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Una donna, Trudy, suo marito John Cairncross, editore e poeta, e l'amante di lei, Claude, agente immobiliare senza troppi scrupoli. Un triangolo destinato a concludersi nel sangue quando Trudy e Claude decidono di uccidere John, per impadronirsi della sua prestigiosa e decadente casa di famiglia. L'unico testimone del loro crimine è il narratore della storia, il bambino che Trudy sta per mettere al mondo; che non può vedere eppure è in grado di sentire ogni cosa. Attraverso le sue sensazioni, le sue ipotesi e i suoi dubbi scopriamo che Claude è il fratello di John; comprendiamo i dettagli del delitto e soprattutto i passi falsi dei due complici. Perché anche il crimine che sembra perfetto rivela qualche crepa. E sarà proprio quel testimone improbabile che, come un detective o un novello Amleto, si farà giustizia facendo emergere il dettaglio che incastra gli assassini.

Recensione della Redazione QLibri

 
Nel guscio 2017-03-21 21:07:56 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    21 Marzo, 2017
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C’è del marcio in Hamilton Terrace

Eccolo l’Amleto del ventunesimo secolo, eccolo a testa in giù che si muove con cautela, protetto dal rassicurante liquido amniotico, eccolo che osserva a occhi chiusi la realtà che lo circonda e di cui ben presto farà parte. Di essa percepisce gli odori, i profumi e i miasmi. Dà libero sfogo alla sua immaginazione e dà corpo a coloro che ancor prima della sua nascita fanno parte della sua esistenza.
È lui, come l’Amleto shakespeariano, testimone involontario del crimine commesso da sua madre Trudy e suo zio Claude ai danni di suo padre John Cairncross, è lui l’eroe tragico moderno che si dibatte nel dubbio se sia possibile vivere in un mondo corrotto e violento, o se sia meglio non nascere affatto. Essere o non essere, nascere o non nascere è l’interrogativo che egli si pone, di fronte a una realtà dolorosa e inaccettabile. Con la capacità speculativa dell’intellettuale, il nostro feto si chiede se sia possibile conoscere il mondo presente o quello futuro: “Che ne sarà del Medio Oriente, […..] si riverserà in Europa trasformandola una volta per tutte? È ipotizzabile che l’Islam immerga un’estremità febbricitante nel fresco stagno della riforma? O che Israele conceda qualche centimetro di deserto agli sfrattati? Il sogno laico di un’Europa unita potrebbe dissolversi dinanzi a odi antichi, meschini nazionalismi, catastrofi finanziarie, discordia. Gli Stati Uniti andranno incontro a un lento declino?” C’è tanto di Shakespeare in queste pagine bellissime, come c’è tanto dei suoi personaggi nelle figure di Trudy, in parte Gertude, in parte Lady Macbeth, e di Claude, in parte Claudio, in parte Iago. Né si può tralasciare di notare che lo stesso McEwan riconosce a Claude le caratteristiche dell’uomo del Rinascimento, l’uomo nuovo, destinato a divenire il centro di una società completamente sovvertita, dove profitto, interesse, complotto e volgarità regnano sovrani, “un Machiavelli vecchio stampo, convinto di poterla fare franca.”
A questi personaggi negativi, tuttavia, si contrappone il vecchio modello, nel personaggio di John Cairncross, il poeta, studioso di Keats, legato a un mondo fatto di bellezza e di arte. E come in moltissime altre opere di McEwan, anche in questo romanzo si esalta la funzione della letteratura e della poesia, in particolare, a cui è affidato il compito di mettere ordine nel caos di un mondo degradato, al fine di restituirgli la dignità perduta.
La vicenda di Claude e Trudy, così come ci giunge attraverso la descrizione del piccolo nascituro, diviene metafora della condizione del mondo, troppo spesso difficile da accettare. Essere o non essere? Combattere o accettare? La vita prevale sul resto. E “tutto il resto è caos”

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Nel guscio 2017-04-09 21:22:37 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    09 Aprile, 2017
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Prospettiva a testa in giù...



