Narrativa straniera Romanzi Mi chiamo Lucy Barton
 

Mi chiamo Lucy Barton Mi chiamo Lucy Barton

Mi chiamo Lucy Barton

Letteratura straniera

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In una stanza d’ospedale nel cuore di Manhattan, davanti allo scintillio del grattacielo Chrysler che si staglia oltre la finestra, per cinque giorni e cinque notti due donne parlano con intensità. Non si vedono da molti anni, ma il flusso delle parole sembra poter cancellare il tempo e coprire l’assordante rumore del non detto. In quella stanza d’ospedale, per cinque giorni e cinque notti, le due donne non sono altro che la cosa più antica e pericolosa e struggente: una madre e una figlia che ricordano di amarsi. «Un romanzo perfetto, nelle cui attente parole vibrano silenzi. Mi chiamo Lucy Barton offre una rara varietà di emozioni, dal dolore più profondo fino alla pura gioia». Claire Messud, «The New York Times».

Recensione della Redazione QLibri

 
Mi chiamo Lucy Barton 2016-05-11 06:55:11 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    11 Mag, 2016
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Questa è la storia di Lucy Barton

“Per favore, mamma. Raccontami qualcosa. Una storia qualunque”. A dire queste parole non è una bambina che chiede una favola della buonanotte ma una donna adulta, già moglie e madre. Nella solitudine e nel buio di una stanza d’ospedale, illuminata solo dai brillanti grattacieli di New York alla finestra, Lucy Barton riceve una visita inattesa, quella della madre con cui non parla da anni. Ma come si parla alla propria madre quando il silenzio ha ricoperto anni di sofferenza e miseria, quando la tua vita è piena di non detti, quando la persona che hai davanti è inscindibilmente legata alla fonte del tuo dolore e delle tue paure, ma non puoi fare a meno di amarla?

Le parole sembrano prendere il binario delle chiacchiere leggere, unica risposta possibile a un bisogno di contatto che va oltre gli sbagli del passato e rende addirittura possibile ridere insieme “Che brutta fine ha fatto Kathy Nicely. Ti ricordi la sfortunata cugina Harriet? Sta arrivando l’infermiera Maldidenti”. Gli aneddoti delle vite altrui diventano il filo che va a cucire i ricordi di Lucy e ricomporre la sua storia, la sua carriera di scrittrice, i suoi stessi errori. Perché in fondo tutti possiamo amare solo in modo imperfetto.

Leggendo questo romanzo si ha la sensazione che la sua dimensione sia l’assenza, il vuoto, le parole non dette. La trama si compone di poche cose, sfiora la vita di tanti personaggi, lascia emergere sfumature di emozioni e persino la stessa Lucy non si lascia conoscere se non per mezzo di fugaci ricordi e frammenti di esistenza. Non c’è bisogno di scandagliare il passato, basta un episodio, una frase, una sfumatura. La straordinaria capacità narrativa dell’autrice si dimostra proprio nel far percepire il tutto come una storia unitaria. Quella di Lucy, quella dell’intera umanità, di cui Elizabeth Strout sa raccontare la psiche, con grande sensibilità.

Il parlare degli altri perché il fondo del barile che siamo è proprio il bisogno di trovare qualcuno da snobbare, sulla cui inferiorità costruire un po’ di sicurezza. Il desiderio di interrogarsi su tutti perché quando vediamo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, non possiamo fare a mano di chiederci che cos’abbiano dentro. Il sentire la famiglia come le radici profonde, di gioie e dolori, che ci tengono avvinghiati al cuore, anche quando, per difenderci, le nascondiamo sotto uno spesso strato di finta indifferenza.

Le parole sono poche ma dense, cadono come gocce limpide, da assaporare una per una. Sfiorano emozioni ed esistenze, sanno essere taglienti tanto da ferire ma anche avvolgenti tanto da confortare. Parlano di niente ma alla fine sembrano dire tutto. Arrivata all’ultima pagina, mi sento investita da così tante sensazioni e tanti interrogativi che vorrei sinceramente avere a disposizione competenze maggiori e strumenti più potenti perché sento che questo romanzo avrebbe forse molto di più da dire di quanto una semplice lettrice come me possa percepire.

«Ciascuno di voi ha una sola storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Non state mai a preoccuparvi, per la storia. Tanto ne avete una sola». E questa è la storia di Lucy Barton.

