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«Non potevo fare a meno di pensare, Dio mio, questi postini, non fanno altro che infilare le loro lettere nelle cassette e scopare. Questo è il lavoro che fa per me, oh, sì sì sì.» Ma il paradiso sognato da Henry Chinaski, il leggendario alter ego di Bukowski, viene brutalmente smentito dalla realtà quando, assunto dall'amministrazione postale americana, si ritrova con la sacca di cuoio sulle spalle a girare in lungo e in largo attraverso la squallida periferia di Los Angeles. Profondamente deluso dalla monotona routine quotidiana e insofferente ai rigidi regolamenti della macchina burocratica, Chinaski si consola affondando le sue frustrazioni nell'alcol e trovando rifugio tra le morbide braccia di donne più sole di lui.

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Post office 2014-11-18 04:20:07 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    18 Novembre, 2014
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2014
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Un romanzo ad alta gradazione

Il Charles Bukowski fotografato in “Post office” reca il nome di Henry Chinaski e sfugge alla vita del clochard facendosi assumere come supplente in un apparato del sistema produttivo capitalisticamente ispirato a regole rigide ed efficienza.
Naturalmente, lo spirito ribelle dello scrittore insorge e confligge con i responsabili che di volta in volta cercano inutilmente di piegare il Buk al rispetto delle regole.
Il mestiere viene svolto in un’epoca molto diversa dall’attuale: le mail non esistevano, ma alcuni passaggi del romanzo riflettono situazioni che ancora oggi viviamo, quando svuotiamo la casella delle lettere invasa da scampoli di Amazzonia sacrificata (“Non era colpa mia se usavano il telefono e il gas e la luce e comperavano tutto a credito”).
Dopo un primo licenziamento maturato nell’insofferenza al sistema, Chinaski decide di tornare all’impiego postale nonostante la sua fedina opaca (“Mr. Chinaski. La sua situazione giudiziaria è terribile. Vorrei che mi spiegasse il perché di tutti questi fermi, e se possibile giustificasse la sua attuale posizione presso di noi”) per evitare le critiche di parassitismo provenienti dalla famiglia della moglie Joyce, miliardaria e ninfomane che costringe il Buk e veri e propri tour de force del sesso.
Poi il matrimonio naufraga, Chinaski passa da un rapporto all’altro con una concezione della donna (“Le donne erano destinate a soffrire, non c’era da meravigliarsi che volessero sempre grandi dichiarazioni d’amore”) decisamente criticabile e di fatto criticata dalle femministe europee (“Non è una novità che le donne ti si appiccicano addosso e non ti mollano più”), sino a cadere nelle braccia di Fay, che gli regala una figlia. Ma anche la paternità viene affrontata con svagata disinvoltura (“Dopo un po’ ricevetti una lettera di Fay. Lei e la bambina vivevano in una comunità hippie del New Mexico”).
Tra un’ammonizione e l’altra, tra corse di cavalli e un funerale (“Ero andato alle corse anche dopo gli altri due funerali e avevo sempre vinto… un funerale al giorno e sarei diventato ricco"), Chinaski matura la decisione: dopo un periodo d’aspettativa (“Le poste mi hanno trattato bene. Ma ho assolutamente bisogno di tempo per curare certi miei interessi”) nel quale dà libero sfogo alla sua natura senza il fastidio del lavoro (“Era una bella vita e cominciai a vincere davvero”), e dopo undici anni di (dis)onorato servizio, il postino si licenzia in via definitiva. Il Buk ha cinquant’anni suonati e lascia il certo per l’incerto…

“Post office“ rimane un’opera fondamentale per ritrarre l’icona dello “sconvolto” (“Ricominciai coi giramenti di testa. Li sentivo arrivare. Vedevo il casellario girare vorticosamente”) che tanta presa avrà su molte generazioni coeve e successive.