Lo dico subito: mi è piaciuto molto!
L'originalità del romanzo si basa totalmente sulla "prospettiva": quella a testa in giù, di un feto quasi a termine di gravidanza, che ascolta, conosce, pensa, elabora...filosofeggia.
Ma non ci troviamo di fronte ad un testo che, riportando i pensieri di un non-nato, utilizzi un linguaggio infantile, asciutto, minimale...tutt'altro.
Il feto in questione è terribilmente snob, colto, ironico, sarcastico...
(Per tutta la durata della lettura mi si è visualizzata davanti agli occhi l'immagine di McEwan che sorride sornione...)
Il nostro piccolo narratore si trova nel ventre di Trudy, bellissima 28enne dalle trecce po' sfatte e gli occhi verdi, suo padre è John, poeta dal grande cuore e di scarso successo...ma ad attenderlo fuori dal suo guscio amniotico non c'è nessuna culla, nessun corredino, nessuno straccio di amorevole attesa sul suo arrivo imminente.
Sua madre è troppo impegnata, tra un'ubriacatura e l'altra e tra un amplesso e l'altro, ad elaborare con il suo amante (nonché zio del nascituro, dalla dubbia intelligenza) un piano diabolico per liberarsi del marito.

"Tra la debolezza di lui e la falsità di lei si è aperta la fetida crepa che ha partorito uno zio-verme"

Ed ecco che il nostro protagonista si trova ad essere spettatore impotente del disfacimento di una famiglia che non ha ancora conosciuto, si trova dilaniato tra l'amore incondizionato che prova per sua madre e la consapevolezza del suo non-amore, che lo porterà a formulare il desiderio di "non nascere, mai".
Ma nello stesso tempo è già innamorato del mondo che lo aspetta fuori, un mondo che non gli presta nessuna attenzione, apparentemente cattivo, indifferente alla vita, alle vite.

"Quello che mi spaventa è perdermi qualcosa. Che si tratti di un sano desiderio o di mera ingordigia, prima voglio la mia vita, quanto mi è dovuto, la mia infinitesimale fettina di eternità e una discreta opportunità di coscienza."

E qui McEwan riesce, senza appesantire la portata di un romanzo fresco e originale, a darci uno spaccato dell'Europa del nostro tempo: la guerra, la povertà, la minaccia dei mutamenti climatici, l'immigrazione...
"La vecchia Europa si gioca a testa o croce i propri sogni, incerta fra paura e compassione, fra accoglienza e rifiuto".

Insomma un romanzo intelligente, arguto, amaramente divertente, scritto come solo un autore di razza può fare.
McEwan riesce a passare da un registro ironico e sarcastico ad uno più intenso e sentimentale (vedi la "lettera" dedicata al padre nel capitolo 9) con una nonchalance fuori dal comune.
Un romanzo molto molto più bello di quanto prometta la copertina alla "Senti chi parla".

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Nel guscio 2017-03-27 12:04:04 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    27 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2017
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Io so

Il nascituro, raggomitolato nello spazio ormai allo stremo del nono mese di gravidanza, deve districarsi in faccende ben piu’ complesse di un corredino intonato al sesso. Il piccolo intellettuale non puo’ assopirsi sereno in attesa di un tiepido ingresso nel nuovo mondo. Il senso materno di Trudy e’ stato falciato da una ignota carestia e mentre lei e l’amante volteggiano in brevi performance sessuali, tramano il delitto perfetto.
Come se non bastasse scoprire che la donna che con indifferenza sta per darti la vita e’ un’assassina, ci si mette pure il cavilloso constatare che il tuo buon padre sta per morire.
E poi gli orrori del mondo, la prospettiva di un cataclisma climatico sono argomenti mortificanti, l’assassinio privo di sbavature potrebbe esistere, auto inferto da un fanciullo innocente che stringe con ogni forza il cordone ombelicale intorno al fragile collo.
Essere o non essere, nascere o non nascere, rischiare la prigionia degli avidi e dei violenti sapendo pero’ di avere una via di fuga nella bonta’ della poesia, come promette il dna paterno?

