L'arminuta L'arminuta

L'arminuta

Letteratura italiana

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Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L'Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell'altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all'altro perde tutto - una casa confortevole, le amiche più care, l'affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per «l'Arminuta» (la ritornata), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo.

Recensione della Redazione QLibri

 
L'arminuta 2017-02-19 19:45:13 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    19 Febbraio, 2017
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Il ritorno

Semplicemente bello, amaro, struggente, incisivo.
L'ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio brucia come sale su ferite aperte, parla di figli e di genitori, di incontri ed abbandoni.

Lei non possiede un nome di battesimo ma è detta da tutti i paesani “arminuta”, la ritornata.
Scaricata come una merce da chi ha sempre considerato genitori, passata dal calore della propria casa al gelo di un focolare sconosciuto, catapultata in un mondo aberrante per lei, tredicenne vissuta tra coccole, agi e serenità.
La nuova casa è popolata da persone diverse, che parlano solo dialetto, che lottano ogni giorno con un demone chiamato miseria, che si azzuffano per due rigatoni al sugo, che condividono pochi metri quadri tra odori nauseabondi e grigiore.

Quello narrato dall'autrice è un salto nel vuoto come solo può essere lo sradicamento di un'adolescente, un evento complesso da immaginare e da rendere a parole; eppure l'effetto prodotto dalle immagini dipinte è poderoso, tanto da provocare uno stillicidio doloroso dalla prima all'ultima pagina.
La voragine emotiva narrata è generata dall'intreccio dell'assenza improvvisa e immotivata di coloro che ti hanno cresciuto e amato e dall'apparire altrettanto veloce di due persone che scopri averti generato e ceduto e di fratelli e sorelle estranei.
E' complicato parlare di temi forti e scottanti di questo tenore, sottolineando gli stati d'animo di ogni personaggio e delineando le infinite sfumature legate ad uno sguardo, ad una lacrima, ad un gesto quotidiano.
Grande prova di scrittura dell'autrice abruzzese, dotata di una penna affilata e tagliente come una lama, una scrittura sintetica che riesce ad intrappolare su di un rigo emozioni, lacerazioni e sogni infranti.
Un tema pesantissimo, come il mondo che crolla sulle fragili spalle di un'adolescente, scopre altri nervi scoperti, come le dinamiche familiari ambientate negli anni Settanta in un contesto rurale e genuino. Altro merito dell'autrice è di aver fotografato un pezzetto di Italia, contestualizzando la storia nel suo natio Abruzzo, riportando alla nostra memoria immagini in bianco e nero di una nazione tra crescita e difficoltà, dove non tutti potevano permettersi una giornata in spiaggia ed un piatto di frutti di mare.
Un'Italia di braccianti e di operai che fatica a portare il pane a tavola, che appare arida e priva di sentimenti, ma sotto una scorza dura ci sono cuori che battono per le disgrazie ed i dispiaceri che la vita porta sempre con sé.

Tante le lacrime eppure tanta dignità nel corso di tutta la narrazione, evitando la ricerca di sensazionismo ma facendo assaporare genuinità e naturalezza, senza artifici.
Un romanzo senza vincitori, c'è chi ha scelto e chi ha subito, ma tutti insieme ingrossano le fila dei vinti.

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L'arminuta 2017-04-27 07:54:49 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    27 Aprile, 2017
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La ritornata

