Narrativa italiana Romanzi Magari domani resto
 

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Magari domani resto

Letteratura italiana

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Luce, una trentenne napoletana, vive nei Quartieri Spagnoli ed è una giovane onesta, combattiva, abituata a prendere a schiaffi la vita. Fa l’avvocato, sempre in jeans, anfibi e capelli corti alla maschiaccio. Il padre ha abbandonato lei, la madre e un fratello, che poi ha deciso a sua volta di andarsene di casa e vivere al Nord. Così Luce è rimasta bloccata nella sua realtà abitata da una madre bigotta e infelice, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un capo viscido e ambiguo, un avvocato cascamorto con il pelo sullo stomaco. Come conforto, le passeggiate sul lungomare con Alleria, il suo cane superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con il suo anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a rotelle. Un giorno a Luce viene assegnata una causa per l’affidamento di un minore, e qualcosa inizia a cambiare. All’improvviso, nella sua vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La causa di affidamento nasconde molte ombre, ma forse è l’occasione per sciogliere nodi del passato e mettere un po’ d’ordine nella capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto il padre, il fratello e chiunque abbia seguito il vento che gli diceva di fuggire, o magari restare?

Recensione della Redazione QLibri

 
Magari domani resto 2017-02-24 08:42:33 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 24 Febbraio, 2017
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Luce Di Notte, eccola qua.

