I Buddenbrook
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Thomas Mann (Lubecca, 1875 - Kilchberg, Zurigo, 1955), scrittore e saggista, è uno dei massimi autori del Novecento tedesco ed europeo. Premio Nobel nel 1929, in contrasto con il regime nazista visse esule dal 1933 prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti prima di rientrare a Zurigo nel 1952. Mann si impose all'attenzione del pubblico e della critica con I Buddenbrook (1901) cui fecero seguito altri capolavori quali La morte a Venezia (1912), La montagna incantata (1924) e Doktor Faustus (1947). Tutte le sue opere principali sono nella collezione Oscar.
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ELEGIA
“Si ricorda questa o quella persona e ci si chiede come starà, ed ad un tratto ci viene in mente che essa non passeggia più sui marciapiedi, che la sua voce non risuona più nel concento universale” inizia così il capitolo primo della parte undicesima de “I Buddembrook”. La storia della famiglia di agiati commercianti di Lubecca è già andata avanti: molte cose sono già avvenute, nascite, traslochi, matrimoni, divorzi, morti e molte pagine del diario di famiglia, custodito come una sacra reliquia, sono già state riempite. Ormai il romanzo si avvia alla conclusione e l’autore a questo punto svela al lettore la musa ispiratrice, ciò che trasforma una comune cronaca familiare in dolente elegia: l’azione corrosiva del tempo. Ogni morte dei componenti della famiglia è un passo avanti verso il baratro del nulla: il primo atto del dramma è la morte del nonno, il console Johann, colui che privo di dubbi esistenziali, ha reso gloriosa la ditta; l’ultimo è il decesso per tifo dell’adolescente Johann, detto Hanno, più artista che uomo d’azione, prototipo dei tanti inetti che caratterizzano la letteratura del ‘900. Con Hanno la caduta è irreversibile, ma la decadenza si avverte già chiaramente nei conflitti interiori che caratterizzano suo Padre Tom: egli soffoca i suoi dubbi nel silenzio, cerca risposte in Schopenauer, litiga con il fratello e con il figlio, per sostenere di fronte al mondo un immagine di uomo forte che in realtà non ha. Il buon nome borghese è l’imperativo morale in nome del quale i Buddembrook, uomini e donne, rinunciano ai sentimenti: la crisi scaturisce nel momento in cui il passare degli anni ne rivela l’inconsistente anacronismo. La sola ancora di sopravvivenza è l’energica superficialità di Tony: essa si consola per i matrimoni falliti, i suoi e quelle della figlia, per la scomparsa precoci dei cari, con lo sfogo del pianto a dirotto. La lunga saga nient’altro ha insegnato, a lei e a noi: asciugarsi le lacrime sulla guance cascanti un istante prima che scenda il buio.
Ascesa e decadenza di una famiglia.
“I Buddenbrook” è ambientato a Lubecca e narra la storia di una facoltosa famiglia di commercianti durante mezzo secolo; nella scena iniziale, tre generazioni sono riunite nella nuova casa della Mengstasse, ampia e signorile, adatta al loro nuovo tenore di vita dovuto al prosperare degli affari.
Così conosciamo il vecchio Johann B. con “la sua faccia rotonda, bonaria, rosata, alla quale con la migliore volontà non riusciva a dare un’espressione maligna, incorniciata dai capelli bianchi come la neve.” Il figlio con il suo fanatismo religioso, la nuora Elisabeth, con “la sua figura estremamente elegante” e i nipoti: la piccola Tony, vivace e simpatica; Thomas dalla figura estremamente elegante come sua madre e serio e laborioso come suo padre e suo nonno; infine Christian, dal naso adunco, bravissimo a imitare le persone; diventerà la pecora nera della famiglia e sposerà una prostituta che lo rovinerà completamente.
L’autore è bravissimo a caratterizzare i personaggi:
“Elisabeth, nata Kroger, rideva alla maniera del Kroger, incominciando con uno scoppiettio delle labbra e premendo il mento sul petto. La caratteristica di quel volto dal naso un po’ troppo lungo e dalla bocca minuta era che tra il labbro inferiore e il mento non c’era nessun incavo. Come al solito, due o tre braccialetti d’oro le tintinnavano ai polsi.”
“Tony possedeva il bel dono di sapersi adattare ad ogni situazione con abilità, disinvoltura e un vivo gusto per le novità. Si compiacque ben presto della sua parte di vittima incolpevole, si vestì di nero e portò i bei capelli biondo cenere pettinati lisci come da fanciulla.” Incantevole con il labbro superiore leggermente sporgente, è orgogliosa di appartenere ad una famiglia così abbiente da cui non riuscirà mai ad allontanarsi.
“Hagenstrom aveva sposato una donna dai capelli scuri straordinariamente folti che portava alle orecchie i più grossi brillanti della città.” Questo signore è il concorrente principale della famiglia nell’attività commerciale ed è il primo corteggiatore di Tony.
“Hanno saliva in carrozza con il padre, e nei salotti sedeva muto al suo fianco, osservandone quietamente il contegno disinvolto, pieno di tatto, e così ben graduato e variato. Al tenente colonnello che, al momento del commiato, asseriva di apprezzare l’alto onore di quella visita, lo vedeva stringere un attimo le spalle con amabile sgomento; in un altro luogo accogliere serio e tranquillo un’analoga dichiarazione, mentre in un terzo se ne scherniva ribattendo con un complimento ironicamente esagerato … “.
Bellissime le descrizione degli stati d’animo di Thomas quando, arrivato all’apice del successo, non riesce più a gestire la situazione: gli affari vanno male, la moglie non lo ama, il figlio lo delude, la salute comincia ad abbandonarlo e i suoi nervi cedono. Moltiplica le cure del suo aspetto in modo maniacale per nascondere questo sgretolamento interiore che lo sta annientando. Ma la sua intelligenza lo avvicina alla Verità e, come leggeremo più tardi nei libri della filosofa Roberta De Monticelli, si trova di fronte all’enorme e incredibile felicità che l’uomo prova avvicinandosi all’infinito e a Dio:
“Ed ecco, improvvisamente fu come se le tenebre si lacerassero davanti ai suoi occhi, come se la parete vellutata della notte si squarciasse rivelando un’immensa, sterminata, eterna vastità di luce. “Io vivrò.” Disse Thomas Buddenbrook quasi a voce alta. Che cos’era la morte? La risposta non gli fu data con poche e presuntuose parole: egli la sentì, possedendola nel profondo di sé. La morte era una felicità così grande che solo nei momenti di grazia come quello la si poteva misurare. Era il ritorno da uno sviamento indicibilmente penoso, la correzione di un gravissimo errore. Fine, disfacimento? Che cosa si dissolve? Null’altro che questo corpo … questa personalità e individualità, questo goffo, caparbio, grossolano, detestabile impedimento a essere qualcosa di diverso e di migliore.”
Un libro appassionante, bellissimo.









