Carte in tavola
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La risposta della cara Agatha agli Avengers
Non sono arrivata a lasciar passare un intero anno ma poco c'è mancato: dallo scorso ottobre non leggevo nulla di Christie, e da prima ancora avevo messo in pausa la serie dedicata al buon Hercule. Tutto per mancanza di nuovi titoli nella mia biblioteca (un tempo nota come collezione...), alla quale ho rimediato facendo incetta di volumi all'usato, ed eccomi quindi approdare a "Carte in tavola"; un libro che non solo mi ha permesso di reincontrare il detective belga meno modesto di sempre, ma si è dimostrato un efficacie connettore per una buona fetta dei personaggi creati dalla cara Agatha! troviamo infatti il sovrintendente Battle, il colonnello Race e la scrittrice Ariadne Oliver tra i protagonisti mentre a margine viene perfino nominato l'irreprensibile ispettore Japp, rendendo questa storia la prova principe dell'esistenza di un universo narrativo condiviso tra tutti i suoi risolutori.
La premessa non è delle più complesse, ma funziona per catturare l'attenzione di Poirot e del lettore: il ricco ed eccentrico signor Shaitana invita l'investigatore a cena nella sua opulenta dimora con la promessa di mostrargli una collezione di artisti del delitto, ossia persone che sono riuscite a commettere uno o più omicidi e risultare nondimeno del tutto impunite. Almeno uno di questi criminali percepisce però il pericolo rappresentato dal padrone di casa e, durante le partite a bridge di fine serata, riesce a pugnalarlo a morte sotto gli occhi di altri tre ignari giocatori. Battle inizia subito un'indagine serrata, ma non è il solo a voler individuare l'assassino, tanto che l'operazione diventa una sorta di progetto di gruppo al quale partecipano attivamente anche Poirot, Oliver e Race.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio vedere all'opera questi personaggi, con i loro diversissimi atteggiamenti nei confronti dei quattro sospettati: Battle segue una linea d'azione classica e metodica, Poirot tenta di svagare con quesiti all'apparenza insignificanti conditi da trappole assortite, Oliver accentua se possibile la sua già tragica sbadataggine e aggiunge qualche nota di amichevole compassione, mentre Race porta a casa la mini quest assegnatagli per poi scomparire. La sua quasi totale assenza mi ha fatto un filino storcere il naso, ma possiamo dire che sia coerente con il personaggio; anche da parte della grande giallista non mi sarebbe spiaciuto leggere un contributo più significativo, però mi sono potuta consolare tranquillamente con l'ottima dinamica tra Poirot e Battle che tiene banco in svariate scene, risultando tanto intrigante quanto divertente visti i loro caratteri agli antipodi.
Tra gli elementi che hanno reso per me davvero godibile questa lettura compaiono senza dubbio la caratterizzazione della signora Lorrimer (aka la migliore tra i comprimari), lo spazio dato alle prospettive dei sospettati -perché da un lato vengono fornite più informazioni, ma dall'altro si finisce spesso e volentieri per essere portati fuori strada-, e la dinamicità della struttura: una piacevole sorpresa, dal momento che il ridotto numero di indiziati mi portava a temere una narrazione molto più statica e ripetitiva. Risulta molto carina anche la scelta di rendere centrale il tema del bridge, che non viene abbandonato dopo il delitto iniziale, ma diventa una sorta di argomento ricorrente in ragionamenti e battute varie. Ricorrenti sono anche gli easter egg, sempre graditi, seppur debba indicare con fermezza quello ad "Assassinio sull'Orient Express" come il mio preferito.
In linea di massima ho apprezzato anche la figura di Ariadne Oliver: ha le battute migliori, adoro i suoi riferimenti meta-narrativi, e porta una bella ventata di autoironia nel testo. A darmi noia è invece l'idea di associarla al femminismo, perché quello di cui parla non è affatto femminismo e la fa risultare quasi sempre una personaggia risibile e inconsistente. Non mancano poi i due capisaldi delle mie lamentele christieniane, ovvero la xenofobia e le romance fuori luogo, che come spesso accade mortificano senza ragione la lettura. Segnalo poi delle tempistiche un filino strane per la risoluzione conclusiva e la presenza di troppe informazioni per il lettore ben prima di arrivare alla spiegazione finale targata Poirot, sebbene la trovata dell'attore sia stata un colpo di genio davvero ben assestato.
