Il confessore Il confessore

Il confessore

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Sonny Lofthus non ha neanche trent'anni, ma è in galera da dodici per duplice omicidio. E un tossico, ma per i suoi compagni a Staten, la prigione di massima sicurezza norvegese, è una sorta di confessore. Sonny ascolta i loro peccati e li assolve. Un giorno uno dei detenuti gli rivela che suo padre, il poliziotto Ab Lofthus, il cui suicidio tredici anni prima ha portato al crollo e alla rovina di Sonny, è stato ucciso dagli uomini di Nestor, uno dei capi della malavita di Oslo. E che Ab, al contrario di quanto aveva scritto nella sua lettera d'addio, non era la talpa che passava a Nestor le informazioni per sfuggire alla legge. Da quel momento, Sonny inizia a organizzare la sua vendetta.

Recensione della Redazione QLibri

 
Il confessore 2014-11-30 09:53:42 pirata miope
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pirata miope Opinione inserita da pirata miope    30 Novembre, 2014
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LEGGE O GIUSTIZIA?

Forse in nessun altro luogo vi è più bisogno di un Dio o di chi ne faccia le veci che all’inferno fra i peccatori: nella prigione di massima sicurezza di Staten a Oslo Sonny Lofthus,un giovane eroinomane, lì rinchiuso per omicidi non commessi, ascolta le confessioni dei suoi compagni carcerati e li benedice, invocando per la loro la misericordia «di tutti gli dei e le dee della terra». Il barlume di pietà che gli altri intuiscono in Sonny è forse la sola cosa viva nell’animo devastato di lui: il suicidio del padre, poliziotto accusato di corruzione, lo ha spinto all’autodistruzione prima attraverso l’eroina poi addossandosi la colpa di crimini perpetrati dalla banda criminale del “Gemello”, in cambio della droga. La medesima vocazione alla giustizia oltraggiata che lo ha spinto all’annullamento della coscienza lo riporta in vita, quando viene a sapere che il genitore è stato ucciso. La resurrezione inevitabilmente porta con sé la necessità di guardare lucidamente l’inferno che ha inghiottito suo padre e lui: se tutti gli dei del cielo e della terra non possono concedere altro che misericordia, l’unica giustizia riparatrice è l’arcaico” occhio per occhio, dente per dente”. A quell’abisso nessuno scampa: alcuni vi precipitano per vizio, come il cappellano pedofilo, o per avidità e volontà di dominio, come il Gemello e i suoi sgherri, gli innocenti lo abitano perché costretti.. “Il confessore” racconta la lotta efferata degli uni contro gli altri: la società inquinata non ammette per nessuno il bene, ma, se nella anime pure esiste, esso diventa ossessivo desiderio di vendetta La giungla non concede il lusso del libero arbitrio: la scelte è fra l’essere vittima o carnefice.
Il crime di Nesbo ha dunque come sfondo problematiche etiche da dramma classico: il conflitto fra legge e giustizia, quella che «sta sopra la legge». E il dubbio accompagna il lettore mentre scorrono veloci le sequenza d’azione: chi si assume la missione di ristabilire una verità, come Simon, il poliziotto sulla soglia della pensione, o lo stesso Sonny, “Il Budda con la spada”, chi è veramente, quale realtà si cela in fondo ai loro occhi? Neppure l’amore dei loro angeli salvatori, le donne, riesce a vederla….

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Il confessore 2015-11-07 14:23:14 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    07 Novembre, 2015
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Stavolta non squali, ma anaconde.