Luce di notte, trentasettenne napoletana residente nei quartieri “Spagnoli”, di professione avvocato, non è la classica eroina a cui siamo abituati.
Capelli super corti, seno appena pronunciato, jeans e converse, si sommano ad un carattere prorompente, che nulla risparmia al lettore come agli altri protagonisti dell’opera. Perché Luce è un po’ così, un po’ pagliaccio e un po’ bambina, un po’ maschio e un po’ femmina, e come tutti ha paura delle emozioni. Si, le teme, perché ha sempre sofferto della mancanza di quel punto fermo che sarebbe dovuto essere il padre. Ed anche se è stata cresciuta da due mamme, quella naturale e quella “adottiva” della nonna Giuseppina, che si sono prodigate per garantire a lei e al fratello Antonio un futuro, ella ne è ancora in cerca. Al tutto si aggiunge una relazione finita male, un meraviglioso cane di nome Alleria e un vicino di casa filosofo non deambulante, Don Vittorio Guanella.
Dopo anni di galoppinaggio, la professionista è approdata allo studio legale di Arminio Geronimo & Partners, un luogo dove la donna non si piega all’atmosfera maschilista che regna. Al suo primo vero incarico però, le crepe di quella corazza così tanto stratificata e argillinata, vengono a galla. Eh si, perché quando Luce si trova a dover valutare se Carmen Bonavita – separata dal marito che si è rivolto allo studio della protagonista – è una buona madre per il poco più che settenne Kevin, e dunque a decidere se il padre ha buoni presupposti e motivi per intentare una causa di affidamento esclusivo, queste si sgretolano implacabilmente.
In primo luogo resta sorpresa dal bambino stesso: Kevin non assomiglia minimamente ai suoi genitori, anzi, ne è l’esatto opposto. Parla un italiano perfetto, è intelligente, educato, ha voglia di imparare e di studiare tanto che agli occhi di chi guarda sembra lui colui che è investito del compito di educare quel padre e quella madre che non perdono occasione per scannarsi. D’altra parte, Carmen non vuol far altro che preservare, a suo modo, il futuro della sua prole, il destino di quel bambino così diverso dagli altri e con una possibilità da non sprecare, vuol cioè evitare che finisca sulla strada, che finisca con l’essere un “delinquentello” come tanti, che finisca con l’essere risucchiato dall’universo camorristico di cui il padre è a capo. Quest’ultimo, invece, per quanto gli voglia bene, vorrebbe che fosse più simile a lui cosìcché non perde l’occasione propizia che gli è offerta; quella di punire quella moglie sovversiva per l’affronto fatto. E la trentasettenne, conosciuto il ragazzo inizia a riflettere sul suo percorso, su quella voglia di maternità che credeva di non avere, su quei punti fermi che sente di dover mettere, su quella realtà che da oltre trent’anni la circonda ma che grazie allo studio e alle cure amorevoli di due donne, ha sempre evitato, sottovaluto, mai realmente visto.
Ma Marone non ci offre solo una panoramica sulla realtà napoletana, sulle scelte del giusto e dello sbagliato e sulla coscienza e morale che ognuno di noi custodisce nel proprio cuore. L’autore ci porta anche a riflettere su altre costanti, su altri corollari dell’esistenza.
Altro tema che viene trattato è certamente quello dei rapporti familiari. Luce cresce in contrapposizione ad una madre bigotta, che si è immolata ai figli dopo la partenza e poi morte del marito e che si è rifugiata nella religione pur di trovare conforto. Questo porta la donna a chiudersi, lei che ha sempre cercato di insegnare l’onestà, la bontà, il perdono e l’altruismo ai figli, in dogmi dettati e delimitati dal peccato. La sua figura così ferma e solida, così responsabile con due lavori – pulizia delle scale e case altrui la mattina e sarta nel pomeriggio – si contrappone a quella del marito che al contrario è un irresponsabile di prima categoria che investe i pochi risparmi in un carrellino di zucchero filato o similari. Dalla famiglia il napoletano scrivente si sposta appunto alla Chiesa, mettendo in evidenza pregi, difetti e paradossi della stessa.
Altre due figure molto interessanti e di insegnamento sono Kevin e Don Vittò stesso. Il primo perché con la sua innocenza apre gli occhi alla protagonista, il secondo perché le insegna a scegliere, ad incamminarsi sul suo personale percorso senza accontentarsi di vivere sul sentiero più sicuro e semplice. Ed ecco che ritorna anche l’ulteriore tema caro al narratore, il senso della vita, delle occasioni perdute, di quelle ancora da afferrare.
Con “Domani magari resto” Lorenzo Marone ripercorre con dovizia il sentiero che già aveva intessuto con “La tentazione di essere felici” e con “La tristezza ha il sonno leggero” donando al lettore un libro munito della stessa forza empatica e circondato da quell’alone di magia che soltanto gli elaborati firmati con questa penna hanno. Luce, inoltre, è un personaggio ben costruito, stratificato, una protagonista da scoprire un passo alla volta, una donna che per quanto si atteggi a forte è in realtà fragile e alla ricerca di quello sprazzo di felicità che la vita sembra non averle voluto riserbare sin dalla nascita. Inevitabile quella sensazione di deja-vu che l’opera suscita nell’avventuriero conoscitore, eh si, perché la temeraria avvocatessa ricorda Cesare Annunziata, solo che al femminile.
Stilisticamente il testo è inoltre avvalorato e reso concreto da tipiche intercalari del luogo, elementi questi, che si fondono a quelle atmosfere dei Quartieri e a quella realtà della Camorra che travolgono chi legge così come la Di Notte.
In conclusione, un romanzo godibilissimo, che arriva e lascia il segno.

«Io non mi pento di nulla» ho replicato fiera «E fai bene, perché tutto quello che abbiamo fatto è quello che potevamo fare in quel preciso momento della nostra vita. IO credo che alla fine quello che noi siamo davvero è scritto in quello che è stato il nostro percorso. Tutte le altre cose presenti negli elenchi che scriviamo, semplicemente non erano parte di noi, sono falsi obiettivi che mettiamo li per sentirci migliori. In realtà potremmo benissimo non prendere mai una decisione nella vita e lasciarci guidare dall’istinto. Anzi, sono certo che saremmo tutti un po’ meno stressati se ci abbandonassimo al flusso delle cose senza avere la presunzione di poter cambiare questo o quel percorso. E sono sicuro che vivremmo la stessa identica vita che abbiamo vissuto. Quello che siamo è dentro di noi, il resto è tutta sovrastruttura. Superfluo. Siamo maestri nel circondarci di cose superflue» p. 150-151

