Poesia Poesia italiana Il senso della musa
 

Il senso della musa Il senso della musa

Il senso della musa

Letteratura italiana

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C’è una ricerca, che il Poeta sta compiendo. Un percorso lungo e faticoso, costellato da ostacoli, spine che si conficcano nella pelle, che lacerano il cuore del ricercatore, tiranneggiato dal dio-tempo, che dall’alto del suo trono, rovescia la sua clessidra, un ghigno di trionfo stampato sul viso. È un gigante ghiotto di vita, di anni, di giorni, di ore e soprattutto di sogni. Sogni che si presentano come “infranti” o “consumati”; come “oceani” nel quale il Poeta può nuotare; come entità trasportate da “soffici nuvole”. Ma i sogni sono soprattutto “improbabili futuri, sensi che evaporano dalle tue labbra, farfalle che sgorgano dalle tue mani, pronte a morire dinanzi alla realtà.” Tratto dalla prefazione di Roberta De Tomi.



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Il senso della musa 2008-12-18 16:37:03 Fabio Barcellandi
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Fabio Barcellandi Opinione inserita da Fabio Barcellandi    18 Dicembre, 2008
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Il senso della musa

È un piccolo manuale di scrittura poetica questo "Il senso della musa" di Andrea Garbin. Cioè in realtà, più che un manuale, che la poesia difficilmente si potrà insegnare veramente, è un approccio, è l’approccio di Andrea Garbin alla poesia - l’approccio di un poeta alla poesia - che vale più di un manuale per chi ha occhi per intenderlo.
E giusto gli occhi serviranno, ché la musa pare “sentirsi” con la vista, più che con ogni altro senso, il suo senso e quale l’augurio iniziale, iniziatico, se non di perderla la vista?

"Spezzàte quésto sguàrdo infàusto ed agghiacciànte."

Per ritrovarla, certo, ma non quella di prima, non più. O sarà il mondo a essere cambiato nel frattempo? La realtà circostante a mutare, che dopo un necessario black-out

"Càla la nòtte attórno a me,
ma non mi scòsto dal vècchio àlbero,
méntre la gènte, in paése, si apprèsta a dormìre,
veglierò silenzióso ascoltàndo la natùra,
parlerò con éssa, prìma che vènga il giórno,
diverrò pàrte di quésta nòtte silenziósa."

non avrà più “un” senso, ma “il” senso, della musa e sarà a suo modo

"Confòrto

Dólce il mìo sguàrdo si sofférma nel nùlla
Osservando l’ànime che mai più arderànno
In quésta atmosfèra óve il tèmpo trastùlla
E la mòrte del giórno consùma i mièi sógni
Del mìo còre li sènsi ritròvo in affànno."

Ed è così che "Prima del sonno" si conclude la prima parte di questa raccolta, "L’inconsapevolezza di una genesi poetica", consapevolmente:

"i mièi òcchi a scrutàre cos’è la realtà
[…] la piòggia che bàgna ògni essènza
prìma del sónno che tùtto scompàre
soaveménte…
soàve dólce attràzione del nùlla."

per riaprirsi su "Sensi e dissensi":

"conósco le paròle, ma non lèggo
poiché l’òcchio mi tradìsce il cuòre"

Il poeta sa, ma non sa, dubita, sa di non sapere e che comunque ogni sapere non è che parziale, temporaneo, al poeta non resta che guardare senza conoscere, senza farsi un’opinione, un giudizio definitivo, che sarà inevitabilmente - e sempre - tradito.

"Se nel tùo sguàrdo c’è bellézza
Cóme farò a distòglierlo non so,
e mi pentìrei d’avérlo fàtto."

Al poeta compete guardare la bellezza, il poeta necessita di questo contatto perenne con la bellezza per cui andrà cercandola in ogni possibile dove, se non avrà la fortuna di trovarsela davanti gli occhi, perché la bellezza "sveglierà i mièi sènsi estìnti" e così facendo salverà il mondo dal sonno eterno che è la morte.

"e gli òcchi tuòi cóme li astri
nòtti lontàne saprànno schiarìre,
poiché adèsso è catàrsi.

e védo […]
ùna sensazióne che mi abbrànca il cuòre
e si sciòglie nélla ménte cóme liquìdo impùro,
nélla mìa ménte che crédevo defùnta,
si sta risvegliàndo ùna troneggiànte tenerèzza".

Vista che non è soltanto “vista”, naturalmente, ma un vedere più complesso, più completo, che comprenda quindi tutti i sensi, questo il “senso” di "Sensi e dissensi":

"Ho in tàsca un fòglio di càrta,
spésso vi infìlo la màno
per sentìre il fragóre di quélle paròle
[…] nel tastàrlo

e che l’olfàtto, òcchio di ùna mìa imminènte azìone,
gùsti l’illusióne, splèndido miràggio d’un amór capàrbio."

per ritornare alla vista che è sempre e comunque vista, a chiudersi con la poesia "L’òcchio".

"Il senso della musa" parte terza di questa silloge e ultima è dunque la vista? E la musa è dunque “una” musa? Ma nient’affatto, la musa, la sua musa, del poeta Andrea Garbin: "La mìa musa", sono nove: Calliope, Polimnia, Clio, Urania, Melpomene, Tersicore, Talia, Euterpe e Erato.

"À?ggi, ho conosciùto le mìe àrti
Mi sóno fàtto Apòllo sul Parnàso
Ho prèso il sùo sguàrdo, l’ho guidàto
Azzùrro il cièlo, e le ho dètto:
‘sèi la mìa mùsa, tu sèi il mìo fióre."

Ciò detto, però, nulla è ancora definito né definitivo, in fondo: "Còs’è il bèllo?"
Già, cos’è il bello? Ma ce lo di ce il poeta, chiaro,

"E quàndo vìdi il màre aprìrsi, mìte,
ai sàturi tuòi òcchi,
capii quàle bellézza
inseguìre, trovàre, conquistàre
capii dóve sbagliàva la nazióne
capii dóve sbagliavàno i mièi òcchi
nel cercàre bellézza
dóve bellézza non si può trovàre,
dóve bellézza muòre."

no?
E allora non resterà che andarla a leggere, Andrea Garbin l’ha scritta, non resterà che guardarla, contemplarla, studiarla, memorizzarla, questa rara e lieve, soave poesia, per non distoglierla più da noi, ché ci pentiremmo d’averlo fatto.

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