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Mi chiamo Lucy Barton 2017-04-02 13:33:40 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    02 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2017
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Il dolore dei figli dura per sempre

“Conosco troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto”.
Possono una madre e una figlia ricucire il loro rapporto dopo anni di incomprensioni e silenzi?
La storia inizia a New York, in una stanza di ospedale. Una madre inaspettatamente si presenta al capezzale della figlia, Lucy, costretta ad una lungodegenza per una complicanza post-operatoria. “Ciao Bestiolina” le dice la donna, come se il tempo non fosse mai trascorso, come se la figlia fosse ancora piccola; ma Lucy è ormai adulta, si è sposata ed ha avuto due bambine. Non si vedono da anni, ma subito tra le due si ricrea una certa intimità fatta di ricordi, pettegolezzi, discorsi banali. La madre veglia la figlia per cinque giorni e il piano temporale si sposta nel passato; Lucy fa riemergere dai ricordi i traumi dell'infanzia: la povertà materiale ,“vivevamo in un garage”, ma soprattutto la povertà affettiva dei suoi genitori. Dalla sua memoria riaffiorano un padre violento e una madre incapace di “pronunciare quelle parole: ti voglio bene”. Lucy crescendo si riscatta grazie allo studio, si ferma ogni giorno a scuola oltre le ore di lezione, si appassiona alla letteratura e persegue il suo sogno: scrivere il romanzo della sua vita. Ma la vita, purtroppo, non è una storia alla quale possiamo cambiare il finale, “se vivi per vent'anni con una persona, il romanzo è quello”. Il piano temporale si sposta di nuovo: Lucy è una donna matura, si è separata dal marito e ha raggiunto l'obiettivo di diventare scrittrice seppur con profondi sensi di colpa per aver trascurato le figlie. Il cerchio si chiude, la storia si ripete. “Mamma”: parola talvolta sussurrata, talvolta urlata, legame che per sempre segna la nostra esistenza e quella dei nostri figli.
Può dunque il rapporto tra una madre una figlia ricucirsi dopo anni di silenzi ed incomprensioni? La Strout lascia a noi la riposta, ma ci fa intendere che ciò che ci ha segnato non si può cancellare: il dolore dei figli dura per sempre.
Mi chiamo Lucy Barton è un romanzo breve, la lettura scorre rapida, la scrittura è asciutta, essenziale, ma mai banale; ogni frase offre lo spunto a numerose riflessioni.
I capitoli sono costruiti come istantanee in un'alternanza tra passato e presente e le vicende della protagonista sono narrate in prima persona. L'atmosfera è raccolta, intima, leggendo questo libro ho avuto la sensazione di essere lì, in quella stanza di ospedale, tra l'andirivieni di medici ed infermiere, ad ascoltare una donna che decide di aprire il suo cuore per raccontarci le ferite della sua anima.

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Mi chiamo Lucy Barton 2017-02-06 07:50:47 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    06 Febbraio, 2017
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Il grido di mamma

Una giovane donna in un letto d’ospedale riceve l’inaspettata visita della madre, che non vedeva da tempo. Si apre così questo romanzo che scalda il cuore. Perché siamo di fronte ad un incontro tra madre e figlia, che esprime, pur nel silenzio, tutto il calore di un amore. Questo è stato un amore imperfetto, ma si è sempre imperfetti quando si ama tanto e non c’è amore più grande dell’amore viscerale tra madre e figlia che ci accompagna dal primo giorno della nostra vita e che non finisce mai, neanche quando c’è il distacco. In questo libro è assordante il rumore del non detto e mille sfumature ti fanno sentire dentro il tepore di un liquido caldo, che ti penetra all’interno. La visita in ospedale è l’occasione per un racconto intervallato da diversi flash-back che riprendono gli anni della miseria, eternamente coperti del silenzio, ma che hanno segnato le loro vite, forse più quella della madre che non ha potuto dare, che non quella della figlia che non ha potuto ricevere. E’ un libro denso di emozioni e di vita, vera. E anche nella parte finale, dove c’è quel grido di mamma, sembra quasi di sentirlo questo grido che esce dalle pagine e che ci arriva dritto dentro.

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Mi chiamo Lucy Barton 2016-11-07 07:55:17 piquadro
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piquadro Opinione inserita da piquadro    07 Novembre, 2016
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intimo romanzo

E' un romanzo introspettivo e molto malinconico. A me ha messo tristezza, evidenziando le carenze affettive del rapporto tra Lucy e la sua famiglia. Non mi è piaciuto particolarmente, anche se mi ha trasmesso un senso di realtà dei sentimenti molto forte. Io per la verità cerco nei romanzi qualcosa in più, non mi basta il racconto, mi serve il riscatto, la speranza, perchè un libro mi lasci davvero qualcosa e mi insegni qualcosa del vivere. O forse era troppo per me e non l'ho capito, è anche possibile. Mi è invece piaciuto molto lo stile scorrevole e semplice della scrittura.

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