore nero di una vita molto diversa dal suo book. Nei suoi libri precedenti, Letizia Muratori aveva dimostrato di saper fondere a freddo il riso e l’angoscia, l’intermittenza della commedia e la voragine improvvisa del silenzio. Qui la fusione è invece calda, e il ritratto di una donna, delle sue solitudini, della penombra dolorosa cui non riesce a strapparsi si legge d’un fiato: temendo sempre più – e a ragione – l’arrivo della luce.

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Sole senza nessuno 2010-11-27 11:58:49 rebeccarordeel
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rebeccarordeel Opinione inserita da rebeccarordeel    27 Novembre, 2010
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Madri e figlie, sole senza nessuno

Quando si è madri, lo si è prima di ogni altra cosa. Un rapporto da cui non si può prescindere, che non si interrompe mai: questa è la vera sfida di Emilia, di sua figlia, di sua madre, di sua suocera. Il racconto di una ripartenza difficile e dolorosa, per una donna che mette in gioco tutto quello che ha, ritrovando, alla fine, il punto giusto da cui prendere la spinta e saltare.

Ambientato ai nostri giorni, questo romanzo racconta una sfida: quella di un’ex modella, Emilia, figlia di una sarta che ha lavorato nel prestigioso atelier romano delle sorelle Fontana, che si ritrova per le mani un’inconsueta proposta di lavoro. A fargliela è un giapponese, Murita, che organizza, per i suoi connazionali in viaggio in Italia che bramano l’esotico occidente, pseudo-matrimoni, o meglio, benedizioni della Chiesa cattolica, e che ha bisogno di Emilia per far funzionare questa macchina delicata e complessa. Lei accetta, tirandosi dietro, quasi suo malgrado, la figlia fotografa; resuscita l’eco del lavoro di sua madre, decidendo di cimentarsi nel disegno degli abiti da sposa; recupera l’ombra di un sentimento materno, ritrovandosi a occuparsi della giapponese di turno, suscitando la gelosia della figlia. Ma fa tutto come se non lo volesse davvero, come se a sospingerla fosse uno straziante istinto di sopravvivenza.
A quasi sessant’anni, Emilia si trascina dietro le pesanti zavorre del suo passato che, quotidianamente, l’assillano da ogni parte: una madre da cui non riesce ad essere amata, una figlia che non riesce ad amare, un marito con cui – se non alla fine – non riesce a fare i conti.
Resta in bilico, Emilia, attratta da quello che è in grado di essere – una non-persona, devastata e preda di un dolore maestoso – e sospinta verso il punto in cui l’asse, su cui è sospesa, finirà.
Fino alla presa di coscienza finale: siamo in una Roma magica, quella degli androni bui e risuonanti dei vecchi palazzi signorili, tutti muri spessi e ringhiere di imponenti scalinate, una Roma che è, come il cuore di Emilia, incapace di staccarsi dalla sua storia, che non ci sta dentro i sussulti angusti del dolore e prorompe in tutta la sua maestosità, come il passato di Emilia che dilaga in “triangoli di luce che tagliano le ginocchia”. E’ la vita stessa, infine, che, insospettata e sconvolgente, costringe l’anima a vibrare e, nella semi-oscurità dell’interno di un palazzo, a brillare di nuovo, in un lento, doloroso ma ineludibile cammino verso quella pienezza di sé che da tempo Emilia si merita di ritrovare.
Questo romanzo di Letizia Muratori assomiglia a una prova ben riuscita di un esercizio alla trave: si sente, nelle parole scelte, nelle evoluzioni di una vita in cui scorrono all’unisono l’allora e l’adesso, tutto lo sforzo di restare in equilibrio e continuare a camminare fino in fondo. Si avverte la fatica dell’impegno, il duro lavoro, l’esercizio continuo: per arrivare all’atterraggio perfetto dal doppio salto mortale in punta dell’infido attrezzo, niente è lasciato al caso. C’è maestria di rifiniture, c’è accettazione e, anzi, quasi gusto, del rischio, c’è desiderio di tentare figure nuove, ma sempre ben calibrate; c’è la sfida, superbamente affrontata e risolta, a cimentarsi con sentimenti che potrebbero travolgere una mano meno responsabile. C’è tutta la bellezza di un cuore messo su un piatto.

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