Il ventre di Parigi
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Il romanzo sociale di Parigi
Il Ventre di Parigi è un romanzo di Emile Zola scritto nel 1874. Come scritto nella recensione, il libro fa parte del ciclo dei "Rougon-Macquart". Si tratta di una romanzo sociale dove il vero protagonista è il quartiere delle Halles, sede dei mercati generali di Parigi. La storia di Florent è solo un pretesto che Zole utilizza per descrivere la misera vita della "plebaglia" parigina, incapace di ribellarsi al conformismo del potere.
Le descrizioni dettagliate permettono al lettore di immergersi benissimo nel contesto, tanto da riuscire quasi a vedere le montagne di cibo, ascoltare i rumori e sentire gli odori penetranti delle Halles. D'altra parte questo aspetto rallenta notevolmente il ritmo del romanzo che alla lunga risulta un pò noioso. La storia, come detto, essendo solo un pretesto non riesce ad appassionare molto il lettore, che tra l'altro conosce già il finale.
Proprio per questo mi sento di sconsigliare il libro a chi cerca una storia appassionante ed ama i ritmi serrati. Invece mi sento di consigliarlo a chi cerca un ritratto unico della bassa società parigina nella seconda metà del XIX secolo, per capire i meccanismi sociali e la mentalità che regolava la vita del tempo.
Sullo stile di Zola non si può discutere; la sua scrittura è fluida, diretta, efficace.
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Il ventre di Parigi
L’impressione che proviene dalle descrizioni dettagliate di Zola del mercato parigino è quella di trovarcisi completamente immersi. Un viaggio tra colori, odori, sapori, un percorso vivo, traboccante, grasso e tremendamente vero. Un cuore pulsante che lo scrittore chiama “ventre”, termine che si fonde con la rotondità delle donne, autentiche protagoniste di una storia che passa spesso in secondo piano rispetto alle minuziosissime informazioni sui cibi in grado di stendere per sfinimento gli animi più bulimici. In fondo è una donna a raccattare per strada il redivivo Florent conducendolo al mercato, una donna a rimetterlo in sesto e una serie di donne in combutta e disposte addirittura a rappacificare vecchi conflitti e rancori a restituirgli il suo destino. Nel frattempo sgangherati tentativi rivoluzionari si agitano contro i mulini a vento di un mondo egoista, geloso, pettegolo, conservatore e ipocrita. “Che canaglia, la gente onesta!” chiude il magnifico romanzo in maniera gloriosa e in un contesto che definire di sazietà significa utilizzare un eufemismo piuttosto azzardato. La contrapposizione tra l’allampanato Florent e l’adipe della bella Lisa e della bella Normanna è una metafora semplice quanto calzante del trionfo dell’individualismo sulle idee. Il grasso dei cibi, associato con le fattezze di chi ne fa incetta, è il vero vincitore, visto in un contesto che lo esalta senza pensare alle sue conseguenze a lungo termine, ma soltanto alla bellezza della carne abbondante. E’ proprio tra sanguinacci e insaccati che M. Quenu troverà la forza di sopportare l’addio definitivo del fratello idealista