Bruno Elpis

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Post office 2014-10-03 12:26:58 Donnie*Darko
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    03 Ottobre, 2014
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un postino poco affidabile

Henry Chinaski ha un'idea: farsi assumere alle poste. Lavoro facile e poco faticoso, tutto sommato ben retribuito, possibilità di tempo libero da passarsi alle corse dei cavalli e, per un sessuomane come lui, non è da escludersi qualche incontro hot occasionale con casalinghe annoiate/disperate.
Che il lavoro sia uguale a tanti altri, ovvero monotono, faticoso e parco di soddisfazioni non ci vuole molto per scoprirlo; se non altro è un modo come un altro per sbarcare il lunario senza troppi sbattimenti
Chinaski è l'alter ego di Charles Bukowski, realmente impiegato come portalettere per circa un decennio a Los Angeles. Questo romanzo è una sorta di autobiografia ovviamente romanzata in cui il nostro conferma tutta la sua idiosincrasia ad essere un irreprensibile e diligente cittadino. L'autore urla la sua allergia al far parte della nutrita schiera dei tanti meccanismi perfettamente produttivi nell'ambito della società americana.
Chinaski è infatti un menefreghista incallito, uno a cui non interessa accumulare ma godersi la vita senza troppo pensare al domani; il lavoro per lui è tutt'altro che nobilitante, solo un mezzo per sopravvivere evitando di arrovellarsi su progetti a lungo termine.
E' una variante incontrollabile di una società di cui l'ufficio postale con le sue regole castranti è aderente allegoria.
E' come un virus innocuo incapace di adeguarsi all'anatomia di una civiltà dominata dalla sacra triade: lavorare, possedere e consumare.
Lo stile è quello tipico dello scrittore randagio: secco e scurrile, non vi è traccia di raffinatezza linguistica o orpelli grammaticali. Il protagonista è cartina tornasole di un mondo sotterraneo, grezzo, maleducato, invadente in cui il bello è contrassegnato dall'eccesso e dall'anarchia.
Da prendersi con le molle Il Chinaski: odioso ed amabile allo stesso tempo, dotato di un'ideologia romantica da marciapiede che lo elegge superstite di un' umanità deceduta nel tentativo di catturare l'utopico benessere.

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Post office 2013-07-29 14:01:40 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    29 Luglio, 2013
Ultimo aggiornamento: 29 Luglio, 2013
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Stile, stile e ancora stile!

Brevemente, poiché il librò in sé non necessita un' analisi particolarmente approfondita, (almeno non quanto quella necessaria a descrivere, comprendere e definire l'autore e la sua filosofia di vita) Post Office o lo si odia o lo si ama... o entrambi. Premesso che apprezzare non è sinonimo di condividere e comprendere non lo è di approvare, questa è un'opera comprensibilmente apprezzabile: il soggetto è semplice, il tema biografico comune, ciò che conta tuttavia non è l'originalità dei contenuti, ma l'originalità di come vengono presentati, narrati. Bukowski riesce a fare del disagio sociale e dell'autoemarginazione un punto di forza, anzi "IL" punto di forza e anche quello di partenza di tutta la sua opera e di tutta la sua filosofia di vita.
Quello che Chinaski, trasposizione letteraria dell'autore, ha nei confronti della vita è un comportamento apoptotico: lui sa di vivere così, sa a quello che va incontro con i suoi comportamenti, sa cosa rischia e gli va bene, o meglio non gliene frega niente. Quella è la sua vita, ma non è che se l'è scelta così, è come se fosse già tutta programmata da qualcun altro: lui vi si adatta come può. Contento lui... di fatti poco contano le sue scelte, o meglio quelle che impone ai suoi personaggi, ciò che conta è l'abilità con cui le rappresenta, come le giustifica senza una vera giustificazione, come riesce, in soldoni, a rivoltarti la frittata e farti credere che abbia ragione perché il mondo secondo lui va proprio così!
Ci sono molti modi per leggere un libro e per giudicare un autore, uno è quello di prestare attenzione solo ai contenuti e ritenere quanto più valido uno scrittore, quanto più originali e divertenti sono essi siano; un altro modo è quello di concentrarsi sull'impatto delle parole, su quanto viene detto, quanto sottointeso, sull’eccessivamente esplicito del singolo che racchiude un profondo implicito sociale.
Per concludere e riassumere mi sembra quanto mai appropriato riportare qui un aneddoto:
quando dissi a suo tempo a un amico, anche lui appassionato di letteratura, che mi accingevo a leggere il mio primo libro di Bukowski, lui commentò soltanto, "Ah bellissimo! ...In fondo però dice un mucchio di cavolate."
Come dargli torto? E' vero, in fondo dice un mucchio di cavolate, ma con che stile!

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A chiunque piaccia la buona letteratura specie se leggera o camuffata da leggera...
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Post office 2012-03-13 19:38:07 spanish77
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spanish77 Opinione inserita da spanish77    13 Marzo, 2012
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SESSO, ALCOOL E CAVALLI.

