Treno di panna
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Treno di panna – Commento di Bruno Elpis
Giovanni è un personaggio davvero notevole. E’ reduce da un viaggio in Nuova Guinea e, a Los Angeles, si stanzia provvisoriamente presso gli amici Ron e Tracy, con i quali forma un trio bizzarro.
Giovanni è particolare per il modo di sentire, osservare e vivere. Agisce e percepisce il mondo secondo una geometria del tutto personale:
“Rideva dei miei gesti obliqui attorno ai mocassini”.
“Osservavo la tessitura dei suoi gesti, gli sguardi davanti e di lato, i movimenti delle mani. Aveva anche una serie di gesti paralleli …”
“Dipendevamo da forze di gravità contraddittorie, che ci attiravano e respingevano secondo piani inclinati”.
“In certi momenti ci scambiavamo gesti perfettamente orizzontali con gli occhi fissi sullo schermo …”
Anche Los Angeles è vista in modo originale: “Ho guardato in basso, e di colpo c’era la città, come un immenso lago nero pieno di plancton luminoso, esteso fino ai margini dell’orizzonte”.
A modo suo Giovanni ricerca il successo: “… Non ho mai pensato per un momento di vivere senza riuscire ad aver successo in un campo o nell’altro, è solo che avevo scelto il campo sbagliato o forse non ho saputo cogliere le occasioni giuste”.
Anche perché gli altri glielo ricordano:
“Giovanni, Los Angeles è la città delle grandi occasioni”.
“Perché non cerchi di sfondare con le tue capacità?”
L’originalità marchia il protagonista anche nel rapporto con le donne. Emblematico quello con Jill. Quando la relazione s’incrina, Giovanni compie una serie di atti che ce lo rivelano a tutto tondo. E nell’ordine: non si presenta sul posto di lavoro, conclude una comunicazione mettendo la cornetta del telefono in una pentola d’acqua (“L’ho portata in salotto, ci ho immerso il telefono. Anche così continuava a produrre una sorta di trillo deteriorato, che increspava l’acqua in piccole onde di vibrazioni”). Per concludere: “Quando era arrabbiata i suoi gesti si involgarivano; acquistavano un’espressività elementare, del tutto privi di eleganza”.
“Guardava il telefono come se fosse un piccolo cadavere di gatto o cane, annegato da un teppista.”
“In questo litigio ho notato che la comunicazione tra noi era solo apparente: i nostri argomenti si esaurivano appena pronunciati …”
Secondo me, quest’opera è un vero capolavoro. Innovativa, creativa nel linguaggio, praticamente senza trama, o comunque con una trama tenue che non è essenziale rispetto al romanzo, riesce a catalizzare l’attenzione sulla pura narrazione, compiuta in se stessa e ramificata nella poliedricità psicologica del personaggio principale. Una chiara estensione del modo di sentire di uno degli scrittori – a parer mio – più interessanti della letteratura italiana contemporanea.
Bruno Elpis
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Un treno che si ferma a metà strada
“E allora?”. E' la prima domanda che si pone il lettore subito dopo aver letto l'ultima riga di questo romanzo, un treno che si ferma a metà strada. Lo stile c'è, la trama pure, i personaggi sono tratteggiati con efficacia, e tutto all'inizio sembra filare liscio. L'occhio impietoso del protagonista, un italiano arrivato a Los Angeles in cerca di fortuna, ci offre un interessante spaccato della città e diverte perché mette a nudo il ridicolo di alcuni personaggi, che vivono alla giornata in attesa della grande occasione. Del resto la smania di sfondare non risparmia neppure lui, che nel frattempo sbarca il lunario con lavoretti, ma ha sempre l'aria di pensare: “A differenza di queste schiappe, io ce la posso fare”. La storia perde mordente verso la fine, proprio quando il nostro eroe incontra Marsha Mellows, famosissima attrice, e sembra imboccare la strada giusta per realizzare i suoi indefiniti sogni di grandezza. Riesce a entrare nell'agognato ambiente hollywoodiano, conquista tutti con il suo spirito, ma smette di conquistare chi legge. Chi si aspettava ulteriori approfondimenti di quel mondo dorato, magari qualche tirata contro lo star system (il nome zuccheroso della diva lasciava ben sperare), resterà sicuramente deluso.
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