Il mistero della collana Il mistero della collana

Il mistero della collana

Letteratura straniera

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Nell'infanzia di David Crawfurd c'è un episodio - un rito satanico, cui il ragazzo si trova ad assistere - destinato a lasciare un segno profondo. Una volta adulto, David parte per il Sudafrica, dove si trova coinvolto nella complessa vicenda che ruota intorno alla storia di una collana a cui la fantasia primitiva attribuisce eccezionali poteri... E tutto sembra un'eco del passato, di quel misterioso rituale i cui effetti perdurano nel presente.



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Il mistero della collana 2021-04-25 09:38:13 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    25 Aprile, 2021
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Avventure africane e collane misteriose

David Crawfurd, figlio scavezzacollo di un pastore calvinista scozzese, alla morte del padre deve abbandonare il college (e la relativa speranza di dedicarsi a una professione liberale) e guadagnarsi da vivere accettando l’impiego di vice-magazziniere per un piccolo emporio in Sudafrica.
Impacchettate le sue cose, il diciannovenne Davie parte per lo sperduto villaggio di Blaauwildebeestefontain (in boero: “La sorgente dello Gnu azzurro”). Già prima di giungere a destinazione, però, incrocerà lo strano pastore nero (tal John Laputa) che da ragazzino, al paese, lo aveva terrorizzato mischiando sermoni cristiani ad arcani riti tribali, ma, soprattutto, comincerà a sentire strane storie sui misteri che ammanterebbero i luoghi meta del suo viaggio: oscure miniere di diamanti, stregoni e diavoli che abiterebbero nelle vicinanze, un’aura sinistra che farebbe scappare tutti i bianchi che si trasferiscono in quelle lande.
Giunto finalmente a destinazione e confrontatosi con Peter Jepp, il magazziniere ubriacone e traffichino alle cui dipendenze dovrebbe lavorare, in pochi giorni scoprirà che il luogo è uno dei centri in cui si pratica il traffico illegale di diamanti e, forse pure, uno dei punti dai quali potrebbe partire una sanguinosa ribellione nera contro il dominio britannico, finanziata proprio da quei diamanti illeciti. Il tutto ruoterebbe attorno al pastore Laputa, a una misteriosa collana di rubini di immenso potere (forse appartenuta a re Shaka e, prima di lui, addirittura al mitico Prester John) e a una religione, miscuglio di animismo e cristianesimo, che infonderebbe a tutte le tribù africane una coesione prima impensabile.
Solo, in territorio ostile, si troverà a dover vivere in prima persona una terrificante avventura per salvare sé stesso e la propria gente.

Nella mia attività di riscoperta dei gialli classici mi sono imbattuto in quest’opera di John Buchan, poliedrico, prolifico scrittore e uomo politico britannico vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo e conosciuto soprattutto per “I 39 scalini” romanzo da cui Hitchcock trasse un memorabile thriller.
Questo libro (del 1910), però, rientra solo di nome nella letteratura poliziesca: infatti, più che altro, è il racconto di avventure africane scritto in un periodo in cui l’Impero britannico ancora dominava gran parte del globo e possedeva sterminate colonie in Africa. Buchan era vissuto per anni in Sudafrica e ben ha saputo ambientarvi la sua storia.
Ovviamente non possiamo attenderci un’opera politicamente corretta, come oggi richiede la nostra sensibilità: i neri (anzi, senza eufemismi, i cafri, i negri), salvo qualche eccezione, sono persone di cui non ci si può fidare (servili o ribelli) e, comunque, sono intellettualmente limitati, come osserva uno dei personaggi, il capitano Arcoll, parlando di Laputa: “Si tratta di un uomo colto, ma è anche un cafro. Egli riesce a vedere il primo aspetto di un problema, e forse il secondo, ma non va oltre. La mente degli indigeni è fatta in questo modo. Se così non fosse avremmo la peggio”. Nella specie, poi, ambirebbero pure a ottenere qualcosa che un anglosassone ritiene quasi una blasfemia: riportare l’Africa agli africani!
Però, se si sorvola su questa spocchia tipicamente britannica che fa considerare gli stranieri (anche i portoghesi non ci fanno una bella figura!) più di un gradino al di sotto della vetta della civiltà, il romanzo, pur se inesorabilmente datato, è ancora leggibile e gradevole. La trama ben regge l’attenzione del lettore con le sue atmosfere misteriose e minacciose; lo stile è fluido e appassionante anche se, forse, avrebbe giovato una maggiore sinteticità.
L’interesse per il romanzo è alimentato pure dalla sua aura retrò, che lo accomuna a opere come quelle del nostro Salgari, e dall’ambientazione in quest’Africa oscura e tenebrosa, ben descritta anche se forse calcando troppo sugli aspetti fantasiosi. Tutto stimola l’immaginazione e attizza l’amore per l’arcano e l’esotico. Peraltro non fatico a immaginare come il lettore britannico del primo novecento potesse provare qualche brivido lungo la schiena a sentir descrivere le sterminate lande ove gli agguati si trovavano dietro a ogni macchia d’alberi, i misteriosi riti tribali, basati su antiche leggende, potevano tramutarsi in concrete minacce per il presente, la fiera tenacia bellica dei popoli Zulu, Swazi, Mazinga era temuta e rispettata. In fondo il massacro a Isandlawana era solo di trent’anni anteriore e il dominio inglese in Africa era tutt’altro che incontestato.
Per converso l’aspetto fantastico della storia emerge frequentemente. In particolare la dice lunga il fatto stesso che del “minestrone” narrato faccia pure parte il mito di Prester John (in italiano sarebbe il Prete Gianni) che qui diventa un mitico imperatore abissino del sedicesimo secolo dominatore di gran parte dell’Africa. Nella nostra tradizione medievale era considerato un favoloso re orientale di credo nestoriano, signore di un vasto impero popolato da esseri bizzarri (Eco se ne prenderà beffe nel suo “Baudolino”), ma poco importa, è chiaro che la favola prende il comando sulla realtà e, allo smaliziato lettore moderno, strappa pure qualche sorriso d’incredulità. Tuttavia nell’atmosfera generale del romanzo d’avventura, questa forzatura non è inaccettabile.
In conclusione si tratta di un romanzo affascinate, forse proprio per quella sua patina di antichità che lo vela e per quell’avventura un po’ forzata e un po’ naif in cui ci trascina la narrazione e che, personalmente, mi riporta tanto alle storie che mi appassionavano da ragazzino.

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