Romanzo breve e brillante che si legge nel giro di poche ore. Linguaggio diretto , senza tante cerimonie e spesso volutamente scurrile. La vicenda gira intorno alle vicissitudini di Henry Chinaski che in una impalpabile Los Angeles degli anni ’70 è alle prese con il suo lavoro alle poste che gli garantisce una sicurezza economica a cui egli tuttavia non aspira; anzi il sistema capitalista americano, rappresentato in questo romanzo dai serrati ritmi di lavoro a cui si sottopone (o si dovrebbe sottoporre), sembra quasi tarpargli le ali e frenarne i desideri. Ho detto desideri??? Beh forse nel caso del protagonista si può piuttosto parlare di stimoli primordiali, in effetti le cose per cui Henry sembra vivere sono , l’alcool, le donne e le corse dei cavalli. Henry è sicuramente un personaggio interessante, che stimola sensazioni differenti spesso opposte, mi spiego meglio; a volte , a dire la verità quasi per tutto il racconto, lo si detesta e lo si prenderebbe a calci nel di dietro per quel suo atteggiamento così lascivo e menefreghista nei confronti dei sentimenti e degli obblighi a cui la vita lo mette di fronte ma poi in altre occasioni, viene a galla un profilo più sensibile che lo fa quasi apprezzare, anche per quel suo apparente distacco nei confronti dei beni materiali ; virtù questa non proprio comune negli Stati Uniti degli anni ’70. Insomma un personaggio controcorrente che si ama e si odia allo stesso tempo, simbolo ed interprete di una generazione che ha avuto il coraggio di dire la sua in un periodo di grandi rivoluzioni sociali.

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Il grande Gatsby; Colazione da Tiffany ; Diario di un killer sentimentale; Sulla strada
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Post office 2011-03-21 11:33:34 Alex81
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Alex81 Opinione inserita da Alex81    21 Marzo, 2011
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2014
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Alcolico e Rancoroso

“Piccola non essere ingenua. Qualunque stronzo è capace di trovarsi uno straccio di lavoro; invece ci vuole cervello per cavarsela senza lavorare. Qui la chiamiamo l’arte di arrangiarsi. E io voglio diventare maestro in quest’arte".

Bukowski non ha vie di mezzo. Alla prime righe del romanzo capiamo subito se il suo stile incazzoso fa per noi oppure no. Lo si ama o lo si odia. Quel che é certo é che non lascia indifferenti.
In post office "subiamo" un Bukowski oltraggioso, squallido, ripugnante, affascinante, menefreghista che fa a pugni con il mondo e con il mondo sembra andare a braccetto alle corse dei cavalli.
Romanzo autobiografico in cui l'autore ci scarica addosso tutto il suo malessere per la societa' moderna verso la quale combatte una battaglia personale a colpi di ubriacate colossali, scopate occasionali e scommesse all'ippodrome che lo vedono spesso perdente.
La sua inquietudine esistenziale traspare attraverso tutto il romanzo, lasciando l'autore (ed in parte il lettore) esausto e sfinito in preda a crisi mistiche dalle quali non riesce ne vuole uscire.
Eterno perdente che imbronciato si limita a galleggiare sulle onde della vita facendosi trasportare da una riva all'altra senza il minimo interesse. Nonostante cio'Bukowski riesce sempre a ritardare l'affogamento definitivo; perche questo demone dalla scarpe bucate la barba incolta e l'alito che puzza costantemente di vino sa bene che questo é il solo modo per evitare di annegare e di tornare all'inferno.

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Post office 2011-02-10 11:48:02 andrea70
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andrea70 Opinione inserita da andrea70    10 Febbraio, 2011
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio, 2011
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Divertente e basta

Non sono pudico, non mi piace Sparks, aggiungo che adoro Lansdale e Doyle che non sono proprio delle educande...nonostante questo il libro di Buchowski non mi ha particolarmente impressionato anche se l'ho trovato divertente.
Critica sociale forse poco convincente, tutte queste pretese poi di trasporre nell'ufficio postale i limiti e le incongruenze della società mi sono sembrate forzate.
Ha detto bene Paolo, come lettura durante un viaggio aereo o perchè no in spiaggia e via dicendo è sicuramente indicato, lo stile di Buchowski però non mi ha "preso" , non rimane.
Tanto per restare in tema, il personaggio di Chinaski è un pò come per gli sproloqui degli avvinazzati al bar, al momento ti fanno ridere, poi li trovi patetici.

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