Tredici anni è l’età del ritorno al paese, ad un’esistenza di prima che nemmeno sapeva esistere. Perché lei, che un nome di battesimo non lo possiede e che è detta da tutti “arminuta”, la ritornata, è stata scaricata come una merce, come un pacco. Sino al giorno prima abitava con quelli che credeva essere i suoi genitori in città, la sua vita era semplice ma ordinata in quei suoi doveri quotidiani dettati dallo studio, da quelle sue passioni quali la danza e il nuoto. Il giorno dopo, il risveglio in un luogo che tutto sa tranne che di casa, in un luogo dove non vi è calore e dove non è altro che una tra “i tanti” figli. Eh si, perché oltretutto, ella che era sempre stata figlia unica, eredita pure la bellezza di sei o sette fratelli che, ovviamente, la rifiutano. Tutti, tranne la piccola Adriana, con cui divide il letto e le notti insonni, e Vincenzo, il maggiore che proprio però non riesce a vederla come sorella.
Ed è in questo focolare spento che scopre una nuova realtà. Si spoglia pian piano di quegli agi che sino ad allora l’hanno coccolata, si riscopre essere l’unica a parlare in italiano quando tutti gli altri sono forbiti di un dialetto che lei materialmente non conosce, ed ancora, apprende quella che è la fatica della sopravvivenza perché la sua famiglia natia è povera, combatte ogni giorno con la miseria. Ciascuno deve fare il suo, deve guadagnarselo quel rigatone al sugo o quella polpetta di pane che al pranzo o alla cena sono serviti, deve guadagnarselo quel mezzo metro di non intimità dove ciascuno ha possibilità di dormire.
Ma la più grande mancanza non è data dall’assenza di quella villetta sul mare in cui è cresciuta, da quel maglione in più che le veniva comprato, da quella bicicletta ora sgonfia che era soltanto sua, la vera mancanza è l’affetto, il calore e la comprensione umana. Adesso ella non è altro che una bocca in più da sfamare e quell’educazione ed istruzione che le è stata offerta e che le ha garantito prospettive migliori, è ciò che di fatto maggiormente la confina nell’estraneità. Perché ciò è avvenuto, si chiede. Non si sei mai comportata male, anzi, è sempre stata una figlia modello. Non ci sono alternative, di dice, la “madre adottiva”, doveva per forza essere affetta da una grave malattia, altrimenti non l’avrebbe mai restituita. Questa è l’unica spiegazione plausibile. O almeno così crede, la giovane protagonista di questa opera. E non può non confidarci, non sperare in questa soluzione, ha bisogno di avere una ragione a cui appigliarsi per giustificare il suo ritorno, il suo essere abbandonata, per non sentirsi un oggetto che inspiegabilmente – e senza una vera ragione – ha terminato al sua utilità.
Un abbandono, quello subito, che mai la lascerà, che mai potrà essere accantonato in un angolo del passato, in un cantuccio del cuore.

«Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E’ un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco spazio che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure» p. 100

Un abbandono, questo, che le impedirà di identificare il nome “mamma” con una persona. Perché, chi e cosa è stato per lei, una madre?

«Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso» p. 108

Con “L’arminuta” Donatella di Pietrantonio ha dato vita ad un romanzo forte, intenso, commovente, crudo. Un elaborato dove la ricerca della verità si mixa alla sofferenza dettata dall’abbandono, dalla perdita di certezze, di fondamenta. E vi riesce con equilibrio, misura, empatia. Non cade mai nella compassione, nella pietà. Ogni espressione utilizzata è asciutta, aspra, tenace, ruvida, ed al contempo emozionante, solidale, ma mai miserevole e/o propria di odio e/o astio verso quella situazione in cui la protagonista viene a trovarsi.
Anzi. L’Arminuta è una ragazza che dalla sua sofferenza impara e ricostruisce il suo personalissimo percorso. Un cammino fatto di studio, ma anche di affetti riscoperti, in particolare per quella sorellina, Adriana, che con la sua pipì notturna, le sue ossa accentuate, le sue mani sporche, i suoi capelli unti e arruffati, il suo italiano sbagliato e la sua profonda saggezza, le restituisce la voglia e la capacità di amare ed essere amata.

«Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho imparato la resistenza. Ora ci somigliano di meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate» p. 163

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L'arminuta 2017-04-09 15:55:39 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    09 Aprile, 2017
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“Orfana di due madri viventi”

Ci sono romanzi che partono in sordina, lasciandoti brancolare per pagine e pagine in attesa di capire dove si vuole andare a parare, e poi ci sono romanzi come “L’arminuta”, che ti catturano immediatamente e non ti lasciano fino alla fine. Dalla prima riga, una ragazzina tredicenne ti prende per mano e, con i suoi occhi acuti e spaventati, ti mostra il mondo come appare a lei, il mondo confuso e ribaltato di chi ha visto, all’improvviso, andare in frantumi ogni certezza e ogni punto di riferimento.

Perché a quell’età sei fragile come un fiore di cristallo e le poche solidità le trai dalla famiglia. Invece, da un giorno all’altro, ti dicono che mamma e papà non sono le persone che ti hanno allevato. La tua casa non è più l’accogliente villetta sul mare che ti ha visto crescere. All’improvviso la tua famiglia diventa un’altra. Otto persone sconosciute da chiamare genitori e fratelli. Tre stanze troppo piccole da chiamare casa, in cui tutto sembra scarseggiare: il cibo, l’igiene e, soprattutto, l’affetto. Devi abituarti al dialetto, alla promiscuità, a condividere un letto che puzza di urina e a non sprecare niente perché nulla si può più dare per scontato, neanche un piatto di pasta al sugo.

Da pulcino di casa da coccolare, ti trasformi nell’ennesima bocca da sfamare. Uguale agli altri figli ma in fondo anche diversa, perché quegli anni vissuti negli agi pesano. Ti hanno offerto un’educazione e prospettive migliori, certo, ma in fondo ti hanno anche destinato all’estraneità. Ed è così che ti senti. Lontana dalla famiglia che ti ha concepito e poi abbandonato. E ormai lontana anche dalla famiglia che ti ha allevato ma che, infine, ha così facilmente rinunciato a te. Senza motivo. A martellare come un tamburo per tutte le pagine è infatti sempre la stessa domanda, che batte ritmicamente nel cuore e nella testa: perché?

“Oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E' un vuoto persistente, che conosco ma non supero”.

Donatella di Pietrantonio ha saputo dare vita a un romanzo straordinariamente intenso e commovente, raccontandoci la sofferenza di un abbandono e la silenziosa ricerca di una verità inspiegabile. Lo ha fatto con equilibrio e misura, senza alcuna concessione al pietismo. Le sue sono parole scabre e asciutte, perché il mondo dell’arminuta ha il volto aspro e tenace delle rocce brulle, la ruvidezza della vita dell’entroterra abruzzese, il terribile vuoto dello sradicamento. Eppure sono anche parole emozionanti, che arrivano dritte al cuore con grande potenza, perché possiedono la forza di una ragazzina che non si è arresa all’odio e al pregiudizio. Una ragazzina che, dalla deflagrazione della propria vita, è stata capace di ricostruire un nuovo significato per le parole madre, famiglia, amore. E tra le macerie si erge la figura della sorellina Adriana, con le sue mani sporche, il suo italiano sbagliato e la sua pratica saggezza. E’ grazie alla sua complicità e al suo amore che il cuore dell’arminuta può tornare a battere. E il nostro a scaldarsi.

"Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho imparato la resistenza. Ora ci somigliano di meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo."

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L'arminuta 2017-03-17 09:50:43 manuelaagosto
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manuelaagosto Opinione inserita da manuelaagosto    17 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Marzo, 2017
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Una vita di abbandoni

