Punto Omega Punto Omega

Punto Omega

Letteratura straniera

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In una casa isolata nel deserto due uomini discutono della natura del tempo e del significato dell'agire umano nella storia. Discutono e aspettano. Uno, Richard Elster, è un anziano intellettuale per niente pentito dell'appoggio che ha dato al governo nella guerra in Iraq, l'altro è un giovane regista che vorrebbe girare un documentario su di lui. L'improvvisa scomparsa della figlia di Elster li costringe a interrompere discussioni e attese e a cercare altre risposte per altre domande: che cosa è capitato alla ragazza? Scelta, fatalità o orrendo crimine?



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Punto Omega 2013-08-10 18:04:45 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    10 Agosto, 2013
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Punto Omega... bersaglio mancato!

Uno stile eccessivamente pretenzioso che mal s’accorda a un racconto che, pur puntando ad avere un importante risvolto filosofico, in realtà non riesce andare oltre il banale. Questa è l’impressione che rimane di Punto Omega a qualche giorno dalla sua lettura.
DeLillo sembra aver confezionato un romanzetto in fretta e furia confidando più sulla sua ben nota abilità di scrittore che su una storia ben architettata. Ma se il suo stile unico, la sua accattivante prosa iper – realistca, le sue indiscutibili abilità insomma (e sono realmente tali), più volte hanno messo in secondo piano la trama, alle volte fin troppo scarna, dei suoi scritti, in questo racconto non bastano, non sono proprio sufficienti.
In Punto Omega c’è troppo poco, ecco tutto.
E dire che la premessa era buona, l’idea di base, e in definitiva la storia stessa, il dramma parallelo da (e con) pellicola Hitchcockiana, i due approcci alla vita, quello del giovane e quello dell’anziano e così anche le interpretazioni di recenti fatti d’attualità, erano trovate potenti, interessanti, ma il resto… Dove sono la ricerca, il ragionamento, l’approfondimento dei temi a cui l’autore ci ha abituato? E l’introspezione dei protagonisti, riflesso della sua? Dove sono, che fine hanno fatto? In Punto Omega hanno ceduto il passo ai vaneggiamenti filosofici, alle opinioni appena accennate e mal spiegate, alle discussioni qualunquiste o, ancora peggio, alle discussioni qualunquiste su fatti specifici, ai punti di vista da sabato pomeriggio in coda dal barbiere.
E non mi si venga a dire che è proprio questa la forza del libro: la ricerca di una deontologia di vita tra le fonti d’ispirazione che la società di massa ci mette a disposizione, i luoghi comuni e il rifiuto di questi con l’anziano protagonista che si isola in un deserto; se così anche fosse è mal spiegata e ancora una volta poco approfondita.
E non mi si venga a dire neanche che in realtà tutto il racconto non è altro che un unico grande approfondimento, un dialogo interiore dell’autore che riflette sui grandi temi della vita, questa è una qualità che si può ascrivere a qualunque romanzo, a qualunque autore: la stesura stessa di un romanzo, perfino il più commerciale, implica un costante dialogo interiore, e se qui per forza di cose, ricordiamoci che stiamo sempre parlando di uno dei più grandi scrittori contemporanei, questo dialogo risalta un po’ più che altrove, non è per un’ eccellente peculiarità di DeLillo, ma per una semplice prerogativa che da uno come lui ci si aspetta venga sempre soddisfatta, costantemente, proprio perché stiamo parlando di uno dei “più grandi.”
Da uno del suo calibro ci si aspetta che la poliedricità del ragionamento non sia l’arrivo di un romanzo ma la base su cui far evolvere la trama, le vicende. Da uno come lui ci si aspetta poi che i concetti siano netti e definiti e che, perfino nella rappresentazione dell’umana incertezza, nella dualità Dostoevskijana delle molteplici nature degli uomini, questi concetti siano ben distinti, magari contrastanti e sofferti, ma precisi. E l’autore di solito ci riesce: in un romanzo come Underworld, per esempio, la poliedricità di sguardi sulla realtà viene addirittura oggettivata e resa assoluta, diventa l’impalcatura su cui si erge la società descritta nel libro (e di conseguenza l’impalcatura su cui si erge anche il libro); e l’impalcatura stessa diventa poi il punto di vista definito dell’autore: le molteplici interpretazioni del mondo come unica possibile spiegazione del mondo stesso, le tante nature umane che confluiscono nell’unica, vasta, singolare opinione di DeLillo.
Questo ci sia aspetta da uno scrittore del suo calibro, ma qui in Punto Omega non c’è nulla di tutto ciò.
