Fontamara
Letteratura italiana
Editore
Secondino Tranquilli (questo era il vero nome di Ignazio Silone) nasce a Pescina (Aq) il 1° Maggio 1900 e muore a in Svizzera a Ginevra il 22 agosto del 1978. Ha scritto, oltre a Fontamara (1930,) anche i romanzi Un viaggio a Parigi (1934), Pane e vino (1936), Una manciata di more (1952), Il segreto di Luca (1956), L’avventura di un povero cristiano (1968); nella sua produzione non mancano inoltre i saggi, come Il Fascismo. Origini e sviluppo (1934), La scuola dei dittatori (1938), Uscita di sicurezza (1965).
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 2
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2012
Top 50 Opinionisti - Guarda tutte le mie opinioni
Contro la rassegnazione
Il primo scoglio da superare nel leggere questo libro è il titolo: Fontamara. Neutro. Lapidario. Conciso. O almeno così sembra. A torto. Perchè già nel titolo è racchiusa la storia di questo piccolo paese, di tutto il meridione, del mondo di oggi.
La fonte. Acqua. Quell'elemento così indispensabile per i contadini. Per la sopravvivenza. Quella fonte amara, che accoglie nel gioco di parole il destino dei personaggi. Il destino di Fontamara. Perchè se il suo scorrere è sinonimo di vita, la sua privazione è la morte, ma ancora prima la spersonalizzazione. E' un titolo che ha in sè il nome di un paese e il suo futuro. Tragico, già segnato.
E poi c'è quella domanda, "Che fare?", che mi perseguita e mi assilla dalla fine della lettura. Quest'interrogativo a doppia lama. Da una parte il desiderio di regire, un attivismo che è sinonimo di vita. Dello scorrere dell'acqua. Del raccolto. Dall'altra la muta rassegnazione, la scomparsa del dinamismo e l'irrompere drammatico di una stasi oscura, insopportabile. Opprimente. E in tale ottica sembra trasformarsi in "E che cosa possiamo fare, noi cafoni?.
Già, i cafoni ovvero "coloro che sono meno del nulla". Questa massa di lavoratori, non istruita, ridotta a folla insintuale, alla ricerca di una condizione migliore e anestetizzata nel mutismo. O nell' ingenuità. O nella rassegnazione che è diverso da accettazione passiva. Perchè per accettare occore ragionare, riflettere su sè; per rassegnarsi basta il solo stato di inferiorità. La rassegnazione è la rovina di Fontamara.
Perchè assieme all'ignoranza rende malleabili, volubili.
Manipolati da un potere politico che subordina lo stato sociale, la popolazione di cafoni agli interessi. Al Dio Denaro. Al potere.
Manipolati dalla tragica mistificazione della parola, che forte di una cultura d'elite infida, si trasforma in strumento d'oppressione. Secondo le circostanze.
Don Circostanza, l'Amico del popolo, quest'avvocato che ha nel suo nome il riflesso della sua ottica utilitaristica, dettata dagli eventi e non da sentimenti autentici. E' nella macanza di questo tramite, tra popolo e potere politico, e dalla corruzione del Clero, che i cafoni ppiomabano in uno stato di perpetuo abbandono, cullati nel liquido amniotico della loro ristretta realtà contadina, rassegnati e inermi di fronte ai sopprusi, agli intrighi. Immobili in una mentalità che approva ciò che è gratis, che si affida a sogni e messe per scongiurare il pericolo, che vede nel pezzo di terra l'onorabilità.
E quando l'acqua che irriga i campi verrà tolta, i cafoni tentano la violenza, la vendetta, un nuovo soppruso, trasformandosi in una massa delirante che vuole distruggere, cieca di fronte alla reltà e immobile nelle ore senza tempo della sottomissione. Tra questo magma di sconforto, mutismo, instintualità, delirio e rassegnazione, si erge la figura di un uomo, che spinto dall'amore si ribella a questa condizione, infrange i cristalli della rigida gerarchia, anela alla condizione di cittdino e osa. Osa per la libertà. L'onore e il rispetto. A costo della sua stessa vita. In nome di un sacrificio per tutti. Un uomo che decide di crearsi il proprio destino, un futuro che trascenda l'egoismo e che sia il primo passo verso un cambiamento. Un cambiamento di morte, ma un messaggio forte e pungente. Un messaggio di vita, di speranza, capace di affermare se stesso nonostante la repressione fascista, la limitazione della libertà, il disprezzo. Un messaggio d'attivismo che smuove dalla stasi.
Silone ci offre un grande testo, l'affresco della società contadina italiana, il confronto tra interesse sociale e politico. Pagine che tentano di smuovere le coscienze, di apirare ad un dinamismo partecipativo nella realtà. Parole che si scontrano con la rassegnazione, che infondono speranza anche nella morte. Frasi che al di là dello stile, composito, paratattico e non sempre eccellente, feriscono e scuotono. E torna sempre quella domanda ridondante: Che fare?