Una storia ruvida, fatta di emozioni soffocate e di abbandoni. L’Arminuta non ha neanche diritto a un nome. Per tutti, là in quel paese lontano dalla città, lei è l’Arminuta, la ritornata.
Dopo tredici anni passati in un nido caldo e amorevole, come un uccello che non sa ancora volare è stata buttata fuori dal nido, senza spiegazioni, e, ammaccata dentro, con una pena infinita, è approdata in un altro nido. Trova una famiglia, un’altra, ma capisce che questa è quella vera e che quella donna trasandata, avara di parole e di affetto, è la madre che l’ha partorita e data via. Scopre di avere una sorella, più giovane di lei di età ma con una conoscenza della vita quasi da adulta, una che forse bambina non lo è mai stata.
Scopre di avere dei fratelli più grandi che, come Adriana, la sorella, sono cresciuti come piante selvatiche e hanno messo radici e spine per difendersi dalla vita visto che i genitori sono preoccupati per lo più a mettere insieme il pranzo con la cena e non c’è tempo per preoccuparsi a come crescere i figli.
In quell’altra vita lei era la più brava della classe, andava a danza e in piscina, aveva amici e cresceva nella spensieratezza dei suoi anni. In questa nuova famiglia il padre è una figura di secondo piano, si sa che lavora in fornace, che aspetta stipendi arretrati e che è pieno di debiti. La madre, con l’ultimo dei figli che le gattona intorno, manda avanti come può la famiglia, chiusa nella sua apatia, trascina la sua vita come trascina le sue ciabatte, incurante dei figli e della loro esistenza. Solo quando uno dei figli maschi, Vincenzo, muore in un incidente stradale, quel grumo di emozioni che evidentemente covavano sotto braci apparentemente spente, esplode e la sua reazione è di ritirarsi dal mondo e passare le sue giornate distesa a letto, gli occhi sbarrati sul nulla.
E come due naufraghe alla deriva, un sodalizio complice nasce tra le due sorelle, così diverse ma entrambe affamate di affetto e di cure e imparano ad amarsi anche nella loro diversità.
Gli ottimi voti riportati alla licenza di terza media fanno frequentare alla protagonista un liceo in città vivendo a pensione presso una famiglia procurata dalla prima madre che mai si fa vedere ma che agisce per la sua protetta. Un’altra famiglia, altre persone con cui condividere la quotidianità, la disperante sensazione di essere un pacco che va spostato secondo disegni a cui lei non è dato di capire.
Ma l’Arminuta, esausta da questi continui spostamenti che le sconvolgono la vita, non demorde dal ricercare quella che per lei è la sua unica madre e che crede ammalata, altro motivo non può esserci dal momento che non l’ha più richiamata a sè. Ma una amara verità le viene crudelmente rivelata dalla sorella: la tanto desiderata madre non era ammalata ma aveva una brutta gravidanza e ora aveva avuto un figlio, quel figlio cercato per anni che lei era andata a sostituire. Ora con un nuovo compagno il figlio tanto cercato era arrivato e lei non sarebbe mai più ritornata dalla sua unica madre. Un altro ennesimo abbandono e proprio da colei che avrebbe dovuto amarla più di tutti.
La forza lacerante dell’odio si sostituisce nel suo cuore a quella dell’amore e le sue notti si fanno ancora più insonni, popolate da orribili fantasmi.
Il racconto si chiude intorno allo svolgersi di un pranzo tra Adalgisa, è questo il nome della madre che ha allevato l’Arminuta, il suo nuovo compagno, la protagonista e la sorella, pranzo che, per come si svolge, suggella l’unico vero affetto su cui l’Arminuta può contare: la sorella Adriana.
La scrittura dell’autrice è scabra, tagliente, non lascia spazio a sentimentalismi ma plasma i suoi personaggi con la forza della disperazione e dell’assenza.

