L'orologiaio di Everton L'orologiaio di Everton

L'orologiaio di Everton

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“Ma cos’hanno i romanzi di Simenon, che ci rimangono incollati alle mani e non ci danno tregua fino all’ultima pagina? E perché ogni volta ci lasciano dentro un’amarezza strana, come se ci avessero portato in un punto dove non volevamo arrivare, che non volevamo conoscere? La risposta probabilmente sta nella profonda onestà intellettuale di Simenon, nella sua incapacità di mentire, di raccontarci la vita migliore di quello che è...” (Marco Lodoli).

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L'orologiaio di Everton 2018-04-12 20:51:09 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    12 Aprile, 2018
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SULL'INTRANSIGENZA DELLA REALTÀ

C'è quasi una tenerezza di fondo che aleggia fra le righe di questa Everton sempre uguale a se stessa, una certa pietà che sembra sciogliere il rigore della trama e allentare il ritmo della catastrofe, un indefinito "odore di pane appena sfornato" che scalda, per una volta, la trasparenza gelida del disincanto. L'odore di un bambino che dorme nel suo lettino, quel figlio cui Dave Galloway ha deciso di consacrare la sua vita, le sue attenzioni, il suo affetto e la sua comprensione. Quando la madre se ne era andata, dopo appena un anno dalla nascita di Ben, col suo profumo volgare e le sue scarpe in disordine, Dave aveva pensato solo alla felicità del figlio. Era felice Ben? "Sì, dad" rispondeva, sempre, poche parole sempre uguali. Un bravo ragazzo, tutto sommato. Eppure quel ragazzo ha ucciso un uomo, è scappato con una ragazza ed è inseguito dalla polizia di cinque stati. Chi è Ben? Dave non se lo chiede e anzi balbetta confuso risposte vaghe ai giornalisti che lo assediano, perché quello che vuole, l'unico suo desiderio, è ritrovare il figlio e ripetergli che non è successo nulla, che non è arrabbiato con lui, che tutto si può risolvere. E in questo stupore ovattato, Dave sarà costretto a confrontarsi con un figlio che rifiuterà di vederlo.

Simenon strappa i suoi personaggi dalla vita di sempre per condurli sull'orlo della fine, al punto in cui, comunque andrà, nulla potrà essere come prima. Il figlio ha oltrepassato la linea della fine, il padre si è trascinato al suo seguito per non perderlo, perché anche se è un assassino, resta pur sempre suo figlio. Da questa prospettiva, oltre la soglia del bene e del male, Simenon ci costringe a dubitare di chi pensiamo di conoscere, di chi crediamo di capire per sconfessare, ancora una volta, la nostra idea di "sapere". E lo fa nel modo più estremo e assurdo possibile, perché fino alla fine nessuno sa e soprattutto nessuno sembra chiedersi, il motivo di quel gesto. Non lo fanno i giornalisti che scavano nel sordido e nel dolore e che sanno rendere sporca anche la verità, non lo fa la polizia che al movente preferisce l'evidenza del crimine e solo alla fine lo farà il padre, ricostruendo le tracce del destino negli uomini della sua famiglia. Nonno, padre e figlio alle prese con una dicotomia cruciale e infantile insieme: superare o meno la linea tra vivere e sopravvivere. E quando il problema diventa capitale, quando il peso di nascere tra chi "è sculacciato" fa esplodere la rivalsa, l'unica via per vivere è uccidere e poi annientarsi. Perché è solo nel sordido che questi personaggi trovano la loro redenzione, perché in fondo, per chi non ha il coraggio di scegliere ciò che si è, la realtà è solo una moneta che oscilla fra uccidere e morire. D'altronde vivere, ah sì, vivere, è la parte difficile.

Rispetto ad altri suoi libri, Simenon si dimostra più indulgente, non c'è condanna, non c'è cinismo, ma anzi un rispetto sacro nell'amore di questo padre per il figlio e allora la scrittura si fa più distante, sincera ma non spietata, perché la realtà è sempre realtà, ma l'amore di Dave per il figlio assassino è, paradossalmente, l'unico sentimento onesto che Simenon ci ha raccontato. E forse è proprio questa tenerezza di fondo che ha reso "L'orologiaio di Everton" uno dei libri più letti di Simenon, anche fra chi lo frequenta saltuariamente: è pur sempre una speranza.

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L'orologiaio di Everton 2017-12-02 16:37:52 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    02 Dicembre, 2017
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Serenità perduta

Il rapporto tra me e Simenon è abbastanza controverso. E' chiaro che abbiamo qualche problema di approccio, considerando che sono soltanto agli inizi riguardo alla lettura della sua estesa opera. E' fuor di dubbio che sia uno scrittore di livello, ma ancora non è scattata la scintilla, tra noi due.
Per quanto "L'orologiaio di Everton" sia un giallo di buon livello, con numerosi risvolti psicologici che possono indurre a riflettere, ancora non posso dire che tra me e lo scrittore belga si sia creata quella sinergia lettore-scrittore che avverto quando leggo, ad esempio, un McCarthy o un King. Devo dire, però, che il potenziale c'è e che la voglia di leggere altro, nel suo repertorio, è piuttosto viva.