Il libro scorre veloce baciato da una prosa elitaria. La scrittura e’ ricercata, elegante, di precisione chirurgica. Il nascituro erudito sa districarsi in molti argomenti, mentre all’esterno della culla amniotica che lo protegge e lo disarma si consuma un noir cui egli deve assistere inerme.
L’idea del feto filosofo e’ originale ed in un panorama letterario dove ormai si e’ letto di tutto questo gioca in favore dell’autore, sebbene il libro non mi abbia galvanizzata. Effettivamente perfetto da ogni punto di vista, salvo il fatto che lo abbia trovato privo di un qualsiasi impatto emotivo e la spy story non sia abbastanza elaborata da consentire la mancanza di empatia.
Buona lettura.

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Nel guscio 2017-03-20 11:08:16 68
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68 Opinione inserita da 68    20 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Marzo, 2017
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Attesa ed esitazione, la sola speranza...

C'è un feto dai tratti peculiari, a testa in giù in una donna, in attesa, a braccia conserte, chiedendosi chi è, e chi sarà, spesso in preda all' ansia ed alla nostalgia al ricordo del dolce fluttuare nella bolla dei suoi pensieri.
È un feto che giocherella con il proprio cordone ombelicale e che resta, ascolta, impara, vive e percepisce intensamente.
È se' e non se', intimamente ( fisicamente ed affettivamente ) legato alla propria madre Trudy, in una duplicità Eros-Thanatos (...." l' amore per mia madre è direttamente proporzionale all' odio che le porto"... ) che ha il sapore di una tragedia annunciata.
Dalla sua piccola porzione di mondo ascolta e riflette, si interroga su vita privata e destino nell' aporia di una vita per lui già segnata ed ostaggio di altri ( i propri genitori e chi per essi ), impossibilitato ad agire, ovattato in una realtà amniotica e claustrofobica, così seducente ma terribilmente limitante in qualsivoglia possibilità di indirizzo.
..." E se un feto venisse al mondo conoscendo già tutto dei suoi genitori e di quello che lo aspetta?..." Questo il dubbio e l' esitazione amletica, ( ...." potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito se non fosse la compagnia di brutti sogni"...) ma qui non vi sono spettri ne' castelli popolati da spiriti secolari, solo una marcescente contemporaneità ( vive con la madre in un edificio georgiano che è un rudere ) ed un bieco desiderio di sopraffazione, crudo, materiale, ammantato di " amore " e buoni sentimenti ma traspirante indifferenza e noncuranza.
Il nascituro ha lo stigma di un oggetto qualunque, dimenticato, ignorato, sopraffatto, sospeso tra egoistici effluvi ed eccessi sconsiderati, sbornie alcoliche ed abbuffate nauseabonde, impeti sessuali imminenti e cefalee prolungate, speranza di vita e possibilità di morte, alla mercé di una madre insondabile ed ondivaga, sovente misconosciuta ( nella accezione di madre ).
È un feto che vive una realtà capovolta ( anche fisicamente ), sente ma non vede, immagina, pensa, decodifica, struttura il proprio mondo, al contrario della fattualita' circostante, così veloce, superficiale, senza memoria, inserita nel semplice e banale fotogramma di un attimo.
Il suo animo da autodidatta è profondo, sensibile, critico, colto, una voce della coscienza che assapora, dosa e riflette su un mondo esterno ( ed estraneo ) paradossale, intriso di scontri frontali, ingiustizie, barriere e preconcetti, in cui la vita privata sovrasta ed elude il dramma migratorio e l' odio e l' indifferenza sovrastano un senso di globalità, proprio come accade nel suo piccolo angolo di mondo ( la famiglia).