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Scala di gialli alla Christie - 1
Agatha Christie ha il dono di una scrittura limpida e cristallina, senza ornamenti, ma sempre garbata, essenziale e composta, capace di riconciliare anche il lettore più stanco con la letteratura e, direi, con la vita. Certo si parla sempre di omicidi e delitti, ma la ricomposizione finale, l’idea di un narratore che accompagna saldamente il lettore nell’impervio ginepraio dell’assassinio, hanno un magico potere taumaturgico. Specialmente qui, lontani dai sinistri bagliori di libri magistrali come “Dieci piccoli indiani” e “Assassinio sull’Orient-Express.
La forza di questo romanzo è la genialità lucidissima della trama: un eccentrico e mefistofelico signore invita a cena, in una casa che ricorda gli arredamenti dannunziani, quattro “segugi del crimine”, tra cui il solito Poirot e quattro individui che, invece, hanno già ucciso, ma sono rimasti impuniti. Mentre i personaggi sono impegnati in una accanita partita di bridge, il proprietario viene silenziosamente ucciso. Una sfida audace per i quattro investigatori e contemporaneamente l’idea di un’urgenza omicida di sfuggente giustificazione. Il romanzo si dipana ordinatissimo alla ricerca di quei delitti sepolti e di una accuratissima indagine psicologica dei personaggi, uno studio della mente e dei caratteri davvero appassionante che sembra l’unica strada per capire il colpevole. Qualcuno che ha ucciso un tempo, che ha ucciso ora e che è pronto a farlo ancora.
Agatha Christie scrive un romanzo tesissimo, che diventa quasi spasmodico nelle pagine finali. La soluzione, forse, si intravvede, ma le carte si mescolano continuamente tra bluff e rilanci, cadute e rinascite, che confondono continuamente le idee. Eppure il vero colpo di genio è l’introduzione di un personaggio, quello di una celebre scrittrice di gialli, alter ego della scrittrice: è lei che disvela, ironicamente, i meccanismi nascosti delle trame poliziesche, che smonta la superbia proverbiale di Poirot e che infrange la quarta parete dell’autore-tessitore-d’inganni. Un libro che trova il giusto equilibrio tra caratterizzazione, intreccio e contenuti e che non nega la sua appartenenza alle opere migliori della scrittrice. Per chi si intende di bridge, un’occasione per provare a dedurre la vita dal gioco e per gli appassionati di gialli un’occasione meravigliosa per entrare nell’officina creativa della scrittrice. Ingiustamente poco apprezzato.
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VEDO E NON VEDO
Scarto, pesco, passo, ripesco, chiudo. No, non sto giocando a carte, è il metodo investigativo migliore per risolvere i casi e scovare il colpevole.
Siamo a Londra negli anni trenta, l’infallibile Poirot, è ospite del criptico Shaitana, personaggio dall’aspetto demoniaco. Un banchetto speciale, da una parte si accomodano quattro autorità e dall’altra quattro presunti rei, tutti ignari del reale scopo della cena. A che gioco vuole giocare il padrone di casa? Proprio durante un sfida a bridge la serata si tinge di giallo. Tocca ancora al geniale Poirot con la preziosa collaborazione di altre celebrità scoprire le carte e risolvere l’arcano.
Scrittura elegante e pulita con senso pratico, priva di fronzoli e ricca di sostanza. Narrazione ordinata, senza confusione ogni tassello del puzzle criminale si incastra al posto giusto, rendendo la situazione chiara e perfetta, da incorniciare.
Agatha Christie è abile a stimolare la mente, punzecchia e suggerisce ipotesi, disseziona i fatti, appunta dettagli rendendo il lettore un migliore osservatore di ciò che lo circonda. Le ambientazioni e i personaggi son ben definiti sia fisicamente che caratterialmente, garantendo al lettore l’orientamento. Un giallo sobrio, classico, capace di rapire l’attenzione senza scene raccapriccianti o brividi da alta tensione.
All’inizio ho provato delusione perché la trama non è originale, è simile a quella di “Dieci piccoli indiani”, il passato dei personaggi è il tema ricorrente, ma la storia è sviluppata talmente bene che i pensieri negativi si sono eclissati velocemente.
Un romanzo da leggere impettiti e cerimoniosi, come del resto lo è Poirot, e non scordatevi una buona tazza di thè bollente, meglio se twinings.
“Con gli occhi della mente si vedono molte più cose di quel che non si veda con gli occhi del corpo”




