Lo stile di Simenon riesce a catturare, a rendere l'idea della vita inizialmente monotona del protagonista, Dave Galloway, un orologiaio che svolge ogni piccolo gesto della sua vita come fosse un dovere da adempiere necessariamente in un certo modo e ad una certa ora. La sua vita si divide tra il suo lavoro, suo figlio Ben (di cui è l'unico a prendersi cura dopo la fuga di sua moglie) e un unico diversivo settimanale, che è una serata passata nella veranda del suo vicino, Musak. Galloway è un uomo intrappolato nella sua routine, ma non se ne lamenta, come se sapesse che in fondo, l'abitudine, è solo un altro modo per dire "serenità".
Quando suo figlio Ben scapperà di casa insieme a una vicina, lui sembra completamente incapace di reagire, bloccato com'era nella sua vita sempre uguale. Difatti, in seguito al disastro, quella serenità che si era guadagnato sembra essere la cosa che rimpiange di più, una serenità di cui suo figlio era parte fondamentale.
Il lettore si troverà a scrutare i mutamenti della vita di Dave, un uomo che soltanto alla fine sembra essere in grado di scuotersi dal torpore e indagare sui motivi che hanno spinto suo figlio a fare quello che ha fatto; perchè non si è certo limitato a scappare di casa. Per gran parte del libro non basteranno poliziotti, commissari, avvocati, giudici a scuoterlo da quella specie di dormiveglia che lo fa agire quasi casualmente, arrendevole agli eventi e alla volontà degli altri come una bandiera al vento.
Non volendo rovinare a nessuno la sorpresa, è stato il finale a non convincermi del tutto. Ho sperato che la genialità di Simenon mi colpisse come un pugno sulla faccia. Non è stato così, nonostante dia una spiegazione soddisfacente dei fatti e dei motivi che hanno spinto Ben a fare quello che ha fatto, indagandone i risvolti psicologici. Però, ad essere sincero, non mi hanno convinto del tutto.
Resta comunque una bella lettura, ma forse, va fatta dopo aver letto quelli che sono i capolavori dello scrittore.

"Non era più la sua casa, la loro casa. Gli oggetti avevano perso ogni fisionomia e il letto di Ben, sul quale lui, Dave, stava disteso fino a poco prima, era solo un normale letto che conservava la traccia di un corpo."

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L'orologiaio di Everton 2015-10-02 13:54:31 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    02 Ottobre, 2015
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Ciò per cui vale la pena di vivere

Questo romanzo fu scritto da Simenon nel periodo in cui visse negli Stati Uniti e infatti nel libro Everton è una cittadina Dell’Arkansas, una delle tante che si trovano in quel grande paese e che finiscono con l’assomigliarsi tutte, con case non ricche, ma dignitose, il cinema in centro, l’immancabile campo da baseball in periferia. Sono realtà urbane così diverse da quelle rurali della Francia di cui l’autore ci ha fornito tanti ritratti talmente veritieri da essere palpabili, ma non c’è invece grande differenza per gli abitanti, magari più ristretti nelle loro case degli europei, con una mentalità meno radicata, trattandosi di una nazione ancora giovane, ma con lo stesso grigiore quotidiano. In questo tempo ripetitivo vive il protagonista, rimasto solo con il figlio figlio da quando questi aveva sei mesi a seguito dell’abbandono della moglie. Casa e lavoro, lavoro e casa tutti i giorni e ogni tanto una capatina per una partita da un amico, che vive solo e di cui sa ben poco. È l’unica fuga da una realtà in fondo monotona, a parte l’amore quasi ossessivo per quell’unico figlio che ogni tanto esce la sera, ma poi ritorna da quel genitore che l’attende in ansia.
Un giorno però, anzi una sera, non fa ritorno e non intendo aggiungere altro della vicenda per non togliere il piacere a chi lo leggerà.
Galloway, così si chiama il protagonista, vivrà un’ossessiva stagione nel tentativo di tenere unito ciò che si è spezzato e di capire il perché di un gesto.
L’orologiaio di Everton è un dramma si familiare, ma soprattutto di uno solo, di lui, di quel padre timido e umile, racchiuso nel bozzolo di una vita in cui c’era la certezza che il domani non sarebbe stato dissimile dall’oggi e dai giorni precedenti, ma c’è chi reagisce in modo diverso a questo stato di immobilità e con rabbia dà sfogo a tutto il tormento che ha dentro.
È superfluo che dica che l’analisi psicologica di Simenon è ai massimi livelli, con quella sua capacità di scavare lentamente dentro fino a mettere a nudo gli angoli più nascosti; ho trovato, invece, che la descrizione della provincia americana sembra meno precisa di quella francese; forse è una mia sensazione o forse è proprio così, perché anche lì x’è un agglomerato di case in un tempo immoto che può portare non di rado a improvvise ribellioni, che non sono di Galloway, troppo dimesso e rassegnato per buttare ogni cosa all’aria, ma non tutti sono Galloway.
Il solito capolavoro di Simenon? Certamente, anche quando gioca fuori casa.