Con tutto lo scettismo dovuto al primo incontro con Harry Hole (e Megashark), ne “Il Pipistrello”, mi sono avvicinata a quest’opera del celebre autore norvegese (libro del mese con il mio Gruppo di Lettura) per vedere un po’ se dargli un’altra chance o troncare definitivamente e senza rancori.
Va detto, come prima cosa, che il nostro è sensibilmente migliorato.
Il protagonista, Sonny, somiglia un po’ ad Hole, ma non troppo. E poi non è l’investigatore, ma – a quello che sappiamo all’inizio – l’assassino. Che poi si trasformerà nell’Angelo Vendicatore (o nel Buddha con la spada, se seguiamo la definizione di Nesbø).
L’azione all’inizio si svolge in un carcere norvegese di massima sicurezza, dove, appunto, è recluso Sonny. Trentenne, ex-wrestler, figlio di un poliziotto corrotto e suicida, dopo la morte del padre e della madre si è dato all’eroina e agli omidici (forse). Arrestato, continua a farsi di eroina, ma vive in una dimensione quasi mistica, nella quale diventa un punto di riferimento per gli altri detenuti. Li ascolta, non li giudica, li assolve. Dal momento che appare completamente disinteressato alla sua vita e a quello che gli accade, Sonny viene usato come “capro espiatorio” per un efferato omicidio, organizzato in modo da coincidere con un suo breve soggiorno fuori dal carcere; gli viene semplicemente chiesto di “confessare”. E lui lo fa.
Poi qualcosa cambia.
Forse il padre non era corrotto. Forse non era “la talpa”. Forse è stato costretto a suicidarsi. Forse la vera talpa lo ha ucciso.
Sonny smette di farsi. Evade (la parte migliore). E si mette in caccia. Della verità e di tutti i «cattivi» della storia e collabora, a distanza, con un ex collega ed amico del padre. Rimane comunque un killer anomalo, spietato, ma dagli occhi grandi e dai modi gentili, che stringe una bizzarra amicizia con un barbone, diventa l’eroe di un bambino vittima di bulli e, già che c’è, trova pure l’ammore.
Ora naturalmente tutto non è come sembra e avremo qualche discreta “sorpresa” prima della fine.

All’inizio del libro c’è molto “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e permane sempre una forte dicotomia fra un “dentro” positivo ed associato alla protezione e alla sicurezza e un “fuori” ostile e pericoloso. Ci sono molti “squali” (per fortuna stavolta solo in metafora) in questa storia e c’è pure una Oslo che ti fa innamorare praticamente al primo morso.
Come accennavo il libro scorre volentieri e Sonny è meno indisponente di Harry.
Non di meno, il libro non è esente da difetti.
Il peggiore (ravvisato anche nel Pipistrello) è l’eccessiva lunghezza; non in senso assoluto, ma relativo. Ad un certo punto l’autore “scopre le carte” e tu, lettore, capisci quello che sta avvenendo e resti in attesa della chiusura della vicenda. Invece sei a metà romanzo e ti attendono almeno duecento pagine che per buona parte sono “sbrodolate”, secondo me.
Il personaggio di Sonny è un tantino caricato e anche un tantino “perché sì”, come il famigerato Gemello (il cattivone), che si vede poco, fa poco, ma è molto “perché sì” anche lui.
Martha (bella-buona-cara-angelo-di-carità-pure-con-il-fidanzato-idiota-e-manesco) è davvero poco credibile oltre che irritante (ed autrice di una delle metafore più terribili della storia della metafore, dal momento che chiede al povero Sonny – che non è molto esperto nella faccenda – di baciarla “come un anaconda addormentato”). Un po’ meglio Simon Kefas e la sua “allieva” Kari.
In generale, comunque, i personaggi minori sono caratterizzati meglio e riescono a fornire dei ritratti piacevoli (il barbone, il carcerato malato di cancro, l’ex galeotto meccanico, il piccolo Markus, i due killer Bo e Sylvester) e più credibili.

Concludendo lettura piacevole, con alcuni difetti (o che a me paiono tali) che ormai credo siano una caratteristica dello stile di Nesbø. Onesto thriller, comunque.

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Il confessore 2015-11-01 16:07:20 mariaangela
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mariaangela Opinione inserita da mariaangela    01 Novembre, 2015
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Sta per arrivare la lunga notte.

L’impressione è che Nesbo abbia voluto scrivere una storia d’amore.
Questa è la sensazione che mi resta al termine della lettura. Certo mi rendo conto che l’impressione è strana. Ma è così. E il risultato è geniale, anche senza il nostro Harry.
Ma posso affermare con certezza che Harry è altrove?

Una vasta umanità, che sembra non ignorare del tutto l’altro.

Rover che si confessa e attende la benedizione. La storia che sta raccontando è orribile.
“Chinò il capo e sentì la mano sinistra di Sonny sulla sua testa calva”.
Un regalo e un biglietto da visita recante la scritta “Officina Rover.”

Sonny, occhi verdi, capelli lunghi e luridi. Alunno modello, wrestler pieno di talento, amato da tutti, sempre disponibile. Sarebbe diventato poliziotto. Anche lui. Come suo padre, poliziotto, corrotto, e con poteri speciali. La vergogna.