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L'arminuta 2017-02-27 17:16:27 68
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68 Opinione inserita da 68    27 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
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Ritorno al passato per chiarire il futuro

" L' Arminuta ", la ritornata, ha il volto incredulo e sofferente di una tredicenne, inopinatamente abbandonata da quella che ha sempre creduto essere la propria famiglia, con cui è cresciuta, per entrare in una neo dimensione che scopre essere il proprio nucleo originario ( i veri genitori ).
Vive immediatamente un senso di svuotamento, sottrazione, perdita di quella che, amata in quanto mamma, da oggi è divenuta semplicemente madre, termine svuotato del proprio significato primario.
È costretta, così giovane, ad interrogarsi sul mondo degli adulti, dei coetanei e a ridefinire il concetto di se' e tutto quello che un tredicenne vive e percepisce del proprio mondo, d' improvviso fragile e senza certezze.
Siamo alla metà degli anni '70, in un Abruzzo arroccato nella asprezza dei propri abitanti, una terra arida, povera, con una pronunciata ambivalenza tra un pezzo di costa aperto al mare ed una montagna involuta, retrograda, intrisa di rituali secolari, da sempre svuotata di spiritualità e tenerezza famigliare.
La giovane protagonista vive un dramma personale, uno sradicamento che acquisisce un senso nell' immaginario ( la possibile malattia della madre adottiva ) passando da una vita piena ed agiata di una cittadina di mare, con genitori adottivi ( uno zio e la moglie ) colti ed attenti, cultura, amici, agiatezza, ad un azzeramento, l' origine, quel ritorno ai genitori reali, in un' area esclusa e sottratta alla civiltà.
È una famiglia allargata in una casa ristretta, prevalgono sguardi sprezzanti, sporcizia, indifferenza, noncuranza, è una caduta verticale in una vita con altre priorità, una quotidiana lotta per la sopravvivenza e una miseria che oltrepassa la fame oltre un forte disgusto per l' assenza dì ogni possibile condivisione.
Sospinta in un reale neppure immaginabile, con la speranza di un imminente ritorno al passato, dopo il rifiuto e la rabbia, sbircia, scruta, conosce, instaura legami dapprima solo obbligati, poi anche affettivi, con il respiro lento e malinconico di una vita diversa.
Ma il proprio afflato, ( è una brillante studentessa ), quel passato che ne aveva forgiato la diversità, inevitabilmente la riporterà all' origine ( la città ), lo studio è sempre stato nelle sue corde, anche se nuove e sorprendenti rivelazioni ne segneranno il destino.
Lei stessa è cambiata, il vissuto ed i traumi invero rimarranno per sempre e ciò che il mondo degli adulti le ha fatto è imperdonabile.
I temi di " L' Arminuta " abbracciano la complessità dei rapporti famigliari, la contrapposizione tra affetti e vita, desideri infantili ed adolescenziali inseriti e rigettati in un mondo adulto crudele, egoistico, indifferente, impreparato. C' è chi ricerca la felicità ed il completamento personale dimentico degli affetti e dei desideri figliali e chi è distratto, anaffettivo, violento, retrogrado e non ha tempo ne' attitudini socio-culturali per affrontare e partecipare ai bisogni altrui.
L' intelligenza e la sensibilità della protagonista la legheranno ad una dimensione dolce-amara, unendola a due fratelli ( in un sentimento d' amore e di amicizia ), in particolare alla sorella minore Adriana, sola e desiderosa di certezze affettive solide e durature.
Negli anni rimarranno sonni irrequieti ed un senso di ansia per quella sorella, accompagnata da oscuri terrori e fantasmi del passato. Il senso di non appartenenza e sradicamento è perenne, come la non consuetudine al ritorno. La complicità ne segnerà la salvezza e da Adriana apprenderà la forza della resistenza.
Il dramma adolescenziale sta nella propria invisibilità ed in quell' abbandono per il quale ad un certo punto si finisce con il colpevolizzare se stessi. Rimane l' idea di essere figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze, non sapendo più da chi si proviene.
Dentro di se' la parola mamma, ripetuta a vuoto centinaia di volte, e la certezza di essere orfana di due madri viventi, profondamente diverse, ma unite dalla propria noncuranza. ..." Io ero semplicemente l' Arminuta, la ritornata, parlavo un' altra lingua e non sapevo più a chi appartenere..."
È un romanzo intenso, sorprendente, costruito sul dolore della perdita ed un desiderio di inclusione in un mondo che al contrario ci ha respinto, abbandonato, dimenticato.
È una voce che ci parla di lunghi silenzi, di una vita ancestrale basata su gesti ripetuti, selvaggi, dove la violenza è sempre stata norma, educazione, senso di appartenenza ed accudimento, ma anche le buone maniere, la condivisione, la raffinatezza, l' agiatezza possono rivelarsi un mondo all' improvviso sconosciuto ed astratto.
Ed allora, rimane solo cio' che siamo intimamente, abbiamo vissuto e siamo diventati.
Frasi spezzate, come quella vita, dialoghi tronchi, secchi, aspri, pungenti, espressioni dialettali che affettano l' aria ed odorano di terra, e quella marcata fisicità che accomuna lunghi silenzi, sguardi selvaggi ed assenze protratte. Ogni parola sembra, quasi pudicamente, addentrarsi nel dolore della protagonista. Ogni gesto è un pezzo di storia, respira di antico, di tradizione, anche di solitudine e disperazione. Ogni personaggio è parte di un universo complesso per essere espressione di se'.
La protagonista, a tutti gli effetti, è una ragazza che si sente orfana e si traveste da mamma ( non madre ), declinando progressivamente il vuoto esistenziale con un maturazione prematura e necessaria, o semplicemente dando voce alla bellezza dell' amore e della speranza giovanile spintasi oltre ogni limite e sopportazione, perché un grande dolore ( elaborato il trauma) rimane ma può generare un nuovo senso di appartenenza e condivisione, con se' e con gli affetti più cari.