«[..] Allora anche le cose brutte sono racchiuse in una parentesi, perché pure loro passano. Se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato, è che non esistono parentesi tonde o quadre, nessun inciso o intervallo, le cose, belle o brutte che siano, te le trovi all’improvviso davanti, quando vai a capo, e forse è una fortuna, perché altrimenti basterebbe evitare le parentesi per condurre una vita serena. Solo che a salvare gli incisi la frase si accorcia e giunge presto al punto finale. [..] Mi dispiace contraddirti, ma non credo che siamo solo quello che abbiamo vissuto. Il nostro trascorso può intaccarci fino a un certo punto, ma c’è una parte che resta sempre integra, sempre nuova, pronta a ripartire e a indicarci altre strade. E’ dentro ognuno di noi, anche se molti nemmeno sanno di possederla, e sta li in attesa di essere utilizzata per qualcosa di straordinario» p. 246

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Magari domani resto 2017-04-27 09:42:45 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    27 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 2017
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Andare o restare?

Affrontare queste pagine significa lasciarsi inebriare dal profumo di salsedine, dai colori del mare al chiaro di luna e dalle note della musica di Pino Daniele. Ma anche dall’odore di fritto che entra dalla finestra, dalle urla dialettali che risuonano nei vicoli bui dei Quartieri Spagnoli, dalla miseria di una vita che a volte sembra offrire proprio poco. Napoli non è solo sfondo ma assume un ruolo centrale in questa storia, con le sue ombre e le sue luci. Come la protagonista, che le contraddizioni le incarna già nel nome: Luce Di Notte.

Luce è una “femmena” vera. Dove la femminilità non si misura dalla taglia di reggiseno ma dalla forza e dalla tenacia con cui lotta per sé e per i suoi cari, difendendo i propri principi, senza farsi mettere i piedi in testa. Spigolosa, schietta, indipendente. Corazzata con uno scudo di ironia per difendersi dalle tante difficoltà che la vita le ha già presentato.
Ma un giorno puoi alzarti e sentire che la vita da indossare è davvero troppo, troppo stretta. Un lavoro poco gratificante come galoppina di un avvocato viscido e trafficone. Un uomo con cui credevi di poter condividere il futuro e che invece se n’è andato, lasciandoti sola. Allora, forse, non sarebbe meglio prendere il coraggio a due mani, mandare tutto all’aria e andarsene all’inseguimento di sogni e avventure?

“Tu vuò 'na vita avventurosa, un lavoro appassionante, vuoi che nessuno ti dica mai cosa fare. Nun ce sta niente 'e male a combattere per essere felici. E' solo che ho paura che, mentre tu stai qui a lottare contro tutto e tutti, la vita ti sfili via di mano.”

Luce è alle prese con una scelta. E proprio mentre riflette, facendo riaffiorare brandelli di passato, nella sua vita entrano un cane trovatello, una rondine dall’ala spezzata, un vicino di casa paraplegico con cui condividere il pranzo e un bambino eccezionalmente educato, conteso da un padre camorrista e da una mamma volgare ma affettuosa, che combatte con le unghie per proteggerlo dalla delinquenza.
Ma allora sono davvero quelli che fuggono i più coraggiosi? Forse il coraggio invece sta proprio nel restare. Nel faticare ogni giorno con onestà. Nell’aggiustare le cose. Nel vivere la propria piccola, e a volte noiosa, esistenza, tra sbadigli e abitudini intervallate da qualche attimo di inaspettata bellezza e profonda emozione.

“Ci proviamo tutti a spiccare il volo, per poi, la sera, ripararci sotto le pergole dei nostri piccoli gesti quotidiani. Essere abitudinari non è così da sfigati. I bambini sono abitudinari. E i cani. Il meglio che c’è in giro”.