Il tempo che scorre, la vita che passa, il bene in contrapposizione al male, gli assoluti cosmici, questi sono i temi qualunquisti di cui si parla qui dentro. Questi e il fantomatico punto omega, nicchia al di fuori della realtà e della storia, nicchia in cui rifugiarsi per avere una visione più chiara di…cosa? Della propria vita, di quel che si è fatto e si vorrebbe fare, del nostro passato e del nostro futuro o di quello degli altri, magari del mondo? Deduzioni personali e poco altro; va bene il concetto di sguardo lucido sia retrospettivo che introspettivo, sia soggettivo che oggettivo, ma se poi questo concetto è mal spiegato, poco approfondito, non corredato da esempi attuali, pratici, concreti…
In definitiva che cos’è questo punto omega, cosa vorrebbe rappresentare? Non c’è una risposta ma solo interpretazioni, solo deduzioni, solo opinioni personali del lettore, poiché nel libro se ne parla sì, ma non sufficientemente, poiché nel libro se ne discute sì, ma non adeguatamente.
Grandi temi di facile appeal appena accennati… capaci tutti! Si lancia un amo in acqua, bello, grande, colorato, ma se poi non si porta a riva nulla, se non si riesce a tirare le somme, se non si giunge a nessuna conclusione… Capaci tutti! Be forse non tutti, forse a dir la verità in pochi riuscirebbero a lanciarlo con tale eleganza, a gettare le basi di temi banali con tale stile, ma lo stile come già accennato talvolta non è sufficiente, anzi. Dal padre del post modernismo letterario americano è lecito aspettarsi qualcosa di più.
- E ma c’è il giovane che dialoga con il vecchio nel deserto, è proprio quella la trasposizione delle due nature dell’io che andavi cercando, – potrebbe ribattere qualcuno, - le due nature: la logica e l’istintiva, la concreta e l’astratta, la corretta e la ribelle, la sociale e la antisociale. Non a caso DeLillo sceglie il deserto come luogo d’incontro, poiché elemento aberrante e trascendente: ti circonda, ti pervade, ti estrania dalla civiltà e poi per la sua uniformità, per la sua costante monotonia, si dissolve lasciandoti nel limbo della mente a contemplare una roccia, la sabbia, la tua ombra e ancora una volta te stesso, il punto omega. Il deserto quindi come metafora del cervello, di quelle idee inespresse che rimangono nell’anticamera della mente che magari si percepiscono buone, positive, ma poi si dissolvono come miraggi; questi sono l’approfondimento, l’idea e la spiegazione che andavi cercando prima, questi sono gli elementi di cui denunciavi l’assenza. -
D’accordo, tutto vero, concessa la bontà della location meta/terrena (a cavallo tra il metafisico e l’ultraterreno neuronale dove si concretizzano le nostre elucubrazioni), concessa la rarefatta atmosfera semi meditativa, rimangono pur sempre i dialoghi però, …oh andiamo dai!: il vecchio saggio astioso e disilluso dalla vita che si confronta con il giovane pieno di buoni propositi e aspettative? Banale, pretestuoso, monotono e soprattutto già letto in centinaia di libri.
D’accordo grazie all’inconsistenza del deserto i protagonisti raggiungono questo punto omega, specchio della coscienza a un passo dall’illuminazione, e di che discutono? Della verità universale e di quella personale, del significato della vita e di ciò che accade… Oh andiamo dai! Basta leggere la biografia del santone indiano di turno per approfondire meglio questi temi: questi non sono ragionamenti concreti, questa non è introspezione, ma filosofia a buon mercato insufficiente e inconcludente.
DeLillo non è certo il primo che ha di questi pensieri, che si pone queste domande esistenziali e come per tutti i suoi predecessori che si sono imbarcati in digressioni filosofico/metafisiche anche per lui non è possibile trarre delle conclusione sensate, equilibrate e definitive. E nel libro si capisce chiaramente: incomincia un ragionamento e poi non ne viene a capo, ne incomincia un altro e si blocca di nuovo.
Come terminare allora un’opera così, come concludere una raccolta di pensieri appena accennati e inconcludenti?
Con la figlia. Arriva la figlia del protagonista anziano, arriva l’elemento esterno che mischia le carte in tavola e rompe il rapporto a due tra discepolo e maestro, che fa capire ai protagonisti quali sono gli aspetti importanti della vita reale, del mondo concreto.
Ma lo fa capire ai protagonisti o ai lettori?
Forse solo a DeLillo che si rende finalmente conto di aver costruito un libro sul nulla e per terminarlo non c’è altra soluzione che introdurre il terzo incomodo con la sua storia raccogliticcia e pretestuosa. Di fatti quella della figlia dell’anziano non è un’apparizione appropriata, non è un elemento che si inserisce bene nel racconto, sembra altresì un fattore esterno, un pretesto appunto, come se l’autore l’avesse creata perché si era reso conto di essersi imbarcato in un’impresa più grande di lui e in qualche modo doveva trovare una via d’uscita, una scappatoia. Ma se le scappatoie talvolta sono efficaci, di certo non sono dignitose: la figlia rompe la simmetria domanda - risposta, pensiero – contro pensiero e quando accade qualcosa, qualcosa di concreto, (parlo della trama ora) tutto ciò a cui girava attorno la vicenda, tutto il sofismo metafisico di Punto Omega e i dialoghi sopra i massimi sistemi del mondo vanno a farsi benedire.