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L'arminuta 2017-02-23 20:52:49 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    23 Febbraio, 2017
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La ritornata



"Ero l'Arminuta, la ritornata".
Questo è un libro sul senso di appartenenza, sul concetto di famiglia.
Sulla lacerazione di chi si è visto privare delle proprie radici e si ritrova alla ricerca di una normalità perduta, ignorando quale luogo sia "casa", quale luogo sia "una madre".

"La parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.
Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza.
È un vuoto persistente, che conosco ma non supero".

Alzarsi una mattina e scoprire, all'improvviso, non solo che coloro che hai sempre creduto i tuoi genitori in realtà non lo sono, ma allo stesso tempo sapere che non ti vogliono più....che vogliono "restituirti" a coloro che non ti hanno mai voluta.
Avere due mamme e non averne nessuna: essere orfana di due madri viventi.
Una l'aveva ceduta con il latte ancora sui capezzoli, l'altra l'ha restituita dopo 13 anni. 

"La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure".

La paura di ritrovarsi catapultata da un ambiente pulito, amorevole e silenzioso ad una casa affollata, sporca e soprattutto "affamata", dove si sgomita per una fetta di prosciutto e si divide un materasso impregnato di urina.
La paura di dover festeggiare il proprio compleanno da sola, perché nessuno se ne è ricordato, nella rimessa, con un dolcetto e una candelina sopra, autosussurrandosi gli auguri e sentendo un applauso immaginario.
La paura di dover subire le scelte altrui e dover ancora e ancora separarsi da qualcuno, lacerare i legami...
La paura di non sapere perché chi l'aveva cresciuta non la volesse più...e poi la paura di scoprirlo.
Ma una perdita nasconde spesso anche una scoperta, un ritrovamento...e così l'Arminuta scopre la bellezza di avere una sorella che la ama dal primo istante.
E la loro complicità le salverà entrambe.

Questa è una storia dura, aspra, come duro e aspro è l'Abruzzo degli anni '70 in cui è ambientata e non poteva che essere raccontata con parole schiette, affilate, potenti nella loro semplicità.
Un romanzo spigoloso, ma accogliente, dove...nonostante tutto...non c'è spazio per l'odio.

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