Poesia Poesia italiana Gente in cammino
 

Gente in cammino Gente in cammino

Gente in cammino

Letteratura italiana

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È proprio fatta di «Gente in cammino», come recita il titolo, questa raccolta. Gente di tutti i tipi, di ieri e di oggi, di qui e di altrove; e cammini di tutti i tipi, in automobile e a piedi, con o senza meta, con o senza compagni di viaggio – ma quest’ultimo è un dettaglio, perché in realtà siamo tutti nello stesso viaggio, che lo si comprenda o no. Per questa poesia itinerante e cosmopolita l’autrice sceglie uno stile sperimentale, muovendosi con grande libertà tra registri linguistici, scelte lessicali e grafiche, immagini delicate o intense e a tratti violente. Olivia Trioschi, presidente del premio letterario J. Prévert” sezione poesia.

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Gente in cammino 2015-02-15 14:07:02 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    15 Febbraio, 2015
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Il viaggio dell’umanità

A basarsi solo sul titolo di questa raccolta poetica si potrebbe credere di trovarsi di fronte a gente di ogni tipo in perenne cammino, a piedi o in automobile, verso mete sconosciute, un fiume di uomini e donne quasi condannati a un’esistenza in movimento, e forse è anche così, perché la vita altro non è che un viaggio che tutti compiamo, insieme non per scelta, ma per destino, con la partenza della nascita e l’arrivo fatale, quello a cui cerchiamo di non pensare, ma che purtroppo è assolutamente inderogabile.
La poesia della Canapini, tuttavia, se da un lato riflette una visione reale e concreta dell’esistenza, dall’altro è fatta di osservazioni di personaggi che per certi versi ricalcano le esperienze umane, gente di qui, oppure di altrove, protagonisti a loro insaputa di oggi e di ieri.
Il discorso, tuttavia, non è fine a se stesso, ma sottintende anche un impegno civile, e non potrebbe essere altrimenti quando compaiono versi come questi: “Sotto un Guido Monaco di marmo /scampanellano approssimata slitta / e renne umane / sorridenti renne pakistane / dalle corna in gomma piuma / due renne mussulmane. / Il Babbo rosso / presumibilmente russo / invita alla fotografia / qualche mamma accorre / trascinando i suoi bambini / Babbo Natale stasera mangia.”,
E se non bastasse questo, sempre presente è l’attenzione per i diseredati, per chi, pur essendone parte, è sempre più sospinto ai margini di una società feroce e crudele, in cui ai pochi ricchi e cinici si accompagnano i molti che indifferenti raccolgono briciole e i sempre più tanti che nemmeno s’accorgono di vivere. In tal senso eloquente è l’indovinata chiusa di Autostrada “ …/ Ha un orecchino e denti guasti – un sorriso da morto. / 5 euro e una sigaretta. Come ti chiami da dove vieni? / Di giorno abito gli autogrill.”.
È possibile notare, peraltro, come lo stile della Canapini vada mutandosi, con il ricorso a un linguaggio che si potrebbe definire sperimentale, presentando in ogni caso il vantaggio considerevole dell’immediatezza, ma dove ho trovato la creatività poetica che più rientra nel mio sentire è nell’ultima parte della racconta, cioè Gente in cammino dell’altro secolo. Sarà per l’età, sarà per il fatto che il rapido deterioramento sociale e spirituale caratterizza soprattutto negli ultimi anni l’umanità, ma sta di fatto che scene e persone di un’epoca trascorsa e che sembra tuttavia lontanissima mi danno l’idea di un mondo a suo modo migliore e che mai più ritornerà. La visione agreste della mietitura, la mungitura delle vacche, a mano ovviamente, danno la misura di un qualche cosa di importante, di cui all’epoca ignoravamo il valore, ci offre il ritratto di non anonimi personaggi, ma di protagonisti di cui serbiamo volentieri il ricordo. E che forse allora era tutto bene? No, anche allora c’erano le stesse ingiustizie, ma era diverso, perché in questo temporaneo cammino ci si accorgeva di chi ci stava a fianco, e non era una corsa forsennata, ma un tranquillo, per lo più lento, deambulare. Qui lo stile si fa diverso, perché nel ricordo e anche nel rimpianto c’è spazio per un tono dolce e lieve, per una precisa scelta delle parole, per ritornare a vedere, con l’immaginazione, una serena sera di maggio, anzi Di quel maggio, la cui chiusa esprime senz’altro in modo chiaro ciò che intendo dire: “ …/Ci consolava a sera il sottile gelsomino / la tenerezza della rosa / il soffio delle lucciole nel buio.”. E le poesie di quest’ultima parte della raccolta sono proprio un soffio, un rasserenante refolo di vento, come la brezza ristoratrice in un afoso giorno estivo.
Da leggere, per quanto ovvio.

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