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L'orologiaio di Everton 2014-04-07 10:53:44 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    07 Aprile, 2014
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Affinita' e discendenze

Dave Galloway, l'orologiaio di Everton e quei piccoli gesti meccanici, ripetitivi che si compiono ogni giorno. La colazione alla stessa ora,  gli abiti da lavoro, il ticchettio in un quadrante, una bistecca di domenica  col tuo ragazzo, un drink il sabato sera dal vicino di casa.
Tutto questo ha un nome oggi : routine. Ma il giorno successivo potrebbe chiamarsi diversamente : serenita'. Se ci privassero della nostra' quotidianita', la noia di oggi non potrebbe trasformarsi nella nostalgia di domani ?
I Galloway, soggetti remissivi eppure ... Capita talvolta una scintilla di ribellione, l'angolo della bocca si curva verso l'alto. Sono affinita' della discendenza. In fondo non possiamo scappare da tutto, men che meno da noi stessi, dalla nostra natura. Natura inspiegabile, natura drammatica.

Simenon incanta e stupisce ogni volta, il suo potere di creare personaggi e di sottoporci una narrativa incuneata su una sottile analisi psicologica e' magistrale. La sensazione non e' tanto quella di un autore che all'interno del romanzo approfondisce l'aspetto psicologico, e' proprio l'aspetto psicologico stesso a divenire romanzo. Con grazia, senza appesantire il testo, senza colpi di scena improvvisi L'OROLOGIAIO DI EVERTON emoziona, intrattiene, ci esorta a riflettere su quello che abbiamo e sulla prospettiva da cui lo consideriamo. Cose o persone che siano.

I titoli di Simenon non solo si inseriscono con facilita' in libreria. Si inseriscono anche lì , a metà strada fra mente e cuore e lo fanno impercettibilmente. Te li ritrovi, senza sapere perche'. Forse semplicemente perche' quello e' il loro posto.
Buona lettura.

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L'orologiaio di Everton 2013-03-15 15:41:06 Mephixto
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    15 Marzo, 2013
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Il tempo aggiusta tutto... o quasi

Un racconto che porta in cattedra un non-protagonista.
Un piccolo e timido orologiaio, un tipo emaciato, ordinato, introverso,abitudinario, sensibile , remissivo e poco affine a tutto ciò che di godereccio può darti la vita; in altre occasione uno potrebbe pensare al tipico serial killer . Se non fosse che …. Beh non voglio togliere nulla …
Ma in verità non è di questo che si parla, ma di una vita comune, di un uomo comune come tanti altri che travolto dagli eventi cerca di tenere assieme ciò che resta della sua vita,anzi, la cosa piu importante della sua vita.
Un racconto che per quanto ben scritto e intrigante, lascia quella sensazione di sabbia tra i denti: non è il modo in cui è scritto ma è ciò che trasmette che stride e infastidisce il cuore.
Devo ammettere che mi ha suscitato sensazioni controverse, solitudine, pena, compassione ,curiosità, speranza e rabbia.
Si perché per tutto il racconto un'unica domanda mi ha frullato in testa, come un picchio che scava, scava e scava. “Perche lo hai FATTO ?” .
Allora ho continuato a leggere avidamente, trasportato da questa sensazione di disorientamento, che fa in modo di metterti in profonda sintonia con il protagonista. Questo perche Simenon a mio parere tratteggia il protagonista, ma in particolare le sue sensazioni in modo straordinario.
Sono partito nella lettura con delle aspettative, e mi sono ritrovato senza volere in tutt’altro contesto. E l’eleganza, la discrezione mi hanno fatto virare altrove, senza per nulla soffrire la mancanza di queste ultime.
Un racconto singolare, che sono felice di aver letto, e consiglio a chiunque voglia conoscere un altro modo di vivere il romanzo “Giallo”.
In conclusione
Un racconto giallo originale, fuori dagli schemi qualcosa da provare: se non per l’immenso scrittore, per la sua facilità e velocità di lettura.

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L'orologiaio di Everton 2010-08-09 10:34:53 Tanu
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Tanu Opinione inserita da Tanu    09 Agosto, 2010
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Un capolavoro

Simenon incanta con questo libro, noon tra i più conosciuti, con un dramma psicologico che mette a nudo le emozioni del protagonista, Dave Galloway, l'orolgiaio di Everton appunto. Quest'uomo, abbandonato dalla moglie quando il figlio aveva solo 6 mesi, deve fare i conti con la vera natura del figlio Ben che come la madre scompare da casa. Il mistero si infittisce e Simenon è fantastico nel trasmettere il dolore, la paura, le speranze del protagonista.
Imperdibile, un giallo che esce dai consueti schemi e che incolla il lettore alle pagine del libro in maniera magica.

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