L'unico figlio L'unico figlio

L'unico figlio

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In un gelido e plumbeo febbraio norvegese, l'arrivo di un ragazzino in una casa famiglia alle porte di Oslo è causa di grande scompiglio. Il dodicenne Olav infatti, sottratto alla madre dai servizi sociali, pare infinitamente piú duro e indocile degli altri ragazzini e tutti i tentativi di domarlo sembrano fallire. Quando Agnes Vestavik, direttrice della casa famiglia, viene trovata uccisa con un coltello da cucina nel suo ufficio ed emerge che il piccolo Olav è scomparso dopo un brutale litigio con lei, la polizia di Oslo tenta di far luce sul caso. Prima fra tutti l'ispettore capo Hanne Wilhelmsen, che non ci pensa due volte a scendere per le strade di Oslo, tra il peggior degrado ma anche nell'umanità più dolorosamente viva.

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L'unico figlio 2012-11-01 16:52:20 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    01 Novembre, 2012
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Una figura di cartone

L'ambientazione di questo thriller è in una casa famiglia e la vicenda si snoda fin da subito in due filoni intrecciati, la morte dell'educatrice responsabile e la scomparsa di un ragazzino problematico ed abnormemente obeso. L'alternanza fra le vicende narrate e alcuni capitoli scritti in corsivo dal punto di vista della mamma del bambino ci permette di conoscerlo meglio, di capirlo, di affezionarsi a lui. Il modo in cui l'indagine si dipana e il modo con cui alla fine si scopre chi è il vero colpevole è frutto di una vera grande capacità narrativa. Un aspetto che mi ha inoltre colpito, in tanti rapporti umani descritti in queste pagine, è la sensibilità e la delicatezza di questa scrittrice. Il culmine è l'interrogatorio finale.

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L'unico figlio 2011-10-07 07:42:14 gcavalca
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gcavalca Opinione inserita da gcavalca    07 Ottobre, 2011
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Fredda Scandinavia

Ogni volta che leggo un autore scandinavo mi convinco sempre più che il mito delle società del nord Europa efficienti e “perfette” sia effettivamente solo un mito.
Non ha fatto eccezione questo bel romanzo di Anne Holt che nel raccontare dell’omicidio di una signora, il suicidio di un suo collaboratore, truffe e furti, ci racconta anche di come la società norvegese sia del tutto priva dei concetti di famiglia e radici così “naturali” per noi mediterranei.
Ogni personaggio sembra vivere in un mondo a sé dove le relazioni sono quasi esclusivamente di lavoro o di sesso, mai familiari.
L’unico figlio cresce con una madre “inadatta” e il sistema lo fagocita in un vortice di assistenza sociale, probabilmente le due parole più usate nel libro, case famiglia, insegnanti di sostegno e quant’altro.
Nessuno sembra avere una radice che lo mantenga in vita, ma è come una pianta che venga continuamente tagliata ed invasata altrove, continua a vivere e riprodursi ma non conosce le sue origini più vere e non ricorda da dove arrivi, presupposti per scegliere dove andare.
L’ispettore capo Hanne Wilhelmsen indaga su un omicidio apparentemente senza senso che rivela come ogni singolo personaggio coinvolto non sia quello che appare agli altri ma rivela ambiguità e vite segrete. A partire da lei stessa che nasconde agli altri la sua vita privata, alla sua compagna i suoi dubbi e a sé stessa la voglia di normalità, per passare alla vittima apparentemente irreprensibile, ai collaboratori ricchi di solitudine più dei ragazzi difficili che sono loro affidati, ai poliziotti con quattro figli ma mai realmente cresciuti, ai ragazzi stessi che nelle loro difficoltà sembrano i più normali frutti di una società che non è in grado di prevenire le loro insicurezze e tenta in tutti i modi di curarle.
Rivela anche un sistema giudiziario ricco di burocrazia e con uno scarso senso dell’autorità, in cui i cittadini sono rimborsati del taxi se convocati in una centrale di polizia ma vengono negate alle forze dell’ordine anche gli strumenti più normali, quali la macchina di servizio, per svolgere le indagini. In questo la Norvegia sembra più italiana di quanto si sospetti.

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