Già, che fare? Che fare nella società moderna, come affrontare crisi e problemi? Fontamara cerca di rispondere, con le sue pagine, con la sua storia: un inno al dinamismo, alla partecipazione, all'abbatimento del sistema classista. Un monito ad eliminare i pregiudizi, i preconcetti, nel rispetto di tutti gli altri; il monito a non affidarsi (Ahimè) al qualunquismo (come sempre più spesso accade). L'invito accorato a non arrendersi, a non rassegnarsi, a far valere i propri diritti. E non crogiolarsi nelle misere dinamiche quotidiane, nel proprio interesse. Fontamara è il grido che cerca di infrangere il muro dell'egoismo, uno splendido inno alla libertà
E interessa poco dello stile. Qui conta il contenuto.
Indicazioni utili
Che fare?
“In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo.
Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch'è finito.”
Scritto nel 1930 durante l’esilio, Fontamara è probabilmente il più famoso romanzo di Ignazio Silone.
E’ indubbio che per il tema trattato e per il suo svolgimento possa costituire un testo indispensabile per l’effettiva conoscenza del nostro meridione, e in ciò costituisce un preciso atto d’accusa a un sistema che tende a cristallizzare i ceti sociali, impedendo di fatto una positiva evoluzione verso un miglioramento materiale e l’acquisizione di una coscienza nazionale forte ed egualitaria.
Fontamara, che già nel nome porta in sé un destino ingrato, fatto di miseria e sofferenza, è un paesino della Marsica, il più povero fra tutti, isolato, una semplice espressione geografica, parte di uno stato che non se ne cura, che preferisce lasciare le cose come stanno, perché questo torna utile a interessi di pochi e mai soddisfatti poteri ben delineati, quali la Chiesa, il Governo (nel caso specifico quello fascista), l’imprenditoria d’arrembaggio, il cui fine non è solo il profitto, ma anche il piacere perverso di imporsi sugli altri.
In questo contesto si sviluppa una storia di soprusi, di inganni, di raggiri, tutti a danno di questi miseri contadini, i cafoni tanto per intenderci.
A loro è lecito chiedere tutto, a loro è negata ogni possibilità di elevarsi su un mondo talmente statico in cui l’esistenza non ha mai sussulti, né gioie, ma solo dolori.
Giorni e giorni sono trascinati senza speranza in un buio anonimo in cui i sentimenti si smorzano e subentra un’eterna e atavica rassegnazione, che si estrinseca in una domanda senza risposte: Che fare?
Uno di loro cercherà la soluzione, immolandosi per il bene di tutti, per unire quello che l’egoismo della miseria divide, e se il suo sacrificio sembra sortire l’effetto sperato, ben presto ci si accorgerà che nulla è cambiato e che l’alzar la testa per protestare, in ciò stimolati da un giovante antifascista, il Solito Sconosciuto, avrà come conseguenza solo una feroce repressione di cui tanti resteranno vittime.
In tutta la vicenda c’è un’amara constatazione: sfruttati da sempre e da tutti, i cafoni sono stati sfruttati anche da chi ha loro prospettato la possibilità di un riscatto, magari in buona fede, se pur in una visione più generale di carattere politico, che particolare di carattere sociale.
Questa è gente che nulla sa, che vive senza luce elettrica perché non ha soldi per pagarla, che quando scoppia una guerra ne viene a conoscenza solo tramite la coscrizione obbligatoria, che vede nei “cittadini” degli esseri lontani mille anni, solo degli alieni che popolano un mondo che non è il loro.
A Fontamara il tempo è immobile ed è fortunato solo chi se ne va, magari oltre l’oceano, a cercare fortuna, ma spesso solo altra miseria, aggravata dalla nostalgia per il proprio paese, che non è l’Italia, bensì quelle quattro povere case dove si nasce, si vive e si muore, senza che qualcosa cambi.
In questa emarginazione è naturale e spontanea la sfiducia nei confronti dello stato, un’istituzione vista come un lontano potere che tutto toglie senza dare.
La visione di Silone è indubbiamente pessimista, scaturisce anche da un profondo sentimento di riscatto non solo dei contadini della Marsica, ma anche dei diseredati di tutto il mondo, un atto di denuncia più civile che politico e proprio per questo, libero da orpelli e da retorica, giunge più direttamente al cuore del lettore, in una nuda sincerità che si limita solo a raccontare, magari sostenuta da una sottile ironia che sembra stemperare il dramma anche con episodi picareschi, ma che alla fine si rivela per un pugno ben assestato allo stomaco, una sconvolgente rivelazione che accompagna anche a libro ultimato e che scuote la nostra colpevole indifferenza.
Fontamara non è solo un romanzo molto bello, è un autentico capolavoro.









