Niente di nuovo sul fronte occidentale
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Macelleria umana
Libro, direi quasi classico, che offre un importante messaggio pacifista ed antimilitarista, senza alcuna retorica. E' un diario di guerra romanzato che trasmette al lettore tutto l'orrore della prima guerra mondiale. Un libro terribilmente vero, che rappresenta nel modo più efficace l'assurdità e l'orrore della guerra. Soldati, soldati troppo giovani, che hanno gambe che non li reggono più, mani che tremano. Soldati che non hanno più né carne né muscoli e che hanno paura a guardarsi nel viso l'un l'altro. Un urlo interminabile, che non se ne va dalla tua testa neanche quando chiudi l'ultima pagina. e' un libro che ti fa provare un'intensa sofferenza ed un grande dolore.
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Per non dimenticare
Fronte occidentale, Prima Guerra Mondiale.
Il soldato diciannovenne Paul Bäumer racconta i suoi giorni al fronte insieme ai propri camerati, in parte ex compagni di scuola: il pratico Tjaden, il trovatutto Kat, l’amico Albert... Attraverso i loro occhi, ci viene mostrato un mondo in cui i valori e gli aspetti fondanti dell’essere umano si sovvertono, una condanna a morte che pende su tutti coloro che stanno sui due fronti del confine belligerante, attendendo solo di afferrarli.
Paul ci mostra il cameratismo tra soldati, cementato dalle esperienze comuni e dalla necessità di mantenere dei rapporti umani, continuamente reciso dalla morte, da ferite orribili che segneranno per sempre coloro che vengono allontanati dai combattimenti. La vita diventa un lusso che non ci si può più permettere, che si muoia o che si continui a vivere, portando con sé orrori di cui non si riuscirà mai a parlare, per cui non esistono parole adatte.
E perché? Per cosa? Il meccanismo della guerra prende tutti nell’ingranaggio e uscirne non è una prospettiva meno terribile dell’esserne schiacciato. Resta solo da capire chi riuscirà a vedere la fine di questa follia, sempre ammesso che qualcuno ci arrivi vivo.
Erich Maria Remarque pubblicò “Niente di nuovo sul fronte occidentale” nel 1929, dopo essere sopravvissuto ai combattimenti della Prima Guerra Mondiale (Paul è il suo vero secondo nome ed è palese fin dalle prime righe che il protagonista del romanzo racconta ciò che per l’autore è stata vita vissuta). Caratterizzato da uno stile crudo ma sincero, pieno di umanità, Remarque ha il pregio di aver raccontato la verità della vita del soldato tedesco nonostante la propaganda nazionalista, culminata con il rogo delle sue opere durante il regime nazista.
Un tema portante del romanzo è l’assurdità della guerra. Un soldato viene mandato al fronte per servire il proprio Paese, schierato contro il nemico straniero da sconfiggere. Fin qui, ordini e retorica. Quando, però, la guerra la si vive sulla pelle giorno per giorno, le parole cessano di avere una funzione pratica e pensieri scomodi si fanno largo, che lo si voglia o no, e chiedono di essere- pur confusamente- espressi.
Cosa significa “servire lo Stato”? Che differenza c’è tra il concetto di patria e quello di governo, che in fondo è formato da poche persone le quali reggono il destino di milioni di connazionali? Chi è il nemico straniero? E’ una specie di mostro da sconfiggere, un semplice bersaglio per il tiro a segno? Cosa accade nella mente di un soldato quando le circostanze lo portano a rendersi conto che il nemico ucciso è niente più che un uomo come lui, che a casa ha lasciato dei genitori, una famiglia, un lavoro e dei sogni?
Simili pensieri possono fare impazzire. Fanno odiare il momento in cui ci si è presentati per l’arruolamento, l’aver creduto alle parole di coloro che avrebbero dovuto prepararti alla vita adulta (insegnanti, genitori, politici) e ora sono a casa, a leggere gli orrori sui giornali lodando il coraggio di chi si gioca la pelle ogni minuto o criticando la loro vigliaccheria se non raggiungono gli obiettivi preposti.
Questo apre anche al conflitto generazionale, i giovani pronti a gettarsi a braccia aperte nel futuro che si vedono condannati al massacro per una guerra decisa dai padri e dai nonni, che non vedranno mai il fronte e continueranno a parlare della battaglia con fascinoso interesse o stagnante retorica belligerante. E’ la perdita delle illusioni, la definitiva morte di ogni sogno. Conta solo il presente, vivere un giorno ancora, mangiare quando e quanto puoi. I soli compagni sono i soldati della tua compagnia, che vedi morirti attorno senza poterci fare niente. Per non impazzire, tocca ricorrere a un umorismo macabro, a un annichilimento della sensibilità che può venire messo a dura prova in qualsiasi momento da un attacco di terrore oppure da qualche giorno di licenza, che spalanca una finestra su tutto ciò che non si possiede più né si riesce a sperare di tornare ad ottenere.