Lorenzo Marone ci regala ancora una volta un personaggio di grande forza empatica, di quelli che sanno fare breccia nel cuore perché, anche se eccentrici e un po’ sopra le righe, sanno parlare di noi. Perché nel groviglio di dubbi e incertezze, di finte corazze e debolezze, ci possiamo specchiare tutti. E quel senso di insicurezza e indecisione nell’indossare la propria vita non è una sensazione del tutto sconosciuta. Lo fa con la sua cifra stilistica. Orchestrando un coro di personaggi che ci raccontano le proprie storie, parlandoci di vita, di famiglia e di scelte. Filosofeggiando un po’, con tante digressioni e aforismi con cui a volte si fa prendere un po’ troppo la mano. Ma soprattutto, con una penna ricca di disarmante sincerità e tanta, tanta ironia.

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Magari domani resto 2017-03-25 15:29:07 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    25 Marzo, 2017
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Il coraggio degli abitudinari

Lorenzo Marone
“Magari domani resto”

Quando ho visto che era stato pubblicato il nuovo romanzo di Lorenzo Marone ho pensato subito che mi sarebbe molto piaciuto leggerlo. Negli anni scorsi infatti ho molto apprezzato sia “La tentazione di essere felici” che “La tristezza ha il sonno leggero”.
La protagonista stavolta è una donna, Luce, una trentenne napoletana che da piccola ha subito l'abbandono del padre ed ancora ne porta le ferite. Luce è una persona molto forte, è cresciuta nei Quartieri Spagnoli e se la sa cavare in ogni situazione. E' onesta fino in fondo, integerrima. Ha sempre la battuta pronta, sa tenere testa al suo datore di lavoro, un avvocato senza scrupoli, ai camorristi, al suo ex e a tutti i maschi del romanzo che sono affascinati dalla sua “luce”. Non sono riuscita a farmela piacere fino in fondo proprio per queste caratteristiche che mi sono sembrate davvero troppo da “eroina senza macchia e senza paura”. Lei non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, non ha mai paura di niente, non rimane mai senza parole di fronte alle persone e alle situazioni che la feriscono. Beata lei. La tipica donna del sud tutta carattere e furore. E' vero, ha sofferto. Ha vissuto un'infanzia infelice e l'ha da poco abbandonata il fidanzato, ma potrà contare su amici meravigliosi, una famiglia imperfetta ma unita e sul calore straordinario che sanno portare gli animali nelle nostre misere esistenze.
La narrazione è in prima persona e, soprattutto nelle pagine iniziali del romanzo, il narratore stesso si perde nelle continue divagazioni. All'inizio si fatica un pochino a seguire gli avvenimenti raccontati. Luce ha smania di raccontarci tutto di sé, tutto il suo passato, tutti i suoi pensieri scatenati dall'aver visto un colore, un rumore, un particolare. Anche i dialoghi sono pieni di riflessioni sull'esistenza, che a volte li rendono un po' artefatti e poco realistici.
Il romanzo segue esattamente lo schema narrativo dei due precedenti; un protagonista si racconta in un momento della sua vita: i ricordi, il passato, l'aiuto di amici e familiari, le riflessioni sull'esistenza sono setacciati per raggiungere un livello di serenità personale maggiore e continuare ad andare avanti. Sicuramente un bello schema narrativo, ma al terzo libro forse mi aspettavo qualcosa di diverso.
Rispetto agli altri romanzi, sempre ambientati a Napoli, qui la città fa parte integrante della storia, l'ambiente in cui si svolge la vicenda assume una maggiore importanza, anche per il linguaggio usato, impregnato di napoletano. Su questo aspetto non do un giudizio negativo, alcune volte mi ha reso la lettura un pochino meno scorrevole ma personalmente sono favorevole alle sperimentazioni linguistiche, senza le quali non avremmo molti capolavori della letteratura. Quindi ben venga l'uso di linguaggi che risentono di forme dialettali o di italiano regionale.
In conclusione, il romanzo non mi è piaciuto come avevo sperato. Ne consiglio comunque la lettura, soprattutto agli estimatori dello stile Marone e a chi cerca in ogni frase una citazione ed una riflessione profonda sull'esistenza. Per me sono state un po' troppe, ma è solo un parere personale.


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