…E il lettore tira un sospiro di sollievo, poiché la pazienza ha un limite e già è abbastanza improbabile che due perfetti sconosciuti condividano un appartamento nel deserto per parlare di guerra e pace, di relativismo assolutistico e di assolutismo relativistico, ma se poi fosse arrivato un terzo oratore impregnato di cerebralismo compiaciuto…si correva veramente il rischio di perdere il lume della ragione!
Per forza dunque per concludere il romanzo occorre la vicenda realistica della figlia dell’anziano protagonista, ma questa vicenda è scollegata, marginale, e fino alla fine completamente inutile; per essere più precisi fino a quando tutti e tre, il giovane oratore, il vecchio e forse DeLillo stesso, non si rendono conto che è molto più importante, interessante e accattivante questa storia di tutta l’aria fritta che si legge nelle prime novanta pagine del libro.
In definitiva in Punto Omega sembra quasi che l’autore abbia ceduto alla tentazione dello scrittore alle prime armi, la tentazione di creare un’opera omnicomprensiva, un opera massima che contempli ogni aspetto della vita, e solo quando è arrivato a pagina novanta si sia reso conto dell’errore e abbia tentato di chiudere in qualche modo la storia anteponendo al romanzo una confusa premessa ad effetto e un finale thrilling che in qualche modo rimandasse a quella premessa. Il risultato definitivo è quello di due storie in una, scollegate, rattoppate in qualche modo e per nulla soddisfacenti.
Ancora una volta, va bene parlare di massimi sistemi del mondo, ma non di tutti, se ne scelga uno e si approfondisca l’argomento, parlare di tutti e venirne a capo è un’impresa titanica per chiunque, figuriamoci per qualcuno che si prefigge di farlo in cento pagine! E poi di nuovo, cosa c’entrano con la figlia?!
Due vicende separate, su due piani di versi, quella concreta e quella astratta, legate “ufficialmente” da una parentela, ma “ufficiosamente” da qualcosa tipo: “sì, sì parliamo dei significati profondi della vita, ma quando in questa vita succede veramente qualcosa, tutte le ricerche interiori vanno a farsi benedire in favore della realtà contingente, dei fatti concreti e violenti.”
A onor del vero viene il dubbio che sia proprio quest’ultimo il significato del libro, il messaggio che vuole comunicarci l’autore, la sua distinta e netta presa di posizione: ogni pretesto è buono per divagare sulle cose che contano ma quando accade qualcosa si capisce in un battito di ciglia cosa conta veramente. A onor del vero viene questo dubbio, ma di nuovo è solo un ipotesi frutto di deduzioni personali indimostrate e forse indimostrabili. E se qualche supposizione sussurra all’orecchio della coscienza di andare oltre le apparenze del libro, qualcun’altra suggerisce di smetterla di arrampicarsi sui vetri per tentare di riabilitare il lavoro di uno scrittore per cui si nutre una grande stima.
Sempre a onor del vero è giusto ammettere che, come in molti altri scritti dell’autore anche in questo ci sono degli aspetti interessanti: punti di vista, dialoghi, l’atmosfera surreale; e sono interessanti anche alcuni contenuti e ragionamenti, leggasi le divagazioni sul ruolo più o meno attivo che ha avuto l’America nella Guerra del Golfo, per esempio, ma, di nuovo, dove è l’approfondimento? Il lucido ragionamento, il netto punto di vista di una mente che nell’arco di settant’anni ha maturato un’esperienza di fatti vissuti tale da potersi creare una propria filosofia di vita, un proprio schema di pensiero concreto? E DeLillo non è uno scrittore da spiaggia, possiede una sua individualità cerebrale, una sua visione del mondo, anzi è proprio questa, e la capacità di riportarla sulla carta stampata, che l’han reso famoso, basta leggere le altre sue opere per rendersene conto. Dove sono queste cose?
Non qui, di certo non in Punto Omega, qui non si notano, qui c’è troppo astratto e troppo poco concreto e come spesso accade in questi casi (perfino i grandi non ne sono immuni), la narrazione perde di consistenza, lo stile appare pretenzioso e il libro perde sostanzialmente di valore.
Vero, ammetto che qualche personale incertezza interpretativa persiste, purtroppo pero le inconfutabili certezze di trovarsi di fronte a un semi passo falso dell’autore sono molte di più.

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