Narrativa italiana Romanzi Ragione e sentimento
 

Ragione e sentimento Ragione e sentimento

Ragione e sentimento

Letteratura italiana

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La morte improvvisa di Gianandrea Cerrato, valente avvocato penalista, oltre a privare una moglie del marito e tre figlie del padre, ha delle conseguenze del tutto inaspettate. Da un giorno all'altro le quattro donne si trovano a dover riorganizzare la loro vita. Ed è Eleonora, la figlia maggiore, a cercare il modo di mandare avanti quella famiglia di femmine «variamente deragliate ». Mentre la piccola Margherita vive in una dimensione parallela, Eleonora e Marianna sono divise da una visione opposta dell'esistenza e dell'amore: Marianna legge Shakespeare e crede nell'amore assoluto, Eleonora invece, impegnata com'è a sbarcare il lunario e ad arginare la follia collettiva, non è affatto sicura di sapere cosa sia, veramente, l'amore. Intorno a loro si muove il mondo, con le sorprese, l'allegria, l'inganno. La ragione e il sentimento. Perché quella è una delle grandi battaglie che ci tocca combattere nella vita. Non proprio a tutti, perché esistono esseri fortunati senza ragione, o senza sentimento. Ma la maggior parte di noi ne ha un po' dell'una e un po' dell'altro, e non sempre riesce a farli coesistere pacificamente. Quindi si lotta: si lotta da sempre e si lotterà per sempre, e per questo motivo tra tutti i romanzi di Jane Austen Ragione e sentimento è quello più adatto a essere periodicamente riscritto, scagliandolo dentro il tempo e i secoli che passano. Stefania Bertola l'ha fatto in modo irresistibile, con l'umorismo e la maestria che le conosciamo da sempre.

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Ragione e sentimento 2017-03-15 20:04:46 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    15 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Marzo, 2017
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La "nuova" Jane Austen torinese

Stefania Bertola si cimenta con un’impresa direi quasi titanica, quella di riscrivere in chiave moderna il famoso romanzo di Jane Austen, Ragione e sentimento. E in questo caso la Bertola si appropria anche dello stesso titolo per pubblicare la sua ultima fatica letteraria. Anche se le differenze costruttive e narrative sono molte.
Il romanzo è ambientato a Torino, e proprio come “Nel Surrey sul finire del Settecento, anche in Piemonte nel 2014, un gentiluomo morì, lasciando una vedova e tre figlie”. Il gentiluomo è il ricchissimo professor Gianandrea Cerrato, e sua moglie di secondo letto è Maria Cristina, vacua, svampita, incapace di rendersi conto di ciò che accade, e le tre figlie sono Eleonora, Marianna e Margherita. Ovvero, “una famiglia di femmine variamente deragliate”. Peccato che il gentiluomo di cui sopra le lascia completamente coperte dai debiti, perdono persino la villa di famiglia, ora di proprietà del figlio di primo letto, Edoardo. Che le abbandona totalmente a se stesse. Eleonora, l’unica a lavorare come insegnante elementare, “e lei, soltanto lei, a svolgere attività misconosciute quali stirare, comprare il pane”, e innamorata di un rampollo della società bene torinese, Giulio Balbis, che le darà un mare di grattacapi e di delusioni. Marianna, svampita, bellissima, crede nel grande amore a cui consegnerà la sua verginità, “il dono supremo, secondo quelli di Turris Eburnea. Marianna crede nell’amore eterno, punto. Nell’amore unico ed infinito, che unisce per sempre due creature umane, di qualunque sesso, purchè coordinate”. E Margherita, quattordicenne, “che si è trasferita negli anni Sessanta.” Innamorata follemente di George Harrison e Paul Mc Cartney. E nulla più. Tra misteri, drammi, tragedie in puro stile inglese, ognuna di loro riuscirà a trovare la propria dimensione di vita.
Il tema centrale del testo è proprio il contrasto tra ragione e sentimento, rappresentato dalle due vite narrate di Marianna e di Eleonora. Intorno a loro ruota una pletora di argomenti: il sesso, l’invidia, le maldicenze, la ricchezza, la povertà, le droghe, il perbenismo di certa classe borghese, come la madre di Giulio Balbis, che di fronte alla futura nuora nigeriana, pensa bene, quale estremo atto di disprezzo, di diseredare il proprio figlio e lasciare tutto il patrimonio alla pur odiata badante Olena. E poi Torino, la Torino dei salotti bene, dell’alta borghesia, dalla mentalità ristretta e retrograda, l’ovvietà di certi comportamenti. Una Torino un po’ sullo sfondo, ma sempre presente, perché lì, in fondo, si conoscono un po’ tutti, come nei grandi paesi di provincia.
Un romanzo leggero, rilassante, gradevole, molto ironico e sarcastico. Inoltre questa rivisitazione compiuta da Stefania Bertola ha il raro pregio di esaltare in modo netto e preciso la sempre attuale Jane Austen e le sue storie. Fantastico!

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Consigliato a chi ha letto Emilia Marasco, Volevamo essere Jo, Mondadori.
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