Dalla propria prigione dorata diviene esperto di sogni collettivi, sente e non sente, investiga ma fatica a raccogliere le prove. Inizia a dubitare persino dell' amore materno ( ma è un dubbio ampiamente giustificato dai fatti ), viceversa ama lo scanzonato e sublime poetare del padre John e quei versi che egli si ostina a recitare alla moglie Trudy, rattristato dal fallimento del suo poetare, ed odia lo zio Claude, che dapprincipio non conosceva, immobiliarista zotico e duro di mente.
La congiura degli amanti nei confronti del padre ( e dello stesso protagonista ), quella passione sfrenata ( che tale non è ) ed accecante che li guida e li rende cinici e machiavellici, trasforma la trama in un thriller in attesa di una risoluzione scontata ( per la loro palese dabbenaggine ).
In una narrazione apparentemente poco includente ed affettivamente asciutta si costruisce un viaggio ricco e sublime in quel paese diverso che è la mente umana. In fondo ...." è così ingiusto avere tanto male prima ancora che la vita cominci "... e ...." fa così male ad un bambino sentire la propria madre piangere "....
Il feto stesso, in fieri, si spingerà oltre i recessi della pura immaginazione, in una neo-consapevolezza indirizzante la storia, servendosi di quello che gli fa comodo, verso una improbabile via di fuga ed una salvezza agognata.
Dopo riflessioni protratte accede e lotta per lo scopo di ogni vita, la semplice possibilità di essere vissuta, eludendo una condanna già scritta, indirizzando un destino segnato, trasformando i sogni in desideri, gli incubi in brutti ricordi e la semplice immaginazione in realtà.
Quante volte dal proprio giaciglio angusto e ristretto ( solo di fatto ) ha immaginato il volto della propria madre, nel quale ora gli sembra di vedere il mondo intero, bellissima, amorevole, assassina.
Sta tutto qui: prima il dolore, poi la giustizia ed infine un senso, quel...." senso che sta nell' attesa, nel pensiero. Tutto il resto e' caos "....
L' ultimo McEwan ha il respiro di una apparente intimità ( continuamente violata ) con una narrazione dosata e centellinata inclusa in un turpiloquio di inventività ed in monologhi sferzanti. In uno scenario spoglio ma complesso ( cerebralmente ) ed in una virtualità sospesa tra il percepito e l' insondabile, con una barriera ( la placenta ) che tramuta i sogni in speranze ed in mostruose presenze, si compie un viaggio mentale e fisico terribilmente crudo alla scoperta di un mondo sempre e solo immaginato e di fatto peggiore di quel che inizialmente sembrava.
Virtuosismi sintattici e giuochi di parole scorrono in un flusso di coscienza che alterna crudezze e disillusioni a spaventevoli immagini di un reale disconosciuto.
Lo spirito narrante, tra umorismo e situazioni paradossali, lotta per accedere ad una vita donatagli e sottrattagli in un viaggio che impone riflessioni doverose, il senso della famiglia, il tradimento, l' egoismo, il rapporto figliale, la realizzazione dei sogni, la contrapposizione realtà-desiderio, ma anche elementi della contemporaneità e della globalizzazione, l' indifferenza, la noncuranza, il non ascolto, le barriere fisiche e mentali, il rifiuto, il contrasto ricchezza- povertà, il bieco materialismo imperante, il decadimento morale ed artistico, la morte della poesia.
È un occhio all' apparenza distaccato ( perché non ancora operativo nel mondo ), esterno ma non estraneo, una voce fuori dal coro, profondo conoscitore dei recessi dell' umana specie, in attesa di qualsivoglia sorte o giustizia o fine imminente.
Il forte desiderio di vita porterà all' autodeterminazione, i colori immaginati si faranno finalmente realtà ( e saranno dei bellissimi colori ), l' immaginario solo percepito duro e consapevole presente.

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