L’autore riesce a trattare argomenti spinosi, domande esistenziali di devastante profondità, con incredibile delicatezza. I protagonisti non si lasciano mai andare a concioni, non propinano al lettore il loro punto di vista belligerante oppure pacifista o, ancora, rivoluzionario nei confronti del regime corrente. Remarque ci offre molto più semplicemente per bocca loro tutta la confusa e triste consapevolezza dell’ingiustizia della condizione di questi ragazzi, mandati a morire quando ancora non avevano potuto imparare cosa significava vivere.
Questa è una lettura di cui non si dovrebbe fare a meno.
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Contro ogni guerra
Questo romanzo mi è stato compagno fedele fin dalla gioventù ed è stato oggetto di più riletture al fine di non dimenticare il messaggio di pace che porta in modo addirittura sublime.
La guerra, questa bestialità dell’uomo, mai è stata descritta così bene come in questo testo di Erich Maria Remarque, alsaziano che l’ha vissuta direttamente sul fronte francese combattendo sotto le bandiere dell’impero tedesco.
Non c’è una riga di troppo, non si avverte mai la tentazione, in cui era pur così facile cadere, di invitare il lettore alle facili lacrime. Eppure la commozione prende mentre si scorrono le pagine, dense di episodi di una gioventù allevata con uno spirito nazionalistico che l’ha fatta aderire entusiasticamente a una guerra motivata dalla becera retorica della grandezza della patria e della legittima aspirazione di ampliarne i confini. Parole vuote riempiono le menti di questi giovani studenti, nascondendo non solo gli autentici fini di potere e di denaro di ogni guerra, ma anche la realtà della stessa.
Anni in cui si dovrebbero conoscere le gioie della vita sono così segnati dall’orrore della morte, dalla paura di ogni giorno, dal senso di colpa che ti prende quando ferisci a morte un nemico, se poi hai occasione di conoscerlo e di vedere in lui un povero disgraziato come te, numero in una macchina infernale che tutti divora, vinti e vincitori.
Si può solo resistere se si conserva, o addirittura si crea, un gruppo affiatato di amici con cui condividere questa pena di vivere.
La fornace della guerra, però, strapperà al protagonista, ad uno ad uno, gli affetti, rendendolo sempre più indifferente alla vita fino a quando anche lui verrà ucciso.
Il romanzo è senza ombra di dubbio un autentico capolavoro che dovrebbe costituire oggetto di studio nelle scuole di ogni nazione, con dignità pari a quella dei testi di grandi classici, e con il preciso scopo di non dimenticare che la pace è uno stato di grazia.
Dubito, però, che ciò sia possibile, perché gli interessi che muovono alla guerra sono gli stessi che presiedono alla vita di ognuno durante i periodi di relativa tregua.
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Un massacro
Un libro all’apparenza semplice, uno di quelli che ti fanno leggere alle scuole medie. Un libro che narra in prima persona la vicenda di un soldato tedesco e dei suoi compagni mandati al fronte. Una vicenda sicuramente drammatica, ma l’autore non si limita alla pura descrizione razionale dei fatti: la realtà viene filtrata dal protagonista, e le sue riflessioni vengono chiaramente riportate. Riflessioni sull’uomo, su questa bestia assetata di sangue; riflessioni sulla guerra, sul fatto che quest’ultima non serve a niente se non a disumanizzare i giovani ragazzi arruolati volontari sulla base di pure fandonie. Ragazzi che perdono e buttano al vento la propria giovinezza, che non sanno più vivere, che sanno solamente combattere e uccidere. La trasformazione da uomo a macchina assassina è descritta chiaramente.
Un libro crudo, diretto, senza troppi giri di parole. Un libro semplice e complicato al tempo stesso.
Un libro che fa riflettere su come l’uomo non sappia vivere senza ammazzare un proprio fratello.
È attraverso un libro del genere che l’autore cerca di farci immaginare – anche se per noi, per questa generazione è difficile farlo – la drammatica situazione mondiale del novecento e la drammatica concezione umana di questo secolo.
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niente di nuovo.....
un buon libro, anche se tratta un argomento crudo come la grande guerra. erano tempi in cui i nemici riuscivano, nel conflitto, a vedersi negli occhi ( a differenza di oggi, dove basta schiacciare un bottone e .... ).