Per Vollan, da quarant’anni cappellano del carcere. Poche e chiare istruzioni.

Johannes Halden. Perché aveva accettato di prendere a bordo due grossi sacchi al porto di Songkhla, in Thailandia? Aveva capito che si trattava di eroina…

Nestor e il dogo argentino.

Arild Franck vicedirettore della prigione.

Simon Kefas, ispettore capo della Omicidi. Sulla sessantina, un metro e settanta, viso con solchi profondi, alcune rughe del sorriso. Radi capelli grigi e due occhi che esprimono gentilezza e testardaggine.

Kari Adel appena entrata nella Omicidi. Affianca Kefas.

Martha e il residence di Ila.

Aveva capito perché tanti detenuti andassero a confessarsi dal ragazzo. Era per via del silenzio, del vuoto risucchiante che si crea quando qualcuno ti ascolta senza reazioni o pregiudizi, quando pur senza far niente ti invoglia a parlare e a rivelare i tuoi segreti. Nessun secondo fine. Nessuna speranza di ricevere un eventuale premio nei cieli.
“Tutti gli dei della Terra e del Cielo abbiano misericordia di te e perdonino i tuoi peccati. Un giorno morirai, ma la tua anima di peccatore salirà in paradiso. Amen.”

Efferati omicidi, anzi vere e proprie sentenze eseguite con altrettante mutilazioni.

Una presunta talpa nella polizia che riferisce direttamente al capo del narcotraffico e della tratta di esseri umani a Oslo.
Il Gemello.
Una lettera scritta da Ab che si autoaccusa. Kefas che è convinto del contrario. Perché era il suo migliore amico.

Ancora una volta Nesbo è infallibile. Devo interrompere il racconto perché la mia vita continua, al di la di ciò che sto leggendo, eppure mi costa fatica, voglio sapere tutto. E quello schiaffo finale che mi fa tornare di qualche pagina indietro a cercare certezze. Così riconoscibile e rassicurante, non si smentisce mai e ci casco sempre.
Grandissimo e avvincente noir, a tratti pulp, anzi pulp fino al parossismo. Ma Nesbo ci abituati al suo racconto senza intermediazione alcuna. Senza inutili giri di parole. Riesce a non farmi sentire la mancanza di Harry.
Diretto al punto. Di una nuova storia d’amore.

“La vera pazzia è fare sempre le stesse cose pensando di ottenere un esito diverso.” Albert Einstein

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Il confessore 2015-02-27 16:16:01 cesare giardini
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cesare giardini Opinione inserita da cesare giardini    27 Febbraio, 2015
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Un intrigo avvincente

La Oslo di Jo Nesbo è una città poco raccomandabile. La polizia è corrotta (anzi, “marcia”), fioriscono traffici illeciti, droghe di qualsiasi tipo si spacciano ovunque, loschi figuri legati a varie mafie tramano nell’ombra, ben protetti da magnati dell’alta finanza e autorità locali compiacenti. Su questo sfondo si staglia la figura del protagonista, il giovane Sonny Lofthus, eroinomane, costretto per sopravvivere a confessarsi autore di crimini orrendi, compiuti da altri; incarcerato si specializza nel “confessare” a modo suo e ad impartire l’assoluzione a criminali incalliti desiderosi di redimersi. Scoprirà dopo anni che l’amatissimo padre, poliziotto, non è morto suicida ma è stato ucciso da poliziotti corrotti : tanto basta per indurlo a fuggire dal carcere ed a mettere in atto una serie di vendette programmate e spettacolari. Non c’è tregua nel thriller, ricco di colpi di scena, di cui due assolutamente inaspettati negli ultimi capitoli. Jo Nesbo dà anche spazio ai sentimenti intercalando nella narrazione, con toni partecipi e commoventi, la tormentata storia tra l’ispettore Simon Kefas e la moglie, in procinto di perdere la vista, e la nascente totalizzante passione tra Sonny e Martha, responsabile di un centro d’accoglienza per eroinomani. Tutto sommato un romanzo avvincente, che si legge piacevolmente. Pur non essendo all’altezza della famosa trilogia scandinava di Stieg Larsson, il giallo del norvegese Jo Nesbo, con il suo straordinario protagonista, una sorta di angelo vendicatore “ dolce e feroce”, possiede tutti crismi per diventare una delle migliori opere della letteratura gialla nordeuropea.




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I gialli della letteratura scandinava
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